Celle oltre il limite, viaggio nell’emergenza carceri tra disperazione, numeri e riforme di Carmen Caldarelli Metropolis, 11 febbraio 2026 L’istantanea dell’emergenza racconta un sistema al collasso. I dati che arrivano sulle scrivanie del Ministero della Giustizia e degli osservatori nazionali sono il bollettino di una crisi umanitaria e istituzionale che ha superato qualsiasi livello di guardia. Il sistema penitenziario italiano è entrato ufficialmente in una fase di “sofferenza acuta”. A livello nazionale, la cifra è impietosa: il tasso di affollamento ha toccato il 138,26%. Per capire la magnitudo di questo numero, bisogna guardare dentro le mura: ci sono 63.703 persone detenute, ma i posti effettivamente disponibili sono solo 46.074. Questo significa che quasi 18.000 persone dormono in spazi non previsti, spesso in condizioni che calpestano i parametri minimi di spazio vitale stabiliti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il dato più inquietante, tuttavia, riguarda il “deterioramento strutturale”. Dei 51.271 posti che risulterebbero sulla carta (i cosiddetti posti regolamentari), ben 5.197 sono inagibili. Celle chiuse per muffa, impianti idrici fuori uso, tetti pericolanti. È il paradosso di un sistema che perde pezzi mentre la popolazione aumenta. Se guardiamo alla geografia della crisi, la “maglia nera” assoluta spetta all’istituto di Lucca, dove si è raggiunto l’inimmaginabile tasso del 257%: una cella pensata per una persona ne ospita, di fatto, quasi tre. Campania, l’epicentro della crisi - Se l’Italia piange, la Campania è nel pieno di un’alluvione sociale. Le dichiarazioni di Samuele Ciambriello, garante regionale dei detenuti, delineano un quadro dove la “soglia di allarme” non è più un segnale di pericolo, ma una realtà quotidiana consolidata. In Campania, il sistema non è solo affollato; è saturo in modo disomogeneo e violento. Il cuore del problema batte (a fatica) a Napoli Poggioreale. Qui, la Casa Circondariale ospita 2.194 detenuti a fronte di una capienza di 1.313. Un tasso del 167% che, incrociato con la carenza organica della Polizia Penitenziaria (mancano 167 agenti, il 20% della forza prevista), trasforma l’istituto in una polveriera. Quando un agente deve gestire da solo sezioni che ospitano il doppio delle persone previste, la sicurezza diventa un miraggio e la tensione si taglia con il coltello. Ma la crisi è tentacolare. Si riverbera a Salerno (162%), Benevento (160%) e Santa Maria Capua Vetere (153%). Quest’ultima, già tristemente nota alle cronache per passate vicende giudiziarie, continua a essere un luogo dove la gestione di oltre mille detenuti su poco più di seicento posti rende ogni attività trattamentale - dalla scuola ai laboratori - un’impresa titanica. Esistono rare eccezioni, isole di “normalità” che però appaiono come gocce nel deserto: l’istituto per madri di Lauro (12% di affollamento) e la realtà di Eboli (76%). Ma, come sottolinea il Garante, sono casi isolati che non riescono a compensare un contesto regionale compromesso, dove anche piccoli centri come Aversa o Vallo della Lucania superano ampiamente il 130%. Il dibattito politico. Le decisioni in cantiere - Di fronte a questi numeri, la politica non può più limitarsi a interventi di facciata. Il 2026 si prospetta come l’anno dei nodi che vengono al pettine. Al centro dell’agenda di governo e delle pressioni delle opposizioni ci sono tre pilastri fondamentali: la liberazione anticipata, il piano assunzioni e la riforma della custodia cautelare. La “Battaglia dei 75 giorni” - La proposta più calda, definita da Ciambriello come “il minimo sindacale di dignità”, riguarda la liberazione anticipata. L’obiettivo è innalzare lo sconto di pena da 45 a 75 giorni per ogni semestre di buona condotta. È una misura deflattiva immediata: permetterebbe a migliaia di detenuti “meritevoli” e prossimi alla fine della pena di uscire con qualche mese di anticipo, decomprimendo istantaneamente le celle senza costi per l’erario. Il dibattito in Parlamento è serrato: da una parte chi la vede come un’“amnistia mascherata”, dall’altra chi ne riconosce l’unica via d’uscita tecnica per evitare nuove condanne da Strasburgo. Assunzioni e figure socio-sanitarie - Il Governo ha in cantiere un piano straordinario di assunzioni. Non si parla solo di Polizia Penitenziaria, la cui carenza è cronica, ma di un potenziamento dell’area pedagogica e socio-sanitaria. Senza educatori, psicologi e mediatori culturali, il carcere resta solo un “deposito di carne umana”. Le nuove direttive prevedono lo snellimento dei concorsi per portare nelle carceri campane e nazionali almeno 3.000 nuove unità entro la fine dell’anno, con un focus particolare sugli specialisti in salute mentale, dato l’alto tasso di detenuti con patologie psichiatriche. “Carceri Nuove, non nuove carceri” - È lo slogan che spacca l’opinione pubblica. Se una parte del Governo spinge per l’edilizia penitenziaria (nuovi padiglioni), i garanti e molti giuristi chiedono il recupero dei 5.000 posti inagibili. Ristrutturare l’esistente costa meno, è più veloce e non consuma suolo. Inoltre, si preme per lo sviluppo delle “comunità territoriali”: spostare i detenuti per reati lievi o con problemi di dipendenza in strutture esterne meno costose e più efficaci per il reinserimento. L’impatto sociale e umano. Oltre le sbarre - Cosa significa vivere al 160% della capienza? Significa che in una cella dove dovrebbero stare due persone, ce ne sono tre o quattro. Significa che il tempo per una doccia è ridotto, che lo spazio per camminare è inesistente, che le ore d’aria diventano momenti di tensione invece che di sollievo. Il sovraffollamento è il primo alleato del suicidio e dell’autolesionismo. Quando la speranza di un colloquio con un educatore svanisce perché l’educatore ha 200 fascicoli da gestire, il detenuto si sente abbandonato dallo Stato. E un detenuto che si sente abbandonato è un cittadino che non si riabiliterà mai. L’Articolo 27 della Costituzione non è un suggerimento filosofico, ma un obbligo giuridico: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Oggi, in molti istituti della Campania, questo articolo è sospeso. Anche il lavoro degli agenti subisce un impatto devastante. Operare in costante sotto-organico significa rinunciare ai diritti elementari (ferie, turni regolari) e vivere in uno stato di allerta perenne che porta inevitabilmente al burn-out. La sicurezza interna non si garantisce con la forza, ma con la gestione dei rapporti umani, che il sovraffollamento rende impossibili. Il bivio del 2026 - Il sistema penitenziario italiano è a un bivio storico. Le opzioni sono due: continuare con una gestione emergenziale fatta di piccoli “svuota-carceri” temporanei, o affrontare una riforma strutturale che ridisegni il senso della pena. Il monito che arriva dalla Campania è chiaro: senza un cambio di rotta che includa la liberazione anticipata speciale, il potenziamento delle misure alternative e un investimento massiccio sulle risorse umane, il rischio è quello di una crisi permanente. Una crisi che non resterà confinata dietro le sbarre, perché un carcere che non rieduca produce recidiva, e la recidiva produce nuova insicurezza per tutti i cittadini. La politica è chiamata a decidere se il carcere debba essere una discarica sociale o un luogo di legalità e recupero. I dati del febbraio 2026 dicono che il tempo delle riflessioni è scaduto. Ora serve il coraggio delle decisioni. I trasferimenti dei detenuti sono un buco nero. Nordio risponde ma i numeri regionali spariscono di Salvatore Saggiomo* artestv.it, 11 febbraio 2026 Otto mesi per ottenere una risposta formale dal Ministero della Giustizia e quando finalmente il ministro Carlo Nordio replica all’interrogazione depositata a giugno dal deputato di Italia Viva Roberto Giachetti il risultato è un documento fitto di numeri, circolari, richiami normativi e spiegazioni procedurali che però lascia scoperto proprio il punto politicamente più sensibile: quanti sono gli sfollamenti disposti dai singoli provveditorati regionali e come sono distribuiti nei diversi distretti penitenziari italiani. L’interrogazione di Giachetti era chiara, puntuale, costruita anche con il contributo di Rita Bernardini dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, e partiva da un dato di realtà che nessuno può più ignorare, il sovraffollamento strutturale delle carceri italiane, con una media nazionale che supera il 134 per cento e istituti che viaggiano ben oltre quella soglia, trasformando ogni trasferimento in una misura tampone che spesso sposta il problema senza risolverlo. Giachetti chiedeva numeri precisi, dettagliati per ciascuno degli undici provveditorati regionali, per capire quanti detenuti vengano spostati all’interno dei distretti, per quali ragioni, con quali effetti concreti sulla loro vita detentiva e sui loro diritti. La risposta ministeriale, invece, dedica un’ampia premessa a ricordare che i trasferimenti non sono meri atti amministrativi ma incidono su aspetti delicati della vita dei detenuti e sulle attività trattamentali, cita l’articolo 83 del DPR 230/2000, richiama circolari del 2014 e del 2022, sottolinea il termine di sessanta giorni per riscontrare le istanze e la possibilità di reclamo, ribadisce il principio di territorialità e descrive minuziosamente ciò che l’istituto di partenza dovrebbe fare prima del trasferimento, dalla perquisizione alla visita medica, dalla consegna degli effetti personali alla trasmissione del peculio e della cartella clinica. Tutto corretto sul piano formale, ma non era questo il cuore della domanda parlamentare. Quando si passa ai dati, emergono cifre relative ai trasferimenti disposti centralmente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: nel 2024 sessantasei provvedimenti deflattivi per 1.244 detenuti, nel 2025 fino al 25 novembre quarantaquattro provvedimenti per 872 detenuti, poi 608 trasferimenti per motivi familiari nel 2024 e 444 nel 2025, 483 per ordine e sicurezza nel 2024 e 599 nel 2025, 49 per motivi di salute nel 2024 e 50 nel 2025, numeri ancora più rilevanti per il circuito di alta sicurezza AS3 con 21 sfollamenti nel 2024 per 310 detenuti e 24 nel 2025 per 500 detenuti, oltre a 618 trasferimenti per esigenze di sicurezza nel 2024 e 1.512 nel 2025. Una mole di cifre che però riguarda esclusivamente i trasferimenti extra distretto, gli unici di competenza del Dipartimento centrale, come lo stesso Ministero precisa nero su bianco, ricordando che quelli distrettuali sono di competenza dei provveditorati regionali. Ed è qui che si apre il vuoto. Perché proprio su quei trasferimenti interni ai distretti, potenzialmente numerosissimi e spesso legati a emergenze strutturali come incendi o crolli, la risposta si limita a poche righe generiche: dai prospetti trasmessi dai provveditorati si ricaverebbe, “in estrema sintesi”, che il maggior numero di trasferimenti è adottato per motivi di ordine e sicurezza, familiari e deflattivi. Nessun numero, nessuna ripartizione per singolo provveditorato, nessuna indicazione quantitativa che consenta al Parlamento e all’opinione pubblica di comprendere la reale dimensione del fenomeno. Eppure gli esempi concreti non mancano, basti pensare ai detenuti spostati da San Vittore a Opera dopo l’incendio che ha reso inagibile una sezione del carcere milanese o a quelli trasferiti da Regina Coeli a Rebibbia dopo il crollo della seconda rotonda, operazioni che hanno coinvolto decine se non centinaia di persone, con effetti immediati sui percorsi trattamentali, sulle relazioni familiari, sull’accesso al lavoro interno e persino sulla continuità delle cure sanitarie. L’interrogazione di Giachetti elencava otto problemi concreti legati agli sfollamenti: il rischio di finire in istituti ancora più sovraffollati, l’allontanamento dalla famiglia in potenziale contrasto con l’articolo 42 dell’ordinamento penitenziario, la perdita di parte del bagaglio e del peculio, la necessità di ripresentare istanze per telefonate e colloqui, il ritorno in fondo alle graduatorie per il lavoro, l’azzeramento del percorso trattamentale, la mancata trasmissione tempestiva della cartella clinica, l’assenza di consegna del regolamento d’istituto. Otto criticità che richiedevano una fotografia completa del fenomeno per valutare eventuali interventi correttivi. Invece, dopo otto mesi di attesa, il Parlamento riceve una risposta che copre solo metà del campo, fornendo dati centrali ma lasciando nell’ombra quelli regionali, come se fossero irrilevanti o come se non fosse necessario aggregarli e renderli pubblici. Il risultato è un quadro parziale che non consente di misurare l’impatto reale degli sfollamenti disposti a livello locale, proprio quelli che nella prassi quotidiana possono incidere di più sulla vita dei detenuti e sulla gestione degli istituti. Resta così un buco nero statistico che pesa politicamente, perché senza numeri dettagliati per ciascun provveditorato diventa impossibile capire se esistano differenze significative tra territori, se alcuni distretti ricorrano più frequentemente agli sfollamenti, se le misure deflattive siano distribuite in modo equilibrato o se, al contrario, si stia semplicemente spostando il sovraffollamento da un carcere all’altro. Otto mesi per una risposta articolata ma incompleta, che ribadisce principi e procedure ma non scioglie il nodo della trasparenza sui trasferimenti regionali, lasciando aperta una domanda fondamentale: quanti detenuti vengono realmente sradicati ogni anno all’interno dei distretti penitenziari italiani e con quali conseguenze concrete sulle loro vite e sui loro diritti. *Garante dei diritti dei detenuti della provincia di Caserta Delmastro: “Più espulsioni per gli stranieri condannati” di Patrizia Floder Reitter La Verità, 11 febbraio 2026 Il sottosegretario alla Giustizia: “La reclusione nel Paese d’origine di chi commette reati è possibile solo con il consenso del reo. Il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non dovrebbe più sospendere gli allontanamenti. Serve più durezza. “Sono quotidianamente assediato da richieste di provvedimenti svuotacarceri, sul presupposto che saremmo un sistema carcerocentrico. Se abbiamo circa 60.000 detenuti e 144.822 persone “in area penale esterna”, vuol dire che ci sono più condannati fuori che dentro”. Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, interviene sul tema sollevato dal direttore Maurizio Belpietro nell’editoriale di ieri. Uno su cinque di coloro che usufruiscono di misure alternative alla detenzione è straniero. Ci sono 30.279 immigrati, condannati per reati anche reiterati, che restano in circolazione. Liberi di tornare a delinquere come spesso capita. Spedirli in galera sembra un’impresa quasi impossibile e, se ci sono stati, non si conoscono i provvedimenti di revoca delle pene alternative. Sottosegretario, possibile che non ci sia una soluzione? “La questione va affrontata soprattutto per i 50.000 stranieri con problemi di giustizia nel nostro Paese: oltre 30.000 in area esterna e 20.000 nelle carceri. Problema ancora più inquietante nel Nord Italia, dove maggiore è la presenza di immigrati. Basti pensare che nella casa circondariale Bozza di Bologna ci sono 377 detenuti italiani e 493 stranieri; al San Vittore di Milano gli italiani sono 318 e ben 621 gli stranieri”. E rispedire nei Paesi d’origine chi ha commesso reati in Italia? “Le misure possibili sono due. La detenzione nel Paese d’origine di chi commette reati, che prevede però il consenso da parte del detenuto. Può essere d’accordo a scontare la pena “casa sua”, dove magari ha famiglia, ma non è una strada che offre molte adesioni. Difficilmente chi ha assaggiato la civiltà delle nostre galere decide di tornare in Nord Africa o da dove proveniva”. Non credo che si dimezzerebbe il gran numero di stranieri condannati, che circolano per le nostre strade... “Bisogna fare accordi. La scorsa settimana abbiamo siglato un trattato bilaterale con la Tunisia che si è resa disponibile, sempre previo consenso del detenuto, all’esecuzione penale presso il Paese d’origine. E stiamo spiegando questa opportunità ai detenuti, nella loro lingua. L’altra misura prevista è l’espulsione”. Ecco, appunto, perché non si ricorre più spesso all’allontanamento dello straniero che delinque? “L’espulsione deve sempre passare da un provvedimento giudiziale, siamo riusciti ad aumentarne il numero del 20% da quando si è insediato questo governo e del 10% dal 2024 al 2025. C’è una difficoltà esecutiva che stiamo cercando di risolvere, perché gli Stati africani fanno resistenza legale a queste misure. Per loro non sono gravose, in quanto le persone espulse arriverebbero libere, ma invocano problemi di sicurezza. Vogliono il passaporto di chi intendiamo espellere, quando il più delle volte gli immigrati ne sono privi; vogliono essere certi che sia un loro connazionale, avanzano una richiesta molto formale di documentazione. Stiamo lavorando per ammorbidire le procedure”. Quindi, trovando i giusti accordi, l’espulsione è la strada più percorribile? “Sicuramente. E bisognerebbe far sì che il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non sospenda più la misura dell’espulsione, come oggi avviene”. Intanto, come si mette un freno alle aggressioni degli “adulti in area penale esterna”, che risultano fuori controllo? “A fronte della violazione di talune prescrizioni in misura alternativa alla detenzione, bisognerebbe intervenire con più durezza. Ma non compete alla politica”. Lei non lo dice ma è evidente, deve essere la magistratura agire diversamente... “Sono scelte di un altro potere. Certo, io non da sottosegretario ma da cittadino a volte mi chiedo perché persone che, pur beneficiando di una misura di grande magnanimità e generosità che è quella alternativa alla detenzione, violino le prescrizioni e non finiscano in carcere. La qualificazione giuridica del reato, la meritevolezza della misura alternativa sono fatti interpretativi. Ritengo che i provvedimenti dei giudici debbano essere eseguiti e rispettati, ma possono essere discussi”. Si riferisce a qualche provvedimento recente? “Sono stranito di vivere in una nazione dove chi prende a martellate un poliziotto non viene imputato di tentato omicidio e beneficia immediatamente di una misura alternativa alla carcerazione preventiva. Non conosco il fascicolo processuale del vicebrigadiere condannato a tre anni per “eccesso colposo nell’uso legittimo di armi”, ma non ho visto altrettanta magnanimità”. Nemmeno le attenuanti generiche gli sono state concesse... “Che in Italia non si negano a nessuno. A un carabiniere sì? Così come sono stranito che persone che sono già state giudicate per altri reati, pur violando determinate prescrizioni continuino a godere di questi privilegi alternativi. Devono tornare in carcere. Ritengo che i giudici debbano essere inamovibili, indipendenti ma non insindacabili: solo gli ayatollah rivendicano l’insindacabilità. Il premier Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente, dobbiamo tutti lavorare per la sicurezza. Noi ci stiamo provando, però ognuno deve fare la sua parte”. Alemanno: “Non chiedo la grazia perché sono innocente” di Piero Sansonetti L’Unità, 11 febbraio 2026 “Ho sempre avuto condanne superiori alle richieste dei pubblici ministeri, tranne che in Cassazione. Il reato principale, il traffico d’influenze finalizzato ad un abuso d’ufficio, non esiste più”. Gianni Alemanno è in prigione da più di un anno. È stato condannato nonostante tanti dubbi e gli è stata negata la condizionale. Alemanno è stato Ministro, Sindaco di Roma, dirigente di primo piano del Msi e poi di Alleanza nazionale. Forse davanti ai tribunali ha pagato anche per la sua militanza. Lo abbiamo intervistato scambiandoci domande e risposte dal carcere di Rebibbia. Lei è in prigione da più di un anno. Provi con poche battute a descrivermi questa esperienza sul piano umano... Da un lato è un’esperienza feroce e dolorosa, perché ti mette a diretto contatto non solo con gli errori umani di chi è detenuto ma anche con tutte le follie burocratiche e giudiziarie dello Stato italiano. Qui vedi gli effetti finali di un sistema penale inadeguato, di una burocrazia penitenziaria che non riesce a fare rieducazione e di una politica che preferisce la demagogia invece di affrontare le emergenze reali. Dall’altro lato è una specie di “anno sabatico” in cui ci si può mettere allo specchio, misurare e approfondire la propria centratura spirituale, fisica e intellettuale, capire i propri errori e dare significato al tempo che passa. Senza voler fare San Francesco, posso dire che soffro più per le altre persone detenute che per me stesso. E sul piano politico è cambiato qualcosa nel suo modo di pensare? Ho approfondito il mio modo di pensare ma non l’ho certo cambiato. Ho sempre pensato che infierire sulle persone detenute non servisse a nulla e che il rigore debba sempre essere accompagnato dalla solidarietà e dal riscatto per chi se lo merita. Ero già stato iscritto a Nessuno tocchi Caino, mi sono sempre battuto contro la pena di morte nel mondo e da parlamentare ho votato a favore dell’ultimo indulto che è stato fatto in Italia nel 2006. Sul piano politico generale “sovranista sociale” ero e “sovranista sociale” sono rimasto, con più convinzione. Definisca il carcere... Mi dispiace dirlo, ma è una realtà che somiglia sempre più a “Il processo” di Kafka. Come abbiamo raccontato io e Fabio Falbo nel libro “L’emergenza negata” scritto qui in carcere: “Qualsiasi cittadino oggi può essere raggiunto da un ordine di custodia cautelare o da una condanna definitiva, senza aver commesso un reato o senza essere stato consapevole di averlo commesso, oppure ricevendo un trattamento e una pena del tutto sproporzionati rispetto al pericolo sociale e al rilievo criminale del proprio comportamento.” Quali rapporti ha stabilito con gli altri detenuti? Rispetto reciproco assoluto e molta solidarietà. Per me il rapporto con gli altri “prigionieri” è una vera e propria “scuola di comunità” da tutti i punti di vista. Quando ti devi dividere tutto, dal cibo che cucini ai bisogni più elementari, dai piatti da lavare alla cella da pulire, dalla rabbia e dalla speranza che ti attraversano, impari che l’individualismo è un’illusione e che solo uno spirito comunitario può salvare la tua identità e dignità personale. Lei è favorevole ad un provvedimento di amnistia e indulto? Si, anche se non lo reputo realistico, se non altro perché è necessaria una maggioranza parlamentare di due terzi per approvarlo. Ma qualcosa per ridurre il sovraffollamento carcerario bisogna assolutamente che sia fatta, perché questa è la grande “emergenza negata” che rende impossibile qualsiasi funzionamento reale delle carceri italiane, sia in termini di sicurezza che in termini di riabilitazione. Un carcere sovraffollato è un meccanismo anti-meritocratico: fa ristagnare inutilmente chi vorrebbe cambiare vita, diventa “l’università del crimine” per chi vuole continuare a sbagliare. Ci sono in merito molte proposte che legano la scarcerazione alla buona condotta come la “liberazione anticipata speciale” proposta dall’onorevole Giachetti e recepita dal Presidente La Russa. Se continuiamo così, alla fine della legislatura del Governo Meloni saremo oltre il 150% di sovraffollamento carcerario, una percentuale mai raggiunta prima. Lei è in prigione per ragioni che io ritengo molto discutibili, dopo aver subito un processo travolgente, con accuse infamanti (“Mafia capitale”) concluso con l’assoluzione da tutte le imputazioni principali. Si sente perseguitato? Sì, mi sento perseguitato, sia per la volontà deliberata di alcuni magistrati, sia per l’inadeguatezza e la superficialità di altri. Non solo io sono innocente ma, salvo che in Cassazione, ho sempre avuto condanne superiori alle richieste dei pubblici ministeri. Di più: il reato principale per cui sono stato condannato - il traffico d’influenze finalizzato ad un abuso d’ufficio - oggi non esiste più, dopo la riforma che ha abolito l’abuso d’ufficio. Non solo non ho commesso i fatti che mi sono stati addebitati, ma questi fatti, anche se li avessi commessi, oggi non costituisco più reato. Avrebbe potuto chiedere la Grazia al Presidente della Repubblica. Perché non lo ha fatto? Molti amici, anche autorevoli, mi hanno sollecitato a chiedere la Grazia. Non l’ho fatto perché chiedere la Grazia significa ammettere, almeno implicitamente, la propria colpevolezza. Io non voglio essere graziato, io voglio essere assolto. All’inizio di questa vicenda giudiziaria ho rifiutato di patteggiare una condanna a due anni per corruzione. Sarebbe stato comodo, ma significava ammettere reati che non avevo commesso. E infatti la corruzione è stata cancellata dalla Cassazione. Adesso, dopo che la giustizia italiana ha respinto tutte le mie istanze, la Corte Europea dei Diritti Umani ha dichiarato ammissibile il mio ricorso e nei prossimi mesi a Strasburgo si svolgerà un’udienza che sarà il capitolo finale in questa lunghissima vicenda giudiziaria. Certo, è paradossale che un sovranista come me debba ricorrere alla giustizia europea, ma questa è la situazione della giustizia italiana, la “patria del diritto”. Poi, c’è un altro aspetto che rende per me impercorribile la strada della Grazia: se fosse stata accolta, al di là di tutte le ottime motivazioni e della imparzialità del Quirinale, avrei fatto la figura del “politico privilegiato” che viene aiutato a “trovare una scappatoia” per uscire dal Carcere. Non è la mia storia e non rispetta la mia dignità. Preferisco che il Presidente Mattarella riservi tutto il suo potere di grazia per le migliaia di casi di persone abbandonate e indifese che languono nelle carceri italiane. L’Alemanno che tra qualche mese uscirà da Rebibbia assomiglia all’Alemanno che ci è entrato? Non sta a me giudicarlo. Io ho cercato di utilizzare tutto questo “tempo sospeso” per diventare migliore come essere umano, ma saranno gli altri a dire se ci sono riuscito. Come vede lo scontro politico che è aperto oggi in Italia? Se parliamo dello scontro sul referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, credo che sia giusto votare Sì e credo che la sinistra italiana - pur con molte significative eccezioni - sbaglia a non vedere i problemi che affliggono la magistratura italiana, che non sono solo quelli della carenza di risorse e della sovrapproduzione di leggi penali da parte del Parlamento. Temo però che questa riforma non sia sufficiente a cambiare la situazione della Giustizia italiana. Più in generale vedo un Governo che, nonostante il protagonismo della Meloni, è molto deludente sulle grandi riforme e sulle grandi questioni internazionali, ma che ha la fortuna di avere un’opposizione politicamente inadeguata e culturalmente ancora più lontana dai problemi degli Italiani. La politica in questi mesi le ha espresso qualche solidarietà? Si, tanti vecchi amici del centrodestra e in particolare di Fratelli d’Italia sono venuti a trovarmi e mi hanno fatto sentire il loro affetto, come non sono mancate personalità del centrosinistra che mi hanno attestato la loro solidarietà. Il problema però è che io non chiedevo e non chiedo solidarietà per me stesso, chiedo serietà e attenzione per risolvere l’emergenza carceraria. E questo fino ad ora nel centrodestra - con l’unica eccezione del Presidente La Russa, è completamente mancato. Servizio civile nelle carceri: via libera al progetto del Dap di Marina Crisafi Il Sole 24 Ore, 11 febbraio 2026 Il Servizio civile universale arriva negli istituti penitenziari: approvato il progetto del Dap. 33 giovani volontari coinvolti in 11 carceri. Il Servizio civile universale entra, per la prima volta, negli istituti penitenziari. Il progetto è stato approvato dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap) del Ministero della Giustizia e sarà inserito nel prossimo bando per operatori volontari, in pubblicazione nelle prossime settimane. L’iniziativa consentirà ai giovani volontari di svolgere il Servizio civile all’interno delle carceri, supportando l’amministrazione penitenziaria nelle attività di rieducazione e di reinserimento sociale delle persone detenute. Il progetto coinvolge complessivamente undici istituti penitenziari distribuiti sull’intero territorio nazionale e prevede l’impiego di 33 giovani operatori volontari. Il progetto è finanziato tramite il decreto del Dipartimento per le Politiche giovanili e il Servizio civile universale del 4 febbraio e sarà inserito nel bando per operatori volontari che verrà pubblicato nelle prossime settimane. Il valore formativo dell’esperienza in carcere - Secondo quanto evidenziato dal sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, l’esperienza offrirà ai giovani la possibilità di conoscere da vicino il funzionamento dell’amministrazione penitenziaria e di confrontarsi con una realtà complessa, caratterizzata da una forte dimensione sociale e umana. “Offriremo ai ragazzi un’esperienza unica, dal profondo valore umano, che gli permetterà di conoscere l’amministrazione penitenziaria dal suo interno. Un’esperienza di vita che mi auguro possa portare questi giovani ad appassionarsi a questo mondo - ha affermato infatti il sottosegretario - e, perché no, a trovare uno sviluppo di carriera in questo ambito”. Come funziona il Servizio civile universale - Si ricorda che il Servizio civile universale (disciplinato dal D.Lgs. n. 40/2017 e s.m.i.) è una forma di impegno volontario che consente ai giovani di dedicare un periodo della propria vita - fino a dodici mesi - ad attività di interesse collettivo. Le iniziative si svolgono in ambiti quali l’assistenza, l’educazione, la tutela dei diritti, la promozione della pace e il sostegno alle comunità locali, secondo una concezione di difesa civile non armata e non violenta. Possono partecipare i giovani tra i 18 e i 28 anni, anche cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia. Il servizio rappresenta un’esperienza di formazione civica e personale, oltre che un’opportunità per acquisire competenze utili anche in ambito lavorativo. Ai volontari spetta un rimborso mensile pari a 519,47 euro e un percorso formativo articolato in una fase generale e in una specifica, legata al progetto svolto, per una durata complessiva non inferiore a 80 ore. Si tratta di un periodo di servizio che non costituisce un rapporto di lavoro ma che è riconosciuto ai fini previdenziali e prevede il possibile riconoscimento di crediti formativi da parte di scuole e università. Inoltre, la legge n. 74/2023 ha introdotto una riserva del 15% dei posti nei concorsi pubblici a favore di chi abbia concluso il Servizio civile universale senza demerito. Equivoci da rimuovere sul referendum di Enzo Cheli Corriere della Sera, 11 febbraio 2026 Sono molti gli equivoci che stanno nascendo e che più o meno maliziosamente vengono coltivati intorno alla riforma dell’ordinamento giudiziario su cui il popolo sarà chiamato a esprimere la propria opinione e il proprio voto con il referendum costituzionale del prossimo marzo. Equivoci che è bene chiarire per consentire agli elettori di fare una scelta veramente consapevole. La legge di riforma su cui a marzo il corpo elettorale sarà chiamato a fare questa scelta è una legge di revisione costituzionale composta da otto articoli che cambiano una norma relativa ai poteri del Capo dello Stato e sei norme relative alla composizione e ai poteri dell’attuale Consiglio Superiore quale organo di governo unitario della magistratura (gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110). Nella vulgata corrente, avallata dalla maggioranza, questa riforma sarebbe destinata semplicemente a separare le attuali carriere tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti, separazione che verrà ad assumere una fisionomia precisa in una futura legge ordinaria. La riforma, dunque, rappresenterebbe soltanto il completamento della riforma varata nel 1989 dal ministro Vassalli perché diretta a trasformare, attraverso la parità tra accusa e difesa, il nostro processo penale da inquisitorio in accusatorio. Legge, dunque, destinata più che a modificare a integrare la lettera e lo spirito del nostro impianto costituzionale. Ma solo di questo si tratta? La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era già stata avviata da una legge ordinaria con la recente riforma Cartabia e bastavano poche norme, sempre ordinarie, per completarla. Perché mettere in gioco oggi norme fondamentali dell’attuale impianto costituzionale del potere giudiziario? Il richiamo al nome di Vassalli, eroe della Resistenza, ha finito per rappresentare un forte appello alla sinistra che, in effetti, su questa riforma si è divisa. Ma Vassalli avrebbe condiviso una riforma di questo tipo? È lecito dubitarne e su questo vorrei offrire una testimonianza diretta per la lunga consuetudine di lavoro che con Vassalli, dopo la sua riforma, ho avuto l’onore di svolgere presso la Corte Costituzionale in tante cause che mettevano in gioco l’esercizio della giurisdizione penale. Vassalli era indubbiamente molto convinto della necessità di rafforzare l’imparzialità del giudice attraverso la parità tra accusa e difesa con il conseguente distacco del pubblico ministero dall’organo giudicante, ma era altrettanto convinto della necessità di garantire l’assoluta indipendenza del potere giurisdizionale, in tutte le sue componenti, attraverso la presenza di un organo di governo di rilievo costituzionale quale il Consiglio Superiore così come definito dalla Costituzione. Ritengo che nella visione di Vassalli la separazione delle carriere, considerata necessaria, non comportasse anche una divisione dell’organo di governo del potere giudiziario che dalla divisione sarebbe risultato indebolito nella sua funzione di difesa dell’indipendenza. Il fatto è che la causa di queste divergenti opinioni nasce in realtà tutta dall’ambiguità di questa riforma che si presta a letture diverse. Secondo una prima lettura minimalista, avallata dai proponenti, la riforma si limiterebbe semplicemente ad aprire la strada per una separazione delle carriere. Ma si tratta di una lettura difficile da condividere se si osserva che per questo scopo, come si è detto, sarebbe bastato una semplice legge ordinaria di completamento della riforma Cartabia. Emerge di conseguenza una seconda lettura, sostanziale e finalistica, condivisa dagli opponenti, secondo cui la riforma viene a rappresentare un colpo mancino alla Costituzione perché attraverso la divisione del Consiglio Superiore in due organi distinti intende in realtà non tanto completare la separazione delle carriere, quanto avviare un processo di indebolimento del potere giudiziario. Tesi questa a mio avviso più convincente, nonostante la conferma formale dell’indipendenza contenuta in un comma dell’articolo 104, se si pensa anche ad altre norme di contorno della riforma quali la sostituzione dell’elezione con il sorteggio dei componenti i due organi e l’istituzione vagamente intimidatoria di una Alta Corte disciplinare del tutto autoreferenziale e costruita in deroga all’attuale divieto costituzionale di giurisdizioni speciali. Da qui il timore, condiviso dall’Associazione Nazionale dei Magistrati, del fatto che questa riforma sia solo il primo passo per attuare un disegno più vasto a danno dell’autonomia non solo della magistratura requirente, ma di tutta la magistratura. La prospettiva forse non è irrealistica se si pensa agli indirizzi che questa maggioranza ha dichiarato e seguita a perseguire fin dal suo insediamento tanto sul terreno delle libertà e dei loro limiti ai fini della sicurezza quanto sul terreno di una divisione dei poteri messa a rischio dalla proposta del premierato. Opporsi a questa riforma in questo quadro, che le vicende internazionali stanno sempre più aggravando, per garantire l’indipendenza del potere giudiziario attraverso l’unità e la forza rappresentativa dell’attuale Consiglio Superiore significa dunque, più che un “gridare al lupo”, opporsi alla erosione di uno degli assi portanti della nostra democrazia. Certo è che il referendum costituzionale che stiamo per affrontare non pone, per i suoi possibili sviluppi, un problema soltanto tecnico. Ma la riforma della giustizia serve a cambiare le sentenze? di Glauco Giostra Avvenire, 11 febbraio 2026 Le critiche ripetute ai giudici fanno nascere un sospetto. Qualcosa non torna. Siamo oramai abituati alle aspre critiche che i politici nostrani rivolgono a iniziative o a provvedimenti giudiziari, screditando la giurisdizione. Da qualche tempo, però, nelle dichiarazioni di importanti esponenti della maggioranza, viene anche indicata la soluzione per superare questo dato conflittuale, deleterio per la democrazia: nel senso non già di evitare le censure, ma di riuscire a scongiurare provvedimenti ritenuti censurabili. Limitandoci per ragioni di spazio solo ad alcuni esempi. Quando il pubblico ministero promosse ricorso in Cassazione contro il provvedimento con cui il ministro Salvini era stato assolto nel caso “Open arms”, lo stesso Ministro definì il ricorso surreale o un atto di accanimento giudiziario, ritenendolo ingiustificato e politicizzato, auspicando la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati. Nella sentenza della Corte dei Conti relativa al progetto di Ponte sullo stretto di Messina è stato ravvisato “un altro atto di invasione di giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”, dalla Premier, secondo la quale “la riforma costituzionale della giustizia e della magistratura contabile rappresentano la risposta più appropriata a questa intrusività”. A giudizio di autorevoli politici della maggioranza, il recente provvedimento con cui il Gip di Torino ha scarcerato manifestanti coinvolti negli scontri del 31 gennaio, ha più natura politica che giudiziaria, dimostrando “la necessità morale di votare sì al referendum sulla giustizia”. Negli ultimi giorni, infine, l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione è stata oggetto di gravi critiche da parte di importanti esponenti della maggioranza. “Dopo la decisione dell’Alta Corte non ci sono più dubbi - secondo il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami - sulla necessità della riforma Nordio”. Per non addivenire a deprimenti e preoccupanti conclusioni, proviamo a presupporre che importanti figure istituzionali siano ben consapevoli che la funzione giurisdizionale, a differenza di tutte le altre pubbliche funzioni di natura politica, non si giudica dal risultato ottenuto, ma dal metodo seguito per ottenerlo; che la giurisdizione non obbedisce ad un programma di scopo, ma ad un programma condizionale (se si è verificato A, deve seguire la conseguenza B prevista per legge); che quindi ogni pronunciamento giudiziario può essere giudicato, ovviamente in modo anche severamente critico, solo dopo avere approfondito il percorso procedimentale seguito e la motivazione, verificando ed eventualmente denunciando i deragliamenti dell’uno o le incongruenze della seconda; che, quindi, se alla lettura del solo dispositivo giudichiamo una sentenza “vergognosa” o siamo in malafede o siamo giuridicamente e costituzionalmente analfabeti. Volendo credere che le gravi censure rivolte a certi pronunciamenti giudiziari siano frutto di competente e responsabile esame del procedimento da cui sono scaturiti - e non dello sconsiderato impulso a delegittimare chi ha emesso un pronunciamento non gradito - si dovrebbe prendere atto che abbiamo magistrati di ogni ordine e grado politicizzati, determinati ad invadere e ad intralciare l’azione del governo. Ma se autorevoli esponenti della maggioranza, confidano nella riforma in itinere per porvi rimedio, tanto che il ministro Nordio ricorda all’Opposizione che la stessa potrà garantirle “la propria libertà di azione domani”, quando sarà al Governo, qualcosa proprio non torna. Perché la riforma in attesa di validazione referendaria dovrebbe porvi rimedio? Come sarà possibile intervenire in via preventiva o successiva per impedire questi gravi sbinariamenti della giurisdizione volti a ostacolare l’azione del Governo? Qualcosa proprio non torna. Sembra una giacca abbottonata non in corrispondenza delle asole. Solo una lettura restituisce senso: la separazione delle carriere, da tempo caldeggiata da larga parte del mondo forense e rispettosa del rapporto tra i Poteri dello Stato, esibiva una motivazione ideale, ovviamente opinabile, ma trasparente; inglobata nell’attuale proposta governativa, lascia intravedere, stando agli obiettivi dichiarati dai proponenti, un inquietante, minaccioso movente politico. Ferrua: “Favorevole alla separazione delle carriere ma la riforma è punitiva, voto scheda bianca” di Massimiliano Nerozzi Corriere della Sera, 11 febbraio 2026 L’Emerito di Procedura penale: da sempre per la separazione delle carriere, ma contrario a due Csm e Alta corte. Colpo di scena: “Allo stato attuale, sarei per la scheda bianca”, dice verso la fine dell’intervento il professor Paolo Ferrua, emerito di diritto processuale penale e, da sempre, alfiere del processo accusatorio e, quindi, della separazione delle carriere. Se ne discuteva lunedì alla Casa valdese - “Dialogo ragionato sulla riforma della giustizia” - in una chiacchierata davanti a pensionati, studenti, insegnanti, avvocati, rispettando la premessa (e la promessa) del moderatore Francesco Mosetto, giudice penale del tribunale: “Si dialoga senza prendersi a mazzate, come purtroppo avviene sempre più spesso”. Al tavolo dei relatori anche la giudice Giulia Locati, della sezione lavoro della corte d’appello e, da esponente di Md, membro del comitato per il no al referendum. Analizzata la riforma Nordio con la chiarezza di un libro stampato, Ferrua passa alle (proprie) conclusioni: “Le Camere penali, quelle che ho ammirato, da sostenitore del processo accusatorio e per questo favorevole alla separazione delle carriere, sono anche quelle che più mi hanno deluso. Avevano il compito di difendere il processo accusatorio dalle riforme, come la Cartabia, che invece l’hanno distrutto”. Di più: “Provo un brivido quando si dice che serve la separazione per il processo accusatorio, perché oggi abbiamo un processo mezzo inquisitorio”. Detto da chi, in un manifesto per un dibattito, era finito tra i testimonial per il sì: “Posso capire che le Camere penali mi vedano come uno che le tradisce, ma qui le nostre strade si dividono: nel doppio Csm e nell’alta corte vedo un intento punitivo verso la magistratura”. E ancora: “Follia l’idea del sorteggio del Csm, guarda caso gli altri (membri laici, ndr) sono eletti da uno temperato”. Corollario: “Il rimedio del sorteggio non elimina patteggiamenti e accordi, come accade nelle università: se ci sono persone immorali, tutto continua come prima”. Seguono “altri vizi”, sull’alta corte: “Ha un appello, che si svolge davanti allo stesso giudice, ma con diversa composizione. Non si sa, a tutt’oggi, se ci sarà ricorso in Cassazione: nella sua magnanimità, Nordio dice che ci sarà, ma la norma non lo prevede”. Locati sottolinea l’impatto sui cittadini: “Ne avrà zero sull’efficienza della giustizia, come ha ammesso Giulia Bongiorno (presidente commissione Giustizia del Senato, ndr), ma ne avrà molti su come il giudice affronterà certe controversie”. Fa l’esempio delle sentenze sull’anatocismo bancario: “Un giudice piccoletto si è trovato tra un gruppo bancario e un cittadino, ma aveva un sistema di garanzie che lo proteggevano”. Sostiene che la carriera unica non influenzi le sentenze - “I dati ci dicono che il 40% delle richieste dei pm vengono rigettate dai giudici” - e consiglia: “Se siete indecisi, nel dubbio, la Costituzione non si tocca”. No all’estradizione in Brasile: “Carceri inumane e affollate, si soffre la fame e la sete” di Simona Lorenzetti Corriere di Torino, 11 febbraio 2026 Liberato un 31enne giapponese: era accusato di falso e riciclaggio. No all’estradizione in Brasile, perché nelle carceri sudamericane il detenuto potrebbe essere “esposto a trattamenti inumani e degradanti” a causa delle condizioni in cui versano gli istituti: le “strutture sono fatiscenti”, ci sono “carenze igienico-sanitarie” e si registra un costante “sovraffollamento”. Lo scrive la Corte d’appello di Torino nella sentenza con la quale ha disposto l’immediata liberazione di un uomo arrestato nell’agosto dell’anno scorso a Valtournenche. Protagonista dell’estradizione mancata è un giapponese di 31 anni, fermato in Valle d’Aosta per un normale controllo. Controllo dal quale emerge che nei suoi confronti era stato emesso fin dal settembre 2022 un mandato di cattura delle autorità brasiliane: è accusato di associazione a delinquere, falso ideologico e riciclaggio (reati commessi in Brasile tra il 2018 e il 2021 e puniti con la pena massima di reclusione di dieci anni). Ed è così che il 31enne finisce in carcere ad Aosta, dove rimarrà fino a pochi giorni fa. Da un punto di vista formale, i documenti a sostegno dell’estradizione erano in regola: nulla sembrava essere da ostacolo alla futura partenza dell’uomo alla volta del Sudamerica. Ma fin dalle prime udienze - che scandiranno l’iter processuale - emerge la critica situazione carceraria del Paese. In un’articolata memoria depositata ai giudici, i difensori del 31enne - gli avvocati Cosimo Palumbo e Federico Papa - richiamano un report dell’ottobre 2024 redatto dal ministero brasiliano dei Diritti Umani sulla prevenzione e la lotta alla tortura nelle principali carceri di San Paolo, tra cui quello di Guarulhos a cui era destinato l’indagato. La fotografia che mostra il dossier è impietosa: i detenuti raccontano di soffrire la fame e la sete (il cibo che viene servito è spesso avariato e l’acqua viene fornita solo tre volte al giorno), di condizioni igieniche precarie che alimentano il diffondersi di malattie (presenza di blatte, ratti, immondizia sui pavimenti e forte odore di fogna), di un’assistenza medica e sanitaria pressoché inesistente (carenze di medicine). Non solo, tra gli elementi che vengono messi in luce pure un sovraffollamento che costringerebbe i detenuti a vivere anche in 18 nella stessa cella: i dati dicono che a fronte di una capienza di 1.200 persone, l’istituto ne ospita 1.800. Nel corso dell’istruttoria la Corte ripetutamente chiede informazioni al Brasile sulle condizioni del carcere, ricevendo però risposte evasive e generiche. La decisione dei giudici è giunta nei giorni scorsi, con un provvedimento nel quale si sottolineano tutte le carenze - compreso il sovraffollamento - che esporrebbero il 31enne a un “trattamento inumano e degradante” e si ordina l’immediata scarcerazione dell’uomo, rimasto tuttavia in carcere 6 mesi ad Aosta in attesa che le autorità brasiliane rispondessero alle istanze della Corte. “Siamo ovviamente molto soddisfatti del provvedimento che ha impedito che il nostro assistito potesse vivere le condizioni di disumanità delle carceri brasiliane - spiegano gli avvocati Palumbo e Papa -. Resta lo sconforto nella lettura dei numeri del sovraffollamento in quel Paese, molto simili a quelli italiani. Dobbiamo chiederci se le condizioni di disumanità non valgano anche per le carceri italiane, dove la situazione rimane drammatica ed è quanto mai necessario un intervento del legislatore”. I dati sulla presenza carceraria nel nostro Paese parlano di una media nazionale di sovraffollamento del 138 per cento: ad esempio, nel carcere Lorusso e Cutugno vivono 1.481 detenuti a fronte di una capienza di 1.094 (la percentuale è del 135 per cento). Campania. Sovraffollamento record nelle carceri, a Poggioreale al 167 per cento Il Dubbio, 11 febbraio 2026 A febbraio 2026 il tasso nazionale è al 138%, in Campania istituti oltre il 150%. Ciambriello chiede misure urgenti e più liberazione anticipata. Il sovraffollamento carceri Campania supera ormai la soglia dell’emergenza e si inserisce in un quadro nazionale sempre più critico. I dati aggiornati a febbraio 2026 fotografano un sistema penitenziario sotto pressione, con un tasso di affollamento in Italia pari al 138,26 per cento: 63.703 detenuti a fronte di 46.074 posti effettivamente disponibili. Dei 51.271 posti regolamentari complessivi, ben 5.197 risultano non disponibili, segnale di un deterioramento strutturale che incide sulla capienza reale degli istituti. Il dato più estremo si registra a Lucca, dove l’affollamento ha raggiunto il 257 per cento. Poggioreale simbolo dell’emergenza - In Campania la situazione assume contorni ancora più marcati. L’istituto di Napoli Poggioreale ospita 2.194 detenuti su 1.313 posti disponibili, con un tasso del 167 per cento. Un dato che si intreccia con la carenza di personale: su un organico previsto di 828 unità di polizia penitenziaria, ne mancano 167, pari a una scopertura del 20,17 per cento. Un quadro che, rapportato a un affollamento reale vicino al 168 per cento, rende evidente la difficoltà di garantire sicurezza interna e condizioni di detenzione adeguate. I numeri negli altri istituti campani - La criticità non riguarda solo Poggioreale. A Salerno i detenuti sono 611 su 376 posti (162 per cento); a Benevento 396 su 248 (160 per cento); a Sant’Angelo dei Lombardi 194 su 124 (156 per cento); a Santa Maria Capua Vetere 1.035 su 676 (153 per cento). Seguono Arienzo con il 148 per cento, Ariano Irpino al 140, Avellino al 139, Napoli Secondigliano al 138, Vallo della Lucania al 135 e Aversa al 130 per cento. Fanno eccezione soltanto Lauro, istituto a custodia attenuata per madri, con un tasso del 12 per cento, ed Eboli, al 76 per cento, casi isolati in un contesto regionale definito compromesso. L’allarme del Garante Samuele Ciambriello - A lanciare l’allarme è Samuele Ciambriello, garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. “Il sovraffollamento, unito alla grave carenza di personale, incide direttamente sulle condizioni di vita delle persone detenute, sulla sicurezza interna e sulle condizioni di lavoro degli operatori penitenziari, rendendo sempre più difficile garantire i diritti fondamentali e la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione”, afferma. Secondo Ciambriello “i dati confermano l’urgenza di interventi deflattivi, la riduzione del ricorso alla carcerazione preventiva, il rafforzamento delle misure alternative, il recupero dei posti non disponibili e un immediato piano di assunzioni per la polizia penitenziaria e per le figure sociosanitarie”. Il garante chiede inoltre un intervento sulla liberazione anticipata: “Serve che passi da 45 a 75 giorni, in termini politici è il minimo sindacale, in termini di dignità politica”. Una crisi strutturale che interroga il sistema - Il sovraffollamento carceri Campania, inserito in un contesto nazionale già oltre la soglia di guardia, riapre il dibattito sulle politiche penitenziarie. “Senza un cambio di rotta - non nuove carceri ma carceri nuove - il rischio è quello di una crisi permanente del sistema penitenziario campano, con conseguenze gravi sul piano umano, giuridico e sociale”, conclude Ciambriello. Padova. “Il corso non c’è” di Angelo Ferrarini* Ristetti Orizzonti, 11 febbraio 2026 Due settimane fa sono andato in carcere per il corso settimanale al primo piano Alta Sicurezza. Il cancello era aperto. Strano, suono ugualmente. Arriva il giovane assistente. -Le aule sono tutte occupate, mi dice gentile. Ci sono i colloqui degli educatori. -Aspetto qui. -Non so quando finiranno e qui non c’è posto. -Torno lunedì prossimo… -Non so se domani sia possibile. -Beh, telefonerò in direzione. -Non credo che lo sappiano. Ci guardiamo, un sorriso. Non l’ho mai visto qui, forse nuovo. Torno al cancello, prendo l’ascensore. Al piano terra ci sono tre persone, due sono agenti, a metà corridoio davanti a me. Uno è Ignazio, in jeans, con la sua camicia a scacchi neri e blu. Lo prendo sotto braccio, è forte, lo pensavo grasso, invece è compatto, muscoloso. -Ciao Ignazio. Gli agenti fanno spazio al nostro colloquio, stanno due passi avanti, ci precedono. Ignazio, cosa succede, cosa fa qui? -Un disastro, ci trasferiscono tutti. -Quando? -Oggi. -A casa lo sanno? Ho chiamato stamattina. Le guardie girano a sinistra nel corridoio degli uffici. Ignazio si gira verso di me. -Arrivederci professore. Non c’è tempo per altro. Cammino verso il blocco. La parola disastro mi gira dentro. La guardia fa scorrere il cancello senza chiedermi il nome, mi ha visto cinque minuti fa. Fa un accenno di sorriso. Ci siam già visti in questi 6 mesi. Passo nello spazio aperto e poi di nuovo sono nel primo grande edificio, odore di gasolio e mezzi parcheggiati neri. Disastro è la parola di Ignazio. Anche al corso diceva parole forti e sintetiche. Parlava ad alta voce, quasi urlava. “-Ignazio, come parli! -Io parlo così!” Oggi invece ha sussurrato, con i suoi occhi sicuri, grandi e diretti. È successo quello che si temeva da tempo, da anni, e poi da mesi, con le nuove voci di trasferimenti. Questa scuola è così. Arrivano le decisioni e sono subito esecutive. La scuola così non c’è più. Chiusa. Finite le lezioni. Andati via gli alunni. Senza parole, saluti, una qualche conclusione o arrivederci e poi buone vacanze. Non trovo giusta la faccenda. Per nessuno. Chi l’ha deciso? Chi può farlo? In una scuola normale si passa attraverso varie tappe. Qui si deve sapere che tutto è provvisorio. Il carcere è come una scuola con tanti edifici periferici: gli studenti vengono spostati dove il direttore generale decide. Non lo si vede mai. E tu prof resti. Dove? In corridoio, nelle scale, torni in auto con i tuoi fogli, torni a casa. L’insegnante e la famiglia sono gli ultimi a saperlo. È più importante la decisione del resto. Cosa è la didattica, cosa sono i metodi, le valutazioni, voti e giudizi? Non c’è niente, non c’è più niente, programmazione, relazioni, confronti. E i fogli presenza! come se non ci fosse mai niente. Come se le cose normali di una scuola normale non contassero. È una scuola speciale il carcere. Non erano ancora così i pensieri di quel giorno. Uscito dal carcere, in macchina mi sono collegato con l’associazione. La notizia era di poco prima: non ci sono attività, sono arrivati i trasferimenti. E via con i commenti. Niente pensieri nuovi, cose che ci siam già dette in altre occasioni, per trasferimenti sempre ma di qualche detenuto, eccezioni. No, c’è un disegno, diceva la nostra coordinatrice. Nessuno voleva crederla. Tanto lei è sempre pessimista, per natura, la chiamano leonessa. Adesso si trattava di una sezione intera, di un gruppo numeroso, di più classi scolastiche, di varie attività, di percorsi non solo individuali. Le abitudini creano illusioni. Fanno sedere tranquilli attorno al tavolo di lavoro, di confronto, discussione. Si legge la dispensa, si impara la lettura a voce alta, si pensa, si ascolta. Si dialoga, Giovanni alza la mano, Ignazio è diretto, Antonio tiene un libro aperto in attesa di fare la sua domanda al momento giusto. Catello il libro me l’ha dato il primo giorno, ma era il suo. Non l’ho ancora letto. Si valutano gli argomenti, si scelgono i materiali per le lezioni e per i laboratori. Nell’aula sotto si taglia e si cuce, si fanno borse. Sopra c’è l’aula pittura, a orari diversi diventa studio teatrale. Si scelgono testi, si provano schemi, forme, modi, modelli, costumi. La vita scorre, non sembra di essere qui. Il carcere è lontano. Giuseppe mi fa segno, non capisco, allora Natale col dito mi segna l’angolo, mi giro e vedo la nuova telecamera. Siamo controllati e vigilati, sicurezza per tutti. Basterà parlare sottovoce? Chiedo. Santo mi fa un sorriso. -Eh, eh, professore… ridiamo. C’è un bel clima, si sta bene. Questo carcere è un asilo ha detto un giorno l’agente anziano. Il giovane assistente passa davanti alla porta e guarda nella piccola cornice di vetro. La nostra aula grande prima erano due celle. Le pareti di adesso verde pastello, al muro fresche tele dipinte. Iperrealismo, cubismo, surrealismo, naïf. Parole dell’altro mondo. Si può parlare, dire, vedere tutto. Paesaggi, animali, ritratti, paesi del sud, marine, foreste, onde, una tigre, un bambino vicino a una bocca, un seno. Il terzo giorno eravamo davanti al carcere con tutte le associazioni e i giornalisti. Nei giorni seguenti ho sentito colleghi, ho scritto alle famiglie, ho letto dichiarazioni, puntualizzazioni, ho inviato saluti. Dopo due giorni le famiglie sono state avvertite, dopo tre sapevano dei luoghi di trasferimento. Un giornalista ha chiesto al primo volontario che parlava per tutti, Perché dice che si tratta di una deportazione? Sulla chat della mia associazione Francesco ha riscoperto un termine milanese, sballottamento. Il carcere ti lascia fare tante cose ma è come vivere in una dittatura silenziosa: lo sai che prima o poi arriva lo sgombero, lo sfollamento, devi andare, lasciare cose. E i quadri, la tigre di Giuseppe? La piazzetta ionica di Antonio? Dov’è la scuola, dove sono le voci, le aule? Sono in un sogno. Mi sembra di essere anch’io in un sogno. I bidelli hanno dovuto chiudere, far interrompere. Anche per loro un ordine: si chiude. Avvertite stasera di preparare le cose, domattina vengono trasferiti gli a.s., portate i sacchi neri, solo le cose personali. E dopo? “dopo” non si chiede, si deve fare un taglio, una ‘voce chirurgica’ ha detto qualcuno e via. *Volontario nella Casa di Reclusione di Padova Modena. Ferrari (Pd): “Carceri, al Sant’Anna sovraffollamento e poche opportunità” di Luca Molinari cronacabianca.eu, 11 febbraio 2026 “Il reinserimento sociale non è solo un diritto della persona detenuta, ma un interesse collettivo: investire su formazione, lavoro e inclusione significa costruire maggiore sicurezza e coesione sociale. La Regione ha un ruolo fondamentale: per questo chiediamo risposte puntuali e impegni chiari, perché a Sant’Anna non si può più aspettare”. Fare chiarezza sui percorsi di formazione, lavoro e inclusione attivi nella Casa circondariale di Modena - Sant’Anna e comprendere quali nuove iniziative la Regione Emilia-Romagna intenda attivare per rendere effettiva la funzione rieducativa della pena. A chiederlo, in un’interrogazione, è Ludovica Carla Ferrari (Pd) che richiama il quadro di emergenza strutturale del sistema carcerario regionale, con un tasso medio di sovraffollamento del 133% e situazioni particolarmente critiche in istituti come Modena dove, a fronte di una capienza di 371 posti, i detenuti presenti sono quasi 600, con ricadute pesanti sulle condizioni di vita, sulla salute e sulla possibilità di costruire percorsi individuali di reinserimento. Drammatici anche i dati sui tentativi di suicidio registrati nel 2025. “La funzione rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione, non può restare una dichiarazione di principio - sottolinea Ferrari - ma deve tradursi in percorsi concreti di formazione, lavoro, cultura e inclusione sociale. In condizioni di sovraffollamento così gravi, il rischio è che il carcere diventi esclusivamente un luogo di contenimento, incapace di offrire prospettive e di prevenire recidiva ed emarginazione”. Pur riconoscendo l’impegno della Regione e la presenza di esperienze positive, come il Laboratorio Gastronomico Sant’Anna - artigiani della pasta, promosso dalla cooperativa sociale Eortè, Ferrari evidenzia come tali iniziative coinvolgano ancora una percentuale troppo bassa di detenuti rispetto ai bisogni reali della popolazione carceraria. “Esperienze come il laboratorio gastronomico dimostrano che il lavoro in carcere funziona e crea competenze spendibili all’esterno - afferma la consigliera - ma restano episodi isolati se non vengono messi a sistema, ampliati e resi accessibili a un numero maggiore di persone. Per questo chiediamo alla Giunta un quadro dettagliato di ciò che oggi è attivo a Sant’Anna: quali progetti, quanti posti disponibili, quali spazi e attrezzature e soprattutto quante persone riescono davvero a partecipare”. Con l’interrogazione, Ferrari chiede inoltre di sapere quali ulteriori iniziative la Regione intenda programmare all’interno della Casa circondariale di Modena per rafforzare i percorsi di reinserimento, anche in raccordo con gli strumenti di programmazione regionale e con le opportunità offerte dai bandi nazionali. “Il reinserimento sociale non è solo un diritto della persona detenuta, ma un interesse collettivo”, conclude Ferrari per la quale “investire su formazione, lavoro e inclusione significa costruire maggiore sicurezza e coesione sociale. La Regione ha un ruolo fondamentale: per questo chiediamo risposte puntuali e impegni chiari, perché a Sant’Anna non si può più aspettare”. Augusta (Sr). La Giunta istituisce il Garante dei detenuti e delle persone private della libertà di Agnese Siliato webmarte.tv, 11 febbraio 2026 Approvato dalla Giunta comunale l’atto di indirizzo per l’istituzione del garante dei detenuti: nasce una figura indipendente per la tutela dei diritti umani e il reinserimento sociale. Il Comune di Augusta compie un passo significativo sul fronte dei diritti civili e della coesione sociale. Con deliberazione approvata all’unanimità dalla Giunta municipale il 6 febbraio scorso, è stata ufficialmente istituita la figura del garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, insieme al regolamento che ne disciplina funzioni, requisiti e modalità operative. L’iniziativa si inserisce in un percorso di rafforzamento delle politiche di tutela delle persone sottoposte a misure limitative della libertà e di promozione di una nuova cultura della pena, orientata all’umanizzazione, al rispetto dei diritti fondamentali e al reinserimento nel tessuto sociale. Il garante sarà un organo monocratico e indipendente, chiamato a vigilare sul rispetto della legalità e dei diritti umani all’interno di tutti i luoghi di privazione della libertà presenti sul territorio comunale: dagli istituti penitenziari alle comunità terapeutiche, dai centri di accoglienza per migranti alle strutture sanitarie in cui si svolgono trattamenti sanitari obbligatori, fino alle camere di sicurezza. Tra i suoi compiti principali rientrano l’osservazione delle condizioni di detenzione, la segnalazione di eventuali criticità alle autorità competenti e la promozione di iniziative volte a rendere la pena coerente con i principi costituzionali e con le normative nazionali ed europee in materia penitenziaria. Il regolamento stabilisce requisiti stringenti per l’accesso alla carica: potranno candidarsi cittadini italiani di comprovata competenza, probità e indipendenza, con conoscenze specifiche in diritto penale e penitenziario ed esperienza nel sociale, nel volontariato o nella tutela dei diritti umani. Sono previste incompatibilità con cariche politiche, ruoli nell’Amministrazione penitenziaria o funzioni legate alla sicurezza pubblica. La nomina spetterà al sindaco, a seguito di un avviso pubblico. Il mandato avrà durata quinquennale, rinnovabile una sola volta, e sarà svolto a titolo gratuito, con il solo rimborso delle spese di viaggio sostenute per l’esercizio delle funzioni. Il garante opererà come figura di raccordo tra istituzioni, società civile, famiglie dei detenuti e persone private della libertà, promuovendo protocolli di intesa e iniziative di sensibilizzazione sui temi dei diritti umani e dell’esecuzione della pena. Avrà inoltre il compito di favorire l’accesso ai servizi comunali e sostenere percorsi di avviamento al lavoro e di reinserimento sociale. Ogni anno presenterà una relazione al Consiglio comunale e alla Giunta, illustrando le attività svolte, le criticità riscontrate e le proposte di miglioramento. Con l’istituzione del garante, Augusta si dota di uno strumento concreto di tutela e controllo, rafforzando il principio secondo cui la privazione della libertà non può mai tradursi nella compressione dei diritti fondamentali della persona. Un atto di indirizzo che guarda non solo alla legalità, ma anche alla dignità umana e alla sicurezza sociale, fondata sul reinserimento e non sull’esclusione. Avellino. Giustizia riparativa al centro: un dialogo tra istituzioni, detenuti e vittime di reato di Antonella Sarno avellinotoday.it, 11 febbraio 2026 Nel carcere borbonico si accende il confronto su come ripensare la pena: testimonianze, difficoltà e speranze in un percorso che ricompone. Nella Sala Ciriaco De Mita del Carcere Borbonico di Avellino si è svolto oggi l’incontro pubblico dal titolo “Un altro modo è possibile”. Un titolo semplice, quasi dimesso, che tuttavia pone una domanda centrale: che senso ha la pena oggi e se esista davvero una via capace di ricomporre ciò che il reato ha spezzato. L’iniziativa, promossa dall’associazione Il Lampione della Cantonata, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, del mondo educativo e della società civile. Non un convegno di formule, ma un momento di ascolto e confronto sulla giustizia riparativa, concepita come possibilità concreta di responsabilità e di dialogo. Ad aprire i lavori è stato il presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Buonopane, con i saluti istituzionali. Subito dopo è stato proiettato un documentario che raccoglie esperienze maturate dentro e fuori dal carcere: storie di detenuti, di vittime, di operatori. Un racconto asciutto, affidato alla presentazione di Pietro Centomani, responsabile del montaggio, e di Giuseppe Centomani, coordinatore tecnico del Centro di Giustizia Riparativa e di aiuto alle vittime di reato. Il confronto tra i relatori sulle prospettive della pena - A moderare l’incontro è stata Giovanna Perna, avvocata e presidente dell’associazione promotrice, che ha guidato il dialogo sui nodi più delicati: il futuro della pena, il rapporto tra carcere e comunità, il ruolo delle istituzioni nel dare spazio a percorsi che non si limitino a punire. Sono intervenute figure di primo piano del mondo giuridico, religioso e sociale: il vescovo di Avellino, S.E. Arturo Aiello; Maria Covelli, presidente della Corte d’Appello di Napoli; Francesca Spena, presidente del Tribunale di Avellino; il procuratore facente funzione Francesco Raffaele. Accanto a loro Don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, e Antonio D’Orta, direttore della Caritas diocesana di Avellino. Dal sistema penitenziario sono arrivati contributi diretti: Maria Rosaria Casaburo, direttrice della Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, e Claudia Nannola, direttrice dell’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna della Campania. Per l’avvocatura hanno preso la parola Biancamaria D’Agostino, consigliera del Consiglio Nazionale Forense, Fabio Benigni, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Avellino, e Simona Barbone, membro della Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Non sono mancati gli interventi di Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, e di Samuele Ciambriello, garante regionale per le persone private della libertà personale. Voci diverse, accomunate dalla stessa domanda: come conciliare pena, responsabilità e comunità. Il vescovo Aiello ha parlato con parole misurate, ma incisive: “Questo è un percorso alternativo, nel senso di pensare il carcere in maniera diversa e anche il rapporto con chi si è reso autore di gesti che hanno leso la vita o comunque altre persone. Si tratta di mettersi in contatto con chi è stato privato di un affetto, creando un dialogo”. Ha aggiunto un punto essenziale: “Ovviamente non si tratta di imporre il perdono: è una scelta personale, ed è una scelta difficile. Si tratta piuttosto di aiutare sia il detenuto sia chi è stato oggetto di una violenza a rielaborare in maniera diversa il proprio dolore, guardando avanti. Altrimenti si rischia di restare incapsulati dentro un’ingiustizia, senza possibilità di uscita”. Sul carcere di Avellino si è soffermato Carlo Berdini, provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria campana, illustrando il senso del docufilm e il coinvolgimento dei detenuti: “La giustizia riparativa costituisce un aspetto fondamentale per la riparazione della frattura che si è creata tra autore del reato e vittima. Su questo aspetto sono stati coinvolti anche i detenuti ristretti ad Avellino”. Ha quindi offerto uno sguardo concreto sulla situazione della struttura: “C’è stato un impegno forte del Dipartimento, che è intervenuto massicciamente sia in termini di personale, per cercare di sanare una situazione che era un po’ critica. La situazione mi sembra in miglioramento, però è chiaro che richiede un’attenzione molto importante”. Ha poi parlato delle criticità idriche e sanitarie, della collaborazione con l’Alto Calore e con l’ASL di Avellino: “La salute costituisce un bene primario per il cittadino libero, figuriamoci per una persona detenuta”. Ha infine richiamato il tema della sicurezza e del supporto al personale, fino al valore dei protocolli con la magistratura: “È essenziale che le amministrazioni dialoghino”. La testimonianza dei detenuti: la speranza di ricostruire - Il momento più intenso è arrivato con le parole dei detenuti. Giuseppe, uno di loro, ha raccontato senza enfasi la propria scoperta: “Questa giustizia riparativa io non la conoscevo e, dopo oltre dieci anni di detenzione, ho scoperto questa speranza”. Ha aggiunto: “Mi dà la possibilità di riparare agli errori che ho fatto”. Ha parlato della fatica quotidiana e del desiderio di ricostruire legami: “Spero di poter ricostruire un rapporto con le mie figlie, con la mia ex moglie, di trovare la pace e di riparare ciò che ho rotto”. E della vita in carcere: “È lunga, un po’ come la descrive “A livella” di Totò. L’essenza è sempre la stessa, però alcune cose cambiano”. Piccoli gesti, lavori fatti con le mani, incontri settimanali: “È un percorso di rielaborazione”. Sul possibile incontro con le vittime è stato prudente, ma sincero: “Io vorrei che arrivasse fino in fondo. È da tre anni che partecipo a questo percorso, ma a volte va avanti, a volte si ferma”. Intanto cerca di essere, come dice lui, “un modello positivo”, tra lavoro, calcio e teatro. Ha ricordato anche un ruolo da protagonista in Pirandello. Ma quando parla di ciò che conta davvero, non ha dubbi: “Le mie figlie, una famiglia”. La sua testimonianza non assolve né cancella il passato. Racconta però che il cambiamento è una possibilità fragile e faticosa, che passa dalla responsabilità e dall’ascolto. Un messaggio sobrio: la giustizia riparativa come percorso umano - L’incontro di Avellino lascia un messaggio sobrio: la giustizia riparativa non è una scorciatoia, ma un percorso lungo. Chiede tempo, istituzioni presenti, persone disposte a mettersi in gioco. In un sistema penale spesso schiacciato sulla punizione, prova a riaprire uno spazio umano. Non promette miracoli, ma indica, con discrezione, che un altro modo è possibile. Milano. Dialisi in carcere: il progetto a Opera, come modello di sanità territoriale di Silvia Pogliaghi trendsanita.it, 11 febbraio 2026 Dal 2018 il carcere milanese ha attivato postazioni di emodialisi in loco migliorando assistenza, sicurezza e sostenibilità. Un modello replicabile che tutela la salute dei detenuti e punta anche su prevenzione e diagnosi precoce. La malattia renale cronica rappresenta una sfida crescente per il Servizio sanitario nazionale, soprattutto nelle popolazioni più fragili e difficilmente intercettabili dai tradizionali percorsi di prevenzione. In ambito penitenziario, l’accesso tardivo alle cure e la complessità organizzativa della dialisi hanno storicamente determinato criticità cliniche, sociali ed economiche. L’esperienza avviata nel 2018 nel carcere di Opera, con l’attivazione di postazioni di emodialisi in loco, da parte dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, offre un modello innovativo di presa in carico del paziente nefropatico detenuto, integrando appropriatezza terapeutica, sostenibilità dei costi e tutela del diritto alla salute e aprendo prospettive concrete per programmi strutturati di prevenzione e diagnosi precoce della malattia renale cronica. Mario Cozzolino, Professore ordinario di Nefrologia, Università degli Studi di Milano, Direttore della Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi, ASST Santi Paolo e Carlo spiega a TrendSanità com’è strutturato il progetto delle postazioni di dialisi all’interno del carcere di Opera: “Il progetto nasce formalmente nel giugno 2018, ma affonda le sue radici molto prima. Come Nefrologia e Dialisi dell’Ospedale San Paolo seguiamo da sempre i pazienti afferenti alla Medicina penitenziaria. A un certo punto, però è emersa la necessità di portare il trattamento dialitico direttamente all’interno del carcere di Opera. Abbiamo quindi attivato inizialmente una postazione di emodialisi, diventate poi due, per garantire il trattamento ai detenuti con insufficienza renale terminale. Non si tratta di una vera e propria dialisi domiciliare, perché il paziente non è autonomo, ma di una dialisi eseguita in carcere con la presenza di personale infermieristico dedicato e formato”. Dal punto di vista organizzativo e tecnologico, come funziona una seduta dialitica in carcere? “Utilizziamo impianti di osmosi portatili per la depurazione dell’acqua, le stesse tecnologie impiegate in ospedale durante l’emergenza Covid o in situazioni straordinarie. In un ambiente dedicato sono presenti il rene artificiale, la poltrona con bilancia integrata e tutta la strumentazione necessaria per garantire standard di sicurezza e qualità sovrapponibili a quelli ospedalieri”. Quali sono i principali vantaggi di questa soluzione rispetto alla dialisi in ospedale? “I vantaggi sono molteplici: il primo è che il paziente non deve uscire dalla struttura penitenziaria. Ogni trasferimento di un detenuto, soprattutto se ad alta sorveglianza o in regime di 41-bis, comporta l’impiego di due, tre o quattro agenti di polizia penitenziaria. Abbiamo stimato inoltre che, solo in termini di trasporti, il risparmio annuo per ogni paziente possa arrivare a circa 500mila euro. Con tre pazienti, parliamo di oltre 1,5 milioni di euro l’anno. A questo, si deve aggiungere un beneficio organizzativo per l’ospedale, che non deve assorbire ulteriori sedute dialitiche in un contesto già molto sotto pressione. C’è poi un tema di sicurezza: la gestione di pazienti detenuti in ambienti ospedalieri aperti pone criticità evidenti, anche in relazione alle normative antincendio e alla tutela degli altri pazienti presenti nella struttura ospedaliera”. Il progetto è destinato a crescere? “È in corso una progettualità per arrivare, nel carcere di Opera, a tre postazioni di dialisi, che permetterebbero di trattare fino a 12 pazienti su quattro turni. Questo incremento consentirebbe di coprire circa la metà del fabbisogno dialitico dell’intera popolazione carceraria in Lombardia. Le stime attuali parlano di 20-25 detenuti in Lombardia che necessitano di dialisi cronica, un numero in progressivo aumento”. Perché i pazienti nefropatici in carcere stanno aumentando? “L’invecchiamento della popolazione detenuta è un fattore importante, ma non l’unico. C’è anche una quota crescente di detenuti più giovani, spesso di origine straniera, che arrivano alla diagnosi di malattia renale cronica senza aver mai fatto prevenzione. A questo si aggiungono fattori di rischio come tossicodipendenze, abuso di farmaci, fumo e condizioni sociali fragili, che accelerano la progressione della malattia”. In un contesto complesso come quello penitenziario, quanto è realistico investire in prevenzione e diagnosi precoce della malattia renale cronica? “È, non solo realistico, ma doveroso. Il diritto alla salute vale anche, e direi soprattutto, per la popolazione detenuta. Oggi abbiamo strumenti efficaci per rallentare la progressione della malattia renale cronica attraverso interventi nutrizionali e farmacologici. Così come facciamo nella popolazione generale, sarebbe possibile introdurre screening di primo livello anche in carcere con misurazione della pressione arteriosa ed esame delle urine, magari con cadenza annuale. In caso di alterazioni, si attiverebbe il secondo livello specialistico”. Chi dovrebbe farsi carico di questi programmi di prevenzione? “Le nuove Linee guida italiane sulla malattia renale cronica sono state recentemente recepite dal Ministero della Salute e stiamo riorganizzando anche la rete nefrologica lombarda, quindi i programmi di prevenzione rimarrebbero a carico del sistema sanitario nazionale. Nel territorio il ruolo chiave è del medico di medicina generale; in carcere questo ruolo può essere svolto dal medico e dal personale sanitario penitenziario, con il supporto dello specialista nefrologo, quando necessario”. Oltre ai benefici clinici, quali ricadute ha la prevenzione in termini di costi e qualità di vita della persona ristretta? “I benefici economici sono evidenti, ma ancora più rilevanti sono quelli sociali e di qualità di vita. La dialisi, per quanto oggi sia un trattamento molto più tollerabile rispetto al passato, resta una terapia impegnativa: quattro ore, tre volte alla settimana, con un impatto importante sulla vita quotidiana e con rischi cardiovascolari e infettivi. Ritardare l’ingresso in dialisi, o evitarlo del tutto, significa migliorare la qualità di vita del paziente e in questo caso della persona ristretta, e ridurre in modo significativo i costi diretti e indiretti per il Servizio sanitario”. Questo progetto rappresenta un cambio di paradigma nella gestione sanitaria dei detenuti. È un modello replicabile? “Sì, e auspicabile. Dopo di noi, un’esperienza simile è partita a Napoli. In Europa esisteva già un precedente a Parigi. L’idea è che, a livello regionale o macroregionale, si individuino carceri e ospedali di riferimento in grado di garantire questi percorsi. Ma servono criteri clinici chiari: parliamo di pazienti stabili, che non necessitino della presenza costante del medico durante la seduta dialitica, come avviene nei centri ad assistenza limitata”. E per quanto riguarda la dialisi peritoneale in carcere? “Al momento la dialisi peritoneale non è ancora attiva, ma rappresenta una “progettualità nella progettualità”. La dialisi peritoneale è, per definizione, una dialisi domiciliare ed è oggi considerata il trattamento di prima scelta per molti pazienti. È una tecnica semplice, con minori rischi infettivi e cardiovascolari, che preserva la funzione renale residua. Il nodo principale in carcere è l’individuazione di un caregiver, che potrebbe essere un infermiere o personale formato ad hoc. Ed è un obiettivo raggiungibile”. Dal punto di vista economico, quali sono i vantaggi della dialisi peritoneale rispetto all’emodialisi? “I dati della Società Italiana di Nefrologia mostrano un risparmio per la dialisi peritoneale che può arrivare fino al 50% rispetto all’emodialisi. Gran parte del vantaggio economico deriva dall’assenza dei costi di trasporto e dalla minore necessità di personale sanitario durante il trattamento”. Qual è oggi la principale criticità per lo sviluppo di questi modelli assistenziali? “La carenza di infermieri è un problema strutturale, legato non tanto al numero di iscritti ai corsi di laurea, quanto agli abbandoni e a condizioni economiche poco attrattive, soprattutto nelle grandi città come Milano. Servirebbero incentivi economici, percorsi di formazione avanzata, riconoscimento di competenze specialistiche. Alcuni infermieri che hanno iniziato a lavorare in carcere hanno trovato una dimensione professionale molto positiva, ma il sistema deve sostenerli”. Ultima domanda: chi ha finanziato il progetto di postazioni di dialisi come casa della comunità all’interno del carcere di Opera? “Le opere strutturali sono state finanziate dall’amministrazione penitenziaria. Noi, come ASST Santi Paolo e Carlo, abbiamo fornito le apparecchiature e il materiale necessario per il trattamento dialitico”. Siena. CellaMusica, il rock che unisce detenuti e comunità esterna di Ivana Di Giugno gnewsonline.it, 11 febbraio 2026 Il primo pezzo è stata una cover, “Zombie”, dei “Cranberries”, nata per voce femminile, ma interpretata da un detenuto. Lo ricorda Giancarlo Battista, assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria del carcere di Siena, che risponde a Laura Valdesi per La Nazione del 6 gennaio 2026. L’agente racconta che, nell’istituto penitenziario, un laboratorio musicale per le persone ristrette ha dato vita a un gruppo rock in cui agenti e detenuti suonano insieme. Si chiama CellaMusica, un nome ideato dallo stesso Battista, che, da addetto alla sorveglianza del corso, all’interno del carcere, ne ha poi seguito le lezioni. Dal confronto con Maria Iosè Massafra, educatrice della Casa Circondariale Santo Spirito, e con Valentina Moffa, operatrice dell’istituto penitenziario e batterista, è nata l’idea di creare una vera e propria band musicale. Un secondo membro della polizia penitenziaria, Francesco Petteruti, si è unito successivamente, seguendo il gruppo anche all’esterno. E al primo, piccolo, nucleo di detenuti se ne sono aggiunti altri. Dal 2022, anno della costituzione dell’originale ensemble, unico nel panorama nazionale, CellaMusica si è fatto notare in diverse occasioni, inizialmente negli spettacoli realizzati all’interno del carcere e offerti alla comunità esterna, poi nelle esibizioni fuori dall’istituto. “La forza dell’iniziativa sta in questo: loro sono dentro, ma la musica esce”, racconta Sara Ceccarelli, coordinatrice del laboratorio per i detenuti dal 2023, che, nella band, suona il flauto. L’attività trattamentale della musica in carcere, progetto continuativo dell’istituto penitenziario di Siena, introdotto, nel 2021, per consentire a chi è privato della libertà di esprimere le proprie abilità e il proprio talento, si è trasformata in un’esperienza artistica di rilievo, che ha visto il gruppo protagonista di eventi culturali significativi. Il laboratorio è stato organizzato, sin dall’inizio, grazie alla collaborazione dell’associazione laLut, centro di ricerca e produzione teatrale, coordinato da Ugogiulio Lurini. Come racconta a gNews Massafra, responsabile dell’area trattamentale dell’istituto penitenziario, il corso “veniva condotto inizialmente da Tommaso Taurisano - chitarrista e maestro di musica - e coinvolgeva circa dieci-dodici detenuti, tutti appartenenti al circuito di media sicurezza”. Tra i componenti originari della band, oltre a Giancarlo Battista, alla chitarra elettrica, e a Valentina Moffa, alla batteria, c’erano Adrian, al basso, e Daniel, voce e tastierista della band. Come ci spiega ancora Massafra, essendo un complesso rappresentato prevalentemente da persone recluse, la band ha visto cambiare spesso i suoi componenti, trattandosi di persone ristrette in una casa circondariale, dunque con un ricambio frequente dei detenuti. Attualmente il gruppo conta undici elementi, tra operatori e volontari penitenziari, professionisti del settore musicale, detenuti ed ex detenuti. Nonostante il carattere fluido della composizione del gruppo, ogni elemento ha il proprio ruolo, vantando specifiche competenze ed esperienze. Il progetto si è evoluto nell’iniziativa InnocentEvasione, promossa da Lurini, e sostenuta dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena, organizzazione no-profit, che nel 2024 ha finanziato la campagna di raccolta fondi, sviluppata anche grazie all’intervento di FeelCrowd. Per questa attività l’ente filantropico ha elargito mille euro e, grazie ad un elevato numero di donatori, la raccolta ha consentito di arrivare a seimila. Con quanto ricavato dalla “colletta” si è proceduto a finanziare la produzione di un disco, composto dalle composizioni del gruppo, nonché la promozione dello stesso. L’incisione, di livello tecnico elevato, così da permetterne la diffusione oltre i confini locali, è avvenuta presso il teatro del carcere e in una sala professionale di registrazione, il Gorilla Punch Studio di Damiano Magliozzi. A un certo punto del progetto, all’ensemble si è unito un musicista della rock band italo-inglese Silver Horses, Andrea Castelli, il quale ha fornito un importante contributo nel coordinamento del gruppo e nella realizzazione del cd. Oggi l’attività di CellaMusica si sviluppa attraverso due percorsi paralleli: “un doppio binario”, spiega l’educatrice, “quello interno, con i detenuti che non possono ancora accedere a misure alternative o premiali, che provano e si esibiscono nel teatro dell’istituto, e quello esterno, composto dagli ex detenuti, attualmente in misura alternativa, che provano e si esibiscono negli eventi esterni”. Il progetto poggia sul potere inclusivo della musica. “Il mio lavoro comporta il far rispettare le regole nel carcere. Però, quando si entra in teatro, si azzera tutto. Siamo molte persone che condividono la stessa passione, la musica”, spiega, ancora, Giancarlo Battista a Laura Valdesi. E il sogno che accomuna i partecipanti del gruppo è “arrivare, magari, dal Santo Spirito a Sanremo”, dichiara. Il comandante del carcere, Marco Innocenti, responsabile della sicurezza e della polizia penitenziaria, dichiara a gNews come “tutte le attività trattamentali trovino il loro fondamento nell’equilibrio con la questione custodiale, garantita dalla costante presenza, professionalità e dedizione degli agenti; è proprio grazie a tale impegno, volto a mantenere ordine e rispetto delle regole, che progetti come CellaMusica possono svilupparsi in un contesto protetto, capace di coniugare osmoticamente sicurezza e rieducazione”. Il repertorio comprende sia cover - brani rock o rielaborati in chiave rock - che canzoni originali. Tra le composizioni create dalla band, un ruolo particolare riveste C’è la musica, una sorta di inno del gruppo. “Racconta la nostra storia, le emozioni”, dichiara l’agente alla giornalista. “L’ha scritta e musicata mio fratello, che suona più strumenti”, continua Battista. Tra le prime performance di CellaMusica, la diretta radiofonica dalla Casa Circondariale di Siena, nell’ottobre 2022, in occasione della sesta edizione di Metamorfosi, rassegna promossa da laLut e incentrata sul teatro sociale, parte del festival “Siena città aperta”. Erano gli esordi di una carriera ininterrotta. Il 2025 è stato un anno particolarmente significativo per il gruppo. Tra gli altri eventi, la sua performance, il 13 aprile 2025, in seno alla quinta edizione di Cento canti per Siena, che ha visto anche la partecipazione dei detenuti della Casa di Reclusione di San Gimignano. In occasione della maratona di lettura integrale e popolare della Commedia di Dante, organizzata presso il Complesso Museale di Santa Maria della Scala, Lurini ha proposto alla rockband di esibirsi in uno spettacolo. Fuori si prova alla Corte dei Miracoli, associazione che accoglie progetti del territorio in campo artistico, culturale e sociale. Da alcuni mesi partecipa alle attività esterne anche Ernesto Luongo, uno dei vocalist del gruppo, ex detenuto, libero dall’11 luglio scorso, con esperienza in ambito teatrale. “È stato come rinascere, un nuovo battesimo”, racconta a Laura Valdesi a proposito dell’esibizione del gruppo, il 12 novembre 2025, al Teatro della Pergola di Firenze, dove, per la prima volta, CellaMusica ha presentato dal vivo la performance musicale InnocentEvasione. Il debutto è avvenuto in occasione della giornata inaugurale dell’undicesima edizione della rassegna nazionale di teatro in carcere “Destini Incrociati”. Pensando alla sua partecipazione al laboratorio di musica all’interno del penitenziario, Luongo fa riferimento alla ricerca di un benessere compromesso dallo stato di detenzione: “avevo bisogno di scaricare le energie negative che ti riempiono stando in carcere”, riconosce. Un’esperienza salutare, ma portata avanti con difficoltà. “Riuscire a gestire, da detenuto, un rapporto con una figura della polizia penitenziaria, ma anche di un volontario che viene da fuori…non sai come comportarti, non conosci i limiti”, ammette. È la musica, anche per Luongo, ad abbattere le barriere tra detenuti, personale penitenziario, e professionisti esterni: il complesso musicale, per lui, è “come un mosaico fatto di pezzi diversi, che insieme formano qualcosa di unico”. Il punto di partenza è sempre il carcere, le storie e le emozioni di chi vive la detenzione proiettandosi oltre le sbarre. “Ora sono uscito io, domani altri; magari io lascerò il posto ad altri ancora. Il cuore dei CellaMusica è lì. Noi siamo il megafono”, conclude Luongo. CellaMusica rappresenta un esempio perfettamente riuscito di collaborazione fra istituzioni e comunità esterna, rendendo concreta l’opera di riabilitazione dei detenuti. All’interno del carcere il progetto ha trovato sempre un clima favorevole, e il sostegno di tutto il personale. Il direttore dell’istituto penitenziario, Graziano Pujia, ricorda come il progetto abbia preso il via prima del suo insediamento, e sottolinea di aver voluto fortemente incoraggiare i partecipanti del gruppo a continuare a sognare. La musica, l’arte, ancora una volta, consentono di creare una breccia nelle mura, fisiche e mentali, del carcere. “Sono attività che aiutano a recuperare un rapporto con la normalità”, sottolinea Massafra, il funzionario giuridico pedagogico che segue il progetto sin dalla sua ideazione. “È un aspetto importante, perché oltre a scontare la pena, possono utilizzare questo tempo per imparare cose nuove, in vista del reinserimento nella società”, conclude. Milano. Olimpiadi anche in carcere. L’iniziativa a Bollate ?e lo sport per l’inclusione di Massimo Achini* Corriere della Sera, 11 febbraio 2026 Sabato il carcere di Milano Bollate diventerà un campo di gioco, uno spazio di incontro, un laboratorio di umanità. Il vento dello spirito olimpico. I Giochi della Speranza, il valore dello sport oltre i muri delle carceri. Il 28 febbraio il carcere di Milano Bollate smetterà, per qualche ora, di essere soltanto un luogo di reclusione. Diventerà un campo di gioco, uno spazio di incontro, un laboratorio di umanità. Accadrà grazie ai Giochi della Speranza, una iniziativa che nasce dal desiderio profondo di rimettere al centro la persona, la sua dignità e la possibilità concreta di un riscatto. Credo fermamente che lo sport non sia mai solo competizione. È educazione, relazione, linguaggio universale. È uno strumento potente capace di abbattere barriere, anche quelle che sembrano invalicabili. Portare lo sport dentro un istituto di pena significa creare un tempo e uno spazio diversi, in cui il giudizio lascia il posto all’incontro e i ruoli si fanno secondari rispetto alle storie e alle persone. In una Milano che oggi vive l’esperienza straordinaria dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026 anche il carcere di Bollate viene attraversato da questo vento. Uno spirito olimpico che non si ferma agli stadi o alle arene, ma entra nei luoghi più fragili e complessi della nostra società. In campo, insieme, scenderanno detenuti, agenti di polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile. Un gesto semplice e allo stesso tempo rivoluzionario. L’iniziativa, promossa da Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, Dipartimento amministrazione penitenziaria, Associazione nazionale magistrati, Gruppo sportivo fiamme azzurre, in collaborazione con Csi Milano, prenderà il via alle 8.30 e accompagnerà la mattinata fino alle premiazioni delle 13.00. Calcio maschile, pallavolo femminile, atletica, staffetta, tennis tavolo, calcio balilla e scacchi: discipline diverse, un unico messaggio. Lo sport unisce. Lo sport rende liberi, almeno interiormente. Mi emoziona profondamente pensare che i valori dello sport e del gioco possano scavalcare muri che di solito sembrano invalicabili, come quelli di una casa di reclusione. Questa giornata non è un episodio isolato, ma il frutto di un impegno quotidiano: oltre 700 ore all’anno di attività che Csi Milano svolge negli istituti di pena del territorio, credendo che l’educazione passi anche - e forse soprattutto - attraverso il movimento, le regole condivise, il rispetto reciproco. Per qualche ora, a Bollate, il tempo della pena lascerà spazio al tempo del gioco. E sarà un promemoria potente per tutti noi: prima delle divise, dei ruoli e delle sentenze, vengono le persone. Sempre. *Presidente Csi Milano Asti. Un anno raccontato “da dentro” di Lorenza Garrone lanuovaprovincia.it, 11 febbraio 2026 Un calendario per cambiare punto di vista. Ieri, martedì 10 febbraio si è tenuta la presentazione del Calendario dalla Casa di Reclusione di Asti, un progetto che nasce dall’ascolto e dal lavoro condiviso tra istituzioni, volontariato e persone detenute. L’iniziativa è promossa dal Tavolo Carcere di Asti insieme al Garante comunale per le persone private della libertà personale, con il contributo del progetto Liberi Legami, e si inserisce all’interno del percorso Ben-Essere, realizzato in collaborazione con la direzione della Casa di Reclusione e alcuni detenuti. Il calendario non è uno strumento narrativo che prova a restituire uno sguardo diverso sulla vita detentiva. Le immagini che lo compongono sono il frutto di un laboratorio fotografico interno al carcere, un’esperienza che ha permesso ai partecipanti di sperimentare nuovi linguaggi espressivi e di raccontare la quotidianità “da dentro”, trasformando fotografie, parole e pensieri in un ponte simbolico verso l’esterno. Il progetto Liberi Legami, che sostiene l’iniziativa, è finanziato da Impresa Sociale Con i Bambini nell’ambito del bando Liberi di Crescere ed è coordinato dalla cooperativa sociale Il Margine di Torino. Coinvolge una rete ampia e articolata di istituti ed enti del territorio. L’obiettivo è contrastare la povertà educativa che colpisce i figli delle persone detenute, tutelandone i diritti e promuovendo una cultura capace di superare stigma e invisibilità. Durante l’incontro, il Garante comunale Domenico Massano ha sottolineato come l’idea del calendario sia nata da una proposta avanzata da un detenuto all’interno della redazione di Gazzetta Dentro, il progetto editoriale dell’associazione Effatà che da anni dà voce alla realtà carceraria. Un’intuizione poi accolta e sostenuta dall’area trattamentale, dalla direzione e dalla polizia penitenziaria. “Questo calendario - ha spiegato Massano - vuole essere un’esperienza di condivisione, uno spazio di dialogo oltre le sbarre, fragile ma significativo”. Il valore simbolico del tempo scandito dalle pagine del calendario è stato richiamato anche dal vescovo di Asti, monsignor Marco Prastaro, che ha definito l’iniziativa uno strumento capace di ricordare la vita delle persone detenute e di renderla visibile all’esterno, sottolineando il delicato equilibrio tra giustizia e misericordia. Sul tema della responsabilità collettiva si è soffermato Riccardo Crisci, responsabile dello spazio culturale FuoriLuogo, che ha descritto il centro come un “megafono” per i processi comunitari. Un richiamo forte all’idea che le persone detenute restino a pieno titolo cittadini, e che i diritti non possano essere frammentati o suddivisi per categorie. Ampio spazio è stato dedicato al ruolo del volontariato. Francesco Marzo, presidente del Csv, ha ricordato la forza umana del primo ingresso in carcere, citando le parole della marchesa Giulia di Barolo sul valore della cura dello spirito oltre a quella del corpo. Carlo Picchio ha invece evidenziato l’importanza della collaborazione tra istituzioni e realtà sociali per mantenere un legame vivo tra carcere e territorio. Maria Bagnadentro, dell’associazione Effatà, ha raccontato la fatica quotidiana dei volontari, tra burocrazia e limiti operativi, definendo il calendario come un risultato concreto che dà senso all’impegno portato avanti nel tempo. Nel corso della presentazione, Elena Bragardo ha illustrato più nel dettaglio Liberi Legami, attivo dal 2024 in undici istituti piemontesi, spiegando come il progetto lavori per mantenere e rafforzare il legame tra genitori detenuti e figli, accompagnando al contempo i territori che accolgono questi minori. Il laboratorio fotografico è stato raccontato dal fotografo Alessio Mattia, che ha chiarito come il lavoro non fosse incentrato sulla tecnica, ma sugli sguardi. Un percorso che ha aiutato i partecipanti a sollevare gli occhi, a guardare oltre, trasformando anche le imperfezioni delle immagini in un valore espressivo e umano. Don Dino ha poi ricordato i venticinque anni di collaborazione tra la Gazzetta d’Asti e il carcere, sottolineando come osservare le periferie e i luoghi di fragilità sia fondamentale per comprendere lo stato di salute di una società. Anche gli scritti dei detenuti, ha osservato, diventano testimonianze profonde di desideri, mancanze e possibilità mancate. Un progetto nato per dare voce a chi non ne ha e cambiare il proprio punto di vista. Rossano Calabro. Nel carcere si sente “Profumo di Libertà” grazie al panino identitario ecodellojonio.it, 11 febbraio 2026 Dai corsi Alberghiero e Agrario alla sezione carceraria: i detenuti sperimenteranno il modello Majorana usando i prodotti dell’orto interno. Cibo, identità, futuro. E ora anche libertà. L’esperienza educativa e culturale avviata dall’IIS Majorana con il progetto del panino identitario varca un confine che è prima di tutto simbolico, oltre che fisico: quello del carcere. A breve, infatti, il modello sperimentato dagli studenti dell’Alberghiero e dell’Agrario sarà mutuato anche all’interno della Casa di Reclusione di Ciminata, a Corigliano-Rossano, dove sono attive le sezioni scolastiche dell’istituto rivolte ai detenuti. Un passaggio tutt’altro che scontato, che trasforma un progetto didattico innovativo in una potente azione di rieducazione, reinserimento e dignità. I detenuti iscritti ai corsi Alberghiero e Agrario del Majorana sperimenteranno, dal carcere, la produzione del panino identitario scolastico che per loro assumerà un nome altamente simbolico, “Profumo di Libertà”, utilizzando non solo prodotti del territorio calabrese e di filiera corta, ma anche le materie prime coltivate direttamente nell’orto interno alla struttura penitenziaria. Un ciclo completo, che parte dalla terra e arriva al cibo, passando per il lavoro, la tecnica e la consapevolezza. In questo contesto, l’orto del carcere diventa molto più di uno spazio agricolo: si trasforma in aula didattica a cielo aperto, in luogo di apprendimento lento, paziente, concreto. Le verdure coltivate dai detenuti entrano nella cucina come ingredienti vivi del panino identitario, rendendo tangibile un’idea forte di educazione: coltivare, trasformare, raccontare. Anche dietro le sbarre. Anche quando la libertà è limitata. Proprio lì, forse, con ancora più forza. La sezione scolastica operante all’interno del carcere di Ciminata è parte integrante dell’offerta formativa del Majorana da anni e rappresenta uno dei presìdi educativi più significativi del territorio. Un’esperienza strutturata che consente ai detenuti di conseguire titoli di studio, acquisire competenze professionali e costruire strumenti reali di reinserimento sociale. In questo quadro si inserisce ora il progetto del panino identitario, che aggiunge alla formazione tecnica una dimensione culturale e simbolica profonda. A rendere possibile questo percorso sono anche i docenti assegnati alla sezione carceraria, impegnati quotidianamente in un lavoro educativo complesso e delicato, che richiede competenze professionali ma soprattutto umanità e visione. In cattedra, dentro il carcere, operano insegnanti delle discipline di base e tecnico-professionali, chiamati oggi a declinare il metodo Majorana anche in un contesto di restrizione, dimostrando come la scuola possa e debba essere strumento di emancipazione ovunque. Il progetto “Sybaris - e Mi Scialo!”, il panino scolastico identiario del Majorana presentato nelle scorse settimane alla presenza anche dell’assessore regionale all’Agricoltura Gianluca Gallo, ha rappresentato il primo tassello di una campagna strutturata che unisce educazione alimentare, filiera agricola, marketing territoriale e identità, confermando la centralità della scuola come attore di sviluppo locale e sociale. D’altronde, l’IIS Majorana rappresenta oggi una delle realtà scolastiche più solide e dinamiche del territorio, con oltre 1.100 studenti iscritti, un dato tutt’altro che scontato in una fase storica segnata dal calo delle nascite e dalla contrazione demografica. Un segnale chiaro della credibilità di un modello educativo che ha saputo tenere insieme formazione, identità e prospettiva. A tenere insieme questa visione è il dirigente scolastico Saverio Madera, che negli ultimi anni ha guidato l’istituto verso un modello educativo fondato sull’integrazione tra sapere, fare e identità. Il panino identitario, in questo scenario, smette definitivamente di essere solo un prodotto gastronomico. Diventa atto didattico, strumento narrativo, esercizio di responsabilità. Ogni gesto - dalla coltivazione nell’orto alla preparazione in cucina - assume un significato ulteriore: riconnettere le persone al tempo naturale, al rispetto delle regole, alla qualità del lavoro, al senso del limite. Tutti elementi centrali in ogni autentico percorso rieducativo. È qui che il progetto del Majorana compie il suo salto più alto. Perché se a scuola il panino identitario parla di appartenenza e futuro, nel carcere diventa anche inno alla libertà possibile, costruita passo dopo passo, seme dopo seme. Dal cibo alla coscienza. Dalla terra alla dignità. Anche dietro le sbarre, il futuro può essere coltivato. Novara. Pronti al “Gioco di squadra” in carcere: staff qualificati al fianco dei detenuti di Filippo Massara La Stampa, 11 febbraio 2026 Novara, il progetto di “Sport senza frontiere” e fondazioni Cariplo e De Agostini. In carcere lo sport diventa un’opportunità di riscatto e interazione, oltre che di promozione del benessere psicofisico. Alla casa circondariale di Novara è stato avviato il progetto “Gioco di squadra” che coinvolge i detenuti in attività fisiche guidate da istruttori qualificati, educatori e psicologi. L’iniziativa di durata per ora biennale è promossa da “Sport senza frontiere” e coperta a livello economico da Fondazione Comunità Novarese, attraverso il bando “Assistenza e cura” con risorse di Fondazione Cariplo e da Fondazione De Agostini per un valore complessivo di 54 mila euro. “La proposta è aperta a tutti in maniera volontaria - dice il coordinatore Davide Malagrida - e finora ha raccolto un centinaio di adesioni. Il programma settimanale è strutturato in 2 ore di attività negli spazi adibiti a palestra con l’aiuto di attrezzi e altre 2 sul campo da calcio per gruppi di 30 persone”. Non è la prima volta che “Sport senza frontiere” entra in carcere. Con esperienze simili lo ha già fatto a San Vittore e al Beccaria di Milano e a Napoli-Secondigliano. “Inoltre da 4 anni operiamo a Novara - ricorda il presidente Alessandro Tappa - per garantire ai minori l’accesso gratuito allo sport”. Per Mario Peraldo, direttore del penitenziario, “il nuovo percorso si inserisce nei programmi concepiti per favorire i processi di reinserimento sociale dei detenuti. L’attività sportiva è un’occasione preziosa per la creazione di relazioni personali con valori universali come il rispetto e la lealtà in cui è alto il rischio di emarginazione e sopraffazione”. L’iniziativa, con il supporto dell’area pedagogica, è promossa anche dal garante comunale dei detenuti, Nathalie Pisano: “In un contesto di privazione, è un percorso educativo che rafforza autostima, senso di responsabilità e stare in gruppo”. Le realtà in campo sottolineano inoltre l’efficacia dell’impegno condiviso. “Una delle nostre missioni è creare reti di connessione - avverte Davide Maggi, presidente di Fcn - e la sinergia con Fondazione De Agostini dimostra quanto l’approccio sia essenziale per produrre impatti duraturi”. Il segretario generale di quest’ultima, Marcella Drago, annuisce: “Crediamo nelle alleanze per moltiplicare risorse e competenze”. Voghera (Pv). Ricominciare dalla Costituzione, nel carcere un progetto per educare alla legalità di Giada Bigardi primapavia.it, 11 febbraio 2026 Un impegno condiviso per il reinserimento sociale attraverso la conoscenza della legge. Il progetto “Educare per la legalità,” promosso da otto Club Rotary del Gruppo Longobardo, offre ai detenuti del carcere di Voghera un percorso educativo sui valori fondamentali della legge italiana per favorire il reinserimento sociale. Gli incontri, che si svolgeranno fino a giugno 2026, sono supportati da istituzioni locali e professionisti legali. Nei giorni scorsi è stato ufficialmente presentato il progetto “Educare per la legalità”, un’iniziativa promossa da otto Club Rotary del Gruppo Longobardo, con il Club Rotary Oltrepò guidato dal presidente Arturo Zancan in prima linea. L’obiettivo è offrire ai detenuti della Casa Circondariale di Voghera un percorso educativo che li accompagni verso una migliore comprensione dei principi fondamentali della legge italiana, favorendo così il loro reinserimento sociale. Il progetto, ideato da Anna Bruni - già nota per il suo impegno in progetti di reinserimento sociale come quello sull’apicoltura in carcere - insieme all’avvocato Ilaria Sottotetti, prevede una serie di incontri che si svolgeranno fino a giugno 2026. Questi incontri si concentrano su una narrazione educativa che mette in luce i principi cardine della Costituzione italiana: dal valore del lavoro ai diritti inviolabili dell’uomo, dal principio di uguaglianza alla tutela delle minoranze linguistiche e religiose, fino ai diritti di difesa e alla presunzione di non colpevolezza. Successivamente, il percorso approfondirà come questi principi si concretizzano nel Codice Civile e nel Codice Penale, affrontando temi quali la tutela della famiglia, i diritti e doveri dei genitori, la protezione contro gli abusi, e i delitti contro la persona, il patrimonio e la libertà. Il programma si concluderà con un focus sulle normative relative agli stupefacenti, all’esecuzione penale, alle misure alternative alla detenzione e alla giustizia riparativa, alla luce della recente Riforma Cartabia. Il progetto ha ricevuto il pieno appoggio di Davide Pisapia, direttore della Casa Circondariale di Voghera, e della U.E.P.E. (Ufficio Locale di Esecuzione Penale Esterna), oltre che della Comunità San Pietro e della Cooperativa 381 di Voghera. Relatori degli incontri saranno gli avvocati Sottotetti e Branzoli, entrambi rotariani, che offriranno ai detenuti un supporto informativo e formativo di alto livello. Anna Bruni ha sottolineato come questo progetto rappresenti un ulteriore segno di fiducia da parte del carcere verso il Rotary e un frutto della collaborazione professionale con l’avvocato Sottotetti. “Il progetto è l’ennesimo nato dalla fiducia che il Carcere di Voghera ripone sempre in noi rotariani ma soprattutto dalla stima e professionalità reciproca nata tra me e l’Avvocato Sottotetti” - ha dichiarato Anna Bruni e che “senza il supporto dei i Club e del Distretto Rotary 2050, dei partner esterni come Comunità San Pietro e Cooperativa 381 sarebbe stato difficile da realizzare. Un particolare ringraziamento va anche alla U.E.P.E. e alla sua Direttrice dott.ssa Fontana, sempre partecipe con entusiasmo a tutti i progetti che si adoperano per la rieducazione e il reinserimento dei detenuti”. La dottoressa Fontana ha definito il progetto “molto interessante”, sottolineandone l’importanza nel far crescere la responsabilità penale e civile dei partecipanti, stimolando una riflessione sui diritti, i doveri e il danno causato dal reato. Moreno Baggini, per la Cooperativa 381 e gli Orti Sociali, ha espresso entusiasmo per questa nuova iniziativa, ricordando il successo del precedente progetto di apicoltura sociale in carcere, nato due anni fa e molto apprezzato dai partecipanti. Incontri fino a giugno - Il primo incontro, tenutosi il 19 gennaio scorso, ha riscosso grande partecipazione e interesse. Il calendario degli appuntamenti, che si protrarrà fino a giugno, promette di offrire ai detenuti momenti di approfondimento legale e riflessione personale, strumenti fondamentali per un percorso di riscatto e reinserimento nella società. Questo progetto rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra istituzioni, associazioni e realtà locali possa contribuire a costruire un futuro migliore per chi ha commesso errori, offrendo loro la possibilità di riscoprire i valori della legalità e della responsabilità civile. Un anno senza Grazia Zuffa di Leonardo Fiorentini L’Unità, 11 febbraio 2026 Un anno fa, il 9 febbraio 2025, Grazia Zuffa ci ha lasciate e lasciati, a causa di un improvviso infarto che l’aveva colpita due giorni prima, in stazione a Roma, mentre era pronta per la partenza verso l’amata sede della Società della Ragione a Firenze. Grazia è stata una femminista, un’intellettuale, una psicologa e una politica: dal 1987 al 1994, è stata Senatrice della Repubblica, prima nelle file del PCI, poi del PDS; dal 2000 al 2005, ha insegnato psicologia delle tossicodipendenze all’Università di Firenze; ha ricoperto incarichi istituzionali importanti, come quello di membro del Comitato Regionale di Bioetica della Toscana, dal 1996 al 2000, e di membro del Comitato Nazionale di Bioetica, dal 2006. Grazia, fin dagli anni Settanta, è stata attiva nel movimento delle donne e successivamente ha fondato, presieduto e animato, realtà associative che hanno svolto un’intensa attività politico culturale sulle droghe, sul carcere e sul diritto penale e sulla salute mentale, come Forum Droghe e La Società della Ragione. Grazia ha scritto numerosi articoli, saggi e libri sui molti temi che, con il suo acuto e rigoroso sguardo, ha illuminato: le questioni bioetiche, le politiche sulle droghe, la giustizia e il carcere, la salute mentale e i diritti. Ha collaborato per anni con numerose riviste di politica e teoria femminista, come Reti, Memoria e Leggendaria, ha contribuito a molte riviste e ha diretto per 10 anni Fuoriluogo, inserto mensile de Il manifesto. Ha scritto e curato numerosi libri, tra cui: con Maria Luisa Boccia, L’eclissi della madre (1998), I drogati e gli altri (2000), con Patrizia Meringolo, Droghe e riduzione del danno (2017), con Susanna Ronconi, Recluse (2014) e La prigione delle donne (2020) e ha curato con Franco Corleone, marito e compagno di tanta militanza, La ragione e la retorica (2004), La guerra infinita (2005), Dalla parte della ragione (2023). Questo inventario di incarichi e di opere, seppure così significativo, appare parziale, perché, come afferma Ida Dominijanni, “noi don- ne […] più che accumulare e finalizzare opere e imprese spargiamo semi e dissipiamo fin troppo generosamente idee, intuizioni, desideri, progetti: un materiale assai difficile da inventariare, che deborda da qualunque tecnica di archiviazione e resiste a qualunque retorica commemorativa”. Per provare a rendere visibile e collettivo questo materiale composito è nato il volume Una eredità luminosa. Il pensiero e l’opera di Grazia Zuffa (Edizioni Menabò, 2026). Il libro sviluppa quei primi ricordi pronunciati durante la commemorazione del 18 marzo 2025 alla Casa Internazionale delle Donne a Roma, in cui amiche, compagne e studiose ricordarono Grazia attraverso voci, memorie e analisi del suo lavoro. Una eredità luminosa è un caleidoscopio, un insieme variopinto e multiforme di frammenti che, guardati insieme, restituiscono immagini nuove, provando a fare i conti con quel “materiale difficilmente inventariabile” di cui parla Dominijanni: idee, critiche, pratiche, cura, relazioni, visioni del mondo che Grazia ha disseminato lungo tutto il suo percorso. Attraverso contributi diversi, il volume restituisce un ritratto ricco e sfaccettato. Il pensiero di Grazia ha continuato a parlarci anche dopo la sua scomparsa, grazie a una serie di scritti inediti, che testimoniano la vitalità e l’urgenza delle sue riflessioni, tra cui: Uomini che uccidono le donne: né mostri né matti, in Il vaso di Pandora (XXXII, 1, 2025); Donne detenute: la cultura “in” carcere, la cultura “del” carcere, in La dimensione culturale in carcere (a cura di S. Migliori, Pontecorboli, 2025); Figure della pena al femminile. Dalla donna “pericolante” alla scoperta della soggettività, in Donne oltre il carcere. Percorsi di self-empowerment delle donne detenute (a cura di M. Castiglioni, S. Ronconi, G. Zuffa, ETS, 2025); Essere donna, essere madre. Per un cambio di prospettiva della gestazione per altre/i, in Gestazione per altre persone. Legami, desideri, corpi, norme (a cura di F. Buongiorno, X. Chiaramonte, M. Galletti, Società Editrice Fiorentina, 2026); e Dipendenze e carcere, per una prospettiva etica, in Manuale di medicina penitenziaria per le dipendenze patologiche (a cura di S. Libianchi, A. Arnaudo, Publiedit, 2026). Questi testi arricchiscono il corpus del suo pensiero e confermano come la sua voce continui a interrogare le questioni più urgenti della contemporaneità. Per mantenere vivo il dialogo con il pensiero e le pratiche che da Grazia abbiamo imparato e per trasformare il lutto in un confronto ancora vivo, La Società della Ragione ha organizzato per l’11 febbraio, presso la sede a Firenze ed in streaming su societadellaragione.it, l’evento “Un anno senza Grazia, un anno con grazia”: un momento per tenere attiva una comunità di pensiero, e trasformare il ricordo in impegno, la memoria in pratica condivisa. Il Tortora di Bellocchio: storia di un incubo italiano di Tiziana Lupi Avvenire, 11 febbraio 2026 Arriva su HBO la serie tv “Portobello” di Marco Bellocchio con Fabrizio Gifuni, sul calvario processuale e mediatico del presentatore. Era il 20 febbraio 1987 quando Enzo Tortora tornava su Rai1 alla guida del suo Portobello, dopo la terribile vicenda giudiziaria di cui era stato vittima, commuovendo l’Italia con quel “Dove eravamo rimasti?”, entrato nella storia della televisione, e non solo. Nello stesso giorno, 39 anni dopo, HBO Max rilascia Portobello, serie diretta da Marco Bellocchio che ripercorre (in sei episodi) la terribile vicenda giudiziaria in cui il conduttore rimase coinvolto a causa delle false accuse di un pentito di camorra. Nella serie (già presentata lo scorso settembre, fuori concorso, alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con i primi due episodi), Tortora ha il volto di Fabrizio Gifuni e sua sorella Anna è interpretata da Barbora Bobulova; Lino Musella è il pentito Giovanni Pandico, Romana Maggiora Vergano è Francesca Scopelliti (la compagna di Tortora), Davide Mancini è l’avvocato Raffaele Della Valle (il legale del conduttore). Nel cast ci sono anche, tra gli altri, Gianfranco Gallo (Raffaele Cutolo), Tommaso Ragno (Marco Pannella), Valeria Marini (Moira Orfei), Alessandro Preziosi (Giorgio Fontana, il giudice istruttore che firmò il mandato di arresto e il rinvio a giudizio di Tortora) e Piergiorgio Bellocchio (Ugo, ex brigatista compagno di cella del conduttore). La storia, uno dei più clamorosi errori giudiziari nel nostro Paese, è nota, almeno a chi ha superato gli “anta”: nel 1983 Enzo Tortora è all’apice del successo. Dal 1977 conduce Portobello, trasmissione che raggiunge 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore dello show. Tortora è il re della tv (insieme ai colleghi Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado), il suo programma racconta e conforta il Paese e il presidente Sandro Pertini lo nomina Commendatore della Repubblica. In quegli stessi anni il terremoto dell’Irpinia dà l’ultima scossa agli equilibri già fragili della Nuova Camorra Organizzata. Giovanni Pandico, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di Portobello dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d’albergo, Tortora pensa a un errore. Ma è solo l’inizio di un’odissea che lo trascinerà dalla vetta al baratro. Come già accaduto con la serie Effetto Notte dedicata al rapimento di Aldo Moro, anche per Portobello la suggestione a Bellocchio è arrivata da un’immagine, “quella di un uomo - spiega - che, in modo stupito, esce in manette dalla caserma dei carabinieri. Si chiede perché, ad attenderlo, ci siano tanti giornalisti e fotografi. In realtà c’era già una regia, un capitano dei carabinieri gli aveva mentito dicendogli: “Nessuno ti vedrà”. In poche ore la regia di quella grande messa in scena stava già funzionando ed era iniziato un incubo terribile”. Quasi la trama di un film horror che però, purtroppo, era realtà: “Ciò che era evidente non lo fu per i giudici perché non potevano sbagliare, non potevano tornare sulla loro decisione. Fu questo che riempì molti di indignazione, rabbia e odio”. Bellocchio ammette di non essere mai stato un fan di Tortora: “La sua disgrazia è che era antipatico. A me era un po’ indifferente, non capivo quell’uomo aristocratico che non sbagliava mai una parola, ma all’epoca molti giornalisti di primo livello dissero: “Se lo hanno arrestato, qualcosa avrà commesso”. Fabrizio Gifuni aggiunge: “Si è detto di lui che fosse un antipatico di successo, un personaggio così popolare con cui, però, una parte d’Italia non simpatizzava. Approfondendo la storia di Enzo Tortora abbiamo visto che era un uomo che si batteva dall’interno dell’unica azienda televisiva di Stato per la fine del monopolio dell’emittenza, uno che non apparteneva né alle due grandi “chiese” dell’epoca, la Dc e il Pci, né alla Loggia P2 scoperta da poco”. Inoltre, “era una persona fiera, orgogliosa, che non ammiccava al pubblico. Non aveva la furbizia dei suoi tre colleghi, Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado, che sapevano come essere amati. Lui, invece, non voleva cambiare, voleva continuare a parlare un italiano inappuntabile e avere modi da signore con un’attrazione verso l’Inghilterra”. Tutto questo, per l’attore, “non giustifica certo quello che gli è successo ma spiega perché una parte del Paese fosse già pronta a voltargli le spalle. C’era un’Italia che già lo aspettava al varco”. A mettere il primo tassello di uno dei più grandi errori giudiziari della storia del nostro Paese è stato il pentito Giovanni Pandico, furioso con il conduttore che non rispondeva alle lettere che gli inviava dal carcere. Come sia stato possibile lo spiega l’attore che lo interpreta: “Uno dei semi del male è l’invidia. Quella che lui prova diventa una forza maligna. Pensa: “Voglio che tu subisca il mio male”. Vuole portare Tortora in carcere e questo è un argomento attuale visto che oggi sembra che, per esistere, bisogna infangare” osserva Lino Musella. La drammatica vicenda di Enzo Tortora arriva sugli schermi (seppure, per il momento, solo su quelli della piattaforma HBO Max) in un momento in cui nel nostro Paese infuria la campagna referendaria sulla giustizia e il rischio di una strumentalizzazione è dietro l’angolo: “La serie va giudicata per quello che è. Rispetto il referendum ma non c’è alcun rapporto” assicura Bellocchio. Gifuni conferma: “È una sfortunata coincidenza che il progetto di Portobello sia partito anni fa ma sia arrivato a dama proprio in questo momento”. A spegnere le possibili polemiche è la manager di HBO Max Laura Carafoli: “La piattaforma è stata lanciata il 13 gennaio. Questo è il primo prodotto italiano che proponiamo ed era importante farlo adesso perché abbiamo scoperto che il 20 febbraio è la data in cui Tortora era tornato in scena. Ci è sembrato un bellissimo modo per rendergli omaggio”. Portobello è una produzione Our Films e Kavac Film in collaborazione con Arte France, Rai Fiction e The Apartment Pictures. Una tragedia “buona” per riaprire i manicomi di Pietro Pellegrini Il Manifesto, 11 febbraio 2026 L’omicidio di un paziente di 72 anni da parte di un ventunenne anch’egli ricoverato, avvenuto mercoledì 21 gennaio 2026 nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) di Rieti ha colpito tutti, suscitando dolore e interrogativi. Le indagini della magistratura e le analisi delle direzioni aziendali e regionali potranno chiarire i diversi aspetti della vicenda e credo che al contempo meriti attenzione anche la situazione dell’autore e dei suoi congiunti. È una situazione complessa che non può essere affrontata in modo riduzionistico, ponendo l’attenzione quasi esclusivamente sulla legge 81/2014 sulla base del fatto che il giovane, a quanto pare autore di precedenti reati contro la persona non avrebbe dovuto restare in Spdc ma essere trasferito altrove, in una Rems. Secondo una logica lineare applicata ex post, se ciò fosse avvenuto, l’omicidio non ci sarebbe stato. In realtà la situazione va vista ex ante per capire condizioni cliniche e giuridiche. Sul piano legislativo da tempo viene auspicato il completamento della legge 81/2014 con una riforma dell’imputabilità, il superamento del doppio binario ed una revisione dei servizi e dei percorsi come da progetto di legge n.1119 a prima firma Magi. Una linea che può dare coerenza al sistema specie se associato ad un deciso miglioramento delle condizioni degli Istituti di Pena, introducendo il numero chiuso e favorendo le misure alternative. È necessario un potenziamento della sanità negli Istituti di Pena, riformando l’assistenza psichiatrica e le Articolazioni Tutela Salute ma anche riducendo la detenzione sociale con adeguati interventi che riconoscano i diritti e il reinserimento. Tra l’altro, il fatto è accaduto nella Regione Lazio tra le più dotate di posti Rems. Se tutta l’Italia avesse i posti Rems del Lazio anziché 700 ne avremmo circa 1.150. Ma la soluzione non è l’aumento indiscriminato e generalizzato dei posti Rems, quanto invece di sostenere con adeguate risorse, in primis personale, i Dipartimenti di Salute Mentale che sono il vero motore della riforma. Appare evidente come nei servizi di salute mentale, in primis negli Spdc ricadano le contraddizioni, gli esiti di politiche abbandoniche e discriminatorie, diventando così il terminale di tante situazioni critiche di migranti, senza tetto, utilizzatori di sostanze, famiglie disperate che non ce la fanno più a seguire anziani, disabili, adolescenti, persone che usano sostanze, malati mentali. Una comunità che non ce la fa più a comporre i conflitti e a creare convivenze positive e benessere, a partire dalle famiglie, dalle relazioni di genere che sfociano in maltrattamenti e aggressioni, violenze e femminicidi. Pur in presenza di segnali positivi, infatti sono in diminuzione omicidi e i femminicidi, la preoccupazione deriva dal clima, dall’essere sotto pressione, dal non vedere prospettive, dal senso di impotenza. C’è bisogno di diritti, risorse e strumenti. È nella comunità e con le famiglie che occorre operare perché molti reati gravi avvengono in casa. In altre parole viene da chiedersi se non sia venuto il momento di una loro riforma, preservando in modo assoluto il mandato di cura dei servizi di salute mentale da realizzare nel consenso, responsabilità e libertà. Vanno evitate pericolose regressioni a sistemi custodiali, a moderni manicomi, centri per migranti, modelli correzionali. Portare l’attenzione solo sulla legge 81, ovviamente sempre perfettibile e come detto riformabile, non deve dare false certezze, come ad esempio quella che ciò possa bastare, con più posti Rems, a prevenire reati e gravissimi incidenti. Non vi sono contesti indenni. Vi sono poi gli incidenti e i decessi delle persone contenute. Sarebbe importante costruire sicurezza mediante misure strutturali, di organizzazione, personale, formazione. Così i social stanno sabotando la democrazia, un clic alla volta di Leonardo Becchetti Avvenire, 11 febbraio 2026 Il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone, così gli algoritmi premiano chi litiga. Per questo dobbiamo regolamentare e rendere trasparenti le formule delle piattaforme digitali. C’è una cosa che dobbiamo fare, se vogliamo salvare la democrazia. E dobbiamo farla subito: regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi delle piattaforme digitali. Le agorà digitali sono diventate un luogo centrale nell’interazione e dello scambio tra esseri umani. Da anni molti di noi sperimentano, quasi “a pelle”, che il terreno di gioco è truccato. Ma fino a oggi mancavano prove chiare. Il caso emblematico è Twitter, oggi X. Chi lo frequenta sa bene che un messaggio carico di rabbia, livore o attacco personale ottiene molto più seguito - like, commenti, repost - di una riflessione pacata che invita alla concordia e all’incontro tra le parti. Perché succede? La logica economica è semplice. I proprietari della piattaforma puntano al massimo profitto, che dipende dalla capacità di catturare l’attenzione. Più attenzione significa più tempo speso online, più contatti, maggiori entrate pubblicitarie. E il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone. È un vecchio trucco già visto nei talk show televisivi, dove lo scontro era messo in scena alla luce del sole. Negli algoritmi, invece, tutto è più subdolo. C’è qualcuno - o meglio qualcosa - che decide se il tuo post va in “prima pagina”, viene messo nel dimenticatoio o invece fatto leggere come primo post a chi già sappiamo reagirà con rabbia perché di idee opposte. E ci sono infinite strade per manipolare i consensi premiando chi semina zizzania, livore e conflitto. Oggi sappiamo ancora meglio come questo esattamente accade. Il proprietario di X ha reso nota la formula che valuta i post in base alla loro capacità di generare engagement, cioè coinvolgimento. Apparentemente è un criterio neutro: si mostra ciò che “interessa”. Ma quando la metrica principale diventa la quantità di interazioni, i contenuti polarizzanti e aggressivi vengono premiati, perché generano reazioni più immediate e intense. Non è necessario che la piattaforma “voglia” esplicitamente più rabbia: è sufficiente che premi l’engagement, perché la rabbia è una delle forme più efficienti di cattura dell’attenzione. I modi in cui questo avvelena la democrazia sono almeno due. Primo: i violenti e gli arrabbiati prevalgono su chi vuole promuovere dialogo, riflessione e conciliazione. Secondo: le persone alla ricerca di consenso, progressivamente, si trasformano. Si accorgono che la rabbia “funziona” e finiscono per adottarla. Un algoritmo che amplifica sistematicamente contenuti aggressivi e penalizza quelli dialogici entra in conflitto con principi costituzionali fondamentali. Richiama l’art. 21, perché la libertà di espressione non è solo “poter parlare”, ma anche poter partecipare a un dibattito pubblico non strutturalmente distorto da meccanismi opachi di visibilità. Interroga l’art. 3, perché crea una disuguaglianza di fatto nell’accesso alla sfera pubblica premiando chi urla e marginalizzando chi argomenta. Tocca l’art. 2, perché un ambiente progettato per incentivare ostilità e disprezzo erode solidarietà e legami sociali. Riguarda l’art. 1, perché la sovranità popolare richiede cittadini informati e un’opinione pubblica non manipolata. Infine chiama in causa l’art. 41, perché l’iniziativa economica privata non può svolgersi contro dignità umana e utilità sociale, fondando così un dovere pubblico di regolazione e trasparenza. I social sono uno strumento straordinario (lo Speaker’s Corner globale) e non dobbiamo gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma l’epoca del Far west deve finire. Piattaforme più sane - dove la discussione non sia sistematicamente premiata quando diventa insulto e disprezzo - devono diventare la regola e non l’eccezione. Qualcosa si muove. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato un pacchetto di misure che va nella direzione giusta: obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione di contenuti illegali, sistemi di monitoraggio dell’odio e della polarizzazione, e un rafforzamento serio della verifica dell’età per proteggere i minori. E, aggiungiamo noi, identità di chi scrive e interventi severi di antitrust che eliminano le barriere all’entrata di quasi monopoli creando una concorrenza tra più piattaforme su basi eguali. Nel mondo occidentale i reiterati appelli al liberalismo, alla concorrenza e al mercato stranamente si fanno silenti quando i nodi da affrontare sono più importanti e su terreni delicati come questo. La trasparenza degli algoritmi e l’eventuale intervento in caso di incostituzionalità è fondamentale, beninteso, non per eliminare il confronto anche aspro ed accesso tra idee diverse nella nostra vita sociale. Il punto è che contrasto franco di idee, da una parte, e tentativi di trovare punti d’incontro e di promuovere armonia e concordia, dall’altra, devono poter gareggiare ad armi pari. Se al contrario l’algoritmo diventa una macchina che premia sistematicamente inimicizie, discordia, divisioni, fazioni, allora la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire. Perché la democrazia non è solo voto: è relazione, fiducia, capacità di riconoscere l’altro come persona. E nessuna società può restare libera a lungo se l’arena pubblica viene progettata per renderci ogni giorno un po’ più arrabbiati. Da Erika e Omar a Meredith, se la caccia al colpevole mette nel mirino lo straniero di Pierangelo Sapegno La Stampa, 11 febbraio 2026 Dio stramaledica lo straniero. Qualche assassino lo fa davvero, o almeno ci prova a scaricare la colpa su di loro. A volte gli stranieri non hanno proprio un volto. Sono albanesi, marocchini, tunisini, tirati in ballo così, in generale. Personaggi senza identità. Sono i libici dopo Ustica o i palestinesi del Fronte Popolare per la strage di Bologna. Sono Carlos, quando non si sapeva ancora chi fosse, solo una etichetta da appiccicare a qualsiasi omicidio che puzzava di attentato. Altre volte no. Hanno nome e cognome, come Naudy Carbone, che s’è svegliato all’una di notte con cinquanta sotto casa che gli gridavano “sporco negro” e “scendi giù negro di merda”, perché ad Alex Manna, l’assassino di Zoe, era sembrata “una buona idea per sviare le indagini raccontare che era stato quel ragazzone di colore ad aggredirla”. Nella nostra memoria, il primo ricordo è quello della strage di Novi Ligure, la caccia agli albanesi. L’idea era stata di Omar. E quando Erika fu trovata in strada, sporca di sangue e a piedi nudi che invocava aiuto ad alta voce, raccontò di aver sentito urla e tonfi, incolpando terrorizzata due fantomatici aggressori albanesi. Fece anche un nome: Cezar Tellalli, 17 anni, suo compagno di oratorio, poveraccio. Titoloni sui giornali, manifestazioni in tutta Italia e i carabinieri che bussano alla sua porta. Solo che ha un alibi di ferro. Il giorno dopo in caserma lui incontra Erika e ci chiacchiera amabilmente, ignaro del fatto che è stata proprio lei a portarlo lì. E pure del particolare che i carabinieri li hanno già sgamati i due veri assassini. Si è presentato un vicino di casa che dice di aver visto Omar uscire dalla villetta con i calzoni tutti insanguinati, prendere il suo motorino e a andarsene via tranquillamente. Al resto ci pensano i Ris e pure un’analisi accurata sulla scena del crimine. Nessun segno di effrazione, niente che faccia pensare a un’aggressione arrivata dall’esterno, come avevano tentato di far credere i due colpevoli. Erika e Omar crollano, come è crollato Alex Manna. Poi c’è chi resiste molto di più, anche dopo aver già confessato. È il caso di Olindo e Rosa, gli autori della strage di Erba, che anche di fronte all’evidenza delle prove, continuano a sbandierare una surreale pista di nordafricani pluriassassini per una guerra sullo spaccio della droga. Già all’inizio, appena trovati i quattro corpi massacrati nel sangue dentro l’appartamento, le indagini avevano puntato sul tunisino Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef, che però aveva un alibi inattaccabile essendo all’estero la notte della strage. Si pensò allora a un regolamento di conti compiuto contro di lui. Fu l’intuizione di qualche grande inquirente - ne abbiamo tanti in Italia - a indirizzare le indagini verso due insospettabili che abitavano nello stesso palazzo delle vittime. Si comportavano in modo strano, meglio capirci qualcosa di più. Così perquisirono la macchina e trovarono una traccia di sangue sotto il tappetino. Una delle vittime, miracolosamente sopravvissuta, riconobbe Olindo. E il 10 gennaio 2007, un mese dopo l’eccidio, davanti al magistrato, i due coniugi confessarono, addossandosi separatamente l’intera responsabilità, descrivendo con minuzia i singoli atti del massacro, il tipo di ferite e le posizioni dei corpi, con particolari che potevano conoscere solo coloro che avevano vissuto la scena del delitto. Eppure adesso, sostenuti da una abbastanza incomprensibile campagna pubblicitaria, si dichiarano innocenti puntando il dito contro i killer venuti dal Magreb. Amanda Knox è stata condannata a tre anni per aver accusato Patrick Lumumba del delitto di Meredith, a Perugia. Lui, travolto da quel ciclone giudiziario, ha dovuto chiudere baracca e burattini e andar a vivere in Polonia. Anche per la morte di Lorys a Camerina si era pensato a fantomatici stranieri. In carcere però c’è Veronica Panarello, sua madre. Questa ossessione potrebbe comunque avere una spiegazione. Una ricerca, condotta dalla Cattedra di Criminologia dell’Università degli Studi di Milano, su oltre 25mila commenti comparsi su un centinaio di fonti, tra social, siti vari e giornali on line, ha evidenziato inequivocabilmente una cosa: che abbiamo una fottuta paura dello straniero, al punto da odiarlo quasi. L’indagine aveva preso in esame tre casi: quello di uno straniero che uccide un’italiana, di un italiano che ammazza un uomo di colore e di un italiano che toglie la vita a una ventenne di Milano. Se il primo caso scatena una violenza abbastanza prevedibile (più contro gli stranieri che contro gli spacciatori, considerando che l’assassino era uno di loro), anche il secondo giustifica commenti improntati su una componente razziale, per attaccare gli stranieri o per denunciare l’incapacità della nostra politica. Nell’impero bizantino accadeva la stessa cosa contro i Goti: guai se avevi i cappelli biondi e gli occhi azzurri. Ma i Goti evocavano una temuta ferocia guerresca. Come finì? Che i goti si integrarono benissimo. Oggi chissà. La realtà dice che su 10 persone arrestate sei sono straniere (dati Viminale). E che i reati sono in continua diminuzione (dati Istat) nonostante l’aumento degli stranieri. E poi dice che abbiamo il più alto numero di casi risolti dalla nostra polizia in Europa. E quindi forse gridare “al lupo! È stato lo straniero” non serve mica tanto. Migranti. Arriva la stretta del Governo: c’è il blocco navale di Paolo Delgado Il Dubbio, 11 febbraio 2026 Oggi, salvo possibili slittamenti, il governo muoverà all’attacco sul fronte immigrazione con un ddl “collegato” al pacchetto sicurezza approvato la settimana scorsa. Le norme in questione, anzi, erano contenute in quel ddl “gemello”, salvo poi essere trasferite di peso in quello prossimo venturo. L’innovazione più fragorosa era la possibilità di “temporanea interdizione delle acque territoriali” in caso di “pressione migratoria eccezionale”. A questa norma se ne accompagnava un’altra: la possibilità di prelevare dalle imbarcazioni soggette a interdizione i migranti e portarli fuori dalle acque territoriali italiane per convogliarli verso “Paesi terzi sicuri”, dove verrebbero internati in attesa del rimpatrio se i Paesi di provenienza sono considerati sicuri. È evidente che il ddl è funzionale ad avviare il progetto di esternalizzazione dei centri che avrebbe dovuto essere avviato con l’esperimento pilota dell’Albania ma è stato sin qui bloccato dalle sentenze che vietavano i trasferimenti nei centri costruiti in Albania. Il braccio di ferro, si sa, prosegue da un paio d’anni. Ieri però un Parlamento europeo la cui maggioranza ha ormai adottato la linea blindata della quel il governo italiano è principale sponsor ha approvato l’accordo già raggiunto in sede di Consiglio europeo sulla modifica ed estensione della lista dei Paesi sicuri. Nel pacchetto figurano anche Egitto e Bangladesh, cioè i Paesi da cui provenivano migranti che il governo aveva inviato in Albania, oltre a Marocco, Tunisia, India e altri ancora. I richiedenti asilo provenienti da quel Paese dovranno d’ora in poi dimostrare che nel loro caso personale il rimpatrio in quei Paesi, altrimenti sicuri, comporterebbe rischi per la vita o la libertà. Non si tratta di una torsione ma di un rovesciamento dell’onere della prova che non solo renderà più difficile ottenere l’asilo ma che dovrebbe sbloccare anche il tormentone albanese. I giudici avevano infatti bloccato i trasferimenti e imposto il rientro in Italia degli immigrati spediti in Albania proprio perché i loro Paesi di provenienza non figuravano come “sicuri” secondo le liste europee. L’accordo approvato ieri dal Parlamento di Strasburgo interviene inoltre a fondo sul nodo essenziale dei “Paesi terzi sicuri”. I governi della Ue potranno infatti dichiarare inammissibile la richiesta di asilo e dirottare il richiedente verso un “Paese terzo sicuro” quando sia assolta una di queste tre condizioni: l’esistenza di legami di parentela o culturali e linguistici tra il richiedente e il Paese in questione; il passaggio del richiedente in quel Paese, dove avrebbe potuto richiedere la protezione, prima di arrivare nella Ue; l’esistenza di un accordo sull’asilo (minori non accompagnati esclusi) tra lo Stato membro della Ue coinvolto o dell’intera Unione con quel Paese. Il ricorso contro la richiesta di asilo respinta, inoltre, non implicherà più la sospensione del provvedimento. Meloni avrebbe preferito che entrasse subito in vigore il giro di vite sull’immigrazione, più concreto e meno inapplicabile del pacchetto sicurezza della settimana scorsa destinato ad avere pochi effetti pratici. Anche per rivenderselo nella campagna referendaria contro i giudici, rei di aver bloccato i viaggi in Albania. A impedirle di procedere per decreto è stato il Colle, impugnando proprio un inaggirabile problema di date. La base del decreto italiano è la nuova normativa europea, contenuta nel Migration and Asylum Pact, di cui il pacchetto sui Paesi sicuri approvato ieri è parte integrante e fondante. Il Patto entrerà però in vigore solo in giugno: sino a quel momento le misure previste dal dl confliggerebbero con la normativa europea. Non si tratta dell’unico rilievo costituzionale mosso da Mattarella. Il testo originale prevedeva l’espulsione degli stranieri considerati “pericolosi”, senza ulteriori specifiche e senza possibilità di ricorso. Il presidente ha chiesto di definire quando si possa parlare di “pericolosità” e in ogni caso conservando la possibilità di appello, garantita dalla Costituzione per ogni provvedimento amministrativo. Non saranno le uniche modifiche apportate al testo. Il capitolo interdizione delle acque territoriali-blocco navale è delicatissimo perché rischia di confliggere con la normativa internazionale e scriverlo male, come spesso capita al governo, lo esporrebbe sia ai rilievi del Colle sia ai siluri della magistratura. Ma alla fine la strategia blindata della “fortezza Europa” farà comunque un passo avanti da gigante. Perché ha già sfondato in quell’Europa considerata sino a ieri bastione in difesa almeno dei diritti umani più basilari. Migranti. Così il governo vuole colpire il diritto all’asilo di Gianfranco Schiavone L’Unità, 11 febbraio 2026 L’obiettivo è eliminare de facto l’istituto giuridico della protezione umanitaria senza formalmente cancellarlo non essendo ciò costituzionalmente possibile. Tra i campi oggetto dell’intervento liberticida dell’attuale esecutivo ce n’è uno di cui si è ancora poco parlato ma che investe la vita di nuove decine di migliaia di persone ogni anno. È la cosiddetta protezione complementare (chiamata nelle varie fasi storiche, protezione umanitaria, casi speciali, protezione speciale) ovvero il riconoscimento del diritto ad una protezione basata non sulle cosiddette protezioni maggiori previste dal diritto dell’Unione europea (lo status di rifugiato e lo status di protezione sussidiaria) ma sul diritto interno che tuttavia la prevede non già come scelta opzionale di natura caritatevole, bensì come forma indispensabile di protezione finalizzata a dare piena attuazione al diritto d’asilo come delineato dall’articolo 10 terzo comma della Costituzione (Corte Cassazione sez. 6-1, ord. n. 10686/12). L’insieme delle situazioni tutelabili mediante questa forma di protezione è stato ben definito dalla Cassazione un “catalogo aperto” (sez. 6-1, sent. n. 26566/13), avente il fine di tutelare situazioni di vulnerabilità, ribadendo altresì il carattere di “misura atipica e residuale idonea ad integrare l’ampiezza del diritto di asilo costituzionale” (sez. 6-1, ord. n. 15466/14). Nel decreto legge approvato dal Governo in data il 5 febbraio scorso, ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, compare un “capo IV-bis” (art. 18 bis e 18ter) dedicato alla riforma della protezione complementare in relazione alla tutela della vita privata e familiare di cui all’art. 8 Cedu sopra richiamato. Corrono voci che il testo potrebbe essere stralciato per essere inserito nell’annunciato disegno di legge oppure in un nuovo decreto legge anch’esso annunciato. In attesa di saperlo, e correndo il rischio che al momento della pubblicazione di questo articolo ci siano delle novità rilevanti, rompo consapevolmente la regola che adotto sempre di non scrivere di ciò che non è stato ancora votato in ragione della gravità della proposta, qualunque dunque sarà il suo iter. Se il provvedimento rimarrà incardinato in un decreto legge si può intanto evidenziare come ancora una volta non sussistono in alcun modo i presupposti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dall’art. 77 Cost. per il ricorso alla decretazione d’urgenza in quanto si tratta di un istituto giuridico che regola un diritto soggettivo la cui tutela è da tempo prevista nell’ordinamento e che potrebbe essere modificato solo con una procedura adottata mediante legge adottata dal Parlamento secondo l’iter legislativo ordinario di cui all’art. 72 Cost. Il testo dell’eventuale futura norma voluta dal governo richiama l’articolo 8 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali (ratificata in Italia nel 1955) che si vorrebbe appunto applicare in modo più preciso con la nuova disposizione. La nozione di vita privata di cui all’art. 8 Cedu è complessa ed ha avuto una ricca (e non sempre lineare) elaborazione giurisprudenziale da parte della Corte di Strasburgo e dalla giurisprudenza interna. Essa prevede comunque la tutela dell’integrità fisica e morale della persona al fine di perseguire liberamente lo sviluppo e la realizzazione della loro personalità, il diritto a stabilire e sviluppare rapporti con altri esseri umani e con il mondo esterno, nonché, nel caso di stranieri, il diritto a mantenere l’insediamento stabile che la persona ha conseguito in un Paese di cui non è cittadino salvo inderogabili ragioni di sicurezza ed ordine pubblico. Il diritto alla vita famigliare, anch’esso previsto nell’articolo 8 Cedu, oltre a tutelare la vita matrimoniale include relazioni basate su legami di fatto, convivenza, filiazione naturale ed adottiva. Con decisione n. 14413/2021 delle Sezioni Unite della Cassazione viene ricordato che “La protezione offerta dall’articolo 8 Cedu concerne, dunque, l’intera rete di relazioni che il richiedente si è costruito in Italia; relazioni familiari, ma anche affettive e sociali (si pensi alle esperienze di carattere associativo che il richiedente abbia coltivato) e, naturalmente, relazioni lavorative e, più genericamente, economiche (si pensi ai rapporti di locazione immobiliare), le quali pure concorrono a comporre la “vita privata” di una persona, rendendola irripetibile, nella molteplicità dei suoi aspetti, “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. La norma che il governo vuole introdurre nell’ordinamento “tiene conto della natura e dell’effettività dei vincoli familiari, delle relazioni sociali e culturali” che la persona ha sviluppato in Italia, nonché dei suoi legami con il paese di origine ma, ai fini del riconoscimento della protezione pone i fortissimi limiti previsti nell’articolo successivo, il 18 ter. In esso si prevede che lo straniero deve aver soggiornato regolarmente in Italia da almeno cinque anni, disporre di un certificato di conoscenza della lingua italiana a livello B1, di un alloggio conforme ai requisiti di legge e abbia percepito nell’ultimo triennio un reddito piuttosto buono (con rinvio all’art. 28 ter lettera b) del T.u. immigrazione). Tali requisiti devono altresì essere posseduti cumulativamente. Nel caso il soggiorno regolare sia inferiore a cinque anni l’istanza di protezione complementare viene rigettata per mancanza di requisiti “fatta salva la prova contraria, a carico dell’interessato che deve dimostrare il possesso di un livello di integrazione sociale particolarmente elevato” sulla base comunque di tutte le condizioni reddituali ed abitative sopra indicate. Se infine il cittadino straniero non ha un permesso di soggiorno in quanto irregolarmente presente nel territorio nazionale, nessun riconoscimento di protezione gli sarà mai possibile, indipendentemente dal tempo trascorso e dal suo effettivo livello di integrazione sociale. L’irregolarità diviene dunque in tale ottica una condanna a vita, salvo ovviamente che lo straniero non scelga la penosa e italianissima truffa del decreto flussi quale forma di regolarizzazione mascherata (Unità, 3.07.25). Faccio subito notare al lettore che i requisiti richiesti per ottenere la protezione complementare che la nuova norma vuole imporre sarebbero gli stessi di quelli già previsti dalla normativa vigente (d.lgs 8 gennaio 2007, n.3) per ottenere niente meno che il permesso UE lungo soggiornanti (!) Si può dunque vedere anche solo da ciò l’eccezionale livello di irragionevolezza della eventuale nuova normativa. Se una persona possiede tutti i gravosi requisiti di cui sopra perché mai dovrebbe fare una domanda di riconoscimento di una protezione complementare basata sulla valutazione della sua integrazione sociale? Attraverso la torsione estrema della norma si vuole conseguire così un obiettivo politico da tempo agognato ma mai raggiunto, ovvero eliminare de facto l’istituto giuridico in oggetto senza formalmente cancellarlo non essendo ciò costituzionalmente possibile. In sede amministrativa di fronte alle Commissioni territoriali per il riconoscimento del diritto d’asilo il rigetto dell’istanza di riconoscimento della protezione complementare per integrazione sociale e rispetto della vita privata e familiare sarà dunque automatico e generalizzato con chiara ridicolizzazione della stessa procedura amministrativa il cui esito è predeterminato. Diversamente, nel rispetto dell’ordinamento costituzionale e dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali il giudice ordinario, sulle cui spalle cadrà l’intero enorme peso di esiti amministrativi già predeterminati ex ante, sollevando inevitabilmente i profili di illegittimità della norma interna, dovrà sempre valutare in concreto il livello di radicamento sociale della persona indipendentemente dal possesso di requisiti formali quali una casa avente requisiti abitativi elevati o un lavoro stabile e ben remunerato. In un corretto approccio giuridico sostanzialistico altresì anche la durata del periodo di soggiorno non può essere definita da un parametro rigido; il quinquennio di presenza può rappresentare un parametro temporale che dimostra in modo evidente una permanenza di lungo periodo ma va sempre valutato in concreto il radicamento realizzato dalla persona in Italia, anche dunque in presenza di periodi temporali inferiori purché così brevi da escludere di per sé che si possa parlare di radicamento. Come acutamente precisato dalla Corte di Cassazione in una recentissima sentenza “il giudice nazionale, al cospetto del caso al suo esame, è tenuto a far vivere i criteri dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, e ribaditi dalla Corte di legittimità, rivolti a valorizzare i legami familiari, la durata della presenza della persona sul territorio nazionale, le relazioni sociali intessute, il grado di integrazione lavorativa realizzato (….) non si richiede, soprattutto ove venga in rilievo l’integrazione sociale, un percorso interamente compiuto; occorrono però segni univoci, chiari, precisi e concordanti, nella direzione intrapresa” (Corte di Cassazione, prima sez. civile, sentenza n. 13309/2025). Lo stesso approccio sostanziale riguarda gli stranieri che non hanno mai avuto o che hanno perso la regolarità del soggiorno. In linea con la giurisprudenza della Corte CEDU, la cui posizione iniziale un po’ restrittiva in caso di stranieri irregolari si è venuta progressivamente ampliando, la citata sentenza del 2025 della Cassazione sottolinea come “la protezione complementare può essere accordata in presenza di un radicamento del cittadino straniero sul territorio nazionale sufficientemente forte da far ritenere che un suo allontanamento, che non sia imposto da prevalenti ragioni di sicurezza nazionale o di ordine pubblico, determini una violazione del suo diritto alla vita familiare o alla vita privata”. La ratio giuridica è chiara: la lunga presenza di fatto in Italia non porta certo all’automatica acquisizione di un diritto di soggiorno ma va sempre attuato un bilanciamento tra la tutela dei diritti fondamentali e l’interesse pubblico: solo prevalenti ragioni di ordine pubblico possono rendere legittimo l’allontanamento in presenza di un radicamento forte che, come si è detto, non dipende dal possesso di requisiti formali (è evidente che chi è irregolare non può ad esempio avere un regolare contratto di lavoro) ma sostanziali. Se gran parte della sua esistenza si è radicata in Italia, i rapporti con il paese d’origine fortemente allentati e le condizioni di eventuale rientro lo esporrebbero a una “privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani” (Cassazione, sez. Unite civili, sent.24413/21) l’irregolarità di soggiorno non può di per sé impedire il riconoscimento della protezione complementare. Migranti. L’europarlamento affossa il diritto d’asilo nell’Unione di Giansandro Merli Il Manifesto, 11 febbraio 2026 Via libera alle deportazioni extra Ue. E anche il progetto Albania potrebbe accelerare. Il concetto di paese terzo sicuro appare incompatibile con la Costituzione. Il Ppe vota di nuovo con le estreme destre. Defezioni nel centrosinistra. Il parlamento europeo ha affossato in via definitiva il diritto d’asilo nell’Ue. L’approvazione delle modifiche al regolamento procedure, già passate da Commissione e Consiglio, getta le basi per cancellare questo pilastro europeo. Con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni è stata votata la creazione di un elenco comune di paesi di origine sicuri. Con 396 voti a favore, 226 contrari e 30 astensioni gli eurodeputati hanno dato il via libera al concetto di paese terzo sicuro. Popolari ed estrema destra si sono schierati insieme. I socialdemocratici si sono opposti, con le defezioni di danesi, svedesi e rumeni. La sinistra europea ha detto compattamente No. La novità in grado di distruggere l’architettura del diritto d’asilo Ue, incentrato sul principio di territorialità, è il concetto di paese terzo sicuro. Finora un richiedente asilo poteva essere rimbalzato fuori dall’Europa solo se aveva un legame con lo Stato terzo o se vi era transitato, come accade ai migranti che dalla Turchia arrivano in Grecia. Ora basterà che l’Ue o un paese membro abbiano un accordo con un partner internazionale. È il modello Ruanda, diverso e più pericoloso del protocollo Albania. Facciamo un esempio: se l’Italia dovesse stabilire un’intesa con il Kenya, poniamo caso, ritenuto paese terzo sicuro potrebbe giudicare inammissibili le domande di qualsiasi richiedente asilo, russo o eritreo è uguale, e deportarlo a Nairobi. La persona sarebbe subappaltata per sempre, non solo durante l’esame della richiesta di protezione (come in Albania). C’è da scommettere che quando la norma entrerà in vigore, da giugno 2026 con il nuovo Patto Ue, si aprirà un mercato di paesi terzi sicuri per spingere i vari governi, attraverso incentivi economici e/o ricatti politici, ad accollarsi quote di disperati della terra. Se questo sia compatibile con la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue andrà verificato. La Costituzione italiana, però, stabilisce chiaramente che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”. Senza cancellare dall’articolo 10 l’espressione “nel territorio della Repubblica” non si vede come la norma Ue possa superare il vaglio della Consulta, che prima o poi sarà chiamata a pronunciarsi sulla tutela di quello che a tutti gli effetti è un principio fondante dell’ordinamento costituzionale. Il dibattito sul “controlimite”, un argine invalicabile al primato del diritto Ue a tutela della massima Carta nazionale, entrerà così nel vivo. Intanto, però, la politica sarà andata avanti per la sua strada. Se potesse contare anche sulla vittoria al referendum per la riforma della magistratura gli equilibri tra i poteri sarebbero alterati per sempre e i confini all’arbitrio dell’esecutivo molto più labili. Nella campagna referendaria rischia di inserirsi anche l’altro punto approvato ieri all’europarlamento: la lista dei paesi di origine sicuri. C’è una conclusione ambigua nel testo, un paragrafo che gli esperti di diritto europeo hanno difficoltà a ricordare in precedenti atti legislativi. Gli Stati membri “dovrebbero essere in grado di applicare il prima possibile” (should be able to apply as soon as possible), prima di giugno 2026, le eccezioni geografiche o per categorie di persone agli Stati di origine dei migranti che chiedono asilo. Il governo italiano si è battuto strenuamente per anticipare questa possibilità nella convinzione, tutta da verificare visti i paletti posti dalla Corte di giustizia Ue, che così ai giudici italiani mancherebbero argomenti per disapplicare le procedure accelerate di frontiera, quelle che permettono la detenzione in Albania dei richiedenti asilo di Bangladesh, Egitto e Tunisia. Al momento non risultano annunci ufficiali del governo su un riavvio del protocollo con Tirana, nella forma iniziale riservata a chi non è mai entrato in Italia, prima dell’estate. Il Viminale ha sempre parlato di giugno. Se però ci fossero i tempi tecnici della burocrazia europea e quel “should be able to apply as soon as possible” non fosse interpretato come una condizione preliminare all’entrata in vigore del Patto per evitare ritardi, ma come la possibilità concreta di anticiparlo, la partita cambierebbe. E l’esecutivo sarebbe in una situazione di win-win: nel caso in cui i giudici dessero il via libera alle detenzioni oltre Adriatico il governo potrebbe dire, a torto visto che ha dovuto cambiare le norme comunitarie, di avere sempre avuto ragione; se le toghe bloccassero ancora i trattenimenti Meloni e Piantedosi avrebbero nuovi argomenti per attaccarle prima del referendum. del resto i segnali che il governo si appresta a violare le sentenze e le norme sovraordinate aumentano su diversi fronti. È solo questione di tempo. E solo una sonora bocciatura della riforma della magistratura potrebbe fissare un argine. Politico prima ancora che giuridico. Stati Uniti. Meta e Alphabet a processo: “Creano dipendenza nei più giovani” di Emilio Minervini Il Dubbio, 11 febbraio 2026 I social media hanno “deliberatamente progettato i loro prodotti per creare dipendenza?”. È quanto dovrà accertare la giudice del tribunale di Los Angeles, Carolyn Kuhl, chiamata a decidere la causa contro Meta e Alphabet (holding fondata da Google nel 2015), intentata dalla 20enne identificata come Kayley GM, che ha denunciato di aver subito gravi danni mentali perché da bambina è diventata dipendente dai social media. “Questo caso riguarda due delle aziende più ricche della storia che hanno progettato la dipendenza nel cervello dei bambini”, ha detto l’avvocato Mak Lanier, che rappresenta la querelante, alla giuria nella sua dichiarazione di apertura. “Vi mostrerò le prove che queste aziende hanno costruito macchine progettate per creare dipendenza nel cervello dei bambini, e lo hanno fatto di proposito”, ha proseguito Lanier aggiungendo che parlerà “di come Google e Meta hanno deliberatamente progettato i loro prodotti, YouTube e Instagram, per catturare l’attenzione degli utenti e farli tornare, non per caso ma per scelta, perché la dipendenza è redditizia”. Lanier ha dichiarato l’intenzione di utilizzare prove fornite dalle stesse società ed elementi di neuroscienza per dimostrare che “mettere giù (il telefono ndr) non è mai un’opzione”. Secondo l’accusa infatti le due società avrebbero progettato e costruito ambienti digitali capaci di agganciare l’attenzione e dotati di meccanismi per impedire il più a lungo possibile agli utenti di distogliere lo sguardo. Nel corso del suo intervento l’avvocato ha descritto Instagram come un “feed senza fine in cui le persone cercano una validazione sociale”, mentre YouTube “riproduce il video seguente prima che tu decida di voler interrompere la visione”, e lo farebbe tramite un algoritmo in grado di “capire cosa stai guardando e te ne fornisce di più, che tu lo cerchi o no”. Oggi dovrebbe comparire di fronte al giudice il capo di Instagram, Adam Mosseri, mentre la prossima settimana in aula è atteso il proprietario di Meta, Mark Zuckerberg, e dovrebbe essere convocato anche il capo di YouTube, Neil Mohan. Il processo è seguito con molta attenzione, sia negli Stati Uniti che all’estero, in quanto la sua definizione potrebbe creare un precedente che aprirebbe la strada ad un’ondata di cause simili nei confronti dei colossi del tech. Le società proprietarie dei social media sono infatti accusate, in numerose cause in tutti gli Stati Uniti, di aver portato i giovani utenti a diventare dipendenti da contenuti che hanno poi causato depressione, disturbi alimentari, ricovero psichiatrico fino ad arrivare al suicidio. Gli avvocati dei querelanti stanno adottando le strategie utilizzate negli anni 90 e 2000 contro l’industria del tabacco, che in quegli anni è stata sommersa da un’ondata di cause legali con l’accusa di vendere un prodotto dannoso, e lo scorso venerdì gli avvocati della difesa hanno cercato invano di impedire ai querelanti di paragonare le loro piattaforme al tabacco e ad altri prodotti che creano dipendenza. Anche sull’altra sponda dell’oceano Atlantico, dopo due decenni caratterizzati da un quasi totale laissez faire per i giganti del tech, ci si inizia a chiedere quale sia l’impatto dei social sugli utenti, giovani e meno giovani, e più in generale sulla società. Dopo l’intenzione di introdurre il divieto d’iscrizione e d’utilizzo dei social per i minori espressa da Francia e Spagna, la Commissione Europea ha infatti annunciato che, a seguito di un’ indagine avviata a febbraio del 2024, è stata riscontrata una violazione del Digital Services Act da parte di Tik Tok, di proprietà della cinese ByteDance. Secondo la Commissione infatti la piattaforma per come è costruita “crea dipendenza” e non porrebbe “ragionevoli, proporzionate ed efficaci” misure per mitigare il rischio di dipendenza. “Le indagini preliminari della Commissione descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento e adotteremo tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a nostra disposizione”, ha dichiarato un portavoce di ByteDance. Negli Stati Uniti Tik Tok non è più fra le parti in causa nel processo di Los Angeles in quanto a fine gennaio ha patteggiato prima che iniziasse il processo e pagato una cifra, che non è stata resa nota, alla querelante Karolin G.M. che avevano denunciato la piattaforma con accuse simili a quelle formulate contro Meta e Alphabet. Negli ultimi anni il legame tra disturbi psicologici e l’utilizzo eccessivo dei social media è stato evidenziato da numerosi studi scientifici e, se dovesse essere accertato giudizialmente che i social media sono consapevolmente costruiti per creare dipendenza, le conseguenze potrebbero essere epocali. Venezuela. La libertà costa, pagala in barili di Daniele Mastrogiacomo L’Espresso, 11 febbraio 2026 Delcy Rodriguéz concede l’amnistia ai detenuti politici inghiottiti dalle prigioni di Maduro. Poi il Parlamento dà il via libera alla privatizzazione del greggio. E Trump è raggiante. Non è una svolta ma un primo passo. Anzi: un doppio passo. Qualcosa che non accadeva da 20 anni. Avviene tutto tra giovedì 29 e venerdì 30 gennaio. Le grida di gioia davanti al carcere di Rodeo I, del Tocorón, di Yare, del famigerato El Helicoide, della Zona 7 della Polizia bolivariana, lo confermano. Il governo venezuelano ha votato all’unanimità una legge di amnistia generale per i prigionieri politici. Una decisione inaspettata ma inseguita, agognata da mesi. Con le madri, i padri, i nonni, le mogli, le sorelle accampati fuori dai penitenziari distribuiti in tutto il Paese impegnati in uno sciopero della fame che ha già provocato morti per infarti e denutrizione. I rilasci dei detenuti fatti con il contagocce, quelli dei nomi più noti, come l’italiano Alberto Trentini, e della giornalista investigativa venezuelana Rocío San Miguel. “Voglio annunciare che abbiamo deciso di promuovere una legge di amnistia generale che copra l’intero periodo di violenza politica dal 1999”, dichiara Delcy Rodriguéz durante un evento davanti alla Corte Suprema di Giustizia. Molti detenuti sono dirigenti politici dell’opposizione. Ma ci sono anche giovani e giovanissimi, arrestati durante le rivolte del 2024, dopo le elezioni farsa che attribuirono la vittoria a Nicolás Maduro. Non si conosce neanche il loro numero esatto. Si parla di centinaia, forse un migliaio. Le Ong che si occupano di diritti civili e di detenuti, come Giustizia, Incontro e Perdono o Foro Penal, confermano il rilascio di 276 prigionieri, il governo ne indica 600. Si invoca l’intervento dell’Onu per chiarire. Si arriva a 626 persone rilasciate, il ministro degli Interni Diosdado Cabello, allunga fino a 808. “Stanno impazzendo perché non hanno la lista”, commentava beffardo poche ore prima. L’ex colonnello trasformato in leader politico rappresenta l’ala dura del regime, controlla il vasto apparato militare e poliziesco. Si mormora che non condividesse la decisione di Delcy Rodríguez, anche se le sue proteste sono state contenute. Girano voci che anche lui, fervente chavista, dialogasse con l’amministrazione americana ben prima dell’intervento militare Usa. Voci che ovviamente si è affrettato a smentire. I giochi sono in pieno svolgimento. Il trapasso del regime va condotto con equilibrio e pragmatismo. Basta poco per provocare la reazione statunitense. Il Segretario di Stato Marco Rubio avverte: “Siamo pronti a bombardare di nuovo il Venezuela”. Ma appena arriva l’annuncio dell’amnistia generale appare il post conciliante di Donald Trump su Truth: “Vorrei ringraziare i leader del Venezuela per aver accettato questo potente gesto umanitario”. Nell’entusiasmo generale si annuncia anche la trasformazione de El Helicoide, simbolo del terrore del regime, in un centro culturale, sportivo e sociale. Servirà a ricordare per non dimenticare. Passano 24 ore ed ecco la seconda svolta: una legge sugli idrocarburi. Apre i rubinetti del petrolio dell’Orinoco a tutti i privati. Senza più quei limiti e quelle condizioni imposte dal regime. È la decisione che il capo della Casa Bianca (e le grandi compagnie del greggio) attendeva sin dal 3 gennaio scorso quando, con un blitz che ha provocato un’ottantina di morti, i commandos della Delta Force hanno catturato e portato via Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores. “Oggi è un giorno storico”, ammette il capo del Parlamento e fratello della presidente Jorge Rodríguez dopo un dibattito molto rapido seguito da un voto all’unanimità. L’ingresso ai privati, soprattutto nordamericani, sbarra la strada alla Russia e alla Cina che hanno investito una montagna di risorse in Venezuela. La risposta della Casa Bianca arriva dal Dipartimento del Tesoro che rilascia subito la Licenza Generale 46. Autorizza le transazioni con il governo di Caracas e con la compagnia petrolifera statale Pdvsa “per il sollevamento, l’esportazione, la riesportazione, la vendita, la consegna o i trasporto di petrolio di origine venezuelana, compresa la raffinazione del greggio da parte di un’entità statunitense stabilita”. Per agevolare gli investimenti del capitale Usa vengono revocate anche tutte le restrizioni sui viaggi aerei con il Venezuela e i voli diretti tra i due Paesi. Erano sospesi da 7 anni. È un cambio radicale. Prima del varo di questa riforma le aziende straniere potevano partecipare alla produzione petrolifera dell’Orinoco solo tramite joint venture. Libertà. Dalle carceri e nel petrolio. Un vero spartiacque. Segna il nuovo corso di un Paese schiacciato da vent’anni da una rivoluzione che si era trasformata in una dittatura. Segue la roadmap disegnata dalla Casa Bianca: rilancio dell’attività petrolifera, recupero dell’economia nazionale, avvio verso nuove elezioni. Ma siamo lontani da un processo di riconciliazione nazionale. È solo l’inizio di un cammino ancora fragile e incerto. Sono saltate alleanze e solidarietà. Senza più il petrolio venezuelano, Cuba è destinata a soccombere. Quest’anno ha ricevuto solo 84.900 barili: li ha forniti il Messico per scopi umanitari. Nei magazzini ne ha altri 460 mila. Basteranno per altri 15, 20 giorni al massimo, sostengono gli esperti al Financial Times. Il governo Usa ha ordinato il blocco di ogni importazione di greggio verso L’Avana. Un invito al suicidio per l’isola. Meglio: alla rivolta per un cambio di regime. Ieri in Venezuela, presto in Iran, domani a Cuba. È la strategia Trump: libertà in cambio di business. Ovviamente per gli Usa. Iran. Contro il regime la resistenza delle cineprese: unire poesia e politica aggirando la censura di Greta Privitera Corriere della Sera, 11 febbraio 2026 In principio fu Kiarostami, che scelse di raccontare storie “piccole” amplificando la realtà e rivelando l’oppressione quotidiana. Dopo di lui una generazione di registi e attori ha continuato a descrivere il Paese, rischiando frustate e carcere. Rivela Ashkan Khatibi, da tre anni in esilio: “Il “guardiano” viene sul set e controlla tutto. Gesti, parole, vestiti. Ti confonde, alla fine non sai più se sia una spia o un amico”. Una bambina di otto anni, Mina, si perde nel traffico infernale di Teheran. L’autobus la lascia lontano da casa, e lei vaga tutto il pomeriggio per uno stradone avvolto nello smog. Ha gli occhi sgranati, cerca la mamma. Poi sale su un altro autobus. Si appoggia al grande cruscotto e fissa l’obiettivo. Voce fuori campo: “Non guardare in camera, Mina”. Lei non ascolta, si sfila il velo che le pizzica il collo e si strappa i vestiti di scena: “Non sto recitando, voglio scendere”. Mina non vuole più fare quello che le dicono. È una sequenza da Lo specchio, un film del 1997 di Jafar Panahi, ma è soprattutto il sentimento collettivo di un popolo che non sta più alle regole del regime. E in quell’istante, nello sguardo di Mina, il cinema iraniano si rivela per ciò che è: anticorpo vivo contro l’oppressore che da 47 anni schiaccia diritti e desideri. I fotogrammi diventano un modo per dire l’indicibile in un Paese dove la parola può essere pena di morte, e metri e metri di pellicole “illegali” girano segretamente nelle case d’Iran che da dietro le tende fa poesia. Dopo la rivoluzione del 1979, una seconda nouvelle vague di registi - rinata dalle ceneri di quella degli Anni 60, sotto lo scià - naviga le pieghe della repressione, rinunciando alla denuncia frontale per un neorealismo che radiografa la realtà quotidiana, decostruendo i meccanismi del potere con grazia, trasformando il cinema in un’altra forma di resistenza. Decidere di scrivere e girare un film “libero”, non commissionato dal regime, è un atto di profondo coraggio, nella Repubblica della Guida suprema Ali Khamenei. La censura - Il ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico - custode del velo e dei buoni costumi - deve approvare ogni singola inquadratura prima, durante e dopo le riprese: niente donne scoperte o che fanno cose indecenti, come mangiare un gelato, niente “sordid realism” che mostri miserie o ingiustizie, niente critiche al potere che non siano metafore lontane. Gli sceneggiatori, spesso gli stessi registi, devono sottoporre dialoghi e canovacci a un comitato di burocrati che decide se un volto, un gesto, un’auto ferma può passare il vaglio islamico. Nessun protagonista buono può chiamarsi “Davide” (nome ebraico), nessun Muhammad può essere cattivo. Ti affidano un “guardiano” che supervisiona tutte le fasi di lavorazione e che riporta alle autorità ogni elemento sospetto. Il regista e attore Ashkan Khatibi, in Italia da tre anni, racconta che questo “guardiano” diventa la tua ombra, ti manipola, ti confonde: “A un certo punto, non sei più sicuro se sia una spia o un amico”. E nella palude che soffoca e punisce, ci sono autori che pur di continuare a raccontare girano film in clandestinità, nascondendo le macchine da presa. Panahi, in Taxi Teheran (Orso d’Oro a Berlino 2015), a causa di una condanna che gli vieta di fare cinema e di lasciare il Paese, aggira la censura fingendosi un tassista e posizionando telecamere nascoste sul cruscotto per riprendere i passeggeri: tra i suoi clienti anche la famosa attivista Nasrin Sotoudeh. Nel 2022, gira da remoto Gli orsi non esistono (premiato a Venezia), dirigendo la troupe da un piccolo villaggio di frontiera con la Turchia. È il suo modo di resistere e respirare. Si fa il carcere, ed è considerato nemico del potere proprio quanto lo sono i dissidenti politici della prigione di Evin. Il suo ultimo Un semplice incidente racconta l’Iran dopo le proteste esplose con la morte di Mahsa Jina Amini, la ragazza curda uccisa a Teheran per un ciuffo di capelli sfuggito al velo. Candidato agli Oscar, Panahi si trova da poco fuori dal Paese e commenta il round di rivolte scoppiato a fine dicembre, dove i Guardiani degli ayatollah hanno massacrato migliaia di persone, tra cui molti giovani: “Le proteste stanno portando avanti la Storia. Il dolore diffuso è diventato un urlo nelle strade. Quando non c’è più nulla da perdere, la paura scompare e non si torna indietro”. Ma, a volte, la resistenza si fa anche fuga quando la pressione diventa insostenibile. Il regista Mohammad Rasoulof, condannato a cinque anni e diverse frustate per un post contro la repressione a Khuzestan, nel 2024 scappa clandestinamente dall’Iran scavalcando a piedi montagne innevate poco prima della presentazione a Cannes del suo Il seme del fico sacro, diretto da remoto mentre era sorvegliato, controllato, umiliato: “La censura ci disabilita, ma l’arte resiste sempre”, dice in un’intervista. Più i religiosi reprimono e più storie, inquadrature, dialoghi sfuggono al loro controllo strutturato per reprimere l’arte in quanto forma libera di espressione. Gli ayatollah, però, sembrano sottovalutare l’effetto dirompente che ha la repressione, perché proprio da questa morsa che stringe e stringe nasce la forza del cinema iraniano che, costretto all’allusione, diventa poetico, intimo, universale. Il maestro - Il maestro di questa generazione di cineasti è Abbas Kiarostami, morto nel 2016. Il regista codifica il linguaggio resistente già nei suoi cortometraggi degli Anni 70 dove riprende le conseguenze di piccoli drammi quotidiani - un ragazzo che mente, un esercizio non fatto - raddoppiando la realtà, rendendo semplici gesti e sentimenti chiave di lettura del sistema. In Compiti a casa, l’oppressione familiare diventa un sentiero tortuoso, un fiore schiacciato nel quaderno, campi di grano solitari. Kiarostami predilige simboli leggeri, infantili, perché è nella purezza del bambino che vede la possibilità di salvezza. Nel capolavoro Dov’è la casa del mio amico? un ragazzino, Ahmed, pedala 80 chilometri per restituire un quaderno, incarnando l’innocenza morale che sfida le regole. O l’uomo alla guida di un’auto scassata in Il sapore della ciliegia, (Palma d’Oro a Cannes nel 1997), che chiede a sconosciuti di seppellirlo dopo il suicidio. Il messaggio - Sono tutti registi acclamati e premiati all’estero, anche se l’unico, per ora, ad aver vinto l’Oscar (due) è Asghar Farhadi, con il capolavoro dei capolavori Una separazione e con Il cliente. Una separazione è l’incubo burocratico e giudiziario che attraversa una coppia. Farhadi racconta il potere in controcampo, mostrandone le degenerazioni, l’ottusità e gli effetti sulla vita quotidiana. Ma se nei film la critica al regime passa attraverso la narrazione attenta della realtà, nelle dichiarazioni pubbliche il regista si esprime con durezza, condannando la repressione governativa. Come nel 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini, quando in un video su Instagram manifesta il suo orgoglio per le “donne potenti che bruciano hijab e marciano per i diritti”, definendole “giovani coraggiose, piene di indignazione e di speranza”. In Iran si paga il prezzo della libertà. Non solo gli impavidi manifestanti che sfidano senza pistole i militari armati fino ai denti. O le donne che lasciano il velo sul comodino. Anche gli intellettuali e i registi combattono al loro fianco sparando contro il muro della censura idee e sogni. L’ultima dichiarazione arriva da Ali Asgari, autore di Divine Comedy, presentato a Venezia e nelle sale in questi giorni. Il regista doveva essere in Italia per accompagnate il film e in un videomessaggio mostrato prima delle proiezioni dice: “Purtroppo in questo momento in Iran la situazione è molto difficile. Ci sono state delle proteste per le strade e sono state commesse ovunque violenze. Tantissime persone sono state uccise. Per me non è stato possibile venire lì da voi, né comunque sarei stato capace di parlare del mio film, con quello che sta succedendo”. Anche Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam, autori del lungometraggio Il mio giardino persiano, sono di nuovo nel mirino delle autorità. E allora vengono convocati un giorno sì e un giorno no in questura per aver espresso la loro opinione sull’ultimo massacro, quello dei sacchi neri, degli obitori, del record repressivo. I due hanno già affrontato pesanti condanne legali per quella poesia che è Il mio giardino persiano, la storia di due anziani che si innamorano nel segreto della casa. Ma in arrivo per la coppia c’è una nuova sanzione: il sequestro dei beni.