Che cosa succederà ai progetti culturali nelle carceri? di Daria Bignardi Vanity Fair, 29 aprile 2026 Una delle cose più riuscite a cui ho partecipato in 30 anni di progetti in carcere è stato l’incontro di una classe di liceali con un gruppo di detenuti del Carcere di Alta Sicurezza di Saluzzo. Avevo prima visto e preparato, separatamente, sia gli studenti che le persone detenute, insieme ai loro insegnanti. E mi ero detta: “Ecco una cosa che serve davvero. Dovrebbero farla in tutte le carceri e con tutte le scuole”. Ci ero andata con un progetto che il Salone del libro di Torino portava avanti da tempo, “Adotta uno scrittore”, grazie al quale ogni anno uno scrittore prepara una classe, la accompagna in carcere e alla fine degli incontri, durante il Salone, gli studenti (i detenuti non hanno mai avuto il permesso di partecipare) raccontano l’esperienza e quel che ne è seguito. Ricordo che a Saluzzo c’era stato un vero scambio: sincero e crudo. I ragazzi avevano fatto domande che mai nessuno ha il coraggio di fare. I detenuti erano stati più onesti che mai. E al Salone del libro se n’erano visti i frutti. Dopo 15 anni, “Adotta uno scrittore” non può più entrare a Saluzzo né a Torino né ad Alessandria. Tutti i progetti, da quello del Salone a moltissimi altri ovunque in Italia, sono stati bloccati da una circolare del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria. Una di quelle che arrivano come fulmini: come l’altra che rinchiude i detenuti tutto il giorno nelle loro camere di pernotto, che sarebbero le celle. Circolari che non fanno che peggiorare una situazione disastrosa. Dal suo viaggio in Africa Papa Leone, oltre a rispondere alle follie di Trump, ha parlato anche di questa situazione, che stava tanto a cuore al suo predecessore Papa Francesco. Cito da Ogni prigione è un’isola, ma tant’è: “In Italia tutti odiano le carceri. Qualcuno ama il carcere degli altri”. Nonostante sia provato (oltre che sancito dalla Costituzione) che la disumanità e la mancanza di trattamenti tesi al reinserimento non facciano che peggiorare la società e non contribuiscano in nessun modo alla sua sicurezza. Il Dap toglie i frigo dalle celle ma salva i minibar di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 29 aprile 2026 Il 31 marzo scorso, la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria inviava una nota ai provveditori regionali con un oggetto inequivocabile: “Attenzionamento in vista della stagione estiva”. A firmarla era il direttore generale Ernesto Napolillo. Il tono era quello di chi sa bene che nelle carceri italiane l’estate è una stagione da affrontare con anticipo e con misure concrete. La nota ricordava che le alte temperature aumentano il rischio di atti autolesionistici e autosoppressivi tra i reclusi, e chiedeva alle direzioni degli istituti di provvedere entro il 10 maggio a una serie di interventi: modulare gli orari dei passeggi per evitare l’esposizione al sole nelle ore più calde, garantire punti idrici e nebulizzatori nei cortili, creare spazi ombreggiati dove possibile, fornire acqua in bottiglia e taniche negli istituti con problemi di approvvigionamento idrico. E tra le misure indicate c’era anche quella di implementare la disponibilità di frigoriferi nelle sezioni per il deposito di bottiglie d’acqua e generi alimentari, anche per evitare che i detenuti usassero l’acqua del rubinetto per refrigerarsi. Ventitré giorni dopo, il 23 aprile, arrivava un’altra nota. Questa volta a firmarla era il Capo del Dipartimento Stefano Carmine De Michele, con un oggetto preciso: “Dotazione frigoriferi all’interno delle aree all’uopo dedicate delle sezioni detentive”. Il messaggio, nella sostanza, andava in direzione diversa. I frigoriferi, i “pozzetti frigo” come li definisce il documento, non potranno in nessun caso essere collocati nelle camere di pernottamento. Dovranno essere spostati in stanze apposite ricavate all’interno delle sezioni, come i locali delle ex docce, la lavanderia, la barberia. L’accesso a questi spazi andrà regolamentato e limitato a uno o due detenuti in orari definiti. Le motivazioni addotte riguardano la sicurezza: la presenza di un frigorifero in cella aprirebbe la strada all’occultamento di oggetti o sostanze non consentite, al rischio di uso improprio come strumento per barricarsi, o come oggetto atto a offendere. È su questa contraddizione, almeno apparente, che si è innescata la reazione di Samuele Ciambriello, garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale e portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali dei detenuti. Ciambriello ha definito la decisione di De Michele “incomprensibile e pericolosa”. “In piena emergenza caldo e con carceri sovraffollate”, ha detto, “si priva i detenuti di uno strumento essenziale per conservare cibo e acqua in condizioni minime di igiene. Non è sicurezza: è un arretramento che rischia solo di aumentare tensioni e problemi sanitari”. E ha chiesto direttamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio di far ritirare la nota. Tre settimane, due note, una risposta - La tempistica è quello che ha reso la vicenda difficile da spiegare, almeno fino alla presa di posizione del ministero. Nel giro di tre settimane, la stessa amministrazione penitenziaria aveva emanato due documenti ufficiali che sembravano puntare in direzioni opposte. Prima Napolillo raccomandava di aumentare i frigoriferi nelle sezioni, poi De Michele disponeva che non potessero stare nelle camere di pernottamento. Ciambriello aveva sollevato la contraddizione con forza, citando i documenti ufficiali uno per uno: “Ancora più grave è il contrasto con quanto indicato appena poche settimane fa dalla Direzione Generale, che invitava ad aumentare i frigoriferi proprio per affrontare l’estate”. E aveva formulato la domanda che, secondo lui, rimaneva senza risposta convincente: “Perché il Capo del DAP, venti giorni dopo, adotta una disposizione contraria? Chi ha suggerito questa presa di posizione, questo rigore securitario?”. La risposta è arrivata direttamente dal ministero della Giustizia, che ha chiarito la propria lettura dei fatti con una nota diffusa nelle scorse ore. Secondo il Dicastero, le note del Dipartimento del 23 e del 27 aprile non determinano alcuna limitazione sui minibar eventualmente già presenti nelle celle, e si riferiscono ai frigoriferi intesi come elettrodomestici di grandi dimensioni che, come precisa la nota, “naturalmente non possono stazionare all’interno delle camere di pernottamento”. La distinzione è tra il frigorifero grande, quello che il DAP vuole collocare in spazi dedicati, e i pozzetti frigo di dimensioni ridotte, per i quali il ministero dice di aver disposto nuovi acquisti in vista dell’estate insieme a ventilatori, prevedendo un monitoraggio costante sulle effettive esigenze dei singoli istituti. Si tratta, sottolinea il ministero, di dotazioni aggiuntive rispetto a quanto già fatto in passato. Per capire il peso pratico di questa distinzione, però, bisogna tenere a mente come funzionano le giornate nelle carceri italiane. L’accesso agli spazi comuni non è costante né garantito a qualsiasi ora. Spostare un frigorifero di grandi dimensioni dalla cella a una stanza condivisa accessibile solo in certi orari, con uno o due detenuti autorizzati a gestirla, significa comunque ridurre la possibilità di conservare acqua fredda o cibo nelle ore notturne o nei momenti in cui i movimenti interni non sono consentiti. Se la distinzione tra minibar e frigorifero di grandi dimensioni è tecnicamente corretta, resta da vedere come si tradurrà concretamente nella quotidianità degli istituti, molti dei quali il garante ricorda avere i frigoriferi nelle celle ormai da anni, come dotazione consolidata e non contestata fino ad ora. Il carcere e il caldo: un problema che torna ogni estate - Il contesto in cui si inserisce questa vicenda è quello di carceri italiane che arrivano all’estate già con numeri critici sul fronte del sovraffollamento. I suicidi in carcere non accennano a diminuire. La nota di Napolillo del 31 marzo ricordava esplicitamente che i disagi legati alle alte temperature aumentano il rischio di atti autolesionistici e autosoppressivi. Non è un’osservazione burocratica: è la presa d’atto di un fenomeno reale e documentato, che puntualmente si ripete ogni anno con l’arrivo del caldo. Nella stessa nota, il direttore generale raccomandava di potenziare le attività sportive, teatrali e laboratoriali, di attivare tempestivamente gli staff multidisciplinari e di riformulare i menù giornalieri in funzione della stagione. Un pacchetto di misure pensato esplicitamente per ridurre le tensioni prima che si manifestassero. La nota ministeriale, dal canto suo, afferma che l’intera azione del DAP è volta a migliorare le condizioni dei detenuti e del personale penitenziario, e che i nuovi acquisti di pozzetti frigo e ventilatori, presentati come dotazioni aggiuntive rispetto al passato, vanno esattamente in questa direzione. Sul piano formale, la posizione del ministero ridimensiona la portata della polemica sollevata da Ciambriello, offrendo una chiave di lettura che distingue tra tipologie diverse di apparecchi. Sul piano pratico, la questione rimane aperta: l’estate si avvicina, le celle sono sovraffollate e la differenza tra ciò che viene annunciato nelle note ufficiali e ciò che accade ogni giorno nei singoli istituti è spesso significativa. Il 10 maggio, data entro cui Napolillo aveva chiesto riscontro sulle misure estive, è ormai vicina. Quello che succederà nelle prossime settimane negli istituti, tra annunci e realtà quotidiana, dirà molto di più di qualsiasi circolare. “Sul carcere la direzione è sbagliata e gli ultimi provvedimenti penalizzano i detenuti” di Giorgio Paolucci Avvenire, 29 aprile 2026 Don Grimaldi, ispettore generale dei 230 cappellani degli istituti penitenziari, riflette sulle criticità del sistema al centro del convegno al via oggi ad Assisi: “La situazione peggiora. Il sovraffollamento è un fenomeno endemico, su minori e stranieri ristretti nessun investimento di tipo riabilitativo”. “Il carcere è sempre più il luogo della pena e sempre meno l’occasione per capire che si può cambiare strada. I provvedimenti restrittivi decisi in questi mesi hanno penalizzato i percorsi di riabilitazione, e anche la nostra attività incontra delle limitazioni. Ma noi non possiamo dimenticare che lì dentro ci sono persone, uomini e donne che hanno la dignità di figli di Dio. E noi siamo al loro servizio”. Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei 230 cappellani delle carceri italiane, lancia un grido di dolore sulla situazione degli istituti penitenziari mentre proprio oggi ad Assisi si apre il convegno nazionale dei cappellani e degli operatori della pastorale penitenziaria. Un appuntamento che è anche l’occasione per fare conoscere la grande trama di bene che viene quotidianamente tessuta da centinaia di sacerdoti, religiosi e volontari perché la speranza continui a essere coltivata. Le criticità sono note da tempo: sovraffollamento, condizioni igieniche spesso scadenti, mancanza di personale, suicidi. “Molti istituti penitenziari sono ormai fatiscenti ed è mancata la manutenzione necessaria - denuncia don Grimaldi. Sono inadeguati gli spazi per promuovere le attività trattamentali: è impensabile che i detenuti trascorrano gran parte delle loro giornate in cella, hanno bisogno di occasioni e spazi per praticare studio, lavoro, sport, laboratori, tutto ciò che concorre a farli sentire persone vitali e a capire che ci si può sempre rimettere in gioco. Spesso le direzioni degli istituti penitenziari fanno quello che possono, ma le circolari diramate negli ultimi tempi hanno peggiorato la situazione e vanno in direzione contraria all’articolo 27 della Costituzione, in base al quale le pene devono tendere alla rieducazione. La costruzione di nuove carceri è una medicina efficace per combattere il sovraffollamento, come viene evocato da qualcuno? Bisogna andare in un’altra direzione: si dovrebbe anzitutto lavorare per favorire la dimissione di coloro che sono arrivati quasi a fine pena. Il sovraffollamento è un fenomeno endemico, ma è legato anche all’introduzione di nuove figure di reato che hanno portato a una moltiplicazione degli ingressi. È significativo quello che accade negli Istituti di pena per minori dove, anche in conseguenza del Decreto Caivano, sono arrivati molti giovani e la situazione è peggiorata: si deve investire di più sulla prevenzione sostenendo il lavoro di chi nella società offre opportunità di educazione e di aggregazione. Poi c’è il problema degli stranieri: molti potrebbero uscire ma non hanno un luogo a cui appoggiarsi, e quindi non ci sono le condizioni per la scarcerazione anticipata. Al convegno di Assisi si parlerà di lavoro e accoglienza, e verranno raccontate esperienze significative di aiuto al reinserimento... La Chiesa e la società civile sono in prima fila nella promozione di tante iniziative in questa direzione, e non da oggi. Il lavoro è la priorità, senza un’occupazione stabile la recidiva rimane la minaccia principale. Al convegno presenteremo la mappatura di 200 realtà che favoriscono l’inclusione lavorativa, sarà un’occasione per conoscere quello che già c’è sul territorio, per mettere in rete le risorse e imparare a operare in sinergia. Il tempo della detenzione può diventare l’occasione per riscoprire la fede come risorsa perché la vita riparta... I cappellani sono testimoni di percorsi umani straordinari, nei quali si rende evidente che la grazia di Dio è capace di penetrare nei cuori degli uomini e di suscitare un cambiamento. La prima libertà da conquistare è quella che viene dalla certezza di essere amati, e nella testimonianza di questo amore che non conosce confini sta il senso della presenza di noi cappellani e di tanti volontari. Come amava ricordare Giovanni Paolo II, anche il tempo del carcere è tempo di Dio. Il Giubileo indetto da Papa Francesco e concluso da Leone XIV è stato in questo senso una grande occasione di riconciliazione e di conversione. Rimane l’amarezza di vedere inascoltato l’appello per un gesto di clemenza contenuto nella Bolla di indizione del Giubileo: è mancata la volontà politica per attuarlo. Come sta cambiando l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti del pianeta carcere? Purtroppo sta cambiando in peggio. Giornali, televisioni e soprattutto il mondo dei social bombardano con notizie che enfatizzano gli episodi negativi - che pure esistono, inutile negarlo - mentre poco si dà conto dei numerosi esempi di persone che tornano a una vita regolare e danno il loro contributo alla convivenza. Per questo è importante il ruolo del volontariato nel favorire una conoscenza adeguatamente della realtà carceraria da parte della società e favorire un cambio di mentalità. Su questi temi serve una rivoluzione culturale. Cosa ha imparato da trent’anni di frequentazione delle carceri? A non etichettare le persone in base al reato commesso, a percepire l’umanità che si respira in questi luoghi, a vivere il sacerdozio come servizio. Come ha ricordato pochi giorni fa il Papa visitando il carcere di Bata nella Guinea Equatoriale, nessuno è escluso dall’amore di Dio e la Chiesa sarà sempre al fianco di queste persone. Cronaca del suicidio di Andrea, il 18esimo dell’anno di Gianni Alemanno e Fabio Falbo L’Unità, 29 aprile 2026 Giovedì, nell’area carceraria comune, con la coda dell’occhio vediamo passare una barella, sopra un corpo completamente coperto. Poco dopo scopriamo che Andrea si è impiccato alla finestra del bagno. “Era un bravo ragazzo - dice l’ispettore - ma da un po’ di tempo faceva discorsi confusi: non stava bene”. Aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e il suo bambino, gli era stato negato. Nel primo pomeriggio di giovedì eravamo davanti all’aula universitaria di Tor Vergata, nell’area carceraria comune, dove si incrociano persone detenute di tutti i bracci. Con la coda dell’occhio vediamo passare una barella, ma il corpo che vi è adagiato è completamente coperto fino alla testa. Poco dopo ci arriva la notizia: Andrea Ben Maatoug, cittadino italiano di 36 anni (da compiere il 29 aprile prossimo), detenuto nel braccio G11, si è tolto la vita impiccandosi in cella. Si incrociano le voci, ci viene detto che lavorava nella cucina centrale, decidiamo di passare di lì per incontrare i suoi colleghi di lavoro. Ci vengono incontro con gli indumenti di cucina previsti dai regolamenti sanitari, sembrano tanti chirurghi usciti da una sala operatoria. Ma il loro sguardo è vuoto, gli occhi lucidi. Anche l’ispettore della Penitenziaria preposto alla cucina è costernato. “Andrea era un bravo ragazzo, amico di tutti, ma da tempo faceva discorsi confusi, diceva di avere delle visioni, non stava bene con la testa” ci dicono queste persone, detenute e detenenti. Si intuisce l’angoscia che viene dalla domanda inespressa: “abbiamo fatto abbastanza per evitare questo tragico epilogo?”. Nei giorni successivi si aggiungono altri particolari. Andrea aveva un figliastro detenuto con lui e aveva chiesto un permesso per passare qualche ora con la sua compagna e con il figlio di 10 anni. Ma questo permesso, non si sa perché, era stato rigettato. Aveva appena terminato il suo turno di lavoro in cucina, un’attività ordinaria, quotidiana, che racconta di una persona inserita nella vita dell’istituto. Rientrato nel reparto G11, si era ritirato nella sua cella, poco dopo un compagno andando in bagno l’ha trovato impiccato alla finestra del bagno. “Nonostante il tempestivo intervento del personale di polizia penitenziaria, che ha operato con encomiabile dedizione nel tentativo di salvare la vita al ristretto, l’esito è stato purtroppo fatale” recita un comunicato stampa diffuso venerdì scorso dal Sindacato OSAPP della Polizia Penitenziaria. Si deve a questo comunicato se questa volta, a differenza di altri casi passati, la notizia del suicidio in carcere è stata diffusa agli organi di stampa, sollevando peraltro poca attenzione. Non dovrebbe essere l’Amministrazione penitenziaria a dare la notizia ufficiale di queste tragedie, anche per provare a offrire una spiegazione dell’accaduto e per spingere l’opinione pubblica e la politica a riflettere sulla situazione delle carceri italiane? Domenica, durante la Santa Messa, Padre Lucio ci ha detto che con Andrea siamo già a 18 suicidi di persone detenute dall’inizio dell’anno. La morte di un uomo in carcere non è mai un fatto privato, è sempre un fallimento pubblico. Il carcere è un luogo chiuso, integralmente governato dall’Amministrazione pubblica, dove ogni aspetto della vita è regolato, vigilato, deciso dall’esterno, chi vi è ristretto non può allontanarsi, non può cercare aiuto altrove, non può sottrarsi. Se una persona arriva a togliersi la vita in questo contesto, significa che il dovere di cura, protezione e tutela è venuto meno, non necessariamente per un singolo errore, ma per una serie di scelte sistemiche. Il sovraffollamento produce condizioni disumane e degradanti ormai strutturali, che continuano però a essere disconosciute, anche quando vengono richieste forme di ristoro o di riconoscimento giudiziario, secondo quanto previsto dalla legge. In un simile contesto mancano gli psicologi, gli psichiatri, gli educatori, manca il tempo necessario per ascoltare davvero le persone. A presidiare quotidianamente la dimensione umana restano spesso solo cappellani, pastori e volontari, figure preziose ma che non possono e non devono sostituire lo Stato nei suoi obblighi fondamentali. Diventa allora imprescindibile porsi domande semplici e concrete. Quanti colloqui aveva avuto Andrea con uno psicologo, con uno psichiatra, con un educatore? Anche perché lo sapevano tutti che stava attraversando un periodo difficile. Il rigetto del permesso per andare a trovare la famiglia è stato valutato anche nel suo impatto emotivo e trattamentale, oppure è stato deciso come un atto automatico, scollegato dalle condizioni reali della persona che lo subiva? Il Tribunale di Catanzaro ha recentemente condannato il Ministero della Giustizia a risarcire con 400 mila euro la famiglia di una persona detenuta suicidatosi nel carcere di Alghero, riconoscendo la responsabilità dell’Amministrazione per la mancata attuazione di misure di tutela, pur formalmente previste. Una decisione che non restituisce una vita, ma afferma un principio fondamentale, una persona detenuta non può essere abbandonata all’inerzia del sistema. Qui, però, il punto non è il risarcimento, nessuna somma colma il vuoto lasciato da Andrea a un figlio di soli 10 anni, il punto è quello di evitare che i suicidi continuino a ripetersi e questa necessità chiama direttamente in causa la politica. Perché si ricorre con tanta facilità ai Decreti Legge per introdurre nuove norme sulla sicurezza, nuovi reati, nuovi strumenti di controllo e non si utilizza mai uno strumento legislativo, anche meno immediato, per affrontare l’urgenza più evidente del sistema penitenziario italiano che è quella di decongestionare le strutture? Possibile che non si comprenda come questa politica alimenti esattamente le condizioni che portano a tragedie come quella avvenuta a Rebibbia? Torniamo al comunicato del Sindacato OSAPP: “Nella tarda serata di venerdì 24, alla sezione C del piano terra del G11 un gruppo di detenuti di nazionalità magrebina ha innescato una violenta rivolta: utilizzando una branda come ariete, hanno forzato il cancello della stanza detentiva, appiccando incendi ai materassi. Solo ed esclusivamente grazie alla straordinaria prontezza, al coraggio e alla professionalità del personale presente, che ha operato in condizioni di estremo pericolo, è stato possibile evitare conseguenze ancora più catastrofiche.” E il comunicato conclude: “è necessario far emergere i numeri di una debacle gestionale: Rebibbia, a fronte di una capienza regolamentare di circa 1.100 unità, ne ospita attualmente circa 1.700, con una gravissima carenza di personale di Polizia penitenziaria pari a 200 unità. Un sovraffollamento cronico che l’OSAPP denuncia da tempo, scontrandosi tuttavia con l’indifferenza dell’attuale gestione istituzionale”. Non abbiamo nient’altro da aggiungere. Dobbiamo solo fermare il pensiero su quel ragazzino di 10 anni che non ha più un padre. Carceri, il primato della morte: spendiamo cifre record ma i suicidi doppiano la media europea di Sabrina Panarello agenparl.eu, 29 aprile 2026 Spendere come la Svezia, morire come in Italia. Mentre il Ministero della Giustizia analizza la “complessità del fenomeno”, i dati del 2025 inchiodano il sistema. L’Italia spende 161 euro al giorno per detenuto, ma produce il doppio dei decessi rispetto ai partner UE. L’ultima fiammata al G11 di Rebibbia è solo l’ennesimo segnale di un incendio che sta divampando in ogni istituto della Penisola, da Nord a Sud. La morte di Andrea, 36 anni, detenuto lavoratore che sognava di riabbracciare il figlio, è il volto di un fallimento che non conosce confini regionali. È la prova di un sistema che, dati alla mano, sta scivolando fuori dai confini del diritto europeo e della dignità umana. Nonostante i tentativi istituzionali di inquadrare la crisi carceraria come un fenomeno multifattoriale, i numeri raccolti da Ristretti Orizzonti e dal Focus Suicidi di Antigone raccontano una verità speculare: l’Italia è oggi stabilmente sul podio europeo della morte volontaria dietro le sbarre, seconda solo alla Francia per numero assoluto di decessi. Il confronto europeo, certificato dal Rapporto Space del Consiglio d’Europa, è impietoso: • Tasso di suicidi Italia: Circa 15 casi ogni 10.000 detenuti (con il record di 91 decessi nel 2024). • Media Paesi UE: Si attesta tra i 5,3 e i 7,4 casi ogni 10.000 detenuti. In parole povere: in Italia ci si uccide il doppio rispetto alla media europea. Un dato che conferma come il sovraffollamento italiano - che sfonda il 138,5% reale secondo le ultime rilevazioni di Sistema Penale - sia diventato una variabile insostenibile e letale. Il paradosso dei 161 euro: spendere come la Svezia, morire come in Italia L’inchiesta mette a nudo un corto circuito contabile clamoroso. Lo Stato italiano spende mediamente 161,89 euro al giorno per ogni detenuto (Fonte: Bilancio DAP/Antigone). Una cifra che, su base mensile, sfiora i 5.000 euro per persona. • Lo squilibrio: Oltre l’80% di queste risorse è assorbito dalla sorveglianza e dalla burocrazia necessaria a gestire strutture fatiscenti. • Il deserto sociale: Come denunciato da Antigone, la presenza di psicologi ed educatori è ridotta a poche ore mensili per centinaia di persone. Andrea era un “successo” del modello rieducativo: lavorava nelle cucine, era integrato. Eppure, quegli oltre 160 euro al giorno non sono bastati a garantirgli il supporto umano necessario a gestire un permesso familiare negato. Lo Stato spende per custodire i corpi, ma fallisce sistematicamente nel proteggere le vite. Il record dei 63mila e l’anomalia cautelare - Secondo i dati consolidati a fine 2025, l’Italia ha aperto l’anno in corso con il record storico di 63.454 detenuti. Un’ipertrofia alimentata dall’abuso della carcerazione preventiva: quasi un detenuto su quattro (il 23%) è in cella senza condanna definitiva. Ammassare migliaia di persone in attesa di giudizio in strutture che mostrano un sovraffollamento “particolarmente grave” (Fonte: Consiglio d’Europa) trasforma le carceri in polveriere. Andrea viveva immerso in questo caos, in uno spazio vitale ridotto al minimo che viola la Raccomandazione (2006) 2 del Comitato dei Ministri UE, la quale impone il rispetto della dignità e il mantenimento dei legami affettivi. Conclusioni: un Paese fuori legge - L’Italia non è vittima di una coincidenza, ma di un immobilismo sistemico. Mentre le guide legali e i portali europeisti chiedono riforme strutturali e pene alternative, la risposta istituzionale resta ancorata alla promessa di nuovi padiglioni. Ma l’Europa non chiede cemento: chiede il rispetto dei diritti minimi che l’Italia ha firmato e che oggi sta calpestando. Il sacrificio di un uomo di 36 anni che lavorava e sperava è l’atto d’accusa finale. Non si può morire di burocrazia e abbandono in un Paese che spende miliardi per il proprio sistema penitenziario. Se l’Italia non vuole diventare il “paria” del diritto internazionale, deve smettere di contare i posti letto e iniziare a contare le anime che ha il dovere costituzionale di tutelare. Carceri infernali, ma il dibattito politico è tutto su Nicole Minetti di Guido Vitiello Il Foglio, 29 aprile 2026 La prospettiva che decine di migliaia di nostri simili in gabbia vadano incontro a un’estate atroce ci interessa infinitamente meno dell’eventualità che una sola persona sia graziata per motivi umanitari su basi viziate. Emergenze ignorate e scandali mediatici. Testa o croce? Nel suo Punto sul Corriere della Sera, Gianluca Mercuri dice che in un paese un po’ più serio la notizia del giorno sarebbe la grande crisi energetica alle porte, e invece “siamo il paese di Nicole Minetti”. Nulla da eccepire sulla frivolezza del dibattito italiano. Ho semmai da ridire sul paragone disomogeneo - crisi energetica, grazia a Minetti. Ne suggerisco un altro: mentre noi chiacchieriamo sulla macchinazione transatlantica che avrebbe risparmiato a Minetti i servizi sociali, una nota del Dap ha deliberato che i pozzetti frigo non dovranno essere sistemati nei corridoi delle sezioni, e men che mai nelle celle. I detenuti potrebbero farne usi impropri. Per un bicchiere d’acqua fresca gli ospiti delle nostre carceri straripanti dovranno fare una domandina all’agente, e solo in orari definiti. Per trovare la notizia con il dovuto risalto, però, bisogna leggere il manifesto o l’Unità, dove ne parla Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio. Gli altri giornali, Corriere in testa, sparano titoloni su Minetti. E lo stesso Mercuri si profonde in elogi ai cronisti del Fatto che hanno dettato la linea. Dunque, se ho capito bene, la prospettiva che decine di migliaia di nostri simili in gabbia vadano incontro a un’estate atroce ci interessa infinitamente meno dell’eventualità che una sola persona sia graziata per motivi umanitari su basi viziate. Siamo il paese di Nicole Minetti? Tutto sta a intendersi sulla formula, e a capire se ad annebbiarci, in questo caso, siano i postumi della sbornia berlusconiana o gli strascichi dell’ossessione antiberlusconiana con la sua coazione punitivo-carceraria. Testa o croce. Mentre scrivo, la moneta vortica nell’aria, e francamente non mi importa da che lato cadrà. Se l’inchiesta si rivelasse una patacca, però, mi permetto di dubitare che Mercuri o chi per lui (niente di personale) scriverà: con la crisi energetica in arrivo, siamo il paese che rincorre Travaglio. Saremo già passati al prossimo scandaletto estivo, di cui spettegoleremo con in mano una bibita fresca, noi che possiamo. “Non date quei libri a Cospito, parlano di disobbedienza” di Frank Cimini L’Unita, 29 aprile 2026 Il ricorso del Pg. Alfredo Cospito aveva ottenuto dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari l’autorizzazione per acquistare una serie di libri e un Cd. La direzione del carcere non aveva dato corso alla decisione. Il procuratore generale ha presentato ricorso in Cassazione affinché l’ok dei giudici venga annullato. I libri sono: Dio gioca a dadi con il mondo di Giuseppe Mussardo edizioni Castelvecchi; L’incubo di Hill House di Shirley Jackson edizioni Adelphi; Gli altri figli di Dio di Catherine Nixey ed Bollati Boringhieri; Ghost Story di Peter Straub ed Fanucci. Il cd è Who Let the Dogs Out di Lambrini Girls. Il pg solleva dubbi sulla base delle recensioni prese dalla rivista online Rock Nation che direbbe che i testi sono espliciti e provocatori, un manifesto contro il sistema, il patriarcato e le ingiustizie sociali, intrecciano anarchia e attivismo femminista. Secondo la procura generale non è opportuno che “un detenuto con il percorso dell’attuale reclamante acquisti libri i CD veicolanti messaggi di disobbedienza e di contestazione istituzionale”. Questo è il clima in cui nei primi giorni di maggio il ministro della Giustizia Carlo Nordio deciderà se fare propria o meno la tortura del 41 bis che affligge Cospito dal 2022 per decisione del ministro Marta Cartabia. La decisione appare scontata. Il detenuto anarchico continua a pagare il coraggio con cui aveva fatto un lunghissimo sciopero della fame contro il carcere duro che riguarda in Italia oltre 700 reclusi. Tra questi oltre ai boss mafiosi o presunti tali ci sono Nadia Lioce, Marco Mezzasalma e Roberto Morandi che fecero parte delle cosiddette Nuove Brigate rosse che non esistono più da un quarto di secolo. Tutto ciò nonostante. a proposito di Cospito, la direzione nazionale antimafia e antiterrorismo si fosse detta favorevole a sostituire il 41 bis con il regime dell’alta sicurezza, meno afflittivo ma comunque molto pesante quanto a restrizioni e a diritti negati. È una storia che appare senza fine. Quello sciopero della fame è stato considerato in pratica “a scopo di terrorismo”. È una vicenda in cui magistratura e politica non litigano. Anzi vanno d’amore e d’accordo. E di garantisti in giro non se ne vedono. Viene considerata normale la celebrazione di un processo per stabilire se in giro ci siano o meno libri “pericolosi”. Forse siamo anche oltre la democratura. Dalla nazionale giovanile al carcere. La storia dei calciatori libici detenuti in Italia di Giulia Beatrice Filpi napolimonitor.it, 29 aprile 2026 Tra gli utenti libici dei social media, un video girato all’interno del carcere dell’Ucciardone di Palermo ha raccolto, nei giorni scorsi, decine di migliaia di visualizzazioni. Nel filmato, girato circa due settimane fa, Mohanned “Jarkass” Khashiba*, trentenne, detenuto in Italia da oltre undici anni, annunciava una protesta per chiedere certezze rispetto alle possibilità e alla data del rimpatrio, suo e di altri due cittadini libici reclusi in Italia, Mohammed Mezgui e Tarek Laamami. Nel filmato, il trentenne appariva in primo piano, con il volto segnato dalle occhiaie. Sosteneva di aver minacciato il suicidio, di essere stato trasferito in isolamento dopo aver avuto dei problemi con le forze dell’ordine all’interno del carcere, di aver iniziato uno sciopero della fame e della sete (attualmente sospeso, ndr). A colpire l’opinione pubblica libica sono stati in particolare gli ultimi fotogrammi, in cui l’uomo si mostra, per qualche secondo, con le labbra cucite in segno di protesta. Pur consapevole di stare compiendo “un gesto sbagliato dal punto di vista religioso”, come ha detto nel video, Khashiba è apparso esasperato: “Dopo undici anni di prigione e tre anni di promesse - ha sospirato, in arabo, nella telecamera - basta”. “Lui è alla nona sezione”, ha spiegato il garante delle persone detenute per la città di Palermo, Pino Apprendi, dopo averlo visitato in carcere. “La nona è la sezione di coloro che hanno provvedimenti disciplinari. Non ha mai avuto una manutenzione, andrebbe chiusa, è piena di umidità, di difficoltà, ci sono quelli con l’articolo 14 che vanno in punizione, ci sono quelli con problemi psichiatrici. È un inferno vero e proprio”. Tuttavia, e Apprendi ci tiene a sottolinearlo, la protesta di Mohanned non è stata rivolta contro il carcere italiano, ma contro le autorità libiche, affinché prendessero in carico la situazione e sbloccassero la procedura di rimpatrio. Nel giro di poche ore dalla diffusione della notizia dello sciopero della fame, singoli e organizzazioni libiche di vario genere si sono pronunciate in solidarietà con Khashiba e con gli altri suoi connazionali reclusi: un fatto inusuale per un paese segnato da una chiusura totale degli spazi di libertà di espressione e di difesa dei diritti delle persone. Quando lasciò il paese, nel 2015, a vent’anni, Mohanned Khashiba era una giovane promessa del calcio libico: sembra che il suo soprannome fosse “Maradona”, forse anche per una certa somiglianza fisica, e che già da giovanissimo giocasse ad alti livelli, arrivando a essere convocato anche nella nazionale Under 21. Non a caso, in favore di Mohanned Khashiba e degli altri calciatori incriminati con lui si sono mobilitati, nei giorni scorsi, anche gli ultras dell’al-Ittihad, uno dei due maggiori club di Tripoli, che hanno manifestato davanti all’ambasciata d’Italia con fumogeni e striscioni: “Libertà per i nostri giocatori nelle carceri italiane”, recitava uno di questi. Khashiba e Laamami fanno parte di un gruppo di calciatori coinvolti nel caso del naufragio del 13 agosto del 2015. Fu un massacro: quarantanove persone morirono asfissiate nella stiva di un’imbarcazione sovraccarica. Il processo per quella strage, che ha coinvolto otto persone di diverse nazionalità, fu molto discusso sin dal primo grado per essere stato condotto in maniera superficiale, sulla base di prove raccolte in modo frettoloso e strumentale. Mohanned Khashiba, che per la difesa era un passeggero come gli altri e voleva tentare una carriera da sportivo in Svezia, è tuttora condannato a trent’anni, accusato di essere uno dei cosiddetti “scafisti”. Nel suo gruppo, altre tre persone hanno avuto la stessa condanna, mentre la più nota, Alaa Faraj, conosciuto anche per aver raccontato la sua storia in un libro, ha ottenuto una grazia parziale dal Quirinale, accedendo a misure alternative alla detenzione. Il capitano dell’imbarcazione su cui viaggiavano i calciatori, condannato con sentenza definitiva a sedici anni, “ha sempre dichiarato di essere l’unica persona che guidava l’imbarcazione”, spiega l’avvocato che difende Khashiba, Antonio Pecoraro. “La vicenda - aggiunge - è confermata anche da altri passeggeri che abbiamo sentito, la cui testimonianza stiamo cercando di utilizzare a supporto di una nuova istanza di revisione”. Attualmente, la preoccupazione più urgente è che il trentenne possa ricominciare il digiuno o ripetere atti di autolesionismo. Le ultime visite e le rassicurazioni dei diplomatici libici al momento lo hanno rincuorato, spiega l’avvocato, ma la situazione potrebbe peggiorare nuovamente se non otterrà risposte nel giro di qualche giorno. Secondo il governo di Tripoli, le richieste di autorizzazione al trasferimento dei prigionieri libici sono attualmente al vaglio della magistratura italiana. “È un caso scomodo per le attuali autorità italiane”, commenta Claudia Gazzini, studiosa esperta di Libia che si è a lungo occupata della vicenda dei calciatori, aiutando anche la famiglia di Mohannad a fargli arrivare regali e vestiti all’Ucciardone. “Dare l’impressione di fare uno sconto, o dare un’agevolazione, facendo tornare in Libia questi ragazzi che, ufficialmente, sono stati condannati e visti dall’opinione pubblica come scafisti… non è un immagine che fa piacere al governo italiano. Ma noi sappiamo che sono innocenti”, aggiunge. Khashiba, Mezgui e Laamami chiedono di avvalersi di un recente accordo sullo scambio di detenuti tra Roma e Tripoli approvato l’anno scorso dalle camere. Sebbene possa andare incontro all’interesse personale dei tre, l’intesa è guardata con sospetto da una parte della società civile italiana, che teme possa aprire la strada al rimpatrio forzato di altre persone, in particolar modo dissidenti o altri detenuti politicamente più esposti. D’altra parte, nel caso sollevato da Khashiba - che mentre era in carcere ha perso sua madre senza poterla mai rivedere - l’accordo consentirebbe almeno di ricevere le visite di parenti e amici e di scontare la pena in un contesto generalmente più familiare e favorevole, anche sul piano dell’opinione pubblica. Il vero problema, spiega Sara del circolo Arci Porco Rosso di Palermo, che segue il caso da anni, “è che queste persone sono state condannate a trent’anni in Italia sulla base del nulla. Loro hanno ricevuto pene particolarmente alte, ma sono migliaia le persone arrestate con accuse simili. L’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione, che incrimina il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ed è tra i capi di imputazione per il gruppo dei calciatori libici, non dovrebbe proprio esistere. Le persone non dovrebbero essere incarcerate solo per aver aiutato sé stesse e altre ad attraversare una frontiera chiusa”. Nordio e l’anno (in via Arenula) vissuto pericolosamente di Fabrizio Roncone Corriere della Sera, 29 aprile 2026 Tutte le polemiche sul ministero della Giustizia, dall’affaire Andrea Delmastro al rinvio a giudizio di Giusi Bartolozzi per il caso Almasri. Ecco il ministero della Giustizia, palazzo Piacentini, con spigoli rinascimentali, massiccio, sul marciapiede di sinistra, appena svoltato l’angolo tra Lungotevere De’ Cenci e via Arenula. Ma che posto è diventato? In questa legislatura è stato il teatro buio di gravi pasticci e di memorabili baruffe, di gaffe e di arroganze, di storiche sconfitte e adesso pure di un disastroso incidente che coinvolge, addirittura, quel luogo sacro chiamato Quirinale. C’è un lungo corridoio nella penombra. Il marmo. Il silenzio. Gli impiegati camminano sulle punte dei piedi. Un tempo sarebbe uscita lei, Giusi Bartolozzi. Alta, imperiosa, accigliata. Il rumore dei tacchi rimbombava fuori dalla stanza, la voce squillante. “Che succede?”. Controllava tutto, decideva tutto. Molto più di una capa di gabinetto. Persino più di una zarina. “È la mia ministra”, diceva lui, Carlo Nordio, il Guardasigilli in carica. Spesso compiaciuto, talvolta atterrito. Ma la Giusi non c’è più. E non c’è più nemmeno il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove, un Fratello d’Italia che in pubblico faceva tutto il puntuto e il severo e intanto s’era però messo in affari con gente legata al clan camorrista dei Senese. Giorgia Meloni li cacciò entrambi poche ore dopo aver perso il referendum sulla Giustizia (aggiungendo, nel charter dell’ignominia, anche la ministra Daniela Santanchè). Ora, qui, nel suo ufficio al piano nobile, non c’è nemmeno Nordio. È andato a Palazzo Chigi. Ma non a rassegnare le dimissioni, come chiedono le opposizioni. Solo a fare due chiacchiere con Alfredo Mantovano, l’inflessibile Mantovano. Questa storia della grazia a Nicole Minetti, no, sul serio: ma in che modo può essere stata possibile? Si arriva in via Arenula mettendo in fila tutti i casini degli ultimi tre anni e mezzo, uno dietro l’altro, uno più incredibile dell’altro, però davvero tanti, troppi, in un luogo designato per amministrare il diritto e la legge, nell’imparzialità, nella rettitudine. Certo quella Bartolozzi è stato un personaggio tragico. E sublime. E sempre centrale. Il fascicolo che riguardava l’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi “fu istruito quando lei era ancora al comando dell’ufficio di gabinetto e dell’intero ministero”, soffiano malvagi, godendo come pazzi, protetti dalla luce fioca dei putti appesi alle pareti. Per Giusi Bartolozzi, la Procura di Roma, due settimane fa, ha chiesto il rinvio a giudizio: è imputata per “false dichiarazioni” rese agli inquirenti durante l’indagine su un altro tremendo guazzabuglio, il caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato dal governo italiano, con un volo di Stato, nel gennaio del 2025. I magistrati ritengono “mendaci e inattendibili” le ricostruzioni fornite da questa siciliana di Gela, 56 anni, anche lei giudice prima nella sua città, poi a Palermo e, quindi, alla Corte d’Appello di Roma. È la compagna di un potente esponente del centrodestra nell’isola, il professor Gaetano Armao, amministrativista. La magistratura le sta stretta e così, nel 2018, il Cavaliere la paracaduta alla Camera. Resta con Forza Italia tre anni: poi rompe, passa al Gruppo Misto, risucchiata nell’anonimato. Ma ecco che Nordio la chiama a fare la vice-capo del suo gabinetto. La grande occasione. Senza perdere un giorno, inizia la scalata. Spavalda, insonne, accentratrice (“Voleva rileggere persino le interviste di Nordio”). Il capo di gabinetto, Alberto Rizzo, già presidente del tribunale di Vicenza, molla “stremato”. Faranno le valigie - come ricostruito dal Foglio - anche il capo del Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, la direttrice dell’ispettorato generale, il capo del Dap, il direttore generale dei sistemi informativi, il capo dell’ufficio stampa. I cronisti dietro a tutti: perché? “Clima invivibile”. E Nordio? Non si rassegna all’idea di essere ricordato solo come il Guardasigilli che ha accompagnato al fallimento il referendum sulla riforma della Giustizia: e, con sorprendente ostinazione, s’impegna a diventare anche il ministro delle gaffe di questo primo governo Meloni. È un ex magistrato di rango, un uomo di grande cultura: ma toglie il fiato a tutti. Vado a memoria. Sul caso di Garlasco, dove si sospetta possa esserci un innocente in cella: “Sono convinto - dice - che si debba avere il coraggio d’arrendersi. È difficilissimo dopo vent’anni ricostruire una verità giudiziaria”. Notevole pure quella volta alla Camera, parlando di femminicidi: “Se oggi l’uomo accetta un’assoluta parità formale e sostanziale con la donna, nel suo subconscio, e nel suo codice genetico, trova però sempre una certa resistenza”. Durante la campagna referendaria, si esalta. La Meloni gli chiede prudenza, misura. Ma lui, rispondendo a coloro che sostenevano come la riforma delle Giustizia attuasse, di fatto, il piano della P2, dice: “Se l’opinione del signor Licio Gelli era giusta, non si vede perché non si debba seguire! Se Gelli ha detto che Gesù Cristo è morto in croce, non vedo perché si debba dire che è morto di polmonite”. Con la Bartolozzi l’intesa è pazzesca. Così lei, in un dibattito a Telecolor, tv siciliana, aggiunge: “Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”. Ma che posto è questo ministero? La sera chi va a farsi più di qualche spritz e chi invece, come la Bartolozzi e altri alti funzionari, dice no, grazie, noi andiamo proprio a cena. Lì fuori ci sono le scorte con i motori già su di giri, i lampeggianti accesi, e così subito via allegramente verso la bisteccheria preferita da Delmastro e dai Senese, i camorristi che a Roma controllano le principali piazze di spaccio. Delmastro, tra l’altro, nel capodanno del 2024 è già finito dentro una sparatoria e forse sarebbe il caso di evitare d’andarci a mangiare insieme. Ma lui assicura che certi filetti al sangue sono imperdibili, è pure entrato in società con i proprietari, e trascina tutti. Li accolgono come si deve. Anche voi con Delma dal ministero della Giustizia? Allora cin cin! Come dice sempre Nordio, “Hic manebimus optime”, qui staremo benissimo. Perché il principio costituzionale della grazia ora non va demolito di Angelo Picariello Avvenire, 29 aprile 2026 È del tutto legittimo chiedersi perché sul caso Minetti ulteriori verifiche non siano state fatte durante l’interlocuzione tra magistratura e ministero della Giustizia, prima di arrivare sul tavolo del Quirinale. Nello stesso tempo va preservato il valore in sé del provvedimento di clemenza, basato sul possibile cambiamento della persona. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni che ha curato, con il sostituto Gaetano Brusa, il parere favorevole alla concessione della grazia a Nicole Minetti, ora non esclude una revisione di tale parere e la contemporanea apertura di un’indagine a carico dell’imputata. L’uomo della strada, con qualche ragione, si chiede se tali ulteriori verifiche non potevano esser fatte durante l’interlocuzione di prassi che deve esserci fra magistrati e ministero della Giustizia, prima cioè di far arrivare la richiesta sul tavolo presidenziale. Vero è che - iusta alligata et probata, dicono i giuristi - la concessione della grazia è prerogativa discrezionale in capo al solo presidente della Repubblica, ma non si penserà che il Quirinale abbia in suo potere di attivare indagini parallele con periti e consulenti di sua fiducia, che detto così già suscita ilarità. Il che non significa che ora al Colle venga dato per buono il sovvertimento a mezzo stampa di un quadro che al momento descrive, col supporto di atti in apparenza dettagliati, un “cambiamento” dell’ex igienista dentale, tanto da motivare, agli occhi di chi l’ha emesso, il provvedimento di clemenza che le consente di dedicarsi a un minore in stato di grave bisogno. In un panorama in cui la politica è spesso impegnata a proporsi come una sorta di quarto grado di giudizio, vestendo di volta in volta i panni dell’assistente sociale, dello psichiatra infantile o del giudice popolare, l’invito venuto lunedì da Mattarella è a fare ognuno il suo mestiere in leale collaborazione istituzionale. E stupisce che proprio da settori che si battono per l’indipendenza della magistratura dal potere politico venga ora l’attacco al Colle per non aver reso carta straccia una documentata istanza pervenuta dai magistrati per il tramite del ministero della Giustizia, “rei” in questo caso evidentemente di aver considerato possibile il cambiamento di una persona nell’immaginario collettivo legata in modo indissolubile al “padre” della mancata riforma della Giustizia, cioè Silvio Berlusconi. Aspettando con fiducia l’esito dei promessi approfondimenti, si può fin d’ora sostenere che sarebbe sbagliatissimo però demolire il principio - umano, cristiano e soprattutto costituzionale - che una persona possa cambiare, in omaggio alla finalità rieducativa della pena da tenere sempre, in un Paese civile, dentro un principio di umanità. Principio su cui si fonda anche la grazia, che la Carta costituzionale indica fra le prerogative del capo dello Stato. “La prescrizione è un diritto, ma non diventi un ostacolo sulla via che porta alla verità” di Stefano Giordano Il Riformista, 29 aprile 2026 Il penalista Giovanni Fiandaca sostiene che la procura non possa indagare su un reato prescritto ma il pm può proseguire le indagini per accertare la presenza di fattispecie diverse dalla prima. Giovanni Fiandaca è uno dei più insigni penalisti italiani, garantista autentico - e va detto, perché in questa vicenda conta. Da agosto 2024 su Il Foglio si è dimostrato particolarmente sensibile ai diritti degli indagati eccellenti, Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati a Caltanissetta per favoreggiamento aggravato nel filone mafia-appalti, arrivando a invocare la soppressione della Commissione Antimafia come organo inutile e confusivo. L’ultimo contributo muove su due fronti: che una procura non possa indagare su un reato prescritto; e che l’audizione pubblica del Procuratore De Luca abbia violato le garanzie degli indagati. Su entrambi mi permetto di dissentire. La Corte Cost. con sentenza n. 41 dell’11 marzo 2024 ha statuito che un provvedimento che “esprima apprezzamenti sulla colpevolezza della persona indagata, viola “in maniera eclatante” il suo diritto al contraddittorio e il principio della presunzione di non colpevolezza”; e che “una volta riscontrato l’avvenuto decorso del termine di prescrizione, gli stessi poteri di indagine e di valutazione del pubblico ministero sui fatti oggetto della notitia criminis vengono meno”. Principi consonanti con l’art. 6 § 2 CEDU, con la direttiva UE 2016/343, e con il caso Canale c. Italia - pendente a Strasburgo e patrocinato da chi scrive. Quell’inciso - i poteri del PM “vengono meno” - riguarda il contenuto del provvedimento di archiviazione, non l’attività investigativa. La Corte lo enuncia per vietare l’archiviazione colpevolista: accertata la prescrizione, il PM non può esprimere valutazioni di colpevolezza su quel reato in quel provvedimento. Ricavarne il divieto per il PM di proseguire le indagini per verificare se emergano fattispecie diverse e non prescritte sarebbe contrario al sistema. Il potere di riqualificazione è pacifico: quando muta la qualificazione giuridica del fatto, il PM ha il dovere di aggiornare l’iscrizione. Come osserva A. Marandola (in Penale DP, 2024), la sentenza costruisce un sistema di neutralità dell’archiviazione - non un blocco delle indagini. La vicenda lo dimostra: l’iscrizione per favoreggiamento ha consentito di far emergere a carico di Natoli l’ipotesi di calunnia - per aver incolpato falsamente un funzionario del Centro Intercettazioni. La calunnia non è prescritta. Quanto alla pubblicità delle audizioni, la legge istitutiva n. 22 del 2023 attribuisce alla Commissione i medesimi poteri dell’autorità giudiziaria ex art. 82 Cost., con il compito di ricostruire il fenomeno mafioso e i rapporti tra criminalità, imprenditoria e potere politico. La strage di via D’Amelio e il dossier mafia-appalti ne sono il cuore. Pubblicità è la regola, segretazione è facoltà eccezionale: tutte le audizioni di questa legislatura sul filone mafia-appalti - decine, stenografate e pubblicate - sono state rese pubbliche. Le intercettazioni captate su Scarpinato non sono state rese pubbliche perché il senatore gode della prerogativa parlamentare. Il bilanciamento è stato correttamente operato. Osservazioni analoghe a quelle di Fiandaca non si sono levate per altre audizioni su comportamenti di magistrati: è un contrappunto che merita di essere segnalato, senza farne una questione dirimente. Il garantismo autentico non è selettivo - e non ci riferiamo certo al professor Fiandaca, la cui coerenza intellettuale è fuori discussione, ma a un vizio diffuso nel dibattito pubblico. Non si attiva soltanto quando gli indagati recano la toga. La toga non immunizza dall’obbligo di indagare, e il dovere di fare piena luce è tanto più stringente quanto più gravi sono le accuse. Ma c’è un punto ulteriore. Uomini che hanno servito lo Stato ai suoi livelli più alti hanno un’altra strada davanti, più dignitosa della prescrizione: rinunciarvi. Mori e De Donno lo hanno fatto. Hanno preteso il processo, hanno scelto il contraddittorio, hanno voluto essere giudicati nel merito. La prescrizione è un diritto; ma per chi ha incarnato le istituzioni, invocarla è qualcosa di diverso dal difendersi nel merito - dal dimostrare la propria estraneità ai fatti. È una scelta. E anche le scelte si giudicano. Le vittime del 1992 - e i loro figli, che da trent’anni attendono risposte - meritano che nessuno si metta di traverso, in nome di un garantismo a intermittenza, sulla strada di quella verità. “Senza consenso è stupro”: l’altolà del Parlamento Ue per una riforma comune di Francesca Spasiano Il Dubbio, 29 aprile 2026 L’Eurocamera approva una risoluzione che chiede agli Stati membri di allineare la normativa sul reato di violenza sessuale. Si smarcano Fdi e Lega, e in Italia è stallo sul ddl Bongiorno. A dare la linea sul reato di violenza sessuale ora è il Parlamento europeo, che invita tutti gli Stati membri ancora fermi a una definizione di stupro fondata sulla “forza” a riformare la propria normativa ponendo al centro il principio del consenso. Lo prevede già la Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro Parlamento nel 2013. E molti Paesi, da ultimo la Francia, si sono allineati allo standard internazionale. Mentre l’Italia fatica a trovare la quadra sul ddl approvato in autunno alla Camera e attualmente fermo al Senato. Il nodo politico e tecnico risiede proprio nel principio del consenso, che il Parlamento Ue definisce come libero e revocabile. Lo fa con una risoluzione adottata oggi con 447 voti a favore, 160 contrari e 43 astensioni, attraverso la quale gli eurodeputati chiedono alla Commissione di presentare una proposta legislativa che stabilisca una definizione comune del reato di violenza sessuale, in base al quale il consenso deve essere valutato nel contesto, anche nei casi che coinvolgono violenza, minacce, abuso di potere, paura, intimidazione, perdita di coscienza, intossicazione, sottomissione chimica, sonno, malattia, lesioni fisiche, disabilità o altre situazioni di particolare vulnerabilità. Il testo dell’Eurocamera, elaborato dalle commissioni Libertà civili e Diritti delle donne, porta la firma di due esponenti socialiste, la svedese Evin Incir e la polacca Joanna Scheuring-Wielgus. Prevede un sostegno e una protezione adeguati alle vittime e sopravvissuti in tutta l’Ue. E sottolinea che il silenzio, la mancata resistenza, l’assenza di un “no”, un consenso precedente, la condotta sessuale passata o qualsiasi relazione attuale o precedente non devono essere interpretati come consenso. Ancora, gli eurodeputati chiedono di includere la violenza di genere tra i reati dell’Ue e sottolineano che la legislazione deve tener conto delle risposte traumatiche, come il cosiddetto “freezing”, ovvero l’immobilità temporanea della vittima che non riesce a reagire per choc o timore di subire ulteriori violenze. L’approccio indicato include cure mediche immediate, assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, accesso a un aborto sicuro e legale, cure per il trauma, supporto psicologico e assistenza legale. Si propongono servizi specialistici gratuiti, tra cui centri d’emergenza attivi 24 ore su 24 che offrano supporto medico, psicologico e legale. E si chiede una formazione obbligatoria, regolare e mirata per i professionisti che possono entrare in contatto con vittime di stupro, tra cui forze dell’ordine, giudici, procuratori, avvocati, operatori sanitari. Il testo sollecita anche linee guida Ue sull’educazione alla sessualità e alle relazioni, campagne di sensibilizzazione su consenso, integrità sessuale e autonomia corporea, nonché azioni contro i miti sullo stupro, contenuti anti-genere e propaganda “incel” (celibi involontari) online. “Il Parlamento europeo si è espresso chiaramente. Le donne in tutta Europa meritano pari protezione e l’Ue deve ora rispondere con una legislazione che garantisca giustizia e certezza del diritto”, commenta l’eurodeputata tedesca del Ppe Verena Mertens, plaudendo - a nome dell’intero gruppo - al voto dell’Eurocamera. Che segna, per l’Italia, una rottura interna al centrodestra: la delegazione di Fratelli d’Italia ha votato contro, la Lega si è astenuta, mentre il gruppo dei Patrioti per l’Europa, di cui fanno parte, ha votato in maggioranza contro insieme a Roberto Vannacci (Futuro nazionale), nel gruppo di Europa delle nazioni sovrane. A favore, si sono schierati gli eurodeputati italiani di Pd, M5s, Forza Italia, Avs e Azione. E i primi a sollecitare una risposta all’altolà dell’Ue sono i senatori dem in commissione Giustizia Alfredo Bazoli, Anna Rossomando, Walter Verini e la senatrice Valeria Valente, per i quali la risoluzione dell’Eurocamera “rende evidente che il nostro Paese non può muoversi in una direzione diversa”. Il messaggio è rivolto soprattutto alla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del ddl a Palazzo Madama. Un nuovo testo ancora in cantiere, al Senato, dopo lo stop al provvedimento bipartisan licenziato a Montecitorio lo scorso ottobre secondo un “patto” siglato direttamente da Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Fallito l’accordo, ora le opposizioni promettono battaglia nel comitato ristretto proposto da Bongiorno, che aveva già messo sul tavolo un tentativo di mediazione andato a vuoto. Il ddl prevede la riforma dell’articolo 609 bis del codice penale, che tuttora fonda il reato sulla violenza, la minaccia o l’abuso di autorità. E nella nuova versione del testo, avanzata dalla presidente della Commissione, si cancellava la parola consenso per sostituirla con una “volontà contraria all’atto sessuale” da valutare in base al contesto. Un modello più simile a quello tedesco, che al contrario di quello spagnolo (“solo sì è sì”), si fonda sul “dissenso ammorbidito” e trova il placet di diversi giuristi, alcuni dei quali auditi al Senato, secondo i quali il modello del consenso libero e attuale rischierebbe invece di fare a pezzi le garanzie processuali e invertire l’onere della prova. Roma. Detenuto malato al 41bis del carcere di Rebibbia chiede il suicidio assistito di Giulia Ghirardi fanpage.it, 29 aprile 2026 “Dolori atroci, non mi curano”. In alcune lettere un detenuto al 41bis del carcere di Rebibbia ha espresso la volontà di morire a causa di dolori cronici non curati. La Ong Bon’t Worry Ingo ha denunciato a Fanpage.it “cure inadeguate” e il mancato trasferimento sanitario. “Voglio chiedere il suicidio assistito: non posso essere curato e ho dolori atroci”. A parlare è Salvatore F., 39 anni, malato cronico, detenuto al 41bis nel carcere romano di Rebibbia che, stando alle lettere che Fanpage.it ha potuto visionare, non riuscirebbe “a stare in piedi” a causa del dolore: “Non mi guardo neanche più allo specchio, sono deformato”. “Lo stanno facendo morire”, ha aggiunto Bo Guerreschi, la presidente della Ong Bon’t Worry Ingo, che nel tempo ha presentato diverse istanze per chiedere di modificare la pena di Salvatore F. per trasferirlo in una struttura ospedaliera adeguata. Richiesta che, però, è stata rigettata dal tribunale per “pericolosità sociale”. Nel frattempo, però, il carcere ha dichiarato di non essere in grado di curarlo: “Nessuno fa niente e lui sta sempre peggio, vuole morire”. Salvatore F. soffre da anni di una patologia cronica all’articolazione della mandibola: un disturbo doloroso che rende complesse anche azioni quotidiane, come parlare o mangiare. Non si tratta, infatti, di un disturbo passeggero, ma di un dolore costante che si estende al volto e al collo e che, con il tempo, ha “logorato anche il suo equilibrio psicologico”, ha spiegato a Fanpage.it Guerreschi. Negli ultimi anni, Salvatore è stato sottoposto a diversi trattamenti, incluso un intervento chirurgico nel 2022. Tuttavia, il percorso di recupero è stato compromesso da alcuni ritardi come “la fisioterapia” che sarebbe “iniziata con mesi di ritardo”. Altri tentativi terapeutici - infiltrazioni, lavaggi articolari, dispositivi ortodontici - non hanno risolto il problema. Così, oggi i medici parlano di un “dolore resistente ai farmaci”, aggravato da “stress” e dalle condizioni di detenzione. È qui, infatti, che emerge il nodo centrale della vicenda. Secondo i sanitari e l’associazione che segue il caso, il carcere - e in particolare il regime del 41bis - non sarebbe in grado di garantire cure adeguate e continuative a Salvatore. “Non si parla di comfort, ma di assistenza minima necessaria”, ha sottolineato a Fanpage.it Guerreschi. In una lettera ufficiale che Fanpage.it ha potuto visionare, la stessa struttura sanitaria penitenziaria avrebbe ammesso che la patologia può essere trattata solo “in modo palliativo”, cioè senza reali possibilità di miglioramento. Per questo, in una lettera indirizzata alla madre, Salvatore ha espresso la volontà di morire: “Voglio chiedere il suicidio assistito”. “Non ce la fa più, lo stanno facendo morire”, ha aggiunto Guerreschi. Le richieste avanzate dai legali e dalla ONG sono tutt’altro che estreme: trasferimento in una struttura ospedaliera adeguata, monitoraggio costante, accesso a terapie meno invasive e più efficaci, valutazioni indipendenti da parte di un esperto. In altre parole, si chiede che venga garantito ciò che la Costituzione riconosce (o dovrebbe) a chiunque all’articolo 32: il diritto alla salute. È qui, infatti, il punto più controverso della storia di Salvatore F.. Il regime del 41bis nasce per esigenze di sicurezza, per impedire contatti e influenze dall’esterno. Ma può tale regime giustificare il non ricevere cure adeguate per una persona che vive un lento deterioramento fisico e psicologico? “Scontare la propria pena, non significa essere abbandonati a sé stessi”, ha concluso Guerreschi a Fanpage.it, sottolineando che altrimenti il rischio è che la detenzione “si trasformi in una condanna aggiuntiva” che - di fatto - abbandona le persone “al proprio dolore”, violandone i diritti umani fondamentali. Macomer (Nu). In fiamme due blocchi del Cpr: la protesta dei 50 detenuti non si ferma sardiniapost.it, 29 aprile 2026 Nuovo episodio nel Centro di permanenza per i rimpatri dove la situazione è ormai fuori controllo grazie all’assenza pressoché totale delle istituzioni. Dicevano fosse una polveriera, e non avevano tutti i torti. Due blocchi del Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) di Macomer sono stati dati dalle fiamme dagli stessi ospiti (una definizione inadeguata per quella cinquantina di giovani nordafricani detenuti). In realtà, il rogo ai locali è stato il gesto disperato, l’extrema ratio di una protesta in corso da mesi e rimasta inascoltata. Sono intervenuti i vigili del fuoco e alcune ambulanze: un paio di persone sono rimaste intossicate dal fumo, poi soccorse e trasferite altrove. Sporcizia, servizi igienici in stato di totale degrado, materassi puzzolenti, ai quali si aggiunge il fatto che alcuni giovani sono affetti da scabbia e non sono curati, quindi, con il rischio di contagiare gli altri. Non solo: mancanza di indumenti e beni di prima necessità, vitto scarso e di qualità scadente, cure mediche specialistiche impossibili e impedimenti a incontrare gli avvocati. Lo sciopero della fame e della sete, in uno dei blocchi della struttura, non ha prodotto alcun effetto. Inutile anche un tentativo di suicidio e una sorta di rivolta soppressa dalle forze dell’ordine. Il disagio ignorato - Il centro è come se non esistesse, e il suo carico di dolore, chiamarlo disagio è un eufemismo, non riesce a superare il muro di recinzione. Impossibile comunicare con l’esterno, se non fosse per l’attento e difficile monitoraggio dell’Assemblea No Cpr Macomer, probabilmente non si sarebbe mai saputo nulla di quanto accade all’interno di un vero e proprio lager. Secondo l’associazione, la denuncia dei detenuti è nata proprio a causa di questa serie di carenze strutturali. E non sarebbe la prima volta. Giusto un paio di settimane fa la struttura era stata teatro di accese proteste, culminate con un tentativo di suicidio. La società che gestisce il centro e la Prefettura di Nuoro non avrebbero risposto alle richieste. Detenuti senza aver commesso reati - Eppure, un briciolo di umanità non guasterebbe. Diversi tra i giovani reclusi avrebbero problemi psichiatrici e, in teoria, non dovrebbero trovarsi nel Cpr. Ma, ancora peggio, è che nessuno dei giovani rinchiusi in questo ex istituto di pena ha commesso un reato. La loro unica colpa è quella di aver attraversato il mare da un paese del Maghreb per cercare fortuna in Italia, dove la Sardegna, presumibilmente, sarebbe stata solo una tappa di avvicinamento alla loro meta. Per questo si chiedono perché si trovino lì a espiare chissà quale pena in condizioni terribili. Ad ascoltarli, nonostante le difficoltà, sono solo dei volontari, le istituzioni, che dovrebbero vigilare e verificare quanto succede nel centro, preferiscono girarsi dall’altra parte. Gorgona (Li). Tra vino e agricoltura, imparare un mestiere aiuta il reinserimento dei detenuti di Angelica Mori, Giacomo Marzi e Sibilla di Guida Corriere della Sera, 29 aprile 2026 Nell’ultima isola carcere d’Europa uno studio della Scuola Imt di Lucca e dell’Università di Firenze combina formazione imprenditoriale e regolazione emotiva per cambiare il rapporto dei detenuti con il futuro. In Italia circa il 68% dei detenuti torna in carcere entro tre anni dalla scarcerazione. È una delle statistiche più citate nel dibattito sulla giustizia penale e una delle meno scalfite dalle politiche pubbliche. I programmi di reinserimento esistono e in molti casi producono risultati parziali. Da qui nasce una ricerca condotta da ricercatori della Scuola Imt Alti Studi Lucca e dell’Università di Firenze che analizza cosa permette a un detenuto, una volta uscito dal carcere, di impiegare le opportunità offerte, in particolare nel lavoro. Si tratta di una ricerca sperimentale condotta nel carcere di Gorgona che combina due percorsi formativi, uno imprenditoriale e uno sulla regolazione emotiva al fine di osservare come agire su entrambe le dimensioni cambi il rapporto dei detenuti con il proprio futuro. Che cos’è Gorgona - Gorgona è un’isola di quattro chilometri quadrati a nord di Livorno, l’ultima colonia penale agricola ancora attiva in Europa. I detenuti non passano le giornate in una cella ma lavorano la terra, allevano animali e producono vino venduto in tutto il mondo. Escono al mattino e rientrano la sera, la giornata si svolge all’aperto, scandita dal lavoro. Gorgona non è un carcere ordinario ma una piccola comunità, le relazioni hanno tempo di sedimentarsi e chi vi arriva trascorre in genere gli ultimi anni della detenzione. Questo contesto ha reso possibile un’osservazione infrequente: seguire nel tempo come cambia il rapporto di una persona con il proprio futuro. Come è stata condotta la ricerca - La ricerca è stata ideata e condotta da Angelica Mori, dottoranda alla Scuola Imt Alti Studi Lucca e all’Università di Firenze, con la collaborazione dei professori Giacomo Marzi e Sibilla di Guida e il supporto di Barbara Radice, funzionaria giuridico-pedagogica del carcere di Gorgona. Ha coinvolto un gruppo di detenuti in un programma articolato in due moduli distinti, il primo di natura imprenditoriale: valutazione delle opportunità, pianificazione di un progetto, gestione dei vincoli e delle risorse disponibili. Il secondo centrato sulla regolazione emotiva: riconoscimento della sofferenza propria e altrui, capacità di tollerare stati interni difficili senza agire impulsivamente, orientamento verso risposte costruttive nelle situazioni di conflitto. Non solo prospettive lavorative - La scelta di combinare questi due percorsi risponde a un problema preciso. La ricerca sulla recidiva mostra che il ritorno al reato raramente dipende dalla mancanza di competenze tecniche. Dipendono più spesso dall’incapacità di proiettarsi in un futuro alternativo, di gestire la frustrazione, di mantenere relazioni stabili. Il modulo imprenditoriale lavora su pianificazione e valutazione delle opportunità; quello sulla regolazione emotiva su gestione dei conflitti e controllo delle reazioni. I due moduli intervengono su due carenze ricorrenti, ovvero la capacità di immaginare un futuro concreto e quella di reggere quando quel futuro incontra ostacoli. La progettualità acquisita con il primo modulo offre un terreno su cui le competenze emotive trovano applicazione. La regolazione emotiva, a sua volta, sostiene nel tempo la tenuta dei progetti. I dati raccolti mostrano che la formazione imprenditoriale ha prodotto cambiamenti nell’orientamento dei partecipanti su cinque dimensioni: bisogno di realizzazione, autonomia, creatività, propensione al rischio calcolato, percezione del controllo sulla propria vita. Dalle interviste emerge un cambiamento nel modo in cui i detenuti vivono il tempo della detenzione. “Ora vedo il tempo che mi rimane qui come necessario per valutare le cose, raccogliere informazioni, evitare di sbagliare di nuovo”, dice uno dei partecipanti. Il carcere smette dunque di essere attesa passiva e diventa fase di preparazione. Il futuro, in altri termini, diventa pensabile in modo concreto. Il training sulla regolazione emotiva ha prodotto effetti su un piano diverso ma altrettanto rilevante. Come integrare i meccanismi emotivi - Diversi partecipanti descrivono una riduzione delle reazioni impulsive nelle situazioni di tensione. “Mi do più tempo per pensare. A volte scelgo di fermarmi”, riferisce uno di loro. Altri raccontano una maggiore apertura verso gli altri, una riduzione del senso di isolamento che spesso accompagna la detenzione. “Prima mi vergognavo a chiedere aiuto. Ora mi sento più libero, più parte di qualcosa”. Questi cambiamenti corrispondono ai meccanismi che la ricerca associa a una riduzione del rischio di recidiva. Lo studio restituisce un quadro piuttosto confortante. A due mesi dalla fine del programma, l’orientamento imprenditoriale sembra mantenere una buona continuità. Più fragili, invece, le competenze emotive, che hanno bisogno di contesti capaci di sostenerle nel tempo. È un passaggio che richiama un tema più ampio: il reinserimento non coincide solo con l’inizio di un percorso ma con la possibilità di consolidarlo giorno dopo giorno. Roma. È stato presentato “Fuori”, il progetto culturale di reinserimento per i giovani detenuti di Edoardo Iacolucci lacapitale.it, 29 aprile 2026 A Roma presentato “Fuori”, il progetto di Disco Lazio per portare università, cultura e sport ai giovani detenuti di Casal del Marmo e favorire il reinserimento sociale: “Il diritto allo studio non si ferma davanti ai cancelli di un carcere”. “Con “Fuori” portiamo il diritto allo studio dove troppo spesso non arriva”. Con queste parole Simone Foglio, presidente di Disco Lazio presenta presentato a Roma, nell’hub culturale Moby Dick della Garbatella, il progetto “Fuori” - Formazione universitaria per orientamento e reinserimento individuale, promosso da Disco Lazio, ente regionale per il diritto allo studio e alla conoscenza, in collaborazione con la Regione Lazio. L’iniziativa è rivolta agli studenti dell’Istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo e punta a favorire percorsi di crescita, formazione e reinserimento sociale per ragazzi sottoposti a misure restrittive. Tra le azioni già avviate figurano una borsa di studio universitaria per una studentessa detenuta, la fornitura di strumenti informatici per la biblioteca interna e il sostegno alla formazione di altri giovani ospiti dell’istituto. Il progetto include anche attività sportive e culturali, realizzate insieme all’associazione Vita Attiva, storica realtà partner del carcere minorile. Il ricordo di Adamo Dionisi - Durante l’evento è stato dedicato un momento alla memoria di Adamo Dionisi, attore romano scomparso nel 2025, la cui storia personale di riscatto attraverso la cultura è simbolo del progetto. Presenti familiari, amici e colleghi che ne hanno ricordato il percorso umano e artistico. All’incontro hanno partecipato numerosi rappresentanti istituzionali e accademici. Tra loro, Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio, assessore capitolino alla Cultura e, appunto, Simone Foglio, presidente di Disco Lazio che ha sottolineato il valore concreto dell’iniziativa: “Con Fuori portiamo il diritto allo studio e lo facciamo con strumenti concreti e con una convinzione precisa: il diritto allo studio non si ferma davanti ai cancelli di un carcere”. Rocca: “Il carcere sia una sala operatoria sociale” - Il presidente della Ragione Lazio Rocca ha evidenziato il significato sociale del progetto, dichiarando: “Quando si parla di recupero e di umanità, ogni divisione politica deve scomparire. Il carcere oggi viene vissuto come un luogo di scarto, mentre dovrebbe essere la sala operatoria sociale del nostro Paese”. Il presidente ha inoltre ricordato l’investimento regionale di due milioni di euro per una Casa della comunità all’interno di Rebibbia. Smeriglio: “Una borsa di studio è un piccolo miracolo” - Il progetto “Fuori” si inserisce così nel dibattito sul ruolo del carcere, rilanciando il tema del diritto allo studio come strumento di inclusione e seconda possibilità. Sul valore civile dell’iniziativa è intervenuto anche l’assessore capitolino alla cultura Smeriglio: “Questo progetto ha messo il carcere al centro della scena Le condizioni di detenzione non sono normali, sono disumane”. E ha concluso: “In un contesto così difficile, una borsa di studio è un piccolo miracolo”. Il carcere, la cultura e il riscatto di Angelo Cannatà MicroMega, 29 aprile 2026 In “Una stanza fatta di tempo” Francesco Demasi racconta il carcere dall’interno. L’esperienza del carcere è dura. Orribile. Da sempre. Una condizione dolorosa che menti lucide, acute, persone profonde, hanno indagato (a volte vissuto) per anni. Nelson Mandela riprende una celebre frase di Dostoevskij - “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni” - e la sviluppa in una direzione precisa: “Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i più umili.” Ecco. Con le prigioni bisogna fare i conti perché la cosa ci riguarda. Perché le prigioni dicono di noi, come mostra Una stanza fatta di tempo di Francesco Demasi, che non vuol essere un’autobiografia né un atto d’accusa. “Questo libro è un dialogo”, dice Francesco (che è caduto, ha riconosciuto l’errore, ha pagato con venticinque anni di prigione). Un dialogo con studenti che pongono domande sulla condizione carceraria, a cui egli risponde dopo aver attraversato il dolore: “Il dolore è maestro severo, in carcere accompagna ogni giornata e misura la resistenza… rivela limiti, fragilità, capacità… divenendo occasione di crescita”. E Francesco è cresciuto, leggendo, laureandosi in carcere, studiando letteratura russa, facendo teatro con la guida di un maestro, Fabio Cavalli, compiendo un lavoro su di sé (sui propri errori), una lunga analisi che, con tutta evidenza, lo ha reso una persona nuova. Che merita tutto il nostro rispetto. Può un uomo restare umano in un luogo costruito per spezzarlo? “Restare umano qui dentro non è naturale e spontaneo, è una lotta quotidiana contro tutto quel che spinge a diventare duro”: la mancanza di libertà, certo, ma anche “la violenza psicologica e fisica, l’umiliazione, il freddo, la solitudine…”. È la condizione carceraria. Terribile. Che porta molti al suicidio. Cosa accade all’identità di un uomo quando, per anni, viene chiamato solo per cognome e mai per nome? Francesco ha ceduto a pensieri di farla finita? “Assolutamente no, la vita, anche ridotta allo spazio minimo, resta una responsabilità verso se stessi”. Ma la piaga dei suicidi affligge le carceri e ho visto molti morire - scrive - alcuni li ho salvati… “Uno si chiama Fabio. Si era barricato in cella e si era dato fuoco. Ricordo il fumo denso, il panico, il tempo che correva contro di noi. Con un maresciallo siamo riusciti ad aprire la porta, riportando bruciature, ma Fabio è ancora vivo. Altri due avevano tentato d’impiccarsi: salvarli sono stati i momenti più belli e veri della mia vita”. Il carcere può uccidere. Non bisogna dimenticarlo. Mai. Noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusori sono un sistema di tortura, “ci vantiamo di aver abolito la pena di morte, e la pena di morte che ammanniscono lentamente le galere - dice Turati - è meno pietosa di quella del carnefice”. Ha violato la legge, Francesco, e ha pagato. È caduto e si è rialzato. Ma la società, la politica, la pseudoscienza, non hanno colpe? È precisa la sua critica a Lombroso, per il quale “l’uomo non cade: nasce colpevole. Non sbaglia: è sbagliato. Non può cambiare: è biologicamente condannato”. La verità è più complessa: “senza giustizia la società è già carcere”, scrive. “L’ingiustizia produce oppressione, esclusione, disuguaglianze, sofferenza diffusa” da cui si genera il crimine. “Il carcere fisico è simbolo di meccanismi che esistono già nella società”. Francesco è stato venticinque anni in carcere (“dove il tempo smette di essere un flusso, e diventa un blocco sospeso che ti schiaccia”), ha sofferto, l’ha accettato, e ne è uscito rinato. Ma non basta reprimere. Bisogna essere duri con il crimine, e duri anche con le cause del crimine. Ma su questo i governi, nel corso degli anni, cosa hanno fatto? Ci siamo illusi, noi testardamente di sinistra. Adriano Sofri, richiamando Foucault, scrive: “Non abbiamo visto una società senza manicomi. Non ne vedremo una senza galere. È difficile propugnare l’estinzione del carcere. Quando l’abbiamo fatto immaginavamo una società senza classi, senza sfruttamento, senza ingiustizia e senza violenza - dunque senza galere”. Un’illusione, appunto. Che non ci esime dal lottare per una società più giusta, per una giustizia che non ferisce, per carceri meno degradanti che rispettino la dignità della persona, come ha fatto per tutta la vita Marco Pannella che “ha denunciato sovraffollamento, violenze, abusi dentro le carceri”. Perché, non dimentichiamolo, se Francesco si è salvato - dal male che il carcere può alimentare - altri si sono persi definitivamente: non ricordo più chi l’ha detto, “Quella non era una prigione. Era una scuola del crimine, entrai con una laurea in Marijuana, ne uscii con un Dottorato in Cocaina”. Questo accade. Spesso. E, a maggior ragione, merita rispetto chi, come Francesco, è uscito indenne da quest’inferno. Ma la società è sempre pronta a condannare. Anche chi ha già espiato la pena; anche chi è stato un giudice severo con sé stesso e ha impiegato molto tempo per perdonarsi (“La responsabilità è totale e non esistono gesti esteriori che possano cancellare ciò che la coscienza giudica”). Francesco venne arrestato la prima volta a 18 anni perché violò la legge, perché allora, a quell’età, in una condizione di povertà, violarla significò per lui “scegliere di non inginocchiarsi”; mentre ora - conquistati gli strumenti concettuali - si identifica con Raskol’nikov, con “la sua lotta tra orgoglio e colpa, tra la volontà di essere un ‘uomo al di sopra della legge’ e la coscienza che lo spinge verso il pentimento”. È cambiato Francesco, e dovremmo cambiare anche noi nel giudicare il crimine: “Siamo tutti potenziali malfattori, e nel profondo dell’animo quelli che mettiamo in prigione non sono più cattivi di noi. Hanno ceduto all’ignoranza, al desiderio, alla collera - dice un uomo di grande spiritualità -, il nostro dovere è aiutarli”. Ma spesso facciamo il contrario. Insistiamo nel condannare. Dicevo che Francesco è una persona nuova che merita rispetto. Non è un fatto scontato. Purtroppo. I pregiudizi sono molti. Al delitto segue il castigo, si dice, e scontata la pena si è liberi. Liberi? Magari! È che le cose sono più complesse di come sembrano e spesso “la liberazione non è libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna”. Mi fermo qui. Troverete il libro autoprodotto da Francesco Demasi su Amazon. Vedrete da vicino l’universo carcerario. La sofferenza e l’umiliazione. Il riscatto. E scoprirete un uomo che ha perso tutto, tranne la dignità. Merita attenzione Una stanza fatta di tempo, perché tra l’altro è scritto bene. Con stile. Ed è piacevole leggerlo. Compratelo. Variante Italia di Pino Corrias Vanity Fair, 29 aprile 2026 Siamo al quinto Decreto sicurezza in quattro anni di governo. La ricetta è sempre la stessa: sospettare, arrestare, punire, esibire. Più un piccolo capolavoro di incostituzionalità. Visto che il quinto “Decreto sicurezza” nasce di nuovo con il manganello alzato - più reati, più carcere, più allarme sociale - vuole dire che forse (forse!) il manganello non è la soluzione del problema. Non lo è per due ragioni, non si scappa: o è storto il manganello, o è storto il governo che lo ripropone con l’identica urgenza con cui, in quattro anni, ha impugnato gli altri quattro decreti che non hanno funzionato come la propaganda assicurava. Nonostante abbiano già introdotto 57 nuovi reati e 60 aggravanti. Non bastano ancora? Dentro la nuova impugnatura c’è il vecchio campionario di muscoli legislativi: fermo preventivo fino a 12 ore per chi si sospetta possa creare problemi nei cortei; carcere fino a tre anni per chi porta lame di almeno 8 centimetri; sanzioni ai genitori dei minori; nuove strette sulla droga; Daspo urbano per gli indesiderati o chi minaccia la sicurezza pubblica; flagranza differita; scudo penale per chi spara e invoca la legittima difesa; agenti sotto copertura infiltrati nelle carceri. Tutto molto severo, rapido, televisivo. Al diavolo le garanzie dei sospettati, dei carcerati, degli espulsi. Con al centro il piccolo capolavoro di promettere agli avvocati dei migranti 615 euro se, invece di difendere i loro assistiti, li accompagnavano fino alla frontiera e al rimpatrio. Una norma talmente “di buon senso” (Giorgia Meloni dixit) che il Quirinale l’ha data alle fiamme appena letta: infrange contemporaneamente i doveri degli avvocati e i diritti degli assistiti. Obbligando il governo a ridurla in cenere. Eppure i numeri raccontano un Paese diverso dalla sua paura. Il suo tasso di violenza è tra i più bassi in Europa. Nel 2024 i delitti denunciati sono tornati a quelli pre-covid, 40 ogni mille abitanti, gli omicidi sono calati dai 1.000 del 1995 ai 286 nel 2025. Crescono invece le truffe informatiche, le estorsioni, i furti, le violenze sessuali. Ma tutti con tassi assai contenuti. Tuttavia la superstizione penale della destra resta persuasa che l’aumento delle pene e delle fattispecie dei reati, compreso quello dei sit-in pacifici, faccia diminuire di per sé i delitti e sventolare la bandiera della sicurezza. Ma la società non guarisce così. Guarisce dove trova scuole aperte, lavoro decente, quartieri illuminati, puliti e vivi, servizi sociali, presenza pubblica, fiducia. Tutte cose lente, faticose, inservibili ai reel ministeriali che esigono solo il tempo dei punti esclamativi. Già ai tempi del Rapporto Delors, l’unesco elencava i quattro pilastri dell’educazione sociale: “conoscere”, “imparare a fare”, “imparare a vivere insieme”, “imparare a essere”. I decreti ne propongono altri quattro: sospettare, arrestare, punire, esibire. Scegliendo di assecondare la paura che cresce più dei reati. Di identificare sempre un nemico - l’immigrato, il manifestante, il maranza - per mostrare decisione nel punirlo. Che poi diventi vera l’efficacia della pena sui delitti è tema secondario: fatto il quinto decreto, si farà sempre in tempo a peggiorarlo con il sesto. “Con i decreti di Meloni l’Italia non è più sicura ma più diseguale”. parla Paolo Ciani di Umberto De Giovannangeli L’Unità, 29 aprile 2026 “Più reati, pene più alte e meno diritti: l’approccio panpenalistico lascia intatte le vere insicurezze: quella di chi muore sul lavoro, di chi non arriva a fine mese, di chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, dei giovani angosciati da guerre e dalla paura del futuro”. Paolo Ciani, segretario nazionale di Demos - Democrazia Solidale, Vicepresidente del gruppo Pd-Idp alla Camera dei deputati: il Governo rivendica il decreto sicurezza come una risposta “forte” alle paure degli italiani. A suo giudizio qual è, invece, il messaggio politico reale che questo provvedimento manda al Paese? Il messaggio è semplice e preoccupante: invece di governare i problemi, il Governo preferisce orientare e sfruttare le paure. Ogni decreto sicurezza ripropone la stessa formula: più reati, pene più alte, meno diritti. Ma se questa ricetta funzionasse, non saremmo al quarto decreto in pochi anni. Evidentemente non funziona. Questo è un approccio panpenalistico che non rende il Paese più sicuro, lo rende solo più diseguale. Si grida alla sicurezza mentre le vere insicurezze restano intatte: quella di chi muore sul lavoro, di chi non arriva a fine mese, di chi rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, quelle dei giovani angosciati da guerre e timore del futuro. Questi decreti servono più a costruire una narrazione che a risolvere un problema. Sono provvedimenti pensati per dare l’idea di fare qualcosa, non per cambiare davvero la realtà. Sono decreti narrativi, non normativi. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: carceri sempre più affollate, meno diritti, più rabbia sociale. Questa non è sicurezza: è illusione di sicurezza, pagata dalle persone più fragili e, alla fine, da tutto il Paese. Ma c’è un particolare non indifferente: oggi la destra non è all’opposizione, governa da quattro anni… Il titolo dell’Unità sulla norma Ku Klux Klan ha acceso un dibattito proprio nel giorno del 25 Aprile. È stata una forzatura? Non è questione di etichette, ma di fatti. Quando si comprimono diritti fondamentali - il diritto di difesa, la libertà di manifestare, il principio di uguaglianza davanti alla legge - non siamo davanti a una normale dialettica politica: siamo davanti a un campanello d’allarme democratico. Il 25 Aprile non è una data qualunque. È il giorno in cui ricordiamo perché quei diritti sono stati scritti nella Costituzione. E vedere un decreto che li indebolisce approvato in quel contesto è un segnale che deve inquietare, non rassicurare. Qui non si tratta di polemica: si tratta di metodo e di sostanza. Il Governo interviene sulla giustizia per decreto, senza un vero confronto parlamentare, come se il Parlamento fosse un passaggio obbligato da superare in fretta. È una visione del potere che riduce le garanzie costituzionali a un ostacolo, non a un fondamento. La Costituzione, invece, è chiarissima: i diritti non dipendono dall’origine, dal reddito o dalla convenienza politica del momento. O valgono per tutti, o non valgono più. E su questo terreno non esistono forzature giornalistiche, ma responsabilità politiche. Lei è tra i parlamentari che più si è battuto per una giustizia giusta e per condizioni umane nelle carceri. Siamo all’anno zero? Non direi all’anno zero, ma certamente siamo davanti a un arretramento serio, e questo decreto rischia di trasformarlo in un precipizio. Il sistema carcerario è già oggi in grande difficoltà - strutturale, numerica, umana. A Regina Coeli, l’antico carcere della mia città, ci sono stati giorni con oltre 1.100 detenuti presenti, con un sovraffollamento che sfiora il 200% e una gravissima carenza di personale di polizia penitenziaria. In carcere si soffre e si muore. Non è una metafora: si muore. E ogni giorno, in quegli istituti, si viola l’articolo 27 della Costituzione secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. La risposta del Governo qual è? Aumentare le pene e moltiplicare i reati, senza investire su prevenzione, reinserimento e misure alternative. Significa una cosa sola: alimentare ulteriormente il sovraffollamento e rendere le carceri ancora meno vivibili, ancora meno umane. Pensi alla situazione delle carceri minorili, che dopo il “decreto Caivano” sono piene oltre ogni limite e dove si sono verificati più di un episodio grave; o alla nuova possibilità di “operazioni sotto copertura” in carcere, a quello che potrebbero provocare in termini di fiducia, di rapporti e di convivenza… Sono dell’idea che la sicurezza vera passi dalla qualità della giustizia e dal rispetto della dignità delle persone. Una pena che non rieduca, che non offre una prospettiva, non produrrà più sicurezza ma solo incertezza, disagio e sofferenza. Ciò che emerge, come logica fondante, nell’agire della destra è il securitarismo che individua nei più deboli, i migranti, i soggetti da demonizzare… Sì, c’è una tendenza chiara: dinanzi a problemi gravi - guerre, instabilità, crisi economica ed energetica - si getta fumo negli occhi, cercando di individuare un bersaglio facile. Migranti, poveri, chi si trova ai margini della nostra società, diventa il capro espiatorio di paure e fragilità che hanno radici ben più profonde. Una narrazione che non risolve niente, alimenta il conflitto e polarizza l’opinione pubblica, e ha l’unico scopo di distrarre dai reali problemi del Paese. E tutto ciò dopo anni in cui la destra governa, in cui in Parlamento un esponente della maggioranza interviene per dire tutto il bene che il governo ha fatto sul tema della sicurezza e quello successivo ci spiega come servano nuovi interventi perché la situazione è allarmante… D’altronde, parliamo di un Governo che ha stanziato delle risorse economiche per premiare gli avvocati se riuscivano a far rimpatriare più migranti: sovvenzionando cioè un “infedele patrocinio”. E pensi che questo nel decreto è associato anche alla sottrazione del diritto al gratuito patrocinio: altro diritto Costituzionale. Un esecutivo che, di fronte a oltre 5milioni di italiani che non riescono ad accedere alle cure, sceglie di destinare parte del proprio bilancio per premiare avvocati che invece di difendere i propri assistiti riescono a farli rimpatriare, è chiaramente un Governo a cui non importa nulla della sicurezza reale. Quella si costruisce con politiche sociali, integrazione, lavoro, istruzione. Non con la demonizzazione dei più fragili. E con un inganno pericoloso: oggi sottraggo diritti a “loro” (e ti racconto che lo faccio per la tua convenienza), ma quando si erode il diritto per qualcuno lo si erode per tutti. Da tempo riflettiamo con tanti di come uscire da questa narrazione e passare dalla paura alle proposte: con Demos lo faremo insieme ad altri il 16 maggio a Roma in un grande incontro pubblico. In questo clima internazionale, segnato dal ritorno della forza come criterio di governo dei conflitti, qual è oggi la responsabilità della politica democratica? Viviamo in una fase internazionale molto difficile, forse una delle più pericolose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. È una fase segnata dal ritorno brutale della logica della forza, dove il diritto internazionale viene calpestato con una disinvoltura che avrebbe scandalizzato le generazioni che quel diritto lo avevano costruito sulle macerie di due guerre mondiali. La guerra è diventata quasi uno strumento ordinario della politica internazionale - in Medio Oriente, in Ucraina, nel continente africano - mentre non dovrebbe proprio essere un’opzione. In questo contesto, chi prova a parlare di pace viene spesso marginalizzato, ridicolizzato, accusato di ingenuità o - peggio - di connivenza con il nemico. I pacifisti vengono trattati come “naïve” mentre chi alimenta i conflitti viene presentato come un realista. È un rovesciamento morale che dovrebbe farci riflettere molto seriamente. E non è un caso: questa narrazione fa comodo a chi vuole che il dibattito pubblico resti dentro i confini del pensiero militarista, che la guerra venga percepita come inevitabile, naturale, persino necessaria. Eppure, la storia ci dice il contrario: il mantenimento della pace in Europa è stato reso possibile grazie alla diplomazia, al dialogo, all’unione di Stati che desideravano un futuro comune, non segnato da conflitti. Definire “ingenui” i pacifisti è un errore politico prima ancora che morale: senza una cultura della pace, senza investimenti seri nella diplomazia, senza il rafforzamento del diritto internazionale, il mondo diventa davvero il Far West. E nel Far West, a pagare il prezzo più alto sono sempre i più deboli: le popolazioni civili, i rifugiati, i bambini che nascono dentro una guerra che non hanno scelto, o peggio quelli uccisi nella loro infanzia. La responsabilità della politica democratica è esattamente l’opposto di quanto stanno facendo Trump, Netanyahu, Putin (e tanti leader locali che promuovono conflitti): è ricostruire spazi di dialogo, tenere in piedi i tavoli negoziali anche quando sembra impossibile, investire nella diplomazia come strumento quotidiano. E’ l’unica strada razionale per evitare che le crisi degenerino in catastrofi irreversibili. Ed è la risposta alle richieste di milioni di persone che non si arrendono all’idea che la guerra, militare, economica, che sia, sia la normalità. Donald Trump sembra infastidito dalla voce di Leone XIV, il Papa americano. Che cosa rende davvero scomodo, per un leader come lui, il messaggio di questo Papa? Credo che dia fastidio una cosa molto semplice: Leone XIV non ha bisogno di potere per farsi ascoltare. La sua forza è l’autorità morale: “non ho paura, parlo del Vangelo” ha detto. E l’autorità morale non si compra, non si intimidisce, non si spegne con un post sui social. Il Papa parla di pace, di dialogo, di limiti all’uso della forza, e lo fa in modo chiaro e diretto, chiedendo ai “signori della guerra” di fermarsi. Quando il Papa definisce “inaccettabile” la minaccia di cancellare un’intera civiltà, quando denuncia la “follia della guerra”, quando dice no alla pena di morte mentre alcune democrazie la reintroducono, sta chiamando per nome le responsabilità. E questo è ciò che spaventa. Leone XIV non suggerisce, non auspica: chiede. Lo fa senza eserciti, senza armi, ma con la forza di una voce che parla a miliardi di persone. Perché in un’epoca in cui la politica internazionale sembra aver abdicato alla diplomazia in favore della deterrenza, quella voce ricorda che esiste un’alternativa. E spesso ciò che fa più paura non è una persona, ma un’idea capace di smontare una narrazione fondata sulla forza, sui muri, sulla divisione tra “noi” e “loro”. Ed è una voce che rimette al centro un’idea radicale oggi controcorrente: che la sicurezza non nasce dalla paura, che la politica non ha bisogno di un nemico permanente, che il futuro non è condannato alla guerra. L’immobilità del male di Fabrizia Giuliani La Stampa, 29 aprile 2026 È passato quasi un secolo, eppure la domanda che Liliana Segre deve sopportare resta la stessa: “Quando muori?”. È il 1938, l’anno delle leggi razziali; il padre le dice: “Non rispondere al telefono”. E perché mai, chiede la bambina, cosa può accadermi se arrivo per prima all’apparecchio in corridoio e prendo la cornetta? A cosa sono esposta? Lo scopre presto: non è una bambina che si limita a ubbidire. Corre e risponde, trova adulti - uomini e donne, specifica - che le fanno questa domanda, ossia le augurano di morire. Ci sono quasi riusciti, commenta con l’eleganza che la rende unica, che ha consentito alle sue parole di arrivare lontano e raggiungere anche chi non aveva alcuna disponibilità ad ascoltare i suoi racconti. Ci hanno provato, sì, ma non sono riusciti a ucciderla, la bambina disubbidiente che, come tutti i disubbidienti, cresce più velocemente degli altri. Impara che le parole, specie quelle dell’odio, non sono solo parole: colpiscono, feriscono. E poi, nell’esperienza del campo, capirà che accompagnano la vita senza mai separarsi da essa. Che a volte precedono l’esperienza: ciò che annunciano si realizza. Novant’anni dopo deve affrontare la stessa domanda. Cambia il canale: non più il telefono ma la rete; cambia il mezzo: non più la voce ma la scrittura. L’odio, però, resta identico. Il messaggio attraversa indenne un secolo di storia, persecuzioni, guerra e sterminio; poi ancora guerre e nuovi stermini: la valanga trae nuova forza e si espande senza risparmiare nessuno, anzi. C’è stupore, incredulità nel suo racconto: “Mai avrei pensato”, dice. Invece. Invece siamo qui, alle prese con l’immobilità del male; meglio, con la nostra incapacità di combatterlo. Non mi riferisco solo all’odio antisemita, costante della storia, fantasma mai sopito e oggi molto vivo, che non va né strumentalizzato né trascurato, ma al fatto che questo sentimento, passione lucida e tutt’altro che improvvisa, sembra diventato l’unico linguaggio possibile, una grammatica capace di divorare tutte le altre. Il punto è qui e, senza voler in alcun modo relativizzare la specificità dell’allarme lanciato dalla Senatrice, credo sia tempo di rifletterci, senza scorciatoie, superficialità e moralismi. Le parole, dicevamo. Scriveva Tullio De Mauro che ha dedicato la vita a studiarle, non sono tutto ma anche l’odio ha bisogno di loro. Cede terreno, però, la lingua quando ferisce, in qualche modo manca la sua vocazione che è confronto, riconoscimento, mediazione, assunzione del limite. Il contrario dell’annullamento dell’altro, obiettivo dell’odio. Non c’è stagione della tradizione filosofica che non abbia, in varie forme, ribadito il concetto. Eppure, sembriamo averlo dimenticato, la memoria sembra solo ingombro, fardello, non la condizione per creare gli anticorpi necessari ad affrontare presente e futuro. Oppure diamo la colpa alla rete, pensiamo la valanga sia nata lì, ma è un altro errore. L’odio può crescere diffondersi, viralizzarsi sulle piattaforme; offrire anonimato, deresponsabilizzazione, condivisione, ma non è lì che nasce. Bisogna tornare dall’altra parte dello schermo, dove ci sono corpi, carne e sangue reali, dove diseguaglianza e incuria, inclusione ed esclusione sono esperienze reali. L’odio alimenta le guerre e ne è alimentato, ma non è invincibile. Per sconfiggerlo serve la politica: una politica che non ceda alla polarizzazione - ossia all’avversione - né alla semplificazione - ossia alla regressione. Serve una politica in grado di dare esempio di confronto civile, di ritrovare un respiro lungo, di vedere oltre il guadagno immediato. Solo una politica capace di riprendersi la parola - coltivarla, insegnarla, diffonderla - può spezzare la catena. Non c’è niente di immobile nell’odio, solo la nostra inerzia. Il fine vita fa paura ma una legge ci aiuterebbe di Barbara Stefanelli Corriere della Sera, 29 aprile 2026 Se una regola sul suicidio assistito “normalizza” qualcosa, l’assenza di quella regola normalizza altro: l’esilio, la disparità di accesso, il calvario burocratico. Vittorio Parpaglioni aveva 25 anni quando, il 31 ottobre 2023, ha accompagnato sua madre a morire in Svizzera. Sibilla Barbieri, attrice e regista, era malata terminale di cancro. “Durante il viaggio non parlava più, solo sguardi tra noi, ma non ci siamo mai sentiti soli”, ha raccontato Vittorio a Riccardo Bruno sul Corriere. Sibilla aveva provato ad attivare la procedura prevista dall’ordinamento italiano per essere aiutata a spegnersi, secondo la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. La ASL Roma 1 si era opposta: a giudizio dell’azienda sanitaria, dei quattro requisiti necessari mancava quello del “sostegno vitale”. La sua patologia era irreversibile (primo requisito) ed era fonte di sofferenze intollerabili (secondo). La richiedente dimostrava (terzo) piena capacità di intendere e di volere. Non era però attaccata a una macchina. Dipendeva da una terapia farmacologica. Così è morta a Zurigo, nella clinica Dignitas. Alla vigilia della partenza, aveva fissato una telecamera e domandato: “Io ho i diecimila euro per farlo, e gli altri?”. Il figlio, prima di riattraversare il confine, si era autodenunciato ai carabinieri. Soltanto pochi giorni fa, il gip ha archiviato - terza archiviazione in poche settimane dopo due procedimenti milanesi simili - e questo perché nel frattempo, nel 2024, la Consulta ha compiuto un ulteriore passo chiarendo che il “sostegno vitale” può comprendere trattamenti farmacologici e assistenziali. Sibilla avrebbe potuto morire a Roma. E Vittorio non vivere sospeso per quasi 30 mesi. La magistratura si spinge avanti tra le questioni di bioetica che le Camere schivano. Nel cassetto del Parlamento sono chiusi anni di proposte, nessuna delle quali è mai arrivata fino in fondo, come è avvenuto in quasi tutti i Paesi europei. Ci ripetiamo che in Italia la sensibilità dei cattolici, nella maggioranza come in parte dell’opposizione, pesa di più e va rispettata, anche perché la prova del voto fa paura a tutti. Ma potrebbe essere rispettata, quella sensibilità tutta italiana quando si parla di morte come di vita, tracciando il perimetro di un testo capace di costruire un consenso trasversale senza cedere sull’essenziale. I modelli spagnolo e portoghese hanno fatto da battistrada - più utili e più vicini a noi, per affinità di tradizione giuridica e di cultura civile, degli esempi olandese e belga, che operano in un quadro assai più esteso e appartengono a una diversa genealogia del diritto. La Spagna ha approvato la sua legge organica nel 2021, con un’ampia maggioranza parlamentare, includendo sia il suicidio assistito sia l’eutanasia; il Portogallo nel 2023, dopo un iter tormentato che ha incluso due rinvii alla Corte per difetti di formulazione, e ha ammesso l’eutanasia per quei malati che non siano in grado di compiere l’ultimo atto. Entrambi i dispositivi condividono una logica rigorosa: definizione di patologie ammesse e procedure (certezza dei tempi); requisiti soggettivi stringenti; doppia verifica medica indipendente; commissioni di garanzia; obiezione di coscienza garantita ai sanitari; distanza di tempo tra le richieste scritte. Nessuna apertura ai minori, nessuna estensione alla sofferenza psichiatrica in assenza di patologia fisica grave. Le buone leggi - “le belle leggi” possibili come incita il titolo del libro di Niccolò Nisivoccia (Le belle leggi, 7 esempi di buon diritto, editori Laterza) - non sono mai semplice trascrizione di sentenze accumulate: producono effetti culturali propri, modificano le percezioni, consegnano ai cittadini un messaggio chiaro che va oltre il caso singolo. È una riflessione che vale in entrambe le direzioni. Perché se una legge sul suicidio assistito “normalizza” qualcosa, l’assenza di quella legge normalizza altro: l’esilio, la disparità di accesso, il calvario burocratico. Lo sanno bene le famiglie che non hanno i diecimila euro di Sibilla. C’è un argomento che viene spesso sostenuto da chi si oppone alle norme sul fine vita: ci sono le cure palliative. Dovremmo allora dirci la verità: le cure palliative, in Italia, non vengono garantite neppure ai bambini, vi accede solo il 15-18% dei minori affetti da malattia inguaribile. Sette regioni non dispongono di strutture né di personale dedicato. La legge 38 del 2010 le aveva previste e finanziate. Sedici anni dopo, restano in larga parte una promessa. Uno Stato che non sa accompagnare i suoi figli più piccoli attraverso il dolore con quale titolo morale dice ai suoi cittadini adulti come non devono morire? Cittadinanza e migranti: integrare significa aumentare la sicurezza di Francesco Armillei Il Domani, 29 aprile 2026 Piuttosto che destinare risorse pubbliche a misure che non funzionano (e probabilmente non funzioneranno mai), avrebbe senso concentrarsi su interventi che non gravino sui conti dello Stato ma tesi a rafforzare il riconoscimento giuridico dei migranti. Il pasticcio legislativo sull’emendamento al decreto sicurezza ha avuto almeno un merito: riportare al centro del dibattito pubblico il legame tra gestione dell’ordine pubblico e presenza di residenti senza cittadinanza italiana. Negli ultimi anni, la maggioranza di governo ha adottato un approccio alla sicurezza fondato su due direttrici principali: da un lato l’inasprimento continuo delle pene; dall’altro, contenimento dei flussi migratori e aumento dei rimpatri. Eppure, questa strategia non sembra aver ridotto la domanda sociale di sicurezza. A ridosso della fine della legislatura, è quindi il momento di constatarne l’inefficacia sul piano dei fatti, al netto dell’opportunità sul piano politico. Anche perché nel dibattito è rimasta quasi del tutto assente un’altra leva, potenzialmente decisiva per affrontare alcuni aspetti della questione sicurezza: l’integrazione. Cittadinanza più rapida per chi denuncia le mafie, la proposta del Pd in Parlamento Lo studio sul caso tedesco E proprio il rapporto tra sicurezza e integrazione è al centro di un flash paper appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research da un team di ricercatori tedeschi. Lo studio prende le mosse da una importante riforma avvenuta in Germania all’inizio di questo millennio, che ha introdotto una forma condizionata di cittadinanza alla nascita, o ius soli temperato, per i figli di immigrati. L’obiettivo dello studio è capire se questa riforma abbia contribuito a ridurre i tassi di criminalità tra i giovani con background migratorio. Nello specifico, prima del 2000 in Germania era possibile ottenere la cittadinanza alla nascita solo se almeno uno dei due genitori era cittadino tedesco, secondo il principio dello ius sanguinis. Dal 1° gennaio 2000, invece, è diventato sufficiente che almeno uno dei genitori avesse risieduto legalmente nel paese per almeno otto anni. Nei tre Land analizzati nello studio, la quota di figli di immigrati con cittadinanza alla nascita è così passata dal 22 per cento tra i nati nella seconda metà del 1999 all’89 per cento tra quelli nati nella prima metà del 2000. I risultati statistici dello studio sono molto rilevanti: tra i giovani con background migratorio che hanno beneficiato della nuova normativa e quindi dell’ottenimento della cittadinanza alla nascita si osserva una forte riduzione della propensione a commettere reati, nell’ordine del 70 per cento. L’effetto è particolarmente marcato tra i giovani uomini e riguarda soprattutto i reati contro la proprietà e quelli legati alle droghe, mentre è più contenuto per i reati violenti. Questo studio si inserisce in un filone di ricerca ormai ampio, che documenta in modo consistente gli effetti positivi dell’accesso alla cittadinanza: maggiore integrazione sociale, livelli di istruzione più elevati, migliori prospettive occupazionali e salari più alti. Tra i contributi più rilevanti c’è quello dell’economista Paolo Pinotti, che ha analizzato il caso italiano. In un lavoro pubblicato nel 2017 sulla prestigiosa American Economic Review, Pinotti studia gli effetti della regolarizzazione degli immigrati nel periodo 2007-2008, mostrando come l’ottenimento di un permesso di soggiorno riduca il tasso di criminalità di circa il 55 per cento. Tajani rilancia lo Ius Scholae, poi ci ripensa come un’estate fa Vanno insieme I risultati di queste ricerche mostrano come le politiche di integrazione possano rappresentare una risposta pragmatica alle sfide della società contemporanea, oltre che uno strumento efficace sul piano della sicurezza. Promuoverle è una scelta di buon senso; negarne il valore rischia invece di diventare una posizione ideologica. Piuttosto che destinare risorse pubbliche a misure che non funzionano (e probabilmente non fun-zio-ne-ran-no), avrebbe senso concentrarsi su interventi che non gravino sui conti dello Stato ma tesi a rafforzare il riconoscimento giuridico dei migranti. In questa prospettiva, l’ampliamento negli anni delle maglie del decreto flussi può essere letto positivamente non solo come una politica per aumentare l’offerta di lavoro, ma anche come un tassello nella riduzione dei fenomeni di criminalità. Ma come ci ricorda lo studio sulla Germania, la vera sfida politica per l’Italia resta quella della cittadinanza. L’auspicio è quindi che i risultati del referendum abrogativo del 2025 rappresentino su questo fronte un punto di partenza, e non di arrivo. Diritti negati ai migranti, sotto assedio finisce anche la vita affettiva di Giovanna Cavallo L’Unità, 29 aprile 2026 Dopo la brusca stretta del decreto Cutro sul riconoscimento della protezione speciale il nuovo ddl Immigrazione rischia di trasformare il rispetto della vita privata e familiare in privilegio. Riservato a chi ha un buon reddito e conosce bene la lingua. La tutela della vita privata e familiare è diventata, negli ultimi anni, uno dei terreni più contesi del diritto dell’immigrazione, spesso più esposto alle oscillazioni politiche che a una visione coerente di sistema. Dopo la riforma Lamorgese, che aveva ampliato gli spazi della protezione speciale valorizzando i legami personali e l’integrazione sociale così come previsto dall’art 8 della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, il Decreto Cutro del 2023 ha segnato una brusca inversione di rotta, restringendo significativamente l’ambito di applicazione e abrogando i criteri previsti dal Testo Unico. In questo contesto altalenante, l’articolo 6 del nuovo Disegno di Legge Immigrazione, in attesa al Senato, interviene ancora una volta sulla materia, con l’obiettivo di “chiarire” i parametri di applicazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, così come sancito dalla Carta Europea in diretta applicazione dell’articolo 117 della Costituzione. Tuttavia la riforma appare come l’ennesimo tentativo di ridefinire - anche sotto la spinta di esigenze politiche e narrative emergenziali - l’equilibrio tra controllo dei flussi migratori e tutela dei diritti fondamentali. Secondo le interpretazioni Governative l’intervento legislativo, anche in armonia con gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità compendiati nella recente sentenza della I sezione civile della Corte di Cassazione n. 29593 del 10.11.2025, si propone di chiarire i suddetti requisiti, precisandone il campo di applicazione nonché di elementi oggettivi valutati in altri ambiti del diritto interno. Mentre la finalità dichiarata della riforma è dare attuazione più precisa al principio del rispetto della vita privata e familiare, evitando decisioni arbitrarie e disomogenee, il vero intento del legislatore è trasformare un principio ampio e interpretato caso per caso, in una serie di criteri concreti e verificabili. Ma è proprio qui che nasce il problema. La riforma costruisce un sistema basato su quattro requisiti cumulativi, come un soggiorno regolare di almeno 5 anni, il possesso di una certificazione linguistica di livello B1, la disponibilità di un alloggio idoneo e di un reddito sufficiente negli ultimi tre anni. Questi elementi dovrebbero dimostrare un radicamento reale nel territorio italiano. In pratica, però, si passa da una valutazione flessibile e individuale a una logica quasi burocratica con la quale si devono soddisfare tutti i requisiti, oppure si è fuori. Il rischio è trasformare un diritto in un privilegio - Il diritto al rispetto della vita privata e familiare deriva dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che riconosce a ogni individuo la tutela delle proprie relazioni personali e affettive contro interferenze arbitrarie dello Stato. Questo principio, recepito nell’ordinamento italiano anche attraverso l’articolo 117 della Costituzione e sviluppato dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di Cassazione, si fonda su un approccio flessibile e proporzionato, che richiede un bilanciamento concreto tra gli interessi pubblici e la situazione individuale della persona. La nuova disciplina, invece, irrigidisce questo bilanciamento e chi ha costruito legami forti in Italia come una relazione stabile, figli inseriti a scuola, una rete sociale consolidata, potrebbe comunque essere escluso solo perché non raggiunge il livello linguistico richiesto, oppure perché ha un reddito discontinuo e ancora vive in una situazione abitativa precaria. Si tratta di condizioni tutt’altro che rare. Anzi, sono spesso la norma per chi vive ai margini del mercato del lavoro. I requisiti scelti riflettono un’idea di inserimento socio economico “perfetto” perché stabile, regolare, certificato e paradossalmente ricordano quelli che fondano la richiesta di cittadinanza italiana. Ma la realtà è molto diversa. Molte persone migranti lavorano in settori caratterizzati da precarietà strutturale (assistenza domestica, agricoltura, edilizia). Altre vivono in contesti abitativi condivisi o temporanei, non sempre formalmente conformi ai parametri richiesti. Questo significa che la norma non fotografa l’integrazione reale, ma una sua versione idealizzata che la strategia stessa delle politiche italiane non intende perseguire visti i continui disinvestimenti nel sistema di accoglienza e le condizioni di estrema precarietà del diritto di soggiorno. L’onere della prova diventa l’ostacolo decisivo - Un altro elemento critico è l’onere della prova interamente a carico del richiedente. Non si tratta solo di dimostrare i requisiti, ma di farlo con documentazione formale e completa. Per molte persone, questo è un ostacolo enorme per difficoltà linguistiche oppure magari spesso per impossibilità di reperire documenti necessari ad esempio comprovati una sfera privata caratterizzata da legami sociali che prescindono dalla burocrazia. Il rischio concreto è che le domande vengano respinte per incapacità di provare i requisiti. La norma prevede anche l’esclusione della protezione in caso di pericolosità per l’ordine pubblico o la sicurezza in linea con il diritto europeo, tuttavia, anche qui emerge una criticità in quanto si considerano rilevanti condanne non definitive. Questo solleva dubbi sul rispetto del principio di proporzionalità e della presunzione di innocenza. Una domanda di fondo - La riforma nasce da una esigenza necessaria, rendere più chiari e uniformi i criteri di tutela ma anche e soprattutto accessibili. Ma resta una domanda fondamentale. Può un diritto come quello alla vita privata e familiare essere ridotto a una somma di requisiti tecnici? Se la risposta è no, allora il rischio è trasformare uno strumento di protezione in un meccanismo selettivo, che tutela solo chi riesce a rientrare in parametri rigidi, lasciando fuori proprio le situazioni più fragili. Perché, alla fine, non si tratta solo di regole. Si tratta di persone, storie e legami che difficilmente possono essere ridotti a una checklist. Centinaia di minori stranieri in Italia stanno finendo nei Centri per adulti di Andrea Ceredani Avvenire, 29 aprile 2026 L’Italia è condannata per i “trattamenti inumani” riservati a un minore nel Cara di Crotone, ma ActionAid conta 823 ragazzi soli nelle strutture per adulti. Eppure, i posti non mancano. Ai minori migranti, in Italia, non viene sempre garantita l’accoglienza in centri ad hoc organizzati per le esigenze dei ragazzi stranieri soli. A volte vengono ospitati in Centri di accoglienza straordinaria (Cas) per adulti, dove rischiano di essere “sottoposti a trattamenti inumani e degradanti”. È successo a H.D., un giovane originario del Burkina Faso, per la cui detenzione illegale nel Cara di Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto (Crotone) la Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’Italia al risarcimento dei danni morali e al rimborso delle spese legali per un totale di 10.500 euro. Ma il suo non è un caso isolato. Per la prima volta dal 2023, quando un decreto legge introdusse la possibilità eccezionale di introdurre minori sopra i 16 anni temporaneamente nei centri per adulti, ActionAid ha mappato il fenomeno: a novembre 2025 erano 823 i minori soli registrati dal 2023 nei Cas per adulti. Di questi, però, 138 erano già accolti in queste strutture prima del varo della legge. Di fatto - spiegano gli autori del report “La Frontiera, ovunque. Centri d’Italia 2026” pubblicato stamani - “la legge istituzionalizza una prassi fino ad allora illegittima”. A rischio sono i diritti dei minori stranieri. La legge prevede che i ragazzi soli possano essere trattenuti nei centri per adulti solo “in casi di comprovata emergenza” e comunque non oltre ai 90 giorni. Ma non è sempre così. Almeno 16 prefetture registrano permanenze superiori ai tre mesi e, di queste, tredici annotano presenze oltre i cinque mesi con picchi fino a 1.413 giorni. “Una forma stabile di accoglienza impropria, priva di servizi educativi e abitativi adatti alla minore età”, sostengono gli autori del report. Ma si tratta anche di un rischio evitabile. Mentre centinaia di minori stranieri vengono ospitati in centri per adulti, negli stessi territori restano posti liberi nei centri dedicati a loro: in nove prefetture esistono posti liberi nello stesso Comune del trattenimento, in 21 prefetture ne restano liberi almeno nella provincia e in tutte le prefetture esaminate da ActionAid esistono alternative per ospitare i minori in regione. A quali rischi siano esposti i ragazzi ospitati nei centri per adulti lo sintetizzano i giudici europei nella sentenza di condanna all’Italia di inizio aprile: sovraffollamento delle strutture, difficoltà nel contattare i propri avvocati e “assenza di servizi adeguati” alle esigenze dei minorenni, come la mediazione culturale o l’insegnamento dell’italiano. Il risultato è che molti minorenni escono prematuramente dal sistema di accoglienza, finendo perlopiù nell’irregolarità. Gli abbandoni, gli allontanamenti e le revoche registrate nel 2025 sono almeno 407. “Si tratta del segno più tangibile del fallimento della tutela dei più fragili”, continuano gli autori del report. Un fallimento che riguarda anche il Sistema di accoglienza e integrazione (Sai). A fine novembre, i posti liberi nell’intera filiera erano solo 43, a fronte di 4.725 richieste pendenti. “Nessun collegamento efficace tra sistemi, nessuna tutela effettiva”, sintetizza il rapporto. Il sovraffollamento, però, riguarderebbe quasi solo i Cas per adulti. Su 6.024 strutture prefettizie attive nel 2024, 973 risultano oltre la capienza stabilita, 520 sono oltre il 120% e tredici hanno presenze pari al doppio della capienza. A mettere una pezza al problema sono sempre più i gestori for profit: il numero dei posti in mano a queste società è passato da 7.089 a 14.813 tra 2022 e 2024 (+109%). A queste condizioni, il trattenimento dei minori stranieri in queste strutture necessita di continui controlli delle condizioni di accoglienza. Ma “la debolezza dei controlli è evidente e preoccupante”, secondo ActionAid. Nel 2024 si sono svolti 1.564 controlli, con sanzioni per i gestori pari a 677mila euro. Tra i meno ispezionati ci sono anche i centri nelle prefetture di Roma, Frosinone e Ravenna, che però sono anche le prime tre per posti gestiti sulle 33 totali, dove non si registrano controlli nel 2024. In generale, le ispezioni sono in calo ovunque: se nel 2019 era stato raggiunto il 40,5 per cento, nel 2024 le ispezioni riguardano solo il 19,1% delle strutture. “L’opacità è parte dell’approccio del governo, che rende meno visibili le conseguenze delle scelte amministrative sulla vita delle persone, e sottrae queste scelte al controllo parlamentare e della società civile”, conclude Fabrizio Coresi, esperto Migrazioni ActionAid. Il nuovo Cpr di Castel Volturno “inaugura” il Panopticon per la detenzione dei migranti di Luca Rondi altreconomia.it, 29 aprile 2026 L’agenzia Invitalia ha pubblicato su incarico del Viminale l’appalto da 41,2 milioni per un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio nel Parco umido La Piana nel Comune casertano. Il progetto prevede moduli radiali e un ballatoio perimetrale per la sorveglianza dall’alto. Per la prima volta sono introdotti i concetti di “confinamento” e di livelli di detenzione differenziati a seconda della “condizione di ostilità” dei trattenuti. Sono trascorsi 235 anni da quando il filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham ideò il progetto di “carcere ideale” che avrebbe permesso a un unico sorvegliante di osservare tutti i reclusi disposti nelle celle circolari. Oggi il Panopticon torna attuale: non per i detenuti ma per le persone straniere senza documenti rinchiuse nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Il progetto pubblicato dalla centrale di committenza Invitalia per il nuovo Cpr che verrà costruito a Castel Volturno, in provincia di Caserta, concretizza ciò che era già stato anticipato da Domani nell’ottobre 2023. La volontà del Governo Meloni di un modello in cui i trattenuti si sentano costantemente osservati e monitorati sembra così diventare realtà. E per la prima volta compare in un documento ufficiale la parola “confinamento” e si ipotizzano diverse intensità di privazione della libertà a seconda del grado di ostilità della persona rinchiusa. I fatti. Il 22 aprile di quest’anno Invitalia ha pubblicato l’appalto da 41,2 milioni di euro comprensivo della progettazione e della costruzione del centro da 120 posti che dovrà terminare entro 540 giorni. Sono previsti dunque poco meno di 18 mesi e si specifica nelle carte che “in sede di gara verranno adottate tutte le possibili misure che consentano di valorizzare le proposte che garantiranno la massima accelerazione delle tempistiche di progettazione e realizzazione dei Cpr”. La struttura dovrebbe essere realizzata nell’area denominata “Parco umido La Piana” che si estende per 63 ettari ed è stata consegnata nel 2017 al Reparto biodiversità di Caserta dal Demanio. Nonostante sia considerata preziosa per il transito degli uccelli migratori verrà cementificata senza alcuna Valutazione di impatto ambientale (Via). Tra i documenti allegati alla gara, stilati in collaborazione con la Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo, in seno al ministero dell’Interno, c’è anche l’ipotesi progettuale da cui emerge chiaramente l’idea del Panopticon: manca la “torretta” al centro rispetto al modello di Bentham ma la sorveglianza dall’alto viene mantenuta attraverso un ballatoio alto 8,4 metri protetto da un grigliato su cui possono transitare le forze dell’ordine. Gli “alloggi” sono composti da due moduli prefabbricati blindati da sei metri per 2,5: uno dedicato alla “zona letto” da circa 30 metri quadrati con quattro posti su due letti a castello; l’altro alla “zona giorno e ai servizi igienici”. Si garantisce uno spazio di 4,1 metri quadrati a “trattenuto” al netto degli arredi e della zona bagno. Ci sarà poi una televisione, la rete internet e il citofono in ogni modulo. Si prevede uno spazio “servizi polifunzionali”, barberia, lavanderia, un luogo di culto oltre che un’area ricreativa e diversi ambienti da adibire a mensa e distribuzione dei pasti. Viene prevista anche tra i diversi moduli una recinzione con offendicula (filo spinato) di quattro metri di altezza mentre, lungo tutto il perimetro esterno della struttura (nel disegno qui sopra il “contorno” blu”), l’altezza della rete raggiunge i sei metri. Tra le diverse “stecche” degli alloggi, infine, è contemplata una copertura in “grigliato orizzontale antidito e antidrone”. L’elaborazione tridimensionale di come potrebbe essere realizzato il nuovo Cpr (non contenuta nei documenti dell’appalto di Invitalia) a partire dall’ipotesi progettuale del ministero dell’Interno. Il modellino è stato realizzato dall’architetta Giada Zuan: i moduli degli alloggi sono stati rappresentati senza soffitto per mostrarne la conformazione. L’atto allegato alla gara d’appalto intitolato “cross check” contiene una “disamina delle prescrizioni del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Cpt)”. Il documento è abbastanza paradossale. Il ministero dell’Interno mette le mani avanti rispetto alle numerose raccomandazioni fatte dall’organo delle Nazioni Unite sulla conformazione architettonica dei Cpr e sulla vita al loro interno. Così in una tabella il Viminale mette a confronto la “prescrizione Cpt” e la “previsione progettuale” in cui viene ripetutamente utilizzata la parola “confinamento”. Nel documento in questione si legge che per garantire “la possibilità di mantenere un vero contatto con il mondo esterno” (come del resto prescrive il Comitato), “all’interno degli alloggi è stata prevista l’installazione di un impianto telefonico e di rete dati per permettere la comunicazione con l’esterno” e che gli ospiti “possono muoversi all’interno della struttura di confinamento liberamente” ma allo stesso tempo è possibile “poter gestire i flussi di spostamento degli ospiti e dei manutentori senza interferenze tra loro e di assicurare la possibilità di confinamento degli ospiti in casi particolari”. I diversi “livelli di detenzione” tornano poco dopo. Nella colonna relativa alle richieste del Cpt si legge che i centri devono offrire “condizioni materiali di detenzione e un regime appropriati alla loro situazione legale e circondati da personale adeguatamente qualificato”. Nella proposta progettuale si legge che “il centro è concepito specificamente per garantire livelli di detenzione appropriati e incrementabili a seconda della situazione legale e delle condizioni di ostilità”. Per le attività outdoor è stato previsto “uno spazio centrale e lo spazio residuale tra le stecche degli alloggi” mentre per le attività indoor sono stati collocati “10 moduli polifunzionali” che “possono essere adibiti a luoghi di culto, palestre e spazi per i mediatori culturali” ed è una soluzione pensata -parole del Viminale- “con il fine di garantire agli ospiti la possibilità di partecipare ad attività di vario genere, sia di iniziativa propria che di iniziativa dell’ente gestore per prevenire situazioni di disagio che possono alimentare rischio di ostilità”. L’ostilità torna, nuovamente, con riferimento al controllo dal ballatoio. “I moduli sono distribuiti planimetricamente in modo radiale in modo da configurare una porzione di spazio al centro dell’area di confinamento e degli spicchi tra le stecche degli alloggi per le attività outdoor e per individuare gli assi della viabilità principale per le forze dell’ordine”. E ancora. “Il sistema di confinamento con passerella sulla sommità del muro ha come fine la mitigazione del rischio di ostilità perché consente ai soggetti preposti al controllo di poter vigilare ad ampio spettro e di intervenire tempestivamente nel miglior modo possibile”. Allievi di Bentham crescono. Se un algoritmo decide chi uccidere ma nessuno sa più il perché di Gabriele Segre La Stampa, 29 aprile 2026 Le big tech raccolgono dati e li trasformano in decisioni, mentre le scelte politiche scompaiono. Consegnare polli surgelati e lanciare missili è, in fondo, la stessa cosa. Potrebbe benissimo essere questo il ragionamento di Shyam Sankar - direttore tecnologico di Palantir e gran sacerdote del profeta-tech Peter Thiel - quando spiega che una catena del valore, un processo produttivo e un’operazione di targeting mirato rispondono alla stessa logica di accelerazione e ottimizzazione. Ha ragione: viviamo nell’epoca in cui la capacità di calcolo ha ridotto l’errore fino a farlo sembrare una superstizione d’altri tempi. Le big tech raccolgono dati, li incrociano, li assimilano, li digeriscono e li restituiscono sotto forma di decisioni impeccabili e chirurgiche: cosa comprare, chi assumere, chi licenziare, chi fermare alla frontiera. Nonché quale bersaglio colpire e quando. Una specie di oracolo industriale alimentato da server e contratti miliardari che, appaltato al Pentagono, sviluppa un leggero complesso di onnipotenza. L’operazione “Epic Fury” in Iran ne è stata la dimostrazione spietata e, insieme, più spettacolare. Mille obiettivi colpiti nelle prime ventiquattr’ore di guerra. Un’elaborazione strategica che nel 2003, durante l’invasione dell’Iraq di Saddam, richiedeva sei mesi di pianificazione e cinquanta analisti a tempo pieno, oggi può essere compiuta da un solo operatore in appena due settimane. “L’algoritmo del pollo surgelato” deve solo cambiare funzione, dall’ottimizzare una logistica al distruggerla: sa dove si trova un convoglio, misura la traiettoria di un missile, localizza un comandante, conta i movimenti di truppe al confine, distingue un camion civile da uno militare a tremila metri di quota. Non sa, però, come evolve la paura dopo una sconfitta. Non riesce a valutare il peso di un’umiliazione su una società. Non sa chi diventerà più radicale dopo la morte di un leader, di un fratello o di un figlio. Non può capire il silenzio di chi non risponde. Il tratto più brutale e sconvolgente di questo tempo è tutto qui: mentre il calcolo tecnico tende alla perfezione, quello politico si perde nella nebbia. Non che un fenomeno dipenda necessariamente dall’altro, ma la loro concomitanza è impressionante. Da una parte cresce la capacità di leggere il dato e si riduce il margine d’errore; dall’altra si contrae la conoscenza politica, si opacizza lo scenario e si restringe la capacità umana di coglierne il significato. Sappiamo di più, ma comprendiamo meno. È in questa dissociazione cognitiva che si colloca la telenovela delle trattative tra Stati Uniti e Iran. Washington twitta, Teheran risponde, i mediatori traducono, le televisioni spiegano, gli esperti abbozzano con imbarazzo, nessuno ci capisce davvero niente. A partire dai fondamentali: chi sta parlando con chi e cosa si stanno davvero dicendo? Il regime iraniano è compatto o spaccato? I pragmatici contano qualcosa o sono comparse sopravvissute in un teatro diretto dai Pasdaran? Chi ha titolo per firmare? Chi ha il potere di far rispettare la firma? L’algoritmo ha funzionato così bene che “abbiamo fatto fuori anche quelli con cui pensavamo di poter trattare”, ha ammesso con disarmante candore Trump. In un click, polverizzati decenni di intelligence umana capace non solo di capire chi comandava, ma cosa pensava, sperava, temeva. Del resto, a che serve conoscere l’avversario se puoi vaporizzarlo in pochi secondi? Ha quasi senso aver chiuso l’ufficio dedicato all’Iran al Dipartimento di Stato, lasciando a casa decine di esperti che passavano la vita a fare gli psicologi degli ayatollah. Roba analogica, vintage. Il rimpicciolimento dell’intelligence umana non riguarda però solo l’Iran. La Cina di Xi Jinping è oggi altrettanto impenetrabile. Per noi, per gli americani, ma perfino per molti cinesi. Qui non sono stati i bombardamenti a tappeto a distruggere la comprensione del contesto: ci ha pensato Xi con le sue purghe e con le purghe delle purghe, un genere politico che concentra il potere e trasforma ogni analisi esterna in astrologia applicata. L’algoritmo del pollo, anche qui, sa rintracciare ogni portaerei cinese, contare ogni testata, intercettare ogni comunicazione classificata. Ma non sa chi goda ancora della fiducia del capo, come funzioni oggi la macchina decisionale, né se a tenere il timone siano quelli che vogliono una Cina stabile e responsabile o quelli che preparano la guerra con l’America per interposta Taiwan. Il parossismo del divorzio tra perfezione tecnologica e cecità politica si raggiunge però quando smettiamo di capire non solo gli altri, ma noi stessi. La medesima domanda che ci poniamo su Teheran, Pechino o Mosca - chi decide davvero, e che cosa vuole? - vale oggi anche per Washington. Non nel senso scontato per cui Trump è il pazzo imprevedibile a cui vanno tolti i codici nucleari. La questione è più strutturale: tra smantellamento della macchina federale, disinvestimento sulle competenze strategiche e potere crescente degli attori privati come Palantir nella definizione dell’agenda pubblica, chi decide davvero a Washington è sempre meno chiaro. È così che una grande potenza come gli Stati Uniti finisce per sapere esattamente dove, come e quando colpire, ma non sapere più bene perché lo fa. Alla fine siamo entrati nell’era del calcolo perfetto proprio mentre smarrivamo ciò che ci rende umani: memoria, giudizio, conoscenza dell’altro, comprensione di sé. Tra dataset, modelli predittivi e altre liturgie statistiche, il mondo, con una maleducazione imperdonabile, si ostina a non comportarsi come un file ordinato. Eppure, continuiamo imperterriti a migliorare il modello invece di farci qualche domanda in più sulla realtà. L’America che perde se stessa di Sabino Cassese Corriere della Sera, 29 aprile 2026 Rischio cesarismo nella democrazia Usa. Con Trump il potere si personalizza oltre le regole. Aggredisce altre nazioni, non rispetta trattati e diritto internazionale, ignora la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, non ascolta le opinioni della minoranza, non rispetta la vita delle persone, esercita il potere in modo arbitrario, assume e licenzia collaboratori, si vale di familiari per l’esercizio di funzioni pubbliche, polarizza lo spazio pubblico: come spiegare il fenomeno Trump? Per comprenderlo, bisogna tener conto di molti fattori, esterni ed interni, organizzativi e personali, diretti e indiretti, del presente e della storia, come ha fatto Sergio Fabbrini nei suoi commenti settimanali ora raccolti in un libro intitolato Tsunami Trump. Il nazionalismo americano e l’Europa (Milano, Il Sole 24 Ore, 2026). Il primo fattore da tenere presente è la circostanza che gli Stati Uniti sono una superpotenza militare incontrastata. Mantengono circa 750 basi in 80 Paesi e la loro spesa militare rappresenta il 38 per cento di quella globale: più dei successivi 9 Paesi messi insieme, Cina e Russia incluse (traggo questi elementi dall’importante libro di un “osservatore partecipante” quale l’attuale presidente della Repubblica finlandese Alexander Stubb, Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale, Milano, Marsilio 2026). C’è poi un fattore interno, già segnalato nel 1973 dallo storico Arthur M. Schlesinger jr., consigliere di John Fitzgerald Kennedy, in un libro intitolato “La Presidenza imperiale”, che illustrava l’espansione del potere esecutivo. Una diagnosi che è stata confermata nel 2010 dal costituzionalista Bruce Ackerman in un libro su “Tutti i poteri del presidente”, che illustra l’ulteriore erosione dei controlli costituzionali. I poteri presidenziali sono stati ulteriormente ampliati dalle deleghe date dal Parlamento al presidente, come quella in materia di commercio, che ha consentito la politica trumpiana dei dazi doganali. A questi due fattori se ne aggiunge un terzo. La lunga storia del potere pubblico negli ultimi cinque secoli è stata segnata, in tutto il mondo, da un costante tentativo di regolarne il percorso, limitandone l’autorità, prevedendo quando e come esso si esercita, fissando i binari lungo i quali deve correre. Così il potere pubblico, ivi compreso quello esercitato dal vertice politico, è diventato prevedibile e controllabile. Ma questa regola, riassunta nell’espressione “Rule of Law”, opposta a quella “Rule of Man”, non sembra valere per Trump, che ha fatto della imprevedibilità e dell’improvvisazione una regola (tanto diversa dalla compostezza e dalla “gravitas” dei sovrani inglesi). Trump Presidente si comporta come si comportò il tycoon Trump circa quarant’anni fa, quando, volendo costruire la Trump Tower nel centro di New York, distrusse le sculture “art déco” che decoravano l’edificio del negozio “Bonwit Teller”, demolito nel 1980, nonostante la promessa di donarle al Metropolitan Museum of Art. Con Trump la storia del potere pubblico fa numerosi passi indietro riscoprendo la personalizzazione, l’uso arbitrario e non predeterminato e l’improvvisazione. Di questo eravamo stati avvertiti durante il suo primo mandato, come si può notare leggendo la testimonianza fornita da un altro osservatore d’eccezione, Jens Stoltenberg, già capo del governo norvegese e poi della Nato, ora raccolta nell’istruttivo volume intitolato Nella stanza dei bottoni. 10 anni alla guida della Nato (Roma-Bari, Laterza, 2025). Il suo comportamento non è diverso da quello di Luigi Bonaparte, il futuro Napoleone III, che nel 1848 confidò ad un suo collaboratore che “quando un uomo che porta il mio nome viene elevato al potere, deve fare grandi cose e colpire gli animi con lo splendore del suo governo”. Tutti questi fattori ed elementi stanno modificando l’assetto costituzionale degli Stati Uniti e rovesciando l’immagine che dal 1835, la data di pubblicazione del famoso libro di Alexis de Tocqueville su La democrazia in America, si è diffusa e tramandata nel mondo, della democrazia americana come esempio moderno di un assetto democratico. E stanno spingendo molti a riscoprire i precedenti episodi di cesarismo della stessa storia democratica americana, dalla violenza con cui Andrew Jackson trattò i nativi, ai limiti della libertà introdotti da Abramo Lincoln, all’espansione dei poteri presidenziali ad opera di Richard Nixon (Antonio Di Bella ha tratteggiato questa storia di precedenti nel volume Gli zar della Casa Bianca. Come i presidenti del passato aiutano a capire l’America di Trump, Milano, Solferino, 2025). Tutto questo insegna che le democrazie più consolidate possono conservare o sviluppare sacche e germi di cesarismo. Se tanto potere esterno viene affidato a una sola mano all’interno e se questa non segue il binario fissato dalla “Rule of Law”, se si congiungono questi tre elementi, la forza può propagarsi con onde che invadono altri campi, anche a causa di un mondo interconnesso, come accade con il blocco delle esportazioni iraniane e i suoi effetti diretti e indiretti, in particolare sull’Europa. Da queste vicende si possono trarre alcune lezioni. Innanzitutto che i famosi “checks and balances”, i controlli e i bilanciamenti delle costituzioni democratiche, possono essere aggirati. Trump poteva contare solo su 135 voti sicuri su 436 alla Camera dei rappresentanti; ciò nonostante può comportarsi come uno dei padroni del mondo, mentre i suoi avversari possono solo sperare nelle elezioni di “midterm”. In secondo luogo, come aveva avvertito lo storico Charles Tilly, i processi di democratizzazione possono essere seguiti da processi di de-democratizzazione. In terzo luogo, elementi di cesarismo si annidano anche nelle basi democratiche e vanno quindi tenuti sempre sott’occhio. Infine, la democrazia non si sviluppa secondo un andamento regolare, ma registra anche arretramenti pericolosi. La piccola mossa di Trump sulla canapa di Bernardo Parrella Il Manifesto, 29 aprile 2026 “La manovra odierna dichiara che quei prodotti a base di marijuana terapeutica già autorizzati dai singoli Stati d’ora in poi rientreranno della Tabella III, e prevediamo che la ricerca aumenti in maniera significa per capire meglio come guidare pazienti e medici in questo percorso. Ulteriori interventi sono previsti per quest’estate, con un’audizione amministrativa accelerata da parte del ministero di Giustizia affinché la marijuana passi completamente dalla Tabella I alla III”. Questa la dichiarazione di Heidi Overton, vice-direttrice del Domestic Policy Council della Casa Bianca, nel corso della recente cerimonia nello Studio Ovale in cui Trump ha firmato il decreto che avvia questo percorso di minima riclassificazione da estendere all’intero territorio statunitense. Chiariscono però le stesse autorità: “Quest’ordine dall’effetto immediato non legalizza la marijuana. Rende più facile per i ricercatori studiare e comprendere effettivamente le sue proprietà terapeutiche, soprattutto tra coloro che già ne fanno uso a tale scopo”. La Tabella I include sostanze con alto potenziale di abuso, nessun valore terapeutico riconosciuto e a rischio dipendenza senza supervisione medica, includendo oppiacei, certi stimolanti, psichedelici. Nella Tabella III rientrano invece sostanze quali barbiturici, narcotici e steroidi, cioè con ridotto potenziale di abuso, uso medico accettato e basso rischio di dipendenza. La procedura di revisione generale della cannabis è già in calendario per il prossimo 29 giugno, per chiudersi “non oltre il 15 luglio”. Si porterà così a conclusione il percorso amministrativo avviato sotto la presidenza Biden nell’ottobre 2022, riconoscendone il basso potenziale di abuso e citando oltre 30.000 professionisti sanitari che la raccomandavano a più di sei milioni di pazienti per almeno 15 condizioni mediche. Tuttavia, anche con la riclassificazione completa in Tabella III, la cannabis rimarrà proibita a livello federale. Né la si potrà trasportare da uno Stato all’altro. Verranno piuttosto azzerate alcune barriere burocratiche per la ricerca scientifica e al contempo le aziende di cannabis medica, già attive e autorizzate dai vari Stati, potranno usufruire di detrazioni e agevolazioni fiscali federali attualmente escluse. Se lo vorranno, tali aziende potranno seguire un ulteriore “processo di revisione accelerata” per ottenere la registrazione come produttore, distributore o rivenditore di marijuana a tutti gli effetti, rimanendo comunque sotto la giurisdizione della Dea. Sarà infatti sempre l’agenzia repressiva a gestire l’intero scenario, confermando che questo ritocco, ben lungi dall’affermare la fine della war on drugs, non è altro che un passo pragmatico dovuto a una certa pressione popolare e teso ad agevolare l’imprenditoria. Tutt’altra cosa da quanto previsto nel Marijuana Opportunity Reinvestment and Expungement (More) Act - approvato due volte alla Camera in passato ma rimasto nel cassetto per via della nuova maggioranza repubblicana, e ora ufficialmente sponsorizzato da 65 deputati dem: “detabellizzazione” piena e totale, amnistia per alcune condanne federali non violente, nuove sentenze per certi reati e programmi di reinvestimento volti a sostenere le comunità maggiormente colpite dal proibizionismo. Proposta tutt’ora silenziata, in attesa dell’auspicato ribaltamento dem alle prossime elezioni di midterm. Questa manovrina sulla cannabis si limita a confermare la preferenza di Trump per la flebile scorciatoia dell’ordine esecutivo, evitando così ogni discussione in aula e ancor più il relativo dibattito pubblico. E ne chiarisce l’obiettivo di fondo: risalire dall’approvazione popolare ai minimi storici e conquistare voti tra giovani, imprenditori e libertari in vista della cruciale tornata di novembre.