“In difesa dello Stato di diritto”: il rapporto di Antigone e il populismo penale di Claudio Cerasa Il Foglio, 7 aprile 2026 Nel report non c’è quasi nessuna buona notizia, ma la lunga campagna dell’associazione per denunciare gli effetti devastanti che il Decreto sicurezza avrebbe avuto sulle carceri è stata recepita nel giugno scorso dalla relazione della Corte Suprema di Cassazione. Un primo passo verso politiche carcerarie meno populiste? “Celle senza respiro e dignità calpestata”. Il giorno prima di Pasqua è stato presentato il lodevole e drammatico report annuale di Antigone intitolato “In difesa dello Stato di diritto”, dedicato al lavoro di monitoraggio che l’associazione svolge quotidianamente sulle condizioni di detenzione in Italia. Nel 2025, i volontari dell’Osservatorio di Antigone hanno visitato 118 istituti penitenziari per adulti su 190 esistenti, e tutti i 19 istituti penali per minorenni. Per ogni visita rimane accessibile e a disposizione del pubblico una scheda di relazione. Buone notizie quasi nessuna. C’è invece la notizia delle oltre 8.500 condanne per trattamenti inumani accumulate dallo stato italiano: i numeri del 2025, si legge, hanno superato persino quelli dell’emergenza carceri che portò alla sentenza Torreggiani del 2013, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per trattamento inumano e degradante dei detenuti. Ora i tribunali italiani hanno dato ragione a 5.837 persone detenute che sostenevano di subire trattamenti inumani o degradanti. Il lavoro del report va oltre i numeri. Ad esempio ricorda che a fine agosto scorso le persone detenute in Italia hanno superato quota 63 mila, con conseguente sovraffollamento - che ormai riguarda anche gli Istituti penali per i minorenni (situazione non disgiunta dai gravissimi casi di violenza su cui sono in corso inchieste al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma). Ma anche a Bologna, scrive il rapporto, sono stati verificati “refettori impraticabili e ragazzi ammassati tra i rifiuti in celle prive di arredi”. Molti i casi di singoli detenuti portati all’attenzione pubblica. Ma è importante almeno un risultato. La lunga campagna di Antigone (e di altri gruppi e associazioni) per denunciare gli effetti devastanti che il Decreto sicurezza avrebbe avuto sulle carceri, specialmente minorili, è stata recepita nel giugno scorso dalla relazione della Corte Suprema di Cassazione, che si è basata anche sui dati raccolti sul campo da Antigone. Un primo passo verso politiche carcerarie meno populiste? Gravemente malato, ma resta in cella: il caso Bondavalli di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 7 aprile 2026 Marco Leandro Bondavalli ha 48 anni, una pena da scontare fino al 3 marzo 2048 (pena lunghissima dovuta al cumulo di piccoli reati) e un corpo che, stando alle valutazioni di più medici, non regge il carcere. Eppure in carcere ci è finito lo stesso, a poche ore da un intervento chirurgico. Oggi è ricoverato in ospedale a Piacenza con una sepsi in corso, infezioni sistemiche da candida e stafilococco, febbre alta, pressione molto bassa e un’infezione del catetere venoso centrale. Il quadro è critico e continua a peggiorare. A raccontare questa storia è l’associazione Yairaiha Ets, che segue il caso da anni. E ora c’è anche un’interrogazione parlamentare. A fine marzo la deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari ha presentato un’interrogazione a risposta scritta ai ministri della Giustizia e della Salute, chiedendo conto di quanto accaduto a Marco e sollecitando risposte urgenti. Nel testo dell’atto, protocollato con il numero 4/07430, la deputata ricostruisce la vicenda passo dopo passo, citando patologie, date, provvedimenti giudiziari e certificazioni mediche. È una lettura difficile, perché mette insieme una condizione di salute devastante e una serie di decisioni che, almeno a guardare la cronologia, sembrano andare in direzione contraria rispetto alle valutazioni cliniche. Le patologie di Marco sono numerose e gravi. Dopo una serie di interventi di chirurgia bariatrica ha sviluppato una sindrome da malassorbimento severo, con carenze vitaminiche che nel tempo hanno causato danni neurologici importanti: una neuropatia tossico-carenziale, una neurite ottica retrobulbare, una polineuropatia che gli ha fatto perdere l’autonomia motoria. Ha anche una vescica neurologica che richiede la cateterizzazione permanente, con episodi ricorrenti di infezioni urinarie e un rischio elevato di sepsi. A tutto questo si aggiungono idronefrosi con insufficienza renale, anemia, e un’ipertensione arteriosa resistente alle terapie farmacologiche, con valori pressori talmente alti da richiedere il 12 marzo 2026 un intervento chirurgico di denervazione simpatica renale bilaterale. In passato ha già avuto un episodio di shock settico. La storia farmacologica è ulteriormente complicata da una pluriallergia ai farmaci. Un quadro del genere aveva già convinto più volte la magistratura di sorveglianza a concedergli la detenzione domiciliare per motivi umanitari. Sia il magistrato di sorveglianza di Verona che quello di Ancona, con la conferma dei rispettivi tribunali, avevano ritenuto le sue condizioni incompatibili con il carcere. Marco si trovava quindi ai domiciliari, con prescrizioni precise: spostamenti solo per esigenze sanitarie documentate, nei limiti del comune di residenza e in fasce orarie stabilite, con indicazione di rivolgersi alle strutture di Scandiano o Reggio Emilia. Le prescrizioni che non reggevano la realtà - Il problema è che quelle prescrizioni, nella pratica, non si adattavano alla realtà clinica di Marco. Il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa. A Reggio Emilia, per la complessità del caso, non veniva preso in carico. Il suo vero centro di cura era l’ospedale di Ravenna, l’unica struttura che lo seguiva con continuità e con le competenze adeguate. Ma Ravenna non è prevista dalle prescrizioni. Il 19 febbraio 2026 le condizioni di Marco peggiorano. Si reca al Cau di Reggio Emilia e da lì viene trasferito d’urgenza all’ospedale di Ravenna, dove viene ricoverato in attesa di intervento chirurgico. Rimane in ospedale oltre la data entro cui avrebbe dovuto rientrare al domicilio, fissata al 9 marzo 2026. Questo mancato rientro viene contestato come una violazione delle prescrizioni. Il fatto che Marco fosse ricoverato, con documentazione medica che lo attestava, non basta a escludere la contestazione. Il 12 marzo 2026 viene operato con l’intervento di denervazione renale bilaterale. A poche ore dall’operazione, la polizia penitenziaria lo prende in consegna e lo porta al carcere di Ravenna. Il giorno successivo, 13 marzo, il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia sospende in via provvisoria la misura della detenzione domiciliare, contestando le presunte violazioni. Al carcere di Ravenna la situazione precipita subito. Marco sviluppa febbre e una crisi ipertensiva acuta. Viene chiamato il 118 e viene nuovamente ricoverato in ospedale. Il medico dell’istituto penitenziario mette tutto nero su bianco: il paziente è incompatibile con il regime carcerario, ha bisogno di assistenza sanitaria continua e specialistica, non può essere trasferito in sicurezza, e non è gestibile neppure in strutture penitenziarie dotate di assistenza sanitaria avanzata. Il medico segnala anche la necessità di una rivalutazione giudiziaria urgente della situazione. Nonostante tutto questo, viene poi disposto il trasferimento al centro clinico del carcere di Piacenza. Anche lì il medico conferma l’incompatibilità con il regime detentivo. Marco viene quindi portato all’ospedale di Piacenza, sempre in stato di detenzione. Le istanze urgenti di differimento della pena presentate dall’avvocato difensore vengono dichiarate inammissibili e rigettate. L’udienza davanti al tribunale di sorveglianza di Bologna è fissata per giovedì prossimo 9 Aprile. Nel frattempo, se Marco dovesse essere dimesso dall’ospedale prima di quella data, dovrebbe tornare in carcere. Prima il detenuto, poi il paziente - L’interrogazione della deputata Ascari chiede ai ministri competenti se siano a conoscenza di quanto accaduto, se intendano disporre verifiche ispettive sull’istituto penitenziario e sugli uffici di sorveglianza coinvolti, e se non ritengano necessario adottare iniziative normative o amministrative per chiarire e uniformare i criteri in materia di differimento della pena e detenzione domiciliare per gravi motivi di salute. I riferimenti costituzionali sono l’articolo 32 sul diritto alla salute, l’articolo 27 terzo comma sul senso umano della pena, e le norme della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vietano trattamenti inumani e degradanti. Per Yairaiha Ets, la storia di Marco mette in luce un problema che va oltre il caso singolo. Troppo spesso, dice l’associazione, in situazioni come questa si guarda prima alla durata della pena e al fine pena lontano, e solo dopo alle condizioni reali di salute della persona. Il detenuto viene visto prima come tale, e solo in seconda battuta come paziente, anche quando il quadro clinico è grave e ampiamente documentato. Il risultato è che chi avrebbe bisogno di cure continue e sicure non viene messo nelle condizioni di riceverle. Nel caso di Marco la sequenza degli eventi è tutta documentata. Una persona ricoverata in ospedale viene considerata in violazione delle prescrizioni perché non torna a casa, nonostante si trovi lì per esigenze mediche certificate. Viene poi condotta in carcere a poche ore da un intervento chirurgico. I medici, uno dopo l’altro, firmano certificazioni di incompatibilità con il regime detentivo e segnalano che non è gestibile in sicurezza. Le istanze urgenti della difesa vengono rigettate. I trasferimenti continuano. E le condizioni di salute peggiorano. Ora si attende giovedì, quando il tribunale di sorveglianza di Bologna si pronuncerà sulla situazione. Nel frattempo la deputata Ascari ha messo il caso nelle mani dei ministri, chiedendo risposte concrete e in tempi rapidi. Come scrive nell’interrogazione, il rischio per la vita di Marco Bondavalli è concreto e attuale. E ogni giorno che passa senza una risposta è un giorno in più trascorso in una condizione che più di un medico ha già dichiarato incompatibile con la detenzione. Domenico Papalia, in galera da mezzo secolo di Sergio D’Elia L’Unità, 7 aprile 2026 Dicono che l’ergastolo in Italia non esiste. Ma io conosco l’ergastolano forse più ergastolano di tutti. Ed è detenuto ininterrottamente dal 1977. Quasi tutte le malattie dei carcerati si sono concentrate in un corpo solo, il suo. Mentre scrivo è ricoverato in ospedale, le sue condizioni si aggravano di giorno in giorno, gli avvocati hanno chiesto il differimento della pena. “L’ergastolo non esiste in Italia, sconti massimo trent’anni e poi esci”, è il luogo comune che circola non solo tra gli avventori dei bar di periferia e dei salotti televisivi, circola anche tra i giuristi nelle aule universitarie della “culla del diritto”. Non perché l’ergastolo comminato “in astratto” sia concettualmente più tollerabile di quello applicato “in concreto”. Il solo dire “fine pena mai” è già un castigo medievale, un marchio d’infamia che sul corpo del condannato imprime col ferro rovente la scritta indelebile: tu non cambierai mai. Comunque, io conosco un ergastolano che è forse l’ergastolano più ergastolano che ci sia in Italia. Si chiama Domenico Papalia ed è detenuto ininterrottamente da mezzo secolo. Non è un modo di dire “mezzo secolo”. L’ultima volta, e per sempre, è stato arrestato nel marzo del 1977, quasi mezzo secolo fa. In Italia, era appena nato il Movimento del Settantasette: da un lato c’era la “fantasia al potere” degli “indiani metropolitani”, dall’altro la “violenza levatrice della storia” dei fautori del “potere operaio”. Agli uni Marco Pannella diceva “Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo”. Chiamava gli altri “compagni assassini”: “compagni” perché violenti e nonviolenti - diceva - non sono nemici, sono fratelli; “assassini” perché sono tragicamente separati; rivoluzionari entrambi ma con una differenza: i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti lo sono per amore. Papalia ha conosciuto Pannella in carcere. Prima lo ha visto in bianco e nero alla televisione di allora, nelle tribune politiche, col bavaglio, solo “contro” tutti: Andreotti, Berlinguer, Cossiga e Almirante. Poi lo ha visto a colori, in carne e ossa, affacciarsi alla sua cella in visita ai carcerati, a Natale, a Pasqua e a Ferragosto. Si è innamorato subito di lui, del suo partito e della sua splendida creatura, Nessuno tocchi Caino, che nelle carceri continua la sua missione laica di conversione dalla violenza alla nonviolenza. Dei detenuti e dei “detenenti”. Come Caino, segnato dal Signore perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato, Domenico ha vissuto la sua vita in “esilio” nelle colonie penali del nostro Paese. Da una colonia all’altra, ha cercato sempre di “costruire città” e generare nuove discendenze. In carcere ha imparato a leggere e scrivere, da autodidatta, attraverso i giornali. Poi si è iscritto alle scuole e ha conseguito la licenza media. Nella Casa di reclusione di Opera, ha preso il diploma di litotipografo, ha seguito un corso di informatica e uno da cuoco. Nella Casa di reclusione di Bergamo, ha ottenuto il diploma di manutentore elettrico. Alla Casa di reclusione di Carinola ha completato il diploma di ragioneria e un corso di formazione in ceramica. Durante la sua permanenza nella Casa di reclusione di Nuoro ha partecipato ai corsi di lingua e letteratura, spagnola e italiana. A Rebibbia ha svolto attività di volontariato con l’associazione Carcere e Comunità, collaborando con Gervasia, una suora orsolina. Lavorava inoltre come volontario nel laboratorio di informatica della Caritas, e destinava il suo compenso alla stessa Caritas. Da 35 anni collabora con la Missione Don Bosco a sostegno dei bambini del Terzo Mondo, per la quale riceve ogni anno un Diploma di Benefattore. Poi c’è Platì, la terra che gli ha dato i natali, gioie e dolori. È nato e cresciuto in una famiglia numerosa e nella miseria. Avevano il bestiame e Domenico ha fatto il pastore fino all’età di 18 anni. Erano ancora piccoli quando la madre si è ammalata ed è caduta in depressione, costretta a letto per vent’anni, fino alla sua morte. Ha iniziato da ragazzo con piccoli furti. Per necessità, non perché in lui era innata la tendenza a delinquere. Nel 1964 un suo fratello fu ucciso senza motivo da un paesano ubriaco. Per placare ogni istinto di vendetta era emigrato a Milano, dove ha trovato un lavoro ma anche cattive compagnie. È finito in carcere, per una rapina alla fine degli anni Sessanta. “Negli anni successivi sono rimasto legato come un cane alla stessa catena di fatti,” ricorda Domenico. Prigioniero di un gioco dell’oca senza soluzione: soggiorno obbligato lontano da casa, lavoro che trovava e che poi perdeva, ritorno obbligato a Platì e poi di nuovo via verso un altro soggiorno obbligato. Infine, è arrivata la pena senza fine. Il carcere gli si è incollato addosso nella forma più spietata di supplizio: la pena corporale. Le sue difese immunitarie nel tempo sono venute meno. Quasi tutte le malattie dei carcerati, tipiche di condizioni di vita in uno spazio finito per un tempo infinito, si sono concentrate in un corpo solo, il suo. Tra le tante di cui è affetto Domenico si annoverano: un carcinoma prostatico metastatico in recente progressione, una cardiopatia ischemica, un’insufficienza respiratoria, con mancanza di assistenza ventilatoria notturna, il diabete mellito, l’obesità, una pregressa trombosi venosa, anemia, depressione reattiva. Ciononostante, per il magistrato di sorveglianza il suo stato di salute non comprova una situazione di così grave infermità da implicare un pericolo di vita o tale da provocare rilevanti conseguenze dannose nel perdurare della carcerazione né tale da far apparire quest’ultima contraria al senso di umanità. Le condizioni di salute di Domenico Papalia si aggravano di giorno in giorno. Mentre scrivo è ricoverato in ospedale per una bronchite bilaterale. I sui avvocati per l’esecuzione penale, Rosa Martino e Annarita Franchi, hanno chiesto il differimento della pena per gravi motivi di salute. Nel sacrosanto diritto alla salute e alla vita di Domenico Papalia, lo Stato dovrebbe riconoscere un limite invalicabile all’esercizio della sua potestà punitiva. Tanto più che nel cuore di Domenico, semmai v’è stato, oggi non alberga più odio e, dopo mezzo secolo di carcere, non esiste pericolo alcuno che possa costituire una minaccia per l’ordine costituito e la sicurezza sociale. Nella sua vita carceraria, è stato già ammesso una volta al lavoro esterno e ha usufruito di permessi premio cinquanta volte. È stato ricoverato in ospedale senza scorta e messo in detenzione domiciliare per motivi di salute. E si è costituito da solo quando quella forma di privazione della libertà non gli è stata rinnovata. Domenico Papalia ha goduto della fiducia dello Stato per quindici anni. Fino al 1992, anno della dichiarazione di guerra dello Stato alla mafia. Poi, basta. Niente più fiducia negli ultimi trent’anni. Quando, cinque anni fa, è cambiata la legge sui benefici penitenziari, che ha modificato i requisiti per l’accesso, il tribunale di sorveglianza ha preso la palla al balzo e ritenuto inammissibili le sue istanze di permesso premio. Non hanno tenuto conto delle sentenze della Corte costituzionale contro l’ergastolo ostativo e del suo impeccabile percorso di riabilitazione. Il suo impegno di studio universitario, la collaborazione con Ristretti Orizzonti, i Laboratori Spes contra spem di Nessuno tocchi Caino, la pratica di giustizia riparativa, indirettamente, con familiari delle vittime come Agnese Moro, Paolo Setti Carraro, Fiammetta Borsellino. La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di rigetto della sua ultima istanza di permesso premio. “Una sentenza ricca di principi di diritto molto forti, inviata al Massimario della Corte”, hanno commentato i suoi straordinari avvocati Ambra Giovene e Annarita Franchi, patrocinatori delle sue cause in Cassazione. Nel bene e nel male, anche dopo mezzo secolo di pena, il destino lo lega sempre a Platì. È il paese dove Domenico ha perso un figlio la notte di San Silvestro. Aveva 19 anni, studiava all’università, quando una pallottola vagante rimbalzata sulla campana della chiesa del paese lo colpì a morte. Il padre ha autorizzato l’espianto degli organi salvando la normalità della vita di sette persone. Di un male terribile successo a lui ha fatto un’opera di bene ad altri. Ma, nell’immaginario di chi deve stabilire quando può finire la sua pena senza fine, Platì resta sempre la terra del suo peccato originale, della ‘ndrangheta e del pregiudizio che - per le generazioni passate e per quelle a venire - incatena nomi e cognomi a quel luogo di nascita. In un certo modo, più felice e creativo, anche in carcere Domenico “torna” a Platì. Da diversi anni “incontra” gli studenti delle scuole medie del suo paese, racconta loro la sua esperienza negativa e li invita a non deviare dalla retta via, a impegnarsi nello studio, a rispettare le leggi e le istituzioni, a evitare ogni forma di illegalità perché non porta alcun beneficio. “Molti di quei ragazzi mi hanno ascoltato e continuano a farlo”, dice. “Alcuni si sono laureati e, nel tempo, la devianza minorile a Platì è diminuita sensibilmente”. Una preside gli ha scritto: “Se ne salviamo uno, è un successo”. “Non ne stiamo salvando uno: ne stiamo salvando molti”, le ha risposto Domenico. Cos’è questa opera di impegno e restituzione alla comunità se non una forma di riparazione, di rottura col passato e di rinascita a una nuova vita? È l’opera di Caino volta a “costruire città” e generare nuove discendenze. L’ultima volta che ci siamo incontrati al Laboratorio di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Parma, Domenico Papalia ha ricordato una frase di Confucio: “Taglia l’albero che ti fa ombra e il sole entrerà nella tua casa”. Lui l’albero l’ha tagliato, ma il sole nella sua casa non entra ancora. Dopo mezzo secolo, Domenico vive ancora al buio, nel freddo e nella desolazione di una città costruita con sbarre e cemento, insieme a generazioni di persone di settanta, ottanta, quasi novant’anni. Non è una vittoria, è una sconfitta dello Stato, quella di attendere che corpi tumulati per oltre trent’anni passino dal “cimitero dei vivi” - come Turati chiamava il carcere - direttamente a quello dei morti. Giustizia, il ruolo del Quirinale e del Csm per favorire il dialogo dopo il referendum di Angelo Picariello Avvenire, 7 aprile 2026 Il No alla riforma della giustizia - si dice - lascia le cose come stanno. Ma le cose non stanno benissimo, soprattutto in materia di lentezza dei processi e sovraffollamento delle carceri, problemi in stretta correlazione dal momento che un terzo circa dei reclusi è in attesa di giudizio, in una condizione quindi di presunzione di innocenza. Stessi problemi da affrontare, ma clima sensibilmente peggiorato dopo un referendum che ha visto inascoltati gli appelli al rispetto fra istituzioni. Sergio Mattarella, per la prima volta in 11 anni sul Colle, ha presieduto di persona, a febbraio, una sessione ordinaria del plenum del Csm, per “sottolinearne il valore del ruolo di rilievo costituzionale” di un organo per il quale la riforma prevedeva uno sdoppiamento e una profonda revisione dei meccanismi elettorali. Ma ora per porre mano ai veri problemi della giustizia non si può che ripartire proprio dal Csm. Delicato in questa ottica è il ruolo del vicepresidente Fabio Pinelli, che a sua volta in campagna elettorale aveva levato un appello alla “leale collaborazione istituzionale”, andando oltre “le pretese corporative di questa o quella parte”. Il presidente e il vice del Csm, che potrebbero vedersi nei prossimi giorni, hanno evitato accuratamente di intervenire, in attesa di segnali che possano svelenire il clima. Non ha certo giovato l’esultanza da stadio di alcuni magistrati napoletani per la vittoria del No, ma poi un segnale positivo è arrivato dalla nomina del nuovo presidente dell’Associazione magistrati, Giuseppe Tango, che ha rivolto alla politica un invito al dialogo per cercare nuove soluzioni. Da Palermo, il primo aprile, con la visita di una delegazione del Csm presieduta da Pinelli è partita un’opera di ricognizione interna per porre al centro i problemi veri della giustizia, lasciandosi dietro il clima avvelenato del referendum. Un segnale è atteso dal ministro Carlo Nordio. Da dove ripartire? La base non può che essere il risultato che il dialogo aveva prodotto la scorsa legislatura, ossia la riforma Cartabia, perseguendo la soluzione light della separazione delle funzioni con un solo passaggio possibile, mantenendo però l’unità dell’organo di autogoverno e la funzione disciplinare. Inoltre la “messa alla prova”, istituto previsto da quella riforma, che già ha dato dei risultati in termini di alleggerimento del peso sugli istituti di pena, può essere implementato, mentre nulla si è mosso su versante della giustizia riparativa, che - se ben utilizzata - potrebbe dare un contributo importante su fenomeni di grande allarme sociale, come le baby gang, il bullismo e il cyberstalking. Dal Quirinale tutti questi segnali vengono seguiti con attenzione e anche con preoccupazione, nella consapevolezza però che una ripresa d’iniziativa sulla giustizia richiede un cambio di atteggiamento dei diversi attori in campo. Mattarella ha segnalato e stigmatizzato la tendenza alla “delegittimazione delle Corti internazionali e dei loro giudici”, ed è anche su questo si auspica un’inversione di tendenza, essendo in molti casi, specie sull’immigrazione, i nostri magistrati chiamati a dare seguito a tali pronunciamenti. Ma la grande lezione venuta dal referendum, in linea con tentativi analoghi del passato, è quella di perseguire per le riforme la strada maestra parlamentare, non preclusa anche su materie oggetto di referendum. Bocciato il tanto criticato sorteggio, per arginare le degenerazioni correntizie si potrebbe ripensare il sistema elettorale, c’è chi propone ad esempio un ritorno al sistema del 1975, che, attraverso le preferenze di lista, consentiva ai magistrati di scegliere tra più candidati dello stesso gruppo. Per decongestionare le carceri e incidere sulla durata dei processi è urgente dotare i tribunali degli strumenti che mancano, in termini di personale e attrezzature. Intervenendo, per legge, sui riti processuali. Evitando il proliferare di nuove fattispecie di reato e andando invece verso una depenalizzazione, ma in modo mirato. L’agenda infatti impone anche un reato da re-introdurre, l’abuso d’ufficio, alla luce della direttiva anticorruzione varata dalla Ue. Il Quirinale vigila anche su questo. Senza escludere la soluzione prospettata dal Governo di prevedere meccanismi sanzionatori diversi, occorrerà prevedere sanzioni specifiche nella lotta alla corruzione. E anche su questo il dialogo in Parlamento e con la magistratura diventa una strada ineludibile. La Consulta smonta l’immunità extralarge di Luigi Ferrarella Corriere della Sera, 7 aprile 2026 Conflitti di attribuzione. La Corte costituzionale boccia quello promosso dal Senato contro la Procura di Catania. Ecco perché. Va bene tutto, ma a tutto c’è anche un limite: dalla Corte Costituzionale arriva uno stop alle interpretazioni troppo creative di una immunità parlamentare estesa ormai da Camera e Senato quasi per contagio anche a chi abbia appena un qualunque punto di contatto con un parlamentare. Proprio mentre il Parlamento ha promosso (caso Santanchè) o sta per promuovere (vicenda Bartolozzi) nuovi conflitti di attribuzione con l’autorità giudiziaria, la Consulta boccia quello promosso dal Senato contro la Procura di Catania, che nel 2019 indagava per ipotesi di corruzione sull’ex vicepresidente e oggi assessore all’Agricoltura della Regione Sicilia, il leghista Luca Sammartino. Il Senato contestava ai pm di avere svolto intercettazioni ambientali e videoriprese chieste dai pm e disposte dal gip nella segreteria politica del (non parlamentare) consigliere regionale in un palazzo dove però aveva la propria segreteria politica anche la sua convivente, l’allora senatrice leghista (oggi deputata) Valeria Sudano estranea all’indagine, di cui secondo il Parlamento erano quindi state violate le garanzie di immunità. La Procura di Catania ribatteva di aver intercettato non tutto il palazzo, ma soltanto i 3 locali (sui 12 totali in due piani per complessivi 350 mq.) del non parlamentare, tanto che in un anno e mezzo la voce invece della parlamentare era stata captata appena 8 volte, e peraltro quasi sempre da corridoi attigui. Sì ma voi pm, insisteva il Parlamento, sapevate della notoria relazione tra i due politici, dunque intercettando ponevate le basi perché finisse intercettata pure lei. di cui il Senato sosteneva violate le prerogative costituzionali persino quando gli investigatori avevano attraversato le stanze di lei per andare a piazzare le microspie nei locali di lui. Ma per la Consulta immaginare una simile immunità, che (per contagio, e persino per commistione dei portoni e corridoi attraversati) si estenda al convivente di un parlamentare, violerebbe il principio di eguaglianza, perché finirebbe per “sacrificare irragionevolmente l’interesse dell’ordinamento (art. 112 Cost.) all’accertamento di reati commessi da una persona indagata che non goda di guarentigie parlamentari, ogniqualvolta essa abbia contatti frequenti, abituali o in ipotesi addirittura di convivenza con un parlamentare”. La svolta nel terzo grado: rischio abuso di processo per le cause pretestuose di Ivan Cimmarrusti Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2026 Settanta euro e diciotto centesimi di Ici relativi al 2010. Portati fino in Cassazione con cinque motivi di ricorso, tre dei quali per contestare 12,89 euro: meno del contributo unificato per aprire il fascicolo. La contribuente ha perso. Ed è stata condannata a pagare 1.200 euro tra spese processuali, spese a favore del Comune impositore e spese vive. Ma il caso è stato solo la miccia. Con l’ordinanza 10356 del 2025 la Cassazione tributaria ha cambiato passo, e forse stagione: le liti irrilevanti, costruite non per ottenere giustizia ma per guadagnare tempo, possono finire con una condanna per abuso del processo o lite temeraria. È uno spartiacque. Ed è difficile non leggerlo come il tentativo, finalmente esplicito, di frenare la valanga di ricorsi minimi che ogni anno si abbatte sulla sezione tributaria della Corte, soprattutto per tasse comunali. Il bersaglio è preciso. Vent’anni di micro-processi di legittimità hanno gonfiato le pendenze fino a farle diventare quasi la metà dell’intero magazzino arretrato del Civile. Il lavoro dei giudici tributari ha prodotto un calo netto: da 47.364 pendenze nel 2021 a 36.786 nel 2025, oltre il 22% in meno, anche grazie alla spinta propulsiva impressa dalla presidente della sezione Angelina-Maria Perrino. Ma i ricorsi resistono, anche per il fallimento delle misure deflattive. Ogni anno, da oltre dieci anni, si attestano sui 10mila. Una quota enorme è fatta di micro-processi - non solo perché il valore economico è basso, ma perché l’interesse giuridico è quasi nullo. Fascicoli che intasano, consumano tempo, non producono diritto. È qui che la Corte ha deciso di intervenire. Con l’ordinanza del 2025 - firmata dalla presidente Perrino e dal relatore Ugo Candia - la Cassazione delimita il perimetro con una precisione chirurgica. Non dice che le cause di basso valore non meritano tutela. Non dice neppure che chi perde ha abusato del processo. Dice qualcosa di più netto e più duro: quando una controversia vale pochissimo, non pone questioni giuridiche vere, non ha rilievo nomofilattico, non produce effetti seriali su contenziosi analoghi e viene costruita su motivi manifestamente inconsistenti, il ricorso smette di essere uno strumento di giustizia. Diventa un modo per prendere tempo. Non per ottenere una decisione di diritto: per dilatare i tempi. Nel caso esaminato, la Corte lo scrive senza sfumature: il ricorso tentava di trascinarla in un “inammissibile terzo grado di giudizio di merito”, cioè in una rivalutazione di fatti e prove che non appartiene alla funzione del giudice di legittimità. Ed è proprio qui che l’ordinanza segna il passaggio decisivo. Perché non si limita a colpire quel ricorso. Fissa un criterio. Traccia una linea. Indica ai difensori, agli enti, ai contribuenti, il punto oltre il quale la difesa degenera in uso strumentale del processo. La formula è questa: “ai fini della condanna di cui all’articolo 96, terzo comma, Codice di procedura civile per l’ipotesi di abuso del processo costituisce, nel giudizio di Cassazione, indice sintomatico di un uso strumentale del processo lo scarso valore economico della controversia, qualora l’impugnazione si caratterizzi per la mancata prospettazione di questioni giuridiche o di rilevanza nomofilattica o aventi ricadute economiche rilevanti in contenziosi seriali - anche se ciascuno di scarso valore - e si riveli palesemente inammissibile e/o infondata”. Una formula tecnica, ma il messaggio è semplice. La Cassazione non chiude la porta alle cause piccole. Chiude, o prova a chiudere, la porta alle cause “vuote”. Confische agli innocenti: un assurdo che per la Cedu va esaminato alla Grande Chambre di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo* Il Dubbio, 7 aprile 2026 Quale che sarà l’esito del giudizio, la vicenda Cavallotti appare destinata a incidere in modo profondo sull’assetto delle misure di prevenzione nel nostro ordinamento. La Prima sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo ha infatti scelto di non decidere direttamente i ricorsi presentati nel 2016 contro l’Italia, disponendone la rimessione alla Grande Camera, il collegio più ampio e autorevole, composto da 17 giudici. Si tratta di una scelta tutt’altro che ordinaria, che segnala la presenza di nodi interpretativi particolarmente rilevanti o il rischio di contrasti con la giurisprudenza consolidata della Corte. Al centro della controversia vi è la compatibilità della confisca di prevenzione - applicata anche in assenza di una condanna penale - con gli articoli 6 e 7 della Convenzione e con l’articolo 1 del Protocollo n. 1. La questione assume un rilievo paradigmatico nel caso della famiglia Cavallotti: dopo un lungo procedimento penale, svoltosi tra il 1998 e il 2010 e conclusosi con l’assoluzione dall’accusa di partecipazione a un’associazione mafiosa, i ricorrenti sono stati comunque sottoposti a sequestro e confisca dei beni in sede di prevenzione, in un procedimento protrattosi fino al 2015. La vicenda giudiziaria, durata oltre venticinque anni, evidenzia con particolare chiarezza la frizione tra i due piani, penale e preventivo. Il nodo giuridico investe direttamente il rapporto tra presunzione di innocenza e strumenti di prevenzione. L’articolo 6 § 2 della Convenzione afferma che ogni persona è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata, principio che deve essere rispettato da tutte le autorità, anche al di fuori del processo penale. Il dispositivo di una sentenza di proscioglimento, in altre parole, non può essere contraddetto da valutazioni successive che, sia pure indirettamente, ripropongano un giudizio di colpevolezza. E tuttavia, il modello della prevenzione da pericolosità qualificata si fonda su presupposti diversi: è sufficiente la qualificazione di “indiziato”, senza che sia necessario un accertamento pieno di responsabilità. Ne deriva una tensione sistemica che diventa particolarmente evidente proprio nei casi in cui le misure incidono su soggetti non solo non condannati, ma espressamente assolti. È in questa frattura che il caso Cavallotti assume un valore emblematico. La possibilità di privare dei beni chi è stato riconosciuto innocente non rappresenta soltanto una contraddizione logica, ma pone una questione più radicale di compatibilità con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Il rischio è quello di una trasformazione silenziosa del sistema, in cui l’assoluzione perde parte del suo significato sostanziale e lascia spazio a una logica che continua a trattare il soggetto come pericoloso nonostante l’esito del giudizio penale. La rimessione alla Grande Camera conferisce alla vicenda una dimensione che trascende il caso concreto. La futura decisione non solo sarà definitiva, ma avrà una portata generale, idonea a orientare stabilmente l’interpretazione della Convenzione nei sistemi giuridici degli Stati membri. In questa prospettiva, essa potrebbe assumere il valore di una sentenza pilota, con conseguenze che il legislatore e la giurisprudenza italiana saranno tenuti a recepire, anche alla luce dell’articolo 117 della Costituzione. Negli anni recenti, la giurisprudenza europea ha mostrato un atteggiamento oscillante nei confronti del modello italiano di prevenzione: da un lato, non sono mancati rilievi critici; dall’altro, si è registrata una certa deferenza verso le peculiarità dell’ordinamento nazionale, spesso giustificate in nome dell’esigenza di contrastare efficacemente la criminalità organizzata. Questo equilibrio ha finito per legittimare una progressiva espansione delle misure di prevenzione oltre i confini originari, fino a colpire situazioni eterogenee, talvolta sulla base di valutazioni prognostiche piuttosto che di accertamenti di responsabilità. Non si tratta, evidentemente, di negare la centralità delle esigenze di sicurezza collettiva né l’importanza degli strumenti di contrasto alla criminalità organizzata. Si tratta piuttosto di verificare se il loro impiego resti entro limiti coerenti con le garanzie fondamentali. Il punto critico emerge proprio quando tali strumenti incidono su soggetti che non sono stati condannati, o che sono stati addirittura assolti, determinando una compressione significativa di diritti quali la proprietà e l’iniziativa economica. In questa prospettiva tornano attuali le riflessioni di Ernst-Wolfgang Böckenförde, secondo cui lo Stato liberale si regge su presupposti che non è in grado di imporre con i propri strumenti. Il mantenimento dell’ordine e della sicurezza non può spingersi fino al punto di compromettere quei limiti che definiscono la legittimità stessa del potere pubblico. Il rapporto tra cittadino e Stato si fonda infatti su una fiducia reciproca: il primo accetta anche restrizioni incisive delle proprie libertà nella convinzione che esse siano esercitate entro confini rigorosi e prevedibili. Quando però tali confini appaiono superati, soprattutto nei confronti di chi è stato riconosciuto innocente, quella fiducia rischia di incrinarsi. È proprio questo il punto su cui la decisione della Grande Camera è chiamata a intervenire: chiarire se e fino a che punto il sistema delle misure di prevenzione possa operare senza compromettere l’equilibrio tra esigenze di sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. Da tale pronuncia potrebbe dipendere non solo la sorte dei ricorrenti, ma anche una ridefinizione più netta dei limiti entro cui l’ordinamento italiano potrà continuare a utilizzare strumenti di prevenzione patrimoniale, evitando che essi si trasformino, di fatto, in una forma surrettizia di sanzione sganciata dalle garanzie proprie del processo penale. *Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere penali italiane Corruzione, la Cassazione penale traccia il confine per distinguere la cortesia dal reato di Pietro Alessio Palumbo Il Sole 24 Ore, 7 aprile 2026 La modesta entità della dazione del privato non esclude la corruzione propria susseguente se l’utilità consegnata è mirata remunerare il pubblico ufficiale per l’atto contrario ai propri doveri d’ufficio. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 8675/2026 - ha chiarito i criteri per valutare la rilevanza penale di condotte corruttive anche quando l’entità dell’utilità promessa o consegnata al pubblico ufficiale sia modesta. Il caso risolto - La vicenda trae origine da un procedimento penale in cui un imprenditore era stato accusato di corruzione propria susseguente nei confronti di due ispettori del lavoro, ai quali aveva consegnato cassette di pesce per aver archiviato una pratica di controllo presso la sua azienda. Le cassette, del valore complessivo di circa 130 euro, erano state considerate dalla Corte di appello come donativi di modesta entità e, per tale motivo, l’imputato era stato assolto. Ma la Corte di Cassazione ha evidenziato che il criterio della “modestia” dell’utilità non è di per sé sufficiente a escludere la rilevanza penale in caso di corruzione propria. Il ricorso per cassazione - Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza, sostenendo che la decisione di assoluzione derivava da un errore nella valutazione della rilevanza penale, poiché i giudici di appello avevano applicato principi giurisprudenziali relativi all’istigazione alla corruzione, invece che alla corruzione propria susseguente, violando così il corretto inquadramento normativo. In particolare, l’assoluzione era motivata esclusivamente sulla base del valore economico modesto delle cassette di pesce, senza considerare che la loro consegna era collegata all’atto contrario ai doveri di ufficio compiuto dai pubblici ufficiali. La Suprema Corte ha evidenziato che diversamente dall’istigazione alla corruzione, nella quale l’offerta di denaro di modesto valore può essere irrilevante se non idonea a turbare il pubblico ufficiale, nella corruzione propria susseguente ciò che conta è l’esistenza di un nesso tra la dazione e l’atto contrario ai doveri d’ufficio. Il nesso tra dazione e atto illecito - In altre parole, la rilevanza penale non viene meno anche se l’utilità percepita appare esigua: ciò che occorre accertare è se l’atto illecito del pubblico agente costituisca la causa della dazione o promessa del privato. La Corte ha inoltre chiarito che il concetto di “regalia di modesto valore”, previsto dalle normative sul comportamento dei dipendenti pubblici, non legittima la corruzione anche se l’entità del beneficio è minima, poiché tale principio è finalizzato a disciplinare rapporti di cortesia ordinaria, non atti contrari ai doveri d’ufficio. L’orientamento della giurisprudenza più recente conferma che la proporzionalità tra la prestazione del privato e l’atto del pubblico ufficiale può costituire solo un elemento indiziario per verificare l’esistenza di un accordo illecito, ma non un requisito imprescindibile del reato. La sentenza sottolinea come la valutazione dell’utilità non possa essere condotta in astratto, ma deve considerare il contesto complessivo della vicenda, le condizioni economiche del privato, la funzione del pubblico ufficiale e l’effettivo impatto dell’atto contrario ai doveri di ufficio. In tal senso, anche un piccolo beneficio può essere sintomo di un accordo illecito se esiste un nesso diretto tra la prestazione e l’atto amministrativo compiuto in violazione delle norme. La Corte ricorda, inoltre, che la giurisprudenza attribuisce rilievo alla nozione di “altra utilità” che può comprendere anche prestazioni non patrimoniali, purché correlate all’esercizio improprio della funzione pubblica. Sulla base di questi principi, la Corte di Cassazione ha ritenuto manifestamente errata la motivazione della sentenza impugnata, che aveva escluso la rilevanza penale del fatto limitandosi a considerare l’entità modesta delle cassette di pesce. La pronuncia della Corte sottolinea come, anche nel caso di corruzioni di piccola entità, debba essere accertato il nesso causale tra l’utilità ricevuta e l’atto illecito compiuto dal pubblico agente: l’assenza di proporzione non esclude il reato, mentre la prova della correlazione sufficiente tra dazione e atto contrario ai doveri d’ufficio integra la fattispecie corruttiva. In conclusione, la Corte di cassazione ha annullato la sentenza della Corte di appello con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della stessa Corte, invitando i giudici a uniformarsi ai principi enunciati. La decisione ribadisce che, nell’ipotesi di corruzione propria susseguente, la rilevanza penale non può essere esclusa in base alla presunta modestia del compenso, e che è indispensabile verificare il collegamento causale tra la prestazione del privato e l’atto illecito del pubblico ufficiale. La novità giurisprudenziale - Questo orientamento chiarisce, dunque, un punto cruciale nella giurisprudenza sui delitti contro la pubblica amministrazione: anche piccoli benefici possono integrare una condotta penalmente rilevante, se correlati a comportamenti contrari ai doveri d’ufficio, rafforzando l’obbligo per i giudici di accertare il nesso tra utilità e atto illecito e non limitarsi a valutare la misura economica del vantaggio. Inoltre, la pronuncia evidenzia l’importanza di una valutazione complessiva e contestuale di tutti gli elementi di prova, confermando che la funzione deterrente della normativa anticorruzione non può essere aggirata con il richiamo a regalie di modesto valore, anche se apparentemente simboliche. Liguria. Manotti (Anm): “Minori, carceri e processi lunghi, queste le emergenze della giustizia” di Marco Lignana La Repubblica, 7 aprile 2026 Dopo il referendum parla il presidente regionale dell’Associazione nazionale magistrati: “Su questi temi auspico il dialogo con Camere penali. Passato e vinto il referendum, preso atto delle molteplici rese dei conti dentro Governo e ministero, è il momento di tornare ad affrontare i “veri problemi della giustizia”. Federico Manotti, presidente regionale della Associazione Nazionale Magistrati, spiega le proposte della Anm ligure per rendere la giustizia davvero più efficiente. Uno dei “veri problemi”, a leggere le cronache, pare essere quello della giustizia minorile. Qual è la situazione? “Ho parlato di recente con Domenico Pellegrini, il presidente del tribunale per i minorenni di Genova, che ha competenza su tutta la Liguria e sulla provincia di Massa. La scopertura di organico dei giudici onorari, che nel tribunale per i minori ricoprono un ruolo essenziale, è di circa il 50 per cento. Mentre per quanto riguarda il personale amministrativo, si arriva al 55 per cento”. Quindi la giustizia minorile in Liguria è pressoché ferma? “Naturalmente no, sono state stipulate convenzioni con associazioni del territorio che garantiscono il supporto di volontari per supplire alle carenze”. Il tutto in un contesto sempre più violento… “Ma non è vero che sono aumentati i reati dei minori. È vero che sono stati commessi reati più gravi. Anche con uso di armi”. La giustizia “dei grandi” se la passa meglio? “Partiamo da un dato: la produttività dei pm italiani è la più elevata d’Europa, ma i processi durano ancora troppo. Noi proponiamo di aumentare l’organico della magistratura per avvicinarci alla media europea. Se guardiano i numeri, in Italia ci sono 11,8 giudici ogni 100mila abitanti rispetto ad una media europea di 17,6 giudici. Per i pm il rapporto è 3,8 ogni 100mila abitanti contro una media europea di 11,6”. Eppure c’è forse chi sta peggio di voi magistrati... “In Liguria ormai sfioriamo il 50 per cento di scopertura del personale amministrativo,essenziale per il funzionamento degli uffici giudiziari. Proponiamo di realizzare un piano straordinario di assunzioni del personale amministrativo per ridurre le gravi scoperture di organico e di stabilizzare il personale precario dell’Ufficio per il processo”. Stanno tutti dentro i palazzi di giustizia i problemi? “La situazione nelle carceri è drammatica e il numero di suicidi ne costituisce la prova. La funzione rieducativa della pena è gravemente compromessa dal sovraffollamento e dalle condizioni fatiscenti delle strutture: nel distretto ligure il tasso medio di riempimento raggiunge il 130 per cento. Con punte del 150 per cento a Pontedecimo (il carcere femminile e di chi ha commesso reati sessuali, ndr)”. Su questo almeno la pensate come la camera penale, che non è stata tenera nei vostri confronti nella campagna referendaria. Siete tornati a parlarvi? “Al momento contatti non ci sono stati. Ma sui temi evidenziati auspichiamo un dialogo, sia a livello nazionale che locale, non solo con gli “avvocati per il No al referendum”, ma anche con le camere penali”. Altre emergenze? “Gli applicativi del processo civile telematico vanno aggiornati, quello per il processo penale è totalmente inadeguato: invece di velocizzare, rallenta sensibilmente il lavoro di giudici e pm, per le archiviazioni si impiega dieci volte il tempo di prima. Le condizioni dell’edilizia giudiziaria sono precarie, con strutture inadeguate e uffici spesso inospitali e insalubri. Pensiamo alla sede della polizia giudiziaria qui a Genova (“sfrattata” per l’allarme amianto, ndr). O ancora, sempre qui non esiste una stanza adeguata per procedere alle audizioni protette dei minori vittime di abusi”. Archiviata la possibilità di unire le carriere, qual è la strada? “Il sistema vigente ha ridotto all’osso la possibilità di passaggio tra funzione giudicante e requirente e viceversa, ma recenti indicazioni internazionali vanno nel senso opposto. Per noi il miglior pm è sempre quello che ragiona come un giudice. Occorre una maggiore interscambiabilità tra funzioni”. Parma. Carcere, una città da “fare evadere”? di Raffaele Crispo gazzettadellemilia.it, 7 aprile 2026 Prestando servizio come OLP per un’associazione che svolge la propria attività in favore dei detenuti e dei loro famigliari da oltre sette anni, mi sono reso conto che la realtà carceraria, ora più che mai, ha bisogno di “evadere” di uscire dagli stretti confini delle alte mura che la circondano e costruire dei ponti con la società esterna. Questi ponti possono essere anche gli assistenti volontari che sono la voce dei detenuti e che costituiscono gli occhi della società esterna. Spesso e volentieri i volontari, che hanno la fortuna di entrare in carcere, suppliscono alle carenze trattamentali e di servizi che dovrebbe offrire lo Stato; tutto ciò è grave soprattutto alla luce della notevole diminuzione di persone che negli ultimi anni entrano in carcere per fare dei colloqui o per svolgere un’attività di aiuto. Non tutti i volontari dei penitenziari devono necessariamente far parte di un’associazione, così come faccio io, ma anche un singolo cittadino può organizzarsi per prestare servizio in carcere. Certo un’associazione può rendere il volontario più organizzato, assicurare una presenza più costante, perché se un volontario per un periodo è impossibilitato, c’èdi sicuro qualcuno che può sostituirlo; comunque, l’importante è mirare alla serenità del detenuto e lavorare per un reintegro dello stesso. Per portare avanti un percorso del genere e per raggiungere l’obiettivo di un pieno e sereno reinserimento serve anche una collaborazione fattiva e consapevole del detenuto stesso. Il volontario dovrebbe essere visto con maggior favore dall’amministrazione penitenziaria perché con il suo operato calma gli animi dei detenuti e abbassa le inevitabili tensioni. Ora sempre meno volontari vengono autorizzati ad entrare in carcere e quei pochi seguono dei progetti ad hoc per i detenuti che nella maggior parte dei casi son fatti di incontri e colloqui tesi ad ascoltare, a comunicare e a rendere sempre più umano il carcere. Questi progetti possono raggiungere tali risultati seguendo vari campi e settori come quello culturale, sportivo, religioso, ricreativo o indirizzato alla formazione e all’avviamento lavorativo. La prossima volta entreremo insieme in carcere... in una giungla di cemento, sbarre, porte blindate, alte mura ed ancora tanto cemento e tante sbarre. Prato. “La cella in piazza”: una replica reale del carcere per raccontare la vita dei detenuti firenzedintorni.it, 7 aprile 2026 Sabato 11 aprile installazione visitabile in piazza delle Carceri: cittadini invitati a entrare nella cella per comprendere spazi, isolamento e criticità del sistema penitenziario. A Prato gli avvocati della Camera penale sabato 11 aprile realizzeranno l’iniziativa ‘La cella in piazza’, riproduzione reale di una camera di detenzione del carcere cittadino della Dogaia per far conoscere direttamente ai cittadini le condizioni dei reclusi. Sarà una riproduzione, a grandezza reale, scala 1:1, installata in piazza delle Carceri dalle ore 10 alle 18. L’iniziativa é fatta in collaborazione con l’associazione “Recuperiamoci”. Dodici metri quadri complessivi di estensione, di cui circa dieci calpestabili, un letto a castello e un letto singolo: è lo spazio per tre detenuti. Le visite sono gratuite e di libero accesso. La gente potrà entrare dentro la cella per rendersi conti degli spazi. “Un ambiente ristretto, inospitale, in cui il tempo sembra non dover passare mai - commentano dalla Camera penale - L’obiettivo è permettere ai visitatori di entrare fisicamente in una cella, percepirne le dimensioni, sperimentare la sensazione di isolamento e comprendere concretamente cosa significhi scontare una pena all’interno del carcere pratese. Un’esperienza concreta che invita tutti i partecipanti a riflettere sulle condizioni di vita nei penitenziari”. Gli arredi provengono da materiale riciclato e riproducono in maniera fedele l’originale di una cella. “L’iniziativa - afferma Elena Augustin, presidente della Camera Penale di Prato - sarà occasione importante per provare con mano cosa provano i detenuti. Da anni la Camera Penale Prato insieme all’Unione camere penali segnala l’emergenza carceraria. Siamo stati condannati dalla Cedu nel 2013 per le condizioni disumane e degradanti dei detenuti. Oggi la situazione è addirittura peggiorata. Parla l’alto numero dei suicidi. Ormai è evidente che i principi di umanità della pena e rieducazione del condannato, sanciti dalla Costituzione, sono ampiamente calpestati. Spero davvero che questa azione nostra di sensibilizzazione arrivi ai cuori di tutti i cittadini”. La cella è stata realizzata dall’associazione ‘Recuperiamoci’, realtà senza scopo di lucro attiva dal 2009 sul territorio per favorire l’occupabilità e il reinserimento sociale di persone precarie e disoccupate. “Il carcere è un pezzo di città - sottolinea Paolo Massenzi, presidente dell’associazione - La nostra esperienza come associazione è iniziata proprio con un viaggio dentro le carceri: negli anni ne abbiamo visitate oltre 120. È fondamentale che la cittadinanza si renda conto di quanto il carcere sia un luogo complesso e difficile. La detenzione è una realtà che chi è libero fatica a comprendere fino in fondo. Per questo dovremmo riflettere su una frase che troppo spesso sentiamo dire con superficialità: ‘sbattiamolo in cella e buttiamo via la chiave’. Il carcere dovrebbe essere un luogo di riabilitazione, non solo di punizione, perché ogni detenuto, prima o poi, tornerà a far parte della società”. Alghero. Vi racconto la mia esperienza in carcere. E perché mi ha cambiata di Licia Troisi La Repubblica, 7 aprile 2026 La scrittrice è stata nella casa di reclusione di Alghero per tre incontri con gli studenti detenuti, nell’ambito di un’iniziativa del Salone del Libro di Torino. “La prossima volta ti mandiamo in carcere”. Era il maggio del 2022, e mi trovavo al Salone del Libro di Torino per l’incontro conclusivo di Adotta uno scrittore. Si tratta di un’iniziativa del Salone in cui viene proposto alle scuole di fare una serie di tre incontri - più appunto quello conclusivo e collettivo durante le date del Salone - con un autore. Io quell’anno avevo fatto una splendida esperienza con un istituto alberghiero di Lecce, ne ero uscita estasiata ed ero pronta a ripetere la cosa. Fu una delle responsabili del progetto a dirmi quella frase. Pensai subito di volerlo fare. Le ragioni non mi erano completamente chiare, ma di sicuro c’entrava il fatto che il carcere è stato un po’ tangente alla mia vita: parenti che ci lavorano e ci hanno lavorato, la conoscenza con persone che sono state, o sono ancora, detenute, e colleghi astrofisici che erano andati in carcere a fare divulgazione. Soprattutto, ho riflettuto tanto sul carcere, sulla sua utilità, sul suo diritto a esistere, pure; da bambina mi domandavo perché si punisse qualcuno con la privazione della libertà, che per la nostra legge è un reato dappertutto tranne che dentro un carcere. Sono passati quattro anni, e quell’occasione poi è arrivata. Mi hanno chiesto di andare ad Alghero, nell’istituto alberghiero, che ha una sezione nel carcere della città. Sarei andata nella casa di reclusione assieme agli studenti di fuori per tre incontri. Più di tutto, è stato questo a esaltarmi; mi dava l’idea di un muro che veniva giù, di una mescolanza potente di liberi e detenuti capace di fare scintille, di generare qualcosa di nuovo. Prima di partire mi ero informata, ovviamente. E, altrettanto ovviamente, avevo un sacco di timori. Soprattutto da liberi, è impossibile entrare in carcere senza portarsi dietro i preconcetti di chi quel posto l’ha vissuto solo per pregiudizi: il carcere è, e per molti deve restare, un luogo chiuso e misterioso, un confine invalicabile tra la parte “sana” della società e quella “malata”, che non vogliamo neppure vedere. E sebbene io abbia sempre pensato che se uscire dal carcere purtroppo è complicato, entrare è invece molto facile, sentivo comunque il peso delle parole con cui mi avevano sempre raccontato quel luogo: non tanto il crimine - per quanto anche quello - ma la violenza sistemica, il sovraffollamento, la sofferenza costante. La domanda principale era se sarei stata in grado di portare là dentro qualcosa di utile, se sarei stata in grado di sopportare un’esperienza del genere. E poi, a un certo punto, banalmente, entri. Superi il confine fatto di regole che possono sembrare assurde, ma che hanno tutte un loro senso, di metal detector e porte che si aprono solo quando una si chiude, e sei dentro. Sarò per sempre grata ai ragazzi che hanno fatto quest’esperienza con me, perché nei loro occhi ho letto i miei stessi timori, la mia stessa agitazione, e questo mi ha dato coraggio; eravamo insieme, potevamo contare gli uni sugli altri, e questo ha fatto tutta la differenza del mondo. E quindi entri, e dentro, dovrebbe essere banale dirlo - ma purtroppo non lo è - incontri delle persone esattamente identiche a te. Sei studenti, più grandi degli adolescenti della scuola di fuori, ma con in mano lo stesso libro - il mio, in questo caso - i fogli per gli appunti e un’immensa voglia di stare assieme. La biblioteca in cui abbiamo svolto gli incontri non era granché diversa da quella di una scuola qualsiasi, e l’edificio stesso mi ha ricordato il mio liceo a Roma, che in passato in effetti era una caserma. Certo all’inizio eravamo nervosi, nelle nostre parole era evidente la sensazione di non sapere bene chi si aveva di fronte; valeva per me, valeva per gli studenti di fuori, e valeva anche per gli studenti detenuti. Chi eravamo? Cosa pensavamo gli uni degli altri? Poi però si inizia a parlare di storie, e nel mio caso anche di stelle. Ho puntato molto sul cielo, lo confesso - di formazione sono un’astrofisica e faccio anche la divulgatrice - perché quello si vede sia da dentro che da fuori il carcere, è un patrimonio collettivo che ha questa straordinaria capacità di sollevarci dalle nostre miserie di ogni giorno, e proiettarci verso una bellezza eterna e per noi immutabile. Ci fa sentire piccoli, ma al tempo stesso benedetti a essere qui e ora, vivi, a guardarlo. E allora il ghiaccio si è sciolto, e siamo diventati comunità. Per poco, sei ore in tutto, ma siamo stati profondamente assieme. L’ultimo giorno abbiamo fatto un esercizio di scrittura, una cosa che faccio fare ai miei studenti di master e diverte sempre: abbiamo inventato un personaggio. Io ero in piedi, davanti a un foglio bianco appeso precariamente a un televisore, a prendere appunti, e loro mi davano spunti, mi suggerivano l’aspetto fisico, il passato, il carattere del nostro personaggio. In quei minuti, d’improvviso, non ci sono state più differenze: i detenuti proponevano cose, poi intervenivano gli studenti, anche gli agenti di polizia hanno giocato con noi. Per un attimo ci stavamo solo divertendo tutti assieme. E lì ho capito una cosa, forse anche questa ovvia: che la guarigione dalle ferite, sociali e personali, nasce solo dalla relazione. È solo dall’incontro con l’altro che può nascere un percorso di recupero, quello scritto chiaramente nella nostra costituzione, eppure disatteso in troppe carceri, ridotte a mero deposito di corpi in attesa di un fine pena sempre troppo lontano. Ho pensato che quelli di fuori dovrebbero entrare più spesso a vedere chi davvero c’è in carcere, cosa significano quei muri e quelle porte, vedere il cielo a scacchi, come si dice, e portare sé stesso a chi non può uscire. Sono state solo sei ore, ma poche volte mi sono sentita così accolta, dalla comunità di docenti e studenti, sia liberi che ristretti. È stata un’adozione in senso profondo e vero. Nel grande disegno delle cose, non è cambiato niente. Non sono sei ore a fare la differenza nella vita di persone che passano lì dentro anni. Ma in quelle ore siamo stati per un istante liberi, e forse questo vale qualcosa, e rimarrà con noi. Di sicuro, io lo porterò dentro di me per sempre. L’iniziativa “Adotta uno scrittore”, organizzata dal Salone del libro diretto da Annalena Benini, nella sua edizione 2026 coinvolge 10 scuole elementari, 10 scuole medie, 10 scuole superiori, una scuola superiore in ospedale. Quest’anno sono 8 le classi attive presso case di reclusione e case circondariali e una presso un istituto penale minorile (il Ferrante Aporti di Torino). Catania. Dal carcere al lavoro nel convento, storia di una scelta originale di Roberta Barbi vaticannews.va, 7 aprile 2026 Accade in Sicilia, dove per un giovane di 17 anni autore di un reato grave, la comunità Comu.Casa che lo aveva in affidamento, d’accordo con i servizi sociali e con il parere positivo del magistrato, ha scelto il lavoro nel monastero delle Clarisse di Biancavilla. Qui, una volta a settimana si occupa di giardinaggio e manutenzione. Carcere e clausura: due condizioni che si assomigliano per la presenza delle sbarre e l’estraniamento dal mondo, ma se nel primo caso la privazione della libertà è imposta dall’esterno come una punizione, nel secondo è, all’esatto opposto, una scelta personale di libertà. Da questa riflessione e da un incontro con le clarisse del monastero di Biancavilla, in provincia di Catania, tra le quali vive suor Cristiana Scandura, figura ben nota della Pastorale penitenziaria, è maturata la decisione di mandare ogni sabato mattina un ragazzo di 17 anni, autore di un reato grave, a lavorare in convento. “L’idea all’inizio è stata vista naturalmente con curiosità - racconta ai media vaticani Simona Marciano, l’educatrice della comunità che si occupa del giovane - ma abbiamo ricevuto il sostegno di tutti e si sta rivelando un’esperienza positiva di vita”. L’istituto giuridico della “messa alla prova”, particolarmente presente nel campo della giustizia minorile e di comunità, è capace di interrompere il processo penale e sostituirlo con un programma riabilitativo che, se portato a termine positivamente, può evitare la condanna, in considerazione anche della giovane età dell’autore del reato. “In genere questi ragazzi vengono arrestati in flagranza di reato e affidati a comunità come la nostra. Vengono improvvisamente privati della libertà e degli affetti e questo genera frustrazioni: da qui l’idea di mettere questi sentimenti a confronto con quelli di chi vive questo ritiro dal mondo volontariamente, per scelta: per questi ragazzi è uno choc”, spiega ancora l’educatrice che ci racconta questa storia a tutela della privacy del ragazzo che, essendo minorenne, non può parlarne direttamente. Il primo contatto tra il ragazzo protagonista di questa storia e le religiose in clausura avviene il 26 dicembre, in occasione di un pranzo di Santo Stefano organizzato proprio da suor Cristiana e dalle sue consorelle: “Era un’occasione di festa, dominata dalla meraviglia sia da parte dei nostri giovani che non conoscevano questa realtà, sia delle suore, evidentemente non abituate ad avere ospiti - racconta ancora Marciano - e in questa occasione è stata comunicata la decisione. Certamente il giovane era curioso, affascinato di poter entrare in un luogo dove nessuno entra, inoltre è anche un ragazzo che sta facendo un percorso di fede, sempre presente alla Messa e alle attività che proponiamo con la parrocchia”. Così, per il 17enne, il giardino del convento dove lavora ogni sabato, è pian piano diventato il luogo dell’anima. Il bilancio di questa esperienza è molto positivo e secondo l’educatrice è un modello replicabile anche altrove: “Si tratta di un’occasione in cui ci si mette a confronto con la profondità della propria anima - conclude - il ragazzo si sta rendendo conto di riuscire a guardarsi dentro, di riuscire a stare in silenzio, che quel silenzio non pesa, che l’attesa può essere gioia e non perdita di tempo, che il tempo vuoto che abbiamo a disposizione non deve per forza essere riempito. Sta imparando che è bello ‘stare’ e riconoscersi in quello stare, accompagnati da persone che possono arricchirci, anche indipendentemente dal proprio percorso di fede”. Venezia. “Svuota la vetrina”, libri in dono ai detenuti genteveneta.it, 7 aprile 2026 Il progetto nazionale “Svuota la vetrina” approda a Venezia, mettendo in rete librerie, associazioni e arti performative per potenziare l’accesso alla lettura all’interno delle carceri cittadine. L’iniziativa si basa su un modello culturale sostenibile che trasforma l’acquisto collettivo di volumi in un atto di sostegno concreto per le biblioteche degli istituti penitenziari. L’edizione veneziana è il risultato della collaborazione tra la libreria La Toletta, l’associazione di volontariato penitenziario Il Granello di Senape, il Teatro di Cittadinanza di Mattia Berto e la Fondazione Rubelli, con il supporto del Forum del Libro. Il meccanismo operativo prevede che, per una settimana, una selezione di titoli resti esposta nella vetrina della libreria di Dorsoduro. Al termine del periodo, grazie al contributo dei partner coinvolti, i volumi verranno rimossi e donati alle due carceri della città. L’avvio ufficiale del progetto è previsto per venerdì 10 aprile alle ore 17, con un’azione performativa curata dal Teatro di Cittadinanza proprio all’interno dello spazio espositivo della libreria. L’intervento artistico non sarà un evento isolato: nei mesi successivi, i libri donati diventeranno la base per percorsi di lettura e riflessione sviluppati dai cittadini-attori di Mattia Berto insieme ai volontari del Granello di Senape, all’interno delle strutture detentive. “Svuota la vetrina” trae origine da un episodio accaduto a Milano nell’estate del 2024, quando un acquirente anonimo acquistò l’intera esposizione di una libreria. Quello che era nato come un gesto simbolico è stato strutturato dal Forum del Libro in un progetto nazionale volto a valorizzare il ruolo del libraio come mediatore culturale e a creare un collegamento stabile tra gli spazi della città e i contesti di marginalità. Attraverso questa iniziativa, i libri smettono di essere semplici prodotti commerciali per diventare strumenti di relazione e inclusione sociale. Il grande inganno che paralizza la politica italiana di Giorgio Vittadini* Avvenire, 7 aprile 2026 Il mito della governabilità ci ha spinti verso una strada fatta di bipolarismo e scontro permanente. La soluzione non passa dal rafforzare l’esecutivo, ma è nel Parlamento, nei partiti, nella capacità di mediare, nella sussidiarietà. Da tempo la politica italiana insegue il mito della governabilità intesa come rafforzamento del potere dell’esecutivo e marginalizzazione delle opposizioni. In questa logica può essere guardato anche il recente referendum sulla giustizia. Era già successo con il referendum costituzionale per il superamento del bicameralismo, promosso da Matteo Renzi, e una sorte simile era toccata anche ad altri referendum, come quello sull’abrogazione del Jobs Act. Allo stesso modo, sono falliti tentativi di riforme costituzionali condivise, come la Bicamerale guidata dal governo Massimo D’Alema. L’incapacità di realizzare qualsiasi riforma appare una delle eredità di Tangentopoli, che non ha solo determinato la crisi dei partiti tradizionali, ma anche la trasformazione del confronto politico in una “contrapposizione morale tra buoni e cattivi”. Una logica che ha progressivamente sostituito il compromesso politico con uno scontro permanente. Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che la crisi della politica nazionale dipenda solo da una debolezza interna. Il contesto globalizzato degli ultimi venti anni ha infatti spostato le leve del potere dalla rappresentanza democraticamente eletta all’egemonia del tecno-capitalismo. In ogni caso, si è cercato di limitare la debolezza della politica italiana imitando il modello anglosassone, accettando una crescente polarizzazione della politica, come se fosse inevitabile. Quel sistema sta mostrando segni evidenti di crisi. Quando un leader conquista il potere, fa fatica a interpretare il suo ruolo istituzionale e, rimanendo di parte, alimenta il conflitto con l’opposizione invece di cercare di risolverlo. Tutto questo appare un segno di involuzione della democrazia liberale. Il punto è che si continua a non comprendere che la governabilità non coincide con la forza del governo. Essa è, prima di tutto, capacità del sistema politico di funzionare nel suo complesso: valorizzazione del Parlamento, ruolo attivo delle opposizioni, partecipazione diffusa. Senza questi elementi, ogni riforma rischia di essere fragile e reversibile. Lo si vede chiaramente sulle grandi questioni irrisolte del nostro Paese: il modello di sviluppo economico, il sistema dell’istruzione, il lavoro, il welfare, la sanità, il rapporto tra centro e periferia. Temi che richiederebbero visioni di lungo periodo e soluzioni condivise, ma che invece vengono affrontati in modo episodico e divisivo. Così la politica assomiglia sempre più alla tela di Penelope: ciò che si costruisce oggi viene smontato domani, senza mai consolidarsi davvero. Si è perso, in sostanza, il senso della politica come arte del compromesso. Un’arte che, pur in un contesto ideologicamente più polarizzato come quello della Prima Repubblica, aveva consentito la costruzione di disegni condivisi e di ampio respiro. Oggi, al contrario, si è arrivati a demonizzare persino l’idea che i partiti possano legittimamente rappresentare interessi diversi e mediare tra essi, come se ogni forma di conciliazione fosse automaticamente sinonimo di compromesso al ribasso o, peggio, di “inciucio”. Nel frattempo, l’attenzione si è spesso spostata su temi etici o identitari, importanti ma minoritari rispetto alle priorità quotidiane dei cittadini. E si è progressivamente indebolito il legame tra elettori ed eletti, attraverso sistemi che favoriscano la selezione dall’alto dei candidati, senza un reale coinvolgimento della base. Per questo motivo, la vera ripresa della politica non può passare da un ulteriore rafforzamento dell’esecutivo. Deve andare nella direzione opposta: rilanciare il Parlamento, restituire il loro ruolo ai partiti, valorizzare i corpi intermedi. In altre parole, ricostruire una logica di sussidiarietà, in cui soggetti diversi - pur partendo da posizioni differenti - collaborano per offrire soluzioni concrete. È proprio questa capacità di dialogo, di mediazione e di cooperazione che può rappresentare la strada più innovativa e, paradossalmente, più “rivoluzionaria” per il futuro. Non la semplificazione autoritaria, ma la complessità governata. Non lo scontro permanente, ma il confronto produttivo. Solo così sarà possibile uscire dalla spirale della delegittimazione reciproca e costruire politiche stabili, condivise e davvero utili al Paese. *Presidente Fondazione per la Sussidiarietà L’infinita “necessità e urgenza” della sicurezza di Vincenzo Militello giustiziainsieme.it, 7 aprile 2026 Il più recente prodotto normativo in tema di sicurezza - il D.L. 24 febbraio 2026, n. 23 - riproduce un modello di intervento sul quadro complessivo dell’ordinamento, che si fonda su un binomio insieme di scopi e di mezzi normativi, ormai più volte replicato negli ultimi decenni: la sicurezza pubblica è il fine dell’aggiunta di nuove condotte illecite e/o di nuove o solo ulteriori risposte sanzionatorie - penali, parapenali ed extrapenali - e/o di provvedimenti restrittivi di libertà nei più diversi settori della vita sociale; tali interventi sono adottati ricorrendo alla fonte del decreto legge, indicandoli come altrettanti rimedi necessari ed urgenti per “fronteggiare una situazione complessa e variegata” (come richiesto da Corte Costituzionale n. 90 del 2025), quella appunto che si assume collegata alla sicurezza pubblica. A giudicare però dalla stessa articolata intestazione del provvedimento in esame - “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attivita? di indagine dell’autorita? giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalita? delle forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonche? di immigrazione e protezione internazionale” - e dalla corrispondente motivazione contenuta nel preambolo, in relazione alla sussistenza dei presupposti per il ricorso a tale particolare fonte normativa, si coglie il rischio che il vino nuovo immesso nell’otre vecchia questa volta ne metta a dura prova la tenuta. È noto che il riferimento al concetto di sicurezza pubblica sia tendenzialmente onnivoro, quale ombrello capace di ricomprendere - al contempo posponendone i profili specifici - singole esigenze di tutela anche molto differenziate ed eterogenee. Paradossalmente questo profilo, che è stato il principale riferimento per le critiche alla sicurezza come vettore della politica criminale, ne ha rappresentato un fattore che ne ha favorito la fortuna nel diritto vivente e ancor prima la stessa diffusione nel lessico politico. L’ultimo - solo nel senso di più recente - parto di questa matrice politico-criminale impiega per l’ennesima volta tale carattere essenziale della sicurezza, usandola però come collante per materie tanto diverse da metterne a prova le capacità di resistenza, almeno rispetto al parametro di costituzionalità dei presupposti della decretazione d’urgenza. Questi sono individuati dalla Corte Costituzionale - da ultimo con la richiamata sentenza - nella possibilità di considerare le disposizioni di una tale particolare fonte normativa come risposte ad una situazione pur sempre unitaria, seppur “complessa e variegata”. Risalta invece la lontananza fra la situazione connessa ai pur cangianti profili della sicurezza pubblica inseriti nel testo del Decreto legge (che pur con varietà di direttrici e di intensità di tutela comprendono norme in tema proprio di sicurezza pubblica, di funzionalità delle forze di polizia, di immigrazione e protezione internazionale) e quella riferita invece all’esigenza processuale di creare un canale privilegiato per agevolare la definizione dei procedimenti in cui emerga la presenza di causa di giustificazione nel compimento della condotta incriminata (nel capo II del Decreto legge, art. 12 e 13). Senza bisogno di affrontare le complesse questioni relative alla collocazione dogmatica e sistematica di questi elementi nella struttura del reato, non vi è dubbio che essi attengono alla limitazione della responsabilità in termini del tutto generali e non ricevono dalla prospettiva della sicurezza, pur nella sua estrema dilatabilità, un significato e una ragione particolare. Rispetto alle prime formulazioni che erano circolate, limitate alle situazioni che rendevano lecita le condotte delle forze di polizia (ad esempio in relazione a fenomeni come le manifestazioni pubbliche pure oggetto di interventi in altra parte del testo del decreto: v. l’art. 4 per l’arresto in flagranza in caso di danneggiamenti e l’art. 7 per il fermo preventivo sino a dodici ore), il testo del Decreto ha fatto assumere alla previsione dell’art.12 una portata generale, per evidenti ragioni di uguaglianza ex art. 3 Cost. che sarebbero state altrimenti palesemente pretermesse. Evitare la censura di costituzionalità su un tale profilo ha tuttavia determinato uno spostamento del focus dell’intero testo dalla materia della sicurezza pubblica (latu sensu connessa a pericoli di offese per una generalità indistinta di soggetti) alla comunque distinta - e per larghi tratti distante - questione del riconoscimento di uno speciale statuto per le situazioni in cui un singolo soggetto agisce lecitamente. Una prospettiva di analisi del nuovo intervento sulla sicurezza è dunque rivolta in primo luogo a verificare se e quanto l’adozione dello strumento del Decreto legge ne abbia rispettato i presupposti formali, quali delineati dalla giurisprudenza costituzionale. Ma l’interesse di analizzare le molteplici direzioni in cui il testo apporta innovazioni e modifiche è ben più ampio e connesso all’esigenza fondamentale di comprendere tanto la portata dei cambiamenti introdotti, quanto gli effetti su problematiche generali di politica criminale e di tecniche di tutela: ad esempio, dal rapporto fra diritto amministrativo e diritto penale rispetto alla coppia prevenzione dei reati e contrasto del pericolo per i relativi beni tutelati; alla proporzionalità sanzionatoria dei nuovi reati introdotti; alle nuove possibilità per le operazioni sotto copertura e per limitazioni preventive della libertà personale. Il commento ad una selezione di norme del Decreto legge è stato concepito come laboratorio del Dottorato di ricerca in “Pluralismi giuridici. Prospettive antiche ed attuali” del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, che attualmente coordino: l’intento è quello di dare l’opportunità a dottorande e dottorandi di misurarsi con un’analisi tanto sistematica quanto critica su aspetti attuali del nostro ordinamento, inserendo i relativi risultati nel circuito di Giustizia insieme, che si caratterizza per la pluralità delle figure di giuristi a cui si rivolge e dunque offrendo uno spazio per dialogare fra competenze diverse. Un primo gruppo di tre commenti riguarda in primo luogo la nuova disciplina in materia di armi e in specie di “strumenti dotati di lama affilata” con cui si apre il Decreto legge (art.1); l’estensione delle operazioni sotto copertura negli ambienti carcerari (art. 14); le nuove disposizioni in materia di immigrazione, collegamento ricorrente nei pacchetti sicurezza (art. 28 e 29). Seguiranno gli ulteriori commenti, destinati infine ad una raccolta in uno speciale e-book. Il dl Sicurezza restringe il diritto di protesta e colpisce gli attivisti climatici: cosa teme la politica? di Alessandro Giannì e Alessandro Gariglio* Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2026 Il decreto Sicurezza non risponde a un’emergenza: l’obiettivo è gestire il dissenso. Non interviene sulle cause dei conflitti sociali, ma su chi li rende visibili. La domanda, allora, è semplice: di cosa ha paura la politica? Da anni si sta consolidando una traiettoria che tende a restringere gli spazi della protesta e a ricondurre il conflitto entro categorie penalistiche. Il nuovo decreto si inserisce in questa continuità, ma ne accentua i tratti. Le principali novità del decreto Sicurezza che incidono sulle forme della protesta e della partecipazione collettiva sono: - stretta sulle manifestazioni e blocchi: viene confermata la natura di reato per chi impedisce la libera circolazione su strada o ferrovia, con pene aggravate se il fatto è commesso da più persone riunite; - omesso preavviso: inasprimento delle sanzioni per chi organizza manifestazioni pubbliche senza il regolare preavviso; - divieto giudiziario di partecipazione: introduzione di una pena accessoria che può vietare la partecipazione a pubbliche riunioni o assembramenti da uno a tre anni; - occupazione di immobili: introduzione del reato di occupazione arbitraria (art. 634-bis c.p.) con pene fino a 7 anni e procedure d’urgenza per lo sgombero; - rivolte in strutture di detenzione: pene fino a 8 anni per chi organizza o partecipa a rivolte in carcere o nei CPR, includendo anche la resistenza passiva; - manifestazioni non autorizzate: possibilità che il Prefetto disponga sanzioni amministrative fino a 10.000 euro (e, in talune ipotesi, 12.000) nei confronti di chi promuove o prende parte a iniziative non autorizzate. La conseguenza non è meramente simbolica: l’esercizio della libertà di manifestazione viene esposto a un rischio economico elevato, con un prevedibile effetto dissuasivo soprattutto sui soggetti più fragili e sulle forme di mobilitazione non strutturate, cioè tutte quelle che trovano minori tutele in ambito politico. Questo vale in modo particolare per le mobilitazioni ambientali. C’è un paradosso difficile da ignorare: mentre la tutela dell’ambiente è stata rafforzata in Costituzione (artt. 9 e 41, riforma del febbraio 2022), l’azione collettiva che rivendica tutela dei territori e responsabilità pubbliche tende a incontrare strumenti sempre più incisivi di controllo e repressione mentre, nel frattempo, crisi climatica e inquinamento si manifestano in forme concrete e distruttive che richiederebbero scelte politiche efficaci e urgenti. Eppure la crisi climatica non è un tema astratto. Si potrebbe imboccare la strada di una transizione seria, con tempi e passaggi ragionevolmente rapidi, sostenuta da investimenti nel ripristino e nella tutela della natura, anche in mare, nella transizione energetica e nell’eliminazione di sostanze pericolose. E invece no: ulteriori interventi pro-fossili (come il “decreto bollette”, che favorisce le importazioni di gas), ipotesi di “rinascita del nucleare” e interventi infrastrutturali fantasiosi (e dannosi), come il ponte sullo Stretto di Messina. Il quadro è aggravato da una corsa al riarmo che rischia di normalizzare un orizzonte di escalation e violenza. Il conflitto, anziché essere affrontato nel merito, viene spostato sul piano dell’ordine pubblico. In questa direzione si colloca anche l’osservazione dell’ex Capo della Polizia Gabrielli, secondo cui “moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave” relative alla gestione dell’ordine pubblico in una democrazia. È una chiave di lettura interessante: invece di interrogarsi sulle cause delle proteste, si interviene su chi protesta. In un contesto in cui la crisi ambientale non può più essere confinata a tema settoriale, l’intensità delle mobilitazioni mette in luce la distanza tra l’urgenza materiale dei problemi e la lentezza (o l’ambiguità) delle risposte politiche. La crisi climatica e l’inquinamento, infatti, producono effetti misurabili sulla salute e sulle condizioni di vita. In questa cornice, richiami come quelli del Lancet Countdown, che da anni evidenzia l’intreccio tra riscaldamento globale e rischi sanitari, rafforzano il carattere strutturale, non episodico, delle rivendicazioni, anche alla luce dei dati sulle morti attribuite a eventi estremi, ondate di calore e inquinamento atmosferico (in tutto il mondo ogni anno muoiono circa 16.000 persone per eventi estremi, oltre 150.000 da polveri sottili causate da incendi forestali, più di 550mila per le ondate di calore e più di due milioni e mezzo di persone muoiono a causa delle polveri sottili che derivano dalla combustione di fonti fossili). Quando manifestare diventa rischioso, non è solo l’ordine pubblico a essere in gioco ma soprattutto la qualità dello spazio democratico e la possibilità, per la cittadinanza, di incidere sulle decisioni che la riguardano. *Greenpeace Italia Società violenta e adulti incoscienti, perché vietare i social è un’illusione di Carlo Milani e Rinaldo Mattera Il Domani, 7 aprile 2026 Gli ultimi fatti di cronaca rilanciano anche in Italia l’idea di vietare i social ai minori, altri paesi si sono già mossi in questo senso. La tossicità dei social è certificata dagli studi e recentemente anche dai tribunali. Ma il proibizionismo è la soluzione? Non possono esistere relazioni virtuose con i mezzi digitali in una società che esalta la violenza e l’oppressione sistemica. Un tempo, i social venivano incensati per l’impatto positivo sulla cultura e le società nel loro complesso. Oggi invece “vietare (i social) ai minori” è diventato un ritornello da recitare a ogni episodio di cronaca. L’ultima occasione: mercoledì 25 marzo 2026. Ore 7.45, scuola media Da Vinci, Trescore Balneario, pochi chilometri da Bergamo. L’insegnante Chiara Mocchi viene gravemente accoltellata da un alunno 13enne, che diffonde su un canale Telegram il video dell’aggressione, ripresa con il cellulare. è stata salvata con un intervento chirurgico. Le sue dichiarazioni richiamano alla centralità dell’educazione rispetto alla punizione e alla proibizione. Il mondo va però in tutt’altra direzione. Fine 2025: l’Australia vieta ai minori di 16 anni dieci social. Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Malaysia, Slovenia, Spagna e Regno Unito hanno approvato o stanno considerando divieti. In Italia, dove una proposta analoga è ferma in parlamento, il ministro dell’istruzione dichiara: “Abbiamo vietato l’uso del cellulare nelle scuole e il prossimo passo credo sia quello di abolire l’accesso ai social ai minori di 15 anni” (Tg2post). Chiunque abbia sperimentato i social ne ha percepito la potenza. Si può perdere la percezione del tempo e dello spazio; le ore passano veloci, risucchiate in un vortice molto simile al ciclo tossico del gioco d’azzardo tipico delle slot machine. L’auto-abuso del proprio circuito dopaminergico può portare a disturbi del sonno, ansia, disturbi di alimentazione. Molti studi scientifici hanno correlato l’uso di social media a un aumento dei casi di depressione e ansia. Ma nell’isolamento sociale imposto durante pandemia da Covid19, i social hanno avuto effetti anche positivi: l’impatto varia fortemente a seconda delle condizioni individuali e sociali, amplificate nelle “camere dell’eco” dei profili online. In psichiatria non esiste una categoria diagnostica per le cosiddette “dipendenze digitali”, ma solo il “disordine da gioco online” (internet gaming disorder - DSM-5). Eppure vengono trattate alla stregua di altre tossicodipendenze: sono disponibili, per chi se li può permettere, terapie di “digital detox”. Anche i tribunali puntano il dito contro i social: il 24 marzo 2026 lo Stato del New Mexico ha vinto una causa contro Meta, condannata a risarcire 375 milioni di dollari in sanzioni civili per aver violato le leggi sulla protezione dei consumatori. Negli stessi giorni, una giuria di Los Angeles (California) ha riconosciuto responsabili le società madri di YouTube (Alphabet) e Facebook (Meta) per i disturbi mentali di un’adolescente: 3 milioni di dollari dovranno andare alla querelante. Forse i social media tossici potranno essere smantellati a suon di cause penali. Certo non sono “strumenti neutri” che si possono “usare bene”: sono prodotti di design, di marketing, di gamificazione (introduzione di elementi di pseudo-gioco competitivo in sistemi che non si presentano come giochi); il tutto orchestrato da algoritmi che spingono l’utente a rimanere incollato al proprio schermo. Si può fare riduzione del danno, ma il quadro generale non verrà scalfito da alcuna legislazione, perché i social media di massa sono stati costruiti da aziende che hanno come obiettivo il profitto e il controllo sociale, non certo il benessere dei minori, né di alcun altro utente. Questo vale a maggior ragione per i social diffusi in regimi esplicitamente autoritari, come Max in Russia o WeChat (Weixin) nella RPC. Il proibizionismo è notoriamente inefficace. In questo caso trascura anche la questione di fondo dell’attenzione. L’intensificazione del tempo schermo in età infantile pregiudica la capacità cognitiva e relazionale di prestare attenzione (Simone Lanza, L’attenzione contesa, Armando, 2025). L’economia dell’attenzione, e dell’attaccamento, non riguarda solo i social. Dietro i social si nasconde la luna, ovvero le società umane in cui questi sistemi tecnici si sono evoluti. Chi li finanzia, e perché? Quali valori propugnano, al di là dei contenuti degli utenti? I social sono un comodo capro espiatorio, come ha rilevato in diverse interviste Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, su cui puntano il dito adulti incapaci di relazionarsi con i più piccoli. Adulti responsabili di un mondo sempre più inabitabile: un’epoca di esaltazione della violenza come legittimo diritto del più forte. Un’epoca di massacri di bambini da parte di eserciti “democratici”. Relazioni virtuose con sistemi digitali possono essere sviluppate in società che si oppongono alla violenza e all’oppressione sistemica, con consapevolezza e spirito critico. Non abbiamo risposte, ma un approccio, che abbiamo chiamato pedagogia hacker: un metodo di auto-osservazione. Un occhio ai dettagli delle interfacce; un occhio ai corpi umani a cui ci connettiamo; un terzo occhio per osservare i nostri stati interni. Proponiamo non solo semplici accorgimenti di autodifesa digitale, ma anche la sperimentazione di un’attitudine attiva e giocosa, per immaginare strade diverse, cambiare i comportamenti che ci provocano sofferenza e rinforzare quelli che ci piacciono. La scelta (non) dipende (solo) da te. Siamo sulla stessa barca con i più piccoli. Se ne può uscire solo insieme. La pace come libertà dalla paura, non si può circoscrivere a interesse nazionale di Nadia Urbinati Il Dubbio, 7 aprile 2026 Nel 1945, William Beveridge scrisse che il “prezzo della pace” è duplice: politico ed economico. “Dobbiamo assicurarci, quanto meglio si possa, che le divergenze tra le nazioni non condurranno alla guerra”. Dovremmo stimolare leader e capi di Stato a ponderare l’inutilità e il danno di concepire la pace come una questione di “interesse nazionale”. Il tempo della pace sembra sempre più distante da noi, parte di un passato che, più ci addentriamo nel futuro, più si fa glorioso. Mitizzare il passato è un segno sconfortante di ciò che siamo o di ciò che rischiamo di diventare. La guerra è nella nostra vita anche se non la vediamo sotto i nostri occhi. È alle porte perché è entrata nel regno della possibilità. E soprattutto perché la vita materiale nelle nostre società (identificate fino a qualche anno fa con l’opulenza) è segnata dalla scarsità, dall’attitudine all’austerità nel programmare le scelte; e non necessariamente per ristrettezze economiche, ma per la mancanza di materie prime energetiche. Pasqua violenta. Ma i giovani sognano la pace Prezzo economico La possibilità di programmare una scelta, piccola o grande che sia, è un segno tangibile di pace, come condizione di libertà dalla paura, la sola libertà che sappiamo riconoscere senza sforzo. Nel 1945, William Beveridge, il cui nome è associato alle politiche sociali che inaugurarono la pace in Gran Bretagna, scrisse che il “prezzo della pace” è duplice: politico ed economico. “Dobbiamo assicurarci, quanto meglio si possa, che le divergenze tra le nazioni non condurranno alla guerra” e che le vertenze tra gli Stati non siano risolte dagli stessi Stati, ma portate davanti a un sistema “arbitrale” internazionale. Due guerre mondiali avevano dimostrato anche ai cinici quanto fosse “inutile e vano ogni sforzo inteso a perseguire il potere per fini nazionali”. Il prezzo della pace è quindi anche economico, perché il primo obiettivo in qualunque programmazione del commercio internazionale “dovrebbe essere quello di creare un sistema mediante il quale tutte le nazioni del mondo possano commerciare liberamente tra loro in piena eguaglianza, senza alcuna discriminazione”. Beveridge era un liberale, non un conservatore né un laburista. La libertà era per lui libertà dalla paura, un obiettivo mai compiuto e, in effetti, l’unica cornice sensata della politica. Non si rifaceva a filosofie astratte, ma restava nel recinto dell’esperienza storica, che lo convinceva di questo fatto banale: non è sufficiente dire “No” alla guerra; non basta impegnarsi a livello nazionale; non basta voler abolire la guerra ora, o per questa o per la prossima generazione, perché “fintanto che la guerra sembra possibile, verranno fatti dei preparativi di guerra”. Mattarella scrive al papa: “Si recuperino le ragioni del dialogo e della moderazione” Stimolare i leader Perché tornare a questo autore del passato glorioso, quello della ricostruzione della democrazia sociale? Perché dovremmo, come Beveridge, essere mossi da questo progetto: stimolare capi di governo e di Stato a ponderare, con un supplemento di responsabilità, l’inutilità e il danno che derivano dal concepire la pace come una questione di “interesse nazionale” e dal credere che le relazioni bilaterali possano riattivare i commerci. La dimensione della pace, come quella dell’economia, è internazionale. E che così sia, ce lo dimostra proprio il paese dal quale è cominciata la destabilizzazione. Appena insediato, Trump ha attaccato frontalmente quell’ordine economico e normativo tra le nazioni sul quale la pace nel dopoguerra si è stabilizzata. La sua amministrazione non ha soltanto stracciato la pratica della diplomazia. Ha sbeffeggiato l’Onu e il progetto delle frontiere porose alle merci e alle persone. Ha imposto una visione di dominio imperiale, non di alleanza, rendendo la guerra un affare per il proprio paese. Ha pensato, anzi, di punire con la penuria della materia prima più importante, il petrolio, la reticenza europea a scendere in guerra contro l’Iran. Dopo aver iniziato le ostilità in un dialogo strategico solo con Israele (non membro della Nato), ha accusato i paesi dell’Alleanza atlantica di pacifismo. Alcuni asservitori, non proprio cospirazionisti, pensano che questa mossa di Trump sia anche mirata a ottenere ciò che da sempre dichiara di desiderare: la fine dell’Ue e, soprattutto, l’immiserimento dei paesi europei. Memore del fatto che, dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti espansero la loro economia grazie al bisogno estremo in cui versava l’Europa, sembra che il progetto di Trump sia quello di lucrare sull’impoverimento indotto. Anche per questo siamo in guerra. Corte penale e Ue, il banco di prova è la Cisgiordania di Guido Rampoldi Il Domani, 7 aprile 2026 Se a fronte delle violenze nel West Bank, la Corte penale internazionale restasse muta, probabilmente gli europei se la caverebbero con i soliti sussurri costernati che finora sono risultati appropriati a tollerare e ad accettare senza destare scandalo. Ma se l’Icc, riattivato, chiamasse le cose con il loro nome e colpisse duro il governo Netanyahu, allora gli esercizi europei di futilità diplomatica sarebbero difficili. Cosa rimane della legalità internazionale dopo l’attacco all’Iran? Nulla, conclude la trasversale scuola del Realismo. Assassinando Khamenei con un attacco proditorio proprio nel mezzo di un negoziato, gli Stati Uniti e Israele hanno violato norme che parevano universalmente accettate. E quel è stata la reazione delle democrazie occidentali? Scuotimenti di testa, mugugni di disapprovazione: nulla di più. Non è forse questa la prova che la legalità internazionale è ormai una inutile finzione?, ripetono da allora i tanti cui preme dimostrare che i Netanyahu, i Putin, i Trump non possono essere giudicati con le categorie del diritto o dell’etica, qualunque misfatto compiano. Sicché bisognerebbe liberarsi definitivamente di quei polverosi soprammobili - Bene/Male, Legalità - e accettare che solo l’opposizione schmittiana Amico-Nemico attenga alla natura autentica della politica. Se tre potenti decidono da soli chi vive e chi muore Attacco alla Icc Questi ragionamenti non sono nuovi e fino a ieri hanno accompagnato le manovre per disattivare la Corte penale internazionale, in sigla inglese Icc. Istituita nel 2002 insieme al suo codice di riferimento, lo Statuto di Roma, l’Icc è riconosciuta da 125 paesi, per gran parte democrazie liberali, ma non da regimi autoritari e da grandi potenze. Poiché non vi aderiscono Usa, Iran e Israele, l’Icc non può entrare nel merito dei crimini commessi nella guerra in corso. Il vero test sul quale andranno misurate le prospettive della legalità internazionale semmai riguardano i Territori occupati, sui quali l’Icc ha giurisdizione. Durante la guerra di Gaza la Corte ha emesso mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ministro della Difesa. Per costringerla a ritrattare quei provvedimenti l’amministrazione Trump ha colpito i magistrati della procura con sanzioni individuali che ne complicano la vita quotidiana; nel 2024 il Regno Unito ha minacciato il boicottaggio finanziario dell’Icc; e apparati segreti hanno costretto il procuratore Karim Khan ad autosospendersi montando contro di lui l’accusa di molestie sessuali nei confronti di una sua collaboratrice. Un mese fa una commissione Onu ha stabilito all’unanimità che l’accusa contro Khan era infondata. Però la settimana scorsa l’organo direttivo dell’Icc ha deciso a maggioranza di non ratificare quel verdetto e di prepararne uno proprio. La singolarità di questa retromarcia ha confermato il sospetto che i paesi che l’hanno approvata (tra i quali l’Italia) tuttora perseguano l’obiettivo di mettere fuori gioco Karim Khan e paralizzare la Procura prima che emetta altri ordini di cattura contro due ministri israeliani, Smotrich e Ben Gvir, alla testa del movimento dei coloni. Quei provvedimenti non avrebbero un effetto pratico ma potrebbero costringere gli europei a tentare di fermare la pulizia etnica nel West Bank. Gli omicidi mirati dei leader, solo la cultura può fermare la barbarie Piani israeliani e reazioni europee. Dall’inizio dell’anno, masnade di coloni anche giovanissimi assaltano villaggi palestinesi, razziano greggi, tagliano ulivi, bruciano macchine, picchiano, assassinano (ne ha scritto diffusamente su queste pagine David Lerner). L’esercito di solito lascia fare. E permette ai coloni di creare nuovi insediamenti, solo in teoria illegali, nei territori da cui erano stati espulsi gli abitanti arabi. Tutto questo suggeriva l’intenzione di realizzare un piano giù accennato da esponenti del governo Netanyahu, annettere quel 60 per cento del West Bank che gli accordi di Oslo definiscono ‘Area C’, dopo aver espulso una parte dei suoi 300mila abitanti palestinesi. Ma adesso, informa un articolo di Times of Israel, i coloni cominciano a dedicarsi anche a villaggi dell’Area A, 18 per cento del West Bank, sotto il controllo diretto dell’Autorità palestinese. Di questo passo i tre milioni di abitanti arabi del West Bank finirebbe confinati come bestiame entro una dozzina di città-corral non unite da continuità territoriale. Col tempo buona parte sceglierebbe l’esilio. Se a fronte di tutto questo la Corte penale internazionale restasse muta, probabilmente gli europei se la caverebbero con i soliti sussurri costernati - “intollerabile! Inaccettabile!” - che finora sono risultati appropriati a tollerare e ad accettare senza destare scandalo. Ma se l’Icc, riattivato, chiamasse le cose con il loro nome (probabilmente “crimini contro l’umanità”) e colpisse duro il governo Netanyahu, allora gli esercizi europei di futilità diplomatica sarebbero più difficili. Alcuni governi sarebbero indotti a comminare sanzioni ad personam ai due ministri israeliani che guidano i coloni. Se poi osassero sanzionare contro Israele, anche a costo di rinunciare a proficue collaborazioni nella tecnologia militare, forse riuscirebbero ad indurre riflessioni salutari nell’elettorato israeliano, in autunno chiamato a votare. La strategia del regicidio, ma così nessuno è al sicuro Pena di morte e democrazia di Ernesto Galli della Loggia Corriere della Sera, 7 aprile 2026 In molti, credo, non avremmo mai pensato di dover vedere quello che invece abbiamo dovuto vedere l’altro giorno: l’immagine di un ministro d’Israele che brinda felice per l’avvenuta approvazione di una legge che commina la pena di morte per i terroristi palestinesi (e di fatto solo per loro). Resterebbe un’immagine ripugnante anche se si trattasse di una pena destinata al più crudele dei massacratori: infatti ci sono stati e ci sono Paesi democratici con la pena di morte, quello che non si è mai visto è il ministro di un governo democratico rallegrarsi sguaiatamente della cosa. Ben-Gvir che brinda alla forca è comunque un’immagine che con la dirompente forza del simbolo obbliga a riflettere sul tormentato percorso compiuto dallo Stato ebraico nell’ultimo mezzo secolo. Vale a dire sulla parabola storica del sionismo, il movimento nazionale ebraico. Questo nacque sul finire dell’’800 come un frutto peculiare della storia europea. Nacque dall’incontro tra l’ebraismo emancipato franco-germanico, da un lato, crudamente smentito nelle sue speranze d’integrazione dal trauma dell’affare Dreyfus, e dall’altro il misero ebraismo est europeo - diviso tra l’antica fede dei padri e l’ardente passione dei figli per gli utopismi rivoluzionari del socialismo agrario russo. Ma si trattò di un incontro destinato a non realizzarsi mai fino in fondo. Solamente negli anni ‘30-’40, infatti - cioè nel periodo della persecuzione nazista e per effetto di questa - nelle file del sionismo e nell’immigrazione ebraica nella Palestina, ancora sotto mandato britannico, affluirono parti significative della diaspora borghese europea, specialmente austro-tedesca. Ma non a caso nel dopoguerra la leadership ebraica che diede vita allo Stato d’Israele e poi lo guidò per oltre un quarantennio ebbe le proprie origini quasi tutta nel sionismo est europeo e fu in larga maggioranza d’ispirazione socialista, memore di quella storia, di quegli ideali di quei valori. Anche la destra sionista veniva allora da quella stessa parte d’Europa, e pur avendo praticato il terrorismo più estremo, sapeva di dover condividere comunque il costume della moderna civiltà politica del continente. Ma proprio in questo periodo comincia a mostrare la corda quello che a suo tempo François Furet, il grande storico francese, definì il paradosso di fondo del sionismo: “abbandonare l’Europa e la sua cultura ma conservandole”. Che voleva dire un’operazione audacissima: dal momento che l’antisemitismo aveva dimostrato l’impossibilità di essere insieme europei ed ebrei, inventare un giudaismo nazionale di tipo europeo ma volgendo le spalle alla diaspora. Il paradosso comincia a rivelarsi tale nella misura in cui dopo il 1945, dopo la sconfitta dell’hitlerismo e del fascismo, la diaspora europea non crede più di essere minacciata dall’antisemitismo. Sentimentalmente ed emotivamente essa si riconosce in pieno sì nel progetto sionista, ma è ben lungi dal pensare che il suo futuro non possa che essere l’emigrazione nello Stato ebraico. La diaspora europea resta in Europa. È a questo punto, sul finire del secolo scorso, che inizia il dramma di Israele, la sua virtuale solitudine. L’antica leadership sionista, pur vincendo tutte le guerre, non riesce però, prima di scomparire, a concludere la sua opera storica stipulando una pace con gli arabi. E nel frattempo il Paese che essa ha fondato cambia: se dall’Occidente europeo non arriva nessuno arrivano però decine di migliaia di ebrei profughi da altre parti del mondo, dall’Etiopia, dai Paesi arabi, dalla Russia sovietica e no, ma anche dagli Stati Uniti. I primi sanno solo dell’antisemitismo, i secondi - gli americani e i loro proseliti (Ben-Gvir è uno di questi) - sono imbevuti del profetismo biblico che scorre violento come un torrente in piena nelle viscere del giudaismo, ne condividono il carattere ciecamente ultimativo, l’autoidentificazione nella voce di Dio e nel suo braccio armato. Del sionismo, invece, gli uni e gli altri sanno realmente poco o nulla. Che ne sa, infatti, uno come Ben-Gvir del Bund e dei giovani rivoluzionari ebrei mandati sulla forca dallo zarismo? Delle dispute teoriche senza fine tra i suoi correligionari di un tempo sedotti in tanti da Lenin, che ne sa Ben-Gvir di Weizman, di Léon Blum, di Martin Buber? Proprio Buber aveva scritto: “Mai ci lasceremo ingannare dai luoghi comuni che asseriscono un finto legame tra il principio nazionale e la causa dell’umanità: il legame deve essere ben reale e di natura tale da manifestarsi intatto non solo nelle nostre finalità ma anche nella scelta dei nostri strumenti”. Sappiamo che in Israele le cose non sono andate proprio così, e forse era illusorio che potessero mai farlo. Chi più di noi europei, d’altra parte, più di noi italiani, sa a quali deformazioni, a quali conseguenze anche aberranti per “la causa dell’umanità”, può portare il principio nazionale? Resta il fatto che a contrastare tali conseguenze il sionismo amputato dalla diaspora europea non basta; tanto più se esso deve vedersela pure con la Bibbia e con i suoi fanatici interpreti predicatori. È dunque questa l’angoscia che sempre più spesso prende chi in Italia e altrove sta dalla parte dello Stato ebraico. Inghiottite dal tempo le generazioni che dopo la Shoah sentivano di avere un debito storico verso l’ebraismo, Israele può vantare un diritto assoluto alla difesa ad ogni costo da parte delle democrazie e dei democratici europei solamente se esso resta sul terreno della democrazia. È inevitabile, altrimenti, che abbiano la meglio solo i dettami della geopolitica e dell’economia dove senz’altro, però, rischiano di contare di più gli interessi e le immense risorse dei tanti nemici dello Stato ebraico. Ma nella democrazia - se ne convinca chi deve - non può esserci posto per chi brinda alla forca come a una vittoria.