Suicidi in carcere, il Dap scavalca le Regioni di Eleonora Martini Il Manifesto, 2 aprile 2026 Nuove linee guida per la prevenzione. Secondo Parisi e Napolillo, i casi si realizzano “in assenza di sovraffollamento”. Tra i 14 suicidi dall’inizio dell’anno di persone detenute in carcere ce n’è uno in particolare - quello del collaboratore di giustizia Bernardo Pace trovato impiccato nella sua cella dell’istituto Lorusso e Cutugno di Torino - su cui, oltre all’indagine aperta dalla procura, “occorre approfondire” anche in Commissione antimafia. È quanto affermato ieri, a conclusione di una visita nella casa circondariale torinese, dai senatori dem Verini e Giorgis. Una faccenda “molto seria e inquietante” che lascia numerosi interrogativi aperti, e non solo dal punto di vista giudiziario. Il problema infatti è che, come sottolineano i due parlamentari, “al di là di questa vicenda, non si può e non si deve morire in carcere”. Eppure nelle nuove linee guida per la prevenzione degli autolesionismi emanate recentemente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il dramma dei suicidi in carcere viene liquidato come un problema di fragilità individuali. O di inadempienza solo delle regioni dopo il varo nel 2017 del Piano nazionale che attuava la direttiva dell’allora ministro Orlando. “In tre regioni i Piani Regionali risultano scaduti - si legge nel documento - ben 31 Piani locali risultano parimenti scaduti e in quattro sedi i Piani Locali non sono mai stati adottati”. Analizzando poi i “74 casi di suicidio del 2025” (ma in realtà sono 80, secondo la più accurata statistica messa a punto da Ristretti orizzonti che conteggia come tali anche le morti in ospedale o in ambulanza seguite all’evento suicidario), secondo il Dap “tra quelli maggiormente presenti figurano gli autori di reati di maltrattamenti contro familiari o conviventi e di atti persecutori (20 casi pari al 27,03% del totale), nonché di femminicidi e/o omicidi in danno di familiari o conviventi (5 casi)”. Mentre, analizzando le condizioni di detenzione, “il fenomeno suicidario matura prevalentemente”, tra le altre cose, “in assenza di sovraffollamento della stanza”, è l’interpretazione, già più volte espressa dal ministro Nordio, fatta ora propria dal direttore generale Detenuti e trattamento, Ernesto Napolillo, e dal vice capo Dap Massimo Parisi. Va detto tra parentesi che su questi due alti dirigenti del Dap, come anche su qualche altro collega del ministero di Giustizia, pende la richiesta di dimissioni sollevata di nuovo ieri da Pd, Avs, M5S e Azione, in quanto fotografati durante una cena alla famigerata Bisteccheria d’Italia insieme ai già dimissionati Delmastro e Bartolozzi. A Napolillo viene anche rimproverata la circolare dell’ottobre 2025 “che ha di fatto impedito le attività trattamentali come il teatro, il laboratorio di lettura o addirittura la via crucis”, ha detto ieri la dem Serracchiani. Circolare che contribuisce senz’altro a rendere il sistema detentivo mortificante della dignità umana. I suicidi “rappresentano una criticità strutturale del sistema carcere e vanno letti come espressione di una complessa interazione tra vulnerabilità personali, condizioni detentive e assetti organizzativi”, ribatte invece il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi (Cnop) spiegando che le nuove linee guida “non introducono novità” se non l’intenzione di incrementare le prestazioni degli psicologi giuridici in libera professione che già affiancano gli psicologi del Ssn incardinati negli istituti. “Senza risorse né interventi strutturali sull’organizzazione, caratterizzata da incarichi disomogenei e da limiti contrattuali e di orario, è difficile dare sostanza a modelli teorici”, spiega Ilaria Garosi della presidenza Cnop. Anche per il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia, il documento del Dap non riesce neppure a valutare l’attuazione delle precedenti direttive. E a parte la “difesa d’ufficio di una delle più bizzarre affermazioni” di Nordio sul rapporto tra suicidio e sovraffollamento, “appare curiosa l’adozione di queste nuove linee guida senza una condivisione con le Regioni che organizzano e assicurano i servizi sanitari in carcere”. Ma, conclude Anastasia, “se saranno state l’occasione per attivare finalmente quelle previsioni sull’accompagnamento dei detenuti a fine pena già previste dall’ordinamento penitenziario e da una circolare del 2022, saranno state parole utilmente spese. Vedremo”. 41bis: sul “blocco” ai permessi premio parola alla Consulta di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 2 aprile 2026 Il magistrato di sorveglianza di Spoleto solleva questione di legittimità: al centro la legge del 2022 che “sottrae” la valutazione al giudice. La Corte Costituzionale dovrà occuparsi di una delle questioni più delicate che riguardano il carcere duro: i detenuti al 41 bis possono presentare istanza di permesso premio e ottenere una risposta nel merito, oppure la loro richiesta va respinta a prescindere, senza che nessun giudice la esamini? Dal 2022 la legge del Governo Meloni, quella che teoricamente ha abolito la preclusione assoluta ai benefici come sancito dalla Corte Costituzionale (ergastolo ostativo), dice la seconda. Ma il magistrato di sorveglianza ha ritenuto che quella risposta debba essere verificata dalla Consulta. L’ordinanza porta la firma di Fabio Gianfilippi, magistrato di sorveglianza di Spoleto, ed è scaturita dall’istanza dell’avvocata Barbara Amicarella, del foro dell’Aquila, che assiste un detenuto recluso al carcere duro da oltre undici anni. È stata la stessa legale a chiedere al magistrato di sollevare la questione di illegittimità costituzionale. Il suo assistito è condannato all’ergastolo con isolamento diurno e sottoposto al 41 bis ininterrottamente dal luglio 2014, con l’ultima proroga disposta dal Ministro della Giustizia nel luglio 2024. L’istanza riguarda la concessione di un permesso premio per motivi familiari, e porta all’attenzione del giudice l’assenza attuale di collegamenti con organizzazioni criminali, le dichiarazioni dissociative rese in diversi procedimenti e il percorso svolto in carcere negli anni. Il problema è che nel 2022, con il decreto legge 162 convertito nella legge 199, l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario è stato modificato in un punto specifico. Il comma 2, ultima parte, stabilisce ora che i benefici penitenziari, inclusi i permessi premio, possono essere concessi a un detenuto al 41 bis soltanto dopo che il provvedimento applicativo di quel regime speciale sia stato revocato o non prorogato. Il significato pratico è semplice: finché sei al 41 bis, la tua istanza non viene esaminata. Viene dichiarata inammissibile. Non c’è rigetto con motivazione, non c’è valutazione individuale, non c’è nessun giudice che pesi le prove portate dalla difesa. C’è una porta sbarrata, e la chiave è in mano al Ministro della Giustizia. Gianfilippi ha ritenuto di non poter semplicemente applicare questa norma senza chiedersi se regga al confronto con la Costituzione. Ha quindi sollevato questione di legittimità costituzionale e trasmesso gli atti alla Consulta, sospendendo il procedimento. Il ragionamento è lungo e tecnico, ma il punto centrale è il seguente: la preclusione all’esame del permesso premio non deriva da una scelta astratta del legislatore sui reati più gravi, ma da un decreto del Ministro della Giustizia. È un atto amministrativo, non una legge, a stabilire se un magistrato può o non può valutare nel merito la richiesta di un condannato di trascorrere alcune ore fuori dal carcere con i propri familiari. La Costituzione e le “chiavi” del ministro - Questo aspetto entra in collisione con l’articolo 13 della Costituzione, quello che riserva all’autorità giudiziaria le decisioni che toccano la libertà personale. I permessi premio consentono al detenuto di uscire temporaneamente dal carcere: sono misure extramurarie. La stessa Corte Costituzionale, nella sentenza 349 del 1993, aveva già spiegato che queste misure appartengono per natura alla giurisdizione, non all’amministrazione penitenziaria. Non possono dipendere da un decreto firmato dal Ministro. C’è poi il contrasto con l’articolo 27, terzo comma, della Costituzione, sul principio secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il magistrato di sorveglianza è il giudice della rieducazione: conosce il detenuto, segue il suo percorso, valuta se stia cambiando. Con la norma del 2022, per tutto il tempo in cui il 41 bis è in vigore, quel giudice non può fare nulla. Non può valutare il percorso intramurario, non può nemmeno rifiutare motivando nel merito. Deve limitarsi a prendere atto del decreto ministeriale e chiudere il fascicolo. L’ordinanza richiama anche l’articolo 101 della Costituzione: non è la legge a escludere certi benefici, è il decreto del Ministro che, rinnovando il 41 bis ogni due anni, tiene la porta chiusa. E quel decreto può rinnovarsi indefinitamente. Non è la prima volta che la Consulta si trova davanti a questioni simili. Nel 2019, con la sentenza 253, aveva già dichiarato incostituzionale una preclusione assoluta: quella che impediva ai condannati per reati ostativi di accedere ai permessi premio senza aver collaborato con la giustizia. Quella sentenza aprì la strada alle valutazioni individuali, caso per caso. Il decreto legge del 2022 ha reintrodotto una preclusione analoga, ma con una differenza che il magistrato di Spoleto considera peggiorativa: quella era ancorata alla legge, questa discende da un atto amministrativo. La preclusione che la Consulta aveva eliminato nel 2019 è rientrata dunque sotto una forma diversa. Le sentenze della Cassazione - La Cassazione si era pronunciata in senso opposto, ritenendo in due sentenze recenti, la 28618 del 2024 e la 6766 del 2025, che la questione fosse manifestamente infondata. Gianfilippi ne è consapevole, e dedica parte dell’ordinanza a spiegare perché non condivide quel ragionamento. Il cuore del disaccordo sta nell’interpretazione di un passaggio in cui la Corte Costituzionale aveva parlato di incompatibilità tra 41 bis e accesso ai benefici penitenziari. La Cassazione legge quel passaggio come un avallo alla norma del 2022. Gianfilippi lo legge diversamente: la Consulta parlava di una difficoltà di merito, non di una preclusione processuale invincibile. Tra le due cose c’è una distanza enorme. Dire che un permesso premio sarà probabilmente negato perché il detenuto risulta ancora pericoloso è cosa ben diversa dal dire che la sua richiesta non può nemmeno essere esaminata. L’ordinanza spiega anche la meccanica concreta del 41 bis per far capire perché questa preclusione pesi così tanto nel tempo. Una prima applicazione del regime dura quattro anni, le proroghe successive durano due anni ciascuna. Il Tribunale di sorveglianza di Roma, unico competente sui reclami, ha tempi dilatati e la giurisprudenza è costante nel dire che il termine di dieci giorni per la decisione non è vincolante. È possibile che l’intera durata di una proroga biennale scorra senza che intervenga alcuna decisione. Un condannato all’ergastolo al 41 bis, quindi, può restare per decenni senza che nessun giudice della rieducazione si occupi della sua posizione individuale. L’avvocata Amicarella aveva portato davanti al giudice tutti gli elementi che la legge considera rilevanti: l’impossibilità economica del suo assistito di adempiere alle obbligazioni civili nascenti dal reato, l’assenza documentabile di collegamenti attuali con la criminalità organizzata, il percorso intramurario sviluppato negli anni, le dichiarazioni dissociative rese nei processi. Ma nessuno di questi elementi può essere messo sul piatto di una bilancia a disposizione del giudice, perché la bilancia stessa non può essere usata. Il procedimento viene chiuso prima di iniziare. Quello che la Corte Costituzionale sarà chiamata a decidere è se può essere un atto amministrativo del Ministro della Giustizia, e non una valutazione del magistrato, a chiudere la porta ai benefici penitenziari che incidono sulla libertà personale. Se la risposta fosse no, le conseguenze potrebbero andare oltre i permessi premio: l’ordinanza di Gianfilippi segnala espressamente che la Consulta potrebbe estendere il giudizio di incostituzionalità anche ad altri benefici preclusi dalla stessa norma, usando il meccanismo dell’illegittimità conseguenziale previsto dalla legge. L’avvocata Amicarella ha ottenuto quello che non sempre riesce a un difensore in questo campo: convincere un magistrato che il dubbio esiste, è serio, e merita di arrivare fino in fondo. L’Ordine degli Psicologi: “I suicidi sono una falla di sistema, le Circolari Dap non bastano” di Pasqualino Trubia Gazzetta Sarda, 2 aprile 2026 Il Cnop interviene sulle nuove linee guida del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Il dito puntato contro la mancanza di risorse e il precariato degli specialisti che lavorano dietro le sbarre. Morire dietro le sbarre non è quasi mai il gesto imprevedibile di un singolo individuo fragile. È l’effetto finale di un sistema che cede. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop) interviene a gamba tesa sul dramma dei suicidi nelle carceri italiane, commentando le nuove direttive emanate dal Ministero della Giustizia. Il bersaglio delle critiche non è la teoria, ma la pratica. Le recenti istruzioni diramate dal Dap indicano percorsi corretti per arginare il rischio suicidario, ma rischiano di rimanere inchiostro su carta senza uomini, fondi e stabilità contrattuale per applicarle. I documenti citano continuamente il Dap. Cos’è? È il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ovvero l’ente statale (che risponde al Ministero della Giustizia) incaricato di gestire fisicamente le prigioni in Italia, il personale di Polizia Penitenziaria e il trattamento dei detenuti. Il nodo dell’attuazione La presidente del Cnop, Maria Antonietta Gulino, fissa il perimetro del problema salvando le intenzioni del Governo ma bocciandone, di fatto, le dotazioni pratiche: “Le nuove indicazioni mostrano un tentativo più sistemico, orientato alla prevenzione e alla presa in carico continuativa e multiprofessionale del fenomeno. Tuttavia, più che configurarsi come un nuovo modello di intervento, rappresentano una riorganizzazione e un rilancio di indicazioni già presenti, la cui criticità principale non risiede nella loro formulazione, ma nella loro concreta attuazione”. Il pericolo è quello di far girare la macchina burocratica a vuoto, compilando scartoffie senza curare davvero i detenuti. Lo ribadisce la professoressa Georgia Zara, membro dello staff di presidenza per l’area penitenziaria: “Il nodo non è l’assenza di modelli, ma la loro implementazione: senza un intervento strutturale sull’organizzazione, sulle risorse e sull’integrazione delle competenze, il rischio è quello di riproporre schemi già noti senza una reale valutazione degli esiti”. Il paradosso degli psicologi “a ore” C’è poi un problema lavorativo che mina alla base l’intero sistema di prevenzione. I professionisti chiamati a valutare la salute mentale di chi è rinchiuso lavorano troppo spesso in condizioni di estrema precarietà. Il comunicato parla di strutturare la figura dello “psicologo ex art. 80”. L’articolo 80 dell’Ordinamento Penitenziario permette ai direttori delle carceri di chiamare professionisti esterni (psicologi, psichiatri, criminologi) per osservare e trattare i detenuti. Il problema è che questi esperti non sono assunti stabilmente dallo Stato: lavorano a parcella, con contratti frammentati e un monte ore mensile limitato. Condizioni che impediscono di seguire un carcerato a rischio con la necessaria e quotidiana continuità. A denunciare questo paradosso istituzionale è la dottoressa Ilaria Garosi, psicologa che opera proprio con questo inquadramento contrattuale: “Il crescente investimento dichiarato su queste professionalità segnala un riconoscimento della funzione strategica dello psicologo, ma l’attuale configurazione, caratterizzata da incarichi non strutturati, disomogenei e da limiti contrattuali e di orario, rischia di comprometterne l’efficacia e la continuità operativa”. La richiesta finale dell’Ordine è netta: aggiornare immediatamente i protocolli operativi con il DAP, stabilizzare le figure cliniche ed evitare di affrontare le morti in cella con risposte puramente emergenziali. Via Arenula dopo il terremoto di Angela Stella L’Unità, 2 aprile 2026 Il Capo del Legislativo non è una toga (ed è la prima volta). Nicola Selvaggi succede ad Antonio Mura, nominato capo di gabinetto di Nordio dopo le dimissioni di Bartolozzi. Le deleghe di Delmastro a Sisto e Ostellari. Nicola Selvaggi è il nuovo capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia. Già Vicecapo nell’ufficio di diretta collaborazione, succede ad Antonio Mura, nominato dal Ministro Carlo Nordio per rivestire il ruolo di Capo di Gabinetto, dopo che Giusi Bartolozzi è stata “dimissionata”. “Anche tenendo conto delle ragioni dell’opposizione” ha spiegato una nota di Via Arenula, “per la prima volta la scelta è caduta su una figura che non proviene dalla magistratura”. Nicola Selvaggi ha infatti intrapreso la carriera universitaria: dal 2021 Professore ordinario di Diritto penale presso l’Università mediterranea di Reggio Calabria, ha rivestito il ruolo di Ricercatore nella medesima materia sin dal 2008 e dal 2015 quello di Professore associato. Nella stessa giornata di ieri, sono state redistribuite le deleghe vacanti tra il Viceministro Francesco Paolo Sisto e il Sottosegretario Andrea Ostellari, da quando pure l’ex sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove ha lasciato la poltrona. Al momento, fonti del ministero a conoscenza del dossier, ci dicono che non dovrebbe arrivare quindi un sostituto: sia Sisto che Ostellari sarebbero in grado di gestire per un altro anno i nuovi compiti. Questa la volontà del dicastero. Bisognerà vedere però se questa scelta andrà bene a Fratelli d’Italia: fino a qualche giorno fa infatti si facevano i nomi delle deputate Carolina Varchi e Sara Kelany per prendere il posto di sottosegretario. Sarebbe ormai fuori dai giochi la pm Annalisa Imparato. Sempre fonti del Ministero della Giustizia ci dicono che dopo non essere riuscita a dirigere un dipartimento come potrebbe sedere al posto di Delmastro? Proprio quest’ultimo sempre ieri è stato sanzionato per l’omessa comunicazione agli Uffici di Montecitorio delle sue quote nella società ‘Le cinque forchette’ che gestiva a Roma il ristorante Bisteccheria d’Italia, finito al centro dell’inchiesta della Dda di Roma. Lo ha deciso il Comitato Consultivo sulla condotta dei deputati presieduto da Riccardo Zucconi (Fdi). La sanzione in pratica, come da regolamento, consiste in una ‘censura’ pubblica, ossia nella comunicazione in Aula da parte del presidente della Camera di quello che gli è stato contestato: la mancata comunicazione delle sue variazioni patrimoniali. La notizia sarà poi pubblicata sul sito di Montecitorio. La questione era stata sollecitata al Comitato dal Pd. Sempre dai dem, in particolare dalla responsabile giustizia Debora Serracchiani, arriva la richiesta di “un’informativa urgente a Nordio per sapere perché siano ancora al loro posto al Dap”, Ernesto Napolillo (al vertice della Direzione generale dei detenuti e del trattamento, ndr) e Lina Di Domenico, “allo stesso tavolo di Delmastro e Bartolozzi alle Bisteccherie d’Italia come abbiamo visto da foto pubblicate. Come è possibile che due capi del Dap siano ancora al loro posto?”. Tra l’altro Napolillo, ha aggiunto la parlamentare, “è noto alle cronache per la circolare dell’ottobre 2025 con ha di fatto impedito negli istituti penitenziari le attività trattamentali, come il teatro, il laboratorio di lettura o addirittura la via crucis. In un Paese normale, le dimissioni di Napolillo e Di Domenico sarebbero atto dovuto, ma per il governo Meloni l’impunità viene sempre prima di tutto. Su queste circostanze, abbiamo depositato interrogazioni e chiediamo a Nordio di riferire con urgenza alla Camera”, ha concluso Serracchiani. Il dl Sicurezza apre agli agenti infiltrati nelle carceri di Dario Lucisano L’Indipendente, 2 aprile 2026 Dopo avere concesso ai membri dei servizi segreti di assumere il comando di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni punta alle carceri. Un articolo del nuovo decreto sicurezza estende infatti i casi in cui gli ufficiali della polizia giudiziaria possono condurre operazioni “sotto copertura”, aprendo alle missioni di infiltrazione nelle strutture detentive. Il decreto - che oggi si trova in esame presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato - permette agli agenti coinvolti in inchieste relative a diversi reati, tra cui quelli legati ai casi di terrorismo e droga, di ricevere, acquistare, nascondere, e ostacolare l’individuazione di denaro e beni legati alle indagini; tale intervento, “rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori”, osserva l’associazione Antigone. “Il risultato è la trasformazione dell’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione delle tensioni assume i tratti dell’intervento di polizia più che del governo trattamentale”. L’articolo che permette alla polizia giudiziaria di infiltrarsi tra i detenuti propone una modifica all’articolo 9, comma 1, della legge n. 146 del 2006, che regola proprio le “operazioni sotto copertura”; il decreto dispone che “gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria” non sono punibili nel casi in cui mettano in pratica condotte che costituirebbero reato con la finalità di raccogliere prove nell’ambito di indagini relative a diversi reati. I reati per cui possono infiltrarsi sono quelli legati a: rivolta, terrorismo, droga, corruzione, concussione, peculato, tortura e violenza sessuale - compresi i casi di violenza di gruppo e abuso su minori. Gli agenti coinvolti nelle indagini non sono punibili se: acquistano, ricevono (o accettano in offerta o promessa), sostituiscono o nascondono denaro documenti, sostanze stupefacenti e in generale beni e oggetti legati al reato sotto indagine; gli agenti possono analogamente ostacolare l’individuazione degli stessi beni, consentirne l’impiego e compiere attività che potrebbero portare a una delle azioni elencate. “La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti di pena segna un ulteriore slittamento del carcere da luogo deputato all’esecuzione della pena in funzione rieducativa a spazio governato secondo logiche di ordine pubblico”, scrive Antigone. “In un contesto già caratterizzato da sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori”, continua l’associazione. “Il carcere, anziché essere ambito di trattamento e responsabilizzazione, viene così assimilato a un teatro permanente di prevenzione e repressione”. Ad allarmare, insomma, è la chiara impostazione securitaria della legge che trasforma le carceri, già dense di problemi strutturali che minano le relazioni tra i detenuti, in centri di controllo; al posto di puntare sulla rieducazione, si alza così il livello di conflittualità nelle strutture. L’approccio securitario dell’articolo riprende la struttura analogamente repressiva dell’intero decreto, di cui l’ampliamento della capacità operativa della polizia giudiziaria costituisce solo un tassello. Essa fa eco ai diversi interventi legislativi approvati dall’esecutivo Meloni nei suoi quattro anni di governo; a tal proposito, il decreto sicurezza che ha preceduto quest’ultimo, approvato l’anno scorso, ha rafforzato i poteri dei servizi segreti italiani, autorizzando gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata. Se il referendum non è del popolo di Serena Sileoni La Stampa, 2 aprile 2026 L’esito di un voto popolare, che si tratti di elezioni o di referendum di qualsiasi tipo, non solo è influenzato, ma è determinato dalle campagne elettorali che gli intermediari della politica, cioè i partiti ancora e nonostante tutto, vogliono fare. Se un insegnamento generale si può trarre, anche stavolta, è che, al di là della retorica che lo sovrasta, il referendum è uno strumento più di partito che di popolo. Il referendum sulla giustizia ormai è alle spalle, il governo e le opposizioni ne hanno già tratto le conseguenze e si stanno riassestando ognuno a suo modo, le analisi politiche del voto si sono consumate. Sembra il momento propizio per una considerazione più generale. Uno dei commenti comuni è stato che gli italiani litigano su tutto e nulla sembra interessarli davvero, eccetto la difesa della Costituzione. Chi ha detto con orgoglio che i cittadini hanno protetto la loro Carta dai tentativi di aggredirla, chi si è rammaricato che è stata messa una pietra tombale sulla possibilità di ammodernare il testo del ‘48, chi ha notato la differenza numerica rispetto all’astensionismo alle politiche, chi infine ha letto nell’inaspettata mobilitazione dei giovani un legame con i fondamenti storici e civici della Repubblica, molto più solido rispetto a quello che hanno con la politica. Caricare il No alla riforma di tutto questo peso democratico e costituzionale sembra eccessivo per due motivi, uno induttivo e uno deduttivo. Non possiamo sapere cosa ha spinto le singole persone a votare no. Possiamo però ricostruire per deduzione alcune macro ipotesi. Possiamo ad esempio ritenere, per la natura stessa del voto, che una parte di elettori abbia voluto dare un assaggio delle preferenze elettorali; che molti, per la difficoltà di comprendere tecnicamente la posta in gioco, si siano affidati ai loro mondi di riferimento (partiti, intellettuali e persino personaggi dello spettacolo che, anche se non esperti del campo, esprimono in quanto tali autorevolezza per chi li segue e li apprezza); che l’aumento del costo della benzina e la paura della guerra abbiano portato a manifestare una contrarietà generale ai pericoli che ci circondano. La guerra, in particolare, avrebbe scosso i più giovani. D’altro canto, Giorgia Meloni ha deciso di entrare in campagna elettorale solo al novantesimo minuto, sommando l’errore iniziale di rimanere in panchina a quello finale di entrare tardi in campo e soprattutto di giocare male (me contro te) una partita che fin dall’inizio era anche, inevitabilmente, sua. Per seguire le ragioni del sì, non c’era fede politica, non c’era simpatia di partito, non c’erano testimonial popolari, ma solo la generosa dedizione nello spiegare il merito della riforma da parte di professori autorevoli e autorevolissimi, ma nei quali difficilmente l’elettore comune di destra si può identificare. Ma queste sono, appunto, deduzioni. C’è un’altra considerazione che invece si può fare con ragionamento induttivo. Se è vero che il popolo si mobilita per difendere la Costituzione più bella del mondo, non si spiega come mai due su cinque dei referendum costituzionali finora tenuti abbiano visto prevalere il sì. Nel 2020, gli italiani approvarono il taglio dei parlamentari. Si può pensare, come pure si è detto, che il popolo difende la sua Costituzione a meno che non si tratti di dare una sberla alla casta dei politici. Anche così fosse, non si spiegherebbe però l’esito del referendum costituzionale del 2001. Nella primavera di quell’anno, con uno scarto di solo nove voti favorevoli al Senato e quattro alla Camera, a poche settimane dallo scioglimento del Parlamento per conclusione della legislatura, venne approvata la revisione del titolo quinto della Costituzione, voluta dall’allora maggioranza di centro sinistra. Con la modifica di otto articoli, si ribaltava il rapporto tra Stato, regioni e enti locali relativamente al potere di fare le leggi e di amministrare le città, contribuendo a modificare la forma di Stato nel modo in cui si distribuisce l’autorità politica e amministrativa sul territorio. Nell’autunno successivo, dopo l’insediamento del governo Berlusconi II, questa riforma di minimo consenso parlamentare e di grande impatto costituzionale venne confermata dagli elettori. A pesare, fu la posizione per il Sì espressa dal centro sinistra e il sostanziale disimpegno da una campagna per il No dei partiti di centro destra che, nel frattempo, erano passati dall’opposizione al governo. Anche il No della Lega sembrava più un invito all’astensione che un invito al voto contrario. L’esempio del 2001 è sufficiente a mettere in dubbio tre opinioni ricorrenti: che le grandi riforme costituzionali non si possono fare, che gli italiani non sono disposti ad accettare riforme a colpi di maggioranza, che su una cosa solo gli italiani sono d’accordo, cioè che la Costituzione non si tocca. Forse, il punto è un altro e anche più semplice. L’esito di un voto popolare, che si tratti di elezioni o di referendum di qualsiasi tipo, non solo è influenzato, ma è determinato dalle campagne elettorali che gli intermediari della politica, cioè i partiti ancora e nonostante tutto, vogliono fare. Se un insegnamento generale si può trarre, anche stavolta, è che, al di là della retorica che lo sovrasta, il referendum è uno strumento più di partito che di popolo. Le Costituzioni non sono intoccabili, ma toccarle non spetta ai Governi di Giuseppe Gargani Il Dubbio, 2 aprile 2026 A distanza di una settimana dal voto referendario è possibile una valutazione che a caldo, subito dopo il risultato, era arduo poter dare. La valutazione è complessa ma molto importante per renderci conto delle situazioni del nostro paese e dei movimenti che avvengono all’interno della società. Da parte mia la prima valutazione è che il voto contro le modifiche della Costituzione dimostrano che la Costituzione è più amata dai cittadini di quanto non si immagini, perché è radicata nell’animo degli italiani, a volte anche in maniera inconsapevole, e quindi l’elettore la protegge. La carta Costituzionale è riconosciuta come una garanzia per la democrazia e non si ritiene di modificarla a cuor leggero. La seconda riflessione è di merito e riguarda la propaganda che è stata fatta nella campagna elettorale. E l’interrogativo più insidioso è: come mai una riforma liberale è apparsa pericolosa ed equivoca. La divisione delle carriere, è appena il caso di ripeterlo, è giusta e opportuna, lo scrivo dal 1989, da quando come Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, insieme al Ministro Vassalli, fu modificato profondamente il codice di procedura penale introducendo il sistema “accusatorio” che prevede appunto la distinzione tra accusa e difesa con un giudice terzo al di sopra delle parti. Il precedente sistema inquisitorio presupponeva “l’unità della giurisdizione”, il sistema accusatorio prevede quello che è stabilito all’art. 11 della Costituzione. Per creare un processo “vero” il punto di partenza è separare i due “mestieri” completamente diversi che altrimenti continuerebbe a creare conflitti ed equivoci. Detto questo non possiamo trascurare che il grande giurista Calamandrei ha detto che quando il Parlamento avrebbe discusso di riforme costituzionali il banco del Governo doveva essere vuoto”. espressione non coreografica ma significativa perché presuppone la neutralità del Governo. Invece nel caso della riforma sottoposta al referendum la proposta è stata fatta dal governo, immodificata dal Parlamento e quindi ha inevitabilmente il valore “politico” della maggioranza. Il Presidente del Consiglio per sostenere finora direttamente la “sua” proposta ha sentito l’esigenza di intervenire non per criticare le varie le sentenze della magistratura, ma per contestare la “giurisdizione” che le “impedirebbe di governare”. Una modifica costituzionale non può essere proposta dal governo e l’esempio del sen. Renzi che, da Presidente del Consiglio voleva ascrivere a sé un cambiamento sostanziale della Costituzione, doveva essere istruttivo. L’on. Meloni ha proposto la riforma ma ha detto che non si sarebbe dimessa, ma la dichiarazione non ha avuto grande valore. Un Presidente del Consiglio che fa questo tipo di propaganda viene interpretato a ragione o torto come uno che chiede i pieni poteri. Se si tiene poi conto della situazione internazionale che preoccupa il mondo intero con il Presidente degli Stati Uniti che ritiene che è necessario l’uomo forte al comando, una sorta di amministratore delegato, si capiscono le preoccupazioni dell’elettore. E dunque, come tanti hanno detto, il voto negativo è maturato fuori dai partiti, nella società civile. Debbo convenire che se i più giovani hanno partecipato e contribuito al risultato, vuol dire che vi è stato un mutamento nella società italiana che lascia ben sperare per la “partecipazione” che è il presupposto per la democrazia. Sembra superata l’ostilità al voto come indifferenza o cinismo?! Ma i movimenti politici non debbono dare per scontato il “nuovo corso” perché è necessario rendere protagonista l’elettore a dargli la possibilità di scegliere, decidere con il suo voto. La “partecipazione” e il rapporto corretto con le istituzioni sono il presupposto della democrazia e la sconfitta dell’autocrazia, per cui bisogna che una classe dirigente “interessi” il cittadino sui problemi e sia punto di riferimento. Il filosofo napoletano Gian Battista Vico sosteneva che la società è percorsa da corsi e ricorsi storici e mi piace pensare che siamo in presenza di un nuovo “corso” quanto a partecipazione di cittadini che, a seguito di una propaganda sbagliata, hanno creduto che la riforma potesse contenere un vulnus per la democrazia. L’importante affluenza, soprattutto dei giovani, è un dato prezioso e significativo delle buone condizioni della nostra democrazia. A partire da questo, il Parlamento e le forze politiche tutte devono comprendere il da farsi e hanno agito di conseguenza. Il Parlamento deve urgentemente lavorare a una riforma per superare le disfunzioni e migliorare il sistema giudiziario. D’altra parte l’Associazione Nazionale dei magistrati, se vuol essere all’altezza della situazione attuale non deve ritenere di essere soggetto politico sarebbe lo squilibrio definitivo del rapporto tra i poteri dello Stato. Le Costituzioni non sono intoccabili, ma toccarle non spetta ai Governi. Limitare ogni potere e il potere di ogni Governo costituisce la ragion d’essere delle Costituzioni e del costituzionalismo. Ecco perché la Carta non può essere cambiata da Governi e maggioranze di Governo. L’invito è alle forze politiche a incarnare uno spirito costituzionale consapevole, come fecero i nostri Padri costituenti perché le Costituzioni sono dei popoli e questi si esprimono attraverso i loro Parlamenti. Un processo di revisione costituzionale deve coinvolgere un intero Paese ed è un processo che un Governo può solo rispettare e tutelare nel Parlamento e nel Paese. Dl Sicurezza al rallenty. Parte l’ostruzionismo di Luciana Cimino Il Manifesto, 2 aprile 2026 Il testo deve essere convertito in legge entro il 25 aprile, pena la decadenza, è non è detto che ci arrivi. Il governo sta perdendo terreno sulla sua misura spot per eccellenza: il decreto sicurezza bis. Il testo deve essere convertito in legge entro il 25 aprile, pena la decadenza, è non è detto che ci arrivi, anche se da ieri sono partite le sedute in notturna per sveltire il processo. Non pesa solo l’ostruzionismo delle opposizioni ma anche i pasticci combinati dalla stessa maggioranza in fase di scrittura. Martedì la discussione in commissione Affari Costituzionali sugli emendamenti (oltre mille quelli presentati dal centrosinistra) è saltata perché mancavano i pareri della commissione Bilancio. La riunione tra governo e maggioranza è servita però alla destra per fare il punto della situazione: l’impianto del provvedimento non si tocca ma alcune norme vanno riviste, a cominciare dal confuso art.1 sul possesso di coltelli. Tuttavia le modifiche dovranno essere “chirurgiche”. Per tentare di blindare il provvedimento sono stati accantonati gli emendamenti che prevedono il carcere da sei mesi a tre anni per chi porta fuori dalla propria abitazione strumenti da taglio (come coltelli e simili) eccedenti gli “otto centimetri” e “senza giustificato motivo” e sulla vendita di questi ai minori. Il divieto di lame così com’è scritto, però, rischia di colpire anche chi va a pesca o a raccogliere funghi. La maggioranza deve modificarli ulteriormente per introdurre deroghe e specificazioni sulla tipologia di coltelli. Circa 150 sul totale di 1215 gli emendamenti al decreto Sicurezza dichiarati inammissibili dalla commissione. Ma non è servito a disinnescare l’ostruzionismo del centrosinistra. “In quattro ore e mezza sono stati votati solo 16 emendamenti su 900, non sarà possibile chiudere il provvedimento in commissione - ha spiegato il senatore di Avs Peppe De Cristofaro - La maggioranza non sa come procedere perché il testo deve andare per forza in Aula entro il 13 ma è chiaro che l’esame degli emendamenti non sarà concluso”. Se dovesse esserci qualche miglioramento, continua De Cristofaro “sarà valutato con attenzione ma per noi il decreto sicurezza deve solo decadere e non siamo interessati a emendamenti comuni” perché “è il senso del provvedimento che è sbagliato, inadeguato a rassicurare i cittadini e fatto con l’obiettivo di limitare il dissenso e la libertà di manifestare”. Per il M5S “il fermo preventivo viola le garanzie costituzionali dei cittadini e la preoccupazione principale riguarda il rischio che le forze dell’ordine possano disporre fermi preventivi illegittimi e infondati senza che esista più un reato specifico per perseguire tali comportamenti”. Altrimenti detto: i militari potrebbero compierebbero un abuso d’ufficio, che però non è più reato in Italia. Per questo i pentastellati avevano presentato un emendamento per reintrodurlo, che è stato cassato. “È ovvio che ci troviamo di fronte a un’ampia strategia volta a creare un sistema preventivamente repressivo della libertà di manifestazione delle idee in una marcia che procede a tappe forzate verso un inasprimento del controllo sociale. “Confido in un dialogo - ha affermato martedì il ministro per i rapporti con il Parlamento Luca Ciriani - ma se ci sarà ostruzionismo totale utilizzeremo gli strumenti che il regolamento ci consentirà”. E cioè ancora una volta il voto di fiducia, anche se in questo caso non è così semplice perché va votata su tutto il provvedimento. Mentre alla destra, man mano che passano le ore, non resta altro che presentare un unico emendamento corposo da votare direttamente in Aula o di portare il testo senza il mandato del relatore, il presidente della commissione Affari Costituzionali, Alberto Balboni. Un nuovo sindacato dei magistrati, alternativo all’Anm. L’idea delle toghe di Ermes Antonucci Il Foglio, 2 aprile 2026 Un gruppo di toghe sta valutando di creare un nuovo sindacato della magistratura, alternativo all’Associazione nazionale magistrati, per ribellarsi alla sua trasformazione in vero e proprio partito politico. Spunti, timori e il precedente storico dimenticato. Creare un nuovo sindacato della magistratura, alternativo all’Associazione nazionale magistrati. E’ questa l’idea che, come risulta al Foglio, un gruppo di toghe sta valutando per reagire all’involuzione vissuta dall’Anm, che negli ultimi mesi si è trasformata in un vero e proprio soggetto politico. Le scene di giubilo viste dopo la vittoria del No al referendum, con balli e cori da stadio rivolti da magistrati contro la premier Meloni e i colleghi che si erano schierati per il Sì, sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso nella mente di tanti pm e giudici. Che ora pensano di dare una scossa alla magistratura. Tante le ragioni alla base dell’insofferenza dei magistrati nei confronti dell’Anm: l’assenza di una vera autocritica e riforma interna dopo lo scandalo delle correnti, la costituzione di un Comitato per il No e la realizzazione di una campagna referendaria fondata sulla menzogna e sull’allarme democratico, la pretesa di sedere al tavolo per scrivere le riforme della giustizia, contro ogni principio di separazione dei poteri. Insomma, l’Anm oggi sembra tutto fuorché un sindacato di funzionari pubblici. La campagna referendaria non ha fatto altro che certificare la trasformazione dell’Anm da sindacato in soggetto politico. E questa involuzione non piace a tanti magistrati. In primis coloro che si sono esposti in favore della riforma Nordio. Ma c’è anche una fetta consistente riconducibile all’area della “magistratura moderata” che sta vivendo con mal di pancia le mosse dell’Anm, ancor di più dopo l’elezione a presidente di Giuseppe Tango, che durante la campagna referendaria si spinse a parlare di “deriva autoritaria” del governo e che è schiacciato sulle posizioni delle correnti di sinistra. L’istituzione di un sindacato alternativo all’Anm è stata invocata in massa sui social negli ultimi giorni, e diversi magistrati starebbero seriamente valutando di percorrere questa strada. I nomi che circolano, ma non ci sono conferme, sono innanzitutto quelli delle toghe che con coraggio si sono schierati per il Sì, contro i dettami dell’Anm: Andrea Mirenda (consigliere togato indipendente al Csm), Rosita D’Angiolella (consigliera di Cassazione ora distaccata alla presidenza del Consiglio, molto vicina al sottosegretario Mantovano), Natalia Ceccarelli (che sabato scorso si è dimessa dal direttivo Anm rivolgendo parole di fuoco ai suoi colleghi), Giacomo Rocchi (presidente della prima sezione della Cassazione), la giudice Carmen Giuffrida (tra i promotori del gruppo dei magistrati per il Sì), infine procuratori come Giuseppe Capoccia (Lecce) e Alfonso D’Avino (Parma). Poi c’è una buona fetta di toghe iscritte a Magistratura indipendente (Mi), in rivolta contro la dirigenza della corrente, che ha acconsentito all’elezione di Tango a presidente dell’Anm, vista come la consegna alla sinistra giudiziaria della guida del sindacato. La volontà di dare una scossa alla magistratura associata c’è. La creazione di un nuovo sindacato, d’altronde, non rappresenta un attentato alla magistratura. Al contrario, è la presenza di un unico sindacato dei magistrati a costituire un’anomalia tutta italiana. L’Anm sostiene di riunire il 96 per cento dei magistrati italiani, circa 9.000. Nessun altro sindacato di funzionari pubblici può vantare questi numeri, che rappresentano l’antitesi del pluralismo delle idee (non a caso, negli altri paesi europei sono presenti numerose associazioni togate, in Spagna addirittura quattro). Alla volontà di cambiamento, però, si accompagnano anche dubbi e timori, legati soprattutto alla difficoltà di riuscire a ottenere l’adesione al nuovo sindacato di un numero rilevante di magistrati. “Servirebbero almeno 800-1000 iscritti”, confida al Foglio un magistrato. In realtà, anche la creazione di un sindacato alternativo all’Anm con soltanto 200 o 300 iscritti iniziali avrebbe un impatto rivoluzionario nella magistratura associata. Questo perché il nuovo sindacato potrebbe esporsi pubblicamente con posizioni diverse da quelle dell’Anm, partecipare con propri rappresentanti alle audizioni (se richieste) in Parlamento che riguardano l’elaborazione di riforme sulla giustizia, e tornare a occuparsi dei problemi reali (sindacali) dei magistrati, anziché quelli politici e ideologici. Servirebbe il coraggio di fare il primo passo, la qualità dell’attività svolta poi farebbe aumentare le adesioni. C’è, infine, un precedente storico importante, ma dimenticato, che potrebbe incoraggiare i magistrati “No Anm”. Dal 1961 al 1979 in Italia sono esistiti due sindacati dei magistrati. All’Anm, infatti, si affiancò l’Unione magistrati italiani (Umi), costituita soprattutto da magistrati di Cassazione e di Corte d’appello, contrari all’abolizione della carriera interna alla magistratura. Gli scopi dell’Umi vennero sintetizzati in un programma di otto punti pubblicato nel 1961 e che abbiamo recuperato. Il quarto punto recitava: “Mantenere la magistratura al di fuori e al di sopra di qualsiasi partito politico, come organo sovrano e indipendente, e impedire quindi infiltrazioni di elementi politici e di princìpi demagogici”. Più attuale di così. Legge sugli stupri, Bongiorno all’angolo inventa un comitato di Luciana Cimino Il Manifesto, 2 aprile 2026 Il testo è impantanato al Senato. Le opposizioni e i centri antiviolenza non raccolgono l’invito: “Deve rimanere il consenso”. Non ci sono solo le sconfitte plateali, come quella sul referendum e i casi da prima pagina come l’affare Delmastro/Senese a preoccupare Giorgia Meloni. Sdrucciola anche il terreno sotto partite apparentemente minori, come la legge della destra sugli stupri che inizialmente si era intestata la stessa presidente del Consiglio. LE MODIFICHE apportate in Senato dalla presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, che su pressione del suo partito ha espunto il concetto di consenso (necessario per il recepimento della Convenzione di Istanbul) per sostituirlo con quello di “volontà contraria” hanno scatenato la proteste nelle piazze. E l’arrivo del testo in Aula è stato ancora una volta rinviato. Prima per la riapertura delle audizioni, ora perché Bongiorno ha deciso di convocare un comitato ristretto per tentare una mediazione che le opposizioni ritengono impossibile. Il Comitato è composto da un componente per formazione politica, di solito i capigruppo. La lista sarà resa nota mercoledì. “La mia volontà è di tentare una mediazione - ha spiegato la senatrice leghista - Vediamo se così si possono avvicinare posizioni che partono molto lontane”. Obiettivi del comitato ristretto, ha specificato la presidente della Commissione, è “omogeneizzare le novità introdotte dalla proposta di legge con le altre fattispecie di reati, sciogliere i nodi tecnici e il nodo politico che resta”. La risposta delle opposizioni, compatte su questo tema, è arrivata a stretto giro: “Prendiamo atto che, anche grazie alla mobilitazione delle donne e delle reti antiviolenza nelle piazze, il testo Bongiorno non esiste più”. L’avvocata è all’angolo e rischia di bruciarsi da sola. Anche perché la premier il suo lo aveva fatto: un accordo diretto con la segretaria dem Elly Schlein che aveva consentito l’unanimità nel primo ramo del Parlamento. Il problema è nato al Senato proprio perché la riformulazione di Bongiorno ha ribaltato la natura della legge che non è mai piaciuta alla parti più conservatrici della sua coalizione e hanno trovato il modo di azzopparla, stravolgendola. La soluzione del comitato trovata da Bongiorno per uscire dall’impasse è maturata all’improvviso è già su un binario morto. “L’unico terreno di confronto rimane il testo approvato all’unanimità alla Camera, che prevede il “consenso libero e attuale” in materia di violenza sessuale - affermano i senatori di Pd, Avs, M5s e Iv della commissione Giustizia - Altrimenti meglio nessuna legge che una legge sbagliata. Per quanto ci riguarda, quindi, il comitato ristretto avrà senso solo su queste basi”. Quelle che l’avvocata chiama mediazioni per le opposizioni sono opzioni già bocciate. Come la riproposizione della dicitura “consenso riconoscibile”, che per le associazioni antiviolenza, i giuristi e le opposizioni è irricevibile perché indebolisce il principio che qualsiasi atto sessuale senza consenso è violenza e perché è a rischio di incostituzionalità in quanto viola i principi di determinatezza e tassatività della legge penale. Anche il chiarimento sul funzionamento del comitato non ha convinto il centrosinistra. Il lavoro si articolerà in due parti, “una molto tecnica”, chiarisce la presidente, “perché sono pervenute richieste di omogeneizzazione delle attenuanti”, e una parte diretta a sciogliere il nodo politico. “Attenuanti e aggravanti sono un problema minore - spiegano le opposizioni - ci devono prima spiegare se è una legge sul consenso o sul dissenso”. Anche le associazioni anti violenza non si sono lasciate irretire. Il comitato ristretto, ha affermato Cristina Carelli, presidente di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza) ha senso solo se parte “da posizioni almeno in parte condivisibili”. “La nostra rete non intravede alcun punto accettabile nella proposta della senatrice, che non sembra voler aprire all’inserimento del consenso libero, attuale e revocabile”, ha aggiunto. Per i centri antiviolenza l’impasse è dovuta anche “alla presa di posizione della società civile: il consenso è un concetto necessario”. “Noi non arretriamo - chiarisce con il manifesto la senatrice dem Valeria Valente - e non per contrapposizione ma perché non si possono fare passi indietro rispetto alla giurisprudenza e alle convenzioni internazionali: prendiamo però atto che la proposta Bongiorno è morta”. La legge sugli stupri doveva essere uno spot facile per la prima donna presidente del Consiglio, invece è finita, da quattro mesi, nel pantano del Senato. Nessuno della destra sembra intenzionato ad aiutare Bongiorno ad uscirne. Torino. Il Pd visita il carcere: “Fare luce sulla morte di Bernardo Pace” di Giada Lo Porto La Repubblica, 2 aprile 2026 Il presunto suicidio non convince i dem: “Portiamo il caso in Parlamento”. Il boss aveva iniziato a svelare gli intrecci tra clan e politica. C’è un filo rosso, anzi nero, che collega i corridoi del carcere di Torino ai palazzi del potere romano. Quel filo si è annodato tragicamente il 16 marzo nel bagno di una cella, dove Bernardo Pace, boss di Castelvetrano e pezzo da novanta dell’inchiesta milanese Hydra, è stato trovato impiccato. Un suicidio a cui molti, negli ambienti investigativi di Milano e Torino, faticano a credere. Pace aveva iniziato a collaborare con la giustizia da meno di un mese. Stava squarciando il velo sulla “mafia a tre teste”, un consorzio criminale dove Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra smettono di sparare per iniziare a governare l’economia e, soprattutto, a infiltrare la politica. La procura di Torino sarà audita nei prossimi giorni in commissione Antimafia a Roma, sul caso Pace. Saranno propabilmente sentiti il procuratore Giovanni Bombardieri o l’aggiunto titolare dell’inchiesta, Roberto Sparagna. Il fascicolo per istigazione al suicidio serve a consentire tutte le opportune verifiche e comprendere i contorni della morte di Pace, proprio mentre i verbali si riempivano di omissis. Su 81 pagine di interrogatorio, 47 sono oscurate: riguardano i contatti diretti con il mondo delle istituzioni. Pace stava descrivendo la “zona grigia”, quel terreno sensibilissimo dove i boss incontrano i colletti bianchi. “Occorre approfondire”, incalza Andrea Giorgis, capogruppo in commissione Affari costituzionali del Pd, dopo la visita di ieri al carcere torinese. “Lo stesso responsabile della penitenziaria ha chiesto che non siano coinvolte forze ispettive interne”. Walter Verini, capogruppo dem in Antimafia, aggiunge: “Dobbiamo squarciare tutto lo squarciabile. La collaborazione delle mafie con la politica è la loro arma più sofisticata”. Mentre Torino indaga sulla morte di Pace, a Milano l’inchiesta Hydra continua a far tremare i palazzi. Nelle 5mila pagine dell’informativa emerge il tentativo del clan Senese di agganciare esponenti di spicco di Fratelli d’Italia. Agli atti figurano le manovre di Giancarlo Vestiti, uomo dei Senese, per aprire un club politico collegato al partito di Giorgia Meloni. Vestiti parla di una disponibilità ottenuta da Daniela Santanché, tramite la mediazione di Lele Mora, per occupare uno spazio nella sede di corso Buenos Aires. Sebbene l’ex ministra abbia negato ogni coinvolgimento diretto, il clima politico è diventato incandescente. Torino. Con la delegazione Pd ho visitato il carcere in cui si è tolto la vita Bernardo Pace di Davide Mattiello* Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2026 Il rapporto tra mafie e politica resta il nodo irrisolto. Accendiamo una luce su questa drammatica evidenza, che evoca il nostro peggiore passato. “Perché sono pentito per tutta questa faccenda e voglio dissociarmi di tutto e per tutto, per ripulirmi la coscienza, per i miei figli, per i miei nipoti, per tutto, tirarmi fuori da tutta questa…”. È la risposta messa a verbale il 19 febbraio da Bernardo Pace, condannato a 14 anni di carcere nell’abbreviato del processo Hydra a Milano per mafia, quando la P.M. dott.ssa Cerreti gli chiede perché abbia deciso di collaborare con la giustizia e quando gli chiede se questa scelta fosse stata condivisa innanzitutto dalla moglie, Bernardo Pace aggiunge: “Certamente, certamente”. Quest’uomo verrà di lì a poco spostato nel carcere di Torino, dove sarà sistemato al meglio in ragione della sua condizione di collaboratore strategico in una delle più importanti inchieste contro la mafia nel nord Italia degli ultimi 15 anni, dopo Crimine-Infinito e Minotauro per intenderci. Una condizione aggravata da una seria patologia che difficilmente gli avrebbe dato scampo ed anche per questo Pace verrà trattato con ogni riguardo nel Padiglione “E”, detto “Arcobaleno”, in una cella singola, isolata dal resto e da ogni altro detenuto. Quest’uomo grato allo Stato per questa insperata possibilità di riscatto, confortato dalla vicinanza della famiglia tutta, che fa? Dopo aver consumato il pranzo, si impicca con un robusto filo di quelli che si usano per stendere, all’interno della propria cella, nel tardo pomeriggio di lunedì 16 marzo. Di sicuro c’è che è morto. La Procura di Torino sta indagando. I pm titolari dell’accusa, Cerreti e Ferracane, nell’ordinario del processo Hydra che si è aperto una decina di giorni fa a Milano hanno depositato i due verbali di interrogatorio resi dal Pace, considerandoli evidentemente affidabili. Mercoledì una delegazione di parlamentari del Pd, composta dal senatore Walter Verini, capo gruppo in Commissione Antimafia e dal senatore Andrea Giorgis, capo gruppo in Commissione Affari Costituzionale e già sottosegretario alla Giustizia, hanno visitato il carcere di Torino, incontrando i vertici della amministrazione penitenziaria, per capire qualcosa di più ma soprattutto per accendere una luce su questa drammatica evidenza, che evoca il nostro peggiore passato. Con loro c’ero anch’io. La Commissione parlamentare antimafia, ha annunciato Verini rispondendo ai giornalisti fuori dal carcere, il 16 aprile sarà a Milano proprio per approfondire quanto sta emergendo dal processo Hydra e non si fermerà a questa missione. Parallelamente, si direbbe per tutt’altre questioni, la Commissione sentirà anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro sulla incresciosa vicenda della società “Le 5 Forchette” fondata con la diciottenne Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per essere un prestanome del clan Senese a Roma. “Si direbbe” perché in realtà l’inchiesta Hydra richiama necessariamente quella denominata “Affari di famiglia”, che nel 2020 portò all’arresto di Mauro Caroccia e al sequestro dei suoi locali romani, il “filo” che le lega è quello del riciclaggio dei proventi illeciti del clan Senese attivo tanto a Roma, quanto a Milano (dove stava in “consorzio” con esponenti di primo piano di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta). Nel verbale del 19 febbraio sottoscritto da Bernardo Pace ci sono ben otto pagine completamente omissate, sono quelle che raccolgono la risposta di Pace alla domanda della dott.ssa Cerreti sui rapporti tra i clan e i politici locali e nazionali. Il rapporto tra mafie e politica resta il nodo irrisolto che spiega la formidabile resistenza di queste organizzazioni criminali ad ogni azione di prevenzione e contrasto: senza una politica corrotta che ammicchi, protegga e converga sarebbero già state spazzate via da decenni. Dovremmo davvero invertire l’ordine degli addendi con il quale siamo soliti guardare a questi fenomeni e preoccuparci molto di più della pericolosità del contesto politico-affaristico che consente alle mafie di sopravvivere, che di questi delinquenti senza qualità, che spesso non sanno nemmeno leggere e scrivere. Chissà se i magistrati delle distrettuali antimafia di Milano e Torino ci abbiano voluto lasciare una traccia in tal senso su cui riflettere. Non sfugge infatti che Hydra, il mitologico mostro ammazzato da Eracle nella sua seconda fatica, fosse figlio di Echidna, un altro tipaccio che ha dato il nome ad una recente inchiesta della DDA di Torino, che ha terremotato un altro pezzo di mondo politico. Eracle per battere Hydra ha avuto bisogno del giovane nipote Iolao che si mise a cauterizzare con una torcia i moncherini amputati dalla spada del semidio. Che poi è la storia dell’antimafia: dobbiamo essere tutti più “Iolao” per non avere bisogno di eroi. *Articolo 21 Piemonte, Deputato Pd XVII Legislatura Roma. A Rebibbia nasce il parco degli “Abbracci in libertà” tra padri e figli di Alessia Guerrieri Avvenire, 2 aprile 2026 Lo spazio gioco servirà a dare continuità affettiva alla relazione tra genitori detenuti e minori. Un progetto realizzato dalla fondazione Versace. Gualtieri: i bambini non meritano di scontare la pena di stare lontano dai genitori. Uno scivolo, un’altalena, altri piccoli giochi e due tavoli in legno con delle sedute per far chiacchierare in intimità padri e figli lontano dalle celle. È un parco pensato per i bambini, dentro il carcere, per restituire normalità e relazione a un legame spesso spezzato dalla detenzione, quello tra padri e figli, garantendo continuità affettiva. Queste le caratteristiche dello spazio “Abbracci in Libertà” di Rebibbia, un progetto realizzato dalla fondazione Santo Versace (con un contributo della Banca del Fucino) inaugurato oggi alla presenza dello stesso imprenditore, della moglie, l’avvocata Francesca De Stefano, dal sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e dal presidente del IV Municipio, Massimiliano Umberti. Gualtieri ha ricordato che “i bambini sono innocenti per definizione e, se non possono abbracciare il loro papà che sta scontando una pena detentiva, sono loro ad averne una che non meritano perché non hanno fatto nulla di male. Quindi far scontare loro una pena di questo tipo, di non poter abbracciare i loro padri, trovo sia una cosa sbagliata. Consentir loro invece di giocare col loro papà, di abbracciarlo è molto importante”. Inoltre, prosegue, “è importante anche rafforzare la dimensione rieducativa della pena, mantenere i legami sociali delle persone detenute aiuta anche per il loro reinserimento nella società. Bene quindi questo luogo che consente ai bambini di ricevere l’amore e l’abbraccio dei loro papà. Inoltre, questo spazio conferma la finalità rieducativa del carcere e questa è una cosa molto importante”. La nuova area giochi si trova nel cortile antistante la chiesa della casa circondariale “Raffaele Cinotti” del nuovo complesso di Rebibbia. “Il significato di questo luogo- ha spiegato Versace- è quello di voler creare un posto bello in modo tale che quando i bambini incontreranno i loro padri non resteranno traumatizzati. Il carcere deve servire a riabilitare. Se si fa questo abbiamo raggiunto un obiettivo e questo luogo aiuterà. Crediamo che la dignità della persona passi anche dalla possibilità di custodire i legami affettivi: offrire ai padri detenuti uno spazio dove incontrare i propri figli significa proteggere una relazione fondamentale per il loro futuro”. Abbracci in libertà- ha aggiunto De Stefano- “consente a questo carcere di avere un luogo dedicato all’incontro fra padri e figli. È la bellezza che cura, e questo luogo restituisce dignità alla genitorialità anche dentro un istituto penitenziario”. Al taglio del nastro era presente anche Maria Donata Iannantuono, direttrice del carcere romano. “Questo progetto - ha detto - non è il risultato di un’azione isolata dell’amministrazione penitenziaria, ma il frutto prezioso di una collaborazione con il privato sociale. È la dimostrazione che quando le istituzioni e il terzo settore dialogano, il carcere smette di essere un corpo estraneo alla città per diventare un luogo di civiltà e di investimenti sul futuro”. Dedicato alle donne: un’iniziativa culturale che coinvolge i detenuti di Ivana Di Giugno gnewsonline.it, 2 aprile 2026 “Un’occasione per un saluto, un ringraziamento, un pensiero positivo per una donna già nota, o una tra le tante donne che non sa ancora di essere speciale, per un affetto che non c’è più, per una figura femminile che ha lasciato un segno indelebile nella storia, nella cultura, nello sport e nella nostra vita”. È presentato così il concorso letterario Scrivile, promosso dall’Associazione Francesca Fontana, con il contributo di numerose entità territoriali e delle testate giornalistiche Il Resto del Carlino, Il Corriere di Romagna, e Cervianotizie.it. Giunto alla sua dodicesima edizione, prevede, per il 2026, una sezione speciale, riservata alla Casa Circondariale di Ravenna e alla Casa Circondariale di Forlì. L’associazione promotrice spiega a gNews che si tratta di un concorso nazionale, aperto a tutti, che prevede diverse sezioni speciali: oltre alle carceri di Ravenna e Forlì, istituti di istruzione e case di riposo del territorio. Alle prove letterarie è stata affiancata una sezione fotografica, che si è scelto di non estendere ai partecipanti del carcere, per la particolare restrizione in cui vivono. L’iniziativa all’interno del carcere è curata da Linea Rosa, organizzazione di volontariato, nata, oltre trentacinque anni fa, come centro antiviolenza per le donne di Ravenna, Cervia, e Russi. È dalla collaborazione con Francesca Fontana che nasce l’idea di coinvolgere gli ospiti degli istituti penitenziari nel progetto. Il rispetto per le donne e il valore culturale delle pari opportunità sono patrimonio delle due associazioni, che si è voluto condividere con i detenuti. Gabriella Morlotti, che coordina, per Linea Rosa, il concorso letterario all’interno delle due case circondariali, spiega a gNews che il coinvolgimento del carcere risponde all’esigenza di portare avanti, anche con la popolazione detenuta, l’opera di sensibilizzazione alla tematica della violenza di genere. Ricorda, a questo proposito, che “gli ospiti della Casa Circondariale di Ravenna furono i primi a mobilitarsi in occasione del femminicidio di Simona Adela Andro”, avvenuto, nella città romagnola, il 2 aprile del 2013. Per la casa circondariale di Ravenna l’adesione all’iniziativa è stata avviata nel 2023, mentre per la struttura penitenziaria di Forlì il progetto è partito quest’anno, dopo un interessamento alle prime edizioni del concorso. La partecipazione è aperta a uomini e donne, che, entro il 31 marzo, hanno potuto inviare poesie, racconti brevi, e lettere, sia in italiano, sia in dialetto romagnolo, con traduzione in italiano, a fronte. A ogni partecipante è stato consentito di presentare due opere per tipologia. “Ho notato che affiorano diversi sentimenti in chi scrive, sentimenti che coniugano nostalgia per il passato, sensi di colpa e incertezza per il proprio futuro”, dichiara a gNews Stefano Di Lena, direttore del carcere di Ravenna. “Si tratta di sentimenti che sono filtrati attraverso il racconto del ruolo che, nella vita dei detenuti, hanno avuto le figure femminili”, prosegue il direttore. Di Lena testimonia che si tratta di scritti elaborati “con tratti di penna rapidi ma, allo stesso tempo, intensi”, scritti da cui emerge l’importanza che le figure femminili hanno avuto nella vita dei partecipanti. A Ravenna partecipano solo uomini, trattandosi di un istituto detentivo maschile; a Forlì, al contrario, il programma prevede il coinvolgimento delle donne della piccola sezione femminile dell’istituto. La direttrice del carcere forlinese, Carmela De Lorenzo, racconta a gNews che “dall’analisi degli elaborati e delle dinamiche osservate durante il percorso emerge l’entusiasmo dimostrato dalle detenute, indice di un forte gradimento dell’attività proposta”. Anche Irene Ortoleva, educatrice dell’istituto penitenziario di Forlì, che segue il progetto come referente per l’area trattamentale, afferma che “l’iniziativa è stata molto apprezzata, all’interno del carcere, e accolta, dalle donne detenute, con partecipazione”. Trattandosi di una sezione speciale, i detenuti di Ravenna e Forlì, gareggiano tra loro e riceveranno, ognuno, un attestato di partecipazione personalizzato. Per ciascuna sezione - poesia, racconto breve, lettera - sono previsti tre finalisti e un unico vincitore, benché la giuria si riserverà la possibilità di segnalare ulteriori autrici o autori meritevoli di attenzione. Il progetto di partecipazione dei detenuti al concorso letterario prevede il supporto fattivo delle volontarie di Linea Rosa all’interno dei due istituti penitenziari. “Dal mese di gennaio ci incontriamo con cadenza settimanale con i detenuti”, ci racconta Gabriella Morlotti. Il percorso si articola in diversi momenti. “Nella prima fase abbiamo cercato di instaurare un rapporto di conoscenza e fiducia reciproca. Siamo poi passate, con l’ausilio di letture, immagini e condivisione di ricordi, alla scrittura degli elaborati”. Come riferisce, ancora, la coordinatrice dell’iniziativa, la redazione dei testi è sostenuta dalla “libertà di espressione”; la supervisione delle operatrici volontarie è “scevra da valutazioni di tipo scolastico”. La direttrice del carcere di Forlì dichiara che si tratta di “un’esperienza significativa sia dal punto di vista educativo, sia sotto il profilo socio-riabilitativo”. Siamo di fronte, continua Carmela De Lorenzo, a “un processo graduale di consapevolezza e cambiamento culturale, utile a rafforzare l’autonomia personale”. Attraverso il percorso di scrittura guidata, vengono sviluppate “competenze espressive e riflessive” e si favorisce la “rielaborazione delle proprie esperienze personali”, dice ancora la direttrice. Come testimonia ancora Stefano Di Lena, “nell’alternanza tra frastuono e silenzio, che caratterizza il corso della quotidianità penitenziaria, la scrittura consente ai detenuti di far emergere la propria dimensione personale, fornendo concreta dimostrazione di come quest’ultima sia la cifra irriducibile di ciascuno, pur in un contesto nel quale il rischio di spersonalizzazione è purtroppo ricorrente”. Gattabuia, ultima fermata. La morte di Youssef è una colpa collettiva di Isabella De Silvestro Il Domani, 2 aprile 2026 Termina la seconda stagione dell’indagine del nostro giornale sulle carceri. La storia esige un’assunzione di responsabilità. Dalle torture in Libia a San Vittore. Il viaggio del giovane migrante è il simbolo del fallimento di un sistema che calpesta la Costituzione. Un lavoro giornalistico d’inchiesta e di reportage richiede molti mesi di ricerca e preparazione, ore di interviste, riflessioni e scrittura. Non è facile, nel corso di quei mesi, prevedere come verrà accolto una volta finito, quali effetti avrà sulle persone che incontreranno la storia che hai scelto di raccontare. Gattabuia è un podcast sul carcere, giunto alla seconda stagione. Dopo aver raccontato le condizioni di vita delle oltre 64mila persone detenute nei penitenziari italiani, abbiamo deciso di completare la narrazione spostando lo sguardo sui ragazzi del carcere minorile. Come farlo? È una domanda che mi sono posta con molta serietà. Avevo di fronte un dato: più di 600 minori e giovani adulti si trovano oggi reclusi in carcere, un luogo di negazione dei diritti e della dignità che raramente assolve la funzione rieducativa prescritta dalla Costituzione. Raccontare i reati non era sufficiente. Bisognava tornare indietro e capire quali negligenze - sociali, politiche, familiari, comunitarie - avessero portato a un esito tanto tragico. La storia al centro della seconda stagione di Gattabuia è quella di Youssef Barsom, arrivato in Italia come minore straniero non accompagnato dopo mesi di torture e vessazioni nei campi di prigionia libici, e morto tre anni dopo in una cella del carcere di San Vittore. Ciò che accade nel mezzo è l’oggetto di questa inchiesta: un attraversamento che prova a fare luce su un sistema di accoglienza e di cura delle fragilità che ha fallito il suo compito. Non più un coro di voci, ma una storia. Seguirla fino in fondo, senza distogliere lo sguardo, anche quando guardare diventa doloroso. Restare dentro abbastanza a lungo da vedere come si intrecciano le linee: la migrazione, la marginalità, l’incontro con il sistema penale, le detenzioni in carcere, le comunità. Ridurre il campo per allargare lo sguardo, raccontando la traiettoria di chi non riesce a seguire il sentiero tracciato, a restare sui binari dritti. Oggi esce l’ultima puntata di questa seconda stagione. La fine di un viaggio dentro una delle tante prigioni della nostra società. Una critica sociale - Il carcere è un’istituzione storicamente situata, profondamente legata alla modernità e ai suoi bisogni. Ma le logiche che lo attraversano - separare, contenere, rendere invisibile, amministrare le vite considerate eccedenti - hanno una continuità che attraversa i secoli. Raccontarlo significa anche constatare questo: il carcere è la risposta attuale a un problema antico. Non è l’unico orizzonte possibile, è quello che ci si presenta davanti. Mettere in dubbio l’efficacia di questo modo di concepire la giustizia, specie quella minorile, richiede allora di allargare lo sguardo alle altre istituzioni sociali: la scuola, i servizi sociali, i sistemi di accoglienza, le politiche migratorie, il lavoro. È anche per questa trasversalità che i riscontri su Gattabuia sono stati molti e sono arrivati da persone e figure professionali diverse tra loro. Un agente penitenziario mi ha scritto che il podcast potrebbe essere utile anche per la formazione degli operatori. Perché rompe una dicotomia che dentro il carcere è spesso data per scontata e assume forme violente: quella tra chi custodisce e chi è custodito. “Dietro ogni persona c’è sempre un dramma”, ha scritto, sottolineando come questa consapevolezza spesso manchi a chi ogni giorno lavora a stretto contatto con i detenuti. Un’insegnante mi ha raccontato che sta ascoltando le puntate in classe, con i suoi studenti. Che discutono, che si fermano, che fanno fatica. Gattabuia è per loro il racconto di un coetaneo con una vita molto diversa, uno dei ragazzi che vedono bivaccare alle stazioni e di cui forse hanno paura, o che incontrano nelle periferie delle loro città. Ho ricevuto messaggi da medici, giornalisti, assistenti sociali, educatori. E anche da persone che nella vita si occupano di altro, ma che per impegno civile, interesse o semplice curiosità hanno dedicato tempo all’ascolto di questa storia. La raccolta - Per chi lo ha conosciuto, il racconto della storia di Youssef Barsom nelle puntate di Gattabuia è stato molto doloroso, ma - mi è stato detto - necessario. Ripercorrere il suo percorso migratorio e di accoglienza significa anche mettere a fuoco le ingiustizie e gli ostacoli che ha incontrato e che chi lo ha seguito ha provato ad affrontare, senza riuscire a cambiarne l’esito. La sua vicenda non è isolata. Al contrario, testimonia problemi comuni a molti altri ragazzi e ragazze, intrecciando fragilità personali e responsabilità sistemiche. Per questo, chi ha lavorato accanto a Youssef ha deciso di compiere un gesto concreto: una raccolta fondi per sostenere altri minori e giovani adulti che si trovano in condizioni simili, nelle carceri italiane, senza dimora o privi di sostegno. È possibile segnalare situazioni scrivendo a inmemoriadiyoussef@gmail.com e seguire le attività del fondo attraverso le pagine social dedicate. Il viaggio di Gattabuia, per ora, si conclude qui. Ma il lavoro comune e l’assunzione di responsabilità che questa storia esige sono appena iniziati e riguardano tutti i cittadini e le cittadine. A caccia di maranza di Enrica Landi Ristretti Orizzonti, 2 aprile 2026 Cosi titolava nei giorni scorsi una popolare trasmissione televisiva nel presentare il proprio servizio intorno ad un tema che negli ultimi mesi è entrato con forza all’interno del dibattito pubblico, ma che è diventato un argomento di confronto anche all’interno delle nostre famiglie e tra i banchi di scuola. E laddove si attiva un confronto si incontra la possibilità di crescita. È tuttavia necessario andare oltre a quella che purtroppo è diventata un’etichetta generalizzante, che vuole inserire un fenomeno complesso all’interno di una parola-contenitore. E cosi il termine “maranza” evoca indistintamente disagio, devianza, criminalità e pericolosità sociale, diffondendo allarme collettivo e andando in cerca di consenso pubblico. Da un punto di vista psicologico il primo rischio insito all’interno di tale processo è quello di creare stigma e pregiudizio intorno ad un gruppo sociale che viene rappresentato come una minaccia simbolica dell’ordine e della sicurezza e che per tale motivo sembra richiedere interventi immediati, prevalentemente a carattere repressivo. Raramente duraturi; perché poco focalizzati sulla comprensione della complessità di certi comportamenti; perché è più semplice demonizzare e inserire storie personali, familiari e sociali profondamente diverse all’interno di una categoria omogenea - non rilevante sul piano psicologico o criminologico - anziché tentare di comprendere - che non significa giustificare - la complessità nascosta dietro a certi fenomeni: dalla marginalità territoriale alla povertà educativa e sociale, dalla fragilità familiare all’assenza di ecosistemi relazionali supportanti e significativi, all’interno dei quali i ragazzi si sentano visti, riconosciuti, accolti ed ascoltati. Dal punto di vista criminologico lo stigma ed il pregiudizio rafforzano processi di esclusione, assumendo la forma di una profezia che si autoavvera: l’etichetta di “soggetto deviante” “appiccicata” dagli occhi dell’altro ed interiorizzata, contribuisce alla costruzione dell’identità personale proprio in una fase evolutiva in cui il riconoscimento sociale, il bisogno di appartenenza e di sperimentazione del limite sono prioritari. Complice la comunicazione mediatica, si crea una narrazione tendenziosa che sovrappone comportamenti antisociali con fatti-reato o trasgressioni giovanili. Non si può negare l’esistenza di condotte penalmente rilevanti, ma è assolutamente necessario riconoscere che la risposta non può essere solo e semplicemente securitaria. Occorre incidere sulle cause e non reprimere quando il danno è già avvenuto: in ambito penale minorile è più che mai evidente che interventi educativi e responsabilizzanti producono risultati migliori rispetto alla mera punizione. Dove ciò non avviene la probabilità di recidiva aumenta anziché diminuire. Occorrono risposte che includano più aspetti: la scuola, i servizi territoriali, il lavoro con le famiglie e nei programmi di prevenzione precoce. Occorre rispondere ad una domanda di esistere che ci proviene dal mondo giovanile; domanda simbolica che viene espressa attraverso un abbigliamento, un linguaggio e un atteggiamento provocatorio che non sono il reale problema. La provocazione ed il gruppo diventano richiesta di visibilità e riconoscimento. Spesso di aiuto. La vera sfida non è contenere e “mettere in sicurezza” un gruppo percepito come minaccioso, ma cocostruire relazioni, regole condivise e una cittadinanza attiva e partecipata. Questa è la possibilità - dal punto di vista giuridico e psicologico - che conduce verso la sicurezza e la giustizia, senza rafforzare una frattura sociale, ma contribuendo a ricomporla. *Psicologa Psicoterapeuta Caso Trescore: la colpa è una bella donna che nessuno vuole di Alex Corlazzoli Il Fatto Quotidiano, 2 aprile 2026 Hanno ragione tutti: docenti, genitori, pure quelli del Pd. Ma da insegnante di scuola primaria sono costretto a svelarvi alcune cose che vi scandalizzeranno. Hanno ragione i docenti italiani: ma quale empatia? Perché formarsi sulle nuove forme di comunicazione? Sul conflitto? Già ci obbligano a fare i corsi sulla sicurezza, a sapere quanto dev’essere larga la porta della classe e cosa contiene un estintore; a fare i corsi sul primo soccorso, sulla privacy, sulle nuove indicazioni nazionali, su come stendere un Pei, un Pdp e un Ptof. Basta corsi! Hanno ragione i genitori: maestri e professori di oggi non scrivono più sul diario ma solo sul registro elettronico e poi c’è chi da troppi compiti, chi ne da pochi e chi li da persino facoltativi. Può essere mai? Questi insegnanti che non sanno più essere autorevoli e si lasciano accoltellare così! Hanno ragione gli psichiatri: con questo maledetto Covid i ragazzi son deliranti, usano le armi bianchi, hanno una visione distorta. E poi, adoperano i social, il telefonino! E persino l’intelligenza artificiale: son dei criminali! Ha ragione pure Barbara Berlusconi (da quando la figlia di un leader del passato è consultata come fosse una pedagogista o la Crepet di turno?) che su La Stampa di venerdì ci svela che “il segnale più preoccupante è la perdita di dialogo”. Un concetto che devo aver già sentito da tal Francesco Alberoni. Comunque, hanno ragione anche quelli del Pd: “Soltanto annunci e zero interventi”. E, infine, ha ragione anche il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara che per dimostrare l’efficacia della sua azione di vietare i telefonini ci ha comunicato che il 90% delle scuole ha già inserito nei propri atti il divieto. Ecco, è fatta. Ora siamo più tranquilli. Ops, mi scappava un particolare. Hanno ragione anche gli inquirenti perché per il 13enne che ha aggredito la professoressa filmando il tutto con Instagram “resta da chiarire come il minorenne abbia potuto accedere al social, che prevede un’età minima d’accesso di 14 anni”. Ora, vorrete scusarmi, ma da insegnante di scuola primaria sono costretto a svelarvi alcune cose che vi scandalizzeranno. La prima: quasi tutti i miei alunni a nove o dieci anni hanno Tik Tok e Instagram. Indaghiamo tutti? La seconda: è vero il 90% delle scuole ha già inserito nei propri atti il divieto al cellulare ma molti dei miei allievi - su indicazione dei genitori - lo portano nella tasca del giubbetto. Effetto ottenuto: non lo usano a scuola! La terza: so che potrà farvi molto male ma la maggioranza dei bambini di dieci anni sa cos’è l’AI e la usa. Anzi, vi dirò di più: quei “delinquenti” della St Louis School di Milano dove vanno i figli dei ricchi hanno deciso di sperimentare la didattica con l’AI. Così accadrà come per l’inglese: i figli dei borghesi degli anni Settanta lo sanno, gli altri son rimasti al francese. La quarta: molti adolescenti (magari l’ha fatto anche il ragazzo di Trescore) adoperano l’AI come psicologa. Nessuno che si sia concentrato sul contenuto della lettera di quel 13enne che senza dubbi ha usato in maniera incosciente il terribile strumento della violenza per esprimere nel peggiore dei modi un’emozione. Un paio di frasi: “La goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha spinto a prendere questa decisione radicale è stata la mia diagnosi di ADHD. Ho difficoltà di attenzione, è un dato di fatto, eppure, quando mi è stato chiesto di fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato punteggi bassi per quanto riguarda la distrazione, ma non esita a farmelo notare in classe, e questo mi fa solo arrabbiare”. Vogliamo riflettere su queste parole? Un’altra: “Quando sono stato preso a pugni da un ragazzino magrolino non ho reagito, gli insegnanti non se ne sono nemmeno accorti, ed erano due, ho dovuto andare da loro e raccontare cosa era successo, e questo evidenzia quanto la scuola stia fallendo. Quando la mia insegnante di francese ha avuto l’audacia di dire che me lo meritavo, il preside non ha fatto nulla, è rimasta impunita per una cosa così grave”. Vero? Non vero? Mi dispiace ma al gioco di schierarsi dalla parte della professoressa o dell’alunno io non ci sto perché leggendo un articolo di Nicolò Zancan esce una frase riferita alla docente che non mi ha lasciato in pace: “Una che se non hai i fazzoletti e ti soffi il naso con le mani ti manda a lavare la faccia in bagno e ti mette una nota”. Vero? Non lo so. Io so che se mi accade trovo un fazzoletto e lo porgo senza dare una nota. In questo strano Paese la Scuola è quello strano posto dove se non ammazzano il professore, i docenti sono ritenuti degli idioti ma se li uccidono diventano santi. Ciò che conta è che nessun adulto abbia colpa. Facciamo una scommessa? La professoressa sarà presto premiata dal Presidente della Repubblica. Tutto normale. Il riscatto di Lidia: dal campo rom ai banchi di scuola, ogni giorno 3 km a piedi per studiare di Caterina Malanetto La Stampa, 2 aprile 2026 La 14enne bada ai fratelli più piccoli e da Torino va a scuola a Frossasco: “Sono contenta ma vorrei diventare più autonoma”. La mattina, per arrivare a scuola, Lidia (nome di fantasia) cammina. Più di tre chilometri, ogni giorno. Alle sette avanza sul ciglio della strada mentre le auto dei pendolari le sfrecciano accanto. Prima, però, la giornata è già iniziata. Appena si sveglia, la casetta mobile in cui vive è piena di voci e richieste: prepara la colazione, veste i quattro fratellini, sistema gli zainetti. Nel casotto degli attrezzi, adattato a bagno comune, si lava il viso e si lega i capelli in una coda di cavallo. Saluta i nonni, dà un bacio alla mamma ed esce. Lidia ha il cammino nel sangue, prima ancora che nei piedi: è una ragazza rom. Vive vicino Torino, su un terreno agricolo recintato dove le roulotte sono diventate casa. Raggiunge a piedi la fermata dell’autobus che la porta al Cfiq di Frossasco, istituto di formazione professionale orientato all’inserimento lavorativo nella ristorazione. “Ha scelto la cucina perché a casa è abituata a fare tutti i lavori domestici”, racconta Anna Maria Amparore, volontaria del Sermig che la segue da anni. Quando può la accompagna in auto a scuola e, una volta a settimana, la porta a studiare a casa sua. Lidia è nata a Napoli e i suoi primi passi li muove tra le celle del carcere della città, dove la madre è detenuta. Poi Roma, nel campo in cui vive il padre. Lì, alle bambine, non è permesso andare a scuola. Entra in un’aula per la prima volta a 14 anni, quando riesce finalmente a riunirsi alla madre, che nel frattempo si è trasferita in Piemonte con un nuovo compagno e i figli. Quasi adolescente, Lidia non sa leggere né scrivere. Non conosce i giorni della settimana. “L’abbiamo iscritta in seconda media, seguendo l’età anagrafica - racconta Anna Maria - Il primo anno è stato un ritorno alle origini: imparare l’impugnatura della penna, riconoscere le lettere, contare”. La madre di Lidia è la prima a supportarla. “Per lei è la figlia del riscatto”, dice Pino Di Leone, educatore professionale del Cfiq. Durante la terza media Lidia resta lontana dalle aule per sei mesi. Non per scelta. In quel periodo la madre, apolide con origini macedoni e serbe, viene di nuovo detenuta mentre sta chiedendo il permesso di soggiorno. A quel punto tocca a Lidia occuparsi delle faccende di casa, aiutare la nonna e prendersi cura dei fratellini. Oggi anche lei, come la madre fino a poco tempo fa, non ha cittadinanza italiana né un permesso di soggiorno. I dati più recenti dicono che oltre il 75% dei ragazzi rom di età compresa tra i 9 e i 18 anni va a scuola un giorno sì e uno no. Lidia cambia il paradigma: “Nonostante le responsabilità a casa e la difficoltà anche solo fisica di arrivare a scuola - racconta Viola Malanetto, docente di italiano - è una delle studentesse con il più alto tasso di frequenza della classe. In lei c’è una motivazione autentica”. La determinazione di Lidia è anche il risultato di un lavoro quotidiano, condiviso tra insegnanti, educatori e volontari. Un impegno che non va dato per scontato, soprattutto se si guarda alla storia recente: fino al 1986, esistevano classi speciali dedicate esclusivamente ai bambini rom: le sezioni Lacio drom - “buon cammino” in lingua romani - coordinate dalla pedagoga Mirella Karpati. Alla base c’è l’idea che il bambino deve essere aiutato a crescere “recuperando” un presunto ritardo. Una buona intenzione che finisce per rafforzare la stigmatizzazione. “Io li chiamo la nostra “nazionale dei Balcani” - dice sorridendo Di Leone - Sono gli undici ragazzi rom che frequentano il Cfiq”. Secondo i dati raccolti nel 2014 dal Pew Research Centre, l’Italia è il Paese europeo dove l’intolleranza verso le popolazioni rom e sinti è più diffusa. “C’è chi dice: “Tanto sono rom, andranno a rubare. Perché farli studiare?”“, sottolinea Di Leone. Ma lui non ha dubbi sulla risposta: “Perché la scuola è un diritto - dice - Non un premio”. Ma alcuni ragazzi rom vedono le lezioni ancora come un obbligo. E la differenza la fanno anche le famiglie: “Alcune sono molto radicate nella tradizione - dice Amparore - seguono il calendario giuliano, fanno feste rituali, si incontrano tra campi diversi”. Altre famiglie, come quella di Lidia, vogliono prendere le distanze da questo mondo. Questo crea tensioni nella comunità, per cui Lidia non si sente né di appartenere completamente al mondo del campo né a quello fuori. All’inizio del secondo quadrimestre, Malanetto chiede alla classe di Lidia di scrivere un tema sui loro desideri. “Sono contenta quando qualcuno mi aiuta con i compiti - scrive Lidia - ma vorrei diventare più autonoma. Vorrei che i miei fratelli e sorelle fossero tutti più grandi perché sono impegnativi e quando sono a casa c’è sempre qualcosa da fare per loro”. Domani mattina Lidia si sveglierà di nuovo presto. Ci sarà la colazione, i fratelli da vestire, l’acqua fredda sul viso, i capelli legati in fretta, il bacio alla mamma. E ancora una volta quel tratto di strada a piedi. In un Paese dove troppi ragazzi rom restano ai margini, Lidia cammina verso la scuola perché ha deciso che quello è il suo posto. Migranti. Guardate questi volti e poi chiedetevi perché nessuno parla di Diego Motta Avvenire, 2 aprile 2026 L’ultima strage di Lampedusa ripropone le immagini di tante vie crucis del mare dimenticate, in cui affiorano i volti distrutti dei vivi a fianco delle bare in legno dei morti. Bisogna avere la forza di aprire gli occhi e di rompere il silenzio d’omertà, che accomuna l’Italia all’Europa. Guardate questi volti, per favore. Guardateli. Parlano da soli. Una ragazza viene accompagnata dai volontari: intorno ha una coperta grigia, è spaventata e ha freddo. A Lampedusa questa mattina non era ancora primavera, persino i mezzi della Guardia costiera avanzavano a fatica. Una donna all’improvviso si accascia, cade a terra, come svenuta: viene sorretta da tre persone. Guardate i volti dei volontari: uno di loro ha le lacrime agli occhi, porta in braccio un bambino. Tutti corrono, la vita che sopravvive alla morte è in quei fremiti, negli sguardi allucinati di chi soccorre e di chi è soccorso. A un certo punto, vengono adagiati i cadaveri, in enormi sacchi bianchi. Affiorano le bare, triste ricordo delle stragi del mare, quando venivano accatastate qui sull’isola. Accadde anche a Cutro, nel palazzetto, più di tre anni fa. Si muore partendo dalla Libia come in questo caso, dalla Tunisia, come è accaduto in settimana, si muore nell’Egeo. Sono tante vie crucis dimenticate: si cade e non ci si rialza più, in questa globalizzazione dell’indifferenza. Riguardate questo minuto e mezzo di video, il via vai frenetico sul molo. Poi chiedetevi cosa si è visto, negli ultimi anni, di questi drammatici salvataggi, dove i vivi si recuperano a fianco ai morti. A recriminare sono le solite voci, quelle delle organizzazioni non governative e di una parte delle opposizioni. Non troverete altro. Né commenti scandalizzati, né indignazione. Tace il governo italiano, che pure ha avuto l’ardire di chiamare Cutro un decreto che non ha ridotto (anzi ha accresciuto) i morti in mare. Tace l’Europa che si appresta a normalizzare di fatto il giro di vite sulle frontiere, sguarnendo di mezzi e di volontari il Mediterraneo. Non ci restano che i nostri occhi, per scorgere da lontano questo dolore silenzioso e impotente. Sempre che si voglia guardare, ovviamente. Usa, ius soli alla sbarra: il dominio interno e quello del mondo di Luca Celada Il Manifesto, 2 aprile 2026 Se la modifica dovesse prevalere, potrebbe impattare su 250mila neonati all’anno e, anche se ufficialmente non retroattiva, non potrebbe che aprire la porta a possibili future revisioni. Il dibattimento della Corte suprema sullo ius soli è stato trasmesso in diretta da molte emittenti e in tempo reale sui siti dei principali quotidiani. In aula un ospite d’eccezione, Donald Trump che è diventato il primo presidente della storia nazionale a presenziare un procedimento del massimo tribunale. Messaggio inconfondibile di un presidente che ha apertamente criticato i giudici per mancanza di fedeltà a “lui che li ha nominati”. L’abrogazione della norma costituzionale sulla cittadinanza per nascita era fra i “cento decreti” firmati al suo insediamento. Fra tutti, il provvedimento che eliminerebbe la cittadinanza che oggi acquisisce chiunque nasca sul suolo nazionale, rappresenta la forzatura più esplicita della costituzione. Gli Stati uniti avevano ereditato lo ius soli dal diritto inglese. Dopo la guerra di secessione il quattordicesimo emendamento ha poi codificato la tradizione in legge esplicita quando, nel 1868, ha esteso la cittadinanza agli schiavi liberati, precedentemente considerati non cittadini (in quanto non persone). Quell’emendamento certifica che “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e sottoposte alla giurisdizione di essi, sono cittadini degli Stati Uniti”. Molto del dibattito di ieri si è sviluppato attorno alla valutazione delle sei parole qualificanti - “e sottoposte alla giurisdizione di essi”. Cecillia Wang, direttrice della American civil liberties union (Aclu) ha difeso l’interpretazione come semplice presenza dei genitori sul suolo nazionale. Il procuratore designato dal governo, John Sauer, ex avvocato personale di Trump, ha inteso introdurre una serie di qualifiche e distinzioni fra semplice “domicilio” e una trascendentale fedeltà (“allegiance”) alla nazione. I sofismi legali hanno dissimulato la matrice inequivocabilmente ideologica del regime che attraverso la “grande deportazione” ha di fatto adottato la remigrazione come politica ufficiale. L’intento è quindi la codifica costituzionale delle pulsioni suprematiste ed eugenetiche del reazionarismo Maga - il blut und boden che riaffiora regolarmente nella retorica del regime. L’anno scorso il vicepresidente Vance ha esplicitamente invocato il concetto di stirpe ereditaria come marcatrice di autenticità dei discendenti degli americani “originari” rispetto ai naturalizzati recenti. Il dibattimento ha dunque racchiuso la tensione fra il concetto internalizzato di nazione assimilante ed il sovranismo identitario che lega l’attuale governo alle destre reazionarie europee (paradossalmente l’”originalismo” del regime si scontra con la stessa rivoluzione fondante che fra i “27 reclami” della dichiarazione di indipendenza denunciava le barriere poste dal re all’immigrazione nelle 13 colonie). Gli Stati uniti di Trump giungono a questa potenziale svolta per effetto del panico razziale della popolazione bianca che costituisce oggi solo il 52% della popolazione (ed è già in minoranza negli under 18) e tenta di riasserire, con le gerarchie demografiche, un ordine simbolico sintetizzato in un’immaginata “originaria grandezza”. Un anacronistico identitarismo a cui, in campo geopolitico, corrisponde il dominio con la forza sul mondo. Quella che la Corte suprema è in sostanza chiamata ora a valutare è dunque la codifica di una ideologia della predestinazione e dell’eccezionalismo. Paradossalmente il dibattimento fra natura inclusiva o esclusiva della narrazione nazionale, ha rinvangato molti scheletri storici del paese: lo schiavismo, il Chinese exclusion act che nel 1882 ha espulso tutti i cinesi, lo sterminio e tardiva estensione della cittadinanza agli indiani nativi… Un catalogo di illeciti e di abusi che ora propone di allungare il presidente figlio di una madre immigrata negli anni 30 e marito di una immigrata (possibilmente irregolare) negli anni 90. Intanto, se la modifica dovesse prevalere, potrebbe impattare su 250mila neonati all’anno e, anche se ufficialmente non retroattiva, non potrebbe che aprire la porta a possibili future revisioni da parte di un governo che ha già chiesto al ministero di giustizia di portare a termine “da 100 a 200” pratiche di “denaturalizzazione” (sottrazione della cittadinanza acquisita) ogni mese. Alla sbarra ieri c’è stata infine la facoltà di modifica costituzionale per decreto ratificato, senza referendum o dibattito parlamentare. In base alle domande formulate, i togati sono apparsi restii a confermare un decreto di tale portata. Una sentenza dovrebbe giungere a giugno o inizio luglio.