Così lo Stato cancella la rieducazione per i detenuti all’Alta Sicurezza di Maria Brucale Il Domani, 3 aprile 2026 Secondo le Norme Penitenziarie Europee “La cooperazione con i servizi sociali esterni e, per quanto possibile, la partecipazione della società civile alla vita penitenziaria devono essere incoraggiate.” La quotidianità dei detenuti, insomma, deve restare ancorata ai valori positivi del mondo esterno. È l’unico modo per garantire che chi sconta una pena continui a sentirsi parte della collettività. In stridente contrapposizione con tali principi - declinati appieno dall’ordinamento penitenziario nel solco del progetto costituzionale di ogni pena - però, nell’ultimo anno, una fitta rete di circolari ministeriali ha tracciato un muro invalicabile attorno ai circuiti di Alta Sicurezza. Aderendo a una solo millantata tensione alla sicurezza, questi provvedimenti hanno sistematicamente reciso ogni residua possibilità di interazione tra i detenuti e il mondo esterno. Si tratta con ogni evidenza di una precisa volontà governativa di trasformare la detenzione in una forma di segregazione assoluta, svuotando di significato il concetto stesso di percorso trattamentale. La pena come mutilazione di soggettività in spregio esplicito della Costituzione, senza infingimenti. L’esempio più emblematico di questa deriva ciecamente securitaria riguarda il teatro in carcere. Anche laddove le circolari consentono ancora la partecipazione ai laboratori, interviene un divieto paralizzante: l’impossibilità di esibirsi davanti a un pubblico esterno. Il teatro non è un esercizio solipsistico; la sua forza risiede nello scambio, nel riconoscimento reciproco, nell’incontro con l’altro. Negare il momento della messa in scena significa amputare il percorso della sua fase culminante, togliendo ai detenuti quell’ istante di realizzazione che dà senso e valore a mesi di impegno e di studio. È un gioco crudele: si permette lo sforzo, ma si nega il frutto, trasformando l’arte in un atto monco e la rieducazione in una finzione burocratica e autoriferita. Non è, o non è soltanto, svago; è l’occasione per chi è recluso di smettere di essere un numero di matricola per tornare a essere un volto, una voce, un’emozione che hanno senso se sono trasferiti e condivisi, se possono raccontarsi ed essere ascoltati, accolti, compresi. L’università non è solo studio; è la volontà di nutrire la mente per oltrepassare le sbarre anche se il corpo resta fermo, non è un passatempo. La formazione non è un passatempo; è dare alla carcerazione uno scopo - ulteriore e diverso dalla punizione e dalla afflizione - e una direzione. Non sono benefici o concessioni benevole; sono le articolazioni concrete di quella tensione alla rieducazione e alla restituzione che dà valore sociale alla carcerazione. Interrompere queste attività significa svuotare la persona ristretta di ogni capacità ideativa e relazionale, di ogni pulsione verso il recupero del sé. È una violenza silenziosa che colpisce al cuore l’Articolo 27 della Costituzione. Se un percorso si interrompe per una cattiva condotta, esiste una logica di causa-effetto. Ma quando il sipario cala per scelta di politica governativa, si compie un tradimento istituzionale che sfugge alla logica e alla ragionevolezza e si scontra con il principio di proporzionalità e con il divieto di regressione trattamentale incolpevole. Si chiede ai detenuti di credere nello Stato, di rispettare le regole, di cambiare vita. Ma che esempio dà uno Stato che interrompe bruscamente ogni percorso di reinserimento? Che impedisce le relazioni sociali proprio a quelle persone ristrette che più di altre devono essere poste a confronto con un tessuto valoriale sano con cui misurarsi, al quale ispirarsi? Si spegne la speranza, che in cella è l’unico approdo per non impazzire e si alimenta il cinismo, costruendo l’idea che il cambiamento sia un’illusione. Si trasforma il tempo della pena in tempo morto, uno spazio vuoto che non serve a nessuno, né al detenuto né alla società. Ogni volta che un corso di teatro si ferma o l’interazione con i tutor o con gli studenti universitari viene cancellata, il carcere resta un non-luogo che ferisce e non cura. Quegli incontri con l’esterno sono ponti di umanità: servono ai detenuti per ricordarsi di essere uomini, e servono a noi fuori per non dimenticare che la vita non può essere sequestrata. Chiudere le porte alle attività trattamentali, alla cultura e al confronto non ha nulla a che vedere con il concetto del tutto frainteso di “certezza della pena”, è solo miopia punitiva, espressione di una precisa volontà governativa di spogliare della sua essenza il precetto costituzionale rendendo il carcere un contenitore di dolore e di rabbia, un luogo di sterile segregazione e di neutralizzazione sociale. L’episodio del carcere del Marassi, con l’incomprensibile divieto alla sosta della Via Crucis dentro alle mura del penitenziario, è emblema tangibile di questa deriva. Impedire un rito di pietà e di riflessione collettiva non risponde ad alcuna reale esigenza di sicurezza; è un atto di ostruzionismo ideologico che guarda al detenuto non come a una persona da riabilitare, ma come a un corpo da isolare e occultare. È la firma su una visione del carcere come sepolcro murato, dove ogni ponte con l’umano deve essere reciso. La vera sicurezza sociale nasce, invece, dai percorsi di reinserimento e di relazione, di condivisione, di incontro con visioni della società che aiutano, attraverso il confronto, a cambiare il proprio approccio con la vita e con le regole, a costruire identità rinnovate, produttive e sane. Smantellare i corsi, bloccare gli studi o impedire una sosta di preghiera veste di ipocrisia una chiara volontà di annientamento delle persone recluse per gravi reati e di rinuncia dello Stato alla propria funzione. Affettività in cella, stop ai divieti basati solo sul passato di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 3 aprile 2026 Per la Cassazione conta soltanto il comportamento dentro le mura, non la storia criminale del condannato. Ci è voluta una lunga battaglia legale, portata avanti dall’avvocata Pina Di Credico del foro di Reggio Emilia, per arrivare a una sentenza che mette ordine su uno dei punti più controversi nati dopo la pronuncia della Corte costituzionale sull’affettività in carcere. La Prima sezione Penale della Cassazione, con la sentenza n. 11603 depositata il 26 marzo, ha stabilito un principio chiaro: per negare a un detenuto il diritto a un colloquio intimo con il partner, non basta tirare fuori i suoi presunti legami con la criminalità organizzata. Quel che conta è il comportamento attuale dentro le mura del carcere, non la storia criminale passata o le informative di polizia che descrivono un’altra epoca. Il caso riguarda un uomo detenuto nel carcere di Larino, in Molise, che aveva chiesto di poter incontrare la moglie in condizioni di riservatezza, come previsto dalla sentenza della Consulta n. 10 del 2024. Quella pronuncia aveva dichiarato incostituzionale la norma che imponeva il controllo a vista durante tutti i colloqui, senza eccezioni. La Corte aveva detto, in sostanza, che una pena la quale impedisce al condannato di vivere normalmente la propria affettività con il partner finisce per devastare la sua personalità e risulta incompatibile con la funzione rieducativa che la pena deve avere. Non è un beneficio, è un diritto. Un diritto soggettivo pieno, come lo chiama la stessa Cassazione. Ma quel diritto è stato negato. Il direttore del carcere di Larino lo ha escluso, il magistrato di sorveglianza ha confermato la decisione come legittima, e il Tribunale di sorveglianza di Campobasso ha respinto il reclamo presentato dalla difesa. Motivazione: il detenuto era pericoloso, sia dentro che fuori dal carcere. Documenti letti al contrario - Le ragioni addotte dal Tribunale erano una combinazione di elementi. A novembre e dicembre 2024, nella cella del detenuto erano stati trovati due cellulari e lui aveva rivolto espressioni ironiche a un agente, per le quali aveva anche chiesto scusa. C’era poi la sua asserita partecipazione a “disordini o sommosse”, descritta però in modo molto vago, senza specificare nulla di concreto. E infine le informative della Questura di Napoli e dei Carabinieri di Casalnuovo, che lo indicavano come ancora collegato alla cosca camorristica di appartenenza, della quale sarebbe stato un esponente di vertice. Su questo punto, l’avvocata Pina Di Credico aveva sollevato un’obiezione precisa: quella stessa nota dei Carabinieri di Casalnuovo affermava, nero su bianco, che non c’erano elementi per stabilire, allo stato attuale, forme di collegamento tra il detenuto e la criminalità organizzata. Il Tribunale aveva usato quel documento per sostenere il contrario di ciò che il documento diceva. Una lettura capovolta delle prove, aveva denunciato la difesa. La Cassazione, nella sentenza, definirà quella nota dei Carabinieri “una sorta di non liquet”, cioè un documento che non risponde, che lascia tutto in sospeso. La questione più rilevante riguarda il principio che la Cassazione ha ora confermato in modo netto. La pericolosità “esterna” del detenuto, cioè i suoi legami presunti o passati con organizzazioni criminali fuori dal carcere, non è un parametro valido per negare i colloqui intimi. Quei colloqui non sono un permesso che porta il detenuto fuori dalle mura: sono qualcosa che avviene all’interno del penitenziario, tra quattro pareti. Quel che rileva è soltanto se il detenuto, sulla base del comportamento attuale in carcere, rappresenta un rischio concreto per la sicurezza e l’ordine interno. La Cassazione, nella sentenza redatta dal consigliere Francesco Aliffi e presieduta da Giuseppe Santalucia, lo scrive in modo esplicito. “A fondamento del diniego devono porsi non valutazioni astratte sulla capacità a delinquere del detenuto, desunte, in via esclusiva, dal suo curriculum criminale, dalle pendenze giudiziarie e dalla gravità dei reati in esecuzione, bensì un giudizio prognostico sul pericolo attuale, desunto da elementi fattuali concreti”. In altre parole: il passato non basta. Serve qualcosa di reale e attuale. C’era poi un elemento che aveva pesato nel giudizio del Tribunale di Campobasso: la pendenza di un procedimento penale a carico del detenuto per alcuni fatti di rilevanza disciplinare avvenuti in carcere. Il Tribunale lo aveva considerato un ulteriore ostacolo alla concessione dei colloqui. La Cassazione lo boccia anche su questo punto. La Corte costituzionale, nella sentenza del 2024, non aveva mai indicato la pendenza di un procedimento penale per fatti disciplinari come condizione ostativa. Anzi, la stessa Consulta aveva già dichiarato incostituzionale, con la sentenza n. 24 del 2025, una norma simile sui permessi premio, proprio perché contraddiceva il principio della presunzione di innocenza. Prove ignorate, regole disattese - C’era poi un problema procedurale che Di Credico aveva segnalato con forza. Il detenuto era stato trasferito nel carcere di Larino da pochi mesi quando il Tribunale aveva deciso. In quel nuovo istituto, non aveva mai ricevuto rilievi disciplinari. Il primo settembre 2025 gli erano stati concessi 45 giorni di liberazione anticipata proprio per l’irreprensibilità della condotta. Dopo il ricorso in Cassazione, la difesa aveva prodotto la relazione di sintesi dell’equipe di Larino, che attestava un comportamento ottimo per l’intero anno, e la relazione dell’Uepe sulla famiglia, con moglie e tre figli minorenni, descrivendo una situazione di normalità. Il Tribunale di Campobasso non si era preoccupato di acquisire nulla di tutto questo. Aveva deciso basandosi su informazioni datate e su una nota di polizia che non diceva nulla di conclusivo. La Circolare del Dap dell’11 aprile 2025, che aveva recepito le indicazioni della Consulta per disciplinare concretamente i colloqui intimi, era chiara: i pregressi rilievi disciplinari non bloccano automaticamente il diritto, ma impongono una valutazione più rigorosa. E dopo sei mesi dalla trasgressione, l’osservazione deve essere aggiornata. Nel caso di Larino, i fatti risalivano a fine novembre 2024 e il detenuto era poi stato trasferito. Il periodo era ampiamente trascorso. Nessuna relazione aggiornata era stata chiesta. La Cassazione ha quindi annullato l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Campobasso, rinviando per un nuovo giudizio. Dovrà acquisire le relazioni aggiornate sul comportamento in carcere, valutare solo la pericolosità interna e attuale, smettere di usare informative di polizia che parlano del passato come se parlassero del presente, e non bloccare un diritto costituzionale citando procedimenti penali ancora senza condanna. Il percorso per arrivare qui è stato lungo. L’avvocata Pina Di Credico ha dovuto insistere in ogni grado del giudizio, sollecitare ripetutamente prove che venivano ignorate, segnalare che documenti chiari venivano letti al contrario. Una battaglia silenziosa che, arrivata in fondo, cambia qualcosa di concreto nel modo in cui i diritti vengono applicati nelle carceri italiane. Perché il punto è semplice. La Corte costituzionale ha detto che il diritto all’affettività non può essere tolto in modo assoluto. Chi viene ristretto in carcere perde la libertà, ma non perde tutto. Non perde il diritto di tenere vivo un legame con il proprio partner, di non diventare uno sconosciuto per i propri figli. Negargli questo senza una ragione concreta e attuale non è sicurezza. È solo una pena aggiuntiva che nessuna legge ha mai previsto. Sicurezza, scintille al Senato: muro dell’opposizione di Valentina Stella Il Dubbio, 3 aprile 2025, 3 aprile 2026 È scontro al Senato tra maggioranza e opposizione sul dl Sicurezza. E sembra un copione già visto rispetto ad altri provvedimenti con la prima che soffoca il confronto costringendo poi l’altra a presentare migliaia di emendamenti. “C’è un ostruzionismo accanito che vuole impedire in tutti i modi che venga approvato il decreto, una posizione ideologica e pregiudiziale con più di mille emendamenti al solo scopo di far perdere tempo”, ha affermato il presidente della commissione Affari Costituzionali, Alberto Balboni di Fratelli d’Italia, al termine dei lavori nella mattinata di ieri. L’esame del provvedimento è proseguito al ritmo di circa tre emendamenti ogni ora, con interventi a raffica dei senatori del centrosinistra. “L’opposizione vuole trasformare l’ostruzionismo in un’arma per imporre la dittatura della minoranza sulla maggioranza, non mi pare un atteggiamento democratico”, ha aggiunto Balboni. L’esame del testo riprenderà martedì e il presidente della Commissione ha annunciato: “Andremo avanti a oltranza, l’obiettivo è andare in Aula col mandato al relatore ma se disgraziatamente non ci riuscissimo si andrà in Aula senza il relatore”. Il provvedimento dovrebbe essere approvato al Senato a metà aprile e va convertito in legge entro il 25 dello stesso mese, compreso il passaggio alla Camera, pena la decadenza. Non si esclude il ricorso al voto di fiducia. Contro le minoranze anche i senatori della Lega in prima commissione a Palazzo Madama, Daisy Pirovano, Stefania Pucciarelli e Paolo Tosato: “Il comportamento delle opposizioni nel corso dei lavori è la dimostrazione che della sicurezza del Paese alla sinistra non importa nulla. Eppure, parliamo di misure che tutelano le forze dell’ordine e garantiscono la loro dignità; contrastano spacciatori, borseggiatori, baby gang e maranza, forniscono risorse ai Comuni per videosorveglianza e sostegno alle politiche locali e con i nostri emendamenti vogliamo rafforzarle ulteriormente. La sinistra, con un ostruzionismo strumentale, è invece contro gli italiani e non vuole tutelare le donne e gli uomini in divisa”. “Rispettiamo la scelta delle opposizioni di ricorrere all’ostruzionismo in I Commissione - ha detto Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati e membro della Commissione - ma come ha ribadito il presidente Balboni l’iter del disegno di legge sulla sicurezza va avanti. Siamo al lavoro per affinare e migliorare alcuni aspetti del provvedimento, ma l’impianto è già solido e ben definito”. Opposta la posizione dei senatori del Partito democratico Valeria Valente e Dario Parrini : “Il dl sicurezza è la solita ricetta della destra: inasprimento di pene, nuovi reati, giro di vite sull’immigrazione, niente per politiche sociali ed educative. Dopo quasi quattro anni di esecuzione Meloni, gli italiani si sentono più insicuri perché sono cambiate le condizioni di vita e perché questa maggioranza non ha dato risposte adeguate, in termini di protezione dei salari, di investimenti sulla qualità della vita nella città, di sicurezza di prossimità. Solo annunci roboanti, massiccio ricorso al diritto penale, tagli alle politiche urbane di cui i sindaci si lamentano. Questa è una destra capace solo di mostrare la faccia feroce dello Stato, di limitare le manifestazioni di dissenso e di prendersela con i migranti”. Polemiche anche dal M5S: “La maggioranza di governo ha dichiarato inammissibili o ha dato parere contrario a tutti gli emendamenti del M5S che proponevano interventi sulle cause del disagio sociale da cui trae origine la criminalità. Per la destra è più facile alimentare l’insicurezza e le tensioni sociali per poter poi sbandierare provvedimenti sempre più brutali”, hanno detto le senatrici Ada Lopreiato ed Elisa Pirro e il senatore Roberto Cataldi. Per il capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, il senatore Peppe De Cristofaro, “il presidente Balboni accusa le opposizioni di ostruzionismo, che rivendico, ma in realtà il loro intento è solo comprimere il dibattito, mortificando il Parlamento, e approvare un testo propagandistico e inefficace”. Insomma clima molto teso su un provvedimento bandiera della destra che dopo il fallimento sulla separazione delle carriere non può permettersi altri inciampi. Certo, arrivare in Aula senza il mandato al relatore sarebbe sì consentito dal regolamento ma rappresenterebbe una forzatura, l’ennesima e un danno di “immagine” alla maggioranza, già sotto attacco delle opposizioni per aver blindato in questo modo precedenti provvedimenti. Infatti era già successo di arrivare in Aula senza il mandato al relatore e senza l’esame degli emendamenti per il precedente dl sicurezza e pure per la separazione delle carriere. Allora si parlò di “imperio intollerabile” e di “Parlamento come succursale di Palazzo Chigi”. Siamo quasi certi che risentiremo queste espressioni a breve. Gip collegiale, conto alla rovescia. Le toghe: tribunali a rischio blocco di Giovanni Maria Jacobazzi Il Dubbio, 3 aprile 2026 Dal 25 agosto può entrare in vigore la nuova disciplina sulle misure cautelari: obiettivo garantista, ma restano dubbi su tempi, organici e coerenza del sistema. A meno di una proroga nelle prossime settimane, il 25 agosto entrerà in vigore la tanto attesa riforma del giudice delle indagini preliminari prevista della legge 114 del 2024. Il punto principale della riforma è l’introduzione della “collegialità”. La misura, come disse il ministro della Giustizia Carlo Nordio, nasce con una chiara finalità garantista: rafforzare le tutele dell’indagato nelle fasi più delicate del procedimento, in particolare quando si tratta di disporre misure cautelari personali che incidono sulla libertà individuale. Affidare la decisione a un collegio di giudici anziché a un singolo gip dovrebbe, nelle intenzioni, favorire una valutazione più ponderata del materiale probatorio, riducendo il rischio di errori e di automatismi decisionali, e quindi un “appiattimento” sulle richieste del pubblico ministero. Si tratta, dunque, di uno degli interventi più innovativi ma al contempo più controversi di questa legislatura in materia di giustizia. La riforma, infatti, è stata sempre fortemente osteggiata dall’Associazione nazionale magistrati che fin dall’inizio ne ha evidenziato criticità di ordine sistematico, organizzativo e funzionale che rischiano di comprometterne l’effettività e, in alcuni casi, di produrre effetti opposti rispetto a quelli auspicati. Una prima criticità riguarderebbe la “coerenza” del sistema processuale. L’introduzione di un giudice collegiale per la fase cautelare si scontra con l’attuale assetto del processo penale che affida il giudizio di merito, anche per reati puniti con pene particolarmente elevate, a un giudice monocratico. Ne deriverebbe un evidente squilibrio: la decisione sulla libertà personale affidata a un organo collegiale, mentre la decisione finale sulla responsabilità penale in capo a un singolo giudice. Un ulteriore elemento problematico sarebbe rappresentato dalla frammentazione delle competenze. La riforma non attribuisce infatti al gip collegiale una competenza generale in materia cautelare, prevedendo numerose eccezioni: resteranno infatti affidate al giudice monocratico le decisioni in sede di convalida di arresto o fermo, nei procedimenti direttissimi e nelle richieste avanzate nel corso dell’udienza preliminare. Una pluralità di modelli decisionali che, secondo i detrattori, rischia di generare incertezze applicative, disomogeneità di trattamento e complicazioni procedurali, soprattutto nei procedimenti complessi. Particolarmente delicata è poi la gestione dei procedimenti plurisoggettivi. In tali casi, la possibilità che vengano richieste misure cautelari differenti per diversi indagati (custodiali per alcuni, non custodiali per altri) potrebbe, affermano sempre i critici della riforma, comportare la necessità di separare le posizioni processuali, con conseguente trasmissione di parte degli atti al collegio e permanenza di altri davanti al giudice monocratico. Questo meccanismo di “stralcio” potrebbe all’atto pratico compromettere la visione unitaria del fatto e di indebolire la capacità del giudice di cogliere il contesto complessivo delle condotte contestate. Un altro punto sensibile riguarda i tempi della giustizia. La decisione collegiale implica inevitabilmente una maggiore complessità organizzativa e di conseguenza un allungamento dei tempi di emissione delle misure cautelari, con effetti potenzialmente gravi soprattutto nei procedimenti caratterizzati da esigenze di urgenza, come quelli relativi ai reati del cosiddetto “codice rosso”. A ciò, infine, si aggiunge il tema delle incompatibilità processuali. L’estensione del numero dei giudici coinvolti nella fase cautelare aumenterebbe il rischio che gli stessi magistrati risultino incompatibili a partecipare a fasi successive del procedimento. Sul fronte delle risorse, invece, non dovrebbero esserci problemi. La riforma presupponeva un significativo incremento dell’organico dei magistrati, condizione che ha infatti differito di due anni l’entrata in vigore della norma proprio per consentire l’adeguamento degli uffici giudiziari. Il problema, però, potrebbe rimanere nei tantissimi uffici medio-piccolie che sono la maggioranza sul territorio nazionale. La necessità di costituire collegi per ogni decisione cautelare potrebbe pertanto tradursi in un blocco dell’attività giudiziaria, con effetti negativi sulla durata dei procedimenti. La necessità di rivedere la geografia giudiziaria, con una revisione dei tribunali esistenti, pare allora essere destinata a tornare di attualità. È ormai acclarato che un tribunale per poter funzionare in maniera adeguata non possa avere meno di quaranta giudici. Un dato che stride con i numeri della stragrande maggioranza dei tribunali italiani. “Legge sullo stupro, servono dialogo e chiarezza di Elisa Messina Corriere della Sera, 3 aprile 2026 Il confronto tra le parti che dovrà sciogliere il nodo politico deve partire avendo un orizzonte di riferimento comune. E questo non può che essere la Convenzione del Consiglio d’Europa. “Abbiamo deciso di fare un comitato ristretto per cercare di trovare una sintesi tra le parti e per cercare di arricchire il testo. Quindi auspico che ci sia un accordo su testi di così grande importanza”. Con queste parole la senatrice Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha annunciato la creazione di un gruppo di lavoro per arrivare finalmente a un testo definitivo che riscriva l’articolo 609-bis del Codice Penale sul reato di violenza sessuale. Ovvero quel ddl stupri che avrebbe potuto essere già legge da mesi se fosse passato anche al Senato il testo passato all’unanimità alla Camera dopo la stretta di mano storica tra la premier Meloni e la segretaria dem Schlein. Testo che metteva al centro il concetto di “consenso libero e attuale” adeguandoci alla Convenzione del Consiglio d’Europa. Ma così non è stato. Dopo le proteste di alcuni senatori della maggioranza la bozza di testo è stata riscritta e il concetto di consenso è stato sostituito con quello di “volontà contraria” all’atto sessuale. Il tutto all’interno di una formulazione che non è stata criticata solo dalle forze di opposizione ma anche dal mondo dell’associazionismo femminile, dai centri antiviolenza e da molti giuristi e magistrati che ne hanno evidenziato criticità tecniche Ora le parole della senatrice Bongiorno non possono che essere accolte con favore: mostrano disposizione al dialogo e la volontà di trovare una quadra per una legge giusta su un tema che non dovrebbe essere divisivo: è uno degli indicatori che definiscono civile un Paese. Però il dialogo tra le parti che dovrà sciogliere il nodo politico deve partire avendo un orizzonte di riferimento comune. E questo non può che essere la Convenzione del Consiglio d’Europa, detta anche di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, in cui si fissano i principi per la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Senza questa visione condivisa il dialogo è destinato a fallire di nuovo. Isolamento disciplinare del detenuto: inammissibili le questioni di legittimità ius.lefebvregiuffre.it, 3 aprile 2026 La Corte costituzionale, con la sentenza 17 marzo 2026, n. 31, ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate con riferimento agli artt. 33, 39 e 40 della legge n. 354/1975, concernenti l’isolamento del detenuto sottoposto alla sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività comuni. Nel caso di specie il detenuto era stato tratto a giudizio per danneggiamento seguito da pericolo di incendio, in quanto, mentre si trovava in isolamento disciplinare per esclusione delle attività comuni, aveva appiccato il fuoco al materasso e al cuscino in dotazione della camera di detenzione. Il Tribunale di Firenze aveva censurato nel merito gli artt. 33, 39 e 40 della legge n. 354/1975, assumendo che l’isolamento del detenuto, “realizzando una separazione coattiva del medesimo dalla comunità di cui fa parte”, fosse misura sproporzionata ai fini disciplinari, contraria alla finalità rieducativa della pena e dannosa per la salute psicofisica della persona. In punto di rilevanza, il rimettente aveva evidenziato che le questioni, aventi a oggetto la sanzione disciplinare dell’esclusione dalle attività in comune e il pertinente regime di isolamento, erano rilevanti poiché, ove accolte, avrebbero imposto di configurare a favore dell’imputato una scriminante di “legittima difesa, quanto meno putativa”, ovvero l’esimente della particolare tenuità del fatto. La Corte ha ritenuto le questioni inammissibili per difetto di rilevanza. Secondo i giudici il Tribunale di Firenze ha censurato le norme dell’ordinamento penitenziario sull’isolamento disciplinare, che tuttavia non era chiamato ad applicare, vertendo il giudizio principale su un’imputazione di danneggiamento. La prospettazione del rimettente, diretta a far rientrare nell’oggetto del suo giudizio la legittimità della sanzione disciplinare, in realtà mero antefatto dell’ipotesi di reato, è giuridicamente implausibile. Tale prospettazione non supera il vaglio di non implausibilità della motivazione sulla rilevanza della questione, che la Corte costituzionale è tenuta a svolgere, secondo la propria costante giurisprudenza (ex multis, da ultimo, sentenze n. 21 e n. 10 del 2026). Infatti, tra i presupposti della scriminante di legittima difesa vi è l’inevitabilità del pericolo (Cass. pen., sez. IV, sent. 4 luglio 2006, n. 32282; Cass. pen., sez. I, sent., 25 ottobre 2005, n. 45425). Nella specie, il detenuto poteva evitare il pericolo, che alla sua salute eventualmente fosse derivato dall’isolamento, ricorrendo al magistrato di sorveglianza per ottenerne la revoca o, qualora il rimedio al malessere fosse stato urgente, chiedendo il pronto intervento dei sanitari e il ricovero in infermeria. Quanto alla causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, l’ordinamento penitenziario attribuisce al detenuto precisi rimedi giuridici per contestare la sanzione disciplinare e la stessa legittimità costituzionale delle norme sulle quali essa si fonda, restando però certamente antigiuridica una reazione spontanea contro una percepita ingiustizia. Sicché, anche ove la Corte riconoscesse l’illegittimità costituzionale della disciplina sull’isolamento disciplinare, ciò non varrebbe, di per sé, a rendere di particolare tenuità il danno cagionato dal detenuto e a condurre al riconoscimento, in suo favore, della causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis c.p. Asti e Saluzzo. Stop alle attività con gli esterni per i detenuti in A.S.: la dura replica dei Garanti lavocediasti.it, 3 aprile 2026 Domenico Massano e Paolo Allemano scrivono al direttore generale Ernesto Napolillo, contestando la decisione che blocca i progetti teatrali e scolastici finora realizzati con successo. Una netta e inaspettata chiusura che rischia di vanificare anni di prezioso lavoro rieducativo all’interno delle carceri piemontesi. È quanto denunciano i garanti dei diritti dei detenuti di Asti e Saluzzo, rispettivamente Domenico Massano e Paolo Allemano, in una vibrante lettera aperta indirizzata a Ernesto Napolillo, direttore della Direzione Generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). Al centro dello scontro c’è la recente decisione ministeriale di bloccare le iniziative culturali e teatrali che prevedono la partecipazione congiunta di cittadini esterni e detenuti appartenenti al circuito dell’Alta Sicurezza. Il cortocircuito istituzionale e le attività cancellate - Nella loro missiva, i due garanti evidenziano una palese contraddizione nelle argomentazioni fornite da Napolillo. Se da un lato il direttore riconosce le attività culturali come “uno strumento di elezione per il perseguimento della Mission istituzionale”, dall’altro decreta che, per questioni di sicurezza, “di regola sono nel senso di ritenere non opportuna la partecipazione contestuale ad attività di esterni e detenuti ascritti a tali circuiti”. Una direttiva che ad Asti ha già portato all’interruzione di laboratori di lettura e scrittura, come quello che aveva dato vita al libro “Una penna per due mani” realizzato insieme agli studenti, e alla cancellazione di partecipate rappresentazioni teatrali. A Saluzzo l’impatto è ancora più drammatico: un detenuto su quattro è attualmente impegnato in percorsi scolastici o universitari, e la nuova regola rischia di azzerare i fondamentali incontri con gli studenti esterni e persino le sessioni di laurea in carcere. L’appello al dettato costituzionale - Massano e Allemano ricordano con fermezza come queste iniziative, preparate con grande attenzione in sinergia con le direzioni carcerarie, non abbiano mai generato alcun problema di sicurezza in passato. Al contrario, rappresentano la concreta applicazione dell’Ordinamento Penitenziario, che impone di agevolare “opportuni contatti con il mondo esterno” per favorire il reinserimento sociale. Citando l’indimenticato magistrato Alessandro Margara, i garanti sottolineano l’importanza di scegliere tra “far del carcere la sede di un servizio e farne invece la sede di una severità simbolica”. La chiusura imposta dal Dap, avvertono i firmatari, non solo blocca nuove progettualità creando un clima di pesante incertezza burocratica, ma rischia di soffocare la tensione rieducativa che dovrebbe contraddistinguere il sistema penitenziario italiano, in conformità con l’articolo 27 della Costituzione. La richiesta di un nuovo confronto - L’appello finale dei garanti astigiano e cuneese si aggrappa a quel “di regola” inserito nella risposta di Napolillo, interpretato come uno spiraglio per evitare una chiusura totale. La richiesta è quella di avviare un dialogo costruttivo che coinvolga tutti i soggetti attivi nella rieducazione carceraria, per rivalutare i nuovi criteri restrittivi. L’obiettivo, ricordando le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non è mettere in discussione la sicurezza delle strutture, ma garantire che essa cammini di pari passo con la funzione rieducativa, di cui il coinvolgimento della comunità esterna rappresenta un pilastro essenziale e insostituibile. Cremona. Scuola e carcere a confronto: studenti e detenuti uniti dal teatro laprovinciacr.it, 3 aprile 2026 Il Torriani di Cremona porta gli studenti alla Casa circondariale per uno spettacolo teatrale. Un’esperienza che stimola riflessioni sulla legalità, responsabilità e inclusione. Il Progetto scuola-carcere dell’IIS Torriani di Cremona ha come finalità quella di mettere in relazione la realtà della scuola e quella del carcere attraverso riflessioni e attività condivise che sviluppino negli alunni un’attenzione partecipata verso la condizione dei detenuti, verso il tema della legalità, nell’ottica della formazione di cittadini attivi e solidali. Così il 31 marzo, presso la Casa circondariale di Cremona, cinque classi quinte dell’IIS Torriani di Cremona (5alsa,5clsa, 5binfo, 5bmem, 5cmem) hanno assistito ad uno spettacolo teatrale realizzato dai detenuti, dal titolo Hanno arrestato la letteratura. Sulla base dei testi letterari Novecento ed Aspettando Godot il senso dell’attesa, tra il dubbio, la trepidazione, la paura, la speranza è stato espresso dalle voci recitanti dei detenuti, all’interno di una sceneggiatura originale e suggestiva. E’ seguita la condivisione delle personali e profonde riflessioni degli studenti sui medesimi testi, a partire dalle quali si è creato con i detenuti un dialogo aperto ed intenso. Nel periodo dell’attesa (dell’uscita dal carcere come dell’ingresso nella vita adulta per i ragazzi) avere cura del tempo a nostra disposizione, crescere nella responsabilità e nella legalità, custodire gli affetti più cari, alimentare sempre sogni e speranze: questi gli intensi appelli emersi nelle parole cariche di emozione dei detenuti, unitamente alla richiesta di non essere dimenticati nel periodo per loro difficile della detenzione. Grazie alla Direttrice della Casa circondariale dottoressa Antonicelli, agli educatori del Centro diurno, al personale di sorveglianza, agli studenti e agli insegnanti del Torriani, è stata vissuta un’esperienza carica di umanità e di volontà di servire gli uni gli altri, in un’ottica di ascolto, di rispetto reciproco e di solidarietà. Monza. Festival “Secondo Atto”: i detenuti portano sul palco il valore dell’inclusione di Chiara Daffini fanpage.it, 3 aprile 2026 Al via a Monza il Festival di teatro nelle carceri “Secondo Atto”. I direttori artistici a Fanpage.it: “L’obiettivo è creare una rete tra carcere e territorio”. Monza ospiterà, dal 15 aprile al 12 maggio, la prima edizione del Festival di Teatro nelle Carceri “Secondo Atto”, cinque spettacoli che andranno in scena nei teatri e nella Casa Circondariale della città mettendo al centro il dialogo tra arte, inclusione e percorsi di reinserimento sociale. La rassegna, sostenuta dalla Fondazione della Comunità di Monza e Brianza, dal Comune e dalla Casa Circondariale di Monza, si pone l’obiettivo di collegare due mondi apparentemente distanti tra loro: quello della cultura e quello degli istituti di detenzione. Il nome “Secondo Atto” vuole infatti evidenziare il bisogno di aprire nuove possibilità e alternative alla detenzione anche attraverso il teatro e la musica. Al pubblico verranno proposte esperienze artistiche che nascono spesso in contesti fragili, dove la cultura diventa però spazio di espressione, crescita personale e relazione. Carcere in teatro e teatro nel carcere - La direzione artistica del progetto è di Serena Andreani e Mauro Sironi, rispettivamente registi della cooperativa Le Crisalidi e della associazione culturale Geniattori, realtà entrambe operanti all’interno della Casa Circondariale di via Sanquirico da anni. “Il Festival nasce con l’intento di creare una rete sempre più solida tra le realtà teatrali operanti all’interno della casa circondariale di Monza e le esperienze sorte all’interno degli altri penitenziari del territorio - dicono Andreani e Sironi a Fanpage.it -. In veste di direttori artistici, abbiamo cercato di definire un cartellone eterogeneo, con proposte che spaziano dal carcere minorile alla casa di reclusione di Milano Bollate. Ci sono poi due spettacoli, di Crisalidi e Geniattori, che andranno in scena all’interno del carcere, proprio per dare modo alla cittadinanza di conoscere più da vicino la realtà detentiva”. Gli appuntamenti in programma - A inaugurare il calendario, mercoledì 15 aprile al Teatro Triante di Monza, sarà “Errare Humanum Est”, della Associazione Puntozero, con detenuti e giovani attrici e attori dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano. Il 22, 23 e 24 aprile, stavolta all’interno del carcere, appuntamento con “Ancora Fermi” interpretato dai detenuti della casa circondariale di Monza e prodotto dalla Cooperativa Le Crisalidi. Il 29 aprile, invece, gli ex detenuti della compagnia Arci Corpi Bollati saranno in scena al Teatro Triante con “Il Pinocchio”. Si torna poi in carcere il 6, 7 e 8 maggio con “Momentum”, prodotto dall’associazione culturale Geniattori con i detenuti attori della Casa Circondariale di Monza. Chiude la rassegna, il 12 maggio al Teatro Binario 7 di Monza, la band Freedom Sounds, formata dai detenuti musicisti della Casa di reclusione Milano Bollate e fondata dall’assistente capo di Polizia penitenziaria Francesco Mondello. A giudicare miglior spettacolo e miglior interprete, una giuria selezionata ed eterogenea che spazia dalla formazione artistica a quella giuridica. Infine un ospite d’eccezione, che resta per ora segreto, consegnerà i premi durante la serata conclusiva, il 12 maggio al Binario 7. Prato. Cena speciale al carcere della Dogaia: ai fornelli i detenuti-studenti di Silvia Bini La Nazione, 3 aprile 2026 Hanno cucinato, allestito i tavoli e servito le pietanze. Il momento più emozionante è stato quando alcuni di loro si sono raccontati spiegando le difficoltà personali e il timore di perdere i contatti con la famiglia e gli amici. Un’accoglienza impeccabile e piatti cucinati con creatività e cura. No, non sono le caratteristiche dell’ultimo ristorante di grido ma lo stile che ha caratterizzato la cena “galeotta” che, all’interno del carcere della Dogaia, ha visto ospiti la presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, Diana Toccafondi, con numerosi componenti del cda e del consiglio di indirizzo, e la direttrice della Società della Salute, Lorena Paganelli. A fare gli onori di casa il direttore dell’istituto di pena, Luca Cicerelli, con la dirigente dell’Istituto Datini Francesca Zannoni ed alcuni docenti che insegnano nelle due sezioni dell’Alberghiero interne al carcere, frequentate da 15 alunni. L’idea e l’organizzazione della serata si devono in particolare a tre consigliere della Fondazione: Ambra Giorgi, Renza Sanesi e Idalia Venco. I veri protagonisti della serata sono stati proprio i detenuti-studenti che con i loro “prof” hanno preparato la cena, allestito i tavoli e servito le pietanze. Il momento più emozionante è stato quando alcuni di loro, con grande dignità, si sono raccontati, spiegando le difficoltà personali, il timore di perdere i contatti con la famiglia e gli amici, mettendo in evidenza le strategie per affrontare e dare un senso all’esperienza carceraria cercando di ricorrere a tutte le opportunità - dallo sport alla formazione - che vengono messe a disposizione. Tutto nel pieno spirito dell’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione che prevede la funzione rieducativa della pena. “Una dimostrazione che il carcere e le persone detenute possono incontrare la realtà esterna e da questo incontro può nascere un dialogo utile a tutti, in cui si riconosce la comune umanità. Il dialogo tra la città e il carcere deve svilupparsi ancora, la Fondazione Cassa di Risparmio di Prato da tempo ha scelto di impegnarsi per supportare la comunità della casa circondariale e venire incontro ai suoi tanti problemi - afferma la presidente Diana Toccafondi - negli ultimi anni abbiamo provveduto all’acquisto di materassi, di televisori e, di recente, di lavatrici e asciugatrici per le sezioni di massima e media sicurezza, nonché di macchinari per la disinfezione, che gli stessi detenuti potranno utilizzare dopo un’apposita formazione. Altri contributi sono stati assicurati all’Associazione Barnaba per l’acquisto di kit di prima accoglienza e indumenti per detenuti che sono privi di risorse e di sostegni familiari e a Uisp per garantire lo svolgimento di un progetto di attività sportiva dentro il carcere. La Fondazione, inoltre, da anni è impegnata a sostenere il progetto di animazione culturale, incontri e formazione teatrale condotta dentro la Dogaia da Metropopolare”. “Questa meravigliosa serata e la collaborazione continua con la Fondazione Cassa dí Risparmio di Prato e l’Istituto Datini, costituiscono l’assolvimento concreto del mandato che la nostra Costituzione demanda all’Amministrazione penitenziaria, alle Istituzioni ed ai cittadini. Grazie a queste iniziative l’Istituto di Prato vede la partecipazione congiunta della società e degli enti del territorio nell’opera di rieducazione ed inclusione sociale delle persone detenute”, mette in evidenza il direttore Cicerelli. “Organizzare una cena per ospiti esterni è stata un’occasione unica per i nostri studenti delle sezioni carcerarie della Dogaia, un evento da realizzare con cura in ogni dettaglio con l’aiuto dei docenti, i professori Landi, Lotummolo e la professoressa Ucci. I ragazzi hanno dato il massimo e sono riconoscenti per la possibilità di mettere in pratica quanto appreso durante le ore di lezione. Ringrazio la Fondazione Cassa di Risparmio di Prato per aver sostenuto con entusiasmo questa iniziativa e al direttore Cicerelli per averne permesso l’organizzazione”, sottolinea la dirigente Zannoni. La cena ha rappresentato un’esperienza da ripetere per sviluppare il dialogo tra la comunità locale e casa circondariale. Il menù? Curato nei minimi particolari, prevedeva vellutata di carote arrosto con crumble alle erbette, risotto con crema di piselli, stracciatella e limone, coppa di maiale con spinaci e carote e per finire panna cotta alla vaniglia. La bulimia repressiva del governo di Franco Corleone L’Espresso, 3 aprile 2026 Dal 25 febbraio è in vigore un nuovo decreto sicurezza che raccoglie in 33 articoli svariate norme assai discutibili, a cominciare dalla mancanza dei requisiti costituzionali di necessità e urgenza. Ennesimo provvedimento: va, infatti, ricordato il precedente decreto che già l’anno scorso peggiorava il codice Rocco prevedendo l’incarcerazione per le madri incinte o con bambini di meno di un anno, la criminalizzazione persino della protesta nonviolenta in carcere e la possibilità per i servizi segreti non solo di infiltrare, ma di promuovere organizzazioni terroristiche. L’inventiva del governo Meloni nel produrre norme di pura propaganda è senza fine. L’emergenza sarebbero i coltelli usati dai minori con un aumento delle pene per il possesso di lame superiore a 8 cm., con arresto da uno a tre anni e ammenda da 1.000 a 10.000 euro, prevista da 200 a 1.000 euro per i genitori; l’inutilità della misura è confermata dal tragico episodio che riguarda un tredicenne non punibile. Il coacervo di commi si conclude con il divieto di vendita di coltelli ai minori e la sanzione amministrativa pecuniaria al trasgressore da 300 a 12.000 euro. Ma non basta: la polizia giudiziaria trasmette gli atti al prefetto che potrà irrogare sanzioni amministrative accessorie, in particolare la sospensione della patente di guida prendendo a modello la disciplina della legge antidroga, punitiva e proibizionista (Dpr 309/90). Un terribile doppio binario, senza garanzie sostanziali. Viene modificato il “decreto Caivano” nella parte della criminalità minorile e si prevede un “ammonimento” da parte del questore. Il nuovo decreto prevede pure: un sostanzioso aggravamento delle pene per il furto con destrezza (incentivando così il furto violento!); una grave limitazione nella concessione di benefici (lavoro all’esterno, permessi premio e misure alternative) ai condannati per reati che divengono ostativi; un ampliamento del cosiddetto Daspo urbano deciso da questura e prefetto. Infine, per chiudere il cerchio repressivo, è statuito il fermo di polizia, per un tempo non superiore a 12 ore. Viene poi modificato l’articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza che riguarda l’omesso preavviso al questore di riunioni in luogo pubblico (una piazza) o aperto al pubblico (un teatro). L’art. 17 della Costituzione dice che non è richiesto preavviso per le riunioni anche in luogo aperto al pubblico, mentre deve essere dato preavviso alle autorità solo delle riunioni in luogo pubblico e possono essere vietate soltanto per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica. La previsione costituzionale viene dunque travolta cancellando la differenza tra i due tipi di riunione. La depenalizzazione formale si trasforma in una assurda sanzione amministrativa classista fino a 10.000 euro che consente il diritto di manifestazione ai ricchi. La novità più pericolosa consiste però nella possibilità che viene concessa alla polizia penitenziaria di realizzare operazioni sotto copertura nelle carceri; gli “agenti provocatori” saranno protetti da uno scudo penale, come già quelli infiltrati in organizzazioni eversive. È facile prevedere che il carcere rischierà di diventare una polveriera. Ma forse è esattamente questo l’intento del governo: un’escalation della tensione, premessa per nuove leggi liberticide e maggiori poteri alle tante polizie. “Ho conosciuto chi uccide per 200 euro, serve un patto sociale per i minori a rischio” di Ida Palisi Corriere della Sera, 3 aprile 2026 Il procuratore generale di Napoli Aldo Policastro: “La risposta non può essere legata solo alla repressione, così si rischia di perdere una generazione intera”. Il magistrato parla di “cattivismo” dilagante e chiede l’intervento delle istituzioni, facendosi promotore di incontri pubblici come quello previsto per il prossimo 20 aprile all’Arciconfraternita dei Pellegrini (dove ci saranno anche la procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato e il direttore del dipartimento di Salute mentale della Asl Napoli 1 Andrea Fiorillo). Procuratore Policastro, a cosa è dovuta la recrudescenza dei reati commessi dai minorenni? “È un fenomeno a cui stiamo assistendo da un po’ di tempo, non ci coglie all’improvviso. Si tratta solo di guardare in faccia la realtà con onestà e di verificare se le misure adottate finora sono sufficienti e adeguate ad affrontare questo disagio minorile”. Qual è la risposta? “È evidente che gli interventi di polizia giudiziaria, della magistratura inquirente e di quella giudicante sono tutti tempestivi, adeguati e quindi dal punto di vista della sanzione penale ci siamo. Il rischio è che le risposte di tipo securitario possano restringere gli spazi di intervento educativo, proprio nel momento in cui è assolutamente indispensabile. La risposta non può essere soltanto relegata alla repressione, è necessario che sia collettiva, che riguardi le politiche sociali, le opportunità da offrire, le possibilità di una diversa vita per i minori”. Quale tipo di delinquenza minorile è in aumento oggi? “Meglio dire che stiamo assistendo a una qualità della devianza molto preoccupante, a un numero sempre più alto di minori che si avvicinano alla criminalità organizzata, ragazzi che vengono utilizzati per poco, a basso costo, da gruppi criminali per il controllo del territorio. E ci sono minori che, non avendo opportunità diverse, cercano di saltare ogni limite e di accorciare i tempi di scalata, e quindi fanno ricorso alle armi. Ma questo fenomeno dell’uso delle armi attraversa tutta la società, non soltanto i gruppi criminali o le famiglie fragili dei quartieri disastrati”. Reati commessi per pochi euro? “Il guadagno dei minori di manovalanza è risicato rispetto a quello dei mandanti anche se va sempre rapportato a quanto produce l’attività criminale. Per esempio quello di controllo di una piazza di spaccio è enorme, mentre il guadagno del minore che viene utilizzato anche per azioni efferate è, in proporzione, assolutamente limitato”. Qualche centinaia di euro? “Anni fa un ragazzo molto giovane aveva commesso un omicidio per 200 euro. I prezzi del mercato criminale non li conosco, ma siamo di fronte a guadagni non stratosferici però sicuramente superiori a quelli che offre loro il lavoro nero, come nei bar o simili, molto diffuso tra i minori. Andare a portare le cosiddette “imbasciate” o fare il palo di una piazza può costare pochissimo perché non impegna molto, ma funziona bene. Andare a fare una stesa può essere un gesto di esaltazione personale, e l’utilizzo della forza in qualche modo può essere anche gratificante dal punto di vista criminale ed è segnale di potenza, di autoaffermazione”. Colpa dei modelli sociali? “Se una società si basa sul delirio di onnipotenza è evidente che queste azioni in qualche modo gratificano il minore, a prescindere dal compenso. I ragazzi sono delle spugne, mutuano la loro modalità di relazione dal mondo degli adulti e da quello che propongono i media. È un modello che si basa sulla forza, sulla rimozione di ogni possibilità di mediazione e di soluzione ragionevole del conflitto e sull’eliminazione delle regole. È per questo che la violenza attraversa la società e riguarda anche i ragazzi che vanno a scuola, giovani delle nostre famiglie, che vogliono emergere attraverso la forza, perché non proponiamo modelli di relazioni improntati al rispetto, all’attenzione e alla soluzione attraverso mediazioni. Oggi prevale un rapporto che si basa su odio e rancore”. Cosa serve secondo lei? “Occorre un patto sociale tra tutte le istituzioni, perché perdere intere generazioni è un costo per la società non sopportabile”. Droghe, dieci anni sprecati di Leonardo Fiorentini L’Unità, 3 aprile 2026 Nel 2016 l’ultima Sessione speciale dell’Assemblea generale ONU sul tema, salutata da molti come uno spartiacque. Da allora zero passi avanti e qualcuno indietro, sempre all’insegna del proibizionismo. Il bilancio? Più consumatori, più morti, più detenuti. A dieci anni dall’ultima Sessione speciale dell’Assemblea generale ONU sulle droghe, è tempo di fare un bilancio di quello che molti avevano salutato come uno spartiacque. Per la prima volta, il tema dei diritti umani entrò nel linguaggio del sistema internazionale di controllo delle droghe, da sempre impermeabile a qualsiasi interferenza esterna. La dichiarazione finale riconobbe inoltre la flessibilità delle convenzioni, aprendo lo spazio alla regolamentazione legale. Il bilancio è impietoso. Il rapporto dell’International Drug Policy Consortium, The Ungass decade in review: Gaps, achievements and paths for reform, certifica che quella promessa di cambiamento è rimasta in gran parte disattesa. Il controllo globale continua a essere dominato da approcci punitivi e proibizionisti, con costi umani ed economici enormi e senza effetti apprezzabili né sulla domanda né sull’offerta di sostanze vietate. Si restringe lo spazio civico e torna con forza la retorica della war on drugs, utile a giustificare militarizzazione, repressione e violazioni del diritto internazionale. Basti pensare all’uso della narrazione sul “narco-terrorismo” da parte dell’amministrazione Trump per legittimare iniziative extraterritoriali, uccisioni extragiudiziali e, sul piano interno, un arretramento del diritto alla salute. Le persone che usano droghe sono stimate in 316 milioni nel mondo: circa il 28% in più rispetto al 2016, oltre tre volte il ritmo di crescita della popolazione globale. Tra il 2016 e il 2021 si contano 2,6 milioni di morti correlate all’uso di droghe, con un andamento in aumento. Sul fronte penale, un detenuto su cinque nel mondo è incarcerato per reati di droga: in Italia uno su tre. Il proibizionismo è un fattore di sovraffollamento, stigma e diseguaglianza, che colpisce in modo sproporzionato le comunità più marginalizzate. C’è poi un paradosso che racconta bene la distorsione del sistema globale di controllo delle sostanze psicotrope: oltre 150 Paesi - sui 183 che hanno sottoscritto le convenzioni - registrano un accesso insufficiente agli oppioidi per il trattamento del dolore, a causa di controlli eccessivamente restrittivi. Torna a crescere il ricorso alla pena di morte per reati di droga, con centinaia di esecuzioni ufficiali e molte altre che sfuggono a ogni monitoraggio. Le strategie di interdizione ed eradicazione, inoltre, non eliminano il fenomeno: spostano coltivazioni e traffici verso aree sempre più remote e fragili dal punto di vista ambientale. Come nelle piazze di spaccio, la repressione non cancella il mercato: lo sposta, insieme ai danni. Intanto i mercati cambiano: più complessità, più rischi, più tossicità. La diffusione di oppioidi sintetici come fentanyl e nitazeni, dentro una filiera illegale, alimenta epidemie di overdose. Allo stesso tempo si moltiplicano i canali digitali, tra social media, dark web e app di consegna, mentre cresce l’uso di tecnologie di sorveglianza in nome del controllo delle droghe, con ricadute dirette sui diritti fondamentali. Juan Manuel Santos, ex presidente della Colombia che ha firmato la prefazione, ribadisce che criminalizzazione e escalation militare sono inefficaci, aggiungendo una verità scomoda per i paladini della “tolleranza zero”: “la proibizione è la migliore alleata dei trafficanti, perché rende i mercati più opachi e redditizi”. Il punto critico oggi però non è soltanto che il sistema non funziona e che rafforza le reti criminali devastando comunità ed ecosistemi, minando la speranza di pace. È che negli ultimi tre anni l’architettura internazionale delle droghe è diventata uno stress test del multilateralismo in crisi. Nel 2024 gli Stati Uniti di Biden hanno rotto il rituale del consensus che sin dagli anni ‘80 ha anestetizzato il dibatto alla Commissione droghe di Vienna (CND), imponendo il riconoscimento della riduzione del danno nonostante l’opposizione di Russia e Cina. Nel 2025 la Colombia è riuscita a far avviare una revisione dell’intero sistema globale di controllo delle droghe, isolando Argentina, Russia e gli USA di Trump. Nel 2026, infine, Washington è ancora rimasta da sola, ma ha comunque inciso con il suo bullismo para-diplomatico sul clima del dibattito e soprattutto sulla composizione del panel di 19 esperti incaricati di formulare raccomandazioni in vista della revisione del 2029. Proprio mentre le Nazioni Unite vivono un contesto geopolitico deteriorato e affrontano nuovi vincoli di bilancio che forzano riforme istituzionali, sembrano spalancarsi finestre verso la riforma delle politiche sulle droghe. Senza scomodare Mao, è chiaro che la grande confusione mondiale può creare opportunità inedite, in un verso e nell’altro. Questo è un passaggio raro e decisivo. La vera sfida è riallineare mandati e istituzioni, spostando finalmente il baricentro del sistema ONU sulle droghe verso evidenze, salute, diritti e sviluppo. Come riassume Ann Fordham, direttrice di IDPC, “gli approcci punitivi costano vite, sprecano risorse pubbliche e silenziano proprio le comunità che spesso hanno già le soluzioni pratiche, dalla riduzione del danno a riforme strutturali capaci di togliere terreno a violenza e criminalità”. Migranti. Centri rimpatrio, luoghi “opachi”: perché siamo qui? di Marina Lomunno La Voce e il Tempo, 3 aprile 2026 Sovraffollamento, carenza di personale educativo, medico, di polizia penitenziaria e di attività formative continuano a pesare sul carcere torinese “Lorusso e Cutugno”. Lunedì scorso gli agenti hanno fatto fatica a sedare l’ennesima rivolta in una sezione dove alcuni detenuti hanno appiccato un’incendio nelle celle. Il fatto è accaduto proprio mentre presso la Fabbrica delle “e”, la sede del Gruppo Abele in corso Trapani 91/b, si teneva un’assemblea pubblica sul tema “Cpr istituzioni totali”, a partire dal secondo rapporto di monitoraggio sui Cpr (Centri per il rimpatrio) italiani tra cui quello di Torino in corso Brunelleschi. Il dossier, a cura del Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai) - pubblicato nel gennaio scorso e riferito a dati del 2025 - prende in esame, come ha spiegato uno degli autori, Gianfranco Schiavone, 10 strutture italiane, denunciando “un sistema patogeno che viola i diritti fondamentali e produce sofferenza strutturale. Non una distorsione del sistema, ma un’aberrazione da superare”. Sì perché chi conosce la situazione del Cpr di corso Brunelleschi che Schiavone ha definito “opaca”, non esita ad affermare che in città i luoghi di reclusione, oltre il “Lorusso e Cutugno “ e il carcere minorile “Ferrante Aporti”, siano tre, Cpr compreso. Nella struttura, che dipende dalla Prefettura e dove dovrebbero stazionare non come detenuti e per massimo 18 mesi (salvo rimpatri) i migranti - trattenuti perché senza documenti o con irregolarità e scadenze dei permessi di soggiorno - in realtà si vive in condizioni simili alla galera, senza azioni positive per l’integrazione una volta usciti. Oltre tutto nei Cpr non è permesso verificare le condizioni dei ristretti perché solo a consiglieri regionali o parlamentari è permesso l’accesso e, con difficoltà agli avvocati degli internati, come è stato evidenziato all’incontro promosso dalla “Rete torinese contro tutti i Cpr” (intitolala a Moussa Balde, giovane guineiano trovato morto nel Cpr torinese nel 2021). Alla rete, nata nel dicembre 2024 per opporsi alla riapertura della struttura di corso Brunelleschi, vi aderiscono 30 realtà torinesi - istituzioni, sindacati enti del Terzo settore - tra cui Circoscrizione 3 nel territorio di corso Brunelleschi, Cgil, Pastorale migranti della diocesi, Gruppo Abele, Acli, Agesci, Gioc, Associazione famiglie accoglienti. L’assemblea - a cui sono intervenuti tra gli altri l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Torino Jacopo Rosatelli e Maurizio Veglio avvocato dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) - come ha evidenziato il moderatore, Massimo Candela presidente delle Acli torinesi, rientrava nelle iniziative di sensibilizzazione della società civile sulla situazione critica dei Cpr: non luoghi di attesa per il rimpatrio ma strutture di “detenzione amministrativa” dove per i ristretti il tempo non passa mai e non è proposta alcuna attività culturale, formativa o aggregativa. Una realtà critica come ha evidenziato Guido Giustetto, presidente dell’Ordine dei Medici di Torino, dove carenze strutturali e di personale anche sanitario hanno fatto registrare solo nell’ultimo mese 29 episodi di autolesionismo, spia di un malessere inaccettabile per una struttura dove vengono fermate persone che non hanno commesso un reato. Perché non è un reato penale non essere in regola con i documenti a meno che le carte siano false. Inoltre Giustetto ha aggiunto che nel Cpr di Torino è un medico legale che certifica l’idoneità all’ingresso della persona straniera ma non sempre il medico legale è attrezzato per diagnosticare altre patologie di cui spesso sono affetti i fermati, dopo estenuanti viaggi nei barconi o lunghe permanenze all’addiaccio. E poi nei Cpr manca un mediatore culturale, figura chiave per superare le barriere linguistiche: spesso le persone internate si chiedono senza avere risposte adeguate “Perché sono qui?”. “È stato un incontro interessante” commenta Giovanni Belingardi, portavoce dell’Associazione famiglie accoglienti “per evidenziare ancora una volta con voci autorevoli come i Cpr non svolgano le funzioni istituzionali per cui sono stati pensati: il tempo in cui le persone vi stazionano è vuoto se non controproducente, utile solo a certa propaganda politica contro l’immigrazione”. Migranti. Regolamento rimpatri, così l’Ue vuole deportare anche i bambini oltre ogni principio giuridico di Gianfranco Schiavone L’Unità, 3 aprile 2026 Il Parlamento Ue ha votato la possibilità di sottoporre anche i minori non accompagnati alla deportazione verso paesi terzi, ipotesi che la stessa Commissione aveva escluso. Il 26 marzo scorso in seduta plenaria il Parlamento Europeo ha votato a larga maggioranza la propria posizione sulla proposta di regolamento presentata dalla Commissione (COM(2025) 101 final) per l’adozione di un nuovo regolamento sui rimpatri di cittadini di paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione Europea. Prima di divenire norma dell’Unione il testo finale andrà discusso con il Consiglio Europeo che aveva a sua volta approvato un suo testo, ma l’accordo dovrebbe essere facile e veloce in quanto non ci sono forti differenze tra i due testi. La votazione in plenaria ha fatto seguito a quella del 9 marzo 26 nella Commissione LIBE che ho commentato su queste pagine nell’edizione del 13 marzo 26. Come in Commissione LIBE, anche in plenaria l’approvazione è stata resa possibile grazie alla nuova maggioranza politica che salda il partito popolare con la peggiore estrema destra europea, mandando in frantumi la maggioranza politica ufficiale (popolari e socialisti) che regge la Commissione Europea. A favore hanno votato 389 eurodeputati, 206 sono stati i voti contrari e 32 gli astenuti; alcuni partiti come Renew (Liberali) si sono persino spezzettati (16% favorevoli, 40% contrari, 39% astenuti, 16% assenti) ma anche nel gruppo SD (Socialisti e Democratici) l’attrazione verso le posizioni più estremiste ha avuto il suo peso: solo il 64% degli eurodeputati hanno infatti votato contro (comunque tutti gli italiani), ben il 27% si sono astenuti e un 5% ha votato a favore (assenti il 4%). Quasi tutti gli organi di informazione italiani, compresi quelli più attenti, hanno sostenuto con grande enfasi che la proposta di regolamento rimpatri votata dal Parlamento Europeo costituisca una legittimazione ex post dei centri in Albania realizzati dall’Italia in attuazione della Legge n. 14/2024. Ciò è però del tutto errato poiché in nessuna sua parte la proposta di nuovo regolamento rimpatri autorizza il trattenimento delle persone espulse sotto la giurisdizione dello stesso Paese UE ma al di fuori del territorio dell’Unione, come accade nel modello italo-albanese. Tutti i dubbi di conformità del protocollo italo-albanese con il diritto dell’Unione, attualmente oggetto di esame alla Corte di Giustizia UE a seguito dei rinvii pregiudiziali effettuati della magistratura italiana (vedasi in particolare la causa Sedrata C-414/25 la cui trattazione è iniziata il 24.03.26) rimangono pertanto aperti e non vengono affatto superati dal probabile futuro Regolamento il cui obiettivo è invece rendere possibile che i paesi UE assumano degli accordi o intese con paesi terzi extra UE dove inviarvi le persone espulse devolvendo a detti paesi la futura sorte degli espulsi. Tali eventuali accordi devono specificare, oltre alle procedure applicabili al trasferimento delle persone espulse verso tali paesi anche: (a) le conseguenze nel caso in cui il rimpatrio successivo non sia possibile; (b) i rispettivi obblighi e responsabilità dello Stato membro o dell’Unione e di tale paese terzo; (c) le conseguenze da trarre in caso di un cambiamento significativo che incida negativamente sulla situazione del paese terzo (art. 17 par. 2) Si prevede infine che “l’accordo o l’intesa di cui al primo comma può includere le condizioni di detenzione nel paese terzo”. Tali proposte normative sollevano enormi e ritengo insanabili problematiche giuridiche sotto un duplice profilo: la assoluta indeterminatezza delle fattispecie che regolano il trattamento delle persone deportate nei paesi terzi con cui vengono assunti gli accordi, e l’impossibilità di rispettare in tali casi le garanzie a tutela dei diritti fondamentali garantite dallo stesso regolamento. I contenuti concreti degli accordi e delle intese potrebbero essere del tutto diversi tra i diversi Paesi UE, determinando così dei trattamenti completamente difformi nei confronti delle persone espulse le quali si trovano invece la medesima condizione giuridica; l’uniformità di condizione giuridica viene rafforzata proprio dall’introduzione del principio, contenuto nella proposta di regolamento, in base al quale gli Stati UE riconoscono “una decisione di rimpatrio esecutiva e, se del caso, un provvedimento di allontanamento emesso nei confronti di tale cittadino di un paese terzo da un altro Stato membro - Stato membro di emissione” (art. 9 par.1). Nella proposta di regolamento per “allontanamento si intende l’esecuzione della decisione di rimpatrio o di un provvedimento di allontanamento da parte delle autorità competenti mediante il trasporto fisico fuori dal territorio dello Stato membro” (art. 4) prevede che “gli Stati membri possono trattenere un cittadino di un paese terzo solo ai fini della preparazione del rimpatrio, della riammissione o dell’esecuzione dell’allontanamento” (art. 29 par,.1) solo se qualora ci sia un rischio di fuga o una condotta chiaramente elusiva dell’obbligo di rimpatrio stesso. Considerato che, in base alla stessa proposta di regolamento, il rimpatrio di un cittadino straniero si deve ritenere concluso con l’avvenuto allontanamento nel paese terzo oggetto dell’accordo, la previsione di un secondo trattenimento della persona in tale paese terzo al fine di continuare ancora le operazioni di rimpatrio determina una seconda e irragionevole compressione della libertà personale di colui che è stato già trattenuto ed infine espulso. La mancata previsione di un obbligo di disciplinare le condizioni e la durata delle misure di trattenimento delle persone espulse nei paesi terzi determina da parte dello stato UE una violazione dell’art. 5 della CEDU (Convenzione Europea per i diritti dell’Uomo e le libertà fondamentali) che garantisce che nessuno può essere privato della libertà se non nei casi previsti dalla legge. Va richiamata l’attenzione altresì sul fatto che la proposta di regolamento prevede che in ogni caso “la detenzione deve essere mantenuta per un periodo il più breve possibile e fintantoché sussistano i motivi di cui all’articolo 29 [cioè gli ostacoli all’esecuzione del rimpatrio] e sia necessario per garantire il rimpatrio effettivo, tempestivo e positivo del cittadino di un paese terzo” (art. 32 par.1). Per garantire un’effettiva attuazione di tale principio “la detenzione deve essere riesaminata a intervalli regolari e almeno ogni sei mesi, su richiesta del cittadino di un paese terzo interessato o d’ufficio” (art. 33 par.1). Sia i tempi che le modalità della detenzione amministrativa applicata in sede extra UE dovrebbero essere uguali a quella attuata all’interno dell’UE; diversamente le misure coercitive realizzate nel paese terzo sulla base dell’accordo diverrebbero arbitrarie. Tuttavia quale autorità giurisdizionale sarà chiamata ad attuare la periodica revisione della legittimità della detenzione in relazione agli obiettivi del regolamento? Non il giudice del paese dell’Unione che ha realizzato l’accordo di rimpatrio con il paese terzo dal momento che l’intera competenza a gestire la condizione giuridica della persona espulsa dall’UE è stata appunto devoluta al paese terzo; ma a ben guardare neppure il giudice di detto paese terzo che risponde a un ordinamento giuridico diverso e al quale non può essere imposto di applicare una norma di diritto dell’Unione. Il testo presenta dunque un non sanabile corto circuito logico giuridico. Per le ragioni sopra esposte la proposta di regolamento rimpatri, nella parte in cui prevede accordi con paesi terzi affinché siano questi ultimi a realizzare con ogni mezzo, tra cui la scelta di prosecuzione della detenzione, quel rimpatrio “finale” che il paese UE non ha saputo o voluto attuare direttamente, non mi sembra regga a un serio vaglio di legittimità. Il regolamento prevede che “Il superiore interesse del minore deve costituire una considerazione prioritaria nell’applicazione delle disposizioni del presente regolamento “(art. 18), ma inasprendo persino la proposta contenuta nel testo della Commissione Europea, il Parlamento, prima in Commissione LIBE e infine in plenaria, ha votato la possibilità di sottoporre anche i minori non accompagnati alla deportazione verso paesi terzi oggetto degli accordi prima esaminati, ipotesi che la stessa Commissione aveva escluso. Una decisione di deportazione di un/a minore non accompagnato in un paese terzo a lui/lei del tutto estraneo assunta in forza di un accordo con detto paese non vedo come possa essere attuata senza entrare in chiaro conflitto con il principio del superiore interesse del minore, salvo che non si voglia svuotare tale principio giuridico di ogni contenuto. Venti organizzazioni italiane impegnate nella tutela dei minori, tra cui Save the Children, ARCI, ASGI, Caritas Italiana, Tutori in Rete, si erano rivolte al Parlamento Europeo il giorno della votazione, con un ultimo appello che non ha trovato alcun ascolto affinché la proposta venisse respinta evidenziando come il Regolamento “mette seriamente a rischio migliaia di minori soli e famiglie con bambini, ignorando principi fondamentali del diritto europeo e internazionale in materia di diritti umani e aggravando le criticità di un sistema già fragile”. Oltre ai pareri critici costantemente espressi dalle organizzazioni della società civile, dal mondo accademico, dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, dalla Agenzia Europea per i diritti fondamentali (FRA), anche il Comitato Economico e sociale europeo (relatore José Antonio Moreno Diaz) aveva espresso al Parlamento il proprio parere il 16.01.26 (C/2026/33) evidenziando come “i cosiddetti centri di rimpatrio siano contrari al quadro giuridico internazionale, in particolare alla Convenzione di Ginevra, e incidano su diritti fondamentali quali il non respingimento, una tutela giurisdizionale effettiva e un diritto di ricorso effettivo”. Nessuna osservazione, nessun parere, nessun richiamo a fermarsi e a ripensare le proposte in discussione ha avuto esito; semmai le posizioni politiche si sono ulteriormente estremizzate fino ad arrivare a un testo che per violenza ideologica e disprezzo dei diritti fondamentali non ha precedenti nella storia dell’Unione. Assedio alle case di vetro di Maurizio Ferrera Corriere della Sera, 3 aprile 2026 Democrazie sotto assedio. La guerra invisibile della disinformazione all’Europa: trasparenza minacciata da fake news veicolate da Paesi stranieri. Norberto Bobbio diceva che le democrazie sono case di vetro. I loro processi decisionali sono guidati da principi di trasparenza e legalità, la contesa per il sostegno degli elettori si svolge in una sfera pubblica aperta, ma disciplinata da regole ed eventuali sanzioni. In pratica, sappiamo che i vetri non sono sempre puliti, in alcuni Paesi ci sono più macchie che in altri. Ma se i pesi e contrappesi funzionano, ciò che succede all’interno delle case democratiche può essere osservato e controllato. La crescente aggressività dei regimi autoritari espone la natura aperta e trasparente della democrazia a nuove serie minacce. La principale è la manipolazione delle informazioni dall’esterno. Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale hanno enormemente facilitato la fabbricazione e diffusione di fake news, allo scopo di condizionare il cuore del processo democratico, le elezioni. In Europa la minaccia proviene principalmente dalla Russia. È un fatto ampiamente documentato da numerose fonti, tra cui il servizio Foreign Information Manipulation and Interference (Fimi) dell’Unione europea. Le campagne di disinformazione orchestrate da Mosca colpiscono tutti i Paesi. Quelli della “vecchia” Europa (occidentale) dispongono ancora di vari anticorpi. Negli ultimi mesi i russi hanno ad esempio lanciato imponenti attacchi manipolatori verso la Danimarca, prima sulla questione Groenlandia poi in occasione delle recenti elezioni. Dalle analisi effettuate sembra che solo una quota modesta di elettori danesi abbiano abboccato agli ami di Putin. Il ventre molle della Ue è il fianco est, quello dei paesi ex socialisti. Qui la democrazia ha vetri più sottili e vulnerabili alle infiltrazioni. Le elezioni slovene del 22 marzo (praticamente senza vincitore) sono state letteralmente inondate dai flussi disinformativi provenienti dal cosiddetto “corridoio balcanico”. Le fake news sono confezionate a Mosca e amplificate da fonti conniventi in Serbia, che le rendono più aggressive e sensazionali. Interviene poi l’eco-sistema mediatico della Nord Macedonia (una sorta di hub della disinformazione), che aggiunge riferimenti specifici al contesto del Paese-bersaglio. In quest’ultimo le fake news entrano sotto forma di messaggi provenienti da “esperti” o presentati come “analisi indipendenti”. Insomma: una sofisticata catena di falsità, rese credibili con iniezioni di riferimenti fattuali e mezze verità. Il flusso di disinformazione verso l’Europa orientale è volto a sollecitare risentimento verso la Ue e ad aizzare sentimenti nazionalistici e sovranisti. La narrazione più utilizzata in Slovenia si è focalizzata sui costi energetici, imputandoli alle sanzioni Ue contro la Russia e magnificando i modelli di approvvigionamenti ungheresi e serbi. Si è anche giocato l’argomento del “rimpiazzo”: la Ue starebbe orchestrando una massiccia immigrazione per diluire l’identità slovena. Una terza narrativa ha denunciato i tentativi stranieri di manipolare il processo elettorale. Il denominatore comune di tutti i filoni di persuasione occulta è l’inversione di responsabilità: la Russia è vittima innocente di nemici occidentali; questi stanno complottando anche nel Paese-bersaglio; bisogna difendere la “democrazia” tramite controlli e limitazioni della libertà. Il corridoio balcanico (e non solo questo) ha ora preso di mira l’Ungheria, dove si voterà il 12 aprile (si veda il Dataroom di Gabanelli sul Corriere del primo aprile). Il bersaglio è il concorrente di Orbán, Peter Magyar, leader del partito di centro-destra Tisza (Rispetto e Libertà). Le fake news sono tutte incentrate sulla denigrazione di Magyar e l’esaltazione di Orbán. Il leader di Fidesz evita di parlare della pessima situazione economica interna per concentrarsi sulla questione della sovranità e della sicurezza esterna. La disinformazione si scaglia contro i finanziamenti Ue all’Ucraina, le sanzioni Ue contro la Russia e inverte la responsabilità sull’interruzione del flusso di greggio russo a causa di un oleodotto danneggiato. Le classi politiche democratiche sono (perlopiù) al corrente di quanto avviene, ma sembrano piuttosto reticenti nell’informare e sensibilizzare l’opinione pubblica. C’è il timore di suscitare allarme sociale; nell’incertezza delle prove si lanciano avvertimenti generici e dunque inefficaci. Secondo il World Economic Forum la “guerra cognitiva” è al quarto posto come rischio globale dopo le tensioni geopolitiche, i conflitti armati e le catastrofi climatiche. La buona notizia è che l’Unione europea si è già mobilitata per contrastare il fenomeno. A fine 2025, la Commissione ha proposto un pacchetto di iniziative denominato “Scudo democratico europeo”. Sono però necessari sforzi mirati anche da parte di ciascun Paese. In Italia è recentemente intervenuto il ministro Crosetto con un documento sul contrasto alla guerra ibrida, mentre Azione ha presentato due proposte di legge in Parlamento. È ora che dai vetri si passi ai cristalli antiproiettile. La libertà di informazione è un pilastro della democrazia liberale. La disinformazione è come un virus: si annida entro questo pilastro e da lì attacca l’intero edificio. Non lasciamo che accada. Un passo concreto contro le ingiustizie: il valore della risoluzione Onu sulla schiavitù di Marco Aime Il Domani, 3 aprile 2026 La risoluzione dell’Onu non ha valore giuridicamente vincolante, ma definisce la tratta “il più grave crimine contro l’umanità” e invita gli stati membri ad avviare percorsi di riparazione. È quindi un segnale politico importante che riporta i paesi africani al centro della storia. Il 25 marzo 2026, con 123 voti favorevoli, tre contrari e 52 astensioni, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha approvato ieri una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi “il più grave crimine contro l’umanità” e, per la prima volta nella storia, invita gli Stati membri ad avviare percorsi di riparazione come “passo concreto per rimediare alle ingiustizie storiche”. Da un lato non si può che essere soddisfatti del riconoscimento storico del più grande atto criminale avvenuto nella storia, dall’altro, però viene da dire: “Era ora!”. Era ora che si riconoscesse l’entità e la violenza di una pratica durata tre secoli e troppo spesso occultata nei testi di storia. Mi spiace per Totò, ma la morte non è una livella, non ci rende tutti uguali: c’è una Giornata della Memoria, che, giustamente, ricorda le vittime della Shoah, ma non è mai stata istituita una giornata per ricordare quelle della tratta degli schiavi. Vale la pena anche riflettere sui tre voti contrari di Stati Uniti, Argentina e Israele: i primi rappresentano tra i maggiori beneficiari della riduzione in schiavitù di giovani donne e uomini africani deportati e poi sfruttati “legalmente”, visto che fino agli anni Sessanta sussistevano leggi apertamente discriminatorie. Il voto riflette, peraltro, in pieno la svolta trumpiana, segnata da un forte suprematismo bianco (non c’è un afroamericano nel suo staff), che, peraltro cancella di colpo il dibattito sulle discriminazioni razziali e sull’eredità della schiavitù, avviatosi dopo l’uccisione, sei anni fa, di George Floyd. Il secondo voto contrario è quello argentino, segnato di certo da un appiattimento sugli Usa e sulla visione di ultradestra da parte del governo Milei. Infine, Israele, che da un lato esprime anch’esso il consolidamento di una politica discriminatoria e razzista e che, forse, nel riconoscimento del “più grave crimine contro l’umanità” uno sminuirsi dell’esclusiva legata alla Shoah. Tra i 52 astenuti figurano la Gran Bretagna e l’Unione europea, inclusa l’Italia. Un’astensione ambigua e ipocrita: sono stati gli europei, in particolare inglesi, francesi, portoghesi e spagnoli i più importanti attori del commercio di schiavi. Questo paesi hanno riconosciuto il dramma di quelle pratiche, ma non si son presi alcun impegno riguardo a eventuali risarcimenti a cui il documento Onu fa riferimento. Tra i maggiori protagonisti dell’iniziativa spicca il presidente del Ghana, John Dramani Mahama. Un dato importante che deve fare riflettere: il Ghana, come gli altri paesi del Golfo di Guinea (al tempo chiamato Costa degli schiavi) è stato uno dei molti punti di partenza delle navi negriere verso le Americhe, ma non solo. Gli Ashanti, che avevano costruito un importante regno nell’attuale Ghana, furono tra i maggiori razziatori di schiavi e come loro altri regno costieri come il Dahomey o il regno di Allada nell’attuale Benin. Il documento delle Nazioni unite dovrebbe allora costituire una base di riflessione sull’intero sistema schiavistico, che ha visto un ruolo fondamentale di Europa e America nelle vesti di mercanti di esseri umani, ma anche molti africani che hanno svolto il lavoro sporco per conto loro. Anche in questi paesi occorre che venga avviato un percorso di riconciliazione delle memorie, spesso sottaciuto per non creare nuove rivalità. La risoluzione dell’Onu non ha valore giuridicamente vincolante, rappresenta comunque un segnale politico importante, che riporta l’Africa al centro della storia, anche se in modo drammatico, sempre meglio che averla relegata in uno scantinato, per non riconoscere le nostre colpe nei suoi confronti. Israele. Pena di morte, la legge oscena di Netanyahu di Davide Assael Il Domani, 3 aprile 2026 Nella notte fra il 30 ed il 31 marzo la Knesset ha approvato la nuova legge sulla pena di morte. Un obbrobrio giuridico che approfondirà ulteriormente le spaccature nel Paese e nell’ebraismo tutto. Come mi conforta in un’intervista a Daniel Reichel, pubblicata sul sito del’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), moked.it, il giurista italo-israeliano Michael Sierra, la legge sulla pena di morte approvata nella notte fra il 30 e il 31 marzo dalla Knesset, con 62 voti a favore e 47 contrari, è talmente oscena da andare incontro ad una più che probabile bocciatura della Corte Suprema, per poi, aggiungo io, usare l’ormai strutturale conflitto fra poteri dello Stato che da anni immobilizza la democrazia israeliana, nella campagna elettorale in atto ormai da mesi. Perlomeno da quando il governo Netanyahu è, di fatto, diventato un governo di minoranza in conseguenza delle rotture con i partiti charedim, o ultraortodossi. La legge, ricorda Sierra, presenta molte, macroscopiche criticità: anzitutto introduce una distinzione fra sistemi giuridici, differenziando, di fatto, fra tribunali militari che operano in Cisgiordania e corti competenti sul territorio israeliano, minando così il principio di uguaglianza. Secondo, compromette la discrezionalità dei giudici, che ne risulta molto limitata. Terzo, nella legge manca, o è talmente ridotto da divenire assente, un meccanismo di clemenza, ponendola in rotta di collisione con le Convenzioni di Ginevra a cui Israele aderisce. Anche la Germania prende le distanze dalla pena di morte reintrodotta in Israele Ovviamente, altri giuristi israeliani hanno sottolineato quale obbrobrio giuridico sia la formula che prevede l’applicazione della legge verso quegli atti terroristici che minacciano “l’esistenza dello Stato di Israele”, sfacciatamente coniata per proteggere i crimini terroristi, mafiosi e squadristi degli uomini di Ben-Gvir in Cisgiordania, che stanno, fallendo, portando avanti una ristrutturazione irreversibile della geografia del kibbush, l’occupazione della Cisgiordania iniziata nel ‘67, quando lo Stato ebraico subì l’attacco che scatenò la Guerra dei Sei Giorni e decise di crearsi un cuscinetto protettivo, poi ampliato a dismisura con logiche di espansione territoriale. Ma questa palese stortura, comprensibile senza avere alcuna competenza giuridica specifica, è ancora più inquietante perché talmente ampia da poter essere applicata anche ai rivali politici, a conferma che l’obiettivo del sionismo religioso in versione Ben-Gvir e Smotrich (in realtà galassia eterogenea, ulteriormente deflagrata dopo il ritiro di Gaza nel 2005) sono sì i palestinesi dei territori e i cittadini arabo-israeliani, ma anche la parte democratica dello Stato, che si mette di traverso al loro tentativo suprematista e autoritario dal momento in cui si sono insediati al governo a fine dicembre 2022. Disconoscere gli altri da sé: così Israele mina il dialogo Più schifo della legge, se possibile, è stata l’esultanza da stadio a favor di telecamere di Ben Gvir, che porta a casa la sua vittoria personale nella competizione con HaTzionut HaDatit (il partito del Sionismo religioso) di Bezalel Smotrich, che anche gli ultimi sondaggi confermano in forte bilico per l’ingresso nella prossima Knesset. Osceni brindisi che infangano quella tradizione ebraica ereditata dalla Carta del ‘48, per cui la pena di morte è una misura simbolica: un sinedrio che eseguiva una condanna a morte anche solo una volta ogni 70 anni era considerato “sanguinario” nell’Israele antico, una sola volta applicata nella storia dell’Israele moderno, nel ‘62 per Adolf Eichmann. Peggio, spille raffiguranti il cappio giallo che degradano l’immagine della democrazia israeliana al livello dell’infame Repubblica islamica. La reazione della società israeliana, in mobilitazione e polarizzazione permanente è, ovviamente, scattata: l’Associazione per i diritti civili in Israele ha già presentato una petizione alla Corte Suprema, Yair Lapid ha parlato, così come si è fatto sentire l’ebraismo diasporico, approfondendo quel distacco fra Israele e diaspora in atto da ben prima della guerra, come riflettono le indagini del Pew Research Center. La legge israeliana sulla pena di morte, un nuovo capitolo dell’apartheid contro i palestinesi Il punto raggiunto è talmente basso che si spera faccia maturare anche dalle nostre parti la consapevolezza di dover accantonare l’antisionismo militante, tornato ad essere una delle parole d’ordine della sinistra di piazza e di governo (ma attenti al ritorno in grande stile della destra). Ancora si sono letti in questi giorni articoli allucinanti sull’affaire Pizzaballa, in cui una ricostruzione palesemente parziale e faziosa degli eventi è servita a tirare fuori precostituite teorie sulla rimozione dell’Altro in Israele (scritto con la maiuscola perché una spruzzata di Levinas fa sempre molto chic). Proprio quando persino i rabbini della Gisgiordania, dopo il grido di allarme lanciato da Eyal Zamir, hanno denunciato i crimini delle squadracce di Smotrich e Ben Gvir. Iran. Arrestata Nasrin Sotoudeh, l’avvocata simbolo dei diritti di Simona Musco e Errico Novi Il Dubbio, 3 aprile 2026 L’allarme sui social della figlia Mehraveh Khandan: sequestrati i dispositivi elettronici suoi e del marito. Ma nessuno sa dove si trovi. Il legale di Nasrin, Mohammad Moghini, contattato dal Dubbio, dice: “Il regime usa la guerra come pretesto per reprimere i suoi oppositori”. L’ultimo messaggio inviato al Dubbio da Nasrin Sotoudeh, l’avvocata iraniana simbolo dei diritti umani, risale a lunedì. “Stiamo bene, anche Reza (Khandan, il marito in carcere a Evin, ndr) sta bene”. Poche parole. Essenziali. Quasi trattenute, come se ogni frase potesse costarle qualcosa. L’impressione è che centellinasse l’essenziale per non finire stritolata da quella repressione che, con ostinato coraggio, non ha mai smesso di denunciare. Oggi l’arresto. A darne notizia è la figlia Mehraveh sui social: “Pochi minuti fa siamo stati informati che la mamma è stata arrestata ieri sera mentre si trovava in casa da sola. Recandosi a casa, i parenti si sono accorti che sono stati sequestrati anche i dispositivi elettronici, tra cui i laptop e i telefoni della mamma e del papà. Fino a questo momento la mamma non ha effettuato alcuna chiamata e non abbiamo alcuna informazione sull’autorità che ha proceduto all’arresto”. In serata Mehraveh ha poi comunicato via social che in “una breve telefonata”, Nasrin avrebbe comunicato che ad arrestarla è stato il ministero dell’Intelligence. La chiamata si è interrotta dopo pochi secondi “e ancora non si sa dove si trova”. Secondo un rapporto dell’organizzazione per i diritti umani Hengaw, il fermo sarebbe avvenuto durante un raid delle forze governative. Nel suo ultimo commento sulla guerra, affidato a una connessione Internet agonizzante, Nasrin aveva inviato alcuni messaggi a IranWire criticando duramente il regime: “Un governo che voleva usare in modo distruttivo l’energia nucleare per produrre elettricità, a causa della sua folle ostinazione ha messo a rischio l’intera rete elettrica del Paese. Un governo che per mezzo secolo ha gridato morte a questo e a quel Paese, ora ha esposto noi alla morte. La domanda è: non è forse più facile conquistare la fiducia del mondo che impegnarsi in tutti questi conflitti? Proprio come molti paesi dopo la Seconda Guerra mondiale si sono sottomessi alle decisioni di altri Paesi per guadagnarsi la loro fiducia”. Insomma, meglio rinunciare a una quota di sovranità o a ambizioni di potenza per ottenere la fiducia del mondo, la pace e la ricostruzione, piuttosto che mantenere una postura di sfida che porta solo macerie. Riflessioni che potrebbero aver scatenato l’ira di un potere che da anni l’ha eletta a nemico pubblico numero uno. Recentemente, in un’intervista al Dubbio, Nasrin aveva raccontato la devastazione di Teheran, dove le onde d’urto delle esplosioni hanno sventrato le abitazioni civili, denunciando al contempo i massacri sistematici dei manifestanti. Soprattutto, aveva espresso angoscia per il marito, Reza Khandan, tuttora sepolto nel carcere di Evin, luogo in cui le violazioni dei diritti umani - torture, percosse, isolamento e abusi - sono strutturali e dal quale, pochi giorni fa, filtravano notizie allarmanti. Il Consiglio nazionale della resistenza iraniana ha infatti denunciato una nuova, macabra trappola per i detenuti, quasi tutti oppositori politici: le porte delle celle metalliche sono state saldate, trasformando il carcere in un vicolo cieco in caso di nuovi bombardamenti (come già avvenuto a gennaio), mentre il personale abbandona i reparti lasciando sul posto solo poche guardie. In questo scenario di sovraffollamento e privazione di cure mediche, Sotoudeh aveva lanciato il suo ultimo grido: “Le autorità, contrariamente alla legge, si rifiutano di rilasciare i prigionieri in tempo di guerra. Pensano solo alla propria vita”. Il “reato” contestato a Khandan è l’aver prodotto delle spille con la scritta: “Mi oppongo al velo obbligatorio”. Un gesto di resistenza pacifica punito con tre anni e mezzo di carcere. La pena, inizialmente sospesa, è stata eseguita nel dicembre 2024, proprio mentre Nasrin guidava la mobilitazione contro la legge liberticida su “velo e castità”. Un pretesto, secondo la famiglia, per colpire lei indirettamente. Da mesi, inoltre, Khandan portava avanti una protesta contro il divieto di visite, imposto dai vertici del carcere perché la moglie si rifiuta di indossare l’hijab durante i colloqui. Dalle battaglie per le “ragazze di via della Rivoluzione” alla sfida solitaria contro la pena di morte, il corpo esile di Nasrin ha dato voce a milioni di persone, pagando ogni battaglia con il carcere. Un impegno insignito del Premio Sakharov nel 2012 e del Right Livelihood Award, noto anche come “premio Nobel alternativo”, nel 2020. “Purtroppo, a causa del blocco di Internet, non ho contatti diretti con le persone in Iran e non conosco i dettagli dell’arresto di Nasrin”, ha spiegato al Dubbio Mohammad Moghimi, legale di Sotoudeh. “Tuttavia, sembra che questa situazione stia avvenendo nel contesto delle attuali condizioni di guerra. Il regime pare stia usando queste circostanze come pretesto per reprimere i propri oppositori, cercando allo stesso tempo di presentare un’immagine di controllo, stabilità e autorità all’interno del Paese”. Sulla vicenda è intervenuto con fermezza anche Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, che nel 2023 conferì all’avvocata il Premio dell’Avvocatura italiana: “È un fatto gravissimo. Chiediamo alle istituzioni europee di intervenire subito per chiarire le ragioni del fermo e attivare ogni canale diplomatico utile, affinché tutto avvenga nel pieno rispetto delle norme del diritto internazionale. Neppure in un contesto di guerra possono essere sospesi arbitrariamente i diritti fondamentali e le garanzie di difesa. Colpire chi difende i diritti umani significa colpire il cuore stesso dello Stato di diritto”.