Garante detenuti: 64mila in carcere in Italia, il 95 per cento sono uomini di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2026 Le condanne più numerose per reati contro il patrimonio, 21 madri in cella con 25 bambini. Sovraffollamento al 138 per cento. In Italia i detenuti adulti sono 63.940: 61.142 uomini pari al 95,62% e 2.798 donne. Se i cittadini italiani sono la maggioranza (43.816 persone, pari al 68,53%), è però consistente la presenza di stranieri, ossia 20.124 (31,47%), con una predominanza di cittadini extracomunitari (17.421 persone) pari all'86,6%. Questa la fotografia delle carceri italiane che emerge dal Report del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà, «Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale». I dati, aggiornati al 7 aprile 2026, sono stati estrapolati dagli applicativi messi a disposizione dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Pene e reati - La fascia d'età compresa tra 25 e 44 anni rappresenta la quota più consistente della popolazione detenuta: 14.670 unità nella fascia 25-34 anni (22.9%) e 17.681 nella fascia 35-44 anni (27.7%), per un totale di oltre il 57% dell'intera popolazione carceraria. Tra i 45 e i 64 anni di età si colloca oltre il 37% della popolazione, mentre è over 65 il 5,3% delle persone detenute. Oltre tre quarti della popolazione detenuta in Italia (il 76,1%) sconta una condanna definitiva o è in attesa di giudizio per altri procedimenti pur avendo già una condanna definitiva. Le persone in attesa di primo giudizio sono 9.118 (14,26%): seconda categoria per numerosità. Le pene brevi (0-3 anni) sono il 19,29% del totale (9.387 persone), con una concentrazione maggiore nella fascia 2-3 anni. Le pene medie (3-10 anni) sono invece la categoria più numerosa con il 53,84% del totale (26.199 persone). All'interno di questa fascia, le pene da 5 a 10 anni sono le più comuni. Le pene lunghe (oltre 10 anni), toccano il 22,97 % del totale, mentre l'ergastolo riguarda il 3,90% (1.898 persone). La «pena residua», quindi il tempo di condanna che resta da scontare, nel 51,11% dei casi si attesta tra 0 e 3 anni. Un dato, unito a quello precedente, relativo alla forte concentrazione sempre nelle fasce 0-3 anni, evidenzia un sistema penitenziario con un alto turnover, dove la maggior parte delle persone private della libertà personale sconta pene relativamente brevi. Quasi un terzo dei carcerati è, dunque, nella posizione di chiedere misure alternative alla detenzione, possibili fino a una condanna con tetto di quattro anni. In riferimento ai reati, utilizzando la classificazione del Dap, si registrano un totale di 155.808 reati ascritti complessivamente, di cui 40.732 (26,14%) relativi a persone straniere. I reati per cui si aprono soprattutto le porte del carcere sono quelli contro il patrimonio: 36.864 (23,66% del totale), mentre quelli contro la persona interessano 29.108 persone detenute (18,68% del totale), con 9.435 stranieri (22,94% della categoria). Una tipologia in cui rientrano reati gravi come omicidi, lesioni personali, violenze. I reati legati alla droga coinvolgono 21.724 persone private della libertà personale (13,94% del totale), con 6.194 stranieri (15,21% della categoria). Le madri in carcere con i figli - Quanto alle madri private della libertà personale con figli al seguito, sono 21, con 25 bambini che vivono in carcere con loro. Un dato significativo riguarda la componente straniera: 10 delle 21 madri (45,7%) e 12 dei 25 bambini (48%) non sono italiani. Una realtà complessa su cui è intervenuta la Consulta (sentenza 18/2020, 174/2018, e 17/2017, 10/2014) indicando la via del maggior ricorso possibile della detenzione domiciliare o delle misure alternative. Da ultimo, con la sentenza 52/2025, il giudice delle leggi è intervenuto sull'ordinamento penitenziario, in favore dei padri detenuti, bollando come costituzionalmente illegittimo il divieto di concedere al padre la detenzione domiciliare, quando è l'unico a potersi occupare dei figli. Un passo indietro rispetto alla raccomandazione di evitare la «desertificazione affettiva» fatta dalla Consulta è arrivato con il decreto Sicurezza 48/2025 che ha reso il rinvio della pena facoltativo invece che obbligatorio per le madri con figli sotto l'anno di età, prevedendo la possibilità della detenzione negli Istituti a custodia attenuata (Icam). Il sovraffollamento - Purtroppo sempre attuale è il tema del sovraffollamento, con un indice calcolato al 138% su base nazionale. In particolare, su un totale di 189 istituti censiti, 4 si trovano in condizioni di sovraffollamento critico (oltre il 200%), mentre 61 presentano un tasso di occupazione superiore al 150%. Gli Istituti tra 100% e 150% sono 101 e solo 23 strutture operano sotto la capienza regolamentare. Ad accendere i riflettori sull'annoso problema, che è già costato una condanna all'Italia, con la sentenza pilota Torregiani è ancora una volta l’associazione Antigone che ha sottolineato la situazione di illegalità delle carceri italiane a causa del sovraffollamento. «Il caso di Gianni Alemanno, che ha 39 giorni di sconto di pena per aver subito trattamenti inumani e degradanti, è solo uno delle migliaia di ricorsi accolti negli ultimi anni. Solo nel 2024, ultimo dato finora disponibile, a 5.837 persone detenute era stato riconosciuto - si legge nella nota - uno sconto di pena per analoghe ragioni, generalmente riconducibili al fatto di essere stati reclusi in celle in cui mancava lo spazio minimo di 3 mq a persona. A fine 2024 le persone detenute nelle carceri italiane erano 61.861. Nel mese di marzo di quest'anno erano 64.000, è quindi facilmente prevedibile di come i ricorsi accolti cresceranno». Antigone, qualche settimana fa, aveva lanciato la campagna «Inumane e degradanti» chiedendo «al Governo e al Parlamento (anche attraverso una petizione firmata finora da 1.700 persone) di intervenire subito con riforme necessarie a garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti umani». Oggi i numeri dei ricorsi accolti sono più alti dei 4000 presentati all'epoca presentati della sentenza Torreggiani, «eppure - conclude Antigone - nonostante il bisogno di interventi urgenti, al carcere si guarda solo come orizzonte di politiche penal-populistiche. E, nel frattempo, lo Stato italiano viene condannato dai Tribunali di sorveglianza». Fare retromarcia prima che tutto precipiti di Enrico Sbriglia* Ristretti Orizzonti, 25 aprile 2026 I direttori penitenziari e degli uffici dell’esecuzione penale esterna denunciano il travisamento della funzione costituzionale della pena che si vuole perpetrare attraverso l’adozione di modelli organizzativi ambigui. Il Coordinamento Nazionale dei Dirigenti Penitenziari esprime la viva preoccupazione nei confronti della bozza di Decreto Ministeriale recante “Modifiche al decreto 2 marzo 2016, concernente l’individuazione presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria degli uffici di livello dirigenziale non generale, la definizione dei relativi compiti e l’organizzazione delle articolazioni dirigenziali territoriali, ai sensi dell’articolo 16, comma 1 e 2 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 15 giugno 2015, n. 84, nonché l’individuazione dei posti di funzione da conferire nell’ambito degli uffici centrali e periferici dell’amministrazione penitenziaria ai sensi dell’art. 9 del D,lgs. 15 febbraio 2006, n. 63. Non siamo di fronte a una riorganizzazione: siamo di fronte a una vera e propria "secessione istituzionale", che mira a trasformare l'Amministrazione Penitenziaria in un Moloch con forti caratteristiche paramilitari, facendo passare per sicurezza un securitarismo che non giova neppure alla stessa polizia penitenziaria. Calpestando (come avviene ormai da un ventennio, posto che i direttori penitenziari e dell’esecuzione penale esterna attendono il loro primo contratto di categoria fin dal 2005 e, nelle more, vengono malamente governati con le norme della dirigenza della polizia di Stato) la categoria dirigenziale, che ha forse il torto di rimanere fortemente ancorata ai valori costituzionali, ponendosi per legge, nella gestione dell’ apparato organizzativo, come l’ago della bilancia penitenziaria, perché mette a sistema la complessità delle anime e delle sfaccettature della pena, che comprendono sia le esigenze securitarie che l’azione di recupero delle persone ristrette, attraverso il trattamento rieducativo, in una cornice che tutela i diritti umani, si vuole, al suo posto, introdurre un modello confuso e velleitario che calpesta e viola, simultaneamente, tutti i precetti della nostra Costituzione. Si sta sostituendo "il tutto" (multifunzionalità della pena) con "una parte"(securitarismo). Questo abominio del diritto creerà solo problemi gestionali che si ripercuoteranno realmente sulla sicurezza degli istituti, oggi garantita con grande fatica e sacrificio, nonostante i pochissimi mezzi messi a disposizione, facendo leva su un costante e mirabile lavoro di integrazione tra Aree, tutte con la loro importanza strategica e dignità professionale. Nessuna Area può prevalere quando la complessità dell'umano richiede un approccio olistico e completo. È stato grazie a questa visione istituzionale che in passato si è fortemente contribuito alla lotta ai peggiori terrorismi e alle criminalità: a colpi di diritto, responsabilizzando sui doveri sociali e inducendo al ripensamento chi avesse delinquito, si è fatta sicurezza VERA. A questo ha fortemente contribuito una polizia penitenziaria che non scimmiottava i rambo ed i RoboCop, ma che sapeva porsi con autorevolezza ed umanità nei riguardi della popolazione detenuta. Con un colpo di penna, la bozza di decreto svuota di senso la figura del Direttore quale Capo dell’Istituto, che rappresenta da sempre il primo garante degli equilibri e dei diritti, tanto di chi viene affidato in esecuzione della pena, quanto di chi lavora come operatore. Siamo stufi di sentire la trita storiella, ormai nenia, di un conflitto tra Direttori e poliziotti penitenziari, riferendoci a quelli che per davvero lavorano nelle carceri e che incrociano tutti i giorni, ed in tutte le ore, i primi, soprattutto quando accadono situazioni critiche: il vero dramma è la povertà di mezzi e di risorse umane che sono messi a disposizione dei direttori, la cui penuria comporta inevitabilmente la compressione ingiusta dei diritti del personale. Così come è scandaloso avere lasciato ferme le posizioni contrattuali di tutto il personale delle funzioni centrali, il quale NON vede nessun automatismo di carriera, mentre per i quadri della polizia penitenziaria si sono aperte le cateratte della dirigenza senza spargimenti di sudore. Si chieda agli agenti che buttano il sangue dentro le carceri quale concreto aiuto hanno avuto dai loro alti dirigenti di polizia penitenziaria, si scoprirebbe la desolazione! E la stessa domanda la si ponga a quei comandanti che conoscono solo la dimensione del carcere. Ma non solo il personale che opera nelle carceri ha subito, in questo ventennio di follia, una visione della pena che gareggia con quella che si vede nelle carceri sudamericane e che tanto piace ad alcuni, ma anche il personale di alta specializzazione tecnica e amministrativa che opera nello stesso Dipartimento oppure nei Provveditorati e negli uffici territoriali è stato abbandonato a sé stesso: Esperti informatici, funzionari contabili, funzionari dell’organizzazione e delle relazioni, funzionari giuridico-pedagogici, assistenti amministrativi, ingegneri e architetti, tecnici edili, e tutta la filiera di quanti consentono al DAP e alle Carceri di funzionare, sono stati ibernati in contratti di lavoro umilianti e ad essi non è nemmeno consentito di cambiare amm.ne, di fatto sequestrati sul posto di lavoro e nei loro diritti di legittima progressione di carriera. I Direttori nella qualità di Datori di lavoro, nonostante abbiano la cultura del lavoro partecipato e siano fautori di una leadership aggregante e motivazionale, perché questa, in tutte le democrazie e l’essenza della loro funzione, sono stati costretti a diventare i primi veri parafulmini di tutti i nonsense derivate da normazioni confuse, contraddittorie, inconcludenti che i governanti del momento hanno suggerito al parlamento e poi licenziato, seguendo spinte emotive e gli umori delle folle, alla ricerca del facile consenso elettorale. Tutti i dipendenti, nessuno escluso, sono i compagni di viaggio dei direttori in un'avventura quotidiana, complessa ed imprevedibile che non può essere compresa da chi non la vive e si accontenti di cronache posticce e di veline ministeriali. I Direttori condividono le medesime storie, ambasce e difficoltà della polizia penitenziaria e degli altri operatori, con il peso ulteriore di essere guida nell'istituto e fulcro di ogni responsabilità giuridica, etica e morale. L’istituzione di nuove Direzioni Generali - logistica, tecnica, specialità - a gestione esclusivamente poliziesca, sganciata da una necessaria armonizzazione da parte della guida di un Dirigente, con certificate e specifiche competenze manageriali e con una cultura del diritto “laica e costituzionalmente orientata”, creerà un’amministrazione “farfalla”, richiamando un antico “protocollo” che tanta preoccupazione produsse qualche decina di anni fa, parallela e autoreferenziale. Si vuole, in verità, trasformare il Direttore, garante dell’equilibrio tra sicurezza e rieducazione, in un mero esecutore di ordini o, peggio, in un "passacarte" logistico, privato di ogni reale potere decisionale su risorse, mezzi e strategie operative. Questa visione lontana dal mondo giuridico, cancella lo stesso senso della pena e elimina completamente la dignità delle altre figure professionali appartenenti ad altrettante fondamentali aree, nonché di tutto il mondo del terzo settore, spesso completamente dimenticato o maltrattato, eppure essenziale nella gestione quotidiana del carcere e nel reinserimento della persona detenuta. Il caso Gom: il 41-bis non è un affare di soli muscoli La scelta di porre il GOM (Gruppo Operativo Mobile) alle dipendenze funzionali di una Direzione Generale della Polizia è un errore tecnico e giuridico imperdonabile. Gestire il regime di cui all’art. 41-bis O.P. non è solo una questione di "ordine pubblico", ma una sfida legale e amministrativa di altissima complessità. Sottrarre questa materia alla sintesi del Capo del Dipartimento e della Dirigenza di carriera significa esporre lo Stato a una deriva che confonde la custodia con la sopraffazione, dimenticando che la sicurezza è solida solo quando abita nel perimetro della legalità costituzionale. Provveditorati svuotati: il "de profundis" per il territorio Lo squilibrio centralizzatore raggiunge il culmine con la dipendenza funzionale degli Uffici Sicurezza e Traduzioni regionali dalla Direzione Generale delle Specialità. Una macchinosità che si tradurrà in altri rischi di svuotamento di risorse umane dalle carceri. La nostra risposta: non saremo gli spettatori del naufragio Avvertiamo la parte pubblica: i Dirigenti Penitenziari non rimarranno a guardare mentre si demolisce l'identità civile del carcere italiano in favore di una visione mono-dimensionale ispirata al vuoto securitarismo e non alla sicurezza reale. L'Articolo 27 della Costituzione non un optional e non può essere cancellato con un colpo di spugna: è il cuore del nostro mandato. Se si pensa di poter gestire le carceri esautorando chi ne ha la responsabilità legale e la competenza gestionale, ci si prepari a un conflitto istituzionale senza precedenti. Chiediamo il ritiro immediato della bozza e l'apertura di un confronto che rimetta al centro la Sintesi Dirigenziale e la dignità di chi, ogni giorno, garantisce lo Stato nelle periferie del sistema penitenziario. Già ai tempi del Decreto Ministeriale del 2016 (Governo Renzi e Ministro della Giustizia Orlando), osservammo come fossero stati lanciati i semi di una finta riorganizzazione del DAP e del ministero, si diceva che bisognava ridurre i dirigenti generali che provenivano dalla carriera penitenziaria per ragioni di spending review, e nel mentre si realizzavano altri dipartimenti che avrebbero visto al loro vertice dei magistrati prestati “per sempre” al potere esecutivo. Furono accorpati i provveditorati dando vita a maxi ambiti multiregionali, dove sarebbe stato impossibile governare con attenzione tutte le diverse identità presenti. Un solo provveditore, senza neanche un vice, doveva ogni giorno percorrere centinaia di chilometri per vedere gli istituti di sua pertinenza, perché le carceri si governano andando a vedere di persona quali siano le criticità, entrando dentro le celle, guardando lo stato delle latrine e delle docce, le pareti scrostate e umide, gli impianti elettrici obsoleti e fuori norma, e non fermandosi nelle stanze belle, dopo avere passato in rassegna un picchetto armato lustrato a nuovo. E ora il colpo finale di teatro: tutti sull’attenti, in piedi, mentre le carceri crollano. Ma all’epoca non c’era, come è invece adesso, la nostra sigla libera, “rappresentativa”, autonoma, indipendente e vocata al rispetto della Costituzione. Confidiamo che la maggioranza anzitutto, attesa la responsabilità del Governo, e l’opposizione insieme, agiscano per fermare il rischio drammatico di una deriva e dalle inevitabili conseguenze. *Coordinatore Nazionale della Dirigenza Penitenziaria FSI-USAE Balboni alla Giustizia, il CNDP apre al confronto sul DAP di Junior Cristarella sbircialanotizia.it, 25 aprile 2026 L'apertura del Coordinamento Nazionale Dirigenti Penitenziari FSI USAE al neo sottosegretario Alberto Balboni aggiorna il dossier penitenziario nel suo punto più sensibile: la governance del DAP. Enrico Sbriglia consegna a Via Arenula una disponibilità a collaborare per un sistema efficiente e trasparente, fondato sulla dignità delle persone detenute, sulla tutela di chi lavora negli istituti e sulla tenuta delle regole costituzionali. Il messaggio arriva dopo la nomina del 22 aprile e dopo la contestazione alla bozza ministeriale sugli uffici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Il cambio di piano è concreto. Il CNDP passa dalla richiesta di ritiro dello schema organizzativo alla proposta di interlocuzione tecnica con il nuovo sottosegretario, lasciando sul tavolo il nodo che aveva acceso lo scontro: il rapporto tra direzione degli istituti e specialità della Polizia penitenziaria. Dentro quel rapporto si decide anche la responsabilità amministrativa nei reparti più delicati. Il dato DAP al 31 marzo pesa su ogni scelta: 63.997 detenuti per 51.259 posti regolamentari, con uno scarto secco di 12.738 presenze oltre capienza. Questo articolo aggiorna la nostra ricostruzione del 19 aprile sulla bozza ministeriale contestata dai dirigenti penitenziari e si collega al riassetto politico avviato con la nomina di Balboni alla Giustizia. La novità sta nella direzione del confronto: la categoria che pochi giorni fa chiedeva lo stop del provvedimento ora individua nel nuovo sottosegretario un possibile punto di ricomposizione istituzionale. Per la nomina il riscontro arriva dalla comunicazione istituzionale di GNews. Sul testo della nota del Coordinamento, la nostra ricostruzione coincide con quanto battuto da ANSA. I numeri sugli istituti derivano dai prospetti DAP pubblicati dal Ministero della Giustizia. Il profilo parlamentare di Balboni è verificato nella scheda Senato.it. Questo incrocio consente di leggere la presa di posizione del CNDP come un passaggio operativo con effetti immediati sulla catena decisionale del DAP. Il segnale del CNDP: collaborazione, ma con un perimetro tecnico preciso - La formulazione scelta da Sbriglia è significativa perché parla di interlocutore tecnico qualificato, distinguendo la collaborazione dall'adesione preventiva a una linea politica. Il sindacato dei dirigenti penitenziari mette al centro una condizione verificabile: ogni intervento sul DAP deve preservare il ruolo civile della direzione, la tracciabilità delle decisioni e il controllo amministrativo sulle funzioni che incidono sui diritti fondamentali. In un istituto penitenziario questa distinzione è sostanziale. Stabilisce chi firma, chi risponde, chi coordina il personale e chi governa gli equilibri quando una decisione produce effetti immediati su sicurezza interna, trattamento detentivo e responsabilità disciplinare. Il riferimento alla salubrità degli istituti apre un fronte spesso trattato come accessorio. In realtà la salubrità è un indicatore di legalità amministrativa: celle sovraffollate, spazi comuni insufficienti e servizi sanitari sotto pressione trasformano un problema gestionale in rischio costituzionale. Il CNDP chiede che le competenze tecniche del personale civile del Dipartimento e dei Provveditorati regionali restino riconoscibili nella catena di comando. La ragione è lineare: una struttura carceraria sicura solo sul piano dell'ordine interno resta fragile se perde controllo su procedure, manutenzione, igiene, assegnazioni e percorsi trattamentali. La frase più pesante della nota riguarda il rifiuto di qualunque securitarismo celato e non tracciabile. Nel linguaggio amministrativo è un'espressione molto netta. Indica il timore che una riorganizzazione formalmente tecnica possa spostare funzioni sensibili verso una logica di comando meno leggibile. Il punto riguarda la sede della responsabilità finale, in un sistema nel quale la Polizia penitenziaria resta presidio essenziale dell'esecuzione penale. Quando si tratta di 41-bis, circuiti ad alta sicurezza o gruppi operativi specializzati, la decisione amministrativa deve restare documentata, motivata e riconducibile a un'autorità chiaramente individuata. Perché Balboni diventa il punto politico del fascicolo penitenziario - Alberto Balboni entra al Ministero della Giustizia con un profilo diverso da quello di un semplice innesto di governo. Avvocato, 66 anni, già presidente della Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, porta nel dicastero una competenza che incrocia ordinamento, procedura parlamentare e rapporti tra poteri dello Stato. Questa biografia istituzionale conta perché il dossier DAP vive dentro uffici amministrativi e tavoli politici. Tocca fonti normative, decreti organizzativi, deleghe ministeriali e responsabilità politiche che vanno rese compatibili con l'articolo 27 della Costituzione. La nomina del 22 aprile riempie anche un vuoto creato dalle dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove del 25 marzo. Nelle settimane intermedie le deleghe hanno richiesto un riassestamento interno e il settore penitenziario ha continuato a muoversi tra atti tecnici e pressioni operative. Balboni arriva quindi in una fase nella quale il tempo amministrativo è breve: la consultazione sulla bozza contestata è stata fissata al 19 maggio alle 9:30. Da qui nasce il valore della disponibilità offerta dal CNDP. Il sindacato punta a un confronto preventivo prima della firma per chiarire la natura della dipendenza funzionale, il ruolo delle direzioni e la collocazione delle specialità più esposte. La nostra lettura è che la nota del CNDP segnali a Balboni un percorso di correzione possibile. Un sottosegretario appena insediato può scegliere di ereditare il testo nella forma in cui lo trova oppure aprire una verifica tecnica sui punti che producono frizione. La seconda opzione ridurrebbe il rischio di contenzioso istituzionale e permetterebbe a Via Arenula di trasformare una contestazione sindacale in revisione ordinata del provvedimento. La finestra è stretta perché ogni giorno di incertezza incide sulla catena organizzativa del Dipartimento. Il nodo DAP: coordinamento, dipendenza funzionale e responsabilità dei direttori - La bozza al centro del confronto interviene su un assetto già modificato dal D.P.R. 21 novembre 2025 n. 189, che ha introdotto nuove direzioni generali nell'area della Polizia penitenziaria. Il passaggio più sensibile riguarda la differenza tra coordinamento e dipendenza funzionale. Il coordinamento conserva una pluralità di responsabilità e consente di integrare funzioni diverse attorno alla direzione dell'istituto. La dipendenza funzionale, se costruita senza contrappesi, può concentrare il governo operativo di alcune specialità in una linea più verticale. Per capire la portata della questione bisogna guardare ai reparti citati nella discussione tecnica delle ultime settimane: GOM, GIO, NIC e USPeV. Sono sigle che operano in aree ad alta esposizione, dalla gestione dei circuiti speciali alle attività informative, dagli interventi critici ai servizi di vigilanza. In questi ambiti la rapidità della risposta serve, ma la rapidità deve convivere con la responsabilità documentale. Il direttore dell'istituto resta il soggetto che conosce la popolazione detenuta, governa gli spazi, valuta il clima interno e risponde della legalità complessiva dell'esecuzione penale. Il 41-bis rende il problema ancora più evidente. Questo regime detentivo è costruito per interrompere i collegamenti con l'organizzazione criminale esterna e richiede un presidio di sicurezza molto alto. La sua tenuta giuridica dipende però dalla precisione degli atti, dalla proporzionalità delle misure e dalla capacità di distinguere esigenza preventiva da automatismo gestionale. Ogni spostamento di competenze che renda meno leggibile la catena decisionale espone l'amministrazione a un doppio rischio: indebolire il controllo interno e offrire nuovi margini di contestazione sul piano giurisdizionale. I numeri delle carceri rendono urgente il confronto - Il sovraffollamento è un dato strutturale. Al 31 marzo 2026 il sistema registra 189 istituti, una capienza regolamentare di 51.259 posti e 63.997 presenze. Le donne detenute sono 2.804, gli stranieri 20.130. Sul piano giuridico risultano 48.573 condannati definitivi, mentre i detenuti in attesa di primo giudizio sono 9.190. Questi numeri descrivono una macchina amministrativa che lavora stabilmente oltre soglia, con margini ridotti per zone grigie nella responsabilità organizzativa. La pressione territoriale conferma il quadro. Poggioreale registra 2.251 presenti a fronte di 1.616 posti, Lecce arriva a 1.403 su 798, Bologna a 846 su 507, Verona Montorio a 607 su 335. A Milano San Vittore risultano 1.000 detenuti per 748 posti e Opera sale a 1.403 su 918. In strutture così cariche, anche un dettaglio procedurale produce conseguenze materiali: un ordine di servizio, un trasferimento, un cambio di circuito o una scelta sulla vigilanza incidono sulla convivenza quotidiana e sulla capacità dell'istituto di assorbire eventi critici. La circolare del 9 marzo 2026 sulla prevenzione dei suicidi aggiunge un altro elemento tecnico. Il DAP ha richiamato la necessità di un approccio multidisciplinare, ha segnalato piani regionali e locali scaduti o mancanti e ha confermato risorse per il supporto psicologico pari a 5,5 milioni di euro. Questa cornice rende ancora più chiaro il senso dell'apertura del CNDP. Una riforma degli uffici che privilegia soltanto la dimensione operativa rischia di restare scollegata dalla gestione del disagio detentivo, che richiede direzioni forti, informazioni condivise e personale specialistico realmente integrato. Che cosa cambia da oggi per Via Arenula - Da oggi il fascicolo passa in una fase meno ideologica e più verificabile. Balboni può misurare la bozza su alcune domande operative: chi conserva la responsabilità finale nei reparti speciali, come vengono tracciate le decisioni, quale spazio resta ai direttori nelle situazioni critiche, quali funzioni sono assegnate al personale civile del DAP e dei PRAP. Queste domande rafforzano la sicurezza e la rendono difendibile davanti ai controlli interni, alle autorità di garanzia e al giudice. Il CNDP si muove con una linea che tiene insieme collaborazione e presidio professionale. La disponibilità verso Balboni mantiene aperta la vertenza sulla bozza e la porta su un piano più tecnico. Per il nuovo sottosegretario diventa un test politico: accogliere il contributo dei dirigenti penitenziari significa riconoscere che l'amministrazione carceraria richiede molto più dei comandi operativi. Serve una direzione capace di leggere le persone, gli spazi, i rischi e gli atti con la stessa precisione. La scadenza del 19 maggio diventa quindi il primo vero banco di prova. Se Via Arenula userà quel passaggio per distinguere coordinamento e dipendenza funzionale, il confronto potrà produrre una riorganizzazione più solida. Se invece il testo resterà invariato nei punti più controversi, la tensione con i dirigenti penitenziari sarà destinata a riaprire il fronte del DAP proprio alla vigilia della stagione estiva, quando gli istituti subiscono il massimo stress climatico, sanitario e gestionale. La disponibilità offerta a Balboni è già un fatto politico. La risposta del ministero dirà se diventerà anche un correttivo amministrativo. Alemanno e altri 5.837: sconti di pena e risarcimenti per le "condizioni inumane" delle carceri di Federica Olivo huffingtonpost.it, 25 aprile 2026 Il tribunale fa uno sconto di pena di 39 giorni all'ex sindaco perché costretto a vivere in una cella a sei, a Rebibbia. Non è il primo caso. Nel 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto ricorsi simili: è stato riconosciuto che quasi un detenuto su dieci vive in condizioni contrarie alla dignità, e in molti casi lo Stato li ha dovuti risarcire. Se in carcere si vivono "condizioni inumane e degradanti" si ha diritto a uscire prima. Perché si riceve uno sconto di un giorno ogni dieci trascorsi in cella. In alternativa si può ottenere un magro risarcimento di 8 euro per ogni giorno vissuto in una condizione infernale. Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma in carcere a Rebibbia per traffico di influenze illecite, è riuscito a ottenere il primo dei due risarcimenti: con il suo avvocato Edoardo Albertario ha chiesto al giudice di poter finire prima la sua pena dal momento che ha vissuto per tutto il tempo della detenzione (iniziata il 31 dicembre 2024) in una cella condivisa da sei persone. Avendo a disposizione meno di tre metri quadrati. L'ex sindaco uscirà dal carcere il 24 giugno prossimo, 39 giorni prima della fine naturale della pena. La storia di Alemanno è emblematica di un sistema giustizia in cui si moltiplicano i reati, si aumentano le pene, si riducono al lumicino i percorsi alternativi al carcere. E alla fine, con un sovraffollamento certificato in queste ore dal Garante dei detenuti al 138%, lo Stato è costretto a scarcerare i detenuti perché li ha reclusi in condizioni inumane. O a risarcirli. A Rebibbia, ci viene raccontato, sono sempre di più i carcerati che fanno valere i loro diritti. Pochi giorni fa sono stati dati sei mesi di sconto di pena a un detenuto che è stato recluso sei anni in una cella piccolissima. "La sentenza Torreggiani, con la quale l'Italia era stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'Uomo - spiega a HuffPost l'avvocato Albertario - prevede una serie di criteri che delineano le condizioni inumane e degradanti. Tra questi c'è l'avere a disposizione meno di tre metri quadrati in una cella, ma anche la qualità del vitto, la disponibilità di acqua calda e la disponibilità di spazi aperti. I giudici, almeno a Roma, tendono a riconoscere solo il primo criterio". I numeri dei detenuti che ottengono il diritto a essere risarciti o a uscire dal carcere perché lo Stato fa loro vivere la detenzione in condizioni impietose non lasciano margine a interpretazioni. Nel 2024, ultimo anno disponibile, i tribunali di sorveglianza hanno accolto 5837 istanze. Hanno cioè riconosciuto che quasi seimila detenuti (il 9% della popolazione carceraria attuale) avevano diritto a un risarcimento o a uno sconto di pena perché costretti a condizioni detentive degradanti. È stato riconosciuto che quasi un detenuto su dieci vive in condizioni contrarie non dignitose. "Si tratta di numeri drammatici che aumentano all'aumentare del sovraffollamento. Non possiamo accettare che la privazione della libertà diventi privazione della dignità", sostiene Antigone, l'associazione che si occupa di diritti dei detenuti. E che su questo tema ha lanciato una petizione. "Nel 2013 - spiegano ancora dall'associazione, riferendosi alla sentenza Torreggiani - circa 4.000 ricorsi erano stati presentati da altrettante persone detenute italiane. Quella sentenza pilota aprì le porte ad una stagione di riforme, dove le condizioni di detenzione erano al centro dell'attenzione pubblica. Oggi i numeri dei ricorsi accolti sono più alti di quelli all'epoca presentati eppure, nonostante il bisogno di interventi urgenti, al carcere si guarda solo come orizzonte di politiche penal-populistiche. E, nel frattempo, lo Stato italiano viene condannato dai Tribunali di sorveglianza". Detenuti che escono prima per colpa delle carceri fatiscenti e detenuti che potrebbero non entrare nei penitenziari. O entrarci più tardi. È dello scorso marzo una richiesta alla Corte costituzionale dal tribunale di sorveglianza di Firenze. Il giudice chiede alla Consulta di dichiarare incostituzionale una legge che impedisce di rinviare la pena in carcere, sostituendola con gli arresti domiciliari in deroga, nei casi in cui i detenuti dovrebbero essere mandati in carceri fatiscenti. Come quello di Sollicciano, di cui si occupa l'ordinanza. Il caso è partito dalla richiesta degli avvocati Michele Passione e Nicola Muncibì che assistevano un uomo condannato per omicidio, la cui pena finisce nel 2042. I due legali segnalavano che il loro assistito viveva in condizioni disumane. E ponevano il tema del rinvio dell'esecuzione della pena in carcere. O meglio, dell'accesso agli arresti domiciliari in forma straordinaria. L'ordinanza con cui il giudice si rivolge alla Consulta tratteggia delle condizioni da incubo all'interno del carcere di Sollicciano: si parla di “locali di pernottamento afflitti da copiose e frequenti infiltrazioni d’acqua ed infestate da insetti e, in alcuni casi, da roditori”, di “formazione di raccolte d’acqua a terra anche nelle celle detentive”, ma anche di “distacchi di intonaco”, “materassi logori”. Oltre alle infiltrazioni di acqua dalle finestre e dalla carenza di acqua calda, si segnalavano addirittura “presenza di topi in cucina”, “escrementi di topo nel ripostiglio e nel piccolo magazzino adiacente”, scarafaggi in cella e cimici da letto nei materassi. Davanti a questo scenario raccapricciante, il magistrato aveva chiesto un intervento all'amministrazione penitenziaria, come prevede la legge, per migliorare le condizioni del penitenziario. Sebbene sollecitato, l'intervento non è mai arrivato. "La questione posta all’attenzione della Corte - spiega a HuffPost l'avvocato Passione - si pone in scia con il precedente del 2013, con il quale, preso atto dei rimedi introdotti in quell’anno dopo la sentenza Torreggiani, la Consulta aveva rivolto un monito al legislatore a superare le doglianze sistemiche, allora concentrate sul sovraffollamento. Decorsi 13 anni i problemi sono aumentati, non solo per l’overcrowding, come ampiamente noto e illustrato. L’auspicio è che la sentenza tenga conto del superiore interesse della Dignità umana, consentendo al giudice di valutare caso per caso, non in via automatica, se un detenuto possa restare recluso anche in caso di patente ed acclarata violazione dell’art 3 CEDU, che non ammette deroghe". Da qui l'appello alla Consulta affinché in casi simili sia consentito il differimento della pena. Se dovesse rispondere sì, si aprirebbe una piccola grande rivoluzione per il mondo penitenziario. Perché molti più detenuti potrebbero chiedere i domiciliari quando le carceri a cui sono assegnati sono fatiscenti. E tali da non assicurare la dignità. Sicurezza, fra dubbi e proteste arriva il via libera a entrambi i decreti di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 25 aprile 2026 Dopo il voto di conversione della Camera sul pacchetto (con vibranti proteste delle opposizioni), c'è il varo in Cdm del mini testo correttivo su incentivi e rimpatri, che non riguarderanno più solo gli avvocati ma vari "rappresentanti" dei migranti. Palazzo Chigi: le coperture ci sono. I testi forse oggi in Gazzetta ufficiale. La premier Meloni: noi andiamo avanti. Ma sindacati e associazioni si dicono preoccupati per la nuova stretta sui diritti. Alla fine, va tutto come previsto. Nel venerdì dei due decreti, poco dopo mezzogiorno arriva il via libera della Camera dei deputati al pacchetto sicurezza di 33 articoli, varato dal Governo a febbraio e ora convertito dunque in legge. E a seguire, verso le 13.30, il Consiglio dei ministri licenzia il mini decreto correttivo della norma sugli incentivi legati ai rimpatri. Una "doppietta" salutata dall'esecutivo e dalla maggioranza con soddisfazione e contestata invece fortemente dalle opposizioni, che dalla sera prima hanno dato vita a una maratona oratoria nell'Aula di Montecitorio e che prima del voto in Aula intonano la canzone partigiana "Bella ciao". E a votazione conclusa alzano cartelli con la scritta "La nostra sicurezza è la Costituzione". Nel pomeriggio, è invece la premier - impegnata nel vertice di Cipro - a battere un colpo con un messaggio sui canali social: "Con l’approvazione definitiva del Decreto Sicurezza, il Governo compie un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini, difendere chi indossa una divisa e affermare con chiarezza un principio semplice: in Italia la legalità non è negoziabile - scrive Giorgia Meloni -. Più strumenti per contrastare violenza, degrado, occupazioni abusive, criminalità diffusa e immigrazione illegale. Più tutele per le Forze dell’ordine, per i cittadini onesti, per chi ogni giorno chiede solo di vivere in sicurezza". Nessuna retromarcia, dunque, per la presidente del Consiglio: "Noi andiamo avanti così: con serietà, determinazione e con la volontà di dare risposte concrete agli italiani". Il Cdm-lampo col testo correttivo Dopo un Cdm lampo, dunque, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi e del Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti, viene approvato l'annunciato decreto-legge che introduce "disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti". Una correzione di rotta resasi necessaria dopo i rilievi di natura costituzionale sollevati dal Quirinale, manifestati lunedì dal capo dello Stato durante un faccia a faccia col sottosegretario Alfredo Mantovano, e dopo le vigorose obiezioni del Consiglio nazionale forense e di altri organismi dell'avvocatura, contrari anche per ragioni deontologiche legate all'istituto del gratuito patrocinio. Ebbene, il nuovo testo, come si legge nel comunicato di Palazzo Chigi emesso al termine del Cdm, "apporta alcune modifiche alle norme in materia di rimpatri volontari assistiti (Rva), introdotte in sede di conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23". Le nuove norme agiscono in particolare "sulla disciplina relativa ai soggetti che possono fornire assistenza al cittadino straniero nella presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito e, di conseguenza, ricevere il compenso di circa 615 euro legato a tale prestazione". Come anticipato nei giorni scorsi da Avvenire, per superare le obiezioni dell'avvocatura, la strada scelta è quella di configurare l'aiuto ai migranti come una sorta di consulenza, che potrà essere fornita anche da professionalità diverse. E l'ampliamento, si legge ancora, "si realizza attraverso l’eliminazione della specifica che tale assistenza debba essere fornita esclusivamente ad opera di un avvocato". Inoltre, si subordina "la corresponsione del compenso alla conclusione del procedimento amministrativo e non più all’esito della partenza del migrante. Ma, oltre alle nuove specifiche, nel mini decreto c'è anche l'amputazione chirurgica di una parte del provvedimento convertito dalla Camera a mezzogiorno: "Si sopprimono le parti del testo che fanno riferimento al Consiglio Nazionale Forense, indicandolo come uno dei soggetti con i quali il Ministero dell’interno collabora per realizzare i programmi di rimpatrio volontario assistito e al quale è attribuita la funzione di ripartizione del compenso spettante per l’opera prestata a favore dello straniero rimpatriando". E toccherà al Viminale indicare quali figure (mediatori culturali, membri di enti umanitari, associazioni?) saranno adeguate ad accompagnare i migranti nel percorso: si prevede infatti che "con decreto del Ministro dell’interno" saranno definiti "i criteri per l’individuazione dei rappresentanti che possono svolgere l’attività di assistenza al rimpatrio e per la corresponsione del relativo compenso". I due testi oggi in Gazzetta e la questione delle coperture La pubblicazione del decreto sicurezza convertito in legge dalla Camera e del decreto 'correttivo' approvato poco dopo dal Consiglio dei ministri è attesa contestualmente, secondo alcune fonti, nel tardo pomeriggio di oggi sulla stessa serie generale della Gazzetta ufficiale. L'iter parlamentare del nuovo decreto in materia di rimpatri volontari assistiti dovrebbe iniziare poi dal Senato. Sul piano tecnico-legislativo, il testo correttivo interviene sulla norma originaria dell'articolo 14 ter del Testo unico immigrazione (Tui), perché - spiegano fonti di governo - a "livello di drafting normativo non si può fare la novella della novella". E contiene l'esplicita previsione dell'abrogazione dell'articolo 30-bis del decreto sicurezza, che a sua volta interveniva sul Tui con l'emendamento, inserito nell'esame al Senato, su cui gli uffici del Quirinale avevano individuato alcune criticità che hanno richiesto l'intervento del governo. Le coperture, dicono ancora fonti di governo, dovrebbero essere di poco superiori a quelle previste dal decreto sicurezza (erano 246mila euro per il 2026 e 492mila per ciascuno degli anni 2027 e 2028), nella versione che limitava agli avvocati il contributo per l'assistenza ai migranti nel procedimento amministrativo per il rimpatrio volontario assistito. E, come detto, l'individuazione delle specifiche categorie di soggetti (che dovranno avere un mandato di fiducia del migrante) destinatari del contributo è demandata a un decreto ministeriale attuativo del Viminale, da adottare entro il termine ordinatorio di 60 giorni (quindi non tassativo), a cui vanno aggiunti i 30 giorni per la registrazione da parte della Corte dei conti. Il decreto correttivo «non è una norma sugli avvocati, è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito, un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf. Quindi gli avvocati non c’entrano», aveva precisato giovedì il sottosegretario Alfredo Mantovano, assicurando che «le coperture ci sono». La seduta fiume in Aula (e il 25 aprile fra "mozzaorecchi" e "Bella ciao") Poco prima, come detto, l'Aula della Camera ha approvato (con 162 voti favorevoli, 102 contrari e un astenuto) la conversione in legge del pacchetto complessivo (composto da 33 articoli, che introducono fra l’altro una stretta in tema di porto di coltelli e devianza minorile, di occupazioni abusive di immobili e di immigrazione). Un via libera giunto al limite (i 60 giorni di efficacia del provvedimento sarebbero scaduti domani) dopo il superamento della fiducia e dopo una maratona parlamentare notturna delle opposizioni, che hanno scelto quella forma di ostruzionismo per protestare contro i contenuti del decreto e contro il contingentamento dei tempi di esame. La maratona, con pause di 15 minuti ogni tre ore, si è interrotta solo prima della votazione finale. E ieri sera, in Piazza Montecitorio, hanno protestato contro la legge anche un centinaio di persone, con cori contro il Governo e cartelloni con scritto: "Blocchiamo il decreto Sicurezza, diciamo ancora no". Poi è arrivato il momento del voto. In Aula erano presenti sugli scranni del Governo il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, e il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Prima dell'ultimo atto, dai banchi delle opposizioni è partito il coro del canto partigiano "Bella ciao". Riccardo Ricciardi, il primo degli iscritti a parlare, ha esordito con un "buon 25 Aprile". E la capogruppo del Pd Chiara Braga è intervenuta indossando il fazzoletto dell'Anpi al collo: "Dobbiamo difendere la nostra Costituzione e la nostra democrazia anche da una parte della destra, che oggi governa ma ancora non riesce a fare i conti con la storia e dirsi chiaramente antifascista - ha detto - perché il 25 aprile è divisivo solo per chi ha nostalgie, che noi non accetteremo mai. Ricordare la resistenza significa capire che la democrazia si conquista ogni giorno". Dai banchi del centrodestra, ha risposto il deputato Gianfranco Rotondi: "Se al posto di Togliatti ci fossero stati i "mozzaorecchi" della sinistra di oggi - ha attaccato - difficilmente questo Paese avrebbe avuto 80 anni di pace e civiltà. Mi percorreva un brivido nel sentire "Bella ciao", che ho ascoltato cantare dagli amici di mio padre socialista e antifascista, da chi la cantava per la libertà e per l'amore. Oggi invece viene usata per dividere". E più tardi, sempre per la maggioranza, parla l'esponente di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli: "L'opposizione protesta, grida, urla. Invece, con la conversione del Decreto sicurezza si introducono alcune importanti novità". Le preoccupazioni di sindacati e associazioni Il varo dell'ennesimo decreto sicurezza, il quarto finora nella legislatura, solleva dubbi e preoccupazioni nel mondo sindacale e in quello dell'associazionismo. "Il decreto contiene evidenti elementi di incostituzionalità. Non accettiamo questo pasticcio legislativo e siamo preoccupati" perché "consolida un modello fondato sulla prevenzione amministrativa, sul sospetto e sulla discrezionalità, con norme che continuano a restringere lo spazio civico, colpiscono chi si oppone, peggiorano la situazione delle carceri e incidono in profondità sui diritti fondamentali", scrive l'Arci, che si unisce a "quanti chiedono al Presidente della Repubblica un atto di garanzia costituzionale: rinviare la legge alle Camere". E si lamenta pure la Cgil che parla di "un provvedimento sbagliato che non serve al Paese e crea caos e ingiustizia, prova della debolezza e dell'arroganza del Governo, costruito dentro una logica repressiva e imposto con forzature continue". Nel merito, contesta il sindacato, "questo esecutivo continua a confondere la sicurezza con la repressione, con norme che non rendono più sicure le città e i territori. La sicurezza di cui il Paese ha bisogno è di segno opposto: lavoro, salari e pensioni adeguati, diritto alla casa, sanità pubblica, scuola, welfare. La Cgil continuerà a contrastare nel merito questa legge e a battersi perché siano difesi i diritti costituzionali e la libertà di manifestare, e affinché il governo inizi a occuparsi dei veri problemi degli italiani e delle italiane". Decreto e decretino: il governo incassa le norme securitarie di Michele Gambirasi Il Manifesto, 25 aprile 2026 Votato in parlamento e subito cambiato in consiglio dei ministri Entra in vigore la forzatura dell’esecutivo: esulta Matteo Salvini. Meloni: «Non è un precedente pericoloso». Servirà l’intervento del Viminale. Alle 12.17 di ieri mattina la Camera ha approvato il testo di conversione del decreto sicurezza. Alle 12.37 Antonio Tajani ha dato il via al consiglio dei ministri a Palazzo Chigi. Alle 12.48 si è conclusa la riunione e il governo ha approvato il decreto correttivo della sciagurata norma sugli avvocati. Infine, intorno alle 17, Mattarella ha promulgato il primo ed emanato il secondo. Si è consumato così, in una manciata di minuti e qualche centinaio di metri, l’epilogo della vicenda. Ora il decreto correttivo dovrà essere convertito, e dovrebbe iniziare il proprio iter dal Senato, mentre l’applicazione della norma è rimandata a un successivo provvedimento del Viminale. Due articoli, il testo varato ieri nel consiglio dei ministri lampo ha eliminato ogni riferimento al Consiglio nazionale forense così da permettere l’allargamento della platea dei beneficiari, e legato il versamento dei 615 euro per i rimpatri volontari assistiti non più alla partenza del migrante ma alla «conclusione del procedimento». Il denaro stanziato è cresciuto di poco: si è arrivati a un milione e quattrocentomila euro, pensati per poco più di duemila rimpatri da qui al 2028 (nella precedente versione erano duemila esatti). Per quanto riguarda i beneficiari, ora ci penserà il Viminale con un decreto attuativo da stilare nei prossimi due mesi. Il testo correttivo è intervenuto sul Testo unico dell’immigrazione, a sua volta modificato dall’emendamento incriminato, per portarlo alla nuova versione; poi ha anche dovuto abrogare una parte di quell’articolo dove si faceva riferimento alle coperture: «Era il modo per fugare ogni dubbio», hanno commentato dall’esecutivo. Indice che comunque, per quanto si possa far finta di nulla, è innegabile la complicatezza della soluzione adottata. «Non ci vedo un precedente pericoloso, chiaramente avremmo preferito procedere correggendo in corsa ma questo avrebbe fatto decadere il decreto, creato un po’ di problemi», ha subito commentato da Cipro la premier Meloni. Che per esultare ha aspettato pochi minuti, ben prima della firma quirinalizia: «In Italia la legalità non è negoziabile». La premier ha sin dall’inizio difeso la norma come «di buon senso», perché allineerebbe il compenso per il rimpatrio a quello elargito per difendere i migranti nei ricorsi contro le espulsioni. Affermazioni purtroppo false, dato che lo stesso decreto Sicurezza ha cancellato il gratuito patrocinio per questi ricorsi, con dubbi di compatibilità con l’articolo 24 della Carta che sancisce il diritto alla difesa. Che non si sia creato un precedente poi, è solo parzialmente vero, dal momento che in tutti i casi richiamati degli anni passati mai il nodo era stata la manifesta incostituzionalità della norma. E la soluzione adottata è stata resa necessaria solo dalla fretta della maggioranza, ridottasi all’ultima settimana utile per convertire un decreto annunciato mesi prima. Al momento del proclama, metà febbraio, era ancora lontana la sconfitta al referendum e si cavalcava l’onda repressiva delle manifestazioni di Torino. Subito dopo la sconfitta è partita la rincorsa a destra che ha allungato i tempi, ma la decadenza sarebbe stato un problema politico del centrodestra, non certo una questione di ordine costituzionale. Rimarrà comunque uno dei «se» della vicenda, sommato a diversi altri: se l’emendamento non fosse sfuggito al vaglio degli uffici del Colle; se il provvedimento fosse stato un disegno di legge, come per sua natura pure si sarebbe potuto presentare data la vastità e quantità di articoli. Infine, se a una settimana dalla conversione non fosse montato il caso. Domande inevase. Anche la soluzione irrituale prescelta ha davanti a sé ancora dei punti interrogativi. «Il governo compie un vero e proprio gioco delle tre carte per sfuggire del tutto al controllo del parlamento e del Quirinale. Il decreto infatti rinvia la definizione degli aspetti essenziali a un decreto ministeriale, dunque a regole che Piantedosi e Meloni scriveranno col favore delle tenebre, senza che nessuno possa intervenire», ha detto il segretario di +Europa Riccardo Magi. Difficile che a qualcuno venga ora in mente di emendare anche il correttivo varato ieri. Impossibilitato a discutere di sicurezza, su erano andate avanti per 40 ore le dichiarazioni di voto, ieri mattina a Montecitorio la disputa si è consumata sul 25 aprile. Le opposizioni hanno prima intonato «Bella ciao», poi si sono unite alla maggioranza quando questa si è alzata per cantare l’inno di Mameli. Solo la Lega non ha partecipato, mentre i ministri Salvini e Piantedosi osservavano la scena dai banchi del governo. 162 Sì e 102 No, la destra ha approvato il testo incostituzionale. I leghisti sono quelli che hanno esultato di più: il decreto serve soprattutto a loro, che hanno i vannacciani col fiato sul collo. Decreto sicurezza, il piano inclinato della «moral suasion» di Andrea Fabozzi Il Manifesto, 25 aprile 2026 Non si è concluso bene il brutto pasticcio del decreto sicurezza e dell’incentivo di Stato agli avvocati agenti della remigrazione, scandalo che abbiamo denunciato per primi. E non importa che quella norma infame sia stata attenuata o che forse non sarà applicata per ragioni di contenimento della spesa (non di umanità). Al governo è stato consentito di approvare una misura non solo evidentemente, ma anche dichiaratamente incostituzionale. Con la soluzione salomonica di cancellarla, o attenuarla, un attimo dopo. Si potrebbe pensare che la sostanza è salva, che importa la forma. Salvo che sulla sicurezza si consuma una battaglia del tutto simbolica, propagandistica, lontana dalla realtà, dai numeri e dalle vere minacce. Non importa che l’ennesimo provvedimento stolidamente repressivo non sia efficace, quasi nessuno lo è. Importa che al governo in nome di una presunta emergenza sicurezza sia stato permesso un ulteriore strappo alle regole costituzionali. Creando un precedente, che sarà replicato. Meloni infatti non chiede scusa per il pasticcio, lo rivendica. Non implora la correzione dell’errore per salvare le altre parti del suo decreto, molte delle quali altrettanto problematiche, la concede sdegnosa. Come ha detto Piantedosi in parlamento, sprovveduta voce della verità, è stata solo questione di «sensibilità». Se uno non è sensibile ai principi fondamentali della Repubblica che volete che sia? Buon 25 aprile. È noto lo scrupolo di Sergio Mattarella nel preservare «immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione attribuisce» al presidente della Repubblica, secondo la nota formula di Luigi Einaudi, il che è tanto più difficile dopo un mandato presidenziale doppio. Dunque Mattarella tiene in gran conto la necessità che il capo dello Stato non sia trascinato in polemiche politiche, non diventi figura di parte - cosa che con le seconde e terze cariche dello Stato, i presidenti di senato e camera, è ampiamente accaduta (e smodatamente con La Russa). La prudenza si comprende anche meglio pensando a chi potrà succedergli al Quirinale. Ma questa apprezzabile cura non dovrebbe giungere al punto di mortificare, in presenza di un governo che questi scrupoli non se li fa, la funzione di garanzia del presidente quando le violazioni costituzionali sono indiscutibili. A mostrare la corda è una «moral suasion» che partendo dal presupposto che il presidente non negherà la firma finale, cerca di smussare gli angoli e correggere le più evidenti storture quasi collaborando al processo legislativo. Quando questa attenzione non è reciproca il finale, pessimo, è scritto. Un governo in affanno, già in campagna elettorale e che non vuole nemici a destra, sempre meno sarà disponibile a contenersi, ammesso che lo sia mai stato. In questo caso il problema si è creato dal principio. Dopo almeno quattro decreti sicurezza era lampante che il quinto mancava di qualsiasi presupposto di necessità e urgenza. Elementi essenziali, senza i quali non solo la Corte costituzionale ma anche lo stesso presidente Mattarella hanno più volte chiarito che non c’è spazio per la decretazione di emergenza. Prediche, appunto, inutili. Partita male, la vicenda dell’ennesimo decreto sicurezza è precipitata peggio: che non ci fosse alcuna necessità o alcuna urgenza della norma contestata è diventato così evidente che l’urgenza era invece cancellarla. Eppure la si è voluta condurre in porto, prova definitiva che non è l’efficacia delle leggi che interessa al governo ma il fatto stesso di approvarle e fare la faccia feroce. Abbiamo ora un buco nel decreto, in mezzo a tante altre norme orrende. Correggere il testo senza lasciare il buco avrebbe comportato il rischio della decadenza, ma è precisamente quello che la Costituzione prevede, possibilità che andava, quella sì, tutelata e non esclusa, di nuovo, a prescindere. Non è certo il primo strappo del governo Meloni ma è forse il primo che trascina con sé il Quirinale ed è la cosa peggiore. Il silenzio che ha accompagnato le firme del presidente sottolinea il pasticcio. Così il dl sicurezza calpesta la Carta di Edmondo Bruti Liberati La Stampa, 25 aprile 2026 Il governo Meloni vanta la durata come fattore di stabilità, ma massima instabilità mostra sulla sicurezza. Un settore delicatissimo: sicurezza vuol dire prevenzione e repressione dei reati, non meno che tutela dei diritti e delle libertà delle persone. In barba a proclami di garantismo e di depenalizzazione assistiamo a un vorticoso affollarsi di nuovi reati e di pene più elevate. Mai e in nessun luogo più pene e più carcere producono più sicurezza. Gli Usa di “law and order” e della pena di morte hanno un tasso di carcerazione dieci volte tanto la media europea e un tasso di omicidi volontari cinque volte superiore. Dovremmo parlare di Decreti/insicurezza: ora siamo al IV, questa volta accompagnato da un IV bis. Il Dl Insicurezza IV, nel testo originario (vedi fermo preventivo di polizia), sfida pericolosamente la Costituzione e nel testo definitivo di conversione in legge la viola manifestamente. In questo modo si festeggia il 23 aprile, Settantesimo anniversario della prima udienza della Corte Costituzionale, e ci si prepara al 25 aprile. La Festa della Liberazione, pare si debba ricordarlo, non è la Commemorazione dei defunti, ove pietas è per tutti i caduti, anche quelli della parte sbagliata. È la Festa della Liberazione dal nazi-fascismo, Liberazione presupposto della Costituzione della democrazia. Il Presidente della Repubblica viene messo nella situazione di “firmare” un testo di legge per certi aspetti manifestamente incostituzionale, ma contestualmente un Decreto-legge bis che cerca di vanificare quelle disposizioni. Esito di un assommarsi di storture. L’abuso di Decreti-legge in spregio ai rigidi tre paletti dell’art. 77 Costituzione «straordinarietà, necessità, urgenza» non è purtroppo cosa nuova, ma qui si è scavato ulteriormente il fondo. La gestazione del Decreto “urgente” ha richiesto quasi l’intero mese di febbraio, tra le prime bozze e il testo pubblicato infine in Gazzetta Ufficiale, in più punti fondamentali rabberciato a seguito, si disse, della moral suasion del Presidente. Lo “scudo penale” per le forze di polizia diveniva un inutile nuovo registro/ bis nelle Procure, rimaneva non più manifestamente incostituzionale, ma certo pericolosamente ai limiti il fermo preventivo di polizia. La Costituzione, sempre all’art. 77, sottolinea la “provvisorietà” del Decreto-legge imponendo al governo la presentazione «il giorno stesso per la conversione alle Camere, che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni». Al rispetto formale della tempistica è seguito uno stanco iter di trattazione al Senato, che si è concluso al limite dei sessanta giorni con il blitz di due inopinati emendamenti. Una “paghetta” di 615 euro offerta alla nuova figura di avvocati/agenti ausiliari della remigration, se incentivano lo straniero al rimpatrio volontario. Viene sfidata la Costituzione nei due fondamentali principi dell’art. 24 «La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati, ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione». Non basta la paghetta al “remigrator ausiliario”, ma viene limitato l’accesso al patrocinio a spese dello Stato in caso di impugnazione dell’espulsione. Alla sollevazione di giuristi, professori, avvocati, magistrati si replica che non vi è tempo per modifiche, perché altrimenti il Dl, non convertito nei termini, decadrebbe. Ma sarebbe proprio la conseguenza della tempistica imposta dalla maggioranza, nel ritardo iniziale e nella accelerazione finale. Ora si tenta di far passare il Dl correttivo come mero “aggiustamento tecnico”. La “paghetta” non sarà solo per gli avvocati, ma anche per tutti i soggetti che forniscano assistenza allo straniero nella richiesta di rimpatrio volontario e sarà riconosciuta a conclusione del procedimento indipendentemente dalla effettiva partenza del migrante. Non è più coinvolto nel pagamento il Consiglio Nazionale Forense, vertice istituzionale dell’avvocatura. Si cerca di superare la “manifesta” incostituzionalità, ma rimane lo sfregio al ruolo costituzionale del difensore, pagato non per assistere una persona in una procedura proponendo la scelta più favorevole, ma quella auspicata dal governo. Immutata l’odiosa discriminazione che limita l’accesso al gratuito patrocinio per chi fa una scelta diversa opponendosi all’espulsione. Rimane una somma di pasticci e storture ai danni della Costituzione e la Corte Costituzionale sarà probabilmente chiamata a pronunciarsi sul testo così rabberciato. Davvero un bel modo di celebrare i settant’anni della Corte e l’ottantunesimo Anniversario della Liberazione. Nordio: «Sul decreto Sicurezza abbiamo rimediato bene. E sulla giustizia ora andiamo avanti» di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 25 aprile 2026 Il ministro: «Torni il dialogo con le toghe. Incontrerò Anm e Csm. Dopo il referendum mi sono preso una settimana di meritato riposo. La sconfitta al referendum? Me ne sono subito assunto pubblicamente la responsabilità politica, con tutte le possibili logiche conseguenze. Ero pronto a lasciare, ma non era nell'interesse del governo». Il decreto Sicurezza è passato e anche il suo correttivo. Ministro Carlo Nordio, è stato un «pasticcio costituzionale»? «Ma no. È stato un provvedimento sostanzialmente in linea con gli altri Paesi europei, probabilmente redatto senza un’adeguata riflessione formale. Perché nelle leggi la forma è sostanza. Ma abbiamo rimediato in modo soddisfacente». C’è chi grida all’incostituzionalità del fermo anticipato o della revoca del gratuito patrocinio. Da garantista che ne pensa? «Polemica vana. Come lo è stata quella sui centri in Albania: l’avvocato generale presso la Corte europea (il nostro pm) ha dato un parere importantissimo: la soluzione italiana è perfettamente in linea con l’ordinamento europeo». FI le ha scritto sollecitando la ripresa del dialogo sulla giustizia. Una strigliata? «No, solo una sollecitazione tra alleati. Più che comprensibile, ma superflua». Perché? «La settimana scorsa avevamo già concordato, proprio con i sottosegretari di FI e Lega, un cronoprogramma articolato. La riunione è stata ripetuta giovedì a livello più allargato, anche con il nuovo sottosegretario Balboni. È un calendario fittissimo, speriamo solo che sia compatibile con gli impegni del Parlamento». Ma è possibile ricucire i rapporti con l’Anm? «Assolutamente sì. Avevo detto che in caso di vittoria del Sì avrei convocato un tavolo con magistratura, avvocatura e mondo accademico per le leggi di attuazione, a maggior ragione ora il dialogo deve riprendere. In modo pacato e razionale. Già il 29 avremo un confronto con Anm e Cnf. Successivamente avremo un’interlocuzione con il Consiglio superiore della magistratura». Da cosa partirete? «Da temi concreti». Per esempio? «All’Anm che sostiene la necessità di una radicale depenalizzazione chiederemo di darci un elenco dettagliato dei reati che vorrebbe depenalizzare». Non era un po’ sparito dopo il referendum? «Mi sono preso una settimana di meritato riposo, dopo due mesi di campagna referendaria con oltre un centinaio di interventi dal Piemonte alla Sicilia. Poi c’è stata la ricomposizione dello staff ministeriale e ora siamo pienamente operativi». Come ha preso la sconfitta? «Pensando che il successo non è mai definitivo e il fallimento non è mai fatale. Me ne sono subito assunto pubblicamente la responsabilità politica, con tutte le possibili logiche conseguenze». Era pronto a lasciare? «Naturalmente sì, se fosse stato nell’interesse del governo. Invece sono ancora qui, e rimarrò, se Dio vorrà, fino alla fine della legislatura». A cosa attribuisce il No? «Difetto di comunicazione. Noi ci siamo concentrati sui contenuti di una riforma complessa. Loro hanno adoperato slogan più efficaci e suggestivi, con una diffusione più capillare. Ma l’opposizione sbaglia se crede che sia una vittoria politica. Le elezioni non si vincono con i No». Dopo il No? «Un autorevolissimo editorialista ha scritto che sarebbe stata la prima vera riforma liberale dalla fondazione della Repubblica. Dovremo attendere molto prima di un’altra occasione per allinearci alle grandi democrazie occidentali. Nel frattempo possiamo fare molte cose utili». Aveva detto che si sarebbe occupato di efficienza... «Appunto. Pascal lo chiamava “le bon usage des maladies”, noi faremo buon uso della sconfitta. In questi giorni abbiamo definito il cronoprogramma. Ci concentreremo su accelerazione dei concorsi di magistratura, per colmare gli organici; l’assunzione di altri 250 magistrati per attuare la collegialità dell’ordinanza della carcerazione preventiva; la retribuzione dei magistrati onorari per evitare la procedura di infrazione europea; la stabilizzazione degli appartenenti all’ufficio del processo, originariamente precari; l’informatizzazione dei fascicoli e tante altre cose che non fanno notizia ma che ci consentiranno entro giugno di prendere i soldi del Pnrr». FI chiede di accelerare sulle intercettazioni. Lo farà? «Non dipende da me. È un problema parlamentare, perché è lì che se ne sta discutendo. Anche noi auspichiamo che facciano in fretta». Il giudice collegiale non apre la strada a incompatibilità in giudizio? «È ormai legge e non si discute. Dovremmo considerare le compatibilità con gli organici presenti e semmai rimandare l’entrata in vigore quando, presumibilmente entro la fine dell’anno, saranno superate le eventuali criticità grazie all’assunzione dei nuovi magistrati». Sulle carceri? «Forse l’argomento più importante. Continuiamo a lavorare alacremente su detenzione differenziata dei tossicodipendenti, edificazione di strutture con la creazione di migliaia di nuovi posti e il piano per contrastare il dramma dei suicidi: priorità etica prima ancora che giuridica. Tra breve faremo i consuntivi. Posso solo anticipare che sono molto incoraggianti». Parlare di mazzette «tenui» non difende la corruzione? «La corruzione è un cancro che corrode l’economia, il libero mercato e l’etica politica. Ho dedicato metà della mia carriera a combatterla. Ho condotto le indagini sulla Tangentopoli veneta e ho concluso la mia carriera di pm coordinando l’inchiesta Mose, dove il flusso di denaro frutto di corruzione è stato enormemente superiore a quello di Mani pulite». Allora perché non smette di difendere la tenuità? «Perché non si può mettere sullo stesso piano chi paga 50 euro per avere un certificato da un funzionario infedele con chi prende 10 milioni per un appalto irregolare. Il concetto di tenuità è giuridico, non è uno slogan di piazza, ma un elemento integrativo del nostro ordinamento penale. Esiste nella detenzione di stupefacenti, nell’entità del danno patrimoniale e persino nell’art 131 bis del codice penale, che esclude la punibilità del reato. Difficile parlarne con chi non conosce il diritto». La giudice Chiara Gallo: «Così aumentano le ingiustizie e le disuguaglianze» di Mario Di Vito Il Manifesto, 25 aprile 2026 La magistrata di sorveglianza a Roma: «Le operazioni sotto copertura in carcere sono un tradimento della fiducia che i detenuti devono avere verso le istituzioni. È una norma che confligge con il ruolo fondamentale che svolge la polizia penitenziaria nel percorso trattamentale e rieducativo attraverso l’osservazione quotidiana delle persone detenute con cui sono a stretto contatto quotidiano. E il fermo preventivo è quasi incomprensibile». Chiara Gallo, magistrata di sorveglianza a Roma, con questo siamo al quinto pacchetto sicurezza approvato in tre anni di governo Meloni… Le scelte compiute dal legislatore negli ultimi anni si muovono in una direzione molto chiara: da un lato aumento della repressione, con nuovi reati, aumento di pene e nuove misure di controllo nei confronti delle condotte devianti messe in atto da persone che vivono in condizione di marginalità o degrado per ragioni sociali ed economiche, anche con introduzione di meccanismi automatici di esecuzione della pena in carcere. Dall’altro aumento delle garanzie di impunità nei confronti delle condotte dei pubblici amministratori e, in generale, dei colletti bianchi, con l’abolizione dell’abuso di ufficio, la riduzione della possibilità di effettuare intercettazione, l’obbligo di interrogatorio preventivo. Una linea di politica criminale molto chiara che aumenta ingiustizia e diseguaglianza. Questo si vede moltissimo in sede di esecuzione penale: il magistrato di sorveglianza sempre più spesso si trova di fronte persone condannate per reati non particolarmente gravi che devono scontare pene brevi, ma che non hanno una rete di sostegno fuori del carcere. Al di là del volontariato, che può fare poco con numeri così alti, non ci sono strutture pubbliche di accoglienza, non ci sono opportunità di lavoro. Non c’è nulla. Solo il carcere, che tra l’altro versa in una condizione di grave sovraffollamento. Il che rende obiettivamente impossibile garantire una detenzione dignitosa, condizione di base necessaria per ogni forma di trattamento. Nell’ultimo decreto si parla, tra le altre cose, di “operazione sotto copertura per la sicurezza degli istituti”, cioè di agenti infiltrati nelle carceri. Da giudice che si occupa di persone detenute, cosa ne pensa? È una norma che confligge con il ruolo fondamentale che svolge la polizia penitenziaria nel percorso trattamentale e rieducativo attraverso l’osservazione quotidiana delle persone detenute con cui sono a stretto contatto quotidiano. I detenuti si rivolgono quotidianamente agli agenti per rappresentare bisogni ed esigenze della vita quotidiana e la creazione di un rapporto di fiducia è un passaggio essenziale del trattamento penitenziario. Pensare che in un contesto così delicato si possano introdurre agenti che si fingono detenuti per indagare e addirittura istigare alla commissione di reati, significa conoscere poco il carcere, tradire la fiducia che i detenuti devono avere nelle istituzioni e rendere sempre meno effettivo il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena. Lei ha svolto per diverso tempo la funzione di gip. Queste nuove leggi danno sempre più poteri alle forze dell’ordine e sottraggono competenze alla magistratura. Pensiamo al fermo preventivo: paradossalmente il pm prende il posto del giudice nel decidere se confermare o no la misura. Alla faccia della separazione delle carriere… A mio avviso il fermo preventivo presenta notevoli dubbi di compatibilità con la Costituzione. Il fermo deve essere solo comunicato al pubblico ministero e non è prevista una convalida da parte del giudice. I presupposti per l’adozione di un provvedimento così grave sonoe generici e di fatto incontrollabili. Ed è del tutto evanescente il criterio in base al quale la limitazione della libertà può essere protratta “fino al compimento dei conseguenti accertamenti di polizia”. Impossibile capire di cosa si tratti, mentre è evidente che lo scopo della norma sia quello di impedire alla persona fermata di partecipare ad una manifestazione. Inoltre si sottovaluta il pericolo derivante dalla concentrazione di un numero elevato di soggetti in una struttura detentiva diversa dal carcere, che non ha le regole di controllo e di trasparenza che ha il carcere, a cominciare dal ruolo di vigilanza del magistrato di sorveglianza. Aver affidato il controllo di garanzia al pubblico ministero, temo che non risponda tanto ad un tardivo ripensamento sul ruolo giurisdizionale e di garanzia del pm quanto ad una scarsa attenzione ai diritti delle persone coinvolte. Secondo lei c’è un’emergenza sulla sicurezza tale da giustificare tutti questi provvedimenti? L’esperienza dimostra che il tema della sicurezza non può essere adeguatamente affrontato attraverso la previsione di nuovi reati e l’innalzamento delle pene. Bisognerebbe affrontare i gravi problemi sociali che sono all’origine di molti reati: l’immigrazione, le tossicodipendenze, la povertà, le disuguaglianze, l’assenza di misure di sostegno e di supporto, l’assenza di strumenti effettivi per garantire il trattamento e il reinserimento dei condannati. Gip collegiale: riforma Nordio al redde rationem tra proclami garantisti e organici “scoperti” di Luigi Bartolomeo Terzo Il Riformista, 25 aprile 2026 A poco più di quattro mesi dalla imminente entrata in vigore della legge n. 114/2024 (cd. legge Nordio), nella parte in cui prevede la competenza collegiale (e non più monocratica) del G.I.P. per l’applicazione della misura della custodia cautelare in carcere, il tema - come era prevedibile - è tornato a infuocare il dibattito. Già nell’estate del 2024, alla vigilia dell’approvazione della riforma, numerosi erano stati gli appelli ad un maggior realismo, che tenesse conto delle diffuse e ampie scoperture di organico, tali da rendere - soprattutto nei Tribunali di piccole dimensioni (ma non solo) - difficile, se non materialmente impossibile, l’istituzione di Collegi cautelari specializzati. La norma venne ugualmente approvata. Tuttavia, dietro i toni ottimistici che presentavano la riforma come una “svolta nel rafforzamento delle garanzie degli indagati” si annidava la consapevolezza dell’impraticabilità della novità appena varata: da qui il concomitante differimento di due anni della sua entrata in vigore, attesa - per l’appunto - il prossimo 25 agosto. Ad oggi - come era immaginabile - la situazione non è, però, mutata: sul territorio nazionale si contano, a titolo esemplificativo, 39 Uffici G.I.P. con un organico inferiore a 3 magistrati, oltre a 28 Uffici G.I.P. che si compongono di appena 3 magistrati (e cioè a dire, il numero previsto per la costituzione di un Collegio cautelare). E ciò, nonostante all’epoca fossero state prescritte procedure concorsuali finalizzate all’assunzione di ulteriori 250 magistrati (peraltro, da destinare indistintamente alle funzioni giudicanti di primo grado, anziché al solo ufficio G.I.P.). Così, qualche giorno fa, proprio per scongiurare l’inevitabile e largamente pronosticata paralisi dei Tribunali, il Ministro Nordio ha annunciato la disponibilità a concordare “un cronoprogramma… nel solco di un fattivo ritrovato spirito di collaborazione” con l’Avvocatura e con il Consiglio Superiore della Magistratura. Tradotto: si attende un ulteriore posticipo dell’entrata in vigore della norma. Questa querelle offre lo spunto per una riflessione più ampia: di fronte alle innegabili criticità legate - in questo caso - all’eccessivo ricorso alla custodia cautelare in carcere e, dunque, all’annoso problema delle ingiuste detenzioni, si è approvata - frettolosamente e senza le opportune concertazioni - una modifica settoriale del codice di procedura penale, calandola dall’alto e preoccupandosi della sola simbolicità di un simile annuncio sul piano della comunicazione politico-mediatica. È, invece, mancato - come da consuetudine ormai ultradecennale - un percorso di confronto, di partecipazione e, soprattutto, di verifica tecnica, finalizzato alla messa in campo di interventi normativi meditati, lungimiranti e organici, oltreché il più possibile condivisi in vista di una loro auspicata impermeabilità ai successivi cambi di governo. A riprova di questa “psicopatologia delle riforme quotidiane”, come l’ha definita il Prof. Giovanni Fiandaca, si pensi al concomitante progetto di revisione della geografia giudiziaria, con cui si è recentemente prevista - tra l’altro - la riapertura di cinque Tribunali già soppressi (ad esempio, il Tribunale della Pedemontana). Questo intervento - seppur parzialmente condivisibile in linea di principio - in assenza di interventi concreti sulle piante organiche, determinerà un’ulteriore dispersione delle già scarse risorse di personale. Appare, dunque, legittimo chiedersi: come si può realisticamente pensare di formare dei Collegi cautelari in tutti gli Uffici G.I.P. presenti sul territorio nazionale, al contempo drenando dai Tribunali in funzione un numero significativo di magistrati, già sottorganico, per la riapertura di queste sedi giudiziarie dismesse? Se un reato è prescritto lo è anche per la commissione antimafia di Giovanni Fiandaca Il Foglio, 25 aprile 2026 Esiste non da ora qualche problema nell’individuare le rispettive sfere e modalità di azione dell’autorità giudiziaria e della commissione parlamentare antimafia, specie quando l’una e l’altra indagano contemporaneamente sulle medesime vicende. Com’è forse intuibile, incombe infatti un rischio concreto di sovrapposizione o confusione delle indagini che si compiono nelle due sedi, con conseguenze negative anche sotto un profilo tutt’altro che trascurabile: quello del rispetto di garanzie individuali che vanno comunque assicurate a ogni persona coinvolta negli accertamenti, se accusata (o sospettata) di reati oppure anche se fatta oggetto di valutazioni incidenti sul piano reputazionale. Da questo punto di vista, la natura di organo politico della commissione non le conferisce affatto la facoltà di operare senza alcun vincolo giuridico-costituzionale. E’ questo un problema che si è riproposto in occasione delle audizioni in commissione antimafia del procuratore di Caltanissetta, vertenti su un tema in atto oggetto - appunto - di contemporanee indagini da parte dei pm nisseni e dei commissari antimafia: il tema è quello dei possibili moventi della strage di via D’Amelio del luglio 1992 ai danni del giudice Paolo Borsellino (e, per possibile connessione, della di poco precedente strage di Capaci in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone). Intorno a questo tema, oggetto nel corso del tempo di plurime verifiche giudiziarie, la procura di Caltanissetta ha rinnovato le indagini, cercando in particolare di affrontarlo sotto questa specifica angolazione visuale: se l’uccisione di Borsellino potesse avere avuto come movente la preoccupazione di prevenire le approfondite indagini che egli avrebbe avuto intenzione di compiere sugli intrecci tra mafia, imprenditoria e politica nel settore degli appalti. Questo rinnovato impegno investigativo si è tradotto in due distinti procedimenti. Nel 2022, è stato attivato il primo - ancora una volta - nei confronti degli ignoti mandanti della strage di via D’Amelio, in ipotesi interessati a impedire le future verifiche che Borsellino avrebbe potuto compiere su mafia e appalti: di questo procedimento la stessa procura ha giorni fa richiesto l’archiviazione, motivandola addirittura in 389 pagine. E, nel 2024, è stato aperto il secondo procedimento - ancora pendente - a carico di due ex magistrati valenti e ben conosciuti quali Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone: sorprendentemente indagati per un presunto reato di favoreggiamento, aggravato per di più dal fine di agevolare la mafia, che sarebbe consistito nell’insabbiare (o comunque nell’omettere di svolgere sul serio) alcune indagini rientranti sempre nel filone mafia-appalti. La sorpresa rispetto a questo ipotetico favoreggiamento della mafia è stata, in realtà, duplice: non solo per l’ottima fama dei due magistrati in questione, ma anche perché si tratterebbe di un reato abbondantemente prescritto. Per cui si impone una domanda, sulla quale torneremo: è legittimo che una procura indaghi su di un ipotetico reato sicuramente caduto in prescrizione? L’avere premesso questo complicato quadro di indagini giudiziarie consente di comprendere meglio gli aspetti criticabili delle dichiarazioni rese dal procuratore di Caltanissetta nell’ambito di tre audizioni in commissione antimafia. Innanzitutto, non è stata disposta la secretazione, pur trattandosi di dichiarazioni contenenti elementi e giudizi non solo non ancora fatti oggetto di vaglio da parte di un giudice, ma implicanti o adombranti coram populo condanne anticipate o censure morali riguardo a un insieme di soggetti (non solo magistrati, persone vive o anche defunte) non in condizione di difendersi in quella sede, e perciò in violazione di princìpi di civiltà giuridica quali quelli del contraddittorio e della presunzione di non colpevolezza. Insomma, una pesante requisitoria illegittimamente recitata fuori dall’aula giudiziaria, e inevitabilmente riportata dai media non senza enfasi drammatizzatrice, forse con l’alibi pretestuoso che in una audizione parlamentare sia consentito prescindere dalle garanzie individuali obbligatorie invece in un tribunale: come se in commissione antimafia si cercasse di accertare una sorta di verità “storica”, distinta da quella processuale, con una conseguente libertà di criminalizzare o diffamare a piacimento. Senonché, non si dovrebbe dimenticare come neppure gli storici di professione - come è comprovato da diversi processi e condanne ai loro danni - possano attribuire azioni criminose a singole persone o esprimere nei loro confronti giudizi con effetti infamanti, se non sulla base di riscontri il più possibile certi e univoci o comunque con l’adozione di adeguate cautele espressive. Vi è di più. Come ho rilevato in un precedente articolo (cfr. il Foglio del 26 ottobre 2024), la legge istitutiva individua come compiti specifici della commissione antimafia - per dirlo in estrema sintesi - studiare forme di manifestazione e cause delle mafie come fenomeni generali, verificare l’efficacia degli strumenti di contrasto disponibili e proporre - ove necessario - nuove strategie di intervento. Cosa diversa è indagare su singole vicende di criminalità mafiosa per accertarne la motivazione specifica al fine individuare i soggetti individualmente responsabili, spettando invece tale compito all’attività giudiziaria. Per cui potrebbe bastare alla commissione prendere conoscenza che, tra i moventi per l’eliminazione di un magistrato inquirente, può anche esservi quello di ostacolare la verifica giudiziaria di collusioni politico-imprenditoriali-mafiose, senza che sia strettamente necessaria l’individuazione di singoli responsabili ipotetici. Se è così, non apparirebbe allora indispensabile che un procuratore audito in commissione comunichi ai commissari elementi e dati relativi a possibili responsabilità individuali ricavati, per giunta, da indagini preliminari non ancora sottoposte al vaglio di un giudice. A maggior ragione, questo svelamento appare ingiustificato se avviene in forma non segretata, con conseguente divulgazione mediatica di ipotesi accusatorie non verificate da un organo giudicante. Venendo al punto relativo alla novità di quanto si ricaverebbe dalle recenti indagini nissene, valgano i rilievi seguenti. Una attenta lettura delle quasi quattrocento pagine scritte per richiedere l’archiviazione delle indagini a carico di ignoti su mafia-appalti quale movente della strage di via D’Amelio, non può che deludere per gli scarsi risultati conoscitivi conseguiti - ciò a dispetto dell’affrettata e acritica loro enfatizzazione mediatica. Perché la tesi prospettata con ferma convinzione, secondo cui il dossier mafia e appalti assurgerebbe a “concausa” dell’eliminazione di Borsellino (o addirittura anche di quella di Falcone), in realtà è stata precedentemente sostenuta più volte in sede giudiziaria. Peraltro, si riconosce nelle prime pagine della richiesta di archiviazione che ci si trova in presenza di un materiale probatorio di “estrema complessità” e non privo di “ambiguità e contraddittorietà”, e proprio per questo non sarebbe quindi possibile escludere “ulteriori concause” delle stragi in esame. Ma è una difficoltà probatoria che non può sorprendere, se si considera che tale difficoltà è non poco aggravata dal fatto che si tratta questa volta di indagini riaperte a più di trent’anni di distanza. Era realistico confidare di potere raggiungere risultati più appaganti che in passato? Può sorgere persino l’impressione, forse infondata, che il vero senso ultimo di questa riapertura di indagini trascenda la dimensione giuridico-giudiziaria o ne prescinda: come a volere emettere o rinnovare quantomeno un giudizio in chiave di disapprovazione morale su certi comportamenti, considerati strani od omissivi, di alcuni magistrati della procura di Palermo titolari di indagini in materia di mafia-appalti nel biennio (1991-1992) in cui è stato procuratore-capo Pietro Giammanco. Una possibile spia? Potrebbe, forse, desumersi da queste parole contenute sempre nelle prime pagine della richiesta di archiviazione: “(…) esula totalmente dalla competenza di questo Ufficio l’attribuzione di meriti o demeriti in relazione ai fatti verificatisi dopo il trasferimento del procuratore Giammanco”. Rientra invece nelle facoltà della magistratura d’accusa compiere valutazioni di merito e demerito rispetto a condotte magistratuali realizzate durante la gestione Giammanco? D’altra parte, il dubbio sul senso di queste nuove indagini su presunte anomalie di condotta giudiziaria di alcuni pm palermitani sembrerebbe ulteriormente avvalorato dall’apertura nel 2024 del distinto procedimento - come accennato sopra - a carico di Natoli e Pignatone per presunto favoreggiamento della mafia (anche questo commesso nella cornice di mafia-appalti). Torniamo alla domanda iniziale: si può aprire una indagine su un reato già certamente prescritto? L’interrogativo lo considero qui rilevante soprattutto sotto il profilo del grave danno reputazionale derivante sia dalla diffusione pubblica della notizia - scioccante e paradossale - dell’iscrizione come indagati di due noti e stimati ex magistrati antimafia nientemeno per aver invece occultamente favorito la mafia; sia dalla divulgazione (in particolare nel caso di Natoli), attraverso giornali e televisioni, del contenuto in alcune parti sgradevole di conversazioni private intercettate, spiegabile però tenendo conto del profondo turbamento emotivo causato da un’ipotesi accusatoria inaspettata e comprensibilmente percepita come ingiusta e disonorevole. Legittimo tutto questo, tanto più non essendo mai stata una così infamante ipotesi criminosa verificata da un giudice terzo? Che non sia legittimo non è opinione solo di chi scrive, ma lo sostiene espressamente la Corte costituzionale in una importante sentenza (n. 41 del 2024) di cui vale la pena richiamare le affermazioni di principio. In sintesi, la Corte afferma che in presenza di un reato prescritto vengono meno gli stessi poteri di indagine e valutazione del pubblico ministero; una volta constatata l’avvenuta prescrizione, non resta che richiedere l’archiviazione, senza che nel richiederla (e nel disporla da parte del Gip) sia consentito formulare valutazioni sulla possibile colpevolezza dell’indagato o anche esprimere apprezzamenti suscettibili - ove, come spesso avviene, arrivino a conoscenza di terzi - di “produrre gravi pregiudizi alla reputazione, nonché alla vita privata, familiare, sociale e professionale delle persone interessate. Ciò che, in ipotesi, potrebbe dare altresì luogo a responsabilità civile e disciplinare dello stesso magistrato”. Più chiaro di così? Strage di Capaci. La Cassazione legittima la pista nera? Fake news di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 25 aprile 2026 I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso, senza legittimare alcuna tesi. E la procura è intervenuta per smentire le ricostruzioni dei giornali. Ogni volta che viene depositata una sentenza, un’ordinanza, un provvedimento di qualsiasi tipo legato alle stragi del 1992, si scatena lo stesso meccanismo. Qualcuno legge il dispositivo, decide di non capirlo, e parte la corsa alla diffusione. Questa volta tocca alla Cassazione e al suo rigetto del ricorso presentato dalla procura di Caltanissetta contro l’ordinanza della gip Luparello. Da giorni giornali, influencer, esponenti politici raccontano che la Cassazione avrebbe «legittimato la pista nera», che i giudici supremi avrebbero ordinato di indagare sui neofascisti per Capaci e Via d’Amelio. I commissari dem in Antimafia - in prima fila il democratico Walter Verini che purtroppo, ancora una volta, denota poca conoscenza della mafia di Totò Riina - si congratulano: «Si dovrà ancora indagare sulle connessioni tra le piste nere e le stragi degli anni Novanta». Si definisce «buona notizia» il rigetto del ricorso, come se la Corte avesse emesso un giudizio di merito sul tema. Non ha emesso nulla del genere. Si gioca sull’ignoranza e su un fanatismo che in certi ambienti rasenta il religioso. La realtà della decisione è molto più semplice di come viene raccontata. La Cassazione, su conforme richiesta della procura generale, ha dichiarato inammissibile il ricorso della procura di Caltanissetta. Punto. Il ricorso era stato presentato perché la procura riteneva che l’ordinanza della gip fosse un atto abnorme: era stata emessa su vicende già valutate da un altro giudice dello stesso tribunale, il gip Santi Bologna, che le aveva già giudicate prive di fondamento. In sostanza, la procura sosteneva che si stava creando una duplicazione del procedimento. La Cassazione ha risposto che il codice di procedura penale lo consente. Nient’altro. La Corte non ha espresso opinioni nel merito, non ha detto che la pista esiste. Il ricorso respinto - Non è una questione di merito. La Corte non si è pronunciata sulla fondatezza della pista neofascista. Non ha detto che Stefano Delle Chiaie ha rimediato l’esplosivo per Capaci. Non ha detto che la destra eversiva c’entra qualcosa con Via d’Amelio. Chi legge quella decisione come un avallo della “pista nera” capisce quello che vuole capire, non quello che c’è scritto. Ragionando per assurdo: se la gip Luparello avesse chiesto di indagare sulla responsabilità degli alieni, magari basandosi su una dichiarazione di qualche pentito, e la procura avesse fatto ricorso contro quella decisione perché già valutata da altro gip, la Cassazione avrebbe rigettato il ricorso nello stesso identico modo. Non per questo avrebbe avallato la tesi degli alieni. Bisogna essere seri, anche quando fa comodo non esserlo. L’ordinanza della gip Luparello è formalmente legittima, e nessuno lo mette in discussione. Il problema è che dentro ci sta un po’ tutto: stragi, omicidi eccellenti, suggestioni, fatti di epoche diverse, richiami a episodi che si sovrappongono senza necessariamente connettersi. Un esempio tra i tanti: la storia dei file nel computer nell’ufficio di Giovanni Falcone al ministero si regge quasi interamente sul racconto di Gioacchino Genchi, con passaggi mancanti che portano a ricostruzioni carenti dove ad esempio si tralascia il fatto che i diari (contenenti nei floppy disk) erano stati recuperati dalla criminalpool e dopo un passaggio nella procura di Palermo inviati all’allora procuratore nisseno Celesti. Poi il buio. Ma c’è un punto ancora più delicato. La gip era chiamata a valutare se la pista Delle Chiaie fosse legittima da esplorare. Il fondamento principale di quella pista è la testimonianza di Alberto Lo Cicero. Eppure nell’ordinanza non si trova traccia di una risposta seria alla demolizione capillare che l’avvocato Fabio Trizzino, parte civile dei figli di Paolo Borsellino, ha costruito sull’attendibilità di quel collaboratore. E ciò pesa molto, perché scegliere di non confrontarsi con le obiezioni più forti non le fa semplicemente sparire. Il pentito che non sapeva nulla - Lo Cicero è una figura che non regge all’esame dei verbali ufficiali. Inizia a collaborare il 24 luglio 1992. In ventidue verbali stilati dalla procura parla di tutto, ma quando si arriva alla strage di Capaci il vuoto è totale. Non indica gli autori materiali, non racconta le fasi preparatorie, non conosce le dinamiche esecutive. Antonino Troia, figura centrale nella strage, quella che individua il cunicolo, che coordina il trasporto dell’esplosivo, che custodisce gli apparati radio e viene condannato all’ergastolo con sentenza definitiva: Lo Cicero non ne fa mai il nome in relazione a Capaci. Mai. Lo stesso Gioè, intercettato in via Ughetti, sentendo parlare di Lo Cicero chiese «chi è sto Lo Cicero?», come se parlasse di uno sconosciuto. Non lo vedevano come un insider della strage. La sentenza 434/1995 smentisce clamorosamente la sua affiliazione a Cosa Nostra, che lui invece rivendicava in più occasioni. Lo Cicero era stato scaricato dal boss Troia nel 1986 dopo la scoperta di un cognato poliziotto. Come poteva raccontare dettagli di un’organizzazione che lo aveva escluso sei anni prima dell’attentato? Non poteva. E, nei fatti, non racconta nulla di rilevante. Le parole su Delle Chiaie arrivano anni dopo, in contesti singolari. I commissari del Partito democratico accolgono il rigetto della Cassazione come un segnale che «la sola pista mafia-appalti non sia per niente sufficiente a motivare Via d’Amelio». Questa è la parte più imbarazzante della nota. Mafia-appalti è un filone che ha una pezza d’appoggio documentale di proporzioni enormi. Paolo Borsellino stesso lo aveva indicato come uno dei moventi principali della strage di Capaci e di una serie di omicidi eccellenti, dal maresciallo Guazzelli a Salvo Lima. Tutto documentato. Minimizzare questa pista per esaltarne un’altra che si regge su un collaboratore inattendibile, su una donna attualmente sotto processo per falsa testimonianza, su colloqui investigativi senza valore probatorio condotti con metodi suggestivi: questa è la scelta che viene fatta. Mancando di rispetto, tra l’altro, alla memoria dello stesso Borsellino, che di quella pista era convinto. C’è un documento del 1974 che i commissari dem farebbero bene a rileggere. Si tratta del resoconto di una seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. Achille Occhetto, allora segretario regionale del Partito comunista per la Sicilia, aveva introdotto il tema del rapporto tra mafia e trame nere. A rispondergli fu Cesare Terranova, anche lui del Partito comunista, magistrato che qualche anno dopo sarebbe stato ucciso da Cosa Nostra. Terranova disse che quell’accostamento gli sembrava «un po’ pericoloso». Spiegava che portare avanti questa tesi senza riscontri obiettivi e solidi rischiava di «annacquare» la comprensione del fenomeno mafioso, di perdere di mira il problema centrale, di indebolire i rimedi necessari. Parole pronunciate cinquant’anni fa che suonano più fresche di qualsiasi comunicato politico odierno. Terranova e Occhetto erano persone di un livello che oggi manca quasi del tutto nel dibattito pubblico sulle stragi. Anche quando dissentivano, ragionavano con la documentazione in mano e la lucidità di chi capisce le conseguenze di un’analisi sbagliata. Era un dibattito alto. Quello che accade oggi è diverso. La decisione della Cassazione viene letta al contrario, la pista nera viene presentata come legittimata da chi non l’ha legittimata, il collaboratore meno credibile diventa la chiave di una narrazione che si ripropone ad ogni occasione utile. Il risultato è che si continua a gettare fumo sulle stragi, a tutto vantaggio di chi ha interesse che la verità non emerga mai del tutto. La risposta sulle stragi non sta in Delle Chiaie. Sta nei documenti che Borsellino aveva tra le mani. Ma continuano a snobbarlo. A fugare ogni dubbio la procura di Caltanissetta, che attraverso un comunicato ha stoppato le polemiche apparse sui giornali, definendole prive di fondamento. La procura ha evidenziato che tutte le piste, ancora da vagliare, rimangono aperte e ci ha tenuto a sottolineare che mafia-appalti è stata una indagine scomoda, avendo toccato fatti non esplorati in 30 anni. Roma. Suicidio in carcere a Rebibbia Nuovo complesso garantedetenutilazio.it, 25 aprile 2026 È il secondo detenuto che si toglie la vita quest'anno nello stesso istituto penitenziario. “Ormai non fa più notizia, ma in carcere si continua a morire: a quando una politica che finalmente prenda in considerazione la sofferenza e la disperazione che si nasconde dietro quelle mura?”. Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, nell’apprendere che un uomo di 36 anni, detenuto nella sezione G11 della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo complesso, è morto ieri in seguito a impiccamento con un lenzuolo nel bagno. La scoperta è avvenuta intorno alle 16,20 da parte di un compagno di cella, che aveva visto il detenuto alzarsi per andare in bagno mentre dormiva. Il personale penitenziario ha immediatamente portato il detenuto in infermeria, dove sono state avviate le manovre rianimatorie, e il personale sanitario ha chiamato il 118. Nonostante i tentativi di soccorso, il personale del 118 non ha potuto fare altro che constatare il decesso. Il detenuto, nato a Roma da famiglia di origini nordafricane, era a Rebibbia dal 7 ottobre 2023, proveniente da Regina Coeli, con fine pena il 12 giugno 2032, per reati di estorsione e violazione della legge sugli stupefacenti. Lavorante in cucina, svolgeva regolari colloqui visivi con i familiari. La salma è rimasta in medicheria sotto custodia fino all’arrivo del magistrato, e successivamente è stata rimossa dalla polizia mortuaria. È il terzo detenuto che i toglie la vita nel Lazio da inizio anno, il secondo a Rebibbia Nuovo complesso, il sedicesimo in Italia. Gli altri suicidi nella nostra regione sono stati a Rebibbia il 7 marzo, a Viterbo il 5 febbraio. Lo scorso anno i suicidi in totale furono 80 (di cui otto nel Lazio: uno a Regina Coeli, quattro a Rebibbia, due a Frosinone, uno a Viterbo (fonte: Ristretti Orizzonti). Baria. La denuncia dei legali: “Detenuto 40enne malato di leucemia, non riceve cure necessarie” approdocalabria.it, 25 aprile 2026 “Da mesi senza controlli fondamentali, rischio concreto di aggravamento irreversibile”. Un detenuto affetto da leucemia mieloide cronica, ristretto nel carcere di Bari, sarebbe da mesi privo dei controlli sanitari indispensabili per monitorare l’evoluzione della malattia. A denunciarlo sono i suoi difensori, gli avvocati Giuseppe Alvaro e Girolamo Albanese del Foro di Palmi, che parlano di una situazione “gravissima e potenzialmente irreversibile”. Si tratta di Sandro Scariato, originario di Taurianova, detenuto dallo scorso dicembre 2025 per l’espiazione di un residuo di pena. Prima dell’ingresso in carcere, l’uomo era seguito presso il reparto di ematologia dell’ospedale di Catanzaro, dove effettuava controlli periodici per monitorare la patologia, già in passato in fase di remissione. Secondo quanto riferito dai legali, già nel 2025 sarebbe stata riscontrata una ripresa della malattia, con la necessità di intensificare i controlli per evitare un aggravamento. Tuttavia, dal momento della detenzione, tali accertamenti non sarebbero più stati effettuati. In particolare, Scariato non avrebbe potuto sottoporsi all’esame qPCR, fondamentale per valutare l’andamento della leucemia e orientare eventuali terapie. Esami previsti già nei mesi di gennaio e febbraio 2026 e mai eseguiti. La situazione sarebbe stata più volte segnalata anche dai sanitari: nel carcere di Palmi era stata richiesta una “visita ematologica urgente”, mentre analoghe segnalazioni sarebbero state formulate anche durante il successivo trasferimento a Siracusa. Nonostante ciò, nessun controllo specialistico sarebbe stato effettuato. Il trasferimento nel carcere di Bari, disposto proprio per garantire le cure necessarie, non avrebbe finora prodotto alcun risultato. “Da oltre un mese non è stato fatto nulla”, denunciano i difensori. Secondo i legali, il rischio è concreto: l’assenza prolungata di controlli potrebbe aver determinato un peggioramento dei parametri della malattia. “Il rischio - evidenziano i difensori - è che tale situazione possa esporre il detenuto a un concreto pericolo di vita, soprattutto in caso di perdita della cosiddetta finestra terapeutica utile per intervenire con efficacia”. I familiari del detenuto, sempre più preoccupati anche per il peggioramento delle condizioni cliniche riscontrato negli ultimi tempi, hanno deciso di rendere pubblica la vicenda. Nonostante le numerose istanze presentate alla magistratura di sorveglianza e i ripetuti solleciti alle autorità sanitarie, la situazione risulterebbe ancora ferma. “La nostra segnalazione - concludono i difensori - nasce dall’esigenza di evitare che si intervenga quando il danno sarà ormai irreparabile”. Torino. “Il nido di Rondini”, un punto di partenza per chi non ha una rete su cui contare acli.it, 25 aprile 2026 C’è un momento, quando si esce dal carcere, in cui tutto ricomincia. Ma non sempre si riparte dalle stesse condizioni. “Il nido di Rondini” nasce proprio per questo: offrire un punto di partenza a chi non ha una rete su cui contare. Il progetto, realizzato dal Circolo Acli Toniolo APS di Biella insieme all’associazione giovanile Hope Club Odv, mette a disposizione alloggio e supporto alle persone in uscita dal carcere, accompagnandole in un percorso concreto di reinserimento sociale. Non solo accoglienza: il progetto costruisce relazioni e comunità. Attraverso momenti di formazione e sensibilizzazione aperti alla cittadinanza, affronta il tema carcerario e crea occasioni di confronto tra generazioni diverse, mettendo in dialogo i soci del circolo e i più giovani dell’associazione. Una realtà che tiene insieme inclusione, responsabilità e partecipazione. I vicepresidenti Raffaella Dispenza e Italo Sandrini sono stati in visita al circolo, tra i progetti vincitori del Bando Vittoria Acli “Sosteniamo le idee in circolo” 2024. Un esempio concreto di come i circoli possano rispondere ai bisogni reali delle persone, costruendo opportunità dove spesso mancano. Lecce. Università e carcere, a Borgo San Nicola seminari con studenti detenuti e “liberi” lecceprima.it, 25 aprile 2026 L’iniziativa prenderà il via il 27 aprile. L’intento è chiaro: non solo lezioni frontali, ma uno spazio di confronto in cui il sapere accademico si misura con esperienze di vita segnate dalla detenzione. Dieci posti per studenti “liberi”, un’aula dentro il carcere e un confronto diretto con chi sta scontando una pena ma ha scelto di iscriversi all’università. Parte da qui “Oltre le mura”, il ciclo di seminari che l’Università del Salento porta nella casa circondariale di Borgo San Nicola, con l’obiettivo dichiarato di mettere in relazione due mondi che quasi mai si incontrano. L’iniziativa prenderà il via lunedì 27 aprile 2026 e rientra nelle attività del Polo penitenziario universitario di UniSalento, in raccordo con la Conferenza nazionale dei poli universitari penitenziari. L’impostazione è chiara: non solo lezioni frontali, ma uno spazio di confronto in cui il sapere accademico si misura con esperienze di vita segnate dalla detenzione. Ogni incontro coinvolgerà docenti, studenti detenuti iscritti ai corsi universitari e un numero limitato - massimo dieci - di studenti esterni. Una scelta che punta a favorire un dialogo reale, evitando formule troppo affollate e poco incisive. I temi affrontati seguiranno un filo che tiene insieme conoscenza e trasformazione: dalla costruzione del sapere scientifico alle pratiche educative nei contesti di fragilità, dalle dinamiche relazionali ai diritti in ambito penitenziario, fino alla giustizia riparativa e alle questioni di genere. Ad aprire il ciclo sarà il seminario del professor Matteo Zaterini, dedicato all’epistemologia della scienza e ai processi attraverso cui si costruisce il sapere. Nei mesi successivi sono previsti gli interventi delle docenti Anna Paola Paiano, Tiziana Marinaci, Marta Vignola, Alessia Rochira e Irene Strazzeri. Il progetto si inserisce nel più ampio impegno dell’ateneo salentino sul diritto allo studio in carcere, un ambito che negli ultimi anni ha visto crescere l’attenzione a livello nazionale. L’idea di fondo è che la detenzione non esaurisca il percorso della persona, ma possa diventare anche uno spazio di formazione e rielaborazione. Il coordinamento scientifico e organizzativo è affidato a Marta Vignola, delegata della rettrice per il Polo penitenziario universitario. Giustizia è il nome civile della libertà di Vittorio Pelligra Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2026 Il 25 Aprile invita a riflettere su come la libertà democratica si realizzi solo attraverso un impegno costante per la giustizia sociale, politica ed economica. La festa del 25 Aprile non è solo cura e custodia della memoria della liberazione. È una domanda che ogni anno ci interroga su che cosa significhi, davvero, vivere da uomini e donne liberi. Liberi dalla dittatura e dall’occupazione, dalla paura e dalla violenza politica. Liberi da un potere che pretende di decidere chi può parlare, lavorare, esistere, dissentire. Liberi da qualcosa, dunque, ma anche liberi di essere, di costruire una vita comune, una cittadinanza più piena, una promessa di giustizia. Libertà, se resta sola, può diventare una parola leggera. Può ridursi a spazio privato, a immunità personale, al semplice diritto ad essere lasciati in pace. Una cosa preziosa, certo. Nessuno dovrebbe dimenticare quanto sia costata, nella storia d’Italia e d’Europa, la conquista di quello spazio elementare in cui il potere non può entrare senza limite. Ma il 25 Aprile ci ricorda che la libertà democratica è qualcosa di più. Qualcosa che non nasce come privilegio dell’individuo isolato, ma come forma di liberazione collettiva. Come ricostruzione di un mondo comune dopo la sua devastazione. Come promessa che nessuno debba più vivere esposto all’arbitrio di chi comanda, alla violenza di chi esclude e all’umiliazione di chi può decidere impunemente che alcune vite valgono meno di altre. È qui che la Liberazione smette di essere soltanto memoria e diventa domanda di giustizia. Perché liberarsi non significa soltanto sottrarsi a un potere oppressivo. Significa chiedersi quale ordine nuovo possa nascere dopo la fine dell’oppressione. Quali rapporti debbano sostituire quelli fondati sulla paura, sulla gerarchia e sull’obbedienza. Quali istituzioni possano impedire che l’arbitrio ritorni sotto altre forme. La libertà, quando è davvero democratica, non si limita a togliere catene, ma deve impedire che se ne formino di nuove. Non lascia ciascuno solo davanti al proprio destino. Pretende un mondo comune nel quale ciascuno possa essere riconosciuto come eguale. Per questo, a un certo punto, la storia della libertà incontra necessariamente l’idea di giustizia. Lo abbiamo visto lungo il cammino che in questi ultimi anni abbiamo provato a percorrere. Questo è il centocinquantesimo Mind the Economy dedicato alla “biografia” della idea di giustizia. Una giustizia che non nasce nei codici, nei tribunali, neanche nelle costituzioni. Prima ancora di diventare norma, procedura o diritto, scaturisce come regola di convivenza. Come risposta al dilemma più antico della vita in comune. Come possiamo cooperare senza che i più forti si prendano tutto? Come possiamo fidarci degli altri senza essere ingenui? Come possiamo punire l’arroganza senza trasformare la punizione in vendetta? Le prime comunità umane avevano sperimentato, compreso e tramandato. La giustizia era, innanzitutto, una tecnologia sociale della cooperazione. Serviva a contenere il prepotente, a scoraggiare l’opportunista, a difendere la condivisione e a custodire la fragile fiducia del gruppo. Prima della legge scritta c’erano il giudizio degli altri, la reputazione, la vergogna. C’erano le storie narrate attorno al fuoco, i riti, i canti attraverso cui si imparava chi fosse degno di ammirazione e chi, invece, meritasse biasimo. C’erano forme di punizione leggere e dure, simboliche e violente, ma sempre orientate a un fine essenziale, impedire che la coesione del gruppo fosse divorata dalla prepotenza. Poi le società sono cresciute. I piccoli gruppi sono diventati villaggi, città, imperi. La reputazione personale non bastava più. Il canto non arrivava abbastanza lontano. Il controllo dei pari diventava instabile, esposto alla vendetta e alla spirale delle faide. È in questo momento che nascono le istituzioni impersonali. Non come ornamenti della civiltà, ma come tentativi di sottrarre la giustizia all’umore del momento, alla forza del clan o alla memoria ferita dei parenti. La tragedia greca ha raccontato questo passaggio meglio di qualunque trattato giuridico. Nell’Orestea, Eschilo ci spiega la necessità di consegnare la vendetta privata al giudizio pubblico. Le Erinni non scompaiono, ma si trasformano in Eumenidi, divinità della giustizia anziché della vendetta. La città non nega il dolore, lo sublima. Non cancella la colpa, ma le dà una forma giudicabile. È uno dei grandi gesti fondativi della civiltà politica che separa la giustizia dalla vendetta. Ma ogni istituzione nasce incompleta, ambigua. Può proteggere la cooperazione o catturarla. Può rendere possibile la libertà o trasformarsi in dominio. Può dare voce ai senza voce o legittimare il silenzio che viene imposto dai potenti. La storia della giustizia è anche la storia di questa ambivalenza. Thomas Hobbes aveva intravisto nella paura il principio dell’ordine. Metus et spes, la paura che fonda la speranza. Gli uomini, esposti alla violenza reciproca, cedono pezzi di libertà al Leviatano per essere liberati, con la spada, dalla guerra di tutti contro tutti. Ci vorrà l’anima libera di John Locke per spostare la questione dalla paura alla fiducia, dalla spada alla limitazione del potere. È un cammino accidentato, mai lineare. Ogni pensatore illumina un tratto e lascia nell’ombra qualcos’altro. Più vicino a noi John Rawls ci insegna a pensare la giustizia dal punto di vista degli ultimi, dei più svantaggiati. Robert Nozick dal canto suo sottolinea invece la forza morale dei diritti individuali. Von Hayek ci ricorda che nessuna mente può possedere tutta la conoscenza necessaria per disegnare dall’alto una società giusta. Ed è una lezione preziosa la sua, contro ogni presunzione centralista. Da qui in avanti, poi, la domanda però si complica. Che cosa dobbiamo agli altri quando è la sorte a distribuire talenti, condizioni di partenza e vulnerabilità in modo diseguale? Quali beni devono restare sottratti alla logica del mercato? E che cosa accade quando il contratto sociale funziona solo perché è qualcuno, spesso debole e invisibile, a prendersi cura delle condizioni che lo rendono possibile? È su questo terreno che la riflessione contemporanea allarga progressivamente lo sguardo. La giustizia adesso non riguarda più soltanto le regole del gioco, ma le risorse con cui entriamo in campo. Non solo il reddito e le opportunità, ma il riconoscimento, la rappresentanza, la cura, la qualità delle relazioni sociali. Fino a comprendere che una società giusta non è semplicemente quella in cui ciascuno riceve la parte che gli spetta, ma quella in cui nessuno è costretto a vivere abbassando lo sguardo, a vivere nell’umiliazione o nella deferenza. In questo senso la Liberazione non segnò soltanto la fine di un regime. Restituì alla giustizia il suo spazio politico. E il fascismo non fu solo negazione delle libertà politiche. Fu distruzione sistematica delle condizioni del riconoscimento. Fece della gerarchia un destino, della violenza un linguaggio pubblico, dell’obbedienza una virtù, del dissenso una colpa, della diversità una minaccia. Ridusse la cittadinanza ad appartenenza disciplinata e stabilì, in radice, che non tutti avessero lo stesso diritto a essere ascoltati, protetti, rispettati, riconosciuti come membri effettivi della comunità politica. L’ingiustizia, prima ancora di essere violazione di una norma, è l’esperienza di una ferita. Umiliazione, esclusione, svalutazione, invisibilità. Ad essere colpito non è solo un interesse materiale, ma il rapporto che una persona riesce ad avere con sé stessa. La fiducia in sé, il rispetto di sé, la stima del proprio valore. Per questo le lotte sociali non sono mai soltanto conflitti per ottenere di più. Sono lotte per vedere riconosciuta la propria dignità negata. Per poter dire che la propria sofferenza non è privata, non è immaginaria, non è colpa individuale, ma il segno di un torto inscritto nel modo in cui la società stessa è organizzata. Come non leggere, allora, anche la Resistenza come una grande lotta per il riconoscimento? Non fu soltanto conflitto armato, scelta politica e insurrezione nazionale. Fu anche il momento in cui uomini e donne, spesso giovanissimi, rifiutarono il posto che il regime aveva assegnato loro. Sudditi, ingranaggi, spettatori obbedienti della violenza. Non solo con le armi, ma anche con la stampa clandestina, gli scioperi, la disobbedienza, la protezione offerta ai perseguitati, affermarono che la dignità non è una concessione del potere. Testimoniarono che la libertà non è un premio per chi obbedisce. Proprio per ricordare il loro contributo non possiamo ridurre il 25 Aprile a culto del coraggio passato. Perché una memoria che non interroga il presente rischia di diventare celebrazione vuota e silente. Occorre continuare a chiedersi: che cosa resta oggi di quella promessa? Dove si nascondono, nelle nostre democrazie formali, le nuove forme di oppressione e misconoscimento? Dov’è che il potere continua ad essere arbitrio? Dov’è che la libertà proclamata viene, al contempo, tradita? Quando il mercato pretende di misurare il valore delle persone e il lavoro resta uno spazio di subordinazione accettata, una zona franca della democrazia? E la povertà trasformata in colpa, la cura in comoda vocazione naturale e la marginalità in destino ineludibile? Una democrazia può morire anche senza essere formalmente abolita. Può svuotarsi dall’interno. Può mantenere elezioni, regole, istituzioni, e tuttavia perdere la capacità di far sentire i cittadini parte di un mondo comune. Può diventare un ammasso di spettatori risentiti, di individui soli, di gruppi segregati, di lavoratori senza voce, di giovani senza fiducia, di poveri senza rappresentanza, di cittadini che votano ma non si sentono ascoltati. E quando la voce non trova istituzioni capaci di accoglierla, la ferita diventa rabbia, rancore, nostalgia dell’uomo forte, desiderio di rivalsa e di vendetta. È qui che le democrazie si espongono di nuovo alla loro tentazione più antica, quella di barattare la giustizia con l’ordine, la libertà con la protezione e il conflitto con il silenzio. La festa del 25 Aprile ci dice l’opposto, ricordandoci che non c’è ordine giusto senza libertà e che, al contempo, non c’è libertà vera senza giustizia. Celebrare insieme questa festa significa ricordare anche che la libertà non è mai definitivamente acquisita perché la giustizia non è mai definitivamente compiuta. Ogni generazione eredita istituzioni che altri hanno costruito, ma deve decidere se custodirle, svuotarle o rinnovarle. La Costituzione nata dalla Liberazione non è un monumento alla fine della storia. È una promessa ancora incompiuta di giustizia sociale, politica, economica e civile. È la strada che occorre percorrere affinché la libertà non resti privilegio di chi una voce già ce l’ha e la può fa sentire, e ha un reddito, un’istruzione, reti sociali, e sicurezza. La Liberazione è l’impegno a costruire una società nella quale nessuno sia costretto a chiedere il permesso per sentirsi uguale agli altri. Per questo il 25 Aprile non può essere solo celebrazione del passato. È ricordo del lavoro che ci resta ancora da fare. E’ Liberazione ogni volta che una persona umiliata ritrova voce, ogni volta che un diritto formale diventa possibilità sostanziale, ogni volta che un’istituzione sceglie di non schiacciare ma di includere, ogni volta che la memoria impedisce alla violenza di travestirsi da normalità, ogni volta che qualcuno rifiuta di voltarsi dall’altra parte davanti all’ingiustizia. La giustizia è il nome civile della libertà. E la libertà, quando prende sul serio la giustizia, smette di essere soltanto il diritto di starsene in pace da soli. Diventa la possibilità di vivere insieme senza dominio, senza umiliazione, senza paura. Questa, forse, è la promessa più esigente della Liberazione. Non soltanto essere liberi dalla turpe occupazione nazi-fascista, ma la possibilità di restare vigili contro tutte le forme, vecchie e nuove, di dominio attraverso cui la dignità umana può ancora essere negata. Il 25 aprile, la nostra Carta e una libertà che non è di parte di Mariapia Garavaglia* Avvenire, 25 aprile 2026 Istituita nel 1946 e resa stabile nel 1949, la ricorrenza civile richiama unità nazionale, democrazia repubblicana e rispetto esclusivo dei principi costituzionali. Un processo in cui i cattolici furono protagonisti. Il 22 aprile 1946 con un decreto legislativo, su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, fu istituita provvisoriamente la festività nazionale, «a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano». Nel 1949, con la legge n. 260 del 27 maggio, divenne definitiva, simboleggiando la Resistenza e la nascita della democrazia italiana. Non si tratta quindi di una festa “di parte”, ma riguarda tutti gli italiani. Ed è ora che non venga strumentalizzata e trascinata verso significati diversi da quelli che effettivamente ha: Italia unita, italiani liberi e sottoposti a nessun altro potere o vincolo che non siano quelli sanciti della Costituzione repubblicana. Quest’anno ricorre l’80esimo anniversario dell’Assemblea Costituente, frutto del voto a suffragio universale del 2 giugno 1946. La storia, che non consente negazionismi, documenta come e da chi fu preparata, costruita e infine approvata la nostra meravigliosa Carta, che il Presidente Ciampi definì «Bibbia laica». Parteciparono all’Assemblea 556 rappresentanti del libero popolo italiano, tra cui 21 Madri costituenti. Le forze politiche presenti è noto che fossero non solo plurali e diverse ma anche radicalmente conflittuali: si pensi ai democratici cristiani e ai comunisti. I loro contrasti ideologici non impedirono tuttavia di affidarci una Costituzione condivisa e fortemente difesa. Fondamentalmente fu merito dell’apporto dei cattolici, come era stata di grande valore la resistenza cattolica. È ora anche di valorizzare gli studi, oramai storicamente molto ricchi e confermati, sull’apporto di molte centinaia di sacerdoti, religiosi e suore oltre alle migliaia di laici nelle diverse formazioni, senza distinzioni ideologiche. I cattolici furono protagonisti della rete informativa della Resistenza, indispensabili mediatori per lo scambio di prigionieri. Il debito di sangue pagato da sacerdoti diocesani e religiosi fu alto: tra settembre 1943 e aprile 1945 si ebbero in Italia 425 sacerdoti uccisi (di cui 57 morti in combattimento e 49 nei lager tedeschi), dei quali 191 per mano fascista, 125 per opera dei tedeschi e 109 per mano partigiana. Alcuni sono già stati proclamati beati. Resistettero non per odio ma per amore della libertà e della dignità della persona. I cappellani delle brigate partigiane sono stati insigniti di 17 medaglie d’oro al valor militare, 31 d’argento, 46 di bronzo e 56 croci di guerra. I costituenti, consapevoli che i lavori assembleari risentivano del clima del periodo precedente, forzarono certamente alcune parti della Carta relativi alla distinzione dei poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - per non dare peso superiore a nessuno dei tre. Ma i tempi cambiano, e furono previdenti nell’introdurre con l’articolo 138 la possibilità - e la metodologia conseguente - per modificarla quando fosse stato necessario intervenire. Si deve così ricorrere al referendum ogni volta che il voto del Parlamento non è stato ampio come richiesto dall’articolo 138. È un messaggio che i costituenti ci hanno lasciato, perché qualora si decidesse di modificare la Costituzione si usi quello stesso metodo costruttivo e inclusivo in grado di rappresentare la maggioranza assoluta degli italiani. Il tempo che stiamo attraversando e la temperie bellica che ci circonda ci richiamano anche un altro articolo fondamentale della Costituzione, impegnativo e significativo, che appartiene alla prima parte, i “Princìpi fondamentali”, a tutela della pace: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» (articolo 11). Anche rispetto a questa chiara e non manipolabile norma da oltre 75 anni siamo stati inadempienti, paghi della pace che in Europa nonostante tutto è stata garantita. Nonostante tutto, sì: avremmo avuto il tempo per costruire gli Stati Uniti d’Europa. La somma degli eserciti di ciascuno degli Stati europei costa di più e non è efficiente come fossero un unico esercito, la Comunità Europea di Difesa (Ced), sognata da De Gasperi e causa del suo dolore, fu bocciata dalla Francia. Nazionalismo e sovranismo possono appagare ansie di politica interna ma non costruiscono il futuro per le generazioni che seguiranno. Sono forme deleterie di egoismi istituzionali. Non basta l’informazione per raccontarci i danni del presente e del recente passato? Mi pare che ci sia sufficiente consapevolezza che basta un uomo a sconvolgere il mondo, se gli amici veri non sono sinceri nell’affrontarlo e nel preparare proposte alternative. I sondaggi segnalano la paura degli italiani per una guerra troppo vicina mentre i carrelli della spesa dimostrano che c’è un risvolto della guerra che, anche senza missili e droni, “bombarda” l’economia di tutte le potenze, piccole e grandi. I poveri e i più vulnerabili diventano sempre più fragili e le istituzioni inadeguate a far fronte ai loro bisogni. Un algoritmo non sarà capace di dimostrare che si può essere floridi, aumentare la ricchezza (e quindi il potere) con commerci di pace e scambi senza armi? Il miglior algoritmo, però, siamo noi che scegliamo con il voto e la partecipazione - doni della democrazia - le classi politiche che ci devono tutelare. La Festa nazionale del 25 Aprile, allora, ci ricorda oggi che è possibile sconfiggere i dispotismi, che negano libertà e uguaglianza dei cittadini. Perché non consegnino loro il proprio destino. *Presidente Associazione Nazionale Partigiani Cristiani Ma oggi nessuno lotta per il Bene di Giovanni De Luna La Stampa, 25 aprile 2026 Mai il 25 aprile è stata la festa di tutti gli italiani. Una parte di essi, quella neofascista legata alle memorie del Repubblica sociale, non ha mai festeggiato una data da sempre vissuta come un lutto da elaborare (quello di Mussolini e dei suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto) più che come un evento da celebrare. Eppure quel giorno in Italia finì la guerra; finirono i bombardamenti, la borsa nera, la fame e il freddo di quel lunghissimo inverno 1944-1945, le stragi, le imboscate di una guerra civile che, come si diceva allora, in tutto il Nord aveva portato «la morte sull’uscio delle case». Tutto questo sì che si poteva festeggiare. E invece no: quella festa era solo per gli antifascisti, per i partigiani che si erano ribellati contro gli ordini di Salò, rifiutando venti anni di servilismo, di disciplina, di conformismo, e scegliendo la strada della libertà. Si riappropriarono, come ci ha ricordato uno splendido libro di Giuseppe Filippetta, sia di quella individuale, impegnando le armi per riacquistare la loro sovranità, sia di quella collettiva, con la Costituente, la Repubblica, un ordinamento giuridico amministrativo che ancora governa la nostra comunità nazionale. Con la destra al governo le cose non sono cambiate e il “25 aprile” è rimasto una sorta di sismografo del nostro sistema politico, sensibile alle scosse e ai terremoti che hanno attraversato la nostra storia repubblicana dal 1946 a oggi. Anzi, le posizioni si sono vieppiù polarizzate e c’è chi guarda con raccapriccio la possibilità che la seconda carica dello Stato nato dall’antifascismo, uno che in casa si vantava di conservare la statua di Mussolini, prenda parte a qualcuna delle cerimonie previste per celebrare quella data. Io sono tra questi. Ho sempre pensato al “25 aprile” come a un evento dirimente, che ci aiuta a far chiarezza e non ci getta nella confusione della consueta melassa istituzionale. Però tutto è cambiato da quella lontana primavera del 1945. Allora, come dicevano i versi di una celebre canzone di Italo Calvino, «tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore». Si stava da una parte o dall’altra senza infingimenti: da una parte c’erano la violenza, la sopraffazione, il genocidio degli ebrei, la potenza bellica della Wermacht; dall’altra la libertà, la democrazia con i suoi valori, il pluralismo politico, l’inclusione. Era uno schema che funzionò durante la guerra (e portò alla sconfitta di tiranni come Hitler e Mussolini) e che funzionò subito dopo nel corso della “guerra fredda”, in un sistema politico internazionale fondato su gerarchie certe (il bipolarismo Usa/Urss) e nel quale le divisioni erano nette (capitalismo contro socialismo, democrazia contro dittatura), con l’incubo atomico a sovrastare e a condizionare le mosse tattiche e strategiche delle due superpotenze e dei loro alleati. Certo, anche allora, come aveva sottolineato Claudio Pavone, nella Resistenza si potevano distinguere almeno “tre guerre” (quella civile di italiani fascisti contro italiani antifascisti, quella patriottico-nazionale contro il tedesco invasore e quella “di classe” degli operai contro i padroni) e, contemporaneamente, emerse un’ampia “zona grigia” affollata da quelli che nascosero la testa sotto la sabbia, aspettando che “passasse la nottata”. Ma lo schema del Bene contro il Male tenne nonostante tutto e il Bene finì col prevalere. Oggi non è più così. Le guerre hanno smarrito il loro carattere ideologico e hanno perso la loro capacità di fondare un sistema stabile, fondato su principi inequivocabili e duraturi. Come spesso ci ha ricordato sulle colonne di questo giornale Gabriele Segre, gli elementi etno-religiosi, quasi assenti negli scontri bellici novecenteschi, si sono affacciati prepotentemente sulla scena così de rendere la guerra non più un intervallo tra una pace e l’altra ma l’essenza stessa dell’ordinamento internazionale, un fenomeno endemico, strutturale, con il quale occorre abituarci a convivere. Non si tratta solo delle follie di Trump o delle intemperanze di Netanyahu. Tra Ucraina e Russia non basta definire Putin “aggressore” per stare con l’Ucraina “senza se e senza ma”. Gli Usa, che allora vennero a “liberarci” incarnando i valori della democrazia, oggi sconvolgono il mondo, assalendo militarmente il Venezuela e l’Iran, a sua volta uno stato-canaglia fondato su in regime che sembra appartenere a un incubo medievale. Per chi era abituato alla razionalità del ‘900 è difficile accettare una logica infarcita di paradossi, come quello (per capirci) che vede ergersi a paladini di Israele proprio coloro che in passato furono i suoi carnefici. Nella babele che sembra prevalere nel sistema politico globale neanche il “25 aprile” ci aiuta a far chiarezza. Almeno per questa volta. Non c’è dignità senza diritti: la battaglia universale di Marco Pannella di Pasquale Hamel L'Unità, 25 aprile 2026 Il 19 maggio 2026 ricorre il Decennale da quando Marco Pannella è venuto a “mancare”. Dalle ore 10 alle 20, lo ricorderemo nella nuova sede di Nessuno tocchi Caino a Roma in Via della Panetteria 15, di fronte alla casa nella quale lui ha vissuto fino all’ultimo. Marco Pannella è stato una delle figure più originali della politica italiana del secondo Novecento. Ha rappresentato un modo radicalmente diverso di intendere l’azione politica: non come semplice gestione del potere o mediazione tra interessi, ma come esercizio permanente di libertà civile, fondato sulla partecipazione diretta, sulla nonviolenza e sulla disobbedienza civile. La sua esperienza politica si sviluppa attorno a un’idea semplice e insieme rivoluzionaria: i diritti non sono concessioni dello Stato, ma espressioni originarie della dignità della persona. Da questa impostazione deriva una lunga stagione di battaglie che hanno contribuito a trasformare profondamente la società italiana. Il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza al servizio militare, la riforma del sistema penitenziario e la tutela dei diritti dei detenuti non sono solo riforme legislative, ma tappe di un processo più ampio di modernizzazione culturale e istituzionale, che ha ridefinito il rapporto tra cittadino e Stato. Il metodo pannelliano si distingue per l’uso sistematico delle campagne referendarie e dell’azione diretta nonviolenta come strumenti di pressione democratica. In un sistema politico spesso bloccato da equilibri partitici rigidi, Pannella ha introdotto una forma di mobilitazione permanente dell’opinione pubblica, rendendo i cittadini protagonisti attivi del cambiamento. Il referendum diventa così non solo uno strumento giuridico, ma un mezzo di educazione civile e di riappropriazione della sovranità popolare. Accanto dimensione nazionale, la sua azione si è estesa a una forte sensibilità internazionale. Pannella ha promosso campagne contro la pena di morte, per l’amalla nistia e per la tutela dei diritti umani nei contesti autoritari, interpretando le crisi globali come test della credibilità dei principi democratici. In questa prospettiva si colloca anche la sua proposta di aprire un dibattito sull’adesione di Israele all’Unione europea, come tentativo di inserire il Paese in un quadro giuridico e politico più stabile e vincolato ai principi dello stato di diritto europeo. Al centro della sua visione vi è una concezione forte e inclusiva della laicità dello Stato. La laicità, per Pannella, non è un’ideologia contrapposta alla religione, ma la condizione necessaria per garantire il pluralismo e la convivenza tra diverse convinzioni. Lo spazio pubblico deve restare neutrale, affinché credenti e non credenti possano riconoscersi come uguali davanti alla legge e partecipare alla vita democratica senza imposizioni reciproche. Questa impostazione si accompagna a una visione universalista dei valori democratici: libertà individuale, stato di diritto, divisione dei poteri e tutela delle minoranze non sono prerogative esclusive dell’Occidente, ma principi potenzialmente universali. Da qui deriva il suo europeismo e il suo impegno per il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, nella convinzione che i diritti abbiano bisogno di strumenti giuridici adeguati per essere effettivamente garantiti oltre i confini nazionali. La sua onestà intellettuale si è espressa anche nella capacità di riconsiderare alcune vicende controverse della storia politica italiana. Emblematico è il caso della contestazione al Presidente della Repubblica Giovanni Leone: Pannella fu tra i protagonisti di una dura campagna politica che contribuì alle sue dimissioni, salvo poi riconoscere la problematicità e la debolezza delle accuse mosse. Questo gesto di revisione critica rappresenta uno degli aspetti più rari nella cultura politica italiana. Accanto all’elaborazione teorica e politica, vi è la dimensione umana e testimoniale del suo impegno. Le sue lunghe battaglie condotte attraverso scioperi della fame e della sete non erano gesti meramente simbolici, ma forme di comunicazione politica e di partecipazione alla sofferenza altrui. Esse esprimevano una profonda pietas verso detenuti, emarginati, persone prive di diritti e vittime di ingiustizie. La politica, in questa prospettiva, diventa anche esperienza esistenziale e corpo, non solo parola e istituzione. Il suo stile comunicativo rispondeva alla necessità di rompere l’indifferenza e riportare l’attenzione su questioni rimosse dal dibattito pubblico. Pannella sapeva utilizzare i mezzi di comunicazione come strumenti di pressione democratica, trasformando eventi politici in occasioni di discussione collettiva e di consapevolezza civile. A dieci anni dalla sua scomparsa, la sua eredità resta soprattutto nel metodo: la centralità dei diritti, la responsabilità individuale e la coerenza tra principi e azione politica. Il suo insegnamento non si esaurisce nelle singole battaglie, ma nella tensione costante a rendere la politica uno spazio di verità, di libertà e di assunzione di responsabilità. In un mondo attraversato da nuove crisi democratiche e da sfide complesse allo stato di diritto, il suo pensiero continua a rappresentare un invito a non separare mai la politica dalla dignità della persona e dalla coerenza dei principi universali. La Giustizia americana sta valutando di reintrodurre la fucilazione di Alan Arrigoni Avvenire, 25 aprile 2026 Trump aveva cancellato nei primi giorni del nuovo mandato la moratoria di Biden sulla pena di morte federale. È stata annunciata anche l'intenzione di aggiungere la sedia elettrica e l'asfissia con gas tra i metodi d'esecuzione. A poco più di un anno dalla reintroduzione di fatto della pena capitale a livello federale voluta da Donald Trump, a Washington potrebbero tornare le esecuzioni tramite fucilazione. E si tratta soltanto di uno dei provvedimenti annunciati dal dipartimento di Giustizia americano, che sta seguendo le direttive del presidente Usa. Riprendono le iniezioni letali, potrebbero essere aggiunte ai metodi d’esecuzione la sedia elettrica e l’asfissia con gas e verranno semplificati, come si legge nel comunicato, «i processi interni per velocizzare i casi di pena di morte». Misure che il dipartimento definisce come «fondamentali per scoraggiare i crimini più barbari» e «garantire giustizia alle vittime». L’Amministrazione targata Joe Biden aveva optato per una moratoria della pena di morte federale, dopo che Trump l’aveva ripristinata durante i suoi primi anni alla Casa Bianca. Dal 2003 al 2020 non era stata uccisa nessuna delle persone che si trovava nel braccio della morte. Mentre si contano tredici esecuzioni, tutte tramite iniezione letale, negli ultimi otto mesi del primo mandato del tycoon, come denunciato da Amnesty International. Il numero più alto mai raggiunto sotto qualsiasi altro presidente Usa negli ultimi 120 anni. Ora il procuratore generale Usa Todd Blanche ha autorizzato la richiesta d’esecuzione per nove detenuti. «La precedente amministrazione ha fallito nel suo dovere di proteggere il popolo americano rifiutandosi di perseguire ed eseguire la punizione definitiva contro i criminali più pericolosi», l’affondo di Blanche, che ha aggiunto: «Sotto la guida del presidente Trump, il Dipartimento di Giustizia sta nuovamente facendo rispettare la legge e si sta schierando con le vittime». Sono cinque gli Stati americani che autorizzano il plotone d’esecuzione per le pene capitali, ma la sola Carolina del Sud l’ha effettivamente messo in atto negli ultimi anni. Il 7 marzo 2025 il detenuto Brad Sigmon fu sentenziato con fucilazione, poi altri due episodi da lì a novembre 2025, come riferisce il Guardian. L’ultimo caso, prima di questi, si era verificato nello Utah nel 2010. Nove Stati ammettono invece la sedia elettrica, nonostante non sia più utilizzata dal 2020, mentre l’Alabama è stato il primo Paese al mondo nel 2024 a eseguire una condanna a morte tramite ipossia d’azoto, costringendo un detenuto a inalare azoto puro, che provoca soffocamento. Ma cosa pensano gli statunitensi della pena di morte? I sondaggi condotti dal centro Gallup a fine 2025 mostravano come ancora più della metà degli statunitensi intervistati, il 52%, fosse favorevole alla pena capitale per i condannati per omicidio. Si trattava però della percentuale più bassa registrata in trent’anni: nel 1994 era l’80% a essere d’accordo. Ahmadreza Djalali, da dieci anni ostaggio in Iran di Riccardo Noury* Corriere della Sera, 25 aprile 2026 Ahmadreza Djajali, medico e ricercatore specializzato in medicina dei disastri, cittadino svedese di origine iraniana, è stato arrestato il 25 aprile 2016 durante una visita accademica in Iran. Un anno dopo è stato condannato a morte per spionaggio in favore di Israele, al termine di un processo-farsa con tanto di “confessioni” trasmesse alla televisione di stato. Djalali ha vissuto a lungo con la famiglia a Novara, collaborando con l’Università del Piemonte orientale e con il Crimedim (Centro interdipartimentale di ricerca e formazione in medicina dei disastri, assistenza umanitaria e salute globale). In questi anni, nonostante le petizioni di Amnesty International, la costante attenzione della comunità novarese, la mobilitazione del mondo della ricerca e dei premi Nobel, la famiglia Djajali ha continuato ad attendere il ritorno a Stoccolma di un marito e di un padre innocente (all’epoca dell’arresto la figlia maggiore aveva 12 anni, il figlio minore quattro), con un’angoscia sempre crescente. Come se la loro vita si fosse fermata nel 2016. I contatti sono sporadici, a volte mancano per mesi. Se i familiari in Svezia lanciano appelli o fanno interviste, per rappresaglia a Djalali vengono negate le telefonate. Durante i bombardamenti del 2025 e del 2026 Djalali è stato trasferito dalla famigerata prigione di Evin per poi esservi riportato dopo settimane in cui non c’erano state sue notizie. A preoccupare non sono solo le condizioni di salute di Djalali (è deperito, ha la pressione alta e la scorsa primavera ha avuto un attacco cardiaco) e il “reato” di cui è stato giudicato colpevole, che ha un peso doppio nell’attuale situazione di tensione e di vera e propria guerra tra Israele e Iran; ma anche la sua “caratteristica” di ostaggio nelle mani delle autorità iraniane: una delle tante persone straniere o con doppia nazionalità arrestate, la cui liberazione è stata sempre associata a ricevere qualcosa in cambio, ma una delle poche ancora in carcere. Per forzare la trattativa, più volte le autorità iraniane hanno annunciato l’imminente esecuzione di Djalali. In questa aberrante logica per cui un innocente viene considerato come pedina di scambio, cosa vogliono gli iraniani, dopo aver già ottenuto dalla Svezia il ritorno in patria di un condannato in via definita per il massacro delle prigioni del 1988? E se i governi si piegano a questa logica, cosa possono mettere sul tavolo? *Portavoce di Amnesty International Italia