Quella circolare che non vede il nesso tra sovraffollamento e suicidi in carcere di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 8 aprile 2026 Ai primi di aprile il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap) ha firmato una nuova circolare sulla prevenzione dei suicidi: “Ulteriori linee guida per la prevenzione degli autolesionismi in ambito penitenziario”, a firma di Ernesto Napolillo e Massimo Parisi. Il documento contiene un lavoro serio: un gruppo multidisciplinare ha analizzato per due anni i 74 suicidi del 2025, ha visitato gli istituti più critici, ha incrociato i dati. Ma c’è un passaggio che non torna e rischia di far deragliare tutto il ragionamento. La circolare elenca le caratteristiche ricorrenti dei suicidi del 2025: circuito della media sicurezza, popolazione maschile matura, case circondariali di medie e grandi dimensioni. Poi arriva l’affermazione che lascia perplessi: i suicidi maturano prevalentemente “in assenza di sovraffollamento della stanza”. Nella cella dove la persona si è tolta la vita era sola o in pochi. Il Dap sembra voler dire, senza dirlo apertamente, che il sovraffollamento non c’entra con i suicidi. Il problema è che questa lettura dei dati è incompleta. Non sbagliata nei numeri, ma sbagliata nel ragionamento. Pensare che il sovraffollamento non c’entri perché la cella era vuota è come dire che la scarsità di medici in un ospedale non causa problemi perché il letto era libero quando il paziente è morto. Il sovraffollamento non uccide direttamente. Lo fa per via indiretta, attraverso un meccanismo che la stessa circolare descrive senza però collegarne i pezzi. In Italia ci sono circa 63.000 detenuti per una capienza regolamentare di circa 47.000 posti. Un sistema che lavora al 134% della capienza. Ogni educatore, ogni psicologo, ogni funzionario giuridico pedagogico ha sulle spalle un numero di persone enormemente superiore a quello previsto. Se il personale trattamentale resta uguale mentre i detenuti crescono, il tempo dedicato a ciascuno si riduce in proporzione. Meno colloqui individuali, meno attività, meno osservazione ravvicinata, meno possibilità di intercettare quei “segnali deboli di allarme” che la stessa circolare indica come la chiave della prevenzione. La circolare lo ammette indirettamente quando rileva che 31 piani locali di prevenzione risultano scaduti, altri 4 non sono mai stati adottati e in tre regioni i piani regionali sono pure loro scaduti. Questa non è distrazione o cattiva volontà di qualche direttore. È il risultato di strutture travolte dall’ordinario che non trovano il tempo per lo straordinario. In un carcere sovraffollato, fare rispettare i turni di sorveglianza già è un’impresa. Aggiornare i piani di prevenzione del suicidio finisce sempre in fondo alla lista. Il medesimo meccanismo agisce sugli psicologi. La circolare stanzia 5,5 milioni di euro per il 2026 per aumentare le ore degli esperti ex articolo 80 dell’Ordinamento Penitenziario. Una cifra significativa. Ma il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop), nel suo comunicato emanato all’indomani della circolare, mette il dito nella piaga: questi professionisti operano con incarichi non strutturati, contratti a termine, limiti di orario che in molti istituti non vanno oltre le otto o dieci ore settimanali. “Le nuove indicazioni mostrano un tentativo più sistemico, orientato alla prevenzione e alla presa in carico continuativa e multiprofessionale del fenomeno”, afferma Maria Antonietta Gulino, presidente del Cnop. “Tuttavia, più che configurarsi come un nuovo modello di intervento, rappresentano una riorganizzazione e un rilancio di indicazioni già presenti, la cui criticità principale non risiede nella loro formulazione, ma nella loro concreta attuazione”. In sostanza, per il Consiglio nazionale degli psicologi, il nodo non è l’assenza di modelli teorici o di indicazioni operative, già disponibili, ma la difficoltà di tradurli in pratiche efficaci. Il denaro c’è, ma non le condizioni - C’è un dato che rende il paradosso ancora più evidente. Nell’anno trascorso, alcuni Provveditorati regionali hanno chiesto la restituzione dei fondi già assegnati perché non riuscivano a spenderli. La circolare lo segnala con rammarico. Trovare professionisti disposti a lavorare in quelle condizioni contrattuali, in quegli orari, in quelle strutture, non è semplice. Il problema non è il denaro stanziato, ma le condizioni concrete in cui si lavora. La stessa circolare fornisce elementi che contraddicono la lettura tranquillizzante sul sovraffollamento. I detenuti stranieri sono il 31,5% della popolazione carceraria ma rappresentano il 47,8% dei suicidi. Le barriere linguistiche, l’assenza di reti familiari, l’isolamento culturale aumentano il rischio. E in un sistema sovraffollato, la mediazione culturale è il primo servizio a saltare, perché richiede personale specializzato che manca o lavora in condizioni impossibili. Discorso simile per chi è prossimo alla scarcerazione. La circolare introduce il “Servizio dimittendi”, un’unità dedicata ad accompagnare i detenuti nella fase che precede l’uscita, almeno sei mesi prima del fine pena. L’idea è buona: chi si avvicina alla libertà spesso sviluppa un “timore dell’ignoto” che può diventare una spinta verso gesti estremi, soprattutto se manca un domicilio, un lavoro, una rete familiare. Il DAP stesso nota che molti detenuti non presentano nemmeno istanza per le misure alternative: un segnale di disinteresse per il futuro che il documento individua come possibile indicatore di rischio suicidario. Ma perché una persona in procinto di uscire non fa domanda per tornare in libertà prima? Spesso perché non ha un indirizzo da fornire al giudice. Il sovraffollamento carcerario è legato alla scarsità di strutture esterne dove i detenuti potrebbero scontare l’ultima parte della pena. Se quelle strutture non ci sono, le misure alternative restano sulla carta. E il Servizio dimittendi, per quanto ben congegnato, non può risolvere da solo un problema che nasce fuori dalle mura del carcere. Il tasso di suicidi nelle carceri italiane è di circa 15 casi ogni 10.000 detenuti, contro una media europea di 7,2. Il doppio della media continentale. Questo non si spiega solo con le patologie psichiatriche non diagnosticate o con le crisi identitarie degli autori di violenza di genere, categorie su cui la circolare si concentra in modo specifico. Si spiega con un sistema che tiene troppe persone in spazi progettati per molte meno, con personale insufficiente, in strutture dove l’ozio è la norma e il trattamento è l’eccezione. La circolare del 9 marzo 2026 resta, tra i documenti prodotti negli ultimi anni dal Dap, uno dei più accurati. La parte dedicata al debriefing psicologico dopo ogni suicidio, con fondi stanziati per il supporto agli agenti della polizia penitenziaria, è una novità importante: chi lavora in carcere e assiste a questi eventi porta un peso enorme, e ignorarlo ha sempre peggiorato le cose. Ma un documento che descrive i sintomi con precisione e poi esclude dalla diagnosi la causa principale rischia di costruire interventi che non reggono, perché vengono applicati a un sistema che li assorbe e li vanifica. Finché gli istituti lavoreranno a 130-140% della capienza, finché gli educatori seguiranno il doppio dei detenuti previsto e gli psicologi opereranno poche ore a settimana con contratti precari, le circolari si stratificheranno senza invertire il trend. Tra il 2015 e il 2025 il numero dei suicidi è cresciuto costantemente, e il Dap sostiene che questo dimostri che il fenomeno sia indipendente dal totale dei detenuti. In realtà dimostra l’esatto contrario: dimostra che la struttura non regge più. Le risorse non bastano se il numero di persone da seguire è sproporzionato. Il problema vero è come si vive e come si lavora lì dentro, e il sovraffollamento sposta l’equilibrio verso il baratro. E su questo la circolare, nonostante i meriti reali, preferisce non guardare fino in fondo. Lavoro oltre la pena, quello che manca di Adriano Moraglio* Avvenire, 8 aprile 2026 In Italia esiste una forma di strabismo per un verso voluto, per un altro non consapevole: lo Stato premia con incentivi le imprese e le cooperative sociali di tipo B (quelle che fanno produzione) quando offrono lavoro ai detenuti internati negli istituti penitenziari, ma esclude da questi aiuti (crediti d’imposta e sgravi contributivi) gli imprenditori che accettano di portare dentro la propria azienda una persona che sta scontando all’esterno la pena residua della sua condanna. Questa è la fase più difficile e rischiosa del ritorno in società di un carcerato: quando è quasi-libero, quando letto e cibo non sono più assicurati dall’istituto penitenziario, ma occorre guadagnarsi da vivere. In questa condizione si trovano quei detenuti che passano dall’essere “ristretti” in carcere alle cosiddette misure alternative: prevalentemente, i regimi di detenzione domiciliare e di affidamento in prova al servizio sociale. Ben più restrittivo il primo (in genere poche ore di libertà d’uscita da casa), più favorevole il secondo (di norma c’è l’obbligo di farsi trovare a domicilio per i controlli delle forze dell’ordine tra le 22 e le 6, la notte). Ben pochi sanno che le persone sottoposte a misure alternative alla detenzione sono numericamente superiori ai carcerati internati. A fine 2024, stime dello Stato, c’erano in Italia almeno 77mila persone in detenzione domiciliare, in affidamento in prova oppure in semilibertà. Contro i poco più che 60mila detenuti incarcerati negli istituti. E allora: che cosa possono fare queste 77mila persone, specie se non abbienti, con bassa scolarità, con un passato di lavori saltuari e la frequentazione di ambienti non certo “sani’; se non hanno una prospettiva di lavoro? Il lavoro, quella forma della vita umana, che dà dignità e sostanza all’essere donne e uomini? Ecco, per le donne e gli uomini sottoposti a “esecuzione penale esterna” non c’è legge che incentivi le imprese a offrire loro un lavoro. La legge 193 del 2000, conosciuta come Legge Smuraglia, dal cognome del senatore che la propose, concede incentivi solo alle assunzioni di detenuti incarcerati. In tutta Italia, nel 2024 soltanto 537 imprese e cooperative ne hanno approfittato. Ma se questa norma, come da più parti si invoca, fosse estesa alle assunzioni di chi sconta all’esterno la sua condanna, quante più imprese e cooperative sicuramente potrebbero decidere di diventare inclusive? Le imprese potrebbero avere crediti di imposta fino a 520 euro al mese per ogni assunto o assunta con qualche forma di contratto, avere anche sgravi contributivi al 95 per cento. Certo, tutto questo deve avvenire dentro processi di accompagnamento delle persone in misura alternativa, che non le lascino sole nel difficile passaggio dal carcere alla quasi libertà. È quello che facciamo con l’organizzazione di volontariato torinese La goccia di Lube ETS, con il progetto Impresa Accogliente. Ma se Governo e Parlamento capissero che bisogna estenderla alle misure alternative favorirebbero un grande salto di civiltà. E di risultati contro ogni forma di recidiva. *Presidente de La goccia di Lube Ets Il detenuto è autistico ma resta in carcere di Giuseppe Guastella Corriere della Sera, 8 aprile 2026 A Salerno è incapace di intendere e di volere, a Milano no. L’uomo ha la sindrome di Asperger, è tossicodipendente ed è stato condannato per reati sessuali: ha adescato due ragazzine. Le perizie di due Procure danno esiti diversi: per quella di Milano il vizio di mente è parziale e dunque rimane a San Vittore. La madre: “Una condizione incompatibile con la sua salute”. È autistico, è tossicodipendente ed è stato condannato per reati sessuali. Paolo (nome di fantasia) non è esattamente un paziente “facile”, su 15 comunità di cura solo una è disponibile ad occuparsi di lui, se e quando si libererà un posto. Fino ad allora rimarrà in una cella di San Vittore, non proprio l’ambiente migliore per chi soffre della sindrome di Asperger e ha tentato di suicidarsi. Paolo, 28 anni, è totalmente incapace di intendere e volere per i magistrati di Salerno, che per questo hanno archiviato un procedimento contro di lui, mentre per quelli di Milano lo è solo parzialmente, e ad ottobre 2024, lo hanno condannato a due anni ed otto mesi di carcere perché ha avuto rapporti consensuali con due ragazzine che aveva adescato su internet, una di 14 anni l’altra di 16. Quando a maggio 2025 viene rinchiuso a San Vittore, i problemi si manifestano immediatamente. “A causa della sua malattia non può stare in cella nemmeno per un giorno”, dice la madre, una consulente milanese di 54 anni. “Ha problemi gravi, è da quando ha 13 anni che giriamo i reparti di psichiatria degli ospedali. Prende psicofarmaci ed è diventato dipendente da cocaina e oppiacei”, aggiunge raccontando che, quando subito dopo l’arresto Paolo ha manifestato insofferenza e manie di suicidio, è stato ricoverato nel reparto di psichiatria del Niguarda, come nel 2020, l’anno dei reati, dopo di che tentò di uccidersi e rimase in coma per tre settimane. I medici dell’ospedale San Paolo, che si occupano dei detenuti tossicodipendenti, si erano immediatamente messi in moto per trovare una sistemazione in una comunità che si potesse occupare anche di pazienti psichiatrici “considerato il quadro clinico dell’utente, estremamente grave complesso”. Nessuna struttura si era detta in grado di ospitarlo. Ad ottobre la situazione si complica perché Paolo non riesce ad adattarsi alla vita del carcere stando in cella con altre persone. È una situazione “altamente destabilizzante”, certificherà quattro mesi dopo una psichiatra incaricata dalla madre di visitarlo, a causa dell’”assenza di uno spazio personale protetto, indispensabile nei momenti di sovraccarico emotivo e crisi” ai continui “rumori intensi e improvvisi, che aggravano la sua marcata ipersensibilità sensoriale” e alla “convivenza forzata con altri detenuti” che vive “come fonte di forte stress e sofferenza”. A San Vittore, Paolo ha manifestato di nuovo pensieri di suicidio. “Questo elemento rappresenta un grave fattore di rischio clinico”, scrive la psichiatra secondo la quale “il progressivo peggioramento dello stato emotivo ha determinato un aumento dell’isolamento, una riduzione delle capacità di adattamento e un crescete ritiro dalla realtà carceraria”. Dopo infinite ricerche, il legale della famiglia, l’avvocato Gabriele Minniti, trova la disponibilità di una comunità del Piemonte dove il giovane vorrebbe andare per scontare il residuo della pena, ma al momento non c’è posto. Per questo, il legale ha chiesto al Tribunale di Sorveglianza di concedere a Paolo di uscire dal carcere (intanto è stato trasferito a Bollate) e proseguire la detenzione a casa con la madre che lo va a trovare tutte le settimane: “Mi dice in continuazione che non ce la fa più. Ha già provato a farsi male due volte, ho paura che ci riesca”. Resta monitorato dal servizio di Psichiatria. La giustizia in Italia continua a non funzionare di Guido Camera huffingtonpost.it, 8 aprile 2026 Per questo il tema non è chiuso con il referendum e non può essere messo sotto il tappeto facendo finta che la Costituzione più bella del mondo sia salva e che siano perciò finiti i problemi. La Pasqua è alle spalle e il referendum si allontana. Ma non possiamo permetterci di archiviare i tanti problemi che stanno alla base della domanda di cambiamento che ha rappresentato. Perché la giustizia in Italia continua a non funzionare. E non è solo perché non stiamo al passo delle nuove tecnologie. Il motivo più serio è che è un sistema incerto nei ruoli, nelle regole e nei limiti. Non lo dicono soltanto le statistiche. Lo hanno detto, in modo inequivoco, gli oltre dodici milioni di italiani che hanno votato Sì. E, finita la campagna elettorale, tornano ad ammetterlo anche molti tra coloro che hanno votato No. È un dato difficilmente contestabile e molto preoccupante. Quando la giustizia non funziona, il problema non resta nei tribunali. Entra nella vita delle persone. Incide sulle scelte personali, sul lavoro, sulla possibilità stessa di programmare il futuro. In definitiva, mette in pericolo la credibilità dello Stato. Accade nel penale, quando una vita può restare sospesa per anni, senza tempi certi e con esiti imprevedibili - non di rado ingiusti. Nel frattempo, tutto cambia: lavoro, relazioni, reputazione. Accade nel civile, quando far valere un diritto richiede tempo e risorse tali da scoraggiare anche chi avrebbe ragione. E così non vince chi ha ragione, ma chi può resistere. Accade nel sistema tributario, quando regole incerte e interpretazioni mutevoli espongono chi opera in buona fede al rischio di vedersi contestare, anche a distanza di anni, decisioni già assunte. Il punto, in tutti questi casi, è uno solo: ciascuno di noi troppo spesso non capisce quali conseguenze produrranno le proprie azioni e quelle altrui. Semplificando - ma non troppo - il problema è proprio questo: la difficoltà di prevedere, con un ragionevole grado di affidabilità, l’esito giuridico delle proprie scelte. Non è solo un problema giuridico. È un problema di potere: perché quando le conseguenze non sono prevedibili, decide chi interpreta, non chi ha scritto la regola secondo un mandato democratico. E quando questo accade, si smette di decidere davvero e di mettersi in gioco. Si rinvia, ci si difende, si evita di esporsi, si cercano protezioni. La giustizia smette così di essere una garanzia e diventa un fattore di arretramento - non solo economico, ma culturale. Per questo il tema non è chiuso con il referendum e non può essere messo sotto il tappeto facendo finta che la Costituzione più bella del mondo sia salva e che siano perciò finiti i problemi della giustizia. Il nodo, a questo punto, non è se intervenire, ma quale idea di giustizia vogliamo. E questa è una responsabilità nostra, prima ancora che della politica. Perché il punto, prima che tecnico, è culturale. Da un lato, una giustizia che si fonda su regole chiare, limiti definiti, separazione dei poteri, responsabilità. Una giustizia che consente di sapere prima quali sono le conseguenze delle proprie azioni e, proprio per questo, rende possibile decidere, investire, assumersi rischi. Dall’altro, una giustizia ipertrofica e incerta che si espande attraverso l’interpretazione giurisprudenziale, che sposta il baricentro sull’iniziativa giudiziaria e accetta un margine di discrezionalità sempre più ampio, che nei casi limite può avvicinarsi all’arbitrio. Il sistema reale mostra una linea di tendenza verso quest’ultimo modello di giustizia - ed è su questa che merita di aprirsi un confronto trasparente e serio. Perché deve essere chiaro che non sono due varianti dello stesso modello; sono due idee molto diverse di società. Nel primo caso, la legge orienta i comportamenti e delimita il potere giudiziario. Nel secondo, è il potere giudiziario che finisce per definire le regole e sancire i diritti. Ed è qui che il tema della responsabilità non può più essere eluso. Perché quando il perimetro si allarga e i confini diventano incerti, il ruolo della magistratura nella società cresce - ma non cresce in modo proporzionale la responsabilità per le conseguenze delle sue decisioni. Anzi, si produce uno squilibrio: più aumenta il potere giudiziario, più si attenua la responsabilità dei magistrati. È un tema delicato, che il referendum poteva in parte risolvere e che va certamente tenuto in equilibrio con il principio di indipendenza della funzione giurisdizionale, ma che non può essere rimosso dal dibattito pubblico. Anzi, bisogna avere la forza di spiegare che è centrale. In un sistema del secondo tipo, l’incertezza non è un effetto collaterale. È un risultato. Non perché qualcuno lo voglia esplicitamente, ma perché è la conseguenza naturale di un modello che estende il ruolo della magistratura oltre i confini che, secondo la Costituzione, le sono propri. Prendiamo il caso della materia penale. Nella giustizia che serve, il diritto penale resta ciò che deve essere - extrema ratio a tutela della sicurezza, individuale e collettiva, privata e pubblica - e non diventa lo strumento ordinario di regolazione dei rapporti economici e sociali. Perché quando l’intervento penale si espande oltre i suoi confini, non rafforza le tutele: introduce rischi. Blocca le iniziative. Blocca gli investimenti. Blocca la crescita. Blocca, in definitiva, la capacità di assumersi responsabilità. I tantissimi italiani che hanno votato Sì lo hanno bene inteso e rappresentano un punto di partenza, non un confine. Ed è sulle ragioni alla base della loro domanda di cambiamento che bisogna costruire, anche per convincere chi ha votato No dell’importanza del rinnovamento e del rischio che la conservazione del modello esistente comporta. È qui che si misura la responsabilità della politica. Quando smette di scrivere le regole con chiarezza e di rivendicare le proprie prerogative, non abdica soltanto a una funzione; sposta l’equilibrio dei poteri e perde progressivamente credibilità. E quando la credibilità si indebolisce, il dibattito si sposta dalle regole ai singoli casi, dalle riforme agli episodi. È così che il sistema si blocca. Ed è così che ogni riforma diventa impossibile. La pietra tombale su qualsiasi riforma di Giorgio Merlo Il Riformista, 8 aprile 2026 Tra le molte cose che si potrebbero elencare e dire dopo il voto di domenica e lunedì, ci sono due elementi che emergono in modo netto, chiaro ed inequivoco. Il primo è la netta vittoria politica ed elettorale dei magistrati. E, nello specifico, dell’Anm. Un dato, questo, che parla da solo e che non merita neanche di essere eccessivamente approfondito e sviscerato talmente è evidente. Del resto, proprio l’Anm è stata in prima linea in questa campagna elettorale e, di conseguenza, ha giocato un ruolo politico decisivo e determinante rispetto al voto finale. Un ruolo che ha portato la stragrande maggioranza dei magistrati ad essere la leva aggregante attorno alla quale si è ricompattato lo schieramento della sinistra italiana nelle sue diverse e multiformi espressioni. E cioè, dalla sinistra radicale alla sinistra massimalista, dalla sinistra populista a quella televisiva, dalla sinistra accademica ed universitaria a quella artistica, dalla sinistra sindacale a quella della carta stampata. Le forze centriste e moderate, come ben sappiamo, non possono essere conteggiate perché avevano dichiarato pubblicamente che votavano Sì. Il secondo dato, altrettanto inconfutabile perchè oggettivo, è quello che dopo il responso elettorale di lunedì ogni ipotesi di riforma della giustizia nel nostro paese è definitivamente ed irreversibilmente archiviata. È, questo, un fatto che storicamente ha quasi sempre caratterizzato la politica italiana. A cominciare dall’esperienza cinquantennale della Democrazia Cristiana. Un filo rosso che si è rafforzato e consolidato dopo l’avvio della seconda repubblica e per svariate motivazioni. E, su tutte, per l’indubbio ed oggettivo ruolo politico assunto dalla magistratura italiana. Ma, al di là di questa osservazione, alquanto scontata perché nota a tutti, è altrettanto indubbio che d’ora in poi il pianeta giustizia resta semplicemente irriformabile. E questo vale sia per chi condivide l’attuale funzionamento della giustizia italiana e sia per chi nutre delle diffidenze o evidenzia criticità. Perché, ed è persino inutile ricordarlo, qualsiasi ipotesi di riforma d’ora in poi può decollare solo se avrà il timbro, la condivisione e l’avallo della magistratura associata. Ci vuole poco per capire che non cambierà più nulla. Piaccia o non o piaccia questa è la concreta situazione. Al di là e al di fuori di ciò che dicono, fanno o propongono i partiti e i rispettivi schieramenti. In ultimo, e a margine di queste considerazioni peraltro oggettive e del tutto realistiche, è altrettanto vero che d’ora in poi la radicalizzazione del conflitto politico nel nostro paese farà un salto di qualità. Una radicalizzazione che ridurrà il confronto politico, ci vuole poco per capirlo, ad uno scontro ideologico continuo e permanente, ad una volontà di criminalizzare politicamente il nemico e, soprattutto, ad una polarizzazione ideologica che rischia di indebolire la qualità della nostra democrazia e la stessa credibilità delle istituzioni democratiche. Ma, purtroppo o per fortuna, per dirla con Aldo Moro, “si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà”. Il dibattito sui grandi principi rischia di mettere in ombra la vera priorità: far funzionare la giustizia di Paola Balducci Il Dubbio, 8 aprile 2026 Il dibattito politico e pubblico sulla riforma della giustizia ha occupato per mesi il centro della scena, sollevando questioni altissime, quasi teoriche, sull’assetto dei poteri e sugli equilibri costituzionali. Temi nobili, certo, ma allo stesso tempo non esattamente sovrapponibili a ciò che accade giornalmente nei tribunali, negli uffici, nelle cancellerie. In penombra è rimasta la realtà più semplice e urgente: nel quotidiano la giustizia italiana fatica a funzionare. Prima ancora dei modelli teorici di equilibrio tra poteri, esiste la realtà concreta della macchina-giustizia. Siamo figli del codice Vassalli, di una stagione riformatrice che ha introdotto principi altissimi - il contraddittorio nella formazione della prova, l’oralità, l’immediatezza - con l’ambizione di costruire un processo realmente accusatorio e realmente giusto. Oggi, però, quel modello rischia di rimanere solo sulla carta. Soprattutto dopo il periodo pandemico, la partecipazione al processo si è progressivamente ridotta: udienze cartolarizzate, trattazioni scritte, presenze da remoto che, se nate come strumenti emergenziali, si sono trasformate in prassi. Ma il processo penale vive di presenza, di oralità, di confronto diretto. Quando questi elementi si affievoliscono, forse si semplifica ma di certo si impoverisce. Innovare non significa peggiorare. La digitalizzazione può e deve essere un alleato della giustizia, ma oggi troppo spesso si traduce in un’ulteriore stratificazione burocratica. Le stesse Procure sono vittime di un’eccessiva burocratizzazione digitale, talvolta male applicata: piattaforme che rallentano invece di accelerare, adempimenti formali che si moltiplicano, personale amministrativo insufficiente chiamato a gestire procedure sempre più complesse. Il risultato è un paradosso: strumenti pensati per velocizzare finiscono per ingolfare ulteriormente il sistema. E chi rimane in attesa? Sempre il cittadino, che in più fasi del suo percorso giudiziario resta sospeso tra incertezze e continui rinvii, con buona pace degli altissimi principi di ragionevole durata del processo. Anche le richieste di archiviazione seguono ormai la stessa scia di ritardi e incertezze, per non parlare dei tempi delle indagini preliminari. Nel frattempo, si assiste a un utilizzo sempre più esteso del giudizio abbreviato. Eppure l’abbreviato non era stato concepito per trasformarsi in una scorciatoia sistematica. Era uno strumento deflattivo, certo, ma anche una scelta processuale consapevole, fondata su un equilibrio tra rinuncia al dibattimento e beneficio sanzionatorio. Quando rischia di diventare la regola anziché l’eccezione, significa che qualcosa nel sistema ordinario non funziona più. Non si tratta di aspetti secondari: il divario tra ciò che prevede la legge e ciò che accade nella pratica continua ad allargarsi. Gli uffici giudiziari devono fare i conti con carichi di lavoro sempre più pesanti e con strutture che spesso non sono in grado di sostenere la domanda di giustizia. Questi dati non sono statistiche da addetti ai lavori: sono il segno tangibile di una giustizia che rischia ogni giorno di tradire la sua funzione costituzionale. E questi dati si traducono in processi che durano anni, archivi che si riempiono di fascicoli invece che di giustizia, vittime che chiedono protezione e la ricevono troppo tardi. Nel frattempo, i turni del reparto giustizia diventano impossibili, le udienze slittano, i reati restano sospesi nel limbo. A fare da contraltare, c’è stata, per mesi, la grande retorica della “riforma”: discussioni spesso astratte, che hanno inseguito il principio ma forse trascurato la prassi. Come può funzionare una separazione delle carriere se mancano le persone, i mezzi, l’efficienza elementare degli uffici? È un po’ come intervenire sull’architettura di una casa i cui muri stanno cedendo: il disegno può essere perfetto, ma se le fondamenta scricchiolano - e oggi le fondamenta della giustizia italiana sono fatte di organici scoperti, tecnologie mal integrate e leggi inapplicate - il sistema crollerà comunque. Qualunque fosse stato l’esito del referendum, un punto avrebbe dovuto essere fermo: il giusto processo non è una formula retorica. È parità di armi, è possibilità effettiva per l’avvocato di costituirsi, intervenire, far valere le ragioni del proprio assistito in condizioni di reale equilibrio. Se davvero crediamo alla parità tra accusa e difesa, allora in questo momento storico dovremmo introdurre anche il contraltare del processo, l’avvocato, in Costituzione. Non possiamo più considerare questi come “problemi tecnici”. Sono questioni di dignità costituzionale, perché una giustizia in ritardo è una giustizia negata. Perché dietro ogni fascicolo impolverato c’è una persona che aspetta un diritto, e dietro ogni garanzia affievolita c’è un processo che perde la sua anima. Finché continueremo a discutere di equilibrio dei poteri senza preoccuparci del malfunzionamento del potere stesso, qualunque riforma resterà un esercizio di superficie. La vera riforma - quella che ancora manca - è far funzionare la giustizia, prima di rifarla. Nichilismo digitale e devianza minorile: il caso Bergamo tra imputabilità e istigazione diffusa di Giuseppe Deiana Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2026 La recente vicenda pone interrogativi centrali per il diritto penale: la tenuta delle categorie dell’imputabilità minorile, la configurabilità dell’istigazione a delinquere in contesti digitali diffusi e i limiti dell’attuale sistema repressivo rispetto a fenomeni di radicalizzazione nichilista. Il recentissimo episodio verificatosi a Bergamo, da cui è emerso come il tredicenne che ha accoltellato in diretta social una insegnante fosse connotato da sfumature ideologiche estremizzanti e latamente riconducibili all’oscuro sostrato culturale sintetizzabile nel più ampio fenomeno “No Lives Matter” (NLM), impone una riflessione che travalica la mera qualificazione giuridica del fatto. La vicenda sollecita, infatti, interrogativi centrali per il diritto penale: la tenuta delle categorie dell’imputabilità minorile, la configurabilità dell’istigazione a delinquere in contesti digitali diffusi e i limiti dell’attuale sistema repressivo rispetto a fenomeni di radicalizzazione nichilista. Sotto il profilo strettamente normativo, la condotta è astrattamente riconducibile alla fattispecie di tentato omicidio (artt. 56 e 575 c.p.) - qualificazione che non presenta particolari criticità: l’azione violenta, diretta a ledere un bene primario quale la vita, integra pacificamente il paradigma tipico. Tuttavia, fermarsi a questo livello significherebbe ignorare il dato realmente qualificante: il contesto in cui la condotta si è originata, ossia quel retroterra subculturale e ideologico riferibile a estremismo digitale in cui la violenza viene non solo rappresentata, ma progressivamente normalizzata, banalizzata e, in alcuni casi, incentivata. Tralasciando momentaneamente la pur feconda, e dirimente analisi sui profili in questa sede appena accennati, il nodo giuridicamente decisivo attiene ai profili di imputabilità del minore. Notoriamente, il nostro sistema penale non lascia incertezze all’interprete, rimettendo all’art. 97 c.p. il principio di non imputabilità del minore degli anni 14, e fissando all’ art. 98 c.p. la subordinazione della imputabilità dell’individuo alla capacità di intendere e di volere. Muovendo dal rigoroso dato codicistico, non può ignorarsi la portata dell’incidenza dei contesti digitali sui processi cognitivi e volitivi del minore. E infatti tale contingenza, lungi dall’essere circoscritta al mero piano esegetico o di astrazione, rischia di porre a rischio un altro elemento cardine dell’ordinamento, quello riferibile al reato di istigazione a delinquere. L’art. 414 c.p. presuppone una condotta riconducibile a un soggetto determinato e idonea a provocare la commissione di reati: si comprende come nei vasti, spesso intangibili contesti digitali, tali presupposti risultino difficilmente individuabili. Di conseguenza, il quadro descritto impone una riflessione sulle possibili direttrici di intervento. Prelimarmente da auspicarsi un rafforzamento degli strumenti investigativi (funzionali a ricostruire i contesti digitali e a meglio individuare le dinamiche relazionali all’interno delle piattaforme), decisivo sarebbe un intervento legislativo genitore di nuove circostanze di fattispecie di reato già esistenti (il già richiamato reato di cui all’art. 414 c.p. potrebbe, ad esempio, essere rafforzato nella propria specifica applicazione dalla circostanza aggravante della istigazione digitale qualificata, in grado di contemplare la caratteristica della diffusività e dell’anonimato dei contenuti) o, addirittura arrivare a prevedere vere e proprie nuove fattispecie di delitti specifici relativi alla manipolazione e allo sfruttamento di minori online. Concludendo, il caso di Bergamo rappresenta un segnale di trasformazione della devianza giovanile. Emergono soggetti giovanissimi, inseriti in ecosistemi digitali nei quali la violenza è normalizzata e talvolta incentivata, privi di moventi riconducibili alle categorie tradizionali; diretta conseguenza di ciò è che il diritto penale, fondato su principi di responsabilità individuale e causalità lineare, si trova di fronte a fenomeni che mettono in crisi tali categorie, senza tuttavia consentire deroghe ai principi fondamentali di colpevolezza e personalità della responsabilità penale. Duplice dunque, e ardua, la sfida: da un lato, adattare gli strumenti normativi e interpretativi a una realtà mutata, evitando però dall’altro che tale adattamento comprometta le garanzie essenziali del sistema. I colloqui in carcere e il senso perduto di umanità di Alessandro Casano terzultimafermata.blog, 8 aprile 2026 Il minore che non ha ancora imparato a parlare può partecipare ai colloqui? Eppure, è proprio nel carcere che il diritto rischia di smarrire sé stesso: accade quando la punizione diventa un fine e l’umanità un ostacolo. Negare a un padre detenuto la possibilità di accedere a colloqui più frequenti con la propria figlia neonata, sul presupposto della sua incapacità di parlare, non è un semplice errore interpretativo, ma un sintomo di indifferenza verso la persona e i suoi affetti. Il difensore di un indagato sottoposto a custodia cautelare in carcere richiedeva al GIP, ai sensi dell’art. 37, comma 9, del D.P.R. n. 230/2000, l’autorizzazione affinché il detenuto potesse svolgere colloqui “straordinari” con la figlia di appena due mesi. Il giudice rigettava la richiesta sul presupposto che la disciplina di favore prevista dalla norma dovesse ritenersi applicabile solo nei confronti di minori in grado di partecipare al colloquio, escludendo dunque i neonati, incapaci di instaurare una comunicazione verbale. Avverso tale provvedimento proponeva ricorso per Cassazione il difensore. La questione sottoposta all’esame della Corte concerne l’interpretazione dell’art. 37, comma 9, D.P.R. n. 230/2000 e, in particolare, la possibilità di subordinare l’accesso ai colloqui “straordinari” con figli minori di dieci anni alla capacità di questi ultimi di partecipare attivamente alla comunicazione. Si tratta, in altri termini, di stabilire se la nozione di “colloquio” debba essere intesa in senso letterale come “scambio di parole” ovvero come relazione affettiva in senso ampio. La Corte di Cassazione (sez. 1 sentenza 12222/2025 - ud. 13 dicembre 2024, dep. 27 marzo 2025) accoglie un’interpretazione estensiva della disposizione in parola ed afferma che “l’art. 37, comma 9, D.P.R. n. 230 del 2000 contiene una previsione di favore per i colloqui del detenuto con i figli minori di dieci anni senza fare alcuna distinzione con riferimento alle loro condizioni, bensì includendo quali destinatari del più vantaggioso trattamento tutti i minori di età non superiore a quella espressamente individuata”. L’ordinanza censurata, invece, “ha fissato una limitazione al di là della lettera della legge, nel senso che ha ritenuto che la indicazione di agevolazione per i colloqui operasse - con riferimento al novero dei minori di dieci anni - solo a partire da quando i minori stessi fossero in condizioni di partecipare al colloquio. Ma in questo modo il giudice ha inammissibilmente ricompreso, tra i motivi per cui può eventualmente rigettarsi l’autorizzazione ai colloqui, il fatto - non espressamente previsto dal legislatore - che il familiare del detenuto non sia in grado di comunicare verbalmente”. La pronuncia si segnala perché afferma con chiarezza il divieto di interpretazioni formalistiche e restrittive in materia di colloqui del detenuto. La decisione chiarisce intanto che l’autorità competente a decidere sui colloqui con i familiari “ha un limitatissimo potere di negarli, tanto che si è ritenuto, in genere, che i provvedimenti che decidono sulle istanze dei detenuti in materia di colloqui incidono su diritti soggettivi”. Sul piano sistematico la Corte valorizza il ruolo centrale dei rapporti familiari nel trattamento penitenziario, richiamando i principi desumibili dagli artt. 15, 18 e 28 O.P., che tutelano il mantenimento dei legami affettivi come elemento strutturale del percorso rieducativo. In questa prospettiva, il colloquio non può essere ridotto a un mero scambio verbale, ma va inteso come occasione di comunicazione tra congiunti che si esprime attraverso molteplici forme: un diritto vivo, dunque, che travalica la dimensione formale per farsi strumento essenziale di umanità e di reale reintegrazione sociale del detenuto. Torino. Detenuti senza futuro, solo uno su dieci ha un lavoro tra articolo 21 e semilibertà di Andrea Joly La Stampa, 8 aprile 2026 Oltre a sovraffollamento e mancanza di personale il sindaco Lo Russo denuncia: “Nel nostro carcere servono più percorsi rieducativi”. C’è il tema del sovraffollamento, con 1.467 detenuti in una struttura che ne può ospitare massimo 1.113. C’è la grave carenza di personale, con 225 di agenti di polizia penitenziaria che mancano. E ancora: la diffusione senza controllo di droga e telefoni, le ripetute risse e le rivolte come quella di settimana scorsa. Ma, oltre all’allarme lanciato da La Stampa di ieri, nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino c’è un’altra emergenza. A parlarne è il sindaco Stefano Lo Russo, nel suo tradizionale collegamento con ToRadio del martedì mattina: “Serve investire molto di più nei processi di rieducazione civica dei detenuti”. Formazione, lavoro, attività di reinserimento: i detenuti del carcere di Torino hanno poche opportunità per costruirsi un futuro diverso. E, usciti dal carcere, la maggioranza torna a delinquere. Il pensiero del sindaco è chiaro: serve offrire più opportunità di reinserimento nel carcere Lorusso e Cutugno. A sostenere la sua tesi anche i dati condivisi dalla garante comunale dei detenuti Diletta Berardinelli: “Sul fronte lavorativo, a fine 2025 risultano 65 uomini e 6 donne in articolo 21 - quello che del lavoro all’esterno nell’Ordinamento penitenziario italiano, ndr - e 69 uomini e 5 donne in semilibertà. Nonostante le iniziative in essere, tali percorsi non sono sufficienti a coprire il fabbisogno complessivo di una popolazione di 1.467 detenuti”. Non è l’unica lacuna denunciata dalla garante dei detenuti. Dal personale - “Ci sono soltanto 18 funzionari giuridico pedagogici e 1 mediatore culturale, una sproporzione che limita fortemente i percorsi individualizzati” - alla difficoltà di trovare spazi dedicati alle attività “con meno opportunità soprattutto nel Padiglione femminile”. Ma la sintesi è che “servono più percorsi formativi e di inserimento lavorativo oltre a quelli già realizzati grazie al contributo di realtà del territorio, enti di formazione e cooperative e lo Sportello Lavoro-Carcere”. “Dove si investe nei percorsi rieducativi, come nel carcere di Bollate in Lombardia, il tasso di recidiva è molto più basso”, aggiunge il sindaco Lo Russo. E infatti i dati nazionali, seppur in assenza di report nazionali dell’Osservatorio permanente del Dap, dimostrano come il tasso di recidiva (chi torna a commettere reati dopo il periodo di detenzione) in Italia si attesti tra il 60 e il 68%. Ma scende al 2% per chi svolge per chi svolge attività lavorative. Tra articolo 21 e semilibertà, a Torino è il caso di appena un detenuto su dieci. C’è poi il lavoro interno e quello delle cooperative, che anima falegnameria, torrefazione del caffè, serra, lavanderia, laboratori informatici, serigrafia e panificio interni al carcere. Ci sono laboratori, come quello di packaging e sartoria per le detenute e quello di teatro. Ma il totale corrisponde comunque a un numero esiguo rispetto alla popolazione detenuta. “Più si coinvolgono i detenuti, più si prevengono una serie di comportamenti sbagliati dentro e fuori dal carcere”, racconta Franco Carapelle di Teatro e Società, la compagnia che conduce i laboratori teatrali con i detenuti del Lorusso e Cutugno. Lui lavora con il carcere da 33 anni. Organizza uno spettacolo all’anno. Per quello di maggio, coinvolgerà oltre 40 detenuti: “Uno dei ragazzi durante le prove mi ha detto: “Fra poco esco, ho paura”. Non dovrebbe essere così, ma c’è chi torna a delinquere anche perché la società non riaccoglie i detenuti”. I laboratori di Carapelle si fondano su finanziamenti come quello di Acri e Fondazione Compagnia di San Paolo (che in estate avvierà anche una co-progettazione col Comune sui giovani adulti in carcere). Gli enti di origine bancaria aiutano: a gennaio, Fondazione Crt ha lanciato il progetto “Percorso 27” per favorire proprio il reinserimento dei detenuti e ridurre il tasso di recidiva. Delle centinaia di persone seguite, 17 detenuti appena usciti dal Lorusso e Cutugno hanno già trovato un impiego. “Continueremo a tenere alta l’attenzione sui percorsi rieducativi in carcere - conclude il sindaco Lo Russo - è un fattore importante di sicurezza urbana”. San Gimignano (Si). Torture al carcere di Ranza, domani il terzo e ultimo atto in Cassazione di Claudio Coli Corriere di Siena, 8 aprile 2026 Sarà discusso il ricorso dei dieci agenti che scelsero l’abbreviato. In Appello la conferma in blocco delle condanne da 2 anni a 3 mesi fino ai 2 anni e 8 mesi e della sussistenza del reato autonomo di tortura. Terzo e ultimo atto, domani a Roma in Corte di Cassazione, per la vicenda giudiziaria legata al rumoroso caso del pestaggio di un detenuto tunisino nell’ottobre 2018 durante un trasferimento di cella al carcere di Ranza a San Gimignano, che vede complessivamente coinvolti 15 agenti di Polizia Penitenziaria accusati a vario titolo di tortura e lesioni. Sarà discusso infatti il ricorso all’ultimo grado di giudizio dei dieci agenti che scelsero il rito abbreviato, e per cui la Corte di Appello di Firenze, un anno fa, ha negato lo sconto di pena, confermando in blocco le pene da 2 anni a 3 mesi fino ai 2 anni e 8 mesi, per tortura e lesioni aggravate, già comminate a Siena nel febbraio 2021. In Appello il giudizio riunì i ricorsi sia dei dieci agenti andati in abbreviato, sia di quelli dei cinque invece che proseguirono in dibattimento, per i quali invece le pene in secondo grado sono state ridotte a 4 anni e 1 e 2 mesi per tre elementi, gli agenti più alti in grado, a 4 anni per un agente e 3 anni e 8 mesi per un altro. I giudici fiorentini confermarono la sussistenza del reato di tortura, che era stato per la prima volta contestato in Italia al tribunale senese in maniera autonoma a degli appartenenti alle forze dell’ordine. L’obiettivo delle difese - alcune delle posizioni sono in capo all’avvocato Manfredi Biotti - è di ottenere l’assoluzione o la riqualificazione del reato: secondo la tesi si sono verificati episodi ben più gravi in altre parti d’Italia non qualificati alla stregua di torture, quando invece l’episodio di Ranza, pur di considerato di lieve entità, è stato ritenuto come tale. Catania. Semaforo verde dal Consiglio comunale al regolamento per il Garante dei detenuti catania2000.com, 8 aprile 2026 Il Consiglio comunale di Catania ha dato il via libera al regolamento per l’istituzione del Garante cittadino dei diritti dei detenuti, per la vigilanza sulle condizioni di vita delle persone private della libertà personale. “Un segnale concreto e inequivocabile di civiltà giuridica, capace di colmare un vuoto istituzionale e rafforzare il legame tra carcere e comunità”, come commenta la Cisal provinciale, che si è battuta affinché anche la città di Catania si dotasse di questa importante figura professionale. “Nessuno” - scrive il segretario provinciale, Giovanni Lo Schiavo- “deve essere lasciato indietro, nemmeno, e soprattutto” - sottolinea - “chi vive una condizione di restrizione della libertà”. Un primo traguardo che la Cisal Catania ha raggiunto, anche se quella del Garante dei detenuti non è l’unica battaglia che la sigla sindacale si è attestata, perché ci sono altre problematiche del territorio che necessitano di soluzione. Per esempio, rimane aperta la questione del PEBA-Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche, strumento fondamentale per garantire inclusione e accessibilità. Sulla vicenda, come riferisce Giovanni Lo Schiavo “è stato nominato dal TAR di Catania un commissario ad acta che avrebbe dovuto definire il procedimento entro 180 giorni (a partire dall’ottobre 2025). Abbiamo operato su questo tema di concerto con l’Associazione Luca Coscioni” - ricorda - “ma ad oggi ancora nulla si è mosso”. L’obiettivo resta quello di costruire una città in cui i diritti siano realmente garantiti per tutti, dalle persone detenute ai cittadini più fragili. Nuoro. Detenuti al lavoro per la scienza gnewsonline.it, 8 aprile 2026 Nell’ambito di una collaborazione tra la Direzione della Casa di reclusione di Onanì-Mamone, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e la Direzione regionale Sardegna dell’Agenzia del demanio è stata posizionata una rete sismica locale e una stazione meteo nel sito carcerario sardo, che segue la posa di una stazione magnetica e metallurgica di un paio di settimane fa. Obiettivo del progetto è lo studio del campo elettromagnetico naturale terrestre e della caratterizzazione geofisica profonda del territorio. Queste attività rappresentano un tassello fondamentale per sostenere la candidatura italiana a ospitare il Einstein Telescope, il futuro osservatorio europeo di onde gravitazionali. L’esperimento nel sito della casa di Onanì-Mamone, scelto per il bassissimo tasso di presenza antropica, che permette l’individuazione del rumore sismico della zona, ha una durata prevista di due mesi. La fase operativa dell’installazione di queste sofisticate strumentazioni, ha visto come protagonisti sei detenuti della casa di reclusione che, grazie alla loro forza, manualità e capacità di comprendere con rapidità le necessità tecniche, hanno consentito al gruppo di lavoro di operare con efficienza e nel rispetto delle tempistiche previste. Il clima di fattiva e autentica collaborazione ha permesso di aggiungere il valore umano e sociale ad una iniziativa di enorme significato per il progredire della ricerca scientifica. Parma. “Edipo re” in carcere con Progetti & Teatro nell’ambito di “Liberamente Teatro. Per un’evasione creativa” di Valeria Ottolenghi Gazzetta di Parma, 8 aprile 2026 Il 14 maggio l’incontro conclusivo. Al termine, scarpe in mano - segno speciale di questo spettacolo, simbolo di cambiamento - passi accennati di danza, azione scandita, tutti in proscenio al ritmo di “Walk on the wild Side” con una gioia speciale, il gusto della leggerezza dopo una grande impresa, quel tocco prezioso che in qualche modo attraversa tutto lo spettacolo, nel rigore la disponibilità a lasciar trapelare modi di essere, di sentire, che regalano immediatezza comunicativa anche a una delle maggiori opere tragiche. Un testo d’indagine poliziesca dove chi cerca il colpevole dove infine arrendersi all’evidenza più sconvolgente, di essere lui il vero responsabile, lui l’assassino di suo padre Laio, lui lo sposo di Giocasta, sua madre, lui la causa del morbo che stava avvelenando la città, Tebe infettata dal male compiuto: l’”Edipo re” visto presso lo spazio teatrale del carcere di via Burla prende avvio con la morte di Eteocle e Polinice, quei figli/ fratelli che si erano uccisi combattendo uno contro l’altro, in duello per il potere. La maledizione continua. Ed è qui che inizia il vero racconto teatrale, quando tutto ormai è già avvenuto. La nascita di Edipo, il suo abbandono, l’adozione dei sovrani di Corinto, l’oracolo con quella profezia che ritorna più volte, “ucciderai tuo padre/ sposerai tua madre”. Ma corale è tutto lo spettacolo, nel dividersi le battute nell’agire in platea, nel ritrovarsi infine tutti a essere Edipo. Sono oltre vent’anni che Carlo Ferrari e Franca Tragni di Progetti & Teatro sono impegnati all’interno degli Istituti Penitenziari di Parma, straordinari maestri guida e registi. Ma è questo un anno speciale: il debutto di “Edipo Re” è avvenuto all’interno dell’articolato progetto “Liberamente teatro. Un’evasione creativa”, un ricco programma che comprende spettacoli rivolti ai soli detenuti, tra questi il capolavoro di Marco Baliani, “Kohlhaas”, laboratori, e incontri che favoriscono il dialogo tra il carcere e la città, un percorso realizzato con il contributo del Comune di Parma, Fondazione Cariparma e il sostegno di Chiesi Farmaceutici e il patrocinio del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e di ANCT, Associazione Nazione dei Critici di Teatro, e la collaborazione del Sistema Bibliotecario del Comune di Parma. E’ la peste il segnale rivelatore di un male più profondo, segreto, che provoca la morte a Tebe: si seguono i passaggi di Sofocle ma nella ricomposizione drammaturgica, nel lavoro degli interpreti, paiono in maggiore rilievo il conflitto tra potere politico e religioso (se Tiresia dice che il colpevole è Edipo si è forse accordato con Creonte?), il valore del tempo (basta un giorno per riconoscere il malvagio, lungo, indefinito, per l’uomo giusto), la dolente consapevolezza di Giocasta che non crede agli oracoli (ma, ironia tragica, intanto ne dà conferma) e che cerca di fermare quel figlio/ marito: meglio no, non andare avanti nella ricerca…”L’uomo vive in balia della sorte…”. Sono le scarpe, non semplicemente indossate, a caratterizzare alcune singole figure, alti stivali per Creonte, legate a mo’ di corona per Giocasta, una maschile e l’altra femminile per Tiresia. E nella parte conclusiva si ritorna a quella sofferenza iniziale, inflitta alla nascita, i piedi forati, origine del nome, doloroso sempre il cammino… Ma: “Walk on the wild Side”! Grande teatro! Lunghi, lunghissimi gli applausi per gli interpreti, Alessandro, Eugenio, Franco, Gennaro, Giovanni, Giuseppe, Sabatino, molto, molto bravi tutti, tanti i complimenti, davvero meritati come sempre per Carlo & Franca. Al debutto hanno portato i loro saluti, carichi di convinta partecipazione, il direttore del carcere, Tazio Bianchi, il Provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia Romagna e delle Marche Silvio Di Gregorio, l’Assessore al welfare del Comune Ettore Brianti e l’assessore Regionale alla Sanità Massimo Fabi. Tanti i ringraziamenti, in particolare agli educatori dell’area pedagogica e agli agenti della Polizia Penitenziaria, fondamentale la loro collaborazione. Il laboratorio è all’interno del Progetto Triennale Regionale “Territorio per il reinserimento, Emilia Romagna”, cofinanziato da Cassa delle Ammende. Giovedì 14 maggio si svolgerà l’incontro di chiusura del progetto “Liberamente teatro, un’evasione creativa”, come motivo di riflessione il rapporto tra teatro, università e carcere. Monza. I detenuti hanno pubblicato un album (col supporto di Jake La Furia, Emis Killa e Lazza) milanotoday.it, 8 aprile 2026 Il disco si intitola “Free for music vol. 1” e fa parte di un progetto finanziato da Orangle Records. Dopo le visite di Emis Killa, Jake La Furia, Fedez, Lazza e Camilla Ghini, il progetto sviluppato da Orangle Records nel carcere di Monza ha dato alla luce ‘Free for music vol. 1’, l’album realizzato proprio dai detenuti della Casa circondariale Sanquirico nell’ambito del laboratorio supervisionato da Paolo Piffer. L’idea di fondo è trasformare l’arte in una competenza spendibile anche oltre il periodo di detenzione. Il disco non è una ‘parentesi filantropica’, ma la prova tangibile che è possibile rientrare nel mondo da un punto diverso rispetto a quello in cui il percorso di vita si era interrotto. La prima conferenza in un carcere - L’album, già disponibile su tutte le piattaforme digitali e su Spotify, è stato presentato in anteprima durante una conferenza stampa senza precedenti: la prima in Italia ammessa ufficialmente all’interno di un penitenziario. Il disco raccoglie sei brani scritti e interpretati dai detenuti che hanno partecipato al laboratorio. Non si tratta di una semplice attività ricreativa, ma di una pubblicazione professionale con titoli, crediti, autori e compositori, destinata a competere nel mercato discografico reale. Il supporto dei big del rap - Il progetto è il risultato di mesi di lavoro costante, basato su metodo e disciplina. L’obiettivo è stato fornire ai partecipanti competenze concrete e uno spazio in cui rielaborare rabbia e vissuti complessi in forma non violenta. Fondamentale è stato il confronto con grandi nomi della scena musicale italiana: Lazza, Fedez, Jake La Furia e Camilla Ghini, con la presenza costante di Emis Killa in ogni appuntamento. Questi incontri non sono stati semplici visite di cortesia, ma momenti di vero scambio professionale. Con Lazza ed Emis Killa i detenuti hanno parlato di ‘mestiere’ e condiviso errori e scelte. Con Fedez il dialogo si è spostato sui temi della libertà e della responsabilità, mentre gli incontri successivi hanno approfondito il valore del tempo e il significato del reinserimento attraverso la disciplina e il lavoro. L’impegno corale - La realizzazione di questo progetto è stata possibile grazie alla stretta collaborazione tra le istituzioni, la Direzione del carcere, la polizia penitenziaria e il team di funzionari giuridico-pedagogici guidato dalla coordinatrice dottoressa Mariana Saccone, insieme alle dottoresse Elena Balia e Laura Fumagalli. ‘Free for music’ non si ferma qui: il percorso è destinato a proseguire a Monza e ad aprirsi ad altri istituti penitenziari che hanno già manifestato interesse. La cultura come forma di riscatto: torna nelle carceri italiane “Libri Liberi” aise.it, 8 aprile 2026 La cultura come spazio di libertà, la lettura come strumento di consapevolezza e rinascita. Riparte da Roma, dall’Istituto Penale per i Minorenni di Casal del Marmo, la nuova edizione di “Libri Liberi”, la rassegna che porta i grandi capolavori della letteratura all’interno delle carceri, trasformando ogni incontro in un’esperienza di condivisione, riflessione e dialogo. Il primo appuntamento, in programma il 9 aprile, propone la proiezione di Zvanì - Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli, film diretto da Giuseppe Piccioni. A seguire, un momento di confronto aperto vedrà protagonista l’attrice Benedetta Porcaroli, interprete del film, in dialogo con la giornalista Laura Pertici. Un’occasione per intrecciare cinema e letteratura, memoria e attualità, in uno spazio in cui le storie diventano strumenti di crescita personale. Il progetto “Libri Liberi” torna nelle carceri con un percorso articolato in sei tappe distribuite nell’arco dell’anno, attraversando diverse città italiane, tra cui Roma, Firenze, Napoli e Milano e l’Isola di Gorgona. In ciascun appuntamento, personalità del mondo della cultura e dello spettacolo accompagneranno i detenuti in un viaggio attraverso le opere letterarie, dando voce ai testi e stimolando un confronto diretto e partecipato. I titoli scelti spaziano dai grandi classici, come Cime tempestose di Emily Brontë, alla non fiction narrativa con La chiamata di Leila Guerriero. E ancora, a testimonianza della varietà e della ricchezza dei percorsi proposti, saranno al centro della discussione opere come Il Ventre di Napoli di Matilde Serao, Il Saltatempo di Stefano Benni, “Amatissima” di Toni Morrison. Tra i protagonisti di questa edizione ci sono Paolo Briguglia e Lorenza Pieri, Claudio Bisio e Daria Bignardi, Claudia Gerini e Diego De Silva, Giorgio Pasotti e Veronica Raimo, Alessandro Preziosi e Chiara Francini: presenze che testimoniano il valore di un progetto capace di unire linguaggi artistici diversi nel segno della condivisione culturale. Promossa dalla Fondazione De Sanctis, con il patrocinio del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità (DGMC) e con il supporto di Poste Italiane e Fondazione Lottomatica -, la rassegna si propone di offrire ai detenuti l’opportunità di esplorare mondi narrativi alternativi e di confrontarsi con le grandi temi dell’esistenza attingendo dalla letteratura. “Crediamo profondamente nelle potenzialità di questo progetto, che mette in dialogo il mondo della scrittura e quello del cinema per una missione sociale concreta: offrire strumenti e opportunità che favoriscano crescita, creatività e confronto”, dichiara Francesco De Sanctis, presidente della Fondazione De Sanctis. “L’esperienza maturata nei precedenti incontri, caratterizzati da ampia partecipazione e sincero apprezzamento da parte dei destinatari, ci ha confermato il valore di questo percorso. È anche per questo che abbiamo scelto di proseguire e ampliare l’iniziativa, portandola in ulteriori istituti penitenziari con il coinvolgimento di altri ospiti”. Gli incontri non si limitano alla fruizione passiva, ma diventano spazi vivi di partecipazione: letture ad alta voce, dialoghi e momenti di scambio trasformano il pubblico in protagonista, favorendo un coinvolgimento autentico e diretto. In questo contesto, il patrimonio letterario e cinematografico si fa esperienza condivisa, capace di generare empatia, consapevolezza e nuove prospettive. “Libri Liberi” si inserisce così in un più ampio orizzonte di promozione della cultura come strumento di riscatto sociale e personale. Un progetto che riconosce nella parola scritta e raccontata una possibilità concreta di rinascita, offrendo ai partecipanti un’occasione preziosa per riscoprire sé stessi e il proprio ruolo all’interno della comunità. (aise) La figlia del clan, Giuseppina Pesce e la scelta di scappare da terrore e mafia di Enzo Ciconte Il Domani, 8 aprile 2026 La storia di Giuseppina Pesce è raccontata in un volume di Danilo Chirico, La figlia del clan. Un cognome da nascondere un destino da riscrivere. Una storia tragica e avvincente, raccontata come un romanzo, che si inoltra nei luoghi più misteriosi di una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta. Una suggestione, nient’altro che una suggestione, ma è singolare che la denominazione delle mafie sia tutta al femminile: la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra, la sacra corona unita, la stidda. Non so perché ciò sia accaduto. So che la questione donna è più che mai attuale. Nella ‘ndrangheta, fino a non molto tempo fa, le donne erano evanescenti, come se non esistessero; presenze silenziose, invisibili, protette da un bozzolo che li collocava in un cono d’ombra. In casa, accanto ai loro uomini, crescevano i figli; i mariti avevano altro da fare, pensavano ad accumulare soldi ed erano sempre fuori, oppure erano in galera; e allora le mogli erano impegnate in un via vai dalle carceri a dare conforto, a fornire informazioni, a portare all’esterno ordini. Il loro regno era la casa dove educavano le figlie che si sarebbero sposate con un altro giovane, anche lui figlio di un uomo d’onore. Era il destino comune di tutte le figlie di uomini di ‘ndrangheta: sposarsi tra di loro. Oppure crescevano giovani pronti a uccidere. “Sarai bravissimo a sparare” dice il marito di Giuseppina parlando al suo bambino. Poi, qualcosa è cambiato. Sono cambiate le ‘ndrine, hanno cercato di stare al passo con i tempi, ma soprattutto è cambiato il ruolo delle donne nella società. Oggi le donne hanno un peso diverso, sono presenti in tutti i gangli della società, hanno raggiunto traguardi un tempo impensabili in tutte le professioni. Ci sono ancora ritardi da colmare, ma i passi in avanti sono enormi. Tutto ciò è risuonato dentro il cuore profondo delle ‘ndrine dove gli uomini hanno sempre immaginato che tutto dovesse essere da loro controllato. E invece non potevano controllare tutto delle donne; potevano rinchiuderle in casa, ma non potevano impedire che si innamorassero di un altro uomo, qualche volta addirittura di uno sbirro, e non potevano impedire di amare i loro figli, in un modo che un uomo difficilmente comprende. Gli uomini traditi dai sentimenti delle donne. Ci sono donne che sono diventate protagoniste e vittime, come Maria Concetta Cacciola o Lea Garofalo che hanno avuta una tragica fine. Donne come Giuseppina Pesce, anche lei una vittima, che abbandona i suoi e, dopo un lungo travaglio, decide di collaborare con la pm Alessandra Cerreti. La sua storia adesso è raccontata in un volume edito da Piemme e scritto da Danilo Chirico con Giuseppina Pesce “La figlia del clan. Un cognome da nascondere un destino da riscrivere”. Una storia tragica e avvincente, raccontata come un romanzo, che si inoltra nei luoghi più misteriosi di una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta. “Io amavo la mia famiglia, quando ho scelto di collaborare, l’ho fatto soltanto per dare un futuro ai miei figli”. Ecco, i figli. Sono il bene da preservare. Tra il padre, la madre, il marito, il fratello e i figli, lei sceglie, non senza travagli e dolore, la salvezza dei figli. E per salvarli deve perdere gli altri perché la struttura familiare della ‘ndrangheta non dà scampo. Un tempo non era così. Buscetta parlò con Falcone e disse che lui non si pentiva di niente perché erano gli altri, i viddani corleonesi, quelli che avevano infranto le regole, e lui si sentiva in diritto di parlare non essendo più vincolato all’antico giuramento fatto quand’era giovane. I collaboratori di quella generazione si mossero su quella scia. Adesso, e Giuseppina Pesce è una testimonianza preziosa, le cose sono diverse. Lei ha salvato i suoi figli e ha fatto condannare la sua famiglia d’origine. Sta tutto qui, e non è poco, il suo dramma. I Pesce sono una famiglia patriarcale e maschilista, dove comandano gli uomini. “Già a nove o a dieci anni ti viene inculcata l’idea del capo da servire e delle regole da rispettare”. Suo marito è un uomo violento, la picchia selvaggiamente e l’umilia di continuo. Nessuno della famiglia va in suo soccorso. Chiede aiuto alla madre e lei confessa alla figlia che anche il marito la picchiava, anche se non la tradiva. “In fondo questo ai loro tempi era normale”. Ma quei tempi sono passati. Già! Ma loro non sono cambiati, si sono ossificati nella cultura barbarica dell’onore da vendicare. Il tradimento, l’innamorarsi di un altro uomo è imperdonabile. Solo la morte può cancellare l’onore macchiato. È come se vivessero nei secoli passati. Sopravvive un concetto dell’onore mortifero. Rimane il fatto agghiacciante che mafiosi che si vantano di essere uomini d’onore si comportino così con le loro donne e lascino che le loro figlie o sorelle vengano trattate in modo selvaggio e belluino dal marito. Le donne vivono una vita dorata con l’omaggio di tutti e una quotidianità terribile di segregazione, di umiliazioni, di violenza subita. C’è da chiedere alle giovani e ai giovani che potrebbero essere attratti dal miraggio del denaro e del potere: ma conviene fare una vita come quella raccontata nel libro? Conviene vivere nel terrore d’essere uccisi, o arrestati nel cuore della notte, farsi anni e anni di galera, privati dei soldi e degli affetti più cari? Davvero conviene? La bocciatura del film su Regeni svela la crisi del sistema culturale di Angelo Zaccone Teodosi* Il Manifesto, 8 aprile 2026 Il sostegno negato al doc sullo studente ucciso impone una revisione. L’opposizione presenta un’interrogazione, lasciano Mereghetti e Galimberti. Riemerge prepotente, a seguito dell’esclusione del documentario su Giulio Regeni, ritenuto dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico, il tema dell’eccesso di discrezionalità e del deficit di trasparenza nella gestione della res publica culturale italiana. La “meritocrazia” tanto invocata dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni svanisce sempre più in decisioni che appaiono influenzate dal “capitale relazionale” piuttosto che dalla valutazione di professionalità. La bocciatura del film di Simone Manetti, Giulio Regeni - Tutto il male del mondo (prodotto da Mario Mazzarotto per Ganesh e da Fandango), sul ricercatore italiano ucciso in Egitto, ha scatenatato numerose proteste, su più fronti, dal coordinamento delle associazioni degli autori e delle autrici (100autori, Anac, Wgi, Aidac, Air3, Acmf) e dei lavoratori (#Siamoaititolidicoda) ai parlamentari dell’opposizione - in primis, Pd, ma anche Avs, Azione, M5s, +Europa, che hanno presentato ieri interrogazioni al ministro Alessandro Giuli. Nella stessa giornata sono arrivate anche le dimissioni di due dei 15 membri di una delle due commissioni ministeriali chiamate a selezionare film e progetti: il critico del “Corriere della sera” Paolo Mereghetti, che pur non facendo parte della commissione che aveva esaminato il film su Regeni ha ritenuto “per coerenza” coi suoi giudizi espressi sul valore del film, necessario prendere le distanze dalla commissione stessa; e Massimo Galimberti, docente e programmatore che ha dichiarato: “Sono anni che lavoro con il ministero, ho fatto parte di varie commissioni, però in questa fase ho sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori, nell’approccio alle procedure, nell’analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti”. La questione va oltre il sostegno alla produzione di film e serie tv - fra i bocciati ci sono The Echo Chamber, l’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini, regia di Andrea Pallaoro, produzione Indigo; Illusione di Francesca Archibugi, Fandango, mentre è stato finanziato Pier Francesco Pingitore, l’inventore del Bagaglino, caro alla destra culturale con il suo progetto Tony Pappalardo. Ma riguarda anche i contributi alle attività di promozione: festival, rassegne, ricerche. Nei giorni scorsi, il direttore generale del cinema e dell’audiovisivo del Ministero della cultura, Giorgio Carlo Brugnoni (che è anche vice capo di gabinetto del Mic), ha firmato alcuni “decreti direttoriali” che formalizzano le graduatorie relative alle istanze di contributo pubblico per le iniziative di “promozione” e per i cosiddetti “contributi selettivi”: si tratta dei processi di valutazione affidati per l’anno 2025 a due commissioni, formate rispettivamente da 12 (promozione) e 15 membri (produzione). Requisiti per la nomina? Generica professionalità (“altamente qualificati” recita la legge) e “comprovata esperienza”, equilibrio di genere. Anche qui le decisioni prese hanno provocato molte perplessità: c’è stata ad esempio, la riduzione di quasi la metà (meno 45%) del contributo assegnato - su varie linee di attività - allo storico Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico Aamod (da 380mila euro a 210mila), mentre sono stati confermati contributi per quasi mezzo milione di euro ognuno alle iniziative promosse da potenti organizzatori di festival e noti pr quali Pascal Vicedomini (festival tra Capri e Ischia e Los Angeles, 485mila euro); o Tiziana Rocca attiva attraverso la Agnus Dei impresa ed associazione (480mila euro). E, ancora, i sempre generosi contributi riconducibili all’associazione dei produttori audiovisivi Apa (350mila euro) presieduta da Chiara Sbarigia (già presidente di Cinecittà fino alle dimissioni giugno 2025, ma ancora oggi prima consigliera della sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni), così come a Francesco Rutelli (ex ministro e già presidente dell’Anica) per il suo festival a Roma Videocittà (280mila euro). Queste decisioni dovrebbero imporre una riflessione autocritica al governo, a partire da una questione essenziale (anche rispetto al tema sensibile dei criteri di selezione delle iniziative): come vengono nominati gli “esperti”? Va denunciato che si tratta di cooptazioni discrezionali del ministro, nel caso in specie, Alessandro Giuli che ereditò un elenco di cooptandi dal suo predecessore, Sangiuliano, dimissionario nell’estate del 2024, apportando qualche modifica e qualche innesto nel novembre 2025. Nessuna procedura trasparente. Nessuna analisi comparativa dei curricula. Discrezionalità pura: nel gergo amministrativo, si chiama “intuitu personae”. Tradotto in italiano: “io ministro nomino chi più mi aggrada”. Basti osservare che nella “commissione promozione” è stato chiamato Ivan Cardia, competenza zero nel settore cinema, ma apprezzato menestrello della Lega - ai tempi di Dario Franceschini ministro almeno era stato promosso un pubblico avviso a presentare candidature per il ruolo di esperto. Il problema essenziale è dunque la composizione di queste commissioni, che peraltro peccano (non raramente) sia di latenti conflitti di interessi di alcuni componenti, sia di deficit di rappresentatività delle varie anime culturali del sistema cinematografico-audiovisivo (quella imprenditoriale e quella autoriale), a causa di uso ed abuso della discrezionalità del ministro nel processo di cooptazione dei loro componenti. L’esempio leggendario di Incitatus, l’amato destriero dell’imperatore romano Caligola nominato senatore può apparire eccessivo, ma ben rappresenta la questione. Una riforma, e radicale, è assolutamente necessaria per assicurare una migliore “democrazia culturale” e processi selettivi che siano trasparenti, meritocratici, pluralisti. Evitando i rischi ormai sempre più evidenti di deriva egemonica delle politiche culturali. *Presidente IsICult - Istituto italiano per l’Industria Culturale Il volto crudele e ignorante della destra di Vincenzo Vita Il Manifesto, 8 aprile 2026 Lo scivolone è di quelli che lasciano il segno, senza speranza di redenzione. Il riferimento è alle scelte davvero incredibili fatte dall’apposita commissione del Ministero della cultura (Mic) in merito ai cosiddetti contributi selettivi per film e documentari. Sono tutti film, aggiungerebbero gli esperti. Se si guardano le scelte, viene spontaneo un urlo sdegnato accompagnato da rabbia e incredulità. Per chiunque viva nel nostro benedetto Paese il caso di Giulio Regeni è in cima all’elenco dei misfatti che hanno attraversato la storia italiana, con acclarata subalternità dei governi alla logica dei rapporti commerciali con l’Egitto oppressore del giovane ricercatore torturato e ucciso. La difesa delle persone e dei diritti umani è lasciata al dì di festa, per sparire nel resto delle giornate. Come non cogliere l’abnormità dell’esclusione di un notevole film, fortissimo nel messaggio e altrettanto rilevante sotto il profilo estetico grazie ad una regia molto attenta e alla passione dei produttori. Non sarà un caso se la Rai l’ha acquistato per metterlo nel palinsesto appena dopo l’uscita sugli schermi di Sky. E se, sulla base dell’autorevole proposta della senatrice a vita Elena Cattaneo, settantaquattro atenei hanno deciso di far circolare un prodotto culturale emozionante. La inquietante commissione di merito ha forse cercato, più realista del re e della regina, di occultare la memoria di una tragedia mostruosa. L’esclusione di Giulio Regeni. Tutto il male del mondo non è l’unica sberla inferta alla dignità e alla cultura. Risaltano ulteriori esclusioni pure clamorose, dalle opere di Francesca Archibugi, o di Andrea Pallaoro che ha ereditato l’ultima sceneggiatura vergata da Bernardo Bertolucci. Solo per citare qualche caso. Ricordiamo, poi, il recente appello contro i tagli firmato da oltre duecento esponenti dell’immaginario audiovisivo. Due componenti della commissione esaminatrice (Galimberti e Mereghetti) si sono dimessi, mentre il Coordinamento delle associazioni di settore ha protestato pur assai tardivamente come stigmatizzato dalle rappresentanze di recente costituzione nate nell’età del precariato e della crisi. A questo punto, ben altre dimissioni sarebbero doverose a meno che il ministro Giuli o il direttore del cinema Brugnoni fossero distratti mentre uscivano le graduatorie, ma in un frangente come questo l’ignoranza non solo non scusa, mentre è se mai un’aggravante. Siamo di fronte ad un dicastero sul viale del tramonto, emblematico dell’assenza di una qualsivoglia politica culturale di e in una destra partita con gli squilli di tromba di una nuova egemonia e ridotta ad una versione ingiallita e bonsai del minculpop. La coppia Sangiuliano- Giuli ha inferto un colpo ferale al settore che gode (godrebbe) di maggiore autorevolezza sul piano internazionale. Senza offesa per le persone, è legittimo invocare una svolta generale e, per l’intanto, la revisione delle decisioni assunte. Del resto, un coro di critiche (finalmente) si è sollevato e ormai si pone il problema strategico della fragilità strutturale di un ministero ormai profondamente indebolito. Viene da piangere se si pensa al dramma di Giulio Regeni e alla compostezza straordinaria dei genitori, che non meritavano anche questo. Ovviamente, servirà quanto prima una profonda revisione dei meccanismi normativi, che oggi premiano i contributi automatici insieme ai funambolismi del tax credit: è ciò che chiede un mercato abbandonato agli spiriti selvaggi dei modelli più commerciali. Simile accozzaglia così poco commendevole interpella tutto il mondo democratico, di cui il cinema ha sempre fatto parte, ed esige di superare incertezze e piccole compromissioni. Se ne vadano gli inquilini che oggi occupano stanze tanto prestigiose e si apra una stagione di coraggiose vertenze sui vari territori delle culture. Il limite di guardia è stato superato, di molto. Comunque, non finisce qui. Sicurezza e transizione energetica, come liberarci dal ricatto di Leonardo Becchetti Avvenire, 8 aprile 2026 Dalle rivolte urbane alle scelte energetiche, ci sono segnali di risveglio collettivo contro le élite e i conflitti. La diplomazia e le rinnovabili come svolta possibile e concreta. “Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che commanna”. La famosa poesia di Trilussa scritta agli inizi dalla Prima guerra mondiale sembra straordinariamente attuale. Trilussa coglieva con lucidità amara un tratto ricorrente della storia: i conflitti nascono spesso dai capricci e dagli interessi di pochi potenti, mentre i popoli che non li vogliono ne pagano il prezzo. A distanza di un secolo, questa intuizione riemerge nelle tensioni contemporanee, dalle proteste di Minneapolis fino alle narrazioni musicali di Bruce Springsteen, che raccontano fratture sociali e disillusione. In questo contesto, il “No Kings Day” appare come una risposta dal basso, civile e politica, a quella stessa dinamica: una reazione collettiva contro la concentrazione del potere e contro decisioni imposte senza consenso. Non ancora un progetto compiuto, ma un segnale chiaro. Come direbbe Polanyi, sono gli “anticorpi sociali” che si attivano quando l’equilibrio tra società e potere si rompe. I fatti di cronaca di Minneapolis e la scriteriata guerra all’Iran che sta facendo il gioco di quel Paese, promuovendolo a potenza regionale, sono stati probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha svegliato la società globale dall’apatia e dal torpore politico. Ma nulla è automatico e sta a noi trasformare l’emergenza di una reazione sociale e politica in qualcosa che apprenda dai drammatici errori di questi giorni e ci riporti sul sentiero del bene comune. La ripartenza civile della comunità internazionale deve fondarsi su alcuni cardini fondamentali. Il primo è che l’ossessione della sicurezza perseguita attaccando militarmente nemici per presunti pericoli ha il risultato paradossale di aumentare insicurezza e instabilità. La via migliore per perseguire sicurezza è il diritto internazionale e lo sviluppo di rapporti pacifici e diplomatici migliori possibili con tutti, anche con chi è diverso da noi. La potenza militare e la presunta superiorità tecnologica è un valido strumento di deterrenza in una situazione di pace, ma diventa una pericolosa illusione quando si pensa, in un panorama globale complesso come quello di oggi, di usarla per ottenere una vittoria militare totale su un presunto nemico o pericolo. Il secondo è che dobbiamo accelerare la fine di un mondo dove le fonti fossili hanno dominato l’offerta di energia diventando esse stesse fonti di guerre, ricatti, minacce e dinamiche inflattive. Il mondo delle fossili era ed è popolato da incubi, come la stretta dell’Opec degli anni ‘70, l’esplosione dei prezzi del gas, la chiusura dello stretto di Hormuz. Una delle più grandi responsabilità del governo negli ultimi tempi è quella di non aver accelerato come sarebbe stato possibile il processo di indipendenza energetica. L’Italia è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza dalle fonti fossili, condizione che espone famiglie e imprese a choc esterni continui e imprevedibili. Negli ultimi anni abbiamo semplicemente sostituito una dipendenza con un’altra: dall’Opec al gas russo, fino al gas liquefatto statunitense e alle forniture algerine. Questa fragilità si riflette direttamente nei prezzi. Il nostro PUN (Prezzo Unico Nazionale) è tra i più alti d’Europa e reagisce in modo immediato alle tensioni geopolitiche, come dimostrano i picchi nei momenti di crisi nello Stretto di Hormuz. La lezione è chiara: la transizione ecologica non è solo una questione climatica, ma prima ancora geopolitica ed economica. Al contrario, come dimostrano i Paesi più avanti nella transizione, le rinnovabili introducono un meccanismo opposto: quando cresce la loro quota nel mix energetico, aumentano le ore in cui il prezzo marginale dell’energia tende a zero, perché non entra in funzione il gas. Questo riduce strutturalmente il costo dell’energia e stabilizza il sistema. Oggi il mercato e la tecnologia sono già dalla parte della transizione: il 91% dei nuovi impianti installati nel mondo è rinnovabile (Irena) e i costi di fotovoltaico e accumuli continuano a crollare. In Italia, Terna segnala circa 300 GW di progetti in attesa di autorizzazione: ne basterebbero circa 10 GW l’anno per raggiungere gli obiettivi. Il vero collo di bottiglia non sono le risorse, ma la burocrazia. Cosa aspettiamo a raddoppiare la commissione di Valutazione d’Impatto Ambientale per eliminare il collo di bottiglia, a realizzare un sistema di sconto in bolletta per far decollare le comunità energetiche e a potenziale quegli strumenti (come l’Energy release) che anticipano alle imprese i benefici dell’investimento in fonti rinnovabili per produrre l’energia necessaria per i processi produttivi? Governare in modo lungimirante vuol dire organizzare strategicamente il Paese e le partecipate in questa direzione e non essere al traino di inerzie del passato che rischiano di farci prendere in ritardo il treno della storia. Idroelettico, fotovoltaico, eolico onshore e offshore e lo sviluppo del geotermico - una nostra tradizione che oggi potrebbe avvalersi di straordinari recenti risultati raggiunti in Paesi vicini come Danimarca e Germania - possono e devono essere le fondamenta di una rivoluzione (già in corso) dove l’energia è partecipata e prodotta in modo diffuso. Il mondo dove non si combattono più guerre per il petrolio e dove produzione e prezzi dell’energia non dipendono da quello che accade nello stretto di Hormuz è alla portata. Migranti. Cpr di Torino, indagato e sospeso il direttore di Elisa Sola La Stampa, 8 aprile 2026 La procura apre un fascicolo dopo la denuncia di un recluso poco prima di Natale. La presunta vittima è un tunisino liberato qualche settimana dopo. Dopo tre mesi dalla presunta aggressione denunciata da un uomo trattenuto nel Cpr, la procura ha indagato il direttore. Il funzionario è stato sospeso dal ruolo, temporaneamente. L’ipotesi di reato, per ora, sono le minacce aggravate. Ma l’inchiesta, coordinata dal pm Francesco La Rosa, potrebbe allargarsi. Sia relativamente alle contestazioni ipotizzate, sia riguardo al numero delle persone indagate. Ci sono altre figure, che hanno lavorato nel Cpr insieme al direttore, su cui il faro degli inquirenti è puntato. Si valuta. Ma è presto per tirare le somme. L’indagine è in corso. Sono molti i testimoni che sono stati sentiti negli ultimi giorni per verificare cosa davvero sia accaduto a metà dicembre dentro al centro definito, come gli altri in Italia e in Albania, illegale e incostituzionale da molti giuristi e rappresentanti delle istituzioni. La presunta vittima dell’aggressione - A dare vita all’inchiesta è stato Aziz, di 25 anni e di origini tunisine, oggi libero, finito in corso Brunelleschi nove mesi dopo la riapertura. Era stato fermato durante un controllo e poi recluso lì perché senza documenti e irregolare. Dopo alcuni giorni dentro, il ragazzo aveva confidato alla sua avvocata Monica Grosso di avere subito una “aggressione” a cui avrebbero assistito almeno quattro testimoni. Il racconto di Aziz - “Era il 15 dicembre ed erano le tre di pomeriggio - aveva detto il giovane - e io ero nella stanza dei mediatori. Avevo chiesto di poter telefonare a un mio parente. Una delle mediatrici che era lì ha chiamato il direttore chiedendogli di raggiungerla. E lui è comparso. Si è avvicinato a me di scatto, mi ha messo con forza una mano sul viso, mettendo il pollice e parte del palmo sotto la mascella. Con le altre dita stringeva forte tra il naso e le guance, spingendo il viso verso l’alto. Ha tenuto la presa per diversi minuti. Gridava “bastardo, te la faccio pagare, ti faccio arrestare, non ci metto niente”. È stata un’aggressione gratuita. E io sono rimasto scioccato”. Accuse mediatrice testimonianze e timori del giovane - Il fatto sarebbe stato generato dalla mediatrice, che, secondo il ragazzo, gli avrebbe detto, alla richiesta di fare la telefonata: “Adesso ti faccio vedere chi sono io”. Poi avrebbe chiamato il direttore, dicendogli: “Vieni qui, che quello mi tratta male”. Pochi giorni dopo l’episodio, il 25enne aveva saputo che la mediatrice si sarebbe lamentata di lui, accusandolo di averla “apostrofata in maniera aggressiva e volgare”. Per questo motivo sarebbe intervenuto il direttore. Per farle giustizia. Nella stanza erano presenti altri due mediatori, un assistente sociale e un altro funzionario del Cpr. Tutti sono stati sentiti in procura come persone informate sui fatti. Ora l’inchiesta continua. “Dopo quell’aggressione ho avuto molta paura - aveva denunciato il giovane - già mi trovo in un luogo di detenzione senza che abbia fatto niente, isolato dai miei familiari, ma non solo, devo subire anche aggressioni gratuite. Non dormo più la notte. Non ho mai insultato la mediatrice. E adesso io temo di subire ripercussioni solo perché ho denunciato”. Migranti. Cpr di Torino, il direttore chiede di essere sentito dal pm di Elisa Sola La Stampa, 8 aprile 2026 “Non ho mai minacciato quell’uomo. Ma l’ho sgridato, con veemenza, perché aveva avuto un atteggiamento sbagliato. Vivere e lavorare dentro al Cpr non è affatto facile”. Si è presentato spontaneamente davanti al pm Francesco La Rosa per farsi interrogare, il direttore del Centro di permanenza per i rimpatri di Torino. Si chiama Vincenzo Salvo e per 18 anni, prima di fare il direttore, ha lavorato come ispettore di polizia superiore in corso Brunelleschi. “Dunque, è un professionista che conosce molto bene quel posto”, afferma il suo avvocato difensore, Giuseppe Portigliotti, che precisa: “La scelta della sospensione temporanea di Salvo dal suo incarico non è stata da lui subita, ma è stata presa dal mio assistito insieme all’ente che gestisce la struttura per garantire che, in attesa della fine dell’indagine, non si creasse un clima ancora più ostile verso i lavoratori all’interno dello stesso Centro”. Indagato per minacce aggravate - Davanti al pm, Salvo, che è indagato per minacce aggravate verso un ex ospite di 25 anni, ha premesso: “L’ambiente dentro al Cpr è complicato. Ci sono alcune persone che accettano passivamente la situazione di trattenimento, altre che invece proprio non la tollerano. E spesso le vittime di questo clima di tensione sono gli operatori che lavorano nel centro, in particolare i mediatori culturali. E in particolare le donne”. Il ragazzo che ha denunciato di essere stato aggredito, assistito dall’avvocata Monica Grosso, ha sostenuto di avere chiesto a una mediatrice culturale di fare una telefonata. Lei avrebbe rifiutato e avrebbe chiamato Salvo nella stanza. Il direttore a quel punto lo avrebbe aggredito a freddo, minacciandolo e trattenendogli il volto con la forza. I mediatori culturali - Salvo, nel ricostruire questo fatto, ha premesso una seconda questione al pm: “Spesso i mediatori culturali, quasi tutti nordafricani, vengono visti dagli ospiti più aggressivi come “sbirri” o come “amici degli sbirri”. Il clima per loro è teso. Alle mediatrici va peggio perché spesso vengono insultate e apostrofate come “p... amiche degli sbirri”. Anche la mediatrice a cui l’ospite ha chiesto di fare la telefonata è stata trattata così”. Il racconto del direttore - Secondo l’indagato, il 25enne avrebbe insultato la donna senza un motivo. “A quel punto - ha precisato Salvo - lei ha chiesto l’intervento del direttore. Sono intervenuto e l’ho redarguito violentemente ma a voce, senza minacciarlo. L’ho trattenuto per il volto, è vero, per dirgli “guardami negli occhi quando ti parlo”. Ma non era una minaccia. Gli ho detto: “Ricordati che tu devi rispettare le persone che lavorano qui dentro. Non farlo mai più”“. La versione del direttore è al vaglio degli inquirenti. I testimoni presenti alla scena sono stati sentiti. Un luogo difficile - Comunque andrà a finire questa inchiesta, Salvo ha ribadito un concetto: “Il Cpr è un posto dove è difficile mantenere una condizione di lavoro accettabile per gli operatori. Sono insultati, pressati. Solo che nessuno ne parla”. Droghe. Una alternativa pragmatica al proibizionismo di Paolo Nencini Il Manifesto, 8 aprile 2026 Il fallimento del proibizionismo sulle droghe è descritto da una vasta letteratura scientifica e riconosciuto, spesso solo a fine carriera, anche da autorevoli esponenti politici. Le alternative fin qui avanzate si possono ricondurre a tre filoni: la liberalizzazione, nella sua versione neoliberista o individualista; la legalizzazione regolata di alcune sostanze; la decriminalizzazione, che mantiene l’illecito ma rinuncia alla sanzione penale del consumo. Le ultime due opzioni si presentano come compromessi pragmatici tra proibizionismo e laissez faire, ma proprio per questo faticano a consolidarsi, spesso percepite come soluzioni provvisorie. In questo stallo teorico e politico acquista interesse la proposta avanzata dai giuristi statunitensi David Pozen e Matthew Lawrence in due articoli su Harvard Law Review e Science. Il loro ragionamento parte dal fallimento del Controlled Substances Act del 1970, la legge federale americana che ha prodotto milioni di arresti e un bilancio devastante di morti per overdose. Pur nascendo nel contesto USA, la proposta ha un valore generale perché non si concentra tanto sulle singole sostanze quanto sul meccanismo che regge l’intero impianto repressivo: il sistema tabellare. Pozen e Lawrence osservano che la collocazione di una sostanza nelle tabelle si fonda su tre criteri: potenziale d’abuso, capacità di indurre dipendenza, eventuale uso terapeutico accertato. Restano fuori, però, altri possibili benefici: religiosi, creativi, sociali, ricreativi. Così l’analisi considera solo una parte dei valori in gioco e spinge il sistema verso la risposta più restrittiva. Non solo: quei criteri non sono nemmeno applicati coerentemente, se si pensa all’assurdità di collocare psilocibina ed eroina nella stessa tabella. Il risultato è un dispositivo poco credibile, che ignora il pluralismo delle esperienze di consumo e produce delegittimazione della legge e criminalizzazione. Gli autori, però, non propongono la liberalizzazione pura. Al prohibition problem si affianca infatti il pharma problem: il rischio che all’eccesso di criminalizzazione si sostituisca un eccesso di commercializzazione. L’epidemia da oxycontin resta il caso esemplare di questa deriva, come oggi lo sono la corsa ai brevetti sugli psichedelici e l’interesse di Big Tobacco per la cannabis. Da qui la proposta di una terza via, ispirata al pragmatismo della riduzione del danno. La prima novità è una Tabella A per le sostanze più pericolose: accesso decriminalizzato, ma consentito anche per usi non terapeutici dentro programmi di riduzione del danno, con registrazione, controllo del dosaggio, supervisione e luoghi sicuri di consumo. È la traduzione istituzionale delle stanze del consumo sicuro. Eroina e fentanyl ne sarebbero gli esempi principali. La Tabella B includerebbe invece le altre sostanze psicotrope, sottoposte a una regolazione rigorosa della commercializzazione: limiti a pubblicità e promozione, politiche fiscali, restrizioni per i minori. In questo caso il peso sanzionatorio si sposterebbe dall’uso all’offerta, per impedire la sovra-commercializzazione. Cannabis e psilocibina potrebbero rientrare in questo ambito. Uno dei meriti più forti della proposta è la sua flessibilità: le sostanze potrebbero passare da una tabella all’altra sulla base delle evidenze e dell’apprendimento istituzionale, rompendo l’attuale rigidità che rende quasi impossibile uscire da un regime restrittivo. Il suo pregio maggiore, però, è politico e culturale: mostra una via d’uscita dalla sterile contrapposizione tra proibizionismo e liberalismo, dentro la traiettoria già aperta dalla riduzione del danno. Poiché l’uso di sostanze risponde a motivazioni molteplici, continuare a sottoporre milioni di persone ai rigori del diritto penale appare sempre meno sostenibile. Più che inefficace, il proibizionismo appare ormai insensato. La credibilità dell’Italia all’estero offuscata dal caso Almasri di Maurizio Delli Santi La Notizia, 8 aprile 2026 Le giustificazioni offerte dal governo si sono rivelate fallaci. Il fermo del ricercato andava comunque eseguito. Il caso della liberazione del l caso della liberazione del torturatore libico Almasri colpito da un mandato di arresto della Corte penale internazionale è destinato ad alimentare altre polemiche. È stata formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio per ‘false dichiarazioni al pm’ del responsabile della struttura tecnica del Ministero della Giustizia, mentre è stata anticipata la contestuale sollevazione di un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale: la maggioranza di governo ritiene che la sua posizione debba essere equiparata a quella dei ritiene che la sua posizione debba essere equiparata a quella dei ministri, per i quali segue un altro procedimento e potrebbero essere evocate eccezioni di procedibilità e immunità. Nel contempo, la Corte penale internazionale ha deliberato di deferire l’Italia all’Assemblea degli Stati parte per inosservanza degli obblighi di cooperazione. Il profilo internazionalistico è quello che più ci interessa perché venga fatta chiarezza: ne va della scelta fondamentale che l’Italia deve fare rispetto al modello di giurisdizione della Corte penale internazionale. Si tratta in sostanza di chiarire se si vuole porre in discussione lo ‘Statuto di Roma’ approvato nel 1998 grazie a un largo movimento globale di opinione che sostenne l’idea della giustizia penale internazionale. Il 17 luglio di quell’anno in Campidoglio fu aperto alla firma il più avanzato strumento di diritto internazionale umanitario che finalmente riconosceva un organo internazionale umanitario che finalmente riconosceva un organismo permanente di giurisdizione ‘universale’ per i crimini internazionali più gravi: i crimini di guerra, contro l’umanità, il genocidio e - in una fase successiva - anche l’’aggressione’, ovvero l’attacco illegale ad uno Stato. Tra le previsioni fondamentali dello Statuto - oltre alla irrilevanza di qualsiasi prescrizione temporale e delle immunità anche per capi di Stato e di governo - vi è anche una norma procedurale fondamentale: per i mandati d’arresto della Corte penale dell’Aja gli Stati devono provvedere alla ‘consegna diretta’, perché nei confronti della giurisdizione della Corte non opera il sistema “estradizionale” previsto nella cooperazione giudiziaria fra Stati che include la discrezionalità ‘politica’ dei governi di aderirvi o meno. In sostanza, di fronte ai ‘crimini internazionali’ di eccezionale gravità, i c.d. crimina iura gentium, nell’approvare lo Statuto di Roma gli Stati hanno accettato che i provvedimenti della Corte penale internazionale sono direttamente esecutivi negli ordinamenti nazionali, per cui tanto il Ministero della Giustizia quanto le Autorità giudiziarie nazionali devono solo provvedere agli adempimenti procedurali di raccordo. In caso di dubbi, verifiche ritenute necessarie devono in ogni caso assicurare il fermo dell’imputato e interloquire necessariamente con la stessa Corte penale dell’Aja, che rimane depositaria ultima di ogni decisione sulla liberazione dell’imputato. È proprio su questi profili che la Corte penale internazionale ha eccepito l’inadempimento dell’Italia. Già a gennaio la Camera preliminare I della Corte aveva formulato le sue conclusioni: l’Italia nell’omettere la consegna di Almasri non ha “ottemperato ai propri obblighi” impedendo alla Corte di “esercitare le proprie funzioni e i propri poteri”, non avendo “consultato né cooperato per risolvere presunte questioni derivanti dalla formulazione del mandato d’arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione”. In sostanza non sono state ritenute motivate le giustificazioni rese dall’Italia, inclusa l’ultima su un contestuale mandato libico che quindi avrebbe consentito di sottrarre l’imputato alla Corte penale internazionale: questa interviene in base al ‘principio di complementarietà’, cioè quando non sia già intervenuta la giurisdizione di uno Stato. Ma anche questa tarietà’, cioè quando non sia già intervenuta la giurisdizione di uno Stato. Ma anche questa argomentazione è risultata fallace: il mandato libico sarebbe stato emesso in una data successiva, e in ogni caso vige un obbligo di consultazione della Corte, dato che compete sempre alla stessa Corte penale valutare la legittimità della giurisdizione di uno Stato, posto che questi potrebbe agire in maniera strumentale senza garantire un ‘processo giusto’. Sullo sfondo rimane la tesi suggestiva che ha disorientato gli italiani: l’arresto del torturatore libico avrebbe potuto comportare ripercussioni nelle pressioni migratorie, se non addirittura minacce terroristiche. La tesi non è stata ufficialmente ribadita, né è stato apposto il ‘segreto di Stato’: avrebbe di fatto significato ammettere che un Paese come l’Italia sottostava al ricatto di uno Stato fallito o di un gruppo di potere criminale al suo interno. Il quadro normativo internazionale è netto e vincolante: la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura del 1984 stabilisce che nessuna circostanza eccezionale - dallo stato di guerra all’instabilità politica interna - può giustificare la tortura. Questo principio implica che nessuna “ragione di Stato” può giustificare la mancata consegna di un sospetto di crimini internazionali: si configurerebbe una violazione grave, non tollerabile, degli obblighi derivanti da norme di ius cogens. La previsione dello “stato di necessità” è ammessa solo in condizioni eccezionali, vincolata ai principi di attualità, necessità, proporzionalità e legalità, e non può in alcun modo essere invocata per derogare a divieti assoluti come quelli della tortura o dei crimini contro l’umanità. Tutta la vicenda non impone dunque che un monito: l’Italia ha urgenza di mettere a punto con chiarezza il suo modello di adesione al sistema della giustizia internazionale, e lo deve fare adeguando la legge di ratifica 237/2012, ma soprattutto varando l’atteso Codice dei crimini internazionali per rendere pienamente esecutive tutte le previsioni dello Statuto della Corte penale internazionale. La responsabilità dello Stato verso la giustizia globale è, in ultima analisi, una responsabilità verso la democrazia stessa e verso le giovani generazioni che proprio nell’ultimo referendum hanno compiuto una scelta chiara per la giustizia, su tutti i fronti, anche quello internazionale.