Carceri sotto pressione di Sara Sedici ilmirino.it, 24 aprile 2026 Tra crescita della popolazione detenuta, sovraffollamento e aumento di eventi critici come suicidi e atti autolesivi, il carcere si configura sempre più come lo specchio di una società attraversata da marginalità, dipendenze e disagio psichico, oltre a un luogo dove si concentrano patologie croniche, psichiatriche e infettivologiche. Interventi di prevenzione sono previsti, ma restano ancora applicati in modo disomogeneo. Di questi temi si discute nel XXVI convegno nazionale “Agorà Penitenziaria 2026” della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria - SIMSPe. Intitolato “Tutela della Salute ed Esecuzione Penale”, si svolge il 21 e 22 aprile a Roma presso l’Aula Agostini dell’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà, Via di S. Gallicano 25/A. Il pomeriggio del 22 aprile, presso l’Auditorium Cosimo Piccino del Ministero della Salute si terrà il convegno istituzionale organizzato da Aristea “Il carcere come opportunità di sanità pubblica e di riscatto: prevenzione, diagnosi e cura nelle popolazioni vulnerabili”, un confronto tra istituzioni, clinici, associazioni. I dati più recenti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale evidenziano una situazione strutturalmente critica. Nei 189 Istituti Penitenziari italiani sono state accolte nel 2025 un totale di 103.866 persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi. Negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370. A questi si aggiungono quasi 2.000 tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo nel solo 2025. Il carcere si configura sempre più come il punto di convergenza delle fragilità della società: marginalità, dipendenze, disagio psichico e vulnerabilità economica si concentrano all’interno degli istituti, determinando un aumento della complessità gestionale. Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione sociale, in cui, come evidenziato anche da analisi istituzionali, dopo la fase pandemica si è registrata una ripresa dei fenomeni criminali e una crescente percezione di insicurezza tra i cittadini. Alcune recenti vicende di cronaca ne sono la dimostrazione. In questo scenario, il sistema penitenziario è chiamato a sostenere un carico che va oltre la funzione detentiva, con implicazioni sanitarie, sociali e organizzative sempre più rilevanti. “Sanità penitenziaria non significa solo cura, ma una realtà concreta di salute pubblica - sottolinea Antonio Maria Pagano, Presidente SIMSPe - Occorre intervenire su fragilità complesse e prevenire le malattie diffuse, psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, odontoiatriche, ma anche confrontarsi con una relazione medico-paziente diversa. In ambito penitenziario esiste spesso una asimmetria: il medico ha come obiettivo la tutela della salute, mentre il detenuto può avere anche esigenze legate al proprio percorso giudiziario. Questo rende più complessa la valutazione clinica e richiede strumenti adeguati per garantire appropriatezza e qualità dell’assistenza”. I cambiamenti della società, con l’aumento delle fragilità sociali e delle situazioni di marginalità, si riflettono anche in ambito penitenziario. “Il carcere è profondamente cambiato negli ultimi anni - evidenzia Luciano Lucania, Direttore SIMSPe - Oggi assistiamo a una concentrazione di disagio sociale e sanitario che rende la gestione quotidiana molto più complessa. La sovrapposizione tra dimensione sanitaria e dimensione giuridica può rendere più difficile leggere in modo preciso i bisogni di salute, in particolare in ambito psichiatrico. Questo ha effetti anche sulla qualità dei dati disponibili e sulla programmazione degli interventi. In un contesto già segnato da fragilità diffuse, è fondamentale rafforzare la sanità penitenziaria per garantire una presa in carico reale ed efficace”. Il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 individua strumenti fondamentali come screening, diagnosi precoce e promozione della salute. Tuttavia, l’applicazione di questi interventi negli istituti penitenziari resta ancora disomogenea, nonostante si tratti di una popolazione ad alto rischio. In questo contesto, la prevenzione assume non solo un valore sanitario, ma anche organizzativo, contribuendo a ridurre criticità cliniche e gestionali. Un ambito chiave è quello delle malattie infettive su cui sono stati raggiunti risultati importanti e le potenzialità sono ancora ampie. “Negli ultimi dieci anni, la prevalenza dell’HIV nelle carceri italiane si è ridotta dal 10% a circa l’1-2% grazie alle terapie antiretrovirali - spiega il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe - Oggi abbiamo strumenti nuovi, come le terapie long acting per l’HIV, che consentono una somministrazione ogni due mesi e facilitano la continuità terapeutica anche dopo la scarcerazione. Per l’Epatite C la disponibilità di trattamenti in grado di eradicare il virus definitivamente, in poche settimane e senza effetti collaterali ha portato a risultati straordinari. Proprio le carceri restano uno dei serbatoi in cui far emergere il sommerso. Un recente studio, contemplando un elevato numero di detenuti, ha rilevato una prevalenza del 20%: è la dimostrazione dell’efficacia dei test diagnostici rapidi, eseguibili all’ingresso in istituto, che rendono il carcere un contesto strategico per programmi di screening e linkage to care”. La riforma silenziosa che trasforma le carceri in caserme di Vinicio Marchetti today.it, 24 aprile 2026 I direttori degli istituti penitenziari italiani attendono il primo contratto di categoria dal 2005. Ora una riforma li trasforma in esecutori. Il Coordinamento Nazionale Dirigenti Penitenziari insorge. C’è un modo per distruggere uno Stato senza sparare un colpo. Basta riscrivere un decreto. Basta cambiare i nomi degli uffici, spostare le dipendenze funzionali, trasformare chi governa in chi esegue. E farlo di notte, in silenzio, con il linguaggio burocratico che addormenta le coscienze e nasconde la violenza dentro i subordinati di una circolare ministeriale. È quello che sta accadendo nelle carceri italiane. O meglio: è quello che si vuole fare alle carceri italiane. Direzioni Generali e direttori svuotati: cosa cambia davvero - Una bozza di decreto ministeriale - non ancora legge, ma già abbastanza concreta da allarmare chi lavora dentro quegli istituti ogni giorno - prevede di ridisegnare l’Amministrazione Penitenziaria affidando le nuove Direzioni Generali, quelle che comandano davvero su logistica, tecnica e operazioni, esclusivamente alla polizia penitenziaria. Il direttore del carcere - quello che per legge è il capo dell’istituto, il garante dei diritti di chi è detenuto e di chi lavora - diventa, nelle parole di chi lo denuncia, un “passacarte logistico”. Un uomo svuotato. Una firma senza potere. Qualcuno, nei corridoi del potere, ha deciso che il carcere deve diventare un posto di sola custodia. Che la rieducazione - quella parola scomoda che sta scritta nell’articolo 27 della Costituzione - è un lusso che non ci si può più permettere. Che contano i muscoli, non la legge. Che conta l’ordine, non la giustizia. Bisogna dire una cosa che si dice poco, perché non conviene dirla. Il contratto negato e la disparità tra dirigenti - I direttori penitenziari italiani aspettano il loro primo contratto di categoria dal 2005. Duemila e cinque. Sono passati vent’anni. Vent’anni in cui hanno governato le prigioni più difficili d’Europa - il 41-bis, i terroristi, i boss mafiosi, le celle sovraffollate, le rivolte - con le norme della dirigenza della Polizia di Stato cucite addosso come un vestito non loro. Vent’anni in cui nessun governo, di nessun colore, ha trovato il tempo di riconoscere il loro lavoro con un contratto degno di questo nome. Nel frattempo, per i vertici della polizia penitenziaria, le carriere dirigenziali si sono aperte come portoni spalancati. Senza concorsi che pesassero. Senza attese che logorassero. Questo si chiama disuguaglianza. E la disuguaglianza, quando abita dentro le istituzioni, si chiama con un altro nome: ingiustizia. GOM, 41-bis e il rischio di una gestione solo muscolare - C’è poi la questione del GOM, il Gruppo Operativo Mobile, quello che gestisce i detenuti al 41-bis - il regime speciale, quello duro, quello che si applica ai boss che ancora comandano dall’interno delle celle. La bozza di decreto lo mette alle dipendenze di una Direzione Generale della Polizia. Come se gestire il 41-bis fosse solo una faccenda di muscoli e manganelli. Come se non fosse, invece, una delle materie giuridicamente più delicate che lo Stato italiano si trova a maneggiare. Come se bastasse la divisa, senza la cultura del diritto. Come se la legalità fosse un optional. Chi ha vissuto gli anni in cui questo Paese ha sconfitto il terrorismo e ha incrinato i codici di Cosa Nostra lo sa: non lo si è fatto con la sopraffazione, ma con la responsabilizzazione. Con il diritto usato come strumento di civiltà. Con direttori che entravano nelle celle e parlavano. Che trattavano l’essere umano come tale, anche quando quell’essere umano aveva fatto cose orribili. Quella stagione ha prodotto sicurezza vera. Non la caricatura della sicurezza che si vende oggi nei comizi. Gli invisibili delle carceri: chi sono e cosa rischiano - E poi ci sono gli invisibili. Quelli di cui non parla nessuno, mai. Gli esperti informatici del DAP. I funzionari contabili. I tecnici edili. Gli ingegneri. Gli architetti. Gli assistenti amministrativi. I funzionari giuridico-pedagogici. Tutta quella filiera umana e professionale senza cui un carcere non apre un cancello, non paga uno stipendio, non tiene in piedi un muro. Anche loro bloccati. Anche loro ibernati in contratti umilianti. Anche loro, di fatto, impossibilitati a cambiare amministrazione - sequestrati, scrive il Coordinamento, “sul posto di lavoro”. Uno Stato che tratta così i propri dipendenti non può pretendere di essere uno Stato serio. Verso un modello sudamericano? La denuncia della dirigenza - Enrico Sbriglia, coordinatore nazionale della Dirigenza Penitenziaria, firma questo documento con la chiarezza di chi non ha più niente da perdere a dire la verità. E la verità è questa: si vuole trasformare il carcere italiano in qualcosa che assomiglia alle prigioni sudamericane - lo scrive lui, non lo scrivo io - mentre si smonta pezzo per pezzo l’architettura civile e costituzionale che tiene insieme custodia e rieducazione, sicurezza e diritti. Non è una riorganizzazione. È una resa. Il carcere riguarda tutti: una scelta di civiltà - Chiedo a chi legge di non girare la testa dall’altra parte pensando che il carcere non lo riguardi. Il carcere riguarda tutti. Riguarda il tipo di Paese che siamo e il tipo di Paese che vogliamo essere. Riguarda se crediamo ancora che la pena serva a restituire alla società degli esseri umani capaci di viverci, o se preferiamo semplicemente nasconderli finché possiamo e dimenticarli. L’articolo 27 della Costituzione non è una concessione. È una scelta di civiltà che questo Paese ha fatto dopo aver conosciuto il fascismo. Cancellarla con una bozza di decreto, in silenzio, senza dibattito, senza voce, sarebbe una vergogna. Sarebbe, semplicemente, una vergogna. “Porte aperte alla salute”, dal 30 aprile il corso online sulla sanità in ambito penitenziario e nelle misure alternative Ristretti Orizzonti, 24 aprile 2026 La salute è un diritto umano e la Costituzione italiana la tutela come diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività: come garantirla alle persone detenute è uno dei grandi temi che affronta quotidianamente chi opera a qualunque titolo, anche da volontario, in carcere. “Porte aperte alla salute” è il primo corso di informazione sulla sanità in ambito penitenziario e nelle misure alternative (2026) per volontari e altri operatori. Nato da un’idea e dalla collaborazione tra Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ETS e Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane APS, è rientrato nel progetto nazionale “Costruire il Domani”, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, e si svilupperà in 11 incontri online su piattaforma ZOOM secondo il seguente calendario: 30 aprile 2026 ore 17.30 - 20.15 8-15-22-29 maggio ore 18.30 – 20.15 5-12-19-26 giugno ore 18.30 – 20.15 3-10 luglio ore 18.30 – 20.15 Ci si può iscrivere fino al 28 aprile al seguente link: https://forms.gle/tEHUgJEZ8oAShWXV8 È richiesto un contributo alle spese di € 10.00 da versare su: CCP (IBAN) IT97 C076 0103 2000 0003 8650 008 intestato a: Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane (Co.N.O.S.C.I. aps). In prossimità di ogni incontro chi si è iscritto riceverà via mail il promemoria e il link di collegamento. Informazioni possono essere richieste via mail all’indirizzo corsosalute@volontariatogiustizia.it Il programma completo è disponibile nella locandina a questo indirizzo: http://www.ristretti.it/commenti/2026/aprile/pdf5/corso_salute.pdf Teatro in carcere: ancora limitazioni da Rebibbia a Monza. Spiragli a Genova di Federica Olivo huffingtonpost.it, 24 aprile 2026 Per il 24 aprile è in programma uno spettacolo a Rebibbia, ma dei 20 attori “di alta sicurezza” solo 4 potranno accedere al teatro. Non per lo spettacolo di un’ora, ma per 20 minuti: “Continua la negazione del valore della libertà di espressione”. A Genova laboratorio autorizzato, con ritardo. Cannata (direttrice artistica): “Quando lo spettacolo sarà pronto, speriamo di poterlo fare davanti a un pubblico”. A Rebibbia del teatro dell’alta sicurezza resta solo un simulacro. E lo stesso vale ad Asti. A Monza, un festival lungo un mese tutto dedicato al teatro in carcere è stato completamente ripensato, perché bisognava escludere i detenuti dell’alta sicurezza. Come richiede, di fatto, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. A Genova, invece, l’associazione Teatro necessario, che svolge la sua attività al teatro dell’Arca, costruito all’interno del carcere Marassi, ha dovuto attendere tanto tempo prima di poter iniziare il laboratorio teatrale con i detenuti di alta sicurezza. Le restrizioni delle attività teatrali e culturali nelle carceri, di cui HuffPost ha scritto diffusamente, continuano. E in alcuni casi non si vede via d’uscita. “La circolare di ottobre che ha accentrato a Roma le autorizzazioni - ci racconta Mirella Cannata, direttrice artistica del teatro - ha allungato i tempi. Noi per fortuna siamo stati autorizzati al laboratorio, anche se con molto ritardo. L’anno passato i detenuti dell’alta sicurezza hanno recitato al teatro del carcere anche davanti a un pubblico esterno. Quest’anno si potrà? Per ora noi iniziamo solo il laboratorio, non stiamo ancora preparando lo spettacolo, ma ci auguriamo di poterlo fare. Così come è accaduto in precedenza”. Tra qualche mese, se la linea non cambierà, a Genova potrebbe porsi lo stesso problema che si sta ponendo ovunque in Italia: i detenuti dell’alta sicurezza potranno recitare al più davanti al personale del carcere e ai familiari. Così è successo, per esempio, ad Asti, dove era tutto pronto per la messa in scena de “Il treno ha fischiato” di Pirandello, ma gli studenti non sono stati ammessi a sedere tra il pubblico. Uno schema molto simile si ripeterà a Rebibbia il 24 aprile. Era in programma uno scambio creativo, tra il teatro libero di Rebibbia, diretto da Fabio Cavalli, e la compagnia Delirio Creativo. L’evento ci sarà, lo spettacolo portato in scena si chiama “Langela”. Non ci saranno i detenuti. O meglio, solo 4 o 5 dei 20 componenti della compagnia della sezione di alta sicurezza potranno accedere al teatro. “Avrebbe dovuto essere uno spettacolo di un’ora, faranno un saluto di 20 minuti, a porte chiuse. Davanti a un pubblico di sole 20 persone”, dice una fonte interna al carcere. Il laboratorio teatrale prima si svolgeva in teatro, anche per i detenuti di alta sicurezza. Con il nuovo corso questo non è più possibile: “Le prove - ci viene raccontato - si dovrebbero fare in una stanza 5 metri per 5. Ormai non riusciamo più, anche perché non è consentito l’accesso ai tecnici delle luci e ad altre maestranze. La situazione purtroppo è immutata rispetto a qualche mese fa. Continua la negazione del valore della libertà di espressione”. Carcere e libri, un rapporto da sempre speciale di Roberta Barbi vaticannews.va, 24 aprile 2026 In occasione della Giornata Mondiale del Libro e del diritto d’autore (ieri, 23 aprile) vogliamo ricordare come lettura e scrittura siano state due attività sempre fondamentali per l’”universo carcere”: molti sono, infatti, i romanzi (e non) che mettono questo tema al centro, le voci da dentro che lo raccontano, e sempre di più le esperienze trattamentali che utilizzano la scrittura autobiografica come strumento di riscatto per i detenuti. Approfondimento della vita in condizioni di privazione della libertà personale, revisione critica del proprio vissuto, ma anche un modo per coltivare la speranza: sono tante e diverse, nella storia, le motivazioni che hanno portato i detenuti a scrivere, guidati, consapevolmente o meno, dal potere catartico della scrittura che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato. Oggi dentro il carcere fioccano i laboratori di scrittura, mentre fuori si moltiplicano i concorsi che, se non sono interamente dedicati ai ristretti, almeno hanno una sezione riservata alle loro voci, nell’ormai assodata certezza che la scrittura, specie quella autobiografica, sia uno degli strumenti trattamentali più potenti. E tra la piaga del sovraffollamento e il dramma dei suicidi, cresce anche nell’opinione pubblica l’interesse verso questo mondo buio e dimenticato troppo spesso tenuto ai margini della società che è il carcere, perciò se ne scrive e se ne legge sempre di più. Scuola e carcere in “Gargoyle” - Si intitola proprio come questa figura scolpita nella pietra, bloccata eternamente sulla soglia, questo romanzo scritto da Alfredo Vassalluzzo (ed. Sensibili alle Foglie), insegnante di italiano di Albano Laziale, nell’hinterland della Capitale, che ha vissuto in prima persona l’esperienza dell’insegnamento in carcere, dove si entra per trasformare e, per sua stessa ammissione, si esce trasformati. In questo universo parallelo carico di umanità, l’autore descrive personaggi che sono la summa delle personalità complesse che ha incontrato: ecco allora Ling, un rom smemorato, Valerio l’iperattivo (in carcere una specie di doppia condanna), Amr che cerca il proprio riscatto, o Ernesto, boss con la passione per i cruciverba. Un’immersione talmente completa in questa realtà tanto da dubitare, a un certo punto, di riuscire a distinguere tra dentro e fuori per l’autore che ricorda come scrivere serva, a tutti, a restare umani e consapevoli di questo. Le donne di “AS3” - Un discorso a parte merita la detenzione femminile: per le donne, specie se madri, la condizione di privazione della libertà personale è particolarmente penosa da vivere: lo dicono tutti gli esperti. E si evince anche da questo romanzo corale dalla penna di Valerio Callieri - e dalla casa editrice Fandango - che nell’omonima sezione femminile del titolo nel carcere romano di Rebibbia, regime Alta Sicurezza, ha condotto per anni un laboratorio di scrittura creativa, in cui ha imparato ad esempio, “i trucchi per tagliare la carne con il coltello di plastica”. Tra flash di vita vera vissuta in cella e fiction, si snodano le vicende di tre detenute: Anna, trafficante internazionale di cocaina che ha lasciato a casa la figlia adolescente Veronica che di lei non vuole saperne più nulla; Monica, ex rapinatrice e Virgina, rom che si è macchiata di diversi reati. La dura realtà dei suicidati - I suicidati - potere residuo: ultima cella a cura di Anna Maria Corradini, edizioni Diogene Multimedia, è un libro che ha origine da un’esigenza: quella di portare ancora una volta alla ribalta il dramma dei suicidi in carcere, già 15, secondo i dati aggiornati al 16 aprile, nel 2026. Un’opera filosofica firmata da vari autori, capaci di affrontare questo tema attraverso un confronto che stimola la mente e trasmette verità nascoste, per dare eco al buio interiore che abita il recluso e che, va ricordato, è fatto di dignità, colpa e vergogna. In carcere si scrive da sempre - Pochi, però, forse, sanno che molti dei romanzi più importanti della letteratura mondiale hanno avuto origine o comunque a che fare con il carcere, istituzione totalitaria che ha attraversato molti dei secoli dell’uomo. Il più antico che troviamo è probabilmente Il Milione dettato in francese da Marco Polo al suo “cellante” Rustichello da Pisa mentre erano detenuti a Genova nel 1298, opera destinata a diventare tra le più importanti di tutto il Medioevo; qualche secolo dopo ecco Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, 1764, non un romanzo, bensì uno dei testi fondamentali del diritto penale e dell’organizzazione della giustizia che non risparmia critiche né all’utilizzo della tortura, né alla pena capitale. Non a caso a Beccaria è stato intitolato uno degli istituti di pena più importanti del Belpaese: il minorile di Milano. Le prigioni più “famose” - Il secolo successivo viene pubblicato Le mie prigioni, il più famoso romanzo del genere, in cui Silvio Pellico racconta la propria carcerazione allo Spielberg nel 1832: è la narrazione di un uomo che nonostante l’orrore quotidiano cerca di continuare a vivere aggrappandosi alla speranza che prende le forme della lettura e della scrittura, un uomo capace, nonostante tutto, di guardare al futuro. Altro romanzo epistolare fondamentale sono Le lettere dal carcere di Antonio Gramsci, centinaia, destinate soprattutto alla famiglia, ma anche agli amici, in cui affronta temi privati, ma anche pubblici in ambito giuridico, come il tema della carcerazione preventiva in attesa del processo. Anche Cesare Pavese, infine, dalla propria esperienza al confino in Calabria fece scaturire il romanzo breve Il carcere: la storia di Stefano, giovane insegnante al confino anche lui, che vive la propria condizione con disperazione e senso di alienazione. Capolavori tra ieri e oggi - Anche la letteratura straniera è costellata di esempi di romanzi scritti nel o sul carcere: Don Chisciotte de la Mancia, per ammissione dello stesso Cervantes, è stato “il parto di una mente malinconica e abbattuta”: quella dell’autore rinchiuso a Siviglia; altro esempio illustre è Nelson Mandela che nel suo Il lungo cammino verso la libertà narra 27 anni di detenzione nel Sudafrica ancora afflitto dalla piaga dell’apartheid, in cui ha comunque vissuto studiando, leggendo e sperando, finché non è arrivata la possibilità di ricominciare. Non ultimi citiamo anche il De Profundis di Oscar Wilde, Prima che sia notte di Reinaldo Arenas, dissidente politico nella Cuba di Fidel Castro, e altre interessanti opere in ordine sparso, come Un giorno della mia vita di Bobby Sands, esponente dell’Ira irlandese, Il vagabondo e le stelle di Jack London e Un mondo a parte in cui Gustaw Herling parla della sua esperienza nei gulag sovietici. Sicurezza, è il venerdì dei due decreti. Ma i dubbi di costituzionalità restano di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 24 aprile 2026 Oggi il voto finale della Camera sul primo dl, poi ci sarà un Consiglio dei ministri per varare il testo “ad hoc” con le correzioni sugli incentivi ai rimpatri. Il presidente della Consulta, Amoroso: un esame della Corte è possibile. Intanto, la premier ha incassato il parere positivo dell’avvocato generale della Corte europea sui Cpr in Albania. C’è già chi lo ha soprannominato il venerdì dei due decreti. E di fatto, la giornata politica odierna potrebbe essere segnata da un doppio intervento legislativo sull’asse Montecitorio-Palazzo Chigi: da un lato la Camera sarà impegnata nel voto finale sulla conversione in legge del pacchetto sicurezza; dall’altro il Consiglio dei ministri, subito dopo, dovrebbe varare il testo “correttivo” della contestata norma sull’indennizzo agli avvocati che seguono le pratiche di rimpatrio dei migranti. Entrambi i provvedimenti passeranno poi, forse già domani, sotto la lente del Quirinale, che nei giorni scorsi aveva formulato alcuni puntuali rilievi sul contenuto delle misure. Nel frattempo, ancora ieri il tema delle politiche migratorie ha tenuto banco, per via della posizione assunta dall’avvocato generale della Corte di Giustizia Ue, Nicholas Emiliou, che ha ritenuto il protocollo stipulato fra Italia e Albania per la realizzazione di centri di trattenimento dei migranti sul suolo schipetaro “compatibile” con le norme europee sul rimpatrio e sull’asilo. Una valutazione che fa esultare la premier Giorgia Meloni, fra le critiche delle opposizioni, che inoltre invitano il Governo e la maggioranza a desistere in extremis dall’approvare il pacchetto sicurezza e l’annesso decreto “riparatore”. Il parere non vincolante dell’Ue: ok ai Cpr in Albania, ma se tutelano i diritti - Quello dell’avvocato generale Emiliou è un parere non vincolante, che anticipa la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo. In base alla sua valutazione, il diritto dell’Unione “non impedisce” a un Paese di istituire i Cpr al di fuori del proprio territorio, sottolinea l’avvocato, ma a condizione che “i diritti dei migranti siano pienamente tutelati”. In sostanza, annota ancora Emiliou, lo Stato membro resta vincolato al “rispetto di tutte le garanzie previste”, tra cui il diritto all’assistenza legale, all’interpretazione linguistica e ai contatti con familiari e autorità. E particolare attenzione dev’essere assicurata ai minori e alle persone vulnerabili. “Una notizia importante”, commenta la presidente del Consiglio Meloni, ritenendo che il parere confermi “la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate”. Dalla maggioranza si levano altre voci a sostegno della premier, che viene invece contestata dalle opposizioni, che invitano “ad attendere la sentenza vera e propria”. E poi, col dem Matteo Orfini, Angelo Bonelli di Avs e altri, sottolineano come nel parere si evidenzi “che i diritti dei migranti devono essere pienamente tutelati, affinché sia possibile un centro come quello in Albania. Che è esattamente il punto in discussione”, visto che “tra un post e l’altro di Meloni, la violazione dei diritti continua. E anche lo spreco immane di risorse pubbliche”. Un argomento al quale, in serata, Meloni stessa replica durante il vertice di Cipro: “Alcuni membri dell’opposizione ci accusano di cose non reali. Un miliardo in Albania non lo abbiamo mai speso, sono 138 milioni in un anno”. Le tensioni sul pacchetto sicurezza: tempi troppo esigui per l’esame - Intanto, dopo la fiducia di mercoledì e in vista del voto conclusivo sul testo (composto da 33 articoli, che introducono fra l’altro una stretta in tema di porto di coltelli e devianza minorile, di occupazioni abusive di immobili e di immigrazione) previsto per stamani, ieri nell’Aula di Montecitorio si sono tenute le votazioni sugli ordini del giorno (circa 140, tutti delle opposizioni). L’esame è andato avanti con le dichiarazioni di voto finali sul provvedimento: molti deputati dei partiti di centrosinistra si sono iscritti a parlare, in una “maratona oratoria” contro il provvedimento. In molti lamentano il tour de force imposto dalla maggioranza per convertire il decreto (i cui 60 giorni di efficacia stanno per scadere): “È una forzatura dietro l’altra: in Commissione abbiamo avuto un solo giorno. In Aula, venti colleghi non sono potuti intervenire in discussione generale e 130 ordini del giorno non sono stati discussi”, protesta il dem Andrea Casu. “Presenterò una legge di riforma costituzionale - ironizza Riccardo Magi di +Europa - per cambiare il nome da Parlamento a schiacciamento”. Mentre Daniela Ruffino, di Azione, arriva a parlare di “catena di montaggio”. E la segretaria del Pd Elly Schlein auspica una retromarcia del Governo: “Ma come vi è venuto in mente? Questo decreto è sbagliato, inutile e lesivo dei diritti costituzionali, fermatevi!”. Il nodo delle coperture per gli incentivi e il rischio di finire davanti alla Consulta - Negli uffici legislativi dell’Interno, della Giustizia e di Palazzo Chigi si continua intanto a limare il mini-testo del secondo decreto, quello “correttivo”, che il Consiglio dei ministri oggi potrebbe approvare - dopo i rilievi del Colle e le obiezioni dell’avvocatura - estendendo ad altri soggetti (come gli enti umanitari e i mediatori culturali) l’indennizzo di 615 euro assegnato da una norma del pacchetto sicurezza agli avvocati per ciascuna pratica di rimpatrio di migranti. “Non è una norma sugli avvocati, è una norma di aiuto al migrante che ha scelto liberamente la procedura di rimpatrio assistito, un aiuto per risolvere eventuali difficoltà burocratiche, un po’ come chi presenta la dichiarazione dei redditi con l’aiuto del Caf. Quindi gli avvocati non c’entrano”, argomenta il sottosegretario Alfredo Mantovano, assicurando che “le coperture ci sono”. Restano tuttavia i dubbi di congruità del pacchetto rispetto al quadro costituzionale: “È una normativa che potrà venire, in ipotesi, all’esame della Corte - si limita a considerare il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso. È un problema proprio attuale, non spingetemi a dire qualcosa che sarebbe un’anticipazione”. Gli alchimisti della sicurezza di Marika Ikonomu Il Domani, 24 aprile 2026 Il termine del 25 aprile, pena la decadenza, si sta avvicinando e la maggioranza alla Camera sta correndo per l’approvazione finale della legge di conversione del decreto Sicurezza. Le sedute fiume dovrebbero portare al via libera al provvedimento non prima delle 11:30 di venerdì. Poi il passaggio del testimone al Consiglio dei ministri che si riunirà per mettere una toppa all’emendamento attenzionato dal Quirinale. L’ipotesi sempre più accreditata è quella di un decreto legge per correggere l’articolo 30 bis, la norma sui compensi agli avvocati che portano a compimento il rimpatrio volontario di un cittadino straniero. Per evitare la violazione dell’articolo 24 della Costituzione, che sancisce il diritto alla difesa, il governo interverrebbe su tre punti. Se il decreto Sicurezza prevede la corresponsione di 615 euro al rappresentante legale che “fornisca assistenza al cittadino straniero” per la richiesta di rimpatrio volontario, “ad esito della partenza”, il decreto correttivo dovrebbe svincolare il compenso dall’esito del procedimento. Tre partiti in cerca d’autore, la destra e le onde d’urto del referendum Così il governo eliminerebbe il rischio che un avvocato faccia l’interesse dello Stato e non del suo assistito, integrando il reato di patrocinio infedele. Il provvedimento del Cdm potrebbe poi ampliare la platea dei beneficiari del contributo a mediatori e associazioni. Infine, il nuovo provvedimento dovrebbe togliere il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense, che non era nemmeno stato informato, e trasferire la competenza del pagamento allo Stato. Per il mondo dell’avvocatura, però, la violazione del diritto di difesa non si nasconde solo nella norma sorvegliata dal Quirinale. Anche nell’articolo 29, che sopprime l’accesso automatico al gratuito patrocinio per i procedimenti diversi dagli espatri volontari. “Il caso è chiuso” Giovedì mancavano alcune limature, ma il sottosegretario Alfredo Mantovano, incaricato dell’interlocuzione con il presidente della Repubblica, ha stabilito che “il caso è chiuso”. Sarebbe quindi chiuso anche il nodo delle coperture economiche: già la somma prevista nel decreto Sicurezza assicurava un numero di rimpatri volontari per il 2026 inferiore a quelli del 2025. “I valori della Resistenza vanno difesi”. Il monito del Colle dopo le polemiche Ora, con l’aumento della platea e lo svincolo dall’esito positivo della procedura, la spesa non può che aumentare. C’è poi il nodo dei rapporti istituzionali, hanno fatto notare le opposizioni in aula. “Come vi è venuto in mente”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, “di fare un testo che mina il diritto alla difesa e anche davanti ai rilievi del Quirinale di tirare dritto? È arroganza al potere”. E ancora il deputato del M5s, Gaetano Amato: “Cosa deve fare il presidente della Repubblica perché non si voti una norma incostituzionale?”. I due provvedimenti dovrebbero arrivare sul tavolo di Sergio Mattarella “contestualmente”. Mercoledì Riccardo Magi di +Europa aveva sollevato il rischio che il decreto correttivo possa poi non essere convertito e, quindi, lasciare nell’ordinamento la norma imputata di incostituzionalità. Su questo dal Viminale garantiscono che la soluzione tecnica assicurerà al cento per cento il recepimento di tutte le osservazioni del Colle. Una certezza che fonti del ministero definiscono granitica, perché - dicono, messe da parte le parole di Piantedosi sulle “sensibilità” arrivate dal Colle - i rilievi della presidenza della Repubblica sono sempre “tenuti in massima considerazione”. E la presa di responsabilità, concludono, è stata anche politica. La campagna d’Albania In corsa per sistemare l’accozzaglia fatta in patria, il governo ha trovato uno slancio sui Cpr in Albania. L’avvocato generale alla Corte di giustizia Ue, Nicholas Emiliou, in una delle due cause sulle strutture italiane oltre Adriatico, ha presentato le conclusioni, sostenendo che il protocollo Italia-Albania è compatibile con il diritto Ue, a condizione che i diritti e le garanzie previste dall’Unione per i migranti siano pienamente rispettate. “Una notizia importante, che conferma la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate”, ha attaccato la premier Giorgia Meloni sui social. Più pacata poi la sua reazione da Cipro: “Il parere dell’avvocato è incoraggiante”. La maggioranza, che ha subito rivendicato l’operazione Albania - da sempre attaccata sul piano dei costi giuridici, umani ed economici di strutture rimaste per molto tempo vuote e inutilizzate - ha tralasciato però il carattere non vincolante del parere per i giudici Ue. Conclusioni, quelle di Emiliou, preoccupanti per Andreina De Leo, ricercatrice di diritto europeo all’università di Maastricht e socia Asgi, perché forniscono un’interpretazione estensiva del concetto di frontiera. La logica è che “la geografia non conta, conta il controllo”. Cioè non importa dove si trovino le zone di frontiera, basta si applichino la giurisdizione e la piena garanzia dei diritti dell’Ue. Ma, fa notare De Leo, “la giurisdizione senza la necessaria infrastruttura territoriale rischia di diventare un nesso puramente formale: un nesso che potrebbe non garantire una reale conformità”. Ed estremizza: “Potremmo gestire procedure di asilo alle frontiere su Marte”, purché formalmente applicati i diritti Ue? Decreto Sicurezza, “testo scritto male”. Lo dicono anche i deputati di destra di Vitalba Azzollini Il Domani, 24 aprile 2026 Il Comitato per la legislazione di Montecitorio, organo chiamato a verificare la qualità dei testi normativi, la loro chiarezza, il corretto ricorso alla decretazione d’urgenza e altro, ha formulato diversi rilievi critici alla legge di conversione del decreto Sicurezza. Eppure, il testo arriva al voto finale della Camera stessa blindato dalla fiducia. Un paradosso. Le osservazioni formulate dal Consiglio superiore della magistratura sul decreto Sicurezza sono state ignorate. Le critiche del Consiglio nazionale forense e dell’Unione delle camere penali circa il compenso riconosciuto al difensore in caso di adesione del migrante al rimpatrio volontario assistito sono state bollate dal governo come quelle di chi non aveva compreso la norma. I dubbi di costituzionalità espressi dal Colle sulla stessa disposizione sono stati definiti dal ministro Matteo Piantedosi come una questione di diversa “sensibilità”. Non ha invece suscitato particolari reazioni il parere del Comitato per la legislazione della Camera dei deputati, organo presieduto da Riccardo De Corato (FdI) e composto da cinque deputati della maggioranza e da cinque dell’opposizione, chiamato a verificare la qualità dei testi normativi, la loro chiarezza, il coordinamento con la legislazione vigente. Eppure, il parere approvato il 20 aprile mostra un provvedimento costruito in modo approssimativo, con formule poco determinate, raccordi normativi difettosi e un uso disinvolto della decretazione d’urgenza. Quindi, la Camera, attraverso un suo organo, ha segnalato che il testo presenta criticità che andrebbero corrette, ma quel testo arriva al voto finale della Camera stessa blindato dalla fiducia. Un paradosso. Tre partiti in cerca d’autore, la destra e le onde d’urto del referendum Il metodo Un primo rilievo riguarda il metodo. Un decreto legge dovrebbe rispondere a requisiti di necessità e urgenza, ma il Comitato ricorda che il provvedimento è stato deliberato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio e pubblicato in Gazzetta ufficiale soltanto il 24 febbraio, dopo diciannove giorni. Lo stesso parere segnala inoltre che 14 commi su 115 richiedono atti attuativi successivi: un regolamento, tre decreti ministeriali e dieci provvedimenti di altra natura. Anche questo contrasta con la logica del decreto legge, che dovrebbe produrre effetti diretti con misure immediatamente applicabili. Inoltre, il testo originario del provvedimento pervenuto alle Camere non risultava corredato né dell’analisi tecnico-normativa, che verifica il coordinamento della nuova disciplina con l’ordinamento vigente, né dell’analisi di impatto della regolamentazione, che serve a valutarne gli effetti. La sicurezza non è repressione, ma è combattere le disuguaglianze La tenuta giuridica Poi ci sono i profili relativi alla tenuta giuridica delle norme del decreto. Ad esempio, quella sul nuovo fermo preventivo in occasione di manifestazioni pubbliche, che consente di accompagnare negli uffici di polizia, e trattenere fino a dodici ore, persone rispetto alle quali vi sia fondato motivo di ritenere che possano porre in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione. Secondo il Comitato, la formulazione della norma andrebbe approfondita, “circoscrivendo in modo più preciso caratteristiche e finalità degli accertamenti da svolgersi conseguenti al fermo”. La vaghezza della previsione rischia di tradursi in un’eccessiva ampiezza del potere di chi svolge quegli accertamenti. Un secondo nodo riguarda la disciplina della cosiddetta annotazione preliminare nei casi in cui il fatto sia commesso in presenza di una “evidente” causa di giustificazione. Questa formulazione apre margini interpretativi troppo ampi. Per questo, il Comitato segnala l’opportunità di specificare in quali casi possa ricorrersi a tale annotazione, ad esempio richiamando le “concrete circostanze di fatto”. Peraltro, la nuova disciplina impone al pubblico ministero di decidere “senza ritardo e comunque entro trenta giorni” se chiedere l’archiviazione, ma non coordina bene questo termine con quanto previsto dal codice di procedura penale in caso di inerzia del pm. Problemi di indeterminatezza sono rilevati dal Comitato anche nella disposizione che impone a detenuti e internati stranieri a collaborare all’accertamento di età, identità, cittadinanza e Paesi di soggiorno o transito, e prevede che il mancato rispetto dell’obbligo di collaborazione possa rilevare nella valutazione della loro pericolosità. Considerata la varietà degli elementi richiesti, osserva il Comitato, anche questa fattispecie andrebbe circoscritta meglio. Silvia Salis: “La vera sicurezza esiste solo se c’è giustizia sociale” Un testo fragile Il Comitato per la legislazione della Camera formula anche ulteriori rilievi che, aggiunti ai precedenti, confermano la fragilità di un testo scritto male in vari punti e costruito con un metodo discutibile. Le critiche arrivate da più parti sul provvedimento hanno mostrato non solo la debolezza di diverse norme, ma anche quella di una politica che, per dare un’immagine di forza, si muove al margine dei limiti posti dal diritto, e invece finisce per rendere ancora più palese la propria inconsistenza. Più reati e pene, ma zero risultati. La strategia della destra ha fallito di Valeria Valente* Il Dubbio, 24 aprile 2026 Il provvedimento approvato dalla maggioranza viene descritto come risposta al disagio urbano, ma secondo le opposizioni riduce garanzie e libertà senza risultati reali. Per anni la destra ha costruito parte della propria identità politica sulla sicurezza. Non come una politica pubblica tra le altre, ma come il terreno su cui giocare un’eterna campagna elettorale e rivendicare una presunta superiorità rispetto alle forze di opposizione. Oggi, a quasi quattro anni di governo Meloni, quella promessa si misura con la realtà. E la realtà racconta altro: la sicurezza non è aumentata, mentre cresce la percezione di insicurezza nelle città e si riducono libertà e garanzie. L’ultimo decreto sicurezza, che sarà approvato proprio oggi in via definitiva dalla maggioranza alla Camera, rappresenta il punto più avanzato - e più grave - di questo fallimento. Non solo non risolve i problemi che dichiara di affrontare, ma segna un salto di qualità nella compressione dei diritti. Tra i provvedimenti adottati da questa maggioranza in questo ambito, è il più liberticida. Il caso più eclatante è la norma sugli avvocati e i migranti, inserita nottetempo al Senato. Una disposizione che ha fatto insorgere opposizioni, magistratura e avvocatura, fino a far temere persino problemi di pubblicazione per evidenti vizi di legittimità costituzionale, a partire dalla lesione della libertà e dell’indipendenza del diritto di difesa. Ora il governo promette di correggerla “dopo”, con un altro provvedimento. Non qui, non adesso. Come se il Parlamento fosse un passaggio fastidioso e non il luogo della decisione democratica. È già tutto in questo metodo: forzature, scorciatoie, disprezzo delle garanzie. Ma fermarsi a quella norma sarebbe un errore. Il problema è l’intero impianto del decreto. E quella disposizione non è un episodio isolato: è la chiave di lettura di un provvedimento che ripropone - aggravandola - la solita ricetta: più reati, pene più dure, più carcere, più polizia. Una risposta costruita sull’onda emotiva della cronaca, sempre alla ricerca di un nemico da indicare - i migranti, i giovani, chi manifesta - invece che sulla capacità di governare i fenomeni. E i risultati? Smentiscono la propaganda. I dati più recenti mostrano una crescita della microcriminalità e della violenza urbana nelle grandi città: furti, rapine, spaccio. Reati che incidono direttamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Non a caso, perfino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ammesso in Senato, per la seconda volta, la propria insoddisfazione, riconoscendo nei fatti il fallimento di queste politiche. È un passaggio che pesa, perché smonta una narrazione costruita per anni: quella di una destra naturalmente più efficace sul terreno della sicurezza. Eppure, invece di cambiare approccio, il governo rilancia nella stessa direzione. Il tratto comune delle nuove disposizioni, insieme a ulteriori reati e pene, è l’estensione dei poteri della polizia, in aperta compressione del piano delle garanzie. Si interviene su libertà personali e diritti in uno scambio che ha già dimostrato di non funzionare: meno libertà in cambio di più sicurezza. Il daspo urbano viene ampliato fino a includere anche i minorenni sopra i 14 anni. I poteri di perquisizione nelle manifestazioni vengono estesi. Si introduce la possibilità di trattenere persone in questura fino a dodici ore, addirittura nei confronti di minori. Si impongono obblighi di comunicazione preventiva anche per iniziative organizzate via social, comprimendo di fatto la libertà di riunione. Si colpiscono ancora una volta i più deboli: migranti, detenuti, marginalità sociali. La revisione della lieve entità per gli stupefacenti produrrà con ogni probabilità un aumento degli ingressi in carcere per reati minori. Le restrizioni nei confronti dei detenuti si intensificano, attribuendo alla polizia penitenziaria poteri che travalicano il suo ruolo, fino a configurare attività sotto copertura, mentre restano irrisolti i problemi strutturali del sistema penitenziario. E si introducono meccanismi opachi come l’”annotazione in altro registro”, che incidono su principi fondamentali come l’obbligatorietà dell’azione penale e il principio di non colpevolezza. Il filo conduttore è chiaro: il diritto penale e i poteri di polizia non sono più extrema ratio, ma diventano strumenti ordinari di controllo sociale. A tutto questo si aggiunge un dato politico difficilmente aggirabile. Mentre si amplia l’area della repressione, si riducono gli investimenti nella prevenzione. Il decreto stanzia circa 50 milioni, a fronte di richieste degli enti locali di gran lunga superiori - almeno 500 milioni solo per l’assunzione di agenti di polizia locale. La sicurezza non può essere un tema di destra o di sinistra: è e deve essere una priorità assoluta per il Paese. Di destra o di sinistra possono essere, e lo sono, letture e politiche per farvi fronte. Per noi, la sicurezza si costruisce certo anche con la repressione, la certezza della pena e il rispetto della sua funzione rieducativa - che significa carceri dignitose, non sovraffollate e realmente orientate al reinserimento - ma anche e soprattutto intervenendo sulle cause dell’insicurezza. Serve più prevenzione, su un doppio terreno. Da un lato, rafforzando in questa direzione l’attività delle forze di polizia: più investimenti, più unità e sezioni specializzate per le attività investigative, maggiore coordinamento tra i corpi, migliore pianificazione della presenza sul territorio, più formazione e competenze. Si può fare e in passato era stato fatto molto, ora si rischia di arretrare. Dall’altro, sostenendo di più amministratori e comunità locali nelle attività di prevenzione: più risorse ai sindaci per contrastare degrado urbano, migliorare illuminazione e videosorveglianza, promuovere rigenerazione urbana e più sostegno a chi ogni giorno lavora contro marginalità sociale e povertà educativa, favorendo integrazione e cultura della legalità, a partire da scuole e terzo settore. E poi servono politiche inclusive orientate alla responsabilità sociale, all’integrazione e alla partecipazione, che puntino sul miglioramento della qualità della vita delle persone e delle comunità. È qui che si misura la distanza tra propaganda e governo. Tra chi vive i territori e chi li usa come palcoscenico. La sicurezza si costruisce con meno slogan e più responsabilità, con meno propaganda e più rigore. *Senatrice Pd Estradizione: non c’è obbligo di tradurre la requisitoria del Procuratore di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2026 Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 14575/2026. Nei procedimenti di estradizione verso l’estero, la requisitoria del procuratore generale non deve essere necessariamente tradotta. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 14575/2026, chiarendo che l’atto che avvia la procedura non è tra quelli per cui la legge impone la traduzione obbligatoria. Non è infatti essenziale affinché l’imputato conosca le accuse. Il caso era quello di un cittadino cinese fermato a Malpensa di cui gli Stati uniti avevano chiesto l’estradizione per una serie di reati. In sintesi, l’accusa era quella di aver compiuto, da febbraio 2020 a giugno 2021, quale funzionario di un’azienda informatica di Shangai, su indicazione dei servizi segreti del Ministero della Repubblica popolare cinese, una sistematica attività di c.d. “pirateria” informatica o “hacking” introducendosi all’interno dei sistemi informatici di tre Università americane impegnate nelle ricerche, allora pioneristiche, su test, vaccini e terapie per il covid-19, e di uno studio legale con sede a Washington, depositario d’informazioni sulle politiche del Governo degli Stati Uniti d’America e sui loro responsabili. La Corte di appello di Milano aveva dichiarato l’esistenza delle condizioni per l’accoglimento della domanda di estradizione. Contro questa decisione l’imputato ha proposto appello sostenendo, tra l’altro, la mancata traduzione del provvedimento. Per la VI Sezione penale il motivo è privo di fondamento. La requisitoria del Procuratore generale distrettuale, atto con il quale l’ufficio dà avvio alla fase processuale della estradizione, “non è, infatti, tra quelli dei quali l’art. 143, comma 2, cod. proc. pen., impone la traduzione scritta, al fine di rendere possibile per l’accusato un’efficace esplicazione del diritto di difesa”. Inoltre, continua la decisione, “esso non può farsi rientrare neppure tra gli altri ‘atti essenziali’ per consentirgli di conoscere le accuse che gli vengono mosse, dei quali il giudice può - e non deve - disporre la traduzione, d’ufficio o su richiesta di parte”. Sotto quest’ultimo profilo, argomenta la decisione, va rilevato anzitutto, che, al momento della presentazione della requisitoria, l’estradando “era perfettamente informato delle accuse a suo carico”, in quanto l’ordinanza di custodia cautelare in carcere gli era stata ritualmente tradotta. Del resto, aggiunge la decisione, “al fine di svolgere l’attività difensiva che si sostiene essere stata preclusa dalla mancata traduzione di quell’atto, vale a dire la presentazione di eventuali memorie …, l’interessato ed i suoi difensori avrebbero altresì potuto chiedere ed ottenere l’assistenza gratuita di un interprete per i loro colloqui”. Cosa non fatta. Egualmente infondata, aggiunge la Corte, è l’analoga doglianza riguardante l’omessa traduzione del decreto di fissazione dell’udienza per la decisione sulla domanda estradizionale, emesso dal Presidente della Corte d’appello. Va, infatti, rilevato - conclude sul punto la Cassazione - che al momento dell’emissione del decreto, “era stato già nominato un interprete per l’assistenza dell’estradando; che l’interprete era stato informato dell’udienza, essendo stata disposta la notifica del decreto anche a lui”. Avellino. “La politica ha smesso di occuparsi delle carceri. Necessario immaginare alternative” di Floriana Guerriero Corriere dell’Irpinia, 24 aprile 2026 “La politica continua a non occuparsi delle carceri, semplicemente perché non garantisce consenso”. A sottolinearlo il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello nel corso del confronto “Oltre le sbarre”, tenutosi questo pomeriggio a Palazzo Caracciolo. Un confronto che diventa anche l’occasione per lanciare delle proposte concrete: “È tempo di smetterla con il ricorso costante al carcere, come unica risposta possibile alla violazione delle leggi. Il decreto sicurezza approvato dal Senato ha previsto l’introduzione di 19 nuovi reati, introducendo la figura del poliziotto penitenziario infiltrato, che rappresenta un problema innanzitutto per gli altri poliziotti e lo stesso direttore. Il rischio è quello di trasformare il carcere in una bomba ad orologeria. Di qui la necessità di misure alternative alla casa circondariale, attraverso la depenalizzazione reati leggeri. Al tempo stesso, si avverte l’esigenza di investire, una volta per tutte, sul miglioramento delle condizioni di vita negli istituti, se non si utilizzano i campi sportivi, se non ci sono programmi trattamentali, se si riduce il carcere a custodia inevitabilmente si determinano problemi di sicurezza come avvenuto a Sant’Angelo dei Lombardi. Ma c’è bisogno anche di guardare alle fragilità, penso ai detenuti malati di mente, alle madri, ai tossicodipendenti poiché è chiaro che il carcere amplifica le fragilità”. Di qui la necessità di “aprire il carcere alla società, ad esempio, attraverso il coinvolgimento di detenuti in lavori di pubblica utilità. La comunità deve entrare in carcere. La sfida è quella di vincere l’indifferenza che rappresenta un proiettile silenzioso”. Ciambriello ricorda come l’istruzione continui a svolgere un ruolo cruciale nel percorso di riabilitazione dei detenuti: “Ai 301 analfabeti presenti nelle carceri campane fanno da controparte gli 85 studenti universitari e i 199 diplomati, tra questi il primo posto spetta al Carcere di Bellizzi”. L’avvocato Rosaria Vietri ribadisce come “L’istruzione rappresenta per chi è in carcere un ponte con la società. È importante che i detenuti acquisiscano gli strumenti necessari affinché possano diventare persone diverse da quelle che erano quando sono entrate. La pena deve tendere alla rieducazione, nel rispetto di un principio sancito dalla Costituzione, poiché se si garantisce la possibilità di compiere un percorso di nuova consapevolezza di sé, a trarne vantaggio sarà l’intera società civile. Ecco perché è necessario stabilire un ponte tra associazioni, istituzioni, volontariato e terzo settore”. L’avvocato Giovanna Perna, componente dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane, ricorda come le carceri sono “i luoghi dai quali si misura la qualità della democrazia di uno Stato. Il carcere non può essere uno spazio caratterizzato dalla sospensione dell’umanità. E’ chiaro che la funzione sociale della pena è strettamente legata all’idea che abbiamo di convivenza civile. Vogliamo che la pena produca esclusione o che sia occasione di responsabilizzazione? Solo se sarà finalizzata al reinserimento della persona, potremo immaginare un reale reinserimento dei detenuti. Si tratta, dunque, di rompere la frattura con la società, la scuola, le regole che vivono molti detenuti. Ecco perché l’istruzione è fondamentale, proprio perché agisce anche sul piano sociale. E sappiamo bene che non ci sarà sicurezza senza reinserimento sociale”. Chiarisce come “Il problema delle carceri riguarda tutti, poichè la giustizia deve tendere innanzitutto a ricostruire l’identità delle persone. Di qui il lavoro che portiamo avanti nel segno dei percorsi di giustizia riparativa, per ribadire che la persona non coincide con il suo reato e accompagnare il detenuto in un itinerario finalizzato alla promozione della responsabilità”. Punta l’indice contro le criticità che caratterizzano il mondo dell’istruzione carceraria “Penso alla mancanza di fondi per le scuole negli istituti penitenziari e alla mancanza di continuità didattica. E’ evidente che se si vietano laboratori, uscite in spazi all’aperto e attività trattamentali, si svuota la persona di capacità relazionali e si favorisce l’esplosione della violenza”. La pedagogista Giulia Perfetto, promotrice dell’incontro, ricorda come “questo confronto che ha riunito Università, volontariato, Istituzioni, avvocati e psicologi nasca dalla volontà di lanciare proposte concrete per garantire la dignità dei detenuti nelle carceri, affinchè vengano considerate innanzitutto persone e possano tornare, una volta in libertà, ad avere una loro vita sociale. Ma perché ciò accada c’è bisogno di più fondi per l’istruzione nel carcere perchè questo strumento sia potenziato”. La direttrice del Carcere di Bellizzi Maria Rosaria Casaburo ricorda come le carceri “rappresentino una realtà variegata e complessa in cui l’istruzione diventa l’occasione per trasformare il tempo sottratto in opportunità e dunque elemento cardine del trattamento finalizzato alla rieducazione. Oggi più che mai bisogna ripartire dalle piccole cose. Poichè se non saremo riusciti, al termine della detenzione, a rimuovere le cause della devianza, come la mancanza di coscienza di sè il tempo trascorso in carcere sarà stato inutile. Da questo punto di vista, i percorsi di risocializzazione rappresentano degli autentici baluardi di sicurezza, poichè è chiaro che se il detenuto se ne sta tutto il tempo nella sua stanza e si annoia, si dedicherà a traffici loschi e, una volta uscito, tornerà a delinquere. Al tempo stesso c’è bisogno, nelle carceri, di spazi adatti che troppo spesso mancano, soprattutto a causa del sovraffollamento. Così come non tutti i detenuti possono essere impiegati nelle attività trattamentali”. Ricorda gli indirizzi scolastici attivati nel Carcere di Bellizzi, dal liceo al Corso per geometra e le attività trattamentali portate avanti, dalla lavorazione della ceramica all’apicoltura con un terreno incolto trasformato in una fattoria con piante e galline. Spiega come “Viviamo in una società carcerocentrica che fa fatica a immaginare misure alternative. Quando vengono proposte, si viene guardati con sospetto. Lo stesso carcere è, poi, di per sè una struttura che tende all’immobilismo. Non dobbiamo dimenticare, infine, che i luoghi di detenzione finiscono per essere autoreferenziali se non trovano una controparte con cui dialogare. Noi siamo disposti ad aprire le porte ma a patto che qualcuno sia disponibile a entrare all’interno, dal mondo della sanità alla scuola al volontariato. Così come c’è bisogno di un linguaggio che agganci il detenuto, di una formazione che si traduca in pratica”. Di qui l’invito a “guardare al carcere come a un’istituzione con un mandato preciso senza far confluire in esso il nostro senso di giustizia”. Andrisano Ruggieri, docente di psicologia giuridica dell’Università di Salerno sottolinea come “Le carceri siano sempre specchio della società”. Mette in guardia dal considerare l’istruzione uno strumento che garantisce sempre l’opportunità di reinserimento sociale, “Svolge un ruolo importantissimo ma purtroppo dobbiamo fare i conti anche con una crisi della progettualità legata all’istruzione”. E ricorda come “Il problema dell’investimento del tempo è centrale per il benessere psicologico dei detenuti. Ma è chiaro che il carcere rappresenta un altro mondo con altre regole”. Anna Ansalone, consigliera del Comune di Montoro e Assistente sociale pone l’accento sul dialogo tra mondo del carcere e volontariato “Con l’associazione Il Faro portiamo avanti una serie di iniziative a sostegno della genitorialità. I dati raccolti ci restituiscono con chiarezza l’idea che se i detenuti rientrano in queste attività riescono più facilmente a reinserirsi nella società”. Preziosa la testimonianza di Antonio Solimene dell’associazione Il Faro che consegna il racconto di chi si è confrontato con il mondo dei detenuti, toccando con mano il loro desiderio di abbattere le sbarre anche attraverso il valore dell’istruzione “Non dobbiamo dimenticare che troppo spesso la pena si estende alla famiglia, a partire dal forte stigma sociale”. Una testimonianza affiancatasi a quella di Emanuela Conforti, impegnata nella casa circondariale dell’IISS Ruggero II e Lucia Perri, penalista. Cremona. Nel carcere sovraffollamento e cimici in infermeria di Francesca Morandi laprovinciacr.it, 24 aprile 2026 La denuncia di Camera penale e Nessuno Tocchi Caino. La mattina la visita in carcere, il pomeriggio la conferenza a Palazzo comunale per denunciare non solo “il sovraffollamento”: 599 detenuti contro la capienza regolamentare di 384; dei 599, 360 sono fragili (problemi psichici o di tossicodipendenza). Ma anche la “carenza endemica di personale, educatori, agenti di polizia penitenziaria”. E il “degrado”. Padiglione vecchio. Quando, stamattina, Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, è entrata nella sezione infermeria di Cà del Ferro, “mi si è stretto il cuore: abbiamo trovato il degrado più totale. A parte le cimici (da materasso, ndr) e la sporcizia, nelle celle da una persona di 9 metri quadrati, abbiamo trovato tre letti, quindi tre persone: due che dovrebbero essere malate e l’altra di aiuto, il caregiver. Il letto a castello a due piani, più la branda a terra. Mi ha colpito, in particolare, la prima cella, dove il materasso era pieno di buchi, il gabinetto non aveva nemmeno la scatola dell’acqua per scaricare dentro il wc, per intenderci. Condizioni non rispettose della dignità umana. Vedere quel degrado è una prova molto forte dal punto di vista umano. Questa situazione ci ha colpito, perché quella è una zona sanitaria”. Poi, la visita nella sezione ex articolo 32. “Qui - prosegue Bernardini - dovrebbero stare persone provenienti da altri istituti, perché magari hanno combinato qualche cosa. In realtà abbiamo trovato questo tipo di persone, ma anche altri che non avevano commesso alcunché. Li hanno messi qui per il sovraffollamento. Tutto questo genera violenza. I detenuti ci hanno descritto situazioni con persone che hanno problemi psichiatrici, che urlano e che, magari, vengono sottoposte a trattamenti per farle stare calme, punture che hanno l’effetto per tre giorni e che non è certamente una scelta sanitaria oculata. E anche queste persone che abbiamo trovato nella sezione ex articolo 32, erano contente di stare lì, perché in sezione è ancora peggio. Ricordiamo che nella casa circondariale di Cremona, il 70-80% delle persone ristrette, la maggior parte, è con sentenza definitiva e con pene brevissime per arrivare al fine pena. Sono persone dipendenti da problematiche di sostanze stupefacenti che per la loro condizione creano un bel po’ di problemi all’interno dell’istituto”. C’è, poi, prosegue Bernardini, “il disagio del personale: ci sono pochi educatori. Gli educatori che lavorano dentro il carcere sono tre. Non c’è la dotazione completa che è di sei, ma anche la dotazione completa non è sufficiente. ogni educatore deve seguire, individualmente, 100 persone? In realtà, non li segue. La polizia penitenziaria: a parte il deficit dell’organico, hanno assegnato molti allievi che hanno finito la scuola, allievi che non sono in grado di stare in sezione, per cui difficilmente sono in grado di affiancarli con un esperto. e che cosa succede. Poiché molti di questi hanno scelto anche di fare il concorso in Polizia, vanno in Polizia”. “E’ umano rimanere all’interno di celle sovraffollate, dormire con le cimici nella propria cella, nel proprio letto?”, l’interrogativo di Micol Parati, presidente della Camera penale di Cremona e Crema ‘Sandro Bocchi’, intervenuta alla conferenza moderata dall’avvocato Raffaella Buondonno, con i rappresentati di Nessuno Tocchi Caino, Alessio Romanelli, presidente dell’Ordine degli avvocati, Stefania Colombi, presidente dei giovani avvocati e per il Comune, l’assessore alle Politiche sociali, Marina Della Giovanna. Torna a sovraffollamento e degrado, Parati: “Situazioni non compatibili con il nostro dettato Costituzionale (articolo 27). La situazione è drammatica. Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, e se le persone detenute non possono, di fatto, vivere in un modo umano e decente, com’è possibile aiutarle? Questo, poi, si riverbera non solo sui soggetti detenuti, ma anche sulla collettività. Sono persone che prima o poi usciranno dal carcere”. L’affondo di Parati al Governo: “I proclami che noi sentiamo sulla sicurezza pubblica. Forse dovrebbero prendere atto di dati oggettivi: le persone che scontano la pena in misura alternativa, in tutto in parte, recidivano molto meno rispetto alle persone che scontano la pena interamente all’interno dell’istituto penitenziario. Il carcere dev’essere utilizzato quando è strettamente necessario e deve puntare alla risocializzazione. Davvero potremo essere così un Paese più sicuro. Invece, dal punto di vista delle scelte di politica giudiziaria, vediamo che tali scelte vanno sempre verso l’aumento di reati e l’aggravamento di pene. Tutte scelte che poi, in concreto, si riverberano sul numero di detenuti che ci sono all’interno degli istituti penitenziari. Il dato nazionale: 64.216 rispetto alla capienza di 46.324 (138% in più). Numeri inaccettabili in un Paese civile”. L’appello: “Dobbiamo incentivare le associazioni e tutti quei privati che possano aiutare le persone detenute a cercare di trovare un lavoro, una qualificazione o a trovare delle capacità professionali in modo che la fuoriuscita dal carcere sia un rientro nella società civile. Come Camera penale, noi continueremo ad occuparci del tema carcere e a sollecitare istituzioni e privati affinché si trovi una soluzione a questo problema che sta diventando veramente drammatico”. Piacenza. “Più persone in carcere non significa più sicurezza” di Mauro Ferri goodmorningpiacenza.it, 24 aprile 2026 Più persone in galera non significa più sicurezza per chi sta fuori. Nel 2025 sono stati 230 i detenuti delle Novate che hanno beneficiato della misura dell’affidamento in prova al servizio sociale, in aumento rispetto ai 172 dell’anno precedente. Tuttavia sono ancora troppo pochi. Scontare la pena fuori dalle mura del carcere abbatte infatti il rischio di ricadere nella spirale dei reati, i dati del Ministero della Giustizia parlano chiaro: per chi ha svolto misure alternative alla detenzione il tasso di recidiva si attesta al 19-20 %, contro 69-70 % di chi resta chiuso in una cella. A sottolineare la scarsa efficacia riabilitativa dell’istituzione penitenziaria ci sono inoltre i dati puntuali del Rapporto Antigone. Secondo Mariarosa Ponginebbi, garante dei detenuti del carcere di Piacenza, il tema delle misure alternative alla detenzione è cruciale e s’intreccia con un altro, quello del lavoro. “Voglio fare un esempio - spiega - all’interno delle Novate c’è un piccolo laboratorio di sartoria che coinvolge otto detenuti, grazie alla guida di due sarte volontarie. L’idea è nata dalla necessità di offrire ai dimittenti, ovvero chi ha finito di scontare la pena ed esce, una borsa per riporre gli oggetti personali che vengono restituiti al momento della dimissione. Anche tra le mura del carcere è fondamentale rendere possibile una prospettiva di lavoro le persone, perchè possano prepararsi alla vita fuori, quando saranno di nuovo liberi”. Sabato e domenica prossima 25 e 26 aprile, gli scout di Gossolengo terranno un banchetto fuori dalla chiesa parrocchiale dove saranno esposti e venduti alcuni prodotti del laboratorio di sartoria delle Novate: “E’ importante portare all’attenzione esterna al carcere le attività e l’impegno delle persone detenute, altrimenti invisibili”. “Quello delle pene alternative al carcere - continua Ponginebbi - è certamente uno degli aspetti da sviluppare di più per passare dalla logica della pena come sola punizione, a quella dell’offerta di una seconda possibilità alle persone che hanno sbagliato. Ricordiamo che gran parte dei detenuti nel carcere di Piacenza ha assai poche risorse e relazioni con la realtà fuori. L’attuale direttore delle Novate Andrea Romeo sta lavorando anche sull’ampliamento del numero dei detenuti a cui viene offerta la possibilità di lavorare fuori dalle mura e poi rientrare alla sera. Ci sono alcuni casi avviati in aziende di ristorazione e fast food locali”. “La condizione per implementare maggiori opportunità di questo tipo - sottolinea la garante - occorre coinvolgere tutto il territorio, attraverso accordi della direzione del carcere in particolare con le aziende. Ricordo che il lavoro è un fattore chiave per consentire a chi è in carcere di costruirsi un futuro diverso. Non possiamo pensare che se li teniamo tutti dentro le mura carcerarie, in giro ci sia maggiore sicurezza. Non è così perché queste persone prima o poi dovranno lasciare la detenzione e se non avranno alcun legame o alcuna occasione al di fuori, sarà assai più probabile diventare manodopera della criminalità”. “Attualmente alle Novate - aggiunge - si sta operando anche su corsi formativi per far acquisire competenze ai detenuti, questo rientra a pieno titolo nell’aspetto riabilitativo e rieducativo del carcere, come sta scritto nella nostra Costituzione. Quello della detenzione non può essere soltanto un tempo vuoto, anzi anche da dentro le mura è importante provare a stabilire un contatto con la realtà esterna. Il Comune di Piacenza insieme al Centro Servizi per il Volontariato stanno operando con diversi progetti per l’accompagnamento dei detenuti, anche se il lavoro da fare è ancora tanto e potrà crescere soltanto con la partecipazione di tutta la società”. Piacenza. Due sarte volontarie insegnano ai detenuti le tecniche del cucito ilpiacenza.it, 24 aprile 2026 In carcere nascono nuove possibilità: due pomeriggi alla settimana viene organizzato un laboratorio di sartoria per otto persone. Tra ago e filo, nella Casa Circondariale di Piacenza, ha preso forma un’esperienza che va oltre la semplice attività manuale. È un percorso fatto di tempo, pazienza e apprendimento, ma soprattutto di possibilità di cambiamento. Da circa due anni è attivo un laboratorio di sartoria nato dalla collaborazione tra la Direzione dell’Istituto, l’Associazione Oltre il Muro, la Caritas Diocesana e il Comune di Piacenza, che ha contribuito a sostenerne i costi. Si tratta di un progetto che mette in rete istituzioni e terzo settore attorno a un obiettivo comune: offrire strumenti concreti per il reinserimento sociale delle persone detenute. Due pomeriggi alla settimana, circa otto ragazzi prendono parte al laboratorio guidato da due sarte volontarie. L’attività non si limita all’apprendimento di tecniche sartoriali ma diventa uno spazio in cui si sperimentano fiducia, responsabilità e continuità, elementi spesso fragili in un contesto segnato dall’isolamento e dall’incertezza. In questo percorso, il lavoro assume un significato che va oltre la dimensione pratica. Restituisce dignità, aiuta a riorganizzare il tempo e permette, gradualmente, di immaginare prospettive diverse. È proprio in questa direzione che si inserisce la funzione rieducativa della pena, che attraverso formazione e lavoro mira anche a ridurre il rischio di recidiva e a favorire un reinserimento più stabile nella società. Diverse analisi, tra cui quelle del Cnel, evidenziano come la partecipazione a percorsi lavorativi in carcere possa incidere positivamente sui percorsi individuali, contribuendo a spezzare dinamiche di marginalità e ritorno a comportamenti illeciti. Ogni oggetto realizzato nel laboratorio racconta così una storia personale: un impegno quotidiano, fatto di piccoli progressi e di tentativi di ripartenza. Allo stesso tempo, il progetto non vuole restare chiuso dentro le mura del carcere, ma prova a costruire un dialogo con l’esterno, coinvolgendo la comunità. Ed è proprio in questa prospettiva che si inserisce l’iniziativa del 25 e 26 aprile, quando, durante le messe nella parrocchia di San Quintino a Gossolengo, sarà allestito un banchetto con i prodotti realizzati nel laboratorio. L’iniziativa, resa possibile grazie alla collaborazione della parrocchia e del gruppo scout, diventa un’occasione concreta di incontro tra dentro e fuori, tra percorsi di vita che si sfiorano e possono riconoscersi. Acquistare uno di questi manufatti non rappresenta soltanto un gesto di solidarietà: significa riconoscere il valore di un lavoro e di un percorso di cambiamento, sostenendo un’idea di giustizia che non si esaurisce nella pena, ma che lascia spazio alla possibilità di un nuovo inizio. In questo intreccio di storie e competenze, il filo che passa attraverso il carcere continua idealmente oltre le sue mura, collegando esperienze diverse e trasformando un’attività artigianale in un segno concreto di responsabilità condivisa e futuro possibile. Perugia. I detenuti-attori recitano a Capanne e al Morlacchi “Dalla costola di una colomba” di Sofia Coletti La Nazione, 24 aprile 2026 Un nuovo capitolo, l’ottavo, del prezioso progetto che attraverso il teatro vuole contribuire al recupero dell’identità personale e alla risocializzazione dei detenuti. Torna “Per Aspera Ad Astra - riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza” promosso da Acri, realizzato con il sostegno di Fondazione Perugia e prodotto dal Teatro Stabile dell’Umbria: il risultato è lo spettacolo “Dalla costola di una colomba - Assemblea poetica” della regista Vittoria Corallo, liberamente ispirato da ‘Le tre ghinee’ di Virginia Woolf e in scena giovedì 14 maggio alle 18 alla Casa Circondariale di Capanne e lunedì 18 maggio alle 19.30 al Teatro Morlacchi, a ingresso libero. Lo spettacolo nasce da corso di recitazione e rielaborazione drammaturgica e un corso di Illuminotecnica e fonica teatrale nel Carcere di Capanne e ha coinvolto 23 detenuti e 40 studentesse e studenti del Licei ‘Bernardino di Betto’, ‘Alessi’, ‘Galilei’ e ‘Pieralli’ e di Out!, l’organismo teatrale dell’Università. L’attesa è grande, come si è ribadito ieri, nella presentazione del progetto (foto). “Un investimento culturale e sociale di grande valore” ha detto Fabrizio Stazi, direttore Fondazione Perugia, la direttrice di Capanne Antonella Grella ha ricordato l’emozione dei detenuti-attori (“per loro è uno spazio di libertà”) e la sensibilità della società. Di “linguaggio scenico universale e alta qualità artistica” ha parlato Stefano Salerno del Tsu mentre la regista Vittoria Corallo ha spiegato i principi e la visione dello spettacolo. “Partendo dal testo di Virginia Woolf e dai concetti di scala e rete, abbiamo immaginato un altro modo di essere mondo, dove lo sguardo delle donne riformula una società pacifica, basata sulle relazioni e non sulla competizione”. A recitare a teatro saranno otto studenti e una decina di detenuti, con gli altri presenti attraverso i video. Monza. Il progetto in carcere che unisce libri, musica e reinserimento monzatoday.it, 24 aprile 2026 È questo Ri-Creo, progetto dedicato al reinserimento e alla rieducazione attraverso la lettura e il confronto il cui primo appuntamento si è tenuto il 23 aprile nella casa circondariale di Monza e che si inserisce nell’iniziativa promossa da Orangle, realtà discografica già ideatrice del progetto Free For Music ovvero il primo laboratorio musicale in Italia realizzato proprio all’interno del carcere monzese. Protagonista dell’incontro - dove è stato presentato il libro “La legge del processo”, opera che racconta un percorso di trasformazione personale - l’autrice Luisa Belmonte Ingargiola, cofondatrice della realtà Parola della Grazia Milano, da anni impegnata in attività sociali, culturali e spirituali rivolte al sostegno delle persone in contesti di fragilità. “L’esperienza al carcere è stata davvero significativa per me - afferma Ingargiola -. Non si è trattato esclusivamente della presentazione del mio libro ma di offrire incoraggiamento a prendere in mano la propria vita e a trovare un significato anche nei momenti più bui. É questo il filo conduttore del libro. Vedere l’apertura dei detenuti che hanno ascoltato con interesse, il loro coraggio nel raccontare le loro storie e le loro fragilità, mi ha davvero emozionata. Alla fine della sessione, percepire nei loro occhi un barlume di speranza, un po’ di gioia e serenità, ha reso questo tempo non solo speciale ma proficuo”. “Abbiamo scelto una strada che pochi percorrono: quella di stare in prima linea per aiutare a rialzarsi chi cade e sbaglia - aggiunge Christian Cambareri, CEO di Orangle Records - Abbiamo scelto di credere nelle persone, non nei loro errori. E di affermare, con convinzione, che ognuno può diventare un ingranaggio importante per costruire una società più sana”. Il progetto proseguirà nei prossimi mesi con ulteriori appuntamenti tra presentazioni editoriali e momenti musicali, con l’obiettivo di costruire un percorso continuativo capace di generare un impatto reale nel tempo. Il 25 Aprile resta il cuore del Paese di Marzio Breda Corriere della Sera, 24 aprile 2026 È la data fondativa del Paese e va festeggiata perché sta alla base della scelta repubblicana e della Costituzione. La linea ovviamente non cambia: il 25 aprile è la data fondativa del Paese e va festeggiata perché sta alla base della scelta repubblicana e della Costituzione, costituendo la base morale della nostra democrazia. Questa la posizione che il presidente ha sempre manifestato e che vale per tutti gli italiani e chiunque abbia responsabilità pubbliche non può starne fuori. A maggior ragione se ha responsabilità di governo. Non si discosterà da questi concetti l’intervento che il capo dello Stato svolgerà sabato a San Severino Marche per onorare l’anniversario della Liberazione. Nonostante alcune dispute divisive degli ultimi tempi, che ricalcano quelle andate in scena da ottant’anni in qua, Sergio Mattarella non sarebbe preoccupato per questa ricorrenza. Perché il clima generale sui valori della Carta, nata come repubblicana e antifascista, gli sembra mutato in meglio. In particolare tra i giovani, nonostante tutto. Le prove di forza sul 25 aprile sono state un vecchio problema, per il Quirinale. Cominciano subito dopo che la festa viene inserita nel calendario civile, su impulso del leader dc De Gasperi, allora premier. Destra a parte, titolare della “memoria nera”, per mezzo secolo il contrasto è tutto interno al fronte antifascista. Cioè tra la narrazione egemonica che ne fa il Pci, rivendicando il primato della “memoria rossa” in quella lotta ed evocando un tradimento della Resistenza dei governi centristi dell’epoca. La Dc, invece, rappresenta una “memoria verde” con cui punta a consolidare la commemorazione in chiave unitaria, legando le famiglie politiche che si erano battute contro la dittatura. Una logica seguita da Einaudi a Pertini. Tranne qualche fiammata di ripudio dall’ultrasinistra nel ‘68, tutto cambia nel 1992, quando il presidente Cossiga lascia l’incarico con due mesi d’anticipo scegliendo di annunciare le dimissioni proprio il 25 aprile. Una picconata per disarticolare quel mito istituzionalizzato. “La vicenda politica cominciata all’indomani della caduta del fascismo si è conclusa con una sconfitta”, dice in diretta tv. Sconfitta del sistema, intende, che non si è autoriformato come da lui chiesto con un messaggio alle Camere. Da quel momento il confronto competitivo sulla memoria prende un altro segno. Lo sdoganamento delle destre dal 1994 in poi si concretizza nella pretesa di far passare una parificazione tra i militanti di Salò e chi ha fatto la Resistenza. Il Paese non può “pacificarsi in questo modo”, ripete Scalfaro, “perché la condivisione non può andar oltre la verità della storia”. È lo stesso schema raccolto da Ciampi e Napolitano nello sforzo di depurare da quella data falsificazioni, delegittimazioni e scetticismi, ciascuno a modo suo. Ciampi, per esempio, usa toni di pietas verso tutti i caduti, di tutte le parti, per ricomporre la frattura identitaria tra italiani. E ne ricava un’ingiusta accusa di revisionismo. Serve “un passo avanti”, esortava lo storico Pietro Scoppola, alludendo al processo di condivisione identitaria, di patriottismo costituzionale, nel quale è impegnato da un decennio anche Mattarella. Il decreto sicurezza e la memoria del 25 aprile di Renato Balduzzi Avvenire, 24 aprile 2026 Basterebbe riandare alla storia e al senso della Festa della Liberazione per trarre motivi e argomenti utili a deflazionare la ricorrente spirale della corsa normativa e per rafforzare la coesione nel corpo sociale, premessa per la vera sicurezza pubblica. Sarà una mera coincidenza, ma anche quest’anno, a ridosso della Festa della Liberazione, il dibattito pubblico ci consegna l’ennesima discussione sul cosiddetto decreto-legge “sicurezza”. Anche quest’anno, se possibile in misura più marcata, il tema cruciale è la legittimità costituzionale di alcune clausole di tale decreto. E siccome sarebbe del tutto stravagante pensare che la Costituzione repubblicana non abbia a cuore il bene sicurezza, sorgono spontanei alcuni dubbi: non è che si scambiano per attinenti alla sicurezza pubblica contenuti normativi che, più che alla sicurezza reale, attengono alla sicurezza ideologicamente o politicamente percepita? O ancora, non è che ciò che davvero si vuole è alzare polveroni, mettendo in difficoltà le istituzioni di garanzia (Quirinale, Corte costituzionale), piuttosto che risolvere concreti e precisi problemi di aumento della violenza, urbana e non? Eppure, basterebbe riandare alla storia e al senso della Festa della Liberazione per trarre motivi e argomenti utili a deflazionare la ricorrente spirale della corsa normativa alla sicurezza (incluse iniziative bizzarre, se non grottesche, come l’emendamento avvocati-rimpatriandi) e per rafforzare la coesione nel corpo sociale, premessa per la vera sicurezza pubblica, che è rispetto dei diritti di tutti e correlato adempimento dei doveri di cittadinanza. Accanto e forse ancora più del 2 giugno, il 25 aprile è davvero o dovrebbe essere la festa di tutti gli italiani: il primo decreto che istituì questa festa è infatti il decreto luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185. Il decreto porta quattro firme, quella di Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno, di Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei ministri, di Palmiro Togliatti, Ministro di grazia e giustizia e del il socialista moderato genovese Gaetano Barbareschi, Ministro del lavoro: quattro firme emblematiche, che riassumono l’identità unitaria degli italiani. Mentre tuttavia il 2 giugno è progressivamente e giustamente divenuto simbolo di unità (e lo è ancora di più se si pensa che in quel giorno del 1946 i nostri avi elessero anche l’Assemblea costituente, che riuscì a produrre quel capolavoro di unità che è la Costituzione repubblicana), il 25 aprile ha rischiato, anche in questi ultimi anni, di venire considerato come la festa di una parte, non la vittoria di un popolo tutto. Riaffermare il 25 aprile come festa di tutti è allora necessario: tutti gli italiani furono infatti, in qualche misura, resistenti. Lo furono di fronte alla guerra, alla sofferenza, alla fame, alle distruzioni, alla rottura dei legami familiari e affettivi, alla perdita della dignità di popolo e di Nazione. Alcuni, tanti per la verità, furono poi Resistenti con la maiuscola, fecero la scelta di non arrendersi all’invasore e al prepotente, e a lui e ai suoi seguaci, anche interni, dissero “non ti temo”. Tanti e tante. Accanto a una Resistenza armata ci fu una Resistenza disarmata, prevalentemente femminile, che consisteva nel tenere i collegamenti, nel prendersi cura delle persone, nel confortare: una Resistenza senz’armi, ma non meno impegnativa, un movimento - come ebbe a dire due anni fa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante il suo annuale viaggio nei luoghi della Resistenza concreta - largo e diffuso, che vide anche la rinascita del protagonismo delle donne, sottratte finalmente al ruolo subalterno cui le destinava l’ideologia fascista. Buon 25 aprile, dunque, a tutte e a tutti. La politica ha perso la parola di Ernesto Galli della Loggia Corriere della Sera, 24 aprile 2026 Una democrazia senza voce. E il declino della parola si riflette nell’incapacità di prendere decisioni efficaci e coraggiose. “Non potendo mobilitare più soldati, Churchill mobilitò la lingua inglese e la mandò in battaglia contro Hitler”. Non si sa bene chi l’abbia detto (spesso la frase è attribuita a John Kennedy) ma di sicuro è un’evocazione efficace non solo delle straordinarie capacità oratorie del grande primo ministro inglese ma di qualcosa di più importante: del valore che ha nella politica dei regimi democratici la parola, il discorso. Beninteso però se si tratta della parola detta - impugnando al massimo un foglietto di appunti da sbirciare ogni tanto o magari imparata a memoria - non già della parola detta solo in apparenza ma in realtà letta quasi parola per parola, gettando disperatamente l’occhio ogni pochi secondi su un testo scritto. Perché nella democrazia è così importante la parola? Perché il discorso è il momento per eccellenza nel quale chi rappresenta il popolo si sottopone in modo diretto al giudizio di questo, comunica oltre le proprie idee qualcosa di più importante: la propria personalità, il proprio modo d’essere; manifesta la propria autenticità, e dunque la reale sincerità delle proprie posizioni, ovvero ne tradisce il carattere spurio. Anche la postura, il gesto, il tono della voce di chi parla dicono moltissimo, e anche da questo chi assiste a un discorso si accorge subito se chi ha di fronte sa di che cosa sta parlando, se ci crede davvero. Ma in Italia di tutto ciò non si vede neppure l’ombra: e se ne dà la colpa al fatto che ormai la comunicazione politica avviene quasi esclusivamente in televisione. C’è televisione e televisione però, e il punto sta nel come le trasmissioni vengono condotte. Ad esempio, obbligare gli esponenti politici a interventi al massimo di due-tre minuti produce per ciò stesso quello che vediamo ogni sera: una serie di filastrocche sincopate fatte di stereotipi, brevi discorsi gergali, quasi sempre aggressivamente assertivi. Tanto più che il conduttore o conduttrice italiano tipo adotta in genere uno di questi due comportamenti che non fanno che peggiorare le cose: o lascia parlare a macchinetta l’oratore, consegnandolo al suo destino di compiaciuto quanto superfluo manichino ventriloquo, ovvero lo interrompe assalendolo brutalmente, di fatto quasi sempre impedendogli di continuare. Rarissimo infatti nelle nostre tv è il caso in cui chi conduce la trasmissione chieda invece al suo ospite, ad esempio, che cosa farebbe lui al posto dei suoi avversari, o con quali risorse finanzierebbe le innumerevoli cose da fare che egli ha appena enumerato, ovvero che obietti ma con qualche dato alle presunte mirabilie compiute dal governo appena elencate dal sostenitore di questo presente in studio. Ma come sempre il cattivo esempio viene dall’alto: in questo caso dal Parlamento. Costituito in maggioranza da eletti ignoti ai propri elettori ma cooptati dalle rispettive segreterie di partito, titolari di percorsi scolastici approssimativi, perlopiù con scarsa padronanza della lingua italiana in specie della sintassi e con un eloquio dal lessico desolante e dal forte accento dialettale, non è certo su di essi che la vita politica del Paese può contare per un’adeguata dimensione retorico-discorsiva. E del resto molto opportunamente nel nostro Parlamento a dispetto del suo nome non si parla, ma perlopiù si legge. E anche questo si fa male: in genere cercando di inzeppare vorticosamente quante più parole possibili nel tempo a disposizione. La democrazia italiana insomma rimane una democrazia incapace di parlare. Incapacità che è parte di quella sua incapacità più sostanziale aggravatasi col tempo di cui parlava qualche giorno fa Angelo Panebianco da queste colonne: l’incapacità di prendere decisioni forti, incisive, quelle che cambiano la vita delle persone; la paura di avere coraggio di cui anche il governo della destra si mostra come tutti gli altri prigioniero e che da sempre è la via maestra che conduce al declino storico di un Paese. Al nostro declino. Al Paese e ai cittadini non si parla con le interviste o con i finti libri confezionati a pagamento nelle stanze delle case editrici; e la puntuale rissa serale negli studi televisivi italiani è solo la triste parodia di un reale dibattito politico. La grandezza dei propositi, l’importanza delle decisioni hanno bisogno delle parole per dirlo. Se mancano queste, se una classe politica conosce solo la dimensione del battibecco parlamentare, della voce alzata in modo stentoreo alla fine dell’”intervento” nell’aula di Montecitorio solo per strappare l’applauso, allora vuol dire che quella classe politica non ha sostanzialmente nulla da dire, non ha idee, e che perciò non sa neppure che cosa fare. Da tempo, da troppo tempo, gli italiani hanno il fondato sospetto che le cose stiano proprio così. 70 anni di diritti: le sentenze della Consulta che ci hanno cambiato la vita Il Dubbio, 24 aprile 2026 Dall’adulterio all’affettività in carcere, passando per la libertà di sciopero e l’aborto. La Corte festeggia e ricorda le sue decisioni storiche, oltre quattromila pronunce di illegittimità costituzionale dal 1956. La Corte costituzionale è “sempre stata al di qua della sottile linea di demarcazione tra le valutazioni di legittimità costituzionale e le scelte politiche riservate al legislatore”. A sottolinearlo è stato il presidente Giovanni Amoroso nel suo intervento alla cerimonia al Quirinale per i 70 anni di attività della Consulta. Con l’opera in 15 volumi - pubblicata per la celebrazione del 70esimo anniversario e presentata oggi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella - che raccoglie le sentenze di illegittimità costituzionale emesse dal 1956 al 2025, “è come se la Corte mettesse le carte in tavola - ha spiegato Amoroso - mostra ciò che ha fatto in questi anni incidendo sul testo delle disposizioni che compongono l’ordinamento giuridico, privandole di effetto, modificandole, integrandole, ma sempre operando come custode della legalità costituzionale e non già come revisore delle scelte politiche del legislatore nell’esercizio della rappresentanza popolare, che connota il nostro sistema di democrazia”. Le celebrazioni coincidono con l’anniversario della prima riunione in udienza pubblica della Corte del 23 aprile 1956, a seguito della quale i giudici costituzionali emisero la prima sentenza cancellando le disposizioni del Testo unico di Pubblica sicurezza del Codice penale fascista giudicate in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione repubblicana che sancisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Da allora la Consulta ha emesso oltre quattromila pronunce di illegittimità costituzionale (tra il 1956 e il 2025, su un totale di 20.139 giudizi sulle leggi, sono 4.124 le sentenze) che hanno cancellato disposizioni di legge o le hanno modificate, sostituite o finanche create. Sentenze che hanno contribuito a cambiare l’ordinamento giuridico della Repubblica ed anche la vita dei cittadini tutelando i diritti fondamentali, garantiti dalla Costituzione, in ambiti come le libertà, il lavoro, i rapporti familiari, la salute, l’istruzione. Sentenze a cui la Corte, in occasione del settuagenario, ha dedicato un’articolata opera di ricognizione, curata dall’attuale Collegio e pubblicata in una duplice forma di pubblicazione: una digitale, edita da Giuffrè Lefebvre; l’altra cartacea, edita da Treccani. Le sentenze che ci hanno cambiato la vita Libertà di manifestazione del pensiero. La prima decisione della Corte costituzionale, la sentenza 1 del 1956, ha dichiarato incostituzionale una norma per contrasto con l’articolo 21 della Costituzione, che sancisce il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e afferma che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Donne nei ruoli di vertice dello Stato e in magistratura: con la sentenza 33 del 1960, la Corte ha aperto alle donne la porta di molte carriere prima precluse, dichiarando l’illegittimità di una legge del 1919, nella parte in cui le escludeva da tutti gli uffici pubblici che implicassero l’esercizio di diritti e di potestà politiche. Dopo questa sentenza, nel 1963, la cosiddetta legge Sacchi ha consentito alle donne l’accesso a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la magistratura. Adulterio femminile e parità dei coniugi: mentre nel 1961 la sentenza 64 aveva affermato la legittimità della punizione del solo adulterio femminile per salvaguardare l’unità familiare, con la sentenza 126 del 1968 la Corte ha affermato la parità dei coniugi e, con la 147 del 1969, la natura discriminatoria del reato di adulterio che puniva soltanto la moglie adultera e non il marito. Anticoncezionali: la sentenza 49 del 1971 ha riconosciuto la liceità dell’attività divulgativa sugli anticoncezionali. Libertà di sciopero: con la sentenza 290 del 1974, la Corte ha affermato che la libertà di sciopero non può essere compressa se non a tutela di interessi che abbiano rilievo costituzionale; ha affermato inoltre che l’esercizio del diritto di sciopero non può essere assunto a legittima causa giustificatrice di licenziamento. Interruzione di gravidanza: la sentenza 27 del 1975 ha affermato l’illegittimità del delitto di procurato aborto, nella parte in cui punisce chi cagiona l’aborto per una donna consenziente anche qualora la gravidanza venga interrotta perché l’ulteriore gestazione implicherebbe un danno o un pericolo grave per la salute della madre. Radio libere: la Corte, con la sentenza 202 del 1976, ha sancito la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purché a diffusione locale. Plagio: con la sentenza 96 del 1981, la Corte ha affermato l’illegittimità del reato di plagio per l’arbitrarietà della sua concreta applicazione, astrattamente riferibile a qualsiasi fatto che implichi dipendenza psichica di un essere umano da un altro, in assenza di alcun sicuro parametro per accertarne l’intensità. Obiezione di coscienza: la sentenza 164 del 1985 ha dichiarato la legittimità dell’obiezione di coscienza e della possibilità di prestare, in luogo del servizio militare armato, servizio militare non armato o servizio sostitutivo civile. Insegnamento della religione cattolica: la Corte, con la sentenza 203 del 1989, ha affermato il diritto di scegliere se avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, senza che l’esercizio della scelta dia luogo ad alcuna forma di discriminazione. Fumo passivo: con la sentenza 202 del 1991, la Corte ha affermato la necessità di apprestare una più incisiva e completa tutela della salute dei cittadini dai danni cagionati dal fumo cosiddetto passivo, trattandosi di un bene fondamentale primario e costituzionalmente garantito. Par condicio: dopo avere già emesso la sentenza 420 del 1994 in tema di applicabilità del pluralismo interno alle emittenti radiotelevisive private, la sentenza 155 del 2002 ha affermato l’obbligo delle emittenti radiotelevisive di assicurare la par condicio tra i soggetti partecipanti alle trasmissioni di comunicazione politica. Ricongiungimento familiare: la sentenza 28 del 1995 ha attribuito al lavoratore immigrato il diritto al ricongiungimento familiare, a condizione che lo straniero immigrato sia in grado di assicurare ai propri familiari ‘‘normali condizioni di vita’’. Cognome materno: se la Corte nel 1988, con la sentenza 176, aveva riconosciuto la legittimità dell’attribuzione del cognome paterno ai figli, con la sentenza 61 del 2006 l’ha definita ‘‘retaggio di una concezione patriarcale della famiglia’’ e di una ‘‘tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna’’. La sentenza 131 del 2022 ha dichiarato infine incostituzionale l’automatica assegnazione del cognome paterno ai figli. Procreazione medicalmente assistita: la sentenza 151 del 2009 ha affermato l’irragionevolezza della previsione della creazione di un numero di embrioni non superiore a tre per ciascun impianto, in assenza di ogni considerazione delle condizioni soggettive della donna, e ha riconosciuto al medico la possibilità di valutare ogni singolo caso. La sentenza 162 del 2014 ha poi sancito l’illegittimità del divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora siano state diagnosticate cause di sterilità o infertilità assolute e irreversibili. Con la sentenza 161 del 2023, la Corte ha invece confermato l’irrevocabilità del consenso dell’uomo dopo la fecondazione dell’ovulo, poiché funzionale a salvaguardare preminenti interessi, fra cui la tutela della salute fisica e psichica della madre e la dignità dell’embrione. Congedo per cura e assistenza: la Corte, con la sentenza 203 del 2013, ha riconosciuto il diritto del parente o dell’affine entro il terzo grado convivente al congedo per la cura e l’assistenza ai disabili. Adozioni: con la sentenza 278 del 2013, la Corte ha riconosciuto l’interesse dell’adottato a conoscere l’identità della madre biologica che abbia scelto di partorire nell’anonimato, mentre la 79 del 2022 ha affermato che la tutela dell’interesse del minore impone di garantire a tutti i bambini adottati il riconoscimento dei rapporti di parentela che nascono dall’adozione. Stalking: la sentenza 172 del 2014 ha esaminato il reato di stalking (atti persecutori), non ravvisando profili di incostituzionalità. Fine vita: con la sentenza 242 del 2019, e nuovamente con la sentenza 135 del 2024, la Corte, nella prolungata assenza di una legge che regoli la materia, ha stabilito i requisiti per l’accesso al suicidio assistito: l’irreversibilità della patologia; la presenza di sofferenze fisiche o psicologiche, che il paziente reputa intollerabili; la dipendenza del paziente da trattamenti di sostegno vitale; la capacità del paziente di prendere decisioni libere e consapevoli. Ergastolo ostativo: già nel 1993 la Corte, pur affermando la legittimità costituzionale dell’ergastolo ostativo, aveva osservato che ‘‘inibire l’accesso ai benefici penitenziari ai condannati per determinati gravi reati, i quali non collaborino con la giustizia, comporta una ‘rilevante compressione’ della finalità rieducativa della pena’’. Dal 2019 si sono susseguite alcune pronunce che hanno iniziato ad aprire nuove prospettive sull’ergastolo ostativo. Con la sentenza 253 del 2019, la Corte ha disinnescato l’automatismo penitenziario che precludeva la possibilità di misure extra-murarie per chi sceglie di tacere: infatti, se è legittimo premiare la collaborazione con la giustizia, non lo è punire la mancata collaborazione, elevandola a ragione ostativa e assorbente qualsiasi altra considerazione relativa al caso concreto. Diritti degli invalidi totali: con la sentenza 152 del 2020, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che disponeva, per gli invalidi civili totali, che gli incrementi alla pensione di inabilità fossero concessi ‘‘ai soggetti di età pari o superiore a sessanta anni’’ anziché ‘‘ai soggetti di età superiore a diciotto anni’’. Corrispondenza del detenuto in regime carcerario speciale (41-bis): con la sentenza 18 del 2022, la Corte ha dichiarato illegittima la norma che subordinava a visto di censura la corrispondenza del detenuto sottoposto al ‘‘carcere duro’’ con il proprio difensore, ritenendo leso il diritto di difesa sancito dalla Costituzione. Volontariato: con la sentenza 72 del 2022, la Corte ha sottolineato la centralità della figura del volontario all’interno della riforma del Terzo settore del 2017, affermando come ‘‘all’origine dell’azione volontaria vi sia l’emergere della natura relazionale della persona umana che, nella ricerca di senso alla propria esistenza, si compie nell’apertura al bisogno dell’altro’’. Affettività della persona detenuta: con la sentenza 10 del 2024, la Corte ha stabilito che è illegittimo il divieto assoluto per la persona detenuta di svolgere colloqui con il coniuge, parte dell’unione civile o persona stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia, quando non ostino ragioni di sicurezza. Migranti. Via l’assurdo vincolo di avvenuto rimpatrio, gli avvocati restano “in partita” sui diritti di Errico Novi Il Dubbio, 24 aprile 2026 Il “tavolo” post referendum di via Arenula può servire ad arginare l’erosione delle tutele. Il più è fatto. L’obbrobrio costituzionale è cancellato. L’articolo 30 bis del decreto sicurezza sarà modificato, stamattina, in modo che l’assistenza, anche stragiudiziale, dell’avvocato al cittadino straniero non sia più condizionata da un “vincolo economico di risultato”. Il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco lo ha detto con chiarezza nell’intervista pubblicata due giorni fa da Repubblica: “Sarà rimosso ogni legame tra l’esercizio dell’attività di difesa svolta dall’avvocato e l’esito della sua assistenza”, ed era questo “uno degli aspetti su cui abbiamo mosso delle osservazioni critiche”. Naturalmente l’avvocatura guarda all’ispirazione complessiva del decreto sicurezza, al coinvolgimento in quanto tale della professione forense nelle pratiche di rimpatrio volontario. Secondo il coordinatore di Ocf Fedele Moretti, per esempio, “il ruolo dell’avvocato deve rimanere pienamente autonomo e non può essere ricondotto a logiche o finalità di natura amministrativa”. Se è scacciata via la minaccia più insopportabile, appunto, resta la sfumatura del compenso pubblico per chi segua i migranti non solo nel resistere giudizialmente all’espulsione ma anche nel chiedere il rimpatrio volontario. Sì, l’aspetto a cui si riferisce tra l’altro il coordinatore di Ocf permane, ma si tratta appunto di una sfumatura: più che cancellare in modo “abrasivo e assoluto” il compenso pubblico per l’assistenza agli stranieri interessati a tornare nel loro paese, sarebbe necessario rimediare, per citare ancora Greco, all’altro vulnus aperto dal decreto sicurezza, l’indebolimento del patrocinio a spese dello Stato nelle attività legali vere e proprie relative all’immigrazione, vale a dire appunto i ricorsi contro le espulsioni: “Una previsione”, ha detto il presidente del Cnf sempre a Repubblica, “che dovrebbe essere riconsiderata. Sono stato a Lampedusa più volte, tutti noi un po’ conosciamo il fenomeno della migrazione via mare. Si tratta di persone che approdano senza documenti, spesso senza scarpe e vestiti. Può essere complicato esibire la dichiarazione dei redditi”. Aver subordinato l’accesso del migrante al patrocinio pagato dallo Stato alla produzione di atti che certifichino l’indigenza in patria è, obiettivamente, una forzatura. Forse qui non c’è il profilo di sfacciata incostituzionalità raggiunto con l’iniziale formulazione dell’articolo 30 bis, il “vincolo di avvenuta remigrazione” a cui veniva subordinato il contributo da 615 euro per gli avvocati che istruissero pratiche di rimpatrio volontario. Ma anche nella complicazione dell’accesso al patrocinio per i ricorsi anti-espulsioni c’è un chiarissimo attacco ai diritti dei più deboli. Ne ha parlato in termini generali ieri, sul Dubbio, Paola Balducci: i decreti sicurezza continuano ad agire un po’ come l’erosione delle coste, mangiano un po’ di spiaggia alla volta, e prima o poi non ce ne sarà più. D’altra parte, va riconosciuto che con il decreto correttivo preteso, giustamente, dal Presidente Mattarella, la violazione conclamata del diritto di difesa, del diritto a una difesa, a un avvocato liberi da condizionamento, ecco, quello sfregio sarà scongiurato. La partita più delicata, per l’avvocatura, si avvia a chiudersi con un risultato positivo. Altri se ne potranno raggiungere sul versante del “conflitto” fra sicurezza e diritti, a cominciare dall’immigrazione. A far ben sperare è il clima di “ascolto” favorito dalla sconfitta del governo al referendum sulle carriere separate: visto che la politica riformatrice è stata bocciata dagli elettori, il guardasigilli Carlo Nordio e il suo vice Francesco Paolo Sisto hanno giustamente pensato di far avanzare in prima linea, nel dibattito sulla giustizia, avvocatura e magistratura, le protagoniste del processo. Se l’impostazione sarà mantenuta, prima, durante e dopo le prossime Politiche, ci sarà forse qualche spiraglio in più, per il diritto, di imporsi al populismo. Non sarà facile, anche perché non è che le mistificazioni della campagna per il No abbiano lasciato il populismo in panchina: lo hanno fatto scendere in campo e messo pure in condizione di segnare gol decisivi. Ma una pagina nuova, dopo il 23 marzo, si è comunque aperta, e c’è un’altra partita ancora da giocare. Migranti. Cpr in Albania compatibili con l’Ue, ma garantendo i diritti di Simona Musco Il Dubbio, 24 aprile 2026 Il parere dell’avvocato generale Nicholas Emiliou: nessun divieto ai centri fuori territorio, ma lo Stato di diritto deve essere effettivo. Il Protocollo e la relativa normativa italiana sui Cpr in Albania sono compatibili con il diritto dell’Unione europea, a condizione che i diritti individuali e le garanzie riconosciuti ai migranti ai sensi del sistema europeo comune di asilo siano pienamente tutelati. A dirlo è Nicholas Emiliou, nel parere non vincolante che anticipa la futura sentenza dei giudici di Lussemburgo. Il parere apre dunque uno spiraglio giuridico, ma allo stesso tempo traccia una linea molto chiara: il modello dei centri in Albania non è di per sé contrario al diritto europeo, ma resta subordinato a una condizione decisiva, il rispetto pieno e verificabile dei diritti fondamentali delle persone coinvolte. Non basta, cioè, che tali diritti siano previsti sulla carta. Il diritto dell’Unione non vieta agli Stati membri di gestire strutture di trattenimento anche fuori dai propri confini, ma non consente scorciatoie: spostare i migranti fuori dal territorio nazionale non significa spostare anche gli obblighi giuridici, che continuano a gravare sullo Stato che gestisce le procedure. Il punto politico è stato subito colto da Giorgia Meloni, che ha letto il parere come una conferma della linea del governo: “Una notizia importante - ha commentato la presidente del Consiglio - che conferma la validità della strada che abbiamo indicato e quanto siano costati all’Italia due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate. Noi, intanto, andiamo avanti. Perché sul contrasto all’immigrazione illegale servono serietà, coraggio e soluzioni concrete”. Ma il testo di Emiliou, più che un via libera, assomiglia a una autorizzazione condizionata. Il cuore del ragionamento è semplice solo in apparenza: i centri in Albania possono esistere, ma devono funzionare esattamente come se fossero in Italia, almeno dal punto di vista giuridico. Questo significa garantire accesso effettivo all’assistenza legale (che il decreto Sicurezza ora in approvazione riduce notevolmente rendendo praticamente impossibile il patrocinio a spese dello Stato), assistenza linguistica, contatti con familiari e autorità, possibilità reale di ricorso davanti a un giudice e tempi rapidi per contestare il trattenimento. E, soprattutto, nessuna discriminazione rispetto a chi si trova sul territorio italiano. La causa riguarda la vicenda di due migranti trasferiti in Albania, dove hanno presentato domanda di protezione internazionale. Nei loro confronti sono stati poi emessi due nuovi decreti di trattenimento, trasmessi alla Corte d’appello di Roma per convalida. La Corte d’appello ha però negato la convalida dei decreti, ritenendo che la normativa nazionale in questione fosse incompatibile con il diritto dell’Ue. Da qui il ricorso del Viminale in Cassazione, che ha sottoposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali: se il diritto dell’Ue consenta il trattenimento in Albania di richiedenti protezione internazionale e se sia possibile trattenerli in uno Stato terzo anziché nello Stato membro competente. Respinta la richiesta di irricevibilità della domanda, l’avvocato generale ha ricordato che uno Stato membro non può limitare unilateralmente l’ambito di applicazione della normativa dell’Unione a seconda della sua compatibilità con una normativa nazionale successiva, pena la violazione del principio del primato del diritto Ue. Un chiarimento non secondario, alla luce delle polemiche italiane sul diritto europeo “tiranno”. Emiliou lo esplicita: “Le autorità di uno Stato membro non possono pregiudicare l’applicazione delle norme comuni in materia di procedure di asilo mediante il trasferimento dei cittadini di Paesi terzi entrati nell’Unione europea in strutture ubicate al di fuori del loro territorio. Né esse possono trattare determinati cittadini di Paesi terzi in maniera diversa rispetto ad altri che si trovano in una situazione comparabile”. In sostanza, anche in Albania l’Italia resta obbligata a garantire tutti i diritti riconosciuti dall’Unione. Secondo l’avvocato generale, la normativa europea “non osta, in linea di principio” al trasferimento in centri fuori confine. La direttiva rimpatri (2008/115), infatti, non preclude espressamente la possibilità di gestire strutture al di fuori del territorio nazionale, né contiene limiti sulla loro collocazione geografica. Un trasferimento temporaneo in Albania non equivale né a rimpatrio né ad allontanamento, ma costituisce una fase intermedia della procedura. La direttiva, tuttavia, non conferisce una discrezionalità illimitata: gli Stati membri non devono compromettere l’efficacia delle procedure né pregiudicare i diritti e le garanzie degli interessati. E soprattutto, sottolinea Emiliou, la compatibilità dipende da come la normativa è applicata, non dalla sua formulazione. “La possibilità che, con riferimento a determinate categorie di persone, il trattenimento in tali strutture possa non essere realisticamente attuabile senza comportare l’inadempimento di una o più disposizioni della direttiva 2008/115 non può, quindi, essere esclusa”. Tradotto: all’atto pratico, il sistema potrebbe rivelarsi incompatibile con lo Stato di diritto. La distanza geografica e il superamento di un confine internazionale non devono diventare un ostacolo alla difesa legale o ai contatti familiari. Se per garantire il patrocinio o le visite consolari servissero accordi logistici onerosi, lo Stato italiano sarebbe tenuto a farsene carico. Ancora più netto è il richiamo al rilascio immediato: se un trattenimento è illegittimo, la persona deve essere liberata subito, e i tempi tecnici di trasferimento non possono giustificare ritardi. Il vero nodo riguarda i minori e i soggetti vulnerabili. Emiliou ricorda che l’interesse superiore del bambino e il diritto alla salute sono limiti invalicabili: le strutture devono garantire istruzione, assistenza medica e condizioni adeguate. In caso contrario, il trattenimento violerebbe il diritto Ue. In alcuni casi, ammette, potrebbe non essere realisticamente attuabile senza violazioni, confermando i dubbi sulla possibilità di individuare preventivamente i soggetti non vulnerabili. Ai fini del diritto Ue, i centri in Albania possono essere considerati “zone di transito” sotto giurisdizione italiana. Tuttavia, i migranti devono poter partecipare effettivamente alle procedure, comparire davanti alle autorità e far valere i propri diritti. Se la distanza o la logistica rendessero questa partecipazione solo formale, la procedura sarebbe compromessa. Insomma, la strada dell’Albania è percorribile, ma solo se l’Italia si porta dietro tutto il “peso” dello Stato di diritto. Non esiste una scorciatoia burocratica per i diritti fondamentali: in caso contrario, la soluzione rivendicata dal governo rischia di infrangersi contro il diritto europeo. Migranti. Il Viminale vuole un Cpr a Castel Volturno, no del governatore campano Fico di Fabrizio Geremicca Il Manifesto, 24 aprile 2026 Il Centro dovrebbe occupare un’area naturalistica pregiata, i lavori saranno effettuati in deroga. Si individua un’area naturalisticamente pregiata, una zona umida gestita dal reparto Carabinieri per la biodiversità, preziosa per il transito degli uccelli migratori e meta degli appassionati di birdwatching. La si cementifica in deroga a qualunque norma urbanistica e paesaggistica e senza neanche la preventiva valutazione di impatto ambientale, poi la si trasforma in una sorta di carcere per 120 stranieri che siano stati sorpresi senza i permessi per stare in Italia. Per realizzare tutto ciò si spendono oltre 40 milioni di soldi pubblici che avrebbero potuto essere destinati a centri di accoglienza, trasporti, servizi, infrastrutture, difesa della costa o bonifiche. Esattamente ciò che sta per accadere a Castel Volturno, in provincia di Caserta, un territorio che per decenni è stato devastato dall’abusivismo edilizio e dove italiani e stranieri, presenti in numero elevato, patiscono in egual misura la carenza di servizi e di welfare. Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo controllata dal ministero dell’economia, ha pubblicato il bando di gara per la progettazione e per la realizzazione di un Centro di permanenza per il rimpatrio(Cpr). Vale 41 milioni di euro, la copertura finanziaria nel capitolo di bilancio in materia di immigrazione, asilo e accoglienza del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. Il sito prescelto era entrato nella proprietà dell’Agenzia per il demanio a seguito di una transazione che lo Stato aveva sottoscritto con il gruppo Coppola, gli immobiliaristi che edificarono il Villaggio Coppola. Si tratta del parco umido La Piana, 63 ettari ubicati a sud ovest del centro storico di Castel Volturno, a tre chilometri dalla via Domiziana. Lì che sorgerà il Cpr nell’ambito dell’accordo quadro che ha individuato in Invitalia la centrale di committenza per “accelerare la realizzazione di interventi volti a dotare il paese di strutture adeguate all’accoglienza dei migranti”. Il ministro Piantedosi, nella sua ultima visita a Castel Volturno, aveva promesso che il Cpr sarebbe stato costruito. “Dopo di allora sembrava però che il progetto fosse evaporato” racconta Mimma D’Amico, esponente del centro sociale ex Canapificio. Invece è arrivato il bando che, in ottemperanza a quanto prevede il decreto Cutro, equipara il Cpr alle opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale. Soldi in abbondanza, dunque, e zero regole da seguire a tutela del territorio e dell’assetto urbano. La società SII, si apprende dal documento di indirizzo alla progettazione, ha già realizzato la campagna di rilevamenti geofisici e topografici propedeutica all’avvio del cantiere. Il progetto, recita il disciplinare, punta a costruire “ambienti confinati confortevoli, sicuri e di facile gestione per l’isolamento di persone a tempo determinato”. La sicurezza attiva, è scritto poi, “sarà basata sulla sorveglianza diretta dalla sommità del muro circolare di confinamento da parte degli agenti delle forze dell’ordine e dalla videosorveglianza”. Non mancano guizzi di surrealtà: “Il progetto dovrà prevedere l’utilizzo del colore come distrazione visiva degli ospiti e strumento per mitigare le tensioni”. La Chiesa casertana è stata ieri la prima a criticare il progetto. “Le parrocchie di Castel Volturno - spiega D’Amico - hanno espresso forte disappunto. Il vescovo di Caserta, Pietro Lagnese, ha convocato per lunedì una conferenza stampa”. Pasquale Marrandino, il sindaco di Castel Volturno eletto col centrodestra, finora non si è pronunciato. Roberto Fico, il presidente pentastellato della giunta campana, ieri ha espresso netta contrarierà: “Ci opporremo perché è una scelta che penalizza un territorio già complesso. Servono interventi che mettano insieme sicurezza e diritti, senza creare nuovi luoghi di esclusione ed emarginazione sociale”. Quello di Castel Volturno è uno dei Cpr che Piantedosi e il governo Meloni vogliono aprire in Italia, il piano è un centro in ogni regione. Eugenio Giani, presidente della giunta della Toscana, si è già schierato contro l’ipotesi di realizzarne uno a Pallerone, nel comune di Aulla, in Lunigiana. “Libertad!”. Il grido dei reclusi di Buta a Papa Leone XIV di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 24 aprile 2026 La visita del pontefice alla prigione della Guinea Equatoriale, nota per detenzioni arbitrarie e torture. Sotto una pioggia torrenziale che si è abbattuta su Bata nel tardo pomeriggio di mercoledì, più di seicento detenuti vestiti di arancione e verde oliva hanno accolto Papa Leone XIV cantando e ballando nel cortile della prigione. Capelli rasati, sandali di plastica ai piedi, alcuni con la mascherina sul volto. Sul palco allestito per l’occasione, tappeto rosso, bandiere vaticane e altoparlanti che diffondevano musica festosa. Le autorità guineane avevano ridipinto le pareti e messo in scena la migliore versione possibile di un luogo che i rapporti internazionali descrivono da anni come uno dei più duri e opachi del continente africano. Era la prima volta, dall’elezione al soglio di Pietro nel maggio del 2025, che Robert Francis Prevost - Leone XIV - varcava la porta di un carcere. E l’ha fatto nel posto più difficile dell’intero viaggio apostolico africano: undici giorni tra Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, oltre 18.000 chilometri, ultima tappa in un paese che Papa Giovanni Paolo II aveva visitato l’ultima volta nel 1982. Leone è arrivato in Guinea Equatoriale con un mandato preciso: confermare nella fede una popolazione per oltre il 75 per cento cattolica, in un paese dove la Chiesa è rimasta quasi l’unico argine tra la gente e un potere che dura da 47 anni. Obiang governa dal 1979, è il capo di stato non monarca più longevo del mondo a 83 anni, e alle ultime elezioni del 2022 ha vinto con il 94,9 per cento dei voti. I suoi avversari politici finiscono in carcere, muoiono in detenzione, scompaiono. La produzione di idrocarburi vale quasi la metà del PIL del paese e oltre il 90 per cento delle esportazioni, eppure più della metà dei suoi due milioni di abitanti vive in povertà. Come ha notato Human Rights Watch, i proventi del petrolio finanziano lo stile di vita sfarzoso di una piccola élite intorno al presidente. Nel discorso alle autorità il giorno precedente, Leone aveva già citato Francesco scomparso un anno prima: “Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e dell’inequità.” Aveva parlato di “colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari”, di “speculazione” che dimentica i diritti delle comunità locali. Un “discorso molto franco”, aveva commentato all’uscita un notabile del regime. Il giorno prima della visita al carcere, settanta organizzazioni per i diritti umani avevano scritto al pontefice chiedendogli di intervenire anche sulla questione dei migranti deportati dagli Stati Uniti in Guinea - almeno 29 persone senza alcun legame con il paese, secondo l’Associated Press - in base ad accordi tra il governo Obiang e l’amministrazione Trump. La visita al carcere di Bata era il momento più atteso. Bata è la capitale economica del paese, la città più grande, affacciata sul Golfo di Guinea. Il carcere che la ospita è uno di quelli che Amnesty International, nel suo rapporto del 2021, aveva definito un luogo dove i detenuti sono “persone dimenticate”, spesso recluse dopo processi irregolari. “Dal momento in cui entrano tra quelle mura, non si hanno più notizie di loro, e i familiari non sanno se siano vivi o morti”. Il Dipartimento di Stato americano, in un rapporto del 2023, ha documentato casi di tortura, sovraffollamento estremo e condizioni igienico-sanitarie deplorevoli nelle prigioni guineane. Nello stesso periodo, Julio Obama Mifumu, un attivista per i diritti umani, è morto nel carcere di Oveng Asem dopo aver denunciato di essere stato torturato. Nessuno è mai stato processato. Il ministro della Giustizia, qualche ora prima dell’arrivo del Papa, aveva descritto il carcere di Bata ai giornalisti come un modello di “diritti umani”: nessun sovraffollamento, reinserimento sociale, recupero. “Se leggete cose diverse sui social è perché siamo in un paese democratico dove ognuno può dire la sua opinione”. Fuori da quella conferenza stampa, la realtà documentata da ogni fonte esterna disponibile racconta un’altra storia. Leone è entrato sotto quella pioggia battente che non si è fermata per tutta la cerimonia, infradiciando uniformi e palco. Ha ascoltato le testimonianze dei detenuti prima di prendere la parola. “Grazie per la chiarezza e per averci mostrato che, anche nelle difficoltà, la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute”, ha detto all’inizio, rivolgendosi direttamente a chi aveva parlato. Poi ha detto quello che in quel paese non si dice ad alta voce. Ha parlato di condizioni “preoccupanti” nelle carceri, di detenuti spesso costretti a vivere in situazioni igienico-sanitarie allarmanti. Ha richiamato la giustizia riparativa con chiarezza: “Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male.” Poi: “Non c’è giustizia senza riconciliazione.” E ancora: “Si faccia di tutto perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità”. Ai detenuti ha aggiunto: “Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse”. Ha ringraziato anche il direttore, gli agenti e il cappellano, ma con una condizione esplicita: il loro servizio “è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità”. Quella congiunzione - sicurezza, rispetto, umanità - nella prigione di Bata suonava come un programma ancora tutto da costruire. Quando Leone ha lasciato il cortile scortato sotto la pioggia, i detenuti si sono sciolti dalle file e hanno gridato: “Libertad, libertad”. Un coro spontaneo che dice più di qualsiasi resoconto ufficiale su cosa sia davvero quel luogo, al di là del tappeto rosso e dei muri ridipinti. Un insegnante locale, che si è presentato solo come Ondo, ha commentato ai cronisti che dubita l’intervento del Papa possa cambiare un sistema giudiziario segnato da “mancanza di indipendenza” e magistrati condizionati dal potere. È la domanda che rimane sempre aperta dopo ogni visita papale in un paese autoritario. Ma il gesto ha un peso che va oltre le singole parole. Papa Francesco aveva fatto delle carceri uno dei fili conduttori del suo intero pontificato. Solo quindici giorni dopo l’elezione, nel marzo del 2013, era andato a lavare i piedi a dodici giovani reclusi nel carcere minorile di Casal del Marmo. In dodici anni, aveva visitato sedici istituti penitenziari in Italia e all’estero. L’ultima uscita dal Vaticano, pochi giorni prima di morire, era stata al carcere romano di Regina Coeli. Il 26 dicembre 2024 aveva aperto una Porta Santa jubilare dentro Rebibbia: prima volta nella storia dei giubilei che veniva aperta non in una basilica ma in un penitenziario. “Perché loro e non io?” ripeteva Bergoglio ogni volta che varcava il cancello di un carcere. Leone XIV ha raccolto quella tradizione nel posto meno comodo possibile. Non in un carcere europeo con le telecamere dei telegiornali e le associazioni di volontariato ad aspettarlo, ma nella prigione di Bata, in Guinea Equatoriale, davanti a uomini con i capelli rasati e i sandali di plastica che cantavano la libertà mentre lui se ne andava sotto la pioggia. Davanti a un carcere che il giorno prima era stato presentato come un modello di diritti umani, e che il giorno dopo tornerà a essere quello che era prima del tappeto rosso.