Carceri sempre più affollate. Servono misure alternative, ma l’Italia è ancora in ritardo di Eleonora Tiribocchi Il Riformista, 9 aprile 2026 Il sistema penitenziario vive un sovraffollamento strutturale che produce insicurezza La compressione degli spazi penalizza i programmi rieducativi e alimenta la recidiva. Le carceri italiane ospitano più di 60mila detenuti a fronte di una capienza di circa 46mila unità, con un tasso di sovraffollamento del 138,5% e 72 istituti oltre il 150% di capienza. Uno scenario di affaticamento strutturale e sistemico che mina il bisogno di sicurezza della collettività, che dovrebbe esprimersi proprio nella detenzione prolungata, poiché il sovraffollamento erode la funzione deterrente della pena, riducendo l’accesso ai programmi rieducativi e aumentando i tassi di recidiva. Mantenere in detenzione soggetti per i quali la legge prevede misure alternative produce un paradosso: consuma le scarse risorse disponibili senza generare sicurezza aggiuntiva. L’affidamento in prova al servizio sociale, previsto dall’articolo 47 comma 3-bis dell’ordinamento penitenziario quando il residuo di pena non supera i quattro anni, è uno strumento ordinario, fondato sul principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, con tassi di recidiva sistematicamente inferiori rispetto alla detenzione ordinaria. Applicarlo nei casi previsti dalla legge, indipendentemente dalla notorietà del condannato, è esattamente ciò che consente al sistema di funzionare come previsto dalla Costituzione e di produrre sicurez- za reale nel lungo periodo. Pene esemplari e casi mediatici: quando la visibilità distorce l’applicazione della legge - La pressione che i casi penali ad alta visibilità mediatica esercitano sul sistema è un fenomeno documentato e strutturale. Quando una vicenda giudiziaria entra nella quotidianità del dibattito pubblico, si genera un’aspettativa implicita che la risposta istituzionale sia proporzionata all’indignazione collettiva, indipendentemente da quanto prevede la legge. Il risultato è un’applicazione diseguale degli strumenti previsti dall’ordinamento. Il caso Genovese è uno degli esempi più recenti di questo meccanismo. Scontate le condanne per i reati più gravi in regime detentivo, Alberto Genovese si trova un residuo di 12 mesi per un periodo che ricade pienamente nell’ambito di applicazione dell’art. 47 comma 3-bis. Un’applicazione che, tuttavia, è percepita come un privilegio, come in altri casi in cui sono coinvolte personalità finite al centro del grande dibattito pubblico. Le misure alternative non sono concessioni discrezionali né premi reputazionali. Sono strumenti previsti dalla legge per rendere la pena coerente con la sua funzione costituzionale, soprattutto quando si entra nella fase finale del percorso sanzionatorio. Mettere in discussione la loro applicazione non sulla base di requisiti giuridici, ma sull’intensità dell’attenzione mediatica, significa introdurre un criterio estraneo al diritto. In un sistema già gravato dal sovraffollamento e dalla necessità di gestire in modo efficiente le risorse penitenziarie, trasformare una norma ordinaria in un caso simbolico rischia di indebolire la coerenza dell’intero impianto. La questione non è se una persona “meriti” un trattamento particolare, ma se le regole debbano valere allo stesso modo per tutti, anche quando il nome coinvolto suscita reazioni emotive più forti. L’Italia e le misure alternative: un ritardo strutturale con costi documentati - I dati sul rapporto tra detenzione ordinaria e misure alternative restituiscono un quadro chiaro. Il tasso di recidiva per chi sconta la pena in carcere in Italia è del 68,45%; per chi accede a misure alternative scende al 19%. Una differenza che la ricerca penologica attribuisce, almeno in parte, alla possibilità di mantenere legami sociali, lavorativi e familiari durante l’esecuzione della pena. Tuttavia, secondo i dati Space II 2024 del Consiglio d’Europa, l’Italia ricorre all’uso di misure alternative in misura inferiore rispetto a Francia (279,9), Inghilterra e Galles (272,3) e Belgio. Uno scarto che, in un sistema già ai limiti della capienza, ha un costo reale in termini di recidiva, di risorse sottratte ai programmi rieducativi, di opportunità di reinserimento mancate. “Piano 41bis”: mafiosi e anarchici spostati tutti in 7 carceri (3 in Sardegna) di Felice Manti Il Giornale, 9 aprile 2026 Il progetto “Kairos” potrebbe partire tra poco: tre istituti in Sardegna, il no del Pd. Chi vuole sabotare il piano sul 41bis? La domanda è lecita dopo la fiammata di ipotesi e suggestioni che accostano questa maggioranza alla mafia, proprio alla vigilia dell’adozione di una riorganizzazione del sistema carcerario e il potenziamento del carcere duro: regime che boss, terroristi e anarchici odiano sin dagli anni Ottanta, quando fu chiaro a tutti che i mafiosi riuscivano comunque a impartire ordini da dietro le sbarre e dunque andavano allontanati. Lo sappiamo con certezza dalle minacce lanciate dai detenuti all’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (“ti faremo saltare in aria”), lo confermano le ricostruzioni dell’incontro all’istituto Bancali di Sassari tra una delegazione Pd al carcere di Sassari con l’anarchico Alfredo Cospito, che ai boss Francesco Di Maio, Francesco Presta e Pietro Rampulla (artificiere della strage di Capaci) durante l’ora d’aria prometteva di lottare perché “pezzettino dopo pezzettino si arriverà al risultato” contro il regime speciale, a nome dei suoi sodali: “Non deve essere una lotta solo per me ma per noi 41bis, siamo tutti uguali”. Frasi costate a Delmastro una condanna per rivelazione di segreto d’ufficio ma che rivelano la posta in gioco. Il Giornale ha potuto velocemente consultare questo piano, secretato in molte parti per motivi di sicurezza. L’obiettivo di questo esecutivo è concentrare in sette penitenziari “dedicati” (dagli attuali 12, in regime “misto”) tutti i 810 posti disponibili per i detenuti al carcere duro. Di questi, tre sarebbero in Sardegna (Cagliari, Nuoro e Sassari), gli altri sono stati individuati ad Alessandria, l’Aquila, Parma e Vigevano. Attualmente i reclusi sono 748 (736 maschi e 12 donne). “Toglierli da qualsiasi forma di contatto con altri detenuti è un segnale molto importante”, ci spiega chi da mesi lavora a questo piano. È stato il parlamentare sardo Marco Meloni il primo a insorgere contro questo progetto, augurandosi che dopo l’allontanamento di Delmastro - che grazie alla sua delega al Dap aveva seguito passo passo il piano - l’accorpamento venga accantonato. A vantaggio dei sardi, è la sua opinione, per evitare potenziali infiltrazioni della mafia”. Ma chi conosce le mosse dei clan è convinto del contrario: “La pervasività in luoghi diversi da quelli di origine è legata alle opportunità di guadagno. L’idea che la “povera” Sardegna diventi attrattiva per le mafie solo perché ci sono i boss reclusi al 41bis è campata in aria”. Se partirà il piano denominato Kairos (aggettivo che in greco indica il tempo “opportuno” a differenza di Kronos) lo sapremo solo nei prossimi giorni, quando è previsto lo spostamento dei primi detenuti. “Alla fine si potranno guadagnare circa 300 posti per i detenuti della media sicurezza”, fa notare una fonte del ministero della Giustizia. Come aveva ricordato qualche tempo fa l’allora capo del Dap Francesco Basentini, il penitenziario di Badu ‘e Carros è forse l’unico penitenziario che ha la vocazione naturale per ospitare i reclusi al 41bis per la sua ripartizione logistica idonea (celle in fila con di fronte il muro), mentre altri penitenziari come Novara, Tolmezzo e Cuneo - dove i detenuti possono trovarsi l’uno di fronte all’altro e quindi potenzialmente comunicare - sono stati adattati. “La Sardegna (guidata dalla grillina Alessandra Todde, ndr) è quella che spende meno risorse di quelle che dovrebbe per legge”, osserva la fonte del Dap. Se il piano andasse a buon fine avrebbe meno detenuti di oggi, 2.547 contro gli attuali 3.398. Allora, perché M5s, Pd e la stessa Todde sono sul piede di guerra? Io e B., che vuole tornare in carcere di Sofia Fabiani ilpost.it, 9 aprile 2026 “Per capire perché una ragazza di 29 anni potrebbe avere questo desiderio dopo esserci stata due volte, dobbiamo preliminarmente chiederci: a chi interessa davvero la libertà?”. Nel 2024 un’operatrice della Fondazione Severino, con cui un anno dopo, a seguito di diverse fatiche burocratiche, avrei organizzato delle masterclass di pasticceria nella cucina del carcere femminile di Rebibbia, mi ha detto che l’indomani sarebbe uscita B. dopo otto anni di “esemplare detenzione”: “Ti va di conoscerla? Secondo me andreste d’accordo, ha un caratteraccio, ma credo che potreste fare qualcosa insieme, è brava in cucina”. Io e B. ci siamo incontrate qualche mese dopo: aveva una mano fasciata, non mi guardava in faccia e quando le ho chiesto cosa le fosse successo, mi ha risposto: “So’ cascata”. E io, non curante: “Lo sai sfilettare il pesce?”. “No, non so usa’ i coltelli”. Lo confesso, partivo prevenuta e un po’ scorretta: incontrandola, ero certa che B. confermasse i pensieri che avevo già elaborato per lei, traghettandomi verso una conclusione che avevo individuato da sola. Mentre io la provocavo, però, le sue parole mi hanno costretta a compiere una brusca deviazione, a fermarmi e a pormi delle domande più intelligenti di quelle che avevo immaginato. Mesi dopo il nostro primo incontro, il giorno in cui finalmente sono riuscita a prenderla - anche se lei direbbe che “si è fatta prendere” - mi ha raccontato che, poco dopo la fine della sua detenzione, una sera era uscita con un coltello, voleva litigare, alla fine non ci era riuscita, “era ‘na cazzata”, e per mettere a posto il coltello in tasca si era tagliata la mano. Le ho detto che allora era vero che i coltelli non li sapeva usare, abbiamo riso e io ho aggiunto: “Ma comunque sei stupida, volevi tornare a Rebibbia?”, certa che l’idea di tornare in un ambiente traumatico come la galera sia per chiunque uno fra gli scenari più insopportabili. E lei: “Non sono stupida, volevo proprio tornare in carcere”. Era la mia domanda a essere stupida. Per capire perché una ragazza di 29 anni voglia tornare in carcere dopo esserci stata due volte, la prima per pochi giorni e la seconda per otto anni, dobbiamo solo marginalmente capire il carcere e dobbiamo preliminarmente farci un’idea su questi punti: a chi interessa davvero la libertà? Per chi è l’aspirazione più grande? Per provare ad abbozzare delle risposte, potrei raccontarvi una storia diversa, e obiettivamente ne avrei un paio di molto più forti, ve le racconterei se volessi forzare la mano anche con voi e traghettarvi verso l’idea che il reato fosse l’unica alternativa di sopravvivenza per la persona in questione. Non voglio, però, perché più che con le storie tragiche ed estreme, il carcere, ma soprattutto chi lo abita, si comprende attraverso le storie tiepide, quelle che permettono la formazione immediata e naturale di due aree, i buoni da un lato del blindo, i cattivi dall’altro, i volenterosi fuori, i debosciati dentro. La storia di B. è difficile ma non così interessante, non c’è romanticismo nell’entrare in un giro di droga, come dice lei, nessuno le ha puntato una pistola alla testa, sapeva cosa stava facendo, per quanto una ragazza di 19 anni possa saperlo, aggiungo io. Le sue colleghe di reato sono le stesse persone con cui andava a scuola, a comandare era la madre di una sua amica, la stessa che le faceva la merenda alle elementari, perché la merenda te la prepara pure una spacciatrice, quasi nessuna diventa Pablo Escobar, per impacchettare la cocaina si possono prendere anche (solo) 1.200 euro al mese. In carcere solitamente si arriva di notte, si subisce una perquisizione fisica, ci sono i piegamenti, il rilascio delle impronte e il doppio riconoscimento, la prima notte B. l’ha passata con una tossica di eroina, aveva paura e non aveva neanche i panni, perché la prima volta che l’hanno arrestata, l’hanno portata diretta in carcere senza passare da casa. Funziona così, mi spiega, quando in galera ci devi restare poco, ed effettivamente lei ci è rimasta solo cinque giorni, per poi uscire e rientrare dopo pochi mesi, dato che il suo reato (come è emerso successivamente dalle indagini) non era individuale ma nell’ambito di un’associazione a delinquere. Mentre lei parla, io probabilmente ho un tono quantomeno irrigidito, preoccupato o talmente dispiaciuto al pensiero che una ragazzina debba spogliarsi, piegarsi davanti a una sconosciuta ed entrare spaventata in una cella, al punto che non credo di essermi contenuta a sufficienza. Ma è qui che capisco che sto cercando di entrare in una stanza chiusa con 50 mandate, o comunque capisco che lei non vuole darmi quello che cercavo, mi vuole dare un’altra cosa. Quando le chiedo se ha dovuto dormire vestita, lei sorride e mi domanda: “Ma do’ te pensi che stavo? Se non hai niente, ti danno la “busta nuova aggiunta”, una busta contenente lenzuola, telo doccia, federa, mutande, calzini, tuta, bicchieri e posate di plastica, che poi è stata sostituita da materiali biodegradabili perché la plastica non si usa più, lo sai? Scrivilo che non si usa più neanche in carcere”. Allora lo scrivo, non si usa più. Più che questo elenco, però, mi stupisce l’inclinazione felice e grata che assume il suo tono di voce nell’indicare tutti questi oggetti e indumenti, ricevuti come fossero un dono. E lei, sentendomi smarrita, richiama la mia attenzione: “Oh lo sapevi che la plastica è stata sostituita?”. Io non so più niente, soprattutto mentre ripete che nella busta ci sono pure mutande e calzini, io sono arrabbiata perché lei è troppo contenta. Poi le chiedo: “Sono cose nuove o usate? Della tua taglia?”. Lei mi risponde che è tutto nuovo e tutto della sua taglia, “pure cose belle, mica quelle gonne che portate te e mi’ nonna”, ridiamo. Nel corso della nostra conversazione, B. continua a darmi delle informazioni random: una lavatrice da 5 kg costa 2,50 €, ma se non li hai i panni te li puoi comunque lavare a mano, perché tutte, senza distinzioni, hanno diritto una volta al mese alla “casanza’’, un kit composto da 4 rotoli di carta igienica, assorbenti e sapone di Marsiglia. Lei è sempre troppo contenta e io sento la mia rabbia depotenziarsi, perché sto arrivando dove forse mi vuole portare lei, quando mi dice quanto sia buono il pane di Rebibbia, è sempre fresco, ti danno 3 rosette a testa, per tutta la giornata, tranne la domenica quando ti danno quello casereccio del giorno prima, che quindi rimane un po’ più duro. Facciamo una pausa. Alla fine, me lo dice che, su tre piani, le docce funzionano a un piano solo, che in cella non arriva l’acqua calda e non c’è il bidet, che in estate si muore di caldo e si dorme per terra sperando che passi un po’ d’aria dalla fessura fra il blindo e il pavimento, in inverno si gela, e alcune notti non si dorme perché le detenute con patologie psichiatriche che non sono in infermeria possono urlare anche tutta la notte. Me lo racconta che d’estate ci si mena per tutto, perché il caldo e la chiusura ti spaccano il cervello, e il motivo principale per litigare è il posto nel congelatore comune, i surgelati che spariscono e un po’ di lesbo drama che probabilmente fa ridere solo noi due. Io, però, ormai la brusca deviazione l’ho fatta, voglio sentire dove vuole andare a parare, neanche io voglio sentir parlare male del carcere, e soprattutto voglio capire perché lei mi parli male del carcere solo alla fine. Il lessico di B., a differenza dei milioni di spunti che mi offre ogni volta che ci parlo, è molto semplice, e quando mi dice “Sofi’ per me il carcere è stato un tempo costruttivo”, rido e le chiedo se fosse entrato Umberto Eco a parlare con lei. Lei ride, mi insulta, mi dice, cito testualmente: “Sono cresciuta tanto, sono maturata, ho imparato a badare a me stessa e a lavorare sui miei difetti, a concentrarmi sui pensieri, ad alzarmi ogni mattina alla stessa ora, a prepararmi, a mantenere un posto di lavoro (all’interno del carcere, ndr), ho preso la giusta distanza dalle problematiche che avevo fuori, ho avuto modo e tempo di guardarle per quello che erano, ho incontrato degli educatori che mi hanno aiutata ogni giorno, mi hanno fatto capire i miei errori e mi hanno dimostrato cosa significa stare vicino a qualcuno”. Mi dice una cosa che mi ricorda quando ho sentito parlare per la prima volta di “patologie detentive”, tra cui la vista compromessa, attraverso il podcast Gattabuia di Isabella De Silvestro. B. conferma e me lo spiega raccontandomi che un giorno, insieme agli educatori, è uscita grazie a un “permesso attività’’: ha partecipato a una corsa, mi sembra la Roma-Ostia, e l’educatrice diceva in continuazione alle ragazze “Guardate lontano, guardate l’orizzonte”, perché il carcere è buio, fra te e l’orizzonte ci sono muri, ferro e sbarre, quindi guardi solo da vicino. Quando esci potresti avere l’occhio pigro o un aumento della miopia, o comunque devi riabituarti a mettere a fuoco da lontano. A lei questa accortezza da parte dell’educatrice è sembrata il mondo, e lo è. A questo punto ho abbastanza elementi per rispondere alla domanda: perché una ragazza di 29 anni vuole tornare in carcere? Perché la libertà potrebbe non essere il desiderio di tutte, ma soprattutto non è il punto di partenza della vita di tutti. C’è una sorta di privilegio emotivo nel mio sentirmi triste davanti all’entusiasmo di una ragazza meravigliosa, che mi elenca, grata, una serie di oggetti ricevuti per il suo soggiorno in carcere. Triste davanti al suo “tempo costruttivo’’ speso in detenzione, che però lei descrive come qualsiasi di noi, che ci troviamo dal lato libero del blindo, faremmo con la contenzione, o meglio, il contenimento, che è quello che ti fa desiderare la libertà, mentre qualcuno si prende cura della tua struttura emotiva, economica ed educativa. Il contenimento, se non hai il privilegio di riceverlo da parte di un genitore o di chi ha il compito di crescerti, lo puoi apprezzare, ritrovare o confondere con un concetto semanticamente molto simile: la detenzione. Delineare un perimetro è propedeutico alla capacità di delineare la libertà, di capire come e dove vogliamo superare quel perimetro, di riconoscere le persone e gli strumenti con cui vogliamo farlo. Il paradosso è che B. trova tutto questo nella privazione della libertà, in un perimetro fisico, di ferro, e il suo estremo bisogno di contenimento, inteso in senso educativo ed emotivo, fa sì che nel suo racconto tutte le cose negative arrivino in coda. Ripenserai ancora a quanto il niente tuo per me fu tutto, è retorica certo, ma anche la retorica è un privilegio dei liberi e dei contenuti. Sisto: “Sulla giustizia basta riforme, solo piccoli interventi” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2026 La resa del viceministro: “È inutile lanciarsi in riforme spericolate che non raggiungono l’obiettivo”. Niente più “grandi riforme spericolate” ma solo “piccoli interventi chirurgici”, da concordare con la magistratura nell’ambito di un “new deal”, un nuovo corso nei rapporti tra politica e toghe. Nel primo incontro pubblico di peso dopo la batosta referendaria, Francesco Paolo Sisto annuncia il ridimensionamento delle ambizioni del governo in tema di giustizia. A un forum organizzato a Roma dal quotidiano Il Dubbio, il viceministro di via Arenula si confronta con Giuseppe Tango, neo-presidente dell’Associazione nazionale magistrati, auspicando una “nuova stagione di sinergie consapevoli” e chiedendo di “riannodare i fili” del dialogo, spezzati da una campagna “agonisticamente importante”. “Il referendum ha sancito una cosa: che quella cara, vecchia mattacchiona della Costituzione si è saputa difendere da un intervento di chirurgia plastica. È una conferma che i principi della Costituzione devono essere mantenuti e rafforzati, non indeboliti”, afferma l’esponente di Forza Italia, invitando il presidente dell’Anm “privilegiare ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide” e “provare a stabilire insieme le priorità nell’interesse del cittadino”. La resa: “Inutili riforme spericolate” - A questo scopo, Sisto fa sapere che a breve si terranno “una serie di incontri al ministero” in cui “mettere sul tavolo” le proposte operative. Ma soprattutto precisa - ed è la vera notizia - di aver “concordato” con il suo superiore, il ministro Carlo Nordio, una “linea metodologica” per l’azione del governo sulla giustizia di qui alle prossime elezioni politiche: “C’è un anno di tempo, dobbiamo scegliere accuratamente quello che può essere portato a termine. Anziché grandi riforme, che ovviamente non faremmo in tempo a realizzare, piccoli interventi per settori che possano consentirci il raggiungimento di obiettivi in modo più agevole. È inutile lanciarsi in riforme spericolate che non raggiungono l’obiettivo, perché poi devi fare in fretta e non va bene”. Insomma, sembra di capire, finirà in archivio il progetto di riforma del codice di procedura penale annunciato più volte da Nordio, la cui bozza è già pronta al ministero e prevede, tra le altre cose, l’abolizione di fatto della custodia cautelare in carcere per i colletti bianchi incensurati. Ma rischiano anche i disegni di legge sulla prescrizione e sul sequestro degli smartphone, già approvati in un ramo del Parlamento ma “congelati” fino al voto referendario. “Importante il cambio di passo al ministero” - Nel dibattito Sisto abbozza un mea culpa anche sulla scelta di blindare la riforma Nordio: “Il referendum ci ha insegnato che il dialogo può e dev’essere un pochino più fattivo. E in questo, lo dico con molta franchezza, non è secondario il cambiamento di passo del ministero”, dice, scaricando l’ex capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, costretta a dimettersi dopo un’uscita sguaiata negli ultimi giorni di campagna referendaria. Il viceministro spende ampi elogi per il successore di Bartolozzi, l’ex capo dell’Ufficio legislativo Antonio Mura, che rispetto alla “zarina”, dice, “ha una sorta di naturale, maggiore apertura verso l’interfaccia con le altre istituzioni”: “È un magistrato bravissimo, equilibrato, capace di tenere questo tipo di ragionamento. Ci ho parlato proprio stamattina e la sua disponibilità al dialogo e all’apertura è massima”. Con lui, promette, il gabinetto “sarà protagonista di questo dialogo tra politica, magistratura e avvocatura”. Gip collegiale, “avanti senza penalizzare gli uffici” - Ma perché il dialogo si realizzi, avverte Sisto, “dobbiamo tutti essere disponibili a fare passi avanti facendone qualcuno indietro”. E in questo senso tiene il punto sul gip collegiale, il collegio di tre giudici delle indagini preliminari al posto di uno per decidere sulla custodia cautelare in carcere, previsto a partire da agosto 2026 in funzione “garantista”. L’Anm chiede di rinviare l’entrata in vigore delle nuove regole, destinate a mettere in seria difficoltà l’organico dei tribunali: i tre giudici che decidono sulla misura cautelare, infatti, diventerebbero automaticamente incompatibili a occuparsi delle fasi successive del processo. Ma il viceministro per ora non apre a passi indietro: “Ragioniamo sul modo, su quello che si può fare, ma siamo fermamente interessati al mantenimento di questo istituto, con l’intento di non creare nessuna difficoltà. Abbiamo assunto oltre duemila magistrati, riempiremo gli organici entro il dicembre 2026. Dobbiamo provare a trovare soluzioni che non penalizzino gli uffici più piccoli”. D’Orso (M5s): “Il governo abbassa la cresta” - “Fa piacere che il viceministro Sisto abbia preso atto che i cittadini hanno detto no all’arroganza del governo. Ci volevano quasi 15 milioni di italiani per far abbassare la cresta al governo”, commenta all’agenzia di stampa LaPresse la deputata Valentina D’Orso, capogruppo M5s in commissione Giustizia alla Camera. “Vedremo se veramente ha capito che il dialogo costruttivo con le opposizioni è il metodo da adottare e che le priorità della giustizia sono ben altre rispetto a quelle su cui il governo ha investito inutilmente tutte le sue energie in questi tre anni e mezzo. Se finalmente il governo Meloni vuole fare qualcosa di utile alla giustizia, ci dicano in Parlamento in concreto cosa vogliono fare. Noi abbiamo montagne di idee e proposte. Se invece la priorità del governo continua ad essere l’introduzione di norme che garantiscano impunità ai colletti bianchi da una parte e inutile repressione del dissenso e della marginalità dall’altra, facciano pure da soli negli scampoli di legislatura che sono rimasti. Saranno poi i cittadini a dire loro no, come al referendum”. “La partita della giustizia non è chiusa”. Il coro all’evento di Cnf e Dubbio di Errico Novi Il Dubbio, 9 aprile 2026 L’Anm e i partiti aprono al “tavolo” proposto dal viceministro Sisto. Greco: “Disponibilità da accogliere con favore, l’avvocatura darà il proprio contributo”. Doveva essere uno scenario post bellico. Solo macerie. Il garantismo come sfida persa e impraticabile. Ma non è così, e a dimostrarlo è il dialogo ravvivato questa mattina, all’incontro promosso dal Dubbio e dal Cnf alla Sala Capranichetta di Roma nel quale avvocatura, magistratura e politica hanno risposto a un quesito: “Quale giustizia dopo il referendum”. Alla fine, c’è una certezza: tutte le parti sono pronte a sedersi attorno a un tavolo. “E il ministero potrà essere il luogo del confronto”, assicura il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. “Il guardasigilli Carlo Nordio promuoverà questa nuova fase, sarà lui a dettare i tempi, e posso dare per scontato che lo farà immediatamente”. Come si spieghi quest’apertura reciproca dopo il duro conflitto sulla separazione delle carriere, è presto detto: lo chiarisce uno dei parlamentari intervenuti al “Capranichetta”, Devis Dori di Avs: “La partecipazione al referendum ci ha ricordato quanto i cittadini sentano i problemi della giurisdizione”. È esattamente così: la battaglia fra il Sì e il No ha cancellato la riforma cara agli avvocati, ma in compenso ha rimesso la giustizia al centro del dibattito pubblico. E ha conferito proprio al mondo forense una nuova centralità. Lo riconosce anche il neoeletto presidente dell’Anm Giuseppe Tango, protagonista con Sisto e con il presidente del Cnf Francesco Greco della prima parte del confronto: “Magistratura e avvocati hanno valori comuni”. E non ci sono equivoci sulla direzione da seguire, come dirà appunto Greco, “padrone di casa” del confronto insieme con il direttore del Dubbio Davide Varì, che ha moderato gli interventi. “Mi pare chiaro che dal dibattito emerga la disponibilità di tutte le parti ad aprire un tavolo sulla giustizia”, è la conclusione di Greco. “Era giusto che questo primo avvio partisse dal Consiglio nazionale forense, ma ho già raccolto la disponibilità di tutte le rappresentanze dell’avvocatura a confrontarsi, e a superare qualunque visione di parte o impostazione legata alle specificità associative associative. Bisogna tornare a discutere di scelte sulla giustizia nell’interesse dei cittadini”. Manca solo un anno al termine della legislatura. Un limite ben presente a tutti. Non solo a Sisto, Greco e Tango, ma anche ai rappresentanti delle forze politiche intervenuti all’incontro: Sergio Rastrelli per FdI, la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani, il vicepresidente forzista della seconda commissione di Montecitorio Enrico Costa, la capogruppo Giustizia del M5S alla Camera Valentina D’Orso, il suo omologo di Avs Devis Dori, che è anche presidente della Giunta per le autorizzazioni, e la presidente dei deputati di Italia viva Maria Elena Boschi. Tutti concordi sulla necessità di accantonare le armi della campagna referendaria e riprendere il filo del dialogo. Perché a dispetto di quanto potesse far temere il naufragio della più garantista fra le riforme, la separazione delle carriere appunto, la straordinaria partecipazione dei cittadini al referendum ha chiarito che proprio la giustizia può riavvicinare i cittadini alla politica. Tango e la linea dell’Anm - Tango parla con un tono aperto, e mette subito in chiaro che “l’Anm non è, non sarà mai e non vuole essere un partito politico”, né “detta l’agenda dei governi: quando è chiamata a offrire un contributo, la magistratura associata interviene solo sul piano tecnico”. È uno schernirsi che susciterà qualche disappunto, nella seconda fase riservata ai partiti, nell’azzurro Costa, per esempio, che non si risparmia dal rinnovare le critiche alla “esposizione” che il “sindacato” dei magistrati ha avuto già per aver dato via a un “comitato per il No, di fatto un soggetto politico”. Ma Tango ben comprende come, incassata la vittoria, alla magistratura non convenga strafare. “Un aspetto ha accomunato il fronte del Sì e il fronte del No: la consapevolezza che la giustizia è malata. Ne sono seguite soluzioni molto diverse. Ma ora dobbiamo trovare quelle migliori tutti insieme”. Certo, il leader dell’Anm ha idee molto chiare sulle “urgenze”: il 30 giugno, rammenta, “scadono i contratti degli addetti all’Ufficio per il processo: ci sono ancora 1.400 unità da stabilizzare, e chiediamo al governo di provvedere con i fondi che avrebbvero dovuto finanziare lo sdoppiamento del Csm e l’Alta corte”. Seconda scadenza: “Il 24 agosto è prevista l’entrata in vigore della norma sul gip collegiale: può essere la causa di una paralisi”. Tango chiude con un appello sulle carceri (“una situazione disumana, una fabbrica di recidive”) e con una certezza: “Non ci sottraiamo al confronto”. La “mission possible” di un tavolo sulla giustizia - Non lo farà neppure il mondo forense, come tiene a ribadire Greco: “L’avvocatura è pronta a sedersi attorno a un tavolo per affrontare, con spirito costruttivo e responsabilità, tutti i nodi che riguardano la giustizia nell’interesse dei cittadini. Mi auguro che sia così per la magistratura, e mi pare vi siano segnali in questa direzione. Della disponibilità della politica prendiamo atto con favore e ne faremo tesoro”. Il vertice della massima istituzione forense può verificare il successo dell’iniziativa. Che conferma quel dato emerso fin dall’immediato day after referendario, la ritrovata centralità dell’avvocatura: nonostante si sia schierato in larga parte per il Sì, il mondo forense diventa interlocutore indispensabile nel dibattito sulla giustizia proprio in virtù dello slancio che il No alle carriere separate ha conferito all’Anm. Naturale anche che il presidente del Cnf abbia priorità non sovrapponibili a quelle di Tango, innanzitutto “il superamento di riforme come la Cartabia, introdotte nella fase pandemica”, e dunque “il ritorno all’oralità nel processo”. Sono ipotesi di nuovo praticabili grazie alla convergenza su una giustizia che abbia il cittadino come obiettivo centrale. Sisto parla, a proposito delle intese sulla giustizia, come di una “mission possible”, a condizione che “si guardi ad alcuni obiettivi chirurgici senza lasciarsi illudere dall’idea delle grandi riforme, che nell’ultimo anno di legilsatura sarebbero velleitarie. Ciò che conta è che si lavori insieme lealmente” e che “la giustizia non sia più terreno di scontro”. Il centrodestra che non rinuncia alla sfida del garantismo - Come la gran parte degli interlocutori politici intervenuti, Sisto è convinto che “la capacità di preservare se stessa mostrata dalla Costituzione nella sfida referendaria rafforzi i princìpi di giustizia affermati dalla Carta”. Lo pensa anche il senatore di Fratelli d’Italia e segretario della commissione Giustizia di Palazzo Madama Sergio Rastrelli: “L’esito del referendum non accantona il nodo di una separazione tra i poteri, né l’urgenza di un giudice davvero terzo e imparziale e di una sovranità che sia davvero in capo al Parlamento”. Bisogna guardarsi, secondo Rastrelli, dalla “deriva di una repubblica giudiziaria”. Enrico Costa rafforza il concetto con il richiamo alla “patologia delle indagini preliminari che, nel processo, lasciano tuttora il pm protagonista mediatico indisturbato: tra le riforme che andrebbero portate a compimento, si dovrebbe dare priorità a tutto quanto assicuri all’indagato innocente di uscire dalle maglie della giustizia con la stessa reputazione che aveva prima di entrarci”. Disponibilità al dialogo anche da parte degli azzurri, aggiunge il deputato di Forza Italia, “basterebbero due sessioni in Parlamento per definire i punti su cui lavorare”. PD, AVS, M5S e le chiusure del governo sulla riforma - Ma la linea del centrodestra, che ha lamentato la sola assenza della Lega, a causa dell’impedimento di Riccardo Molinari, trova le obiezioni del centrosinistra. Di Debora Serracchiani, innanzitutto, stupita per la “mancanza di autocritica da parte del governo”. La responsabile Giustizia del Nazareno nota analogie con “la chiusura al dialogo sulla riforma: non è affatto vero che durante le quattro letture parlamentari noi de Pd, come il resto del centrosinistra, abbiamo avuto un atteggiamento ostruzionistico. Molte delle proposte che l’Esecutivo e la maggioranza neppure hanno voluto ascoltare riguardavano questioni di merito. Dall’Alta Corte al sorteggio, aspetto che, se accantonato, avrebbe potuto forse portare a un esito diverso”. Il Pd è da tempo impegnato a battersi sulle carceri, per misure che limitino il sovraffollamento: “Intanto andrebbe ritirata la circolare Napolillo che impedisce di fatto i percorsi trattamentali”, avverte Serracchiani. La quale apre al dialogo “a condizione che il riconoscimento sia reciproco e che stavolta vi sia ascolto per le opposizioni”. Ha una prospettiva un po’ diversa la capogruppo dei 5 Stelle in commissione Giustizia alla Camera Valentina D’Orso: “Il referendum ha chiarito che per i cittadini le priorità, nella giustizia, sono altre, a cominciare dal civile, ambito che coinvolge assai più di frequente le persone ma che è ignorato quasi sempre dal dibattito”. Bisognerebbe occuparsi di una “giustizia al collasso per l’insufficienza degli strumenti: se il giudice non fosse oberato da un carico di lavoro insostenibile, ne beneficerebbe la qualità della giurisdizione e quindi la fiducia stessa dei cittadni nella magistratura”. Mentre il tema più o meno direttamente evocato da Rastrelli e Costa del “rapporto fra i poteri”, dice la deputata del Movimento, “interessa molto meno”. Però c’è un punto di caduta condivisibile, come ricorda Devis Dori di Avs, ed è appunto l’interesse che, in un modo o nell’altro, l’opinione pubblica ha ritrovato nei confronti della giustizia: “E proprio per la sua centralità, la giurisdizione andrebbe preservata, dal ministro, innanzitutto quando è l’ora di definire le risorse nella legge di bilancio”. Sia Serracchiani che Dori evocano la riapertura di un dossier accantonato da tempo, “l’avvocato in Costituzione”. Può darsi che non vi sia margine per modifiche della Carta, a questo punto della legislatura, ma si possono creare le premesse per riparlarne nella prossima. Un obiettivo che per lo stesso Sisto va invece assolutamente colto ora è la riforma dell’ordinamento forense: tema che, secondo Dori, va ricalibrato con un focus sull’accesso alla professione: “Non possiamo renderlo sempre più complicato”. Il capogruppo Giustizia di Avs vede comunque “un’apertura sincera da parte di tutte le componenti intervenute all’incontro”, ed è così anche per la presidente dei deputati di Italia viva Maria Elena Boschi. La quale, come altri, non esita a ringraziare questo giornale e il Cnf “per un dibattito che però avrebbe già dovuto svolgersi in Parlamento, subito dopo il referendum”. Anche Boschi, come Sisto, mette in guardia “dall’illusione di poter portare a compimento a chissà quanti obiettivi: non possiamo discutere come se fossimo al primo giorno di legislatura”. D’altronde “a essere stato bocciato dal referendum non è stata”, secondo la capogruppo di Iv, “tanto la separazione delle carriere, quanto il metodo con cui il governo ha proposto la riforma”. E poi “bisogna prendere atto che i garantisti autentici, nella stessa maggioranza, rappresentano una cerchia ristretta, di cui Sisto e Costa fanno certamente parte” ma che “ha visto la immediata dissociazione”, osserva con amarezza Boschi, “di molti, nella Lega e in Fratelli d’Italia”, pronti a “ripudiare” la riforma bocciata dal referendum “come una bandiera della sola Forza Italia, che ci si era trovati quasi costretti a sostenere”. E c’è un’altra verità difficilmente confutabile pure ricordata da Boschi: “I garantisti della maggioranza avevano accettato le forzature populiste dei vari decreti sicurezza in vista proprio delle carriere separate, che avrebbero dovuto assicurare un bilanciamento”. Così non è stato, e ora “non possiamo illudere i detenuti con impegni sul carcere che in un anno sarebbe impossibile mantenere: lo dico da un fronte come quello di Italia viva, che con Roberto Giachetti ha inutilmente proposto la liberazione anticipata speciale”. Certo, le battaglie garantiste non sono svanite. Sono state forse indebolite da un voto popolare che, come ricorda Boschi, “un segnale lo ha dato”. Ma pensare che sul campo, fra le macerie, si debbano lasciare proprio le garanzie, sarebbe un errore imperdonabile. E anche su questo, per la prima volta dopo molto tempo, tutte le parti in causa si sono trovate d’accordo. Ddl stupri, al via il Comitato ristretto per scrivere la nuova legge di Elisa Messina Corriere della Sera, 9 aprile 2026 Manifestazione davanti al Senato contro il testo Bongiorno. Prima riunione oggi del comitato ristretto che deve mediare tra maggioranza e opposizione per arrivare al nuovo testo. La bozza della senatrice Unterberger che tenta una sintesi. È stato composto e presentato oggi in Commissione Giustizia del Senato il comitato ristretto proposto dalla presidente Giulia Bongiorno, per arrivare a un testo condiviso sul ddl stupri, per modificare “l’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso”. Ne fanno parte, oltre alla presidente Bongiorno, relatrice del testo, Erika Stefani per la Lega, Susanna Donatella Campione per FdI e Pierantonio Zanettin per Fi, mentre come rappresentanti delle forze di opposizioni ci sono Valeria Valente (Pd), Ada Lopreiato (M5s), Ilaria Cucchi (Avs) e Ivan Scalfarotto per Iv. Il comitato, che si riunirà con cadenza settimale, ha il compito di avvicinare le posizioni di maggioranza e opposizione per trovare la quadra che porti a un testo condiviso. Compito non semplice perché, dopo la bocciatura del testo passato alla Camera dove era centrale il concetto di “consenso libero e attuale” (senza il quale è stupro), si era passati a una proposta di testo a firma della senatrice Bongiorno che sostutuiva il consenso con il principio di dissenso: spetterebbe alla vittima dimostrare la volontà contraria all’atto sessuale. Versione subito respinta dall’opposizione ma anche da giuristi e da tutto il mondo dell’associazionismo femminile. In questi giorni è circolata anche una bozza di proposta della senatrice sudtirolese Julia Unterberger che prova una sintesi ardita tra le due versioni: si torna sul concetto di consenso libero e attuale, come nella prima formulazione votata alla Camera, ma si aggiunge un secondo paragrafo in cui si precisa che “Il dissenso all’atto sessuale deve essere riconoscibile e valutato tenendo conto della situazione e del contesto in cui è commesso”, quindi recuperando la formulazione del testo scrtitto da Bongiorno dopo le proteste dei senatori leghisti e un concetto, quello di “consenso riconoscibile” che era stato proposto dalla stessa Bongiorno in Commissione ma bocciato da senatori e senatrici dell’opposizione. Ora spetta però al comitato ristretto tentare un dialogo che parte già in salita: non sono solo in ballo diverse terminologie giuridiche ma due visioni del modo di intendere i diritti delle donne e della giurisprudenza. E il testo del nuovo articolo 609-bis non dovrebbe, teoricamente, prescindere dalla Convenzione del Consiglio d’Europa, ratificata dall’Italia nel 2012, e dalle tante sentenze della Corte di Cassazione di questi ultimi anni che a quella Convenzione si rifanno. Intanto di fronte al Senato, in concomitanza della prima riunione del comitato ristretto, si è tenuto un presidio e un sit-in di esponenti dei centri anti violenza della Capitale, Differenza Donna, di Non una di meno e di altre associazioni femministe. Ed è stato esposto lo striscione con la scritta “Senza consenso è stupro”. Il sit in di protesta contro il ddl Bongiorno organizzato dai movimenti femministi davanti al Senato si è successivamente trasformato in corteo e ha attraversato piazza Navona. Qualche centinaio di manifestanti si è aggiunto alla protesta che ha occupato la piazza con cori e striscioni. Ddl stupri, il Comitato ristretto si arena: “Impossibile una sintesi” di Luciana Cimino Il Manifesto, 9 aprile 2026 Davanti al Senato la protesta dei centri antiviolenza e delle reti femministe. Il vasto mondo di associazioni studentesche e femministe e dei centri antiviolenza lo aveva promesso: ci sarebbe stata una mobilitazione in ogni tappa che avrebbe portato all’approvazione del ddl stupri. E così è stato: dopo le manifestazioni di febbraio e i cortei dell’8 marzo, anche ieri, in diverse città italiane si sono dati appuntamento per protestare contro “la legge sul dissenso” delle destre. A Roma un presidio di circa 400 persone si è tenuto davanti al Senato. La giornata di mobilitazione era stata indetta da tempo, quando sembrava che il testo rivisto dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno potesse arrivare in Aula senza intoppi, così come da calendario. invece il provvedimento è in alto mare e ieri anziché la discussione e il voto c’è stata la prima riunione del comitato ristretto della commissione Giustizia di Palazzo Madama. Un espediente trovato dalla relatrice Bongiorno, anche presidente della commissione, per prendere tempo e tentare un accordo con le opposizioni. Che però sono irremovibili quanto le manifestanti fuori dal palazzo: “Meglio nessuna legge che questa legge”. Non è ancora sul tavolo, infatti, il ritorno del concetto di consenso (necessario per il recepimento delle convenzioni internazionali e per adeguare la legge alle sentenze) che la destra ha rimosso durante il passaggio del testo al Senato. Mentre alla Camera era stato approvato all’unanimità dopo un accordo personale tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, segretaria del Pd. Travolta dalle proteste di piazza e temendo l’onda lunga della sconfitta al referendum, Bongiorno ha infine delegato al comitato ristretto (oltre alla presidente ne fanno parte la collega del Carroccio Erika Stefani, Susanna Campione di FdI, Pierantonio Zanettin per Fi, Valeria Valente del Pd, Ada Lopreiato di M5s, Ilaria Cucchi di Avs e Ivan Scalfarotto di Iv), di trovare una sintesi delle posizioni. “Non c’è nessuna possibilità - ha avvisato ieri Cucchi - l’unica cosa che si può fare è tornare al testo della Camera”. “È evidente che il ddl Bongiorno è su un binario morto ma bisogna tenere alta la mobilitazione finché non ritorna il concetto di consenso, che per noi è dirimente, il rischio è di peggiorare anche quello che si è guadagnato sino a ora”, ha commentato la senatrice del Pd Cecilia D’Elia, come Cucchi al presidio con i dem Anna Rossomando, Valeria Valente, Filippo Sensi, Michele Fina, Marianna Madia e l’esponente del M5s Ada Lopreiato. “Abbiamo partecipato proprio per ribadire qual è la volontà delle donne - ha sottolineato Valente - deve essere chiaro che per noi il confronto può ripartire solo dal consenso, altrimenti non può esserci alcun dialogo con questa destra”. La riunione del comitato si è aperta e chiusa nel giro di poco. Giusto il tempo di rilevare l’assenza proprio di Bongiorno e il disappunto degli azzurri del Senato verso i colleghi della Camera, a quanto pare troppo svelti a votare un testo su cui una parte di Fi non era d’accordo. Così come non erano favorevoli i leghisti (che infatti attraverso Bongiorno si sono impegnati a stravolgere il provvedimento) e parti di FdI. L’ordine di votarlo alla Camera, però, partito dalla presidente del Consiglio in persona, allora non si poteva disattendere. Il cerino adesso è rimasto in mano all’avvocata Bongiorno che, con Meloni, rischia di intestarsi una norma che “è un grave arretramento nella tutela dei diritti delle donne”, come ha spiegato Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna. Con Non Una di Meno, Di.Re e gli altri centri antiviolenza, chiedono “il ritiro immediato del disegno di legge”. “Questo impianto normativo non rafforza la tutela, ma la indebolisce: sposta il fuoco dalla condotta di chi agisce violenza alla condotta di chi la subisce”, hanno sottolineato. Richiesta di residenza per il detenuto in semi libertà senza permesso di soggiorno di Andrea Dallatomasina lapostadelsindaco.it, 9 aprile 2026 Si ha motivo di ritenere che il cittadino straniero detenuto abbia diritto all’iscrizione anagrafica anche se privo del permesso di soggiorno, in quanto il provvedimento del Tribunale che ordina la detenzione (o la misura alternativa al carcere) contiene in se stesso la caratteristica di autorizzazione al soggiorno; anzi, con la sentenza di condanna, il detenuto straniero è “obbligato” a soggiornare in Italia, dunque non si può certamente considerare come irregolarmente soggiornante. Ovviamente dopo l’espiazione della pena, come tutti gli altri cittadini stranieri dovrà presentare domanda per il rilascio del nuovo permesso di soggiorno in quanto la mancata acquisizione del permesso di soggiorno lo porrebbe in una condizione di clandestinità. Il Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ad oggetto “Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”, ed il particolare l’articolo 6 comma 7 prevede “Le iscrizioni e variazioni anagrafiche dello straniero regolarmente soggiornante sono effettuate alle medesime condizioni dei cittadini italiani con le modalità previste dal regolamento di attuazione. In ogni caso la dimora dello straniero si considera abitualmente anche in caso di documentata ospitalità da più di tre mesi presso un centro di accoglienza. Dell’avvenuta iscrizione o variazione l’ufficio dà comunicazione alla questura territorialmente competente.” Ai sensi dell’articolo 5, comma 1, “possono soggiornare nel territorio dello Stato gli stranieri entrati regolarmente ai sensi dell’articolo 4 che siano muniti di carta o di permesso di soggiorno”. Quindi, come regola generale, il permesso di soggiorno è il documento che abilita il cittadino straniero a soggiornare in Italia e il possesso di un qualsiasi permesso di soggiorno consente l’iscrizione in anagrafe, indipendentemente dalla sua durata o dalla causale per la quale esso è stato rilasciato. La novella legislativa è certamente il cardine in base al quale l’Ufficiale d’Anagrafe valuterà i corretti comportamenti istruttori seguenti a qualsiasi istanza di parte o d’ufficio e concernenti le procedure relative ai cittadini stranieri. Il possesso di un qualsiasi permesso di soggiorno in corso di validità è quindi il documento che abilita il cittadino straniero a soggiornare in Italia. In relazione all’iscrizione anagrafica, tuttavia, il possesso materiale del permesso di soggiorno non è l’unica “dimostrazione” della regolarità del soggiorno. Sempre più spesso deve essere ricavato da un’analisi complessiva del sistema delineato dalle diverse indicazioni impartite dal legislatore o dalle diverse circolari del Ministero dell’Interno. La posizione del cittadino comunitario o straniero, detenuto o sottoposto a misure alternative alla detenzione, privo dell’iscrizione anagrafica è una tematica assai discussa e controversa. Il primo orientamento del Ministero dell’Interno (Ministero dell’Interno - Dipartimento della P.S. Circ. del 2-12-2000 n. 300.c2000/706/P/12.229.39/1^ div.), sosteneva che il provvedimento giudiziario di detenzione era comprensivo dell’autorizzazione a soggiornare sul territorio nazionale, escludendo quindi, la necessità di ottenere tale titolo, indicando che “Riguardo alla posizione di soggiorno dei cittadini stranieri detenuti ammessi alle misure alternative previste dalla legge, quali la possibilità di svolgere attività lavorativa all’esterno del carcere si rappresenta che la normativa vigente non prevede il rilascio di un permesso di soggiorno ad hoc per detti soggetti. In queste circostanze non si reputa possibile rilasciare un permesso di soggiorno per motivi di giustizia né ad altro titolo, ben potendo l’ordinanza del Magistrato di sorveglianza costituire ex sé un’autorizzazione a permanere sul territorio nazionale. Nuovamente nella nota del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del 4 settembre 2001 dispone che “Nel caso di richiesta volta ad ottenere il rinnovo presentata da cittadino extracomunitario in stato di detenzione si deve precisare che l’istanza non può essere accolta, atteso che la verifica della sussistenza dei requisiti necessari, caratterizzanti la tipologia del permesso invocata, è obiettivamente superata dal provvedimento dell’A.G. in forza del quale l’interessato è detenuto. In sostanza si può ben sostenere che tale provvedimento contiene in sé stesso la caratteristica di autorizzazione al soggiorno, rendendo vano un ulteriore intervento, peraltro di natura amministrativa, dell’autorità di P.S.”. Successivamente lo stesso Ministero con la circolare prot. n. 200502093-15100/4208 del 19 aprile 2005, ha ribadito il principio secondo il quale “gli interessati, peraltro, già inseriti nei registri della popolazione residente, possano essere iscritti nell’anagrafe del Comune ove ha sede l’istituto di pena, in quanto la loro permanenza in Italia è determinata dall’ esistenza di una sentenza che li obbliga a soggiornarvi.” Successivamente, ma in risposta al quesito posto da un comune, lo stesso Ministero ha espresso un diverso orientamento che, tuttavia, non appare condivisibile e, soprattutto, non può avere la forza di una Circolare, le cui motivazioni, peraltro, sono assolutamente più consistenti sul piano giuridico, oltre a risultare allineate ai principi espressi nella recente Sentenza della Corte Costituzionale n. 186 del 2020. In evidente contrasto con i pareri su riportati, sul sito dello stesso Ministero, ad un quesito in materia di iscrizione di cittadino straniero detenuto, datato 10 giugno 2010, è stato così risposto “L’iscrizione anagrafica del cittadino straniero è subordinata alla condizione della regolarità del soggiorno, oltre a quella della dimora abituale. La situazione di irregolarità del cittadino detenuto non può ritenersi sanata per effetto del provvedimento sanzionatorio penale. Questo ultimo è rivolto alla tutela dell’interesse generale dello Stato a perseguire il responsabile di un reato ed ha una natura diversa da quella propria del provvedimento amministrativo di autorizzazione al soggiorno. Nel caso prospettato non si ritiene quindi che debba procedersi all’iscrizione anagrafica del cittadino straniero.” Sulla questione è intervenuto anche un parere del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale del 28 dicembre 2022, che si è rivolto ai Ministeri competenti (Giustizia e Interno) e alle direzioni degli istituti di pena (chiamati a rendere le dichiarazioni di residenza in convivenza ai sensi dell’articolo 5 del dPR 30 maggio 1989, n. 223). Nel parere si fa riferimento al “consolidato principio in base al quale il provvedimento del giudice penale di applicazione della misura privativa della libertà contenga in sé stesso l’autorizzazione a permanente sul territorio italiano” nonostante il quale a causa della “situazione generalizzata” della mancata iscrizione anagrafica “i cittadini stranieri ristretti privi di permesso di soggiorno rimangono senza identità anagrafica, invisibili ai Comuni nei cui territori si trovano costretti anche per anni a dimorare”. Il Garante evidenzia “l’impatto determinante sui diritti fondamentali delle persone straniere interessate che private dello status di residenti vengono espropriate del diritto di essere viste e considerate come persone con una propria dignità sociale”, richiamando non a caso i principi ben descritti dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 186/2020. “Sconosciute al nucleo sociale di fattuale appartenenza e prossimità, rischiano di sprofondare in una dimensione di minorità e isolamento, senza possibilità di vedersi riconoscere prestazioni assistenziali indispensabili in presenza di determinate fragilità e, più in generale, di accedere a misure non detentive e attivare percorsi di vita esterni una volta riacquistata la libertà personale”. Secondo il Garante si tratta di una questione di “illegittimità sostanziale”, “in netto contrasto con le regole generali in materia di convivenze anagrafiche e con la disciplina specifica introdotta dall’articolo 45 del nuovo regolamento anagrafico con il Decreto Legislativo 2 ottobre 2018, n. 123”. L’articolo 11, lettera r) n. 2 del Decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 123, di riforma dell’ordinamento penitenziario, ha introdotto il comma 4 all’articolo 45 della Legge 26 luglio 1975, n. 354, così formulato: “Ai fini della realizzazione degli obiettivi indicati dall’articolo 3, commi 2 e 3, della Legge 8 novembre 2000, n. 328, il detenuto o l’internato privo di residenza anagrafica è iscritto, su segnalazione del direttore, nei registri della popolazione residente del comune dove è ubicata la struttura. Al condannato è richiesto di optare tra il mantenimento della precedente residenza anagrafica e quella presso la struttura ove è detenuto o internato. L’opzione può essere in ogni tempo modificata”. I detenuti stranieri, compresi coloro che sono soggetti a misure alternative, in virtù della loro condizione oggettiva di persone residenti per effetto del provvedimento giudiziale che li obbliga a dimorare nel territorio dello Stato e si trovano comunque in una condizione oggettiva e formale di inespellibilità dal territorio nazionale, non possono essere considerati “irregolarmente soggiornanti”; dunque, la condizione di “detenuto” configura senza alcun dubbio la “regolarità del soggiorno”, unica vera condizione per avere il diritto e il dovere all’iscrizione anagrafica. In conclusione, si ha motivo di ritenere che il cittadino straniero detenuto abbia diritto all’iscrizione anagrafica anche se privo del permesso di soggiorno, in quanto il provvedimento del Tribunale che ordina la detenzione (o la misura alternativa al carcere) contiene in se stesso la caratteristica di autorizzazione al soggiorno; anzi, con la sentenza di condanna, il detenuto straniero è “obbligato” a soggiornare in Italia, dunque non si può certamente considerare come irregolarmente soggiornante. Ovviamente dopo l’espiazione della pena, come tutti gli altri cittadini stranieri dovrà presentare domanda per il rilascio del nuovo permesso di soggiorno in quanto la mancata acquisizione del permesso di soggiorno lo porrebbe in una condizione di clandestinità. Incassava il reddito di cittadinanza mentre era in carcere, il giudice lo assolve di Massimiliano Rambaldi La Stampa, 9 aprile 2026 Per il tribunale non ha preso il sussidio indebitamente. Era il Caf che doveva controllare meglio la domanda. Presenta la domanda per ottenere il reddito di cittadinanza in un Caf di Cairo Montenotte, durante un permesso premio (era detenuto in carcere) e il centro fiscale la accoglie finché l’aiuto economico non gli viene effettivamente erogato. Solo che la normativa di allora prevedeva che se qualcuno del nucleo familiare del richiedente fosse stato in regime di limitazione penale della libertà, non era possibile avere accesso al contributo statale. Il caso ha visto al centro un uomo di Cairo che ieri mattina è finito davanti al collegio dei giudici del tribunale di Savona. Dopo il dibattimento è stato assolto dall’accusa di aver indebitamente percepito il sussidio, perché il fatto non costituisce reato. In sostanza era il Caf a dover controllare la bontà della richiesta e a bloccare l’istanza dopo aver verificato la mancanza delle prerogative. Documenti presentati al caf di Cairo - I fatti: l’uomo era detenuto nel carcere di Ivrea, provincia di Torino, e un giorno gli vengono concessi alcuni giorni di permesso premio legati alla possibilità di lavorare fuori dal penitenziario. Scende a Cairo e chiede alla sua compagna, che lavorava come badante a 900 euro al mese, di preparare i documenti necessari e accompagnarlo al caf per presentare domanda di accesso al reddito di cittadinanza. Durante l’udienza il pm Luca Traversa ha chiesto all’imputato perché avesse deciso di fare domanda, la risposta è stata semplice: “Molti altri nella mia stessa situazione l’avevano fatta e così ho provato a presentarla anche io”. L’uomo e la sua compagna arrivano al Caf ma ad entrare allo sportello è solo lui. Presenta le documentazioni necessarie con, cosa basilare, il documento rilasciato dal carcere che sostituisce la carta d’identità. A quel punto l’impiegata del Caf avrebbe dovuto bloccare tutto, invece la domanda viene inoltrata normalmente in attesa di approvazione o meno. I controlli - Dopo poco tempo la risposta è positiva: all’uomo viene detto di sì e comincia a incassare il reddito di cittadinanza. Lo percepirà per diversi mesi, per un totale di circa quattromila euro scarse, finché anche lui finisce nella rete dei controlli postumi. Inps e Finanza mettono la lente d’ingrandimento sulla situazione dell’uomo e scoprono che era detenuto al momento della presentazione della richiesta. Immediatamente il sussidio viene bloccato e scatta anche la richiesta di rimborso. Nel frattempo parte anche l’azione penale per l’ipotesi di reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e così l’uomo finisce in tribunale. “Il mio cliente - ha spiegato della discussione finale il legale dell’imputato, l’avvocato Paolo Brin -, non ha commesso alcun reato: non ha presentato documenti falsi o dichiarazioni mendaci. Ha fatto una normale domanda per un sussidio”. In sostanza era il Caf che doveva accorgersi della mancanza dei requisiti. Il pm Traversa ha puntato sul fatto che “Siccome la compagna non avrebbe ottenuto il sussidio perché lavoratrice stipendiata, allora lo ha presentato l’imputato ed era chiaro che il suo status di detenuto fosse ostativo. Lo Stato già aveva spese per la sua condizione di carcerato”. Alla fine però il collegio ha dato ragione all’imputato. L’aggravante di guida sotto l’effetto di droga scatta se al test positivo si sommano i sintomi di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2026 Infatti l’esame biologico può risultare positivo anche per assunzione pregressa di sostanze stupefacenti mentre la fattispecie richiede che sia provata la guida sotto l’effetto drogante e non discende dalla gravità dell’incidente. La Corte di cassazione - con la sentenza n. 12779/2026 - ha ribadito che il reato previsto dall’articolo 187 del Codice della strada o l’aggravante sancita dal comma 2 dell’articolo 590 bis del Codice penale scatta solo se si prova che il conducente abbia guidato sotto l’influenza di sostanza stupefacente. Ciò significa che non è prova del reato l’esame clinico che dimostri l’avvenuta assunzione di droga sic et simpliciter. Infatti, il risultato positivo dell’analisi può esistere anche per la pregressa assunzione di stupefacente senza che ciò dimostri lo stato di alterazione psicofisica al momento della guida. Il caso - Nel caso concreto i giudici di legittimità hanno ritenuto non fondata la condanna in quanto gli agenti non hanno rilevato e verbalizzato indici sintomatici dall’osservazione della persona fermata per poter affermare che la stessa fosse sotto l’influenza di sostanza stupefacente (come, ad esempio, pupille dilatate, agitazione o tremore o stato confusionale). Ciò al di là del dato di positività rilevato con l’esame biologico non sufficiente ad ancorare il sospetto dello stato di alterazione (ossia la guida sotto l’influenza di droga) alla realtà del momento. Non essendo sufficiente a tale dimostrazione neanche la circostanza che l’imputato avesse provocato a terzi lesioni stradali gravi. Il ricorso accolto contestava la decisione dei giudici di secondo grado che hanno comunque ritenuto assorbita la contravvenzione di guida in stato di alterazione psicofisica da sostanze stupefacenti (prevista dal comma 1 bis dell’articolo 187) nel più grave delitto previsto dall’articolo 590 bis, comma 2, del Codice penale (che appunto sanziona la condotta in maniera più grave quando il conducente che arreca le lesioni è in stato di alterazione psicofisica). Nel caso concreto al ricorrente era stato contestato che - in stato di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di cocaina - avesse invaso l’opposta corsia di marcia, scontrandosi con il veicolo condotto da altro automobilista. A causa dell’impatto la persona offesa aveva subito lesioni personali gravi in quanto guaribili in un tempo superiore ai quaranta giorni. E dagli accertamenti tossicologici eseguiti sull’imputato con esame delle urine era stata rilevata la presenza di metaboliti della cocaina. Il motivo accolto - Con il ricorso la difesa dell’imputato ha ribadito il motivo di appello respinto con cui chiedeva la derubricazione del reato in quello previsto dal comma 1 dello stesso articolo 590 bis del Codice penale in quanto lo stato di alterazione dovuto all’assunzione di droga non era da ritenersi provato. La Cassazione accoglie il motivo e rinvia al giudice di appello per un nuovo giudizio sul punto che tenga conto dei principi in materia. Secondo la decisione di annullamento sussiste il vizio lamentato dalla difesa di violazione degli articoli 590 bis, comma 2, del Codice penale e 187 del Codice della strada sul punto dell’affermazione di responsabilità per il delitto di lesioni personali stradali gravi commesso in stato di alterazione psicofisica da sostanze stupefacenti. In estrema sintesi i giudici del merito avrebbero omesso di supportare l’accertamento della pregressa assunzione di sostanze stupefacenti con evidenze obiettive idonee a dimostrare l’effettiva alterazione dello stato psicofisico dell’imputato al momento della guida. L’affermazione secondo cui l’alterazione emergerebbe dalla gravità dell’incidente, dal quantitativo di sostanza rilevato e dalle dichiarazioni della polizia giudiziaria sarebbe insoddisfacente, poiché lo stato di alterazione non può desumersi dal solo fatto che si sia realizzato un incidente, essendo questo potenzialmente riconducibile anche ad altre cause. La Cassazione ribadisce l’orientamento secondo cui visto che l’esame delle urine può avere un risultato positivo anche per assunzione di droga avvenuta giorni addietro (ma anche solo nelle ore precedenti) questo non è atto a provare che il conducente si trovi al momento del fatto illecito in stato di alterazione. In conclusione, ai fini della configurabilità della circostanza aggravante della guida in stato di alterazione da stupefacenti, l’esito positivo dell’accertamento compiuto sui campioni biologici del conducente deve incrociare il riscontro da una sintomatologia rilevata dagli operanti al momento del fatto. Piemonte. Avs chiede Consiglio regionale aperto sulla situazione delle carceri lospiffero.com, 9 aprile 2026 “Nella conferenza dei capigruppo odierna abbiamo sollecitato per la terza volta nelle ultime settimane la convocazione di una seduta aperta del Consiglio regionale sulla situazione delle carceri piemontesi. Si tratta di un impegno che la stessa maggioranza aveva assunto nella precedente legislatura, in cui era stato approvato un atto di indirizzo con il quale si prevedeva una volta all’anno la convocazione di una seduta aperta come momento permanente di monitoraggio e ascolto dei rappresentanti dei lavoratori della Polizia penitenziaria per monitorare salute e sicurezza all’interno delle carceri”. Così la capogruppo Avs in Regione, Alice Ravinale, con le consigliere del gruppo. “Dopo la seduta del 12 novembre 2024 - spiega Ravinale - nulla di tutto ciò è stato fatto nel 2025, e la situazione delle carceri piemontesi intanto è al collasso. Alla situazione fuori controllo di Torino, denunciata anche dai sindacati di Polizia penitenziaria e che ha portato a due decessi nell’ultimo mese, si affiancano sovraffollamento e carenze rieducative eclatanti in strutture come quella di Biella o il Don Soria di Alessandria, mentre progetti virtuosi come quelli presso il carcere di Saluzzo e il San Michele di Alessandria, vengono interrotti”. “Da inizio 2026 - aggiunge - abbiamo visitato sette strutture di detenzione del Piemonte, riscontrando una situazione drammatica: sovraffollamento, strutture fatiscenti, sofferenza psicologica, tensione tra i detenuti, carenza di personale e in particolare di educatori, misure disciplinari usate a fini meramente punitivi decise dal Dap di Roma”. “Tornare ad accendere un faro su questa situazione in Consiglio regionale - rimarca - è assolutamente necessario: anche la Regione deve farsi carico, almeno per quanto riguarda la sanità e i percorsi di reinserimento lavorativo, di una situazione che è indegna di un paese civile”. Roma. Carcere e dipendenze, a Regina Coeli un nuovo modello di presa in carico di Ilaria Dioguardi vita.it, 9 aprile 2026 Per le persone detenute con dipendenze da sostanze, le terapie long-acting sono efficaci? Le strutture penitenziarie in Italia che le utilizzano sono 24 su 190, tra cui la casa circondariale di Roma: “Il nostro modello prevede una serie di innovazioni, dai trattamenti motivazionali all’utilizzo della realtà virtuale”. Dialogo con Adele Di Stefano, responsabile unità operativa semplice dipartimentale Salute mentale e Dipendenze in ambito penale del dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 1. Dalla Relazione al Parlamento 2025 sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia risulta che, nel corso del 2024, le persone tossicodipendenti entrate in carcere sono state complessivamente 16.890 (8.700 nel primo semestre e 8.190 nel secondo), il 39% dei 43.489 ingressi totali. Si sta aprendo un confronto sempre più ampio tra sistema sanitario, magistratura e comunità terapeutiche su nuovi modelli di presa in carico di detenuti con dipendenze da sostanze. Tra le innovazioni emergono nuove terapie farmacologiche a lunga durata d’azione, che possono ridurre i rischi legati alla gestione quotidiana dei farmaci e semplificano i processi organizzativi sanitari. Inoltre, contribuiscono a limitare traffico e uso improprio delle terapie, favoriscono continuità di cura dopo la scarcerazione. Le strutture penitenziarie in Italia che utilizzano i farmaci long-acting sono 24 su 190, tra queste la casa circondariale Regina Coeli. Nella casa circondariale di Roma, sono ospitati 812 detenuti, a fronte di 628 posti regolamentari di cui 56 non disponibili (dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 6 aprile 2026). In quest’istituto sono state attivate terapie long-acting per chi ha dipendenze da sostanze. In totale, in sette mesi 21 pazienti hanno assunto il nuovo farmaco. A margine di un incontro organizzato dall’Università Lumsa, in collaborazione con istituzioni sanitarie e penitenziarie e con il contributo non condizionante di Molteni Farmaceutici, approfondiamo l’argomento con Adele Di Stefano, responsabile unità operativa semplice Dipartimentale salute mentale e dipendenze in ambito penale del Dipartimento di salute mentale Asl Roma 1. Di Stefano, vuole raccontarci come sta andando il trattamento con farmaci long-acting a Regina Coeli? Non siamo i primi e non siamo gli unici in Italia ad aver introdotto il farmaco long-acting, ma forse l’unicità è sul modello dell’unità operativa. Regina Coeli è un grande carcere di passaggio di una città metropolitana, vi transitano tantissime persone l’anno, circa 6mila, con un livello di marginalità enorme. Molte di queste prima del carcere non avevano mai intercettato i servizi sanitari, vuoi perché molte sono persone senza fissa dimora di una grande metropoli. Uno dei nostri compiti è quello di riuscire a dare una diagnosi a persone che prima non erano mai state trattate nell’ambito delle dipendenze. L’unità operativa si è strutturata per non suddividere in due servizi differenti, ovvero il servizio per le dipendenze - SerD e i servizi per la salute mentale - Csm. Noi unifichiamo in un unico servizio sia problemi psichiatrici sia quelli delle dipendenze. Il nostro modello, poco diffuso in Italia, prevede una serie di innovazioni. Può farci qualche esempio? Le innovazioni riguardano vari aspetti: le misure alternative, i trattamenti motivazionali, l’introduzione della realtà virtuale. Sicuramente siamo tra gli istituti penitenziari che stanno diffondendo di più il passaggio alla terapia long-acting. Fino a qualche anno fa il farmaco era somministrato con compresse. Ma c’era un problema di misuso e diversione, il paziente poteva usarlo in una maniera impropria, diversa da quella prescritta: lo accumulava, lo usava in modo non corretto, c’era un problema di compravendita di farmaci. Siamo passati in un primo momento a una formulazione sublinguale, una specie di cerotto che si mette in bocca, ma anche questa modalità portava alle stesse problematiche. Inoltre, si tratta di formulazioni assunte quotidianamente, tutti i giorni il paziente veniva portato dalla polizia penitenziaria in ambulatorio e l’infermiere somministrava il farmaco. Il grande cambiamento c’è stato nel momento in cui è stato introdotto in Italia lo stesso farmaco, però con una formulazione iniettiva, che ha due vantaggi. Quali sono i vantaggi? Il più banale è che interrompe ogni misuso e diversione perché il farmaco è iniettato: non c’è più la possibilità di scorrette assunzioni o di compravendita. Il valore intrinseco è che dà una copertura differente, relativamente alla sintomatologia a tutti gli effetti del farmaco, quindi dà una stabilizzazione maggiore nel giro di poche settimane, finché poi non si passa (in alcuni casi anche in tempi molto brevi) alla formulazione mensile. Quindi, i pazienti assumono la terapia una volta al mese per via iniettiva e diminuisce anche quella dipendenza rituale di ogni giorno di dover andare ad assumere la terapia: dà un gradiente di libertà maggiore oltre che tutta una copertura farmacologica maggiore. Che succede se una persona viene trasferita in un altro istituto? Adesso nel Lazio, in quasi tutti gli istituti c’è stata l’introduzione del farmaco long-acting. Se la persona passa ad un carcere in cui non c’è stata l’introduzione a questa terapia farmacologica, dovrà ritornare alla vecchia formulazione quotidiana. Da quando è stato introdotto il farmaco long-acting a Regina Coeli? Da agosto 2025, noi abbiamo passato i pazienti che trattavamo con il medesimo farmaco, dalla formulazione con il cerotto sublinguale a quella long-acting, quindi iniettiva. Per far questo ed evitare, come era successo in alcune carceri, che alcuni rifiutassero la terapia (perché prima non la assumevano correttamente, o la vendevano o non la assumevano proprio), negli anni abbiamo fatto un attento lavoro di monitoraggio delle corrette assunzioni, in modo tale da modificare i piani terapeutici qualora non fossero assunti nella maniera prevista. La particolarità della nostra esperienza è che, nel momento in cui c’è stato lo switch da una formulazione all’altra, non abbiamo avuto nessun rifiuto di terapia. Secondo lei, perché non c’è stato nessun rifiuto di terapia? Hanno contribuito due elementi. Il primo, l’aver verificato negli anni la corretta assunzione, anche con tanti trattamenti di psicoeducazione relativamente a una corretta terapia farmacologica. Ciò è stato portato avanti con un lavoro integrato tra il medico, l’infermiere e lo psicologo. Il secondo elemento è l’aver spiegato, con incontri di gruppo con tutti i pazienti che assumevano questa terapia, prima del passaggio alla formulazione iniettiva, come sarebbe stata assunta e gli effetti. Abbiamo risposto a tutte le loro domande, alcuni avevano timore che fosse una sperimentazione sui detenuti, che fossero una sorta di “cavie”. Abbiamo affrontato prima tutti i dubbi e le paure, dovute anche al fatto di avere in carcere minore accesso alle informazioni. Dopo l’inizio della terapia farmacologica iniettiva, altre persone che assumevano un altro farmaco hanno chiesto di passare alla somministrazione iniettiva perché avevano visto la maggior copertura e, soprattutto, un maggior gradiente di libertà rispetto alla all’assunzione quotidiana. Il riscontro è positivo? Il riscontro è molto positivo. A Regina Coeli c’è un grande movimento di ingressi e di uscite, le persone con cui abbiamo iniziato non sono quelle attuali perché magari sono uscite e ne sono entrate altre. Abbiamo trattato 21 persone finora, in questo momento ce ne sono in terapia 15. Ma non è importante tanto il singolo numero, quanto l’effetto moltiplicatore che c’è nel tempo e, soprattutto, la possibilità che il farmaco possa dare un’altra regolarità di vita, oltre gli effetti intrinseci del farmaco somministrato con una formulazione lunga piuttosto che quotidiana. Per noi questa innovazione si inserisce nell’ambito di tutta una serie di interventi che facciamo, mirati a creare una continuità, una possibilità di vita del detenuto in vista di un reinserimento successivo. Sono collegati anche a un nuovo modello su come attivare le misure alternative alla detenzione, sui trattamenti motivazionali interni. Non abbiamo puntato solo al trattamento farmacologico: questo è stato negli anni un grande cambiamento. Il carcere è un momento difficile per una persona, c’è una privazione di libertà, ma può essere un’occasione per iniziare delle cure, soprattutto laddove non siano mai state effettuate o non ci sia mai stata una motivazione sufficiente a intraprendere delle cure più regolari. Il farmaco è uno dei passaggi, come dicevo abbiamo strutturato una serie di trattamenti. Ci spiega meglio? Abbiamo strutturato dei trattamenti motivazionali interni, individuali o di gruppo, standardizzati per riuscire a raggiungere una maggiore consapevolezza di malattia e una maggiore motivazione al trattamento, che poi può essere fatto più facilmente in misura alternativa. L’obiettivo è evitare che le misure alternative alla detenzione, che sono previste per legge, siano richieste soltanto come modalità per non effettuare la detenzione in carcere. Nelle patologie da dipendenza la possibilità di raggiungere un obiettivo pianificando le proprie strategie è una competenza che viene a essere deficitaria anche a causa della patologia. Quindi, fare un trattamento motivazionale, di fatto, è trattare la patologia stessa. In che modo usate la realtà virtuale? Abbiamo introdotto l’utilizzo di realtà virtuale per la riabilitazione psichiatrica. Con dei visori, utilizziamo due programmi. Uno facilita il rilassamento e le tecniche di mindfulness, è finalizzato a favorire, insieme ad altri trattamenti più tradizionali, una migliore regolazione emotiva. Le tecniche di rilassamento in carcere sono importantissime: c’è un’impulsività, un ricorso alla all’aggressività e alla violenza abbastanza istintivo. Imparare a riconoscere e regolare le proprie emozioni, a rilassarsi è molto importante. Sempre in realtà virtuale, proponiamo dei programmi con dei software che riguardano alcuni aspetti cognitivi, come l’attenzione, la memoria, la capacità di concentrazione e di problem solving. Sono tutte competenze che, con il disturbo da uso di sostanze, diventano più deficitarie. Quindi, l’utilizzo della realtà virtuale potenzia alcuni effetti del trattamento, che viene fatto anche con le tecniche tradizionali di riabilitazione psichiatrica. Da quanto tempo lei lavora a Regina Coeli? Dall’inizio del 2022. Sono quattro anni che abbiamo istituito questa unità operativa, prima c’era un SerD esterno che entrava con i colleghi del Centro di salute mentale. La compresenza di grave patologia mentale e di uso di sostanze riguarda gran parte delle persone con una patologia mentale in carcere. C’è una popolazione che è specifica di Regina Coeli, con la presenza di un alto numero di stranieri. In media, in carcere la popolazione straniera è più del 30%, a Regina Coeli corrisponde a più del 50%: è una vera comunità multietnica. Noi abbiamo dei mediatori culturali della Asl per poter interfacciarci, non solo per la lingua ma anche da un punto di vista culturale. Il problema di poter comunicare con persone provenienti da tutto il mondo è specifico degli istituti di pena delle grandi metropoli. Modena. Storie ed esperienze dal carcere: percorrere vie di giustizia di Luigi Lamma notiziecarpi.it, 9 aprile 2026 È passato poco più di un mese dal convegno modenese sul tema della giustizia riparativa dal titolo eloquente “Educare al bene all’ombra del male - Quali vie di giustizia sono possibili oggi?”. Quando si parla di “vie di giustizia” si fa riferimento innanzi tutto ad una responsabilità sociale che ha come presupposto e fine la dignità di ogni persona detenuta, da qui la denuncia della situazione drammatica conseguente al sovraffollamento delle carceri con tutto ciò che ne consegue. C’è però anche la “via di giustizia” delle opere, della solidarietà, della vicinanza concreta alle persone. Parte da qui la collaborazione con la cooperativa Eortè per realizzare un “viaggio” dentro la Casa Circondariale Sant’Anna di Modena, per conoscere, ascoltare, avvicinare una realtà spesso percepita come lontana indipendentemente dalla distanza geografica. Occorre, quando si parla di carcere, andare oltre le semplificazioni, superare pregiudizi radicati, conoscere i luoghi e le persone prima di giudicare, lasciandoci interrogare dalla realtà. Il carcere è uno di quei contesti che più facilmente restano ai margini del racconto pubblico e anche ecclesiale, se non quando emergono fatti drammatici o di cronaca nera. La Chiesa esorta a non considerare il carcere come un “altrove”, ma come un luogo che interpella la coscienza collettiva, chiedendo lavoro vero, relazioni autentiche e percorsi di responsabilità condivisa. Lo stesso vescovo Erio con la sua attenzione alla realtà del carcere modenese ha più volte ricordato il valore del lavoro e delle relazioni umane da offrire alle persone detenute, perché restituiscono dignità, speranza e senso anche nel tempo dell’attesa e del limite. È in questa prospettiva che il carcere assume un significato sociale e comunitario, e non solo penale. Le “vie di giustizia” che si percorrono nel carcere vanno raccontate in una logica di condivisione e restituzione, perché gli attori sono molti di più di quanto non ci si possa immaginare e anche di questa mobilitazione della cooperazione sociale e del volontariato è importante dare testimonianza. La Casa Circondariale di Modena - come molte carceri italiane - parla ogni giorno di fatiche, fragilità, solitudini, attese e fallimenti, ma anche di tentativi di riscatto, relazioni possibili, lavoro, formazione e responsabilità. Racconta la vita delle persone recluse, ma anche quella degli agenti di Polizia Penitenziaria, degli educatori, degli psicologi, dei medici, degli insegnanti e dei tecnici; e racconta il lavoro silenzioso e quotidiano di tante realtà del territorio. Si parte da un laboratorio di pasta fresca e si spalanca un mondo dove ci si sforza di “educare al bene all’ombra del male” e quell’organizzazione del bene, a cui ci ha richiamati il vescovo Erio, come risposta reale per costruire relazioni di pace non solo dentro al carcere ma di riflesso anche nella società. Sarà un percorso fatto di incontri e di gesti concreti per rispondere all’esigenza di informazione, per stimolare confronto e suscitare laddove possibile condivisione e solidarietà. Novara. Scarpe e vestiti in dono ai detenuti dai giovani avvocati di Marco Benvenuti La Stampa, 9 aprile 2026 L’iniziativa in occasione delle festività pasquali. “Vesti la speranza. Svuota l’armadio, riempi il cuore”. È l’iniziativa che ha portato i giovani avvocati novaresi dell’Aiga, in collaborazione con il Comune di Bellinzago, a raccogliere abbigliamento e calzature maschili da portare ai detenuti della casa circondariale di Novara, in occasione della festività pasquali. Qualche giorno fa una delegazione compostadalla presidente Federica Airò Farulla, da Federica Barbero, delegata dell’osservatorio nazionale Aiga Carceri, e dalla segretaria del direttivo novarese Simona Pontini, ha effettuato la consegna in occasione di un incontro con l’attuale direttore in via Sforzesca, Mario Peraldo Gianolino, e con la comandante della polizia penitenziaria Maria Lupi. “Per dignità e speranza” - “In un periodo di ampia crisi economica e dei valori - spiega l’avvocato Barbero - i giovani avvocati hanno pensato a una raccolta di vestiario (si è svolta dal 23 al 26 marzo al palazzo comunale di Bellinzago Novarese, e fra i colleghi e gli operatori giudiziari, ndr) finalizzata a migliorare le condizioni materiali di vita dei detenuti, donare loro dignità e speranza, ai di là degli errori commessi. All’interno del carcere, infatti, molti sono privi di vestiti perché spesso soli e senza denaro. Al di fuori della realtà detentiva non possono contare su nessuno”. I problemi che restano - Ma l’incontro è servito anche all’Aiga anche per raccogliere informazioni e dati utili per comprendere il quadro nazionale della situazione, “con finalità non solo di individuare eventuali criticità e valorizzare le buone prassi, ma anche di alimentare una riflessione concreta e consapevole sul sistema carcerario”. Fra i nodi centrali, a livello nazionale, c’è sempre quello del sovraffollamento: in tempi recenti, vista la presenza numerica elevata, molti detenuti novaresi vengono indirizzati verso altri istituti piemontesi e in Valle d’Aosta. Il virus dell’eroina. Da Lucky Luciano alle stragi di mafia di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 9 aprile 2026 C’è un ragazzo morto nel bagno di un cinema di Palermo, nel 1979. Vent’anni, forse meno. Una siringa accanto al corpo, la felpa strappata, il pugno chiuso. Nessuno lo reclama, nessuno sa come si chiami. Massimiliano Iervolino apre con questa immagine il suo “Il Contagio” della Marlin Editore, e fa bene a farlo, perché in quel corpo abbandonato c’è già tutto il senso del libro: la mutazione silenziosa di Cosa Nostra, il modo in cui un’organizzazione criminale arcaica ha cambiato natura grazie all’eroina, diventando qualcosa di molto più pericoloso di quanto chiunque avesse immaginato. Prima di entrare nel merito del libro, vale la pena dire una cosa che Iervolino, ex segretario dei Radicali Italiani, non dice esplicitamente ma che il libro impone di pensare. Da anni, il racconto pubblico sulla mafia è stato oscurato da teorie romanzesche: dietrologie stratificate, trame di Stato costruite a tavolino, connessioni occulte usate come chiave di lettura universale. Quelle narrazioni hanno avuto vita lunga, sono entrate nelle facoltà universitarie, hanno riempito convegni. Recentemente, persino nell’aula di Giurisprudenza di Palermo si sono udite ricostruzioni che nulla hanno a che vedere con i fatti, la Storia. Il problema non è la complessità: la storia di Cosa Nostra è complicata per davvero. Il problema è che il teorema complottista, quando prende il posto dell’indagine documentale, finisce per spostare l’attenzione da ciò che conta. E ciò che conta, come insegnò Giovanni Falcone, è il denaro. Sono gli interessi economici. È quando li senti minacciare sul serio che la mafia ricorre agli omicidi eccellenti e alle stragi. Il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino fu devastante proprio perché colpì lì, nel cuore del sistema economico di Cosa Nostra. Il Contagio parte esattamente da questo punto, e lo fa con rigore documentale. Il libro di Iervolino è costruito su sentenze, relazioni parlamentari, atti processuali, rapporti internazionali e cronache d’epoca. Non ci sono confidenze di pentiti conosciuti per la prima volta dall’autore, non c’è spazio per le voci non verificabili. Lo stesso autore segnala nell’introduzione di aver cercato accesso alle carceri per raccogliere testimonianze dirette: gli è stato negato. Una richiesta formale è rimasta senza risposta, un’interrogazione parlamentare depositata dall’onorevole Giulia Pastorella non ha ottenuto chiarimenti. Da questa chiusura istituzionale nasce una scelta metodologica precisa: seguire i documenti, rimettere in fila le prove, ascoltare il silenzio delle omissioni. È una postura intellettuale onesta e, in un panorama editoriale spesso orientato allo scoop narrativo, anche piuttosto rara. La tesi centrale è dichiarata senza esitazioni: tutto è cominciato con l’eroina. È da lì che la mafia ha ricavato tonnellate di miliardi. Quei soldi che saranno investiti nel giro dei grandi appalti, la corruzione politica e la militarizzazione vera e propria. La svolta nasce dall’incontro tra la mafia siciliana e quella americana, un rapporto che si consolida nel 1957 durante il summit segreto all’Hotel delle Palme di Palermo, quando le due organizzazioni iniziano a parlare seriamente di droga. Da quel momento si apre un arco di trentasei anni - fino all’arresto di Totò Riina nel 1993 - in cui Cosa Nostra passa dai campi alle città, dall’intimidazione fisica al dominio economico, dall’onore al profitto puro. Per capire questa trasformazione, Iervolino fa una cosa importante: comincia dall’America. La mafia americana, nata nell’emigrazione siciliana e cresciuta nel Proibizionismo, aveva già imparato decenni prima cosa significa trasformare il crimine in impresa. Tra il 1920 e il 1933, con il divieto degli alcolici, i clan avevano costruito rotte, logistica, strutture di distribuzione, sistemi di corruzione politica. Quando il Proibizionismo finì, quell’organizzazione era già un sistema stabile, gerarchico, capace di generare profitti miliardari e di reinventarsi. Lucky Luciano e la Commissione ne avevano fatto un modello globale. Quando quel modello tornò in Sicilia, attraverso uomini e capitali, non si limitò a influenzare la vecchia struttura contadina: la contaminò dall’interno. Fu un contagio di ritorno, economico e culturale insieme. Il libro ripercorre la storia della mafia siciliana con una lucidità che non concede nulla al folklore. Le origini agrarie, il controllo delle terre, la violenza al servizio dei proprietari terrieri, la trasformazione urbana con il “Sacco di Palermo” degli anni Sessanta. La speculazione edilizia viene ricostruita con dati precisi: più di quattromila permessi edilizi concessi in quegli anni, tremila dei quali rilasciati a cinque prestanome, tra cui pensionati nullatenenti come Salvatore Milazzo, Lorenzo Ferrante, Michele Caggeggi, Francesco Lepanto e Giuseppe Mineo. Dietro di loro operavano figure come Vito Ciancimino, assessore ai Lavori pubblici con origini corleonesi, e Salvo Lima, garante politico democristiano del sistema. La prima guerra di mafia degli anni Sessanta viene narrata senza semplificazioni. La scintilla, secondo diverse versioni tra cui quella di Tommaso Buscetta, fu una partita di eroina diretta verso gli Stati Uniti, finanziata da più famiglie. Quando il denaro non tornò e Calcedonio Di Pisa venne accusato di trattenere i profitti, la tregua saltò. Fu la prima volta che l’eroina entrò come causa diretta di un conflitto interno a Cosa Nostra. La strage di Ciaculli del 30 giugno 1963, con sette morti tra militari e carabinieri uccisi dall’esplosione di un’Alfa Romeo Giulietta, scosse il Paese e produsse una reazione dello Stato: milleduecento fermati, scioglimento di diversi comuni, crisi della struttura di comando. La Commissione fu sospesa. Sembrò, per un momento, una vittoria. Non lo era. Le sentenze di assoluzione del 22 dicembre 1968 a Catanzaro per quarantaquattro imputati, e del 10 giugno 1969 a Bari che prosciolse Luciano Liggio, Salvatore Riina e Calogero Bagarella, certificarono la disfatta giudiziaria dello Stato. I rapporti parlamentari dell’epoca lo scrissero con chiarezza: quella sentenza conferì rinnovato prestigio a chi ne era uscito indenne e provocò una nuova ondata di omertà nella popolazione. La mafia capì che poteva permettersi di ricominciare. Ed è in questo snodo che il libro di Iervolino diventa veramente importante. Perché l’eroina non fu solo una nuova fonte di profitti: fu il meccanismo che permise ai Corleonesi di compiere la loro scalata interna. Con i soldi della droga, Riina e i suoi costruirono un potere verticale, militarizzato, impermeabile. I vecchi equilibri vennero spazzati via. La mafia smise di essere un sistema fondato sulla prossimità sociale e divenne una forma di capitalismo occulto. Iervolino usa una metafora che attraversa l’intero libro: il contagio. L’eroina si diffuse in Sicilia come una malattia, trasformando tutto ciò che toccava. Trasformò le famiglie, le geopolitiche interne, le alleanze internazionali, la struttura stessa del potere criminale. E trasformò il territorio: quel ragazzo anonimo nel bagno del cinema era il segno visibile di una mutazione che stava avvenendo a un livello molto più profondo, nell’economia e nella politica dell’isola. Il libro si chiude, almeno nell’arco temporale che copre, con l’arresto di Riina nel 1993 e con la domanda implicita che Falcone aveva già posto in vita: se vuoi battere la mafia, devi batterla sul terreno economico. È la lezione del maxiprocesso, il più grande nella storia della lotta a Cosa Nostra, costruito non su suggestioni ma su prove, flussi di denaro, organigrammi, connessioni finanziarie. Quella lezione non è mai invecchiata. Il Contagio ha il merito di ricordarcela con la forza di chi conosce i documenti e non ha bisogno di romanzare la realtà per renderla interessante. La realtà, in questo caso, è già abbastanza. Le “Dieci parole tradite” con cui si può raddrizzare la nostra civiltà smarrita di Gigi Riva Il Domani, 9 aprile 2026 In “Dieci parole tradite” Venanzio Postiglione sembra suggerire che ci sono alcune parole chiave da reinterpretare, riscoprire, rispolverare soprattutto in questi tempi tristi in cui si è smarrita la bussola della convivenza. E attraverso le quali trovare i correttivi per raddrizzare il “legno storto della storia”. Delle “Dieci parole tradite”, che Venanzio Postiglione vicedirettore del Corriere della Sera ha scelto per raccontare in un libro come si è corrosa la lingua e dunque l’interpretazione del mondo, forse la più soggetta agli equivoci è “misura”. Perché si porta appresso, soprattutto quando si è giovani dunque piromani, una serie di sinonimi o di assonanze che alludono a una assai poco aurea mediocrità. La misura è il centro politico ai tempi del fanatismo ideologico dominante, è l’equilibrio tra fazioni, il né né, o, se volete, il “ma anche”. È una dote attribuita agli anziani che abbondano in una società invecchiata in cui, per paradosso, prevale nell’immaginario e nei comportamenti il giovanilismo anche quando si è raggiunta un’età in cui si dovrebbe essere pompieri. Dunque risulta assai più eccitante il suo opposto, l’eccesso, la dis-misura, se fosse musica il confronto sarebbe tra la classica e l’hard-rock. L’immaginazione e la catastrofe: affrontare l’Apocalisse guardando al passato Il doppio Postiglione, nella sua opera di restituzione della dignità originaria al “verbo” cioè alla parola, scava nelle radici semantiche e le valorizza per paragone. Riscattare la misura dal limbo del grigio equilibrio, tra il celeste del paradiso e il rosso fuoco dell’inferno, gli viene facile illustrando i disastri del suo doppio. E il suo doppio è Donald Trump, quello che “nessuno aveva mai fatto ciò che ho fatto io in Medio Oriente da tremila anni”, o che, “cancellerò in una notte un’intera civiltà”. Il doppio sono i manager che nello smodato sistema liberista finito fuori controllo guadagnano mille volte più degli operai della stessa fabbrica. Il doppio sono le ingiustizie sociali che mettono fuori corso uno dei tre pilasti della Rivoluzione francese, l’uguaglianza (un altro, la fraternità, è sepolto sotto le acque del mar Mediterraneo, sono i migranti andati in pasto ai pesci quando un tempo era un punto d’onore l’ospitalità al foresto). L’autore prende in prestito, per giustificare l’assunto della superiorità di ciò che sta in mezzo proverbialmente la virtù, quanto è inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, la saggezza degli antichi, “medèn àgan”, nulla di troppo, “gnothi sautòn” conosci te stesso, e di conseguenza abbi consapevolezza del tuo limite. Il limite è una frontiera, è la geografia che segna un territorio, codici antichi, ormai superati se Vladimir Putin si vuole annettere l’Ucraina, il solito Trump rapisce il presidente venezuelano, ha mire sulla Groenlandia e, in un corso accelerato di pulizia etnica persino della toponomastica, ribattezza Golfo d’America il Golfo del Messico. A Minneapolis assassinata la verità, Trump usa le bugie per comandare Tavole della legge Ieri e oggi. Venanzio Postiglione sembra suggerire che, se “in principio era il verbo”, incipit del Vangelo secondo Giovanni, allora alcune parole chiave, che stanno agli albori della lingua e hanno segnato il cammino del progresso degli umani, possono essere considerate come delle tavole della legge laiche. Da reinterpretare, riscoprire, rispolverare soprattutto in questi tempi tristi in cui si è smarrita la bussola della convivenza. E attraverso le quali trovare i correttivi per raddrizzare il “legno storto della storia” (copyright, Immanuel Kant). Vista la professione tanto amata, nel decalogo dell’autore non poteva mancare la verità. A partire dalla domanda di Ponzio Pilato a Gesù e rimasta senza risposta che segna larga parte della cultura occidentale, oltre che della religione: “Quid est veritas?”. Che cosa è la verità? Quanto di più attuale ora che le possibilità manipolatorie regalate dalla tecnologia, soprattutto dall’intelligenza artificiale, obbligano a dubitare di quanto si legge e persino di quanto si vede. Il potere a qualunque titolo esercitato si prende il diritto truffaldino di scambiare l’ordine di addendi troppo diversi per pretendere di propagandare lo stesso risultato: non più la realtà che genera l’opinione ma l’opinione che costruisce la realtà. Eppure anche tra il dilagare delle fake news e nel buio della ragione si possono ripescare i classici e seguire una stella polare come Galileo Galilei, riadattare il suo metodo delle “sensate esperienze” e delle “necessarie dimostrazioni”. Senza mai stancarsi di cedere davanti alla fiorente fabbrica del falso. La verità è la prima vittima della guerra, ha scritto un premio Nobel per la letteratura come Ivo Andri?. Eppure il sudore artigianale di ostinati cronisti, sebbene a posteriori, ha sempre permesso di smascherare le menzogne. Le dieci parole del libro sono: democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento, verità. Sono un po’ ammaccate. Ma se curate, maneggiate con cura e restituite al loro splendore possono aprire una speranza. La speranza (elpis), l’unico elemento rimasto nel vaso della bellissima Pandora dopo che l’ebbe aperto liberando tutti i mali che si riversarono nel mondo. In fondo Venanzio Postiglione ha scritto un libro ottimista. So di non voler sapere: il miglior saggio sull’ignoranza comincia con un sequel del mito della caverna. Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento (Solferino 2026, pp. 190, euro 17) è un libro di Venanzio Postiglione. “Cattiva strada”, adrenalina e solitudine ai margini di Bari di Niccolò Della Seta Issaa Il Manifesto, 9 aprile 2026 Nell’esordio di Davide Angiuli le storie di Agust e Donato, tra crimine e voglia d’evasione. Un film può parlare di marginalità, con un punto di vista contemporaneo, anche senza essere per forza ambientato a Roma o Napoli. È il primo pensiero che ho avuto dopo aver visto il brillante esordio del regista barese Davide Angiuli, “Cattiva Strada”, uscito nelle sale il 26 marzo e presentato in anteprima all’ultima edizione del Bif&st. Donato (Malich Cissè), un diciottenne di origini africane, lavora a Bari come guardiano in un parcheggio sotterraneo. Un impiego precario e pagato una miseria, ma che gli serve disperatamente per le medicine della nonna adottiva malata di Alzheimer. Una sera, mentre sta per staccare da un turno, all’improvviso dal sedile posteriore della sua auto sbuca un uomo che gli punta un coltello alla gola. È Agust (Giulio Beranek), un piccolo criminale albanese che lo costringe ad accompagnarlo nel furto di alcuni gioielli in un appartamento. Dopo essere stato licenziato in tronco per aver lasciato incustodito il parcheggio, Donato si propone come autista fisso per i “lavori” di Agust, che accetta. Da un incontro accidentale, il rapporto fra i due protagonisti si evolve in un ambiguo legame fraterno che gioca sul confine fra amore e odio. Nelle infinite nottate passate in macchina - un’icona di libertà e movimento, che qui si trasforma in prigione di metallo - le loro due esistenze solitarie cominciano a farsi compagnia a vicenda ed è come se i furti diventassero solo una scusa per dare adrenalina a una vita altrimenti grigia e apatica. Agust spiega a Donato le antiche leggi del Kanun (il codice d’onore albanese basato sulla vendetta), lo invita a casa sua, gli presenta la mamma e la sorella minore. Scopriamo che, proprio a causa del Kanun, Agust è ricercato da un’altra famiglia albanese che vuole ucciderlo. Donato invece gli racconta di come da bambino i suoi genitori l’abbiano abbandonato e da allora non li ha più rivisti. Cattiva Strada è essenzialmente un viaggio alla ricerca di una nuova appartenenza, di cui anche noi entriamo a far parte fino al punto che i protagonisti ci appaiono reali, tangibili. Li accompagna un ritmo teso e ansiogeno, l’elemento che su tutti si dimostra azzeccato, aiutato dalla spinta della musica elettronica che fa da colonna sonora. Proprio durante un rave si svolge la scena più toccante, che rende evidente l’ispirazione da parte di Angiuli al cinema di Claudio Caligari - soprattutto Non essere cattivo. Agust e Donato, dopo aver sniffato una polvere bianca indefinita, ballano fino all’alba. È l’unico attimo che fa percepire un velo di temporanea serenità. Cattiva Strada non è però un film che vuole direttamente denunciare le condizioni di chi vive ai confini della società, lo si potrebbe pensare solo se visto in maniera laterale, come conseguenza. Riesce anche a sfuggire ai cliché dei film sulla criminalità, come ad esempio quello del giovane inesperto che con astuzia riesce a diventare un boss. Si tratta piuttosto di una lenta discesa nelle tenebre della vita di tutti i giorni, che da subito percepiamo non potrà mai volgere a lieto fine. Un altro aspetto di valore è la scelta di non soffermarsi eccessivamente sul passato della coppia di protagonisti, che viene solo lasciato intuire, con dei piccoli indizi sparsi nei dialoghi. E lo stesso vale per il giudizio della macchina da presa, che non risulta mai imposto ma rimandato indietro verso di noi. Ma è la Bari periferica che ci mostra Angiuli la vera protagonista di Cattiva Strada. La città acquisisce delle sembianze oscure, lontane dall’immagine patinata di un territorio oggi divorato dal turismo di massa, per trasformarsi in delle sabbie mobili fatte di cemento e strade sconnesse che in ogni momento potrebbero inghiottire Donato e Agust senza lasciare traccia. Giuli e il film su Regeni: un errore non finanziarlo. Le tensioni con Mollicone di Ilario Lombardo e Francesca Paci La Stampa, 9 aprile 2026 Il ministro: c’è un valore morale a prescindere dalla qualità del documentario. Gli toccherà anche questa volta mettere una toppa, o quantomeno provarci. Al Question Time di oggi il ministro della Cultura Alessandro Giuli disconoscerà una decisione presa dalla commissione che risponde alla Direzione Cinema del suo stesso dicastero. Perché la discrezionalità dei membri è una scusa che non regge di fronte all’evidenza: e cioè, come lo stesso Giuli ha confessato a suoi, che la storia di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso a Il Cairo dai servizi segreti egiziani, “possiede un intrinseco valore culturale, sociale, politico, morale, internazionale, a prescindere dalla qualità artistica dello specifico documentario che ancora non ho visto”. Non è concepibile per il ministro, dice chi lo conosce, escludere il documentario su Regeni, Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti, vincitore del Nastro della Legalità 2026, in una selezione che premia con i contributi pubblici - come scritto nella mission - “film di particolare qualità artistica, personaggi e avvenimenti dell’identità culturale nazionale”. È un controsenso. Talmente enorme che ieri due dei quindici membri della commissione Selettivi, a sua volta divisa in tre sezioni, hanno presentato le proprie dimissioni. Sono Massimo Galimberti e il critico cinematografico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti. Hanno lasciato l’incarico nonostante non facessero parte della cinquina che ha decretato altre esclusioni eccellenti, come il film The Echo Chamber, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, a tutto favore di opere di discutibilissima qualità. Nella relazione in Parlamento, Giuli risponderà a interrogazioni e interpellanze di Pd, Avs e Più Europa che pretendono chiarimenti su quale sia stata la ragione delle bocciature, se ci sia stata censura e un mandato politico o se si tratti di un caso di manifesta incompetenza. Il ministro nega di aver avuto un ruolo di manipolazione nelle scelte dei commissari. Fonti a lui molto vicine spiegano a La Stampa che secondo la legge voluta dall’allora ministro del Pd Dario Franceschini, le commissioni devono essere assolutamente libere dai condizionamenti esterni. Per quanto strano possa sembrare, Giuli non era informato. Assicurano che proverà a sanare - anche se non si spiega come - che non sono sue le impronte digitali lasciate su questi finanziamenti imbarazzanti. Perché tali li considera, alla luce anche delgi 800 mila euro finiti a Tony Pappalardo Investigations, film del creatore del Bagaglino, Pier Francesco Pingitore. Al ministero si parla di pressioni ma anche di autocensura, frutto di un preciso clima di destra. Quel che è certo è che due dei cosiddetti esperti della sotto-commissione incriminata hanno a loro volta un referente tra i partiti della maggioranza: l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini è legata alla sottosegretaria con delega al cinema Lucia Borgonzoni, e Pier Luigi Manieri è considerato uomo vicino al deputato romano di Fratelli d’Italia Federico Mollicone. Il nome del parlamentare a capo della commissione Cultura della Camera torna ripetutamente nelle ricostruzioni sui condizionamenti della politica sul cinema e sul ministero. La convivenza forzata tra Giuli e Borgonzoni non impedisce a entrambi di sospettare un attivismo e uno sconfinamento di Mollicone, molto attento a indirizzare le risorse verso opere che siano garanzia di una certa affinità ideologica. I rapporti sono tesi, come ci confermano a margine della proiezione alla Camera di Alla festa della rivoluzione, il film su Fiume che Mollicone ha presentato e voluto patrocinare a Montecitorio con tanto di logo personale. La polemica sui mancati contributi è solo l’ultimo episodio della lunga serie che sta tormentando il MiC e Giuli - già in lite con il Tesoro per i 25 milioni di euro decurtati a favore delle accise - dal caso della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, alla rottura con il direttore della Biennale Pietrangelo Buttafuoco fino alle grane su Cinecittà. Mai il ministero era stato così al centro delle cronache politiche, quanto in questi anni di Giorgia Meloni al potere, con la destra febbrilmente ansiosa di affidare ai propri fedelissimi e amici le poltrone più prestigiose delle istituzioni culturali. Ieri anche una fetta importante del mondo del cinema è tornata a protestare sulla composizione della commissione. Il Coordinamento delle associazioni di autori e autrici 100autori, Anac, Wgi, Air3, Aidac, Acmf ha ricordato di aver più volte sollecitato, “prima il ministro Sangiuliano e poi il ministro Giuli, affinché la nomina degli esperti avvenisse all’insegna della massima competenza e trasparenza”. Galimberti, uno dei due membri dimissionari, che lavorava da anni con il ministero, parla di “una sorta di incompatibilità ambientale, in questa fase, legata a vari fattori, nell’approccio alle procedure, nell’analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti”. Il clima, appunto, di cui si parlava sopra. La violenza non si ferma inasprendo le pene ma con gesti di prossimità, costruendo relazioni, percorsi educativi di Don Antonio Mazzi Oggi, 9 aprile 2026 L’urgenza di recuperare le parole è oggi un imperativo morale, perché sono le prime vittime di questo modo inspiegabile di vivere. L’esperienza di Exodus ci ha permesso di cogliere l’importanza della “parola”, facendone uno dei valori portanti e strumenti educanti. Oggi, purtroppo, abbiamo sottovalutato la potenza che va ridata alla Parola. L’errore più grave sta nell’aver costruito un ripostiglio ideologico dove archiviare i termini per usarli a piacimento. In questo periodo, ad esempio, ci fa gioco tirare fuori la parola “violenza” e manipolarla secondo convenienza: ora in chiave scientifica, ora educativa, ora ricreativa, ora puramente repressiva. Per molti, la parola “violenza” è diventata l’unico metro di giudizio per giustificare una deriva pericolosa: quella di confondere la giustizia con la vendetta-violenza, il rimedio con la cella-galera. Tutti dovremmo avere il coraggio di fermarci - magistratura, forze dell’ordine ed educatori in primis - perché continuando così rischiamo di “prostituire” il senso del vivere civile. Dobbiamo trovare parole che sappiano non solo “disarmare la violenza”, come aveva detto anche Papa Francesco, ma sostituirla con gesti di prossimità. Perfino Dio, prima di “entrare nel mondo” per cambiarlo, si è fatto Parola. Se il Creatore ha scelto il linguaggio per farsi carne, perché noi educatori non lavoriamo per costruire nuove parole e nuove relazioni, invece di inventare nuove punizioni? La strategia educativa sta tutta qui: trovare parole capaci di modificare i gesti e trasformare il “diluvio” dei fatti di cronaca nera in battesimo nel Giordano. Dobbiamo far sì che la gente di strada, e non solo, trovi l’acqua della pace, dell’amicizia, della prevenzione e dell’educazione, invece del metal detector, e dell’aumento dei tempi e dei metodi carcerari con l’ennesimo inasprimento delle pene. Forse sto chiacchierando inutilmente, ma in tutto questo chiacchierare, mi risuona da un po’ una parola che mi piacerebbe cominciassimo a utilizzare noi che lavoriamo tutti i giorni coi i ragazzi e viviamo quotidianamente con loro utilizzando gli strumenti dell’educazione. Eccola. E se chiamassimo le nostre case di accoglienza, le nostre comunità, “villaggio”, potrebbe già la stessa parola farci cambiare lo sguardo? In questo scenario arido, la parola “villaggio” brilla di una luce diversa. È una parola capace di scardinare quei meccanismi che da tempo arrugginiscono la nostra speranza. È il vocabolario che ha permesso a noi di Exodus di vivere 40 anni accanto a ragazzi che il mondo definiva “ospiti”, ma che per noi erano “ragazzi in cammino”, coinvolti e impegnati in progetti educativi personali e di gruppo, come le carovane. Il villaggio non recinge, accoglie. Il villaggio non isola, mette in rete. Questa parola può restituire dignità a un lessico oggi defraudato e svuotato di senso. Dobbiamo avere il coraggio di fermarci e cercare le parole rimaste incastrate tra la lama di un coltello e l’urlo di una rissa. Il villaggio è la proposta educativa a cui stiamo pensando anche per i prossimi 40 anni della mia Fondazione, una sorta di “Exodus due”, una proposta che deve portare segni ben diversi, capaci di percorrere territori che possono stravolgersi anche da un momento all’altro e noi dovremo essere sempre pronti a intervenire. Come cambia la disinformazione, dall’economia dell’attenzione all’AI di Martina Pennisi Corriere della Sera, 9 aprile 2026 Fractured reality, il rapporto pubblicato dal Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea firmato dall’italiano Quattrociocchi, ricostruisce le dinamiche dell’informazione online ed evidenzia i nuovi rischi. Ribaltare l’approccio usato in passato (con i social media) per affrontare un presente ancora più incalzante e impegnativo (con l’Intelligenza artificiale). E difendere la democrazia. È quello che si propone, e propone, di fare Fractured reality, il rapporto pubblicato dal Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea. Fra gli autori anche l’italiano Walter Quattrociocchi, professore di Informatica alla Sapienza Università di Roma, dove dirige il Center of Data Science and Complexity for Society. La conclusione è chiara: non sono state le singole fake news diffuse sui social a minare il dibattito pubblico, in questi anni, ma l’intero sistema informativo basato sull’economia dell’attenzione che contribuisce alla creazione di contenuti eterogenei che confondono e rendono sempre più difficile orientarsi. Un sistema che ci ha scaraventato all’interno di un “fantasy-industrial complex”, come lo definiscono gli autori dello studio, in cui “l’obiettivo della manipolazione dell’informazione […] non è far credere agli individui determinate affermazioni false, ma distrarre e generare sfiducia, e attivare norme, istinti e comportamenti anti-democratici e autoritari”. In una parola: il caos - I passi che ci hanno portato fino a qui sono noti, ma è utile ripercorrerli. Spiega il rapporto: “L’economia dell’attenzione […] privilegia contenuti che minacciano la democrazia perché l’attenzione umana favorisce informazioni negative, emotive e conflittuali”. La collisione fra la natura umana e il modello di business di Facebook e dei suoi discendenti ha dunque fatto sì che sulle piattaforme la qualità dell’informazione sia passata in secondo piano rispetto alla capacità di trattenere l’utente e generare engagement. È così che si sono sviluppate le dinamiche che hanno segnato gli ultimi anni, e che sono state descritte anche dagli studi di Quattrociocchi: polarizzazione, echo chamber e, più recentemente, la frammentazione in echo platform. Si passa da “gruppi relativamente chiusi all’interno delle piattaforme, che creano e rinforzano identità opposte e hanno svolto un ruolo cruciale nella diffusione dei contenuti dannosi” - le eco chamber, a “ecosistemi informativi più ampi e separati”, in cui la migrazione di gruppi di utenti ha portato alla creazione di “ambienti socio-politici in cui la demografia degli utenti, i contenuti e le narrazioni sono allineati sia per progettazione sia per auto-selezione” - le echo platform. Si perde così un terreno informativo comune e, sottolineano gli autori dello studio, “le istituzioni democratiche […] non possono sopravvivere senza un certo grado di realtà condivisa”. Ed è qui che si innesta il “fantasy-industrial complex”, un sistema “auto-organizzato e debolmente coordinato”, che non ha bisogno di un centro unico per produrre e diffondere narrazioni. Spiega il lo studio: “La situazione attuale è una miscela di disinformazione, misinformation, inganno, informazioni fuorvianti ed elementi di verità”. L’Intelligenza artificiale generativa può diventare un ulteriore amplificatore: gli autori citano uno studio basato su 466.769 affermazioni generate da modelli di AI che mostra un “compromesso preoccupante, in cui una maggiore persuasività si basa su contenuti meno accurati dal punto di vista fattuale”. Questo avviene perché la tendenza degli Llm a proporre un testo fluido e convincente può semplificare eccessivamente, distorcere o aggiungere informazioni plausibili ma non accurate. Anche nel caso dell’AI, il rischio principale non è la generazione di notizie false ma la creazione “dell’illusione di conoscenza, soprattutto quando è combinata con i social media” che può degradare “ulteriormente il senso di realtà condivisa”. Si legge: “L’integrazione diretta o indiretta dell’IA generativa nei potenti siti di social media crea quindi una trappola cognitiva sempre più rilevante: l’illusione di conoscenza creata dalla fluidità linguistica di un Llm, dalla sua onnipresenza e dai video realistici non risolve realmente le lacune informative, ma dà comunque all’utente la sensazione che quelle lacune siano state colmate. Combinato con i modelli di business delle piattaforme, questo crea le condizioni per un regime informativo nuovo e distinto, definito “epistemia”. L’epistemia abbassa la soglia di responsabilità nella creazione di contenuti e può favorire un falso senso di competenza negli utenti”. Cosa fare? Cosa non fare, innanzitutto: come sottolinea Quattrociocchi, “non si può pensare di affidarsi solo al cosiddetto debunking delle notizie false”. Fra le soluzioni, il rapporto richiama il ruolo dell’Europa, vista come uno degli attori in grado di intervenire su un ambiente informativo oggi dominato da piattaforme e infrastrutture controllate da soggetti esterni. Gli autori sottolineano inoltre la necessità di creare “nuovi spazi di realtà condivisa, anche nel mondo fisico, che non dipendano dall’economia dell’attenzione” e la possibilità di intervenire sul funzionamento degli algoritmi e sul design delle piattaforme. Mobilitazione nazionale contro il ddl sul Fine vita di Eleonora Martini Il Manifesto, 9 aprile 2026 L’Associazione Coscioni organizza “oltre 100 appuntamenti tra piazze, università e luoghi pubblici, fino al 19 aprile, in 80 città distribuite in tutte le Regioni italiane. Banchetti e iniziative con l’obiettivo di informare e raccogliere adesioni all’appello pubblico”. Ha subito stop and go, lunghi periodi di oblio e improvvise accelerazioni a seconda delle esigenze politiche della maggioranza di governo. Ora il ddl sul Fine vita - di fatto in stallo da nove mesi nelle commissioni Giustizia e Sanità del Senato per incapacità del centrodestra di trovare una sintesi tra posizioni divergenti - calendarizzato in Aula in questi giorni di aprile, formalmente attende ancora il parere della commissione Bilancio. I quasi 150 emendamenti non sono mai stati esaminati e a questo punto molto probabilmente (si deciderà in capigruppo la prossima settimana) arriverà in Aula ai primi di maggio e senza relatore. Ma se casomai il testo base messo a punto dai relatori di maggioranza Zanettin (FI) e Zullo (Fd’I) venisse approvato, “cancellerebbe i diritti conquistati grazie alle azioni di disobbedienza civile e alla sentenza “Dj Fabo - Cappato” della Corte costituzionale”. È quanto sostiene l’associazione Luca Coscioni che ieri in conferenza stampa ha lanciato una mobilitazione nazionale per chiedere alla premier Meloni “il ritiro definitivo” della proposta di legge che iniziò il suo percorso parlamentare in Senato nel luglio 2025 proprio in occasione dell’incontro della premier col Papa. “Oltre 100 appuntamenti tra piazze, università e luoghi pubblici, fino al 19 aprile, in 80 città distribuite in tutte le Regioni italiane. Banchetti e iniziative con l’obiettivo di informare e raccogliere adesioni all’appello pubblico”. È vero in effetti che il ddl che dovrebbe raccogliere e normare le indicazioni della Consulta che nel 2019 riconobbe il diritto ad ottenere dal Ssn l’aiuto al suicidio in determinate condizioni, in realtà va in direzione opposta. Grazie a quella sentenza, infatti, in Italia già “20 persone hanno ottenuto il via libera dal Ssn, in 14 hanno effettivamente avuto accesso al suicidio medicalmente assistito, spesso dopo lunghi percorsi giudiziari”, riassume Filomena Gallo. Mentre Matteo Mainardi, altro leader della Coscioni, ricorda che in mancanza di una normativa nazionale “Toscana e Sardegna hanno già approvato una legge regionale per dare tempi e procedure certe sul suicidio assistito, mentre in Calabria, Lazio, Lombardia e Piemonte, tra poco ripartirà la raccolta firme per depositare le proposte di iniziativa popolare nei consigli regionali”. A fine 2025, infatti, una nuova sentenza della Consulta (204/2025) ha smentito sul punto il governo: “Le Regioni - sostiene Mainardi - sono competenti a legiferare in materia”. Iran. Migliaia di detenuti intrappolati in carcere, tra torture e attacchi aerei La Repubblica, 9 aprile 2026 Prima dell’inizio del conflitto le autorità iraniane hanno arrestato migliaia di persone, tra cui molti minori, dissidenti politici, difensori dei diritti umani, avvocati e operatori sanitari. I prigionieri delle carceri iraniane oggi si trovano ad affrontare una doppia minaccia: la violenza per mano delle autorità, che hanno una lunga storia di massacri e torture all’interno delle prigioni, e i bombardamenti statunitensi e israeliani, scrivono Human Rights Watch (HRW) e Kurdistan Human Rights Network. Per decenni Teheran ha imposto detenzioni arbitrarie su larga scala in totale impunità, con prigionieri tenuti in strutture segrete gestite dagli organi di intelligence. Le due Organizzazioni Non Governative hanno parlato con dodici persone, tra cui familiari di persone arrestate, difensori dei diritti umani e fonti informate su quanto accade nelle carceri, e hanno esaminato le notizie condivise sui social media, le dichiarazioni ufficiali e i resoconti dei media di stato. La situazione nelle carceri oggi. Dall’inizio del conflitto le famiglie dei detenuti hanno ripetutamente chiesto alle autorità iraniane di rilasciare i prigionieri. Alcuni sono stati liberati in cambio di pagamenti molto costosi, ad altri è stato rifiutato persino il permesso temporaneo per motivi umanitari. Nonostante le bombe della coalizione USA/Israele l’Iran continua ad arrestare attivisti, dissidenti, membri di minoranze etniche e religiose come curdi e bahá’í con generiche accuse di aver filmato o fotografato le manifestazioni e avere inviato testimonianze ai media. Il 24 marzo la polizia ha detto di avere arrestato 446 persone per “disturbo dell’opinione pubblica, creazione di paura e ansia nella società, propaganda a favore del nemico e organizzazione online di elementi destabilizzanti”, scrive HRW. Nelle carceri sono state effettuate delle impiccagioni, alcune motivate da ragioni politiche, alimentando i timori di esecuzioni di massa all’ombra della guerra. Almeno otto uomini sono stati messi a morte tra il 18 e il 31 marzo con accuse di spionaggio, ribellione armata contro lo Stato e guerra contro Dio. Nel carcere di Evin. Nella famigerata struttura detentiva di Teheran, i prigionieri sentono esplosioni molto forti, ha raccontato il parente di un detenuto. Sanno che ci sono degli attacchi e che sono vicini, ma non sanno esattamente dove e la loro possibilità di ottenere informazioni è limitata. Tra gli obiettivi colpiti dalle forze israeliane e statunitensi ci sono stazioni di polizia e strutture di sicurezza gestite dal Ministero dell’Intelligence e dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Il calo nella quantità e nella qualità del cibo e la negazione dell’accesso ai farmaci. Alcuni di questi centri sono noti per ospitare prigionieri politici, spesso tenuti in isolamento e in circostanze che configurano delle vere e proprie sparizioni forzate. Alcune fonti hanno riferito al Kurdistan Human Rights Network e a Human Rights Watch che dall’inizio del conflitto armato si è registrato un calo sia nella quantità che nella qualità del cibo e che ai detenuti viene negato l’accesso ai farmaci e alle cure mediche essenziali al di fuori del carcere. Chi protesta rischia rappresaglie e ulteriori violenze. Le leggi iraniane. Prevedono la liberazione dei detenuti per motivi umanitari in tempi di crisi. Una risoluzione del 1986 del Consiglio Giudiziario Supremo consente il rilascio condizionato o su cauzione durante le guerre. Il regolamento penitenziario autorizza il rilascio in caso di disastri naturali, eventi imprevedibili o epidemie. Per il diritto internazionale umanitario le carceri sono strutture civili e il loro bombardamento è considerato un crimine di guerra. Eppure dal 28 febbraio Israele e Stati Uniti hanno effettuato migliaia di raid che hanno preso di mira luoghi vicini alle prigioni di Evin, di Isfahan, di Mahabad, di Zanjan, mentre almeno un carcere, quello di Marivan, sarebbe stata danneggiato da una bomba. Il Libano è fragile e non ha uno Stretto di Hormuz. Per questo è il Paese da sacrificare di Lucia Capuzzi Avvenire, 9 aprile 2026 Mancano le parole per definire l’ultima offensiva di guerra. Così Beirut, senza interessi economici da difendere e con il pesante fardello di Hezbollah che l’ha trascinata nel conflitto, rischia di essere la vittima predestinata della tregua. Alla geopolitica mancano i termini. E il dramma libanese è specchio della penuria semantica. Per descrivere la condizione in cui è intrappolato il piccolo Paese mediorientale - teatro da decenni di guerre da importazione -, le categorie vanno mutuate dal repertorio economico e socio-ambientale. Sono trascorsi 53 anni da quando l’Accademia nazionale delle scienze americana ha coniato l’espressione “zona di sacrificio” per definire gli effetti a lungo termine lasciati dall’estrazione del carbone negli Stati occidentali degli Usa. Una “bomba verbale”, secondo l’autrice Helen Huntington Smith, capace di “dare parole al dolore” - per parafrasare Shakespeare - di intere comunità dimenticate dalle politiche industriali. Più di recente, all’alba del nuovo millennio, Kevin Bales, uno dei più noti studiosi di schiavitù contemporanee, ha elaborato al riguardo la definizione di “persone usa e getta”: un serbatoio di esseri umani in estrema necessità da cui il sistema produttivo globale può reclutare all’infinito. Scartabili e scartati, avrebbe detto papa Francesco. “Zona di sacrificio” e “persone usa e getta” sono diventati assi portanti delle attuali relazioni internazionali. La narrazione della “guerra inevitabile” - non più prosecuzione della politica con altri mezzi ma suo strumento privilegiato -, cominciata con l’Ucraina e perfezionata con Gaza, scava nella geografia del pianeta voragini sempre più grandi, in cui sprofondano territori e popoli. Abissi invisibili per l’informazione, disponibili per la “diplomazia armata”, superflue per i grandi leader. Nemmeno “danni collaterali”, come si era soliti chiamarli un tempo, piuttosto “complici loro malgrado” di cui liberarsi preventivamente. Il Libano è l’ultima di una lunga serie di icone. Almeno, fino alla prossima. Con un lancio di razzi sul nord di Israele, Hezbollah l’ha trascinato in guerra in obbedienza ai diktat di Teheran. Una colpa che l’intera comunità sciita e la nazione tutta sono condannate a espiare, divenendo bersaglio a tempo indeterminato dei bombardamenti di Tel Aviv. Da oltre un mese, raid martellano il sud, della capitale e del Paese, da dove oltre 1,1 milioni di adulti, bambini e anziani sono stati costretti a sfollare. Ma colpiscono anche fuori dalle “zone di evacuazione” quando l’esercito israeliano considera che là si trovi un obiettivo. Lo fanno dal 2 marzo anche se mai con la potenza di fuoco di ieri, poche ore dopo l’annuncio della tregua tra Israele e Iran. A differenza di quest’ultimo, il Libano non ha uno Stretto di Hormuz con cui far deflagrare l’economia mondiale. Il suo governo non conta su una rete di alleati come gli ayatollah. Né su una sfilza di “proxy”. È fragile. E non potrebbe essere altrimenti dato che da mezzo secolo passa di guerra altrui in guerra altrui. La precisazione non vuole minimizzare i problemi strutturali dello Stato, primo fra tutti il confessionalismo che ostacola la nascita di una coscienza nazionale. Ma cerca di analizzarli nella loro corretta proporzione. È la facilità con cui può essere attaccato, addirittura “tagliato in pezzi”, senza troppe conseguenze, a rendere il Paese la preda perfetta: di miliziani spregiudicati come di vicini bramosi di accrescere la propria influenza e di potenze internazionali. La debolezza da sempre nella storia è una tentazione per i rivali strategici e i nemici interni. Dopo la Seconda guerra mondiale, però, la comunità internazionale aveva formulato una serie di regole e istituzioni multilaterali in grado di aumentare - in modo non perfetto e mai davvero proporzionale - i “costi” di un’azione unilaterale. Gli ultimi anni di mancata riscossione, però, li hanno di fatto ridotti ai minimi termini. Il Libano può essere, così, cancellato dall’accordo con una riga di penna. E trasformato in una “zona di sacrificio” insieme ai suoi 5,5 milioni di abitanti “usa e getta”. “Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti”, ha detto papa Leone XIV, nel pieno dell’escalation. E, parlando in italiano, ha ripetuto più volte il termine inglese “negotiation”, a mo’ di supplica. “Pensarli nel cuore”, secondo l’invito di Robert Prevost, significa non limitarsi a immaginarli come figure astratte, ma sforzarsi di visualizzare le carne, i corpi, le facce di chi è espunto dalle ribalte politiche e mediatiche. Avere il coraggio di guardare negli occhi quanti sono risucchiati nelle voragini geopolitiche. Allora, forse, la guerra non sarà opzione ma una barbarie.