In arrivo la riforma del Gip collegiale: e i tribunali sono di nuovo a rischio di Sabrina Tomè Il Mattino di Padova, 6 aprile 2026 L’entrata in vigore della legge Nordio è prevista per agosto. Le toghe: “Mancano i magistrati, i piccoli non ce la fanno”. Ecco di cosa si tratta. Giustizia senza pace. Dopo il referendum che ha bocciato la riforma del Governo sulla separazione delle carriere, si avvicina una nuova scadenza che potrebbe avere un forte impatto sui tribunali e in particolari su quelli più piccoli: l’entrata in vigore, da agosto, del gip collegiale, così come previsto dalla legge 114 del 2024. Il tutto mentre l’Associazione nazionale magistrati ha rilanciato il documento in 8 punti per una riorganizzazione giudiziaria che preveda di aumentare le piante organiche, intervenendo sui Palazzi di Giustizia con i numeri più bassi. Che in Veneto sono due, Belluno e Rovigo. Il gip collegiale - Un passo indietro: nel 2024 viene approvata la legge Nordio che abroga l’abuso d’ufficio. Il dibattito si concentra su quell’aspetto, ma c’è un altro passaggio carico di conseguenze: la figura del giudice per le indagini preliminari in composizione collegiale (tre magistrati) quando si tratta di decidere sulle richieste di custodia cautelare in carcere o su misure detentive provvisorie; materie finora assegnate a un solo magistrato. La finalità: rafforzare le tutele dell’indagato quando si tratta di disporre di misure cautelari. L’entrata in vigore è indicata per il prossimo 25 agosto, data entro la quale dovrà altresì esserci l’adeguamento degli organici dei magistrati. Aumento che però al momento non c’è stato, tanto che in questi giorni Ezia Maccora, presidente dei gup al tribunale di Milano con un articolo pubblicato su Questione Giustizia, la rivista di Magistratura democratica, ha aperto il caso, denunciando il rischio di frequenti incompatibilità tra gip e gup con conseguenti rallentamenti o paralisi della giustizia. Questo vale soprattutto per i tribunali più piccoli, dove il numero di gip e gup risulta limitato. E a proposito della riforma in questione, la presidente della Corte d’Appello di Venezia Rita Rigoni, in sede di inaugurazione di Anno Giudiziario e trattando gli organici dei magistrati, ha rilevato come non possa essere “a costo zero”. I gip in Veneto - A Treviso sono in servizio 4 gip sui 5 previsti, a Padova 5 su 6, a Vicenza 4 su 5; a Verona 8, a Belluno 2, a Rovigo altrettanti, a Venezia 7. Due tribunali, dunque, Rovigo e Belluno, se l’organico non venisse rimpolpato, si troverebbero nelle condizioni di non poter funzionare, mentre altri uffici dovrebbero misurarsi con numeri ridotti e conseguenti situazioni di rischio incompatibilità. Forte preoccupazione viene espressa dall’Associazione Nazionale Magistrati (Anm): “Nel nostro distretto le situazioni più critiche riguardano Belluno e Rovigo: quest’ultimo ha tre magistrati, ma di fatto sono quasi sempre in meno”, precisa il presidente veneto Gilberto Stigliano Messuti, “Il gip collegiale rischia di paralizzare i tribunali. Dove non ci sono abbastanza magistrati, bisognerebbe applicarli da altri uffici o sedi, ma c’è il pericolo di una situazione fuori controllo considerato che il gip lavora sull’urgenza. E anche gli altri tribunali del distretto sarebbero in sofferenza per il problema delle incompatibilità. Si finirebbe per lavorare in emergenza. È una riforma difficile da comprendere, anche considerando che molte funzioni attualmente sono monocratiche. E la garanzia della collegialità comunque esiste nella fase di impugnazione. Questa riforma creerà grandi disfunzioni”. L’entrata in vigore è per agosto: “L’unica ipotesi di uno stop è che ci si renda conto che non è fattibile dall’oggi al domani”, aggiunge Stigliano Messuti, “Rinviarla sarebbe una decisione di buon senso”. Diversamente gli scenari appaiono preoccupanti, sostiene la gip Maccora che auspica il potenziamento degli organici per far fronte alla nuova organizzazione: “Negli ultimi anni il legislatore ha ampliato notevolmente le competenze affidate alle sezioni gip-gup e se neanche un tribunale metropolitano come quello milanese può reggere l’impatto di una riforma così dirompente, immaginiamo cosa accadrà negli uffici medio-piccoli che costituiscono la maggioranza degli uffici giudiziari nel nostro Paese”, ha rilevato, “Sarà inevitabile da un lato il rallentamento dei tempi necessari per la valutazione cautelare da parte del gip collegiale e dall’altro sarà quasi impossibile riuscire a mantenere i livelli e i tempi di definizione dei procedimenti fino a oggi garantiti”. Per questo “è indispensabile che il ministro della Giustizia fornisca agli uffici giudiziari le risorse necessarie a garantire un funzionamento efficace e tempestivo”. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari ha annunciato al nostro giornale la prossima definizione dei concorsi che permetteranno la copertura delle piante organiche dei tribunali. Gli otto punti di Anm - La situazione di difficoltà nella quale versano i piccoli tribunali è d’altra parte registrata nel documento in otto punti dell’Anm: è il “manifesto” proposto lo scorso anno dalle toghe e rilanciato dopo il referendum per trovare un’intesa con il Governo in materia di riforma della Giustizia. Ma ecco cosa prevede il secondo punto del documento con riferimento alla necessità di “rivedere le piante organiche degli uffici giudiziari”: “Le piante organiche attuali degli uffici giudiziari sono obsolete e non riflettono gli effettivi carichi di lavoro. La presenza di tribunali e procure di piccole dimensioni crea inefficienze e problemi di gestione, soprattutto in caso di incompatibilità del giudice e non consente un’adeguata specializzazione dei giudici in un contesto di crescente complessità delle istanze provenienti dalla società. Noi proponiamo di ridisegnare le piante organiche degli uffici giudiziari in base agli effettivi carichi di lavoro, di chiudere gli uffici con meno di 10 pm e 30 giudici e di destinare maggiori risorse (umane ed economiche) agli uffici con maggiori sofferenze in modo da migliorare l’efficienza e la qualità del servizio”. E anche in questo caso sarebbero due i tribunali veneti in sofferenza: Belluno con 12 giudici e 6 pm e Rovigo con 19 giudici e 7 pm. Ai due si aggiungerebbe anche un terzo, non ancora nato, ma in gestazione avanzata: quello della Pedemontana per cui sono previsti 7 pm. Spiega Stigliano Messuti: “L’Anm nazionale ha già preso posizione sui tribunali di piccole dimensioni e come Anm Veneto, siamo contrari all’istituzione del tribunale di Bassano, sebbene abbia dimensioni maggiori rispetto a quello precedente”. Quanto a Belluno, la valutazione di Stigliano Messuti, che precisa essere a titolo personale, si discosta rispetto all’ipotesi chiusura: “Personalmente ritengo che si debbano considerare le specificità di alcuni territori. Belluno arriva fino al Comelico, ha territorio enorme, montano e disagiato: bisogna considerare attentamente il contesto. E situazioni analoghe esistono al Sud”. Persino il Portale telematico lascia i penalisti ai margini della giustizia di Roberto Randazzo* Il Dubbio, 6 aprile 2026 Architettura fragile, accessi incerti e fascicolo non consultabile: il Pdt diventa il simbolo di una digitalizzazione penale incompleta. Il recente esito referendario sembra aver consegnato un messaggio chiaro: la separazione delle carriere non è, oggi, il nodo centrale della Giustizia, ma solo un tema divisivo, ideologico e, per il cittadino medio, anche piuttosto astratto. Bene: ci si inchina al Volere del Popolo Sovrano. E si torna alle cose che non fanno audience, ma sono “lacrime e sangue”, ogni giorno, per il diritto di difesa. Tra queste, il Portale dei Depositi Telematici, che si inserisce, formalmente, nell’alveo della digitalizzazione del processo penale (articolo 111-bis c.p.p.; Dm 29 dicembre 2023 n. 217), con conseguente obbligo di deposito telematico per atti, richieste e memorie, in ogni stato e grado del procedimento. Ma la sua genesi reale è diversa, è figlio dell’emergenza sanitaria, non di una visione organica: durante il covid occorreva non fermare l’attività giudiziaria. Prima di allora, è bene ricordarlo senza indulgenze, nel processo penale non era consentito l’uso della Pec nemmeno per i depositi difensivi ordinari; una chiusura culturale, prima ancora che tecnica. Finita l’emergenza, però, non si poteva più tornare indietro; è rimasto il compromesso che, quando diventa infrastruttura, smette di essere provvisorio e comincia a fare sistema. Il P.d.t., il sopracitato Portale. oggi è uno strumento monco: consente il deposito degli atti, e basta. Non è un ambiente di lavoro, non è un fascicolo digitale, non è interlocuzione. È una “casella evoluta”: invii, speri, aspetti. Depositi, ma non vedi; trasmetti, ma non interagisci. Il sistema acquisisce (quando funziona), ma non risponde. Il confronto con gli strumenti interni della magistratura è inevitabile: in quel caso c’è gestione integrata del fascicolo, consultazione dinamica, organizzazione del lavoro (anche se, si sente dire, mal funzionante), dal quale la difesa è esclusa. Due sistemi che coesistono e non comunicano, ove l’asimmetria tecnologica replica quella culturale: giudice e pm “dentro”, difesa “fuori”. Anche nel digitale, giudicante e requirente restano nello stesso salotto, la difesa in anticamera. Poi c’è la pratica, cioè la realtà quotidiana: accessi che saltano, upload che si bloccano, ricevute tardive o incomplete, atti “non pervenuti” nonostante l’invio nei termini. Il paradosso è che, in un sistema pensato per dare certezza, la prova del deposito diventa contenzioso. La giurisprudenza cerca di porre rimedio, evitando che i malfunzionamenti ricadano sulla parte, ma la stessa necessità di tali interventi dimostra la fragilità dell’architettura complessiva. Ai disservizi occasionali si aggiungono problemi di carattere strutturale: tipizzazione rigida degli atti, spesso inadeguata per la complessità del processo penale, allegati voluminosi ingestibili, formati non consentiti, nessuna vera gestione delle versioni, e soprattutto nessuna possibilità di “vedere” il fascicolo come nel civile telematico, dove almeno consulti, controlli, verifichi in tempo reale eventuali depositi altrui. Nel penale, invece, la digitalizzazione si ferma all’invio dell’atto; talvolta non arriva nemmeno lì, se poi ti chiedono ancora le copie cartacee quando depositi le impugnazioni. “Il penale è diverso”, si dice, impone cautele ulteriori. Vero, ma esse riguardano semmai il fascicolo della Procura, che per sua natura richiede segretezza; quest’ultimo, nel caso, potrebbe essere strutturalmente distinto, con livelli di accesso e segretezza coerenti con la fase processuale. Il fascicolo del giudice, invece, è per definizione conoscibile dalle parti: se lo si consulta in cancelleria, perché non renderlo consultabile anche da remoto, per il solo fatto che risulti la nomina (e senza bisogno di istanze ad effetti temporanei)? La cosa più scoraggiante è l’indifferenza, perché il P.d.t. inceppa semmai la difesa, ma non incide direttamente sull’organizzazione del lavoro giudiziario, che si poggia su strumenti diversi. Solo per l’avvocato (e per il cittadino) l’effetto è netto: incertezza sui termini, rischio di decadenze non imputabili, compressione del diritto di difesa. Non un mero problema tecnologico, quindi, ma culturale, di garanzie, inserite nel più ampio quadro delle disfunzioni del sistema Giustizia che - messa in soffitta la separazione delle carriere - tutti si impegnano, con entusiasmo, a risolvere al più presto! Certo, i problemi della Giustizia sono molti - durata dei processi in testa - e c’è sempre qualcosa di “più urgente”. Ma un sistema telematico inefficiente è un moltiplicatore di disfunzioni, che allunga i tempi e abbassa le garanzie. Se l’infrastruttura nel suo complesso rivela criticità strutturali, e alla prossimità, anche tecnologica, tra la magistratura requirente e giudicante, si accompagna la speculare distanza del difensore e della parte assistita, non è più in gioco solo un problema organizzativo. Perché l’architettura tecnologica non è neutra: o garantisce parità, o la compromette. *Camera Penale Roma Morire di fabbrica: il caso Ipca e la svolta della giustizia di Fulvio Gianaria La Repubblica, 6 aprile 2026 “Sono Margherita Macellaro, vedova Possio. Mio marito è morto di cancro il 5 luglio 1969, all’età di 43 anni. Si chiamava Giuseppe. Ci sposammo nel 1954 e lui lavorava già là. Mi raccontava quel che faceva, in particolare mi diceva che era sempre a contatto con acidi di tutti i generi e senza maschere e guanti. Sulla faccia gli trovavo spesso le bruciature degli spruzzi. Dormendogli accanto sentivo l’odore di acido del suo respiro. Aveva bruciori di stomaco, una stanchezza fortissima, dolori continui in una gamba. Il dottore della fabbrica gli aveva dato del bicarbonato per lo stomaco e per la gamba diceva che era sciatica. A novembre successe quel che temeva e che aveva sentito già da altri: orinò sangue. Fu ricoverato inutilmente tre volte. Morì in casa tra dolori atroci”. Questa è una storia uguale a quella di decine di altri colleghi che hanno lavorato all’Ipca di Ciriè, fabbrica che produceva coloranti e dove si maneggiavano da sempre la benzidina e la betanaftilamina, amine aromatiche che provocavano silenziosamente il carcinoma vescicale. Subito dopo la guerra in Inghilterra e in Germania queste sostanze potevano usarsi solo a circuito chiuso perché la scienza aveva avvertito che era mortale manipolarle, ma a Ciriè no, si continuava a lavorare in reparti zeppi di polvere e fumi. Uno scenario spaventoso. Una mattina si trovano i pesci morti nella vicina Stura, un Pretore vuol capire perché, e da quel momento, inizia una faticosa e lunga indagine della magistratura torinese. I dati dell’Istituto di medicina del lavoro dicono quello che a Ciriè si mormorava da tempo: quella fabbrica ha ucciso decine di lavoratori e continuerà ad uccidere quelli che non sanno ancora di essere ammalati. Nel 1977, dopo un’infinità di udienze dove vengono ascoltate vedove, testimoni ammalati, periti, consulenti, funzionari pubblici distratti e gli avvocati delle parti, la terza sezione penale del Tribunale di Torino emette una dura sentenza di condanna, accogliendo le richieste del pubblico ministero Gustavo Witzel, nei confronti di tutti i responsabili dell’azienda. Benito Franza, l’operaio che si era battuto per anni a nome dei compagni di lavoro per chiedere verità, non riuscì a vivere fino alla fine del processo. Parliamo di mezzo secolo fa, parliamo del primo processo torinese e probabilmente italiano, in cui viene riconosciuto che le malattie professionali non sono una fatalità. Prevenzione patrimoniale, rinnovabile la confisca caducata per vizio procedurale di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2026 L’adozione oltre il termine di un anno sei mesi della decisione di appello contro il reclamo del prevenuto è vizio endoprocessuale che non impedisce il nuovo provvedimento che stabilisce la misura ablatoria. In materia di prevenzione patrimoniale non opera il principio dell’intangibilità della decisione, in quanto non può verificarsi una situazione di “cosa giudicata” in senso proprio. Per cui - come afferma la Cassazione penale con la sentenza n. 12671/2026 - se sussistono “nuovi” elementi di pericolosità può essere instaurato un nuovo e diverso procedimento da cui conseguano il sequestro e la confisca dei beni della persona indiziata della commissione di reati. É quindi legittimo il rinnovo in base a una nuova considerazione dei fatti sia sotto il profilo personale che patrimoniale. Dice sul punto la Cassazione, che se è legittima l’applicazione di una misura di prevenzione dopo un’altra misura applicata in precedenza e i cui effetti si siano comunque esauriti, a maggior ragione può affermarsi che nessuna preclusione può verificarsi quando la decisione precedente, invece di aver esaurito i propri effetti, sia stata oggetto di annullamento solo per un riscontrato vizio formale e in assenza di qualsiasi vizio di merito. Pertanto la Suprema Corte chiamata a fornire l’interpretazione del termine dettato dall’articolo 27 del Codice antimafia lo ha definito perentorio - finalizzato a scongiurare l’indeterminatezza di una situazione assai incisiva sulla sfera economica delle persone e della loro iniziativa economica - ma di natura endoprocessuale. Non scatta, dunque, alcuna preclusione all’adozione di un nuovo provvedimento dato l’annullamento di quello precedente per superamento del termine nell’adozione della confisca da parte del tribunale sui beni oggetto di sequestro o nel decidere il reclamo da parte della Corte di appello. Per tale motivo nel respingere il ricorso la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui “in tema di misure di prevenzione di natura patrimoniale nessuna preclusione deriva dall’avvenuto annullamento per vizi formali del decreto di confisca: è, quindi, legittima - in costanza di misura di prevenzione personale - l’instaurazione di una nuova procedura di sequestro e confisca degli stessi beni”. La difesa, al contrario, riteneva illegittima la rinnovazione della misura patrimoniale a seguito di declaratoria d’inefficacia per decorso dei termini previsti dall’articolo 27, comma 6, del Dlgs n. 159, in particolare dove stabilisce che, in caso di appello, il provvedimento di confisca di prevenzione perde efficacia se la Corte d’appello non si pronuncia entro un anno e sei mesi dal deposito del ricorso. Il nuovo provvedimento impugnato ora inutilmente davanti alla Corte di legittimità secondo il ricorso aveva di fatto prodotto una durata irragionevole del procedimento applicativo della misura di prevenzione con conseguente violazione della Cedu e della Carta Ue. In conclusione, in tema di misure di prevenzione patrimoniali l’inefficacia della confisca per l’inosservanza del termine perentorio di cui all’articolo 27, comma 6, del Codice antimafia, non preclude, in assenza di una previsione espressa in tale senso, la rinnovazione del provvedimento ablativo caducato, stante la natura endoprocessuale del termine in questione. Calabria. La Garante Russo: “Legalità e misericordia camminano insieme. Le seconde possibilità esistono davvero” Corriere della Calabria, 6 aprile 2026 Una riflessione sul valore delle parole, sul senso della giustizia e sulla necessità di custodire, anche nei luoghi più difficili, la dignità della persona. In occasione delle festività pasquali, la Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale della Calabria, Giovanna Francesca Russo, affida a un pensiero pubblico una riflessione sul valore delle parole, sul senso della giustizia e sulla necessità di custodire, anche nei luoghi più difficili, la dignità della persona umana. “Le parole non sono mai soltanto suoni. Sono chiavi. Aprono ciò che sembrava chiuso per sempre, sciolgono ciò che appariva irrimediabile, ridanno respiro dove la vita ha lasciato solo peso e silenzio”, afferma la Garante Russo. “Nei luoghi dove il dolore si è stratificato - nelle carceri, nei territori feriti, nelle coscienze smarrite - una parola può rappresentare il primo vero atto di libertà. Non cancella il male, non lo giustifica e non lo assolve a buon mercato. Ma lo guarda negli occhi e sceglie di non diventargli simile. È questo il potere più alto delle parole: non umiliano, non schiacciano, non condannano per sempre. Riaprono invece la possibilità di cambiare. E cambiare non è debolezza, non è resa, non è infamia”. Nel suo messaggio, la Garante richiama il pensiero di Mamma Natuzza Evolo, ricordando che “pentirsi non è infamia, ma il primo vero atto di coraggio. È scegliere di darsi una seconda possibilità”. Da qui, l’invito a rivolgere uno sguardo fermo ma umano anche verso chi vive nel male o ne alimenta i sistemi: “Dobbiamo avere il coraggio di guardare negli occhi gli uomini del malaffare, a qualsiasi livello siedano - nelle strade, nelle istituzioni, nei sistemi di potere - e dire loro una verità che non può più essere rinviata: state rubando il futuro ai vostri figli e ai vostri nipoti. Non è una condanna. È un appello. È una chiamata alla responsabilità più profonda”. Per Russo, la vera giustizia “non nasce dalla vendetta, ma dalla verità che incontra la coscienza”, e proprio in questo spazio trova posto una misericordia autentica, “non fragile né superficiale, ma esigente, capace di chiedere responsabilità, pretendere verità e imporre cambiamento”. Una misericordia che, sottolinea, “non indebolisce la legge, ma la rende umana; non cancella la colpa, ma la trasforma in possibilità”. Nel messaggio pasquale trova spazio anche il richiamo alla lezione di Don Italo Calabrò, testimone di una Calabria che non ha mai fatto sconti al male senza però negare la possibilità del bene. “Il suo insegnamento resta attualissimo: non ridurre mai una persona né al suo bisogno né al suo errore, ma chiamarla per nome e restituirle un futuro”. Un passaggio centrale è dedicato al mondo penitenziario, definito dalla Garante come un luogo che “può essere di chiusura oppure di rinascita, a seconda delle scelte, delle parole, dello sguardo”. Per questo Russo esprime “rispetto e gratitudine” verso tutti coloro che, quotidianamente, operano negli istituti penitenziari: Polizia Penitenziaria, educatori, psicologi, assistenti sociali, personale sanitario, amministrativi e volontari. “La sicurezza - evidenzia - non è soltanto controllo. È anche prevenzione. E la prevenzione, molto spesso, comincia da una parola detta nel momento giusto: una parola che ferma il conflitto, che disinnesca la violenza, che restituisce direzione”. In questa cornice, la Garante ribadisce anche il senso profondo del proprio mandato istituzionale: “Il ruolo del Garante non è soltanto quello di custode dei diritti, ma anche quello di ponte possibile verso una prudente e autentica conversione delle mafie. Perché anche nei contesti più oscuri esiste una coscienza che può essere raggiunta, e quando la coscienza si risveglia, persino il sistema più radicato può iniziare a incrinarsi”. Il messaggio si chiude con un forte appello alla pacificazione e alla responsabilità condivisa nel settore penitenziario: “In questo tempo di Pasqua, che è tempo di passaggio, rinascita e verità, dobbiamo pacificare il settore penitenziario. Non indebolirlo, non dividerlo, non lasciarlo solo. Dobbiamo custodire con fermezza la sicurezza che ci viene richiesta, perché è un dovere verso i più fragili, verso la società e verso chi ogni giorno vive e lavora dentro le mura. Ma insieme dobbiamo avere il coraggio di costruire un clima nuovo, più umano, più giusto, più vero”. “Servono donne e uomini competenti, ma soprattutto umili. Perché il sistema penitenziario si rialza soltanto se ci sono persone capaci di lavorare insieme, ascoltarsi, riconoscersi e costruire fiducia. La vera forza delle istituzioni non è nella rigidità, ma nella capacità di fare comunità anche nei luoghi più difficili” afferma Russo. nfine, il messaggio di speranza che accompagna la Pasqua: “Dobbiamo testimoniare, dentro e fuori le mura, che lo Stato non è soltanto forza, ma coscienza; che la giustizia non è soltanto punizione, ma possibilità; che le seconde possibilità esistono davvero. Nessuno coincide per sempre con il proprio errore. Ed è proprio qui che si misura la grandezza di una comunità: non nella capacità di condannare, ma nel coraggio di ricostruire. Perché ricominciare non è dimenticare. È scegliere, ogni giorno, di non lasciare che il male abbia l’ultima parola”. Sassari. Detenuto morto, la Garante: “Anche la vita di chi ha sbagliato ha un valore” sardiniapost.it, 6 aprile 2026 Irene Testa interviene sul caso del giovane morto subito dopo un intervento d’urgenza: era recluso al carcere di Bancali. “Come si può morire a poco più di 30 anni per un fecaloma? Le domande sono tante e spetta alla magistratura occuparsene. Questo ragazzo aveva alle spalle piccoli reati ed è morto due giorni prima della sua scarcerazione. Qui non si possono accusare singole persone ma un sistema criminogeno che priva i detenuti persino del diritto alle cure”. Irene Testa, garante regionale per le persone private della libertà personale, commenta così il dramma del ragazzo morto subito dopo un intervento d’urgenza per occlusione intestinale. Mario Siffu, nato a Porto Torres 32 anni fa, detenuto nella casa circondariale sassarese di Bancali, soffriva di stipsi e lamentava da mesi dolori addominali; la notte del 22 marzo aveva manifestato dolori ancora più forti. È morto il 24 marzo nel reparto di rianimazione dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari dopo essere stato ricoverato e operato. Sul caso i familiari, rappresentati dall’avvocato Giuseppe Onorato, hanno presentato una denuncia: l’autopsia del medico legale, chiesta dal pubblico ministero Paolo Piras della Procura sassarese, avrebbe rivelato che la morte è stata causata da choc settico provocato dalla permanenza prolungata del fecaloma nell’intestino. Tante le domande aperte: Mario è stato soccorso in tempo? Perché non è stato portato subito in ospedale dopo la richiesta di aiuto? Secondo la garante, “La sanità in carcere non esiste. I medici sono pochi e chi ha necessità di cure rischia la vita quotidianamente. Anche la vita di chi ha sbagliato ha un valore”. Il giovane avrebbe finito di scontare la sua pena appena due giorni dopo il decesso. Questa mattina a Porto Torres sono stati celebrati i funerali. Milano. Detenuti del carcere di Opera denunciano nuovi pestaggi e abusi di Giulia Ghirardi fanpage.it, 6 aprile 2026 Nuove accuse di pestaggi nel carcere di Opera a Milano. Con una lettera indirizzata a Fanpage.it, una trentina di detenuti hanno denunciato presunte violenze, abusi e condizioni disumane dopo i fatti già emersi a dicembre. A distanza di pochi mesi dalla presunta aggressione che si sarebbe verificata nel carcere di Opera la scorsa Vigilia di Natale, un nuovo episodio riaccenderebbe i riflettori su quello che i detenuti definiscono senza mezzi termini un “sistema malato e al collasso”. Dopo le testimonianze sui presunti pestaggi, un’interrogazione parlamentare e l’ispezione della deputata del Pd, Silvia Roggiani, una lettera firmata da 30 detenuti e indirizzata all’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family, alla politica e a Fanpage.it, racconta un’altra presunta notte di violenza all’interno dell’istituto penitenziario milanese. Il racconto della presunta aggressione a Opera - Il racconto dei detenuti è crudo, diretto, difficile da ignorare. “È appena passata la mezzanotte”, hanno scritto i firmatari della lettera indirizzata a Fanpage.it, quando nel silenzio della sezione sarebbero iniziati a sentirsi “urla e un po’ di casino”. È a quel punto che, stando al racconto, i detenuti avrebbero aperto “i blindi” e, affacciandosi, avrebbero capito cosa stava succedendo: “Le celle vicino alla 23 cominciano a gridare di fermarsi agli agenti della penitenziaria che stanno picchiando un ragazzo che pesa meno di 50 kg e con problemi psichiatrici”. La scena, per come viene descritta, è quella di un’aggressione collettiva che sarebbe stata interrotta soltanto dalla protesta degli altri reclusi che avrebbero iniziato a “battere i cancelli e le porte” per costringere gli agenti a fermarsi. È allora che, però, la tensione sarebbe degenerata ulteriormente. Nel tentativo di far cessare il pestaggio, un detenuto “si è tagliato tutto il braccio mettendolo fuori dal cancello con tutto il sangue che colava sul corridoio, ma è stato lasciato così per mezz’ora o più, con gli agenti in sezione che vista la caz***a fatta non si volevano avvicinare”. Una scena che, se confermata, solleverebbe interrogativi gravissimi non solo sull’uso della forza, ma anche sulla gestione dell’emergenza sanitaria. La lettera non si limita, però, alla sola cronaca dei fatti. Punta il dito contro la catena di comando e contro quella che viene percepita - stando alla testimonianza dei detenuti - come una sistematica negazione della realtà. “Le cose sono due”, hanno scritto ancora i firmatari con toni polemici. “O chi dirige non sa cosa succede sotto il suo comando” e sarebbe quindi “inadeguato”, oppure “copre i suoi e mette tutto a tacere”. In entrambi i casi, secondo loro, “non può e non deve avere la responsabilità di essere umani”. Stando ancora alla lettera, emergerebbero anche presunte fratture interne allo stesso corpo di polizia penitenziaria. Nel documento, infatti, i detenuti riferiscono di agenti arrivati per il cambio turno che avrebbero rimproverato i colleghi: “Ma che caz** avete fatto, voi fate i danni e poi lasciate i problemi a noi”. E, ancora più significativa, la presunta frase attribuita dalla lettera a un agente: “È la prassi qua a Opera”. Una normalizzazione alla violenza che, se reale, renderebbe ancora più allarmante il quadro descritto dai detenuti. Il documento insiste poi su un punto: non si tratterebbe di un episodio isolato. I firmatari collegano quanto accaduto lo scorso 3 aprile ai fatti del 24 dicembre denunciati da Fanpage.it e dall’Associazione Quei Bravi Ragazzi Family. Aggiungono, però, un dettaglio: ci sarebbe un altro recluso della sezione 8 che avrebbe subito un pestaggio circa un mese prima, senza avere il coraggio di parlarne fino a ora. “Lo abbiamo tranquillizzato che non è più solo”, hanno scritto i detenuti. Nella parte finale, poi, i toni dei firmatari si fanno sempre più duri. “Non siamo carne da macello”, hanno rincarato i detenuti, respingendo ogni tentativo di ridurre le loro denunce a semplici lamentele e rivendicano di aver seguito tutte le vie istituzionali per segnalare i fatti: reclami formali, segnalazioni ai magistrati di sorveglianza, lettere ai garanti e ai giornali. “Abbiamo utilizzato la strada del dialogo per cosa? Per farci trattare come bestie?”, si sono interrogati, muovendo un’accusa che, se fosse verificata, vorrebbe dire una cosa sola: sapere e non intervenire. Alla denuncia dei presunti pestaggi si affianca quella delle condizioni materiali della sezione di isolamento, già oggetto di attenzione durante la visita della deputata Roggiani, ma - stando alla lettera - rimaste immutate. L’elenco è lungo e dettagliato: “impossibilità di lavare e stendere i vestiti per l’assenza di lavabi, brande e armadietti arrugginiti, muri deteriorati, infiltrazioni d’acqua e finestre senza guarnizioni”. A questo si aggiungerebbe “muffa nelle docce, odori di fogna” provenienti da sanitari, “assenza di acqua calda e carenze nella fornitura di beni per l’igiene personale”. Non meno gravi le presunte limitazioni sui diritti fondamentali denunciate dai detenuti: “Censura di riviste e quotidiani, ostacoli nel contattare il Garante”, telefonate agli avvocati contingentate, “colloqui con educatori e psicologi assenti o rari”, fino al presunto blocco di disposizioni sanitarie. Un quadro che, se verificato, configurerebbe violazioni sistematiche ben oltre i singoli episodi di violenza. Poi, un avvertimento finale: “Se fino a oggi le hanno fatte, da oggi cambia la musica”. Nella lettera indirizzata a Fanpage.it i detenuti, infatti, dichiarano di non voler più tollerare aggressioni e abusi, rivendicando il diritto alla dignità e alla tutela prevista dalle norme nazionali e sovranazionali. Non una minaccia, ma la constatazione che la tensione avrebbe ormai raggiunto un punto critico, di non ritorno, e che, in uno Stato di diritto, il carcere non può mai diventare, neanche in via ipotetica, una zona d’ombra in cui la legalità si ferma davanti alle sbarre. Ferrara. Detenuta trans denunciò la violenza: il Tribunale archivia l’indagine di Daniele Oppo La Nuova Ferrara, 6 aprile 2026 Caso chiuso, non sono emersi riscontri che confermino il suo racconto. Il giudice per le indagini preliminari ha archiviato il fascicolo aperto dalla Procura di Ferrara sulla presunta violenza sessuale denunciata da una detenuta transgender e che sarebbe avvenuta nella casa circondariale estense. La chiusura definitiva del caso arriva a circa nove mesi di distanza dalla denuncia, risalente all’estate del 2025. Da quanto emerge, le indagini coordinate dalla sostituta procuratrice Ombretta Volta non hanno portato elementi a sostegno dell’accusa. La detenuta aveva affermato di essere stata violentata da quattro uomini all’interno di una cella, in un momento in cui erano aperte per i momenti di socialità. Sarebbe stata invitata a consumare un caffè e poi abusata. Come aveva anticipato il ministro della Giustizia Carlo Nordio in risposta ad alcune interrogazioni parlamentari, le immagini delle telecamere interne al carcere non avrebbero dato conferma di diversi aspetti del racconto. Non risultano esserci stati iscritti nel registro degli indagati. La vicenda aveva e ha fatto emergere la questione della detenzione delle persone trans, con prese di posizione da parte di Arcigay, Amnesty, i Garanti dei detenuti regionale e ferrarese. La detenuta era stata trasferita da Reggio Emilia - dove è presente una sezione apposita - a Ferrara sulla base di una relazione che metteva in dubbio la sua transizione, ritenuta addirittura simulata la sua disforia di genere così da poter essere inserita in sezioni transex e poter ottenere prestazioni sessuali dalle detenute. Una “diagnosi” ribaltata dalla visita psichiatrica effettuata a Ferrara successivamente alla denuncia della violenza. Lo psichiatra aveva infatti evidenziato la presenza di una disforia di genere e registrato la volontà della detenuta di riprendere la cura ormonale precedentemente interrotta. A fronte di ciò, era stato disposto il trasferimento a Bolzano, dove è presente una sezione apposita. Genova. Teatro in carcere, ancora niente via libera per i detenuti dell’alta sicurezza di Erica Manna La Repubblica, 6 aprile 2026 Da Marassi, dopo la stretta del ministero su spettacoli e cerimonie religiose, a rischio l’attività ventennale di Teatro Necessario onlus. Nessuna autorizzazione per poter iniziare il laboratorio teatrale con i detenuti dell’alta sicurezza. E dunque, non resta che aspettare che il via libera arrivi. Anche per mesi. Rallentamenti burocratici che sono l’effetto della circolare ministeriale che centralizza - e dunque rende più complicata - anche una delle attività che sono il fiore all’occhiello del carcere di Marassi: quella portata avanti da oltre vent’anni da Teatro Necessario onlus, associazione che ha ottenuto decine di premi e due medaglie del presidente della Repubblica, nel 2010 e nel 2016. “Mentre il laboratorio teatrale con i detenuti comuni ha potuto seguire il suo corso, e infatti debutteremo il 19 maggio con lo spettacolo “La voce di Antigone” - spiega la presidente di Teatro Necessario Mirella Cannata - per l’altro laboratorio di recitazione che realizziamo in parallelo con i detenuti dell’alta sicurezza siamo ancora in attesa. E senza il via libera, non possiamo partire”. Dopo il caso del passaggio negato della via Crucis all’interno delle mura della casa circondariale di Marassi (per la prima volta in ventiquattro anni), motivata dalla direttrice Tullia Ardito con “imprescindibili ragioni di sicurezza” e con il “particolare momento di allerta in atto”, fa discutere la denuncia del cappellano del carcere, don Paolo Gatti. Che sulle pagine di Repubblica ha rimarcato come le porte dell’istituto penitenziario stiano diventando “sempre più chiuse”. A tal punto da rendere tortuoso persino organizzare i pranzi di Natale della Comunità di Sant’Egidio, oltre alle attività trattamentali e di reinserimento sociale dei detenuti. Occasioni fondamentali, in una casa circondariale dove - come raccontato su queste pagine - il tasso di sovraffollamento si attesta al 128 per cento e circa il 30 per cento dei reclusi è in carico al Serd, il servizio per le dipendenze. Il nodo originario è una circolare di novembre 2025: a firma di Ernesto Napolillo, a capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Documento che prevede autorizzazioni agli “eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo” per gli istituti che ospitano sezioni di alta sicurezza (come Marassi), collaboratori di giustizia e 41-bis: da richiedere con largo anticipo. Non solo: per ogni evento all’interno, organizzazione e gestione devono restare sempre in capo alle direzioni e mai “esternalizzate”. Le ripercussioni del nuovo corso - che sarebbe un’eredità dell’impostazione dell’ormai ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, dimessosi dopo lo scandalo della Bisteccheria del clan Senese con la spinta della vittoria referendaria del “no” - arrivano dunque a lambire anche le attività del Teatro dell’Arca di Marassi, primo caso in Europa di teatro costruito da zero all’interno di una casa circondariale. L’anno scorso i detenuti dell’alta sicurezza avevano portato in scena un adattamento dal Processo di Kafka. “Il valore formativo e di recupero sociale di queste attività è altissimo - ragiona Mirella Cannata - con le nuove norme, i tempi per ottenere le autorizzazioni si dilatano, e questo rende anche molto più difficile organizzare e programmare il lavoro”. Lavoro che rischia davvero di diventare una via Crucis: per chi, dentro, prova con fatica a rimettere insieme i tasselli della propria esistenza. Palermo. Nuovi agenti e locali rinnovati: Ipm Malaspina, il piano del Ministero di Salvo Palazzolo La Repubblica, 6 aprile 2026 Il capo del Dipartimento per la giustizia minorile in visita all’istituto dopo la denuncia dei sindacati su degrado e pericoli. Venerdì, all’istituto penale minorile Malaspina è arrivato il capo del Dipartimento per la giustizia minorile, il magistrato Antonio Sangermano. “La visita ha confermato le condizioni drammatiche in cui si trova la struttura - dice il segretario nazionale del sindacato di polizia Osapp, Dario Quattrocchi - condizioni che abbiamo denunciato nei giorni scorsi”. Sangermano ha assicurato che partirà presto una ristrutturazione dello storico istituto: “Il capo del Dipartimento si è impegnato a cercare i fondi necessari”, dice ancora Quattrocchi. Per certo, invece, entro giugno, arriveranno altri 16 poliziotti penitenziari: rinforzi importanti per far fronte a una situazione che i sindacati definiscono “preoccupante”. Sulla carta, sono 58 gli agenti, ma in realtà sono soltanto 20 quelli operativi. E 11 sono donne. “Una situazione davvero complessa - aveva denunciato nei giorni scorsi dalle pagine di Repubblica Federica Grasso, la vice segretaria regionale dell’Osapp - per regolamento, le colleghe potrebbero operare in una struttura maschile solo accanto a un collega. Invece, troppe volte, le colleghe si sono trovate sole. E qualche tempo fa, una poliziotta è stata anche aggredita da un gruppo di detenuti. Per non parlare poi delle molestie che le colleghe sono costrette a subire”. Sangermano ha assicurato la massima vigilanza su questo fronte. “Colleghe e colleghi si trovano a svolgere un lavoro estenuante - dice ancora la sindacalista - e sempre più spesso si trovano a dover fronteggiare la pessima gestione della direzione dell’Ipm: i poliziotti svolgono anche funzioni che vanno al di là dell’ordine e la sicurezza”. I sindacati sono in polemica con gli educatori dell’istituto Malaspina: “Troppo spesso non seguono tutte le iniziative - dice ancora Dario Quattrocchi - e sono i poliziotti a doversene fare carico”. Insomma, nella vecchia struttura che ospita 28 ragazzi serpeggia un pesante disagio. “Nel momento in cui si farà finalmente la ristrutturazione - commenta il segretario dell’Osapp - auspichiamo peraltro che i 28 ospiti del Malaspina siano trasferiti tutti, magari nella palazzina dell’istituto Pagliarelli che un tempo ospitava i collaboratori di giustizia”. Per il sindacato non è più tempo di interventi tampone: “Il Malaspina necessita di una ristrutturazione radicale. E la si potrà realizzare soltanto se l’edificio sarà vuoto”. Nei giorni scorsi, Repubblica ha pubblicato le drammatiche fotografie scattate dai sindacalisti dell’Osapp all’interno dell’istituto penale minorile: “Foto che rappresentano evidenti carenze”, ribadisce Federica Grasso. Le cassette che dovrebbero contenere le manichette antincendio sono vuote. Nei corridoi non ci sono neanche gli estintori previsti, sono tutti stipati nella sala regia, dall’altra parte dell’istituto: se dovesse scoppiare un incendio, sarebbe una tragedia annunciata. Nei corridoi del Malaspina ci sono poi tetti pericolanti, in alcuni punti piove dentro. “Alcuni finanziamenti erano disponibili, ma sono stati persi”, è l’ultima denuncia del sindacato. Milano. Richard di Rogoredo e la lettera ai ragazzi del bosco della droga: “Si può risorgere” di Elisabetta Andreis e Gianni Santucci Corriere della Sera, 6 aprile 2026 Richard è un ragazzo uscito dal bosco di Rogoredo ed entrato in comunità. Per Pasqua, ha scritto una lettera ai ragazzi. “C’è sempre speranza, anche nei momenti peggiori. La speranza di una resurrezione dalla nostra morte vivente che è la tossicodipendenza”. “Ciao ragazzi, sono Richard e vi vorrei dedicare un pensiero per Pasqua”. Richard è uscito dal bosco e s’è messo a camminare. Lo conoscono in tanti, a Milano. Tantissimi l’hanno incrociato. Molti l’hanno ascoltato. Qualcuno l’ha aiutato: ragazzo d’una gentilezza rara, tra le fermate del metrò recitava le sue poesie in cambio di qualche moneta. Artista raffinato, nel bosco aveva la cartelletta coi suoi disegni. Richard oggi è entrato in comunità e ha scritto una lettera per i ragazzi del bosco. È stata letta mercoledì sera, in una preghiera collettiva che s’è tenuta prima di Pasqua e ai confini della città. “Questa sera a Rogoredo c’era tanta gente, ma soprattutto c’era tanta umanità”, ha raccontato Simone Feder, coordinatore area giovani e dipendenze della “Casa del Giovane”, che a Rogoredo tiene una mano aperta verso i ragazzi. Non c’è un indirizzo, dove si ritrova il Team Rogoredo. È un luogo che s’identifica solo come la “rientranza lungo i binari di via Sant’Arialdo”. Hanno pregato “verso la Pasqua”. Perché non esiste alcun momento che per i ragazzi del bosco e per chi prova ad ascoltarli sia più simbolico della Pasqua. Perché su quel pezzo di città sono passate le Olimpiadi (a poca distanza) e la storiaccia del poliziotto che ha ammazzato uno spacciatore, e che aveva creato una sua legge fuori dalla legge. Passano i treni e passano le polemiche. Restano i ragazzi che vanno a comprare. La serata di preghiera e riflessione Feder l’ha raccontata così: “Molti volontari, anche influenzati e con la stanchezza addosso, hanno scelto di esserci lo stesso, perché certe sere non si possono rimandare: quando c’è bisogno, quando si crea uno spazio di riflessione, si va... con quello che si ha. E i ragazzi del bosco erano con noi. C’era chi camminava frettolosamente lungo i binari, diretto purtroppo verso i venditori di morte. Chi restava fermo ad ascoltare, poco dietro le nostre spalle. Chi, a pochi passi, non poteva fare a meno di consumare droga. E chi, semplicemente, era lì con noi. Presenze fragili e forti insieme, sorrisi timidi e occhi che raccontano fatica. Una bellezza segnata, carica di tristezza, ma ancora capace di resistere, ostinata. Durante la riflessione abbiamo letto le parole che Richard, da poco uscito dal bosco ed entrato in comunità, ha voluto mandarci”. Richard scrive con una grafia ordinatissima, precisa, appena inclinata. Sul foglio restano parole semplici e potenti: “Noi portiamo tutti la nostra croce, più o meno pesante, ma sappiamo che al contrario di Gesù noi non siamo innocenti, abbiamo peccato contro noi stessi e contro gli altri. Ma non per questo non possiamo trovare il nostro cireneo, che nel mio caso si chiama proprio Simone, oppure ha il volto sorridente di mia madre nel vedermi entrare in comunità. C’è sempre speranza, anche nei momenti peggiori c’è sempre speranza. La speranza di una resurrezione dalla nostra morte vivente che è la tossicodipendenza. Si può sempre risorgere. Si può sempre risorgere. Buona Pasqua”. Gianrico Carofiglio: “Ragazzi, la rivoluzione siete voi” di Raffaella De Santis La Repubblica, 6 aprile 2026 Lo scrittore bestseller debutta con un saggio nell’editoria per giovanissimi. Il suo nuovo saggio pubblicato da Mondadori è pensato per adolescenti o giù di lì ma può essere una lettura anche per adulti, utile senza dubbio a genitori e insegnanti. Un manuale che stimola a mettersi in gioco non puntando su regole astratte ma sulla forza del pensiero e delle parole. Uscire dal proprio ego è il primo passo. L’altro è imparare ad ascoltare, quindi a vedere. Il titolo “Accendere i fuochi” (Mondadori) recita una frase famosa attribuita a volte a Yeats altre a Plutarco: “L’istruzione non è riempire i secchi, ma accendere i fuochi”. Carofiglio, al suo debutto nella letteratura per ragazzi, è tra gli ospiti più attesi della Bologna Children’s Book Fair. Nel libro ricorre la parola sogno. L’educazione pecca di schematismo? “Bisogna riscoprire l’immaginazione. Immaginare qualcosa dà una direzione, un senso di passione, un progetto di comunità. Mi interessa l’idea dell’istruzione come azione viva volta a cambiare il mondo. Questo non significa che le nozioni non servano ma che non ci si può ridurre ad accumulare solo blocchi di sapere. È necessario mettere in moto un meccanismo creativo. Il mondo cambia quando cambiamo noi stessi”. Negli ultimi anni non sono mancate le critiche ai giovani, considerati bamboccioni, pigri, viziati, indifferenti... “Sono sempre le solite storie di cui tutte le generazioni si sono nutrite dicendo “noi eravamo diversi”. Un modo per sentirsi migliori accusando di abulia i figli. La trovo una cosa insopportabile. È vero che i ragazzi sono spesso lontani dalla politica tradizionale, quella dei partiti politici, ma sono vicini all’attivismo, hanno passioni. Semmai il tema è un altro: spetta ai partiti stimolare nuove emozioni. In generale è necessaria una politica che sia capace di uscire dai riflessi condizionati, dal piccolo cabotaggio un po’ miserabile, e sia capace di prospettare il futuro. Una politica che sia allegra, vivace, non triste”. Nel saggio cita una bella frase di Salvador Allende: “Essere giovane e non essere rivoluzionario è una contraddizione perfino biologica”... “Rivendico per i ragazzi il diritto a essere rivoluzionari in servizio permanente effettivo. È biologico, è etico, è umano”. E lei che giovinezza ha avuto? “Io ero un grandissimo sfigato. Ero solo, inadeguato, goffo fisicamente e nelle relazioni con le persone. La mia trasformazione è stata decidere di cambiare. Uno dei ricordi più nitidi della mia adolescenza, almeno fino ai sedici anni, sono le giornate passate con un mio amico: mentre gli altri si divertivano, andavano alle feste, conoscevano ragazze, noi passavamo ogni sabato pomeriggio al cinema in due. A quel punto iniziai a pensare come uscirne e che cosa fare per essere apprezzato e desiderato. La soluzione fu esercitarmi a fare ridere per rendermi simpatico”. Fare ridere? “La mia emancipazione è passata per la capacità di fare ridere e per le arti marziali”. A proposito di arti marziali. Il messaggio portante del libro è che la lotta e la gentilezza possono convivere... “Mi interessa la gentilezza come virtù di combattimento: è una strategia per affrontare il conflitto, che è inevitabile nelle nostre vite, ma in modo non distruttivo, riducendo al minimo il tasso di brutalità. La gentilezza non ha a che fare con le buone maniere, le carinerie, la cortesia. Tutte doti apprezzabili ma intendo altro. Nel libro Della gentilezza e del coraggio spiego che non mi interessa la mitezza come remissività, né l’idea che ne aveva Norberto Bobbio. La gentilezza è una forma di forza e non qualcosa di superficiale. A volte essere gentili significa essere netti. Be kind, don’t be nice, essere gentili, non carini, mi pare una sintesi efficace”. Non ce l’avrà anche lei con il buonismo? “Per Gramsci vivere significa assumersi responsabilità, non essere indifferenti. Chi si racconta come vittima sceglie una posizione comoda. Molti dei disastri della storia non dipendono dall’azione dei malvagi ma dall’inazione dei cosiddetti buoni”. Più volte torna l’invito a essere disobbedienti. Cita Don Lorenzo Milani, la “Lettera ai giudici”, dove l’obbedienza è definita “la più subdola delle tentazioni”... “Bisogna rispettare le regole e nello stesso tempo imparare a disobbedire. Può sembrare un paradosso ma non lo è. L’anarchismo sgangherato è una cosa stupida, ma è importante capire quando le istituzioni si approfittano del sistema di regole formali per le varie forme di oppressione”. Molte sopraffazioni passano per il linguaggio, spesso legato a cristallizzazioni del passato o a forme di aggressività oggi molto pervasive. Sui social, dove i ragazzi trascorrono gran parte delle loro giornate, circola molta rabbia... “Dare il nome giusto alle cose può essere, come diceva Rosa Luxemburg, un gesto rivoluzionario. Il primo passo in questa direzione consiste nell’eliminare la violenza del linguaggio, la falsità, la manipolazione. Certi temi dovrebbero essere al centro di un orizzonte di pedagogia etica e democratica. Imparare ad avere cura delle parole significa avere cura delle emozioni, dei sentimenti e della vita comune”. Lei sostiene che di fronte a una battuta razzista, sessista, omofoba non bisognerebbe ridere. Ma la consapevolezza che il linguaggio può ferire è stata etichettata dai detrattori come woke in senso dispregiativo. “E invece è proprio lì che si esercita il diritto alla ribellione. Se non ridi, se non partecipi, eviti di cadere nella trappola del conformismo, dell’aggressività. Le strutture nascoste dell’oppressione sono sempre strutture linguistiche. Il filosofo del linguaggio Brice Parain ha detto che “le parole sono pistole cariche”, per questo bisogna maneggiarle sempre con circospezione. Hanno il potere di fare malissimo come di cambiare la realtà in meglio. Sono l’intelligenza in azione, che ha a che fare con la possibilità di operare direttamente sul mondo e trasformarlo”. Il rischio oggi per gli adolescenti è sentirsi schiacciati dall’ossessione della performance. Lei scrive invece che per liberarsi delle trappole sociali il primo passo è accettare le proprie debolezze… “Accettare la nostra fallibilità ci permette di muoverci nel mondo in modo più fluido, più capace di cogliere la complessità, le sfumature. Vedere le proprie fragilità vuol dire uscire da sé, aprirsi agli altri, guardare oltre la narrazione grandiosa di noi stessi. C’è una dimensione etica ed epistemologica nel riconoscere i propri limiti. Molti studiosi ritengono che la qualità intellettuale più importante sia la metacognizione, cioè la capacità di guardare dall’esterno e giudicare in modo critico la propria prestazione intellettuale. Qualità che manca a tantissime persone di enorme intelligenza”. La natura di questo sguardo plurale è il cardine di un pensiero democratico? “Il fatto di contemplare più punti di vista, più verità, più rappresentazioni del mondo, è il tessuto connettivo della democrazia, che nella sua sostanza è accettazione della diversità, rispetto, coesistenza di posizioni differenti”. Migranti. Naufragio al largo della Libia: 70 dispersi, i sopravvissuti trasferiti a Lampedusa di Massimo Norrito La Repubblica, 6 aprile 2026 È forte il timore di un’altra strage del mare: secondo le testimonianze l’imbarcazione era partita da Tajoura con circa 120 persone a bordo, i sopravvissuti arrivati in Sicilia sono 32. Il timore è che si sia consumata l’ennesima strage di migranti nel Mediterraneo centrale. Una strage nel giorno di Pasqua. Sarebbero, infatti, tra i settanta e gli ottanta i dispersi di un barcone con due motori, partito nella notte tra venerdì e sabato da Tajoura sulle coste libiche, che ha imbarcato acqua e si è capovolto in mare aperto dopo 15 ore di navigazione. Secondo le testimonianze dei superstiti, a bordo dello scafo c’erano circa 120 persone. Al porto di Lampedusa, dove sono stati trasportati i sopravvissuti, ne sono arrivate 32, tra cui un minore non accompagnato. Tutti, dopo essere stati rifocillati e sottoposti a un controllo medico, sono stati sistemati all’interno dell’hotspot dell’isola. Sono in uno stato di forte shock per la tragedia vissuta e per essere rimasti per diverse ore in acqua in balia delle onde. Quando le loro condizioni lo permetteranno verranno ascoltati dagli inquirenti. I migranti sono stati salvati, in area Sar Libica dalla Guardia costiera italiana. I militari hanno recuperato anche due cadaveri. I migranti, per lo più pakistani, bengalesi ed egiziani, sono stati trovati in mare aperto. Il barcone di 12-15 metri con il quale erano salpati da Tajoura, in Libia, si è rovesciato. Le foto aeree, scattate nel momento in cui è stato dato l’allarme, hanno ripreso il naufragio. Nella giornata di ieri l’aereo Seabird 2 della Ong Sea-Watch, impegnato in controlli nel Mediterraneo Centrale, ha ricevuto notizia che un aereo della Marina Militare francese stava sorvolando un’imbarcazione in pericolo con persone in mare. Quando Seabird2 è arrivato nello stesso luogo, ha scorto un’imbarcazione di legno ribaltata con 15 persone circa aggrappate allo scafo, diverse persone in mare e alcuni corpi. I mercantili Saavedra Tide e Ievoli Grey, che si trovavano nelle vicinanze, sono intervenuti, lanciando zattere di salvataggio e recuperando i naufraghi sopravvissuti. Questa mattina, alle 8,55, Ievoli Grey ha trasbordato 32 persone e due salme sulla motovedetta CP327 che li ha poi accompagnati a terra a Lampedusa. I sopravvissuti hanno raccontato di essere partiti in 105 dalla costa libica: 71 persone sarebbero quindi disperse in mare. “Dal 2014 sono quasi 34.500 le persone morte o disperse nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere un futuro possibile. - sottolinea in una nota Save the Children - Solo quest’anno le vittime sono già più di 800, e tra loro ci sono anche molti bambini: oltre 100 ogni anno negli ultimi tre anni”. Sempre a Lampedusa venerdì era arrivata la nave Aurora di Sea Watch che aveva recuperato 44 migranti che si erano rifugiati sulla piattaforma abbandonata Didon per sfuggire alla tempesta. All’unità veloce, che era partita da Lampedusa per effettuare il salvataggio, era stato assegnato l’approdo di Porto Empedocle, ma il team aveva segnalato di non avere il carburante a sufficienza per raggiungere la località indicata, chiedendo di potere fare rotta sull’isola delle Pelagie. Nel gruppo ci sono otto donne, di cui una incinta, e tre bambini. “Si sono rifugiati su quella piattaforma per sopravvivere alla tempesta - spiegano i volontari della Ong - ma si sono ritrovati in condizioni drammatiche, senza cibo e acqua”. Sea-Watch accusa: “Erano davvero abbandonati a sé stessi, nessuno Stato europeo è andato a soccorrerli, nonostante ci fosse stata un’allerta specifica di Alarm Phone”.