Sfollamenti nelle carceri, quel buco nero dei provveditorati di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 febbraio 2026 Dopo 8 mesi il ministro risponde alla interrogazione di Giachetti. Numeri su numeri, ma sui dati regionali solo una riga generica. Dopo otto mesi dall’interrogazione depositata a giugno, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha finalmente risposto al deputato di Italia Viva Roberto Giachetti sui trasferimenti e gli sfollamenti nelle carceri. Una risposta dettagliata, ricca di numeri. Eppure c’è un buco che salta agli occhi: mancano i dati sui trasferimenti decisi dai singoli provveditorati regionali. Come fa notare Rita Bernardini dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, che ha contribuito ad elaborare l’interrogazione di Giachetti, potrebbero essere tantissimi, se solo si pensa ai detenuti spostati da San Vittore a Opera dopo l’incendio o da Regina Coeli a Rebibbia dopo il crollo della seconda rotonda. La questione non è secondaria. Giachetti aveva chiesto esplicitamente “quanti sfollamenti siano stati eseguiti dai provveditorati regionali, dettagliati per ciascuno degli 11 provveditorati”. La risposta? Generica: “Il maggior numero di trasferimenti viene per lo più adottato per motivi di Ordine e Sicurezza, familiari e deflattivi”. Fine. Nessun numero, nessun dettaglio per provveditorato. Come se quei dati non esistessero o non fossero rilevanti. L’interrogazione: otto problemi concreti - L’atto parlamentare di Giachetti, depositato l’11 giugno scorso, partiva da una constatazione: gli sfollamenti stanno diventando sempre più frequenti a causa del sovraffollamento. E creano una serie di problemi. Primo: spesso i detenuti finiscono in istituti ancora più sovraffollati, sopra la media nazionale del 134 per cento. Secondo: vengono allontanati dalla famiglia, in spregio all’articolo 42 dell’ordinamento penitenziario. Terzo: non possono portare tutto il bagaglio e parte del peculio. Quarto: devono ripresentare le istanze per telefonate e colloqui. Quinto: per lavorare devono rientrare nelle graduatorie, aspettando mesi. Sesto: il percorso trattamentale ricomincia da zero. Settimo: la cartella clinica raramente segue il detenuto. Ottavo: nessuno consegna il regolamento d’istituto. Otto problemi per cui Giachetti chiedeva numeri precisi e interventi. La risposta di Nordio inizia con una premessa che occupa quasi un terzo del testo. Si spiega a Giachetti - che lo sa benissimo, visto che è il motivo dell’interrogazione - che i trasferimenti “non possono essere ridotti ad una questione di rilevanza solo amministrativa poiché incidono su delicati aspetti della vita dei detenuti e sulle attività trattamentali”. Segue una lunga digressione sulle garanzie procedurali: il termine di sessanta giorni per riscontrare le istanze, la possibilità di reclamo, il principio di territorialità. Si citano circolari, l’articolo 83 del DPR 230/00, la circolare del 26 febbraio 2014, quella del 18 luglio 2022. Si spiega che l’istituto di partenza deve fare la perquisizione e la visita medica, consegnare gli effetti personali, trasmettere il peculio e la cartella clinica. Tutto corretto. Ma era questo che Giachetti chiedeva? No. Chiedeva numeri. Quanti sfollamenti ci sono stati, dove, perché. E soprattutto: quanti ne hanno fatti i provveditorati regionali. I numeri che ci sono: un quadro parziale - Quando si arriva ai dati, la risposta diventa più concreta. Per il 2024, sono stati emessi 66 provvedimenti di trasferimento deflattivo che hanno riguardato 1.244 detenuti. Nel 2025, fino al 25 novembre, i provvedimenti sono stati 44 per 872 detenuti. Parliamo di trasferimenti decisi a livello centrale dal Dipartimento. Poi ci sono tutti gli altri: 608 trasferimenti per motivi familiari nel 2024 (444 nel 2025), 483 per ordine e sicurezza nel 2024 (599 nel 2025), 49 per motivi di salute (50 nel 2025). Per il circuito AS3, il massimo regime di sicurezza, gli sfollamenti sono stati 21 nel 2024 (310 detenuti) e 24 nel 2025 (500 detenuti). I trasferimenti per esigenze di sicurezza nel circuito AS3: 618 nel 2024, 1.512 nel 2025. Numeri su numeri. Ma c’è un problema. Tutti questi dati riguardano i trasferimenti decisi centralmente dal Dipartimento. Lo specifica la stessa risposta: “Il dato numerico tiene conto soltanto dei trasferimenti extra distretto, gli unici ad essere disposti dal Dipartimento, in quanto la competenza a disporre quelli distrettuali è rimessa ai singoli Provveditorati regionali”. Ed è qui che casca l’asino. Perché Giachetti aveva chiesto proprio quei dati: “Quanti sfollamenti siano stati eseguiti dai provveditorati regionali, dettagliati per ciascuno degli 11 provveditorati”. La domanda era chiara. La risposta no. L’ultimo paragrafo liquida la questione in poche righe: “Relativamente ai trasferimenti emessi dai singoli provveditorati Regionali, dai prospetti trasmessi, si ricava, in estrema sintesi, che il maggior numero di trasferimenti viene per lo più adottato per motivi di Ordine e Sicurezza, familiari e deflattivi”. In altre parole: i provveditorati hanno mandato i prospetti, ma il ministero non fornisce i numeri. Si limita a dire che i trasferimenti sono stati fatti “per lo più” per certi motivi. Ma quanti? Da quale provveditorato? Verso dove? Mistero. Perché quei numeri contano - I trasferimenti all’interno del distretto di ogni provveditorato possono essere molti, forse moltissimi. Basta pensare ai detenuti spostati da San Vittore a Opera dopo l’incendio che ha devastato una sezione del carcere milanese. O quelli trasferiti da Regina Coeli a Rebibbia dopo il crollo della seconda rotonda. Sono operazioni che coinvolgono decine, a volte centinaia di persone. Che sradicano vite già precarie, interrompono percorsi, spezzano legami. Che producono esattamente quei disagi che Giachetti elencava: perdita del lavoro, interruzione dei percorsi trattamentali e sanitari, allontanamento dalle famiglie. Conoscerne il numero sarebbe importante per capire quanto pesa davvero il fenomeno degli sfollamenti. Per verificare se ci sono provveditorati che ricorrono più di altri a questa soluzione. Per monitorare l’applicazione concreta di quelle garanzie procedurali che il ministro elenca nella premessa. La risposta del ministro lascia un’impressione ambivalente. C’è un impegno a fornire informazioni e numeri, a spiegare le procedure, a citare circolari e normative. C’è persino il riconoscimento che i trasferimenti non sono solo una questione amministrativa ma toccano la vita delle persone. Ma resta il vuoto sui dati regionali. Resta il sospetto che quei numeri esistano, visto che i provveditorati hanno trasmesso i prospetti, ma che per qualche ragione non si ritiene opportuno renderli pubblici. O forse non si è voluto fare lo sforzo di aggregarli, di metterli in fila, provveditorato per provveditorato. Otto mesi per una risposta che copre metà della domanda. Che spiega a Giachetti quello che Giachetti già sa. Che fornisce montagne di dati centrali ma sorvola sui trasferimenti locali, quelli che potrebbero essere i più numerosi. E così la questione degli sfollamenti resta lì, sospesa. Con i suoi otto problemi quotidiani, i suoi numeri parziali, il suo buco nero regionale. Con i detenuti che continuano a essere spostati, dentro e fuori dai distretti, con o senza il loro bagaglio, con o senza la possibilità di avvisare chi li aspetta fuori. Otto mesi di attesa per scoprire che, in fondo, ancora non sappiamo tutto. “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane” di Ilaria Dioguardi retisolidali.it, 10 febbraio 2026 A Roma si è svolta un’assemblea aperta promossa da numerose realtà dell’associazionismo e del Terzo settore attive negli istituti di pena italiani. “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane” è l’appello delle organizzazioni, che è possibile sottoscrivere. Ne abbiamo parlato con Caterina Pozzi, presidente Cnca, tra i promotori dell’iniziativa. A distanza di alcune settimane dalla chiusura del Giubileo dei detenuti, dopo un ennesimo anno nero per le carceri, molte associazioni hanno ritenuto urgente rilanciare una riflessione pubblica sulla condizione delle carceri italiane e sulle responsabilità che la situazione drammatica degli istituti di pena italiani chiama in causa. Nonostante tanti appelli, alle parole prima di papa Francesco e poi di papa Leone XIV e le prese di posizione di alte cariche istituzionali, non sono seguiti interventi concreti. “Riteniamo che questa situazione riguardi l’intera società e che richieda un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e realtà del terzo settore, operatori, garanti per i diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni”, dice Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti. Insieme al Cnca, tante altre associazioni hanno partecipato all’assemblea pubblica che si è tenuta a Roma, presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione. Dall’incontro arriva la richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di intervenire sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane. Si può sottoscrivere l’appello “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, al quale hanno già aderito oltre cento organizzazioni della società civile. Pozzi, perché questa assemblea aperta? “Perché la situazione degli istituti penitenziari italiani è insostenibile. Ed è una situazione che non viene presa sul serio dalle istituzioni. Nonostante l’appello di Papa Francesco, per il Giubileo, i numerosi appelli da parte delle tante organizzazioni, non si affronta il tema in maniera seria. Le persone muoiono e stanno male all’interno delle carceri. E non parlo solo delle persone ristrette. Stanno male gli agenti di polizia, stanno male gli operatori sanitari, gli psicologi, gli educatori, stanno male anche i volontari che sempre più fanno fatica a operare negli istituti di pena. Data questa situazione, data una incapacità o non volontà delle istituzioni di prendere in maniera seria questo tema, abbiamo deciso di autoconvocarci. L’assemblea ha visto la presenza di tante realtà del Terzo settore, ma anche i garanti, i volontari, figure istituzionali. Abbiamo chiamato anche gli agenti di polizia penitenziaria. Per quello che ha voluto essere uno spazio di parola, che prova insieme a costruire dei percorsi. Possiamo dire che non finisce qua, vogliamo che sia un percorso che solleciti le istituzioni, che faccia capire alla cittadinanza che la situazione delle nostre carceri è anche un tema di democrazia”. Negli istituti penitenziari italiani ci sono temi che sono urgenti da tempo. Come cambiare la narrazione del carcere? “Il sovraffollamento crescente, che oggi riguarda anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento drammatico degli istituti penitenziari dal territorio, la difficoltà di garantire i diritti fondamentali, i percorsi di cura, lavoro e reinserimento per le persone ristrette sono problematiche ormai diffusamente comprovate. “I provvedimenti di legge e i decreti sicurezza non solo non risolvono i problemi, ma aumentano ancora di più la pressione sul carcere. Consideriamo che nel 2013, la sentenza Torreggiani portò a un indulto: siamo assolutamente nella stessa situazione di sovraffollamento. (La sentenza Torreggiani e altri c. Italia dell’8 gennaio 2013 è una pronuncia della Corte europea dei diritti umani - Cedu che ha condannato il nostro Paese per trattamenti inumani e degradanti (violazione art. 3 Cedu) dovuti al sovraffollamento carcerario, ndr). Con una differenza: all’epoca già erano stati attuati provvedimenti che avevano in parte alleggerito la pressione mentre oggi siamo in fase assolutamente ascendente. Quando parliamo di sovraffollamento, parliamo di situazioni in cui invece di essere in due, si è in quattro nella stessa cella e gli spazi sociali e ricreativi diventano essi stessi celle, venendo così a mancare la possibilità di fare le attività previste. La sanità penitenziaria non riesce a soddisfare le richieste della popolazione detenuta perché è fatta per un determinato numero di persone, molto inferiore a quello attuale. Oggi c’è la volontà di non rimanere inerti, di non rimanere in silenzio. Quindi, con le nostre forze, con quello che siamo, con le nostre differenze e sfaccettature, andiamo avanti, anche per cambiare la narrazione dominante sul carcere”. Spesso le persone detenute devono subire trasferimenti improvvisi legati a necessità organizzative e sovraffollamento in istituti di pena anche molto lontani e per un periodo di molti anni… “Ciò crea difficoltà enormi e sofferenze ai detenuti e ai loro familiari, e interrompe programmi di formazione e di inserimento lavorativo. Questo ancor di più negli istituti penali minorili, che è un grande tema nuovo. Dal decreto Caivano in poi la situazione degli istituti penali minorili si è andata aggravando: anche qui per la prima volta abbiamo la stessa situazione di sovraffollamento degli istituti per adulti, tanto che c’è l’impossibilità di fare percorsi formativi, educativi, di socializzazione e di inserimento lavorativo. Le misure alternative sono sempre più difficili da attuare. È un sistema che sta collassando per gli adulti, ma purtroppo anche per i minori. Se penso al tema delle persone tossicodipendenti o con problemi di salute mentale in carcere, che sono più del 30%, si vede come la tendenza è quella di affrontare tematiche sociali con strumenti penali. Quello che si propone per abbassare la presenza in carcere è di far diventare le comunità terapeutiche delle piccole carceri. Dobbiamo stare molto attenti”. Il Decreto Carceri (decreto-legge 92/2024), promosso dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, convertito in legge nell’agosto 2024, prevede un incremento delle possibilità per i detenuti tossicodipendenti di scontare la pena in comunità. Il ministro parlò dell’introduzione di un albo delle comunità per la detenzione domiciliare. Su questo fronte, a che punto siamo? “In questo momento l’albo delle comunità non c’è più sul piatto, ma c’è un disegno di legge in Senato per far uscire le persone certificate tossicodipendenti dalle carceri e spostarle all’interno di strutture terapeutiche. Da una parte ciò è positivo, dall’altra l’approccio è quello di uno spostamento di un detenuto agli arresti domiciliari e la funzione della comunità è, sì, terapeutica, ma è anche di controllo e contenimento rispetto al percorso di espiazione della pena, che non è il nostro. Quindi dobbiamo stare molto attenti, perché cosa si vuole che facciamo noi comunità terapeutiche? Noi non siamo questa roba”. I promotori dell’assemblea sono: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-Cnvg, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ?Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti. Referendum, nelle chat il disagio dei magistrati sulla linea del Colle di Simona Musco Il Dubbio, 10 febbraio 2026 La scelta del Capo dello Stato di confermare la data del referendum accende forti tensioni, mentre il Csm scende in campo in difesa del Primo presidente D’Ascola. Sono infuocate le chat dei magistrati, dopo la scelta del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di firmare il nuovo quesito referendario senza imporre uno slittamento della data del voto. Una scelta compiuta su proposta del governo e definita dallo stesso Capo dello Stato “giuridicamente ineccepibile”, accompagnata dall’invito a “rispettare” la Corte di cassazione, finita nelle ultime ore al centro di un’ondata di polemiche e attacchi personali dopo l’accoglimento del ricorso presentato da un comitato di 15 giuristi. La principale novità della giornata riguarda proprio quel fronte: non ci sarà un ulteriore ricorso. A confermarlo è stato l’avvocato Carlo Guglielmi, che ha preso atto della decisione del Consiglio dei ministri di mantenere ferma la data del referendum. “Una scelta - ha dichiarato - che non tiene conto della volontà dei 546.463 firmatari di essere correttamente informati”. Pur definendola una “forzatura”, Guglielmi ha spiegato che la strategia del comitato non sarà più incentrata sul calendario, ma sull’esito della consultazione: “La battaglia non deve essere sulla data, ma sul merito del referendum. Anche questa vicenda contribuisce a far comprendere la necessità di difendere la nostra democrazia costituzionale”. Un comunicato che evita lo scontro diretto con il Quirinale, che altrimenti verrebbe implicitamente messo in discussione. Tuttavia, sono altri a mettere la figura del Presidente della Repubblica nel mirino delle critiche. Già domenica Il Fatto Quotidiano gli aveva dedicato un titolo di apertura, accusandolo di aver “ignorato” le oltre 500mila firme raccolte per chiedere il rinvio del voto. Se questo fronte polemico non sorprende, a colpire è piuttosto la reazione che si è sviluppata all’interno della magistratura, dove il dissenso ha assunto toni particolarmente aspri, anche se confinati nelle chat private. Che rendono però l’idea del clima di guerra che caratterizza il dibattito referendario. Nelle affollatissime chat togate si discute infatti animatamente della decisione del Colle, con posizioni che arrivano a mettere in discussione il comportamento del Capo dello Stato e, in alcuni casi, a evocare persino l’ipotesi dell’impeachment. È il segno di una frattura profonda: per quanto la scelta risulti - a dire dello stesso Presidente - formalmente corretta sul piano giuridico, alcuni magistrati intravedono il rischio di una “soggettivizzazione” del ruolo presidenziale e ipotizzano strumenti di reazione istituzionale, come la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato o un più “sereno” conflitto di attribuzioni davanti alla Corte costituzionale per la mancata concessione dei 50 giorni minimi di campagna referendaria. Una strada che, come visto, gli stessi promotori del ricorso hanno deciso di abbandonare. Se l’ipotesi impeachment può essere vista come una boutade, lo sguardo di una parte della magistratura si spinge già oltre il referendum, alle future leggi di attuazione, dove il rapporto tra componente laica e componente togata del Csm potrebbe essere rimesso in discussione, fino a prospettare nuove questioni di legittimità costituzionale per quanto riguarda la legge ordinaria. Ma non mancano voci dissonanti, che invitano a un confronto meno incendiario e rifiutano l’idea di definire la riforma e il referendum come “eversivi”. “Se volevate la guerra, ci siete riusciti”, avverte una toga, sottolineando il rischio che, comunque vada, restino solo “macerie”. Nel frattempo si muove anche il Consiglio superiore della magistratura. È stata infatti presentata una richiesta di apertura di pratica a tutela dei magistrati di Cassazione e del Primo presidente Pasquale D’Ascola in particolare, firmata da tutti i consiglieri togati e i laici di centrosinistra, Roberto Romboli, Michele Papa ed Ernesto Carbone. A fare eccezione, tra i togati, la magistrata di Mi Bernadette Nicotra e dell’indipendente Andrea Mirenda. Quest’ultimo ha invece segnalato criticità legate “a talune mancate astensioni e a un gravissimo obiter invasivo delle prerogative del Capo dello Stato”. Nella richiesta si ricorda che il provvedimento dell’Ufficio centrale per il referendum “è stato adottato secondo quanto previsto dalla legge, da un collegio rigidamente determinato dalla normativa vigente, sulla base di valutazioni tecniche e con gli strumenti propri della giurisdizione”. Un chiarimento reso necessario dopo le accuse di parzialità rivolte al collegio, finito nel mirino di esponenti del centrodestra per l’impegno pubblico di alcuni suoi componenti a favore del No. “Le decisioni giudiziarie possono sempre essere criticate nel merito, con argomenti giuridici - si legge ancora nel documento - ma le illazioni personali nei confronti dei giudici si traducono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale”. Da qui la denuncia di un dibattito politico e mediatico che ha parlato di “golpe giudiziario” o di “quasi colpo di Stato”, mettendo in discussione la lealtà istituzionale della Cassazione e del suo vertice. “Il confronto referendario, sebbene fisiologicamente acceso, non può travolgere la giurisdizione e le sue istituzioni”, avverte il Csm, ricordando che, qualunque sia l’esito del voto, dal 23 marzo in poi la giustizia continuerà a essere amministrata nel rispetto della Costituzione. Da qui nasce l’iniziativa di tutela, finalizzata a “riaffermare il rispetto dovuto alla funzione giurisdizionale e a impedire che il dibattito referendario si trasformi in una delegittimazione delle istituzioni di garanzia”. Un principio che, sottolineano in molti, dovrebbe valere a maggior ragione anche per la più alta carica dello Stato. Il maxiprocesso 40 anni dopo, Di Lello: “Un successo ma anche un’illusione” di Mario Di Vito Il Manifesto, 10 febbraio 2026 Palermo 1986 - 2026 Il giudice del pool che, con Falcone e Borsellino, istruì il processo: “La mafia ha perso. E già dicevamo che non bastano i tribunali. Se ne sono dette tante, ma la verità è semplice: fu un’indagine fatta come si deve”. A Palermo, del 10 febbraio del 1986, un lunedì, ricordano soprattutto la pioggia che bagnava l’astronave di cemento e vetro costruita in sei mesi al carcere dell’Ucciardone: l’aula bunker messa su per ospitare 400 imputati di mafia nelle apposite gabbie in quello che poi sarebbe diventato famoso con il nome di “maxiprocesso”. Per gli amici (e i nemici): il maxi. O meglio, ‘u maxi. Presidente Alfonso Giordano, a latere Pietro Grasso. I pm d’aula erano Giuseppe Ayala e Domenico Signorino. La prima udienza fu tecnica: molte eccezioni. E qualche colpo di teatro: Pippo Calò con il famoso cappotto sulle spalle, Luciano Liggio che chiede di poter seguire le udienze “in compagnia”, qualcuno dà di matto, un altro ingoia chiodi, c’è chi si cuce le labbra. Il primo grado finirà 638 udienze e 35 giorni di camera di consiglio dopo, il 16 dicembre del 1987, con 346 condanne e 114 assoluzioni, 19 ergastoli e 2.655 anni di pene. La Cassazione confermerà quasi tutto nel 1992. Non era scontato e molti non se l’aspettavano. Cosa nostra in testa, che reagì con la violenza che gli è propria: l’omicidio di Salvo Lima. E Capaci e via D’Amelio, due stragi che fanno parte di quella storia (ma non solo di quella storia). Prima di tutto questo, però, quando la mafia sembrava invincibile, ‘u maxi andava costruito. Nel 1982 nel codice penale arriva il 416 bis, l’associazione mafiosa. E poco dopo il principale artefice di quella legge, il comunista Pio La Torre, viene ammazzato. Poi, nel 1983, toccherà a Rocco Chinnici cadere, con un’autobomba. Dirigeva il pool antimafia di Palermo: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Andrà a sostituirlo, da Firenze, Antonino Caponnetto che porterà avanti - e completerà - il lavoro. “Se ne sono dette tantissime sul maxiprocesso, ma la verità è molto semplice: tutto nasceva da un’indagine fatta come si deve”. Dentro al telefono, da Palermo, la voce di Peppino Di Lello, 85 anni, che quel processo lo istruì, è come sempre: calma. Il tono è quello dell’abruzzese trapiantato in Sicilia mezzo secolo fa: ne ha viste molte, ne vede ancora parecchie, la sa lunga e la sa raccontare. Prima le indagini non erano fatte come si dovrebbe? Faccio un esempio. Quando nel 1978 i corleonesi ammazzano il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, gli trovano addosso un mazzo di assegni circolari e vaglia del banco di Napoli. Ovviamente viene mandato tutto alla procura di lì, che se li tiene due anni e poi li rimanda a Palermo. È lì che scopriamo che le ricevute sono intestate a vari mafiosi. Gli armadi pieni di assegni dell’ufficio istruzione sono passati alla storia... È così che lavoravamo. Il segreto bancario, in Italia, in fondo non è mai esistito. E Falcone riusciva a trovare collaborazione anche in Svizzera. Avevamo capito che, partendo da lì, potevamo arrivare lontano. “Follow the money” è ormai una formula notissima... Era tutto lì. Ma ci sono voluti anni per arrivarci. Quando ammazzano a Montreal Michael Pozza, un faccendiere che andava e veniva tra il Canada e la Sicilia, addosso gli trovano un pizzino con due nomi: Zummo e Civello. L’appunto viene passato alla polizia di Palermo che però lo tiene in un cassetto per anni. Solo in seguto capimmo che quei due nomi erano costruttori legati a Vincenzo Ciancimino. E allora Guarnotta andò a Montreal e cominciammo così a scoprire ilsuo tesoro… Poi Giuseppe Montana e Ninnì Cassarà, pure uccisi prima dell’inizio del maxi, si misero a cercare i latitanti. Nessuno lo faceva. Loro li trovarono. E poi vennero i pentiti: Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno... Soprattutto Buscetta fu decisivo. Non tanto per le indagini, già sapevamo moltissimo, infatti, quasi tutto; quanto perché spiegò a tutti il significato di Cosa nostra e chi ne faceva parte. Molti erano ritenuti dei trafficanti di tabacco o poco più, invece erano molto altro. Bisogna dire inoltre che Buscetta aprì la strada a molti altri collaboratori di giustizia, anche giovani: si passò dalla cultura dell’omertà a quella, direi, della vita. In fondo il discorso era quello: se non avesse collaborato, Buscetta sarebbe stato ucciso appena messo piede in carcere… E poi la credibilità dell’inchiesta di certo lo spinse a collaborare. “Credibilità”. In che senso? C’era grande professionalità. Dopo lo avrebbero chiamato “il metodo Falcone” e ci fu anche del “turismo giudiziario”: investigatori che venivano a vedere come lavoravamo. E fuori dal tribunale? In città c’era un clima favorevole. Palermo reagiva bene al nostro lavoro, la società civile partecipava. C’era simbiosi. C’era speranza. Poi a un certo punto tutto finì. Per paradosso il maxi processo verrà utilizzato dalla politica locale come alibi, come se la mafia fosse solo un problema giudiziario. Si è anche parlato del maxi processo come di un’illusione giudiziaria. Davvero è tutto qui? In parte. I risultati ci furono e furono importanti. La mafia “militare” è stata sconfitta: i “grandi nomi”, quelli ancora vivi almeno, sono tutti all’ergastolo, a Palermo c’erano centinaia di omicidi l’anno e ora non ci sono più. Mi pare una grande conquista di civiltà. E ancora oggi: la mafia c’è, ma ci sono anche tanti arresti per 416 bis, la macchina funziona a pieno ritmo. È una cosa che fa riflettere: da un lato si esaltano Falcone e Borsellino, dall’altro si dice che il loro lavoro non è servito a nulla. Insomma l’illusione un po’ resta. Lo dicevamo anche allora che la repressione non basta. Oggi lo vediamo ancora meglio. Cosa vediamo? I discorsi su quella che chiamavamo delinquenza minorile sono impressionanti. Qui a Palermo stiamo assistendo a un’esplosione di questo fenomeno, ma il problema è che la città non offre nulla come alternativa, capisco bene che un giovane qui non veda prospettive. Quindi chi può fugge dalla Sicilia, mentre tanti altri finiscono nella criminalità. Parlo della mafia ma non solo. Di leggi repressive, in effetti, se ne fanno parecchie... Aumentare le pene o inventare strani decreti non serve a niente. Da Caivano alle ultime cose sulla sicurezza: pura propaganda. Come del resto fare un campetto o una palestra non è che risolva in problema, figuriamoci. Mi viene da ridere quando leggo progetti come quello di dare 1000 euro per ogni nuovo nato. Con quella cifra ormai non ci si paga più manco il battesimo… Sono problemi vecchi, è vero, ma nessuno li ha mai risolti. Inutile dopo nascondersi dietro i processi e le indagini. Emilia Romagna. Giustizia riparativa in carcere: le raccomandazioni del Garante dei detenuti di Christian Donelli parmatoday.it, 10 febbraio 2026 Il parmigiano Roberto Cavalieri ha scritto ai consiglieri regionali per sensibilizzare l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna su quanto previsto dalla riforma Cartabia. Coinvolgere la comunità e soprattutto le vittime, superando modelli esclusivamente punitivi che risultano poco efficaci al raggiungimento dell’obiettivo della reintegrazione sociale. È uno degli obiettivi della giustizia riparativa, così come prevista dalla cosiddetta riforma Cartabia. Su questo tema il garante regionale dei detenuti Roberto Cavalieri ha indirizzato una lettera ai consiglieri regionali contenente otto raccomandazioni. “C’è la necessità di elaborare modalità operative regionali strutturate, così come è sostanziale integrare in modo sistematico i valori della giustizia riparativa all’interno delle attività trattamentali svolte in ambito penitenziario. Senza una rigorosa valutazione del rischio, le mediazioni autore-vittima rischiano di trasformarsi in interventi simbolici e formali, quindi poco efficaci (servono, quindi, anche misure di sicurezza specifiche per gli incontri riparativi). Rafforzare i sistemi di monitoraggio e valutazione dei programmi è una condizione necessaria per garantire qualità dei servizi offerti e rispetto dei diritti delle parti coinvolte. Serve, inoltre, il coinvolgimento attivo della comunità e delle vittime, dirette e indirette, estendendo il perimetro di tutela alle famiglie di entrambe le parti. Quest’ultima è una prospettiva che solleva un interrogativo spesso rimosso dal dibattito pubblico: perché le famiglie delle persone detenute continuano a essere colpevolizzate, marginalizzate o rese invisibili, quando anch’esse subiscono conseguenze sociali, economiche ed emotive che le collocano, a tutti gli effetti, in una posizione di vittime indirette? Ripensare le categorie che definiscono il concetto di ‘vittima’ è una condizione necessaria per evitare approcci autoreferenziali e per costruire percorsi di riparazione realmente inclusivi. Infine, è importante l’aspetto della formazione rivolta agli attori coinvolti in questi percorsi, così come serve un’attività informativa in carcere sulle opportunità collegate alla giustizia riparativa”, sottolinea Cavalieri. Le raccomandazioni sono frutto del monitoraggio sulle attività di giustizia riparativa avviate negli istituti penitenziari per adulti dell’Emilia-Romagna. La ricognizione, condotta dall’Ufficio del garante regionale delle persone private della libertà, ha passato in rassegna tutti i progetti finanziati da Cassa delle ammende e Regione Emilia-Romagna nel periodo 2022-2024. Un lavoro che è ha portato a una pubblicazione: “Giustizia riparativa in carcere: un quadro ricostruttivo delle esperienze attivate in Emilia-Romagna”. “l’obiettivo del monitoraggio - spiega Cavalieri - è stato quello di individuare criticità ma anche le buone pratiche, oltre ai bisogni, nell’applicazione della giustizia riparativa nelle carceri della regione”. Uno strumento che per il garante va utilizzato in modo massivo: “Si tratta di uno strumento che non può essere trascurato nelle attività trattamentali rivolte ai detenuti”. “Il quadro che emerge dall’indagine - si legge nel testo del volume - è segnato da una marcata disomogeneità territoriale nell’applicazione della giustizia riparativa: l’attuazione di questi percorsi risulta condizionata da ostacoli di natura strutturale, culturale e organizzativa, che ne limitano l’effettiva diffusione”. Si evidenzia, poi, nella ricerca: “Fra le criticità rilevate c’è anche l’insufficiente coordinamento tra gli istituti penitenziari e i soggetti attuatori dei servizi di mediazione, con ricadute su efficacia ed effettività degli interventi”. Il volume è stato redatto da Silvia Mannone, dottoranda in Sociologia e ricerca sociale all’Università di Bologna, che collabora attraverso l’Anci con il garante. “Il tempo trascorso in carcere - spiega Mannone - resta spesso un tempo ‘vuoto’ che esaspera sofferenze pregresse, mentre i programmi trattamentali che si realizzano negli istituti penitenziari risultano scollati da un orientamento realmente capace di promuovere processi di elaborazione critica. Da qui nasce la necessità di integrare e coniugare i percorsi di giustizia riparativa e le attività trattamentali che ne derivano. Le raccomandazioni del Garante * Promuovere percorsi formativi strutturati e continuativi rivolti al personale penitenziario, ai professionisti dei centri di giustizia riparativa e agli attori istituzionali coinvolti con una forte connotazione pratico-operativo e orientato alla gestione del rischio * Potenziare la sensibilizzazione delle persone detenute e delle vittime attraverso l’utilizzo di specifici strumenti quali attività informative, attraverso materiali divulgativi e incontri dedicati, finalizzati a definire finalità, modalità e potenziali benefici dei percorsi di giustizia riparativa. Una maggiore consapevolezza delle opportunità offerte dalla giustizia riparativa facilita l’accesso volontario e informato ai suoi programmi * Sviluppare una strategia regionale organica per la partecipazione alle attività e pratiche di giustizia riparativa all’interno degli istituti penitenziari, definendone obiettivi, modalità operative, criteri, tempi, strumenti, spazi utilizzabili, parti da coinvolgere * Assicurare misure di protezione delle vittime coinvolte nei percorsi riparativi in carcere. È opportuno adottare procedure condivise di valutazione del rischio, prevedere misure di sicurezza specifiche per gli incontri riparativi e preparare adeguatamente le parti prima e dopo gli incontri * Sostenere una maggiore partecipazione delle vittime e della comunità (familiari, persone di supporto segnalate dalle parti, enti rappresentativi di interessi lesi, associazioni, rappresentanti istituzionali, autorità locali e servizi sociali), la partecipazione delle vittime deve essere sempre volontaria e rispettosa dei tempi e delle modalità che queste definiscono. In questo senso, per le attività da predisporre all’interno degli istituti penitenziari, è preferibile coinvolgere vittime aspecifiche * Integrare i valori della riparazione nelle attività trattamentali dei penitenziari al fine di favorire la riuscita dei percorsi di giustizia riparativa, predisponendo attività come i cerchi riparativi in modo strutturato e protratto nel tempo, può incoraggiare una revisione critica del reato * Sviluppare strumenti di monitoraggio e valutazione dei percorsi di giustizia riparativa. È opportuno predisporre sistemi di raccolta dati e indicatori che consentano di analizzare l’efficacia degli interventi, il grado di partecipazione degli utenti, l’impatto sulle parti e i risultati raggiunti * Porre attenzione al rischio rappresentato dagli eventi critici messi in atto dalla persona detenuta prima e dopo la partecipazione a percorsi di giustizia riparativa. Pertanto, è doveroso prevedere l’obbligo di attivare meccanismi di valutazione di tale rischio che deve essere più stringente nel caso in cui venga richiesta una mediazione. Milano. Ha 5 anni e un papà detenuto: quell’abisso di umanità tra San Vittore e Opera di Ilaria Dioguardi vita.it, 10 febbraio 2026 Un uomo detenuto è stato da poco trasferito da San Vittore a Opera. È padre di una bambina di cinque anni e nel primo istituto di pena, la piccola aveva la possibilità di sentire il padre quasi ogni giorno e di vederlo tutti i sabati, mentre ora le telefonate si sono ridotte a sei al mese e le visite ad una al mese. Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino: “È lei a soffrire più di tutti, la sua quotidianità è profondamente cambiata”. In arrivo la terza interrogazione parlamentare per denunciare il progressivo irrigidimento securitario del carcere di Opera sotto la nuova direzione. Lei ha solo cinque anni e fino a un paio di mesi fa poteva sentire il papà al telefono sei volte a settimana e non vedeva l’ora che arrivasse il sabato per andare a trovarlo, nel carcere milanese di San Vittore. Ora, il papà può sentirlo al massimo sei volte al mese e lo può andare a trovare solo un sabato, nell’istituto di Opera. “Questa bambina sta soffrendo. Ogni visita si trasforma in un percorso ad ostacoli”. Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino, racconta le conseguenze del trasferimento dal carcere di San Vittore a quello di Opera, deciso in seguito a un corto circuito e a un incendio avvenuti nel carcere di Milano lo scorso dicembre, nella III sezione. “Ogni volta in cui va a trovare il padre, oggi, questa bambina piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato un incubo”. Una quotidianità profondamente cambiata - “Pochi giorni fa ho ricevuto la telefonata della moglie di un detenuto attualmente recluso nel carcere Opera di Milano, dove sta scontando un residuo di pena di due anni in regime di media sicurezza”, dice Bernardini. “Quest’uomo è padre di una bambina di appena cinque anni. È proprio lei a soffrire più di tutti le conseguenze della detenzione del padre: ad ogni visita il suo dolore si fa palpabile, il suo pianto inconsolabile. Da quando il papà è stato trasferito ad Opera, la sua quotidianità è profondamente cambiata”. Da una telefonata al giorno a sei al mese - A San Vittore la bambina aveva la possibilità di sentire il padre quasi ogni giorno: “Sei telefonate a settimana, anche se di pochi minuti, che alimentavano un legame fondamentale, un rapporto continuo con il padre. Ora, invece, le telefonate si sono ridotte a sei al mese”, prosegue Bernardini. “La casa circondariale di San Vittore ha la fortuna di avere tre donne al comando, la direttrice, la comandante e la dirigente dell’area sanitaria, che riescono ad avere un rapporto con i detenuti molto comprensivo anche nello stato di sovraffollamento in cui si trovano”. “Quando era in quest’istituto, la bambina sentiva il padre pressoché tutti i giorni perché la direttrice (Maria Pitaniello, ndr) autorizzava quasi quotidianamente le telefonate straordinarie”. Ciò è previsto dalla legge n. 28 del 30 aprile 2020, che afferma che il direttore possa decidere, in presenza di figli minori, quante telefonate straordinarie concedere. “Ad Opera la direttrice, che è cambiata da poco (Rosalia Marino, ndr), ha deciso che le telefonate straordinarie possono essere solamente due al mese per tutte le persone detenute che hanno figli minori”. Da quattro colloqui a uno al mese - Oltre alle telefonate, con il trasferimento anche i colloqui della bambina con il padre si sono molto ridotti. Mentre a San Vittore poteva andare tutti i sabati, ad Opera può fare solo un incontro al mese il sabato. “I colloqui sono diventati rari e complicati. La bambina dovrebbe saltare la scuola per andare a colloquio in mezzo alla settimana”. Non è cambiata solo la quantità degli incontri, ma anche la qualità. “Nel precedente istituto si trovava bene, c’erano i volontari di Telefono Azzurro che aiutavano i bambini a vivere quei momenti con un po’ di leggerezza, organizzando giochi prima del colloquio: la bambina aspettava il sabato con impazienza perché incontrava il padre in una situazione giocosa e serena”, continua Bernardini. A Opera hanno eliminato anche lo “spazio giallo” esterno gestito da Bambini senza Sbarre, privando i piccoli di un luogo sicuro dove distrarsi mentre aspettano i familiari. I bambini venivano intrattenuti nel periodo di attesa, che può durare anche 30-40 minuti: “Adesso lo spazio è stato spostato all’interno, ma non serve quasi a niente perché, una volta che hanno passato tutte le procedure, quando i piccoli stanno dentro entrano subito per fare il colloquio”. Perquisizioni invasive - Ad Opera ogni visita “è segnata da perquisizioni invasive che non risparmiano i bambini, che vengono controllati dagli agenti anche dopo il metal detector. Ogni sabato, questa piccola innocente è impaurita, piange e si dispera: l’incontro con il padre, che dovrebbe essere un momento di gioia e conforto, è diventato un incubo. Per i più piccoli, durante i controlli il pannolino viene tolto e cambiato immediatamente, per paura che si possa nascondere qualcosa lì dentro”. A breve un’interrogazione parlamentare - La maestra della bambina ha già segnalato alla madre il disagio della piccola, che da qualche tempo mostra segni di malessere. “Anche la madre, che sofferenza può avere, nel gestire una situazione così drammatica per la figlia? Viene spontaneo chiedersi che fine abbia fatto quell’ordinamento penitenziario che dovrebbe tutelare i legami familiari dei detenuti, soprattutto quando ci sono figli minori coinvolti”, prosegue Bernardini. E annuncia: “A breve ci sarà la terza interrogazione che, come Nessuno tocchi Caino, con Roberto Giachetti presenteremo al ministro della Giustizia Carlo Nordio per denunciare il progressivo irrigidimento securitario del carcere di Opera, da quando è cambiata la direzione dell’istituto. Intanto, una bambina innocente continua a pagare un prezzo che non le appartiene”. Milano. Appello della Caritas Ambrosiana: raccolta fondi e abiti usati per i detenuti agensir.it, 10 febbraio 2026 “La popolazione detenuta, anche nelle carceri milanesi e lombarde, cresce rapidamente. Nei sette istituti penitenziari presenti nel territorio della diocesi ambrosiana erano detenute, lo scorso 5 febbraio, 5.360 persone, ovvero ben 257 in più rispetto a un anno prima. Di conseguenza, il tasso di affollamento medio è giunto a superare il 160%, e in alcuni istituti il 200%. Fino ad arrivare al 235% di San Vittore, dove - come è noto - un incendio sviluppatosi negli scorsi mesi ha comportato la chiusura di un intero raggio”. Lo si legge in un comunicato diffuso da Caritas Ambrosiana, che fra l’altro richiama gli appelli in materia dell’arcivescovo Delpini. “Se il sovraffollamento, e il conseguente deterioramento delle condizioni di detenzione e di vita in carcere, è ormai strutturale, altrettanto si può dire dei disagi stagionali”, segnala la Caritas di Milano. “In estate la temperatura in molte celle si fa insostenibile e l’aria irrespirabile, mentre in inverno a pesare è la mancanza di abbigliamento adatto al clima di locali freddi e umidi, problema che ogni anno si propone in maniera più acuta. Sono le persone più povere e vulnerabili, presenti in carcere in numero crescente, a soffrirne maggiormente. Come se non bastasse, l’incendio di San Vittore ha costretto a un trasferimento improvviso un gran numero di persone, che hanno bisogno di nuovi indumenti. Quelli essenziali, senza i quali viene meno anche l’ultimo presidio di dignità che la detenzione non dovrebbe mai intaccare: biancheria, tute da ginnastica, felpe, scarpe, maglioni, giubbotti, coperte”. Per garantire “un minimo presidio di dignità”, alcune organizzazioni hanno promosso un appello “alla Milano solidale” per una raccolta di fondi e abiti usati. Caritas Ambrosiana lo sostiene operativamente. “Non arrestiamo la dignità”: “proposito sacrosanto, soprattutto - convengono Erica Tossani e don Paolo Selmi, direttori Caritas - in una stagione in cui invece di organizzare atti di clemenza si incrementa il catalogo dei reati. Mentre siamo spinti a un gesto umanitario, ricordiamo che la pena detentiva non sempre è strumento adeguato a garantire giustizia alle vittime di crimini e all’intera società. In ogni caso, quando viene comminata deve rispettare l’umanità e le prospettive di riscatto e reinserimento dell’individuo che la subisce: lo esigono il Vangelo e la Costituzione”. Milano. La tutela dei diritti nelle carceri non può aspettare collettiva.it, 10 febbraio 2026 “I diritti non si arrestano”, nemmeno dietro le sbarre. Con questo messaggio Cgil Milano, Varese, Monza e Brianza e Cgil Lombardia promuovono l’iniziativa di giovedì 12 febbraio alle ore 9.30 alla Camera del lavoro di Milano. Un momento pubblico di confronto e approfondimento sul lavoro degli sportelli sindacali negli istituti penitenziari e sulla tutela dei diritti delle persone detenute, “troppo spesso invisibili ma pienamente titolari di diritti costituzionali”. “La situazione delle carceri del nostro Paese e della nostra Regione è drammatica - scrivono i sindacati. Il numero dei suicidi e i tassi di sovraffollamento sono solo alcune delle spie che segnalano quanto nel nostro Paese, nonostante lo sforzo di molti, siamo molti lontani dal rispetto del dettato costituzionale che stabilisce che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione. Le risposte del governo non hanno altro orizzonte che quello di aumentare il numero dei reati e le pene, in una logica repressiva e securitaria. La Cgil in questi anni ha messo in campo alleanze, pratiche contrattuali, interventi di tutela individuale negli Istituti Penitenziari del territorio per conoscere la realtà carceraria e provare a dare risposte ai sempre maggiori bisogni, in un quadro segnato quotidianamente dalla negazione dell’accesso e dell’esigibilità dei diritti”. Gli sportelli sindacali presenti negli istituti di pena del territorio lombardo offrono assistenza, orientamento e tutela su lavoro, previdenza, welfare e casa. “Un impegno concreto che nel solo 2025 ha prodotto numeri significativi: oltre 750 pratiche seguite, relative alla previdenza e all’assistenza (in particolare NASpI, con attività vertenziale sui dinieghi per le persone detenute), invalidità, estratti contributivi, pensioni, oltre a pratiche fiscali (Isee, Red), tutela per violazioni nei rapporti di lavoro e domande di accesso all’edilizia residenziale pubblica. Accanto alle pratiche formali, l’attività sindacale nelle carceri è anche ascolto, orientamento e costruzione di relazioni. “Considerando le persone incontrate più volte - scrivono -, le richieste di informazione generale sui servizi e sulle prestazioni, le domande che esulano dallo sportello diritti e gli spazi di ascolto e socialità, nel 2025 la Cgil ha registrato oltre 4.000 contatti complessivi. San Vittore, Bollate, Opera, Monza, Varese e Busto Arsizio: una presenza capillare che testimonia la volontà del sindacato di non arretrare di fronte alle difficoltà e di continuare a garantire diritti anche nei contesti più fragili”. L’evento si svolgerà in Sala Buozzi, in Corso di Porta Vittoria 43. Cuneo. La società che fa lavorare i detenuti e produce pane di prima qualità di Marco Turco unionemonregalese.it, 10 febbraio 2026 Il progetto “Panatè” nato nella casa circondariale di Cuneo. “Non facciamo “buonismo”: facciamo impresa”. Ancora una volta parliamo di qualcosa di bello: della società benefit “Panatè”, nata nel 2019 presso la Casa Circondariale di Cuneo ed oggi presente anche nelle carceri di Fossano e Torino, oltre che con un laboratorio esterno a Magliano Alpi. La “iena” Giulio Golia entra nel carcere di Cuneo e racconta il progetto di reinserimento “Panaté”, una realtà che prova a creare un’economia “dentro e fuori” dal carcere offrendo lavoro vero ai detenuti che aderiscono. Contratti regolari, stipendi e contributi, per dare un senso agli anni di pena e ridurre il rischio di ricadute. Nel progetto lavorano circa 40 persone, di cui 24 detenuti. Era il 2019 quando l’imprenditore monregalese Davide Danni iniziava il suo progetto: una cooperativa per far produrre il pane nelle carceri. Lui, oggi, dice che lo ha fatto “con tanta buona volontà… ma con un po’ di incoscienza e inconsapevolezza”. Ma in cuor suo sapeva benissimo che stava facendo nascere qualcosa di importante. “Non abbiamo solo creato un ponte per unire carcere, lavoro e cultura, ma abbiamo iniziato a percorrerlo insieme alle tante realtà che hanno preso parte a questa iniziativa”. Il servizio di Golia dura circa 20 minuti. La “iena” ha intervistato non solo Danni, ma anche i lavoratori (detenuti o ex) che hanno scelto di raccontare la loro storia. Storie difficili, di chi oggi sa di aver commesso errori, anche gravi, e sa che è giusto pagare il debito con la giustizia. Ma sa anche che ci deve essere un “dopo”: che la vita non può ridursi allo stereotipo di chi viene additato come “ex carcerato”. Il concetto che la società ribadisce ogni volta è: “Non stiamo “facendo buonismo”, non facciamo beneficenza: noi stiamo facendo impresa. Siamo imprenditori e facciamo il nostro lavoro”. Il lavoro nelle carceri è un sistema che - sembra quasi assurdo doverlo ripetere - porta davvero un circuito virtuoso: attraverso il reale reinserimento del lavoro, riduce di molto la recidiva; e rappresenta un guadagno reale, per l’imprenditore e per i lavoratori. Piacenza. Il valore del teatro come strumento riabilitativo di Stefania Micheli ilnuovogiornale.it, 10 febbraio 2026 Nella Casa Circondariale di Piacenza è andato in scena lo spettacolo “Il Giubileo dell’alta sicurezza”: il cast, composto da da un gruppo di detenute dell’alta sicurezza e da attrici professioniste come Adriana Busi e Monica Garcia, è stato diretto con toccante sensibilità dal regista Mimmo Sorrentino. Lo spettacolo è rientrato nel progetto “Educarsi alla libertà” patrocinato dal Ministero della Giustizia e dal Ministero della Cultura e delle Belle Arti, sostenuto dalla fondazione di Piacenza e Vigevano e promosso dalla cooperativa Teatroincontro. Erano presenti diverse autorità tra cui il vescovo mons. Adriano Cevolotto ed il presidente della Fondazione Roberto Reggi. Il direttore della casa circondariale di Piacenza, dott. Andrea Romeo, ha evidenziato l’importanza di un approccio integrato alla riabilitazione, in cui teatro, istruzione, formazione professionale, lavoro e volontariato concorrono a costruire percorsi di crescita e reinserimento. La collaborazione con realtà esterne mostra così un Istituto impegnato a strutturare interventi di qualità, espandendo gradualmente la partecipazione delle detenute. “Il teatro è stato qualcosa di fondamentale per la riabilitazione delle persone detenute, osserva il direttore Romeo. Il laboratorio teatrale praticato da anni negli istituti penitenziari mira a favorire un lavoro profondo sulla vita delle persone e a proporre alternative alla mera detenzione. La cooperazione con il regista Mimmo Sorrentino ed il supporto della Fondazione Piacenza e Vigevano garantiscono continuità e solidità al percorso, le collaborazioni culturali e filantropiche sono state infatti cruciali nel sostenere programmi strutturati e di lungo periodo nelle carceri. Attualmente partecipano quattro detenute, che recitano insieme a due attrici esterne professioniste configurando un approccio misto, aumentando la qualità artistica e offrendo formazione pratica alle partecipanti, creando anche un ponte con il mondo esterno. L’istituto mira però a coinvolgere più detenute in futuro; per ora, le altre saranno spettatrici del lavoro delle compagne. È una fase iniziale con modello graduale di inclusione e osservazione, finalizzato ad estendere la partecipazione attiva. Oltre al teatro sono offerti percorsi di alfabetizzazione e scolastici di scuola media e professionale insieme all’Istituto Marcora, alcuni detenuti poi studiano da privatisti per il diploma, mostrando flessibilità ed impegno nel seguire percorsi individuali di istruzione formale. Nel piano formativo regionale sono inoltre previsti corsi di carpenteria metallica, cura del verde e cucina. Si lavora inoltre con l’ASL per ulteriori corsi. Queste attività mirano tutte a sviluppare competenze poi spendibili professionalmente. Le attività lavorative includono impieghi interni all’istituto e presso datori di lavoro esterni. Alcuni detenuti possono lavorare fuori in misura alternativa, favorendo reinserimento sociale e professionale. Ciò riflette una rete territoriale attiva e l’uso di strumenti di esecuzione penale orientati al recupero”. “Numerosi sono i volontari che svolgono un ruolo fondamentale -continua il direttore del carcere di Piacenza- offrendo ascolto e sostegno, soprattutto ai più bisognosi e a chi è scollegato dal territorio o privo di riferimenti. Questa attività genera opportunità di crescita e reinserimento. Si promuovono attività ricreative e culturali, offrendo supporto individuale e occasioni di crescita. Chi desidera fare volontariato può rivolgersi alla Direzione del carcere o consultare i siti istituzionali. In alternativa, si possono intercettare sul territorio le associazioni già strutturate e attive in questo ambito, come “Oltre il muro” e “Verso Itaca”, per un accesso organizzato e conforme alle norme”. Mimmo Sorrentino ha raccontato come il progetto teatrale con le detenute, incentrato sul tema del perdono, abbia creato un’esperienza profonda dal punto di vista emotivo, consentendo alle partecipanti di compiere un “viaggio” metaforico sul palco. L’approccio fondato sull’ascolto attivo e privo di pregiudizi ha permesso di trasformare ogni reazione in un’opportunità di lavoro. “È complesso riassumere in pochi minuti un’esperienza di grande intensità emotiva - osserva il regista -, lavorare con le detenute significa confrontarsi con “il dolore e con la bellezza del dolore”, una dimensione che solo le parole possono restituire, rendendo percepibile una bellezza altrimenti inafferrabile. Lo spettacolo è descritto come “un viaggio, un pellegrinaggio nel perdono”. Il perdono è un atto complesso che richiede profondo lavoro interiore. Pur non potendo viaggiare fisicamente, le detenute intraprendono sul palco un percorso metaforico, in contrasto con la figura del pellegrino che viaggia per riscattarsi. Per operare in contesti così difficili come quello del carcere, l’approccio chiave è mettersi in ascolto ed eliminare i pregiudizi. Ogni reazione, anche il rifiuto di parlare, diventa materiale di lavoro: nulla sorprende perché tutto viene accolto e trasformato. Talvolta, sono le stesse detenute a risolvere problemi relazionali emersi durante il processo. La collaborazione tra le detenute e le due attrici professioniste è risultata fluida, le interazioni sono diventate naturali, fino a non essere più percepite come anomale: come se avessero sempre lavorato insieme”. Il pellegrinaggio nella dimensione teatrale è stato concepito come veicolo di cambiamento e perdono, estendendo metaforicamente questa idea all’esperienza catartica delle attrici sul palcoscenico. Il viaggio produce un inevitabile cambiamento interiore nell’individuo, in un percorso che gli permette di trasformarsi in un “uomo nuovo”, un processo di rigenerazione che rende idonei a ricevere il perdono, per questo il pellegrino ha da sempre intrapreso lunghi e pericolosi viaggi in cerca di espiazione. Il cambiamento non è un semplice effetto collaterale, ma il fine intrinseco del viaggio, che permette di ottenere il “perdono di vita”. Nell’esperienza teatrale delle detenute, impossibilitate a compiere un viaggio fisico, il palcoscenico diventa quasi uno spazio sacro alternativo. È su questo palco che ogni artista, attraverso la propria interpretazione, intraprende un viaggio interiore, rivolgendo una forma di preghiera e cercando una sorta di perdono e trasformazione personale. Il teatro assume così la funzione di un pellegrinaggio spirituale, un luogo di catarsi e rigenerazione. In conclusione, una delle protagoniste dello spettacolo ha preso la parola e, anche a nome delle altre, ha ringraziato tutti i presenti ed in particolare chi ha offerto loro l’opportunità ricevuta, sottolineando come sia fondamentale garantire alle persone detenute l’opportunità d’impegnarsi in qualcosa di costruttivo. Le sue parole hanno riassunto l’aspirazione centrale che ha animato la loro partecipazione al progetto, ovvero la speranza in un futuro migliore e il desiderio profondo che ognuna di loro ha di “essere recuperata”. Torino. “La Costituzione e il carcere”, gli studenti scoprono cosa c’è davvero dietro le sbarre di Virginia Serpe giornalelavoce.it, 10 febbraio 2026 Al Centro socioculturale di Ciriè l’ultimo incontro per le classi quinte: dati, diritti e contraddizioni di un sistema penitenziario sotto pressione. Non un semplice momento formativo, ma un confronto diretto con uno dei nodi più delicati della democrazia contemporanea. Lunedì 9 febbraio, al Centro socioculturale di Ciriè, si è svolto l’ultimo incontro del percorso rivolto alle classi quinte sul tema “La Costituzione e il carcere”, chiudendo un ciclo di appuntamenti pensati per avvicinare gli studenti a una realtà spesso distante, ma centrale nel rapporto tra Stato, diritti e giustizia. A guidare la riflessione è stata la professoressa Perla Arianna Allegri, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, dove insegna Filosofia del Diritto, e membro dell’Osservatorio nazionale di Antigone sulle condizioni di detenzione. Un profilo che ha consentito di tenere insieme il piano teorico e quello concreto, intrecciando i principi costituzionali con i dati aggiornati sul sistema penitenziario italiano. Il punto di partenza è stato il dettato della Costituzione, che assegna alla pena una funzione chiara e non negoziabile: non solo punire, ma rieducare. Un principio che affonda le radici nell’articolo 27 e che impone allo Stato di costruire un sistema capace di favorire il reinserimento sociale delle persone detenute. In quest’ottica, il carcere dovrebbe essere un luogo in cui trovano spazio istruzione, formazione professionale, lavoro e attività sociali e culturali, strumenti indispensabili per ridurre la recidiva e restituire alla società individui in grado di ricostruire un percorso di legalità. Un ideale che, però, si scontra con una realtà segnata da criticità strutturali profonde. I numeri presentati durante l’incontro parlano chiaro: a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 51.000 posti, la popolazione detenuta in Italia supera oggi le 63.000 unità. Il risultato è un tasso di sovraffollamento reale intorno al 135%, una condizione che incide in modo diretto sulla qualità della vita negli istituti e rende estremamente difficile attuare percorsi rieducativi efficaci. Il sovraffollamento non è solo una questione di spazi, ma un fattore che amplifica tensioni, disagi e fragilità. Durante l’incontro è stata analizzata la composizione della popolazione detenuta, soffermandosi sulla presenza di persone straniere, sulla condizione delle donne e su quella dei minori, ambiti in cui le esigenze specifiche rischiano spesso di restare sullo sfondo. Particolare attenzione è stata riservata anche al disagio psicologico, con un focus sugli eventi suicidari, che nelle carceri si verificano con una frequenza nettamente superiore rispetto alla società esterna. In questo quadro complesso, la professoressa Allegri ha richiamato più volte il principio della dignità della persona, che non viene meno con la perdita della libertà personale. Un concetto ribadito anche dai più recenti sviluppi giurisprudenziali, come la sentenza della Corte Costituzionale del 2024, che ha riconosciuto l’affettività come parte integrante della dignità umana. Un passaggio che segna un punto fermo: la pena può limitare la libertà, ma non può annullare i diritti fondamentali. Il dialogo con gli studenti è stato uno degli elementi centrali dell’incontro. Le domande e le riflessioni emerse hanno mostrato una partecipazione attenta e consapevole, segno di un interesse autentico verso un tema spesso percepito come lontano, ma che in realtà tocca il modo in cui una società misura se stessa. Parlare di carcere, in questa prospettiva, significa interrogarsi sul confine tra sicurezza e diritti, tra punizione e responsabilità, tra esclusione e possibilità di riscatto. L’appuntamento di Ciriè ha così chiuso un percorso che ha messo al centro non solo il diritto, ma anche la dimensione umana della pena. Un confronto che, al di là delle aule scolastiche, restituisce una domanda scomoda ma inevitabile: quanto il sistema penitenziario italiano riesce oggi a essere coerente con i valori scritti nella Costituzione. Una domanda che resta aperta, affidata alle nuove generazioni chiamate, domani, a dare risposte più giuste e consapevoli. Civitavecchia (Rm). Presentati alla Regione Lazio due libri di poesie scritte dai detenuti garantedetenutilazio.it, 10 febbraio 2026 Nell’ambito del progetto Libera/mente, promosso dall’Università degli Studi Internazionali di Roma - Unint in collaborazione con la Casa Circondariale di Civitavecchia, sono stati presentati presso la Sala Tevere della Regione Lazio i volumi di poesie “Parole di pace e libertà” e “Parole di speranza” scritte dai detenuti, testi che evidenziano il ruolo riabilitativo della poesia nel contesto carcerario. Il progetto Libera/mente è frutto di tre anni di incontri tra professori universitari e detenuti. Questi appuntamenti si sono focalizzati sulla lettura e scrittura poetica, e i partecipanti sono stati invitati, per stimolare ricordi e apertura emotiva, a scrivere poesie nella loro lingua d’origine poi tradotte da docenti e ricercatori Unint. La poesia ha agito come ponte verso l’interiorità, promuovendo resilienza e speranza per il reinserimento sociale. L’incontro è iniziato con l’intervento di Giuseppe Emanuele Cangemi, vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio: “Siamo qui, in questa prestigiosa sala dell’edificio della Regione, perché riconosciamo il grande valore di questo lavoro, che offre una seconda chance ai detenuti. Grazie per quello che fate”. Claudio Marotta, Consigliere regionale, ha aggiunto che “è un orgoglio ospitare questo evento. Questo progetto è inserito nel desiderio di una società più giusta e inclusiva, e contribuisce a crearla. Voi seminate semi di speranza”. Anche Stefano Anastasia, Garante dei detenuti del Lazio, ha elogiato l’iniziativa: “Grazie per l’attenzione al mondo carcerario, un mondo che in realtà necessita di un impegno ancora più esteso. Il vostro lavoro aiuta a superare una delle difficoltà maggiori in carcere, quella di riuscire ad esprimere i propri sentimenti. E a farlo in modo positivo, così che non si trasformino in rancore”. Anna Angeletti, Direttrice della Casa Circondariale di Civitavecchia, ha detto con decisione che “il carcere non è affatto la ‘casa dei morti’, come lo definiva Dostoevskij, ma è un mondo vivo e di vivi. L’Unint ha dato voce a questa vitalità attraverso la poesia, che diventa parola di pace, libertà e speranza. Perché la mente non può essere rinchiusa tra quattro mura” “L’università è spazio di incontro, di ascolto, di responsabilità sociale” ha spiegato Fabio Bisogni, Presidente del CdA Unint. “Oggi non presentiamo solo libri, ma diamo spazio a voci che rappresentano desideri di vita e di rispetto. Grazie ai detenuti per essersi messi in gioco. Pace, libertà e speranza non sono concetti astratti nelle poesie dei detenuti, perché espressi da parole abitate, attraversate dall’esperienza, dalla fragilità, dal desiderio di riscatto. Come dice una strofa di una delle poesie: ‘Dunque un caso disperato è in realtà un caso di speranza’”. Mariagrazia Russo, Rettrice dell’Unint, ha ricordato come sono nati questi volumi di poesie: “Non siamo entrati nelle carceri per ergerci come maestri, ma per metterci a nudo, per camminare insieme a chi avevamo davanti, e la poesia ne è stato lo strumento, è stata la nostra alleata. Non siamo andati per giudicare ma ci siamo lasciati interrogare”. Milano. Al carcere di Opera “Carnevale con papà”, per il riacquisto della paternità Ristretti Orizzonti, 10 febbraio 2026 Il 7 febbraio, all’interno della Casa di Reclusione Milano Opera, si è svolta l’attività “Carnevale con papà”. Un evento realizzato grazie all’aiuto degli Scout Talenti all’Opera e degli interni autorizzati a partecipare alle attività promosse dagli stessi, ha visto la partecipazione di 20 famiglie e 40 bambini, per un totale di circa 100 persone. L’obiettivo dell’attività era quello di permettere ai papà di trascorrere una giornata con i propri figli, mantenendo quel valore che li unisce nonostante la distanza e le difficoltà. L’obiettivo è stato raggiunto: i papà hanno potuto giocare con i propri figli, creare marionette in legno, partecipare a laboratori creativi e condividere una pizza insieme. La partecipazione del gruppo interno dei ristretti e Talenti all’Opera è fondamentale per la riuscita di eventi come “Carnevale con papà”. Questi detenuti si mettono al servizio di un’intera popolazione detenuta, offrendo il loro tempo e le loro abilità per creare momenti di svago e di riacquisto per i loro compagni e le loro famiglie. Il loro impegno è un esempio di come la detenzione possa essere un’opportunità per riflettere sui propri errori e per lavorare per il bene degli altri. La loro partecipazione è un segno di speranza e di rinascimento, e dimostra che anche in un contesto difficile come il carcere, c’è sempre la possibilità di fare qualcosa di buono e di utile per gli altri. La direzione dell’Istituto Penitenziario di Milano Opera si è detta soddisfatta dell’esito dell’evento e pronta a continuare a sostenere iniziative di questo tipo. Una giornata che resterà nel cuore di tutti i partecipanti, un momento di famiglia e di riacquisto che ha permesso di vedere la vita da un’altra prospettiva. Grazia Zuffa, il rigore lucido dell’intelligenza di Alessandra Pigliaru Il Manifesto, 10 febbraio 2026 A un anno dalla sua morte, due libri editi da Menabò ne ricordano lo spessore intellettuale e femminista. Domani a Firenze una giornata a lei dedicata nella sede della Società della Ragione. Intelligenza, passione e rigore sono tre delle molte parole che si attagliano al nome di Grazia Zuffa. Femminista, intellettuale, militante, fondatrice del Forum Droghe e della Società della Ragione - insieme a Franco Corleone, marito e compagno di una vita, Zuffa è stata docente di Psicologia delle Tossicodipendenze a Firenze, senatrice e dirigente - dell’Udi e del Pci. A un anno dalla sua morte (9 febbraio 2025), l’ampiezza dei temi che ha attraversato interroga questo presente ed è difficile dire quanto la sua intransigente lucidità sarebbe utile per decifrare il pantano contemporaneo che ci assedia. Dalla libertà femminile alle tecnologie riproduttive, dalla bioetica alle droghe e alla giustizia sociale, dal carcere alla salute mentale, le stagioni politiche che l’hanno vista in prima fila sono oggi al centro di due volumi preziosi pubblicati per le edizioni Menabò: il primo, edito nel 2025, a trent’anni dal Forum Droghe e dal numero zero di Fuoriluogo (fino al 2008 supplemento del manifesto, poi rubrica ma soprattutto esperienza aperta), si intitola Stigma e pregiudizio. Uno sguardo dissacrante sulle droghe e raccoglie parte dei numerosi articoli, interventi e stralci di saggi composti da Zuffa dal 2010 al 2022 (pp. 196, euro 15, con scritti di Franco Corleone, Susanna Ronconi, Stefano Vecchio); leggendolo, colpisce l’attualità di un pensiero vivido, ancora in movimento, impegnato nella decostruzione di politiche repressive: dalle mitologie legate alla “incontrollabilità delle droghe” alla strumentalità della “tolleranza zero” fino alla introduzione, e la relativa evoluzione, del concetto di “riduzione del danno”. La discussione pubblica in Italia su questi argomenti si deve anche al lavoro, collettivo, del Forum e alla produzione di alcuni testi che forniscono un punto di riferimento, ad esempio il volume di Grazia Zuffa I drogati e gli altri (Sellerio, 2000) sulle politiche penali, proibizionistiche e sociali. Le molte reti, locali e globali, che negli anni Grazia Zuffa ha saputo coltivare e, in larga parte, creare e abitare (basterebbe citare Antigone e il Gruppo Abele) sono di ulteriore orientamento e presenti nel suo Stigma e pregiudizio. La pratica delle relazioni, stoffa di un metodo che dopo l’incontro con il movimento delle donne e del femminismo non l’ha più abbandonata, e che stabilisce l’esperienza dirimente e di taglio, di approccio e di complessità, si ritrova in particolare nella collettanea Una eredità luminosa. Il pensiero e l’opera di Grazia Zuffa (pp. 111, euro 12), a cura di Giulia Melani, con la nota introduttiva di Ida Dominijanni e gli scritti di Stefano Anastasìa, Alessandra Barberis, Maria Luisa Boccia, Stefano Canestrari, Franco Corleone, Cecilia D’Elia, Maria Grazia Giannichedda, Giulia Melani, Patrizia Meringolo, Marisa Nicchi, Tamar Pitch, Anna Pizzo, Susanna Ronconi e Monica Tpraldo di Francia. Esito dell’incontro tenutosi alla Casa Internazionale delle Donne di Roma il 18 marzo 2025, organizzato per Zuffa ricordandone il rilievo, il libro Una eredità luminosa offre la possibilità di seguire l’apprendistato, irriducibile e incarnato, di chi ha inteso cruciale la postura e il posizionarsi dinanzi e attorno ad alcuni nodi pulsanti: la prospettiva del pensiero della differenza sessuale (centrale è il volume L’eclissi della madre, con Maria Luisa Boccia per Pratiche editrice, 1998); il rapporto tra femministe e comuniste (nella esperienza diretta di Grazia Zuffa interna alla rivista “Rosa”, “Reti”, “Memoria” e altre, nel crocevia della fine degli anni Settanta fino ai primi Novanta); i diritti riproduttivi e il dibattito intorno alla cosiddetta “Gpa” (uno dei suoi ultimi interventi è ora disponibile nel recente Gestazione per altre persone. Legami, desideri, corpi, norme, per Società Editrice Fiorentina, a cura di Federica Buongiorno, Xenia Chiaramonte e Matteo Galletti); la detenzione (si veda almeno Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, scritto con Susanna Ronconi, Ediesse 2014 e ora Futura editrice 2023; l’ultimo suo scritto per “Fuoriluogo”, sulle pagine di questo giornale, risale all’11 settembre del 2024 e si intitola, emblematicamente, “Perché ogni bambino nasca in libertà, no al ddl sicurezza”); la salute mentale (come segnala Maria Grazia Giannichedda, pochi giorni prima di morire Grazia Zuffa aveva partecipato all’incontro preparatorio del seminario “No a manicomi e Opg, vecchi e nuovi”, un’attenzione che arriva fin dagli anni Novanta nell’incontro con Franca Ongaro). Amore, gratitudine e precisione, sono infine queste le tre parole che svettano nella “luminosa eredità” di una donna che ha fatto della propria vita un’avventura irripetibile. *Domani, mercoledì 11 febbraio dalle ore 17, nella sede della Società della Ragione a Firenze (Pad. 35, Area San Salvi), si parlerà di “Un anno senza Grazia, un anno con grazia”. L’attivismo civile e sociale adesso passa dal web. E attenti anche ai rischi di Giulio Sensi Corriere della Sera, 10 febbraio 2026 In evoluzione le forme di partecipazione online: pc, tablet e telefoni per nuove mobilitazioni anche a sostegno del Terzo settore. Ma ci sono pericoli come la superficialità e l’isolamento. Il web è una risorsa fondamentale per l’attivismo civico. Non è solo il regno delle vanità o il terreno dove proliferano le fake news, è anche lo spazio dove si esprime e cresce la partecipazione sotto varie forme. La Fondazione Terzjus ha indagato, con la collaborazione della piattaforma Italia Non Profit, cosa siano oggi il “netattivismo” e il volontariato digitale. La prima indagine in Italia su questi fenomeni sarà consultabile sul sito di Terzjus dal 6 marzo e cerca risposte su forme di partecipazione in continua evoluzione. Ha interpellato più di 1.100 cittadini di ogni età e regione su come e perché sono attive con pc, tablet e cellulari. Le persone si mobilitano online soprattutto per informare e sensibilizzare gli altri, contrastare ingiustizie o disinformazione, supportare persone o gruppi in difficoltà, sentirsi parte di una comunità con valori condivisi, approfondire tematiche che interessano, esprimere le opinioni e far sentire la voce. “Le donne partecipano un po’ di più degli uomini - spiega Andrea Bassi, direttore scientifico della ricerca e docente di sociologia all’Università di Bologna -, ma le differenze più nette si vedono nelle classi di età: aumenta il numero di chi non partecipa online al crescere dell’età, passando dal 34% nella fascia fino a 24 anni al 54,5% in quella di 75 anni ed oltre. Le fasce più giovani sono più presenti tra gli attivisti che definiamo a “bassa soglia”: partecipano reagendo a ciò che vedono, mentre la fascia di mezzo, fra i 45 e i 54 anni, è molto più presente nella cosiddetta “alta soglia”, cioè nelle azioni generate direttamente”. Anche il tasso di istruzione parla chiaro: più è avanzato e più si registra la presenza di attivisti online. Così come quello occupazionale: gli studenti sono più reattivi, mentre i lavoratori più propositivi. E l’attivismo online non è quasi mai fine a se stesso. “Chi partecipa in maniera regolare a diverse attività è più partecipativo online - precisa Bassi -, così come chi fa volontariato in organizzazioni è più presente sul web”. Come su altri temi, il digitale sperimenta punti di forza e di debolezza anche nell’attivismo civico, in un tempo in cui il digital divide diminuisce e l’accessibilità online è sempre più alla portata di tutti. “Di forza - sottolinea Bassi - perché consente di raggiungere un numero grande di persone con dei costi bassi, ad esempio per raccogliere fondi o sensibilizzare. E c’è una certa internazionalizzazione”. Ma non mancano i punti di debolezza con il rischio di superficialità di forme di attivismo solo di facciata. Ci emozioniamo per qualche causa, facciamo una piccola donazione, sosteniamo una campagna, la condividiamo nelle nostre reti, ma con meno coinvolgimento e il pericolo di incappare nelle fake news. “Poi - spiega Bassi - tanti passano molte ore davanti al computer con il rischio di isolamento sociale e di dipendenza dall’uso di questi mezzi”. Per il presidente di Terzjus Luigi Bobba, dalla ricerca emergono tre punti importanti. “Il primo - spiega - è che non esiste un fenomeno di sostituzione. Non scorre tutto solo online, ma c’è un desiderio comune di integrare e sostenere la partecipazione online con quella in presenza. Le due forme di volontariato non sono alternative e per l’impegno ad “alta soglia” sono quasi indispensabili le organizzazioni. Non scatta su spinta individuale, ma è una risorsa interessante per le stesse organizzazioni. Infine, online si è più reattivi che attivi. La caratteristica della rete è di essere più leggera e meno impegnativa. Ma l’altra faccia della medaglia è che questo attivismo civico che nasce dalla rete è un’energia potenziale che se coltivata può portare a mobilitare persone che altrimenti non lo sarebbero”. Per potenziare le competenze e l’offerta di servizi digitali del Terzo settore è attivo il Fondo per la Repubblica Digitale, una partnership pubblico privata - governo e fondazioni di origine bancaria - che con le risorse delle fondazioni sostiene lo sviluppo tecnologico del Terzo settore. Nel 2024 il Fondo ha destinato 15 milioni di euro per un bando chiamato “Digitale sociale” per rafforzare le competenze digitali degli enti non profit in Italia con 24 progetti che coinvolgono 30.000 beneficiari e 250 organizzazioni del Terzo settore. “Si parte - racconta la direttrice del Fondo, Martina Lascialfari - dall’offerta di contenuti formativi di base con la necessità poi di sviluppare la governance dei dati e i processi di integrazione con le attività interne. Poi quasi tutti i progetti includono moduli relativi a policy sulla sicurezza, al gdpr, al rafforzamento dei social media, all’utilizzo del cloud, alle piattaforme di condivisione e all’intelligenza artificiale generativa. C’è ancora molto da fare, ma le competenze digitali e l’adozione di nuove soluzioni tecnologiche sono leve strategiche e fattori di crescita imprescindibili per il Terzo settore”. Così la “sicurezza percepita” diventa strumento di controllo sociale di Pierfranco Pellizzetti Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2026 Se il potere è la capacità di indurre comportamenti, pigiando una vasta tastiera che va dall’influenzamento all’esercizio diretto della violenza, nell’attuale fase storica - in cui dagli arsenali del comando traboccano armi mentali create dall’incontro tra le metodologie comunicative e le tecnologie messe a punto dalle neuroscienze - lo strumento più efficace (e al tempo stesso più economico) risulta la menzogna. La mistificazione finalizzata a spostare la percezione collettiva verso apparenti criticità emotive, funzionali a rafforzare la rendita di consenso lucrata dai dominanti. Ergo, indurre la pubblica opinione ad avvalorare e interiorizzare una rappresentazione della realtà che coincida con le priorità strategiche di tale casta padronale. Di conseguenza, dal momento in cui - mezzo secolo or sono - ha preso avvio l’operazione culminata nell’attuale restaurazione oscurantista, il cantiere preposto a definire i criteri dello scontro per imporre la nuova egemonia reazionaria si è dedicato a manipolare la configurazione socio-politica del campo prescelto: la trasformazione della tematica ultra-sensibile della sicurezza in questione iper-ansiogena. Ovviamente piegando a vantaggio del proprio posizionamento strategico i termini della questione. Elaborazione truffaldina, che già un quarto di secolo fa venne segnalata da un vispo vecchietto con antenne sintonizzate sui laboratori occulti della Destra americana - il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman - smascherandone i marchingegni comunicativi per lo spostamento concettuale dei termini adottati. Manovra di non facile decifrabilità nella lingua italiana, in cui “sicurezza” è parola ambivalente, mentre risulta in tutta evidenza nel lessico inglese grazie allo sdoppiamento tra “insecurity” (insicurezza esistenziale) e “unsafety” (precarietà come assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona). Sicché questi apparenti sinonimi - “security” e “safety” - in effetti sono i concetti-chiave di un radicale ribaltamento dei criteri dominanti nell’avvenuto cambio di fase storica. C’è chi parla di passaggio dall’età di Keynes a quella di Hayek: se la stagione del New Deal e del Welfare era improntata alla certezza della propria collocazione nella società (occupazione stabile, assistenza sanitaria, garanzia pensionistica, ecc.), la successiva della contro-rivoluzione reaganiano-thatcheriana avrebbe imposto le logiche estranianti della mercificazione di una vita retta da criteri di stampo aziendalistico-efficientista. Il passaggio da una fase storica progressista il cui valore dominante è l’inclusione sociale a una retroversa, in cui l’ordine plutocratico si giustifica mediante l’annuncio terroristico di vaghi pericoli, che comunque impongono l’accantonamento di atteggiamenti positivi improntati a benevolenza e socialità. In cui il rischio statistico (di modesta entità quantitativa) vira a minaccia psicologica incombente; e come tale ansiogena, al punto di indurre la ricerca prioritaria di protezione a qualunque costo. Sotto i colpi di maglio di una propaganda mediatica martellante, che trasforma i pacifici luoghi della vita in un set dell’orrore. Sicché la psicosi di massa induce a pensare in termini di incolumità personale. Scriveva Bauman, “la sicurezza per la quale siamo in apprensione non è più quella della dignità personale, dell’orgoglio dell’abilità tecnica, del rispetto di sé, della comprensione umana e del trattamento umano, ma la sicurezza del corpo e degli effetti personali. La sicurezza nei confronti di coloro che violano la nostra proprietà e degli estranei sulla porta di casa, da vagabondi e mendicanti, maniaci sessuali dentro e fuori casa, avvelenatori di pozzi e dirottatori di aerei”. L’idea di sicurezza armata, per cui Trump nel suo primo mandato commentava l’ennesima strage in una scuola americana, ad opera di un minorenne armato fuori di testa, addebitandone la colpa al docente della classe aggredita che, in quanto sprovvisto di revolver, non aveva saputo abbattere l’assassino. La stessa logica per cui la presunta avversaria democratica dell’attuale presidente americano - Kamala Harris - dichiarava di tenere in casa un’arma con cui sparare a qualunque sconosciuto si fosse presentato alla sua porta. Il peggio dell’americanizzazione che ha già raggiunto anche le nostre coste, tradotta in decreti sicurezza paranoici. D’altro canto ormai siamo colonizzati da post-verità e fake news. Anche in versioni risibili. Come venerdì scorso all’inaugurazione delle olimpiadi della neve, con lo stupefacente binomio Cortina-Milano. Così abbiamo appreso che il capoluogo padano - oltre che “capitale (im)morale d’Italia” (da Mani Pulite all’attuale cementificazione dell’amministrazione Sala) - sarebbe una rinomata stazione per gli sport invernali. Magari con gli sciatori in discesa libera dalle guglie del Duomo. A maggior gloria di Giovanni Malagò (vulgo Melagodo). Disse Bauman: “per ogni paura il suo tranquillante”. La folla inferocita a caccia dell’uomo nero. Nizza Monferrato e la normalità del male di Djarah Kan Il Domani, 10 febbraio 2026 Nella notte tra venerdì e sabato, a Nizza Monferrato, un’adolescente di diciassette anni è stata brutalmente picchiata e strangolata da un suo conoscente. Poche ore più tardi, il suo corpo è stato trovato sulla riva del fiume Rio. Nelle ore in cui si apprendeva della morte di Zoe Trinchero, sempre a Nizza Monferrato, una folla inferocita di una quarantina di persone era pronta ad ammazzare un giovane polistrumentista e insegnante di musica jazz, molto conosciuto in paese. Nelle prime ore dell’interrogatorio l’assassino di Zoe lo aveva indicato come colpevole del femminicidio. È bastata quell’accusa infondata, e uno scambio frenetico di informazioni sui social a far scattare il linciaggio contro Naudy Carbone, una persona del posto, che tutti conoscevano e che di recente aveva avuto un periodo di fragilità emotiva. In pochissime ore, quell’uomo nero si è trasformato nello stereotipo coloniale del criminale violento proveniente dall’Africa, predatore di donne bianche. Nulla di più lontano dalla realtà. Ma ormai quell’immagine razzista aveva già messo le sue radici su un terreno culturalmente preparato ad accettare, senza l’ombra di un solo dubbio, che fosse proprio quel nero, il colpevole. Anche se non c’erano prove. Potenziali carnefici - Una parte di Nizza Monferrato era pronta a giustiziarlo. Chissà da quant’è che aspettavano il momento di vedersi confermati tutti i loro sospetti razzisti su quel ragazzo nero italiano che non avevano mai realmente integrato nella loro quotidianità. Ciò che in questa storia mi ha fatto più riflettere, è la facilità con la quale persone apparentemente normali e conosciute, possano diventare potenziali carnefici. Ci si aspetta sempre un po’ di grazia e benevolenza da chi ci ha visti crescere. Non si vive pensando all’eventualità che si verrà uccisi da una folla inferocita di italiani razzisti che ti conoscono da una vita, che ti hanno visto mille volte e che magari condividono lo stesso supermercato di fiducia o lo stesso bar di quartiere. Eppure, questa è la banalità del male che si nasconde tra le pieghe di una comunità che tollera il “presunto” straniero, anche quando non è più tale. In un mondo fantastico, i legami che costruiamo nei posti in cui cresciamo ci dovrebbero proteggere dai pregiudizi e renderci quantomeno degni del famoso “beneficio del dubbio”. Ma il beneficio del dubbio è un privilegio che non tocca a tutti, e che per lo più viene distribuito secondo criteri razzisti e classisti. Una persona bianca e ricca, potrà commettere mille reati con il beneplacito della comunità che lo protegge. Ma “quel nero pazzo”, come l’ha definito Alex Manna, camminerà sempre nel perimetro ristretto delle fantasie di un branco di razzisti a cui è bastata la parola di un loro “simile”, per organizzare in fretta e furia un linciaggio che esisteva già nelle loro menti, ancor prima di manifestarsi nella realtà. Vittimismo - Chi voleva giustiziare Naury Carbone, non aveva alcuna intenzione di vendicare la vita di una donna uccisa dalla cultura del possesso. Quegli uomini armati di pugni, rabbia e calci che volevano irrompere in casa di un innocente per giustiziarlo, non erano maschi decostruiti santi e beati che avevano abbracciato le teorie del femminismo sulla violenza di genere. Non erano cavalieri del rispetto e dell’autodeterminazione delle donne. Erano semplicemente razzisti bisognosi di sfogare un odio di cui erano pieni fino all’orlo. Un odio che in qualche modo dovevano esorcizzare e mettere in pratica al fine di smettere di sentirsi “fragili maschi italiani che subiscono dagli stranieri”. È il paradosso del vittimismo del camerata: vittima di persecuzione da parte dello straniero, ma allo stesso tempo superuomo potente, autorevole, culturalmente e biologicamente superiore, che ha la violenza razziale come unico mezzo per riappropriarsi a pieno della sua identità e del suo potere. Anzi, vi dirò di più. Nella logica del maschio bianco di destra che giustizia il nero colpevole di aver toccato la donna bianca, la stessa ha valore solo ed esclusivamente per la sua bianchezza simbolica rappresentante esclusività, elitismo e superiorità. Per il resto del tempo, la donna bianca non è altro che una proprietà privata in mano ai maschi del suo gruppo. Loro potranno abusare di lei, accusarla di essere una poco di buono, una bugiarda o una che se l’è cercata. Ma nessun maschilista razzista tollererà mai che la sua vittima, diventi vittima di maschi considerati razzialmente inferiori a lui. L’offesa è radicata nel razzismo e nella misoginia, non nell’idea che qualcuno della tua comunità abbia subito un torto intollerabile. Difendere una donna? - Altrimenti, se il punto fosse davvero “difendere la donna italiana dalla violenza di genere” vedremmo manifestazioni di uomini contro il patriarcato, su base giornaliera. E invece ci sono uomini che si chiedono, a oggi, come mai Federica Torzullo, uccisa a gennaio ad Anguillara, vivesse ancora in casa con il suo ex marito nonostante la separazione. Per lei nessuna manifestazione davanti al carcere. Ma solo decine di articoli che hanno sottolineato la ricchezza e lo status sociale del femminicida. Dove sono i linciaggi contro gli italiani che sono sospettati della morte delle loro compagne o conoscenti? Non se ne sentono molti. Ma sicuramente, ci sarà sempre un italiano pronto a credere nella colpevolezza di un immigrato. La ricettività di un’accusa falsa a sfondo razziale non è mai casuale. È frutto di scelte politiche mirate a utilizzare il razzismo come uno strumento di controllo e manipolazione dell’opinione pubblica. Il razzismo in questo paese sta silenziosamente attivando milizie cittadine. Sta caricando milioni di armi in carne e ossa, travestite da cittadini insospettabili che, nella vita di tutti i giorni, non farebbero mai del male a una mosca, ma a un immigrato sì. Senza pensarci troppo. Ogni singola parola d’odio pronunciata da influencer giustizieri della notte e politici di estrema destra, ha come conseguenza quella di creare nella mente di persone normalissime, gerarchie sociali basate sulla razza dove il cittadino italiano dà così poco valore alla vita di un immigrato da pensare che nel placido marasma della sua quotidianità fatta di lavoro, chiesa e famiglia, potrebbe uccidere uno straniero. Non per forza. Ma potrebbe. Non credo che ci renderemo mai conto di quanto sia grave ciò che è successo a Nizza Monferrato. Una comunità spezzata - Una comunità piccola si è spezzata. Un ragazzo del posto, che tutti conoscevano, ha rischiato di essere ucciso dai suoi stessi vicini di casa soltanto perché perfettamente sovrapponibile allo stereotipo dell’invasore africano violento. Un’adolescente di diciassette anni è stata uccisa perché non voleva stare con un uomo che aveva deciso di possederla. E la cosa peggiore è che gli strumenti culturali per guarire questa ferità collettiva esistono, ma per non ribaltare mai le strutture di potere che generano questi orrori, quegli stessi strumento vengono chiamati “retorica woke anti-italiana e sinistroide”. Tutto quello che so di questa storia è che da sempre, le donne e gli immigrati sono il centro di tutte le peggiori disfunzionalità della nostra società. Il linciaggio di Nizza Monferrato dovrebbe farci capire qualcosa di fondamentale: non bisogna essere dei mostri con un passato violento per decidere di togliere la vita a qualcuno. Il linciaggio, che solo l’intervento delle forze dell’ordine ha evitato, è sì disumano, ma allo stesso tempo prevedibile, specie in una società le cui Istituzioni democratiche credono sia normale lasciare che la Camera dei deputati possa essere occupata da neofascisti che lottano per la normalizzazione delle deportazioni di massa contro gli immigrati. Non oso immaginare come si senta Naudy Carbone in queste ore. Deve essere terrificante, accorgersi da un giorno all’altro, di non essere mai stato veramente parte dell’unica comunità che si può considerare casa. E quelle trenta, quaranta persone pronte a commettere chissà quale atrocità che fine faranno? Chi li metterà davanti all’orrore che in un giorno qualsiasi della loro vita, ha preso possesso delle loro coscienze portandoli a credere che sarebbe stato più che giusto massacrare un loro vicino di casa solamente perché nero? So solo una cosa. Che questo governo non ha alcuna intenzione di sanare le molteplici ferite che stanno attraversando la comunità di Nizza Monferrato. “La chiamano sicurezza, ma è repressione. Manifestare è ancora un diritto” di Umberto De Giovannangeli L’Unità, 10 febbraio 2026 Intervista a Chiara Gribaudo, Vicepresidente del Partito democratico, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Dice a l’Unità la presidente di Magistratura Democratica Silvia Albano: “Il governo usa i violenti per colpire il dissenso pacifico”. Lei come la vede? La strumentalizzazione della piazza del 31 gennaio è evidente: basta rivedere le dichiarazioni subito conseguenti a quella giornata e anche le azioni dei membri di Governo. Prima fra tutti la Presidente del Consiglio, che si è recata a Torino il giorno dopo per approfittare della photo opportunity con i poliziotti in ospedale quando per il maltempo in Sicilia è andata una settimana dopo i fatti. Tralasciando la fantascienza, comunque pericolosa, come quella di chi ha tirato fuori il tema di una cauzione per chi scende in piazza, dopo la manifestazione si è trovato il pretesto per attaccare la Magistratura, per avviare l’iter di un Decreto Sicurezza molto pericoloso e per cercare di limitare i diritti della cittadinanza. La chiamano sicurezza, ma è repressione, anche sulla pelle di chi vuole manifestare pacificamente e nel pieno dei diritti costituzionali. Il problema reale è che questo Governo non sa accettare il dissenso. Lo ha dimostrato ampiamente con tutti i decreti sicurezza fatti finora e con l’introduzione 28 reati nuovi che non sono serviti a niente. Le nostre città sono più sicure? Penso proprio di no. Cosa c’entra l’aggressione violenta e vigliacca contro un agente di polizia a Torino con il No al referendum di marzo sull’ordinamento giudiziario? Un collegamento esplicitato dal post di un Comitato per il Sì, nel quale si afferma, mostrando l’immagine degli assalitori dell’agente di polizia, “quelli votano per il No”... Non c’entra nulla, purtroppo è una strumentalizzazione che ha ben pochi contenuti. Le immagini di quel video le abbiamo viste e condannate tutti e tutte, perché è così che io e il mio partito ci comportiamo di fronte alle violenze, da qualsiasi parte siano. Ma questo non legittima la disinformazione, la propaganda e la mistificazione. Mi rifiuto di dare credito ad ulteriori strumentalizzazioni, così sleali e fuorvianti per giunta. Il referendum riguarda l’ordinamento giudiziario, a mio parere in un modo del tutto inutile rispetto ai reali problemi che la giustizia italiana ha in questo momento e perciò voterò convintamente no. Allo stesso modo la cittadinanza, come avviene in una democrazia, è chiamata a votare sì o no. Associare al no quell’immagine, mi consenta di dirlo, è una strumentalizzazione di basso livello. Elly Schlein, continua il “tiro alla segretaria”. Ecco cosa succede, sostengono i critici, anche interni al Pd, riferendosi alla manifestazione di Torino, quando si “accarezzano” certe piazze... Voglio ricordare a chiunque, compresi i critici interni al Pd, che manifestare è ancora un diritto. La segretaria, io e tanti altri del partito abbiamo denunciato le violenze avvenute a Torino, ma abbiamo anche ricordato che la giornata del 31 gennaio non è stata solo quello. In piazza c’erano tante, tantissime persone, c’è chi dice 50mila, e hanno sfilato non per Askatasuna e lo sgombero, ma per una visione diversa di sicurezza, per una Città e un Paese più giusti, contro questo Governo che, lo ripeto ancora una volta, sa solo reprimere. Non accetto lezioni su questo, così come non accetto che si confondano dissenso e violenze. Chiediamoci, piuttosto, perché si è arrivati a quell’esito lì. Il ministro Piantedosi non ci ha dato risposte su questo, nella sua informativa che era più che altro un comizio, non certo un intervento istituzionale. Ci venga a riferire quanti soldi pubblici sono stati spesi per la giornata di sabato e per tutte quelle precedenti, a partire dallo sgombero di dicembre, considerato che un intero quartiere di Torino, Vanchiglia, è stato militarizzato e che durante il giorno della manifestazione è stato fatto un ingente uso delle forze dell’ordine, dei mezzi, degli elicotteri e dei posti di blocco. Come è stato possibile che così tante persone, specie quelle giunte dall’estero, per un evento di cui si era a conoscenza da un mese e mezzo, non siano state fermate prima di compiere quelle azioni? La manifestazione di Torino è un fallimento del ministro degli Interni, non di Elly Schlein o del Pd, perché non è stata garantita la sicurezza né cittadinanza né per gli agenti. La destra viene narrata come un fronte compatto, a fronte del campo minato del centrosinistra. E la scissione di Vannacci? E i file-Epstein su Salvini? Viene narrata dalla destra stessa così, ma è evidente che non lo sia. Al di là della scissione della Lega di questi giorni, è dall’inizio della legislatura che i tre principali partiti di maggioranza non sono d’accordo su nulla. Un esempio su tutti sono le questioni internazionali, in cui Forza Italia cerca ancora di avere una spinta europeista, la Lega di Salvini coccola Putin e idee filorusse, Fratelli d’Italia, nell’incarnazione della sua leader, promuove un’apparente amicizia con Donald Trump, del tutto inutile se non addirittura inventata nei fatti poiché il presidente USA non ha mai mostrato un grande riguardo nei confronti dell’Italia. Non sono quindi sorpresa della fuga dalla Lega di Roberto Vannacci, anche se trovo le sue affermazioni molto pericolose. Il generale sostiene - testuale - che viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni e infine, fintanto che gli interessi di questi due soggetti sono salvaguardati, il Diritto. Ecco, poche righe che dicono tutto. Tutto questo mentre il mondo è marchiato dalla “dottrina Trump”. Da Minneapolis a Teheran, dalla Groenlandia a Gaza...Che ordine è quello declinato dal tycoon? Non è ordine. Lo possiamo definire in tanti modi ma sicuramente non ordine. Si sta respirando un clima molto pesante, fatto di odio, di sopraffazione, di pulsioni che spingono sempre di più verso principi illiberali e antidemocratici. Tutto ciò è molto grave e preoccupante. Abbiamo condannato da tempo le azioni, le parole, i modi del presidente degli Stati Uniti e, anche se non si può dire lo stesso di chi ci governa in Italia, continueremo a farlo, perché crediamo veramente che in questo momento si debbano abbassare i toni e cambiare gli atteggiamenti, verso azioni più democratiche e diplomatiche. Trovo intollerabile l’ambiguità di Giorgia Meloni che continua a voler strizzare l’occhio a Trump nonostante tutte le situazioni gravi che le sue politiche di intolleranza e supremazia hanno comportato. Proprio la settimana scorsa alla Camera abbiamo voluto tenere una commemorazione per Renee Good ed Alex Pretti, i due cittadini statunitensi uccisi a Minneapolis dall’ICE. I Deputati della destra sono usciti quasi tutti dall’Aula: questo è il loro rispetto, una scena incommentabile. In questi mesi Trump sta tirando fuori il peggio, non solo consentendo azioni intollerabili ma dimostrando anche tutta la sua ignoranza. Penso all’immagine che ha pubblicato sui suoi social in cui cammina tenendo per mano un pinguino: non ha qualcuno nel suo staff che gli dica che quegli animali non vivono in Groenlandia? Sarebbe grottesco, se non ci fosse da piangere. C’era una volta un luogo sicuro: la scuola di Giancristiano Desiderio Corriere della Sera, 10 febbraio 2026 Era anche concepito così: genitori e nonni erano tranquilli. Oggi non vi è solo insicurezza fisica, vi è anche disagio. Una volta entrare a scuola era cosa semplice e naturale come bere un bicchier d’acqua: cartella, libri, quaderni, una merenda e via. Oggi entrare a scuola è diventato difficile: amuchina, mascherina, termometro, borraccia, bottiglia, telefonino, perquisizione, metal-detector. La scuola non solo era un luogo sicuro, era anche un luogo concepito come sicuro. I nonni erano tranquilli quando chiedevano al figlio dove fosse il nipote e si sentivano rispondere “è a scuola” perché davano per scontato che a scuola si era in un luogo protetto. Oggi, invece, subentra la preoccupazione perché a scuola vi sono aggressioni, prepotenze, violenze e perfino la morte ha fatto il suo ingresso a scuola. Non vi è solo insicurezza fisica - sia per il corpo degli studenti sia per il corpo docente - vi è anche disagio. L’ansia, il panico, le nevrosi sono tutti sintomi di un malessere al quale si risponde non con la scuola stessa ma con lo “sportello” dello psicologo. Le cronache scolastiche - che già di per sé sono una stranezza giacché la vita della scuola ha sempre riguardato più la letteratura che il giornalismo - non si riversano più nella cronaca bianca bensì nella cronaca nera. La scuola di massa, che non è stata mai realmente riformata ma ha conosciuto solo provvisorie sperimentazioni diventate nel tempo definitive perché in Italia, come diceva Prezzolini, nulla è più definitivo del provvisorio, è ormai una scuola sotto assedio: si ritiene che debba essere come la società mentre deve - dovrebbe - essere migliore della società. Salvatore Valitutti diceva che la società vuole che la scuola sia facile ma rendendo tutto facile la scuola si è snaturata e tutto è diventato difficile, se non inutile. Certo, la scuola non è su Marte, è tra noi ma se non è un’isola non può essere nemmeno una piazza o una strada o una periferia. Cosa dovrebbe essere? Un’oasi. Un luogo che è nel mondo ma è riparato dal mondo per prepararsi ad affrontarlo. Un adolescente su 3 “parla” con i chatbot di Elisa Campisi Avvenire, 10 febbraio 2026 Nel Safer Internet Day, l’allarme di Telefono Azzurro, Università Cattolica, Terre des Hommes e Wind: frequente la dipendenza da strumenti digitali. “Dopo i social network, anche i chatbot basati su Intelligenza Artificiale sono ormai entrati nella quotidianità degli adolescenti. Sono strumenti con potenzialità significative, ma senza regole, competenze e responsabilità condivise possono diventare dannosi”, spiega ad Avvenire Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, commentando i risultati dell’indagine promossa dalla onlus in collaborazione con Ipsos Doxa. Secondo i dati raccolti su ragazzi tra i 12 e i 18 anni e diffusi in vista del Safer Internet Day, che ricorre oggi, un adolescente su tre utilizza chatbot IA. “La dipendenza da strumenti digitali è diventata molto frequente, soprattutto nelle persone più fragili. Diventa un processo di semplificazione della vita, dell’esercizio di scelte e della propria fantasia, che dobbiamo evitare. La battaglia sul pensiero critico è fondamentale”, continua il professore. Rischi e responsabilità - Secondo l’indagine, anche il 40% dei ragazzi segnala tra i rischi una possibile riduzione del pensiero critico. Tuttavia, il 14% dei ragazzi dichiara di rivolgersi spesso a un chatbot per ricevere consigli personali, mentre il 34% lo ha fatto almeno qualche volta. Il livello medio di fiducia attribuito a questi strumenti è alto: il 58% dei rispondenti assegna un punteggio superiore a sette in una scala da uno a 10. “Questi nuovi modelli di relazione che si costruiscono molto precocemente tra un bambino o un adolescente e il mondo digitale lo fanno entrare a contatto con contenuti e quindi aspetti cognitivi forti, emotivamente coinvolgenti, molto complessi. È un ecosistema che li trasforma, perché i codici di riferimento non sono più solo quelli del rapporto empatico, il contesto in cui vivono va ben oltre la rete educativa e familiare e le mura di casa”, aggiunge. Di fronte a questo scenario, bisogna agire su più fronti: “La responsabilità è di tanti soggetti, non solo degli adulti in famiglia, ma nelle istituzioni, nella scuola, nelle aziende”. La ricerca, per esempio, mette in evidenza l’uso di strumenti di tutela dei minori come il parental control, “ma bisogna fare formazione perché gli adulti capiscano come adeguarlo alle diverse fasce d’età invece di usarlo solo per i più piccoli e per aiutarli a stare dietro ai loro bambini, che corrono veloci dentro gli scenari digitali. Allo stesso tempo l’age assurance (la verifica dell’età) non può essere un divieto fino a 16 anni e poi liberi tutti. Il tema è accompagnare la crescita perché i ragazzi diventino adulti consapevoli”. Per il neuropsichiatra infantile “dobbiamo riuscire a capire che questa è un’emergenza su cui dobbiamo intervenire, non con delle dichiarazioni astratte, ma con un impegno costante che segui l’evoluzione costante delle tecnologie”. Differenze di genere - Una forte preoccupazione per la perdita di competenze e l’aumento della pigrizia per la delega dei compiti a ChatGPT sono alcuni dei punti emersi anche nell’ultimo report di EU Kids Online, la rete europea di ricerca multidisciplinare che studia le trasformazioni dell’uso di internet e delle tecnologie digitali da parte di bambini e adolescenti. In Italia, tra i ragazzi di 9-16 anni sentiti è rilevante poi la differenza di genere nell’uso dell’IA: solo il 23% delle bambine e adolescenti italiane contro il 36% dei coetanei maschi. “L’IA è accessibile e facile da usare. Eppure, emergono divari, soprattutto di genere e età, che riproducono le differenze fra maschi e femmine già osservate rispetto all’uso di internet. Le differenze di genere potrebbero tradursi in diseguaglianze nei benefici e nei rischi dell’IA”, commenta Giovanna Mascheroni, vice-coordinatrice della rete e coordinatrice del team di ricerca italiano di EU Kids Online, presso OssCom-Centro di Ricerca sui Media e la Comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Strumenti legali - L’IA è usata principalmente come supporto all’apprendimento, ma non solo. Un giovane under 26 su due per un problema sentimentale, di salute fisica o mentale ha chiesto aiuto a un’intelligenza artificiale: è quanto emerge invece dall’ultimo rapporto sulla sicurezza nel web realizzato da Terre des Hommes insieme alla community di Scomodo. “Il mondo online che diventa rifugio è però lo stesso che viene percepito come un luogo ostile dal 66% dei ragazzi”, ci spiega Marisa Marraffino, avvocata esperta di media digitali che collabora con Terre des Hommes. Secondo il 59% dei ragazzi il rischio principale è il revenge porn, la condivisione non consensuale di immagini intime. La quasi totalità sa di poter denunciare e chiedere la rimozione del contenuto se venisse condiviso senza il loro consenso, ma emerge minor consapevolezza se si parla di condivisione di immagini modificate da altri: “Nonostante la legge sul Deep Fake dell’ottobre 2025 abbia introdotto tutele specifiche c’è ancora poca consapevolezza sugli strumenti di tutela a disposizione. Ma le lacune dei ragazzi riflettono quelle degli adulti che dovrebbero educarli”. Formazione e ruolo dei privati - È proprio nel tentativo di rispondere a queste lacune che si stanno diffondendo sempre più iniziative di formazione. Una di queste ce la racconta Federica Manzoni, direttrice Sustainability & Quality Certification di Wind Tre, azienda che oggi a Roma presenta dati, riflessioni e testimonianze legate al programma NeoConnessi, “impegnato da otto anni nell’educare bambini, genitori e insegnanti su un uso positivo e sicuro degli strumenti digitali”. NeoConnessi, spiega Manzoni, fornisce alle scuole primarie strumenti e risorse, come kit che gli insegnanti possono usare in classe per affrontare gli argomenti legati alla sicurezza in rete. Per i genitori c’è poi neoconnessi.it, piattaforma digitale con corsi e consigli pratici: “A questo adesso si aggiunge il canale Instagram, uno spazio di dialogo per accompagnare le famiglie”. La valutazione di impatto del progetto ne evidenzia l’efficacia: “Nei bambini, per esempio, è migliorata l’attenzione rispetto al tema dello screen time. L’80% dei genitori coinvolti nel programma ha introdotto o migliorato l’uso del parental control, mentre il 98% dei docenti si sente più preparato ad affrontare il tema del digitale in classe”. Questi risultati confermano che anche i privati possono fare la propria parte. “Come azienda che mette in comunicazione le persone, siamo molto consapevoli dell’importanza di un uso sicuro del digitale, soprattutto per le categorie più vulnerabili. Finora abbiamo raggiunto due milioni di famiglie e i risultati ottenuti ci dicono che è la direzione giusta”, conclude Manzoni. Le Olimpiadi e l’altra Milano: i marciapiedi dei “senza” che non salgono sul podio di Luciano Gualzetti* Corriere della Sera, 10 febbraio 2026 Mentre Milano si illumina a festa aumentano gli ingressi del Centro Diurno dell’Opera Cardinal Ferrari e il numero di uomini e donne che chiedono un aiuto. In questi giorni vediamo una Milano bellissima vestita a festa per le Olimpiadi: la città brilla, si racconta al mondo come efficiente e vincente. Poi guardo il registro degli ingressi del Centro Diurno dell’Opera Cardinal Ferrari e leggo sempre di numeri crescenti di uomini e donne poveri, fragili, senzatetto: la scorsa settimana un altro non ce l’ha fatta, il sesto dall’inizio dell’anno a Milano. Il freddo non è un imprevisto: era annunciato, come i grandi eventi. Ma per qualcuno il freddo è una condanna. Ci diciamo che non è responsabilità di nessuno, ma che si dovrebbe fare di più, che però alcuni rifiutano l’aiuto. È vero. Ma non è tutta la verità. La verità è che una città può essere modernissima eppure lasciare qualcuno indietro senza accorgersene. O accorgendosene troppo tardi. Perché le persone più fragili diventano invisibili quando non vediamo i loro a volte lunghi tragitti di impoveriti o quando vengono spostate altrove per non “disturbare”. Il rischio di accentuare con le Olimpiadi questo processo di esclusione per chi già vive una condizione di estrema vulnerabilità è alto. Mentre le Olimpiadi dovrebbero rappresentare una prova di maturità per la città anche da questo punto di vista: la capacità di una visione integrale per non lasciare indietro nessuno. A Milano il tema è particolarmente delicato, il numero delle persone senza dimora è in crescita. Sono oltre 2.300 e il loro disagio è spesso il risultato di una somma di fragilità: povertà economica, solitudine, problemi di salute, percorsi migratori complessi, perdita del lavoro e della casa, fratture familiari. Lo spirito olimpico parla di dignità, rispetto, uguaglianza e pace, compresa la cosiddetta tregua olimpica. Facciamo in modo che questi valori valgano per tutti, nessuno escluso e che, se la tregua non funziona tra gli Stati, eviti almeno i drammi delle morti in strada. Ogni giorno il centro diurno della Cardinal Ferrari ricorda che nessuno è solo nella propria caduta. Che si possono offrire appigli e appoggi per rialzarsi: un pasto caldo, una doccia, una parola detta con rispetto, un ascolto, un accompagnamento verso diritti negati e doveri verso se stessi e gli altri. Non sono gesti inutili: sono atti politici perché ridanno speranza. Milano deve ricordare che è davvero bella quando non distoglie lo sguardo su queste persone, quando accetta che la fragilità e il limite fanno parte della vita della comunità. Tutti - istituzioni, aziende, cittadini - dobbiamo ricordare che i segnali di impoverimento partono sempre da lontano: solitudini, ascolti negati, discriminazioni, individualismi, esclusioni, mancanza di opportunità. Concentrarsi solo sulla parte finale pur drammatica dei “senza” che noi incontriamo tutti i giorni - senza famiglia, senza casa, senza lavoro, senza istruzione, senza salute psichica o fisica che sia - ci rende impotenti fino allo sconforto per non riuscire ad aiutare veramente i tanti che chiedono aiuto: ogni morte in strada è una sconfitta per tutti. Per questo bisogna ripartire da politiche di welfare integrate, continuative e generose, con servizi sociali rafforzati e non sovraccarichi; con il lavoro di rete tra pubblico, Terzo settore e volontariato; con percorsi individuali che riconoscano la storia e i tempi di ciascuno. Contrastare povertà e crisi abitativa o lavorativa non è solo un dovere etico, ma una scelta conveniente. Ogni euro investito in prevenzione riduce i costi futuri in sanità, emergenza e sicurezza. Una società che protegge i più fragili è una società più coesa e più sicura. Le politiche di welfare non devono limitarsi a “rincorrere” il disagio, ma ridare opportunità per tempo. Quando una persona torna ad avere - o a non perdere - una casa, un reddito, una rete di supporto familiare o di quartiere, non è solo lei a stare meglio: è l’intera comunità che diventa più forte. Le Olimpiadi passeranno, le luci si spegneranno e la domanda resterà: che città siamo stati? Una città si misura anche da chi non sale sul podio. E da chi non è riuscito a sopravvivere all’inverno. A tutti la responsabilità, che parte da lontano, perché non accada più. *Presidente Opera Cardinal Ferrari Migranti. Una strage dopo l’altra: 53 morti davanti alla Libia di Giansandro Merli Il Manifesto, 10 febbraio 2026 Nel Mediterraneo centrale calano gli sbarchi, ma è record di vittime. Tra 500 e 1.500 dall’inizio dell’anno. Domani in Cdm la nuova norma per bloccare le navi delle ong e spedirle in Albania. Cinquantatré persone sono morte davanti alle coste libiche nel tentativo di raggiungere l’Europa. Lo hanno riferito all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) le uniche superstiti, due donne nigeriane: una ha perso il marito, l’altra due figli piccoli. Il barcone si è ribaltato a nord di Zuwara venerdì scorso. Era partito da Zawyia, tra Tripoli e Zuwara, alle 23 del giorno precedente. L’Oim ha diffuso solo ieri un comunicato in cui sottolinea “la necessità di una maggiore cooperazione internazionale e risposte incentrate sulla protezione per contrastare i trafficanti di esseri umani, oltre a percorsi migratori sicuri e regolari per ridurre i rischi e salvare vite umane”. Di ricerca e soccorso, ormai, non parla più nessuno. Neanche le agenzie Onu che fino a non molto tempo fa ribadivano a ogni occasione la richiesta agli Stati europei di “missioni proattive” per riempire il vuoto del Mediterraneo centrale. Dall’inizio dell’anno lungo questa rotta sono già scomparse, secondo il database Oim, almeno 488 persone. Sono le vittime verificate, molte altre mancano all’appello. Come il migliaio di vite che si teme siano state inghiottite dal mare durante il ciclone Harry, nella seconda metà di gennaio. La stima viene dalle organizzazioni Refugees in Tunisia e Refugees in Libya che, attraverso le testimonianze raccolte tra i testimoni delle partenze e i familiari degli scomparsi, hanno corretto verso l’alto i numeri contenuti in un messaggio d’allarme lanciato dalla guardia costiera italiana. Parlava di 380 persone in pericolo su diverse barche, mai giunte a destinazione. Nel 2025 l’Oim aveva accertato 1.900 morti nel Mediterraneo centrale. In pratica nei primi 40 giorni del nuovo anno le vittime sono state il 25% di tutte quelle dell’anno precedente. Se stiamo alle cifre ufficiali. Perché sommando le stime relative al ciclone Harry si arriva fino al 78%. Numeri spaventosi, soprattutto se rapportati agli sbarchi: nelle prime sei settimane e mezzo dell’anno scorso 4.156, nel 2026 appena 1.813 (le intercettazioni dei libici sono rimaste costanti, poco meno di 800 migranti; su quelle dei tunisini non ci sono dati). Significa che il tasso di mortalità si sta moltiplicando a ritmi vertiginosi, nel silenzio di opinione pubblica e politica. Ieri ha fatto eccezione solo il deputato di Avs Marco Grimaldi che ha definito il naufragio una “strage politica”, “risultato diretto di accordi criminali, respingimenti mascherati, porti chiusi e propaganda disumana”. Del resto le morti in mare sono uno dei tasselli della strategia di “deterrenza” sostenuta da Ue e paesi membri, con l’Italia in testa, per scoraggiare le partenze. Un tassello che viene dopo i confini rafforzati negli Stati di transito, i centri di tortura finanziati in Libia, i pogrom legittimati in Tunisia e prima di detenzioni e deportazioni di massa dei richiedenti asilo appena sbarcati a cui sta lavorando l’Europa. Intanto ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è volato a Tripoli. Ha incontrato l’omologo libico Emad Mustafa Trabelsi e il primo ministro Abdulhamid Dbeibah. Nei prossimi giorni dovrebbe vedere anche il leader della Cirenaica, Khalifa Haftar. “L’Italia continuerà a sostenere, in raccordo con l’Ue e i partner internazionali, iniziative orientate al consolidamento della cooperazione con particolare riferimento ai programmi di rimpatri volontari assistiti e alle iniziative per il controllo delle frontiere terrestri e marittime”, ha dichiarato Piantedosi. Domani il ministro presenterà in Cdm il nuovo disegno di legge immigrazione. Dentro c’è anche la norma con cui il governo punta a interdire l’ingresso nelle acque territoriali alle ong. Verosimilmente da giugno, quando entrerà in vigore il Patto Ue, per provare a spedirle in Albania. E magari anche più a sud. Nel frattempo ieri sera, ha fatto sapere Alarm Phone, 30 persone lottavano tra la vita e la morte, tra il vento e le onde. A poche miglia da Lampedusa. Migranti. Il dramma dei morti in mare, il caos libico sia priorità Ue di Guido Rampoldi Il Domani, 10 febbraio 2026 Per tentare di limitare il caos nelle regioni di partenza dei migranti occorrerebbe un’Europa-potenza dotata di una strategia, e disponibile a mettere in campo non solo la diplomazia ma anche strumenti militari. Del migliaio di migranti affogati davanti alle nostre coste nelle ultime settimane non sarebbe impossibile conoscere nomi, storie, affetti, aspirazioni - le informazioni minime che riteniamo dovute all’opinione pubblica circa gli italiani che muoiono in circostanze tragiche. Ma finché quegli stranieri poveri e non bianchi resteranno ectoplasmi anonimi, appartenenti alla generica categoria dei “disperati” inventata dal paternalismo dei giornali-radio, non correremo il rischio di scoprire che cercavano scampo da una trappola che abbiamo contribuito a costruire. Funziona così: finanziamo il malmesso regime tunisino perché impedisca le partenze di migranti; il regime malmesso si affida ad una polizia fin troppo solerte; e la solerte polizia rastrella migranti (in genere neri, dunque facilmente rintracciabili) che poi scarica nei deserti oltrefrontiera, vende a milizie libiche, o, se proprio va bene, rimpatria a forza in varie parti dell’Africa, spesso implacabili con i nullatenenti. Così anche mari rabbiosi e piogge sferzanti possono apparire il rischio minore. Due opzioni - Tutto questo ci mette davanti a un’alternativa: o si accetta la soluzione infame di fatto praticata - lasciar crepare in vario modo migliaia di migranti, affinché i sopravvissuti rinuncino - oppure si comincia a ragionare intorno ad alternative inusitate. A giudicare da pubblicazioni cattoliche come Avvenire, outsider come Fanpage o Domani, e programmi radio come Tutta la città ne parla, non tutti accettano il mediocre fatalismo col quale molta politica e molto giornalismo hanno archiviato in poche ore quei mille morti. Ma i dissenzienti scontano l’esilità delle loro proposte. Certo, si potrebbero attivare “canali umanitari”: ma seppure si riuscisse a convincere la Ue, le masse che cercano scampo dalle guerre di un’Africa in subbuglio sono già ora imponenti. Occorre altro. Una proposta concreta - coinvolgere la Corte penale internazionale (Icc) - la abbozza Luca Casarini della ong Mediterranea nella conversazione con Matilde Moro su Domani. Idea tanto più affilata se si considerano le intenzioni attribuite da vari media al governo italiano: coinvolgere nel cosiddetto Piano Mattei, volto a chiudere le rotte dei migranti, anche il più notorio assassino libico, il generale Haftar, col quale Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi hanno già intessuto proficui e amichevoli colloqui. Ma anche se la Corte riuscisse a mettere limiti all’outsourcing della ferocia, non potrebbe certo risolvere la crisi di un’Africa che implode in un moltiplicarsi di milizie, di stati falliti, di secessionismi sponsorizzati da medie potenze non europee. Piccoli imperialismi, piccoli neocolonialismi ora rimpiazzano un’Europa che ripiega alla spicciolata, cercando di salvare affari e petrolio. Tutto questo produce, e sempre più produrrà, enormi flussi migratori, instabilità esplosive e reazioni favorevoli all’Islam guerriero. Per placare queste febbri diventa fondamentale costruire isole di pace e consolidare nel continente democrazie sperimentali. Un test cruciale è la Libia, scatolone di sabbia e di guai che però custodisce i più grandi depositi di idrocarburi dell’Africa. Se sfruttati onestamente, sufficienti a finanziare la ricostruzione del paese e ad assorbire come manodopera grandi masse di lavoratori stranieri. L’Unione europea avrebbe tutto l’interesse a impegnarsi in un progetto del genere: chiuso il rubinetto del gas russo, ora importa dagli Usa il 45 per cento del suo fabbisogno di gnl. Lo paga più del gas russo (perché incide il trasporto) ed è esposta a possibili ricatti del Grande Estorsore, Donald Trump. L’Europa e la strategia - Per rimettere in piedi la Libia dopo la guerra lanciata dalla Nato nel 2011 l’Onu ha tentato invano di organizzare libere elezioni, un’illusione che tuttora permane malgrado nel frattempo il paese sia stato spezzato. A ovest il governo di Tripoli, protetto e ricattato dalle milizie che paga. A est la dittatura del generale Haftar; e con Haftar Mosca, che lancia i suoi Africa Corps dalle cinque basi che ha installato in Libia; e gli Emirati arabi, che riforniscono via Bengasi la più crudele milizia africana, Rapid Support Forces, impegnata a sterminare popolazioni indocili nel Darfur per strapparlo al Sudan, a sua volta governato da un regime versato nella ferocia. Altri protagonisti della mischia libica: Turchia, Egitto, Arabia Saudita. Infine Francia e Italia, nanerottoli rivali, entrambi inclini a compromettersi con i peggiori. Per tentare di limitare questo caos maleodorante occorrerebbe un’Europa-potenza dotata di una strategia, e disponibile a mettere in campo non solo la diplomazia ma anche strumenti militari, magari in appoggio ad una forza multinazionale panafricana che liberi almeno parte dei libici dal giogo delle milizie. Questo ipotetico scenario pare però lontanissimo dalle prospettive del governo italiano. Che semmai pare affidarsi al consuocero di Trump apparso di recente in Libia, Massad Boulos, cui sembrano premere soprattutto gli affari (anche con Haftar, prontamente visitato). Boulos non sarà di alcun aiuto alla politica estera italiana, se si può chiamar così quel barcamenarsi. Ma ove mai qualcuno a Washington fosse interessato, potrà confermare che anche in Libia resteremo allineati al confuso agitarsi dell’amministrazione americana. “Droga della risata”, è allarme protossido di azoto di Nina Fresia La Stampa, 10 febbraio 2026 Droga della risata, del palloncino, dei poveri. Tutte definizioni di una stessa sostanza, sempre più popolare: il protossido di azoto, formula chimica N2O. E mettendoli tutti insieme, questi soprannomi, si può capire il perché di questa rapida diffusione. Nato e utilizzato in ambito medico come anestetico, specie in pediatria, il “gas esilarante” quando inalato per bocca o narici provoca un momentaneo stordimento e una sensazione di euforia. Per farne uso è sufficiente sfruttare, appunto, un palloncino oppure delle bombolette. E basta digitare il nome della sostanza nella barra di ricerca di Google o Amazon per acquistarla a poco prezzo. Se non la si vuole ordinare online, si può trovare anche nei supermercati: è lo stesso gas usato nei sifoni per la panna montata. Già nel 2022, il Centro di monitoraggio europeo sulle droghe e sulle dipendenze, aveva definito l’uso ricreativo del protossido di azoto una “preoccupazione crescente per l’Europa”. L’allarme è arrivato anche in Italia. Molte segnalazioni arrivano dalla Lombardia, dove già due Comuni hanno preso provvedimenti per ridurre l’uso della sostanza. Il primo a muoversi è stato Antonio Romeo, sindaco di Limbiate, provincia di Monza e Brianza. Ha infatti firmato a inizio anno un’ordinanza che vieta la detenzione e l’utilizzo di protossido di azoto in tutte le aree pubbliche, con particolare riferimento ai parchi e alle zone limitrofe alle scuole. “Non è solo un atto burocratico, ma una testimonianza di attenzione verso i nostri ragazzi e le loro famiglie”, aveva affermato Romeo durante un incontro con i cittadini sul tema. E lo stesso provvedimento lo ha firmato il sindaco di Gardone Val Trompia, Giuliano Brunori, prevedendo sanzioni amministrative da 25 a 500 euro per i trasgressori. La breve durata dell’effetto stordente potrebbe far pensare a conseguenze meno gravi per la salute. Il rischio che si corre per provare quella breve risata o attimo di gioia, in realtà, è alto. “In ambito medico, il protossido di azoto è miscelato con l’ossigeno. Le bombolette in circolazione invece ne hanno poco e questo comporta, in chi fa uso della sostanza, l’ipossia e la perdita dei sensi”, spiega Guido Mannaioni, presidente della Società Italiana di Tossicologia Sitox. Anche se questi casi spesso non raggiungono il pronto soccorso, inizia a esserci una più ampia conoscenza sulle principali problematiche legate all’abuso di N2O, sottolinea Mannaioni: “Abbiamo testimonianza dei cosiddetti “morsi da freddo”. Trattandosi di un gas sotto pressione, quando tende a espandersi si raffredda molto e può causare lesioni da bruciatura, specie alle labbra al momento dell’inalazione”. Esistono poi delle conseguenze a lungo termine in seguito ad un uso cronico e prolungato. Come, ad esempio, la riduzione nel corpo della vitamina B12, che può portare a un’anemia megaloblastica o a disturbi neurologici importanti. L’effettiva diffusione del fenomeno, secondo Mannaioni, potrebbe essere sottostimata: “Questa sostanza è un gas, quindi il tempo che occorre perché la sua concentrazione nel sangue si riduca è molto breve. È difficile individuarlo anche perché non rientra negli esami standard che si fanno a chi, ad esempio, fa un incidente in macchina perché sviene”. Qualche segnale, però, del suo impatto sul territorio è tangibile. Ornella Pozzoni, referente del gruppo Plastic Free Brianza, spiega che nelle ultime settimane il numero di bombolette raccolte da lei e altri volontari per strade e parcheggi è in costante aumento. “Non sono episodi isolati, ma sintomi di un disagio sociale tra i giovani. A ogni raccolta trovo almeno due bombolette, l’ultima volta erano oltre una dozzina. Le rinveniamo spesso in posti isolati, dove probabilmente i ragazzi parcheggiano la macchina, per poi gettare tutto in strada”, racconta Pozzoni. A preoccupare è la forte dipendenza psicologica che può creare una sostanza così facile da reperire. Motivo per cui già altri Paesi europei si sono mossi per porre un freno al suo proliferare: il governo del Regno Unito ha deciso di rendere illegale il possesso e il consumo di gas esilarante per scopi ricreativi. Lo stesso hanno fatto i Paesi Bassi. In Francia, si è parlato di inserire il protossido di azoto nella lista delle sostanze stupefacenti dopo che tre ragazzi, tra i 14 e i 19 anni, sono morti in un incidente stradale. Il guidatore è sbandato dentro la piscina di una casa privata: i tre, intrappolati, sono morti annegati. Nell’auto sono state trovate diverse bombolette e il conducente è poi risultato positivo al test. Svizzera. “Il sovraffollamento delle carceri impedisce l’accesso ai diritti fondamentali” di Chiara Zocchetti cdt.ch, 10 febbraio 2026 Analizziamo il fenomeno, conosciuto anche in Ticino, con Damien Scalia, professore di Diritto penale e penitenziario all’Università di Losanna e all’Università di Bruxelles Professor Scalia, negli ultimi mesi - e non è una novità - diversi cantoni segnalano carceri oltre la capienza: quali sono le principali cause del sovraffollamento? “La prima è la “sovraincarcerazione”. È la scelta di incarcerare troppo, di evitare di non perseguire alcuni reati minori o di chiedere la libertà condizionale o pene alternative. Qualcosa, insomma, che è nelle mani di chi giudica. Poi, una seconda causa è legata al codice penale stesso: ci sono troppi reati e, a un certo momento, bisognerebbe accettare di non penalizzare alcuni comportamenti, come fa il Portogallo con il consumo di droga, regolarizzato ma non punito. Ma può valere anche per la detenzione per multe o debiti non pagati. La terza causa è che ci sono periodi di detenzione sempre più lunghi. E quindi, ragionando sul breve periodo, se l’obiettivo è ridurre la popolazione carceraria, dobbiamo per forza avere meno reati, ricorrere meno a pene detentive e accorciare le stesse”. Il sovraffollamento mette a rischio il rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti... “Assolutamente sì. È uno dei problemi più gravi in termini di diritti fondamentali. Basti pensare agli spazi minimi per ogni detenuto, che per legge dovrebbero essere circa sette metri quadrati. Se in una cella, invece di essere in due, si è in tre, è evidente che qualcuno dovrà dormire per terra e che gli spazi individuali si ridurranno ulteriormente. Se ci sono troppi detenuti, diventa più difficile anche accedere ai servizi previsti in termini di sanità, come agli psicologi, oppure banalmente allo sport e alle docce. Quando un penitenziario è studiato per 100 persone, tutte le strutture e tutti i servizi sono studiati per 100 persone. Se si è in 102, già bisogna fare alcune scelte, e lo spazio di manovra per trovare soluzioni rispettose si riduce. L’impatto è a tutti i livelli sul diritto alla salute, alle attività, ma anche ad incontrare la propria famiglia. Il sovraffollamento impedisce l’accesso a tutti questi servizi, a questi diritti”. Quali sono gli effetti più immediati del sovraffollamento sulla salute (penso soprattutto mentale) in carcere? “A prescindere, molti detenuti già soffrono di problemi psichici o mentali, perché il carcere non permette loro di avere accesso alle cure necessarie. Questo è il primo punto. Ma d’altra parte, il carcere stesso è violento, è difficile da vivere. E quindi più persone ci sono, meno possono sfruttare i sostegni. Perché in realtà l’amministrazione penitenziaria non riesce a gestire così tante persone. Ci sono carceri in cui i detenuti rimangono in cella 23 ore su 24, e quando si rimane per 23 ore tra quattro mura è difficile stare bene”. A suo avviso la Svizzera rispetta gli standard internazionali in materia di detenzione? “È lecito preoccuparsi. Lo stesso Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha espresso preoccupazione per le condizioni di detenzione e per le situazioni di sovraffollamento nelle carceri svizzere. La Svizzera, come molti altri Paesi, ha un problema, ma può e deve risolverlo. Non tanto attraverso piani decennali per la costruzione di nuove carceri, di nuovi ospedali psichiatrici chiusi, ma in un modo molto più semplice, agendo sulle scelte di politica penale. Si era agito su questo punto durante la pandemia di COVID, temendo epidemie gravi all’interno delle carceri, e la criminalità non è che fosse aumentata di conseguenza. Poi, certo, ci sono anche cambiamenti strutturali da mettere in pratica, ma questo richiede più tempo, non chissà quanto, ma comunque più tempo”. Carceri sovraffollate = personale ancor più sotto pressione. Diventa insomma un circolo vizioso, è così? “Certo, tutti soffrono di questa situazione. I detenuti, innanzitutto, ma anche il personale. Non ha senso contrapporre, in questo senso, il personale carcerario e i detenuti, perché tutti vivono in prigione. Certo, poi le guardie tornano a casa a dormire, ma è lì che lavorano, e tutto diventa complicato anche per loro. Perché il sovraffollamento genera tensioni, e i detenuti di colpo devono prendersela con qualcuno e non hanno i giudici di fronte a loro, quindi si arrabbiano con il personale, che a sua volta è chiamato a proteggersi. E così sale la tensione, perché c’è troppa gente e, di conseguenza, meno cura dell’individuo e delle relazioni all’interno del carcere”.