Verso una riorganizzazione per il 41-bis di Teresa Olivieri Italia Oggi, 28 aprile 2026 Gli 800 posti previsti concentrati in sette penitenziari: così il piano “Kairos” per rafforzare la sicurezza. L’avvocato Brucale: segregazione batte riabilitazione. Il Governo ha avviato il piano “Kairos”, una strategia di riorganizzazione complessiva del regime di 41-bis che mira a concentrare gli oltre 800 posti previsti per i detenuti in regime di carcere duro in sette “super penitenziari” altamente controllati distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tale piano vede coinvolte le strutture di Cagliari-Uta, Sassari-Bancali e Nuoro-Badu e Carros in Sardegna, affiancate da Milano-Opera, Spoleto, Sulmona e Parma, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la sicurezza facendo leva su una norma del 2009 che prevede la “preferenza insulare” per la collocazione di tali soggetti, una decisione che ha tuttavia diviso il panorama politico e sollevato critiche da parte dei garanti dei diritti dei detenuti per l’impatto su un sistema già gravato da criticità strutturali. In questo contesto, anche il carcere San Michele di Alessandria è stato parzialmente svuotato e riorganizzato per finalità analoghe, sollevando dubbi sulla gestione del patrimonio pubblico e sul futuro dei progetti di reinserimento, tra questi “Centro Agorà”, nato con l’ambizione di fungere da ponte tra la vita detentiva e quella esterna, rappresentava un investimento pubblico di 850.000 euro volto a sostenere percorsi di risocializzazione e formazione professionale, attività che avevano ottenuto riconoscimenti a livello nazionale, incluso quello di Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica. In merito il parere di Maria Brucale, avvocato penalista che ha assunto la difesa di persone imputate in reati associativi ed in gravissime fattispecie di reato, e in ambito processuale e nell’esecuzione. Appassionata dei diritti dei detenuti, dello studio dei diritti fondamentali, delle situazioni di vulnerabilità, persegue l’obiettivo di condizioni di carcerazione più umane e dignitose. Fa parte del direttivo di Nessuno Tocchi Caino; è responsabile della Commissione Carcere della Camera Penale di Roma. Il piano Kairos è giuridicamente ammissibile? Il testo dice che il piano è “secretato in molte parti per motivi di sicurezza”. In un eventuale ricorso davanti al TAR o al Magistrato di Sorveglianza, come può il legale bilanciare il diritto alla trasparenza degli atti amministrativi con le esigenze di segretezza addotte dal Ministero? È davvero difficile dire cosa è ammissibile. In materia di 41 bis i diritti fondamentali delle persone cedono al mantra “ordine e sicurezza” senza che nessuno se ne dolga. La trasparenza non opera e basta. La segretezza è sostanza del regime detentivo di rigore e non credo che un Tar o un giudice di sorveglianza abbiano strumenti di contrasto a tale metodo perché non solo è connesso al regime ma lo connota in modo essenziale e ne definisce gli scopi. Come facciamo a parlare di rieducazione della pena se blindiamo i detenuti? La tensione della pena alla rieducazione è un obbligo per lo Stato. La Costituzione dice che le pene, non solo il carcere, dunque, devono tendere alla rieducazione del condannato. Un obbligo senza sanzione pare. Non ci può essere riabilitazione senza relazione con gli altri, senza confronto costruttivo con realtà sane. Nessuno si salva da solo. La volontà malcelata dalle scelte governative degli ultimi anni di una reclusione concepita solo come eliminazione dal contesto sociale non si cura del precetto costituzionale e asseconda una pulsione solo vendicativa accantonando quella di ricostruzione e, purtroppo, raccoglie facile consenso. Considerando che il San Michele era un modello di “reinserimento virtuoso” premiato persino dal Capo dello Stato, questa conversione non rischia di configurarsi come una lesione del diritto al trattamento dei detenuti trasferiti d’ufficio? Proprio in un’ottica di segregazione si muove l’operazione di riorganizzazione dei circuiti 41 bis e poco sembra importare se i ristretti di media e alta sicurezza che vengono trasferiti altrove interrompono percorsi proficui di formazione e di lavoro volti al reinserimento e alla reintegrazione. Dramma carceri, Napolillo mette in guardia i provveditori regionali di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 28 aprile 2026 “I disagi, correlati alle elevate temperature, potrebbero causare un aumento del rischio suicidi”. Il dirigente responsabile della direzione generale dei detenuti e del trattamento, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Ernesto Napolillo scrive ai provveditori regionali, al capo e vice del dipartimento e al direttore generale per la gestione dei beni, dei servizi e degli interventi in materia di edilizia penitenziaria. “Con l’approssimarsi della stagione estiva ed i possibili disagi ad essa correlati, al fine di migliorare le condizioni di vita detentiva, negli anni passati sono state impartite dalla direzione generale disposizioni utili a dotare ciascuna struttura penitenziaria dei presidi necessari e ad assumere mirate iniziative in grado di fronteggiare la calura stagionale. Come noto, i disagi, correlati alle elevate temperature, potrebbero causare un aumento del rischio di atti autolesionistici e/o autosoppressivi da parte dei reclusi. Si raccomanda, dunque, il potenziamento delle attività sportive, teatrali, laboratoriali e di tutte le altre possibili forme di attività trattamentale finalizzate all’utile coinvolgimento della popolazione ristretta. Parimenti necessaria si ravvisa la tempestiva attivazione degli staff multidisciplinari per individuare efficaci strategie, in modo da assicurare quotidianamente alla popolazione detenuta, con gli strumenti a disposizione, la tutela del benessere psico-fisico. Ciò premesso, al fine di garantire la salute e la vita della popolazione detenuta, le SS.LL. sono invitate a verificare che ognuna delle Direzioni dipendenti abbia provveduto ad adottare ogni idonea ed adeguata misura atta fronteggiare il notevole calore estivo, ponendo in essere il massimo sforzo per alleviare le condizioni di disagio. A tal fine le SS.LL. assicureranno la massima attenzione agli adempimenti di seguito indicati, sensibilizzando in tal senso le direzioni degli II.PP. dei distretti di propria competenza. Prevedere una diversa modulazione degli orari dei passeggi per evitare che le persone siano all’aria nelle ore più calde della giornata. Assicurare e implementare la funzionalità, nei cortili di passeggio, dei punti idrici a getto e/o dei nebulizzatori. Realizzare, laddove possibile, aree ombreggiate, favorire la permanenza dei detenuti in spazi comuni che, per le caratteristiche strutturali possano assicurare un maggiore confort quanto a refrigerio, negli istituti penalizzati da una oggettiva carenza di acqua per l’eventuale razionamento idrico da parte dei gestori del servizio pubblico, prevedere fornitura ai detenuti di acqua potabile in bottiglia nonché taniche per ogni stanza da utilizzare quale riserva in caso di improvvisa mancanza di acqua. Implementazione della disponibilità di frigoriferi nei reparti per il deposito di bottiglie d’acqua od altri generi alimentari, anche al fine di evitare il dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare. Riformulare, pur sempre nel rispetto delle tabelle vittuarie, i menù giornalieri prevedendo la disponibilità degli alimenti consigliati nella stagione estiva, agevolandone la disponibilità e l’acquisto anche tramite il sopravvitto. Sensibilizzare l’area sanitaria a prestare massima attenzione alle persone detenute che, sotto il profilo della salute, possano maggiormente risentire delle temperature così elevate”. De Fazio attacca il Governo: “Sulle carceri solo contraddizioni e nessuna svolta” Il Dubbio, 28 aprile 2026 Il segretario della Uil-Fp Polizia penitenziaria lega il caso Alemanno al sovraffollamento strutturale e denuncia organici carenti, aggressioni e assenza di riforme. Il caso Gianni Alemanno riporta per qualche ora il carcere al centro del dibattito pubblico, ma per Gennarino De Fazio il punto vero è un altro: non il singolo detenuto eccellente, bensì una crisi penitenziaria ormai strutturale che continua a essere affrontata senza risposte concrete. Il segretario generale della Uil-Fp Polizia Penitenziaria parla apertamente di contraddizioni del governo e lega lo sconto di pena riconosciuto all’ex sindaco di Roma a un fenomeno molto più ampio, che ogni anno coinvolge migliaia di detenuti costretti a vivere in condizioni ritenute inumane e degradanti. Nella sua analisi, il nodo centrale è rappresentato dal sovraffollamento carcerario, ma il quadro si allarga subito alla carenza di organici, ai turni massacranti, alle aggressioni subite dagli agenti e all’assenza di misure deflattive realmente efficaci. Il risultato, denuncia De Fazio, è un sistema vicino al punto di rottura. Il caso Alemanno e il paradosso dell’articolo 35-ter - Per il dirigente sindacale, lo sconto di pena riconosciuto ad Alemanno non è affatto un episodio isolato. Rientra invece in un meccanismo previsto dall’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, che consente a ogni condannato che abbia subito un pregiudizio nei diritti di proporre reclamo per ottenere una riduzione di pena pari a un giorno ogni dieci di detenzione, vale a dire 18 giorni ogni sei mesi. De Fazio richiama il fatto che ogni anno a circa 6mila detenuti venga accordato questo rimedio risarcitorio, quasi sempre per condizioni collegate al gravissimo sovraffollamento delle carceri. Ed è qui che individua il paradosso politico: lo Stato finisce per riconoscere uno sconto più alto come ristoro per trattamenti degradanti, ma nel frattempo ha affossato una misura ordinaria che prevedeva una riduzione inferiore e più legata al percorso trattamentale. Il riferimento alla proposta Giachetti - Il segretario della Uil Fp Polizia Penitenziaria punta infatti il dito contro la scelta del governo e della maggioranza di bloccare la cosiddetta proposta di legge Giachetti, pensata per affrontare il sovrappopolamento detentivo. Quella misura prevedeva uno sconto di 15 giorni ogni sei mesi, quindi inferiore ai 18 giorni risarcitori riconosciuti tramite reclamo, per i detenuti che avessero dimostrato adesione ai programmi trattamentali e un regolare comportamento in carcere. Per De Fazio, il confronto tra i due strumenti rende evidente l’incoerenza della linea politica seguita finora. Da una parte viene bocciata una soluzione che avrebbe potuto alleggerire in modo regolato il sistema, dall’altra si continua a rincorrere le decisioni dei tribunali che certificano la violazione dei diritti fondamentali nelle celle sovraffollate. I riflettori accesi solo per un detenuto eccellente - Nella seconda parte del suo intervento, De Fazio osserva con amarezza che l’attenzione pubblica si sia riaccesa sulle carceri soltanto perché la vicenda riguarda un detenuto noto. Parla senza giri di parole di un “detenuto eccellente”, un uomo politico di primo piano negli anni passati, e lascia intendere che senza questo elemento difficilmente il tema avrebbe ottenuto analogo spazio. Il segretario sindacale aggiunge che quei riflettori, con ogni probabilità, si spegneranno presto, in attesa del prossimo fatto clamoroso. Eppure, avverte, nemmeno un nuovo episodio eclatante sembra sufficiente a spingere la politica verso interventi reali e strutturali. Una pressione detentiva ormai fuori controllo - È qui che il discorso si sposta sui numeri. De Fazio descrive i penitenziari come una pentola pronta a esplodere, sotto la pressione di 64.248 detenuti stipati in appena 46.331 posti disponibili. Un rapporto che, nella sua ricostruzione, porta la media nazionale del sovraffollamento al 138,7%, con punte che arrivano addirittura al 263%. Sono cifre che restituiscono l’idea di una crisi non più episodica ma cronica. Il sovraffollamento, in questa lettura, non è soltanto una questione statistica: è il fattore che comprime diritti, peggiora la qualità della vita detentiva, rende ingestibile il lavoro quotidiano del personale e alza il livello di tensione dentro gli istituti. La carenza di agenti e i turni fino a 26 ore - Al sovraffollamento si somma, secondo De Fazio, la grave scopertura negli organici del Corpo di polizia penitenziaria. Il fabbisogno non coperto nelle carceri viene quantificato in almeno 20mila agenti, con una conseguenza immediata: chi è in servizio viene sottoposto a carichi di lavoro definiti insostenibili. Il segretario della Uil Fp parla di turni che arrivano a protrarsi anche per 26 ore ininterrotte, a testimonianza di una pressione organizzativa che non riguarda solo i detenuti ma colpisce direttamente anche chi lavora negli istituti. In questo quadro si inserisce un altro dato allarmante, quello delle oltre 3.400 aggressioni subite ogni anno dal personale. Le carceri che cadono a pezzi - De Fazio critica anche i progetti annunciati sul fronte dell’edilizia penitenziaria, definiti di fatto fantasiosi o comunque privi di riscontri tangibili. Il punto, sostiene, è che mentre si parla di nuove strutture, le carceri esistenti continuano a cadere letteralmente a pezzi. Da qui la richiesta di interventi immediati e non più rinviabili. Per il sindacato, serve innanzitutto una riduzione concreta della densità detentiva, ma non solo. Occorre anche potenziare davvero gli organici della Polizia penitenziaria impiegata nelle carceri, magari alleggerendo gli uffici ministeriali, e avviare una vera opera di ristrutturazione e ammodernamento degli edifici. Frigoriferi come arma di rivolta, l’estate calda delle carceri di Nordio di Eleonora Martini Il Manifesto, 28 aprile 2026 Nel caos i vertici del Dap. Una circolare del capo Dipartimento contraddice il direttore generale Napolillo. Entrano i telefonini, i pizzini e le droghe, qualche volta perfino le armi. Ma i frigoriferi nelle celle giammai. Nel paradosso delle carceri sovraffollate e dei tribunali vuoti che per carenza di personale mettono in stand by i processi meno urgenti (vedi Gip di Milano), il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria individua una nuova potenziale arma contundente da sottrarre a quei detenuti che eventualmente volessero gentilmente servire le rivolte per le quali un anno fa il governo Meloni ha creato la apposita fattispecie di reato ma che poi nei fatti scarseggiano. L’ironia è d’obbligo, visto che l’allarme frigoriferi lanciato dalla circolare del 23 aprile firmata dal Capo del Dap Stefano Carmine De Michele e indirizzata ai Provveditori regionali dell’Amministrazione penitenziaria sembra fatta apposta proprio per creare tensione nei disastrati istituti penitenziari italiani già in preda all’incubo di un’ennesima estate infernale alle porte. “Una colossale svista”, la definiscono i dirigenti penitenziari aderenti alla Federazione europea dei sindacati autonomi che per primi hanno protestato e hanno chiesto di ritirare la circolare. “In nessun caso i pozzetti frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento” onde evitare possibili occultamenti “di oggetti o sostanze non consentite”, nonché l’”utilizzo improprio come per barricamento e/o strumento atto ad offendere”, scrive il Dap come se le celle non fossero di solito già arredate con mobilio dalle medesime potenzialità. Il riferimento del documento ufficiale è a quei “mille frigoriferi orizzontali “tipo pozzetto” che a luglio dell’anno scorso il ministro Nordio sbandierava come soluzione geniale per “rispondere concretamente al caldo record”. Da allora, oltre al fatto che la cifra a tre zeri ha subito nel concreto un drastico ridimensionamento, “in diversi istituti - afferma il coordinatore dei Dirigenti penitenziari Fsi Usae, Enrico Sbriglia - alcuni lungimiranti direttori” hanno “consentito da tempo l’impiego” di questi elettrodomestici refrigeranti “di contenute dimensioni”, al fine di alleviare le sofferenze dei reclusi. Ma anche perché “la refrigerazione riduce il rischio di infezioni o di malattie, con positive ricadute in termini di minor numero di visite mediche e ricoveri (rectius di accompagnamenti con scorta di polizia negli ospedali), nonché del consumo di farmaci, a vantaggio della spesa erariale”. Se è vero però, come scrivono i dirigenti penitenziari, che appena un mese fa il direttore generale dei detenuti e del trattamento Ernesto Napolillo ha diramato l’ordine opposto di mettere a disposizione dei reclusi quanti più frigoriferi possibile - “pur senza indicare a quali risorse economiche appositamente individuate attingere” - per evitare il “dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare”, allora è lecito sospettare che l’improvvisazione regni sovrana a Largo Luigi Daga. “Forse un giorno si scoprirà che le carceri italiane hanno rappresentato per decenni il più importate affluente dei grandi fiumi che attraversano le nostre regioni”, ironizza Sbriglia che, dopo essere stato ai vertici dell’amministrazione penitenziaria, è oggi per il Friuli Venezia Giulia Garante regionale dei diritti della persona. L’ipotesi formulata dall’Fsi-Usae è “che dietro questo improvviso “rigore securitario” si celi la volontà di esasperare gli animi per giustificare l’invocazione dei Gruppi di intervento operativo”. Il Gio, creato dal ministro Nordio nel maggio 2024, è il reparto della Polizia penitenziaria specializzato nel sedare le rivolte. “Una decisione incomprensibile e pericolosa”, secondo la Conferenza nazionale dei garanti territoriali. “Non è sicurezza - evidenzia il portavoce Samuele Ciambriello - è un arretramento che rischia solo di aumentare tensioni e problemi sanitari” nelle celle dove quest’anno sono già morte 62 persone, di cui 17 per suicidio. Carceri, lettera aperta a Giorgia Meloni: “Togliere i frigoriferi dalle celle è solo crudele cecità” di Enrico Sbriglia* La Repubblica, 28 aprile 2026 A scriverla è il Coordinatore nazionale della Dirigenza Penitenziaria e Garante dei diritti della persona nella Regione Friuli Venezia Giulia. Cara Presidente, nell’Amministrazione delle carceri sembra che domini una cecità che neanche la lungimirante sensibilità di José Saramago avrebbe immaginato. Delle recenti e discutibili disposizioni dipartimentali hanno previsto che, mentre ci avviciniamo all’estate, calda sia sul fronte delle guerre che delle temperature meteo, vengano rimossi - là dove ci sono - i frigoriferi che servono per custoditi i pochi generi alimentari consentiti, acquistati o ricevuti dai familiari dei detenuti, che vivono in celle sovraffollate, dove nei mesi estivi si raggiungono temperature insopportabili. L’uso “criminale” del frigorifero. In quelle celle - ricordiamolo - ci sono persone, sì, già condannate, ma anche quelle solo imputate e spesso addirittura persone innocenti. Gli “esperti” del Dap (Il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) scrivono che i frigoriferi potrebbero essere malamente utilizzarli per nascondere cose proibite, oppure impiegati per barricarsi in caso di rivolte…. Il dono dell’ex sindaco di Trieste, Riccardo Illy. Cara Presidente, lei deve sapere che avevo personalmente fatto collocare dei piccoli frigo nelle celle del carcere di Trieste, intitolato a Ernesto Mari, maresciallo capo delle guardie carcerarie italiane, in servizio durante l’occupazione nazista, noto per la sua rettitudine, fu arrestato, torturato e ucciso dai partigiani jugoslavi nel maggio 1945. Alla fine degli anni 90’, il sindaco Riccardo Illy, con voto unanime del Consiglio Comunale donò piccoli frigoriferi, assieme alle televisioni a schermo piatto e alle lavatrici, per rendere più umana e civile la carcerazione. Quando il clima collettivo migliora. Da quel momento, il clima organizzativo e il vivere collettivo migliorò: calarono le infezioni e le malattie gastro-enteriche, con riduzione di consumo di farmaci, di visite mediche e ricoveri ospedalieri. E questo significava anche non impegnare altro personale di polizia penitenziaria, perennemente sotto organico, per le scorte; si moderò drasticamente il consumo dell’acqua, perché per refrigerare le bevande e le pietanze, le stesse venivano collocate sotto il getto continuo dei rubinetti. Mai, negli anni che seguirono, furono utilizzati per fare barricate o altro. Quella voglia di ricostruire il clima familiare in un contesto detentivo. Signora Presidente, per i detenuti i frigo e le tv erano (e sono) oggetti che non esagero a definire “sacri”. Probabilmente perché negli ambienti detentivi ricordano un qualcosa che rievoca il clima casalingo, anche perché in quei piccoli frigoriferi ci sono i cibi preparati da madri, da mogli, figlie, fidanzate. Presidente, ci liberi dall’ottusità. Nelle carceri per adulti - che sono ben 189 disseminate su tutto lo Stivale - l’estate arriverà e non sarà certo un disegno criminale ordito con l’aiuto dei frigoriferi che potrà generare problemi all’equilibrio delle comunità carcerarie. Lo farà invece solo l’ottusità di che non fa nulla per rendere la vita dietro le sbarre più in sintonia con l’ormai celebre (ma disatteso) articolo 27 della Costituzione, a proposito di “divieto di pene disumane e finalità rieducative”, evitando così le crudeli cecità di far respirare ai detenuti aria afosa e umida, che sa di tutti gli odori del mondo, impedendo loro anche di bere acqua fresca. Presidente, ci liberi dalla cecità. Con stima. *Enrico Sbriglia - Coordinatore nazionale della Dirigenza Penitenziaria della FSI-USAE e Garante dei diritti della persona nella Regione Friuli Venezia Giulia Frigoriferi barricaderi: l’ultima tappa dell’ossessione securitaria di Stefano Anastasìa garantedetenutilazio.it, 28 aprile 2026 Con tutti i problemi che le carceri hanno, e che immaginiamo abbia anche chi deve dirigerle, dal centro come dalla periferia, tre giorni fa il capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha avuto tempo di firmare una nota indirizzata ai provveditori regionali in cui gli spiega che i pozzetti frigo “di nuovo acquisto” (quelli vecchi no, evidentemente, beati loro e chi li usa) dovranno essere posizionati “in una stanza l’uopo dedicata”, e non più nei corridoi delle sezioni, dove spesso stanno perché, come il capo dipartimento dovrebbe sapere, di stanze da dedicare all’uopo non ce ne sono tante con 17mila detenuti più della capienza regolamentare effettivamente disponibile. Naturalmente tutto ciò è suadentemente prescritto per “prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna”, notoriamente minacciata dai frigoriferi nei corridoi. E non è che un detenuto potrà andare a prendersela da solo e quando ne avrà bisogno l’acqua o la carne dal pozzetto (naturalmente previa richiesta all’agente di turno: “assiste’, mi apri che devo andare a prendere l’acqua?”), ma lo faranno per lui uno/due detenuti autorizzati “in orari definiti”. Ma questo è il meno del surreale parto d’ingegno dell’antivigilia della Liberazione (ah, la Liberazione!). Nell’ultimo capoverso delle volontà capodipartimentali la prosa si fa categorica: “in nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”, visto che vi si possono occultare “oggetti o sostanze non consentite” (e negli armadietti no? A quando la loro rimozione?) oppure possono essere utilizzati per barricarsi o come strumenti atti ad offendere (il famoso lancio del frigobar). Tutto questo “visto l’avvento della stagione estiva”. Sarà una lunga estate calda, tra frigo nascosti, agenti provocatori e l’acqua che scorre nel bagno per raffreddare quella da bere, tutti ben chiusi nella propria sovraffollata “camera di pernottamento”. Post scriptum Il Dap ci fa sapere, con apposito “seguito” alla nota del 23 aprile scorso, che il divieto di frigo in cella è da intendersi riferito esclusivamente ai pozzetti e ai frigo di grandi dimensioni, non anche ai “minibar o frigobar (di cui la nota non si occupa)”. Ma perché a qualcuno di loro è mai capitato di vedere un pozzetto-frigo o un frigo di grandi dimensioni in una cella? Resta, beninteso, il divieto di frigoriferi di qualsiasi dimensione nei corridoi e l’interdetto a prender da sé e quando se ne ha bisogno quel che si ha in frigo. “I frigoriferi minacciano la sicurezza in carcere: parola del Dap” di Angela Stella L’Unità, 28 aprile 2026 Stefano Anastasia, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Lazio, in una nota di qualche giorno fa indirizzata ai Provveditori regionali il capo del Dap spiega che i pozzetti frigo “di nuovo acquisto” dovranno essere posizionati “in una stanza l’uopo dedicata”, e non più nei corridoi delle sezioni. Inoltre “in nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”, visto che vi si possono occultare “oggetti o sostanze non consentite”. Che ne pensa? I frigoriferi barricaderi sono evidentemente l’ultima tappa dell’ossessione securitaria in carcere. Con tutti i problemi che le carceri hanno, e che immaginiamo abbia anche chi deve dirigerle, il problema ora diventano i pozzetti frigo. E quali dovrebbero essere le stanze a “l’uopo dedicate”, visto che nelle nostre carceri abbiamo 17mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare effettivamente disponibile? Naturalmente tutto ciò è come al solito prescritto per “prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna”, notoriamente minacciata dai frigoriferi nei corridoi. E non è che un detenuto potrà andare a prendere da solo, quando ne avrà bisogno, l’acqua o la carne dal pozzetto: previa richiesta all’agente saranno mandati per lui uno/due detenuti autorizzati “in orari definiti”. Ma questo è l’aspetto meno del surreale parto d’ingegno. In che senso? Nell’ultimo capoverso delle volontà capo-dipartimentali la prosa si fa categorica: “in nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”, visto che vi si possono occultare “oggetti o sostanze non consentite”. E negli armadietti no? A quando, dunque, la loro rimozione? Tutto questo, vi si legge ancora, “visto l’avvento della stagione estiva”. Che paradosso: quanto più si avrebbe bisogno dei pozzetti, tanto più si rende difficile il loro utilizzo. Sarà una lunga estate calda, tra frigo nascosti, agenti provocatori e l’acqua che scorre nel bagno per raffreddare quella da bere, tutti ben chiusi nella propria sovraffollata “camera di pernottamento”. A questo punto la proposta del numero chiuso presentata dal deputato di +Europa Magi sarebbe importante... Sacrosanta. Il governo e l’amministrazione penitenziaria dovrebbero garantire dignità e rieducazione alle persone detenute, perché questo è scritto nella Costituzione. Se non hanno risorse umane, strutturali e finanziarie sufficienti, è giusto che le condanne minori restino sospese o siano convertite in alternative al carcere. A proposito di agenti provocatori, che ne pensa della novità introdotta nell’ultimo decreto sicurezza? Agenti infiltrati potranno fingersi detenuti o addirittura operatori come educatori, infermieri o assistenti... La trovo una norma pericolosissima, che mina la fiducia interna agli istituti penitenziari, tra le persone detenute e con gli operatori. Il rischio è quello di una degenerazione del clima interno. Qualunque faccia nuova potrà essere sospetta. Venendo meno la fiducia, aumenterà la diffidenza nei confronti dell’Amministrazione e del nuovo vicino di branda, con il rischio un innalzamento della conflittualità interna. Una bozza di Decreto Ministeriale di riordino del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria introduce una “direzione generale delle specialità del Corpo della polizia penitenziaria” sottratta al coordinamento del Capo DAP. Qual è il rischio maggiore sotteso a tale previsione? Che si crei una linea di comando alternativa a quella che ha nel capo dipartimento, un magistrato nominato dal Consiglio dei ministri, il suo vertice legale. Il Ministro Nordio in una intervista al Corriere della Sera sabato scorso ha detto: “Continuiamo a lavorare alacremente su detenzione differenziata dei tossicodipendenti, edificazione di strutture con la creazione di migliaia di nuovi posti e il piano per contrastare il dramma dei suicidi”. Una canzone già sentita? Sostanzialmente sì. Da quando è stato istituito il Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, un anno e mezzo fa, non è stato aperto un posto detentivo in più, anzi se ne è perso qualcuno per necessità di manutenzione, e ne dovevano fare 10000 entro il 2027. Il Ministro fa riferimento poi all’inserimento dei tossicodipendenti in comunità, ma i finanziamenti previsti nel primo decreto sicurezza erano minimi rispetto alle necessità, e in più la stessa previsione di affidamenti in prova in comunità di persone che hanno una pena fino a otto anni è irrealistica, come lo fu quella fino a sei voluta dalla Fini-Giovanardi nel 2006: la carota terapeutica non ha mai compensato il bastone della iperpenalizzazione della detenzione di droghe. Il Guardasigilli ha parlato anche di possibili depenalizzazioni… Sono quattro anni che il Governo va esattamente nella direzione opposta, fino all’ultimo decreto sicurezza. Ma se avessero un po’ di resipiscenza, bisognerebbe partire proprio dalla legge sulla droga, impresa molto ardua visto che nell’ultimo decreto sicurezza hanno reso ancora più difficile il riconoscimento del reato di lieve entità. Invece quanti suicidi ci sono stati dall’inizio dell’anno in carcere? Credo siamo arrivati a 17 in tutta Italia. Proprio l’altro giorno davo notizia del suicidio di un uomo di 36 anni che si è tolto la vita nella sezione G11 della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo complesso. È il terzo detenuto che si toglie la vita nel Lazio da inizio anno, il secondo a Rebibbia Nuovo complesso. Ormai non fa più notizia, ma in carcere si continua a morire: a quando una politica che finalmente prenda in considerazione la sofferenza e la disperazione che si nasconde dietro quelle mura? Dopo le dimissioni Delmastro da dove si riparte sulle carceri? Da Balboni sottosegretario? Questo è l’ultimo scampolo di legislatura, siamo ai titoli di coda di un progetto, più di Delmastro che del Ministro Nordio, che si è rivelato fallimentare. Il sottosegretario Balboni, che non conosco e su cui quindi non mi permetto di esprimere giudizi, gestirà l’ordinaria amministrazione di fine mandato. Il problema è che cosa ci sarà dopo e se sarà possibile pensare a qualcosa di veramente alternativo a quest’idea fallimentare del carcere chiuso. Ma dovrebbe farsi sentire un po’ di più l’opposizione su questo tema? Dovrebbe essere anche un tema di campagna elettorale del Partito Democratico o questo è un rischio? Penso che dentro una proposta politica generale sulla giustizia, che chi si candida a governare deve avere, non può mancare un progetto sull’esecuzione penale, che io auspico radicalmente alternativo a quanto visto finora. Molti nuovi reati, poco processo. Quanta sicurezza hanno prodotto tutti questi decreti? di Daniela Mainenti* Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2026 Alcune misure hanno una loro razionalità ma il problema è l’impianto: la sicurezza diventa un contenitore emotivo dove finiscono fenomeni diversissimi. La stagione dei decreti sicurezza del governo Meloni ha un tratto comune: ogni emergenza sociale viene tradotta in risposta penale. Rave, immigrazione, Caivano, occupazioni, proteste, carceri, centri per migranti, criminalità minorile, tutela delle forze dell’ordine: materie diverse, ma una grammatica unica. La sicurezza non viene trattata come politica pubblica complessa, fondata su prevenzione, dati, organizzazione amministrativa e capacità investigativa, ma come produzione continua di nuovi reati, aggravanti, divieti e inasprimenti. Facciamo un riepilogo. Il primo segnale arriva con il decreto-legge n. 162 del 2022, passato alla cronaca come decreto “rave”, ma contenente anche ergastolo ostativo, rinvio della riforma Cartabia, obblighi vaccinali e raduni illegali. Già qui emerge un vizio di metodo: l’eterogeneità. Sotto l’etichetta dell’urgenza si accorpano materie lontanissime. Il decreto Cutro del 2023 conferma lo schema. Dopo una tragedia del mare, il baricentro non si sposta sulla sicurezza dei soccorsi, sui canali legali, sulla gestione ordinata delle procedure, ma sulla torsione repressiva dell’immigrazione. Vi sono anche misure sui flussi legali di ingresso, ed è l’aspetto migliore del provvedimento. Ma il messaggio politico resta ambiguo: la migrazione continua a essere collocata dentro il lessico della minaccia. Poi il decreto Caivano che nasce da fatti gravissimi e reali. Ma anche qui la risposta penale tende a sostituire l’analisi sociale. Il decreto ha il merito di nominare il disagio minorile come questione pubblica; ha però il limite di assorbirlo dentro la grammatica dell’ordine pubblico. Il decreto sicurezza del 2025 rappresenta il punto più evidente di questa impostazione. Formalmente interviene su sicurezza pubblica, personale in servizio, usura e ordinamento penitenziario. In realtà accumula norme su terrorismo, mafia, anziani truffati, occupazioni, manifestazioni, carceri, centri per migranti e armi fuori servizio. Alcune misure hanno una loro razionalità: la tutela degli anziani dalle truffe, i controlli sugli autonoleggi in chiave antimafia, gli interventi sulla documentazione antimafia, la protezione contro occupazioni arbitrarie di immobili destinati a domicilio. Ma il problema è l’impianto: la sicurezza diventa un contenitore emotivo dove finiscono fenomeni diversissimi, senza una vera gerarchia di priorità. Il decreto-legge n. 23 del 2026 prosegue sulla stessa linea: armi, violenza giovanile, pubbliche manifestazioni, attività d’indagine, forze di polizia, terrorismo, criminalità organizzata, immigrazione e protezione internazionale. Anche qui non mancano profili positivi: potenziamento della polizia penitenziaria, scorrimento di graduatorie, rafforzamento del Fondo per i beni confiscati e della struttura di supporto al Commissario straordinario. Sono misure che incidono sulla sicurezza reale perché toccano personale, organizzazione, patrimoni mafiosi e capacità amministrativa. Ma convivono con norme che sembrano guardare ogni mobilitazione, ogni marginalità e ogni conflitto come potenziale devianza. Emblematico, poi, è il caso dell’articolo 30-bis, introdotto durante l’esame parlamentare del decreto-legge n. 23 del 2026. Dopo le polemiche, il governo è intervenuto con un decreto-legge correttivo, il n. 55 del 24 aprile 2026, pubblicato nella stessa Gazzetta Ufficiale della legge di conversione del decreto sicurezza. Ma la modifica assomiglia più a una presa in giro che a un ripensamento. Via il riferimento esclusivo agli avvocati, via il Consiglio nazionale forense, via il pagamento subordinato alla partenza effettiva: il compenso viene collegato alla conclusione del procedimento amministrativo e la platea dei soggetti beneficiari viene ampliata e resta l’idea di fondo: pagare qualcuno perché accompagni lo straniero dentro una procedura di rimpatrio. Cambia il vestito, non l’impianto. E poi, anche senza attribuire intenzioni, la sequenza istituzionale parla da sé: il governo ha scelto la tecnica più idonea a salvare la conversione del decreto sicurezza, neutralizzare il rilievo presidenziale e sottrarre l’art. 30-bis a un nuovo passaggio parlamentare. Il profilo costituzionale qui non è secondario. L’articolo 77 della Costituzione consente il decreto-legge solo in casi straordinari di necessità e urgenza non per comprimere il dibattito parlamentare, per non dire di altre tensioni con altri principi costituzionali: determinatezza della norma penale, proporzionalità della pena, libertà personale, libertà di riunione, diritto di difesa, presunzione di innocenza, finalità rieducativa. La sicurezza è un bene pubblico, ma non è un valore tiranno. Il punto più trascurato, infine, riguarda il processo penale. La riforma Cartabia aveva dichiarato un obiettivo: rendere il processo più selettivo, più rapido, meno dispersivo. I decreti sicurezza fanno l’opposto: moltiplicano notizie di reato, procedimenti, richieste cautelari, giudizi direttissimi, fascicoli per procure, cancellerie, giudici e polizia giudiziaria. È la contraddizione centrale: ogni innalzamento di pena può incidere sull’accesso ai riti alternativi, sulla messa alla prova, sulla sospensione condizionale, sulle misure alternative, sulla convenienza del patteggiamento. Ogni nuovo reato produce indagini, iscrizioni, notifiche, udienze, impugnazioni. La sicurezza normativa può così diventare insicurezza processuale. Tuttavia i dati ci raccontano un Paese non fuori controllo, ma attraversato da una risalita selettiva della criminalità urbana dove il vero allarme riguarda piuttosto la violenza contro le donne e la distanza tra sicurezza reale e percezione politica dell’insicurezza, La fallacia, quindi, è confondere sicurezza percepita e sicurezza misurabile. La vera domanda, allora, non è quanti decreti sicurezza siano stati approvati, ma quanta sicurezza effettiva abbiano prodotto. In mezzo c’è il processo penale, caricato di funzioni simboliche che non può sostenere. E quando il penale diventa il deposito finale di ogni paura sociale, non aumenta la sicurezza: aumenta il rischio di ineffettività. *Professore Straordinario in Diritto Processuale Penale Comparato “Gip collegiale” verso il rinvio. Domani Cnf e Anm da Nordio di Valentina Stella Il Dubbio, 28 aprile 2026 A ventiquattr’ore dall’incontro fra l’Anm, il Cnf e il guardasigilli Carlo Nordio, prende sempre più corpo la possibilità di un rinvio della norma sul gip collegiale. Lo ha detto lo stesso ministro della Giustizia sabato scorso in un’intervista al Corriere della Sera: “È ormai legge e non si discute. Dovremmo considerare le compatibilità con gli organici presenti e semmai rimandare l’entrata in vigore a quando, presumibilmente entro la fine dell’anno, saranno superate le eventuali criticità grazie all’assunzione dei nuovi magistrati”. Ipotesi non smentita dal numero due di via Arenula, il viceministro Francesco Paolo Sisto, che ci dice: “La norma c’è e non si torna indietro. Quindi si farà”, ribadisce l’esponente forzista, “ma senza creare disfunzioni al sistema”, non escludendo quindi un rinvio di qualche mese. Nello stesso provvedimento che dovrebbe prevedere lo slittamento, potrebbe essere inserita anche la previsione del gip distrettuale, come aveva ipotizzato, all’incontro promosso dal Dubbio qualche settimana fa, il neopresidente dei deputati di Forza Italia Enrico Costa. Secondo questa modifica, se a richiedere la misura cautelare fosse, per esempio, un pm di Isernia, a pronunciarsi sulla richiesta sarebbe un collegio di magistrati di Campobasso, appartenenti quindi alla stessa Corte d’appello ma al Tribunale capoluogo di distretto, dotato di un organico più ampio, in modo da sminare problemi di incompatibilità. Sisto su questo ha aggiunto: “Ogni soluzione che verrà da magistratura e avvocatura sarà la benvenuta. Sentiremo cosa hanno da dirci”. Insomma il dossier è aperto. Quello che è indubbio è che la proroga, con tutti gli annessi, va definita prima del 24 agosto, entrata in vigore della nuova previsione normativa. Sul possibile slittamento, Francesco Greco , presidente del Cnf, ci dice: “Prendiamo atto del possibile rinvio, sarà uno dei temi che affronteremo al tavolo con il ministero della Giustizia e l’Associazione nazionale magistrati per trovare un equilibrio tra funzionalità degli uffici e garanzie dell’indagato”. Dall’Anm filtra una sospensione del giudizio, in attesa di conoscere un quadro più preciso della proposta di via Arenula. Però si tiene a ricordare che sarebbe necessario sospendere l’entrata in vigore della norma fino al necessario adeguamento delle piante organiche, che non sarebbe soddisfatto, in termini numerici, dall’assunzione dei nuovi magistrati, diversamente da quanto dichiarato da Nordio. Al tavolo in programma per domani non siederà l’ Unione Camere penali : a fronte di un’interlocuzione che, con via Arenula, è sembrata interrompersi, l’associazione ha deciso di investire i gruppi parlamentari per instaurare un dialogo sulle possibili riforme da attuare in questo ultimo anno di legislatura. Su questo, Sisto ha però concluso: “Il Cnf sarà ascoltato per primo, ma non esistono secondi”. Nel senso che poi “verrà il momento anche delle Camere penali e civili”. Insomma nessuna esclusione, solo una questione di protocollo e di agenda. Sempre nella stessa intervista al Corsera, il ministro Nordio ha annunciato: “All’Anm, che sostiene la necessità di una radicale depenalizzazione, chiederemo di darci un elenco dettagliato dei reati che vorrebbe depenalizzare”. Fu proprio il guardasigilli, il 22 ottobre 2022, subito dopo il giuramento del Governo Meloni al Quirinale, a sostenere dinanzi ai cronisti che “la velocizzazione della giustizia transita attraverso una forte depenalizzazione, quindi una riduzione dei reati. Occorre eliminare il pregiudizio che la sicurezza o la buona amministrazione siano tutelate dalle leggi penali. Questo non è vero. L’hanno sperimentato sul campo soprattutto quelli come me che hanno fatto per quarant’anni i pubblici ministeri”. I buoni propositi dell’ex magistrato prestato alla politica si sono poi infranti sul muro di quattro decreti sicurezza, dell’inserimento di decine di nuovi reati e aggravanti e dell’innalzamento delle pene. Peraltro, ha riferito Alessandra Ghisleri ieri su La Stampa, in tema di sicurezza il Governo ha deluso il 52 per cento degli italiani. E in ogni caso, per gli elettori leghisti e i sostenitori di Fratelli d’Italia, andrebbero rafforzate le misure. A ciò si aggiunge che siamo a un anno dal rinnovo del Parlamento. Fatto questo quadro, è altamente improbabile che ci si possa muovere nella direzione opposta per poi presentarsi davanti all’elettorato di centrodestra con un pacchetto approvato di depenalizzazioni. C’è chi poi aggiunge, tra le forze parlamentari, maliziosamente: “Dobbiamo pure farci dettare l’agenda politica dall’Anm? No grazie”. Tango: “Organici all’osso giustizia a rischio paralisi Via Arenula torni a sentirci” di Conchita Sannino La Repubblica, 28 aprile 2026 Il presidente dell’Anm: “Domani siederemo di nuovo al tavolo del confronto con il ministro con spirito costruttivo”. “La prima riforma della giustizia? “Deve essere la più semplice: adeguare personale e risorse alla media europea”, dice Giuseppe Tango. Da un mese esatto nuovo presidente dell’Anm, domani incontrerà, con la giunta, il ministro Nordio. Giudice Tango, la presidente dei gip di Milano ha appena dato lo stop a udienze e processi non urgenti per mancanza di personale amministrativo. È l’emergenza che nessuno voleva vedere? “È un grave campanello d’allarme. Noi abbiamo problemi importanti legati al settore dei gip, ma in generale li abbiamo sugli organici di tutta la magistratura. Mancano i giudici e mancano gli amministrativi, lo diciamo da sempre. Pensi che servirebbero almeno altri 5mila magistrati per adeguarci alla media Ue”. I veleni referendari sono alle spalle. Ma a via Arenula, domani, ammetta che portate con voi un peso politico più forte da far valere... “No. Torniamo a incontrare il ministro con spirito costruttivo. Noi non saremo mai un soggetto politico. Siamo l’associazione che rappresenta circa 9mila magistrati, portiamo il nostro contributo di tecnici, di competenze e di esperienza, sui temi della giustizia. Certo non posizioni politiche”. I primi punti su cui vi aspettate impegni chiari? “Due priorità su tutte. I rischi enormi, per il funzionamento dei tribunali, che deriverebbe dall’entrata in vigore del gip collegiale per le misure cautelari. E poi la necessità di stabilizzare l’Ufficio per il processo. Non solo i precari dell’Upp, ma proprio il sistema che permettere di supportare le toghe e ridurre i tempi dei procedimenti”. Sul gip collegiale, però, Nordio ha già detto che rinvierà l’avvio di agosto. E dopo? Basteranno pochi mesi a superare le criticità? “Un primo passo apprezzabile, ma non basta. Senza interventi sulle piante organiche, quella norma creerebbe una vera paralisi nel sistema. Pensiamo alla celerità con cui vanno emesse le misure cautelari legate ai reati mafiosi o ai codici rossi. In Italia ci sono più di 50 tribunali che prevedono già in astratto piante organiche di 2 o 3 gip. Sarà quindi necessario attingere all’applicazione di ulteriori giudici che si occupano delle altre fasi del procedimento penale: e, a cascata, distogliere i giudici civili e del lavoro dalla tutela dei diritti, con altre lungaggini”. La vertenza degli addetti all’Upp: il ministero non aveva promesso la stabilizzazione? “Sì, sono annunciati alcuni bandi. Ma il punto sarà capire per quanti, con quali reali profili, si coinvolgeranno figure che sono state di grande supporto. L’Ufficio per il processo, con i rispettivi addetti, ha consentito ai vari livelli di raggiungere gli obiettivi Pnrr”. Sul tavolo del ministro resta anche il dramma carceri? “Un’altra priorità. Che suscita la forte preoccupazione dell’Anm. La condizione delle nostre carceri è grave, e sotto gli occhi di tutti. C’è l’alto tasso di suicidi. C’è un sovraffollamento ben oltre i limiti di guardia, intollerabile perché oltre a togliere la libertà ai detenuti, toglie loro la dignità. Un quadro stigmatizzato anche dall’Europa, e che soprattutto rende impossibile un trattamento rieducativo adeguato. Con ricadute negative anche sulla sicurezza sociale: molti detenuti, uscendo dal carcere, lasciati privi di strumenti idonei per il loro reinserimento, saranno indotti a delinquere ancora. Sono necessarie misure emergenziali per far fronte a questa situazione”. Neanche sui disservizi della digitalizzazione è cambiato molto? “È un capitolo che pure va affrontato. Occorrerebbero significativi investimenti nell’ammodernamento di software e hardware. Serve il miglioramento delle reti informatiche e dell’assistenza tecnica”. Tornando alle celle strapiene, invece: il ministro ora è disposto a scrivere con voi una pagina sulla depenalizzazione. Su quali norme? “Come Anm, in questi anni, abbiamo fatto tante proposte sul merito. Mi stupisce però che il tema torni adesso, visto che in questi anni l’esecutivo è andato in una direzione diametralmente opposta. E oltretutto lo ha rivendicato”. Con la raffica dei decreti sicurezza, con tanti nuovi reati e aggravi di pena? “Esatto. In ogni caso, ascolteremo con rispetto. Sarà un dialogo vero”. Roma. Dentro le Rems di Palombara Sabina: detenuti o pazienti? Persone di Gabriele D’Angelo romatoday.it, 28 aprile 2026 Nelle due Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Palombara Sabina mancano personale e cucina, e le ore d’aria si fanno al chiuso. Ma il vero problema sono le liste d’attesa per entrare. E per uscire. L’unico spazio aperto è una terrazza circondata dalle sbarre. Più che un cortile è una sala fumatori. Prima domanda: “Ma devo chiamarvi detenuti o pazienti?”. “Pazienti” risponde uno, “detenuti”, ribatte un altro. Un altro ancora dice che “siamo entrambe le cose”. Marco, invece, ha un’idea rivoluzionaria: “Nessuna delle due. Chiamami col mio nome, e basta”. Ha 36 anni, gli ultimi cinque trascorsi nella residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Palombara Sabina, 40 km da Roma. In realtà qui le Rems sono due, Merope e Minerva, inaugurate tra il 2015 e il 2016 e incastonate una sopra l’altra tra il terzo e il sesto piano della casa della salute “Salvo D’Acquisto”. La capienza massima sarebbe di 40 ospiti (20 per ciascuna come impone la legge), ma per via del covid è stata ridotta a 36. 18 camere doppie, tutte occupate da persone colpevoli o in attesa di giudizio per vari reati (dalle lesioni all’omicidio, fino alla violenza sessuale) e con problemi psichici che li rendono socialmente pericolosi. “Abbiamo schizofrenici, bipolari, disturbi della personalità gravi associati a psicosi. Molti poi hanno problemi con l’uso di sostanze stupefacenti o alcol”. Roma. Il Garante a Subiaco: “Il problema delle Rems è fuori dalle Rems” garantedetenutilazio.it, 28 aprile 2026 Pregiudizi e carenze del sistema di salute mentale territoriale rallentano il deflusso e il reinserimento nella società dei pazienti non pericolosi delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. “Il problema delle Rems è fuori dalle Rems, in un eccesso di input, legato a vecchi pregiudizi nei confronti della malattia mentale, e in un difetto di output, dovuto dalla sofferenza del sistema territoriale di salute mentale che non riesce a garantire l’ordinario deflusso delle persone prive di reale pericolosità sociale e che potrebbero uscire dalle Rems molto prima di quanto non riescano a fare”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, al termine di un’approfondita visita di monitoraggio alle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) di Subiaco, “Castore” e “Polluce”, effettuata giovedì 23 aprile. La sede delle due Rems è nel presidio ospedaliero A. Angelucci di Subiaco, in Contrada Colle Cisterna. Ciascuna Rems ospita 20 persone di sesso maschile con disturbi mentali autori di reato, su disposizione dell’autorità giudiziaria. Prestazioni erogate: trattamento clinico, assistenziale, riabilitativo integrato di pazienti affetti da disturbi mentali. Il Garante ha incontrato la dottoressa Alessia D’Andrea, referente della Uosd Rems “Castore” della Asl Rm 5, e il dottor Corrado Vilella, referente della Rems “Polluce”, ai quali ha presentato il nuovo servizio di sportello del suo ufficio all’interno delle strutture, affidato in convenzione al dipartimento di scienze giuridiche ed economiche di Sapienza, università di Roma. Nella Rems “Castore”, gli internati sono alloggiati in nove stanze doppie e due singole, con bagno in ogni stanza. Analoga configurazione nella Rems “Polluce” Una sala mensa e due sale per il tempo libero e le attività in comune, una biblioteca, computer, sala riunioni, una palestra. Presente un’area esterna, una parte in prato e una in mattonato, con recinzione e videosorveglianza, e un campo polivalente con reti da basket, calcetto e pallavolo. In entrambe le strutture naturalmente sono presenti stanze per i medici, per gli psicologi, per i terapisti della riabilitazione, per gli infermieri. I colloqui con familiari, operatori esterni, avvocati si svolgono in apposite sale. Compatibilmente con le condizioni meteo possono essere svolti anche nello spazio esterno. Tra le problematiche evidenziate nel corso dell’incontro con la referente della Rems “Castore”, D’Andrea, le difficoltà nell’ottenere le informazioni sanitarie necessarie dal fascicolo giudiziario dell’internato al suo arrivo, difficoltà mitigate dall’esistenza di una cartella clinica elettronica di coloro che sono stati già in cura in una struttura della Asl Rm 5 . Inoltre, nonostante le richieste siano effettuate per tempo al Nucleo della Polizia penitenziaria di Roma Rebibbia, non sempre sono assicurati i trasferimenti degli internati nelle aule di tribunale. Difficoltà sono state evidenziate anche per le comunicazioni con la cancelleria del magistrato di sorveglianza. Problemi di natura burocratica sulle posizioni anagrafiche e e sulle residenze, insieme con una limitata ricettività delle strutture territoriali, impediscono frequentemente l’evoluzione dei percorsi terapeutici all’esterno, in libertà vigilata. Nuoro. Badu e Carros verso il 41 bis, Todde: “Non ci sottraiamo, ma no al carcere esclusivo” cagliaritoday.it, 28 aprile 2026 La presidente della Regione dopo il sopralluogo a Nuoro: “Non ci spaventa il regime di sicurezza per i boss mafiosi, ma l’idea di tre istituti dedicati”. “La sostanza è che non vogliamo un carcere dedicato: essendo una struttura dentro la città, vogliamo fare la nostra parte senza perdere il diritto del detenuto di scontare la pena in prossimità”. Sono le parole della presidente della Regione, Alessandra Todde, al termine della sua visita ispettiva nel carcere di Badu ‘e Carros a Nuoro, accompagnata dal sindaco di Nuoro Emiliano Fenu e accolta dalla direttrice dell’istituto Daniela Marras, dal provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Sardegna, Domenico Giuseppe Arena. All’incontro ha partecipato la Garante dei detenuti del carcere nuorese, Giovanna Serra. L’avanzamento dei lavori, nessuna data finale - Il sopralluogo si inserisce in una fase decisiva per il futuro dell’istituto, indicato tra quelli coinvolti nel piano nazionale di rafforzamento del regime del 41 bis, e ha rappresentato un momento di confronto tra istituzioni sullo stato dei lavori e sulle prospettive della struttura. La presidente ha verificato l’avanzamento dei lavori che dovranno trasformare l’istituto per dedicarlo a parte dei detenuti in regime di 41 bis che arriveranno in Sardegna, rilevando l’assenza di date certe per la consegna. La preoccupazione della governatrice è chiara: il rischio che l’istituto barbaricino perda lo status di casa circondariale per trasformarsi in un fortino esclusivo per l’alta sicurezza e che perda “la connessione che il carcere ha con le associazioni, il volontariato e la città, perché la visione del carcere deve essere di seconda occasione e riabilitazione, come dice la nostra Costituzione”. “La visita di oggi - ha proseguito la governatrice - è servita per acquisire consapevolezza e avere una discussione schietta rispetto a una direzione che sembra non voler cambiare. Noi l’abbiamo detto chiaramente: non ci spaventa il 41 Bis, l’abbiamo ospitato e continueremo a farlo - chiarisce -. Ci spaventa l’esclusività, il fatto di avere tre carceri in Sardegna dedicate a questo scopo e, soprattutto, che la Sardegna sia vista ancora una volta come un’isola-carcere, un deposito di problemi della nazione per la sua condizione insulare. Questo noi non lo possiamo accettare”. Per questo, secondo Todde, è necessario aprire un’interlocuzione seria con il Ministero della Giustizia e con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Non si possono assumere decisioni senza una reale conoscenza delle condizioni dei luoghi”. La presidente ha ribadito che la Regione non si sottrae alle proprie responsabilità in materia di sicurezza, ma contesta l’impostazione complessiva del piano. “Riteniamo inaccettabile l’idea di dedicare in maniera esclusiva più carceri in Sardegna a questo regime, trattando l’isola come un deposito dei problemi del resto del Paese. “Ho potuto appurare - ha concluso - che ci sono posizioni distinte nella maggioranza di governo e molti politici sardi sono contrari a questa esclusività. Il nostro tema è assumerci le responsabilità in un’ottica di leale collaborazione, che non deve essere l’imposizione di chi pensa di scaricare sulla Sardegna i problemi solo perché è un’isola”. Cagliari. La voce di De André tra le mura del carcere con un laboratorio per le detenute sardiniapost.it, 28 aprile 2026 Il corso di scrittura creativa coinvolgerà venti donne invitate a riflettere sulla poetica del cantautore genovese. Trentaquattro anni fa, nel 1992, in totale segreto e anonimato, Fabrizio De André ha effettuato una visita ai detenuti della Casa di Reclusione di Is Arenas, parlò con loro e, contravvenendo alla regola che si era imposta di non cantare, prese tra le mani una chitarra e interpretò alcuni brani del suo repertorio. Un’esperienza che ha segnato la vita dei presenti di allora e che l’ associazione Socialismo Diritti Riforme e la fondazione Faustino Onnis intendono ripetere spiritualmente in una giornata speciale per Sa Die de sa Sardigna. Martedì mattina e pomeriggio ci sarà un secondo tempo di quell’appuntamento e la voce di Faber risuonerà nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. L’incontro, dal titolo “Ad ogni donna pensata con amore” tratto dal brano “Le passanti” sarà animato dal laboratorio di scrittura creativa di Laura Medda e coinvolgerà una ventina di detenute che si misureranno con i testi e le musiche dell’artista genovese. Inserito all’interno del Festival Anderas, il progetto intende portare all’attenzione delle donne private della libertà la poesia di De André dedicata alle figure femminili; ciascuna detenuta potrà scegliere da un “quaderno” di 15 brani del cantautore quello che maggiormente le interessa e che intende rielaborare e interpretare personalmente. Il programma di attività, che è stato reso possibile dalla collaborazione con la direzione, l’area educativa e quella della sicurezza dell’Istituto, si articola in due momenti: la mattinata sarà dedicata all’ascolto dei brani e alla scelta operata da ciascuna partecipante; dopo la pausa pranzo si svilupperà il lavoro di riflessione e rivisitazione del testo o dei testi scelti da ciascuna partecipante. È previsto anche un terzo appuntamento per approfondire i temi affrontati. “Si tratta - hanno sottolineato Maria Grazia Caligaris, presidente di SDR e Luciana Onnis, presidente della Fondazione Faustino Onnis - di un esperimento curato da Laura Medda per verificare la capacità di comprensione non solo dei testi, alcuni dei quali come ‘L’infanzia di Maria’, ‘Il sogno di Maria’ e ‘Ave Maria’ affrontano tematiche particolarmente delicate nel solco dell’interpretazione deandreiana dei vangeli apocrifi, ma anche per riflettere su argomenti più leggeri, come ‘Volta la carta’ e altri testi come ‘La canzone di Marinella’ affrontano storie di vita care a Faber”. “Sono convinta - ha sottolineato Laura Medda, curatrice del progetto - che la poetica di De Andrè farà breccia nella mente e nel cuore delle detenute che potranno riscrivere qualche testo a propria immagine e somiglianza o più semplicemente modificare il finale di canzoni che nelle donne, per molti tratti, sapranno riconoscersi”. Nel laboratorio saranno impegnate anche le volontarie di SDR Rita Corda, Anna Lusso, Rina Salis. Atti di resistenza di Chiara Francini La Stampa, 28 aprile 2026 Leggere, oggi, è un atto di resistenza. Nel senso concreto, fisico, quasi muscolare. Restare dentro una pagina quando tutto ci spinge altrove è una scelta. Non si tratta di opporsi alla tecnologia, si tratta di non delegarle tutto. Perché il rischio non è diventare meno intelligenti, è diventare meno liberi. E la libertà, senza la capacità di pensare, è solo una parola che non sappiamo più leggere. Immagino un futuro in cui leggere un libro intero, dall’inizio alla fine, sarà un atto di lusso, non economico, ma mentale, un privilegio silenzioso, come il tempo, come il sonno senza interruzioni. Un futuro in cui la concentrazione non sarà più facoltà diffusa, ma competenza di classe. Non è distopia non è letteratura, è già una crepa del nostro presente, è già qui, si muove sotto i nostri occhi con la ferocia delle abitudini. Non è la prima volta che accade. La storia è piena di momenti in cui il sapere si è ristretto, si è fatto recinto, si è trasformato in strumento di potere. Nel Medioevo, la lettura e la scrittura erano patrimonio di pochi, il latino era una lingua che separava, non univa, e chi deteneva le parole deteneva il mondo. Poi è arrivata la stampa, e con essa una promessa, una democratizzazione imperfetta ma reale, l’idea che leggere fosse un diritto, non un privilegio. Oggi stiamo facendo il percorso inverso, ma senza accorgercene, senza conflitto. Non ci viene tolto il diritto di leggere, semplicemente perdiamo la capacità di farlo. Non ci viene proibito il pensiero, ci viene reso sempre più difficile sostenerlo. È una sottrazione dolce, cattiva, come quelle cose che si fanno “per comodità”, perché sono più facili e quindi ci appaiono più vantaggiose. Non serve censurare, basta saturare. Non serve vietare, basta distrarre. E allora succede che il tempo lungo diventa insopportabile, che il periodo complesso sembra un ostacolo, che il libro intero si trasforma in una montagna inutile. Si preferisce il frammento, la sintesi, l’estratto, non per scelta estetica, ma per incapacità progressiva. Non è un’evoluzione, è una riduzione. C’è un punto che inquieta più degli altri, ed è il legame tra questa trasformazione e la disuguaglianza. Perché non tutti saranno colpiti allo stesso modo. Chi avrà gli strumenti, economici e culturali, proteggerà il proprio tempo, educherà alla lentezza, difenderà la concentrazione come si difende una proprietà. Gli altri verranno lasciati dentro il flusso, dentro un presente continuo, senza profondità, senza memoria. Non è una colpa, è una condizione. E qui la questione smette di essere tecnologica e diventa politica. Perché una società che non riesce più a sostenere il pensiero lungo è una società più manipolabile. Un elettorato che aderisce invece di interrogare, è un elettorato più facile da guidare, o da ingannare. Non servono più grandi menzogne, bastano narrazioni abbastanza veloci da non poter essere verificate. Non è la prima volta che il potere passa attraverso la forma del sapere. Ma oggi la forma è invisibile. Non impone, invita. Non proibisce, offre. E noi accettiamo, perché non richiede sforzo. Eppure, la domanda resta, ed è una domanda di responsabilità. È reversibile? Forse sì, ma non con una soluzione unica. Si tratta di ricostruire un’abitudine, di riabituare la mente alla fatica buona. È una disciplina. Il 25 aprile è la festa di un popolo. E non si può privatizzare di Francesco Riccardi Avvenire, 28 aprile 2026 È la nostra liberazione che ricordiamo, è la nostra resistenza. E tutti abbiamo diritto di scendere pacificamente in piazza, dietro all’unica bandiera che ci unisce davvero: quella italiana. La soluzione più semplice e giusta l’ha indicata su La Stampa Edith Bruck, sopravvissuta alla Shoah: “Alla manifestazione del 25 aprile si portino solo le bandiere dell’Italia”. E ciò risolverebbe sul piano pratico buona parte dei problemi che si creano, da 30 anni ormai, a ogni ricorrenza della Liberazione. Tra contestazioni pesanti, provocazioni e da ultimo esclusioni arbitrarie dai cortei e dalle piazze. La questione da dirimere, però, è più profonda. E riguarda quella che potremmo definire la “privatizzazione” di una Festa che invece per sua stessa natura dovrebbe essere pubblica. E quindi plurale, aperta a tutti coloro che si riconoscono anzitutto in un’unica appartenenza. Quella di essere un popolo che si è liberato dal giogo dell’occupazione nazista e della dittatura fascista. Il regime che ci trascinò nella tragedia della Seconda guerra mondiale, che già aveva sanguinosamente oppresso gli italiani stessi e soprattutto collaborò, con le leggi razziali e le deportazioni, alla tragedia immensa dell’Olocausto. Di questo - grazie ai nostri padri, madri e nonni - ci siamo liberati più di 80 anni fa. E lo abbiamo fatto certamente con l’aiuto determinante di altre nazioni (gli americani innanzitutto con i quali, per questo, restiamo in debito perpetuo, anche se oggi spesso non ne condividiamo le scelte politiche), esprimendo però una chiara volontà propria e pagando un prezzo di sangue senza sconti di sorta. In migliaia e migliaia persero la vita per la libertà. Allora i partigiani venivano dalle fila dei comunisti, dei socialisti, dei liberali, dei cattolici. Alla Resistenza - in armi e senz’armi - parteciparono anche sacerdoti, moltissime madri e adolescenti poco più che bambini, persino. Un popolo, appunto. Lo stesso che - nonostante le violenze, la confusione e i rischi dell’immediato Dopoguerra - seppe ritrovarsi in pace e giustizia. E che dopo appena un anno fu capace di scegliere la forma repubblicana e dotarsi poi di una Costituzione democratica tra le migliori del mondo. È questa la Liberazione che festeggiamo. È l’appartenenza a questo popolo che dobbiamo tornare a esaltare nelle piazze. Tenendo sempre uniti il 25 Aprile e il 2 Giugno. Ma proprio perché le due date sono strettamente correlate, e l’una non può vivere senza l’altra, chiunque ravvisi questo legame e si riconosca pienamente e coerentemente nella nostra Costituzione - da qualunque storia provenga e qualunque siano ora le sue idee - è perciò stesso parte a pieno titolo del popolo che si ritrova per festeggiare. E ha altrettanto pieno diritto di scendere pacificamente in piazza, dietro all’unica bandiera che ci unisce davvero, quella italiana appunto. Non della Palestina, non di Israele, non dell’Ucraina, non dell’Iran né di qualsiasi altro posto che pure oggi strazia i nostri cuori e a cui in altre occasioni e contesti possiamo e dobbiamo dedicare impegno politico e solidarietà fattiva. Le selezioni e le esclusioni arbitrarie, invece, sono da condannare e da impedire. Ma per farlo, occorre che la manifestazione principale del 25 Aprile sia pubblica, nel senso addirittura di “statale” e non “appaltata” a un’associazione, per quanto rispettabile e storica come l’Anpi (che, se vuole può liberamente continuare a organizzarne di proprie con chi vuole). È vero, la grandissima parte dei manifestanti tanto a Milano quanto a Roma lo ha fatto in maniera pacifica e senza inveire contro alcuno. Ma che senso ha, se non quello di un arbitrio e una violenza, ad esempio, allontanare dal corteo di Bologna un ottantenne solo perché aveva un’asta con legate le bandiere italiana, europea e ucraina? Chi decide se è legittima la presenza di manifestanti con i vessilli della Palestina o quelli con la stella di David? Qual è il criterio di scelta? E chi è legittimato a decidere per me, cittadino italiano, chi può scendere in piazza e chi no, quale percorso può compiere nel corteo? Solo le autorità pubbliche che rappresentano tutti e che a tutti rispondono. Sarebbe necessario, dunque, che il Governo pro tempore e le istituzioni locali assumessero la piena responsabilità di organizzare ogni anno manifestazioni pubbliche aperte davvero a tutti, con l’unica regola di portare solo bandiere italiane e non di altri Paesi (in questo vigilati dalle forze dell’ordine). E che tanto le massime cariche istituzionali quanto i sindaci dei piccoli paesi organizzassero questa ricorrenza senza infingimenti o ambiguità. Avendo invece ben chiaro cosa si festeggia il 25 aprile, non i morti di tutte le guerre, non quelli dell’una o dell’altra parte, ma appunto la Liberazione e l’embrione della nostra democrazia. Per questo il 25 aprile è Festa nazionale. Perciò la manifestazione può essere solo pubblica e sotto il tricolore. 165 miliardi spesi in gioco d’azzardo: i dati di Libera lasciano increduli. Perché è permesso? di Alberto Iannuzzi Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2026 Nel dossier si parla di deriva sociale, che sta divorando intere comunità, impoverendo famiglie e arricchendo clan. Perché lo Stato consente al sistema di crescere? Si rimane sempre più increduli nel leggere le cifre da capogiro contenute nell’ultimo dossier di Libera sul gioco d’azzardo nell’anno 2025. Lo sbigottimento si tramuta in indignazione, se esaminiamo le implicazioni economiche e culturali del fenomeno, ma soprattutto constatando l’inadeguatezza delle risposte date sino ad ora a quella che ormai è una vera e propria emergenza sociale. Il dato complessivo è eloquente: oltre 165 miliardi di euro la spesa complessiva in Italia, con un aumento del 9% del gioco online rispetto al 2024. Nel dossier si parla di deriva sociale, che sta divorando intere comunità, impoverendo famiglie, ampliando le diseguaglianze ed offrendo spazi di profitto alle organizzazioni criminali. Ogni euro speso in azzardo è un euro sottratto all’educazione, alla possibilità di costruire futuro. Si stigmatizza il fatto che lo Stato consideri l’azzardo una voce di bilancio. Ma proprio su quest’ultimo punto mi preme evidenziare l’esistenza di un aspetto, che è sotto gli occhi di tutti, ma che continua ad essere trattato come un rumore di fondo: la cifra spesa per il gioco d’azzardo equivale ad oltre sette volte l’entità finanziaria dell’ultima manovra di bilancio per il triennio 2026-2028, pari a 22 miliardi di euro. Pertanto, lungi dall’essere una provocazione retorica, siamo in presenza di un dato strutturale. E mentre anche l’attuale Governo si affanna a limare decimali, a trovare coperture e a predicare austerità selettiva, una massa enorme di denaro scivola quotidianamente nelle slot, nelle scommesse online, nei gratta e vinci e soprattutto nelle casse della criminalità organizzata: senza fare troppo rumore e senza provocare troppo scandalo. Il cortocircuito diventa ancora più evidente se si confronta questa voragine con gli investimenti in cultura: teatri, biblioteche, formazione, ricerca arrancano con fondi spesso ridicoli. Da una parte si finanzia - direttamente o indirettamente - un sistema che prospera sulla dipendenza, dall’altra si lascia in apnea ciò che potrebbe costruire anticorpi sociali e prospettive di crescita sociale. È un modello di sviluppo rovesciato, che premia l’illusione e penalizza la conoscenza. Ma il dato più inquietante non è solo la quantità complessiva della spesa, quanto la sua distribuzione. Sono i territori più fragili, le periferie economiche e sociali, quelli in cui l’azzardo prospera maggiormente, nei quali la spesa per l’azzardo finisce per diventare una vera e propria “tassa per la povertà”. Proprio nei luoghi dove il lavoro è precario, i servizi carenti, le opportunità scarse, il gioco si insinua come una promessa di riscatto immediato. Ed è paradossale che in un Paese che fatica a trovare risorse per scuola, sanità e cultura, si continua poi a convivere con un fenomeno, che sottrae ingenti risorse ad attività molto più utili per la collettività. Il gioco d’azzardo in Italia ha raggiunto dimensioni tali da configurarsi come una vera infrastruttura economica parallela, capace di muovere decine di miliardi di euro l’anno, ma di restituire allo Stato solo una frazione di quella cifra. Tutto il resto si disperde tra perdite dei cittadini, margini dei concessionari e, in misura non trascurabile, profitti opachi. È qui che si annida il primo corto circuito: lo Stato incassa circa 11 miliardi, mentre le perdite nette dei giocatori superano i 20 miliardi. Una sproporzione che diventa ancora più evidente se si considera che i costi sociali e sanitari - cura delle dipendenze, indebitamento, disgregazione familiare - non sono inferiori a quanto lo Stato stesso incassa. In altre parole, il sistema rischia di essere in perdita per la collettività anche quando formalmente produce gettito. Dentro questo scenario sguazza e si muove con disinvoltura la criminalità organizzata. I dati raccolti negli anni da Libera parlano di almeno 147 clan coinvolti nel settore dal 2010, distribuiti in 16 regioni. Non si tratta di presenze marginali. L’azzardo è uno dei canali privilegiati per il riciclaggio, l’usura, il controllo economico dei territori. I margini sono elevatissimi: fino a 8 o 9 euro per ogni euro investito. Ed il rischio, per chi opera nell’ombra, è relativamente contenuto rispetto ad altri traffici. Ma le denunce sono quasi inesistenti, sebbene le operazioni delle forze dell’ordine abbiano fatto emergere gravi condotte criminose. Eppure, anche di fronte a questi numeri, il sistema continua a espandersi. Si moltiplicano le piattaforme online, si raffina l’offerta, si abbassa la soglia d’accesso. Un altro paradosso riguarda la dimensione sanitaria. In Italia si stimano circa 1,5 milioni di persone affette da disturbo da gioco d’azzardo. Ma il fenomeno reale è molto più ampio: milioni di giocatori a rischio, famiglie coinvolte, relazioni compromesse. Il cosiddetto “azzardo passivo”, che colpisce chi sta intorno al giocatore, coinvolge circa 20 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione. Numeri che trasformano una dipendenza individuale in una questione sociale. E dentro questa area grigia crescono anche i giovani. L’accesso precoce al gioco, spesso attraverso canali digitali, espone adolescenti e minori. La domanda, a questo punto, non è più se il fenomeno sia fuori controllo, ma perché continui a essere tollerato in questa forma. Perché lo Stato, pur consapevole dei rischi, mantiene un equilibrio che di fatto consente al sistema di crescere. Ci si chiede: perché si accetta che una quota rilevante di ricchezza venga drenata proprio dalle aree più deboli del Paese? Perché la prevenzione resta episodica e l’educazione al rischio finanziario risulta marginale? Il gioco d’azzardo, oggi, è uno specchio fedele delle contraddizioni italiane: un settore legale che alimenta dinamiche illegali, una fonte di entrate che genera costi superiori, un’abitudine diffusa che produce isolamento, una promessa di libertà che si traduce in dipendenza. Continuare a leggerlo come semplice intrattenimento significa ignorare la sua natura reale. E soprattutto rinunciare a intervenire su una delle forme più silenziose, e pervasive, di redistribuzione regressiva della ricchezza. Dove chi ha meno perde di più, e chi controlla il sistema, alla luce o nell’ombra, continua a vincere. E soprattutto dovremmo considerare la dimensione umana che si cela dietro il gioco d’azzardo, scolpita efficacemente da don Luigi Ciotti, quando afferma “Dietro ogni slot, dietro ogni casella argentata di gratta e vinci ci sono esseri umani in difficoltà, adolescenti che scommettono di nascosto, anziani che si giocano la pensione, famiglie che si sfasciano in silenzio”. E soprattutto quando ammonisce che: “Il gioco d’azzardo, legale o illegale che sia, è un inganno ai danni dei cittadini”. *Già presidente Corte di appello Potenza Migranti. Meno celle e più progetti di Francesco Dandolo Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile 2026 Appello al governo per fermare la realizzazione di un centro per il rimpatrio dei migranti a Castel Volturno (Ce). Non si avverte la necessità di una struttura di reclusione che imita espressamente quelle carcerarie nel separare i migranti dalla popolazione locale in un territorio che tra difficoltà e sostanziale assenza di un sostegno da parte delle istituzioni, realizza da decenni un laboratorio di integrazione. È dal sangue versato per l’uccisione di Jerry Masslo e per la strage di San Gennaro, vicende ineludibili della memoria della nostra Repubblica, che le strutture educative e la rete associativa suppliscono alle palesi inadempienze di chi dovrebbe essere preposto alla tutela delle persone fragili. Grazie al loro apporto, Castel Volturno è in buona parte un esempio virtuoso del vivere bene insieme, in cui sono coinvolti innanzitutto i più giovani. Ne è prova inconfutabile la simpatia che riscuote presso l’opinione pubblica - anche a livello internazionale - la squadra di pallacanestro Tam Tam, di cui fanno parte le seconde e terze generazioni. Nelle scuole, pur in mancanza di mezzi adeguati, gli insegnanti sperimentano quotidianamente con dedizione la bellezza nell’impostare una società al plurale in cui la cittadinanza, sebbene non riconosciuta dalla normativa in vigore, si acquista vivendo insieme e non per nascita. Ecco perché è un brusco salto all’indietro il bando per 43 milioni di euro destinati a una struttura securitaria. Risorse che possono essere destinate per la costruzione di alloggi per i braccianti, asili nido, strutture ricreative e sportive, bonifica del territorio nel suo complesso e per il miglioramento dei servizi essenziali. Esigenze eluse nella programmazione di spesa dei fondi del Pnrr. È chiaro che si scontrano due modi opposti di guardare all’immigrazione: da un lato, una logica che in nome di una schiamazzante emergenza giustifica misure restrittive della libertà personale, pur quando non sono commessi reati contro la persona o il patrimonio, come è per le persone detenute nei Cpr. Dall’altro, la convinzione che il problema della sicurezza lo si affronta con politiche volte alla valorizzazione delle risorse umane di cui è espressione il variegato “popolo migrante”. Non c’è dubbio che la seconda, soprattutto per assicurare un futuro al nostro Paese, dovrebbe guidare una classe politica lungimirante. Certo c’è da chiedersi - e in tanti se lo sono domandati ieri mattina - come si sia arrivati alla pubblicazione del bando senza che gli organismi amministrativi e politici locali abbiano espresso un preliminare parere in merito al Cpr a Castel Volturno. C’è stata la netta presa di posizione del presidente della giunta della Regione Fico indubbiamente un segnale importante - ma ieri mattina non c’era nessuno che lo rappresentasse. Nel 2025 il record di spesa mondiale per gli armamenti: sono 2.887 miliardi di Elisa Campisi Avvenire, 28 aprile 2026 Il rapporto del Sipri sugli investimenti degli Stati nella difesa fotografa un balzo del 2,9%, con un’impennata europea (+14%) e un calo per gli Usa (-7,5%) dopo lo stop agli aiuti militari all’Ucraina. “Gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezza e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo”: così Xiao Liang, ricercatore del programma sulla spesa militare e la produzione di armi dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) ha dato una lettura dei nuovi dati diffusi ieri dall’Istituto sulla spesa militare globale, che nel 2025 è aumentata nuovamente - del 2,9% in termini reali rispetto al 2024 -, arrivando a un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari complessivi. Più della metà li hanno spesi Stati Uniti, Cina e Russia. “Considerata la portata delle crisi attuali - continua Liang -, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre”. La spesa è cresciuta, ma meno dell’anno scorso (quando era stata di +9,7%) soprattutto per la frenata del 7,5% negli Stati Uniti, che nel corso dell’anno non ha approvato alcun nuovo aiuto finanziario militare per l’Ucraina. Gli Usa hanno speso comunque più di tutti, 954 miliardi di dollari, e “il calo sarà probabilmente di breve durata - avverte già Nan Tian, direttore del programma sulla spesa militare e la produzione di armi del Sipri -. La spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre mille miliardi di dollari, un aumento sostanziale rispetto al 2025, e potrebbe salire ulteriormente a 1.500 miliardi nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Trump venisse accettata”. Ad alimentare l’incremento troviamo invece in testa l’Europa, dove globalmente la spesa in armamenti è aumentata del 14% e ha raggiunto 864 miliardi di dollari. Si tratta della crescita annua più marcata nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. In particolare, “la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953, riflettendo la continua ricerca dell’autosufficienza europea e la crescente pressione da parte degli Stati Uniti per rafforzare la condivisione degli oneri all’interno dell’alleanza”, ha specificato Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice del Sipri. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil: tra questi per la prima volta dal 1990 c’è la Germania. Nella lista anche l’Italia, che però ha raggiunto questa soglia solo formalmente grazie a un’operazione contabile e non per l’aumento della spesa in armamenti, nonostante questa sia cresciuta del 20%. L’Italia è dunque tra i principali attori della spirale militarista europea, rientrando stabilmente nel gruppo dei primi 15 Paesi della classifica. Spicca poi l’incremento del 20% in Ucraina - che arriva a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil - e in parallelo lo sforzo per il riarmo in Russia, dove con una crescita del 5,9%, la spesa militare raggiunge i 190 miliardi di dollari. L’impegno militarista tocca anche Asia e Oceania, che con +8,1% arrivano a spendere 681 miliardi di dollari. È infatti la Cina il secondo Paese al mondo per spesa militare: con un aumento del 7,4%, quest’anno arriva a toccare 336 miliardi di dollari. In Medio Oriente, invece, nonostante i conflitti in corso, i Paesi nel 2025 non hanno aumentato il proprio sforzo bellico. La spesa israeliana è diminuita con la riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza, così come quella iraniana, principalmente a causa delle difficoltà economiche. Tuttavia, secondo i ricercatori, è quasi certo che le cifre ufficiali sottostimino il livello reale, dato che l’Iran utilizza anche le entrate petrolifere extra-bilancio per finanziare le sue forze armate. I numeri del Sipri sono l’ulteriore prova di un’amara contraddizione per la Rete Italiana Pace e Disarmo, che commenta: “Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro. Nel 2026 assistiamo alla continuazione e all’allargamento di numerosi conflitti armati violenti attivi, il cui numero totale è ai massimi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Conflitti che a loro volta alimenteranno ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire, in un ciclo vizioso che non ha nulla a che fare con la costruzione della pace”. La “pace perpetua” è un concetto svanito. E il diritto internazionale entra in crisi di Enzo Cannizzaro Il Riformista, 28 aprile 2026 La crisi di cui si parla in tutto il mondo, è soprattutto la crisi del divieto dell’uso o della minaccia della forza: la norma fondativa del diritto internazionale dei nostri tempi. Questo divieto è stato stabilito in un momento storico eccezionale: quello immediatamente successivo alla Seconda guerra mondiale. L’eccezionalità è ben descritta nella prima frase della Carta dell’ONU: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità…”. Questo evento storico ha certamente contribuito a realizzare un obiettivo che fino ad allora era stato evocato solo nella letteratura utopica, e, cioè, codificare la pace come il bene supremo dell’umanità. Ma il magico momento nel quale si credeva possibile di realizzare la Kantiana pace perpetua è presto svanito. Gli Stati, in particolare le grandi Potenze, non hanno mai rinunciato alla guerra; semplicemente hanno rinunciato alla parola “guerra”, sostituendola con altri termini ambigui: legittima difesa preventiva; operazioni militari speciali; interventi umanitari, e così via. Questa operazione semantica è interessante, seppur ipocrita. Uno Stato che usa la forza, ma che invoca una giustificazione della propria azione, paradossalmente riconosce l’autorità della regola che gli impone di non usare la forza. Questo apparente paradosso non serve solo al diritto internazionale. Esso fa emergere l’importanza sociale del divieto della forza. La Grande potenza che usa la forza per realizzare i propri interessi, non vuole distruggere la regola; altrimenti verrebbe meno un meccanismo di controllo sociale dei conflitti. Questa regola sociale sembra ora svanire. I conflitti nel Medio Oriente, a Gaza e in Iran, sono stati duramente combattuti con la forza delle armi senza che le Istituzioni internazionali abbiano avuto alcun ruolo. Ma è veramente una crisi del diritto internazionale? Dovremo davvero rassegnarci a tornare al diritto internazionale tradizionale, fondato sul potere politico senza regole? Dobbiamo rinverdire il colloquio fra gli Ateniesi e i Meli, per cui il “forte fa ciò che può, il debole soffre ciò che deve”. Un conflitto della storia recente può servirci da precedente. Il Presidente degli Stati Uniti, George Bush, dopo l’attacco alle Torri gemelle da parte di Al Qaeda, ha adottato nel 2002 una nuova dottrina di sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti avrebbero il diritto di attaccare l’Iraq accusato di fornire armi di distruzione di massa a bande terroristiche. La nuova dottrina è stata testata nella Seconda guerra del Golfo nella quale gli Stati Uniti, con il solo alleato del Regno Unito, hanno invaso l’Iraq, hanno cambiato il regime, hanno destabilizzato l’intera area, ma non hanno trovato le armi di distruzione di massa. Questa vicenda ha qualche tratto in comune con l’intervento in Iran di queste settimane. In ambedue le vicende, l’intervento è stato condannato pressoché unanimemente dalla comunità internazionale inclusi gli Stati alleati degli USA. I due interventi, in Iraq nel 2003, e in Iran oggi, sono stati effettuati sulla base di un presunto possesso di armi di distruzione di massa e, in particolare, di armi atomiche, non accertato dell’AIEA. I due interventi, inoltre, hanno incontrato difficoltà militari, e l’ostilità della popolazione. La reputazione dei Paesi intervenienti è stata scossa alle radici. L’intervento in Iraq ha troncato la carriera politica dei due protagonisti, George Bush e Tony Blair. Vi sono avvisaglie che questo destino sia riservato a Donald Trump. Infine, l’intervento in Iraq ha dimostrato che il mondo è troppo complesso per essere governato unilateralmente, neanche dalla unica Superpotenza. L’intervento in Iran si avvia a replicare questa dimostrazione. La situazione di Gaza è diversa da quella dell’Iran. Essa non è stata combattuta fra due eserciti, ma ha messo di fronte un esercito che si è avvalso di tecnologie sofisticatissime, e una popolazione intera, che non poteva far altro che subire le violazioni le regole del diritto umanitario. Ma anche in questa atroce situazione, vi è un barlume di speranza, che è venuto dalla opinione pubblica mondiale che è riuscita a porre termine, seppur provvisoriamente, a un massacro di civili che ha scosso la coscienza dell’umanità. Se pur non si potesse attribuire allo Stato israeliano un genocidio, è molto probabile che la sua dirigenza politica e militare sia colpevole di atti genocidiari. Questo stigma, accertato dal tribunale dell’opinione pubblica internazionale, lo accompagnerà per molto tempo, e lo condannerà a rimanere un pariah nella comunità degli Stati. Possiamo quindi parlare di crisi del diritto internazionale? Certamente sì, ma non è altrettanto certo che questa crisi sia sistemica e non contingente. Parafrasando un aforisma celebre, la notizia della morte del diritto internazionale è grandemente esagerata. Vi è certamente una tendenza delle Grandi Potenze a usare il proprio potere politico e militare piuttosto che affidarsi al soft power del diritto internazionale. Ma, come ho cercato di dimostrare, i contraccolpi delle azioni unilaterali possono colpire, e fare male, anche alle Grandi potenze del mondo. Francia. Carceri al collasso: la rivolta degli agenti penitenziari Il Dubbio, 28 aprile 2026 Prigioni bloccate in tutta la Francia per le proteste del sindacato, che chiede misure urgenti contro sovraffollamento e carenza di personale. Ma il guardasigilli dice no allo “svuota-carceri”. Prigioni bloccate per protestare contro il sovraffollamento penitenziario. È la protesta lanciata oggi in diversi istituti francesi dal sindacato degli agenti penitenziati, Ufap-Unsa, che chiede misure urgenti contro le celle strapiene e la carenza di personale. Secondo gli ultimi dati ufficiali, al primo marzo il tasso di sovraffollamento era del 137,5%, con 87.126 detenuti a fronte di 63.500 posti disponibili. E alla stessa data si contavano 7mila materassi posti sul pavimento in assenza di letti disponibili. In Europa solo la Slovenia e Cipro presentano un tasso di sovraffollamento superiore alla Francia, sebbene questi due Paesi abbiano un numero assoluto di detenuti inferiore. E un progetto di legge è attualmente in fase di elaborazione per affrontare il problema. Già all’alba, il sindacato ha pubblicato su X diverse immagini delle carceri bloccate in tutta la Francia, da Lione a Parigi. Nell’Alta Francia, si sono svolte proteste in 14 delle 17 carceri, di cui 11 bloccate. Davanti alle carceri e ai centri di detenzione, molti scioperanti hanno appiccato incendi utilizzando pallet e ruote, con azioni che in alcuni casi impediscono il trasferimento dei detenuti. Da mesi, agenti penitenziari e direttori lanciano l’allarme su un sistema al collasso. Alla fine di gennaio, il Consiglio d’Europa ha denunciato lo stato delle carceri francesi, sovraffollate e spesso insalubri, avvertendo del rischio che si trasformino in “depositi umani”. Al ritmo attuale, con un aumento di circa 200 detenuti a settimana, e in assenza di un piano di emergenza, la popolazione carceraria supererà molto presto le 90mila unità. Diversi sindacati sono preoccupati per l’aumento delle tensioni che potrebbero esplodere nel periodo estivo. E il sindacato Ufap-Unsa, in particolare, denuncia la cronica carenza di personale, segnalando 5mila posizioni non coperte. Il Ministro della Giustizia Gérald Darmanin si è detto contrario a misure “svuota carceri” e in particolare a una regolamentazione che come quella tedesca prevede la scarcerazione oltre una certa soglia di pena. Il guardasigilli ha quindi previsto di costruire 3mila posti aggiuntivi entro il 2027 e ha incoraggiato l’aumento delle espulsioni di detenuti stranieri, anche se sindacati e istituti hanno sottolineato che il loro numero limitato non inciderà sul problema. “Lo Stato sta abbandonando detenuti e agenti”, spiega a France Info Dominique Simonnot, ispettore generale dei luoghi di privazione della libertà. A causa della mancanza di personale, la vita dei detenuti “è spaventosa - aggiunge - non hanno accesso all’assistenza sanitaria, alle attività ricreative, al lavoro”. Inoltre, “Si stima che dal 30 al 35% dei detenuti soffra di gravi problemi di salute mentale”, soprattutto a causa delle condizioni di vita nelle carceri: i ristretti vivono “in una cella di nove metri quadrati con altri due, senza pareti a separare i servizi igienici, e con scarafaggi e cimici ovunque”. Per questa situazione, per Dominique Simonnot, deriva da “una mancanza di coraggio politico che non riconosce l’assoluta necessità di svuotare le carceri”. “Mandiamo troppe persone in prigione”, spiega, “e non rilasciamo coloro che potrebbero essere rilasciati con metodi intelligenti”, citando come esempio i lavori socialmente utili. La Germania “ha risolto il problema del sovraffollamento carcerario senza costruire” nuove strutture penitenziarie: “Con 20 milioni di abitanti in più rispetto a noi - spiega l’ispettrice -, hanno dai 15.000 ai 20.000 detenuti in meno, con tassi di recidiva significativamente inferiori”. El Salvador. Ergastolo per minorenni, critiche dalle organizzazioni internazionali ansa.it, 28 aprile 2026 Una nuova legge elimina la possibilità di scarcerazione anticipata per reati gravi commessi da minori, suscitando forti preoccupazioni sui diritti umani e la riabilitazione. È entrato in vigore il 26 aprile 2026 in El Salvador un controverso pacchetto di riforme penali promosso dal presidente Nayib Bukele che prevede l’ergastolo per i minorenni. Il testo introduce la condanna alla pena perpetua per i reati di omicidio - compreso il femminicidio - stupro e appartenenza a bande criminali, considerate gruppi terroristici, negando il diritto alla libertà condizionale o alla scarcerazione anticipata. Organizzazioni come la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (Cidh) e Human Rights Watch (Hrw) denunciano tuttavia che tali misure sono incompatibili con gli standard costituzionali internazionali. Sulla stessa linea l’ong Hrw afferma che la riforma penale “contraddice gli standard internazionali, poiché le pene per i minori dovrebbero essere sostanzialmente più brevi e offrire reali opportunità di riabilitazione”. Il governo di Bukele è oggetto di numerose denunce per l’impatto delle dure politiche contro la criminalità introdotte fin dal 2022 insieme allo stato di eccezione costituzionale, misura in vigore ancora oggi grazie a 49 proroghe consecutive. Secondo dati ufficiali citati dalla Cidh più di 91.500 persone sono state arrestate dall’inizio dell’emergenza, mentre Ong per i diritti umani denunciano almeno 500 decessi nelle prigioni nello stesso periodo. Bolivia. Celle a pagamento nel carcere autogestito dai detenuti di Manfredo Pavoni Gay Il Manifesto, 28 aprile 2026 Nel sovraffollatissimo carcere di San Pedro, a La Paz, in Bolivia, i detenuti si autogestiscono e i parenti possono stare con loro. Ma all’interno la vita è regolata dalle dure leggi del capitalismo. Se l’America latina è il continente del realismo magico, sicuramente il carcere di San Pedro ne è una delle tante dimostrazioni. E forse solo la Bolivia, il paese meno occidentale e più radicato nella cultura indigena dell’America latina, poteva ospitare un carcere così particolare. Un Paese che ha la più alta percentuale di popolazione indigena dell’America latina, uno Stato plurinazionale che riconosce costituzionalmente 36 nazioni indigene, la cui architettura politica si basa sul pluralismo etnico, anziché sullo Stato Nazione. Il Carcere di San Pedro è un vecchio edificio di fine ‘800 collocato nel centro della capitale La Paz. Ha l’immagine esterna di qualsiasi prigione, con alte mura che portanbo evidenti i segni del tempo. Fu costruito nel 1895 per ospitare 300 persone. Attualmente sono 2.740 le persone che vivono in questo spazio di circa 8.500 metri quadrati. In Bolivia la popolazione carceraria supera le 32.000 persone in 46 centri progettati per una capacità molto inferiore, con un conseguente sovraffollamento superiore al 100%. Un problema che quasi 20 anni di governi della sinistra (alle elezioni del 2025 ha vinto il governo di Rodrigo Paz Pereira, con il Partito democristiano boliviano di stampo liberista), non sono riusciti a risolvere. Il fatto che il 58,5% dei detenuti non abbia ricevuto alcuna condanna, contribuisce alla saturazione del sistema. Nelle grandi carceri come San Pedro a La Paz, la polizia limita il controllo al perimetro esterno, lasciando la sicurezza interna e la gestione Ai detenuti, che organizzano la convivenza, il commercio e le gerarchie. Praticamente il carcere è autogestito come fosse una associazione o un centro sociale. Era da tempo che cercavo di entrare in questo carcere e finalmente oggi dopo aver chiesto invano una autorizzazione come giornalista a cui non ricevevo mai una risposta chiara, ma sempre una richiesta di motivare meglio la mia visita, sono entrato con un semplice stratagemma. Mi sono messo in fila tra le decine di parenti in visita con il contatto di un giovane detenuto brasiliano di nome Kleber Fernando, fornitomi da una fonte sicura grazie alla mia carta di identità brasiliana. All’ingresso, un classico cancello (si immagina che fosse lo spazio necessario per l’ingresso di un carro trainato da cavalli), sorprende la folla di persone che urla le proprie lamentele per farsi ascoltare. A qualsiasi ora del giorno si possono vedere donne vestite con i classici abiti indigeni trasportare pacchi di ogni tipo e dimensione, senza alcun controllo. Consegnati i documenti e il cellulare, dopo un’accurata perquisizione e l’apposizione di diversi timbri di colore verde e nero sull’avambraccio, finalmente raggiungo una fila di decine di persone attraverso uno stretto cunicolo e giungo al portone principale, entrando nella sezione chiamata “Poblaciones”. La sensazione, appena varcato il portone, è di un’onda umana che ti viene incontro. Il carcere è sovraffollato e anche le celle vengono costruite come nuove mansarde sul tipico ondulato arrugginito che generalmente funge da tetto in tutto il continente. Oltre a tantissimi detenuti vestiti umilmente che chiedono soldi, ci sono le tipiche donne indigene aymara con la loro mercanzia e poi bambini, compagne, fidanzate che camminano insieme ai detenuti nell’area aperta. Ovunque vedo ragazzi e ragazze che giocano e corrono. Altri guardano la tv. Mi rendo conto che non posso girare a caso perché lo sguardo dei “delegados” (i detenuti a cui è appaltato il controllo interno del carcere), armati di grossi manganelli rudimentali, si fa indagatorio e forse vogliono capire chi sono venuto a visitare, così inizio a chiedere a dei detenuti seduti a fumarsi una sigaretta, dove posso trovare Kleber Fernando “il brasiliano”. Qui esistono detenuti che chiamano “taxisti”. Con circa 4 boliviani (50 centesimi di euro), consegnano cibo lettere e cercano le persone. Dopo pochi minuti nel cortile di Poblaciones si palesa un ragazzo magro e alto con sembianze indigene e afrodiscendenti. “Beleza irmao”, mi saluta con il suo accento paulista e racconta che è a San Pedro da due anni in attesa di processo. Il suo avvocato non si è fatto più vedere. Dice che la cella si paga, qualcuno l’ha addirittura comprata e l’affitta agli altri detenuti. San Pedro è diviso in nove sezioni (Poblaciones, La Cancha, Chonchocorito, El Palmar, Guanay, Los Álamos, San Martín, La Prefectura e La Posta). In ogni sezione si trovano tra le 250 e le 300 persone. Lui è stato sbattuto fuori da Poblaciones, perché non aveva i soldi per pagare la cella e ora dorme dove trova posto; nessuno dal Brasile può venirlo a visitare, non ha nessuno in Bolivia e gli unici amici sono tre detenuti stranieri come lui, un argentino, un venezuelano e un ecuadoregno. “Quando sono arrivato è stata dura, perché se sei un novellino devi fare tutto quello che ti dicono i Delegati. Loro sono stati eletti dagli altri detenuti e il primo giorno mi hanno fatto una specie di battesimo buttandomi in una tinozza con acqua gelata. Qui si mangia poco, viene assicurato solo un pasto al giorno”. A San Pedro le cose funzionano così, come in ogni società capitalista. Le persone pagano diverse somme di denaro per avere un posto dove vivere. Qui è anche recluso l’ex presidente José Arce, accusato di truffa verso lo Stato, ma si trova nella sezione chiamata Posta, in condizioni certamente migliori rispetto alla media. I detenuti con più risorse hanno accesso a posti più dignitosi, mentre quelli senza soldi devono lavorare per la comunità (principalmente in attività di pulizia) per guadagnarsi un tetto sopra la testa. Si può dare una mano in cucina per 20 boliviani al giorno (circa 3 euro) oppure nel laboratorio di falegnameria. Molte famiglie si indebitano per assicurare una vita dignitosa ai loro cari. Lo Stato resta indifferente rispetto a ciò che accade dentro San Pedro. Kleber racconta storie di persone detenute da anni per pochi grammi di marijuana, o gente che ha scontato integralmente la pena ma resta in carcere perché nessuno gli comunica il fine pena o perché non sanno dove andare una volta fuori e dunque meglio un letto qui a poco prezzo. Molti sono stranieri e altri hanno semplicemente perso le loro radici dopo il confinamento. “Ottenere” un indirizzo (far certificare che il ragazzo vive in quel luogo e ci rimarrà) costa tra i 1.200 e i 1.500 boliviani, somma inaccessibile per la maggior parte dei detenuti. Un connazionale di Kleber dice che ormai dovrebbe essere libero ma non trova i soldi necessari per pagare. All’interno del carcere vivono molte famiglie. Succede che a un certo punto partner e figli entrano per una visita e semplicemente rimangono lì. Anche questo è il frutto dell’autogestione. Le tre ore accordatemi per visitare “il brasiliano” sono finite, ci abbracciamo con la promessa di rincontrarci a breve. Mentre faccio la fila per uscire penso all’indiscutibile responsabilità di chi dispone la privazione della libertà di persone in condizioni così estreme. Giudici che agiscono con assoluto disinteresse nei confronti delle condizioni di vita a cui sottopongono centinaia di persone, la maggior parte delle quali per crimini non violenti, che avrebbero potuto ricevere un trattamento più positivo ed edificante di quello che ricevono a San Pedro. Questo sistema di autogestione genera rapporti di subordinazione, dove i detenuti che si trovano in condizioni migliori assumono la leadership a vantaggio di pochi e a scapito di molti. In carceri come quelle in Europa e in Italia, dove lo Stato ha il controllo e la governance delle strutture, i risultati non sembrano essere migliori di quelli osservati a San Pedro. Dove c’è abbandono, incuria, e pensiero magico, ma tuttavia manca il livore rancoroso, il desiderio di vendetta e l’accanimento nei confronti degli ultimi e di chi ha sbagliato.