“Le attività culturali in carcere sono una luce. Spegnerla rende la società più fragile” di Federica Olivo huffingtonpost.it, 30 aprile 2026 Intervista tramite mail all’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e allo “scrivano di Rebibbia” Fabio Falbo, che dal carcere si battono per i diritti dei detenuti. Sulle restrizioni alle attività culturali dicono: “Il teatro in carcere è ossigeno. Una società che recide ogni ponte con i reclusi non costruisce sicurezza, ma rancore e marginalità. Azzerare queste esperienze significa colpire ciò che la Repubblica dovrebbe proteggere”. Cosa succede quando si chiude il sipario in carcere? Abbiamo chiesto a due detenuti, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e al suo compagno di cella Fabio Falbo, cosa significa privare i reclusi in alta sicurezza della possibilità di accedere alle attività culturali e di formazione. La loro risposta, pervenutaci via mail, prova a fare il punto sulle conseguenze delle restrizioni che riguardano iniziative che in passato hanno portato film realizzati con persone detenute a Rebibbia anche a vincere l’Orso d’Oro del Festival di Berlino. Proprio nel carcere romano Alemanno e Falbo stanno scontando la propria pena, lo stesso dove grazie all’esperienza del “Teatro libero” centinaia di detenuti hanno imparato a conoscere il palcoscenico. Prima di rispondere alle nostre domande, ci hanno inviato una lettera, che pubblichiamo in calce. Da qualche mese, a seguito di una circolare del Dap, sono state quasi azzerate le attività teatrali e culturali per le persone detenute in alta sicurezza. Si spegne una luce che ha riacceso speranza in tante persone che avevano commesso crimini gravi aiutandole a ricominciare. Cosa pensate di queste restrizioni? Pensiamo che sia una decisione profondamente sbagliata, non solo sul piano umano ma anche su quello giuridico e amministrativo. Il teatro e le attività culturali non sono un “premio”, né una concessione discrezionale, sono, strumenti di trattamento, previsti dall’ordinamento penitenziario per dare concretezza alla funzione rieducativa della pena. A Rebibbia queste attività hanno una tradizione gloriosa, riconosciuta anche a livello internazionale, hanno prodotto percorsi di responsabilizzazione autentici, non retorici, capaci di incidere sul modo in cui una persona detenuta guarda a se stessa e agli altri. Spegnere questa luce significa cancellare ciò che funziona, e rinunciare al cambiamento nelle carceri, non rende la società più sicura, la rende solo più fragile. Salvatore Striano, che da criminale è diventato attore famoso proprio grazie al libero teatro di Rebibbia, ha detto a HuffPost che togliere il teatro alle persone detenute in alta sicurezza che si sono appassionate al teatro stesso, significa condannarle a morte. Condivide? La condividiamo nel senso più profondo, anche se la frase è dura. Il teatro, per chi vive da anni in sezioni di alta sicurezza, non è intrattenimento, è ossigeno psichico, è parola, è relazione, è possibilità di rileggere il proprio passato. Cancellare questa esperienza significa condannare molte persone a una forma di morte civile e interiore fatta di isolamento, immobilità mentale, regressione. Striano è la prova vivente che il teatro non è un’illusione buonista, ma uno strumento concreto di trasformazione. Azzerare queste esperienze significa colpire ciò che la Repubblica dovrebbe invece proteggere. L’articolo 27 della Costituzione delinea la funzione rieducativa della pena. Cosa resta oggi nelle carceri italiane di quella rieducazione? Resta spesso solo una dichiarazione di principio. Nella pratica quotidiana, la rieducazione viene sacrificata sull’altare della sicurezza intesa in modo difensivo e burocratico, non intelligente. Senza lavoro, senza formazione, senza cultura, senza relazioni significative, la pena perde la sua funzione costituzionale e diventa solo contenimento. Questo non lo diciamo noi, lo dice la Corte costituzionale, lo dice la giurisprudenza europea, lo dice l’esperienza concreta di chi vive e lavora nelle carceri. L’idea della dirigenza del Dap è quella di impedire l’incontro tra persone detenute di alta sicurezza e studenti e, in generale, il mondo esterno. A che logica risponde secondo lei questa disposizione? Quali effetti può avere? Risponde a una logica di separazione assoluta, che confonde la prevenzione con la chiusura. L’idea che il contatto con l’esterno sia sempre un rischio e mai una risorsa tradisce una visione della persona detenuta come pericolo permanente, non come essere umano in evoluzione. Gli effetti saranno devastanti con più isolamento, più tensione, meno responsabilità, meno fiducia. Una società che recide ogni ponte con i reclusi non costruisce sicurezza, ma rancore e marginalità. I dati sul sovraffollamento sono drammatici. Qual è la situazione a Rebibbia in questi giorni? Rebibbia è lo specchio di una crisi sistemica, con un sovraffollamento di oltre il 160%, salette della socialità trasformate in celle per oltre 10 persone senza nulla all’interno, carenza di personale, spazi inadeguati, servizi insufficienti. In questo contesto, le attività culturali non sono un lusso, sono uno strumento di gestione intelligente della complessità. Tagliarle mentre il carcere esplode significa togliere anche agli operatori una valvola di equilibrio. In un contesto così pieno di problemi, impedire alle persone detenute di fare teatro, corsi di lingue e cose simili per il solo fatto che sono ritenute pericolose (per reati commessi magari molti anni fa) non è un incredibile passo indietro? Lo è. È una logica retrospettiva, che guarda solo al reato e non alla persona, ma il diritto penitenziario non giudica il passato, governa il presente e prepara il futuro. Se una persona, dopo anni di detenzione, non può accedere a percorsi trattamentali perché etichettata una volta per tutte come “pericolosa”, allora la rieducazione è una finzione. Sovraffollamento, suicidi, poco lavoro, pochissime attività culturali. Il panorama è drammatico. Di cosa hanno bisogno oggi le persone detenute? Hanno bisogno di senso, di sentirsi ancora parte della comunità umana, di strumenti per comprendere il danno fatto, per assumersi responsabilità, per non essere definiti per sempre dal peggiore atto della loro vita (fatti salvo i casi di professata innocenza). Hanno bisogno di essere trattate come persone, non come problemi da neutralizzare. Certamente il primo passo in questa direzione è emanare provvedimenti urgenti contro il sovraffollamento: solo riportando i numeri della popolazione carceraria entro limiti di sostenibilità, si potrà lavorare concretamente per rilanciare le attività trattamentali. Una norma del decreto sicurezza prevede che gli agenti della penitenziaria potranno fare gli infiltrati in carcere. Le associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti sono in allarme perché dicono che così si aggiunge caos a caos e che nessuno si fiderà più neanche del suo compagno di cella. Condivide l’allarme? La condividiamo pienamente, la fiducia è un elemento essenziale per la tenuta del carcere. Introdurre infiltrati nelle celle significa avvelenare le relazioni, distruggere ogni residuo di cooperazione e rendere il carcere un luogo di sospetto permanente. Non aumenterà la sicurezza, viceversa moltiplicherà la paura, l’isolamento e il conflitto, provocando nuovi reati che intaseranno ancora di più i tribunali. E quando in carcere si mette in crisi la fiducia, il danno ricade su tutti, persone detenute, agenti, istituzioni. Lettera di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Preferiamo rispondere insieme alla sua intervista, perché le nostre due diverse esperienze ormai si integrano vicendevolmente. Ma prima di rispondere alle Sue domande, riteniamo necessario fornire alcuni elementi di contesto, perché ciò che sta accadendo oggi nelle carceri italiane - e in particolare nei reparti di Alta Sicurezza - non riguarda singole misure amministrative, ma l’idea stessa di pena in uno Stato di Diritto. Per quanto riguarda l’Alta Sicurezza, Fabio Falbo vi è stato detenuto per oltre tredici anni, a Rebibbia e in altri istituti penitenziari italiani. Proprio a Rebibbia ha potuto partecipare ad attività culturali e teatrali di altissimo livello, ricevendo anche un encomio per la partecipazione al film “Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani, girato integralmente all’interno del reparto di Alta Sicurezza, con la partecipazione - tra gli altri - di Salvatore Striano. Quel film vinse l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, riportando l’Italia a un riconoscimento internazionale che mancava da 21 anni, ed è stato successivamente candidato agli Oscar. Alla prima proiezione fu presente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che inviò a tutti noi persone detenute partecipanti un messaggio di augurio e di apprezzamento, riconoscendo pubblicamente il valore rieducativo e civile di quell’esperienza. Giorgio Napolitano è stato il Presidente della Repubblica più attento al mondo del carcere, è entrato più volte negli istituti penitenziari ed è stato l’unico a inviare un messaggio formale alle Camere sul tema del sovraffollamento carcerario, richiamando le istituzioni al rispetto della dignità umana e della Costituzione. Per Napolitano, la condizione del carcere rappresentava un termometro dello stato di salute della democrazia. Alla luce di questo, il suo apprezzamento per Cesare deve morire e per la cultura in carcere assume oggi un significato ancora più profondo. Non possiamo sapere cosa direbbe oggi davanti alle circolari del Dap, ma una cosa è certa, la sua concezione della pena, coerente con l’articolo 27 della Costituzione, non avrebbe potuto accettare un arretramento così netto e burocratico della funzione rieducativa. Le recenti circolari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria pongono un problema di fondo: sono atti amministrativi, che in quanto tali non possono sostituirsi alla legge, né comprimere diritti e strumenti del trattamento penitenziario previsti dall’Ordinamento. Il tema non riguarda la sicurezza, la cultura non ha mai rappresentato un fattore di rischio, il vero nodo è costituzionale. Ai sensi dell’Ordinamento penitenziario, i magistrati di sorveglianza vigilano sull’esecuzione della pena e sulla sua conformità con l’articolo 27 della Costituzione, una circolare non può quindi svuotare di contenuto la rieducazione nelle carceri. Questo è quello che accade da tempo a Rebibbia, in particolare nel reparto di Alta Sicurezza di Rebibbia, visto che sono state tagliate quasi tutte le attività trattamentali: scuola e università sono state fortemente ridimensionate; non è più consentito l’uso dei computer portatili per lo studio; non è stato rinnovato il corso di giornalismo, nonostante fosse un’esperienza strutturata e formativa; sono state impedite iniziative simboliche come l’albero di Natale e il presepe; la socialità, prima libera, è oggi subordinata a domandine e autorizzazioni, limitate ad una fascia oraria. Nel reparto di media sicurezza, dove il corso di giornalismo continua, si è arrivati a un ulteriore paradosso, visto che negli articoli scritti dalle persone detenute non possono essere indicati nomi e cognomi, come se il nome fosse una colpa aggiuntiva da nascondere e non, al contrario, un’assunzione di responsabilità pubblica rispetto a ciò che si scrive. Il risultato è un giornalismo senza firma, dove l’autore viene cancellato, svuotando la scrittura del suo valore etico e civile. In questo modo lo studio e la produzione culturale perdono il loro valore trattamentale e diventano mero intrattenimento controllato. Le conseguenze sono evidenti, isolamento, regressione, aumento della tensione e, nel medio- lungo periodo, crescita della recidiva. A questo quadro si aggiunge un nodo ancora più delicato, una deriva culturale presente in alcune decisioni della magistratura di sorveglianza. Nel caso di Fabio Falbo, nei provvedimenti di rigetto è stato scritto che tutto ciò che è stato fatto negli anni di detenzione - studio universitario, attività culturali, scrittura, teatro - sarebbe stato compiuto per motivi edonistici, cioè per soddisfazione personale, e non come segno di reale maturazione, ma soltanto in funzione dell’ottenimento di benefici come la liberazione anticipata. Questa lettura riduce la cultura a fatto privato e sospetto, negandole ogni valore pubblico. Ma l’articolo 27 della Costituzione non impone di giudicare le intenzioni interiori, bensì di valutare comportamenti, percorsi e responsabilità oggettive. Se tutto viene letto come opportunismo, allora nulla può mai essere riconosciuto come cambiamento autentico. Siamo stati formalmente invitati a presentare il nostro libro sulle carceri al Salone Internazionale del Libro di Torino, su iniziativa della Direzione editoriale del Salone e del CESP, con tutte le spese a carico dell’organizzazione. Nonostante ciò, abbiamo ricevuto un primo rigetto alla richiesta di permesso. Adesso abbiamo presentato una nuova istanza ai sensi dell’art. 21, comma 4-bis, O.P., che attribuisce il potere al Direttore di far uscire, in modo controllato, le persone detenute dall’istituto per svolgere attività culturali. Siamo tuttora in attesa di risposta. Questo episodio pone interrogativi legittimi, la cultura deve restare chiusa nel perimetro del carcere? Oppure diventa un problema quando esce, quando dialoga con la società, quando assume una dimensione pubblica? In questo contesto si inserisce anche l’esperienza degli avatar narrativi generati con l’intelligenza artificiale, da noi ideati come strumento per consentire alle testimonianze di cultura carceraria di circolare all’esterno in forma virtuale. L’intelligenza artificiale non è prevista dalle norme semplicemente perché non esisteva quando quelle norme sono state scritte, ma gli avatar non fanno evadere nessuno, fanno solo viaggiare la parola. La domanda è inevitabile, il problema è davvero la sicurezza, o il fatto che la cultura carceraria, quando diventa visibile, mette in discussione equilibri e narrazioni consolidate? Il paradosso è evidente, ciò che ieri veniva riconosciuto come valore per la Repubblica, oggi viene trattato come pericolo da contenere o silenziare, attraverso circolari amministrative, rigetti discrezionali e anonimato forzato. Non è solo una questione di teatro, di corsi o di permessi, è una questione di Costituzione, legalità e democrazia. Se la cultura è ammessa solo finché resta invisibile, allora non è più rieducazione ma è amministrazione del silenzio. Carceri, inizia il caldo e i frigoriferi sono vietati nelle celle di Ilaria Dioguardi vita.it, 30 aprile 2026 Il 31 marzo una circolare a firma Ernesto Napolillo, direttore generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap, invitava a dotare i reparti delle carceri di frigoriferi in vista della stagione estiva. Passano venti giorni e una nota del capo del Dap, Stefano Carmine De Michele, vieta la presenza di frigo nelle stanze di pernottamento. Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei garanti e garante campano: “Una decisione incomprensibile e pericolosa. Con il caldo e le carceri sovraffollate, si privano i detenuti di uno strumento essenziale per conservare cibo e acqua in condizioni minime di igiene”. Si avvicina la stagione estiva, ci si prepara per il grande caldo, anche nelle carceri. O forse no. Con una circolare a firma del direttore generale dei Detenuti e del Trattamento Ernesto Napolillo, con data 31 marzo 2026, si incoraggia l’acquisto di frigoriferi. Ma con una nota del 23 aprile 2026 il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap Stefano Carmine De Michele fa marcia indietro: “In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”. “È una decisione incomprensibile e pericolosa”, dice Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei garanti e garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Campania. La circolare di Napolillo: “Frigoriferi nei reparti” - La circolare di Ernesto Napolillo, con oggetto “Attenzionamento in vista della stagione estiva”, “andava nella direzione di promuovere la sistemazione di frigoriferi, aprire le celle, predisporre nei cortili punti idrici a getto e nebulizzatori. Metteva in campo una serie di proposte, tutte utili a fronteggiare la calura estiva”, afferma Ciambriello. Nel documento, tra le azioni da svolgere in vista del caldo, si invita a “favorire la permanenza dei detenuti in spazi comuni che, per le caratteristiche strutturali, possano assicurare un maggiore confort quanto a refrigerio” e anche a implementare la “disponibilità di frigoriferi nei reparti per il deposito di bottiglie d’acqua o altri generi alimentari, anche al fine di evitare il dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare”. La circolare di De Michele: niente pozzetti e frigo nelle celle - Dopo poco più di 20 giorni, il direttore del Dap Stefano Carmine De Michele ha firmato una nota ad oggetto “Dotazione di frigoriferi all’interno delle aree all’uopo dedicate delle sezioni detentive”. “Afferma che nelle celle non devono essere presenti i pozzetti “frigo”, che si devono mettere negli spazi esterni perché dentro si potrebbe nascondere qualche oggetto. In Italia, in molti istituti penitenziari, sono presenti da tempo i frigoriferi nelle celle. In piena emergenza caldo e con carceri sovraffollate, si privano i detenuti di uno strumento essenziale per conservare cibo e acqua in condizioni minime di igiene. Non è sicurezza: è un arretramento che rischia solo di aumentare tensioni e problemi sanitari”, dice Ciambriello. E aggiunge: “Chi, nel frattempo, li ha già comprati e li utilizza che fa?”. Nella circolare del 23 aprile 2026 si legge: “In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento per le criticità legate alla possibilità di occultamento di oggetti o sostanze non consentite, nonché di utilizzo improprio come per barricamento e/o strumento atto ad offendere”. “Un sistema che fa acqua” - “Se Napolillo scrive una circolare all’avanguardia, perché il capo del Dap, 20 giorni dopo, adotta una disposizione contraria e ordina la rimozione dei frigoriferi dalle camere di pernottamento? Chi ha suggerito questa presa di posizione, questo rigore securitario? Cosa sta succedendo al dipartimento?”, si domanda Ciambriello. “Contesto il fatto che, dietro a quelle che sembrano piccole cose, c’è un sistema che fa acqua. C’è una visione eccessiva di sicurezza, direi un’ossessione sulla sicurezza. Il sistema è governato da qualcuno che non sa bene che cos’è il carcere. I garanti protestano, il sindacato dei direttori sta protestando, alcuni sindacati di polizia penitenziaria stanno contestando le ultime scelte del dipartimento, che riguardano anche il ruolo della polizia penitenziaria”. La carenza di agenti - A proposito di polizia penitenziaria, Ciambriello sottolinea che “mancano gli agenti. Non è vero che, con i nuovi assunti, ne mancano di meno perché, dal 2025 fino a marzo 2026, 4mila agenti sono andati in pensione. Il ministro della Giustizia si dovrebbe chiedere come mai l’anno scorso 252 vincitori del concorso di agenti di polizia penitenziaria, dopo aver fatto un breve periodo di tirocinio si sono dimessi, rinunciando al posto statale? Hanno visto come è complesso, delicato e faticoso fare quel lavoro”, prosegue il garante campano. “Un’altra domanda che mi pongo è: come mai i nuovi agenti non fanno più tirocinio negli istituti penitenziari e li tengono solo nelle scuole? Tra la teoria e la pratica c’è un mare”. “Dopo i minatori, gli agenti di polizia penitenziaria fanno il lavoro più usurante d’Italia. Tanto è vero che 8mila-9mila di loro ogni giorno non vanno al lavoro per motivazioni e giustificazioni legittime, di malattia e di altro. Ogni giorno, dal turno delle 15-16 di pomeriggio fino alle 8 di mattina”, prosegue Ciambriello, “ci sono agenti che, per carenza di personale, rischiano di guardare ognuno 100-150 detenuti. Se accade qualcosa i pomeriggi e le notti sono troppo pochi per intervenire”. Il monitoraggio del garante nazionale - Il garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale “ha scritto ai direttori degli istituti penitenziari in Italia per monitorare le condizioni di vita delle persone detenute, in vista dell’imminente stagione estiva”, si legge in una nota. Nella lettera si richiama quanto previsto dal Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario, che dispone che “le finestre delle camere devono consentire il passaggio di luce e di aria naturali e che non sono consentite schermature che impediscano tale passaggio”, e che queste si possano utilizzare solo se consentono un “adeguato passaggio” di aria e luce e “solo in casi eccezionali e per dimostrate ragioni di sicurezza”. “Considerate anche le temperature elevate che comporta la stagione estiva”, prosegue la nota, il garante chiede di ricevere “indicazioni in merito alle condizioni di areazione delle camere di pernottamento e delle sezioni detentive in cui le stesse sono ubicate, con particolare riferimento all’adeguatezza dei sistemi di ventilazione naturale e/o artificiale ivi presenti”. La surreale circolare del Dap: frigoriferi vietati nelle carceri per rischio rivolte di Salvatore Toscano L’Indipendente, 30 aprile 2026 “Frigoriferi barricaderi: l’ultima tappa dell’ossessione securitaria in carcere”. Si intitola così l’ultimo intervento di Stefano Anastasìa, garante dei detenuti e membro fondatore dell’associazione Antigone, relativo alla nuova circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap). Anastasìa critica duramente la misura che, per “prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna”, ha disposto la rimozione di frigoriferi e congelatori da celle e corridoi, per essere posizionati invece in stanze il cui accesso è gestito da detenuti autorizzati e solo “in orari definiti”. “Di stanze da dedicare all’uopo - commenta il garante - non ce ne sono tante con 17mila detenuti più della capienza regolamentare effettivamente disponibile”. Al sovraffollamento si aggiunge poi la periodica emergenza caldo, già scattata in giro per l’Italia. “Con tutti i problemi che le carceri hanno - scrive Stefano Anastasìa - e che immaginiamo abbia anche chi deve dirigerle, dal centro come dalla periferia, tre giorni fa il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha avuto tempo di firmare una nota indirizzata ai provveditori regionali” in cui gli spiega le nuove misure da adottare. Via i frigoriferi e i congelatori da celle e corridoi: andranno individuate delle stanze apposite, dove uno o due detenuti autorizzati soddisferanno, in orari stabiliti, le richieste degli altri reclusi. “In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”, si legge nella nota DAP, vista la possibilità di occultare “oggetti o sostanze non consentite” (“e negli armadietti no? A quando la loro rimozione?”, ironizza Anastasìa). Secondo la disposizione governativa, frigo e congelatori potrebbero poi venire usati per “barricarsi o come strumenti atti ad offendere”. Con una comunicazione al garante, il DAP ha provato ad aggiustare il tiro, sostenendo che la misura riguarderà esclusivamente i pozzetti e i frigo di grandi dimensioni, non anche i minifrigo - che potranno restare nelle celle. “Ma perché a qualcuno di loro è mai capitato di vedere un pozzetto-frigo o un frigo di grandi dimensioni in una cella?”, chiede ironico il garante, chiosando: “resta, beninteso, il divieto di frigoriferi di qualsiasi dimensione nei corridoi e l’interdetto a prender da sé e quando se ne ha bisogno quel che si ha in frigo”. La precisazione non risolve la critica iniziale di garante e associazioni per i diritti dei detenuti, rivelando degli ordini di “priorità” estremamente discordanti. Di fronte all’emergenza suicidi in carcere, tanto tra i detenuti quanto gli agenti, al sovraffollamento, ai continui disservizi e ai diritti negati, il governo ha individuato la sua priorità di intervento, concentrando tempo e risorse sulla rimozione di frigoriferi e congelatori. Per lo Stato i libri e i cd di Cospito sono come “pizzini” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 30 aprile 2026 Quattro libri e un cd. Roba da scaffale di libreria: un romanzo horror della Jackson, un saggio divulgativo sulla fisica quantistica, un libro di storia sull’antichità tardoromana, qualche storia di fantasmi. Non esattamente materiale eversivo. Eppure per Alfredo Cospito, anarchico detenuto nel carcere di Sassari in regime di 41 bis dal maggio 2022, anche questi oggetti sono diventati il centro di una battaglia legale che finirà davanti alla Corte di Cassazione. Il Tribunale di Sorveglianza di Sassari aveva detto sì. Con un’ordinanza del 30 marzo scorso, i giudici avevano autorizzato Cospito ad acquistare “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson, “Ghost Story” di Peter Straub, “Dio gioca a dadi con il mondo” di Giuseppe Mussardo e “Gli altri figli di Dio” di Catherine Nixey. Più un cd: “Who Let the Dogs Out” delle Lambrini Girls. La direzione del carcere non aveva dato esecuzione al provvedimento. E il 14 aprile scorso, l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Cagliari ha depositato ricorso in Cassazione, a nome della Casa Circondariale di Sassari, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Ministero della Giustizia, chiedendo l’annullamento di quella decisione. Il ricorso che vale la pena leggere - Il ricorso, firmato dall’avvocato dello Stato Giandomenico Tenaglia, rivela molto su come lo Stato intende il 41 bis nel caso di Cospito. Il primo argomento è giurisprudenziale: la Cassazione si sarebbe già pronunciata su casi analoghi, con una lista di oltre quindici sentenze tra il 2021 e il 2024. Secondo quella giurisprudenza, l’Amministrazione penitenziaria avrebbe un potere disciplinare generale sull’uso di supporti come i cd, e le singole direzioni non sarebbero nemmeno tenute a motivare concretamente il diniego. A sostegno di questa posizione, il ricorso cita un’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Torino, dove si era già stabilito che concedere quel diritto renderebbe “impossibile all’A.P. il doveroso controllo capillare del flusso di comunicazione” che l’utilizzo di cd comporta. Esaminare uno per uno ogni disco, con “operazioni di messa in sicurezza”, richiederebbe risorse tali da sottrarre personale ai compiti istituzionali del 41 bis. L’argomento, nella sua essenzialità, è che fare il proprio lavoro costa troppo, quindi è meglio non farlo. Il secondo blocco di argomentazioni è quello più rivelatore. Per l’Avvocatura, la “particolarissima posizione e vicenda criminale” di Cospito giustificherebbe una valutazione diversa rispetto agli altri detenuti in regime speciale. Il 41 bis gli è stato applicato proprio perché i suoi scritti, usciti dal carcere, contenevano indicazioni su obiettivi da colpire e strategie per “innescare l’insurrezione generalizzata”. E quindi le sue richieste di libri o cd, sostiene il ricorso, non meriterebbero minore attenzione rispetto a quelle di detenuti che chiedono cd di “cantautori neomelodici sconosciuti al personale”, con il rischio di “trasmettere messaggi criptici”. Se anche ai mafiosi si può negare tutto, a Cospito si può negare tutto a maggior ragione. A chiudere il quadro ci pensa il Procuratore Generale, che aveva già sollevato dubbi prima del ricorso. La base? Una recensione sulla rivista online Rock Nation del cd delle Lambrini Girls, dove si legge che i testi “sono espliciti e provocatori, sono un manifesto contro il sistema, il patriarcato e le ingiustizie sociali, intrecciano anarchia e attivismo femminista”. Non è opportuno, secondo la Procura Generale, che un detenuto con il percorso di Cospito acquisti libri o cd “veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”. Una band punk femminista britannica, quindi, risulta pericolosa allo stesso titolo di un boss mafioso che vuole comunicare con i clan. Vale la pena fermarsi un momento. “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson è uno dei romanzi horror classici della letteratura americana del Novecento. “Ghost Story” di Peter Straub è un thriller. “Gli altri figli di Dio” di Catherine Nixey è un saggio sul tardo impero romano. “Dio gioca a dadi con il mondo” di Mussardo è divulgazione sulla fisica quantistica, edito da Castelvecchi. Questi quattro libri, assieme a un cd, sono stati considerati abbastanza rischiosi da giustificare un ricorso in Cassazione. La stessa Amministrazione penitenziaria, come emerge dal ricorso, aveva peraltro consentito a Cospito di acquistare quindici libri nel solo anno 2025. Ma questi no. Il paradosso di un anarchico al 41 bis - Per capire la posta in gioco, bisogna capire chi è Cospito. Nato a Pescara nel 1967, cresciuto politicamente nel mondo dell’anarchismo insurrezionalista torinese, è il primo anarchico nella storia italiana a finire al 41 bis. La misura fu disposta nel maggio 2022 con decreto dell’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia. Ha due condanne: nove anni e cinque mesi per la gambizzazione nel 2012 dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi; e 23 anni per l’attentato del 2006 contro la scuola allievi carabinieri di Fossano, dove due ordigni in cassonetti non causarono né morti né feriti. Tra l’ottobre 2022 e l’aprile 2023 portò avanti uno sciopero della fame di quasi sei mesi contro il 41 bis, perdendo trentacinque chili. Quello sciopero trascinò la vicenda in Parlamento. Pd e Alleanza Verdi-Sinistra ne fecero una battaglia d’opposizione: visite in carcere, interrogazioni, dichiarazioni infuocate. AVS fu la forza più attiva nel chiedere la revoca immediata del carcere duro. Poi lo sciopero finì, la Cassazione confermò il 41 bis nel febbraio 2023 e poi ancora nel marzo 2024, e il campo largo trovò altre priorità. Di Cospito, in sede parlamentare, non si è più parlato. Le forze politiche che ne avevano fatto un simbolo lo hanno dimenticato con la stessa rapidità con cui lo avevano scoperto. Il paradosso al centro di tutta la vicenda è quello che gli avvocati difensori ripetono fin dall’inizio: il 41 bis nasce per recidere i legami tra un detenuto e la propria organizzazione criminale esterna. Serve perché i capi della mafia, anche dal carcere, non possano continuare a dare ordini agli affiliati. Un anarchico, per definizione, non ha una struttura gerarchica di cui essere il vertice. Non manda “pizzini”. Come ha sostenuto l’avvocato Flavio Rossi Albertini, il 41 bis applicato a Cospito non serve a interrompere comunicazioni organizzative, ma a impedirgli di esprimere il proprio pensiero politico. Un’attività che gli stessi giudici del Tribunale del Riesame di Perugia avevano definito al più “propaganda sovversiva violenta”, non coordinamento operativo. La stessa Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, nel 2023, si era espressa favorevolmente alla sostituzione del 41 bis con il regime dell’alta sicurezza. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma la ignorò. Applicare il 41 bis a un anarchico individualista, che per propria filosofia rifiuta qualsiasi struttura di comando, ha qualcosa di un ossimoro giuridico. Lo Stato ha risposto a questo argomento equiparando la FAI, la Federazione Anarchica Informale, a un’organizzazione gerarchica, nonostante gli stessi giudici di Torino l’abbiano riconosciuta come struttura orizzontale. Con il 41 bis in scadenza il 4 maggio prossimo, fonti del Ministero della Giustizia già anticipano che Nordio lo rinnoverà per altri due anni. La decisione appare scontata. E intanto la Cassazione dovrà dire se quattro libri e un cd sono davvero un rischio per la sicurezza dello Stato. La società non abbandoni chi è recluso di Davide Dionisi L’Osservatore Romano, 30 aprile 2026 Riuniti ad Assisi cappellani e operatori della pastorale penitenziaria. “Perché lo coltivasse e lo custodisse. Lavoro, accoglienza e servizio”. E questo il tema del VI Convegno nazionale dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria che si è aperto oggi ad Assisi. “La scelta di questa espressione biblica nasce dalla convinzione che anche il detenuto sia chiamato, anzitutto, a coltivare la speranza e a custodire la propria vita orientandola al bene”, spiega don Raffele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. “Il Signore ci ha fatto il dono della libertà: proprio in virtù di essa, chi sconta una pena è invitato a prendersi cura del proprio futuro, ricordando che la rinascita resta nelle sue mani e nella sua responsabilità. Abbiamo scelto come sottotitolo Lavoro, accoglienza e servizio”, continua don Grimaldi, “per dare concretezza a questo cammino: il lavoro rappresenta lo strumento principale affinché il detenuto possa costruire prospettive reali per il domani; l’accoglienza interpella la società civile e la Chiesa, chiamate a spalancare le porte a chi vive nel disagio; il servizio all’interno degli istituti penitenziari si configura come un atto di misericordia: il nostro ruolo non è giudicare o puntare il dito, ma offrire una presenza gratuita e compassionevole agli ultimi”. La sfida è anche quelli di educare i laici a non giudicare, ma ad aiutare. “Il laicato che collabora con i cappellani compie un profondo cammino di fede”, commenta don Grimaldi. “Il Vangelo, del resto, è ricco di insegnamenti che invitano alla mitezza: dal monito Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro, alle parabole della Pecorella smarrita e del Padre misericordioso. Pensiamo anche all’episodio dell’adultera”, sottolinea “quando Gesù sfida la folla dicendo: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra. Sono proprio questi riferimenti a guidarci nel seminare speranza nelle carceri. In questo senso, il volontariato rappresenta un supporto fondamentale per il ministero di noi cappellani”. Al termine del forum, uscirà una proposta concreta o un progetto da rilanciare? “Questo convegno vuole essere una provocazione positiva”, risponde l’Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane “un messaggio volto a stimolare la riflessione delle istituzioni. Il nostro obiettivo è offrire spunti concreti all’Amministrazione penitenziaria, alla società civile, alle cooperative e al mondo industriale. Poiché i temi di lavoro, accoglienza e servizio dipendono dalla disponibilità di ognuno”, conclude “più che un semplice impegno, intendiamo lanciare una vera sfida: chiediamo alla società di non abbandonare chi è recluso. Siamo convinti che, attraverso l’apertura e il contributo di tutti, sia realmente possibile favorire il recupero e il reinserimento delle persone”. L’apertura dei lavori è stata affidata a monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mentre domani il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, presiederà la Santa messa per i partecipanti al Convegno. Intanto arrivano buone notizie dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale e dal ministero della Giustizia. Si tratta di due iniziative parallele per migliorare le condizioni dei detenuti: il Garante chiede agli istituti di garantire areazione adeguata, mentre il ministero della Giustizia apre le candidature per l’elenco delle strutture residenziali di accoglienza. “Con l’estate alle porte, abbiamo avviato un monitoraggio straordinario sulle condizioni di vita nelle carceri italiane. L’iniziativa, comunicata attraverso una lettera indirizzata ai direttori degli istituti penitenziari, punta i riflettori su un problema che si ripresenta ogni anno con puntualità: le temperature elevate nelle celle e l’adeguatezza dei sistemi di areazione”, spiega Irma Conti, componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale “Il Regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario stabilisce in modo chiaro che le finestre delle camere di pernottamento devono garantire il passaggio di luce e aria naturali. Le schermature che impediscono questa funzione non sono ammesse, salvo casi eccezionali motivati da comprovate ragioni di sicurezza e comunque senza compromettere il ricambio d’aria”, specifica Conti. Sul fronte del reinserimento sociale, il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del ministero della Giustizia ha aperto la procedura pubblica per la presentazione delle manifestazioni di interesse all’iscrizione nell’elenco nazionale delle strutture residenziali idonee all’accoglienza dei detenuti adulti. “Le strutture iscritte nell’elenco devono garantire accoglienza residenziale, servizi di assistenza alla persona, programmi di reinserimento socio- lavorativo e percorsi di riqualificazione professionale. L’amministrazione si fa carico delle rette di permanenza per un periodo massimo di otto mesi, finalizzato all’inserimento lavorativo e al reperimento di un alloggio stabile”, precisa Conti. Il monitoraggio del Garante e l’apertura del registro ministeriale si muovono in direzioni complementari: da un lato la tutela delle condizioni di vita all’interno degli istituti, dall’altro la costruzione di una rete di strutture che consentano di scontare la pena fuori dal carcere, in percorsi orientati al recupero e all’autonomia. I problemi della giustizia vanno affrontati, insieme di Andrea Orlando* e Debora Serracchiani** Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2026 È urgente e necessario riprendere una discussione seria sul suo funzionamento, per esempio per ridurre i costi e i tempi dei processi e affrontare l’emergenza nelle carceri. I sostenitori della separazione delle carriere hanno aperto la campagna referendaria come se fossero in gioco le garanzie e il processo accusatorio, virando su una crociata contro la magistratura. Sono scesi in campo la premier, il ministro Nordio con la sua capo di Gabinetto, tutto il Governo e la maggioranza, ed uno schieramento imponente degli organi d’informazione di destra, ma non solo. Nei talk in tv si scavava sugli errori giudiziari, con il messaggio che della magistratura non ci si può fidare. Si è partiti prendendo di mira le patologie del processo e dell’esercizio dell’azione penale, per arrivare a mettere sotto accusa tutto l’ordine giudiziario. Un’escalation coerente perché, colpendo la magistratura, si coglieva l’obiettivo, tutto politico, di rivedere gli equilibri tra i poteri costituzionali. Ma c’è stato anche un fenomeno più profondo, che ha mobilitato settori significativi dell’Avvocatura spinti ad uno scontro frontale da una parte dei dirigenti delle associazioni forensi, che ha risentito di tensioni accumulate nel funzionamento quotidiano della giustizia. I riflessi della crisi della professione sono un capitolo di una più ampia questione, la crisi del ceto medio, sul quale anche la magistratura associata dovrebbe riflettere. Sicuramente deve farlo la politica. Non può esserci infatti una giurisdizione equilibrata se una delle sue componenti essenziali va in crisi, perché i professionisti attendono risposte sui temi del funzionamento dei tribunali, penali e civili, dei consigli giudiziari, dell’implementazione dell’ordinamento forense a partire dai temi del welfare e della formazione, soprattutto per i più giovani. La campagna referendaria rischia di lasciarsi dietro le scorie di una reazione corporativa di parti consistenti della magistratura, perché la vittoria della Costituzione non può essere letta solo attraverso la rottura di un accerchiamento di fatto dell’ordine giudiziario. Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo, perché è altrettanto vero che vi è un clima di sfiducia crescente dell’opinione pubblica nei suoi confronti. È dunque urgente e necessario riprendere una discussione seria sul funzionamento della giustizia e il filo del dialogo tra tutte le componenti della giurisdizione, impedendo che i solchi scavati in queste settimane si approfondiscano e perdurino. Spetta alla politica far scattare questo innesco. È realistico pensare che poco o nulla possano ormai fare su questo terreno Governo e ministero, come si sta dimostrando peraltro in questi giorni. Un ruolo può e deve essere svolto da subito dalle opposizioni, definendo così un capitolo costitutivo del progetto di alternativa al governo della destra, aiutando a ripristinare un clima di confronto e di fiducia, di dialogo tra tutte le componenti della giurisdizione, nessuna esclusa, magistratura ordinaria e onoraria, avvocatura, amministrativi, una condizione essenziale per garantire il funzionamento quotidiano dei tribunali e della giustizia. Vanno affrontati l’organizzazione e gli interventi sulle dotazioni organiche, il tema del ripristino, almeno in parte, dell’attività in presenza nel giudizio civile. E poi i tempi e i costi del processo penale e civile, insostenibili per un comune cittadino. Occorre agire sull’emergenza degli istituti penitenziari, con norme che consentano di abbattere il sovraffollamento, rendere più dignitose le condizioni di vita e di lavoro, implementare le aree trattamentali, investire sulle misure alternative alla pena, affrontare il tema del disagio psichico e delle dipendenze dei detenuti, nonché della sanità penitenziaria. Vanno risolti i problemi emersi nell’attuazione del processo penale telematico e rivista la norma che demanda al collegio l’adozione della custodia cautelare in carcere, che paralizza molti degli uffici giudiziari. Questi alcuni degli interventi più urgenti. In ogni caso è bene che la discussione parta da un principio condiviso, ovvero la ricerca del consenso più ampio come condizione per gli interventi a venire, anche quelli con legge ordinaria, gli unici realisticamente prevedibili e forse auspicabili. Bisogna fermare la frenesia legislativa e individuare percorsi condivisi, verificando gli impatti normativi. In questi anni si sono modificate leggi prima ancora che avessero prodotto effetti. Insomma, occorre una tregua ma non uno stallo. Perché è vero che la destra ha cercato di applicare una cura assai peggiore del male, ma è altrettanto vero che i problemi esistono e devono essere affrontati. Insieme. *ex ministro della Giustizia ed esponente Pd **responsabile Giustizia della segreteria nazionale Pd Anm e avvocati da Nordio, Tango: “Riannodati fili dialogo” di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2026 Confronto su Ufficio per il processo, gip collegiale, carceri, risorse e impugnazioni. Dal Cnf pacchetto di proposte per processo civile e penale. Nordio: clima costruttivo. Clima “disteso” e “costruttivo”, con “aperture” da parte del ministro. A un anno dall’ultimo incontro al ministero, la giunta dell’Anm torna a confrontarsi con Carlo Nordio nella sede di via Arenula. A un mese dalla vittoria del No al referendum, secondo i partecipanti il clima è radicalmente diverso rispetto a dodici mesi fa: “È andata bene - è soddisfatto il presidente dell’Associazione, Giuseppe Tango - in un dialogo assai costruttivo e in una cornice assai cordiale, si è tornati finalmente a trattare dei temi della giustizia e dei problemi reali che affliggono il sistema”. Sul futuro “sono fiducioso - aggiunge il magistrato -. Dopo la bufera referendaria è anche ora di voltare pagina e riannodare i fili del dialogo”. Anche dal ministero e dal Consiglio nazionale forense, presente con una delegazione guidata dal presidente Francesco Greco, arrivano segnali positivi. In una nota diffusa da via Arenula si sottolinea che “l’incontro si è concluso con l’espressione del comune intento di calendarizzarne in tempi brevi uno nuovo”. L’avvocatura ha presentato un pacchetto di proposte che riguarda sia il processo civile sia quello penale, in particolare sul nodo delle impugnazioni, oltre alle possibili misure per il sistema carcerario. Il confronto si inserisce nel pieno della bufera sul caso Minetti, su cui Tango, al termine dell’incontro, si limita a dichiarare: “È giusto porre la massima attenzione e fare chiarezza nell’interesse comune. Il Presidente Sergio Mattarella ha chiesto degli approfondimenti di cui attendiamo gli esiti. Non è il momento delle valutazioni e sarebbe quanto mai inopportuno ogni commento da parte mia al riguardo”. Entrando nel merito dei contenuti della riunione, durata oltre due ore nella sala Livatino, il presidente dell’Anm spiega: “Abbiamo esposto le nostre preoccupazioni e tutte le nostre proposte riguardo alla stabilizzazione degli addetti all’Ufficio per il processo, il rinvio della riforma del gip collegiale, ci siamo soffermati sulla gravissima situazione delle carceri e ovviamente sulla mancanza di risorse”. Quanto alla riforma del gip collegiale, prevista per la fine di agosto e da tempo oggetto di richiesta di rinvio da parte dell’Anm, Tango assicura che da parte del ministro “c’è stata un’apertura in tal senso”. Sul tema delle depenalizzazioni, richiamato recentemente dal Guardasigilli, Tango precisa che Nordio “ha chiesto eventualmente di confrontarci anche su questo tema, ma non era esattamente l’argomento all’ordine del giorno e non fa parte sicuramente delle nostre priorità”. “Questo è stato soltanto un primo incontro - conclude Tango - il primo speriamo di tanti in cui possiamo approfondire, meglio dettagliare tutte le nostre proposte. In molti dei temi che abbiamo posto all’attenzione del ministro si è registrata sicuramente un’apertura e una postura di ascolto”. Sembra dunque riaprirsi un clima più disteso tra magistratura e governo. Intanto, in Parlamento, Forza Italia torna a spingere sul tema della prescrizione con i capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi, insieme al viceministro Francesco Paolo Sisto, che auspicano di chiudere la riforma entro l’estate. “La macchina delle riforme liberali in materia di giustizia si rimette in moto su impulso di Forza Italia - evidenzia Costa -. La pdl in materia di prescrizione, già approvata dalla Camera riparte in Commissione Giustizia al Senato: è un segnale molto positivo per cancellare il ‘fine processo mai’ a cui le riforme di matrice forcaiola dei 5Stelle hanno condannato il nostro sistema”. Giustizia, segnali di vita: riparte il ddl sulla prescrizione di Mauro Bazzucchi Il Dubbio, 30 aprile 2026 Il dossier giustizia, dopo il referendum, prova faticosamente a ripartire. In commissione al Senato torna infatti sul tavolo il ddl Pittalis sulla prescrizione, già approvato dalla Camera nel gennaio 2024 e rimasto da allora congelato a Palazzo Madama. A riattivare l’iter è stato l’ufficio di presidenza, che ha dato il via libera alla ripresa dei lavori accogliendo la richiesta di Forza Italia, da settimane in pressing sugli alleati per riaprire il fascicolo. Si ripartirà dalle audizioni, con la consapevolezza - messa nero su bianco anche dalla presidente Giulia Bongiorno - che i vincoli del Pnrr non consentiranno una chiusura rapida del provvedimento. È il primo segnale concreto su questo fronte dopo il referendum che ha bocciato la separazione delle carriere, e non è un caso che proprio su questo terreno si sia misurato subito il livello di tensione politica. Il centrodestra si è presentato compatto, almeno nelle dichiarazioni. “Riparte l’iter della riforma della prescrizione, il centrodestra, compatto, ha sostenuto la mia richiesta”, ha rivendicato il capogruppo forzista in commissione Pierantonio Zanettin, parlando di un’iniziativa che traduce l’esigenza di rilanciare le riforme garantiste. Sulla stessa linea il capogruppo alla Camera Enrico Costa, che interpreta il riavvio come un passaggio necessario per archiviare il “fine processo mai” e riportare il sistema su binari più rispettosi della ragionevole durata e della presunzione di innocenza. Ma è sul versante opposto che il referendum pesa come un macigno. Le opposizioni contestano la scelta di rimettere in agenda un tema divisivo proprio all’indomani del voto popolare. “Rimettere oggi in agenda argomenti che rischiano ulteriormente di spaccare il mondo della giustizia è una scelta che ci vede fortemente contrari”, ha attaccato il dem Alfredo Bazoli, sintetizzando una linea che punta a congelare gli interventi più controversi per concentrarsi su dossier condivisi. Il paradosso è che, nello stesso giorno, dal Pd è arrivato un appello di segno opposto. In un intervento pubblicato sul Sole 24 Ore, l’ex-Guardasigilli Andrea Orlando e Debora Serracchiani hanno invocato una “tregua” e soprattutto la necessità di “riprendere una discussione seria sul funzionamento della giustizia e il filo del dialogo tra tutte le componenti della giurisdizione”. C’è anche un richiamo esplicito alla responsabilità della politica, chiamata a “far scattare questo innesco” in un clima segnato da una “sfiducia crescente dell’opinione pubblica” verso la magistratura. Non solo. I due esponenti dem hanno messo in guardia anche dalle letture strumentali del risultato referendario: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario una automatica rilegittimazione del suo ruolo”, osservano, indicando la necessità di affrontare i nodi strutturali del sistema, dai tempi dei processi al sovraffollamento carcerario, fino alle criticità del processo telematico. E insistono su un punto politico preciso: serve “la ricerca del consenso più ampio”. Parole che, però, rischiano di restare sospese nel vuoto se tradotte nel concreto della dinamica parlamentare. Perché mentre Orlando e Serracchiani chiedono dialogo, in commissione il Pd e le altre opposizioni alzano il muro proprio facendo leva sul verdetto delle urne. Il rischio è quello di un cortocircuito: da un lato l’appello a costruire un terreno condiviso, dall’altro la scelta di respingere in radice il confronto su uno dei primi provvedimenti rimessi in moto. La ripartenza del ddl Pittalis, rischia di avere un significato poco più che simbolico e interno alle dinamiche della maggioranza, che doveva battere un colpo e ha scelto questo fronte, rivendicando la legittimazione a intervenire su un sistema che considera squilibrato. L’opposizione, invece (almeno i senatori che hanno parlato ieri), sembra interpretare il voto referendario come un argine a qualsiasi accelerazione. In mezzo resta la giustizia, terreno di scontro permanente e, per ora, lontano da quella tregua ieri evocata ma lontana dall’essere realmente praticata. Sei imputato? I pm possono acquisire i dialoghi con i chatbot di Tiziana Roselli Il Dubbio, 30 aprile 2026 Negli Stati Uniti due decisioni opposte riaprono il nodo della riservatezza: affidare un caso a un chatbot può esporre dati sensibili e indebolire la difesa. La tentazione è forte: aprire una chat, digitare una domanda, raccontare il proprio caso. L’intelligenza artificiale risponde in pochi secondi, con apparente competenza e tono rassicurante. Ma quella conversazione, così spontanea, potrebbe non restare privata e, anzi, finire in un’aula di tribunale. È quanto emerge da una recente vicenda riportata da Reuters, che sta già producendo effetti concreti nella pratica forense statunitense. Negli Stati Uniti, una decisione del giudice federale Jed Rakoff ha stabilito che le conversazioni tra un imputato e un chatbot non sono coperte dal segreto professionale e possono essere acquisite dai pubblici ministeri. Il caso riguarda Bradley Heppner, ex dirigente di una società finanziaria fallita, accusato di frode e coinvolto in un procedimento penale nel quale aveva utilizzato Claude per elaborare documenti successivamente condivisi con i propri legali. Secondo il giudice, non può esistere alcun rapporto avvocato-cliente tra un utente e una piattaforma di intelligenza artificiale, con la conseguenza che i contenuti generati non beneficiano delle tradizionali tutele. La decisione ha avuto ricadute immediate. Numerosi studi legali hanno iniziato a inviare comunicazioni ai clienti per metterli in guardia dall’uso disinvolto dei chatbot, evidenziando come la condivisione di informazioni sensibili con sistemi di terze parti possa determinare la perdita della riservatezza. In alcuni casi, tali avvertenze sono state inserite direttamente nei contratti professionali. Il timore è che i dati immessi nelle piattaforme possano essere richiesti e utilizzati in giudizio. Il quadro resta comunque incerto. Nello stesso periodo, il giudice Anthony Patti ha adottato una decisione di segno opposto, escludendo l’obbligo di consegna delle chat con ChatGPT in un contenzioso di lavoro e qualificandole come materiale preparatorio personale. Due orientamenti divergenti che mettono in luce l’assenza di un quadro giuridico consolidato e la difficoltà di ricondurre l’intelligenza artificiale alle categorie tradizionali del diritto probatorio. Le condizioni d’uso delle principali piattaforme, tra cui OpenAI e Anthropic, prevedono la possibilità di trattamento e condivisione dei dati degli utenti e raccomandano espressamente il ricorso a professionisti qualificati per consulenze legali. Un elemento richiamato anche nel corso delle udienze, a sostegno della tesi secondo cui non esiste una ragionevole aspettativa di riservatezza nelle interazioni con tali strumenti. Considerare questa vicenda come un’anomalia americana sarebbe riduttivo. Il tema investe tutti gli ordinamenti giuridici, Italia inclusa. Il segreto professionale, pilastro del rapporto tra avvocato e assistito, presuppone infatti una comunicazione tra soggetti qualificati all’interno di un perimetro giuridicamente protetto. L’intelligenza artificiale, per quanto evoluta, resta uno strumento: non è un soggetto giuridico, non è vincolata da obblighi deontologici e non offre garanzie di riservatezza assimilabili a quelle del rapporto difensivo. Eppure, nella pratica quotidiana, sempre più persone (non solo tra i non addetti ai lavori) tendono a utilizzare questi sistemi come interlocutori affidabili. È proprio in questo scarto tra percezione e realtà che si apre una frattura pericolosa. Tutti i guai dei direttori della Giustizia: 1.600 in protesta per inquadramento e selezione di Andrea Viola* Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2026 Sono assunti per concorso e svolgono un ruolo fondamentale per il sistema Giustizia. Per effetto della recente contrattazione, sono stati inquadrati in un’area inferiore. Sono circa 1.600 dipendenti, assunti per concorso, laureati e muniti di elementi di specializzazione che svolgono un ruolo fondamentale per il sistema Giustizia. Essi, infatti, dirigono il personale amministrativo degli uffici giudiziari e svolgono funzioni del “direttore” attività di “elevato contenuto specialistico”, tra le quali rientrano le funzioni vicarie del dirigente, l’attività ispettiva, l’appartenenza ad organi collegiali, la rappresentanza e la cura degli interessi dell’Amministrazione, la direzione di uffici e di personale. Ora, per effetto della recente contrattazione, i direttori - che sono una particolarità del Ministero della Giustizia - sono stati inquadrati in un’area inferiore a quella che compete loro (ossia nell’area dei funzionari, anziché in quella delle elevate professionalità). Questo errato inquadramento è attualmente oggetto di contenzioso. Oltre a ciò, mentre i direttori sono stati assunti tutti per concorso (l’ultimo nel 2020/2021 con assunzioni fino al 2024), una procedura del Ministero - avviata il 25 novembre 2025 e in via di definizione - consente l’accesso al profilo di direttore, senza concorso, a 476 funzionari (cioè a coloro che appartengono al profilo inferiore). Procedura considerata illegittima ed impugnata dai direttori. Ad oggi il giudizio è in corso. Mi preme evidenziare che fino al 2022 i direttori erano inquadrati in terza area (quella più elevata del personale dirigenziale), mentre il resto del personale era ripartito tra la prima (la più bassa) e la seconda area. Nel 2022 è entrato in vigore il contratto nazionale (CCNL) del comparto “Funzioni Centrali” per gli anni 2019- 2021, che prevede la ripartizione del personale in quattro aree: alle tre già esistenti ne è stata aggiunta una quarta, l’area delle elevate professionalità, che è rimasta vuota, in attesa che vengano definite (in sede di contrattazione sindacale) le famiglie professionali. Il CCNL 2022-2024 ha confermato lo stesso inquadramento. Contro la norma dei due CCNL che inquadra i direttori nell’area dei funzionari i direttori hanno proposto un ricorso pilota al Tribunale di Napoli, che sarà chiamato all’udienza del 2 luglio 2026. In tale giudizio i direttori hanno chiesto di accertare la nullità dell’art. 18 del CCNL del comparto Funzioni Centrali 2019-2021 e del corrispondente articolo del CCNL 2022-2024, nella parte in cui prevedono che i direttori confluiscano nell’Area Funzionari, nonostante svolgano le mansioni previste dall’area delle Elevate Professionalità. Le ingiustizie del Ministero sono proseguite con la firma del contratto nazionale integrativo del 24 settembre 2025 sulle famiglie professionali. Il 25 luglio 2024 la bozza che stava per essere firmata prevedeva la soppressione del profilo dei direttori. Per questo i direttori furono costretti ad organizzare una grande manifestazione a Roma, davanti alla Corte di Cassazione, il 10 settembre 2024, a cui parteciparono 600 direttori (su 1600). Il coordinamento dei direttori ha poi proclamato lo sciopero il 20 settembre 2024 (con l’83% di adesione) e il 3 settembre 2025 (col 50% di adesione). A fronte di queste proteste il Ministero ha desistito dal proposito di sopprimere il profilo dei direttori. Ma le ingiustizie sono rimaste. Con avviso pubblico prot. DOG 0232952 del 25/11/2025 il Ministero ha disposto (tra l’altro) la procedura di interpello per 476 posti di direttore mediante semplice passaggio di profilo da funzionario a direttore. Possono partecipare alla procedura tutti i funzionari che - alla data del 26 aprile 2017 - avevano maturato un’anzianità di servizio di almeno 7 anni nel profilo di funzionario e siano in possesso della laurea. Questa selezione viene giustificata dal ministero come attuazione di un vecchio accordo sindacale del 26 aprile 2017, nel quale si prevedeva una progressione basata solo sulla anzianità di servizio. Questo accordo prevedeva che la progressione fosse completata entro il 31 dicembre 2018. Tuttavia, questo termine spirò senza che il ministero bandisse alcuna procedura e non venne prorogato. Pertanto, l’accordo è divenuto inefficace. Nel 2020, durante il coronavirus, il ministro Alfonso Bonafede decise di abbandonare la strada intrapresa con l’accordo del 2017 e di puntare sulla qualità, cosicché il 17 novembre 2020 bandì un concorso (esterno) per 400 direttori. Le assunzioni dei direttori assunti per concorso sono avvenute tra il 2021 ed il 2024. Coloro che erano già funzionari del ministero della Giustizia, vincendo il concorso dovettero stipulare un nuovo contratto, perdendo l’anzianità e la fascia economica di riferimento e dovendo cambiare sede. Tuttavia, a novembre del 2025 il Ministero ha riesumato l’accordo del 2017, bandendo la procedura che consente ai funzionari di diventare direttori per effetto della sola anzianità di servizio. Contro questa selezione i direttori hanno proposto un ricorso ex art. 700 cpc, nel quale è stata chiesta la sospensione della selezione. Il Tribunale di Napoli ha fissato l’udienza per il 10 giugno 2026, ma - dopo la notifica del ricorso - il Ministero ha accelerato i tempi della selezione, pubblicando la graduatoria provvisoria dei nuovi direttori, mostrando in questo modo di non curarsi della disciplina normativa e di non tenere in alcuna considerazione gli input di qualità ed efficienza imposti dalla legge ed enfatizzati dalla Presidenza del Consiglio. Per questo i Direttori di Giustizia chiedono: 1) Il blocco immediato (e la successiva revoca) della selezione per il passaggio di profilo da funzionario a direttore; 2) che il Ministero della Giustizia dia corso ad una “coda contrattuale” per l’inquadramento dei direttori nell’area delle elevate professionalità. Insomma, mi sembra una battaglia giusta che merita tutta la nostra solidarietà e sostegno. *Italia Viva Sardegna, avvocato e consigliere comunale Veneto. Progetto AMA DE, 3 milioni di euro per l’inclusione socio-lavorativa dei detenuti regione.veneto.it, 30 aprile 2026 Regione Veneto e Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del (Prap) Triveneto insieme per sostenere interventi di inclusione socio-lavorativa delle persone detenute. La Giunta regionale, con delibera, su proposta del vicepresidente e assessore regionale al Lavoro, Lucas Pavanetto, ha approvato l’accordo tra Regione e Prap per la realizzazione del progetto AMA DE - Veneto, finanziato nell’ambito del Programma Nazionale Inclusione e Lotta alla Povertà 2021-2027 (FSE+) - Azione 2 del Piano “Una giustizia più inclusiva” promosso dal Ministero della Giustizia. Il progetto ha l’obiettivo di rafforzare l’inclusione sociale e lavorativa delle persone in condizioni di fragilità, con particolare riferimento alle persone detenute o sottoposte a misure penali. Il fine è quello di favorire percorsi di reinserimento sociale attraverso formazione professionale, attività lavorative e sviluppo di competenze spendibili nel mercato del lavoro. Finanziato con 3.038.333 euro, il progetto Ama De destina 1.241.000 euro all’acquisto di forniture e servizi per i 9 istituti penitenziari del Veneto, funzionali alla realizzazione di interventi di potenziamento e avvio di nuove attività produttive e laboratoriali. La restante quota sarà spesa per ulteriori misure previste dal progetto tra cui attività di formazione, analisi dei risultati e attività di comunicazione. Più nel dettaglio, le risorse potranno essere spese per il potenziamento e la creazione di attività produttive interne, con adeguamento e acquisto di macchinari, la realizzazione di studi di mercato e strategie di commercializzazione dei prodotti realizzati nei laboratori penitenziari, l’acquisizione di materiali funzionali alle attività formative e produttive, il supporto di esperti e temporary manager per accompagnare i percorsi lavorativi dei detenuti. “Questo progetto - spiega il vicepresidente Pavanetto - permette di attuare modelli di intervento per l’inclusione attiva dei detenuti. Sono misure rilevanti che affrontano un tema delicato cioè quello della rieducazione e del reinserimento dei detenuti. La Regione oltre al progetto AMA-DE è impegnata anche in una seconda linea di intervento complementare, quella del progetto AMA ES rivolto alle persone in uscita o in esecuzione penale esterna. Sono due interventi importanti che nascono nella convinzione che il lavoro sia un aspetto imprescindibile per il reinserimento e l’inclusione nella società dei detenuti e delle persone in uscita dal circuito penale”. Torino. Detenuto morto alle Vallette, l’inchiesta resta aperta per istigazione al suicidio di Enzo Serra giornalelavoce.it, 30 aprile 2026 Bernardo Pace si tolse la vita in cella: nessun segno di violenza, ma la Procura non esclude nulla. La morte di Bernardo Pace, il detenuto di 62 anni trovato senza vita nel carcere delle Vallette di Torino lo scorso 16 marzo, resta al centro di un’indagine ancora aperta. La Procura ha deciso di mantenere il fascicolo per istigazione al suicidio, una scelta che conferma come, nonostante i primi riscontri, nessuna ipotesi venga esclusa. L’uomo, condannato a 14 anni nel processo Hydra su presunti intrecci tra camorra, mafia e ‘ndrangheta, aveva recentemente iniziato a collaborare con la giustizia. Un elemento che aggiunge peso e delicatezza alla vicenda, già complessa per il contesto in cui è maturata. Secondo le prime ricostruzioni, Pace si sarebbe tolto la vita impiccandosi nella sua cella, nel padiglione E, dove si trovava da solo. Gli accertamenti medico-legali eseguiti finora non hanno evidenziato segni di violenza, né ecchimosi riconducibili a un’aggressione. Un dato che, allo stato attuale, sembra allontanare l’ipotesi di un intervento diretto da parte di terzi. Resta però il quadro temporale a colpire gli inquirenti. L’ultimo contatto con il detenuto risale a pochi minuti prima del ritrovamento, durante la distribuzione del pasto serale. Subito dopo aver ritirato il vitto, l’uomo avrebbe approfittato di un momento in cui sapeva di non essere osservato per compiere il gesto. Una finestra di tempo ridottissima, che rende ancora più difficile ricostruire con precisione ogni passaggio. Nonostante questi elementi, la Procura continua a muoversi con cautela. L’ipotesi di istigazione al suicidio resta formalmente in piedi, anche per verificare se qualcuno possa aver influito, direttamente o indirettamente, sulla decisione del detenuto. Si tratta di un reato che punisce chi determina o rafforza l’intenzione di togliersi la vita. Per arrivare a una conclusione serviranno ancora tempo e riscontri. Gli inquirenti attendono l’esito definitivo dell’autopsia, degli esami tossicologici e degli ulteriori accertamenti investigativi già avviati. Solo allora sarà possibile chiarire se si sia trattato di un gesto maturato in totale autonomia o se vi siano elementi che possano raccontare una storia diversa. La vicenda riporta ancora una volta l’attenzione su ciò che accade all’interno delle carceri, dove anche pochi minuti possono fare la differenza. E dove ogni episodio, soprattutto quando coinvolge detenuti in percorsi delicati come quello della collaborazione con la giustizia, richiede verifiche approfondite e risposte chiare. Napoli. Sanità, intesa per cure specialistiche nelle carceri di Dario Sautto Corriere del Mezzogiorno, 30 aprile 2026 Procura Generale, Asl Napoli 1 Centro e associazione Afmal collaboreranno per consentire ai medici specialisti volontari di operare gratuitamente negli istituti di Poggioreale, Secondigliano e Nisida. “La sicurezza nelle carceri non significa solo maggiore presenza della polizia penitenziaria e avere celle accettabili, ma anche tutela della salute all’interno delle strutture. Negli anni abbiamo riscontrato enormi criticità legate alla vetustà degli strumenti e al sovraffollamento. Ma bisogna garantire un diritto costituzionale: un detenuto curato è meno aggressivo, più disponibile al colloquio e più tutelato”. Con queste parole, il procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, ha annunciato la firma del protocollo d’intesa con l’As Napoli 1 Centro e l’Associazione con i Fatebenefratelli per i Malati Lontani - Afmal Aps, volto al potenziamento dell’assistenza sanitaria specialistica a favore della popolazione detenuta negli istituti penitenziari del territorio napoletano. “Bisogna affermare un principio - ha aggiunto Policastro - la tutela della salute è per tutti i cittadini. Essere detenuto non significa una minore tutela e una minore dignità della persona, soprattutto in un’ottica di rieducazione, reinserimento e trattamento dignitoso. La funzione della pena non deve essere solo una parentesi negativa, ma deve portare ad un ripensamento e lo Stato deve garantire tutto il possibile”. Procura Generale, Asl Napoli 1 Centro e associazione Afmal collaboreranno per consentire ai medici specialisti volontari di operare gratuitamente negli istituti di Poggioreale, Secondigliano e Nisida, integrando l’azione del Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta di un intervento che risponde a una criticità reale: la carenza di professionisti nella sanità penitenziaria. L’Asl garantisce il necessario supporto organizzativo e operativo, mentre l’AFMAL mette a disposizione competenze mediche di alto livello, nel pieno rispetto delle regole di sicurezza, della normativa sanitaria e della tutela della riservatezza. “La firma di oggi - ha detto Frà Gerardo D’Auria di AFMAL - rappresenta un momento di grande significato istituzionale e umano. Con questa Convenzione, AFMAL porta a Napoli - in una delle realtà penitenziarie più complesse d’Italia - un modello di intervento già collaudato: quello della collaborazione strutturata tra volontariato qualificato e istituzioni pubbliche, in un quadro di piena gratuità, trasparenza e rispetto della normativa vigente”. “Da circa venti anni, l’Asl Napoli 1 Centro eroga assistenza sanitaria anche in alcuni Istituti Penitenziari - ha spiegato il direttore generale Gaetano Gubitosa - ma il sovraffollamento delle carceri e il disagio lavorativo rendono tali strutture poco appetibili come ambiente di lavoro. Da tempo stiamo bandendo ore di specialistica che puntualmente vanno deserte. Quindi, abbiamo accolto con sollievo l’iniziativa del Procuratore e l’adesione di AFMAL a supporto delle nostre attività. Con la firma di questa Convenzione, si compie un atto di responsabilità verso una parte di popolazione troppo spesso invisibile. L’accordo nasce al fine di mettere in campo iniziative concrete volte a potenziare visite specialistiche e rafforzare l’assistenza sanitaria a favore della popolazione detenuta, ad integrazione dei servizi già garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale e portati comunque avanti negli anni nonostante le enormi difficoltà”. Il Protocollo sarà sottoposto a periodica verifica per saggiarne le criticità e i punti di forza per evitare che rimanga un impegno solo sulla carta. Busto Arsizio. La denuncia di Cecilia Strada al Parlamento Ue: “Sovraffollamento oltre il 200%” varesenews.it, 30 aprile 2026 L’europarlamentare interviene a Strasburgo durante il dibattito sullo stato di diritto e richiama le condizioni degli istituti lombardi. “Ancora un suicidio, diritti violati e reinserimento impossibile: è un problema che riguarda tutti”. Sono 437 le persone recluse, dovrebbero essere 240. Le stanze di detenzione, come vengono chiamate nel linguaggio formale, sarebbero 177, ma 18 non sono disponibili. La polizia penitenziaria dovrebbe prevedere 190 agenti, all’attivo ne mancano 21. Sono i dati ufficiali del carcere di Busto Arsizio aggiornati ieri sul sito ufficiale. Una situazione non nuova, ma che sta diventando ogni giorno più pesante. Resta ancora forte l’eco per la tragedia del ragazzo 34enne che si è impiccato due settimane fa. Oggi tutta questa situazione è arrivata nell’aula del Parlamento europeo. A sollevare il caso è stata l’europarlamentare del Partito Democratico (gruppo S&D) Cecilia Strada, intervenuta a Strasburgo durante il dibattito sullo stato di diritto, richiamando le condizioni riscontrate nelle recenti visite negli istituti penitenziari lombardi. Lei è stata a Busto Arsizio il 30 marzo dedicando molte ore alla struttura carceraria. “Sono stata nel carcere italiano di Busto Arsizio, dove il tasso di sovraffollamento è superiore al 200%: è un inferno”, ha dichiarato in aula, descrivendo una realtà segnata da gravi criticità. “Letti a castello a tre piani, con i detenuti che dormono a un palmo dal soffitto. I tre metri quadri di spazio per detenuto sono un miraggio”. Parole dure, che si accompagnano alla denuncia delle condizioni materiali: “Cavi della luce esposti ovunque”, ha aggiunto, sottolineando come “in cella muore la dignità e muoiono i prigionieri”. Il riferimento è anche ai fatti più recenti. “Pochi giorni dopo la nostra visita a Busto Arsizio, un detenuto si è impiccato”, ha ricordato Strada, parlando di “15 suicidi dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane”. Un dato che, secondo l’europarlamentare, evidenzia un quadro sempre più critico. “Suicidi in carcere, numeri in aumento - I dati sulle morti in carcere sono sempre più critici: sarebbero 238 le persone decedute all’interno di Istituti Penitenziari nel 2025, di cui 79 si sarebbero suicidate, stando al dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Numeri esorbitanti che segnalano un sistema che, al posto di migliorare, diventa di anno in anno sempre più problematico, incapace di dare una risposta concreta all’emergenza che si sta consumando al suo interno. E questo è un chiaro sintomo di una problematica più ampia che riguarda il sistema penitenziario dove sovraffollamento, carenza di personale e insufficiente assistenza sanitaria e psicologica contribuiscono a condizioni di vita degradanti”. Nel suo intervento, Strada ha collegato il tema delle carceri a quello più ampio dello stato di diritto: “Il sovraffollamento è frutto dell’abbandono sistemico che sta facendo marcire lo stato di diritto nelle prigioni d’Europa”. Ma il punto centrale riguarda le conseguenze sociali del problema. “A farne le spese non sono soltanto i detenuti, ma l’intera comunità”, ha affermato, spiegando che “il sovraffollamento impedisce di fatto qualunque percorso di reinserimento”. Da qui la domanda: “Che cosa succederà poi a queste persone quando escono dal carcere?”. Un concetto ribadito anche fuori dall’aula, richiamando le visite effettuate tra Busto Arsizio e l’istituto penale minorile Beccaria di Milano: “Diritti violati ovunque: letti accatastati, sovraffollamento ormai cronico, dignità negata”. L’appello finale è a un intervento urgente: “Garantire diritti e dignità nelle carceri è necessario, non solo per i detenuti ma per la sicurezza di tutti e per lo Stato di diritto”. Cuneo. Pratiche di autoascolto e scrittura emozionale, così la parola ripara in carcere di Donatella Signetti La Stampa, 30 aprile 2026 Il laboratorio “Liberamente”, tenuto in sei incontri nel carcere di Cuneo da due docenti e una psicologa, ha coinvolto una ventina di detenuti con risultati sorprendenti e momenti di forte commozione condivisa. Cosa significa sentirsi liberi in carcere? Per una ventina di persone detenute, la risposta è passata dalla scrittura: sei incontri, parole condivise, silenzi attraversati insieme. Un tempo sospeso in cui la voce, ritrovata, ha aperto uno spazio inatteso di libertà. Non era scontato. In carcere le emozioni spesso si contraggono, si riducono al minimo indispensabile: è una forma di difesa, una strategia di sopravvivenza. Anche per questo, quando è stato proposto Liberamente, un laboratorio di scrittura emozionale, le aspettative erano caute. I corsi proposti di consueto sono professionalizzanti e coinvolgono quattro o cinque persone alla volta. L’idea che un gruppo così ampio potesse lasciarsi coinvolgere ed esporsi davvero sembrava improbabile. E invece, fin dal primo incontro, qualcosa si è mosso. Un progetto sostenuto dalla Fondazione Specchio dei tempi - Il progetto, promosso da Bottega di Storie e di Parole - associazione attiva sul territorio di Cuneo dal 2012 nella proposta di percorsi di scrittura espressiva e creativa - è stato condotto da due docenti di scrittura, Alessandra Toce e la sottoscritta, con una psicologa, Anna Meineri. In sei incontri abbiamo intrecciato pratiche di autoascolto, ispirate allo yoga e alla meditazione, con esercizi di scrittura emozionale. Testi poetici antichi e moderni, immagini, canzoni di cantautori, riscritture: strumenti diversi per aprire accessi molteplici all’esperienza interiore. “Fin dall’inizio abbiamo condiviso un presupposto indispensabile: non esiste un modo giusto o sbagliato di scrivere di sé - spiega Alessandra Toce -. Esiste, piuttosto, un modo vero. Quello che, in quel momento, ciascuno percepisce come corrispondente e autentico. Non si trattava semplicemente di scrivere, ma di creare uno spazio protetto in cui poter sentire, nominare, riconoscere. Gli esercizi proposti, pur nella loro semplicità, erano profondi: scritture a partire da ricordi sensoriali, lettere mai inviate, dialoghi interiori, frammenti di vita restituiti attraverso immagini e parole. In sottofondo, note di musica classica accompagnate da un ascolto attivo e silenzioso”. Prosegue Anna Meineri: “A questi momenti si affiancavano brevi pratiche di centratura, volte a riportare l’attenzione al corpo e al respiro, per facilitare un contatto autentico e non giudicante con ciò che emergeva”. Quello che è accaduto ha superato le attese. Non solo la partecipazione è stata costante, ma il gruppo, eterogeneo per età e percorsi di detenzione, si è messo in gioco con intensità, attraversando momenti di forte commozione. In alcuni casi, gli esercizi hanno aperto spazi di vulnerabilità che raramente trovano cittadinanza in un contesto carcerario: c’è chi ha pianto leggendo il proprio testo, chi ha trovato per la prima volta parole per raccontare una ferita, chi ha ascoltato gli altri con un’attenzione e un rispetto profondi. Fondamentale è stato il clima che abbiamo avvertito sin dal primo incontro: si è costruito progressivamente uno spazio di sostegno reciproco, privo di barriere, in cui ogni condivisione veniva accolta. Questo ha reso possibile ciò che all’inizio sembrava improbabile: non solo l’espressione individuale, ma una vera esperienza collettiva. Fra i partecipanti c’erano anche dei giovani: alcuni di loro componevano testi rap di ispirazione autobiografica. Sono emersi memorie familiari, mancanze, desideri. Ma soprattutto è cresciuta, incontro dopo incontro, la capacità di entrare in contatto con sé stessi e di nominare le emozioni. Spesso, al momento della lettura ad alta voce, ci chiedevano di farlo al posto loro. Per trattenere la commozione, ma anche per ascoltare le proprie parole da una distanza nuova. Una volta, leggendo un testo, la voce si è fatta più lenta: “Il tempo qui dentro è lungo. Ho imparato a tacere. Ho imparato l’umiltà”. Chi aveva scritto restava in silenzio, gli occhi bassi. Nessuno interrompeva. Poi, alla fine, dal gruppo arrivavano gesti e poche parole, ma precise: di riconoscimento e rispetto. Diversi hanno accennato al proprio percorso di vita fuori, caratterizzato da una violenza pervasiva a partire dall’infanzia, del desiderio di diventare una persona diversa, della volontà di riparare alle delusioni inflitte ai propri cari. Per molti, la famiglia è rimasta l’unico punto fermo, che non li ha abbandonati. C’è stato anche chi ha provato a costruire una propria visione originale del mondo, chiamandola “Posiderio”: non solo un neologismo, ma proprio una filosofia personale, centrata sulla forza del desiderio e sulla necessità di coltivarlo, anche nelle condizioni più difficili. Un elemento che i detenuti stessi hanno sottolineato con gratitudine è stato il fatto che non venisse mai chiesto loro perché si trovassero lì. L’attenzione era rivolta esclusivamente alla persona - non alla sua storia giudiziaria - alle emozioni, ai vissuti, alla possibilità di esprimersi nel presente, alla ricerca delle parole per farlo. Un tempo diverso in uno spazio altro - Anche il contesto ha avuto un ruolo importante. Il laboratorio si è svolto nel polo scolastico del carcere di Cuneo: uno spazio separato, fatto di aule decorate, non impersonali. Era significativo vederli arrivare volentieri, scegliere di rinunciare alla pausa sigaretta, rimandare una partita di calcetto, per continuare a confrontarsi sui testi, a discutere, a sostare dentro quel tempo diverso. Nell’ultimo incontro il lavoro si è concentrato sull’attivazione delle risorse. Alla domanda “che forma ha, oggi, la vostra vita?”, qualcuno ha risposto pensando a una linea spezzata. Da lì abbiamo introdotto un’altra immagine: quella del cerchio. Un tempo non lineare, ma ciclico, capace di includere caduta e trasformazione, perdita e rinascita. Su questa idea si sono innestati esercizi che hanno prodotto esiti sorprendenti: nuove narrazioni, nuove possibilità di pensarsi. “Per il tempo del laboratorio ci siamo sentiti liberi e abbiamo assaporato istanti di bellezza”, ha scritto uno dei partecipanti. L’ultimo incontro si è chiuso con la consegna dei diplomi e di alcuni piccoli gadget, segni concreti di un percorso condiviso. In quel momento è emersa anche una scelta che ha colpito tutti: uno dei più giovani ha deciso di rinunciare alla richiesta di uscita anticipata per portare a termine il triennio della scuola alberghiera. Restare per finire di studiare. Scegliere il tempo lungo di una formazione. Una decisione che parla di futuro, e soprattutto di voglia di un futuro diverso. Gli stessi referenti dell’area educativa del carcere, Gaetano Pessolano e Titti Tretola, hanno parlato di “successo dell’iniziativa, non solo per la partecipazione, ma per la serietà della conduzione, per la qualità del coinvolgimento e per ciò che si è attivato nel gruppo”. Se scrivere ripara - La scrittura, in questo contesto, ha mostrato tutta la sua forza. Non solo come strumento espressivo, ma come pratica trasformativa. Scrivere significa dare forma, costruire senso, includere anche le fratture in una narrazione possibile. Può diventare un gesto di riparazione. Offrire nelle carceri spazi di questo tipo non è un lusso, ma una necessità. La possibilità di ritrovare la propria voce autentica, sotto le stratificazioni delle esperienze di vita, è una forma di libertà. Dopo sei incontri, quello che resta non è solo il ricordo di un laboratorio riuscito. Resta la traccia di un’esperienza antropologica ed esistenziale intensa. E una conferma: la scrittura, gesto antico e profondamente umano, se utilizzata con rispetto e competenza, può ricondurre le persone a sé stesse. E, a volte, riaprire possibilità che sembravano chiuse. Milano. “La cella di fronte”, il rapper Kento porta a teatro le carceri minorili askanews.it, 30 aprile 2026 Cosa succede davvero dentro un carcere minorile? Chi sono i ragazzi che ci finiscono? E cosa resta loro una volta usciti? “La cella di fronte” è uno spettacolo teatrale prodotto da Produzioni Timide in collaborazione con The Best Blend che nasce per affrontare queste domande - e molte altre - senza retorica né sconti, ma con la forza delle storie vere. A guidare il racconto è Kento, rapper, scrittore e formatore, che da anni porta scrittura e musica dentro scuole, carceri e comunità. Attraverso parole, suoni e immagini, la narrazione si sviluppa tra aneddoti ed esperienze vissute, restituendo un ritratto concreto della realtà del carcere minorile: non solo luogo di punizione, ma microcosmo fatto di sogni, errori, speranze e ingiustizie. In oltre un’ora di spettacolo, l’artista dà voce alle esperienze maturate in più di dieci strutture penitenziarie italiane dal 2011 a oggi, intrecciando questi racconti con piccoli estratti di storia e i valori della cultura hip-hop. Sullo sfondo scorrono clip di repertorio tratte dai laboratori degli ultimi anni, che amplificano e rendono tangibile quello che viene narrato. I momenti di racconto si alternano a performance musicali dal vivo, in cui Kento interpreta alcuni brani del suo repertorio, tra cui “Nostra Signora delle lacrime”, scritto dopo aver partecipato nel 2024 primo artista musicale a un’intera missione di ricerca e soccorso a bordo della nave Ocean Viking di SOS Méditerranée. Queste le prime date del tour in continuo aggiornamento: 19 maggio Milano Teatro Martinitt; 20 maggio Torino Liberi Legami; 22 maggio Pordenone Capitol; 5 giugno Biella Hope Club; 9 luglio Cuneo Festival dell’Educazione e 14 novembre Genova Teatro Govi. Il titolo “La cella di fronte” nasce da un’idea precisa: il carcere minorile non è un mondo lontano, ma una realtà che ci sfiora più di quanto immaginiamo. Potrebbe riguardare il nostro vicino di casa, un compagno di scuola, qualcuno incontrato per caso senza sapere cosa stesse vivendo. È una realtà vicina, che troppo spesso scegliamo di non vedere. Ogni città ospiterà un momento unico, legato a storie e contesti locali, perché il carcere non è un universo separato, ma il riflesso della società che lo circonda. Il pubblico non sarà solo spettatore, ma parte attiva di un dialogo aperto, pensato per sciogliere dubbi, mettere in discussione i pregiudizi e interrogare ciò che crediamo di sapere. Nel finale, infatti, Kento coinvolgerà direttamente gli spettatori, invitandoli a intervenire e diventare parte integrante dello spettacolo. Un viaggio che non offre risposte facili, ma apre domande necessarie. Massa Marittima (Gr). Arte e inclusione senza confini: detenuti e studenti insieme per il nuovo murale di Jule Busch ilgiunco.net, 30 aprile 2026 Si è svolta ieri mattina, all’interno della Casa circondariale di Massa Marittima, l’inaugurazione del murale realizzato nell’ambito del progetto “Arte senza confini 2026”, promosso dall’associazione Operazione Cuore Ets in collaborazione con la direzione del carcere. Un momento significativo che ha unito arte, scuola e impegno sociale, con la partecipazione degli studenti della Scuola Pontificia Pio IX di Roma e del liceo Carducci Volta Pacinotti di Piombino. Dodici i ragazzi che sono stati protagonisti attivi nella realizzazione dell’opera, trasformando un luogo chiuso come il carcere in uno spazio di espressione e condivisione. “È il quarto murale che realizziamo qui alla casa circondariale di Massa Marittima e come ogni volta, il percorso è accompagnato da molta emozione - dice Laura Romeo, presidente dell’associazione Operazione Cuore -. Gli studenti arrivano sempre in punta dei piedi, titubanti e a volte con qualche pregiudizio. Ma dopo pochissimo tempo detenuti e ragazzi fanno squadra e quando è il momento di lasciarsi qualche lacrima scappa sempre. Oltre a dipingere, è un modo per conoscersi e raccontarsi ed è questo il cuore vero del progetto, il fatto di relazionarsi”. Il murale, firmato dagli artisti Alice Mazzilli e Marco Milaneschi, rappresenta il cuore del progetto: un’opera che vuole abbattere simbolicamente i confini, non solo fisici ma anche culturali e sociali, portando colore, creatività e messaggi di inclusione all’interno della struttura penitenziaria. “Quest’opera - spiega l’artista Marco Milaneschi - rappresenta il viaggio di un treno che in realtà è il nostro viaggio qua dentro. È paragonabile a un viaggio in treno con persone che non conosci, non sai dove scendono e non sai dove sono salite. Quindi questa nostra visione simbolica rappresenta l’esperienza che facciamo, sia noi, che i detenuti in questo ambiente”. “C’è grande entusiasmo di lavorare con i ragazzi e di condividere dei momenti insieme - afferma Marilena Rinaldi, responsabile dell’area trattamentale della casa circondariale -. È importante portare il carcere fuori dal carcere attraverso questi progetti, cioè far conoscere la realtà che noi viviamo qui anche fuori da queste mura. Nel gruppo dei detenuti partecipanti - aggiunge - ci sono storie e situazioni talvolta molto complicate e questo progetto è una grande opportunità di poter superare dei momenti anche molto difficili. Distrarsi, uscire e collaborare con gli studenti aiuta molto a stemperare la tensione”. “È stata una cosa diversa delle altre - conferma Eduart, uno dei detenuti che ha partecipato al progetto -, un cambio di routine delle nostre giornate. I ragazzi sono stati molto gentili, siamo stati bene insieme a loro. Qui in giardino, dove c’è il murale, in estate si svolgono i colloqui con le famiglie. È molto bello vedere una parete colorata, anche per i bambini, così non c’è proprio quell’aria di carcere”. L’iniziativa ha visto la partecipazione di istituzioni, operatori e studenti, in un clima di collaborazione e dialogo. Presente all’inaugurazione anche la sindaca di Massa Marittima, Irene Marconi, e la direttrice della casa circondariale Maria Cristina Morrone. L’arte si è così confermata uno strumento potente per creare ponti tra realtà diverse, offrendo occasioni di crescita e riflessione sia per i detenuti che per i giovani coinvolti. Al termine dell’inaugurazione, i presenti si sono ritrovati per un momento conviviale con il buffet offerto da Unicoop Etruria, a chiusura di una mattinata all’insegna della partecipazione e del valore sociale della cultura. Un progetto che lascia un segno concreto, non solo sulle pareti del carcere, ma anche nelle persone che vi hanno preso parte. Nuoro. Cammino di Bonaria, tre giorni di percorso condiviso tra volontari e detenuti L’Unione Sarda, 30 aprile 2026 L’iniziativa dal 1° al 3 maggio con tappe a Bitti, Lula e Nuoro e momenti di accoglienza nelle comunità locali. Un cammino di speranza, fede e condivisione. Tutti insieme, passo dopo passo, per non lasciare indietro nessuno. È lo spirito che guida anche quest’anno i volontari dl Cammino di Bonaria, che da alcuni anni hanno deciso di mettersi in dialogo con i detenuti delle strutture carcerarie attraversate dal percorso, con momenti di confronto, ascolto e sostegno reciproco. Non solo i detenuti sono chiamati a riflettere su sé stessi, ma anche chi partecipa dall’esterno è invitato a interrogarsi e a mettersi in discussione. L’obiettivo è quello di condividere un’esperienza che diventa occasione di confronto e di crescita personale. Il cammino attraversa tre istituti penitenziari: la colonia penale di Mamone, il carcere di Badu e Carros e quello di Quartucciu. Per tre giorni volontari e detenuti percorreranno insieme alcune tappe in Sardegna. Il programma prenderà avvio il 1° maggio alle 7.30 dalla colonia penale di Mamone. Alla partenza saranno presenti anche le associazioni Icaro e Su Golostiu di Bitti, impegnate da tempo in attività di volontariato nel territorio e nella struttura. La prima tappa prevede l’arrivo al sito archeologico di Romanzesu e successivamente a Bitti, dove i detenuti saranno accolti nella casa della parrocchia San Giorgio grazie alla collaborazione della comunità e di don Totoni Cossu. Il 2 maggio la partenza è prevista alle 8.30 da Bitti. Il percorso proseguirà verso Lula con una sosta a Onanì e arrivo al santuario di San Francesco di Lula, dove è prevista l’accoglienza da parte del priorato. Il 3 maggio alle 7.30 il ritrovo sarà presso la comunità Approdi, al km 15,2 della tappa Lula-Nuoro. Dopo una sosta per il caffè offerto ai pellegrini, si ripartirà verso Nuoro. In questa ultima tappa saranno presenti anche alcuni detenuti del carcere di Badu ‘e Carros, insieme ai volontari del Cammino di Bonaria, al cappellano don Roberto Dessolis e ai volontari della Caritas che collaborano con la struttura. L’arrivo è previsto alle 13 presso la rotonda di Badu ‘e Carros, dove si trova la pietra Siste Viator. È previsto un punto di accoglienza con timbro della credenziale. Ai detenuti verrà consegnata la Credenziale del Cammino di Bonaria, con l’auspicio che possa essere completata il prima possibile con l’arrivo a Bonaria. La letteratura sulla violenza di genere non racconta solo le vittime di Christian Raimo La Stampa, 30 aprile 2026 È importante leggere scrittori che indagano i colpevoli e che talvolta confessano di esserlo. Ma ci sono anche dei rischi. Una delle novità più importanti del sistema editoriale degli ultimi anni è la presa di parola di chi ha subito violenza: la cortina di silenzio millenario che circondava l’abuso è oggi è lacerata da un’esplosione di narrazioni di sopravvissute. È stato un caso in Francia “La notte nel cuore” (Einaudi) di Natacha Appanah, lo sarà in Italia. È stato un caso mondiale quello di Gisèle Pelicot proprio perché lei ha deciso anche di raccontarlo ovunque, compreso il suo libro “Un inno alla vita” (Rizzoli). Fiction o nonfiction, le voci di donne e persone trans che hanno trasformato il trauma privato in testimonianza letteraria è un catalogo che sta diventando canone. Se è sicuramente stato seminale un capolavoro come Amatissima di Toni Morrison (1987) nel racconto della violenza di genere, un testo come Lucky di Alice Sebold (1999), nonostante la controversia che ne è seguita sulla corrispondenza giuridica effettiva, ha dato un modello narrativo alla cronaca dello stupro e delle macerie psicologiche che ne conseguono, contemporaneamente all’emergere di una presa di coscienza collettiva dei sistemi di violenza maschile. In Memorial Drive (2020) Natasha Trethewey arriva a descrivere l’apice della violenza domestica, il femminicidio, raccontando l’assassinio di sua madre, mentre Chiedimi scusa di Eve Ensler affronta l’abuso paterno attraverso una riparazione simbolica, o La famiglia Grande di Camille Kouchner, che rompe il silenzio sull’incesto perpetrato su una vittima maschile, Kiese Laymon nel Peso riflette sulle violenze inflitte sistematicamente dalla cultura e dal razzismo sul corpo degli uomini neri; Donna Kaz in Unmasked documenta anni di abusi fisici e psicologici subiti da parte di un partner che è anche una celebrità. Questi racconti non cercano una spiegazione sociologica del gesto, ma testimoniano e denunciano. Casi come quello di Chanel Miller, che ha dato una dignità alla “Emily Doe” del caso Stanford in Dì il mio nome, o la scrittura iperespressiva di Carmen Maria Machado nella Casa dei sogni hanno ripensato come leggiamo la violenza fisica e psichica. C’è un dato macroscopico però che emerge osservando questa bibliografia in costante espansione. L’assenza quasi totale della voce di chi quella violenza l’ha agita. Mentre le storie delle vittime si moltiplicano, i testi in cui l’abusante o il perpetratore si mette a nudo, non per auto-assolversi, ma per decostruire, interpretare il proprio gesto, restano casi rarissimi e isolati. Questa asimmetria narrativa non è imprevedibile: raccontare l’abuso dal lato di chi lo commette significa confrontarsi con il mostro allo specchio. Chi ha il coraggio di farlo, quale può essere la forma che renderebbe efficace questa scelta? Tra i rari esempi Tom Stranger, coautore insieme alla sua vittima Thordis Elva di “South of Forgiveness”. Il libro rappresenta un esperimento radicale di onestà: Stranger non si nasconde dietro giustificazioni, dice: “Io ti ho stuprata”. Nelle sue riflessioni, descrive la negazione che lo ha protetto per anni, permettendogli di seppellire l’atto in “un angolo oscuro della memoria” per continuare a vedersi come una persona normale. Stranger riconosce che la sua scelta fu guidata da una miscela di avidità e ignoranza, in un’interpretazione collettiva per cui dal senso di superiorità conferitogli da una cultura patriarcale è stato portato a pensare che il proprio desiderio contasse più del consenso altrui. L’effetto che fa il libro di Stranger è ambivalente. Cominciamo a pensare: davvero vogliamo sentire la voce del violento? Davvero crediamo alla sua versione? Davvero questa sincerità ci convince? Una prospettiva più complessa è quella offerta da Kiese Laymon nel Peso. Laymon non scrive un semplice memoir di vittimizzazione, sebbene abbia subito abusi e violenze sistemiche. Ammette con spietata precisione di essere stato, a sua volta, “brutalmente disonesto”, un “bugiardo, un traditore e un manipolatore”. Laymon esplora come i ragazzi nel Mississippi siano “addestrati a fare del male alle ragazze in modi in cui le ragazze non potrebbero mai fare del male ai ragazzi”. La violenza non è un evento isolato, ma un linguaggio appreso e riprodotto, un ciclo ripetuto all’infinito di segreti e menzogne che avvelena le relazioni più intime. La sua è una confessione che scava nel peso di ciò che si è fatto agli altri mentre si cercava di sopravvivere a ciò che gli altri hanno fatto a noi. Ancora più cruda è la testimonianza di Janek Gorczyca in “Storia di mia vita”. Gorczyca racconta la sua esistenza segnata dall’alcolismo e dalla precarietà, ma non tace sulla propria violenza domestica. Descrive un litigio con la compagna Marta finito “in un lago di sangue”, ammettendo di non essersi reso conto del male che poteva fare con la sua forza fisica. Gorczyca riconosce che, pur sentendosi tradito, ha “scaricato tutto su Marta”, lasciandola con il viso tumefatto dai lividi. Il suo racconto è privo di filtri: la cronaca di un uomo che confessa la propria natura “combattente” e distruttiva, e il peso di un amore che è stato per anni un campo di battaglia. Un altro caso singolarissimo è quello del filosofo Louis Althusser in “L’avvenire dura a lungo”. Scritto dopo aver ucciso la moglie Hélène, è un tentativo di autoanalisi in cui il perpetratore cerca di dare un senso a un atto che ha cancellato la sua vita pubblica e privata. È un memoir del crollo psichico, dove l’atto violento diventa l’apice di un’esistenza segnata da traumi e dissociazione. Questi rari campioni letterari ci aiutano a intravedere un po’ di cosa parliamo quando parliamo di patriarcato e di violenza sistemica o di cultura dello stupro. Lo nota Thordis Elva: il patriarcato non è solo qualcosa che accade alle donne, ma qualcosa che accade anche agli uomini: dà gli strumenti ideologici per giustificare l’uso del corpo altrui come un diritto. Se la narrazione del sopravvissuto è l’arma per rompere il silenzio, la narrazione del perpetratore, in cosa potrebbe essere uno strumento utile a comprendere per rovesciare il sistema? È chiaro, sia da un punto di vista morale e politico che narrativo, quale sia il rischio, sempre in agguato, della narrazione dal lato dell’abusante: che essa si trasformi in una richiesta di pietà o in un’auto-crocifissione che riporti l’attenzione sul colpevole anziché sulla vittima. Tom Stranger stesso ammette di aver usato per anni l’autocolpevolizzazione come una “coperta calda”, per evitare la responsabilità. C’è però un’evidenza. Senza la voce dei responsabili, la comprensione della violenza rischia di rimanere comunque sempre mutilata, un’opera teatrale, come dice Donna Kaz nell’altro libro sulla violenza maschile “Unmasked”, a cui manca ancora il secondo atto. Quelle piazze che diventano lo stress test della democrazia di Caterina Soffici La Stampa, 30 aprile 2026 Grande attesa per le manifestazioni del 1° Maggio: la Festa dei lavoratori potrebbe diventare un calderone pieno di tante altre cose. Ognuno a modo suo e tutti in ordine sparso. Tutti in piazza, ma ognuno con la propria agenda. A Roma il 25 aprile abbiamo assistito a un fenomeno nuovo: il giovane ebreo di fede sionista che spara a due manifestanti dell’Anpi perché portano al collo il fazzoletto dei partigiani. Ma abbiamo visto anche chi sfila con la bandiera di Israele quando si commemora il 25 Aprile, festa della Liberazione italiana e viene attaccato dai manifestanti pro Palestina che gridano slogan nazisti e inneggiano alla Shoah. E chi, sempre il 25 Aprile, sfila con bandiere dell’Ucraina e viene aggredito da manifestanti filorussi. È il modello dei social media che dilaga nella realtà, non più solo la contrapposizione delle due curve e l’odio sparso a casaccio, ma uno stress test continuo per la democrazia, un continuo spingere il limite, in momenti che dovrebbero essere condivisi e diventano invece palcoscenici individuali e come tali ancora più divisivi. Ieri, il giorno dell’arresto del ventunenne appartenente alla comunità ebraica di Roma Eitan Bondi che ha sparato ai militanti dell’Anpi, a Milano un gruppo di neofascisti ha aggredito a calci e pugni un trentatreenne mentre strappava i manifesti del corteo per la commemorazione di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù ucciso dagli attivisti di Avanguardia Operaia il 29 aprile 1975. E ormai va così. Ogni giorno un capitolo nuovo di questa storia scritta a strappi e strattoni, come una serie di post sui social e non come una narrazione unitaria, non con un capo e una coda e un senso comune a reggere la storia. Il passato è sempre presente, e questo non è detto che sia un male. La memoria, specie se condivisa, è una bella cosa da coltivare e onorare. Ma qui sembra che ognuno legga la realtà con il proprio binocolo, o meglio il proprio caleidoscopio, che come lo giri cambia forma e ognuno ci vede qualcosa di diverso. Quello che vedo io, ovvio, è sempre meglio di quello che vedi tu. Mai guardare nella stessa direzione, mi raccomando. Si è perso il filo che teneva unita una comunità in nome di un ideale o di un valore condiviso, che significa comune a tutti. Qui condiviso significa principalmente condiviso sui social. Chi vuole scende in piazza per difendere quello che interessa a lui, o per attaccare chi non piace a lui. Sarà interessante vedere cosa accadrà alle manifestazioni del 1° maggio, che dovrebbe essere il giorno della Festa dei Lavoratori, ma visto il clima potrebbe diventare un calderone pieno di chissà quante altre cose. Nervi scoperti ovunque e quindi rivendicazioni personali, che diventano occasioni per mettere alla prova quanto è democratico il paese e quanto ancora può reggere. Se uno stress test è una prova progettata per verificare quanto un sistema riesce a resistere in condizioni estreme prima di rompersi, possiamo dire che ogni grande evento, ogni ricorrenza o data da commemorare, ogni manifestazione che diventa altro fanno di tutto per metterci il carico da novanta. L’ideologia del “soli contro tutti” che alimenta il fanatismo di Gad Lerner Il Manifesto, 30 aprile 2026 Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che nelle scuole e per strada minacciano e aggrediscono chi individuano come nemico di Israele. L’ebreo fascista che il 25 aprile 2026 va a sparare sul raduno antifascista dell’Anpi, sentendosi con ciò guerriero d’Israele… non avrei mai immaginato che si arrivasse fino a dover provare questa vergogna, fino a un tale capovolgimento della storia. Ne proviamo una tristezza infinita. Nel nostro immaginario ci sta che a Milano dei caporioni della destra al potere giustifichino un pestaggio squadristico perché strappare un manifesto commemorativo dell’orribile uccisione di Sergio Ramelli, proprio il giorno dell’anniversario, vorrebbe dire andarsela a cercare. Ma non ci sta l’ebreo che prende la mira e spara sugli antifascisti. Perché noi serbiamo memoria dei martiri ebrei antifascisti della prima ora, da Carlo e Nello Rosselli a Leone Ginzburg, da Emanuele Artom a Eugenio Curiel. E di protagonisti della Liberazione come Leo Valiani, Vittorio Foa, Umberto Terracini, Enzo ed Emilio Sereni (fratelli divisi sul sionismo ma uniti contro la marea nera che infestava l’Italia). E collochiamo nella giusta dimensione, dopo di loro, l’apporto - benvenuto e da onorarsi - della Brigata Ebraica sbarcata in Puglia solo nel marzo del 1945. Riesumata dall’Ucei (l’Unione delle comunità ebraiche italiane) a più di sessant’anni da quegli eventi, allo scopo di fomentare un separatismo ebraico nelle celebrazioni del 25 aprile che solidarizzavano con i palestinesi dei territori occupati da Israele. L’importazione della guerra mediorientale nel dibattito pubblico italiano è stata una scelta scellerata, ha sparso sale sulle ferite. Ha propagato nelle Comunità ebraiche una sindrome di accerchiamento che neppure i rapporti privilegiati col governo di destra hanno potuto circoscrivere. È in questo ambito che da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che - in nome di una supposta “autodifesa” - minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele. È l’ideologia sparsa a piene mani dalla destra israeliana del “soli contro tutti”, di un “antisemitismo eterno” che prescinderebbe dai crimini perpetrati da Israele - e dunque lo assume a modello di brutalità necessaria. Leader irresponsabili hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine. Si sono sentiti benvoluti all’interno delle Comunità, anche se la maggior parte degli ebrei italiani rifiuta il loro estremismo, e trattati con indulgenza da chi avrebbe dovuto vigilare. Anche noi ebrei dissidenti dai vertici comunitari che hanno voluto trasformarsi in portavoce acritici delle guerre d’Israele, anche noi veniamo fatti oggetto di minacce, non solo verbali. Dopo la pubblicazione del nostro appello “No alla pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania”, con stupore ho ricevuto dal Viminale l’avvertimento che visto il clima avrei avuto bisogno di protezione. Ho rifiutato. Dopo tante minacce ricevute da fascisti e da qualche leghista, figuriamoci se mi facevo intimidire da costoro. Riporto testualmente il messaggio WhatsApp pervenutomi martedì notte, poche ore prima dell’arresto di Eitan Bondì: “Gad, ma ti pagano o fai uso di droga? Nella Brigata Ebraica vi erano degli arabi? Ma ti sei bevuto il cervello? Stai istigando all’odio contro gli ebrei con revisionismo della storia. I palestinesi erano alleati di Hitler”. Evito di scrivere il nome di chi me lo ha inviato, tanto aggressivo quanto ignorante. Due anni prima che la Brigata Ebraica fosse costituita nel 1944 in Nordafrica, il Palestine Regiment in cui erano arruolati insieme arabi ed ebrei del mandato britannico aveva combattuto in Nordafrica contro le armate nazifasciste. La storia è più complicata delle sue manipolazioni. Così, il fatto che un Gran Muftì di Gerusalemme fosse antisemita filonazista non può certo giustificare, di fronte al mondo indignato per la persecuzione che subiscono, un’equazione fra i palestinesi e i nazisti. Non stupisce, purtroppo, che l’odio antiebraico si rigeneri e trovi alimento dalla fascistizzazione in corso di Israele. Anche le isolate, oscene urla sul genere “saponette mancate” che hanno insozzato il 25 aprile milanese rendono urgente un esame di coscienza di chi finora ha scelto di starsene chiuso nella propria appartenenza. Provare vergogna può essere salutare, ci ricorda Carlo Ginzburg. Di fronte agli spari di Roma speriamo che in molti aprano gli occhi. Odio e postura vittimaria, la violenza uccide la politica di Giorgia Serughetti* Il Domani, 30 aprile 2026 L’aspetto più peculiare di questo tempo in cui gli avversari politici sono trasformati in nemici esistenziali è l’uso della figura della vittima come leva per l’esercizio della violenza. Spari alla manifestazione del 25 aprile a Roma; spari nello stesso giorno a Washington, alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca all’hotel Hilton. Del secondo episodio sappiamo che il responsabile è un trentunenne incensurato, Cole Tomas Allen, presumibilmente intenzionato a colpire il presidente Trump che in vari post sui social paragonava a Hitler. Per il primo, che ha visto il ferimento di due militanti dell’Anpi, è stato arrestato ieri il ventunenne Eitan Bondi, che alla polizia ha detto di far parte della Brigata ebraica, l’associazione che è stata negli ultimi giorni al centro di furiose polemiche dopo il suo allontanamento dal corteo di Milano. La coincidenza tra due fatti così diversi per contesto, motivazioni, bersagli e conseguenze è puramente temporale. Ma invita a riflettere sul significato della violenza politica in un tempo di crescente polarizzazione affettiva e insieme di crisi dei soggetti e dei canali del conflitto politico strutturato. “Odio” è la parola che ricorre più spesso per dare ragione del comportamento di singoli, normalmente giovani uomini, che si armano per colpire quello che avvertono come origine dei propri mali. E l’odio è spesso evocato dai potenti come origine del male che si volge contro di loro, anche quando sono i primi ad alimentare un clima di feroce contrapposizione. Ma l’aspetto più peculiare di questo tempo in cui gli avversari politici sono trasformati in nemici esistenziali è l’uso della figura della vittima come leva per l’esercizio della violenza. La violenza rovina la festa della Liberazione: spari contro l’Anpi, lite sulla Brigata ebraica La postura vittimaria è sfruttata a piene mani dai potenti, che volgono la violenza e l’odio nei propri confronti in un segnale della propria eccezionalità, e la capacità di sopravvivere alle minacce di morte in una prova di forza straordinaria. Per questo, sono in grado di rovesciare la narrazione e presentare la violenza subita come giustificazione per quella esercitata. Donald Trump è maestro in quest’arte, come lo è Netanyahu, e appena meno maestria mostrano i nostri Salvini e Meloni, che non mancano occasione di presentarsi come bersagli di disegni ostili. Ma assumere il ruolo di vittima può avvantaggiare anche soggetti non politici, tanto più se in grado di chiamare a propria difesa la storia, oltre ai poteri costituiti. È il caso proprio della Brigata ebraica, la cui contestazione a Milano è stata equiparata dal ministro Piantedosi agli spari di Roma. Ora l’associazione condanna la violenza di Eitan Bondi, e l’uso che l’attentatore ha fatto del suo nome. Prende le distanze anche la comunità ebraica di Roma. Ma non è difficile immaginare che a far sentire il ventenne giustificato a sparare sia stata l’insistenza sull’odio antisemita diffuso negli ambienti antifascisti, le accuse ripetute lanciate contro soggetti come l’Anpi che l’antisemitismo hanno passato una vita a combatterlo. La retorica politica è divenuta ovunque più polarizzante, tendente alla demonizzazione dell’avversario. E questo favorisce l’estremismo e la crescita della violenza. Accade soprattutto negli Stati Uniti, ma evidentemente non solo. La destra erede del fascismo eviti di dare lezioni su Israele Non si comprenderebbe però questa violenza di tipo nuovo, agita da singoli senza vere affiliazioni politiche, se, accanto al clima di profonda divisione, non si considerassero anche fattori come l’erosione della fiducia nelle norme e istituzioni democratiche, soprattutto l’ostruzione percepita dei canali tradizionali di partecipazione e di conflitto. Nel gesto violento si manifesta forse l’illusione di risolvere a livello individuale la crisi di un ordine che si era creduto eterno. Gabriele Segre, ne “La fine della fine della storia” (Bollati Boringhieri), parla di un “trauma collettivo” che “non trova un canale di espressione”, limitando la nostra capacità di immaginare il cambiamento e di costruire un futuro. Soprattutto, di immaginarlo attraverso la politica come “esperienza psicologica condivisa”. È questo sentimento di impotenza che, al di là delle responsabilità individuali e collettive, dovrebbe interrogarci. Perché la violenza una cosa fa di certo, anche quando fallisce il bersaglio: uccide la politica. *Filosofa Il conflitto nelle strade è figlio di ciò che si vede in Parlamento: incolpare chi gestisce le piazze è ipocrita di Mario Della Cioppa Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2026 Il fatto che, puntualmente, si guardi ai successivi appuntamenti pubblici con la previsione di nuove tensioni è la conferma più chiara di una politica che alimenta il conflitto. Nei giorni scorsi, all’interno del Parlamento, è andata in scena una nuova amara conferma di una deriva ormai evidente: il 24 aprile, durante il voto sul decreto Sicurezza. Cori contrapposti, simboli esibiti come bandiere, appartenenze gridate più che argomentate. “Bella ciao” da una parte, l’Inno di Mameli dall’altra. Nel mezzo, chi resta seduto e in silenzio, come se fosse estraneo a quanto accade. Il punto non è cosa si canta ma dove e come: il Parlamento. Quello che è accaduto in Aula richiama ciò che, da anni, si vede anche il 25 aprile, sempre più caratterizzato da tensioni, contestazioni, appartenenze contrapposte. Ma c’è un elemento in più. Chi alimenta, dentro il Parlamento, queste contrapposizioni in maniera così estrema ed esasperata non può ignorare che subito dopo quelle stesse tensioni si trasferiranno nelle piazze. Non può non sapere che toni e gesti non restano confinati tra quelle mura e che posture così estreme finiscono per alimentare proteste, intemperanze e anche violenze. Chi ha la maggiore responsabilità di tutto questo, se non la politica? Il confronto duro c’è sempre stato ma oggi è diventato più continuo, più esposto e sempre meno contenuto entro il ruolo istituzionale. E quello che accade in quei luoghi non resta lì. Quello che stiamo vedendo è il segno di un deterioramento profondo, che riguarda il modo stesso in cui la politica interpreta se stessa. Ciò che accade fuori è il risultato di un clima costruito nel tempo. Poi, quando gli effetti di questa contrapposizione esplodono, tutta l’attenzione vira su chi è chiamato a gestire la piazza: la polizia, il Questore, talvolta i Prefetti, ritenuti di non essere stati in grado di evitare ciò che accade, dimenticando colpevolmente le cause che hanno prodotto quel clima. È una forma ipocrita di ricerca di responsabilità: si giudica la gestione degli eventi e non chi ha generato le condizioni che li hanno creati. E il fatto che, puntualmente, si guardi ai successivi appuntamenti pubblici con la previsione di nuove tensioni è la conferma più chiara di una politica che non riesce più a ricomporre ma alimenta il conflitto e, nei fatti, lo rende stabile. A questo scadimento del linguaggio e alla sua trasformazione in rappresentazione permanente ho dedicato pagine intere nel libro C’era una volta il vero senso della Politica, nella speranza di lanciarle il messaggio che possa ritrovare la capacità di essere guida e non spettatrice, responsabilità e non reazione, sintesi e non contrapposizione permanente. Perché questo non è un tema astratto. È ciò che una parte crescente del Paese percepisce con disagio: una stanchezza silenziosa di fronte a una politica sempre più impegnata a confliggere che a risolvere. Quando questa distanza diventa evidente, non si incrina solo la fiducia. Si indebolisce il rapporto stesso tra cittadini e istituzioni, perché se i modelli a cui riferirsi sono questi, non occorre scomodare analisi sofisticate per capire perché la conflittualità cresce ovunque: nei rapporti quotidiani, nel lavoro, nei luoghi pubblici. La politica non è solo specchio della società. È anche esempio. E quando l’esempio si abbassa, il Paese non si alza. Il Parlamento dovrebbe essere il luogo in cui le differenze trovano forma e misura. Se diventa il luogo in cui si esibiscono, esasperandole, quella misura viene meno. I politici di oggi hanno la piena responsabilità morale di ciò che accade. Il 25 aprile dovrebbe essere memoria condivisa. Se diventa terreno di verifica identitaria, si consuma, rimanendo intrappolato nella stessa contrapposizione che dovrebbe superare. Il punto non è aggiungere altri toni, ma restituire a quella ricorrenza una lettura più alta e condivisa, affidata a voci autorevoli e indipendenti, capaci di spiegarne il significato senza piegarlo allo scontro del presente. Non è una questione di parte ma di qualità della politica. Una politica che non governa il conflitto, ma lo alimenta e poi pretende di scaricarne le conseguenze su altri, non è all’altezza del ruolo che ricopre. La responsabilità non è generica. Ha nomi, ruoli e funzioni precise. Sta in chi decide. Sta in chi parla. Sta in chi ogni giorno costruisce quel clima. E finché chi occupa quei ruoli continuerà a ignorarlo, non saranno le piazze a cambiare. Sarà il Paese a pagarne il prezzo. Allarme sulla salute mentale, 850mila richieste di aiuto. Ma c’è una proposta di legge di Francesco Rosati Il Riformista, 30 aprile 2026 La domanda di supporto psicologico e psichiatrico cresce ancora L’iniziativa di “Diritto a Stare Bene” ha già raccolto oltre 70mila firme per costruire una rete pubblica di assistenza gratuita e integrata. Nel 2024 quasi 850mila persone in Italia hanno chiesto aiuto per la propria salute mentale. Non sono solo freddi numeri o dati sanitari, ma la triste storia di un sistema che non regge più. Secondo l’ultimo report del Ministero della Salute, la domanda di supporto psicologico e psichiatrico continua a crescere, colpendo in modo diseguale la popolazione. Le più esposte sono le donne: i casi di depressione sono quasi il doppio rispetto agli uomini. Anche tra i giovani i dati sono allarmanti. Nel solo 2024 si contano 75mila nuovi pazienti under 35. Nella fascia 18-24 anni, i numeri raggiungono livelli particolarmente elevati: oltre 100 nuovi casi ogni 10mila abitanti tra le ragazze, più di 80 tra i ragazzi. Non si tratta solo di un aumento delle richieste: molti di questi accessi coincidono con l’esordio di disturbi significativi, che richiederebbero interventi tempestivi e continuativi. Quasi il 60% dei nuovi utenti ha meno di 55 anni: la fragilità psicologica si concentra sempre più nelle età centrali della vita sociale e produttiva. A fronte di questa pressione, il sistema pubblico mostra i suoi atavici limiti strutturali. Nei Dipartimenti di Salute Mentale, il personale è composto per il 37% da infermieri, mentre gli psichiatri rappresentano il 14,5% e gli psicologi appena il 7%. Non è solo una questione di numeri, ma di modello: si interviene tardi, spesso in emergenza, quando il disagio è già diventato patologia. È dentro questo squilibrio che si inserisce la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’associazione “Diritto a Stare Bene”, già depositata in Senato dopo aver raccolto oltre 70mila firme. Il suo obiettivo è chiaro: costruire una rete pubblica di assistenza psicologica gratuita, diffusa e continuativa, integrata nei territori. Non un servizio accessorio, ma un’infrastruttura sociale. Psicologi nelle scuole, negli ospedali, nei consultori, nei Comuni, nelle carceri, nei luoghi di lavoro. Un sistema che non si limiti a gestire l’emergenza, ma che lavori sulla prevenzione. Il costo? Supera i 3 miliardi di euro. Ma è proprio qui che si gioca il cambio di paradigma: non considerarlo come spesa, ma come investimento. Uno studio del Dipartimento di Psicologia della Sapienza evidenzia in modo chiaro che intervenire tempestivamente, tramite un maggiore accesso alle cure psicologiche, può ridurre fino al 50% gli accessi al pronto soccorso, oltre a diminuire esami e visite specialistiche. Una questione, quindi, non solo sanitaria. Riguarda la dispersione scolastica, la solitudine cronica, la violenza, il bullismo, le assenze dal lavoro, la tenuta complessiva del tessuto sociale. La proposta è ora nelle mani del Parlamento. Il vero costo, oggi, è non decidere. I reporter uccisi e il bisogno di conoscere di Nello Scavo Avvenire, 30 aprile 2026 “Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, in Italia come all’estero”. Con queste parole il Governo ha salutato il voto unanime del Senato per istituire una Giornata nazionale dedicata. Non è sottile il filo che tiene insieme i nomi dei giornalisti minacciati, uccisi, perseguitati da querele e intercettazioni indebite, e la qualità della libertà di stampa in Italia. Non è una questione di distanza o di brutalità della violenza. Quando raccontare diventa scomodo, il giornalista smette di essere un osservatore e diventa un problema. “Da oggi in poi, ogni 3 maggio, l’Italia renderà omaggio a tutti quei giornalisti che hanno perso la propria vita per garantire il diritto dei cittadini ad essere informati, facendo arrivare i nostri occhi dove altrimenti non sarebbero arrivati, in Italia come all’estero”. Con queste parole il Governo ha salutato il voto unanime del Senato per istituire una Giornata nazionale della memoria per i giornalisti italiani uccisi anche in zone di conflitto. In Italia non siamo in guerra. Eppure chi fa informazione conosce una pressione costante, meno visibile ma non meno reale. Querele temerarie, intimidazioni, campagne di delegittimazione, intercettazioni, isolamento professionale. Non uccidono, ma incidono. Logorano. Non di rado fino a indurre ad abbandonare le inchieste che conducono ai centri di potere. Si tratti di un Municipio o di Palazzo Chigi. Il ricordo dei giornalisti uccisi non può e non deve essere un rito. Perché ogni nome segna una soglia: il momento in cui la verità diventa insopportabile per qualcuno. Il meccanismo è rodato. Prima si delegittima, poi si isola, infine si colpisce. È accaduto anche con Daphne Caruana Galizia, assassinata a Malta nell’ottobre del 2017 mentre indagava su reti opache che attraversano il Mediterraneo, passando per Tripoli, La Valletta e Roma. Anche il suo nome dovrebbe stare tra quelli dei giornalisti che hanno pagato con la vita l’avere scoperchiato interessi che arrivano fino all’Italia. Nei contesti estremi il colpo di grazia è fisico. Nei sistemi democratici assume forme indirette, ma la logica resta identica: restringere lo spazio di chi verifica, documenta, contraddice. Il punto non è consolarsi con il fatto che in Italia non si spara ai giornalisti. Il punto è verificare se esistono condizioni reali per lavorare come una democrazia matura dovrebbe esigere, non solo permettere. Se chi indaga su poteri economici, criminalità, politica può farlo senza pressioni indebite, senza depistaggi, senza interferenze. Se le redazioni sostengono il lavoro scomodo. Se il “sistema” tutela davvero chi espone fatti verificati. Proteggere i giornalisti non è una questione corporativa. È una misura della qualità democratica. Una società che non tutela chi fa informazione accetta di sapere meno, e quindi di essere più esposta alla manipolazione. Il 15 aprile, incontrando gli studenti di alcune scuole di giornalismo, il presidente Sergio Mattarella ha richiamato l’articolo 21 della Costituzione e ha indicato un punto concreto: “Va posto riparo al ritardo nella applicazione del Media Information Act”, approvato dall’Europarlamento nel 2024. Un regolamento che stabilisce standard vincolanti su indipendenza, trasparenza e pluralismo dei media. Se resta inattuato, la distanza tra principio e pratica si allarga. E prende la forma dell’ipocrisia. L’Italia dispone di un sistema di protezione avanzato. Al Viminale opera un Centro di coordinamento che monitora minacce e rischi contro i cronisti. Una struttura interforze che negli anni ha prevenuto escalation, garantendo sicurezza a decine di giornalisti e alle loro famiglie. Anche per questo non si registrano omicidi recenti sul territorio nazionale. Ma la pressione non è scomparsa. Si è adattata. Attentati, minacce, intimidazioni, intercettazioni continuano a colpire chi lavora sui dossier più esposti. La libertà di informazione non si misura solo dove viene negata con la violenza. Si misura anche dove, lentamente, viene resa più difficile. Ed è lì che spesso passa inosservata. Finché non diventa troppo tardi. L’intelligenza artificiale deve far paura, ma per cose importanti: l’esempio di Palantir di Matteo Cavezzali Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2026 Palantir è il sistema che permise di catturare Bin Laden, e che oggi guida i rastrellamenti dell’Ice, la polizia anti-immigrazione di Trump, e detta le linee operative per la guerra in Iran. Ci spaventiamo sempre delle cose sbagliate. Abbiamo paura della AI pensando che sia quella cosa chiamata ChatGpt o Gemini, che scrive temi ai ragazzi pigri o che genera immagini con gattini con gli occhi troppo grandi. L’AI deve fare paura, ma non per questo motivo. Non ci porterà via il lavoro, ma ci toglierà qualcosa di molto più importante. Ogni giorno la nostra esistenza lascia tracce. La mappa che puntiamo per raggiungere un luogo, i commenti che scriviamo nei social network, le mail che inviamo, le telefonate che facciamo, e anche le cose che diciamo in confidenza mentre abbiamo un telefono appoggiato sul tavolo o in tasca. Ognuna di queste azioni viene registrata. Ognuno di questi elementi diventa un’informazione. C’è un cervello elettronico che inghiotte tutti questi dati, e li trasforma in una mappa meticolosa del mondo in cui viviamo. Un sistema di sorveglianza e controllo. Un’azienda multimilionaria chiamata Palantir, pagata dalla CIA, ma anche dai servizi segreti di Regno Unito, Israele e della Nato. Un privato che conosce e usa informazioni sui cittadini per il controllo. Palantir è il sistema che permise di catturare Bin Laden, e che oggi, che è molto più efficiente e potente, guida i rastrellamenti dell’Ice, la polizia anti-immigrazione di Trump, e detta le linee operative per la guerra in Iran. Dietro questa azienda ci sono due uomini. Un imprenditore, Peter Thiel, ultra-conservatore che tiene conferenze sull’Anticristo, e un “visionario”, Alex Karp. Alla inquietante figura di Karp è dedicato il saggio Il filosofo della Valley del giornalista del New York Times Michael Steinberger (il libro è la prima pubblicazione di una nuova casa editrice, Foglio Edizioni, guidata da Riccardo Cavallero, esperto di editoria che viene da Mondadori e che fondò SEM). Stinberger racconta l’uomo e il sistema di potere che circonda questo gruppo di persone, legate alla cosiddetta Paypal Mafia. Sono il gruppo di menti della Silicon Valley che ha sostenuto Trump e ha imposto il suo vice J.D. Vance, un loro uomo di fiducia. Da quando la guerra è scoppiata, Palantir è cresciuta in borsa del 370% e sta guadagnando milioni di dollari. Ed è dunque interesse degli azionisti che le guerre proliferino sempre più. Il loro sistema Gotham è in grado di decidere gli obiettivi da bombardare e inviare droni per colpirli, senza necessità di intervento umano. L’ultima trovata di Karp è stata quella di pubblicare un manifesto politico per il superamento della democrazia, a fronte di un nuovo ordine tecnocratico che lui definisce “Technological Republic”. Un manifesto di 22 punti in cui sostiene tra le altre cose l’obbligo della leva militare, invita i più brillanti ingegneri al mondo ad unirsi a lui per progettare le migliori armi mai ideate dall’essere umano, dice che l’Intelligenza Artificiale sarà un’arma molto più potente della bomba atomica e termina dicendo che l’America e l’Occidente sono civiltà superiori alle altre, e non devono vergognarsi di dirlo apertamente. La banalizzazione della violenza nell’era di Trump di Sara Gentile* Il Domani, 30 aprile 2026 La presidenza Trump corre sul binario di una violenza inaudita: una violenza del linguaggio e degli atti, normalizzata e presentata come l’unico mezzo per garantire ordine e sicurezza quando invece è proprio essa a produrre caos ed insicurezza. Oggi l’America è una democrazia in pericolo: deve usare tutti gli anticorpi di cui dispone per proteggersi. Gli spari di un individuo durante il pranzo di gala della stampa americana il 25 aprile scorso, al Washington Hilton, a Washington, cui per la prima volta partecipava Donald Trump, ha sollevato tensione e preoccupazione nel mondo politico ben al di là del fatto specifico, oltre che l’inizio di un dibattito sull’esplodere di questa violenza. Non sono ancora chiari tutti i risvolti del gesto, anche se il presidente ha colto l’occasione per affermare che si è trattato di un attentato alla sua persona come è accaduto ad altri presidenti come Lincoln che hanno realizzato politiche grandi. Da lì la conclusione: “Io ho molto cambiato questo paese e a molti questo non piace”. Fatto sta che l’episodio suscita altre riflessioni sul crescere della violenza politica che sempre più si manifesta in diversi sistemi occidentali nei quali la democrazia è minacciata o in sistemi autoritari del passato e del presente. La presidenza Trump, la seconda soprattutto, si è aperta e continua a proseguire sul binario di una violenza inaudita: violenza del linguaggio fuori dalle regole elementari del decoro istituzionale e violenza delle azioni, come l’uso del corpo dell’Ice per reprimere e uccidere qualunque cittadino caduto nella trappola del sospetto o che sia dissidente. La mediazione di Re Carlo con Trump funziona, ma l’audio dell’ambasciatore imbarazza Questo, fra gli altri fattori, è l’elemento principale che scatena la spirale della violenza come unica arma nell’arena politica e nella società dissolvendo il comune senso di convivenza, ma soprattutto distruggendo la fiducia nelle istituzioni in larghi strati della popolazione, anche fra i sostenitori di Trump, caduti ormai dall’altalena dei sogni Maga. Negli Usa vi è una tradizione di violenza politica da non trascurare, in una realtà polarizzata, con una forte concentrazione del potere, se pensiamo che già negli anni Sessanta del Novecento, periodo di avvenimenti drammatici, la violenza politica esplode; sono di quegli anni gli omicidi del presidente John Fitzgerald Kennedy, di Malcolm X, del leader neonazista George Lincoln Rockwell, di Martin Luther King Jr e di Robert Fitzgerald Kennedy. Ciò che si produce, pertanto, è una sorta di banalizzazione della violenza, che viene per così dire normalizzata e presentata come l’unico mezzo per garantire ordine e sicurezza quando invece è proprio essa a produrre caos ed insicurezza. È avvenuto nei regimi autoritari in genere, come quelli fioriti fra gli anni Venti e Quaranta del Novecento in Italia e in Germania dove sono avvenuti attentati contro i capi di quei regimi ricorsi alla violenza di ogni tipo (i dissidenti fatti sparire da Mussolini e da Hitler da squadracce o corpi speciali ai loro ordini); ma questo può verificarsi in democrazia quando in una società polarizzata si attuano scelte e comportamenti di chi governa improntati alla concentrazione del potere e al dispregio di qualunque limite al potere medesimo. La guerra va male e Vance attacca Hegseth: così il cerchio magico di Trump va in pezzi È quello che avviene oggi sotto i nostri occhi, facendoci apparire complicata e lontana l’uscita dal tunnel nel quale ci troviamo. Ed è questa la spirale della violenza poiché tanta ne spandi, usurpando i diritti, calpestando le regole, e altrettanta ne ricevi da individui isolati o da organizzazioni o gruppi che via via si formano oggi con l’ausilio di mezzi telematici prima impensabili. La banalizzazione della violenza porta con sé una degradazione del linguaggio usato che produce due effetti contrastanti ma strettamente intrecciati. Infatti da un lato il linguaggio di Trump che oscilla fra il cinismo e la spavalderia come sull’Iran (“un’intera civiltà morirà”) produce uno shock nel dibattito pubblico, dall’altro ci si abitua ad esso quasi fosse una smargiassata fuori misura come il cappello con visiera che va bene per i ventenni in libera uscita ma diventa grottesco sul viso di un presidente non giovane, non gaio ma col cipiglio prepotente e minaccioso. L’addio finale al secolo americano, è questa l’eredità perversa di Trump In questi tempi bui non è inutile tornare all’abate Emmanuel-Joseph Sieyès, personaggio geniale e controverso che alla vigilia della Rivoluzione francese pubblica l’importante, breve pamphlet Qu’est-ce que le Tiers-État? (Cos’è il Terzo Stato?) in cui definisce un concetto fondamentale anche oggi: la sovranità non è del re ma della nazione (il popolo), la legge deve essere uguale per tutti e i privilegi sono contrari alla libertà di un paese. Tutto ciò colpiva il potere dell’ancien régime nella Francia delle monarchie assolute e ridefiniva l’alfabeto politico. Oggi l’America è una democrazia in pericolo se non in recessione, come alcuni sostengono, e pur non avendo conosciuto le monarchie deve senza indugio usare tutti gli anticorpi di cui dispone per proteggersi da un autocrate seppure eletto. *Politologa