La sicurezza ha bisogno del bello di Mauro Palma treccani.it, 27 aprile 2026 Era il 7 dicembre 2022, il nuovo ministro della Giustizia si era insediato da poco e la tradizionale ‘Prima alla Scala’ veniva trasmessa all’interno del carcere di San Vittore. In quell’occasione, il ministro lodò la lungimiranza di proporre un rapporto con l’arte nel luogo dell’esecuzione penale detentiva, perché - queste le sue parole - la finalità rieducativa che la Costituzione afferma come orizzonte a tutte le pene ha bisogno di concretizzarsi, oltre che nel lavoro e nell’istruzione, nel rapporto con il bello. È vero: il bello ha un valore rigenerativo nella rilettura del proprio passato, soprattutto in un luogo di dolore, quale è in ogni caso anche il miglior carcere. La parola con cui il concetto della ‘rieducazione’ si declina nel linguaggio della norma e della quotidianità detentiva è ‘trattamento’: un termine da utilizzare con cautela. Innanzitutto perché può debordare verso un improprio significato etico che nega il valore laico, assegnato dal Costituente, di una esecuzione penale orientata verso il ritorno positivo alla collettività sociale e non verso l’astratta redenzione della persona. In secondo luogo perché il trattamento rischia spesso di restringersi a una progettualità che altri delineano per la persona detenuta, quasi relegandola al ruolo di destinataria di un percorso a cui viene richiesta adesione. Indicativo di questo rischio, è l’accesso alla riduzione di 45 giorni di pena che la norma prevede per ogni semestre di “partecipazione all’opera di rieducazione” - la liberazione anticipata - in realtà concesso o negato in base all’aver avuto o meno richiami disciplinari in quel semestre; in sintesi non per un comportamento positivo nell’autonomia decisionale della persona, bensì per la sua adesione alle regole che altri hanno stabilito. Quasi un’infantilizzazione obbediente. È invece la valorizzazione della cultura di cui ognuno è portatore - talvolta anche senza una personale consapevolezza - e delle sue forme espressive che può dare effettività a un’idea di ‘trattamento’ scevra da altri orpelli correzionali. Perché l’espressione del sé culturale è un momento centrale della soggettività di ogni persona; per chi sta scontando una pena è essenziale nella ricostruzione di un percorso verso il suo reinserimento sociale. Il teatro, la musica, la scrittura, l’espressione artistica sono, quindi, iniziative che il carcere dovrebbe potenziare al massimo, accanto ovviamente alle attività di carattere strettamente formativo e lavorativo. Nell’esperienza delle carceri italiane, il teatro, ha acquisito una centralità, proprio per la sua capacità ricostruttiva di storie altre che parallelamente dialogano con noi stessi, per il rigore della gestualità, per la cooperazione nell’azione, per la coralità espressiva dell’incontro dei corpi, delle voci, dei movimenti. Circa cinquanta compagnie teatrali riconosciute operano all’interno degli istituti e talune hanno avuto riconoscimenti d’eccellenza: basti ricordare, senza diminuire le altre anch’esse importanti, la grande esperienza della Compagnia della Fortezza a Volterra o la lunga tradizione del carcere romano di Rebibbia Nuovo complesso ripresa in un noto film, vincitore di un premio internazionale. Sempre, dall’amministrazione penitenziaria agli osservatori internazionali e ai ministri che si sono succeduti negli anni, di fronte ai molti elementi di inadeguatezza del nostro sistema penitenziario si è evidenziata la positività dell’esperienza dei teatri in carcere, sia per la coerenza della loro funzione con la finalità rieducativa dell’esecuzione penale, sia per il rapporto di connessione con il territorio, attraverso l’apertura degli spettacoli, ovviamente in condizioni di sicurezza, alle altre persone ristrette e al pubblico esterno che viene così in contatto con la realtà detentiva. In questo modo l’esperienza del teatro contribuisce a garantire la sicurezza in un istituto, perché la vera causa dell’insicurezza è il vuoto, temporale ed esistenziale, produttore di comportamenti che si riflettono duramente su chi ha il compito di vigilare all’interno. Queste riflessioni sembrano però appartenere al passato. Perché qualche paladino della sicurezza intesa come proibizione di ogni espressione e come chiusura delle persone nel vuoto temporale della propria cella, è arrivato a svuotare di significato anche l’attività teatrale. Proibendo qua e là le iniziative, limitando gli ingressi dall’esterno e facendo partecipare soltanto in numeri irrisori le persone ristrette. A questi paladini di una distorta idea di sicurezza si deve l’esperienza triste vissuta il 24 aprile, proprio in quel teatro del carcere romano di antica importante tradizione, che ha ben 340 posti. Con la motivazione che della compagnia teatrale fanno parte persone del circuito di ‘alta sicurezza’, alla rappresentazione prevista per quel giorno, in cui tra gli altri era coinvolto un parlamentare promotore della proposta di legge sul potenziamento del teatro in carcere, è stata autorizzata la presenza di soli venti spettatori esterni - ero uno di quelli - verificati nei giorni precedenti dagli occhiuti e inutili uffici, di sole cinque persone detenute e di oltre trenta poliziotti a controllare. Una platea inusuale, frutto di una scelta che nega quelle parole altisonanti del ministro nel carcere milanese in quel dicembre e che è frutto di una impostazione che fa coincidere la garanzia di sicurezza con la negazione delle possibili esperienze, divenendo così fattore di minore sicurezza. E negando un principio fondante del fare teatro, perché questo non esiste senza il pubblico: ricordava che anche il gesto più semplice, quale bere un bicchiere d’acqua, muta di significato e diviene gesto teatrale se vi è un pubblico e se, quindi, l’azione coinvolge non solo chi lo compie ma anche chi lo vede compiere. Qui è il nodo della positività del teatro in carcere: ma l’amministrazione non l’ha capito. E lo sguardo verso l’ampia sala di quel 24 aprile ha proiettato una grande tristezza, al di là della generosità degli interpreti, perché ha reso evidente che oggi occorre tornare a interrogarsi su quale sia il significato positivo dell’assicurare sicurezza e come si rischi di degradarlo nel produrre sempre maggiore chiusura. Antigone denuncia il sovraffollamento: carceri italiane fuori dalla legalità Il Dubbio, 27 aprile 2026 L’associazione richiama il caso Alemanno e i migliaia di ricorsi accolti per trattamenti inumani, chiedendo riforme urgenti a governo e Parlamento. Le carceri italiane sono ormai “fuori dalla legalità” a causa di un sovraffollamento che non si arresta e che continua a produrre conseguenze concrete sui diritti delle persone detenute. A rilanciare l’allarme è Antigone, che richiama il caso di Gianni Alemanno come uno tra i tanti episodi che mostrano la gravità della situazione: all’ex sindaco di Roma sono stati riconosciuti 39 giorni di sconto di pena per aver subito, secondo quanto stabilito, trattamenti inumani e degradanti. Per l’associazione, però, quel caso non rappresenta affatto un’eccezione. Al contrario, è il segnale visibile di un fenomeno strutturale che si allarga anno dopo anno e che continua a essere certificato dalle decisioni della magistratura di sorveglianza. Migliaia di ricorsi accolti per condizioni inumane - Secondo i dati richiamati da Antigone, solo nel 2024 a 5.837 persone detenute è stato riconosciuto uno sconto di pena per ragioni analoghe, in gran parte legate alla detenzione in celle prive dello spazio minimo di 3 metri quadrati a persona. È un numero che, nella lettura dell’associazione, fotografa con forza la dimensione reale dell’emergenza. E il quadro è destinato a peggiorare. A fine 2024 le persone detenute nelle carceri italiane erano 61.861, mentre nel mese di marzo di quest’anno erano già salite a 64.000. Per Antigone, l’aumento della popolazione carceraria rende facilmente prevedibile una crescita ulteriore dei ricorsi accolti. Il caso Alemanno come simbolo di un problema più ampio - Il riferimento al caso di Gianni Alemanno serve proprio a sottolineare questo punto. Il riconoscimento di 39 giorni di riduzione pena, osserva l’associazione, non è un fatto isolato né straordinario. È solo uno dei tanti provvedimenti con cui i tribunali certificano il carattere degradante di molte condizioni detentive presenti negli istituti italiani. Da qui nasce l’accusa più dura contenuta nella nota: lo Stato, mentre continua a tollerare livelli altissimi di sovraffollamento, viene di fatto smentito e condannato nei tribunali di sorveglianza, che riconoscono ogni giorno gli effetti lesivi di quelle condizioni. La campagna “Inumane e degradanti” - Qualche settimana fa Antigone aveva lanciato la campagna “Inumane e degradanti”, accompagnata da una petizione firmata finora da 1.700 persone. L’obiettivo è chiedere a governo e Parlamento di intervenire con urgenza attraverso riforme capaci di garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani. L’associazione insiste sul fatto che non si sia più davanti a un problema marginale o rinviabile, ma a una violazione sistemica che investe la legalità dell’intero sistema penitenziario. Per questo chiede misure immediate, capaci di agire sia sul sovraffollamento sia sulla qualità concreta della vita detentiva. Il richiamo alla sentenza Torreggiani - Nel documento Antigone richiama anche un precedente decisivo: la sentenza Torreggiani del 2013, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per le condizioni inumane o degradanti delle sue carceri. All’epoca erano stati presentati circa 4.000 ricorsi da persone detenute italiane. Quella decisione della Corte di Strasburgo aprì una stagione di riforme e riportò il tema del carcere al centro dell’attenzione pubblica. Oggi, però, secondo Antigone, il quadro rischia di essere persino peggiore: i numeri dei ricorsi accolti risultano superiori a quelli che allora avevano portato alla condanna europea, ma la risposta politica appare molto più debole. “Il carcere usato solo in chiave penal-populistica” - È qui che si concentra la critica più politica dell’associazione. “Oggi i numeri dei ricorsi accolti sono più alti di quelli all’epoca presentati eppure, nonostante il bisogno di interventi urgenti, al carcere si guarda solo come orizzonte di politiche penal-populistiche”, sostiene Antigone. Carceri, protocollo tra Cnel e Fondazione Con il Sud per il lavoro dei detenuti di Paolo Foschini Corriere della Sera, 27 aprile 2026 L’intesa firmata a Roma prevede la promozione di iniziative congiunte di sviluppo territoriale e di coesione sociale, con particolare riferimento al tema dell’inclusione socio-lavorativa delle persone detenute nel quadro del programma “Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere”. Sottoscritto a Roma un protocollo di intesa fra il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e la Fondazione con il Sud per “promuovere e ottimizzare le rispettive azioni e competenze su temi di interesse comune, favorendo in particolare la promozione di iniziative congiunte di sviluppo territoriale e di coesione sociale, con particolare riferimento al tema dell’inclusione socio-lavorativa delle persone detenute. L’intesa è stata siglata dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, e dal presidente della Fondazione con il Sud, Stefano Consiglio. Il protocollo si inserisce nella cornice di riferimento nazionale definita nel 2024 dal Cnel e dall’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio (Acri), per promuovere comuni obbiettivi di interesse generale, quali l’attuazione dell’Agenda Onu 2030; l’elaborazione della Relazione sui servizi pubblici e del Rapporto sui servizi sociali territoriali; i risvolti occupazionali relativi alle transizioni digitale, ecologica e demografica; nonché l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone private della libertà personale. In particolare, il protocollo sottoscritto tra Cnel e Fondazione con il Sud è volto a promuovere iniziative congiunte di sviluppo territoriale per esempio in tema di rigenerazione demografica, a condividere dati, casi studio e buone pratiche, a realizzare interventi per l’inclusione economica, sociale e lavorativa delle persone detenute. Particolare attenzione è rivolta alla promozione della formazione e del lavoro in carcere, dell’educazione finanziaria, della cultura d’impresa e dell’inclusione sociale di detenuti ed ex detenuti, nel quadro del Programma “Recidiva Zero. Studio, formazione e lavoro in carcere e fuori dal carcere”. La collaborazione prevede anche la realizzazione di un focus territoriale sul Mezzogiorno all’interno del Rapporto Cnel “Recidiva Zero”, in sinergia con atenei, enti del Terzo settore e parti sociali aderenti all’omonimo programma. Storia di un frigorifero in carcere: un racconto semplice, che chiede solo onestà di Vinicio Marchetti today.it, 27 aprile 2026 Nel 2026, qualcuno ha firmato un documento ufficiale per togliere il frigorifero ai detenuti. Prima che arrivi l’estate. Tranquilli: sicuramente non creerà nessun problema. Voglio che leggiate bene questa storia. Non è complicata. Non ha bisogno di giuristi, né di sociologi, né di commissioni parlamentari. Ha bisogno soltanto di un po’ di onestà. In Italia esistono 189 carceri. Dentro ci vivono esseri umani - alcuni colpevoli, alcuni in attesa di giudizio, alcuni che forse non avrebbero dovuto starci affatto. Ma tutti, senza eccezione, esseri umani. Con un corpo. Con una sete. Con la necessità, nelle giornate di agosto in una cella di pochi metri quadrati, sovraffollata, senza aria, senza pietà del sole, di poter bere un sorso d’acqua fresca. Qualcuno, al Largo Luigi Daga di Roma - sede del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il cuore decisionale del sistema carcerario italiano - ha firmato una circolare per togliere loro anche questo. Non si parla di privilegi, ma di bisogni elementari - Non sto parlando di televisori al plasma. Non sto parlando di cellulari o di privilegi. Sto parlando di un frigorifero. Di quei piccoli elettrodomestici dove i detenuti tengono l’acqua, il latte, uno yogurt, qualche fetta di salume che il familiare ha portato in visita - controllato, registrato, autorizzato. Sto parlando della cosa più elementare che esista: tenere al fresco ciò che, se lasciato al caldo, fa male. Eppure qualcuno ha pensato che fosse necessario intervenire. Che fosse urgente. Che quella circolare andasse firmata adesso, ad aprile, mentre i meteorologi lanciano già i primi allarmi per l’estate in arrivo. Oltre la crudeltà, l’assurdità tecnica - La cosa che mi colpisce di più non è la crudeltà del provvedimento. La crudeltà, in certi ambienti burocratici, è quasi fisiologica - nasce dall’abitudine a non guardare in faccia le conseguenze delle proprie decisioni. Ciò che mi colpisce è l’assurdità tecnica di questo atto. Il 31 marzo 2026 - meno di un mese prima - la stessa amministrazione penitenziaria aveva raccomandato di aumentare i frigoriferi nelle celle, per evitare che i detenuti lasciassero scorrere l’acqua dai rubinetti tutto il giorno per rinfrescare le bottiglie. Una misura di buon senso, di risparmio idrico, di igiene elementare. Firmata dal dottor Napolillo. Venti giorni dopo, il Capo del Dipartimento firma l’opposto. Li togli. Li metti nei locali comuni. Li usi a orari prestabiliti. Come se la sete avesse un orario. Come se il caldo di agosto si fermasse davanti a un regolamento interno. La voce di chi lavora nelle carceri - I dirigenti delle carceri - quelli che ci lavorano davvero, che aprono quegli istituti ogni mattina e li chiudono ogni sera sapendo esattamente cosa succede dentro - hanno scritto un comunicato che è, a tratti, un documento straordinario. Non per le parole usate, ma per la franchezza disperata di chi sa già come andrà a finire e vuole poter dire, quando accadrà: ve lo avevamo detto. Scrivono che se scoppieranno le rivolte - “e il rischio serio c’è” - a pagarne il prezzo non saranno i firmatari della circolare. Saranno i direttori, i comandanti di reparto, gli educatori, i poliziotti penitenziari rimasti in servizio nonostante gli organici ridotti all’osso. Quelli in trincea, come li chiamano. Quelli che non firmano circolari: subiscono le conseguenze di chi le firma. C’è una frase nel comunicato che non riesco a togliermi dalla testa. Dicono che per decenni i detenuti italiani hanno lasciato scorrere l’acqua fredda dai rubinetti per rinfrescare le bottiglie, e che probabilmente “le carceri italiane hanno rappresentato per decenni il più importante affluente dei grandi fiumi che attraversano le nostre regioni”. È una frase ironica. Ma dietro c’è una realtà che fa male: per decenni nessuno ha risolto il problema. Nessuno ha pensato che bastasse un frigorifero. E ora che qualcuno lo ha fatto - ora che sono stati spesi fondi pubblici, ora che quegli elettrodomestici esistono fisicamente nelle celle - arriva qualcuno e dice: toglieteli. Dove? Non si sa. La circolare non lo dice. Un chiarimento necessario - Voglio essere chiaro su una cosa, perché in certi dibattiti si fa presto a fraintendere. Non sto dicendo che le carceri debbano essere luoghi comodi. Non sto dicendo che chi ha commesso crimini non debba scontare una pena. Sto dicendo una cosa molto più semplice, e molto più antica: la pena è la privazione della libertà. Non la privazione della dignità. Non la privazione della salute. Non la privazione di un bicchiere d’acqua fresca. Lo dice la Costituzione. Lo dice il senso comune. Lo dice chiunque abbia mai avuto caldo sul serio. La richiesta dei dirigenti penitenziari - I dirigenti penitenziari chiedono l’intervento del ministro Nordio, dei sottosegretari, del vice ministro. Chiedono che qualcuno, in cima alla catena di comando, abbia il coraggio di dire: questa circolare è sbagliata, la ritiriamo. È una richiesta modesta. Quasi timida, per la gravità della situazione. Testimonianza e consapevolezza - Io non so se qualcuno risponderà. So che in questo paese certe cose vengono firmate nell’aria condizionata degli uffici ministeriali e poi dimenticate, mentre le conseguenze precipitano altrove - nelle celle, nei corridoi, sulle spalle di chi non ha né la firma né il potere di difendersi. Scrivere è un atto di testimonianza. Testimonio, allora, che nel 2026, in Italia, qualcuno ha ritenuto che un frigorifero nelle mani di un detenuto fosse un problema da risolvere. E che i pochi che hanno alzato la voce per dire che era una follia erano i direttori delle carceri - non i garantisti, non i politici, non i giornalisti. Quelli che ci lavorano dentro. Ascoltateli, finché siete in tempo. Sicurezza, il governo delude il 52% degli italiani. Critici anche 4 elettori di Forza Italia su 10 di Alessandra Ghisleri La Stampa, 27 aprile 2026 Per un italiano su due (52,5%) l’ultimo decreto sicurezza approvato alla Camera dimostra che i precedenti interventi varati da questo governo non hanno prodotto i risultati attesi. Il dato fotografa una frattura prevedibile sul piano politico con gli elettori di centrosinistra in larga parte critici (69,7%), tuttavia rivela anche una crepa meno scontata nel campo opposto, con quel 24,1% di elettori di centrodestra che condivide questa valutazione. Scendendo nel dettaglio, emerge un elemento politicamente rilevante. Sono soprattutto gli elettori di Forza Italia (43,2%) a esprimere dubbi sull’efficacia delle misure adottate finora, mentre l’elettorato della Lega (63,2%) e di Fratelli d’Italia (67,4%) resta convinto che i decreti precedenti abbiano funzionato, pur necessitando oggi di un rafforzamento per rispondere a un contesto in continua mutazione. È in questo quadro che si inserisce il nuovo decreto sicurezza approvato dalla Camera, che - stando a quanto emerso - appare meno come una cesura e più come un’evoluzione della linea già intrapresa. Tuttavia, il nodo della questione resta il rapporto tra queste misure e il fenomeno degli sbarchi. Ed è proprio su questo terreno che il dibattito pubblico tende a farsi più confuso. Maggioranza e opposizione infatti rivendicano, a fasi alterne, risultati e responsabilità, selezionando i dati più favorevoli rendendo difficile per l’opinione pubblica orientarsi. Per uscire da questa polarizzazione, è utile tornare a una base imparziale. L’analisi dei dati ufficiali del ministero dell’Interno consente di impostare una lettura più strutturata del fenomeno impostando un indicatore che registri il rapporto tra rimpatri effettuati e numero di sbarchi registrati. Applicando questo criterio in modo omogeneo ai diversi governi degli ultimi dodici anni - calcolando cioè, per ciascun anno, la percentuale di rimpatri sul totale degli sbarchi- emergono elementi di confronto utili a superare la contrapposizione politica e a comprendere meglio l’effettiva portata delle politiche adottate. Nel periodo 2014-2018 (governi Renzi, Gentiloni e il primo tratto del Conte I), la percentuale media di rimpatri si attesta intorno al 4,6%. Dai dati si vede che si tratta di anni caratterizzati da numeri molto elevati di sbarchi, che rendono strutturalmente più complicato mantenere un’alta incidenza dei rimpatri sul totale degli arrivi. Fa eccezione il 2018, quando, a fronte di un crollo degli sbarchi - che passano da una media superiore ai 150.000 a soli 23.370 -, la percentuale sale significativamente (27,4%), mostrando quanto questo indicatore sia fortemente influenzato dal denominatore. Il risultato più alto in assoluto si registra nel 2019, sotto il governo Conte I: 60,9%, risultato legato anche a un approccio fortemente restrittivo e orientato alla deterrenza della linea di Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Gli sbarchi registrati in quell’anno risultano particolarmente bassi (poco più di 11 mila), e ciò amplifica automaticamente il peso percentuale dei rimpatri, il che riflette una fase eccezionale del ciclo migratorio, all’alba della pandemia di Covid. Nel triennio successivo (Conte II e Draghi), la media della percentuale dei rimpatri si colloca intorno al 6,0%. In questo periodo gli sbarchi tornano a crescere progressivamente, fino a superare i 100.000 casi nel 2022, mentre, nello stesso anno, i rimpatri registrano una media di poco sopra i 4.000 rientri. Infine, nel periodo più recente (governo Meloni), la media generale si attesta al 6,7%, nel complesso risulta leggermente superiore a quella dei governi precedenti. Scomponendo il dato anno per anno, si osserva che nel 2023 si parte da una frazione molto bassa (3%), a fronte di un forte aumento degli sbarchi (157.651) e di un numero di rimpatri pari a 4.796. Nel 2024 la percentuale sale di quasi sei punti, raggiungendo l’8,6%, con 66.617 sbarchi e 5.704 rimpatri. L’incremento prosegue nel 2025, quando si arriva al 10,2%, con un numero di entrate pressoché analogo e 6.772 rimpatri complessivi. Si osserva quindi una crescita progressiva nel periodo considerato. Il dato del 2026, ancora parziale, mostra oggi una percentuale elevata (35,2%), tuttavia, essendo ancora nella prima metà dell’anno, risente del basso numero di sbarchi registrati finora. Nel complesso, più che individuare un “governo migliore” in senso assoluto, i dati suggeriscono una chiave di lettura che sottolinea come la capacità di incidere sul rapporto tra rimpatri e sbarchi dipenda in larga misura dalle istruzioni politiche di ogni governo e dai rapporti diplomatici dei diversi Paesi in gioco. Ed è su questa distanza - tra politiche nazionali e dinamiche globali - che si conferma il vero banco di prova per le politiche migratorie. La gestione dei flussi, infatti, resta condizionata da variabili che vanno oltre il perimetro nazionale e richiedono continuità amministrativa, credibilità diplomatica e scelte coerenti nel tempo. Il che può diventare ancora più complesso quando sul tema migratorio si innescano - veloci - intrecci tra sicurezza e immigrazione. Tenere insieme questi principi infatti significa evitare letture semplificate e puntare su politiche capaci di garantire ordine e legalità senza rinunciare al rispetto dei diritti e delle regole. Arienzo (Ce). Il carcere che restituisce futuro: non solo dolore, qui la pena diventa rinascita di don Salvatore Saggiomo* artestv.it, 27 aprile 2026 Non solo celle, non solo numeri, non solo cronache di sofferenza e tragedie, oggi il racconto cambia direzione, perché quando si parla di carcere si dimentica troppo spesso che la pena non è vendetta ma percorso, non è abbandono ma responsabilità, e che la nostra Costituzione, all’articolo 27, lo dice senza ambiguità: le pene devono tendere al reinserimento sociale del detenuto e non possono mai essere contrarie al senso di umanità, parole forti, chiare, che in molti istituti restano ancora un obiettivo lontano, ma che ad diventano pratica quotidiana, carne viva, esperienza concreta, un carcere piccolo, quasi defilato, pochi detenuti, ma proprio per questo capace di costruire relazioni, percorsi, opportunità. Una realtà che sfugge alla narrazione dominante e che invece merita di essere raccontata, perché qui il tempo della detenzione non è sospeso ma orientato, non è vuoto ma riempito di senso, formazione, responsabilità, un lavoro silenzioso, costante, fatto di presenza, di ascolto, di progettazione, un lavoro che porta una firma precisa, quella della direttrice Annalaura De Fusco, che ha saputo trasformare questa struttura in una piccola isola che galleggia controcorrente rispetto a un sistema spesso in affanno, una comunità penitenziaria dove direzione, amministrazione, polizia penitenziaria e detenuti non sono compartimenti stagni ma parti di un ingranaggio che funziona, che dialoga, che costruisce, perché il reinserimento non si improvvisa, si pianifica, si accompagna, si verifica, ogni giorno, ogni ora, dentro e fuori le celle, e i risultati arrivano, concreti, misurabili, non slogan ma storie, come quella che oggi segna un passaggio importante, un detenuto che esce, che lavora, che viene assunto da un’azienda, la Premark, un nome che diventa simbolo di un ponte tra dentro e fuori, tra errore e possibilità, tra pena e futuro, non è un episodio isolato ma il frutto di un metodo, di una visione che crede nella persona prima ancora che nel reato, che investe sulla dignità, che pretende responsabilità ma offre strumenti, e allora Arienzo diventa esempio, laboratorio, prova concreta che un altro carcere è possibile, che l’articolo 27 non è una dichiarazione di principio ma una strada percorribile, se c’è volontà, se c’è sinergia, se c’è coraggio, perché parlare solo di ciò che non funziona rischia di oscurare ciò che invece funziona e che può diventare modello, replicabile, adattabile, migliorabile, e in un sistema penitenziario spesso sotto pressione, tra sovraffollamento e carenze, questa piccola realtà dimostra che il cambiamento non è un’utopia, ma una scelta, quotidiana, faticosa, concreta, che passa dalle persone, dalle idee, dalle opportunità create, e che restituisce al carcere la sua funzione più alta, quella di essere non solo luogo di pena ma spazio di rinascita, dove chi ha sbagliato può davvero iniziare a ricostruire, passo dopo passo, la propria strada. *Garante dei detenuti della Provincia di Caserta Caserta. “No al Cpr a Castel Volturno”. Un appello alla dignità e al buon senso di don Salvatore Saggiomo* giornalenews.it, 27 aprile 2026 L’appello del Garante dei detenuti. La notizia della volontà del Governo di realizzare un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr) nel territorio di Castel Volturno suscita in me, quale Garante dei diritti delle persone detenute della Provincia di Caserta, una profonda preoccupazione e un fermo dissenso. Come autorità di garanzia, chiamata a vigilare sul rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona, e come uomo di Chiesa, non posso accettare la realizzazione di una struttura che rischia di tradursi, ancora una volta, in un luogo di sospensione dei diritti, di marginalità e di sofferenza umana. Castel Volturno è un territorio già profondamente segnato da fragilità sociali, ma anche ricco di esperienze positive di accoglienza e integrazione. Pensare di collocarvi un CPR significa mortificare ulteriormente una comunità che da anni lotta per riscattare la propria immagine e costruire percorsi di convivenza civile. I dati nazionali dimostrano chiaramente come le strutture esistenti non siano sature. Appare dunque incomprensibile la scelta di investire ingenti risorse pubbliche per la creazione di nuovi centri, quando sarebbe più giusto e lungimirante destinare tali fondi a politiche di inclusione, accoglienza diffusa e regolarizzazione. Non possiamo accettare una visione che assimila la condizione di irregolarità amministrativa alla criminalità. Nei CPR finiscono persone che non hanno commesso reati, ma che portano sulle spalle storie di povertà, violenza, sfruttamento e fuga. Privarle della libertà significa colpire la dignità umana e tradire i principi fondamentali del nostro ordinamento. È doveroso garantire la sicurezza, ma essa non può essere costruita sulla paura, né tantomeno sulla stigmatizzazione dell’altro. Una società giusta si misura dalla capacità di tutelare i più deboli, non di rinchiuderli. Per questo, rivolgo un appello forte alle istituzioni nazionali e locali: si abbia il coraggio di fermarsi, riflettere e scegliere la strada del buon senso. Occorre ascoltare le coscienze, quelle di ogni uomo e donna di buona volontà, che riconoscono nella dignità della persona il fondamento irrinunciabile della convivenza civile. Come Garante, non resterò in silenzio. Continuerò a difendere, con determinazione, i diritti di ogni persona, affinché nessuno venga mai trattato come un numero o, peggio, come un problema da contenere. *Garante dei detenuti della Provincia di Caserta Milano. Morto Giuseppe Commisso, storico boss della ‘ndrangheta jonica calabriainchieste.it, 27 aprile 2026 Fine di “U Mastru”: tra carcere duro, indagini e ombre sulla morte del capocosca di Siderno. Si chiude con la morte di Giuseppe Commisso, 79 anni, una delle pagine più complesse e controverse della storia recente della ‘ndrangheta calabrese. Conosciuto come “U Mastru”, soprannome che lui stesso ricondusse alla sua attività di sarto - “Mi chiamano ‘Mastro’ perché facevo il sarto, non per altro”. Commisso era detenuto al regime di carcere duro in un penitenziario del Nord Italia. Le circostanze del decesso restano tutt’altro che lineari. Secondo una prima ricostruzione, il boss sarebbe stato trasferito solo nelle ultime ore in una struttura sanitaria milanese, dove i medici non hanno potuto fare nulla per salvarlo. Altre fonti, tuttavia, sostengono che la morte sia avvenuta direttamente in carcere, nonostante le ripetute richieste dei familiari per un trasferimento in un ospedale specializzato. Una discrepanza che ha già aperto un fronte giudiziario: la famiglia avrebbe infatti chiesto alla Procura di Milano di accertare eventuali responsabilità legate alla gestione sanitaria del detenuto. Un passaggio che potrebbe ritardare anche il rientro della salma a Siderno, subordinato a eventuali accertamenti autoptici e alle autorizzazioni dell’autorità giudiziaria. Nel frattempo, si preannunciano funerali in forma strettamente privata, verosimilmente senza cerimonia religiosa pubblica, secondo le determinazioni che saranno adottate dalle autorità di pubblica sicurezza. Milano. “Arrivano di notte incappucciati e ci picchiano”: i detenuti denunciano spedizioni punitive di Giulia Ghirardi fanpage.it, 27 aprile 2026 “Di notte arrivano degli agenti incappucciati, portano i detenuti in isolamento e li picchiano”, ha riferito la presidentessa Bo Guerreschi. “Arrivano di notte, incappucciati. Portano i detenuti in isolamento e li picchiano”. Non è la prima volta che a Fanpage.it arrivano racconti di questo tipo dal carcere milanese di Opera. Ogni testimonianza, però, aggiunge un tassello che sembra comporre un quadro di presunte “violenze” e “abusi” sempre più difficile da ignorare. A denunciare queste presunte spedizioni punitive notturne è Bo Guerreschi, presidentessa della Ong Bon’t Worry Ingo, che ha raccolto le testimonianze di alcuni detenuti, assistiti dalla Ong, per restituirle senza filtri. Il risultato è un racconto che stride con qualsiasi idea di rieducazione che dovrebbe essere sottesa alla pena. Le spedizioni notturne a Opera - Secondo quanto riferito, le presunte incursioni della polizia penitenziaria avverrebbero nel cuore della notte: “Agenti bardati, con il volto coperto, irrompono nelle celle, svegliano i detenuti anche con colpi di manganello contro le sbarre”. Un gesto che servirebbe a verificare eventuali manomissioni, ma che nei fatti si tradurrebbe “in un’azione intimidatoria costante”, secondo quanto riferito da diversi detenuti di Opera a Guerreschi. Dopo essere stati svegliati, i detenuti verrebbero portati via “in pigiama, a volte in mutande, senza la possibilità di coprirsi”. Nel frattempo, “le celle vengono messe a soqquadro” e al ritorno i detenuti “trovano tutto per terra, letti disfatti, oggetti personali sparsi”, ha riferito ancora a Fanpage.it la presidentessa della ONG, sottolineando che - in questi termini - si tratterebbe non più di un controllo, ma di “una punizione”. Guerreschi ha poi raccontato che in diversi episodi, intorno alle 3:00 di notte, queste presunte spedizioni avrebbero coinvolto anche l’AS3, l’area di alta sicurezza del carcere di Opera. È qui che - stando a quanto le sarebbe stato riportato da più di uno degli assistiti dalla ONG - i detenuti sarebbero stati “portati in isolamento, al freddo, e picchiati. Lasciati lì per ore, fino al mattino”. Un trattamento che, se confermato, uscirebbe completamente dal perimetro della legalità per entrare in quello degli abusi. “Non è il primo carcere nel quale accadrebbe una cosa del genere, però, mi ha stupito”, ha aggiunto Guerreschi a Fanpage.it. “Perché la penitenziaria di quella sezione è sempre stata gentile nei miei confronti durante i colloqui”. Il punto, però, è anche un altro: l’assenza di controllo. “È la tua parola contro la mia: non ci sono telecamere”, avrebbero detto alcuni agenti ai detenuti, che lo avrebbero poi riferito a Guerreschi. Una frase che, più di tutte, fotograferebbe il problema alla base di queste presunte “spedizioni punitive”: un sistema chiuso, opaco, dove la possibilità di denunciare (e di essere creduti) per i detenuti si fa sempre più difficile. E non si tratterebbe di un caso isolato. Negli scorsi mesi Fanpage.it ha, infatti, ricevuto diverse accuse di umiliazioni e trattamenti degradanti che si sarebbero verificate all’interno del carcere milanese: presunte aggressioni, pestaggi, detenuti lasciati nudi in cella, trasferimenti, perquisizioni invasive e familiari costretti a spogliarsi. In un quadro così, però, continuare a parlare di rieducazione suona quasi provocatorio. Perché se la detenzione dovrebbe servire al reinserimento sociale, come ha ricordato la presidentessa della ONG, allora quello che viene denunciato a Opera sembrerebbe andare nella direzione opposta, “alimentando rabbia, umiliazione e sfiducia nelle istituzioni”. In questo quadro, però, la domanda che rimane aperta e che Guerreschi ha riportato a Fanpage.it è una: perché, nonostante tutto, nonostante tutte le denunce e le segnalazioni degli ultimi mesi, “il sistema continua a reggersi senza un controllo trasparente e indipendente?”. Perché la questione, a questo punto, non è più soltanto quello che accadrebbe di notte, ma il fatto che possa continuare ad “avvenire indisturbato”, senza che nessuno agisca per cambiare le cose. Padova. Dall’ergastolo alla mezza maratona. “Mi alleno in carcere” di Marta Randon Il Mattino di Padova, 27 aprile 2026 Il 58enne detenuto al Due Palazzi ha ricevuto il permesso dal giudice. “Lo sport mi aiuta moltissimo”. Ventuno chilometri della mezza, come gli anni dietro le sbarre. E il fine pena è lontano. Tra i partecipanti alla Padova Marathon c’era anche Felice (nome di fantasia), 58 anni, detenuto al Due Palazzi. Per partecipare ha dovuto avere il permesso del giudice, il certificato di attività agonistica sportiva e l’iscrizione ad un gruppo podistico, nel suo caso la Runner Padova. “Mi alleno da tempo”, racconta al traguardo in Prato della Valle. “Ho chiuso in un’ora e 50 minuti, l’obiettivo era stare sotto le due ore”. Felice ha terminato la gara qualche minuto prima del suo allenatore, Paolo Caporello, del gruppo operatori carcerari volontari (Ocv), che ogni mercoledì entra in carcere e corre con una trentina di detenuti. “Sono anni che mi alleno - racconta Felice - ma purtroppo all’interno del Due Palazzi le possibilità sono limitate, sia per gli spazi che per i tempi. Posso correre tre giorni al massimo, non più di un’ora e mezza. Per quello non pensavo di riuscire a stare sotto le due ore”. “Lo sport mi aiuta tantissimo - spiega -, toglie le tensioni, è un modo per sentirsi in forma e salvaguardare la salute mentale. Si rischia di impazzire anche perché si convive con persone diverse e andare d’accordo non è sempre facile”. Felice è dentro per omicidio: “La mia è una fine pena mai”. Omicidio in famiglia? “No, una cosa brutta da dire. Auguro a chiunque di non avere mai a che fare con la giustizia”. Il runner tiene molto all’alimentazione: “Mangio sempre in bianco, verdura e frutta”. Il momento più entusiasmante della competizione? “Quello più duro. Al km 14-15, ma ho trovato la forza e ho accelerato. L’arrivo è stato straordinario, non vedevo Prato della Valle da 21 anni”. Una festa: “Ho dato tanti “cinque” ai bambini. È stato bellissimo. Da rifare e da consigliare a chiunque”. Felice è stato accompagnato alla partenza ad Abano Terme, ha fatto colazione ed è partito: “Non sapevo come funzionasse, mi hanno spiegato tutto all’ultimo. Sono felice anche perché dopo vado a pranzo con la mia famiglia”. I parenti gli sono stati vicini nei momenti più faticosi: “Se non ci fossero stati loro, non so come avrei fatto. È difficile autogestire una cosa del genere. La mia famiglia mi è sempre stata accanto moralmente. I primi anni sono stati i più difficili, per fortuna ci sono i volontari e le cooperative”. Vent’anni fa, in carcere, le cose erano molto diverse rispetto a oggi: “Le celle erano chiuse, in tv c’erano 10 canali in tutto. Il Due Palazzi offre tantissime attività e possibilità”. Felice lavora da 16 anni: “È un grande aiuto: posso risarcire i danni, posso ricambiare aiutando i familiari. Il mio stipendio va a loro”. “Spero di poter correre anche l’anno prossimo”, conclude. Bari. Musica oltre le sbarre: il Collegium Musicum torna all’Ipm “Fornelli” ciranopost.com, 27 aprile 2026 Un nuovo gesto di apertura e responsabilità sociale attraversa il cartellone 2026 del Collegium Musicum, diretto artisticamente dal maestro Rino Marrone: lunedì 27 aprile, alle 10, farà ritorno nell’Istituto Penale per Minorenni “Nicola Fornelli” di Bari per un appuntamento speciale del progetto “Viaggio nella Musica”, già attivo da diversi anni. Nella sala teatrale dell’istituto - alla presenza anche del direttore del “Fornelli” Nicola Petruzzelli - si terrà un concerto pensato appositamente per i ragazzi detenuti, con un programma calibrato per l’occasione e affidato al quartetto dei Solisti del Collegium: Antonio Piccialli (pianoforte), Giambattista Ciliberti (clarinetto), Paolo Debenedetto (sassofono) e Stefano Baldoni (percussioni). Un organico agile e versatile, capace di attraversare linguaggi e suggestioni diverse, in una dimensione di ascolto ravvicinato e condiviso. L’iniziativa non si esaurisce nella performance musicale, ma si configura come un momento di incontro e dialogo diretto con i giovani ospiti della struttura: al termine dell’esecuzione, infatti, il maestro Marrone e i musicisti si confronteranno con i ragazzi, aprendo uno spazio di relazione fondato sull’ascolto reciproco. “Viaggio nella Musica” nasce con l’obiettivo di superare le barriere che non rinchiudono soltanto il corpo, ma anche l’interiorità delle persone. In questo contesto, la musica si afferma come linguaggio universale, capace di oltrepassare confini fisici e sociali, arrivando in modo diretto e profondo alla dimensione emotiva. Il fare musica insieme - condividere il suono con chi ascolta, suona o canta - attiva dinamiche relazionali che possono avere un forte valore terapeutico. Il progetto si inserisce così in una più ampia riflessione sul ruolo dell’arte nei percorsi rieducativi e riabilitativi: la pratica musicale, infatti, può contribuire ad affrontare il disagio legato alla condizione di reclusione, favorendo l’elaborazione delle emozioni, la riduzione degli stati d’ansia e una diversa percezione del tempo e dello spazio. Un’esperienza che, pur nella sua semplicità, punta a restituire alla musica la sua funzione più profonda: quella di creare legami e aprire possibilità. Nella stagione della potenza senza argini, il limite è una necessità di Mauro Magatti Avvenire, 27 aprile 2026 Dopo la crisi degli equilibri novecenteschi serve una nuova governance globale per orientare innovazione e decisione verso fini condivisi. Per una società più giusta, più libera, più umana. Il Novecento aveva consolidato una risposta - imperfetta ma tutto sommato efficace - all’eterna questione del potere. Dopo l’esperienza devastante delle guerre mondiali e dei totalitarismi - che il 25 aprile ci aiuta a non dimenticare - ad affermarsi è stata l’idea che il potere dovesse essere istituzionalmente contenuto e distribuito. Le costituzioni democratiche moltiplicatesi nel dopoguerra, la separazione dei poteri, l’Onu, il diritto internazionale, le organizzazioni multilaterali: tutto questo era nato per impedire la concentrazione eccessiva del potere e garantire forme di controllo incrociato. Questo assetto si fondava su due presupposti: il potere (infinito di “io posso”) è un elemento ineliminabile della vita sociale, espressione della capacità umana di agire nella realtà; il potere è strutturalmente ambivalente e ha la tendenza a trasformarsi in dominio. Da qui ne deriva una conclusione importante: i limiti definiti dagli assetti istituzionali e legali non sono ostacoli all’esercizio del potere, ma la condizione che ne impedisce la degenerazione. Con la globalizzazione, l’architettura costruita nel Novecento ha subito una progressiva disgregazione. L’apertura dei mercati, la finanziarizzazione dell’economia e più di recente la rivoluzione digitale - alla luce dell’idea-guida della “liberalizzazione” - hanno sprigionato una quantità enorme di potere, senza costruire in parallelo le istituzioni adeguate a governarlo. Si è diffusa l’idea che i sistemi tecnologici e i mercati globali potessero autoregolarsi, rendendo superfluo il ruolo delle istituzioni politiche. Gli effetti sono stati ambivalenti. Da un lato, il mondo ha vissuto una stagione di crescita senza precedenti. Dall’altro, ciò ha finito per scatenare una lunga serie di choc. Il problema è che le urgenze poste dalle tante crisi contemporanee - cambiamento climatico, instabilità geopolitica, disuguaglianze crescenti, polarizzazione sociale - hanno creato una situazione squilibrata nella quale mi muovono forze sempre più scatenate. Da un lato, il potere tecnologico si espande impetuosamente al di fuori di ogni limite istituzionale; dall’altro, i sistemi politici reagiscono rivendicando piena libertà di azione come via per recuperare legittimazione. Il risultato è quello vediamo: un tempo in cui decisioni cruciali - su dati, algoritmi, infrastrutture digitali, Intelligenza artificiale - vengono prese da attori privati o da élite tecniche, senza adeguato controllo pubblico. E in cui la guerra e la violenza sono diventate la scorciatoia per risolvere le controversie, al di là di ogni legalità. Il rischio è quello di una convergenza tra potenza tecnologica e volontà politica che arrivi a mettere in discussione i presupposti stessi della democrazia. In questo scenario, il problema del limite torna dunque di grande attualità. Senza limiti, il potere tecnologico rischia di diventare una forma di dominio opaco; senza limiti, il potere politico scivola verso derive autoritarie; senza limiti, l’interazione tra questi due ambiti può far nascere configurazioni ingovernabili. Recuperare il limite è dunque la condizione per ripensare le istituzioni di cui abbiamo urgentemente bisogno. Oggi più che mai, la sfida è costruire forme di regolazione all’altezza della scala globale dei problemi, capaci di intervenire sui grandi attori tecnologici, di definire standard condivisi, di garantire trasparenza e responsabilità. Ciò significa sviluppare nuovi strumenti di governance in grado di integrare competenze tecniche e legittimazione democratica, evitando da un lato il dominio degli esperti e dall’altro la deriva populista. Senza dimenticare che il limite non è solo una questione istituzionale, ma prima di tutto culturale. Al cuore del problema vi è l’idea che non tutto ciò che è tecnicamente possibile sia anche desiderabile; che la potenza, se non vuole trasformarsi in una minaccia, debba essere orientata da fini che eccedono la mera efficienza o il profitto; che la libertà, per essere sostenibile, debba riconoscere il vincolo che le deriva dall’alterità. Ci troviamo dunque, ancora una volta, alle prese con un problema antico: come trasformare il “potere” da minaccia a possibilità. Se non troviamo la soluzione, rischiamo di pagare costi molto elevati: in termini di perdita di controllo democratico, di aumento delle disuguaglianze, di destabilizzazione globale. Se invece sapremo ricostruire un equilibrio tra potere e limite, tra tecnologia e politica, allora la straordinaria energia liberata dalla crescita degli ultimi decenni potrà ancora essere messa al servizio di una società più giusta, più libera, più umana. Inclusione, una parola complessa che ha bisogno di comunità di Luca Grecchi Corriere della Sera, 27 aprile 2026 Con il termine “inclusione”, per quanto concerne le persone con disabilità, si intende, come risulta dalla Convenzione Onu Crpd del 2006, la loro partecipazione alla vita sociale su base di uguaglianza. Il vocabolo, tuttavia, nella lingua italiana, presenta un significato che poco si presta a delineare il concetto espresso dall’Onu e condiviso dalla comunità scientifica. Le parole inerenti alla disabilità, del resto, sono spesso problematiche, riflettendo, tramite il linguaggio, la problematicità insita nella realtà. Nei principali dizionari, con il termine “inclusione” si intende, in campo sociale, la disponibilità ad inserire, in un gruppo, un individuo che prima non ne faceva parte. Il fastidio che molte persone avvertono per l’utilizzo di tale vocabolo nell’ambito della disabilità, deriva dal fatto che l’inclusione risulta caratterizzata dal potere che qualcuno possiede, all’interno di un contesto, di aprire o meno il medesimo ad una determinata persona. Includere, infatti, è un verbo transitivo, che richiede un soggetto (chi include) e regge un complemento diretto (chi viene incluso). Il fatto che vi sia una entità - una istituzione, una maggioranza, un singolo dotato di autorità - che può decidere chi includere e chi no, soprattutto in contesti pubblici come la scuola, pone in effetti parecchi problemi. Prima però di ragionare sul verbo “includere”, può a mio avviso essere utile, alla luce di quanto detto, soffermarsi un poco sul verbo “inserire”. E’ noto a molti che, a partire dal secolo scorso, le tre fasi che hanno visto la progressiva presenza, nella scuola italiana, delle persone con disabilità, si possono riassumere attraverso tre concetti: 1) inserimento: a partire dagli anni Ottanta, le giovani persone disabili cominciarono ad essere “inserite” nelle classi ordinarie, il che significava che erano presenti in aula, ma poco o nulla veniva fatto per loro; 2) integrazione: a partire dagli anni Novanta, queste persone vennero sempre più “integrate”, ovvero coinvolte nell’attività educativa, ma chiedendo loro, in sostanza, di adattarsi, ossia di adeguarsi a canoni “normali”, cosa, naturalmente, non sempre possibile; 3) inclusione: dai primi anni Duemila, si cercò di intervenire sul contesto per renderlo davvero fruibile da tutti, realizzando cioè norme, prassi, strutture adatte ad “includere” realmente i disabili, in maniera da accogliere tutte le differenze. Sul piano teorico, lo sviluppo che ha condotto all’attuale concetto di “inclusione” è sicuramente condivisibile. Sul piano pratico, però, ci si trova spesso di fronte ancora oggi, nelle aule scolastiche, a mere forme di “integrazione”. L’inclusione richiede infatti, per essere compiutamente attuata, coordinate azioni culturali, educative, politiche, le quali non fanno tuttora parte del senso comune condiviso, per cui non risultano presenti nelle corde del corpo docente. Una vera inclusione esige in effetti un ambiente sociale comunitario per potersi realizzare in maniera ottimale. In un simile contesto, di inclusione non si sentirebbe nemmeno parlare, dato che essa sarebbe intrinsecamente presente. Se ne parla invece oggi così tanto proprio poiché di inclusione ce n’è poca, in quanto la realtà non è comunitaria, ovvero, nell’attuale totalità sociale, le persone non si rapportano fra loro per il bene su un piano di uguaglianza. Il concetto di comunità è, in effetti, imprescindibile per capire come dovrebbe essere l’inclusione. Non a caso, quando ho dovuto scegliere il titolo da dare al mio ultimo libro, che parla proprio di questi argomenti, il binomio Filosofia e inclusione, che avevo originariamente ipotizzato, mi è sembrato sin da subito manchevole, sicché ho optato per un (a mio avviso) più completo Filosofia, inclusione, comunità. Se la comunità manca, infatti, come appunto accade nell’attuale modo di produzione sociale, non ci può essere inclusione. Questa constatazione non deve tuttavia essere interpretata in maniera nichilistica. Nulla, in effetti, esclude che ci si debba provare - e che, almeno in una certa misura, ci si possa anche riuscire - a porla in essere, ciascuno per la propria piccola parte. Cosa deve intendersi, in ogni caso, per comunità, e per quale motivo essa risulta così necessaria per favorire l’inclusione? In generale, è possibile definire una comunità come un ambiente sociale in cui le persone che ne fanno parte, pur svolgendo differenti funzioni, anche in base alle loro differenti capacità, si rapportano reciprocamente in una condizione di sostanziale uguaglianza, con il fine di realizzare il bene non solo di loro stesse, ma anche delle altre. Fare l’altrui bene equivale infatti a fare il proprio bene, a causa, appunto, della natura comunitaria insita nell’essere umano. Inoltre, più si fa il bene di chi ha maggiore bisogno, più si realizza il bene maggiore, così come, nelle operazioni di soccorso, più si presta cura al ferito più grave, più grande risulta essere l’utilità dell’intervento. Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, mi è stato chiesto, tra i vari contenuti che avevo appreso dalla filosofia antica, della quale mi occupo da oltre trent’anni, quale era quello principale che mi accompagnava nella vita. Risposi, senza alcun dubbio, che era l’idea - greca, ma anche cristiana - secondo cui quanto maggiore è il bene insito nelle nostre azioni, ossia l’utilità delle stesse per gli altri, tanto più elevato risulta essere il grado di felicità della nostra esistenza, nonché di quella delle persone che vivono insieme a noi. In un ambiente comunitario si tratta di una consapevolezza diffusa; in un ambiente non comunitario, quale è quello attuale, sembra una follia. Nell’odierno contesto sociale, “inclusione”, come detto, è una parola scivolosa, controversa, ambivalente. Il fatto, rimarcato all’inizio, che essa sottende sempre una struttura gerarchica, in cui una parte può decidere se includere o meno un’altra parte, lascia un’amara sensazione di impotenza. Il concetto viene infatti spesso esibito, soprattutto a scuola, come una bandiera da esporre nelle occasioni ufficiali. Questa bandiera, però, viene rapidamente riposta in un cassetto alle prime difficoltà, con dolorose conseguenze per questi studenti e per le loro famiglie. Senza comunità in effetti, ossia senza condividere realmente la comune umanità, i problemi delle giovani persone disabili vengono inevitabilmente trascurati, il che è appunto quello che accade, oggi, in molti casi, nella scuola italiana. La violenza gratuita dei giovani è in aumento. Il ruolo di famiglia, scuola e videogiochi di Maurizio Tucci* Corriere della Sera, 27 aprile 2026 L’uccisione a scuola di un ragazzo da parte di un compagno, il ferimento - sempre a scuola - di un’insegnante da parte di un suo alunno e l’uccisione di un uomo, da parte di un “branco” di adolescenti e giovani adulti, solo perché li aveva rimproverati mentre stavano lanciano bottiglie contro la vetrina di un negozio sono solo gli ultimi inquietanti casi di violenza che hanno per protagonisti dei giovanissimi. Ma c’è purtroppo una violenza quotidiana, non meno grave solo perché non sfocia sempre in tragedia, che gli adolescenti e i giovani adulti subiscono e agiscono, anche contro sé stessi, considerando che l’autolesionismo è, anch’esso, un fenomeno in netta crescita. La violenza che aumenta - Dall’indagine sugli stili di vita degli adolescenti in Italia, realizzata da Laboratorio Adolescenza e istituto di ricerca Iard emerge che oltre il 57% degli adolescenti afferma che la violenza tra i giovani sta aumentando. Interessante osservare che sul fenomeno della violenza giovanile Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza scriveva ventisei anni fa: “Negli ultimi anni ci siamo abituati a leggere sulla stampa notizie sempre più allarmanti sulle imprese di gruppi giovanili violenti. […] Pur non trattandosi di fatti del tutto nuovi, l’intensificarsi dell’allarme sociale per l’aumento della violenza di ragazzi e giovani riuniti in bande, costringe a interrogarci sulle cause del fenomeno, sulle particolarità che fanno di un gruppo una banda violenta, sulla diversità di comportamento tra l’individuo isolato e quello degli individui riuniti in gruppo”. La violenza gratuita - Oggi è così. Scaparro parlava in modo allarmante del fenomeno 26 anni fa e se guardiamo un bel po’ più indietro non possiamo non far caso che uno dei romanzi cult dell’adolescenza del secolo scorso era “I ragazzi della via Pal” del quale credo sia inutile ricordare la trama, se non sottolineare che, alla fine, sia pure tra pianti, commozione e pentimenti, il morto ci scappa anche lì. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque? Anche il nostro attuale allarme risulta un po’ retorico, di maniera? In realtà una differenza tra la violenza di Via Pal, quella di fine secolo e quella di oggi probabilmente c’è. La violenza di oggi - quella di gruppo - appare ancora più scellerata perché sembra assolutamente senza motivazione. Atti di violenza gratuita che il branco perpetra non nei confronti di un nemico identificato e dichiarato, ma di chi capita a tiro. Senza un perché, senza un obiettivo, forse solo per un macabro divertimento che non sanno nemmeno gli infelici protagonisti dove li porterà. Non che le “motivazioni” (la conquista di un territorio per i ragazzi della via Pal o la politica per le generazioni X e Y ) possano mai giustificare la violenza, ma quanto meno possono circostanziarla e in qualche modo circoscriverla. Mentre la violenza individuale trova oggi fertilissimo brodo di coltura nella fragilità emotiva di una adolescenza incapace di reagire, spesso se non con la violenza, appunto, a frustrazioni che dovrebbero far normalmente parte del vissuto di quell’età (da un insuccesso scolastico, spesso anche banale, ad un rifiuto in ambito sentimentale, all’essere lasciati dal partner…). Violenza perpetrata, dicevamo, anche verso sé stessi, spesso fino alle estreme conseguenze considerando che il suicidio (non di rado agito in relazione a difficoltà scolastiche) è, dopo gli incidenti stradali, la prima causa di morte tra gli adolescenti. Il ruolo di scuola e famiglia - A questo si aggiunge che gli adulti di riferimento più vicini, a partire proprio dai genitori, non sempre (per essere ottimisti) riescono ad essere un modello di equilibrio e di serenità, e il contesto sociale allargato appare oggettivamente sempre più caotico e insicuro. Ed anche la scuola non sembra riuscire ad assolvere al ruolo, con un tempo da dedicare alla cosiddetta educazione alla cittadinanza introdotto - come spesso capita da noi - con un decreto improvvisato senza alla base la costruzione di un progetto chiaro e attuabile. Completa il quadro l’essere costantemente “in vetrina” e sottoposti al giudizio collettivo, attraverso i social che in qualche modo sono diventati, attraverso il computo di followers e like, una sorta di misuratore ufficiale dal valore individuale, minando fortemente l’autostima e facendo spesso identificare la violenza come una delle poche (se non l’unica) vie di riscatto. In tutto questo il rispetto dell’altro ma, diciamolo pure senza falsi pudori, il valore della vita è arrivato ai minimi storici. Le vite comprate dei videogiochi - Nell’analizzare il fenomeno molti addossano buona parte di colpa ai videogiochi violenti dei quali gli adolescenti si nutrono in abbondanza dallo svezzamento in poi. Videogiochi in cui l’obiettivo primario, di quelli di maggior successo, è uccidere i nemici e cercare di non farsi uccidere, ma dove comunque - male che va - si comprano altre vite e si riparte. “L’abitudine alla violenza virtuale - commenta Milena Santerini, pedagogista dell’Università Cattolica di Milano - lascia il posto troppo facilmente alla violenza reale, come se diventasse sempre più difficile per i ragazzi essere coscienti delle conseguenze dei loro comportamenti. Eppure, educare alla responsabilità significa proprio immaginare gli altri come persone, con le nostre stesse sofferenze e fragilità. Un’empatia che genitori, insegnanti e educatori devono per primi vivere e quindi saper comunicare”. Ed è importante che chi si occupa di adolescenza, a qualunque titolo, sia consapevole di quanto sia urgente mettere in pratica quanto auspicato da Santerini, perché la sensazione forte che si ha - tanto per rimanere nella metafora dei videogiochi - è che siamo davvero vicini, tutti, al game over. *Presidente del Laboratorio Adolescenza Milano “Soccorrere i migranti nel Mediterraneo non è mai stato così difficile” di Michele Bertelli Il Domani, 27 aprile 2026 “Non appena cambiamo rotta, ci troviamo due o tre motovedette che ci seguono”. Il racconto di due mesi sulla nave di ricerca e soccorso di Emergency. A bordo della Life Support - Non sono ancora le sei del mattino quando una chiamata per radio butta giù dal letto tutto il personale della nave Life Support. “A tutto lo staff di Emergency, contatto diretto! Ci sono persone in mare! Prepararsi al soccorso”. È il 27 febbraio e l’imbarcazione di ricerca e soccorso si trova nelle acque internazionali di fronte alla Libia. Due motoscafi si sono appena avvicinati e hanno costretto 14 persone a saltare in acqua. I minuti per evitare che affoghino sono pochi. Dal retro della nave viene sganciato immediatamente il centifloat, un galleggiante lungo una decina di metri. Due gommoni di soccorso sono calati in mare. Alle 7.30, i soccorritori portano a bordo della nave i naufraghi provenienti da Afghanistan, Pakistan e Somalia. Infreddoliti, impauriti. Secondo la dottoressa Silvana Zaccardi, alcuni presentano segni di ipotermia, astenia e disidratazione, mentre due non si reggono in piedi. “Avevano i volti coperti con un panno. Ci hanno picchiato e colpito alla testa e alle mani con il calcio di una pistola. Appena hanno visto la nave ci hanno spinto fuori”, raccontano di chi li ha costretti a saltare. È la prima volta che succede alla Life Support. “Quando una barca arriva e le persone vengono spinte o incitate a gettarsi in acqua, si parla di jettison”, spiega il capomissione di Emergency Jonathan Nanì La Terra. “Ad altre ong era già capitato a partire dall’estate del 2024. C’è una presenza più attiva della guardia costiera libica e per sfuggirle queste barche arrivano vicine, cercano di farsi notare e poi li buttano in mare”. Il rischio è quello di annegare: chi è costretto a saltare non indossa mai un vero e proprio giubbino di salvataggio. Il momento più difficile - Secondo Nanì La Terra, le operazioni non sono mai state così complicate come nell’ultimo anno. Dopo quel jettison, la Life support ha navigato nel Mediterraneo centrale per due mesi, portando al sicuro altre 262 persone. Le ultime 68 sono state recuperate in due diversi interventi domenica 26 aprile, dopo una permanenza nella zona di ricerca e soccorso di 8 giorni, scandita dalla presenza della guardia costiera libica e di altre imbarcazioni non identificate. Il 22 aprile, ad esempio, è da poco passata mezzanotte quando una voce non identificata li contatta per tre volte sul canale radio di emergenza. La Life Support risponde, ma dall’altro lato tutto tace. “Dopo 10 minuti un’imbarcazione inizia a seguirci”, racconta Antonio Costantino, l’infermiere di Emergency. A breve la voce si fa di nuovo sentire: “Andate a nord”. “Non appena cambiamo rotta o comunichiamo che stiamo andando verso una potenziale barca in pericolo, due, tre, quattro imbarcazioni arrivano in pochi minuti”, spiega Nanì La Terra. La guardia costiera libica “è più attiva non solo nella propria zona di competenza, ma si spinge sempre più a nord, anche in quella maltese. Questo si traduce in un aumento di intercettazioni e respingimenti illegali”. Il 20 aprile, ad esempio, l’aereo Eagle 2 di Frontex, l’agenzia europea per la custodia dei confini e delle coste, rilancia una richiesta di aiuto. Un’ora dopo, l’aereo Albatross 1 dell’ong Sos Mediterranee avvisa la Life Support che ha avvistato un gommone nero con 50 persone e con il lato destro sgonfio a meno di un’ora di navigazione. Nemmeno 60 minuti dopo, però, Albatross vede una motovedetta 654 classe Bigliani carica di migranti e con un gommone nero a rimorchio. Si tratta di un’imbarcazione ben conosciuta: come riportato nei report degli esperti dell’Onu, è stata fornita dall’Italia a seguito del Memorandum firmato con la Libia nel 2017. Mediterraneo sempre più vuoto - La guardia costiera libica sembrerebbe quindi non essere mai stata così “efficiente”. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), nel 2026 sono stati riportati indietro 4,407 migranti. Peccato che, allo stesso tempo, questi primi mesi dell’anno abbiano registrato il più alto numero di morti da naufragi nel mar Mediterraneo dal 2014. Oltre 1.100 persone, di cui più di 780 nel Mediterraneo centrale. Per Emergency, è il drammatico costo di un mare sempre più svuotato dalle navi umanitarie. Progetto che - secondo l’organizzazione - è perseguito dallo stesso governo italiano. “Attraverso decine di detenzioni ai sensi del decreto Piantedosi e l’assegnazione dei porti distanti, l’Italia, da oltre tre anni, ostacola chi tenta di colmare il vuoto istituzionale lasciato nel Mediterraneo. Le navi umanitarie hanno accumulato oltre 760 giorni aggiuntivi di navigazione e percorso più di 300.000 chilometri”, dice Davide Giacomino dell’ufficio advocacy. Il risultato per lui è la rimozione di “testimoni scomodi su quanto accade in un tratto di mare ormai trasformato in un confine disumano, lasciando spazio a intercettazioni in mare e respingimenti illegali verso la Libia, un Paese che non può essere considerato un Pos. Un quadro che rischia di aggravarsi ulteriormente dall’ introduzione del cosiddetto blocco navale, annunciato dal governo italiano come possibile misura futura”. Educazione americana, quando l’odio seminato si trasforma in violenza di Gigi Riva Il Domani, 27 aprile 2026 L’attentato alla cena dei corrispondenti con il presidente Trump mostra l’America oggi, diabolicamente spaccata in due grazie alla narrazione Maga che ha via via cancellato l’avversario per promuoverlo a nemico. Che sia stato un attentato a Donald Trump, oppure un attentato dove era presente anche Donald Trump, oppure una messinscena che contribuisca all’epica dell’unto dal Signore e vada a vantaggio della popolarità di Donald Trump, come sospettano gli iraniani, comunque sia insomma resta il dato di fatto di una nuova esibizione di violenza politica. Che ha purtroppo una sciagurata tradizione negli Stati Uniti ma che mai era stata esercitata con la continuità impressionante di questo periodo. Servirà tempo per capire, o forse non si capirà mai cosa sia effettivamente successo, ma la solidarietà al presidente degli Stati Uniti, peraltro espressa pressoché all’unanimità, è scontata. Nulla giustifica il ricorso alle armi. E tuttavia il monito che lo stesso Trump ha voluto rivolgere ai concittadini di qualunque schieramento politico affinché “risolvano le differenze pacificamente” dovrebbe essere indirizzato prima di tutto a se stesso. Non c’è alcun dubbio che, da quando è tornato alla Casa Bianca e ancor prima durante la campagna elettorale, sia stato proprio il tycoon ad avvelenare i pozzi, con un aumento inaudito di violenza verbale contro qualunque avversario, oltre alle prese di posizioni militaresche contro migranti e manifestanti di ogni opposizione politica. Questo negli affari interni. A cui aggiungere la postura belluina con le guerre scatenate proprio da chi avrebbe preteso, quasi “manu militari”, il premio Nobel per la Pace. O con me o contro di me, il virus dell’odio politico contagia tutta la destra La madre di tutte le contraddizioni sta nell’assalto a Capitol Hill quando, al termine di un suo discorso incendiario in cui aveva contestato l’esito elettorale che lo aveva visto perdente, i sostenitori avevano invaso a forza, travolgendo le barriere delle forze dell’ordine, il tempio della democrazia. Tecnicamente: un eversivo tentativo di golpe. L’indulgenza con cui, una volta tornato al potere, ha graziato i rivoltosi è suonato come un salvacondotto a calpestare le regole del diritto, a trasformare l’America tutta in un “far west” contemporaneo. Troppo benevolmente i suoi eccessi sono stati giustificati con la semplicistica constatazione per cui “l’uomo è fatto così”. Quell’uomo siede sulla poltrona più alta del Paese e sarebbe chiamato ad osservare un’etica delle responsabilità assai più di chiunque altro. Perché se il pessimo esempio parte dalla Casa Bianca, è intrinseca la legittimazione che ne segue per chiunque altro. In altre epoche da noi si evocavano i “cattivi maestri”. Trump forse non è nemmeno maestro, di sicuro è un “cattivo” con frotte di imitatori. L’elenco sarebbe troppo lungo ma basta rievocare gli epiteti rivolti a Joe Biden, un “figlio di puttana”, ed è tra i meno peggio, i due Obama trasformati in scimmioni in un fotomontaggio, gli attacchi sessisti a Kamala Harris. La difesa tetragona degli eccessi degli agenti del servizio federale Controllo immigrazione e dogane (Ice) a Minneapolis e non solo, compresi gli omicidi degli attivisti Renée Good e Alex Pretti. Stragi di massa e violenza politica: storia dei due attentati a Trump. Questa è l’America oggi, diabolicamente spaccata in due (la parola diavolo ha la radice nel verbo greco “diaballo” e significa dividere) grazie alla narrazione di Donald Trump che ha via via cancellato l’avversario per promuoverlo a nemico. In una contrapposizione manichea della competizione politica trasformata in linguaggio e prassi da caserma. Non sappiamo cosa abbia mosso Cole Tomas Allen, l’attentatore, a entrare nella hall del Washington Hilton Hotel dove si stava svolgendo la cena con i corrispondenti dalla Casa Bianca. Sappiamo che era armato fino ai denti, alloggiava nello stesso albergo (ma la sicurezza?) e ha detto che avrebbe voluto colpire non meglio precisati “funzionari del governo”. È un ingegnere meccanico e un insegnante part-time con tanto di premi per la sua attività. Che ci sia alla base del suo gesto un’ingiustizia subìta o un atto più pienamente politico contro le decisioni dell’amministrazione guerrafondaia, lo ha comunque compiuto nel clima arroventato dall’odio troppo a lungo seminato. Le parole possono diventare pietre. L’abitudine a traslare il gergo bellico può anche produrre effetti tragicomici, come l’altra notte a Washington. Poco prima dell’attentato Karoline Leavitt, la portavoce di Trump, aveva detto: “Il discorso sarà un classico di Donald Trump, ci saranno anche spari (shots fire) tutti dovrebbero stare attenti”. E maneggiare il linguaggio con più cura. Più che un funerale un rito di passaggio. Con la morte di Kirk il trumpismo entra nella fase apocalittica. L’anno nero di Medio Oriente e Nordafrica: nel rapporto Amnesty le notizie oscurate dai conflitti di Riccardo Noury* Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2026 Durante il 2025 diversi Stati della regione hanno esteso il bavaglio al dissenso, anche online. I sistemi di giustizia penale ridotti a strumenti repressivi dei governi. Questo blog informa settimanalmente da 14 anni su quanto accade di rilevante, dal punto di vista dei diritti umani, nell’area Medio Oriente (o Asia sudoccidentale) e Africa del Nord. Ora che è appena stato pubblicato il Rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, vogliamo evidenziare le notizie oscurate dai conflitti, dai crimini di diritto internazionale e dalle pratiche autoritarie in aumento in tutta la regione. Durante il 2025 diversi Stati della regione hanno esteso il bavaglio al dissenso, anche online. In Tunisia, le autorità hanno intensificato la repressione contro persone che difendono i diritti umani, ong e oppositori politici. A novembre, una corte d’appello di Tunisi ha confermato le condanne fino a 45 anni di carcere al termine del procedimento giudiziario noto come il “caso del complotto”. In Egitto le autorità hanno continuato a soffocare le associazioni della società civile e i media indipendenti e a punire le critiche verso il governo. Le forze di sicurezza hanno arbitrariamente detenuto persone come giornalisti, ricercatori e dissidenti e le hanno sottoposte a sparizioni forzate, detenzioni senza contatti col mondo esterno e torture. Una massiccia repressione del dissenso ha continuato a dilagare anche negli Stati del Golfo. L’Arabia Saudita ha fortemente limitato il diritto alla libertà d’espressione e d’associazione: persone che avevano espresso critiche al governo o impegnate nella difesa dei diritti umani hanno subito lunghe pene detentive, processi profondamente viziati, divieti di viaggio e anche condanne a morte. Il vicino Oman ha introdotto una nuova legge sulla cittadinanza che consente di revocarla alle persone che “offendono” lo stato o il sultano o che appartengono a un gruppo, partito od organizzazione che abbraccia princìpi che “danneggiano gli interessi” del paese. Anche la libertà di stampa ha subito ulteriori limitazioni. In Iraq, le autorità hanno utilizzato vaghe norme di legge che criminalizzano i “contenuti indecenti” e le violazioni della “morale pubblica” per colpire voci critiche, l’attivismo per i diritti umani e l’informazione indipendente. In Giordania la Commissione per i mezzi d’informazione ha bloccato 12 portali di media locali ed esteri per “avere diffuso veleno mediatico e attaccato il paese e i suoi simboli nazionali”. Secondo il Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà dei media, 12 giornalisti e giornaliste sono stati trattenuti dalla polizia palestinese per periodi compresi da poche ore a due settimane, durante i quali sono stati interrogati in relazione al loro lavoro. Nella Regione del Kurdistan iracheno, il noto giornalista Sherwan Sherwani è stato condannato a un nuovo periodo di carcere di quattro anni e sei mesi sulla base di accuse inventate, pochi giorni prima della prevista scarcerazione ad agosto. In tutta la regione le autorità hanno represso proteste pacifiche vietandole o disperdendole con la forza. In Algeria, la polizia ha arrestato manifestanti pacifici durante le proteste e gli scioperi per i diritti dei lavoratori dell’inizio del 2025. I sistemi di giustizia penale sono stati ridotti a strumenti repressivi dei governi. Oltre al già citato caso della Tunisia, va segnalato che in Egitto e Libia, nonostante alcune scarcerazioni dovute da tempo, migliaia di persone sono rimaste arbitrariamente detenute senza base legale o in seguito a processi iniqui. Avvocati difensori di oppositori politici e di vittime di violazioni dei diritti umani sono stati presi di mira con indagini basate su accuse pretestuose come quella di “diffusione di notizie false” o come in Egitto, di “terrorismo”. In Giordania, migliaia di persone sono rimaste in detenzione amministrativa in quanto considerate “pericolose per il popolo”. Le autorità giudiziarie dell’Algeria hanno ripetutamente violato il diritto a un processo equo portando in tribunale persone accusate senza informare i loro legali e sottoponendole a udienze accelerate. Donne e ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi in termini di diritti di libertà di movimento, espressione, autonomia sul proprio corpo, eredità, divorzio, cariche politiche e opportunità d’impiego. La violenza di genere è rimasta un fenomeno radicato e diffuso, così come i femminicidi. Persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate sono state arrestate, processate e condannate per nient’altro che relazioni omosessuali consensuali. Il codice penale dello Yemen criminalizza, anche con la pena di morte, le relazioni omosessuali consensuali e il sesso anale. In Algeria e Marocco, le autorità hanno continuato a dare la caccia ad adulti che avevano avuto rapporti sessuali; in Tunisia, i procedimenti giudiziari per reati di questo tipo sono aumentati. *Portavoce di Amnesty International Italia