Carceri, il sovraffollamento raggiunge il 138% di Ilaria Dioguardi vita.it, 26 aprile 2026 Sono 63.940 le persone detenute in Italia, il 4,38% sono donne. Gli istituti di pena sono sovraffollati, in media, al 138%, un anno fa lo erano al 134%. Sono 25 i bambini in carcere con le loro madri. Sono alcuni dei dati del Report del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale. Sono 61.142 uomini e 2.798 donne (il 4,38%) gli adulti detenuti in Italia, per un totale di 63.940 persone, ad aprile 2025 erano 62.445. Il 68,53% (43.618) sono cittadini italiani, e il 31,47% (20.124 persone) sono stranieri, di questi la componente extracomunitaria è l’86,6%. Sono alcuni dei dati, estrapolati dagli applicativi messi a disposizione dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria-Dap, presenti nel Report analitico Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale, pubblicato dal Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale, aggiornato ad aprile 2026. In 65 carceri il sovraffollamento è superiore al 150% - Un focus specifico del report è dedicato al tema del sovraffollamento, con un indice calcolato al 138% su base nazionale. Sono 51.264 i posti di capienza regolamentare e 46.331 i posti regolarmente disponibili (secondo i parametri della Corte europea dei diritti dell’uomo). Su un totale di 189 istituti censiti, quattro si trovano in condizioni di sovraffollamento critico (oltre il 200%): le case circondariali di Lucca, di Foggia, di Brescia “Canton Mombello” e di Lodi. In 61 carceri il tasso di occupazione è superiore al 150%. Gli istituti tra 100% e 150% sono 101, solo 23 strutture operano sotto la capienza regolamentare. Solo in Valle d’Aosta le carceri non sono sovraffollate - Otto le regioni con un tasso di sovraffollamento superiore al 142%: la Puglia (175,19%), la Lombardia (157,66%), il Molise (157,48%), il Friuli-Venezia Giulia (155,43%), la Basilicata (154,39%), il Veneto (148,64%), il Lazio (143,66%), l’Emilia-Romagna (142,66%). Solo una regione presenta un indice inferiore al 100%: la Valle d’Aosta, con un affollamento dell’85,31%. Da 134% a 138% in un anno - Il sovraffollamento è cresciuto, in quasi un anno, di quattro punti percentuale. A maggio 2025, a livello nazionale, l’indice di sovraffollamento era del 134,29% con 157 istituti con un indice superiore al consentito e 63 pari o superiore al 150%. 25 bambini nelle carceri - Il report analizza anche la situazione delle madri private della libertà personale con figli al seguito, che risultano essere 21, con 25 bambini che vivono in carcere con loro. Un dato significativo riguarda la componente straniera: 10 delle 21 madri (45,7%) e 12 dei 25 bambini (48%) non sono italiani. “È una delle situazioni più delicate del sistema penitenziario”, sottolinea il Report, “dove le esigenze di sicurezza si intrecciano con i diritti fondamentali dei minori”. Più della metà della popolazione ha tra 25 e 44 anni - La fascia d’età compresa tra 25 e 44 anni concentra la quota più consistente della popolazione detenuta: 14.670 unità nella fascia 25-34 anni (22.9%) e 17.681 nella fascia 35-44 anni (27.7%), per un totale di oltre il 57% dell’intera popolazione carceraria. Tra i 45 e i 64 anni di età si colloca oltre il 37% della popolazione, mentre è over 65 il 5,3% delle persone detenute. Oltre tre quarti dei ristretti ha una condanna definitiva - Per quanto riguarda le condanne, oltre tre quarti della popolazione detenuta in Italia (il 76,1%) ne sconta una definitiva o è in attesa di giudizio per altri procedimenti pur avendo già una condanna definitiva. La seconda categoria per numerosità è rappresentata dalle persone in attesa di primo giudizio: sono 9.118 (14,26%). Quasi il 20% è in carcere per pene brevi - Rispetto alla durata della pena, il report segnala come le pene brevi (da 0 a tre anni) rappresentino il 19,29% del totale (9.387 persone), con una concentrazione maggiore nella fascia da due a tre anni. Le pene medie (da tre a 10 anni) sono invece la categoria più numerosa con il 53,84% del totale (26.199 persone). All’interno di questa fascia, le pene da cinque a 10 anni sono le più comuni. Le pene lunghe (oltre 10 anni) rappresentano il 22,97 % del totale, mentre l’ergastolo riguarda il 3,90% del totale (1.898 persone). Alto turnover - Per quanto riguarda la “pena residua”, il tempo di condanna rimanente da scontare, i dati mostrano come oltre la metà delle persone private della libertà personale (51,11%) abbia una pena residua tra 0 e 3 anni. “Questo dato, unito a quello precedente, ossia di una forte concentrazione sempre nelle fasce da 0 a tre anni, indica un sistema penitenziario con un alto turnover, dove la maggior parte delle persone private della libertà personale sconta pene relativamente brevi”, continua il report. Quasi un terzo della popolazione presso gli istituti penitenziari è legittimato a chiedere misure alternative alla detenzione. Quasi il 24% sono reati contro il patrimonio - In riferimento ai reati, si registrano un totale di 155.808 reati ascritti. Quelli contro il patrimonio rappresentano la categoria più numerosa con 36.864 (23,66% del totale), confermando la centralità di questa tipologia delittuosa nel sistema penitenziario italiano. I reati contro la persona interessano 29.108 persone detenute (18,68% del totale), con 9.435 stranieri (22,94% della categoria). I reati connessi alla legge droga coinvolgono 21.724 persone private della libertà personale (13,94% del totale). 16 suicidi dall’inizio dell’anno - Il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti (aggiornato al 19 aprile 2026) segnala 15 suicidi, nel 2026, tra le persone detenute, a cui bisogna aggiungere un uomo che si è tolto la vita ieri a Rebibbia, a Roma. Dall’inizio dell’anno, sono 51 i morti per “Altre cause”. Dirigenti penitenziari: “Ritirare la stretta su frigoriferi nelle celle” ansa.it, 26 aprile 2026 Sbriglia: “C’è volontà esasperare per giustificare i Gruppi di Intervento Operativo?”. “Mentre l’Italia si prepara alla calura estiva e i meteorologi lanciano i primi allarmi, al Largo Luigi Daga, sede del Dap, il più qualificato centro decisionale del sistema carcerario, che dovrebbe ‘confortare e sostenere’ chi opera nelle prigioni, spira un vento che raggelare ogni logica gestionale, ma non certo le bottiglie d’acqua dei detenuti”. A sostenerlo è il Coordinatore nazionale del Fsi-Usae, Federazione Sindacati Indipendenti dei dirigenti penitenziari di diritto pubblico, Enrico Sbriglia, contestando la decisione del Capo del Dipartimento di compiere una “stretta sull’uso di frigoriferi nelle celle detentive”. Il sindacato chiede che la disposizione sia ritirata ricordando che un mese fa la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento raccomandava “l’adozione di ogni presidio possibile per fronteggiare la calura, suggerendo persino l’incremento di frigoriferi per evitare il ‘dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare’“. Oggi invece “il Capo del Dipartimento firma una disposizione di tutt’altro segno, che ne ordina la rimozione dalle camere di pernottamento, relegandoli in locali comuni e per un uso ad orari prestabiliti”. Il sindacato ipotizza che “dietro questo improvviso ‘rigore securitario’ si celi la volontà di esasperare gli animi per giustificare l’invocazione dei Gruppi di Intervento Operativo (GIO). Perché se scoppieranno le rivolte - e togliendo un po’ di sollievo dal caldo a chi è rinchiuso si può innescare la miccia perfetta - a pagarne il prezzo non saranno i firmatari di queste circolari, ma i Direttori, i Comandanti di reparto, gli educatori e i pochi poliziotti rimasti”. Una vicenda preceduta “fior di fondi pubblici spesi per dotare le celle di frigoriferi”. Infine, Sbriglia evidenzia che “non sarà certo la rimozione di un frigorifero a fermare il traffico di cellulari o droga” né “ad impedire il barricamento all’interno di celle o sezioni”. I frigoriferi ribelli sul fronte caldo delle carceri di Enrico Sbriglia* Ristretti Orizzonti, 26 aprile 2026 Abbiamo appreso, increduli, della recente nota, firmata dal Capo del Dipartimento, riguardante la stretta sull’uso di frigoriferi nelle celle detentive. In diversi istituti, infatti, dei lungimiranti direttori ne hanno consentito da tempo l’impiego; si tratta di elettrodomestici di contenute dimensioni dove i detenuti stipano le bottiglie di plastica di acqua e bibite (tra l’altro vi sono realtà dove l’acqua manca o è non potabile), insieme a quei generi alimentari freschi che acquistano, se va bene, due volte alla settimana, altrimenti una sola, e dove ripongono le pietanze “gourmet” somministrate dall’amm.ne, oppure le vettovaglie consentite e controllate portate dai familiari in visita. Intuibile che, ove si tratti di cibi “freschi”, come yoghurt, latticini, latte, salumi, etc., la refrigerazione riduce il rischio di infezioni o di malattie, soprattutto gastrointestinali, con positive ricadute in termini di minor numero di visite mediche e ricoveri (rectius di accompagnamenti con scorta di polizia negli ospedali), nonché del consumo di farmaci, a vantaggio della spesa erariale. Consumare delle bevande refrigerate conforta non poco, soprattutto quando d’estate le temperature rendono la vita nelle celle sovraffollate particolarmente insopportabile. Tra l’altro l’uso dei frigoriferi comporta un rilevante minor consumo idrico, disincentivando i detenuti a collocare le bottiglie sotto il getto continuo dell’acqua: forse un giorno si scoprirà che le carceri italiane hanno rappresentato per decenni il più importate affluente dei grandi fiumi che attraversano le nostre regioni. Inoltre si parla ad ogni piè spinto di cambiamento climatico e di come le temperature, da tempo, sia in Italia che all’estero tendino ad una continua salita. Ebbene, mentre l’Italia si prepara alla consueta calura estiva e i meteorologi iniziano a lanciare i primi allarmi, al Largo Luigi Daga, sede del DAP, e quindi di quello che dovrebbe essere il più qualificato centro decisionale del sistema carcerario italiano, quello che dovrebbe “confortare e sostenere” quanti operino dentro le prigioni, sembra spirare un vento di segno opposto, capace effettivamente di raggelare ogni logica gestionale, ma non certo le misere bottiglie d’acqua dei detenuti. Ci chiediamo, con tutto il più bonario rispetto dovuto ai vertici, se si tratti di una colossale svista o se, per caso, l’aria condizionata delle stanze ministeriali e gli eventuali minifrigo, ove presenti nelle stanze “che contano”, raggelino il buon senso, tanto da far dimenticare cosa realmente significhi vivere in una cella di pochi metri quadrati nei mesi estivi, in particolare in locali stipati di esseri umani, a prescindere dalle eventuali colpe che stiano espiando gli stessi, pagando un prezzo di libertà. Appena un mese fa, la Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento, con la nota a firma del Dott. Napolillo (31/03/2026), raccomandava ragionevolmente, pur senza indicare a quali risorse economiche appositamente individuate attingere, l’adozione di ogni presidio possibile per fronteggiare la calura, suggerendo persino l’incremento di frigoriferi per evitare il “dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare”. E oggi? Il Capo del Dipartimento firma una disposizione di tutt’altro segno, che ne ordina la rimozione dalle camere di pernottamento, relegandoli in locali comuni e per un uso ad orari prestabiliti. Sì, quasi come se il bisogno di un sorso d’acqua fresca sia da percepirsi e consumarsi, da qualunque persona, esclusivamente in una certa ora, in un certo momento, e non dipenda invece da un bisogno individuale, difficilmente governabile e programmabile, soprattutto in contesti dove giocano moltissimi fattori fisici e psicologici (stato di salute, età, attività sportiva, lavorativa, ansia, semplice arsura, etc.). Com’è stato possibile tutto ciò, chi abbia suggerito questo “non rimedio”, non è chiaro (ormai sono scomparsi dagli atti ufficiali i nomi dei responsabili del procedimento e degli estensori), ma è evidente che quanti abbiano indotto il massimo vertice del DAP a firmare la disposizione, poco conoscano del carcere, delle sue reali problematiche, e quali condizioni sopporti la Comunità Penitenziaria detenuta e detenente. Forse sarebbe il caso che i pregiati suggeritori, forse perché abbarbicati dietro manuali e tomi di scienza investigativa, o perché impegnati ad osservare la lotta corpo a corpo, sfogliassero di tanto in tanto qualche abecedario di igiene e profilassi: ci sentiremo tutti più sicuri. Ci chiediamo, infatti, cosa sia cambiato in venti giorni? Il clima, forse, è diventato improvvisamente siberiano oppure ci si è limitati a mutuarne il modello educativo? Non vorremmo pensare male - sebbene a volte ci si indovini - ipotizzando che dietro questo improvviso “rigore securitario” si celi la volontà di esasperare gli animi per giustificare l’invocazione dei Gruppi di Intervento Operativo (GIO). Perché, sia chiaro: se scoppieranno le rivolte - ed il rischio serio c’è, in quanto togliendo un po’ di sollievo dal caldo a chi è rinchiuso si può innescare la miccia perfetta - a pagarne il prezzo non saranno i firmatari di queste circolari, ma i Direttori, i Comandanti di reparto, gli educatori e quei pochi poliziotti rimasti in trincea, tenuti a gestire la rabbia di chi si vede privato di un bene essenziale. Tra l’altro sembra essersi vaporizzata anche una precedente circolare del 18 novembre 2022 che contemplava: innovazione, miglioramento della qualità della vita, investimenti. Sono stati spesi fior di fondi pubblici per dotare le celle di frigoriferi (come ricordato anche dalla stampa nazionale e dagli impegni del Ministro Nordio lo scorso anno). Ora che facciamo? Li smontiamo e li mettiamo… “dove”? È questo il modello di efficienza e razionalizzazione della spesa pubblica che vogliamo proporre? Eppure sarebbe bastato un gesto semplicissimo: alzare la cornetta e chiamare uno qualsiasi dei 189 istituti penitenziari d’Italia. Presentarsi al centralino e chiedere al primo Ispettore o Assistente Capo di sorveglianza (visto che spesso sono loro, a causa della carenza di personale, a dover fare le veci dei funzionari di polizia penitenziaria migrati altrove): “Senta, ma secondo lei è il caso di togliere i frigo dalle celle proprio ora che arriva il caldo?”. La risposta, ne siamo certi, sarebbe stata unanime e molto più tecnica di mille pareri ministeriali: “Meglio di no, a meno che non vogliate vederci bruciare tutti”. Invece, si preferisce considerare i Direttori come meri indifferenti esecutori di ordini, ignorando la loro capacità di fornire quel supporto tecnico fondamentale per scrivere circolari che abbiano un senso nella realtà quotidiana. Una volta, quando si era antichi, si diceva “partecipazione”… Chiediamo, perciò, prima che accada l’irreparabile, un intervento politico (per quanto possa ingerire nella cosa amministrativa tra l’altro così banale) dei Sottosegretari Ostellari e Balboni, del Vice Ministro Sisto e dello stesso Ministro Nordio, affinché questa circolare venga ritirata. Non sarà certo la rimozione di un frigorifero a fermare il traffico di cellulari o droga - strumenti che la Polizia Penitenziaria, quella vera, che sta nei reparti, sa bene come scovare durante le regolari o straordinarie ispezioni. Né ad impedire il barricamento all’interno di celle o sezioni, perché in tanti modi può realizzarsi, e qui non lo diciamo per non fornire inavvertitamente dei consigli alle persone detenute esasperate. Come Coordinamento dei Dirigenti, diciamo *NO* a questo passo indietro pericoloso. Non vogliamo trovarci tra due mesi a dire “ve lo avevamo detto”. La nostra missione è restituire alla società, ove possibile, delle persone migliori di come sono entrate, lavorando sulla rieducazione che fa sicurezza. E la rieducazione non passa per la privazione di un bicchiere d’acqua fresca in una giornata di agosto. Attenzione: fermatevi finché siete in tempo. *Coordinatore Nazionale CNDP FSI-UNSAE Il pericolo di una garanzia negoziata di Lorenzo Spadacini Il Manifesto, 26 aprile 2026 Non è stata soltanto un errore, o un pasticcio corretto in extremis, la vicenda del decreto sicurezza e della norma sugli avvocati pagati per favorire i rimpatri, è stata un precedente. Che, come ha ben colto ieri l’editoriale di Andrea Fabozzi, riguarda il modo in cui le regole costituzionali possono essere piegate e poi riassorbite senza costi politici per chi le viola. È noto come, a partire almeno dalla presidenza Ciampi, la cosiddetta “moral suasion” si sia progressivamente affiancata all’esercizio dei poteri formali. Interlocuzioni preventive, richiami informali, correzioni sollecitate prima della promulgazione: strumenti utili, in molti casi, a evitare conflitti istituzionali e gli strappi costituzionali più evidenti. Inizialmente, tuttavia, essa ha svolto una funzione complementare, non sostitutiva. Il problema nasce quando questo equilibrio si altera. Se la moral suasion diventa il canale di fatto esclusivo attraverso cui si gestiscono le criticità costituzionali, mentre i poteri formali - in primo luogo il rinvio delle leggi alle Camere - vengono progressivamente accantonati, la funzione di garanzia cambia natura: da controllo esterno a forma di interlocuzione interna al processo decisionale. Qui emerge il nodo dell’effetto preventivo, in senso propriamente costituzionale. Il rinvio non serve soltanto a correggere ex post una legge viziata, ma a produrre un effetto ex ante: indurre le forze politiche, soprattutto di maggioranza, a evitare forzature, sapendo che potrebbero essere formalmente bloccate. La sua forza non sta nella frequenza d’uso, ma nella sua credibilità. E tuttavia, proprio questa credibilità si è progressivamente attenuata. Il rinvio è stato utilizzato in passato anche sulle leggi di conversione dei decreti-legge, pur con l’effetto - sostanzialmente inevitabile - della loro decadenza: undici i casi, con dieci decreti decaduti. Segnalavano che il controllo poteva essere esercitato anche a costo di effetti immediati. Oggi, invece, non solo il rinvio delle leggi di conversione è scomparso (l’ultimo rinvio, di Ciampi, risale a più di venti anni fa), ma anche quello sulle leggi ordinarie si è fatto rarissimo (un unico rinvio disposto da Mattarella). Ne risulta un indebolimento complessivo della funzione di garanzia, che tende a spostarsi sempre più sul terreno informale. La decretazione d’urgenza è il campo in cui l’inefficacia della moral suasion appare con maggiore evidenza. Da tempo si assiste a un uso estensivo del decreto-legge, ordinariamente al di fuori dei presupposti di necessità e urgenza. I richiami non sono mancati, ma non hanno prodotto un contenimento effettivo di questa deriva. Nel caso più recente, il problema si presenta in forma ancora più netta. Il governo ha lasciato il decreto correttivo del tutto privo di una motivazione sui presupposti di necessità e urgenza. E non potrebbe essere altrimenti: qui l’urgenza coincide con l’esigenza di neutralizzare gli effetti di un controllo di garanzia che si è voluto evitare nelle sue conseguenze costituzionalmente previste. Si potrebbe sostenere che la sostanza è salva. Ma, in questo caso, la forma è sostanza: è nella forma che si costruisce la capacità delle istituzioni di incidere sui comportamenti futuri. C’è, inoltre, un problema di metodo. La moral suasion, proprio perché informale, trova la sua sede naturale nella riservatezza. È lì che può risultare efficace. Quando invece si proietta nello spazio pubblico, rischia di produrre un effetto diverso: non più persuasione, ma l’impressione che la garanzia sia oggetto di una forma di interlocuzione o negoziazione. Ma la garanzia, per sua natura, non si negozia: si esercita attraverso gli strumenti che la Costituzione prevede e rende pubblici proprio per questo. Una funzione di garanzia efficace non richiede un uso più frequente dei poteri presidenziali, ma che la loro eventuale attivazione resti una possibilità concreta e credibile. Che il rinvio entri nel calcolo ordinario delle forze politiche come esito possibile, non come ipotesi teorica. Quando questo accade, il rispetto dei limiti costituzionali viene incorporato già nella fase di elaborazione delle norme. Quando non accade, la correzione si sposta a valle e diventa eventuale. In questo senso, la questione non è “più interventismo” del Presidente, ma un diverso equilibrio tra strumenti formali e informali: meno affidamento su meccanismi che presuppongono cooperazione e reciprocità, più chiarezza sull’esistenza di limiti non negoziabili. Se questo equilibrio si rompe, la moral suasion rischia di produrre un effetto paradossale: invece di rafforzare la funzione di garanzia, la indebolisce. Perché riduce la distanza tra chi controlla e chi è controllato e attenua il costo delle violazioni. È questo il punto più rilevante che emerge dalla vicenda. Non tanto l’errore, né la sua correzione, ma il modo in cui si è scelto di gestirlo. Un modo che, se dovesse consolidarsi, inciderebbe sull’equilibrio complessivo del sistema. La garanzia, per funzionare, non deve necessariamente essere esercitata spesso. Ma deve poter essere esercitata davvero. Colombo: “Intervenga la Corte costituzionale sulla nuova stretta alla sicurezza” di Conchita Sannino La Repubblica, 26 aprile 2026 Parla l’ex pm di Mani Pulite: “La conseguenza saranno carceri ancora più piene. Errori su fermo preventivo e flagranza”. “La nuova legge sulla Sicurezza? A mio parere, le norme che presentano profili su cui dovrebbe pronunciarsi la Corte costituzionale sono più d’una”. Gherardo Colombo, già pm di Mani Pulite, il magistrato che svelò l’esistenza della P2, da quasi venti anni si occupa di sociale, è impegnato con i giovani e con le persone detenute. E non nasconde lo stupore rispetto a quanto avvenuto nel grave pasticcio sul dl Sicurezza. Dottor Colombo, partiamo dalle norme sul “fermo preventivo”, sulla “flagranza differita”. Che ne pensa? “Credo che entrambe le misure abbiano notevoli problemi di compatibilità con la Costituzione, alla quale le leggi ordinarie debbono conformarsi, pena l’intervento della Consulta. La nostra Carta dedica una speciale attenzione alla tutela della libertà personale: e infatti le limitazioni sono disposte con “atto motivato dell’autorità giudiziaria nei soli casi previsti dalla legge”. E soltanto nei casi “di necessità ed urgenza” permette che l’iniziativa sia presa dalle forze dell’ordine, con l’obbligo di rapidissima ratifica da parte del magistrato”. Pesano poi le preoccupazioni della rete “Alleanza per una pena Costituzionale”: la stretta aggrava la sofferenza in carcere. Condivide? “Sì. Il continuo ricorso a nuovi reati, all’aggravamento delle pene ha come naturale conseguenza l’aumento del sovraffollamento, che rende i penitenziari invivibili. La Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e aggiunge che “devono tendere alla rieducazione”. E c’è allarme anche per le operazioni sotto copertura consentite d’ora in poi alla polizia penitenziaria. È infondato? “Ma lei si immagina che clima si instaurerà nelle carceri con l’infiltrazione di agenti sotto copertura, abilitati non solo a fare l’impossibile per scoprire reati già commessi, ma anche a promuovere la commissione di nuovi?”. Insomma: una polveriera? “Ma chi ha votato il decreto e la sua conversione davvero pensa che tali misure non provochino l’aggravarsi della recidiva? Mi domando: gli importa la sicurezza dei cittadini o hanno l’esclusivo interesse a far stare male chi ha commesso - o si pensa che abbia commesso, o che potrebbe commettere, se guardiamo al fermo - un reato? Mi chiedo anche che fine abbiano fatto le componenti “garantiste” della compagine governativa”. Sui migranti. Davvero servono incentivi, se non al difensore a figure generiche di “rappresentanti” dello straniero, per favorire i rimpatri? “Anche qui ho una domanda. Sarebbe necessario favorire i rimpatri o non piuttosto l’integrazione e l’accoglienza? Ci si dovrebbe fare tante domande sulle politiche sociali ed economiche del Paese, e tener conto anche del continuo decremento demografico che l’Italia sta subendo”. E l’idea di cancellare di fatto il gratuito patrocinio dello Stato per coloro che non vogliono tornare nel Paese d’origine? “Se è così, dobbiamo rileggere ancora la Costituzione: “Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione” è l’articolo 24. E la stessa cosa dice la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Mi viene il dubbio che si voglia cercare di avere mano libera prima che possano intervenire la Corte costituzionale e la Corte europea dei diritti dell’uomo, i cui tempi sono senza scampo lunghi”. Il decreto bis correttivo al Dl sicurezza. Non c’era spazio per la strada dell’emendamento e del secondo passaggio al Senato? “Non so se per l’emendamento esistessero i tempi tecnici. Ma certo colpisce molto l’uso indiscriminato del decreto legge, senza preoccuparsi minimamente di osservare i requisiti di eccezionalità, necessità ed urgenza”. E i toni, il clima di questo ultimo braccio di ferro con il Colle? “Spero che il loro insistere, per tutti quei giorni sul mantenere il testo così com’era, non costituisse una specie di prova di forza nei confronti del Quirinale. Che istituzionalmente svolge, e talora con immense difficoltà, il compito di tenere unito, di evitare strappi all’intero tessuto costituzionale”. Dottor Colombo, lei ha appena festeggiato il 25 Aprile. Valuta come un segno positivo che la premier abbia parlato espressamente, nel giorno della Liberazione, di “oppressione fascista”? “Mi auguro davvero di essere compreso se le dico che non capisco l’ostinazione a chiedere alla premier di dichiararsi antifascista...” Le sembra sterile? “Infatti, è inutile. Per esser chiari: non è che una dichiarazione di antifascismo modifichi per sua forza il contenuto del Dl sicurezza. Il fermo preventivo resta, come resta l’agente sotto copertura nelle carceri e restano tante altre misure. A me pare anzi che sia un po’ “fascista” pretendere una dichiarazione di antifascismo a chi ha qualche consonanza con quel pensiero... e magari salteranno su in tanti a dire che dietro il fascismo non c’è un pensiero... Faccio presente che la nostra Costituzione ammette qualsiasi diversità, che comprende anche quella di condividere idee estremiste, purché queste non sfocino nella commissione di un reato. Il fascismo si marginalizza solo con le opere, facendo il contrario di quel che farebbe quel regime, cioè attuando la Costituzione”. Gip collegiale, la resa di Nordio: “Rinvieremo la riforma, serve assumere più magistrati” di Paolo Frosina Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2026 Il ministro ammette che la norma non potrà entrare in vigore ad agosto a causa delle carenze di organico. Mercoledì l’incontro con l’Anm: le toghe chiederanno l’abrogazione. Dopo la sconfitta al referendum, Carlo Nordio alza bandiera bianca anche sui tre giudici per gli arresti. In un’intervista al Corriere della sera, il ministro della Giustizia riconosce per la prima volta che la norma sul gip collegiale, contenuta nella sua riforma del 2024, non potrà entrare in vigore il prossimo 25 agosto come previsto, ma dovrà essere rinviata almeno fino alla fine dell’anno per non mandare in tilt i tribunali. La norma “è ormai legge e non si discute”, ma “dovremmo considerare le compatibilità con gli organici presenti e semmai rimandare l’entrata in vigore quando, presumibilmente entro la fine dell’anno, saranno superate le eventuali criticità grazie all’assunzione dei nuovi magistrati”, ammette il Guardasigilli. Parliamo della previsione in base alla quale, quando il pm chiede la custodia cautelare in carcere per un indagato, a decidere non sarà più un singolo giudice per le indagini preliminari, ma un collegio di tre. Una trovata “garantista” fortemente contestata dai magistrati, che denunciano il rischio di paralisi organizzativa. In moltissimi piccoli tribunali, infatti, i gip in servizio sono soltanto uno o due, e per comporre il collegio sarebbe necessario distogliere giudici da altre funzioni, presumibilmente civili, in quanto chi decide sulla richiesta d’arresto diventa per legge incompatibile a occuparsi del successivo processo. Per questi motivi la legge Nordio del 2024 aveva rinviato di due anni l’entrata in vigore della norma, prevista, appunto, a fine agosto 2026: nel frattempo si sarebbero dovuto riempire l’organico dei magistrati, aumentato a questo scopo di 250 unità. L’obiettivo però è ancora lontano: a giugno 2025 in tutta Italia c’erano 680 gip in servizio effettivo a fronte di 803 in pianta organica, con le scoperture maggiori nelle grandi città (a Roma 34 su 43, a Milano 31 su 41, a Palermo 20 su 28). Subito dopo la vittoria del No al referendum, quindi, l’Associazione nazionale magistrati aveva inaugurato la nuova battaglia per la sospensione della riforma, chiedendo al governo una “riflessione urgente” per non “paralizzare il lavoro dei tribunali italiani”. Nordio aveva risposto annunciando un “cronoprogramma di realizzazione” in dialogo con il Consiglio superiore della magistratura: la settimana scorsa si è riunito il tavolo paritetico tra Csm e ministero della Giustizia, in cui il nuovo capo gabinetto di via Arenula, Antonio Mura, ha annunciato decisioni a breve, lasciando intendere la probabilità di una sospensione. Ora la dichiarazione di Nordio di fatto ufficializza la resa: i dettagli potrebbero essere resi noti mercoledì, quando la giunta dell’Anm, a capo il neo-presidente Giuseppe Tango, incontrerà il ministro in via Arenula insieme a una delegazione del Consiglio nazionale forense, l’organo istituzionale di rappresentanza dell’avvocatura. Quello del gip collegiale sarà il primo punto che i magistrati porteranno al tavolo: la richiesta di giudici e pm è l’abrogazione della norma, mentre la sospensione è considerato il risultato minimo. Ma almeno quello, al momento, sembra molto vicino. E se le future sentenze le scrivesse l’intelligenza artificiale al posto del magistrato? di Gianfranco Amendola* Il Fatto Quotidiano, 26 aprile 2026 Pochi giorni fa è stata depositata una sentenza del Tribunale di Rovigo: “Non è vietato il ricorso alle nuove tecnologie, non venga trascurata la necessaria supervisione umana”. Tutto inizia il 22 giugno 2023 quando la Corte del distretto meridionale di New York emette un’ordinanza motivata con cui irroga a due avvocati una sanzione di 5.000 dollari per avere, in una causa di risarcimento danni, depositato a favore del loro cliente atti giudiziari citando precedenti di giurisprudenza elaborati, peraltro con termini giuridicamente inappropriati, da un sistema di intelligenza artificiale, completamente inventati e quindi inesistenti senza desistere neppure quando i legali della controparte ne avevano dimostrato, appunto, la inesistenza. Quel che viene condannato dall’ordinanza non è il ricorso alla IA, dato che è del tutto legittimo per un avvocato servirsi della assistenza di altri soggetti (colleghi, consulenti ecc.), ma resta sempre fondamentale dovere professionale di ogni legale il controllo sul materiale che viene depositato e sulla sua affidabilità. Proprio quello che non era stato fatto in quel caso. Peraltro, nello stesso periodo in cui un giudice federale statunitense stabiliva che le conversazioni con chatbot di intelligenza artificiale non godono delle tutele del segreto professionale tra avvocato e cliente, con la possibile conseguenza della condanna del legale per violazione di questo dovere. Ma tutto questo potrebbe avvenire in Italia? Purtroppo sì, anzi è già avvenuto. Pochi giorni fa è stata depositata una sentenza del Tribunale di Rovigo (sez. 1, 7 aprile 2026, n. 219) in materia civile, con una memoria del legale indirizzata al codifensore ove si leggeva che “se vuoi, posso proseguire con l’inserimento di questa parte in un atto completo di atto di citazione in opposizione ex art. 615 c.p.c. o in comparsa conclusionale. Fammi sapere”, spingendo il giudice a scrivere in motivazione che “In materia processuale, il ricorso a sistemi di intelligenza artificiale nella redazione dell’atto come emerge dallo stilema chiaramente riconducibile a tali tipi di strumenti, induce il giudicante al richiamo ad una maggiore cura nella verifica degli atti che vengono depositati: se, infatti, non è certamente vietato il ricorso agli strumenti che le nuove tecnologie mettono a disposizione, è del pari oltremodo necessario che non venga trascurata la necessaria supervisione e verifica umana dell’output che viene poi versato nei atti processuali, di cui il procuratore continua, ovviamente, ad assumersi la responsabilità”. Ma, ancor prima, il TAR della Lombardia aveva già emesso una sentenza (Sez. V, 21.10.2025 n. 3348) in una controversia relativa ad una scuola ove si legge che “nel corso del giudizio, il difensore della parte ricorrente aveva inserito nel proprio atto numerose citazioni di sentenze, apparentemente a sostegno delle proprie tesi. Tuttavia, come rilevato dal Collegio e poi ammesso dallo stesso legale, tali precedenti giurisprudenziali si sono rivelati palesemente inconferenti rispetto ai motivi dedotti, riguardando materie del tutto estranee (urbanistica, condono edilizio, gestione di centri accoglienza, pubblico impiego)”; cui seguiva la giustificazione del legale di aver utilizzato strumenti di ricerca basati sull’intelligenza artificiale che avevano generato risultati errati, le ormai note “allucinazioni da IA”, ovvero informazioni inventate ma plausibili nel contesto; meritandosi, così, la sonora bocciatura del TAR il quale, come i giudici americani, concludeva che la sottoscrizione dell’atto attribuisce la paternità e la responsabilità degli scritti difensivi al legale, “indipendentemente dalla circostanza che questi li abbia redatti personalmente o avvalendosi dell’attività di propri collaboratori o di strumenti di intelligenza artificiale”. Ma se ne è occupata anche la Cassazione. Una prima volta a luglio 2025 (Cass. Pen. n. 25455/2025) quando, trovandosi di fronte una sentenza di una Corte d’Appello che citava, a sostegno della decisione giudiziale, precedenti pronunce di legittimità che “non sono state reperite dalla difesa, nonostante ricerche anche presso gli uffici della Suprema Corte”, paventava un uso “improprio” di strumenti di intelligenza artificiale nella redazione dell’atto. Ancor più palesemente, nell’ottobre dello stesso anno (Cass. Pen., n. 34481), scriveva che “non v’è dubbio che l’uso di strumenti informatici agevola, sul piano pratico, la redazione dei provvedimenti giudiziari ma al contempo aumenta il rischio (oggi esponenzialmente incrementato dall’irrompere sulla scena della intelligenza artificiale) che il giudice attinga “aliunde” gli argomenti del suo decidere, abdicando al dovere di apportare il suo ineliminabile ed insostituibile momento valutativo e facendo venir meno l’in sé del suo essere terzo ed imparziale”. Proprio negli stessi giorni in cui il Csm (Delibera plenaria dell’8.10.2025) emanava precise “Raccomandazioni sull’uso dell’intelligenza artificiale nell’amministrazione della giustizia” in cui, richiamando anche la normativa comunitaria, evidenziava che “ l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale è connesso ad una tecnologia rivoluzionaria, ma che comporta rischi significativi, in particolare per quanto riguarda la tutela dei diritti fondamentali, la protezione dei dati personali e la riservatezza delle informazioni trattate, oltre che l’affidabilità dei dati acquisiti.”, aggiungendo che l’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale in ambito giudiziario può essere considerata compatibile con la funzione giurisdizionale soltanto nella misura in cui tali strumenti siano integrati nel rispetto dei principi fondamentali del diritto processuale. In particolare, devono essere garantiti la trasparenza dell’elaborazione algoritmica, la possibilità di verifica e contestazione degli output, la subordinazione all’autonomia valutativa del giudice, e la parità informativa tra le parti. Solo un utilizzo conforme a tali requisiti potrà risultare coerente con i principi di legalità, giusto processo e tutela effettiva, su cui si fonda la giurisdizione in uno Stato di diritto”. Presto avremo, comunque, una normativa italiana specifica dettagliata quando, tra pochi mesi, entrerà interamente in vigore il Regolamento (UE) 2024/1689 (“AI act”), già in parte anticipato dalla legge 132/2025, ed include l’amministrazione della giustizia tra i settori di utilizzo dei sistemi di IA ad alto rischio dettando una serie di prescrizioni cautelative per garantire un quadro uniforme europeo. Nel frattempo, basta dare uno sguardo su Internet per trovare decine di ditte che pubblicizzano soprattutto per gli studi legali i loro prodotti in cui la IA fa di tutto, ad iniziare dalla redazione di “atti, pareri legali, contratti e documenti giuridici di ogni tipo, a partire da richieste e documenti caricati”. E se facessero anche le sentenze per i giudici? *Ex magistrato, esperto in normativa ambientale Sicilia. Dalla Regione arrivano 4 milioni per il reinserimento dei detenuti palermotoday.it, 26 aprile 2026 L’assessorato regionale della Famiglia e delle Politiche sociali, ha destinato quattro milioni per il reinserimento sociale e lavorativo di soggetti con dipendenze patologiche. In attuazione della legge Regionale 26/2024 è stato pubblicato l’ Avviso a valere sul Pr Sicilia Fse+ 2021-2027, che promuove percorsi rieducativi e formativi multi livello che consentano ai soggetti che presentano profili di fragilità, tra i quali i detenuti, di acquisire, oltre a competenze professionali, un equilibrio psico-fisico che favorisca benessere integrale e sviluppo cognitivo ed emotivo, con particolare attenzione per coloro che per età, condizioni sociali o mediche presentano profili di maggiore criticità. “Diamo piena attuazione a una legge regionale fortemente voluta - dichiara il presidente della Regione e assessore ad interim Renato Schifani - frutto di un impegno politico chiaro e condiviso: mettere al centro la persona, soprattutto quando vive condizioni di fragilità e marginalità. La legge regionale trova piena attuazione - ha aggiunto - traducendosi in interventi concreti, sostenuti da risorse. Abbiamo voluto dare una risposta forte e strutturata, con particolare attenzione a chi è più vulnerabile per età, condizioni sociali o sanitarie”. I destinatari dell’Avviso sono i soggetti presi in carico dai Servizi pubblici per le dipendenze patologiche del Sistema Sanitario Nazionale (Ser.D), residenti o domiciliati in Sicilia; che abbiano un’età compresa tra 16 anni (con obbligo di istruzione assolto) e 64 anni compiuti. Le domande di finanziamento possono essere presentate dalle Agenzie per il lavoro accreditate per l’erogazione dei servizi per il lavoro in Sicilia (Apl) che dovranno inoltrare una proposta progettuale e saranno selezionate da un’apposita commissione di valutazione. Le proposte progettuali, che dovranno coinvolgere da 6 a 10 soggetti, devono prevedere obbligatoriamente tre linee di intervento: orientamento specialistico, esperienza formativa attraverso l’attivazione di tirocinio, sostegno all’inserimento lavorativo - incrocio domanda e offerta di lavoro (Ido). Le domande potranno essere presentate entro 60 giorni dalla data di apertura della piattaforma informatica Si, che sarà resa disponibile con successiva comunicazione sul sito istituzionale del Dipartimento e sul sito del Fse. Reggio Emilia. Gesto estremo in carcere: “Stava per essere trasferito in una Rems” di Stella Bonfrisco Il Resto del Carlino, 26 aprile 2026 Il 35enne georgiano doveva scontare una pena inferiore a cinque anni. Sarebbe stato spostato alla Rems a causa di gravi problemi psichiatrici. Si è suicidato venerdì sera, intorno alle 21, nel carcere della Pulce, un uomo di nazionalità georgiana. Aveva 35 anni. Si trovava nell’articolazione per la tutela della salute mentale (Atsm), dove era rientrato da un paio di giorni dopo essere stato sottoposto a Trattamento sanitario obbligatorio. Il prossimo 27 aprile avrebbe avuto l’udienza con il giudice di sorveglianza per il trasferimento in una Rems. L’uomo aveva da scontare una pena lieve, inferiore ai cinque anni. “Ormai i suicidi in carcere - ha commentato il garante regionale per i detenuti Roberto Cavalieri - hanno raggiunto dimensioni inimmaginabili. In questo caso colpisce che il trentacinquenne si trovasse in una sezione che ospita un limitato numero di persone, che non soffre di sovraffollamento. Ma quando di tratta di suicidio la questione non è mai preventivabile e i segnali non sempre sono di facile lettura”. “So che era un ragazzo con gravi problemi psichiatrici - spiega la garante del carcere di Reggio Emilia, Francesca Bertolini - che stava attraversando un grave stato di sofferenza. I reati che aveva commesso erano chiaramente legati al suo disagio psichiatrico. La madre e il fratello, che vivono nel reggiano, gli erano vicino, si occupavano di lui e lo sostenevano nel percorso di cura. Aveva una famiglia unita, che non lo aveva mai abbandonato. Anche il soggiorno al diagnosi e cura non è stato sufficiente per alleviare il suo stato di grande sofferenza. Si stava infatti lavorando per spostarlo alla Rems, perché era evidente che il carcere non era un luogo in cui potesse vivere”. A dicembre 2025, alla Rems di Reggio Emilia - unica struttura di questo tipo in tutta la regione - si era tolto la vita un ragazzo indiano di 24 anni. La struttura di Reggio Emilia rappresenta il massimo valore sanitario e sociale che una regione può dare a persone con problematiche psichiatriche e che hanno inconsapevolmente compiuto reati. In generale il dato dei suicidi in carcere è in flessione, a livello nazionale. Da 96 nel 2024 a 76 nello scorso anno. Ma questi numeri non devono rassicurare affatto, perché il suicidio rimane sempre il termometro del disagio e del dolore in carcere. Sassari. Negati libri e cd musicali ad Alfredo Cospito, detenuto al 41 bis sassaritoday.it, 26 aprile 2026 Il ministero della Giustizia, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e la direzione della casa circondariale di Sassari hanno presentato ricorso in Cassazione contro l’autorizzazione che consentiva ad Alfredo Cospito di ricevere libri e cd musicali. L’anarchico, detenuto in regime di 41 bis nell’istituto di Bancali, resta per il momento senza i materiali richiesti, nonostante il tribunale di sorveglianza si fosse espresso a favore della consegna. Fino alla decisione della Suprema Corte, il divieto rimane in vigore. Tra i titoli che Cospito aveva chiesto di poter consultare figurano il saggio di fisica e storia della scienza “Dio gioca a dadi con il mondo” di Giuseppe Mussardo, oltre a classici della letteratura horror come “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson e “Ghost story” di Peter Straub. La richiesta includeva anche un cd musicale, “Who let the dogs out” della band Lambrini Girls. La difesa di Cospito contesta duramente l’ostruzionismo dell’amministrazione. Secondo l’avvocato Flavio Rossi Albertini, “si intende applicare il 41 bis completamente al di fuori dal perimetro normativo”. Il legale ha inoltre aggiunto che si tratta di “misure che mal si conciliano con uno Stato democratico”. La questione si inserisce in un calendario giudiziario serrato per l’esponente anarchico. Il prossimo 4 maggio, infatti, il ministero dovrà decidere se rinnovare per altri due anni il regime carcerario duro. La gestione della detenzione di Cospito continua a essere al centro di un dibattito giuridico e politico sul confine tra sicurezza e diritti fondamentali dei detenuti sottoposti al regime di massima restrizione. Alfredo Cospito è stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Bancali, a Sassari, il 5 maggio 2022, a seguito della decisione di applicargli il regime di 41 bis per il rischio di comunicazioni stabili con l’area anarchica esterna. In risposta alle condizioni di isolamento, il 20 ottobre dello stesso anno ha intrapreso un prolungato sciopero della fame che ha portato a un grave deterioramento della sua salute e al temporaneo trasferimento nel carcere di Opera e all’ospedale San Paolo di Milano. La protesta si è conclusa il 19 aprile 2023, dopo una sentenza della Corte costituzionale che ha aperto alla possibilità di attenuanti per la condanna relativa all’attentato di Fossano. Dopo la fine del digiuno, Cospito è rientrato nell’istituto penitenziario di Sassari, dove tuttora sconta la pena. Nonostante i numerosi ricorsi presentati dalla difesa per denunciare l’incompatibilità della misura con lo stato di salute e i principi costituzionali, la Corte di cassazione e il ministero della Giustizia hanno ripetutamente confermato la necessità del carcere duro, ritenendo immutata la sua pericolosità sociale. Nel settembre 2025, anche la Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso del detenuto, giudicando le prove fornite dalle autorità italiane sufficienti a giustificare il mantenimento del regime speciale. Sulmona (Aq). “Non è da ricovero”. Tre medici alla sbarra per la morte di un detenuto ondatv.tv, 26 aprile 2026 L’accusa è quella di omicidio colposo in concorso per aver “omesso di adottare gli opportuni e tempestivi accertamenti in presenza di un quadro clinico tale da consentire una sicura insorgenza di complicazioni cardiache”. È questa la contestazione che il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona Stefano Iafolla ha formulato nei confronti di tre medici del carcere di massima sicurezza di Sulmona che il prossimo 7 luglio dovranno comparire davanti al giudice per le udienze preliminari. Un caso di presunta responsabilità sanitaria all’interno della casa di reclusione di Sulmona che riguarda il decesso di Pietro Guccione, avvenuto a seguito di gravi complicazioni cardiache che, secondo l’accusa, avrebbero potuto essere prevenute con accertamenti tempestivi e adeguati. I fatti risalgono a dicembre 2022, quando l’uomo aveva manifestato un malessere generale. In una prima visita medica, i parametri vitali risultavano nella norma e veniva consigliato un approfondimento cardiologico. Nei giorni successivi, il detenuto veniva sottoposto a ulteriori controlli da parte del personale sanitario della struttura. Tuttavia, secondo quanto emerge dagli atti, in tali visite non sarebbero stati eseguiti né riportati accertamenti specifici di natura cardiologica, come un elettrocardiogramma o altre indagini specialistiche, ritenute necessarie in relazione ai sintomi riferiti e al profilo di rischio del paziente. Il quadro clinico si sarebbe progressivamente aggravato fino al decesso, avvenuto pochi giorni dopo. La causa della morte è stata individuata in un tamponamento cardiaco subacuto, determinato dalla fuoriuscita lenta di sangue nella cavità pericardica a seguito della lacerazione della parete del ventricolo sinistro, riconducibile a un infarto miocardico. Secondo l’impostazione accusatoria, un intervento diagnostico completo e tempestivo comprensivo di visita cardiologica specialistica, esame elettrocardiografico ed ecografico avrebbe consentito di individuare precocemente i segnali dell’infarto in atto. Ciò avrebbe reso possibile l’avvio di terapie adeguate, potenzialmente in grado di evitare l’evoluzione fatale della patologia. Il procedimento riguarda il personale sanitario in servizio presso l’istituto penitenziario, chiamato a rispondere, a vario titolo, di responsabilità colposa per la mancata osservanza delle buone pratiche clinico-assistenziali. I tre medici dovranno ora rispondere di omicidio colposo in concorso. Toccherà al gup decidere se ricorrono i presupposti per mandare gli imputati a giudizio. A chiedere giustizia sono i familiari di Guccione che, tramite l’avvocato Carlo De Pascale, sono pronti a chiedere un maxi risarcimento e costituirsi parte civile. Palermo. Il Garante dei detenuti: grave la situazione nella nona sezione dell’Ucciardone Quotidiano di Sicilia, 26 aprile 2026 “Non ascoltano neanche chi li rappresenta sul territorio. Da anni proponiamo la chiusura della nona sezione della casa di Reclusione Ucciardone, in quanto fatiscente e sovraffollata da soggetti con gravi problemi di salute mentale e con persone con problematiche disciplinari, art.14 bis. Nel tempo si era riusciti ad alleggerire la presenza nella sezione da circa 60 persone a 25, ieri sono tornato alla nona, su richiesta di alcuni detenuti e la situazione è nuovamente appesantita. Di colpo sono arrivati anche 14 persone detenute con art.14 bis (soggetti puniti) con problematiche complesse”. Lo dice Pino Apprendi, garante dei diritti delle persone private della libertà di Palermo. “Gli infissi sono da cambiare tutti, hanno trascorso un inverno fra gli spifferi e adesso in quei piccoli spazi dovranno affrontare una torrida estate. Il personale è allo stremo - afferma Apprendi - In qualche cella, dove lo spazio è appena sufficiente per 1 persona c’è il letto a castello con 2 persone. Molti detenuti non fanno colloqui con i familiari da anni perché vengono da altre città e le famiglie non dispongono di risorse economiche, pur avendo inoltrato più volte istanza per un avvicinamento alle loro famiglie non ricevono nemmeno una risposta. Una delle celle presentava vistosa umidità in una parete e nel tetto”. Il garante conclude: “Faremo una verifica dei prezzi del sopravvitto che è il cibo che viene acquistato per integrare ciò che passa il carrello: 1/2 chilo di tritato di 2° taglio 7,50 euro. Il carcere dovrebbe essere rieducativo e oggi che tutti invochiamo la Costituzione dimentichiamo l’applicazione dell’articolo 27”. Matera. In carcere si fa scuola di umanità di Viviana Braia suditaliavideo.it, 26 aprile 2026 Come un libro, che segna la fine di un progetto, può iniziare a segnare la coscienza collettiva. Lo scorso 22 aprile, a Matera, presso la sala convegni della Caritas diocesana Matera-Irsina, è stato presentato il libro “Coltivare umanità. Manuale involontario di botanica umana”, di Ilaria De Vanna. L’autrice, già mediatrice e formatrice esperta di Giustizia Riparativa, nonché vice presidente della Cooperativa C.R.I.S.I., ha raccolto in parole i fiori sbocciati nell’ambito di un progetto per il recupero e il reinserimento dei detenuti presso la Casa Circondariale di Matera. Il progetto, finanziato dal PRAP di Puglia e Basilicata, è germogliato dal seme delle c.d. pratiche riparative di comunità. Si tratta di percorsi di incontro e dialogo fra gruppi eterogenei di persone ? ha spiegato De Vanna nel suo libro. Per mesi, infatti, una serie di professionisti, quali educatori e mediatori di Giustizia Riparativa, unitamente ad alcuni volontari, ha incontrato un gruppo di detenuti nella sala adibita a biblioteca della Casa Circondariale di Matera, con l’obiettivo di provare a coltivare una botanica delle relazioni. L’ascolto, l’attenzione e la protezione reciproca si sono resi necessari per concimare e preparare il terreno relazionale. Piantato, poi, il seme di una fiducia ricambiata, raccontarsi è venuto da sé. Storie dense di dolore, storie che hanno preso tanta pioggia e poco sole, sono esplose, come i fiori spontanei nella campagna primaverile, dentro al vaso contenitore del carcere. Eppure, queste storie, così plumbee e sciupate, hanno cominciato a colorarsi di speranza, carezzate - come sono state ? dal balsamo curativo di chi, lì presente, ha saputo ascoltarle e custodirle, avendo cura di non rimaneggiarle. Questo unguento potente, che è proprio la cura, si svela nella bellezza di far sentire desiderato l’altro nella relazione; di farlo sentire compreso, accolto, Amato ? ha evidenziato la dott.ssa Tiziana Silletti, Autorità Garante dei detenuti e delle vittime di reato per la regione Basilicata. Soprattutto, di non farlo sentire giudicato, oltre il giudizio in sede processuale ? ha sottolineato, ancora, De Vanna. E gli altri operatori, dagli educatori ai volontari partecipanti al progetto, hanno colto l’occasione per riflettere su quanto il pregiudizio comunitario costituisca un deterrente all’effettiva reintegrazione sociale dei detenuti. Nolite iudicare, dopotutto, è la sentenza del Vangelo. Eppure la società è solita marchiare a vita i detenuti come delinquenti, con la conseguenza che, scontata la pena, il loro effettivo reinserimento sociale, specie attraverso la ricerca di un’attività lavorativa, diventa un’impresa quasi chimerica. Da qui la necessità di sensibilizzare sempre di più la comunità verso la realtà delle carceri, cessando di trattarle alla stregua di tappeti sotto i quali nascondere la polvere che ci si rifiuta di guardare. È ciò che da tre anni si propone di fare, ad esempio, DISMA. Si tratta di un’associazione di volontari, nata proprio a Matera, per incontrare i detenuti e rammentare continuamente alla comunità tutta, mediante il nome parlante che tale associazione si è data, che il primo uomo cui Gesù, in croce, promise la Salvezza non era che un ladro, un delinquente agli occhi del popolo. D’altro canto, non è forse vero che, paradossalmente, le mura del carcere sono liberatorie? È quanto hanno riferito Silvia e Alessandro, volontari del progetto, raccontando l’esperienza del carcere attraverso il loro sguardo esterno, di cittadini comuni. L’incontro con la realtà carceraria ha rappresentato, per loro, uno scambio onestissimo di umanità, che li ha liberati dalla prigione del pregiudizio e dalla sua strumentalizzazione e che, al contempo, ha restituito fiducia agli stessi detenuti. Una fiducia dei reclusi non solo verso una comunità che essi hanno riscoperto accogliente ? ha aggiunto De Vanna ? ma anche rispetto a sé stessi, giacché la fiducia in sé stessi è un atto di cura verso di sé, che necessita sempre di un incoraggiamento o di un riconoscimento valoriale dall’esterno. Dare fiducia a qualcuno, difatti, equivale a dire: ti vedo, ti ascolto, riconosco il tuo valore di essere umano, che non è diverso da quello di ogni altro essere umano, nonostante gli sbagli, più o meno gravi, in cui si può inciampare, in cui sei caduto nella vita! La Casa Circondariale di Matera, grazie al suo direttore, il dott. Domenico Sabella, sempre bendisposto e propositivo rispetto a qualsivoglia attività di apertura e dialogo fra il mondo carcerario e quello esterno, ha mosso, senza dubbio, a confronto con altre realtà carcerarie regionali, notevoli passi in avanti; tanto da meritarsi l’appellativo di “carcere sperimentale”, ha dichiarato Silletti. Delle quattro realtà carcerarie presenti in Basilicata, infatti, non v’è attività innovativa di sensibilizzazione e garanzia per i detenuti che non passi, per prima, dalla Casa Circondariale di Matera. Sabella, orgogliosamente, ha evidenziato come il progetto realizzato dal C.R.I.S.I. a Matera, sia stato articolato in due parti: una parte introspettiva ed una più strettamente rieducativa. La prima s’è individuata nel percorso interiore che ciascun ristretto, partecipante al progetto, ha fatto, dialogando con gli esterni aderenti al progetto medesimo: un percorso di rifioritura e di speranza rinnovata, per l’appunto. La seconda, caratterizzata da un tentativo di riqualificazione degli spazi verdi dell’istituto penitenziario, ha consentito ai detenuti di sentirsi concretamente utili, nella prospettiva di poterlo essere anche fuori dal carcere, quando, scontata la pena, saranno pronti ad un reinserimento sociale. Chiaramente, quanto a impatto emotivo e trasformativo, ha prevalso la prima parte sulla seconda ? non ha mancato di concludere De Vanna. Inevitabilmente si è, così, manifestato il desiderio condiviso di lasciare una traccia sempreverde di questi incontri e dello scambio fiduciario, sentimentale, educativo, speranzoso e raccontato che è avvenuto fra tutti i partecipanti. Niente di più potente della parola. Ebbene, dalla biblioteca di un carcere non sarebbe potuto non germogliare un libro corale. “Coltivare umanità…” è un vivaio di racconti in cui ciascun partecipante al progetto impersona metaforicamente la pianta o il fiore da cui si sente più rappresentato, spiegandone il perché e narrando, oltre la parola visibile, una storia invisibile che finalmente si palesa a chi sa guardare veramente, a chi sa leggere oltre. L’autrice, che s’è fatta penna di una voce d’insieme, si è rammaricata del fatto che all’incontro di presentazione del libro, proprio le voci più importanti, quelle dei detenuti, protagoniste del suo libro, non abbiano potuto, per ovvie ragioni, partecipare. Eppure, il miracolo del seme è che cade in qualsivoglia terreno e si moltiplica, proprio come la cura, la quale prende molteplici direzioni. Se è vero, dunque, che poche voci sono state fisicamente presenti all’incontro di presentazione del libro, è altrettanto vero che le orecchie in ascolto sono state molte di più… Incluse quelle di chi scrive questo articolo, con la speranza di contribuire, nel suo piccolo, a spandere il seme della coscienza e della conoscenza, affinché radichi sempre più forte, a livello di comunità, la necessità dell’incontro e prevalga sulla tentazione di continuare a girarsi dall’altra parte. Se la piazza è lo specchio di un Paese “divisivo” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 26 aprile 2026 Per l’ennesima volta, si registrano tensioni e contrasti nei cortei per la Festa della Liberazione. Da Milano a Bologna fino a Roma, c’è chi ritiene di negare ad altri il diritto a sfilare. È il frutto malato di una nazione in cui certa politica continua a dividere anziché favorire il confronto, spesso per calcoli elettorali. E impedisce di celebrare tutti insieme una Festa che, ammonisce il presidente Mattarella, va onorata “per amor di Patria” e non per ideologia. C’era qualcosa di profetico e anticipatorio negli interventi dei deputati che venerdì, nell’Aula di Montecitorio prima del voto sul decreto sicurezza, rappresentavano il 25 aprile come momento, ancora e purtroppo, “divisivo”. Perché - e i fatti di ieri lo confermano - la festa della Liberazione continua a essere, malgrado il suo indiscutibile significato democratico, lo specchio amaro di un Paese che non riesce a pacificarsi, a lasciare da parte per un giorno annosi rancori, vecchi e nuovi veleni, contrasti e appartenenze. E non è solo una questione di destra e sinistra, di nostalgie fasciste o pulsioni massimaliste, che spesso hanno segnato una ricorrenza che dovrebbe unire. È che, ancora una volta, c’è chi va in piazza con l’intento di dividere, di additare una parte - quale che sia - come indegna di manifestare. Accade a Roma, con gli scontri in un luogo simbolo come Porta San Paolo per via di qualcuno convinto che le bandiere ucraine (di un popolo, cioè, che da 4 anni paga col sangue la resistenza all’aggressione bellica di un’altra nazione) non abbiano diritto di sfilare. Accade a Bologna. E accade a Milano, dove una delegazione della Brigata ebraica (che lottò per liberare l’Italia dal nazifascismo) è insultata da manifestanti pro-Pal e scortata fuori dal corteo per evitare altre tensioni. Con una coda agghiacciante riferita dall’ex parlamentare Emanuele Fiano, quel “Saponette mancate” che è un disgustoso conato degli orrori del Novecento. Il tutto in un Paese che nell’anno passato, perfino nelle 2.300 manifestazioni tenutesi “per la pace” è riuscito a far registrare 242 scontri. Allora la domanda resta: perché la Liberazione non può diventare la festa di tutti? Perché la politica, alta e bassa, non la smette di dipingere “nemici” da estromettere, anziché cercare terreni di confronto fra portatori di visioni opposte? Lo sappiamo, essere divisivi paga: sui social, sui media e nelle urne. Ma il 25 aprile non è mica una contesa elettorale, né una battaglia. È una Festa che, ammonisce il capo dello Stato, va celebrata “non per posizioni ideologiche, ma per amor di Patria”. E allora, se davvero amiamo questa nostra travagliata nazione, l’anno prossimo proviamo a festeggiarla come si deve. Insieme, non divisi. “Contro i nuovi populismi rileggiamo la Costituzione” di Thomas Bendinelli Corriere della Sera, 26 aprile 2026 Lo storico Conti: tanti italiani faticano a riconoscersi nella Carta. Professor Davide Conti, come sta la nostra Costituzione nata dalla Resistenza? “Anche col recente voto, soprattutto di tanti giovani, gli italiani hanno voluto dire che la Costituzione è meglio tenersela così com’è. Gli scenari generali ci mostrano un’ascesa dei populismi, la messa in discussione del diritto internazionale, di organismi come le Nazioni Unite e di tutto quell’assetto nato dopo il secondo conflitto mondiale. Oggi vediamo una crisi delle democrazie liberali, incapaci di dare una risposta al grande tema delle disuguaglianze. Ebbene, la nostra non è una democrazia liberale, bensì costituzionale, che mette al centro proprio la questione sociale e quindi impone di combattere le disuguaglianze. In questo senso, l’attuale crisi è per noi anche un’opportunità per ridare vigore ai dettami costituzionali”. Il 25 aprile si è mosso anche quest’anno tra celebrazioni in piazza e tentazioni revisioniste... “Sì, il 25 aprile ha due problemi. Il primo è il rischio di una retorica celebrativa che, col tempo, ha finito per sfibrare la forza della Resistenza la quale, se non viene messa in relazione con il presente, diventa qualcosa di lontano, difficile da comprendere, soprattutto per i più giovani. Una retorica che, paradossalmente, ha finito con il danneggiare il senso e lo spirito della Resistenza. Dall’altra parte c’è un vero e proprio antagonismo alla memoria, espressione di una destra di radice missina che non ha mai riconosciuto la Resistenza come fondamento della Costituzione e della Repubblica”. Questa negazione della lotta antifascista è una specificità italiana? “Dei tre Paesi dell’Asse, l’Italia è l’unico nel quale si è sviluppato un movimento armato di resistenza e questo, coniugato al fatto che è qui che è nato il fascismo, ha dato un elemento di unicità alla Resistenza. Dopodiché c’è il problema della memoria, che non è solo italiano. Se pensiamo alla Spagna e alla Guerra civile, lì c’è una memoria divisa, con addirittura una diretta discendenza tra il golpe che rovescia la Repubblica e la monarchia erede di Franco. I conflitti in Catalogna e nei Paesi Baschi non nascono per caso. In Italia la Resistenza ha rifondato lo Stato ma non poteva rifondare le memorie di quel passato ed è un dato di fatto che una parte della società ha sempre fatto fatica a riconoscersi nella Costituzione nata dalla sconfitta del fascismo”. Nei suoi studi lei richiama spesso lo sfondo della guerra fredda... “Proprio così. Il contesto non è stato neutro: c’era un mondo separato in due che ha diviso le forze politiche, ha rotto nei fatti l’arco costituzionale e ha comportato un indebolimento del paradigma resistenziale. Col risultato che fino agli anni Novanta parlare di guerra civile è stato considerato un tabù. Fu lo storico Claudio Pavone a costruire un ragionamento più ampio intorno alla Resistenza e a questo concetto, che prima era stato utilizzato solo da Giorgio Pisanò (fascista, poi repubblichino e poi missino, ndr), ma in modo strumentale e finalizzato a una parificazione tra fascisti e resistenti”. Nei suoi lavori si è soffermato anche sulla continuità tra apparati del fascismo e Repubblica... “Sì, ci fu addirittura un congelamento istituzionale per diversi anni. La Corte costituzionale nasce nel 1956, il Csm nel 1959, le Regioni nel 1970, il referendum arriva nel 1974, la riforma sanitaria nel 1978. Questo ritardo è figlio anche della continuità degli apparati: a metà anni Sessanta la gran parte dei prefetti, dell’alto funzionariato dei ministeri chiave, dei vertici delle forze armate e dei servizi proveniva dal periodo precedente. Persino l’accesso delle donne in magistratura arriva solo nel 1963 (una legge fascista lo impediva). È una continuità che ha pesato sullo sviluppo della democrazia”. Un 25 aprile per la libertà di dissentire di Luciana Cimino Il Manifesto, 26 aprile 2026 25 Aprile Da Roma a Milano, la ricorrenza diventa una chiamata all’azione contro il decreto sicurezza e la militarizzazione. La coincidenza dell’approvazione del decreto sicurezza a 24 ore dalla Festa della Liberazione ha tolto la patina di ricorrenza alla data. Gli appuntamenti del 25 aprile quest’anno sono diventati una chiamata alla mobilitazione contro la repressione e le tentazioni autoritarie del governo, di cui l’ultimo pacchetto securitario è l’epifenomeno. Oltre agli appuntamenti istituzionali, si terranno cortei per la difesa della Costituzione dai tentativi di modifica delle destre, dopo l’assalto fermato con il No al referendum sulla giustizia. “Dai palchi della Liberazione partirà un appello a tutti i partiti e i movimenti antifascisti per difendere il valore costituzionale del dissenso, perché c’è una cultura trasversale che giustifica la repressione, pensiamo non solo ai decreti sicurezza ma anche al ddl antisemitismo”, ha spiegato Luciano Cerasa della Rete No Bavaglio che oggi prenderà la parola a Roma per i No Kings. Nella Capitale (dove giovedì notte è stato appeso dai neofascisti lo striscione “Partigiano infame”) saranno quattro le manifestazioni: alle 10.30 è previsto il corteo dell’Associazione nazionale partigiani da Porta San Paolo. I collettivi studenteschi Cambiare Rotta e Osa si sono dati appuntamento alle 8.30 davanti alla sede della Fao. Nel pomeriggio corteo anche a Primavalle e al Quarticciolo, il quartiere di Roma Est che il Viminale ha militarizzato con il decreto Caivano. Movimenti e reti sociali capitolini invitano a partecipare per stare “dalla parte giusta della storia”: “Le élite trattano territori e vite come proprietà privata mentre i diritti conquistati con la Resistenza vengono messi in discussione. Dalla Palestina all’Ucraina la guerra - spiegano gli organizzatori - si normalizza, anche in Italia c’è un’accelerazione delle politiche securitarie e del modello fondato su disuguaglianze sociali, controllo e nazionalismo”. A Napoli, dopo la lettura della Costituzione al largo Berlinguer di Anpi, Cgil, Cisl e Uil, partirà il corteo No Kings da Porta Capuana per esprimere “la contrarietà al decreto sicurezza e chiedere lo scioglimento delle formazioni neofasciste”. A Bologna, oltre alla tradizionale festa antifascista del Pratello, ci sarà un corteo che partirà da piazza dell’Unità alle 10 con lo slogan “Resistenza contro guerra, imperialismo e governo Meloni”. A Milano, dopo le polemiche della comunità ebraica cittadina, l’appuntamento per il corteo è a corso Venezia alle 14. Ha confermato la partecipazione, trascinandosi gli attacchi della destra, anche Forza Italia Giovani Lombardia per “rispetto istituzionale”: “Saremo presenti con orgoglio, la memoria deve essere patrimonio condiviso”. Mentre, anche quest’anno, alcuni sindaci di centrodestra hanno preferito vietare le piazze per le celebrazioni. A Senigallia l’amministrazione comunale ha preferito concedere il Foro Annonario a una fiera di moto. “Nonostante lo schiaffo gravissimo del comune, non cambia la voglia di festeggiare la Liberazione”, ha commentato l’Anpi locale. A Piombino le sinistre non parteciperanno alla cerimonia istituzionale in solidarietà con l’associazione nazionale partigiani, alla quale il primo cittadino di Fdi non ha permesso di parlare. “È una decisione sofferta - ha spiegato Avs - che nasce da una valutazione politica e morale: il 25 aprile non può essere svuotato dai contenuti antifascisti”. A Trieste è stata la questura a spostare la manifestazione di Trieste Antifascista e Global Sumud Italia Fvg dalla risiera di San Sabba, campo di concentramento in suolo italiano, a uno slargo in prossimità: “Vorremmo che ci fosse una marea umana che chiedesse le dimissioni del governo”, hanno detto gli organizzatori. Le conquiste civili ottenute con la Liberazione “vengono messe in discussione da un barbaro ritorno della guerra, dei nazionalismi e dei fascismi”, ha scritto l’Anpi nazionale. Ci sono però gli anticorpi: “Le grandi manifestazioni contro il genocidio di Gaza, il voto referendario a difesa dello stato di diritto, una nuova generazione protagonista che chiede giustizia sociale”. Benvenuti nella “tana del coniglio”, l’algoritmo pensato per creare dipendenza dai social di Francesco Musolino La Stampa, 26 aprile 2026 Vi è mai capitato di prendere il telefono per rispondere ad una notifica, per poi aprire in automatico TikTok o Instagram e iniziare a scrollare reel dopo reel, perdendo di vista la cognizione del tempo? E poi, quando finalmente metti giù il telefono, ti rendi conto che è trascorsa mezz’ora, un’ora o magari due. A me è successo, succede ancora oggi. Kaley, una ragazza californiana che online usava il nickname KGM, ha raccontato ai giudici di Los Angeles la sua storia: alle elementari ha iniziato a vedere cartoni animati su YouTube, approdando a Instagram alle medie, arrivando a passare sedici ore al giorno online mentre il suo corpo rispondeva in modo inequivocabile a quegli stimoli, manifestando ansia, depressione e un disturbo da dismorfismo corporeo. Il 25 marzo scorso una giuria ha condannato Meta e Google a pagare 6 milioni di dollari totali (divisi in 3 milioni di danni compensativi e 3 milioni di danni). Sì, per la prima volta nella storia, una corte americana ha stabilito che i social media sono progettati per creare dipendenza. Non è un dettaglio, è il punto di partenza di una presa di coscienza globale. Il meccanismo ha un nome che viene direttamente dalle pagine di Lewis Carroll: “la tana del coniglio”. Entri per un secondo, ne esci un’ora dopo, o magari sedici. Non è distrazione, non è nemmeno noia ma l’uso combinato di scroll infinito, brevi clip video e notifiche push. Sono funzioni progettate consapevolmente per tenere gli utenti connessi, soprattutto i più vulnerabili, in un circuito di dopamina e ricompensa immediata. Il risultato? Più video scorriamo, più ne abbiamo bisogno per sentirci soddisfatti e intanto, la nostra soglia dell’attenzione diminuisce progressivamente mentre bombardiamo il cervello di stimoli (“brain rot”). Partiamo da un dato: due terzi degli undicenni e dodicenni americani hanno account su piattaforme che sarebbero vietate agli under 13. Una ricerca su oltre 8. 000 ragazzi tra gli 11 e i 12 anni citata da ScienceNews, ha rilevato che chi presentava i sintomi della dipendenza dai social, un anno aveva maggiori possibilità di manifestare anche sintomi legati all’ansia e ai disturbi del sonno. Meta e Google si sono difese sostenendo che la scienza non ha ancora stabilito un nesso causale definitivo ma tardare ancora questa ammissione sarebbe folle, tenendo conto che oltre il 90 per cento degli adolescenti oggi utilizza le piattaforme social. E la soglia si sta abbassando sempre di più, semplicemente facendo leva sull’emulazione, sulla FoMo, sull’effetto gregge: se il mio compagno di banco ha l’account pur essendo under 13, perché io no? E il genitore che ancora non ha ceduto aggirando il divieto, mi sta davvero proteggendo o vuole punirmi? I legali di Kaley hanno dichiarato di essersi ispirati alle battaglie legali contro il tabacco negli anni Novanta, quelle che portarono finalmente alle restrizioni sulle pubblicità rivolte ai giovani, prendendo atto del rischio concreto; il paragone regge perché anche allora si trattava di aziende che sapevano ma scelsero di non agire, e ci vollero anni di cause e accordi privati prima che qualcosa cambiasse sul serio. Il processo di Kaley è parte di un’azione legale che coinvolge migliaia di querelanti, centinaia di famiglie e 250 distretti scolastici americani. Intanto, nel New Mexico, un’altra giuria ha condannato Meta di Mark Zuckerberg ad una multa di 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori sessuali online. Non si tratta solo delle cifre ma di due sentenze storiche che creano un precedente: per la prima volta è stata ammesso uno schema ben preciso, sfruttando i momenti morti, agganciandoci con i contenuti e costruendoci una bolla attorno che divora le nostre giornate. Volete una semplice prova? Prendete lo smartphone, selezionate Impostazioni e Tempo di Utilizzo: leggete la media d’uso giornaliera dei vostri social. È più alta di sei ore al giorno? Chiamatela con il suo nome, Social Media Addiction, chiamiamola dipendenza da social. Ci siamo dentro tutti, non è semplicemente debolezza o mancanza di piglio, perché dall’altra parte ci sono algoritmi costruiti con il preciso obiettivo di non farci più uscire dalla tana del coniglio. Iran. Dieci anni senza Djalali: l’attesa infinita di Novara e della sua famiglia di Barbara Cottavoz La Stampa, 26 aprile 2026 Il 25 aprile 2016 il medico e ricercatore iraniano veniva arrestato a Teheran per spionaggio. Da allora la comunità si batte per la sua liberazione, a cominciare dai suoi colleghi dell’Upo. Per giorni non si era saputo nulla di lui, né dove fosse né perché. Il 25 aprile 2016 il medico e ricercatore Ahmadreza Djalali, 54 anni, era stato arrestato con l’accusa di essere una spia al soldo di Israele, ipotesi poi diventata una condanna a morte. Sono passati dieci interminabili anni da quel giorno e lui è sempre rinchiuso a Teheran in una cella del carcere di Evin, sezione 7 dei detenuti politici, dove le sue condizioni di salute peggiorano sempre, come dimostra l’ultima immagine del suo viso diffusa nei giorni scorsi. Djalali ha vissuto a Novara dal 2012 alla fine del 2015 per lavorare al Crimedim, il centro di ricerca sulla Medicina dei disastri dell’Università del Piemonte orientale, e quando è stato arrestato si era da poco trasferito con la moglie Vida Mehrannia e i figli Amitis e Ariou in Svezia, a Stoccolma, dove loro si trovano ancora. La figlia oggi ha 24 anni ed è una studentessa di Medicina, il lavoro del padre; il bambino di un tempo oggi è un adolescente cresciuto con un papà lontano e prigioniero. All’inizio la madre e la sorella gli avevano raccontato che papà Ahmad era via per lavoro, per proteggerlo da una realtà che era indicibile. In questi dieci anni la moglie non ha mai smesso di lottare e di sognare la liberazione del marito, incontrando personalità politiche e accademiche di tutto il mondo. Sopratutto dei tre Paesi con cui Ahmad collaborava. Nei giorni scorsi è di nuovo stata in Belgio dove ha incontrato il ministro degli Esteri Maxime Prévot: Djalali era professore ospite alla Libera Università Fiamminga di Bruxelles. E poi la Svezia, che gli ha concesso anche la cittadinanza onoraria. In entrambi i casi, però, quando i due Stati hanno avuto la possibilità di scambiare propri connazionali con i funzionari e diplomatici iraniani Assadollah Assadi, detenuto ad Anversa, e Hamid Nouri, condannato a Stoccolma, l’hanno fatto rinunciando a lui. Meharannia si è più volte rivolta anche alle istituzioni italiane. Nei giorni scorsi la senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo ha ricordato il medico iraniano: “Da anni, alle reiterate richieste provenienti dall’Italia, dall’Europa e dalla comunità scientifica internazionale per la liberazione di Ahmadreza Djalali, è stato opposto il silenzio, quando non il rifiuto”. Ma Vida non molla e nonostante la sofferenza, le difficoltà quotidiane e quelle straordinarie di accompagnare i figli in un incubo, lei ribadisce instancabile l’innocenza del marito e la pericolosità della sua situazione fisica e psicologica. Meno di un anno fa Djalali è stato colpito da un infarto, da tempo ha perso chili e denti, si nutre a fatica e ha problemi allo stomaco e alla pressione: “Il caso di Ahmad richiede urgenza, trasparenza e azioni concrete - ha dichiarato Vida -. La nostra famiglia merita risposte. Lui merita giustizia”. I suoi colleghi novaresi dell’Università del Piemonte orientale sono stati i primi promotori della mobilitazione per la liberazione di Djalali. Erano stati anche coloro che avevano subito intuito che fosse successo qualcosa, come ha ricordato il professor Francesco Della Corte, fondatore del Crimedim e ricercatore, che aveva voluto Djalali a Novara: “Alla fine di aprile del 2016 ci saremmo dovuti incontrare a un congresso a Vienna, ma Ahmad non si è presentato, cosa inconcepibile per lui che è un uomo molto preciso. Lo stesso è successo poche settimane dopo per il nostro master di maggio, a cui lo attendevamo”. All’epoca, la moglie, sotto minaccia, aveva detto che suo marito Ahmad era rimasto vittima di un incidente: “Ma parlando con i nostri corrispondenti a Teheran avevamo cominciato ad avere qualche dubbio”, ha concluso Della Corte. Da allora sono passati dieci anni, la vita di tutti noi è andata avanti, mentre la sua è rimasta chiusa in una cella di Evin.