Il report di Antigone: “Celle senza respiro e dignità calpestata” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 4 aprile 2026 In un anno, i tribunali italiani hanno dato ragione a 5.837 persone detenute che sostenevano di subire trattamenti inumani o degradanti in carcere. Sono numeri che superano quelli che nel 2013 portarono l’Italia alla condanna davanti alla Corte di Strasburgo con la sentenza Torreggiani, che all’epoca sembrò l’inizio di una stagione di riforme. Quella stagione si è chiusa molto prima del previsto. È da qui che bisogna partire per capire il senso del report annuale di Antigone, intitolato “In difesa dello Stato di diritto”. Non è un bilancio contabile e non è da confondersi con il consueto rapporto che l’associazione presente a metà e a fine anno. È il racconto di un anno di lavoro dentro le carceri italiane, accanto alle persone che ci vivono, a partire dalla consapevolezza che il sistema è di nuovo senza respiro. I volontari dell’Osservatorio di Antigone nel 2025 hanno visitato 118 istituti penitenziari per adulti su 190 esistenti, e tutti e 19 gli istituti penali per minorenni in Italia. Ogni visita produce una scheda pubblica, accessibile a chiunque sul sito dell’associazione. Ma non è solo una questione di documentazione: è la presenza fisica in luoghi altrimenti inaccessibili, lo sguardo che registra ciò che spesso non fa notizia. A fine agosto, le persone detenute in Italia hanno superato quota 63mila, riportando il sistema penitenziario a livelli che non si vedevano da anni. Susanna Marietti, responsabile dell’Osservatorio minori, ha descritto nel report cosa ha trovato durante una visita al carcere minorile di Bologna: refettori impraticabili e ragazzi ammassati tra i rifiuti, in celle prive di arredi. In un buco isolato, un diciassettenne psichiatrico vegetava tra vetri rotti e pavimento allagato. Chiedeva solo una doccia, immobile nell’acqua, mentre i compagni ne ascoltavano i lamenti notturni. La denuncia pubblica di Antigone ha avuto effetti immediati. L’istituto è stato sottoposto a una pulizia straordinaria e la Regione Emilia-Romagna ha richiesto un’ispezione urgente dell’Ausl, che ha confermato gravi criticità legate a igiene, manutenzione, sicurezza e sovraffollamento. E per quel ragazzo fragile, almeno, si è finalmente aperta la possibilità di un’alternativa al carcere. I tragici casi di ordinaria amministrazione - Storie come questa sono al cuore del lavoro quotidiano di Antigone. Il Difensore civico dell’associazione, attivo dal 2008, ha preso in carico 338 nuovi casi nel 2025, più 184 aggiornamenti di situazioni già aperte. Le problematiche più frequenti riguardano la salute, i trasferimenti tra istituti e le condizioni di detenzione. Tra i casi raccontati nel report c’è quello di Paolo, un uomo di 54 anni che da tempo chiedeva una visita specialistica per un sospetto tumore senza ottenere risposta. Sara, una giovane avvocata volontaria del Difensore civico, ha ottenuto il suo diario clinico, lo ha fatto leggere da un medico volontario e ha sollecitato la richiesta. La diagnosi ha confermato il tumore, ma era ancora in una fase curabile. Senza quell’intervento, quella storia avrebbe potuto finire diversamente. Gli sportelli nelle carceri, attivi in 12 istituti tra Roma, Marche, Puglia, Campania e Sicilia, più uno in un istituto per minorenni, funzionano come presidio quotidiano. Nel report c’è anche il caso di un uomo detenuto a Rebibbia che aveva bisogno dell’attestazione delle attività lavorative svolte tra il 2020 e il 2025, necessaria per richiedere l’indennità NASpI prima della fine pena. Da mesi nessuno riusciva a ottenerla, nonostante le richieste del legale. Lo Sportello ha ricostruito il percorso detentivo dell’uomo, individuato l’educatrice che lo aveva seguito, inviato una comunicazione urgente via Pec alla Direzione segnalando che il termine per presentare la domanda stava per scadere. Nel giro di due ore, il documento è arrivato. Quel foglio di carta ha permesso a quel uomo di affrontare il ritorno in libertà con uno strumento in più. Sul fronte delle campagne, il decreto sicurezza è stato al centro dell’attenzione di Antigone per tutto il 2025. Il 17 maggio, il presidente Patrizio Gonnella ha testimoniato davanti alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera dei Deputati, illustrando i rischi del provvedimento: l’espansione dell’area penale, la criminalizzazione della disobbedienza civile, l’impatto prevedibile sul sovraffollamento carcerario. Poi, il 23 giugno 2025, è arrivato qualcosa di inaspettato. Nella Relazione n. 33/2025, la Corte Suprema di Cassazione ha espresso una valutazione fortemente critica del decreto, citando esplicitamente i contributi analitici di Antigone e dell’Asgi elaborati durante l’iter parlamentare. Parliamo di un riconoscimento preciso e pubblico del peso che il lavoro dell’associazione ha nel dibattito giuridico del Paese. Parallelamente, Antigone ha portato avanti la campagna contro l’isolamento penitenziario, in collaborazione con Physicians for Human Rights Israel. L’11 dicembre 2025 ha organizzato un convegno internazionale online che ha riunito relatori e partecipanti da oltre 40 paesi, tra cui il presidente del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura Claude Heller, l’ex relatore speciale Onu sulla tortura Juan Méndez e il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura Alan Mitchell. Quest’ultimo ha dichiarato che il Cpt prenderà attentamente in considerazione le linee guida internazionali sulle alternative all’isolamento elaborate nell’ambito di questa campagna. È un segnale concreto di come la ricerca di un’associazione con sede a Roma riesca ad arrivare nei luoghi dove si prendono le decisioni europee e internazionali. Il 2025 ha portato anche una buona notizia, una di quelle su cui Antigone lavora da anni. Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha emanato una circolare che traduce finalmente in indirizzi operativi il diritto alla sessualità e all’affettività delle persone detenute, sancito dalla Corte costituzionale. Un diritto rimasto troppo a lungo sulla carta, che adesso inizia a diventare prassi concreta negli istituti. Antigone ha seguito questo percorso fin dalle prime fasi del procedimento davanti alla Consulta, mantenendo alta l’attenzione istituzionale e pubblica sul tema. I procedimenti penali - Il report dedica spazio anche al caso Beccaria, il procedimento penale per le presunte torture e i maltrattamenti avvenuti presso l’istituto penale per minorenni di Milano. Antigone è presente come parte offesa, con il compito di garantire che le voci delle presunte vittime non restino isolate. Le contestazioni riguarderebbero decine di episodi di violenza, molti ai danni di ragazzi minorenni all’epoca dei fatti. Dalle udienze emergono modalità ricorrenti: interventi di gruppo degli agenti, episodi lontani dalle telecamere, partiti da pretesti minimi e seguiti da isolamento o trasferimenti. Nel quadro europeo, a ottobre 2025 è partito il progetto Epo4Youth, coordinato da Antigone insieme a nove partner dell’European Prison Observatory, con l’obiettivo di monitorare le condizioni di detenzione dei sistemi minorili in tredici Paesi. A fine anno è stato avviato anche il progetto Frame, focalizzato sui modelli di detenzione su piccola scala e sulla loro integrazione con le comunità locali. Tutto questo lavoro viene retto da una struttura fatta di oltre 200 volontari in 16 regioni italiane, 74 giuristi e 11 medici nel Difensore civico, 102 osservatori nel network sulle carceri. L’associazione ha anche continuato a mandare in onda Jailhouse Rock, il programma radiofonico su Radio Popolare condotto da Gonnella e Marietti, giunto alla sedicesima stagione, con la partecipazione di persone detenute a Rebibbia, Bollate e nel polo universitario del carcere di Torino. Il carcere che prova a raccontarsi da solo. Il report non dice che le cose stanno andando meglio. Dice che oltre la metà degli istituti visitati presenta gravi carenze strutturali. Che la privazione della libertà continua a trasformarsi, troppo spesso, in privazione della dignità. E che c’è ancora qualcuno che non smette di guardare. Agenti sotto copertura nelle carceri: il Decreto Sicurezza legittima l’arbitrio osservatoriorepressione.info, 4 aprile 2026 C’è un passaggio nel nuovo decreto sicurezza che segna un salto di qualità inquietante nella trasformazione dello Stato penale: l’ingresso ufficiale delle operazioni sotto copertura dentro le carceri. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una scelta politica precisa. Dopo aver già ampliato i poteri dei servizi segreti fino a consentire infiltrazioni - e persino direzioni - di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni estende ora la stessa logica all’universo penitenziario. Il carcere non è più pensato come luogo di esecuzione della pena, né tantomeno come spazio - almeno formalmente - orientato alla rieducazione. Diventa un territorio operativo, un campo di intervento delle forze di polizia, un ambiente da penetrare, controllare, manipolare. La modifica normativa è chiara. Intervenendo sulla disciplina delle operazioni sotto copertura (legge 146/2006), il decreto consente agli ufficiali di polizia giudiziaria - in particolare appartenenti alla polizia penitenziaria - di compiere una serie di condotte che, in condizioni ordinarie, costituirebbero reato. Possono acquistare droga, ricevere denaro illecito, occultare prove, facilitare transazioni, ostacolare l’individuazione di beni. Tutto questo, formalmente, per finalità investigative. Ma il punto politico è un altro: queste pratiche vengono ora legittimate all’interno degli istituti di pena. Il carcere diventa così uno spazio di infiltrazione permanente, dove la distinzione tra legalità e illegalità viene sospesa in nome dell’efficacia operativa. È un rovesciamento radicale. In un contesto già segnato da sovraffollamento cronico, carenza di personale, tensioni strutturali e condizioni materiali spesso degradanti, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di produrre un effetto sistemico devastante. Non solo perché aumenta il livello di conflittualità, ma perché distrugge ulteriormente la fiducia minima necessaria alla convivenza interna. Se ogni detenuto può essere una fonte, se ogni relazione può essere strumentalizzata, se ogni scambio può essere parte di un’operazione, il carcere smette di essere anche solo formalmente uno spazio regolato. Diventa un ambiente dominato dal sospetto generalizzato, dove la logica del controllo prevale su ogni altra funzione. Non è un caso che realtà come Associazione Antigone abbiano denunciato apertamente questo passaggio. Il rischio, evidente, è quello di trasformare l’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione quotidiana non è più affidata a criteri trattamentali ma a logiche di ordine pubblico. Questo intervento non è isolato. Si inserisce dentro una traiettoria coerente che caratterizza l’azione del governo negli ultimi anni. Dalla criminalizzazione del dissenso all’estensione dei poteri di polizia, dall’introduzione dello “scudo penale” per gli agenti alla moltiplicazione dei reati e delle aggravanti, fino alla progressiva normalizzazione dello stato di eccezione. Dentro questa logica, l’ampliamento delle operazioni sotto copertura non è un’eccezione, ma una conseguenza. Se il problema non è più la giustizia sociale ma il controllo dei corpi, allora ogni spazio - dalle strade alle scuole, dai CPR alle carceri - può essere trasformato in dispositivo di sorveglianza e intervento. La questione, allora, non è solo giuridica. È profondamente politica. Questa norma non apre semplicemente alla possibilità di indagini più efficaci. Legittima un salto qualitativo: autorizza di fatto agenti dello Stato a compiere reati all’interno delle carceri, in un contesto già segnato da fortissime asimmetrie di potere e da una sistematica opacità. In un sistema dove mancano controlli indipendenti, trasparenza, codici identificativi e strumenti di tutela effettiva per i detenuti, estendere le operazioni sotto copertura significa creare uno spazio in cui abuso e violenza diventano difficilmente distinguibili dall’attività investigativa. Il confine tra prova e provocazione, tra indagine e costruzione del reato, si assottiglia fino a scomparire. Il risultato concreto è che pratiche già emerse in numerosi procedimenti - pestaggi, minacce, estorsioni, violenze - rischiano di trovare una copertura normativa indiretta. Se un agente può infiltrarsi, acquistare droga, occultare prove e interagire illegalmente con detenuti senza essere punibile, allora può anche spingersi oltre, dentro una zona grigia in cui la responsabilità diventa quasi impraticabile. Non si tratta più solo di repressione, ma di istituzionalizzazione dell’arbitrio. Il carcere viene così definitivamente ridefinito: non come luogo di esecuzione della pena secondo principi costituzionali, ma come spazio operativo dove la sospensione delle garanzie è ammessa e regolata. Un ambiente in cui la violenza può essere esercitata e giustificata in nome dell’indagine. Il carcere si configura sempre più come un dispositivo di controllo e coercizione, dove il potere si esercita senza trasparenza e con margini crescenti di impunità. Sos dagli Istituti penali minorili, agitazione sindacale di Eleonora Martini Il Manifesto, 4 aprile 2026 Il Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, ha incontrato ieri presso l’Ipm di Palermo i rappresentanti sindacali di quasi tutte le sigle della polizia penitenziaria. Il Capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano, ha incontrato ieri presso l’Ipm di Palermo i rappresentanti sindacali di quasi tutte le sigle della polizia penitenziaria - Sappe, UilPa, PolPen, Con.Si.Pe., Uspp, Fns Cisl - in agitazione da giorni per le “pesanti criticità che gravano sugli istituti minorili siciliani e sui Nuclei di Polizia Penitenziaria dell’esecuzione penale esterna”. La mobilitazione è stata sospesa in attesa del confronto durante il quale, riferiscono i sindacati, “è emersa con forza la necessità di una nuova programmazione strutturale, accompagnata dallo stanziamento di fondi straordinari per la messa in sicurezza degli Ipm di Palermo, Catania, Acireale e Caltanissetta. Per fronteggiare un sovrappopolamento che ha ormai raggiunto la soglia critica del 135% e turni di servizio estenuanti per il personale, il sindacato ha proposto un potenziamento delle aree trattamentali, con la presenza di educatori fino alle 20:30, l’attivazione di presidi neuropsichiatrici e il rinnovo tecnologico dei sistemi di difesa perimetrale e delle sale regia”. Problematiche simili sono all’origine anche dello stato di agitazione degli agenti penitenziari di stanza all’Ipm di Bologna, dove si attende un analogo incontro con Sangermano previsto per il 7 aprile. Ma in generale tutti gli Ipm italiani - dove sembra ormai perso ogni obiettivo costituzionale della pena - versano in condizioni critiche. Le riforme della giustizia necessarie e possibili dopo il referendum di Roberto Oliveri del Castillo* Il Foglio, 4 aprile 2026 Dagli organici alla revisione della geografia giudiziaria, fino alle carceri. Serve un confronto tra governo, magistratura e avvocatura sui necessari aggiustamenti per rimettere al centro la funzionalità del processo, penale e civile: aspetti trascurati nei lunghi mesi della campagna referendaria. Lo tsunami del referendum è passato, ma resta qualche interrogativo in più sulle tante criticità del servizio-giustizia, variamente emerse in questi mesi di dibattito referendario. Serve un confronto tra governo, magistratura e avvocatura sui necessari aggiustamenti per rimettere al centro la funzionalità del processo, penale e civile, aspetti negletti e trascurati nei lunghi mesi della campagna referendaria. Si può ripartire dai punti presentati dall’Anm nell’incontro col governo il 5 marzo 2025: questione organici, revisione della geografia giudiziaria, emergenza carceri e altro. La necessità di voltare pagina e tornare ad occuparsi dei problemi reali della giustizia sono state espresse dal neopresidente dell’Anm, Giuseppe Tango, a riprova di una idea diffusa tra i magistrati, a prescindere dalle appartenenze culturali, di abbandonare il clima di contrapposizione per tornare al dialogo istituzionale. Un magistrato di grande esperienza come Giuseppe Santalucia ha ribadito che la magistratura dovrà pensare non solo ai 15 milioni di No, ma e soprattutto ai 12 milioni di Sì, ovvero a chi ha espresso col voto un estremo disagio per la qualità del servizio-giustizia e per far risaltare le sue gravi criticità anche di tipo professionale e culturale, come ad esempio un non sempre adeguato distacco del giudicante nelle indagini preliminari tale da consentire una più equa ed equilibrata funzione di filtro. Tuttavia, il prossimo avvio del giudice cautelare collegiale, con evidenti rischi di paralisi, rischia di far ripartire in salita il tema dell’efficienza degli uffici giudiziari penali, laddove un monitoraggio preliminare dell’impatto avrebbe suggerito maggiore cautela, magari provvedendo prima all’adeguamento degli organici nei tribunali più piccoli, o almeno a un loro accorpamento. Altrettanto grave è la situazione dei funzionari Upp (Ufficio per il processo), la cui implementazione prevista dal Pnrr ha consentito di abbattere gli arretrati. Ora la prevista assunzione a tempo indeterminato prevede che i funzionari transitino nei ruoli amministrativi tout court, con ciò decretando di fatto la fine dell’Upp e degli ottimi risultati ottenuti, e quindi nuovi rischi di incrementare gli arretrati e allungare i tempi. Altri problemi sono connessi alla mai veramente risolta condizione lavorativa della magistratura onoraria, bistrattata e negletta sin dai tempi dei ministeri Orlando/Bonafede, nonostante la quasi integralità della giurisdizione monocratica penale si regga, soprattutto dal versante delle procure, sulle loro spalle. La stabilizzazione monca dei ministeri Cartabia e Nordio non ha risolto molti problemi legati al loro utilizzo, tanto che sono tutt’ora in piedi numerosi contenziosi in sede nazionale ed europea (ferie, malattia, legge 104, etc.). Soprattutto non vengono stabilite “norme di ingaggio” chiare e limiti certi ai capi di ufficio, tanto che in alcuni uffici di procura si prevedono per i Vpo compiti e mansioni amministrativi in chiaro (e al contempo occulto), demansionamento delle loro prerogative e professionalità. Vedremo quanto l’attuale ministero Nordio/Sisto, e per sua competenza il Csm, vorranno impegnarsi sul tema per evitare ulteriori contenziosi. E poi ci sono le criticità culturali, evocate spesso dal fronte del Sì: le perplessità sulla professionalità del pm, in alcuni casi poco garantista e troppo incline e prossimo agli input della polizia giudiziaria; analoghe censure hanno riguardato il gip, asseritamente troppo sbilanciato sul pm e sulle sue istanze più invasive (intercettazioni, richieste cautelari, etc.). Temi che potrebbero essere affrontati non ipotizzando separazioni di carriere, ma prevedendo un rafforzamento della cultura giurisdizionale del pm, ad esempio prevedendo che si possano svolgere le funzioni di pm. solo dopo aver svolto funzioni giudicanti per un quadriennio, come previsto in passato. Sono riforme delle funzioni che meriterebbero forse maggiore attenzione dalla politica, con investimenti mirati, ma che garantirebbero certo risultati maggiori e più in linea con i principi costituzionali in materia. È auspicabile che senza l’ideologia che spesso danneggia il dialogo istituzionale, governo, magistratura e avvocatura si possano finalmente confrontare sui problemi reali e avviare una positiva interlocuzione sui punti più critici, come auspicato dall’Anm e dai suoi più autorevoli rappresentanti. Sarebbe un errore imperdonabile pensare che il No abbia voluto dire che il sistema-giustizia va bene così com’è: non lo meriterebbero né i 15 milioni di No, né i 12 milioni di Sì. *Consigliere della Corte di Appello di Bari Giudici di pace come i “togati”, via libera dal Consiglio di Stato di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 4 aprile 2026 Sconfessata la linea della difesa governativa nella procedura d’infrazione: Palazzo Spada riconosce il ruolo dei magistrati onorari come lavoratori subordinati. Una sentenza rivoluzionaria? Se non lo è, poco ci manca. Il Consiglio di Stato con la pronuncia n. 2716/2026 del 2 aprile, accogliendo l’appello di una ex Giudice di Pace a riposo dal 2019, ha riformato una precedente decisione del Tar per il Lazio e si è conformato pienamente al diritto dell’Unione europea. È stata così riconosciuta la primazia e la vincolatività delle sentenze della Corte di Giustizia. I giudici di Palazzo Spada hanno dato ragione all’appellante che ha svolto ininterrottamente le funzioni giurisdizionali, ricoprendo la carica di Giudice di Pace dal 2002 al 2019 in Veneto ed Emilia-Romagna, e che ha agito, tra le varie cose, per l’accertamento del diritto al riconoscimento di un rapporto di pubblico impiego a tempo pieno o part-time con il ministero della Giustizia, con la conseguente condanna del ministero stesso al pagamento delle differenze retributive medio tempore maturate, oltre oneri previdenziali e assistenziali. Bruno Nascimbene, professore emerito di Diritto dell’Unione europea nell’Università degli Studi di Milano, già ordinario di Diritto internazionale nell’Università degli Studi di Genova (autore del libro “Corti europee e regole del processo”, Pacini giuridica) evidenzia il grande valore della sentenza di Palazzo Spada. “Il Consiglio di Stato - dice Nascimbene al Dubbio -, pur ribadendo che non vi può essere una “totale assimilazione” tra le figure e le carriere dei giudici ordinari e dei giudici onorari, applicando i principi dettati dalla sentenza della Corte di giustizia del 7 aprile 2022, causa C-236/20, che il Tar Lazio ha ignorato, ha sancito il diritto dell’ex magistrato onorario alle ferie retribuite “per ogni singolo anno in cui ha prestato le mansioni di Giudice di pace”, quindi, nella fattispecie, dal 2002 al 2019, al trattamento di fine rapporto e alla regolarizzazione della posizione previdenziale. Il parametro economico di riferimento è stato stabilito dal Consiglio di Stato nella classe stipendiale HH03 propria del magistrato ordinario che corrisponde a quella dei magistrati di prima nomina”. Un altro aspetto rilevante della sentenza riguarda il riconoscimento ad un risarcimento del danno in favore dell’ex Giudice di Pace. “In particolare - osserva il professor Nascimbene -, il Consiglio di Stato ha chiaramente affermato che, trattandosi di un magistrato onorario non più in servizio che, come tale, non può essere stabilizzato, “l’unico rimedio per sanare l’abuso dei rapporti a termine non può che essere quello del risarcimento del danno ai sensi della clausola 5 di cui all’accordo quadro allegato alla direttiva 1999/70/CE e dell’art. 36 del d. lgs. n. 165 del 2001”“. All’ex Giudice di Pace sono state riconosciute 14 mensilità a titolo di risarcimento del danno. Inoltre, la pronuncia del Consiglio di Stato segna una svolta per quanto riguarda i rapporti fra il diritto dell’Ue con la giurisprudenza della Corte di Giustizia e il diritto italiano con la giurisprudenza nazionale. “Il Consiglio di Stato - commenta Bruno Nascimbene - si conforma pienamente al diritto Ue. Gli elementi europei erano stati messi in discussione fra i giudici nazionali, ma anche dal Csm che ha rivendicato una sua autonomia di giudizio fornendo al Governo elementi di difesa nella causa di infrazione C-863/25. Difesa, peraltro, che era stata svolta anche dall’Avvocatura dello Stato nella causa decisa proprio dal Consiglio di Stato”. Infine, il professor Nascimbene riflette sullo status dei Giudici di Pace. “La sentenza del CdS - conclude - riguarda i magistrati collocati a riposo. Tuttavia, le affermazioni di principio sulla figura e ruolo degli stessi si applicano dunque a tutti, indistintamente. Si tratta di un riconoscimento formale di status atteso da molti anni. In un passaggio della sentenza si legge, infatti, che “occorre accertare e dichiarare, ai sensi della giurisprudenza della Corte di Giustizia, il diritto dell’appellante ad ottenere lo status di pubblico dipendente a tempo pieno o part-time e determinato in ragione della tendenziale, per quanto non totale, assimilabilità di funzioni ai magistrati togati”. I precedenti penali non bloccano l’assunzione prevista dalla clausola sociale di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2026 La Cassazione, sentenza n. 8214 depositata ieri, afferma che il codice antimafia non prevede alcun automatismo; va fatta una valutazione concreta di incompatibilità tra mansioni e profilo del lavoratore. I precedenti penali non autorizzano l’impresa a derogare all’obbligo di assunzione previsto da una clausola sociale del Contratto collettivo, chiamando in causa i vincoli posti dal Codice antimafia. La Corte di cassazione, sentenza n. 8214 depositata oggi, ha così bocciato il ricorso di una Srl contro la conferma da parte della Corte di appello di Napoli della costituzione del rapporto di lavoro (ex art. 2932 c.c.) presso la società subentrata in un appalto di pulizie presso un ospedale, con attribuzione del IV livello del CCNL Pulizie Multiservizi e condanna al pagamento delle retribuzioni maturate. Secondo il giudice di secondo grado, la società, subentrata nell’appalto, era tenuta ad assumere il lavoratore in base alla clausola sociale: i precedenti penali e l’interdizione dai pubblici uffici non ostavano all’assunzione, perché la mansione (addetto alle pulizie) non comportava funzioni pubbliche né responsabilità sensibili. Inoltre, i reati erano risalenti nel tempo e il certificato del casellario serve solo a valutare la compatibilità con le mansioni; infine, il codice antimafia non prevede esclusioni automatiche per chi ha precedenti penali. Nel ricorso, la società ha insistito nell’affermare che i precedenti penali ne impedivano l’assunzione e che anche dipendenti non apicali possono favorire infiltrazioni mafiose; ragion per cui per evitare il rischio di interdittiva antimafia (e perdita dell’appalto), la società non poteva far altro che negare la costituzione del rapporto. La Sezione lavoro ricorda che la documentazione antimafia può rappresentare “valido strumento, per l’imprenditore, al fine di selezionare il personale rispetto alle mansioni da assegnare”, consentendo in taluni casi “l’esonero dall’obbligo di facere a carico del datore di lavoro scaturente dalla previsione di un contratto collettivo” (Cass. n. 22212/2022). “E’ indubbio, infatti - si legge nella decisione -, che l’attitudine professionale del dipendente può essere esclusa dalla commissione di un grave reato ove la posizione da attribuire all’interno dell’impresa (e il settore di attività) possa rappresentare un veicolo, per la mafia, per controllare o guidare dall’esterno l’impresa” (Cons. Stato n. 5410/2018). Nel caso di specie, tuttavia, prosegue la decisione, la Corte territoriale ha valutato comparativamente il profilo penale del lavoratore e la collocazione da assumere all’interno dell’impresa (addetto alle pulizie) e ha “correttamente ritenuto, da un punto di vista giuridico, che nessun divieto di assunzione proveniva dalle norme del codice antimafia e, da un punto di vista fattuale (insindacabile in questa sede di legittimità), che i tempi di commissione dei reati (risalenti agli anni ottanta) e la mansione da affidare al lavoratore (che esclude rapporti con il pubblico e maneggio di denaro, trattandosi di un addetto alle pulizie) non rappresentavano circostanze oggettive idonee a fondare il sospetto di una contiguità del dipendente alla criminalità organizzata”. In definitiva, non esistono automatismi tra precedenti penali e mancata assunzione: la clausola sociale impone il riassorbimento del personale e l’eventuale esclusione richiede una valutazione concreta di incompatibilità, qui esclusa. Prevenzione patrimoniale, rinnovabile la confisca caducata per vizio procedurale di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2026 L’adozione oltre il termine di un anno sei mesi della decisione di appello contro il reclamo del prevenuto è vizio endoprocessuale che non impedisce il nuovo provvedimento che stabilisce la misura ablatoria. In materia di prevenzione patrimoniale non opera il principio dell’intangibilità della decisione, in quanto non può verificarsi una situazione di “cosa giudicata” in senso proprio. Per cui - come afferma la Cassazione penale con la sentenza n. 12671/2026 - se sussistono “nuovi” elementi di pericolosità può essere instaurato un nuovo e diverso procedimento da cui conseguano il sequestro e la confisca dei beni della persona indiziata della commissione di reati. É quindi legittimo il rinnovo in base a una nuova considerazione dei fatti sia sotto il profilo personale che patrimoniale. Dice sul punto la Cassazione, che se è legittima l’applicazione di una misura di prevenzione dopo un’altra misura applicata in precedenza e i cui effetti si siano comunque esauriti, a maggior ragione può affermarsi che nessuna preclusione può verificarsi quando la decisione precedente, invece di aver esaurito i propri effetti, sia stata oggetto di annullamento solo per un riscontrato vizio formale e in assenza di qualsiasi vizio di merito. Pertanto la Suprema Corte chiamata a fornire l’interpretazione del termine dettato dall’articolo 27 del Codice antimafia lo ha definito perentorio - finalizzato a scongiurare l’indeterminatezza di una situazione assai incisiva sulla sfera economica delle persone e della loro iniziativa economica - ma di natura endoprocessuale. Non scatta, dunque, alcuna preclusione all’adozione di un nuovo provvedimento dato l’annullamento di quello precedente per superamento del termine nell’adozione della confisca da parte del tribunale sui beni oggetto di sequestro o nel decidere il reclamo da parte della Corte di appello. Per tale motivo nel respingere il ricorso la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui “in tema di misure di prevenzione di natura patrimoniale nessuna preclusione deriva dall’avvenuto annullamento per vizi formali del decreto di confisca: è, quindi, legittima - in costanza di misura di prevenzione personale - l’instaurazione di una nuova procedura di sequestro e confisca degli stessi beni”. La difesa, al contrario, riteneva illegittima la rinnovazione della misura patrimoniale a seguito di declaratoria d’inefficacia per decorso dei termini previsti dall’articolo 27, comma 6, del Dlgs n. 159, in particolare dove stabilisce che, in caso di appello, il provvedimento di confisca di prevenzione perde efficacia se la Corte d’appello non si pronuncia entro un anno e sei mesi dal deposito del ricorso. Il nuovo provvedimento impugnato ora inutilmente davanti alla Corte di legittimità secondo il ricorso aveva di fatto prodotto una durata irragionevole del procedimento applicativo della misura di prevenzione con conseguente violazione della Cedu e della Carta Ue. In conclusione, in tema di misure di prevenzione patrimoniali l’inefficacia della confisca per l’inosservanza del termine perentorio di cui all’articolo 27, comma 6, del Codice antimafia, non preclude, in assenza di una previsione espressa in tale senso, la rinnovazione del provvedimento ablativo caducato, stante la natura endoprocessuale del termine in questione. Friuli Venezia Giulia. Fondi regionali ed europei per far studiare i detenuti fino alla laurea di Alessia Rosolen triesteprima.it, 4 aprile 2026 “Accogliendo la proposta delle Università di Trieste e di Udine, la Regione ha deciso di sostenere un progetto che riconosce il valore primario dei principi costituzionali in materia di istruzione e formazione e intende garantire questi diritti fondamentali anche alle persone in esecuzione penale. L’iniziativa, sviluppata in stretta sinergia con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e l’Ufficio interdistrettuale di esecuzione penale esterna, punta ad assicurare alle persone detenute e a quelle sottoposte a misure penali di comunità l’effettivo esercizio del diritto allo studio e l’accesso ai percorsi universitari, attraverso azioni integrate di orientamento, tutorato, didattica, accompagnamento e facilitazione amministrativa”. Lo afferma l’assessore all’Università Alessia Rosolen dopo che ieri la Giunta regionale ha approvato lo schema di convenzione quadro che andrà ad avviare il progetto “I poli del Friuli Venezia Giulia per il diritto allo studio universitario nella fase esecutiva della pena”. Il documento, che sarà sottoscritto da Università di Trieste e di Udine, Regione, Prap-Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria per il Triveneto, Uiepe-Ufficio interdistrettuale esecuzione penale esterna servirà a coordinare le attività e le collaborazioni volte a consentire ai soggetti beneficiari l’accesso agli studi universitari e il loro svolgimento, fino al conseguimento di titoli di studio di livello universitario. “Queste persone - spiega Rosolen - potranno accedere ai corsi universitari e alle attività didattiche, partecipare ai servizi di tutorato, ai tirocini e a percorsi formativi universitari qualificati in grado di favorire il reinserimento sociale e lavorativo”. Lo schema della convenzione quadro approvata ieri dalla Giunta costituisce una cornice istituzionale per la realizzazione del progetto. Le modalità operative per attuare una o più collaborazioni saranno realizzate sulla base di successivi accordi attuativi sottoscritti tra le parti. “L’Amministrazione regionale, con risorse proprie e derivanti dal Fondo sociale europeo plus, è pronta - conclude l’assessore - a supportare la creazione e il consolidamento di questa importante iniziativa”. Lecce. Muore in carcere a 29 anni, aperta un’inchiesta per omicidio colposo di Francesco Oliva La Repubblica, 4 aprile 2026 Sul decesso di Luca Modonato, originario di Copertino, si indaga per omicidio colposo a carico di ignoti: la salma è stata sequestrata e, nelle prossime ore, verrà eseguita l’autopsia. Detenuto 29enne muore nella notte, poche ore prima di beneficiare di un permesso premio. Sul decesso di Luca Modonato, originario di Copertino, la procura di Lecce ha aperto un fascicolo d’indagine con l’accusa di omicidio colposo a carico di ignoti. La salma è stata sequestrata e, nelle prossime ore, verrà eseguita l’autopsia. Il corpo del detenuto è stato ritrovato ormai cadavere da un compagno di cella all’alba di mercoledì 2 aprile. Il decesso, come detto, nella notte. A nulla sono serviti i soccorsi forniti dal personale medico del carcere che non ha potuto far altro che constatare la morte del ragazzo. Modonato era detenuto da tempo. Soffriva di alcune patologie (diabete e scompensi cardiaci) e, circa un anno fa, il suo avvocato aveva presentato un’istanza al Tribunale di Sorveglianza per chiederne la scarcerazione. Ma la perizia affidata a un medico legale, con annessa visita in carcere, aveva dichiarato la compatibilità con il regime detentivo. E Modonato era così rimasto dietro le sbarre. Dove continuava a scontare, dal 2021, una condanna definitiva per una sfilza di reati: maltrattamenti, lesioni, rapina con il fine pena fissato per agosto prossimo. La salma, come detto, è stata sequestrata dalla procura salentina. L’autopsia dovrebbe fornire le prime risposte sulle cause del decesso, sgomberare il campo da possibili altri moventi (per ora esclusi perché sul corpo del detenuto non sarebbero stati trovati segni di violenza). Subito dopo l’esame autoptico, la salma verrà restituita ai familiari. Sassari. Detenuto operato d’urgenza morto dopo poche ore, autopsia “choc settico” di Nadia Cossu La Nuova Sardegna, 4 aprile 2026 Il 33enne di Porto Torres, detenuto a Bancali, era deceduto dopo un intervento in emergenza all’ospedale di Sassari. L’autopsia ha dato le prime informazioni sulla morte di Mario Siffu, il 33 di Porto Torres detenuto nel carcere di Bancali e deceduto lo scorso 24 marzo. Secondo le prime risultanze, il giovane sarebbe morto per uno shock settico provocato da un fecaloma. Il fecaloma è una massa di feci molto compatta che si accumula nell’intestino, spesso a causa di stitichezza cronica non trattata. Può causare un’occlusione intestinale e, nei casi più gravi, portare a infezioni severe: quando i batteri intestinali passano nel sangue, si può sviluppare uno shock settico, una condizione critica che comporta il collasso degli organi e può risultare fatale se non trattata tempestivamente. L’esame autoptico, disposto dal pubblico ministero Paolo Piras su richiesta della famiglia, è stato eseguito oggi venerdì 3 aprile all’istituto di medicina legale di Sassari. I genitori del 33enne, assistiti dall’avvocato Giuseppe Onorato, avevano nominato un proprio consulente di parte che ha partecipato all’autopsia. Siffu sarebbe dovuto tornare in libertà il 26 marzo, appena due giorni dopo il decesso. Invece il suo cuore si è fermato 18 ore dopo il ricovero all’ospedale Santissima Annunziata dove era arrivato in condizioni molto critiche. Secondo quanto ricostruito dai genitori, il 33enne lamentava da almeno un mese forti dolori addominali e difficoltà nell’evacuazione. Sintomi che, a loro dire, erano stati segnalati anche durante i colloqui in carcere e che sarebbero stati portati all’attenzione dell’amministrazione penitenziaria. Quando è arrivato al pronto soccorso, le sue condizioni erano già molto gravi, con un quadro compatibile con un’occlusione intestinale. Nella notte era stato sottoposto a un intervento chirurgico e poi trasferito in Rianimazione, ma il suo stato di salute era rapidamente peggiorato fino al decesso. Nell’esposto presentato in Procura, la famiglia chiedeva di accertare se, durante il periodo in cui Siffu manifestava i sintomi, fossero stati effettuati controlli diagnostici e clinici adeguati per individuare e trattare tempestivamente il malessere, alla luce di una problematica che - secondo le prime evidenze - si poteva forse prevenire. Ora la palla passa al sostituto procuratore Paolo Piras che dovrà accertare eventuali responsabilità. Asti. Teatro in carcere vietato agli studenti: “Atto dovuto, esigenze di sicurezza” di Valentina Moro La Stampa, 4 aprile 2026 Il Dap risponde alla lettera dei Garanti di Asti. Per la Direzione generale dei detenuti e del trattamento la partecipazione degli studenti agli spettacoli in carcere “non è opportuna”. Così il direttore Ernesto Napolillo ha risposto a una lettera inviatagli dai garanti dei detenuti di Asti, Domenico Massano, e di Saluzzo, Paolo Allemano. Il confronto è nato da un rifito. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) non ha autorizzato lo spettacolo che si sarebbe dovuto svolgere in carcere per gli studenti maggiorenni delle superiori e dell’università astigiane. Le attività culturali - Destino simile è toccato alle attività culturali praticate nell’istituto di Saluzzo che, come quello di Asti, ospita condannati in regime di alta sicurezza. Quest’anno, in particolare, nell’istituto di Quarto avrebbero dovuto mettere in scena “Il treno ha fischiato” di Pirandello, una novella che aveva permesso agli attori reclusi di ragionare su sé stessi e sul rapporto con la società. I criteri si sicurezza - Come negli anni passati avrebbe preso vita anche una commedia in napoletano scritta da uno dei detenuti. “I criteri adottati da questa Direzione Generale - la risposta di Napolillo - nel rispetto delle imprescindibili esigenze di sicurezza connesse alla gestione dei circuiti alta sicurezza, di regola sono nel senso di ritenere non opportuna la partecipazione contestuale ad attività di esterni e detenuti ascritti a tali circuiti. Sono invece consentite iniziative con la presenza di esterni maggiorenni e reclusi appartenenti al circuito della media sicurezza”. La replica dei garanti - Alla risposta di Napolillo è seguita una replica dei garanti delle persone private di libertà personale di Asti e Saluzzo: “Tali indicazioni esplicitano un chiaro indirizzo dell’attuale direzione generale sull’alta sicurezza, che comporta un’inevitabile interruzione di percorsi ed iniziative che si realizzavano in passato. Chiusura che è difficilmente comprensibile alla luce del fatto che si ripercuote su attività che nel corso degli anni hanno avuto riscontri molto positivi”. Durante gli eventi non si sono mai verificati problemi di sicurezza, evidenziano i garanti. Laboratori di lettura - “Ad Asti - continua la replica - con le scuole non ci sono state solo rappresentazioni teatrali ma anche laboratori di lettura e di scrittura, tra cui anche la stesura del libro “Una penna per due mani” realizzata insieme da studenti e carcerati. Inoltre, gli spettacoli aperti alla cittadinanza hanno sempre visto un’ampia ed attenta partecipazione di pubblico esterno, tra cui esponenti delle diverse istituzioni locali”. “Queste iniziative, non solo contribuiscono nel concreto alla realizzazione dello scopo rieducativo della pena, ma sono occasioni per parlare di giustizia e legalità e hanno una preziosa funzione preventiva ed educativa, soprattutto per i giovani. Le persone incarcerate che vi aderiscono sono inserite in specifiche progettualità, coerenti con i loro percorsi trattamentali individuali”, aggiungono. La speranza dei detenuti che prendono parte alle attività, delle associazioni attive negli istituti penitenziari e dei garanti è che la chiusura non sia definitiva. Spoleto (Pg). Situazione sempre più difficile, depositi e spazi comuni diventano celle rainews.it, 4 aprile 2026 L’ennesima denuncia arriva dall’associazione Antigone. Il Garante dei detenuti Caforio: “Difficoltà nell’assistenza sanitaria”. Celle pollaio, detenuti ammassati anche negli spazi per la socialità, nelle ex cabine telefoniche o nei locali che ospitavano congelatori e frigoriferi. Reparto di osservazione psichiatrica non operativo e trasformato in un dormitorio. Questa la situazione che gli osservatori di Antigone, associazione che vigila sul rispetto dei diritti nel sistema penale, si sono trovati davanti nel carcere di Spoleto pochi giorni fa. Anche l’istituto considerato fiore all’occhiello tra i quattro penitenziari umbri, risente degli effetti del sovraffollamento. 529 i reclusi a fronte di una capienza massima di 456 posti. Non va meglio nelle altre carceri. Se il nuovo provveditorato Umbria Marche è riuscito a tamponare i trasferimenti di detenuti dalla Toscana, ora si è aperto un altro fronte dagli istituti del Sud. Oltre alla complessa gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza, il sovrannumero di detenuti, che dovrebbero essere 1.339 ma sfiorano i 1800, compromette la possibilità di fornire a chi soffre di gravi patologie un’adeguata assistenza sanitaria. A questo si aggiunge il problema dei costi. Perché anche le cure dei reclusi che arrivano da fuori ricadono sul bilancio sanitario regionale. Il tema è stato portato dalla Presidente sul tavolo della conferenza Stato-Regioni. Palermo. Struttura e personale, i problemi dell’istituto penale minorile di Silvia Andretti La Sicilia, 4 aprile 2026 I sindacati della polizia penitenziaria dell’istituto penale per minori “Malaspina”, che da tempo lamentano gravi carenze in organico, si dicono soddisfatti dell’incontro di ieri con il capo del dipartimento Giustizia minorile Antonio Sangermano che ha ascoltato le rivendicazioni di chi in carcere lavora spesso in condizioni critiche. Sappe, Uilpa Polpen, Uspp e Fns Cisl avevano deciso di cancellare un sit-in di protesta già programmato proprio dopo l’arrivo della notizia che Sangermano sarebbe stato in città. “Per cortesia istituzionale”, avevano scritto in una nota. Specificando però che, in attesa di ulteriori sviluppi, la manifestazione sarebbe stata soltanto sospesa, non revocata. “Il capo dipartimento ha visitato l’istituto - dice Gioacchino Veneziano, di Uilpa Polpen - e ha preso atto che le nostre richieste sono tutte legittime e da attenzionare”. I sindacati chiedono una ricognizione urgente a livello nazionale di personale di polizia penitenziaria per aumentare l’organico che al momento è impegnato sia nella gestione dell’istituto penale che del centro di prima accoglienza. I lavoratori lamentano l’inadeguatezza della struttura, nata come riformatorio ma che oggi ospita una popolazione di detenuti molto diversa: “Abbiamo stranieri non accompagnati, ragazzi con problemi di droga o malattie psichiatriche - spiega Veneziano - e la struttura non è più idonea a contenere questi soggetti”. Secondo i sindacati inoltre, il decreto Caivano sarebbe responsabile dell’aumento del 100 per cento degli ingressi dei minori negli istituti penali, “perché oggi anche con un coltello si va in galera - dice il sindacalista - gli ingressi nei centri di prima accoglienza sono passati da quattro l’anno a quattro ogni settimana”. Tutto questo però, senza mai aumentare il personale, motivo delle rivendicazioni dei lavoratori che hanno chiesto anche impegni sul coinvolgimento dei sindacati nelle fasi della ristrutturazione dell’ipm. Al colloquio con Sangermano si è parlato anche delle condizioni della struttura e della sua ristrutturazione. Per Pino Apprendi, garante comunale per i diritti delle persone detenute, la protesta degli agenti non arriva affatto di sorpresa: “Le problematiche delle carceri riguardano i detenuti e tutto il personale, in particolare Polizia penitenziaria, mediatori culturali, educatori e personale sanitario”, spiega. All’istituto penale si sta male anche a lavorarci, per non parlare dei detenuti che, come si evince dai dati pubblicati alla fine dell’anno scorso dal garante, versano in situazioni drammatiche: “Diciannove atti di autolesionismo e un tentativo di suicidio nel 2025” dice ancora Apprendi. Ma a rischiare la salute mentale non sono soltanto i detenuti: “Il più alto tasso di suicidi fra le forze dell’ordine è fra il personale della Polizia penitenziaria - spiega Apprendi - Ci sarà pure un motivo”. Catania. I detenuti attori e l’isola felice di “Peter Pan” La Sicilia, 4 aprile 2026 La compagnia “Gli ir-ritati in Catarsi” si prende la scena. Promosso e pensato dall’associazione La Poltrona Rossa Ets ha regalato momenti speciali a genitori e figli. L’importanza di sognare e di non perdere mai la speranza è l’essenza del personaggio di Peter Pan, l’eterno bambino creato da James Matthew Barrie all’inizio del Novecento ed è anche il tema dello spettacolo andato in scena alla casa circondariale di Bicocca. “Peter Pan e l’ombra che non sapeva volare”, riadattamento del classico di Barrie, è stato interpretato dalla compagnia Gli ir-ritati in Catarsi, composta da attori detenuti, con la regia di Ivana Parisi, presidente dell’associazione La Poltrona Rossa Ets. La rappresentazione si è svolta all’interno dell’istituto penitenziario, in occasione della Giornata della Genitorialità e ha coinvolto esclusivamente le famiglie degli attori detenuti, con l’obiettivo di avvicinare i figli al teatro sin dalla tenera età e proporre la cultura e l’arte come strumenti di crescita, realizzazione e riscatto. Si tratta di un appuntamento annuale per ricreare, in questa giornata importante un senso di famiglia. Il testo è quindi frutto di una riscrittura scenica corale curata dagli stessi interpreti e la storia ruota attorno al personaggio dell’ombra di Peter, che ha dimenticato come si fa a volare. Attraverso il racconto, gli attori si rivolgono ai propri figli, trasmettendo un messaggio profondo: l’importanza di sognare e di non perdere mai la speranza. Tra i passaggi più intensi, emerge una riflessione toccante: “È la tarda notte di una fredda serata d’inverno, la mia casa è piena di gente. Poche ore prima era la mia isola felice, ora sembra l’inferno con i suoi lamenti e stridore di denti. Apro il cassetto dove avevo riposto i miei sogni: non ci sono più. Al posto loro trovo guerra e sofferenza. Sappiate, gente, siamo tutti cattivi in una storia raccontata male. Le fiabe però, si sa, hanno spesso un lieto fine. Un giorno un supereroe mi ha salvato la vita, ha aperto quel cassetto e ha spazzato via anni di angosce, incubi e dolore, mettendo dentro i suoi sogni, pannolini e tanto amore. La mia isola che non c’è ora c’è e mi chiama papà” Pensieri come questo, scritti dagli stessi attori, sono stati condivisi con il giovane pubblico presente, in un momento di forte intensità emotiva e umana. Lo spettacolo è stato accolto con entusiasmo da Giorgia Gruttadauria, direttrice della casa circondariale di Bicocca. L’evento è patrocinato dal coordinamento nazionale del teatro in carcere e dal Teatro Stabile, che ha messo a disposizione costumi e scene. È stato inoltre inserito nel calendario della Notte Internazionale della Solidarietà “Théâtre Solidaire #6”, di cui il Teatro Stabile è partner. Milano. Una Pasqua inclusiva in carcere: i detenuti accolgono i cittadini di Roberta Rampini Il Giorno, 4 aprile 2026 Bollate, domani e lunedì torna l’iniziativa “Aggiungi un posto a tavola” organizzata da Catena in Movimento. Pranzo organizzato dai reclusi per le famiglie dell’esterno. “Così costruiamo fiducia e cuciamo relazioni”. Questa volta non sono i volontari che entrano in carcere per portare qualcosa, ma 30 detenuti del settimo reparto della casa di reclusione di Bollate che preparano il pranzo e accolgono le famiglie dall’esterno. Una Pasquetta diversa, che inverte in modo simbolico il concetto di accoglienza. È una delle iniziative della quarta edizione del progetto “Aggiungi un detenuto a tavola” organizzata da Catena in Movimento, associazione nata nel 2017 proprio all’interno del carcere di Bollate su iniziativa di Cristian Loor Loor, detenuto dell’Ecuador. All’epoca stava scontando una pena di dieci anni e decise di rinunciare ai permessi per fondare la Onlus ridare dignità ai detenuti facendo un’attività di volontariato. Dal laboratorio tessile dentro il carcere a quello di Trezzano sul Naviglio, da Catena in Movimento ad eventi per creare una comunità tra chi è ancora dentro e chi sta fuori. “Quando sono uscito dal carcere, avevo bisogno che qualcuno mi aprisse una porta di casa. Molte persone detenute che ottengono un permesso premio, non hanno un posto dove andare, nessuno che li aspetti. Da questa consapevolezza è nato “Aggiungi un detenuto a tavola” e oggi ogni volta che un detenuto si siede a tavola con una famiglia, so che lì sta nascendo una possibilità che io ho cercato per anni - racconta Loor Loor che ha finito di scontare la pena - non è solo un evento, è un gesto che si ripete, che costruisce fiducia, ricuce relazioni, abbatte i muri dell’indifferenza. Costruiamo ponti di inclusione anche tra istituti di pena”. Oggi, alla quarta edizione, il progetto coinvolge diversi penitenziari della Lombardia e prevede quattro momenti diversi. Domani un pranzo collettivo al Lago Mezzetta, Trezzano sul Naviglio, detenuti di Bollate e della Casa Circondariale di Monza condivideranno il pranzo di Pasqua con volontari, sostenitori e cittadini. Un “All inclusive” nella pratica, non solo nella retorica. L’evento è organizzato in collaborazione con le associazioni Milano Positiva e Salvambiente. Infine, come già successo per la Pasqua 2022 e 2023 alcune famiglie di Milano e dell’hinterland accoglieranno nelle loro case detenuti in permesso premio o in misura alternativa. Per gli altri istituti che non possono partecipare fisicamente proprio ieri mattina Cristian insieme ad altri volontari ha consegnato colombe pasquali. Quando Cristian pensa a quello che ha fatto in questi anni stenta a crederci. Ma aggiunge, “il progetto non sarebbe nato senza il lavoro paziente e silenzioso di chi, dentro il carcere, ha creduto che le persone possano cambiare, mi riferisco a Simona Gallo, Funzionario Giuridico Pedagogico del carcere di Bollate. È lei che, negli anni, ha costruito il ponte tra l’istituzione penitenziaria e la comunità esterna, sostenendo con rigore e umanità i percorsi individuali di chi oggi siede a quella tavola”. “7 Cancelli”: un podcast scritto e interpretato dai detenuti di Bollate di Francesco Veneziano Il Manifesto, 4 aprile 2026 Il carcere raccontato attraverso un podcast che dà voce all’umanità nascosta dietro le sbarre, tra errori, amicizie e riscatto. In uno dei miei film preferiti si racconta di un uomo che precipita da un palazzo di cinquanta piani. E mentre cade continua a ripetersi: “Fino a qui tutto bene… fino a qui tutto bene”. Ma il problema non è la caduta. È l’atterraggio. Quell’uomo ero io. Lo sono stato per anni. E alla fine mi sono schiantato. Per molto tempo ho vissuto come se le conseguenze delle mie azioni non esistessero davvero. Mio padre era un contrabbandiere e sono cresciuto ascoltando le sue storie come fossero avventure. Forse è lì che ho iniziato a deformare la realtà, a costruirmi una lente che rendeva tutto meno grave. Con quella lente davanti agli occhi ho fatto molte scelte sbagliate. Non le ho pagate tutte. Ma quelle che ho pagato, le ho pagate care. Sono stato arrestato. Ero colpevolissimo, dico sempre io. Ho passato anni in carcere. Oggi sono libero. Lavoro e conduco una vita come tanti. Dire ‘normale’ non mi piace. La parola “normale” è diversa per me. Soprattutto da quando sono uscito. Perché una delle fasi più dure non è entrare, ma uscire. Quando esci hai forse strumenti diversi, ma non hai ancora imparato ad usarli e hai gli stessi problemi che non sei riuscito ad affrontare in passato. In carcere ho trovato dei veri amici. Ognuno oggi con il suo percorso. Nel tentativo di restare in piedi dopo lo schianto. Lì ho conosciuto Paolo. Non un detenuto. Un giornalista che entrava come volontario per dirigere il giornale radio del carcere. Ci ha proposto di fare un podcast. Mi ha spiegato lui cosa fosse, mi ha fatto ascoltare del materiale e qualcosa si è acceso. Da lì è nato 7 Cancelli. “Sette cancelli” è un modo di dire che si usa in carcere. Separano la tua branda dall’uscita. La porta della cella, il piano, il reparto, la rotonda, la matricola e, infine, quell’enorme doppio cancello che affaccia sulla libertà. Ho iniziato a scrivere e a un certo punto abbiamo iniziato a lavorarci insieme. Io e Giacomo. Omar ha composto la colonna sonora nella sala musica del reparto. Abbiamo coinvolto più di venti persone. Uomini con storie molto diverse, alcune difficili, che fanno male anche solo a raccontarle. Eppure tutti si sono messi a lavorare insieme per costruire qualcosa. Abbiamo portato a tutti qualcosa di abbastanza forte da tenerci uniti. All’inizio sembrava impossibile. Un podcast radio-teatro in un posto dove tutto è vietato, limitato e controllato. E invece è successo. Io sono uscito poco prima di riuscire a finire la puntata pilota. Il progetto è andato avanti grazie a Giacomo e agli altri. Abbiamo realizzato la puntata pilota e questa è piaciuta ad un programma radio che avrebbe dovuto mandarlo in onda. Da lì la motivazione di finire di scriverlo e portare a termine il progetto. Una volta fuori, ho finito di scrivere la sceneggiatura e sono riuscito a tornare dentro come volontario per completarlo. Abbiamo dovuto formare un nuovo gruppo, perché molti erano stati trasferiti o erano usciti. E abbiamo registrato tutto da capo. Due anni di lavoro. Prima di riuscire a dare armonia a quelle voci perché potessero trovare spazio sulle piattaforme di ascolto. Quello che ne è venuto fuori non è solo un racconto. È un viaggio. 7 Cancelli funziona come un varco, come un cancello. Come il blindo di una cella: ti porta dentro e ti costringe a stare lì, ad ascoltare. Non spiega il carcere. Te lo fa sentire. E questo, forse, è il punto. Perché il carcere viene spesso raccontato da fuori. Con categorie, pregiudizi e distanze. Ma in realtà è un luogo pieno di umanità, contraddizioni, errori e possibilità. Non è un mondo a parte. È una parte del nostro mondo. Io oggi vado spesso a raccontare questa esperienza nelle università e nelle scuole. Non per giustificare quello che ho fatto, ma per restituire qualcosa e per portare fuori le voci di chi resta dentro. Credo che l’arte, quando nasce in un posto come un carcere abbia una funzione molto semplice, non serve a renderti migliore, ma a permetterti di restare. Restare dentro quello che sei, senza scappare, senza anestetizzarti, senza raccontarti bugie. Ma non basta. Perché quello che succede lì dentro riguarda anche chi è fuori. E se il carcere resta invisibile continuerà a essere raccontato solo attraverso discriminazione, paura e pregiudizio. E non cambierà mai, perché se non si conosce fa paura e se fa paura non vale la pena fare nulla di buono per cambiarlo. Un lavoro come 7 Cancelli non serve a spiegare. Serve a far sentire. Un carcere cattivo ti rende più cattivo. Non penso sia una frase mia, credo di averlo sentito da qualche parte. Ma è la verità. E non parlo solo dei detenuti. Rende più cattiva tutta la società. Riflette il male come uno specchio oscuro che parla di vendetta e punizione. Un suono cupo che parla a chi sta dentro come a chi sta fuori. E come un blindo che sbatte alle tue spalle toglie ogni speranza. La società bulimica che produce identità criminali di Vincenzo Scalia Il Manifesto, 4 aprile 2026 La questione minorile, nuovo capro espiatorio del panico morale all’italiana, da almeno un lustro viene interpretata come espressione di gruppi giovanili, possibilmente appartenenti agli strati marginali. La questione minorile, nuovo capro espiatorio del panico morale all’italiana, da almeno un lustro viene interpretata come espressione di gruppi giovanili, possibilmente appartenenti agli strati marginali. Per i quali, l’unica risposta plausibile, sarebbe una stretta repressiva. In questo solco si collocano i decreti anti-rave, quello cosiddetto Caivano, e, più recentemente, il cosiddetto provvedimento anti-maranza. Si è creato, insomma, una sorta di meccanismo sfida-risposta tra i fenomeni sociali più critici e le pratiche governative. Un ingranaggio regolato dalla cultura repressiva, che innesca un circolo vizioso pericoloso per le libertà fondamentali, ancorché sterile, se non addirittura controproducente, sul piano pratico. Basta un fatto di cronaca eclatante per innescare il varo di un nuovo giro di vite, sempre più stretto. Fino al prossimo episodio. Paradossalmente, l’inasprimento della legislazione penale nei confronti dei minori, piuttosto che sortire una diminuzione degli episodi di cronaca nera, registra piuttosto il prodursi di nuovi, tragici, eventi. Ad uno sguardo più attento, il meccanismo in oggetto, risulta tutt’altro che paradossale. All’inizio degli anni 2000, alcuni criminologi inglesi, parlarono della necessità di sviluppare la cultural criminology, imperniata su di un’analisi che, piuttosto che sui deficit criminali e relazionali o sui processi di criminalizzazione, faccia leva sui fattori culturali e identitari. Jock Young definiva la società contemporanea come bulimica, poiché, se da un lato ingoia la maggior parte dei suoi membri nella promessa del consumo di massa, dall’altro lato rigetta vaste fasce di popolazione, in conseguenza della logica binaria tra inclusione ed esclusione che la caratterizza. In questa dinamica, filtrata dalle rappresentazioni mediatiche e dai social, la criminalità viene decodificata come elemento distintivo, trasgressivo, che conferisce, a chi la esprime, un’identità individuale spendibile in pubblico. Soprattutto, all’interno del consumismo globale, l’acquisizione di un’identità criminale diventa una merce accessibile a tutti, da scegliere secondo le proprie inclinazioni. Salvo essere dismessa dopo averne fatto uso. Non siamo davanti allo squilibrio tra obiettivi da raggiungere e mezzi legittimi in conseguenza delle disuguaglianze materiali o delle discriminazioni etnico-razziali. La criminalità della società bulimica alligna all’interno di un contesto culturale che si nutre della fine delle identità collettive, dominata dall’aspetto espressivo come misura del peso specifico che ognuno occupa all’interno del panorama sociale contemporaneo. Violare la legge, commettere atti efferati che si collocano ai limiti del consesso civile, rientra in questa cornice. Il tredicenne di Trescore Balneario, che accoltella l’insegnante sfoggiando la scritta “Vendetta” sulla maglia e filma l’aggressione, non fa altro che rispecchiare una società dove da anni, nelle bancarelle, le magliette con la faccia di Pablo Escobar hanno larga diffusione. Dove succede che degli adolescenti fermino il tram o mettano in atto comportamenti violenti per il solo scopo di diffondere i contenuti attraverso i social, dando così forma al loro desiderio di uscire dall’anonimato. Se essere o definirsi criminale, lungi dal costituire uno stigma, diventa un elemento identitario caratterizzante, la strategia messa in atto dall’esecutivo in carica si rivela del tutto inadeguata e controproducente. Poiché attraverso la criminalizzazione dei minori per mezzo di quella che si ritiene una restrizione delle opportunità criminale, in realtà si ottiene il risultato di creare ed allargare nuovi spazi per la declinazione di presunte identità trasgressive. Che finiscono per ampliare il bacino della criminalizzazione e produrre nuovi individui o gruppi criminali. Dal momento che la prigionia, l’isolamento dal resto della società, la condivisione di una condizione, sfociano inevitabilmente nell’articolazione di nuove trasgressioni e nuove criminalità. Magari più pericolose. Ragazzi armati e violenti ma molto fragili dentro di Chiara Daina Corriere della Sera, 4 aprile 2026 In forte aumento i casi di giovani segnalati. Maria Carla Gatto, magistrata di grande esperienza, che ha guidato prima il Tribunale dei minorenni di Brescia, poi quello di Milano fino allo scorso luglio, commenta: “Tanti di questi ragazzi non si rendono conto della gravità delle loro azioni, augurandosi perfino la morte della vittima che lotta per la vita in ospedale. Il coltello - spiega - viene portato con sé come arma di difesa, quasi rassicurante, contro una società adulta che appare minacciosa, ma in realtà esprime una profonda fragilità interiore e l’incapacità di gestire emozioni forti, come rabbia, solitudine, frustrazione. L’unico linguaggio che conoscono per sentirsi vivi e fare gruppo è la violenza. Il fenomeno della violenza minorile sta progressivamente peggiorando, in particolare per la crescente efferatezza delle modalità con cui si manifesta. A Milano si è passati in quattro anni da 1 indagato per omicidio e 5 indagati per tentati omicidi a 4 e 15, rispettivamente, da luglio 2024 a giugno 2025”. Adolescenti sempre più armati, ma interiormente indifesi. Per i quali sta diventando normale tenere un coltello in tasca, insieme a chiavi di casa e portafogli, per non sembrare troppo deboli e controllare la paura di non essere realmente riconosciuti dagli adulti di riferimento e dai pari. È la drammatica fotografia restituita da un’indagine di Save the Children sulla violenza minorile in Italia, pubblicata a marzo. Riprendendo i dati del ministero dell’Interno, l’ong sottolinea come i casi di minorenni denunciati, o arrestati, per porto abusivo d’armi nell’ultimo decennio siano schizzati: da 690 nel 2014 a 1.946 nel 2024, con un aumento rilevante nel periodo post-pandemico (nel 2019 erano 778). Ragazzini fragili che vanno in giro armati, con lame, mazze, pistole, per agire in maniera brutale. Ne sono prova i fatti di cronaca, come quello di Bergamo della scorsa settimana. Save the Children evidenzia che, nello stesso arco di tempo, sono cresciute le segnalazioni anche per altri tipi di reati nei minori tra 14 e 17 anni: rapine, passate da 1.921 nel 2014 a più del doppio nel 2024 (3.968); lesioni personali, da 1.921 a 4.653; risse, da 433 a 1.021; e minacce, da 1.217 a 1.880. Preoccupa, inoltre, l’incremento di denunce e arresti per omicidio: da 102 a 193. Con un’incidenza maggiore in Campania e Napoli che, nei primi sei mesi del 2025, conta già 27 minorenni denunciati o finiti in manette per omicidio, quasi il totale di tutto il 2024 (28). Sembra pure che ci sia un’escalation nei reati di associazione di tipo mafioso. Mentre si sono ridotti, da 406 a 109, quelli di associazione per delinquere. “Questo vuol dire che non c’è una vera emergenza di bande organizzate o baby gang sul territorio - afferma Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati dell’ong -; i gruppi sono estemporanei, si formano attraverso le piattaforme online, come Whatsapp e Instagram, dove ci si dà appuntamento per aggredire un coetaneo, rubargli il cellulare e le scarpe, o rapinare gli anziani. Molti episodi di violenza vengono filmati e condivisi sui social per ottenere il consenso che manca nella vita reale. A Napoli i ragazzini postano i video anche per essere notati dai clan criminali degli adulti, in cui sperano di entrare. La violenza di strada - avverte Inverno - al Sud come al Nord non è appannaggio dei giovani socialmente svantaggiati, coinvolge parimenti i figli di buone famiglie”. I casi di minori e giovani adulti con procedimenti penali in corso, segnalati agli Uffici di servizio sociale per i minorenni del ministero della Giustizia, nel 2024 risultano essere 14.220, circa un terzo in meno di quelli del 2004 (23 mila). Tuttavia, dal 2021 la cifra ha ripreso a salire e per il 2025 si ipotizza un ulteriore aumento. Nel panorama europeo l’Italia resta uno dei Paesi con i tassi più bassi di minori sospettati o autori di reato (363 ogni 100 mila abitanti nel 2023, contro i 2.237 della Germania o 1.608 della Francia), ma il mondo degli adulti è sempre chiamato a interrogarsi sulle cause di queste condotte aggressive. “La violenza è l’altra faccia di un ragazzo che grida aiuto, senza prospettive di futuro, e nasconde spesso un fallimento educativo di famiglie e istituzioni. Save the Children - ricorda Inverno - insiste sulla necessità di investire in educazione e prevenzione: scuole aperte al pomeriggio e nei weekend, educatori nei corridoi e cortili degli istituti scolastici, oltre che nei quartieri”. Gatto ritiene che “l’inasprimento delle pene non possa costituire un deterrente, per la mancanza nei ragazzi di consapevolezza delle conseguenze del proprio agire” e che “occorre, pertanto, favorire un percorso di responsabilizzazione attraverso l’alleanza tra scuola e famiglie, e strumenti come l’ammonimento dei genitori quando il figlio è coinvolto in atti violenti, come previsto dal nuovo decreto sicurezza”. Il nuovo terrorismo che esiste solo sui social di Mario Di Vito Il Manifesto, 4 aprile 2026 Arrestato un 25enne che pubblicava su Instagram manuali sulla fabbricazione di armi in casa. Il giudice lo paragona a Unabomber. La pista anarchica: 200mila follower, meme e proclami contro il “sistema tecnologico”. Aver pubblicato sui social manuali, saggi, prontuari e volantini su come costruire armi e ordigni dentro casa è costato l’arresto a G.N., 26 anni ancora da compiere, originario della provincia di Teramo. Non solo questo: per gli inquirenti - l’inchiesta l’ha fatta la procura dell’Aquila - il giovane sarebbe un anarco-primitivista, un accelerazionista, un emulo di Theodore Kaczynski, ai più noto come Unabomber. Un potenziale pericolo pubblico, insomma. Lo scrive il gip Marco Billi nell’ordinanza dell’arresto avvenuto ieri a Roma, dove G.N. studia scienze politiche: i suoi comportamenti denoterebbero “un’allarmante progressione criminosa” che “desta particolare allarme sociale”. Dalla perquisizione sono venuti fuori un passamontagna, una tuta mimetica, diversi armi bianche da mercatino. Le accuse sono di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale e apologia di reato. Si suggeriscono, in questo senso, possibili legami con altri gruppi anarchici, ma a leggere il provvedimento non sembrerebbero esserci prove a riguardo: nessuna affiliazione, nessuna frequentazione particolare, nessun legame con realtà esistenti. Solo numeri da influencer su Instagram (oltre 200mila follower), scambi di informazioni con altri utenti e condivisione di meme di discutibile gusto. Agli atti: una figura femminile a volto coperto con la maglietta “questa donna che vede senza venir vista frustra il colonizzatore”, un paesaggio montuoso con una frase di Kaczynski in sovrimpressione, l’evocazione dei pacchi postali esplosivi che Unabomber mandava in giro per gli Stati Uniti tra gli anni 80 e i 90 (3 morti e 26 feriti). Cose del genere. Nei manuali con le indicazioni utili a farsi un proprio arsenale con le stampanti 3d, materiali da ferramenta e sostanze da consorzio agricolo, G.N. parlava di “instabilità sistemica” da trasformare in “un’opportunità per rovesciare il sistema tecnologico”. Di “distruzione” di questo “sistema tecnologico” affinché possa essere “nuovamente possibile riadottare uno stile di vita al di fuori di esso”. Gli echi degli scritti di Kaczynksi sono evidenti, per quanto piuttosto involuti, ma del resto l’unico testo teorico prodotto da Unabomber (“La società industriale e il suo futuro”) gode di ben cinque edizioni italiane uscite tra il 1997 e il 2024, quasi tutte facilmente reperibili in libreria. Non si tratta di un mistero. Il Giudice Billi, comunque, ritiene che un qualche pericolo sia sussistente e sostiene che G.N. abbia fatto “ricorso a metodologie violente e sovversive, da attuarsi nei prossimi anni a venire, altresì, definendo i bersagli da colpire, anche internazionali, quali i data centers e le società di gestione patrimoniale e di investimento americani”. L’orizzonte temporale è indicato in maniera precisa: cinque anni. E questo ancora a causa di una serie di meme pubblicati da G.N. su Instagram. Immagini di guerriglieri che brandiscono armi d’assalto e la domanda: Where do you see yourself in 5 years?. Dove ti vedi tra cinque anni? Non manca una nota ironica dell’indagato, tra i commenti: “Voglio dire, ovviamente, con un lavoro stabile in azienda, signor Risorse Umane! Armi finte”. Il confine tra umorismo macabro e pericolo per la democrazia appare sin troppo sottile in questo contesto, ma le indagini non sono ancora finite. Negli atti si parla di una “rete di co-condivisori non ancora compiutamente identificata” e si fa l’elenco di diversi account che “collaboravano” con il25enne abruzzese, condividendo anche loro i post incriminati. L’attività investigativa - “Operazione Paint it, black” è il nome che ha deciso di dargli la polizia - è cominciata l’anno scorso e si è svolta esclusivamente online, con controlli incrociati alle utenze telefoniche che infine hanno permesso di identificare l’indagato. Per il quale è stato disposto il carcere. Nell’ordine d’arresto si parla di “doppio dolo specifico consistente nella volontà di perseguire sia la finalità intermedia di consentire ad altri l’apprendimento di capacità all’uso di armi e materiali esplosivi che l’ulteriore finalità di terrorismo, anche internazionale” e si conclude che “in assenza di idoneo presidio cautelare, l’indagato possa quantomeno reiterare le condotte già realizzate se non commetterne di più gravi”. un’operazione preventiva, dunque. E negli ambienti giudiziari si suggerisce l’esistenza di legami non ancora scoperti. Forse addirittura con la tragedia di Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone, gli anarchici rimasti vittime dello scoppio di un ordigno artigianale che stavano preparando in una cascina del parco degli Acquedotti di Roma, lo scorso 20 marzo. Anche qui, però, di prove non se ne vedono. E nemmeno di indizi. Solo una velina suggestiva: G.N. a Roma viveva non lontano proprio dal parco degli Acquedotti. Di per sé non significa niente. Ma nel racconto poliziesco della famigerata “galassia anarchica” il dettaglio basta e avanza per agitare il solito spettro. L’inquietante ritorno della pena capitale (in nome di Dio) di Glauco Giostra Avvenire, 4 aprile 2026 Politiche securitarie, retoriche violente, richiami religiosi distorti: assistiamo a una deriva che banalizza la vita umana e legittima la brutalità istituzionale. Con un cappio giallo appuntato sulla giacca, il ministro israeliano Itamar Ben Gvir e i parlamentari del suo partito hanno discusso il disegno di legge per introdurre la pena di morte per i palestinesi che uccidono cittadini israeliani, sostenendo che costituisca un efficace deterrente e una adeguata forma di giustizia per le vittime. Il cappio - ci ha tenuto a chiarire - è solo “una delle opzioni attraverso le quali applicheremo la pena di morte per i terroristi. Certo, c’è l’opzione della forca, della sedia elettrica e anche l’opzione dell’iniezione letale”. Aggiungendo: “con l’aiuto di Dio, approveremo questa legge e faremo sì che i terroristi vengano messi a morte”. Approvata la legge con il determinante sostegno di Benjamin Netanyahu, il Ministro si è abbandonato ad un brindisi gioioso e trionfalistico con i suoi. Ben Gvir si è anche dichiarato orgoglioso delle condizioni sempre più disastrose dei prigionieri palestinesi sotto la sua supervisione, ai quali dovrebbe essere dato “il minimo del minimo” di cibo necessario. Anzi, ha tenuto a precisare, “invece di dare più cibo ai prigionieri, bisognerebbe sparargli in testa”. Il Presidente Trump ha disposto sin dall’inizio del suo mandato un più ampio ricorso alla pena di morte, ritenendo che abbia una efficacia deterrente e che costituisca il giusto risarcimento morale per le vittime. Tra i reati che più meriterebbero la pena capitale, secondo il Presidente, gli omicidi commessi da immigrati irregolari e quelli connessi al traffico della droga. Quanto alle modalità di esecuzione, oltre alla iniezione letale, per aumentare l’effetto deterrente si potrebbe a suo giudizio ricorrere alla fucilazione e all’impiccagione. Favorevole, comunque, al ripristino della tortura per simulazione di annegamento (“bring back waterboarding”). Tematiche momentaneamente accantonate perché ora è impegnato nell’aggressione all’Iran (“li stiamo massacrando” - ha annunciato con incontenibile soddisfazione - e la guerra si concluderà quando avremo “finito il lavoro”), per il cui successo i pastori evangelici hanno invocato con lui, nello Studio ovale, la protezione divina. Non c’è dubbio che per ogni coscienza degna di questo nome atteggiamenti come quelli evocati, tra i non pochi analoghi che potrebbero essere richiamati, abbiano una disgustosa, irreprimibile forza emetica. La riprovazione se possibile si accresce quando per la realizzazione di simili propositi viene invocata la protezione divina. Già papa Francesco aveva ammonito che “non si può offendere, non si può fare la guerra, non si può uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio”, invocarlo a questi fini è un “tradimento blasfemo” e un “oltraggio a Dio”. Per Papa Leone XIV, nessuno può usare Dio per giustificare la guerra: perché Dio “non ascolta la preghiera di chi la fa con le mani che grondano sangue”. Si farà osservare, a ragione, che di atteggiamenti ciecamente repressivi o violentemente aggressivi è, e purtroppo sarà, affollata la storia. Ma, in certe dichiarazioni e in certi atteggiamenti vi è un elemento in grado di aggiungere raccapriccio: la spavalda, irridente ostentazione della propria cinica indifferenza per il valore della vita umana. Per intenderci: Putin, condannato per crimini guerra dalla Corte penale internazionale, ha avvertito l’ipocrita pudore di chiamare “operazione speciale” la sua scellerata guerra contro l’Ucraina. In molti atteggiamenti dei nostri purtroppo alleati, invece, si brinda e ci si vanta spudoratamente della morte di tanti esseri umani: una spregevole, esibita disumanità in nome di un’auto-riconosciuta supremazia. La pena e l’orrore suscitati sono gli stessi; qui si aggiunge il disgusto. Certo, anche questo patetico e brutale primatismo conoscerà la fine, ma - ci invitava a non illuderci il grande Brodsky - “l’abiezione del cuore umano e la volgarità della mente umana non tramontano mai con la scomparsa dei loro esponenti più dotati” e purtroppo “si può facilmente immaginare il nostro -ismo, impreziosito dal suo post-, entrare comodamente, sulle labbra dei cretini, nel porto del futuro”. La legge sulla pena di morte in Israele trasforma la vendetta in strumento di governo di Giuseppe Gagliano Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2026 La legge porta il segno di Itamar Ben Gvir e sancisce un principio preciso: lo Stato dimostra la propria forza non nella superiorità del diritto, ma nella capacità di infliggere la morte. La legge approvata dalla Knesset sulla pena di morte non rappresenta soltanto un irrigidimento giudiziario. È il segnale politico di uno Stato che, immerso nella guerra permanente, trasforma l’eccezione in norma e la vendetta in strumento di governo. Pur senza nominare esplicitamente i palestinesi, la struttura della legge rende evidente il bersaglio: chi compie attacchi mortali contro Israele potrà essere condannato all’impiccagione da un tribunale militare con semplice maggioranza e con esecuzione entro novanta giorni. Non siamo davanti a una misura di sicurezza, ma a una norma identitaria che separa lo Stato dal nemico assoluto. In questo schema il palestinese non è più un soggetto da giudicare, ma un corpo da eliminare in nome di una sovranità percepita come costantemente assediata. Il successo politico appartiene all’ultradestra israeliana, che da anni spinge per trasformare il conflitto in una guerra esistenziale senza limiti. La legge porta il segno di Itamar Ben Gvir e sancisce un principio preciso: lo Stato dimostra la propria forza non nella superiorità del diritto, ma nella capacità di infliggere la morte. Il dato più inquietante è che questa logica non appartiene più solo ai settori radicali, ma ha ormai penetrato in profondità il sistema politico. Le proteste internazionali non mancano, ma restano sterili. L’Europa denuncia, ma non agisce, perché Israele resta troppo importante sul piano commerciale, tecnologico, militare e diplomatico. La censura morale non si traduce in costo strategico, e uno Stato che non paga prezzo per le proprie scelte non ha motivo di correggerle. La legge arriva inoltre mentre Israele è sotto forte stress militare: Gaza, il Libano, la minaccia iraniana, il peso sulle riserve e una mobilitazione continua stanno logorando l’apparato di difesa. In questi casi gli Stati tendono a compensare la fatica operativa con l’inasprimento ideologico. La pena di morte si inserisce proprio in questa dinamica: non rafforza davvero la sicurezza, ma serve a ostentare una fermezza che sul terreno rischia di incrinarsi. Il punto di fondo è il fallimento della politica. Israele appare incapace di uscire dalla guerra come condizione normale. E così la giustizia, piegata alla logica del conflitto, non pacifica nulla: prolunga la guerra con altri mezzi. A Ginevra gli stupri di palestinesi nelle carceri israeliane. L’Italia non parla di Luisa Canciello Il Manifesto, 4 aprile 2026 Nel centro di detenzione nel deserto del Naqab, i prigionieri palestinesi detenuti dalle forze israeliane sono sottoposti a torture sistematiche e a condizioni che trasformano la detenzione in una forma quotidiana di annientamento. Khaled M. è il primo avvocato a cui è stato permesso entrare in questi centri. Dopo anni in questo campo, afferma di aver assistito a un livello di violenze senza precedenti. Lo incontriamo a Ginevra, al Palais de Nations, durante la presentazione del rapporto della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Khaled racconta di un uomo di 67 anni stuprato mentre aveva mani e piedi legati, filmato e deriso. Di un ragazzo di 20 anni spogliato e sottoposto a waterboarding. Un soldato è arrivato con un estintore; la parte superiore è stata inserita nell’ano - Khaled si scusa per la crudezza- la sostanza spruzzata all’interno. Il ragazzo vive oggi con gravi conseguenze psicologiche. Anche il personale medico è coinvolto: “I prigionieri vengono amputati senza anestesia”. A dimostrazione di ciò, l’ottavo report di Albanese, “Tortura e genocidio”, raccoglie oltre 300 testimonianze, identificando nella tortura uno dei simboli di questo genocidio configurandola come strumento di sterminio, perpetuata attraverso la sistematica e violenta deprivazione della dignità umana. Un inferno quotidiano, imposto a corpi e vite, reso possibile non solo dall’azione di Israele, ma anche dalla complicità e dal silenzio dei nostri governi. Durante la presentazione, Albanese presta la sua voce ai sopravvissuti, le cui testimonianze continuano a vivere nonostante l’annientamento subito: “Uno dei soldati mi ha violentato inserendo con forza un bastone nel mio ano. Dopo circa un minuto lo ha tolto e lo ha inserito di nuovo con più forza mentre urlavo. Poi mi ha costretto ad aprire la bocca e a leccare il bastone. Desideravo morire mentre mi stavano violentando”. È solo una delle testimonianze riportate da Albanese, che documentano crimini contro l’umanità e violazioni della Convenzione contro la tortura e della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio. “A Israele è stata di fatto concessa una licenza per torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi, dei vostri ministri, lo ha permesso - denuncia Albanese - Tra ottobre 2023 e gennaio 2026, le forze israeliane hanno arrestato più di 18.500 palestinesi, inclusi bambini, soprattutto se erano medici, giornalisti, o operatori umanitari. Quasi 100 di loro sono morti in custodia. 4mila risultano ancora vittime di sparizione forzata. Migliaia sono stati detenuti senza accuse, trattenuti in condizioni disumane, picchiati, incatenati, abusati sessualmente, privati di cure mediche, affamati, stuprati”. Dopo la presentazione del rapporto, numerosi stati tra cui Slovenia, Irlanda, Spagna, hanno espresso sostegno al mandato della relatrice e denunciato l’uso sistemico della tortura da parte di Israele contro il popolo palestinese. L’Italia, invece, non ha espresso né sostegno né condanna: si è limitata a richiamare la relatrice al dovere di attenersi al proprio codice di comportamento, senza esprimersi nel merito delle accuse. Il divieto di tortura è una norma inderogabile (ius cogens): il silenzio non è neutralità, è complicità. L’immobilità politica e la mancanza di volontà di agire rivelano i limiti di un sistema internazionale di matrice coloniale, formalmente costruito per tutelare il diritto, ma oggi incapace di farlo rispettare, fino a svuotarlo e sgretolarlo. L’ambasciatore palestinese presso la sede Onu a Ginevra, Ibrahim Khraishi, intervistato nella sala del Café Suisse, afferma: “I doppi standard stanno uccidendo l’Europa. Si parla di valori condivisi con Israele, ma quali valori? Come si può dire di condividere i valori del genocidio? Gli europei devono difendersi”. A queste parole fanno eco quelle di Albanese: “Ho fatto appello all’essere umano che è in voi: non siete stanchi? La diplomazia, in tempo di genocidio, non è neutrale. Com’è possibile che questa realtà non abbia ancora portato alla sospensione delle vostre relazioni con Israele?”. L’impunità alimenta i crimini: “La tortura fa all’individuo ciò che il genocidio fa a un gruppo in quanto tale. Un genocidio è diventato la forma estrema di tortura. Ciò che viene perso in Palestina sarà perso ovunque”. Cuba. Rilasciati oltre 2.000 detenuti, possibile moneta di scambio con gli Stati Uniti di Serena Convertino L’Espresso, 4 aprile 2026 Non si esclude che la decisione del governo sia un tentativo di ottenere aperture o concessioni da parte di Donald Trump. Il governo di Cuba ha concesso la grazia a oltre 2mila detenuti nelle sue carceri: si tratta del più grande rilascio degli 10 ultimi anni. La morsa dell’amministrazione Trump si stringe sul paese al largo dei Caraibi anche se la notizia dei rilasci riportata da Granma, il giornale ufficiale del Partito Comunista al potere, non ha fatto menzione di un ruolo degli Stati Uniti nella scelta del governo cubano, che - spiega il quotidiano - avrebbe concesso il suo perdono sulla base della buona condotta dei detenuti, sul loro stato di salute e sulla natura degli atti da loro commessi. “Un gesto umanitario e sovrano nell’ambito delle celebrazioni religiose della Settimana Santa”, secondo un comunicato ufficiale letto dalla televisione cubana. Un elenco di prigionieri in cui figurano giovani, donne, persone sopra i 60 anni e stranieri, esclusi coloro che hanno commesso crimini come omicidio, omicidio, violenza sessuale o “crimini contro l’autorità”. La misura mira soprattutto ad alleggerire il sistema penitenziario in forte difficoltà ma non si esclude che sia anche un tentativo di ottenere aperture o concessioni da parte degli Stati Uniti. L’Avana aveva già portato a termine, in passato, ampi rilasci di prigionieri come parte di accordi internazionali. A inizio 2025 erano stati rilasciati 553 prigionieri dopo negoziati con Stati Uniti e Vaticano: in cambio, l’amministrazione Biden si era impegnata ad allentare le sanzioni all’isola. Quelle volute da Donald Trump, nel frattempo, non si sono mai interrotte. Da gennaio in poi l’isola è in stato di embargo energetico. Un blocco totale interrottosi solo tre giorni fa con l’arrivo nel porto di Matanzas di un carico di petrolio di circa 100mila tonnellate inviato dalla Russia con il lasciapassare della Casa Bianca, che ha precisato come l’autorizzazione non fosse un improvviso cambio di politica “ma una decisione presa per ragioni umanitarie”. Una boccata d’aria che durerà poco: il presidente cubano ha ringraziato la Russia ma ha ammesso che il carico non sarà sufficiente a risolvere la grave crisi energetica che continua a colpire l’isola. Ne arriverà un secondo: il ministro dell’Energia russo, Serghei Tsivilev, ha riferito che la Russia sta caricando “una seconda petroliera che sarà inviata a Cuba”. “Ieri si è tenuto un importante incontro a San Pietroburgo. Sono arrivati i rappresentanti cubani - ha dichiarato Tsivilev - Ora ne stanno caricando una seconda. Non lasceremo i cubani nei guai”. Nel frattempo tra blackout, beni che scarseggiano e repressione delle proteste, Cuba resta affamata e in gravissima difficoltà per servizi al collasso e crisi sanitaria già in corso. Secondo l’Observatorio Cubano de Conflictos solo a marzo Cuba ha registrato oltre mille proteste, specialmente a l’Avana, per i continui tagli di energia, la mancanza d’acqua, la crisi del carburante e il costo crescente degli alimenti. Tra gli episodi più gravi, l’assalto alla sede locale del Partito comunista a Morón, nella provincia di Ciego de Ávila. In risposta, almeno 159 atti repressivi e oltre 40 arresti di manifestanti.