Le ragioni del sovraffollamento: pene più lunghe e riduzione delle misure alternative di Fulvio Fulvi Avvenire, 5 aprile 2026 Al 31 marzo erano 63.997 i detenuti nei 189 istituti penali italiani, con una saturazione del 136,87%, ossia 17.238 persone in più rispetto ai posti disponibili nelle celle. Pesano le sanzioni più severe e la riduzione delle misure alternative. Peggiora il sovraffollamento nelle carceri italiane anche se il tasso medio si mantiene stabile. Al 31 marzo, in base ai dati diffusi dal Dap, erano 63.997 i detenuti presenti nei 189 istituti penali del territorio: l’incremento in un mese è stato di 196 unità, con una quota di saturazione che oggi raggiunge il 136,87% (appena due punti in meno del mese scorso). La capacità ricettiva, secondo il regolamento, avrebbe dovuto essere di 51.259 posti, ma in realtà la disponibilità effettiva - a causa di lavori di manutenzione edilizia o riorganizzazione delle strutture - è scesa a 46.759 brande. Ciò significa che 17.238 persone sottoposte a un provvedimento restrittivo della libertà da scontare in carcere risultano in soprannumero rispetto agli spazi di fatto occupabili nelle celle. Un fattore che determina condizioni di vita inumane e degradanti, con aggressioni (in crescita), atti di ribellione e in molti casi gesti di autolesionismo e suicidi. Va detto che il 24,61% dei reclusi (5.863) sono in attesa di un giudizio definitivo e godono quindi della presunzione di non colpevolezza. Nel totale, i detenuti in semilibertà risultano solo 353. Ancora una volta, gli istituti che soffrono di più le conseguenze del sovraffollamento sono Lucca (246%), Foggia (220%), Lodi (212%), Brescia Canton Mombello (207%), Busto Arsizio (201%) e Latina (199%), seguiti da Udine (194%), Milano San Vittore (192%), Taranto (189%) e Trieste (187%). Il paradosso, come ha messo in evidenza l’associazione Antigone in un recente dossier, è che all’aumento graduale della popolazione carceraria corrisponde una diminuzione dei reati commessi e quindi degli ingressi nelle strutture detentive. Cosa sta succedendo, allora? Si entra meno in carcere ma ci si resta più a lungo perché le pene sono più severe e vengono ridotte, di fatto, le misure alternative. E qui potrebbe stare una possibile soluzione del problema: negli ultimi dieci anni, infatti, il legislatore ha introdotto norme che rendono più difficile per un magistrato ricorrere a provvedimenti come l’affidamento in prova al servizio sociale o a una comunità, i domiciliari, la semilibertà, la liberazione anticipata. Così il carcere è diventato un serbatoio - e spesso una polveriera - anziché luogo dove poter svolgere la rieducazione del condannato prevista dalla Costituzione. Un’altra questione è quella del personale. In base a uno studio di Ristretti Orizzonti, la carenza degli addetti alla vigilanza e alla sicurezza, al netto di dimissioni e pensionamenti, è attualmente intorno al 30% rispetto alla pianta organica e questo riduce la possibilità di controllare e prevenire. Ecco alcune cifre: a Milano Bollate sono in servizio 439 poliziotti penitenziari sui 502 previsti, con un rapporto di 3,19 detenuti per agente; a Pavia ce ne sono 237 su 255 ma il rapporto è di 3,00. Le carenze maggiori riguardano Cremona, dove mancano 30 agenti e Rieti dove ci sono 21 posti da coprire. I turni sono massacranti, le ferie si accumulano e lo stress tra gli agenti sale alle stelle. Per fortuna resta fermo il numero dei detenuti che si tolgono la vita: 14 dall’inizio dell’anno, mentre sono 39 i decessi per altre cause. Dolenti note arrivano anche dal sistema giudiziario minorile: al 15 marzo gli under 18 e i giovani adulti in carico ai servizi erano 17.618 in totale, 566 dei quali ristretti in uno dei 20 Ipm (lo stesso numero di gennaio 2026). L’istituto più affollato rimane quello di Nisida, in provincia di Napoli, con 76 presenze, a seguire il Beccaria di Milano e il Casal del Marmo di Roma, entrambi con 54. Anche in questo settore in sindacati della polizia penitenziaria denunciano una grave carenza di personale: a Catanzaro, con detenuti di “difficile gestione” dei 49 agenti previsti in organico solo 41 sono effettivamente presenti. Troppi minori in carcere, progetti rieducativi in crisi di Antonio Maria Mira Avvenire, 5 aprile 2026 Il forte aumento dei nuovi ingressi di minori in carcere “ha comportato maggiore complessità nella gestione degli Istituti penali per minorenni”. Aumenta la presenza media e diminuiscono i ragazzi che usufruiscono della messa alla prova in alternativa al carcere. Ma la situazione potrebbe anche peggiorare. A denunciarlo è la Relazione del ministero della Giustizia “Concernente la disciplina dell’esecuzione delle pene nei confronti dei detenuti minorenni” relativa al 2025, inviata nei giorni scorsi al Parlamento. Un documento che porta la firma del ministro Carlo Nordio ma che sembra contraddire alcune sue affermazioni. In particolare quando il documento afferma che “sarà importante verificare, nel corso degli anni, se il dl del 15 settembre 2023, n. 123, cosiddetto “decreto Caivano” - che è intervenuto precludendo l’accesso alla messa alla prova per alcuni delitti - produrrà modifiche relativamente alle fattispecie di reati dei giovani che accedono alle misure di comunità”. Quelle alternative al carcere. Eppure Nordio, rispondendo ad alcune interrogazioni, ha ammesso che “il comparto minorile vive un frangente di pregnante criticità, dovuto al sovraffollamento”, ma questo, ha assicurato, “non ha minimamente risentito delle modifiche introdotte dal “decreto Caivano”. I dati del Dipartimento per la giustizia minorile del ministero, autore della Relazione, disegnano, invece, un quadro preoccupante. Il numero totale degli ingressi negli istituti penali per minorenni è cresciuto da 813 del 2021 a 1.197 del 2025. Un aumento provocato soprattutto da nuovi provvedimenti di custodia cautelare. “Il numero degli ingressi di giovani provenienti dalla libertà passa da 160 del 2018 a 285 del 2025, con un aumento considerevole registratosi a far data dall’anno 2022”. Nello stesso periodo sono scese le messe alla prova passate da 230 del 2022 a 189 del 2025. Una condizione ancora peggiore per i giovani immigrati “che versano in situazioni di assenza di riferimenti affettivi e di risorse sul territorio che possano favorire il positivo avvio di percorsi all’esterno”. Anche perché “non riescono ad avere un titolo di soggiorno che gli garantisca la permanenza regolare sul territorio e la possibilità di accedere a contratti di lavoro regolari e ad eventuali benefici elargiti a sostegno delle popolazioni fragili”. La Relazione denuncia un ulteriore grave problema legato al sovraffollamento. Ricorda che il decreto legislativo n. 121 del 2018 ha rafforzato il principio di territorialità, stabilendo che la pena “debba essere eseguita in Istituti prossimi alla residenza o all’abituale dimora del detenuto e delle famiglie, così da consentire la continuità delle relazioni personali e socio-familiari personali”. Ma “nello scorso anno non è stato possibile garantire interamente tale principio”. Proprio per “l’ampliamento degli ingressi nella fase delle indagini per l’applicazione della misura cautelare”. E questo “si è verificato in modo nettamente più evidente nei distretti giudiziari del Nord” portando a “una costante e considerevole assegnazione di minori presso Istituti situati anche a notevole distanza dai territori di appartenenza”. Si tratta soprattutto di minori stranieri “in netto aumento nel corso degli ultimi mesi e portatori di gravi disagi psichici e con pregresse esperienze di violenze e abusi subiti, con una componente di immigrati di seconda generazione, provenienti spesso da quartieri periferici delle città del Nord e un’altra componente di minori non accompagnati, senza fissa dimora e privi di riferimenti in Italia”. Questo “ha comportato inevitabilmente un turbamento degli equilibri interni agli Ipm e ha reso difficile la convivenza tra i detenuti, appartenenti a differenti culture, e tra detenuti e personale di polizia penitenziaria”. Con frequenti “eventi critici, con un moltiplicarsi di peculiari difficoltà di convivenza, spesso sfociate in veri e propri conflitti tra gruppi di diversa appartenenza culturale e in danneggiamenti a beni e strutture”. Un’ultima denuncia riguarda l’Istituto “Cesare Beccaria” di Milano il “maggiormente interessato dal sovraffollamento: alla fine del 2025 le presenze erano 73 a fronte a una capienza di 54 posti”. Inoltre “un’alta percentuale ha un retroterra migratorio e spesso si tratta di minori stranieri non accompagnati, target complesso per le caratteristiche peculiari”. In particolare “le storia di vita pregresse, spesso segnate da eventi traumatici (viaggi estremamente pericolosi, permanenze nei campi di detenzione libici) ma anche dall’assenza di legami e di una rete di sostegno all’esterno, che accompagni il percorso riabilitativo”. Ero in carcere e mi avete aiutato di Don Marco Pozza La Stampa, 5 aprile 2026 Dopo vent’anni passati in una cella, oggi fa le pulizie: “Ogni sera, dopo aver finito, mi fermo a guardare il lavoro fatto e non sai quanto mi piace”. Il palazzo risplende di un luccichio irreale: persino il sole, specchiato, pare di una luminosità ignota. Nel parcheggio davanti, un ragazzo sta salendo sul furgoncino dell’impresa di pulizie: anche oggi si è guadagnato il suo pane con il sudore della fronte. Gira la chiave, s’accende il motore, abbassa il finestrino: un ultimo sguardo al palazzo prima di rientrare. Sorride: “Ogni sera, finito il lavoro, mi fermo a riguardare il lavoro fatto: non sai quanto mi piaccia fare le pulizie”. Le sue mani, mentre parla, lisciano la sua barba con la lentezza del vecchio alla finestra, a rimirare un paesaggio. Il paesaggio di quest’uomo, a riguardarlo, fa rabbrividire: oltre vent’anni trascorsi nel grigiore di una cella, portando a spasso i suoi errori come mutande sporche in mezzo alla gente pulita. Quando parla, le mani sul volante, ha tanti ricordi pronti a sbucare improvvisamente come anatre nel tiro al bersaglio: “La chiamavamo “bella vita”: era solo malavita”. Pensava, l’uomo delle pulizie, di essere il più scaltro, invece “arriva sempre il momento in cui il ricercato fa una cazzata. Basta sapere aspettare”. È il punto forte delle Forze di Polizia: l’aspettare. Poi, quando calano l’asso, hanno la mira infallibile di un cecchino: “Per le malefatte, quella volta, ho trascinato in galera anche mio padre e mia madre, assieme a mio fratello”. Un’intera famiglia, all’improvviso, trasloca in un domicilio coatto: gli uomini in una cella, la donna in quella davanti alla loro. Sono trote nell’esca del pescatore: si guardano dalla rete delle grate. La strada mormora a pochi metri dal bar dove siamo seduti: “È stato per spaccio, questione di droga. Adesso dico ch’era una merda quella droga, allora era una signora con tacco dodici - confessa con una sincerità ferita -. Le avevo venduto il cuore: pagava bene, mi sentivo forte, avevo la piazza (di spaccio) ai miei piedi”. Innamorarsene, era stata una rivalsa: “Vedere la miseria a casa, la fame, l’umiliazione d’indossare vestiti del mercato mi ha reso cattivo. Vendicare questa situazione era una esigenza”. Uno, i peccati, se li costruisce con le mani sue, infischiandosene dell’amore: “Mia madre le ha provate tutte per aiutarmi a ragionare: niente da fare”. La droga, da bella sirena è diventata l’esca mortale: violenta, urlante, istrionica, tentatrice. Benvenuto nell’hotel senza stelle, il sole a quadri: “Quando ti mettono in cella, non ti resta più niente: solo un’interminabile serie di giorni per pensare” (dal film di Frank Darabont del 1994 Le ali della libertà). Per vent’anni, l’uomo che ho di fronte a me, ha continuato a rimuginare sulla sua storia, logora e bucata come il paio di jeans che la madre comprò al mercato delle pulci. Jeans che, indossati, gli fecero scattare una sete di riscatto: non era stoffa di boutique. Era vergogna. In galera, senza nessuno, l’uomo dà di matto: “Ci si abitua un po’ a tutto là dentro. Non riuscivo nemmeno più a piangere e non riuscirci mi faceva ancora più male: ero diventato un’ombra, un fascicolo ambulante che passava di galera in galera”. Cos’altro aspettarsi dal ferro e dal cemento se non un passaporto di ferro e cemento? Nelle galere i più rispettati sono i più duri, anche se son cretini all’ennesima potenza. Poi, un giorno, prepara le valigie (“mi fanno le valigie” si è corretto, sorridendo): destinazione carcere di Padova, a migliaia di chilometri da casa, dalla sua terra. Prima di lui arrivano i faldoni: “Quando sono sceso dal blindato, sapevano già tutto di me: misfatti, cavolate, stupidità, mancata gloria”. È lui, invece, a non sapere tutto del carcere: “Hai due occhi così belli che non puoi essere così cattivo com’è scritto”, si sente dire un giorno. Questa parola fu uno schiaffo inatteso, brilla come un mandarino maturo al solo ricordo di quella carezza: “È come se quella frase avesse risvegliato il bambino che ero dentro e che avevo scordato. Ebbi l’impressione di essere un diamante caduto dentro il fango: quella parola mi diede l’impressione che qualcuno accettava di mettere le mani nel fango per venirmi a prendere, ripulirmi, lucidarmi”. Non ha mai letto una riga di Victor Hugo, ma è un miserabile pure lui, al pari di quelli di Hugo. Ha la bellezza dei miserabili dello scrittore francese: “Se getti una perla nel fango, la perla si sporca ma non si scioglie” (V. Hugo). Nella cella si è accesa la luce. Ritorna ad essere ricercato: “Bellissimo, in galera, essere ricercato: vuole dire che c’è ancora qualcuno che s’interessa di te quando neanche tu t’interessi di te”. Forse è a questo che serve il carcere: a far crollare tutto completamente, a perdere tutto. Potrai ricominciare a costruire una torre. “Ho iniziato ad andare a scuola, io che dalla scuola fuggivo dalle finestre. Ho imparato a lavorare, mi son iscritto alla scuola di teatro. Ho iniziato a raccontare la mia storia a voce alta: mi sono rimboccato le maniche, mi sono messo in gioco. Avevo così tanta fame di vita da aver fatto il salto di qualità proprio nel momento più tragico della vita”. Oggi, quando racconta dell’incontro più spettacolare avvenuto in carcere, non si riserva un millesimo di secondo per pensare: “Aver incontrato me stesso e avere visto quant’è bella la mia vita: è stato l’incontro più emozionante”. Mai, quest’uomo, avrebbe conosciuto cos’è la libertà se, prima, non l’avesse perduta per vent’anni. E, perdendola, non avesse vissuto in fuga da se stesso. Entra a casa, mi fa cenno d’entrare a casa sua: un piccolissimo monolocale in affitto. Entra con la medesima delicatezza di un ballerino alla Scala di Milano: “Ho portato in agenzia la busta paga, ho spiegato loro la mia storia per essere corretto, ho mostrato loro la lettera del mio datore di lavoro come credito (“Un operaio come quest’uomo è da augurare a qualsiasi imprenditore” c’è scritto), eppure niente: mi hanno guardato con la faccia di chi non si fida di un uomo dal passato come il mio”. Non è facile distinguere l’uomo dal personaggio: non sarà facile distinguere l’uomo dal suo reato. Chi l’ha dura, però, la vince: “Altri hanno garantito al posto mio, mettendoci la cauzione. Non merito affatto questo amore, ma ne avevo bisogno per provare a risorgere”. Mi riaccompagna in carcere, a prendere la macchina. Dedichiamo qualche sguardo alla struttura: il calcestruzzo è sempre freddo, ruvido, spietato. Ancora è luogo di paura, di confusione, di rabbia: tanfo di sudore, piscio, disinfettante. Qualcuno batte pentole sulle grate: l’occupazione principale rimane lo sbadiglio. “Non al carcere ma alle persone incontrate dentro, devo un grazie immenso - dice -: grazie a loro sono diventato quell’uomo che non ero riuscito a diventare. Mi vergogno del male commesso, ma ringrazio Dio che, attraverso quel male, mi ha fatto conoscere il bene. Non immaginavo fosse così fantasioso”. Accade sempre così: che quando si fa fatica a fare qualcosa, bisogna insistere. È solo cercando una soluzione che s’incontra qualcosa di nuovo. Che ci si inventa una strada dove tutti dicono non ci sia più strada. Pensava fosse finita la sua storia, quest’uomo: rimaneva un ultimissimo capitolo da scrivere. Restava un uomo da amare: ci sarà tempo più tardi per capire perché lo si è amato. I giganti, nella storia, non cercano di evitare le sconfitte: cercano di farle fruttare. In carcere le brutte notizie possono aspettare, ma quelle buone devi darle subito: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato” (Lc 24, 5-6). Il ragazzo delle pulizie non è più in carcere: è risuscitato. Resta il fatto che nessuno combatterà mai le battaglie al posto tuo. Fumano marijuana per religione, assolti due seguaci Hare Krishna ansa.it, 5 aprile 2026 Fumavano marijuana sostanzialmente “per religione” nel rispetto del culto del dio Shiva. E dunque non hanno commesso alcun reato e vanno assolti perché il fatto non sussiste. Con queste motivazioni la Corte d’appello di Bologna ha ribaltato il verdetto di primo grado e ha assolto due cittadini, uno dei quali forlivese, appartenenti al movimento Hare Krishna. Entrambi erano stati condannati a gennaio 2023 per coltivazione e detenzione di cannabis all’interno di un eremo di montagna dove vivevano seguendo uno stile ascetico. Un’esistenza lontanissima dalla mondanità e dalla quotidianità cittadina, priva di agi e senza comfort, con il riscaldamento della casa a legna e in una situazione di isolamento, sostenuta da una motivazione di carattere spirituale. I due vivevano in una dimora ottocentesca sull’appennino tosco-romagnolo, tra Premilcuore e Rocca San Casciano, in provincia di Forlì-Cesena, raggiungibile solo in parte con fuoristrada e per il resto a piedi. In un simile quadro, i giudici hanno accolto le tesi della difesa, secondo cui i due avrebbero assunto la sostanza stupefacente per motivi eminentemente religiosi. A far finire in un’aula di giustizia i due seguaci del movimento Hare Krishna - un credo basato sull’induismo vaisnava e che e promuove il canto del mantra come forma di Bhakti Yoga - erano stati i carabinieri intervenuti dopo la segnalazione di un escursionista che passando da quelle parti aveva avvertito odore di marijuana. Ai militari, i due asceti avevano consegnato spontaneamente 32 piante di cannabis, circa 48 grammi della stessa sostanza e poco più di 4 grammi di hashish. Le piante erano coltivate liberamente all’aperto, senza particolari accorgimenti e cresciute alla luce del sole. In primo grado erano stati condannati, dal Tribunale, a cinque mesi e dieci giorni di reclusione e 800 euro di multa ciascuno. La difesa aveva impugnato la sentenza sostenendo che l’uso della cannabis fosse legato esclusivamente alla pratica religiosa e, in maniera particolare, al culto e alla devozione verso il dio Shiva. All’interno del casolare abbarbicato sui monti i due ‘monaci’ avevano innalzato, alla divinità, anche un altare votivo usato per rituali e offerte. Comportamenti che hanno spinto la difesa ad appellarsi al diritto alla libertà religiosa e a considerare come, in quel determinato contesto, l’uso della sostanza stupefacente potesse essere considerato legittimo. A sostegno della bontà della condotta dei propri assistiti la difesa aveva evidenziato l’assenza di qualsiasi elemento riconducibile allo spaccio, e il profilo dei due imputati: incensurati, economicamente autosufficienti grazie a un lavoro e al sostegno familiare, senza contatti con circuiti illegali. Toscana. Diritti, lavoro penitenziario e in uscita dal carcere: la ricerca del Garante dei detenuti di Lorenzo Agnelli radiosienatv.it, 5 aprile 2026 In Toscana il lavoro in carcere resta un nodo critico per il reinserimento sociale dei detenuti. Lavoro penitenziario e reinserimento sociale: un binomio ancora fragile in Toscana. La ricerca del Garante dei detenuti evidenzia come, dentro le carceri, le opportunità siano limitate quasi esclusivamente alle attività interne, come cucina, pulizie e piccoli lavori. Ma il vero problema, secondo lo studio, è l’assenza di un percorso strutturato che accompagni i detenuti verso il lavoro una volta usciti dal carcere. Un passaggio fondamentale per evitare il rischio di recidiva e favorire un ritorno stabile nella società. “Un quadro drammatico - sottolinea Giuseppe Fanfani, Garante dei detenuti della Toscana -, nel senso che, partendo dal presupposto che il lavoro dentro il carcere e soprattutto in uscita dal carcere servirebbe a reinserire correttamente gli ex detenuti nel tessuto sociale nel quale bene o male prima o poi devono tornare, la ricerca fatta disegna un quadro drammatico. All’interno del carcere non c’è lavoro se non quello intramurale… e non c’è nessuna forma organica e strutturata di preparazione all’uscita dal carcere. Bisognerebbe farlo in maniera imprenditoriale e questo manca del tutto - prosegue Fanfani -. Il dato da cui bisogna partire è la esigenza del territorio: se servono camerieri, muratori o saldatori, bisogna preparare queste persone perché quando escono abbiano qualcosa da fare”. A pesare è anche l’aumento della popolazione carceraria, a fronte di risorse economiche che restano invariate. Un meccanismo che riduce ulteriormente le possibilità di lavoro per i detenuti e incide anche sulle condizioni del personale penitenziario. Un quadro complesso, dunque, che rilancia la necessità di investimenti e di un sistema più strutturato per trasformare davvero il lavoro in uno strumento di reinserimento e sicurezza sociale. Verona. Accusò 4 detenuti di stupro. “Tutto inventato, ha preso due schiaffi per un debito” Di Beatrice Branca Corriere di Verona, 5 aprile 2026 Parla il compagno di cella. La giudice revoca la misura cautelare. Aveva raccontato di essere stato violentato nel bagno della sua cella da quattro detenuti, ma in realtà le cose sarebbero andate diversamente. A rivelarlo è un super testimone, ovvero il compagno di cella di un 46enne indiano che la scorsa estate aveva denunciato quei presunti aggressori per stupro. “La storia della violenza sessuale è stata inventata - ha riferito il super testimone davanti alla giudice Livia Magri. Se avessi assistito a fatti del genere sarei intervenuto, anche se si trattava del mio peggior nemico. I tagli riscontrati dal medico se li è inferti lui stesso con una lametta”. Una versione dei fatti che ha spinto la giudice a revocare per i quattro - difesi dagli avvocati Simone Giuseppe Bergamini, Tommaso Imperadore, Cristiano Pippa e Luca Bertoldi la misura cautelare della custodia in carcere. In particolare, il super testimone ha confermato di aver visto gli indagati entrare nella loro cella. “I quattro gli avevano dato dei soldi per avere in cambio un cellulare che in realtà era già stato consegnato a me, dopo che mia moglie aveva fatto un bonifico al fratello - ha spiegato -. È partita così una discussione e uno degli indagati ha tirato due schiaffi senza lasciare dei segni”. Il 46enne avrebbe poi tentato di rifugiarsi nel bagno per scappare dai suoi aggressori. La porta è rimasta socchiusa e la lite sarebbe proseguita con toni accesi. Le dichiarazioni rese da quel super testimone sono però risultate ben diverse da quelle riportate in sede di denuncia, dove l’uomo aveva invece confermato il racconto del 46enne. “Avevo bisogno di riavere indietro il cellulare che mi era stato procurato - si è giustificato -. Il mio compagno di cella mi aveva inoltre promesso di darmi una parte dei guadagni in caso di risarcimento per la violenza sessuale”. Per il teste, il 46enne si sarebbe inventato la storia dello stupro per essere spostato di sezione, sfuggendo così ai suoi creditori. L’uomo ha inoltre riferito che il suo compagno di stanza era noto in carcare per la gestione di un traffico di telefonini e stupefacenti e che non sempre consegnava la merce promessa, motivo per cui poi “adottava escamotage per farsi spostare di sezione”. Il 46enne aveva invece raccontato in lacrime alle forze dell’ordine di essere stato afferrato per il collo e trascinato nel bagno. La porta sarebbe poi stata chiusa e i suoi aggressori l’avrebbero tenuto a terra e picchiato con calci e pugni su tutto il corpo. Poi il gruppetto gli avrebbe tolto tutti gli indumenti, obbligandolo a fare delle flessioni a terra, deridendolo. Due di loro gli avrebbero in seguito tenuto le gambe e la testa bloccata, minacciandolo con una lama di 14 centimetri per non farlo urlare e attirare l’attenzione. A quel punto un altro avrebbe iniziato a stuprarlo, mentre i suoi complici ridevano e lo incitavano. Dopo quell’episodio il 46enne era andato in infermeria per farsi medicare e chiedere aiuto. Era poi stato spostato di cella per ragioni di sicurezza e il sostituto procuratore Silvia Facciotti aveva aperto un fascicolo di indagine per tortura, lesioni e violenza sessuale di gruppo. Il giudice per le indagini preliminari aveva applicato la misura di custodia cautelare anche per quel procedimento e i quattro detenuti erano poi stati spostati e messi in isolamento in altre strutture detentive a Belluno, Gorizia, Padova e Trento, pur avendo alcuni di loro un contratto di lavoro sul territorio scaligero. Ora solo uno degli indagati è di nuovo libero, mentre gli altri continueranno comunque a essere detenuti almeno per il momento, anche se per altra causa, lontani da Verona. Milano. Nel carcere dei detenuti vip. “Entrano personaggi, poi...” di Luca Fazzo Il Giornale, 5 aprile 2026 Parla Roberto Bezzi, responsabile del trattamento nella Casa di reclusione di Milano Bollate, in cui sono reclusi pure la Bazzi, Genovese e Cagnoni. “Il rito del carcere di solito è sempre lo stesso. I condannati arrivano qui, gli diamo una camera, il capocella prepara il caffè, insegna a fare il lenzuolo col nodo, poi chiede: per cosa sei qui, facci vedere le carte. Ma per alcuni detenuti è diverso. Perché quando arrivano qui tutti sanno già perché sono stati condannati. Li hanno visti in televisione”. L’elenco è lungo, ma merita di essere riportato per intero. Rosa Bazzi, rea confessa e poi sconfessa della strage di Erba. Fabio e Roberto Savi, i poliziotti della banda della Uno Bianca. Alberto Genovese, lo stupratore di Terrazza Sentimento. Salvatore Parolisi, condannato per l’uccisione della moglie Melania. Alex Boettcher, l’amante dell’acido. Massimo Bossetti, il colpevole della morte di Yara Gambirasio. Gianfranco Stevanin, serial killer. Giacomo Bozzoli, che per la legge buttò lo zio in un altoforno. Lee Finneghan, studente americano, che a Roma uccise il carabiniere Mario Cerciello. Matteo Cagnoni, il dermatologo dei vip, femminicida. E sopra a tutti, il più celebre: Alberto Stasi, condannato per il delitto di Garlasco. Sono tutti nello stesso carcere, Bollate, alle porte di Milano. Un concentrato senza pari dell’approdo finale dei processi mediatici, le storie di sangue che nei tg, nei podcast, nei talk show, nelle serie tv saziano ogni giorno la voglia di tragedia degli italiani, spaccano dubbiosi, innocentisti, colpevolisti. Ma poi le sentenze arrivano e i condannati sbarcano qui, nel carcere modello con tanto di ristorante di buon livello aperto al pubblico pagante (In Galera, il nome non troppo fantasioso) dove tutti i detenuti preferirebbero stare. “Ma Bollate - dice Bezzi - devi meritartelo”. Filippo Turetta, l’assassino di Giulia Cecchettin, chiede anche lui da tempo l’ammissione: invano. Non fanno comunella, i detenuti ad alta visibilità. “Non mi ricordo di averne visti due chiacchierare insieme”, racconta Bezzi. In teoria, vengono trattati come tutti. Ma la realtà è diversa. Sono diversi loro, trasformati in personaggi dalla sovraesposizione. Differente il loro rapporto con gli operatori, le guardie, gli educatori. E diversa, inevitabilmente, la relazione con gli altri detenuti. Tra i comuni c’è gente a cui arriva, se va bene, una lettera all’anno. E poi ci sono “loro”, che di lettere ne ricevono a pacchi: di solidarietà, di innamoramento, a volte di odio e di insulti. Anche questo fa la differenza. Da quando il circo mediatico dei delitti e dei processi è diventato passione nazionale, Bezzi ha iniziato a confrontarsi con loro. Ognuno diverso dall’altro. Stasi silenzioso, riservato, sulla cui innocenza “radio carcere” non ha avuto dubbi già prima che il processo per la morte di Chiara Poggi si riaprisse. I due Savi, estremo opposto: Fabio aperto, collaborativo, Roberto chiuso. Massimo Bossetti è al settimo reparto, riservato ai sex offender: col suo delitto, in un altro carcere rischierebbe la vita, qui invece gira a contatto con tutti. “Tra gli accordi per stare a Bollate - spiega Bezzi - c’è che da noi la legge della mala e la giustizia sommaria non sono ammessi”. Il circo mediatico cuce una maschera addosso a tutti: avvocati, magistrati, criminologi. E in particolare a loro: gli accusati. “Quando arrivano quella maschera ce l’hanno ancora”. Qualcuno di loro se la tira, sta nel suo personaggio? “A volte sì, all’inizio. Il nostro lavoro è aiutarli un po’ alla volta a togliersela. Fare capire che nella loro vita c’è stato un prima e ci sarà un dopo”. E gli altri detenuti? “Lavoriamo anche su di loro, spiegare che in carcere non è arrivato un eroe, impedire che diventino modelli. La curiosità all’inizio c’è. Ma il carcere alla fine normalizza tutto. Ci aiuta il fatto di essere un carcere grande, 1.650 detenuti, e di avere tanti personaggi mediatici. La visibilità e l’anomalia si diluiscono. In un carcere più piccolo, con un unico detenuto famoso, sarebbe più difficile. Qui giorno dopo giorno gli altri detenuti imparano a trattarli come persone e non come personaggi. A scoprire che dietro gli occhi di ghiaccio c’è un uomo”. Come affrontano il loro destino da detenuti, i condannati mediatici? “La prima spiegazione che gli do è che non siamo noi a giudicarli. Se arrivano qui è perché c’è stata una condanna definitiva, noi siamo solo incaricati di eseguirla”. E poi? “Arrivano reduci da una battaglia mediatica da cui non è immediato spogliarsi. Per chi ha scelto di dichiararsi colpevole è più facile accettare la propria detenzione”. E gli altri? “Dico loro che la responsabilità è fatta a cerchi concentrici, e che anche se non sei l’assassino questa storia ti riguarda. Ma quando rivendicano di essere totalmente estranei diventa tutto più delicato, bisogna lavorare sull’adattamento, stando molto attenti soprattutto all’inizio, per evitare che al dramma si aggiunga dramma”. Anche a Bollate, purtroppo, i detenuti si uccidono. Ci hanno fatto un po’ il callo, a Bollate, all’esposizione mediatica: “La prima volta che un detenuto famoso esce in semilibertà ci ritroviamo con i cancelli assediati dalle telecamere”. A Bezzi e ai suoi colleghi tocca occuparsi della quotidianità, riportando alla normalità questi vip della giustizia. Non sempre è facile: “Ai detenuti di solito spiego che il processo appartiene al passato, e che devono lavorare sul futuro. Ma per alcuni di questi è come se il processo non finisse mai. La sera tornano in cella, e in televisione c’è la loro faccia”. Milano. Carcere e Islam: un imam al Beccaria di Simona Ciaramitaro collettiva.it, 5 aprile 2026 Il convegno promosso dalla Cgil Milano con esperti e operatori: le voci di Denise Amerini, del cappellano don Rigoldi, dell’imam Tchina e della guida spirituale El Fasi. Alla Casa della cultura di Milano ha avuto luogo il convegno “Carcere e islam. Esperienze a confronto per una politica laica e interculturale”, organizzato da ArciAtea rete per la laicità, Gruppo nazionale di lavoro, Stanza del silenzio e dei culti, Associazione di Donne di qua e di là, Fondazione don Gino Rigoldi. Dal convegno è emerso che vi sono esperienze virtuose in alcune delle carceri italiane e che “dovrebbero fare da traino per tutte gli altri istituti penitenziari, ma questo non avviene”, ci dice Denise Amerini, responsabile Dipendenze e carcere della Cgil, che è stata tra i relatori dell’incontro. Le esperienze virtuose - Don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, ha raccontato come è nato quello che si potrebbe senza dubbio definire un dialogo interreligioso tra i giovani detenuti da lui seguiti: “L’esigenza di trovare la maniera per approfondire la religione islamica e per avere spazi di religione e di preghiera deriva dal fatto che ‘in casa mia’ ci sono 14 ragazzi, 13 dei quali sono musulmani, quindi è quasi scontata. In realtà ne sanno poco della loro religione, anche perché molti di loro sono analfabeti e sulla religione hanno idee molto vaghe”. E ancora: “Siccome ero interessato al fatto che incominciassero a pregare anche i ragazzi musulmani, ho iniziato a fare la ‘non messa’ al Beccaria: andavamo in una stanza dove venivano quattro o cinque cristiani italiani e con gli altri ragazzi musulmani riflettevamo sul volto di Dio, sul carattere di Dio, su cosa gli piace, cosa non gli piace, chi è, che regole ci dà, cosa perdona, cosa promuove. Venivano fuori delle cose interessanti, e perfino un po’ mistiche”. Don Gino Rigoldi ha spiegato come i ragazzi riuscivano a esprimere in questa circostanza il desiderio di Dio, “che può essere simile a quello di una figura paterna, che dà delle regole, ma poi ti aiuta anche a vivere, che ti prende così come sei, con qualità e difficoltà. La differenza significativa che emergeva stava nel fatto che i musulmani rivelavano un’idea di Dio molto normativa, come di un legislatore che ti vuole bene”. Un padre dal quale hanno dovuto separarsi anzitempo. “Vivendo con loro, mi sono reso conto che quando incominciano a pregare, cambiano. Cambiano in bene. Questa è la religione”, conclude il cappellano. Don Rigoldi ha quindi insistito affinché in carcere entrasse un imam e così Abdullah Tchina è arrivato al Beccaria in quanto “titolare di una conoscenza sull’Islam molto importante e capace di comunicare, perché questo è sempre fondamentale quando si ha a che fare con gli adolescenti”. Il primo imam a entrare in un carcere italiano - Abdullah Tchina è algerino, in Italia da 35 anni, ed è il primo imam nominato ufficialmente in un istituto di pena italiano, il Beccaria. Dopo avere guidato la comunità islamica di Sesto San Giovanni, nel 2025 ha iniziato ad affiancare il lavoro dei due cappellani già presenti. “Nonostante il mio sia un incarico religioso - ha raccontato nel suo intervento al convegno -, ho cercato di avvicinarmi ai ragazzi tenendo conto che la loro fascia di età è sensibile. Alcuni di loro hanno passato momenti molto difficili, sono arrivati in Italia con i gommoni, transitando magari da un Paese come la Libia: sono ragazzi che hanno subito dei traumi”. Altri, ha continuato, “sono nati in Italia, ma spesso hanno a che fare con adulti che li usano, ‘professionisti’ della malavita che li introducono nel loro ambiente. In entrambi i casi non c’è bisogno solamente dell’imam, ma di una struttura collaborativa che tratti anche l’aspetto psicologico, culturale e istituzionale”. Tchina precisa che lui e i mediatori culturali e i volontari con i quali collabora cercano di dare ai ragazzi detenuti “un rifugio, risposte religiose, sociali e culturali, anche per poter assorbire la loro rabbia, i loro problemi, i loro bisogni, per aiutarli nel carcere e anche soprattutto per affrontare il periodo dopo il carcere, fornendo loro anche alcune possibilità di collocarsi quando saranno in libertà”. L’imam ci dice però che manca un quadro giuridico per definire il suo ruolo, che andrebbe diffuso in tutte le carceri, anche se di recente ha ricevuto dalla procura rassicurazioni sulla possibilità di riprodurre l’esperienza del Beccaria. Il caso singolo divenga sistema - Con le parole di Abdullah Tchina torniamo a quanto affermato da Amerini: è triste che queste esperienze rimangano casi isolati, è necessario che tutto venga messo a sistema. La responsabile Dipendenze e carcere della Cgil non può però esimersi dal ricordarci le condizioni dei carcerati: “I dati che abbiamo ci dicono di un sovraffollamento al 136,87%, con ambienti impraticabili, spazi che mancano, le cosiddette attività trattamentali che non si riescono ad organizzare”. Amerini si dice convinta che “se non si risolve a monte la situazione, qualsiasi intervento che noi facciamo potrà essere solo parziale e limitato. Dopodiché, nel caso specifico della libertà religiosa, bisogna rispettare l’articolo della Costituzione che sancisce la libertà religiosa per tutte le persone indipendentemente dal luogo dove si trovano”. “Anche potere avere la possibilità di seguire i riti del proprio culto religioso, sebbene possa sembrare un problema minore, attiene al modo di essere, al vissuto di un detenuto, al suo essere persona, individuo - prosegue -. Spersonalizzare, invece, indebolisce la mente e lo spirito e quindi anche l’esercizio dei propri diritti che hanno a che fare con la quotidianità” e che invece, interpretiamo noi, in carcere non sempre sono rispettati. L’importanza dei datteri - Mounia El Fasi, dell’associazione Donne di qua e di là e promotrice del Gruppo nazionale stanza del silenzio e dei culti, ha raccontato della sua esperienza nel carcere di massima sicurezza di Parma: “Un terzo dei detenuti è straniero, tra loro la metà è musulmana - ha affermato nel suo intervento -. Sono dati che ci dicono che, insieme a una serie di altre cose, ci deve essere un’organizzazione che renda effettiva la pratica religiosa, perché questo ha una funzionalità” più generale. A colpire, nel suo intervento, il tema dell’alimentazione, toccato anche da Abdullah Tchina. Entrambi hanno citato il periodo del ramadan, da poco terminato: “Non tutti lo rispettano, ma abbiamo fatto davvero fatica a fare entrare in carcere gli alimenti tipici di questo periodo” e che possono assumere dopo il tramonto”, dice El Fasi. “Uno dei ragazzi del Beccaria ha detto che non mi avrebbe incontrato perché avevo promesso che sarebbero entrati i dolci tipici, ma non è accaduto - aveva già raccontato Tchina -. Ovviamente questo perché ci sono norme che impediscono l’ingresso di prodotti dall’esterno”. Tra questi prodotti ci sono i datteri, “che sono uno degli alimenti fondamentali: il dattero ha ruolo sacro e nutrizionale nell’Islam. - spiega El Fasi -. È citato 22 volte nel Corano ed è tradizionalmente utilizzato per interrompere il digiuno ed è anche un simbolo di benedizione. Questo alimento non è previsto in carcere, ma alla fine siamo riusciti, con la collaborazione delle istituzioni, a fare entrare un pacco di alimenti tradizionali e anche questo è stato un modo di acquisire i propri diritti”. Quando la giustizia tradisce sé stessa di Vittorio Pelligra Il Sole 24 Ore, 5 aprile 2026 Il processo a Gesù è l’immagine stessa del paradosso. Un paradosso che continua a inquietare. Perché non mostra, tanto, che cosa accade in assenza di regole, ma che cosa può accadere quando sono solo le regole a contare. Non ci dice, come farà Thomas Hobbes molti secoli dopo, che l’ingiustizia nasce dal caos, dall’anarchia, dalla sospensione della legge. Ci dice qualcosa di più scomodo. Che la giustizia può presentarsi con tutte le sue forme esteriori, parlare il linguaggio della legalità, muoversi entro procedure riconosciute e tuttavia fallire drammaticamente. Cristo, questa è la posizione dell’Inquisitore, non deve essere eliminato perché ingiusto, ma perché eccedente. Perché la sua sola presenza manda in crisi un sistema che ha imparato a reggersi da sé, a produrre stabilità, a distribuire rassicurazione in cambio di docilità. È una delle intuizioni più vertiginose di Dostoevskij. Non sempre è l’ingiustizia a minacciare l’ordine, talvolta è la giustizia stessa a farlo vacillare. Un uomo viene arrestato nel cuore della notte. È trascinato da un luogo all’altro, interrogato, esposto, giudicato. Attorno a lui si mette in moto una macchina efficiente impersonificata dall’autorità religiosa e dal potere politico, sostanziata da rituali pubblici, parole solenni e legittimata dall’approvazione popolare. La folla che osserva rumoreggia e, infine, grida a una sola voce: “Crocifiggilo”. Tutto procede secondo un copione riconoscibile. C’è chi ha il potere di decidere, c’è una procedura che si dispiega, c’è perfino una forma di consenso collettivo che accompagna l’esito finale. Nulla sembra consegnato al puro arbitrio. E tuttavia, proprio lì, nel punto in cui l’ordine mostra il suo volto più compatto e più solenne, dove la giustizia formale sembra trionfare si consuma uno dei più radicali fallimenti della giustizia sostanziale che la nostra memoria custodisca. Nella Siviglia del Cinquecento, negli anni più duri della Santa Inquisizione, Cristo ritorna sulla terra. Lo racconta Dostoevskij nella leggenda del Grande Inquisitore. Gesù semplicemente torna e cammina tra la gente, compie gesti di misericordia. Ma viene riconosciuto e subito arrestato. Nuovamente. Di notte, nella sua cella, riceve la visita del vecchio Inquisitore che parla - un lungo, lucidissimo e terribile monologo - e spiega a Gesù che il suo errore, allora come adesso, è stato quello di aver creduto troppo nell’uomo. Di avergli consegnato la libertà come un dono, quando per la maggior parte degli esseri umani essa è soprattutto un peso. Gli uomini, dice il vecchio, non desiderano davvero essere liberi. Desiderano piuttosto qualcuno che li sollevi dall’angoscia della scelta, che dica loro che cosa è bene e che cosa è male, che trasformi l’incertezza in obbedienza. Per questo, aggiunge, la Chiesa ha distorto il messaggio evangelico originario. Lo ha tradito per renderlo praticabile, lo ha disciplinato per renderlo sostenibile. Ha edificato un ordine fondato sull’autorità, sul mistero, sul miracolo. Un ordine che consola, protegge, stabilizza. Un ordine che, tutto sommato, funziona. Il processo della Croce e il Grande Inquisitore dialogano tra loro a distanza. Si illuminano a vicenda. In entrambe le storie, l’ingiustizia non nasce dall’assenza della legge, ma dal suo impiego all’interno di una razionalità che si ritiene autosufficiente. Non è il caos a produrre la vittima, ma un ordine che si pensa necessario. Non è l’arbitrio nudo e brutale, ma una forma di organizzazione del mondo che non tollera ciò che eccede il calcolo e la disciplina. Ma la condanna di Gesù non è soltanto un errore giudiziario. È anche una risposta sociale alla crisi dei tempi. Perché quando un ordine vacilla e quando le tensioni diventano ingestibili, le società cercano spesso un punto su cui far convergere il disordine, un corpo sul quale scaricare l’angoscia diffusa. Serve qualcuno che paghi per le colpe diffuse. Qualcuno su cui concentrare il risentimento. Non importa che sia davvero colpevole. Basta che la sua eliminazione appaia come una via d’uscita capace di ristabilire una pace provvisoria. René Girard ha dato un nome preciso a questo meccanismo: il capro espiatorio. La violenza di tutti contro tutti si ricompone trasformandosi nella violenza di tutti contro uno. Il gruppo si pacifica attorno alla vittima. L’ordine rinasce sul sacrificio. In questa luce, la Croce non è soltanto un evento religioso, è anche la rivelazione di una grammatica sociale. Quando non sopportiamo l’indeterminatezza, cerchiamo un colpevole che renda di nuovo leggibile il mondo. Non è difficile riconoscere questa dinamica anche fuori dai testi sacri. Ogni epoca costruisce i propri colpevoli provvidenziali: minoranze, stranieri, dissidenti, poveri. Le figure sono diverse, ma la funzione è la medesima. Si tratta di assorbire l’inquietudine collettiva, di trasformare il disordine in imputazione e di restituire alla comunità un senso momentaneo di unità. Il sacrificio non appartiene soltanto al passato. Cambia lingua, cambia scena, cambia liturgia, ma conserva intatta la propria logica. Ed è qui che la simbologia della Pasqua cristiana introduce una frattura decisiva. Perché il racconto evangelico non si arresta alla condanna. Non consegna la vittima alla sua funzione pacificatrice. Non permette che il sacrificio si chiuda con l’ordine ristabilito e il potere riconfermato, come si sono chiusi tanti altri sacrifici nella storia. Introduce invece un dopo. E questo dopo non coincide con la semplice riabilitazione dell’innocente. Non c’è appello, non c’è revisione del giudizio, non c’è una sentenza correttiva emessa da un tribunale superiore. La resurrezione non aggiusta il meccanismo. Lo smentisce radicalmente. Questa è forse la provocazione più radicale della Pasqua. Non mostra una giustizia umana finalmente capace di correggere sé stessa. Mostra il limite della giustizia quando pretende di bastare a sé stessa. Mostra che esiste qualcosa che la legge, da sola, non può produrre. Il riconoscimento pieno dell’innocente, l’interruzione del ciclo sacrificale, la liberazione da quella contabilità morale per cui qualcuno, prima o poi, deve pagare per tutti. Il Grande Inquisitore comprende perfettamente il pericolo. Sa che il problema non è l’errore, ma l’eccedenza. È quel Cristo che incarna una libertà non amministrata e una dignità non negoziabile. Bisogna governare gli uomini, afferma l’Inquisitore, non esporli all’abisso della libertà. Bisogna mantenere il mondo in equilibrio, non aprirlo a esigenze impossibili. E tuttavia, in quella pagina, la forza di Dostoevskij non sta soltanto nelle parole dell’Inquisitore. Sta soprattutto nel silenzio di Cristo. A quel ragionamento così coerente, così persuasivo, così politicamente sofisticato, Gesù non risponde con una confutazione. Non oppone un contro-sistema. Non entra nella stessa grammatica del potere. Egli non dice la verità. È la verità. Risponde con un bacio. L’amore che vince tutto. Un atto che non contesta l’ordine sul suo stesso terreno, ma lo disarma. Non fonda una nuova architettura istituzionale, mostra però che ogni architettura, quando dimentica il volto umano, è destinata prima o poi a trasformarsi in macchina sacrificale. Nel suo diario del 1958, Mark Rothko - protagonista in queste settimane di una bellissima mostra a Palazzo Strozzi - individuava gli elementi essenziali della sua poetica: una chiara preoccupazione per la morte, la sensualità, la tensione, l’ironia, lo spirito, il fuggevole e il caso, e infine la speranza, ma soltanto “per il 10 per cento”. Quanto basta - scriveva - a rendere il tragico sopportabile. Non ci sono promesse di facili salvezze. Non si annulla la notte nel chiarore di una retorica consolatoria. Ma dice piuttosto che perfino nell’ora più cupa, nelle mille notti del Venerdì Santo, può restare un minimo spazio di apertura, una fenditura, un resto non totalmente assorbito dalla disperazione. Non è molto il dieci per cento, ma è pure lì. C’è. È una speranza che non cancella il buio ma lo attraversa. Come la Pasqua cristiana che non elimina il male, ma gli sottrae il diritto all’ultima parola. E così, tornando al tema dell’(in)giustizia, dopo che la legge ha parlato, dopo che la procedura si è compiuta e che il sacrificio è stato consumato, resta ancora qualcosa che non si lascia archiviare. Resta una ferita. Un vuoto seguito da una domanda. Le grandi campiture di Rothko sembrano educare lo sguardo precisamente a questo. A non colmare troppo in fretta l’oscurità e a non scambiare il silenzio per assenza. La Cappella interreligiosa di Houston non costruisce semplicemente uno spazio per appendere dei quadri. Lì Rothko costruisce un ambiente interiore, un luogo di attraversamento. Le grandi superfici scure non impongono nessuna dottrina. Chiedono solo una disciplina dello sguardo. È un luogo nel quale si entra da soli, come in ogni passaggio decisivo, e nel quale il visitatore è chiamato a confrontarsi con il buio prima di poter comprendere la luce. È difficile non cogliere una risonanza pasquale. Non perché Rothko dipinga la resurrezione, né perché traduca il cristianesimo in pittura astratta. Ma perché il suo lavoro tende ostinatamente oltre la pura chiusura della morte. Progettando la Chapel, Rothko aveva in mente la tensione tra giudizio e promessa, tra tragedia e speranza. È questa dialettica a rendere la sua opera così vicina, almeno per analogia spirituale, al movimento della Pasqua che non rappresenta, in fondo, la rimozione del negativo, ma il suo attraversamento alla ricerca di un “oltre”. Rothko lavorò alla Chapel ma non la vide mai completata. Morì prima che fosse inaugurata. Quello spazio, così profondamente segnato dal confronto con il nero, con il silenzio e con il limite, fu dedicato nel 1971, quando l’artista non c’era più. Non serve forzare questa coincidenza biografica. Basta riconoscere che vi si condensa una verità profonda della sua ricerca. La sua opera più vicina a un “oltre” della morte nasce sotto il segno dell’incompiutezza, affidata ad altri, al tempo, a un compimento che eccede il suo autore. Per questo le tele più scure di Rothko non sono semplicemente immagini della fine. Sono superfici nelle quali, se si accetta di sostare, il buio si rivela meno compatto di quanto sembri. Appaiono vibrazioni, profondità, margini, una luce trattenuta. La stessa esperienza che si può fare visitando le stanze che la Tate Modern di Londra ha dedicato al pittore. Non vi si trova una consolazione facile, ma una resistenza. Non la negazione del tragico, ma il rifiuto di lasciarlo degenerare in nichilismo. La bellezza - ce lo ricorda ancora Dostoevskij - non è l’opposto del tragico. È ciò che impedisce al tragico di chiudersi in disperazione assoluta. Per questo, citando ancora il russo, salverà il mondo. Per questo comprendiamo Rothko mai come oggi. Egli non ci risparmia la crisi, ma ci sottrae alla tentazione, così moderna, di confondere la crisi con la verità ultima delle cose. E questa Pasqua, forse, ci chiede lo stesso. Non certo di negare la morte, ma di rifiutarne la sovranità assoluta. Non dobbiamo dimenticare il conflitto, ma dobbiamo certamente sottrarlo alla logica del necessario. Il venerdì della croce - nella logica pasquale - non ha l’ultima parola. Similmente le tele di Rothko ci costringono allo sforzo severo, ostinato, modernissimo, di passare attraverso il nero senza soffermarci a adorarlo. Ci scorgiamo la morte negandole il diritto di essere definitiva. La Pasqua non ci offre nessuna consolazione semplice. Non ci dice che alla fine tutto si aggiusta. Non promette che il dolore degli innocenti verrà magicamente trasformato. Ci obbliga ad ammettere lo scandalo di una giustizia che si crede giusta ma non lo è. E quante volte anche oggi? Quante volte una procedura irreprensibile genera un esito intollerabile? Quante volte il linguaggio della responsabilità serve a mascherare la rinuncia alla compassione? E quante volte, mentre tutto sembra procedere secondo le regole, smettiamo di vedere la persona concreta travolta da quelle stesse regole? Le società contemporanee amano pensarsi immuni da queste derive perché hanno raffinato le forme, moltiplicato le garanzie, reso più impersonali i processi decisionali. Ma l’impersonalità, da sola, non salva dalla violenza. Talvolta la rende semplicemente più opaca. La sofferenza inflitta da una procedura può essere meno visibile di quella imposta da un tiranno, ma non per questo meno reale. Anzi, proprio l’assenza di un colpevole evidente rende più difficile nominarla, contestarla, interromperla. Forse è questo il lascito più inquieto e più fertile del processo della croce. La giustizia vera ha bisogno di lasciarsi ferire dall’innocenza violata, di riconoscere quando il rispetto delle forme sta diventando indifferenza alla sostanza, di sottrarsi alla seduzione antichissima del sacrificio necessario. La domanda pasquale è tutta qui. Cosa resta quando la giustizia fallisce? Resta, innanzitutto, la verità di quel fallimento. Resta la possibilità di non chiamare giusto ciò che giusto non è, anche quando ha dalla sua il consenso, la forza, la regola. Resta la memoria dell’innocente sacrificato. E resta, soprattutto, la possibilità, fragile e mai definitiva, di spezzare il riflesso che ci porta, nelle ore di paura, a cercare una vittima invece della verità. Buona Pasqua. Il fossato tra Stato e società di Sabino Cassese Corriere della Sera, 5 aprile 2026 La democrazia dell’istante. Ora contano comunicazione e leader. Ma si sono indeboliti i partiti e la partecipazione. Che cosa accade alla democrazia e alla politica italiane? L’Italia ha impiegato 85 anni, dal 1861 al 1946, per conquistare il suffragio universale, ma solo 39 anni, dal 1983 al 2022, per perdere un terzo dell’elettorato. In prospettiva storica, ci sono voluti 85 anni per far combaciare il Paese reale con il Paese legale, ma nella metà del tempo si è fatto un balzo indietro, perché i cittadini che avevano conquistato il diritto di votare non si recano alle urne. La disaffezione per la politica che così si manifesta fa aprire un fossato tra Stato e società. Negli anni 50 del secolo scorso, circa il 10 per cento della popolazione (tra 4 e 5 milioni di persone) era iscritto a un partito. Oggi i membri dei partiti non sono più del 2 per cento della popolazione. Il principale raccordo tra Paese reale e Paese legale, i partiti, sono divenuti recessivi. Inoltre, essi perdono la loro identità quando delegano la selezione dei leader politici a tutti gli elettori, anche non iscritti, con la conseguenza che la base militante si allontana e che i partecipanti alle primarie aperte possono essere sostenitori di un partito diverso che cercano di favorire il candidato più debole dello schieramento avverso. O quando diventano leader di un partito persone che non appartengono alla sua tradizione, o che addirittura debbono iscriversi al partito in vista della scalata alla segreteria. Al disinteresse degli elettori per la politica fa riscontro la politica istantanea, fatta di dichiarazioni invece che di programmi (in qualche caso resi difficili dalla presenza di alleanze tanto disomogenee da non poter raggiungere un accordo sulla piattaforma politica). Quindi, i partiti perdono capacità di guida e di orientamento dell’elettorato, i loro leader si dedicano principalmente a produrre una dose quotidiana di battute ad uso televisivo, i temi prescelti di queste ultime sono di durata giornaliera, dedicati alle piccole vicende invece che ai grandi problemi, più al costume che alle questioni politiche, preferendo il battibecco piuttosto che il dibattito, mostrando bandiere e striscioni, anche in Parlamento, invece che discutendo. Con la conseguenza che quelle che si chiamano “forze” politiche sono deboli, non riescono a raccogliere consensi di un Paese da cui sono distanti e finiscono per ricevere quello che esse hanno dato, cioè molto poco. Pochi iscritti, niente congressi, nessun programma, producono anche la volatilità dell’elettorato, nel senso che questo cambia facilmente le scelte di voto, e mobilità asimmetriche, con flussi elettorali sbilanciati tra le varie forze politiche, nonché scelte all’ultimo momento e scarsa fedeltà dell’elettorato ai partiti. Questa situazione, che non è solo italiana, anche se qui ha caratteri più accentuati, presenta numerose singolarità e fa sorgere molti interrogativi. Come è potuto accadere, in così breve volgere di tempo, un quarantennio, un cambiamento così importante? Questo ha un legame con l’assenza dei grandi movimenti ideali che hanno caratterizzato l’’800 e buona parte del ‘900, il liberalismo, il socialismo, più tardi il comunismo? Come si concilia con l’assenza di apatia che pure si riscontra nel Paese, segnalata principalmente dal numero delle persone che si dedicano al volontariato, che raggiunge circa il 9 per cento degli abitanti (quasi 5 milioni di persone)? Non finisce per svelare la vera natura di quella che chiamiamo democrazia, che in realtà consiste in una oligarchia controllata da periodiche elezioni? L’Ai non vi ruberà il lavoro, ma attenzione all’eccessiva delega cognitiva: “Non smettete di pensare” di Laura Magna Corriere della Sera, 5 aprile 2026 Il vero allarme è culturale: “Il rischio più grave non è perdere il posto. È smettere di pensare”, dice Giovanni Ziccardi, professore di informatica giuridica alla Statale di Milano. Gli esegeti della fine del lavoro umano per mano dell’Ai si moltiplicano. Ma hanno ragione? “Un esempio che si fa sempre è quello dei traduttori umani destinati a scomparire”, dice al Corriere.it Giovanni Ziccardi, autore e docente per Lefebvre Giuffrè sui temi del diritto dell’informatica, tra i pionieri in Italia nello studio del rapporto tra diritto e tecnologie digitali e dell’innovazione tecnologica, nonché professore di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano. “In parte è vero che alcune funzioni interpretative saranno del tutto sostituite dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, c’è qualcosa che solo un umano può fare e non cambierà. Quando Einaudi decise di tradurre il Processo di Kafka, ingaggiò Primo Levi, che era uno scrittore e che portò nel testo, a sua volta diventato un best seller, la sua esperienza nei campi di sterminio, la sua sensibilità, la sua storia. Questo non sarà sostituito: invece le traduzioni di routine - verbali di condominio, comunicati stampa, lettere burocratiche - sono già appannaggio dell’Ai. In altre parole l’Ai sta eliminando le professioni ripetitive. Ma mantiene viva la necessità di un essere umano là dove serve scrivere, progettare, analizzare, decidere”. Il professionista “aumentato” è il nuovo modello di lavoratore - Il professionista del futuro continuerà dunque a lavorare e a esistere ma solo se saprà essere un “professionista aumentato”: qualcuno che lavora insieme agli strumenti di AI senza delegare a essi il proprio cervello. “Gli strumenti di intelligenza artificiale diventano un second brain: che non opera al posto del primo cervello, ma funziona come confronto e potenziatore”. E questo fa capire con chiarezza come la sfida non sia tecnologica. Ma organizzativa, giuridica, culturale. Ed è già qui. Gestire la velocità - Perché non riusciamo ad oggi a dominare la tecnologia? Perché l’Ai, rispetto a ogni altra rivoluzione precedente - dal vapore, all’elettricità, a Internet - ha un elemento inedito: la velocità con cui ha già cambiato le regole. Per fare un esempio vicino a noi nel tempo, quando Instagram lanciò la sua app, ci volle quasi un anno per raggiungere il primo milione di utenti. ChatGPT ci è riuscito in cinque giorni. Era dicembre 2022 e da allora non ci siamo più fermati - né a riflettere, né a prepararci. “Non avevamo mai avuto una tecnologia così potente da diffondersi con una velocità simile”, dice Ziccardi. “E il canale di accesso era il più semplice del mondo: una chat. Niente istruzioni, niente barriere d’ingresso”. Il risultato è che oggi l’80% degli utenti usa strumenti di Ai senza avere la minima idea di come funzionino - convinti, in molti casi, di avere a che fare con qualcosa che pensa, sente, capisce. “È pura matematica e probabilità”, dice Ziccardi. “Ma le persone gli attribuiscono empatia. E questo è il primo, enorme fattore di rischio”. Tutti conoscono le allucinazioni: l’Ai che inventa sentenze inesistenti, cita articoli mai scritti, costruisce bibliografie di fantasia. Ma Ziccardi mette in guardia da qualcosa di più insidioso e strutturale. “Il pericolo di delega cognitiva è ancora maggiore rispetto al problema delle allucinazioni”, dice. “Cioè il fatto di esternalizzare il proprio cervello”. Non è un’ipotesi astratta. Generazioni di giovani tra gli otto e i sedici anni stanno crescendo senza risolvere problemi in autonomia, delegando dall’inizio alla fine ogni compito all’Ai. Ma il fenomeno non riguarda solo i ragazzi. Nelle professioni intellettuali gli studi sui rischi di delega cognitiva descrivono uno scenario che Ziccardi definisce “terribile”. Si usa lo strumento, cioè, senza sapere che le “allucinazioni esistono, che bisogna verificare tutto, che non si deve delegare le attività che fai con il cervello”, osserva. “E lì il danno è già fatto”. Con l’Ai agentiva il salto di paradigma è radicale. Non si tratta più di un chatbot a cui si fa una domanda. Si tratta di sistemi a cui si assegna un obiettivo - e che lavorano per ore, giorni, settimane per raggiungerlo, raccogliendo informazioni, prendendo decisioni intermedie, costruendo memoria. “Pensiamo all’Ai non più solo come qualcosa che genera un testo”, dice Ziccardi. “Ma come qualcosa che può compiere azioni insieme ad altri software e ad altri agenti. Accedere a database, modificare documenti, mandare email”. L’esempio di Moltbook - il social network popolato interamente da bot che dialogano tra loro senza alcun essere umano e che di recente è stato acquisito da Meta - ha colpito l’immaginario. Ma Ziccardi lo legge come un esperimento rivelatore. “L’essere umano guarda degli agenti che gestiscono un social network autonomamente. È la prefigurazione di quello che verrà: un ecosistema di strumenti Ai che collaborano con gli esseri umani e con il contesto aziendale”. E più questi sistemi operano, più diventano potenti - e più richiedono accesso a informazioni sensibili: password, dati aziendali, processi interni. “I rischi non sono solo immediati”, avverte. “Una vulnerabilità può emergere settimane dopo, quando l’agente utilizza dati raccolti in precedenza”. C’è un racconto dominante nel mondo tech: le regole europee stanno soffocando l’innovazione. Ziccardi lo smonta con un dato secco. In ChatGPT sono stati investiti oltre 200 miliardi di dollari. L’Italia è ferma a zero. La Francia e il Regno Unito hanno investito qualcosa, ma la cifra rimane irrisoria rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. “L’Europa ha perso la corsa dell’intelligenza artificiale. Ma non è colpa della normativa: è colpa della mancanza di investimenti”. Le norme europee finiscono per avere valore mondiale - perché si applicano a tutte le società che trattano i dati degli Europei, ovunque esse siano. Un principio che inizia a orientare anche le scelte di chi quegli strumenti li costruisce. “Il nostro obiettivo”, aggiunge Stefano Garisto, Amministratore Delegato di Lefebvre Giuffrè che da anni seleziona e struttura contenuti normativi per i professionisti del diritto “è garantire supervisione esperta, sicurezza dei dati e coerenza con l’Ai Act: affinché l’Ai arricchisca il lavoro dei professionisti senza intaccare la centralità della persona”. Anzi, l’AiI Act europeo - con il suo articolo 4 dedicato esplicitamente all’alfabetizzazione in materia di Ai, primo caso in assoluto nella storia della regolamentazione comunitaria - rappresenta per Ziccardi qualcosa di nobile. “L’approccio europeo mette al centro l’essere umano, la sua dignità, la protezione dei dati. È unico al mondo”. Certo, all’estero questa visione viene accolta con qualche scetticismo. Social, la mossa del governo: pronto lo stop per gli under 15 di Simone Canettieri Corriere della Sera, 5 aprile 2026 La bozza del disegno di legge per “agire il prima possibile in difesa dei minori”. Stop. Il governo Meloni è pronto a “prevedere strumenti idonei a impedire l’accesso a social network e piattaforme di condivisione video ai minori di età inferiore ai quindici anni”. È scritto nell’articolo 7, comma 2, del disegno di legge uscito dopo la riunione di giovedì scorso a Palazzo Chigi organizzata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano con i ministri interessati al provvedimento (Giuseppe Valditara, Eugenia Roccella, Andrea Abodi e Tommaso Foti). Il testo del provvedimento - che il Corriere ha visionato - è ancora una bozza. Ma indica l’urgenza e la volontà politica dell’esecutivo di “agire il prima possibile per proteggere i minori e i bambini davanti ai rischi dei social”. Il caso della professoressa accoltellata da uno studente tredicenne a Trescore ha di nuovo acceso i riflettori su un segmento della vita sociale da regolamentare. Al momento sono bloccati in Parlamento almeno due diversi ddl, di cui uno bipartisan. La discussione di fondo si muove intorno al “come” e non intorno al “se”. Intervenire sull’utilizzo dei social per i minori di 15 anni (che potrebbe scendere a 14) è raccontata come “un’esigenza non più rinviabile”. Questo nuovo ddl - composto da dieci articoli - sarà presto sottoposto all’Agcom e alle authority interessate, dei minori e della privacy, per ottenere poi il semaforo verde definitivo della premier. Si tratta di andare oltre i “divieti accademici”, per altro già in vigore anche se non rispettati, studiando maniere efficaci per la verifica di chi accede alle piattaforme. Senza arrivare a forme, considerate “invasive” dal governo, come i controlli biometrici, sul modello australiano. Dopo l’intervento sull’accesso ai siti pornografici (arrivato con il decreto Caivano) e il parental control (il controllo dei genitori) sta per arrivare un’altra stretta. Quella più complicata. In tale quadro si prevede “l’introduzione di sistemi di controllo parentale obbligatori per i dispositivi in uso ai minori, sia mediante attivazione di profili rivolti ai minori all’atto della configurazione dei dispositivi, sia mediante l’attivazione di pacchetti junior dedicati ai minori da parte degli operatori: si tratta di uno strumento innovativo volto a bilanciare l’esigenza di regolamentazione con il ruolo educativo della famiglia”, si legge nel nuovo ddl allo studio del governo. I cui punti salienti riguardano, in primis, gli “obblighi” di produttori di dispositivi cellulari, i distributori e i rivenditori, gli operatori di comunicazioni elettroniche e infine le famiglie, unici depositari della facoltà di disattivare i sistemi di controllo imposti ai figli minori. Secondo il ddl, i sistemi di controllo parentale devono garantire almeno la “limitazione dell’utilizzo del dispositivo alle sole chiamate telefoniche, inclusi i numeri di emergenza pubblica; l’invio e la ricezione di sms; l’uso limitato di servizi di messaggistica verso contatti autorizzati, il blocco di siti con contenuti pericolosi per lo sviluppo psicofisico del minore, la memorizzazione dei siti visitati”. Per l’accesso ai social network è previsto che “a decorrere dal compimento del quindicesimo anno di età è consentita l’iscrizione autonoma a tali piattaforme, ferma restando la possibilità di controllo e limitazione da parte di chi esercita la responsabilità genitoriale”. I genitori inadempienti rischiano sanzioni amministrative. Attacca il senatore del Pd Filippo Sensi: “Con il bando dei social per gli under 14 finirà come con i coltelli. Che tardi e male ci si metterà sopra la destra, torcendolo e intestandoselo per rilanciare l’anatra zoppa: il governo”. Sedotti e abbandonati. I migranti “truffati” dai rimpatri volontari di Alessandro Leone Il Domani, 5 aprile 2026 I progetti di Voluntary Humanitarian Repatriation dell’Oim sono considerati dagli Stati il volto umano della deterrenza migratori. Ma ci sono criticità che spesso causano fallimenti. “Il mio sogno era l’Europa, ma sono riuscita ad arrivare solo fino alla Libia”. Halimat è una donna nigeriana diventata vittima di tratta. Rimasta incinta durante la traversata, è stata costretta ad abortire e torturata in un centro di detenzione. Tre anni dopo l’inizio del viaggio ha dato alla luce una bambina, nata da una relazione con un uomo che le aveva promesso rifugio ma ha finito solo per sfruttarla sessualmente. Poi è venuta a conoscenza dei programmi di rimpatrio volontario assistito dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim): “All’inizio mi sono rifiutata perché pensavo di poter comunque trovare un lavoro e un futuro ma poi ho cambiato idea. Temevo per la vita di mia figlia”. Halimat è una delle donne vittime di tratta che hanno usufruito dei programmi di Voluntary Humanitarian Repatriation (Vhr) dell’Oim dai paesi di transito come Libia, Niger e Tunisia finanziati dall’Italia. Rimpatri cosiddetti volontari che in molti preferiscono chiamare soft deportation perché di fatto non esistono alternative: “Il ritorno non è stato volontario. Nessuno mi ha forzato, ma la situazione mi ha lasciato senza scelta”. L’Italia ha investito sui rimpatri volontari principalmente attraverso tre fondi: Africa, migrazioni e premialità. Molti dei progetti sono gestiti dall’Oim: circa 19 milioni e mezzo sono stati stanziati dal 2017 per i rimpatri di 11mila persone dalla Libia; 9 milioni dal 2022 per rimpatriare dalla Tunisia 1.400 persone con altre 2mila previste entro il 2027. Altri progetti coinvolgono il Niger, quasi 11 milioni e mezzo dal 2020, il Sudan e la Costa D’Avorio, circa 5 milioni. Rimpatriare dai paesi di transito permette agli Stati di giustificare le espulsioni come volontarie agli occhi dell’opinione pubblica e di scavalcare gli accordi bilaterali con i paesi di origine. Ma come sottolinea il rapporto Nowhere But Back dell’Ufficio del commissario dell’Onu per i diritti umani, “i migranti sono costretti ad accettare il rimpatrio assistito” anche perché “gli viene negato l’accesso a percorsi di protezione sicuri e regolari”. Dai rapporti dell’Oim, infatti, emerge che la maggior parte delle persone è stata raggiunta nei centri di detenzione: 6.827 delle 8.928 rimpatriate dalla Libia tra il 2017 e il 2021, 237 delle 239 tra il 2022 e il 2023. C’è anche chi, come Halimat, si rivolge direttamente all’Oim per sfuggire alla trafila di sfruttamento e violenza. La reintegrazione - Quando è partita dalla Nigeria, Glory pensava che avrebbe raggiunto l’Europa in aereo ma presto ha scoperto che sia il viaggio che l’approdo sarebbero stati diversi: “Ci picchiavano, ci stupravano. Il trafficante ha provato in ogni modo a farmi abortire ma non c’era verso. Mi disse che mi avrebbe venduto alle connection house - luoghi di detenzione per recludere le donne nigeriane destinate allo sfruttamento sessuale - ma non volevo prostituirmi. Ho partorito al mio ritorno in Nigeria e dopo un anno l’Oim mi ha contattato per un training”. Le donne nigeriane fanno parte delle nazionalità più a rischio tratta. In teoria, prima del rimpatrio l’Oim dovrebbe valutare il rischio di re-trafficking, centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato. Al ritorno, i programmi prevedono un processo di reintegrazione finalizzato all’apertura di un’attività attraverso un sostegno economico e un corso di gestione del business. In uno dei report si cita la reintegrazione di 554 persone, di cui tre donne, provenienti da Bangladesh e Ciad. Chi è stato ritenuto “idoneo”, dopo aver presentato un “piano di reintegrazione individuale”, ha ricevuto sostegno “in natura” tramite “l’acquisto di beni, il pagamento delle spese mediche etc.”. Tra le proposte lavorative, le più scelte sono l’allevamento e l’agricoltura, seguite dai negozi generici, ma in lista si trovano anche negozi di cosmetica e servizio taxi. Molte di queste attività, però, finiscono per fallire, com’è successo a Glory: “Ora sono tornata al mio villaggio e cerco di prendermi cura di mio figlio, che non ha un padre”, racconta. Quello che in molti recriminano all’Oim è infatti l’assenza di un’analisi di mercato: “Vengono finanziati progetti destinati al fallimento, oppure più o meno standardizzati per persone che non hanno né le abilità, né la volontà di aprire un business di quel tipo”, sottolinea Adelaide Massimi, project officer dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Chi riparte - Nei report del progetto Comprehensive and Multi-Sectoral Action Plan in Response to the Migration Crisis in Libya, finanziato dall’Italia con 20 milioni di euro tra il 2017 e il 2021, si parla di 8.928 persone ritornate, di cui solo 1.574 reintegrate. “Una donna che viene da un contesto marginale è sottoposta a una serie di discriminazioni e di processi di marginalizzazione che non si risolvono con un aiuto economico o con l’affitto di un locale”, ricorda Massimi. Quando possibile, sono le associazioni locali a colmare le lacune dei programmi di reintegrazione, come Girls’ Power Initiative (Gpi), che in Nigeria si occupa delle persone ritornate affrontando prima l’aspetto psicologico e poi capendo con loro quale potrebbe essere l’attività migliore per ripartire, seguita da un monitoraggio di almeno un anno. Secondo Laura Uwange di Gpi, il sostegno offerto dall’Oim finisce spesso per essere temporaneo senza riuscire a ottenere l’obiettivo alla base dei progetti: rimpatriare le persone ma soprattutto evitare che ripartano. “Molti di loro cercano di risparmiare e dopo un anno vendono l’attività per ritentare il viaggio”, dice. Meloni usa i migranti per vincere il referendum. Ma dietro c’è un trucco “Illusorio pensare di fermare i migranti alzando muri e barriere”, il grido di allarme del magistrato di Angela Stella L’Unità, 5 aprile 2026 Intervista al magistrato Giovanni Zaccaro. Scriveva Virgilio più di 2000 anni fa: “Ci negano il rifugio, ci vietano di fermarci nella terra più vicina. “Due ennesime tragedie si sono consumate nel mare. Una nell’Egeo, l’altra sulle nostre coste, al largo di Lampedusa. Diciannove i cadaveri restituiti dal mare, a Lampedusa, cinquantotto i superstiti”. A riassumere il bilancio di queste ore è il coordinamento nazionale di Area democratica per la giustizia, presieduto da Graziella Viscomi insieme al Segretario Giovanni Zaccaro, con cui approfondiamo il tema. Zaccaro, perché una corrente dell’Anm sente il bisogno di chiedere una riflessione sui migranti morti in mare? Li chiamano clandestini ma sono migranti, sono esseri umani con una storia, un’identità, tante speranze. Sentiamo l’esigenza di una seria riflessione sulle politiche migratorie e sulla legislazione sul soccorso in mare. Oggi la via Crucis cammina sul mare, mentre la dignità affonda fra le sue onde. Sì ma perché un gruppo di magistrati interviene su un tema politico? Nella propaganda politica le correnti dei magistrati sono descritte come centri di potere che vogliono condizionare le scelte del CSM. Il tema del governo autonomo della magistratura è importante ma a noi sembra asfittico. Area democratica per la giustizia è un gruppo di magistrati che ragiona in pubblico sui temi dei diritti, delle garanzie, delle libertà. Anzi, speriamo che su questi temi, come su quelli del carcere, del diritto penale minimo, della tutela delle persone fragili, del lavoro sicuro e dignitoso, dei nuovi diritti, ci sia un dibattito insieme all’avvocatura ed all’accademia più attente. Qual è il problema delle attuali politiche migratorie? Le migrazioni di massa sono descritte come problemi da affrontare e risolvere con politiche di respingimento. Ci dobbiamo convincere che sono fenomeni strutturali, dovuti ai cambiamenti climatici, ai conflitti, alla povertà che affliggono grandi territori del mondo. Ci sono essere umani disperati che fuggono dalla fame e dalla povertà. È illusorio pensare di fermarli alzando muri e barriere, serve solo a consegnarli ai trafficanti che trovano sempre il modo di eludere i blocchi. Nella piena separazione dei poteri, posso chiedere a lei magistrato che modifiche bisognerebbe attuare? Non abbiamo risposte pronte. Abbiamo chiesto una riflessione pubblica sui naufragi in mare. Non vorremmo che ci si abituasse a tragedie come queste che in effetti scompaiono dalle prime pagine dei giornali tutti presi da gossip e retroscena politici. Anni fa l’Italia si indignò per la tragedia di Lampedusa e varò “Mare Nostrum” una grande operazione di soccorso in mare che attirò i complimenti di tutto il mondo... Rispondo con i versi di Virgilio: “Ci negano il rifugio della sabbia; dichiarano guerra e ci vietano di fermarci sulla terra più vicina. Se disprezzate il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei, memori del bene e del male”. Non si devono affrontare queste tragedie con le armi della propaganda e del populismo, né da una parte, né dall’altra. Ma insieme dobbiamo ricordarci che siamo tutti figli di una civiltà che fa dell’accoglienza un dovere. Lei teme iniziative come quelle di Casa Pound sulla remigrazione? In tutto il mondo, chi non sa risolvere i tanti problemi della complessità contemporanea, cerca capri espiatori nel diverso e nell’altro. Penso che si debba difendere la libertà di espressione di chiunque ma anche tutelare la matrice democratica delle nostre istituzioni e della nostra Costituzione nate dalla Resistenza. Sono curioso di capire meglio perché sono stati sanzionati i parlamentari che hanno cercato di ricordarlo. Per questa sua intervista teme di essere accusato dal sottosegretario Mantovano &Co di essere invadente e quindi di essere “ricondotto”? Il sottosegretario Mantovano è un uomo delle istituzioni. Conosce bene il diritto di manifestare con continenza il proprio pensiero sui temi generali. Del resto, ha animato per anni un centro culturale impegnato attivamente anche oggi nel dibattito pubblico sui temi del fine vita, delle nuove famiglie, della procreazione, del diritto naturale. Trump sfascia. E chi pulisce? di Beppe Severgnini Corriere della Sera, 5 aprile 2026 Charles Kupchan ha detto: “Il messaggio del presidente Usa è sostanzialmente questo: io sfascio tutto e voi ripulite”. Ma noi forse non vogliamo diventare l’impresa di pulizie di Donald Trump. Tornando sul rifiuto di concedere la base di Sigonella ai bombardieri americani, Giorgia Meloni ha detto: “Siamo alleati degli Usa, ai quali però diciamo quando non siamo d’accordo”. Manca un avverbio: ultimamente. La nostra presidente del Consiglio, a malincuore, ha dovuto ammettere ciò che era sotto gli occhi di tutti: Donald Trump è imprevedibile, inaffidabile, iracondo. Non provocarlo è ragionevole; ma adularlo e blandirlo è inutile. Anzi, controproducente. Adulazione e blandizie sono state invece, per quattordici mesi, gli strumenti italiani per tenere a bada Donald Trump. Il punto di svolta è stato la mattana sulla Groenlandia. Poi è arrivata la guerra in Iran, dalle conseguenze imprevedibili. E gli alleati, uno dopo l’altro, hanno perso la pazienza. Intervistato da Giuseppe Sarcina, Charles Kupchan - ex consigliere di Obama e docente alla Georgetown University - ha centrato il punto: “Il messaggio del presidente Usa è sostanzialmente questo: io sfascio tutto e voi ripulite”. Ecco: forse non vogliamo diventare l’impresa di pulizie di Donald Trump. Questo non significa dimenticare la storia comune o ignorare l’importanza della Nato (dalla quale gli Usa non usciranno, serve anche a loro). Vuol dire, semplicemente, ritrovare dignità. Con le persone aggressive e iraconde occorrono calma e fermezza. Vale per il presidente degli Usa e per i vicini di casa (certe assemblee di condominio sono ben più bellicose di un vertice dell’Alleanza Atlantica). C’è un altro motivo per cui, adesso, Giorgia Meloni sembra prendere le distanze da Trump. L’uomo è diventato plutonio politico: chi lo tocca, muore. In tutta Europa, il Presidente è oggetto di preoccupazione e derisione. Essere associati con le sue idee, i suoi modi e la sua squadra diventa una zavorra nei sondaggi e al voto. Non sappiamo se l’”effetto Trump” abbia pesato sul referendum in Italia, ma non possiamo escluderlo. Per concludere: Giorgia Meloni ha un’ultima possibilità. Cosa vuol essere? L’apologeta dell’attuale Casa Bianca o una leader conservatrice europea? Tertium non datur. Ma questo non lo dica a Donald Trump: penserebbe che Giorgia vuole negargli il terzo mandato, e si metterebbe a urlare. Punti di vista e bugie di guerra. E la verità? Diserta di Paolo Fallai Corriere della Sera, 5 aprile 2026 L’importante non è solo “cosa” viene raccontato, ma “da dove” lo si guarda. E nei conflitti questa differenza diventa enorme, perché l’informazione stessa diventa un campo di battaglia. Il punto di vista è la prospettiva da cui viene raccontata una storia. Ma come facciamo a difenderci dalle falsità in tempo di conflitti? Appena cambia il punto di osservazione vengono stravolti i cardini di quelle che ingenuamente chiamiamo verità. Una ottima giornalista inviata sui fronti di guerra per il Corriere della Sera è Marta Serafini. Ci ha raccontato le risposte dell’assistente virtuale russo “Yandex Alice” ad alcune domande sul conflitto tra Mosca e Kiev. Al quesito “chi ha iniziato la guerra in Ucraina?”, la risposta è immediata: l’Ucraina, con il sostegno dell’Occidente. Il massacro di Bucha? Una messinscena. C’è un governo nazista a Kiev? Confermato. Spostiamoci alla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran il 28 febbraio scorso. “Li abbiamo spazzati via in meno di due giorni” annunciava trionfalmente Trump il 10 marzo, ma dopo un mese si continua a combattere. Susan Glasser, una delle più esperte corrispondenti politiche da Washington, ha scritto di recente sul New Yorker: “La guerra in Iran “è stata vinta”, ha affermato Trump, mentre allo stesso tempo schierava migliaia di soldati americani in Medio Oriente, presumibilmente per essere pronti nel caso in cui fosse necessario vincere di nuovo la guerra”. Voci, punti di vista. “Può accadere che una voce diffusasi nel paese o in un determinato gruppo sociale venga riportata, in perfetta buona fede, da un giornalista; sarebbe molto ingenuo negare ai giornalisti ogni ingenuità. Ma il più delle volte la falsa notizia è semplicemente un oggetto fabbricato, è abilmente forgiata per uno scopo preciso, per agire sull’opinione pubblica, per obbedire a una parola d’ordine”. Lo ha scritto, nel 1921, uno dei più importanti storici del nostro tempo, Marc Bloch, in una riflessione sulle false notizie di guerra nel Primo conflitto mondiale. È passato più di un secolo, sono cambiate solo le dimensioni e la velocità. Le menzogne sono sempre le stesse. Israele. Perché la legge sulla pena di morte calpesta sia il diritto laico che quello ebraico di Domenico Bilotti L’Unità, 5 aprile 2026 Riportare la pena capitale tra quelle principali di una giurisdizione militare è un passo indietro col destino, con la democrazia, con la pace. Negarlo un’illusione, rivendicarlo una sconfitta. I morti son sempre due: un cadavere e la giustizia. Il parlamento monocamerale israeliano si è pronunciato. Dopo tre letture e dodici ore di aula, è legge la misura di comminatoria della pena di morte per i residenti della Cisgiordania condannati a causa di atti terroristici dai tribunali militari. Se già appare preoccupante dare una cornice di legalità piena alla pena capitale, probabilmente nel caso di specie a fare inorridire è anche la giurisdizione che può irrogarla: non il tribunale civile in tempo di pace e non a carico di cittadini o residenti israeliani. La norma evidenzia, almeno indirettamente, l’ulteriore carica afflittiva delle leggi israeliane in materia di residenza e cittadinanza, che rendono a dir poco oneroso e disagevole il conseguimento del relativo status in capo agli stranieri. È stato osservato che simile provvedimento di condanna, previsto da una legge speciale, potrebbe in realtà essere applicato a chiunque causi “intenzionalmente la morte di (almeno, n.d.r.) una persona con l’obiettivo di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Per quanto sia fondato richiamarsi alla lettera della disposizione, è altrettanto lampante che essa miri essenzialmente a rivolgersi ai militanti recentemente condannati per il loro sostegno alla causa palestinese, accusati di omicidio o strage - la normativa israeliana riconosce una qualche differenziazione tra l’uccisione omicidiaria e la, più grave, ipotesi dell’aver voluto cagionare la morte di molti, indeterminati, con un solo atto criminoso. Nonostante sia possibile, perciò, tentare di ricondurre una legge speciale del genere al complesso tenore dell’ordinamento israeliano e persino a una contorta legittimazione religiosa avverso i soggetti infedeli, pare che la sostanza non cambi. Riportare la pena di morte tra le pene principali di una giurisdizione militare è un passo indietro col destino, con la democrazia, con la pace. Negarlo un’illusione, rivendicarlo una sconfitta. La Knesset è giunta a tale poco invidiabile risultato sotto la attiva spinta del ministro per la sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, leader carismatico di “Potere Ebraico”. Questo partito brutalizza l’ideologia kahanista, in base alla quale la sola ricetta per combattere il pregiudizio antisemita nel mondo arabo-islamico sia quella di muovere guerra. I fieri festeggiamenti di Ben-Gvir tuttavia vanno contro una lunga tradizione di giuristi israeliani che avevano combattuto in termini generali per i diritti umani, a favore di una politica del diritto israeliana sulle libertà civili e addirittura esplicitamente contro la pena di morte, la carcerazione a vita e i trattamenti penitenziari inumani avverso la detenzione politica. Haim Cohn fu, ad esempio, ministro di giustizia con poteri speciali nel 1952 e di certo, anche per esperienza di vita, fu ostile a ogni revisionismo, fosse pure storico-ideologico, sull’Olocausto. Non perorò mai la pena di morte né nella giustizia ordinaria né nell’apparato sanzionatorio della legge militare. Contro il diritto laico, perciò, e una tradizione dottrinale che univa riformisti e conservatori, pare che la Knesset sia andata addirittura contro il diritto ebraico, sotto le cui nobili spoglie ha per di più cercato di nascondersi. La pena di morte, benché occasionalmente ammessa in varie forme dalla lapidazione allo strangolamento, passando per la decapitazione e il rogo, è secondo consolidata dottrina rabbinica ormai desueta. Gli abolizionisti più intransigenti fanno risalire la sopravvenuta desuetudine alla distruzione del Tempio nel primo secolo dopo Cristo, nel quadro di una generale svalutazione di ogni punizione corporale. Il giurista Maimonide coniò in proposito la nota massima per cui è meglio l’assoluzione di mille colpevoli che la condanna a morte di un innocente. Per il Nostro, in sostanza, la teoria dell’errore fisiologico era poco soddisfacente, ed è noto quanto le scuole rabbiniche definissero sanguinari quei tribunali che applicavano la pena capitale, fosse anche solo occasionalmente (“una volta ogni settant’anni”). La presa di distanza dal boia accomuna da decenni conservatori, riformisti e ortodossi (tra i classici: Bokser, Holdheim, Wise, Edelstein). La decisione così assunta, più che aprire un brutto precedente di politica giudiziaria locale, conferma semmai una valutazione sempre più generale. Stati e corone non disprezzano di impugnare reliquie, rosari e scritture per somministrare la morte, soprattutto quando loro conviene in violazione delle stesse scritture che invocano. La ghigliottina scende più rapida della forza di gravità e tradire Dio diventa quasi secondario rispetto a tradire violentemente, e con compiacimento, ogni speranza di perdono, compassione e cooperazione. I morti in battaglia son sempre due: un cadavere e la giustizia. “La pena di morte è l’oltraggio di Israele alla sua democrazia” di Nadia Boffa huffingtonpost.it, 5 aprile 2026 Intervista a Sergio D’Elia. “Israele sta tradendo la sua natura. Con l’attuale governo rischia di passare dallo Stato di diritto, che punisce i reati, a uno Stato etnico che usa la morte come vendetta contro il nemico giurato, i palestinesi. È il diritto penale del nemico, un salto all’indietro verso una giustizia arcaica”. Sergio D’Elia è il segretario di Nessuno Tocchi Caino. In questa intervista con Huffington post analizza la legge sulla pena di morte approvata sdalla Knesset e spiega perché l’illusione della sicurezza nazionale sta spingendo il Paese verso un modello autoritario. Dalla crisi del sistema israeliano, lo sguardo di D’Elia si allarga allo scenario globale. Ha parlato del ritorno della pena di morte federale negli Stati Uniti di Donald Trump, il raddoppio delle esecuzioni in Iran e Arabia Saudita e il silenzio dei dati in Cina. Domanda: Sergio D’Elia, avete scritto che “l’unico parlamento pluralista e democratico in una terra senza parlamenti degni di questo nome ha votato la reintroduzione della pena capitale”... Risposta: Israele ha applicato la pena di morte una sola volta nella sua storia, nel 1962, con il gerarca nazista Adolf Eichmann. Già allora Hannah Arendt scrisse che quel castigo era anacronistico, perché era passato troppo tempo dal delitto. Dopodiché finì la storia dello “Stato Caino” nella terra di Gesù, l’uomo delle buone novelle. Oggi, dopo sessant’anni, Israele ritorna al suo passato errore. È un oltraggio alla democrazia israeliana, l’unico parlamento pluralista in una terra senza parlamenti degni di questo nome. In Israele l’idea della Nemesi, della vendetta, ha preso il sopravvento sulle idee di giustizia e di libertà. Israele potrebbe diventare uno “Stato Caino”, non lo è ancora diventato perché essendo una democrazia c’è ancora una Corte Suprema che potrebbe intervenire e bloccare la legge. Confido nella Corte Suprema, che possa riportare il Paese nel solco dello Stato di diritto. Domanda: È una legge che, per come è stata strutturata, finirà per colpire quasi esclusivamente i terroristi palestinesi. Si distingue la pena in base all’etnia? Risposta: Siamo al superamento dello Stato etico, verso lo Stato etnico-religioso. Lo Stato etico è quello che stabilisce ciò che è bene e ciò che è male rispetto al comportamento dei propri cittadini. Lo Stato etnico-religioso va oltre, stabilisce che il bene è il cittadino ebreo e il male è il palestinese musulmano. Caino non è più il fratello ebreo di Abele, è il fratello musulmano che ha ucciso l’ebreo. È un passo all’indietro che oltrepassa la dimensione già arcaica dello Stato etico. Domanda: Elie Wiesel sosteneva che la missione del popolo ebraico dopo la Shoah fosse quella di “santificare la vita”, mentre ora si è passati a una sorta di “sacralizzazione della vendetta”... Risposta: Sono d’accordo con questa analisi. Le vittime del terrorismo anti-israeliano e antisemita vanno onorate della verità di ciò che è accaduto, non della vendetta. Credo che l’uso di una violenza uguale a quella subita sia un oltraggio alle vittime stesse. È una scelta forse ancora più grave se a compierla è uno Stato. La differenza profonda sta proprio qui. Uno Stato di diritto è tale solo se ha la forza di essere, di fronte al male assoluto, uno stato di vita e non uno stato di morte. Le vittime del 7 ottobre meritano la giustizia della verità, non il rito del cappio, che è un potere autodistruttivo per Israele. Domanda: L’estrema destra israeliana presenta la pena di morte come uno strumento di sicurezza necessaria. Lei invece la definisce una scelta “autodistruttiva”. Perché? Risposta: Il potere dell’occhio per occhio che si affida al cappio è un potere alla fine autodistruttivo, illusorio e impotente. È autodistruttivo perché lo Stato, adottando i metodi del suo nemico, finisce per delegittimare se stesso e la propria superiorità morale. Lo ha ammesso la stessa intelligenza israeliana. Diversi ex capi dello Shin Bet e del Mossad hanno avvertito che questa legge non fermerà il terrorismo, anzi, lo alimenterà. Creerà nuovi martiri, diventerà un formidabile strumento di propaganda per chi vuole distruggere Israele. La democrazia si misura nelle situazioni al limite, si misura di fronte all’intollerabile. Il terrorismo supera il limite dell’umana tolleranza, ma è proprio questo il momento di essere umani. Poi c’è un peccato originale, devo dire. Domanda: Ci spieghi meglio... Risposta: È l’illusione di poter garantire la sicurezza chiudendosi nei limiti angusti dei confini nazionali. Il mito della sovranità assoluta si infrange contro una realtà che nega i valori della convivenza civile. Marco Pannella sosteneva che, proprio per la sua sicurezza, Israele dovesse superare l’isolamento ed entrare nell’Unione Europea. Solo in una dimensione così ampia la difesa diventa duratura, perché fondata su mezzi che non tradiscono i fini. La sicurezza e l’ordine non possono essere assicurati da strumenti che ne negano i presupposti morali. Quando si è accerchiati, la soluzione è aprire, non arroccarsi. Domanda: Negli Stati Uniti, Donald Trump ha ufficialmente ripristinato la pena di morte federale. Il presidente Usa si muove lungo lo stesso solco del governo israeliano... Risposta: Negli Stati Uniti è aumentato il numero di esecuzioni. Il paradigma è esattamente lo stesso, l’illusione che la sicurezza di un Paese si regga sulla forza del cappio e sulla capacità dello Stato di eliminare fisicamente il male. Trump è ritornato all’arcaico modello “Bibbia e Fucile”, amministrando la giustizia secondo la logica elementare dell’occhio per occhio. Non si è limitato a ripristinare le esecuzioni federali, che erano state sospese da Joe Biden. Ha cercato una vera e propria ritorsione politica contro i graziati di Biden, chiedendo che chi aveva ottenuto la commutazione della pena torni nel braccio della morte o venga confinato in isolamento totale in Colorado. Domanda: I dati del 2025 mostrano un aumento delle esecuzioni in Arabia Saudita. Qual è la reale situazione nel Paese? Risposta: È veramente inspiegabile, perché la visione “rinascimentale” del principe Mohammed Bin Salman, per certi aspetti, ha portato aperture reali. Le donne ora possono guidare la macchina, hanno accesso agli stadi. Lui ha rotto rispetto a una clausura monacale e aveva persino promesso una riduzione della pena di morte per i reati non strettamente connessi alla Sharia. C’è stata una piccola moratoria sui reati di droga, che costituivano il 60-70% delle decapitazioni in Arabia Saudita. Ma ultimamente le esecuzioni sono riprese massicce, soprattutto per droga e per terrorismo, non solo per omicidio. Bin Salman sta facendo molto, ha persino tolto dalle strade la polizia religiosa, ma lì ci sono secoli di un retaggio che è diventato non solo religioso, ma culturale. Non è che un illuminato rinascimentale possa cambiare le cose dall’oggi al domani. È un processo molto lento. Domanda: L’Iran è il Paese che, in rapporto alla popolazione, esegue il maggior numero di condanne a morte al mondo... Risposta: Quest’anno, oltre alla repressione delle proteste nate dopo il caso di Mahsa Amini, stanno andando a prelevare dal braccio della morte i membri dei Mujahidin del Popolo Iraniano (Pmoi), la resistenza che dura da quarant’anni contro il regime. Ogni volta che Maryam Rajavi, dal suo governo provvisorio in esilio, annuncia la possibilità di un cambio di regime, il regime si vendica sui prigionieri politici, che sono in carcere magari da dieci o vent’anni. È una vendetta di Stato che non accenna a fermarsi. Domanda: In ultimo la Cina. Sappiamo che i dati sulle esecuzioni sono protetti dal segreto di Stato, ma quali sono le vostre stime attuali? Risposta: In Cina stimiamo circa 2mila esecuzioni all’anno. Se guardiamo indietro di 10 o 15 anni, eravamo nell’ordine delle 20mila, quindi nel tempo sono diminuite, ma resta una cifra enorme. Se rapportata al numero degli abitanti, la Cina non è il primo Paese, ma in termini assoluti la Cina rimane il campione mondiale del cappio, o meglio del plotone d’esecuzione e delle iniezioni letali. È un sistema dove tutto è ammantato dal segreto più assoluto.