“Il decreto Sicurezza stravolge l’assetto legale e costituzionale del sistema penitenziario” di Angela Stella L’Unità, 23 aprile 2026 Patrizio Gonnella, presidente di Antigone: “È una norma che stravolge l’assetto legale e costituzionale del sistema penitenziario italiano, rompendo con una tradizione fondata sulla trasparenza e sulla chiarezza delle funzioni. L’introduzione di agenti infiltrati - che potranno fingersi detenuti o addirittura operatori come educatori, infermieri o assistenti - snatura profondamente il ruolo della Polizia Penitenziaria, trasformandola da Corpo orientato alla sicurezza interna e al trattamento rieducativo in un apparato opaco di intelligence. In un contesto già segnato da grave sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti provocatori rischia di alimentare ulteriormente diffidenza, sospetto e conflittualità”. “L’abuso della parola sicurezza è una truffa agli elettori delle destre, siamo alla progressiva erosione delle garanzie democratiche. Agenti provocatori nelle carceri, la cancellazione della lieve entità, la rapina di gruppo punita come un omicidio: il filo rosso è il neo-autoritarismo”. Patrizio Gonnella, siamo al quarto decreto sicurezza di questo Governo. Cosa ci dice questo dato? Ci dice tante cose. La più grave è la volontà di procedere alla progressiva erosione delle garanzie democratiche. Non è un decreto propagandistico, come alcuni dicono. È un decreto legge che fa male allo Stato di diritto. Nel solco dei precedenti pacchetti sicurezza, tende a calpestare i diritti fondamentali, a partire da quello alla difesa e quello all’habeas corpus. Nel nome di uno stravolgimento del sistema penale e repressivo, fa ad esempio carta straccia del principio di proporzionalità penale, con la norma sulla rapina di gruppo, nonché della funzione rieducativa penitenziaria. L’abuso della parola sicurezza costituisce una truffa agli elettori delle destre. Al quarto decreto sicurezza anche gli elettori meno scafati dovrebbero avere compreso il gioco truffaldino demo-consensuale. Sono meccanismi di rassicurazione e manipolazione dell’opinione pubblica privi di alcun nesso razionale con la sicurezza reale. Il punto è che questi decreti non si limitano a proporre norme fantasma ma vanno a stravolgere il nostro impianto giuridico ponendosi al confine dei principi costituzionali. Per l’ennesima volta è stata compromessa e compressa la discussione al Senato e alla Camera. Il Parlamento serve ancora? Il parlamento è umiliato dalla mancanza di dialogo. Si chiama Parlamento ma non c’è più spazio per parlare. È il segno di una decadenza democratica. Mai la decretazione di urgenza dovrebbe riguardare l’ambito penale. Che necessità e urgenza c’era a prevedere il fermo preventivo di dodici ore o la norma sugli agenti infiltrati nelle carceri? Le modifiche peggiorative introdotte in sede di conversione hanno reso impossibile al Capo dello Stato di svolgere il suo ruolo di garante della costituzionalità del testo. Ha firmato un testo due mesi fa che è stato trasformato e reso più truce in sede di conversione. Infine, la Consulta ha spiegato più volte che i decreti legge devono contenere norme omogenee al proprio interno. E qua l’unico filo rosso che tiene insieme le norme è il loro essere ispirate da un neo-autoritarismo. Tra le norme più contestate l’abrogazione del gratuito patrocinio nei ricorsi contro i decreti di espulsione e l’incentivo all’avvocato che convince il migrante a “remigrare”. Che ne pensa? L’articolo 24 della Costituzione è vilipeso. La funzione dell’avvocato è messa sotto attacco. L’avvocato viene degradato ad agente delle politiche governative. Una norma cattiva, insensata e inattuabile. Spero che tutti gli avvocati disobbediscano attivamente alla loro subordinazione economica e politica al Governo. Sarebbe stato necessario ben altro, ossia rivitalizzare gratuito patrocinio e difesa d’ufficio. (nel momento in cui scriviamo ancora non si conosce il correttivo del Governo all’emendamento contestato, ndr) Un’altra norma molta discussa è quella degli agenti infiltrati nelle carceri... È una norma che stravolge l’assetto legale e costituzionale del sistema penitenziario italiano, rompendo con una tradizione fondata sulla trasparenza e sulla chiarezza delle funzioni. L’introduzione di agenti infiltrati - che potranno fingersi detenuti o addirittura operatori come educatori, infermieri o assistenti - snatura profondamente il ruolo della Polizia Penitenziaria, trasformandola da Corpo orientato alla sicurezza interna e al trattamento rieducativo in un apparato opaco di intelligence. In un contesto già segnato da grave sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti provocatori rischia di alimentare ulteriormente diffidenza, sospetto e conflittualità. Particolarmente allarmante è la previsione che tali attività possano svolgersi senza un chiaro sistema di supervisione da parte della direzione degli istituti. La norma prevede inoltre la non punibilità degli agenti sotto copertura anche nel caso in cui provochino la commissione di reati o vi partecipino direttamente. Si introduce così un elemento che rischia di minare irreversibilmente la fiducia tra detenuti e operatori, trasformando il carcere in un luogo dominato dalla paura, dalla delazione e dall’incertezza. Non è escluso, infine, che tali pratiche possano essere estese anche agli istituti penali per minorenni, con conseguenze ancora più gravi, in un contesto in cui la funzione educativa dovrebbe prevalere su qualsiasi logica securitaria. Altro tema divisivo quello relativo allo spaccio di lieve entità. Qual è il suo giudizio in merito? L’emendamento che cancella la lieve entità per piccoli e ricorrenti reati di spaccio di stupefacenti costituirà un propulsore per il sovraffollamento penitenziario, già oggi a livelli ormai fuori controllo. Mentre in diversi paesi del mondo si promuovono politiche di depenalizzazione e regolamentazione delle sostanze o si affronta la questione dal punto di vista sociale e sanitario, in Italia si continua invece a premere su una criminalizzazione fine a se stessa. Ad essere colpiti da questa nuova formulazione legislativa saranno infatti le persone più povere, marginali, socialmente escluse, molte di loro tossicodipendenti che vendono sostanze per poterle avere a loro volta. Quali altre criticità rileva nel provvedimento? Penso alla norma sulla rapina di gruppo con pene sproporzionate pari a quelle dell’omicidio. Un qualsiasi laureato in giurisprudenza capisce che è una norma scriteriata, del tutto sovrapponibile al concorso di persone nel reato di rapina. È l’espressione plastica del populismo penale che ci governa. Agenti infiltrati tra i detenuti. “Nessuno si fiderà più di nessuno” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 23 aprile 2026 Domani il decreto Sicurezza potrebbe diventare legge. Un provvedimento che da mesi solleva polemiche, e che adesso spinge una larga coalizione di associazioni a chiedere ai deputati di fermarne la conversione in legge. Nel mirino c’è soprattutto l’articolo 15, quello che introduce le operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari. Il decreto è il decreto legge 24 febbraio 2026, n. 23: una misura che, secondo chi si oppone, rischia di trasformare le carceri italiane in qualcosa di ancora più difficile da vivere di quanto già non siano. Ne avevamo già scritto su questo giornale. Agenti della polizia penitenziaria autorizzati a fingersi detenuti, a muoversi tra le celle, a raccogliere informazioni su ciò che accade dentro le mura. E, in certi casi, anche a istigare i reati stessi. Il tutto coperto da uno scudo penale che li mette al riparo da conseguenze giudiziarie: in pratica, un agente infiltrato può comprare o vendere droga, far circolare soldi sporchi, passare un cellulare, senza rischiare di finire a processo, perché l’atto è “finalizzato all’acquisizione di prove”. Come avevamo spiegato, i problemi giuridici aperti da questa norma non sono pochi. C’è il rischio di violare il diritto di difesa tutelato dall’articolo 103 del codice di procedura penale, perché un detenuto che parla con quello che crede essere un compagno di cella non sa di star parlando con un agente dello Stato. C’è la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’agente provocatore: già nel 1998, con la sentenza Teixeira de Castro contro il Portogallo, la Corte aveva stabilito che quando un agente non si limita a osservare un reato già in corso ma contribuisce a provocarlo si viola l’articolo 6 della Convenzione, quello sul giusto processo. C’è infine la questione della supervisione: chi autorizza queste operazioni, per quanto tempo, con quali garanzie concrete? Uno scudo penale, da solo, non basta a rispondere a nessuna di queste domande. E il carcere, lo ricordiamo, non è una piazza di spaccio: è un luogo dove le persone si trovano già private della libertà, con diritti già compressi per definizione. L’appello urgente di 190 organizzazioni - Ora a farsi sentire, in modo organizzato, è l’Alleanza per una pena Costituzionale. Il 6 febbraio scorso, a Roma, si era tenuta una grande assemblea sulle condizioni dell’esecuzione della pena in Italia: 190 organizzazioni da tutta Italia avevano preso parte all’iniziativa, insieme a rappresentanti di enti pubblici. Da quella giornata era nata l’Alleanza, che oggi lancia un appello urgente alle deputate e ai deputati della Repubblica: non approvate la conversione del decreto, e in particolare respingete l’articolo 15. Secondo le organizzazioni firmatarie, il provvedimento rischia di avere “gravi conseguenze sulla vita democratica del Paese” e di aggravare ulteriormente la crisi del sistema penitenziario italiano. Sul punto specifico dell’articolo 15, la posizione è netta: le operazioni sotto copertura nelle carceri, così come disegnate dalla norma, “rischiano concretamente di minare ulteriormente i rapporti fra le persone all’interno degli Istituti, seminando sospetto, paura e tensione”. Il ragionamento è semplice: in un ambiente già devastato dal sovraffollamento e segnato da un numero drammatico di suicidi, introdurre la figura dell’agente infiltrato tra i detenuti significa far saltare l’unico meccanismo di convivenza che rende possibile la vita quotidiana dietro le sbarre. “Nessuno si fiderà più di nessuno”, scrivono nell’appello. L’Alleanza evidenzia anche “rilevanti profili di incostituzionalità” e annuncia che, se le norme dovessero essere approvate, si promuoverà ogni iniziativa utile nelle sedi competenti perché vengano sottoposte a verifica. Non è solo un appello parlamentare: è anche l’annuncio di una battaglia che potrebbe proseguire su altri fronti, compreso quello della Corte costituzionale. Le norme, secondo l’Alleanza, risultano incompatibili con i principi dello Stato di diritto e con la tutela della dignità delle persone detenute. “Il Giuda detenuto”: la denuncia di Carcere Possibile - A quel che è già un appello politico si aggiunge quello, più tecnico e pungente, dell’associazione Carcere Possibile onlus, che ha scelto di mettere in chiaro la propria posizione con un comunicato. Gli avvocati dell’associazione hanno un modo diretto di chiamare le cose con il loro nome: con questa norma nasce “la figura istituzionale del compagno di cella potenzialmente infame”, o, come la definiscono senza giri di parole, “il Giuda detenuto”. I vantaggi della norma, scrivono, non riescono a individuarli. Mentre la pericolosità è immediatamente evidente. Quello che descrivono è un carcere già al limite. Celle sovraffollate, sporche, in cui vengono sistematicamente negati diritti e umanità. In questo contesto, aggiungere la consapevolezza che il compagno di branda potrebbe essere un agente dello Stato significa eliminare, come scrivono, “l’ultimo baluardo dell’umanità in carcere”. È una frase pesante, e lo è intenzionalmente. Perché la relazione tra detenuti, nella quotidianità carceraria, è pura sopravvivenza. E quella fiducia minima, quella di “sentirsi sulla stessa barca (malandata)”, come la chiamano, è stata finora considerata persino dal ministero un’ancora di salvezza per i detenuti. Carcere Possibile solleva anche una questione di tempistica: di fronte a un sovraffollamento che continua a non trovare risposta, e di fronte al numero crescente di accoglimenti dei reclami ai sensi dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, che certifica le condizioni disumane della detenzione, la domanda che pongono è diretta: che urgente necessità c’era per decretare “questa ulteriore disumanità”? L’Alleanza, nel suo appello, va oltre la questione specifica dell’articolo 15 e chiede un cambio di rotta più ampio. Nel provvedimento è finita anche una modifica all’articolo 73, comma 5 del Testo unico sugli stupefacenti, approvata durante la discussione in Senato, che va nella direzione sbagliata: inasprisce la risposta penale invece di allentarla. Le organizzazioni chiedono invece politiche di depenalizzazione, decarcerizzazione e umanizzazione della pena. Chiedono clemenza. Chiedono di riaprire le carceri al territorio e alla società civile, rivedendo i provvedimenti amministrativi che lo hanno “ingiustamente chiuso”. In poche parole, chiedono l’esatto contrario di quello che sta per arrivare. I nomi in fondo all’appello danno la misura di quanto sia ampia la coalizione che si è messa in moto: Acli, Antigone, Arci, Cgil nazionale, Cnca, Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’Altro Diritto, La Società della Ragione, Movimento No Prison, Seac. Organizzazioni con storie, vocazioni e approcci molto diversi tra loro, che su questo punto hanno trovato un terreno comune. Come avevamo già riportato su queste pagine, il garante della regione Lazio Stefano Anastasìa aveva definito l’introduzione di questa misura durante “la crisi attuale delle carceri” un atto da irresponsabili. Le voci che si aggiungono adesso sono molte di più, e arrivano dall’intera penisola. La Camera deve ancora pronunciarsi. Il voto definitivo è previsto venerdì. Quello che chiedono in tanti, da associazioni, garanti e penalisti, è che almeno l’articolo 15 venga stralciato dal testo. Non come atto di difesa dei detenuti contro lo Stato e i suoi agenti, ma come atto di difesa dello Stato di diritto contro sé stesso. Carcere e decreto sicurezza, l’associazione Yairaiha scrive a Sergio Mattarella parmatoday.it, 23 aprile 2026 “Il decreto ha profili fortemente critici”. L’associazione Yairaiha, che si è occupata anche di diversi casi di detenuti reclusi nel carcere di via Burla di Parma, ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Nel corso di questi anni abbiamo potuto osservare come gli interventi normativi che incidono su contesti già caratterizzati da una forte limitazione della libertà - come quello penitenziario o quello che riguarda la condizione delle persone straniere - producano effetti concreti e profondi sulla possibilità reale di esercitare i diritti, spesso ben oltre quanto emerge sul piano formale delle norme”. La lettera Le scriviamo come Associazione Yairaiha in relazione al decreto sicurezza attualmente in fase di conversione, nella consapevolezza della delicatezza del momento istituzionale e del ruolo che la Sua funzione riveste nella tutela dell’equilibrio tra poteri e diritti. La presente non nasce da una valutazione astratta, ma da un’esperienza concreta maturata in vent’anni di attività accanto a persone detenute, familiari e cittadini, e da un costante lavoro di analisi, confronto e approfondimento sui temi della libertà personale, del giusto processo e della tutela dei diritti fondamentali. Nel corso di questi anni abbiamo potuto osservare come gli interventi normativi che incidono su contesti già caratterizzati da una forte limitazione della libertà - come quello penitenziario o quello che riguarda la condizione delle persone straniere - producano effetti concreti e profondi sulla possibilità reale di esercitare i diritti, spesso ben oltre quanto emerge sul piano formale delle norme. Il decreto in esame, considerato nella sua interezza, presenta profili che riteniamo fortemente critici e meritevoli di particolare attenzione. Non si tratta soltanto di singole disposizioni, ma della logica complessiva che lo attraversa, orientata ad anticipare l’intervento pubblico e ad ampliare gli strumenti di prevenzione e controllo anche in assenza di un accertamento giudiziale. Questa impostazione - che si manifesta, tra l’altro, nelle misure di fermo preventivo, nelle limitazioni alla partecipazione a manifestazioni pubbliche e nell’estensione dei poteri amministrativi di controllo - segna, a nostro avviso, uno spostamento significativo dal diritto penale del fatto a un modello fondato su valutazioni di pericolosità, con conseguenze rilevanti sul piano delle garanzie costituzionali. In tale contesto, uno dei profili più delicati riguarda l’introduzione di agenti sotto copertura all’interno degli istituti penitenziari. Il carcere rappresenta uno spazio in cui la libertà personale è già integralmente compressa e in cui le relazioni interpersonali non sono liberamente determinate. In un ambiente di questo tipo, l’inserimento di soggetti che operano sotto falsa identità non costituisce soltanto uno strumento investigativo, ma incide profondamente sulla dimensione relazionale e sul contesto in cui si formano le dichiarazioni e i comportamenti. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di particolare rilievo: il decreto prevede una causa di non punibilità per gli agenti operanti sotto copertura, consentendo loro, nell’ambito delle operazioni autorizzate, di porre in essere condotte che, al di fuori di tale contesto, costituirebbero reato. Si tratta di una previsione che amplia significativamente l’ambito di intervento dell’azione investigativa, introducendo uno spazio operativo in cui il confine tra osservazione e partecipazione diventa particolarmente sottile. Il rischio non è soltanto teorico: è quello che la raccolta di informazioni avvenga attraverso dinamiche relazionali alterate, in cui la fiducia - già fragile - diventa uno strumento di indagine, con effetti diretti sul diritto al silenzio e sul principio di non auto-incriminazione. Su questo punto, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha sviluppato principi particolarmente chiari e rigorosi. Nel caso Allan v. United Kingdom (Corte EDU, 2002, ricorso n. 48539/99 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-6001), la Corte ha esaminato il caso di un detenuto che, dopo aver esercitato il diritto al silenzio durante gli interrogatori, era stato avvicinato in carcere da un altro detenuto che agiva su istruzioni della polizia. Le conversazioni tra i due erano state registrate e successivamente utilizzate nel processo. La Corte ha ritenuto che tale modalità di acquisizione delle dichiarazioni violasse l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sottolineando che lo Stato aveva deliberatamente creato una situazione volta a ottenere informazioni aggirando le garanzie processuali. In particolare, è stato affermato che il diritto al silenzio e il principio di non auto-incriminazione non possono essere elusi attraverso strumenti indiretti o occulti. Un ulteriore limite è stato chiarito nella sentenza Teixeira de Castro v. Portugal (Corte EDU, 1998, ricorso n. 25829/94 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-58167), nella quale la Corte ha stabilito che si verifica una violazione del diritto a un processo equo quando l’intervento degli agenti non si limita a osservare un’attività criminale già in essere, ma contribuisce a determinarla o a provocarla. Da ciò deriva un principio fondamentale: lo Stato può utilizzare strumenti investigativi anche incisivi, ma non può creare o sollecitare la condotta che intende reprimere, né aggirare le garanzie fondamentali del processo attraverso modalità indirette. Questo orientamento è stato ulteriormente sviluppato nella sentenza Ramanauskas v. Lithuania (Grande Camera, 2008, ricorso n. 74420/01 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-87422), nella quale la Corte ha chiarito che, in presenza di operazioni sotto copertura, spetta allo Stato dimostrare che la condotta criminale non sia stata indotta dall’azione degli agenti. Ulteriori pronunce, come Bykov v. Russia (Grande Camera, 2009, ricorso n. 4378/02 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-94089), Lisica v. Croatia (2010, ricorso n. 20100/06 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-100857) e Khan v. United Kingdom (2000, ricorso n. 35394/97 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-58827), confermano che l’uso di strumenti investigativi invasivi richiede limiti rigorosi e controlli effettivi, e che le modalità di acquisizione delle prove incidono direttamente sull’equità del processo. Trasportati nel contesto penitenziario, tali principi assumono un rilievo ancora maggiore, poiché il contesto stesso amplifica il rischio di pressione, influenza o condizionamento. Un secondo profilo riguarda il meccanismo che prevede un incentivo economico per gli avvocati nei casi di rimpatrio volontario. La criticità non riguarda la legittima remunerazione dell’attività professionale, ma il fatto che essa venga collegata a un esito specifico. Il diritto di difesa, tutelato dall’articolo 24 della Costituzione, si fonda sull’indipendenza del difensore e sulla libertà della persona assistita. Collegare l’attività difensiva a un incentivo economico legato a una determinata scelta rischia di introdurre un elemento di condizionamento nel rapporto fiduciario tra avvocato e assistito, alterando un equilibrio che è essenziale per l’effettività della difesa. Questa criticità appare ancora più rilevante se si considera che le persone coinvolte si trovano spesso in condizioni in cui la possibilità di autodeterminazione è già ridotta. Un ulteriore elemento di criticità riguarda le modifiche in materia di patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti di espulsione. Il superamento dell’accesso automatico al gratuito patrocinio e la sua subordinazione alla dimostrazione delle condizioni reddituali secondo criteri ordinari rischiano di tradursi, nella pratica, in una limitazione concreta dell’accesso alla difesa. Molte delle persone interessate non sono in grado di documentare la propria situazione economica: si tratta spesso di soggetti privi di reddito stabile, senza accesso a certificazioni ufficiali e talvolta privi degli stessi documenti necessari a dimostrare la propria condizione. Tale profilo deve essere valutato anche alla luce dei principi affermati dalla giurisprudenza costituzionale ed europea. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 254 del 2007 (https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2007&numero=254), ha ribadito che il diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione deve essere effettivo e concretamente esercitabile, e che il sistema del patrocinio a spese dello Stato non può essere Associazione Yairaiha strutturato in modo tale da rendere, di fatto, difficile o impraticabile l’accesso alla tutela giurisdizionale. Pur riferendosi a una fattispecie diversa, la pronuncia afferma un principio generale di particolare rilievo: il diritto di difesa non può essere svuotato attraverso requisiti che, nella realtà, risultino difficilmente o impossibili da soddisfare. In modo analogo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che il diritto di accesso alla giustizia deve essere concreto ed effettivo e non teorico o illusorio (Airey v. Ireland, 1979 - https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-57420), riconoscendo che, in determinate situazioni, l’assenza di assistenza legale può rendere impossibile l’esercizio dei diritti garantiti dalla Convenzione. Alla luce di tali principi, la previsione di requisiti che, nella concreta condizione delle persone interessate, risultino difficilmente soddisfabili - come nel caso della dimostrazione del reddito in assenza di documentazione - rischia di incidere sull’effettività del diritto di difesa, trasformandolo da diritto reale a garanzia solo formale. Nel loro insieme, queste misure sembrano delineare un modello di intervento che amplia i poteri di controllo e riduce gli spazi di tutela, sollevando seri dubbi in ordine alla loro compatibilità con i principi costituzionali. Non si tratta di negare le esigenze di sicurezza, ma di riaffermare che esse trovano la loro legittimazione nel rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Nel pieno rispetto delle prerogative della Sua funzione, riteniamo doveroso sottoporre alla Sua attenzione tali profili, nella convinzione che la tutela dei diritti fondamentali rappresenti un elemento essenziale dell’equilibrio costituzionale”. La scossa ignorata del referendum di Alessandro De Angelis La Stampa, 23 aprile 2026 Il festival della confusione a destra e a sinistra la fiera delle ambizioni, a un mese dalla scossa nessuno mette in pista una vera iniziativa politica. Volendo fare un bilancio, a un mese esatto dalla grande scossa referendaria dello scorso 23 marzo, si potrebbe dire, con linguaggio d’antan, che la fase è oggettivamente cambiata, come ricadute e clima. Lo è meno però, soggettivamente, come capacità degli uni e degli altri - ben al di là degli umori di depressione o euforia - di mettere in campo una vera iniziativa politica, come risposta o in scia alla scossa. Da un lato è il “festival della confusione”, ben rappresentato dal pasticcio di un decreto per correggere il decreto. E ci risiamo con le norme bandiera e con la narrazione securitaria. Dai rave in poi, finora ha prodotto solo una valanga di nuovi reati. Insomma, il “dopo” referendum assomiglia tanto al prima. L’agenda non è affatto cambiata in quanto a primato del messaggio identitario sulla visione di governo. E infatti, a completare il quadro, i titoli li dà Ignazio La Russa col solito spartito alla vigilia del 25 aprile, più che l’annunciato pacchetto di misure, al momento un po’ scarico, in vista del Primo Maggio per affrontare la vera emergenza nazionale, resa più urgente dalla congiuntura internazionale: non l’immigrazione, ma i bassi salari e la crescita inesistente, recepita da un austero Dfp. Dall’altro è la “fiera delle ambizioni”. L’unica discussione prodotta, poi sgonfiatasi, è stata sulle primarie o sul metodo per scegliere il “chi guida”. E, come se si fosse già vinto, è partita la competizione tra i vari leader del campo largo, ognuno con la sua personale campagna intra-moenia. Tutti insieme solo alle parate ufficiali, come alla festa della Polizia per la prima volta in questi anni, altro segnale di ebbrezza da governo imminente. Anche qui, il “dopo” che assomiglia tanto al prima, in tutto, se non nel tasso di euforia. L’uno, Giuseppe Conte si promuove, con un libro stampato per l’occasione, dove re-indossa la presidenzial pochette. L’altra, Elly Schlein lancia una “piazza per la pace” per fare titolo (a proposito, che fine ha fatto?) e si promuove al vertice del Pse a Barcellona, dove stavolta non era in un panel collettivo, ma al posto d’onore prima del discorso di Pedro Sanchez. E poi, per i giornali patinati, c’è l’ambizione no limits di Silvia Salis. Non c’è che dire: tempi da record olimpico per sognarsi a palazzo Chigi, a soli dieci mesi dalla sua elezione a sindaco di Genova. Qui, se possibile, siamo oltre la politica, anzi siamo all’idea tutta antipolitica di una leadership che si costruisce sulla popolarità mediatica e sui like. Al suo posto dei contenuti c’è una sceneggiatura in posa, tra scarpe costose e occhiali fashion indossati durante un concerto tecno, sgambate alla maratona cittadina e una copertina di Vanity Fair, con l’aria di chi si ama e si compiace. L’elemento di simmetria, in entrambi gli schieramenti, è l’assenza di una riflessione sul “che fare”, che muova proprio dall’elemento strutturale del cambio di fase: l’incrinarsi, in Europa, dell’onda sovranista come reazione al trumpismo. Giorgia Meloni, spiazzata e paralizzata, è stata letteralmente salvata dal Santo Padre nel dopo-voto. La scomunica di Trump al Pontefice, che l’ha costretta a una presa di distanza costatale a sua volta un’altra scomunica, è stata la sua benedizione cui si è aggiunta, come benedizione aggiuntiva, l’indecente insulto del megafono del Cremlino, peraltro proprio mentre in Italia da Salvini a Conte a pezzi di Confindustria si ricominciava a parlare di gas russo. Manna dal cielo in un mondo sotto choc, che consentono di apparire distante dagli Stati Uniti e in contrasto coi russi. E che potrebbero avere un effetto liberatorio rispetto all’ossessione del famoso ponte (ormai franato), determinata proprio dal timore di una reprimenda trumpiana. Ecco, ora Giorgia Meloni è al bivio, tra barcamenarsi, in nome di quella coerenza per cui cambiare è un po’tradire o trasformare ciò che è stato subìto in “svolta”: dopo l’abbraccio con Macron, ricalibrare sul “sovranismo europeo” la bussola politico-sentimentale per un mondo che vive lo strappo con l’angoscia della perdita di un pezzo di sé. E quanto pesi la trappola identitaria lo si è visto proprio sul decreto sicurezza. Se ci fosse una alternativa in fieri, coglierebbe l’attimo rispetto a un quadro di sfarinamento che, dalla macro-storia, si riverbera dentro una maggioranza ove si capisce che il bastone del comando, pur non essendo in discussione, è meno saldo di prima, soprattutto sulla via che conduce a Cologno Monzese. E invece, in mezzo a tante sedute spiritiche sull’Ulivo, sfugge l’essenziale. Che quella fu una costruzione politica, attorno a un’idea di paese, figlia di rotture e, anche qui, di “svolte” dentro i partiti che ne diedero vita. Non dell’inerzia declamatoria di leader che, un mese dopo il voto, ancora non si sono visti in una stanza buttare giù qualche idea su un foglio. Vale anche per loro: le elezioni si giocano sul dossier internazionale - compresa la rimossa questione Ucraina - e sulla crisi economica. A differenza del referendum non basta un “no”. Decreto sicurezza, ok fiducia alla Camera: ecco cosa cambia per la giustizia di Laura Biarella Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2026 Il governo ha posto la questione di fiducia alla Camera sul testo di conversione in legge, che prosegue nell’esame per l’approvazione definitiva. Tiene banco la vicenda dell’articolo 30-bis introdotto al Senato che coinvolge l’avvocatura nei rimpatri volontari, e a cui il Governo intende rimediare con un decreto-legge. La Camera dei deputati, nella serata del 22 aprile, ha approvato la fiducia, con 203 sì e 117 no, al testo del d.d.l. di conversione del decreto-legge n. 23 del 2026 (Atto Camera n. 2886), che reca “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale”. La Camera dà il via libera alla fiducia, blindatura del testo - Il governo, per blindare il testo già modificato dal Senato ed evitare un ulteriore rimbalzo parlamentare, ha posto la questione di fiducia, che Montecitorio ha accordato. Il provvedimento, che porta la firma del ministro dell’Interno, è un testo articolato e polifonico: abbraccia la sicurezza urbana, le norme penali e processuali, il riordino dei corpi di polizia e le politiche migratorie. Le disposizioni che incidono sul settore giustizia suscitano il dibattito più acceso tra operatori del diritto e addetti ai lavori. Annotazione preliminare, nuova via per tutelare chi agisce per legittima difesa - La novità processuale di maggior rilievo sistematico è senza dubbio quella introdotta dall’articolo 12, che rivoluziona le modalità di iscrizione delle notizie di reato nei casi in cui sia evidente la presenza di una causa di giustificazione, come legittima difesa, stato di necessità, adempimento di un dovere. Fino a oggi chiunque fosse coinvolto in un fatto tipicamente previsto come reato, anche in presenza di un’evidente scriminante, veniva iscritto nel registro delle notizie di reato con le forme ordinarie, con tutto il corredo stigmatizzante che ne consegue. Con la nuova disciplina il P.M. che si trovi di fronte a un fatto per cui “appare evidente” la presenza di una causa di giustificazione non procede con l’iscrizione ordinaria nel famigerato “modello 21”, ma adotta una “annotazione preliminare” in un registro separato. La ratio è spiegata dalla relazione illustrativa: evitare “l’effetto stigmatizzante che oggi è riconnesso all’iscrizione nel registro degli indagati” per situazioni in cui la giustificazione del comportamento emerge fin dall’inizio. Si pensi all’agente di polizia che utilizza la forza nell’esercizio delle proprie funzioni, oppure al privato cittadino che reagisce a un’aggressione: in queste ipotesi l’iscrizione nel registro degli indagati era vissuta come una doppia punizione. Il nuovo strumento introduce termini stringenti per il P.M.: se non occorrono ulteriori accertamenti deve assumere le determinazioni sull’archiviazione entro 30 giorni dall’annotazione; se invece dispone accertamenti ulteriori deve concluderli entro 120 giorni. Una timeline che mira a impedire che il nuovo istituto si trasformi in un espediente per diluire i procedimenti. L’articolo 13, complementare, fissa in 60 giorni il termine entro cui il Ministero della giustizia dovrà adeguare il registro delle notizie di reato al nuovo modello. Operazioni sotto copertura anche nelle carceri - Ulteriore intervento di rilievo è quello dell’articolo 15, che estende le operazioni sotto copertura agli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria. Fino a oggi questa prerogativa era riservata alle strutture specializzate di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di finanza. Ora anche il Nucleo Investigativo Centrale (NIC) della polizia penitenziaria potrà condurre operazioni sotto copertura, senza quindi incorrere in responsabilità penale per le condotte compiute, per acquisire elementi di prova in relazione a specifici reati commessi in ambito carcerario: dalle rivolte con finalità intimidatorie, al terrorismo, alla corruzione di pubblici ufficiali, al traffico di stupefacenti, fino agli atti sessuali con minorenne e alla tortura. L’opzione replica all’esigenza di dotare l’amministrazione penitenziaria di strumenti investigativi adatti a contrastare fenomeni criminosi che proliferano all’interno degli istituti di pena, dai traffici di droga alle minacce del crimine organizzato. Permessi penitenziari, coltelli e sicurezza urbana - L’articolo 16 interviene sui permessi di necessità previsti dall’ordinamento penitenziario, introducendo un più stringente coinvolgimento del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica nella concessione dei permessi ai detenuti per reati di terrorismo. La misura replica alle preoccupazioni collegate alla gestione di soggetti ad alta pericolosità al di fuori del circuito detentivo. Sul fronte del diritto penale sostanziale l’articolo 1 introduce un nuovo delitto per il porto ingiustificato di lame: chiunque porti fuori dalla propria abitazione, senza giustificato motivo, uno strumento con lama affilata o appuntita superiore agli otto centimetri, o una lama pieghevole di almeno cinque centimetri apribile con una sola mano o dotata di meccanismo di blocco, commette un reato punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, non più una semplice contravvenzione. L’elenco degli oggetti vietati si amplia con coltelli a scatto, a farfalla e oggetti camuffati. Prevista anche la confisca obbligatoria e, in caso di minori coinvolti, sanzioni pecuniarie a carico dei genitori. L’articolo 4 potenzia il sistema delle “zone a vigilanza rafforzata” e del Daspo urbano, estendendo il divieto di accesso ai centri urbani e introducendo la possibilità di arresto in flagranza differita per i danneggiamenti commessi durante manifestazioni pubbliche, risposta alle violenze che hanno caratterizzato alcuni cortei di piazza negli ultimi anni. L’articolo 3 inasprisce le pene per il furto con destrezza e la rapina commessa da gruppi organizzati, con un chiaro obiettivo deterrente nei confronti di bande specializzate nel borseggio nei trasporti pubblici. La vicenda dell’articolo 30-bis, quando l’avvocatura entra nei rimpatri - Tra tutti gli articoli del decreto, quello che ha scatenato la più accesa polemica è il 30-bis, introdotto non nel testo originario del decreto-legge, bensì aggiunto durante l’esame al Senato, e quindi non suscettibile di ulteriori modifiche a Montecitorio, stante la posizione della fiducia. La disposizione interviene sull’articolo 14-ter del Testo unico sull’immigrazione, che disciplina i programmi di rimpatrio volontario e assistito, e compie uno step inedito: inserisce il Consiglio Nazionale Forense, l’organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura italiana, tra i player che collaborano col Ministero dell’interno nell’attuazione di tali programmi. Non solo. La norma prevede che il d.m. sulle linee guida dei rimpatri fissi anche i criteri per la corresponsione di un compenso ai singoli avvocati che abbiano assistito il cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di adesione al programma di rimpatrio volontario. Il compenso, erogato dal Consiglio Nazionale Forense, è parametrato al contributo economico per le prime esigenze previsto dalla normativa vigente, e viene corrisposto solo a partenza avvenuta. È proprio quest’ultimo dettaglio che è finita sotto la lente del Quirinale, al contempo sollevando un vespaio di polemiche nell’avvocatura. L’obiezione di fondo è di natura deontologica: il legale, nel nostro ordinamento, è il difensore degli interessi del suo assistito. Condizionare il compenso dell’avvocato all’effettiva partenza del cliente straniero rischia di creare un conflitto di interesse strutturale, spingendo il professionista a favorire l’esito del rimpatrio piuttosto che a valutare compiutamente le opzioni di permanenza legale nel territorio nazionale. In sostanza: il legale verrebbe economicamente incentivato a convincere il proprio cliente ad andarsene. La platea critica si è ampliata pure a chi ha contestato il metodo, l’inserimento al Senato, con la fiducia che ne ha blindato il contenuto, oltre che il merito. La norma, con la sua copertura finanziaria di 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro annui per il biennio successivo, resta uno dei punti più controversi dell’intero provvedimento, cui il Governo si è impegnato a porre rimedio “istantaneo”. Dopo il voto finale dell’aula di Montecitorio il Consiglio dei ministri si riunirà, infatti, per varare un nuovo decreto-legge a correzione della norma sugli incentivi ai rimpatri. Fiducia al decreto fantasma di Michele Gambirasi Il Manifesto, 23 aprile 2026 Nel governo gli uffici tecnici sono tutti al lavoro per scrivere il decreto correttivo che modificherà l’articolo sugli avvocati pagati per i rimpatri assistiti. La soluzione non è lineare, e tra la formula da trovare e le coperture necessarie anche le ultime curve sono faticose, mentre il decreto ha ricevuto la fiducia in Parlamento. Il Governo ha annunciato che licenzierà il decreto venerdì mattina, all’esito della votazione finale alla Camera che darà l’ultimo via libera al testo di conversione con dentro l’articolo manifestamente incostituzionale. Pare addirittura che la riunione si terrà nella stanza del governo di Montecitorio, e non a Palazzo Chigi. Ma rimane il cavillo che fa scervellare i tecnici da ore: come si legifera su un provvedimento non ancora in vigore? Prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale, la legge tecnicamente ancora non esiste. C’è la formula del “salvo intese” o della “via preliminare”: l’obiettivo è comunque portare al Colle i due testi contemporaneamente per illustrare l’avvenuta modifica, così che vengano firmati consequenzialmente. Nei casi precedenti comunque le edizioni della Gazzetta ufficiale con provvedimenti di questo tipo recavano sempre la data del giorno successivo: quale sarà la soluzione in questo caso (dove non si parla di esercizi provvisori o potenziale danno erariale, ma di rilievi costituzionali) lo scoprirà la stregoneria del diritto al tempo del governo Meloni. Poi andrà convertito anche il decreto correttivo entro sessanta giorni, altrimenti decadrà e si ritornerà all’articolo incostituzionale. Il secondo nodo sono le coperture: l’emendamento stanziava poco più di un milione di euro da qui al 2028, pensati per 800 rimpatri assistiti l’anno. Ora che il compenso verrà predisposto non solo a esito felice della procedura, e non solo agli avvocati (la platea delle figure sarà estesa e sarà espunto il riferimento al Consiglio nazionale forense) va da sé che si esauriranno molto prima. Ieri il ministro dell’Economia Giorgetti ha confermato che la Ragioneria è “al lavoro” e che l’esito sarà “rigoroso e serio”. A quel milione e più (cifre comunque non elevate) aveva già dato parere negativo la commissione Bilancio del Senato, ora ai tecnici del Tesoro il gravoso compito è arrivato proprio mentre erano impegnati nella stesura del Dfp. Tra le opposizioni c’è già chi ragiona su quello che potrà accadere. Il centrodestra per anni ha marciato contro il “business dell’immigrazione”, ora rischia di nascere “il business della remigrazione”. Nella maggioranza, al contrario, una delle priorità ora è ricucire lo strappo con il mondo dell’avvocatura dopo una settimana di fuoco che ha cancellato la luna di miele della campagna referendaria. Da ieri nelle commissioni è ripreso l’esame della legge ordinamentale forense. A ieri sera, il lavoro sul decreto ancora procedeva e una formula definitiva non era stata trovata, mentre dal Quirinale rimane alta l’attenzione. Il ministro della Giustizia Nordio ha assicurato “una soluzione soddisfacente per tutti”, e si è messo al riparo dall’errore: “Non è stata via Arenula che ha elaborato questi testi”. Il titolare del Viminale Piantedosi ha difeso ancora la norma: “Mantiene l’utilità e la nobiltà che volevamo conferirle”. Prima di tutto ci sarà però l’ultima maratona parlamentare. Ieri sera la Camera ha approvato la fiducia con 203 Sì e l’astensione dei soli deputati del Svp tirolese. Dopo è iniziata la discussione degli ordini del giorno, 148 in totale. Ogni deputato ha a disposizione 8 minuti per illustrarlo, e ci sono anche le dichiarazioni di voto individuali: la previsione è un’unica seduta fiume fino all’ok definitivo venerdì intorno all’ora di pranzo. “State costringendo gli avvocati a commettere due reati: patrocinio infedele e corruzione. Come fa la presidente del Consiglio a dire che questa è una soluzione di buonsenso? Ma è così smarrita, è così confusa dopo la sveglia referendaria da dire queste stupidaggini in libertà?”, ha attaccato ieri Giuseppe Conte. “È un ulteriore decreto di propaganda sulla sicurezza che, come gli altri, non migliora la vita dei cittadini. A questo hanno aggiunto un clamoroso pasticcio istituzionale”, ha detto la segretaria dem Elly Schlein. Dl sicurezza, l’idea di svuotare la norma e lasciarla sul binario morto di Concetto Vecchio e Alessandra Ziniti La Repubblica, 23 aprile 2026 La concreta esecuzione dell’articolo sull’incentivo, una volta modificato, verrebbe demandata a un successivo decreto attuativo. Svuotare l’articolo sull’incentivo da 615 euro per gli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari dei loro assistiti. Metterlo su un binario morto, di fatto. Come? Cambiando sì la norma incriminata - il famigerato articolo 30 bis contenuto nel decreto sicurezza che da una settimana agita la politica italiana - ma demandandone la concreta esecuzione a un successivo decreto attuativo. Una mossa che scongiurerebbe la necessità di prevedere delle coperture economiche per il rimpatrio dei migranti. E che sterilizzerebbe quindi gli effetti del provvedimento. È questa l’ipotesi che si sta profilando, quando mancano 48 ore alla scadenza del decreto sicurezza. Va approvato a Montecitorio definitivamente entro sabato, 25 aprile. Il Quirinale ha fatto chiaramente intendere di non voler avallare la norma sui rimpatri, che anche molti giuristi ritengono incostituzionale. Da qui la soluzione, concordata in numerose interlocuzioni, seguite all’incontro di lunedì scorso tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il sottosegretario a palazzo Chigi Alfredo Mantovano, di approvare il decreto sicurezza, venerdì mattina, e subito dopo, in un consiglio dei ministri fissato a Montecitorio, varare un nuovo decreto che corregge, e sostituisce, l’articolo 30 bis. E a quel punto la firma del Quirinale dovrebbe arrivare contestualmente, sui due decreti, che finirebbero in Gazzetta ufficiale insieme. Dopo le proteste di avvocati, costituzionalisti e opposizioni - il compenso all’avvocato era riconosciuto al legale all’esito della partenza dello straniero, sancendo così una premialità da parte dello Stato alla funzione difensiva - si è deciso di estendere la platea di chi può assistere i migranti anche a Ong, partner del Viminale, cooperative, operatori dei centri di assistenza. Tutti queste figure, oltre all’avvocato, possono così favorire la procedura del rimpatrio. L’altra correzione è che la ricompensa all’avvocato arriverà anche nel caso che il migrante decidesse, all’ultimo, di non voler partire più. Questo nuovo testo però, al momento, non è arrivato al Quirinale. Ma questo sarebbe il percorso individuato. Che reca, in linea teorica, un rischio, paventato ieri in aula dal segretario di +Europa, Riccardo Magi, ovvero che “il decreto bis” possa essere anche fatto decadere. Mantenendo così in vita una norma anticostituzionale. Il lavoro degli uffici legislativi sul decreto bis si è arenato sulle coperture finanziarie necessarie a fronte dell’inevitabile allargamento della platea delle figure la cui opera per spingere i rimpatri volontari assistita sarebbe ricompensata con un incentivo, per altro non più legato all’effettivo ritorno in patria del migrante. Non più solo avvocati, dunque, ma operatori di Ong o associazioni partner del ministero dell’Interno, dipendenti di centri di accoglienza. Tutte figure che già adesso sono potenzialmente partecipi di questo percorso gestito da personale dell’Oim,l’organizzazione internazionale delle migrazioni dell’Onu. La loro opera di intermediazione e affiancamento nell’iter di rimpatrio volontario dell’immigrato irregolare viene già retribuita con il programma finanziato da fondi europei e, in parte minore, da fondi nazionali. La strategia del governo di incentivare il ricorso ai rimpatri volontari, prevedendo un compenso ad hoc per gli avvocati chiamati ad assistere migranti irregolari o espulsi, comportava dunque un esborso aggiuntivo che, con l’allargamento della platea dei possibili intermediari, sarebbe lievitato a cifre per altro difficilmente quantificabili. Nel 2025 in Italia (fanalino di coda in Ue) solo 675 persone hanno deciso di tornare a casa volontariamente, troppo poche per il governo che vorrebbe arrivare almeno a 2.000 l’anno. Avvocati al servizio del Governo contro i migranti, così si calpesta la Costituzione di Gianfranco Schiavone L’Unità, 23 aprile 2026 L’emendamento della destra è un colpo all’autonomia degli avvocati e al diritto di difesa. È l’esercizio corretto della professione forense che permette l’attuazione dell’art.24 della Carta: “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”. Con l’emendamento n. 30.0.3000 presentato il 18.4.26 dalla destra e votato dal Senato è stato introdotto un art. 30-bis al cosiddetto decreto legge sicurezza che, modificando l’art. 14-ter d.lgs. 286/98, prevede il riconoscimento di un compenso di € 615,00 all’avvocato che difende un cittadino straniero avverso un provvedimento di espulsione se tale avvocato contribuisce effettivamente al rimpatrio della persona straniera ovvero “ad esito della partenza dello straniero”. Qual è il ruolo di un avvocato nel nostro ordinamento? Può apparire una domanda banale di cui tutti conosciamo la risposta, ma l’ultima sconcertante proposta del Governo, votata dal Senato e ora all’esame della Camera rende necessaria una riflessione su questioni apparentemente scontate. Nella legge 31 dicembre 2012, n. 247, come modificata dalla L. 21 febbraio 2025, n. 15 relativa all’ordinamento della professione forense all’articolo 2 l’avvocato è definito come un “libero professionista che, in libertà, autonomia e indipendenza (…) ha la funzione di garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti” (c.2). L’avvocato presta prevalentemente attività di difesa nei giudizi davanti a tutti gli organi giurisdizionali ma può anche svolgere un’attività professionale di consulenza legale e di assistenza legale stragiudiziale se connessa all’attività giurisdizionale. In ogni caso, sempre “l’esercizio dell’attività di avvocato deve essere fondato sull’autonomia e sulla indipendenza dell’azione professionale e del giudizio intellettuale” (art.3). L’esercizio corretto della professione di avvocato permette di dare attuazione al fondamentale principio costituzionale sancito all’art.24 della Costituzione che prevede che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. (c.1) La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento” (c.2) nonché dell’art. 113 Cost che prevede che “contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa” (c.1). Il ruolo che il Governo tramite l’emendamento citato vorrebbe attribuire agli avvocati, anche tramite una collaborazione con il Consiglio Nazionale Forense, è compatibile con il ruolo e la finalità della funzione dell’avvocato nel nostro ordinamento? Mi sembra evidente che si debba rispondere sicuramente di no per ragioni che chiunque può ben comprendere al di là di tecnicismi: il cuore della questione risiede infatti nell’indipendenza dell’azione professionale e nell’autonomia di giudizio che impongono all’avvocato di operare, in piena autonomia, la scelta più adeguata per la persona assistita e non già la volontà della controparte. Se dunque un avvocato assiste un cittadino straniero nella difesa avverso un provvedimento di espulsione può certamente proporre al suo cliente di aderire a un programma di rientro volontario se, nel concreto caso che sta assistendo, ritiene che questa sia la scelta più adatta per la persona (cui spetta comunque la decisione finale). Qualunque difensore sa che situazioni in cui si può serenamente valutare che il rientro nel proprio paese sia la scelta migliore per il cliente, esistono, ma il tutto deve rimanere nell’ambito di un rapporto libero tra il difensore e la persona assistita all’interno del quale non può esserci spazio per una grave ed indebita interferenza dell’Amministrazione che ha emanato il provvedimento di allontanamento e che, dalla sua posizione di controparte, sussurra all’orecchio dell’avvocato “se mi aiuti a mandarlo via e ci riusciamo insieme, ti pago”. Come ha giustamente fatto osservare l’Associazione Nazionale Magistrati, nel suo comunicato del 18 aprile, il riconoscimento di un incentivo economico connesso all’esito positivo del rimpatrio volontario “contrasta con l’idea stessa di difesa, perché collega il premio all’insuccesso della strategia difensiva, in contrasto con la logica, prima che con il diritto. In ogni ambito il diritto di difesa deve rimanere pieno, libero e concretamente accessibile. Senza essere piegato a logiche diverse”. Quanto voluto dal Governo italiano in carica e tristemente votato da un ramo del Parlamento umiliato nelle sue funzioni, è dunque un attacco diretto e inaudito a uno dei principi fondamentali dello stato di diritto ovvero il diritto alla difesa effettiva che necessita per poter esistere, di una professione forense esercitata in piena autonomia e indipendenza di giudizio e non già di un avvocato esecutore di quanto vuole la controparte. La premier Meloni, indubbiamente abile nel giocare con le parole ha dichiarato di “non aver capito” le ragioni dello scalpore sollevato e conferma che il governo intende sostenere il lavoro del professionista che assiste il migrante nel caso aderisca alla proposta di rimpatrio volontario. La confusione è però totale: ciò che il Governo vuole introdurre non ha nulla a che fare con l’assistenza tecnica di cui sopra, ma si tratterebbe di un inammissibile premio per il conseguimento dell’obiettivo realizzato dall’avvocato che lavora di fatto per il Governo. Sento dunque che si vocifera in queste ore di soluzioni bizzarre, come l’emanazione di un decreto legge correttivo che andrebbe a sanare il folle emendamento che è stato votato senza causare la decadenza dell’intero decreto legge (la modifica alla Camera imporrebbe infatti tempi troppo stretti per la seconda lettura al Senato). Se questa sarà la soluzione si tratta di una toppa peggio del buco che rende veramente ridicola la situazione di un Governo così inadeguato da avere pochi precedenti nella storia, pur tormentata, della Repubblica. L’altro buco: niente condanne né multe per le manifestazioni non autorizzate di Mario Di Vito Il Manifesto, 23 aprile 2026 C’è un altro buco nel decreto sicurezza che faticosamente sta compiendo il suo iter parlamentare. Lo ha mostrato ieri la giudice di Genova Lucrezia Novaro, che nel prendere atto che l’articolo 18 del Tulps (la manifestazione non preavvisata alla questura) non è più un reato ma un illecito amministrativo, non solo ha disposto il non luogo a procedere nei confronti di cinque anarchici accusati di aver promosso un corteo per Alfredo Cospito nel febbraio del 2023, ma poi non ha trasmesso gli atti alla prefettura, competente per l’erogazione delle sanzioni amministrative, perché non esiste una specifica norma transitoria che preveda la retroattività della multa per i fatti avvenuti prima dell’entrata in vigore del decreto (il 24 febbraio scorso). Da qui la non punibilità degli imputati, difesi dagli avvocati Emanuele Tambuscio, Pietro Serracchieri e Fabio Sommovigo. Non da oggi, nei suoi ormai numerosissimi provvedimenti in materia di sicurezza, il governo sta cercando di spostare le questioni di piazza dal penale all’amministrativo, con la speranza di produrre effetti deterrenti. Del resto, i processi per fatti come le manifestazioni non autorizzate sono rarissimi e le condanne (quando arrivano) sono sempre state per lo più di lieve entità. Con le multe (in questo caso da 1.000 a 10.000 euro) il discorso cambia non poco, perché eventuali ricorsi vanno discussi in sede di tribunale amministrativo. Significa, tra le altre cose, che gli avvocati non possono lavorare come al solito, cioè non possono andare in procura a chiedere di vedere gli atti dell’inchiesta per il semplice fatto che potrebbe non esserci alcuna inchiesta e dunque nessun atto da mostrare. Un fatto che, peraltro, può avere effetti imprevisti: le manifestazioni non preavvisate, ad esempio, non possono più essere usate come base per provvedimenti di polizia come i fogli di via, i divieti e gli obblighi di dimora, perché si tratta di sanzioni erogabili solo in presenza di molteplici delitti. Non di violazioni amministrative. Questa è, tra le altre cose, la base dei ricorsi presentati dagli legali degli anarchici che, nonostante il divieto della questura, il 29 marzo scorso hanno deciso di andare lo stesso al parco degli Acquedotti di Roma per commemorare Sara Ardizzone e Sandro Mercogliano, uccisi una settimana prima dallo scoppio di un ordigno che loro stessi stavano preparando in una cascina abbandonata. Per molti dei fermati sono arrivati i fogli di via. Che potrebbero essere dunque atti illegittimi. Lo spostamento di tante questioni dal giudiziario al poliziesco, con l’attribuzione di poteri sempre maggiori alle forze dell’ordine e la diminuzione dei controlli da parte della magistratura, spesso e volentieri va a sbattere col codice di procedura penale. Con conseguente caos organizzativo. E sentenze che possono solo prendere atto delle mancanze incredibilmente ignorate dagli estensori delle nuove leggi. Decreti a raffica. Ma davvero c’era l’urgenza di un nuovo dl Sicurezza? di Giacomo Puletti Il Dubbio, 23 aprile 2026 “Casi straordinari di necessità e urgenza” è una dicitura che va imparata a memoria in qualsiasi corso universitario di diritto parlamentare, pena l’immediata bocciatura. È infatti parte dell’articolo 77 della Costituzione, quello che disciplina i decreti legge, pensati come strumento attraverso il quale l’esecutivo, rapidamente, può far approvare una norma senza aspettare i tempi solitamente necessari al Parlamento. Ma proprio perché il nostro Paese è una repubblica parlamentare e non presidenziale, i decreti legge furono pensati dai Costituenti solo come eccezioni, rarità, da utilizzare, appunto, “in casi straordinari di necessità e urgenza”. Eppure quasi da subito si è assistito a un abuso della decretazione d’urgenza, come più volte ribadito sia da diversi presidenti della Repubblica, da Napolitano a Mattarella, e riconosciuti dagli stessi protagonista della nostra vita politica. Nella prima legislatura il governo De Gasperi emanò solo 29 decreti, mentre in questa legislatura sono praticamente già decuplicati, arrivando a 127. Ma già nella seconda legislatura i decreti raddoppiarono e furono 124 nella sesta legislatura. Se il culmine si è avuto nella dodicesima legislatura, quella post terremoto di Tangentopoli con 669 decreti legge, la differenza da allora a oggi è che negli ultimi 30 anni gli addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del problema, non riuscendo tuttavia a porre un argine alla decretazione d’urgenza. E così si arriva ai decreti Sicurezza di oggi, quelli del governo gialloverde prima e quelli del governo Meloni poi, di cui l’ultimo in discussione ieri in Parlamento. Inserendo peraltro nei testi la qualunque, dai coltelli in uso tra i giovani alle norme per pagare gli avvocati che riescono a portare a buon fine un rimpatrio volontario di un migrante. Con buona pace dei ripetuti richiami del Colle, a conti fatti inascoltati. In questa legislatura il tema emerse con chiarezza nel 2023, con due richiami da parte del Quirinale. All’epoca Mattarella aveva accompagnato la promulgazione del decreto “Milleproroghe” con una lunga lettera ai presidenti di Senato e Camera La Russa e Fontana in cui, nel pieno rispetto della loro autonomia costituzionale, lasciava intendere che da loro si aspettava passi concreti. Episodio ripetutosi pochi mesi dopo, quando il Quirinale ha sollecitato i presidenti dei due rami del Parlamento a prendere con decisione l’iniziativa contro l’ammissibilità degli emendamenti che trasformano le norme in decreti omnibus. La Russa e Fontana assicurarono a Mattarella la loro massima disponibilità al fine di evitare incidenti come quello per cui vennero convocati, quando l’allora “decreto bollette” era stato bloccato un attimo prima del voto finale e “ripulito” in tutta fretta di quattro emendamenti fuori contesto. Questa volta è toccato al decreto Sicurezza, con la tanto criticata norma sui compensi agli avvocati, che tuttavia, paradosso dei paradossi, non è stato modificato ma ha portato alla decisione di emanare un ulteriore decreto che sconfessa quello appena approvato. Il tutto in un contesto internazionale in continua evoluzione che si traduce in prezzi dei carburanti ancora molto alti e in una crisi energetica dalla quale stanno già scaturendo conseguenze economiche. È di ieri la notizia che Eurostat ha certificato il deficit dell’Italia al 3,1% nel 2025 e dunque il nostro Paese resta sotto procedura d’infrazione, sforando il 3% previsto dal Patto di Stabilità. “Non penso sia un fallimento del governo, ricordo che la previsione per il 2025 era 3,3% - ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - Noi abbiamo già fatto meglio delle previsioni del programma che avevamo presentato all’Europa e sotto questo aspetto abbiamo sovraperformato come al solito”. Negli stessi minuti il Senato approvava il decreto carburanti, questo sì un caso straordinario di necessità e urgenza. Ma quasi tutti gli altri, compreso il decreto Sicurezza? Il Colle spalle al muro sul dl Sicurezza: la strada rischiosa della firma di due testi di Daniela Preziosi Il Domani, 23 aprile 2026 Malumore al Quirinale, dove le leggi ormai arrivano senza verifiche. Il governo tira dritto, a rischio di uno scontro alla vigilia del 25 aprile. Un silenzio particolare, quelle nelle stanze del Quirinale in queste ore. Se l’impegno inderogabile di Sergio Mattarella, il suo imperativo categorico, è evitare ogni conflitto con Palazzo Chigi, stavolta, il silenzio del presidente e dei suoi collaboratori è una consegna ancora più stretta, visto che il conflitto con il Colle è apparso se non un obiettivo del decreto Sicurezza, almeno una questione bagattellare per il governo di Giorgia Meloni. Sui rilievi espressi da Mattarella, un ministro ha usato toni sprezzanti, ed è il caso di Matteo Salvini, che a quell’indirizzo ha detto “non mi stupisco più di nulla”. Un altro ha usato parole irrispettose, ed è Matteo Piantedosi, in aula: “Abbiamo preso atto di alcune sensibilità che sono state espresse”. Dal Quirinale, attraverso il colloquio con il sottosegretario Alfredo Mantovano, non sono arrivate “sensibilità”, ma indicazioni strettamente in linea con la Costituzione, che quel decreto viola all’articolo 24, che stabilisce che “la difesa è diritto inviolabile”, contro un testo che invece premia gli avvocati o altri “mediatori” che convincono i loro clienti al rimpatrio che piace alla destra. Più tardi il ministro dell’Interno infatti si è corretto. Il nuovo decreto, ha detto, è basato “sulle osservazioni che ci sono pervenute dal Quirinale”. La legge e il suo doppio - Ieri al Colle è salita la ministra dell’Università Annamaria Bernini con le rappresentanze dei presidenti degli enti di ricerca. Mattarella, nella giornata della Ricerca italiana nel mondo, ha invocato un sostegno “pieno” e ha chiosato che “a volte si ha l’impressione che l’espressione venga equivocata e che si tratti di diffondere i nostri ricercatori nel mondo”, dunque “è confortante che i nostri giovani vengano valorizzati purché questo non impoverisca il nostro tessuto di ricerca”. A parte gli impegni d’agenda, ieri il Quirinale è rimasto in attesa che il Parlamento portasse avanti l’iter del decreto Sicurezza. E che il governo decidesse che fare, anche se la strada del decreto ad hoc era segnata. L’ennesimo, peraltro (il 127esimo, contano le opposizioni), nonostante i tanti richiami a limitare la decretazione d’urgenza, tutti ignorati. Sembra ormai che Mattarella firmerà un decreto con passaggi in odore di incostituzionalità contestualmente al testo correttivo, in modo che i due provvedimenti vengano pubblicati nello stesso numero della Gazzetta ufficiale. Insomma, le norme incostituzionali non dovranno entrare in vigore neanche un minuto. Ma a ieri pomeriggio al Colle non erano arrivate indicazioni. La scusa del Senato - Tutta la vicenda resta sconcertante. A riavvolgere il film della settimana, lunedì il presidente del Senato Ignazio La Russa ha fatto sapere che non si poteva far tornare il testo a Palazzo Madama in terza lettura, escludendo dunque a priori la soluzione più lineare, quella di modificare il decreto alla Camera, dov’è in votazione, e poi farlo riapprovare dal Senato. I senatori, sarebbe il motivo, farebbero “il ponte” del 25 aprile, sarebbe difficile farli tornare a votare. Ma di ponti, sul calendario, non se ne vedono. A meno che non si intenda che i senatori fanno un grandissimo “ponte” a partire da oggi, giovedì. La motivazione, in sostanza, non sta in piedi. Tanto più che la soluzione del doppio decreto è veramente l’extrema ratio, e presuppone la certezza della successiva conversione del decreto correttivo. Un pasticcio, anche un rischio. C’è, sì, un precedente, che risale al 2006, secondo governo Prodi: nella Finanziaria fu introdotto un emendamento che cambiava la prescrizione per i reati contabili a carico di amministratori locali, l’emendamento Fuda, dal nome del senatore che introdusse il pasticcio. L’errore emerse quando la legge poteva più essere cambiata, e Romano Prodi decise di correggerla con un decreto. Giorgio Napolitano firmò i due provvedimenti a condizione che entrassero in vigore insieme. Domani, dopo il voto finale della Camera, dovrebbe riunirsi il Consiglio dei ministri, in gran fretta, nella sala del governo a Montecitorio, per varare il nuovo decreto, sempreché la maggioranza trovi una composizione interna. Il nuovo testo così potrà arrivare al traguardo del Colle insieme all’altro. Ma è una manovra audace, che ieri in aula le opposizioni hanno attaccato alzo zero. Nessuno ha tirato in ballo Mattarella, se non per accusare il governo di averlo “costretto all’imbarazzo”, come ha fatto Giuseppe Conte. Ma una parte delle opposizioni, a taccuini chiusi, si chiede perché il presidente non alzi una barriera davanti all’analfabetismo costituzionale del governo. Perché si spinga oltre il limite di avallare un testo palesemente incostituzionale. Peraltro dopo “consigli” già espressi al governo, che invece ha tirato dritto. Alla vigilia del 25 aprile, poi. Sembra una provocazione verso chi, dal più autorevole in giù, celebrerà la Costituzione nata dalla Liberazione. Ieri in molti sostenevano, citando il parere di alcuni costituzionalisti, che stavolta non dovrebbe firmare. L’ipotesi di accompagnare la firma con una lettera di rilievi non trova conferme. Ma fino a ieri il presidente risultava fermo sulle sue convinzioni, le stesse di sempre: crede nella sua funzione “terza”, l’opposto dell’idea della “coabitazione” con la destra, quella che le opposizioni spesso si aspettano. Non vuole concedere alibi al governo, né motivi per imbastire un conflitto fra istituzioni. Anche se è un fatto che tanta attenzione istituzionale è a senso unico: ormai al Colle arrivano le leggi senza che nessuno, una commissione, un ministro, ne abbia fatto una revisione, una verifica, spingendo la dialettica fra istituzioni verso una preoccupante patologia. Nordio alla Camera: no alla reintroduzione dell’abuso d’ufficio, più tutele per i cellulari di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2026 Per il Guardasigilli la questione Dl Sicurezza è ormai superata, gli obiettivi del Pnrr sono stati quasi raggiunti, ora si deve potenziare la mediazione come strumento deflattivo anche per attirare investimenti. Sul decreto sicurezza la situazione “sarà risolta ad horas con una soluzione soddisfacente per tutti”. “No”, invece, alla reintroduzione del reato di abuso di ufficio: “l’arsenale repressivo e preventivo dell’Italia è il più ricco di tutti”. E ancora, “non è una bestemmia parlare di modestia anche per le mazzette”, nel codice penale si parla di “tenuità o di modesta quantità persino della droga “. Sulla mediazione: “È nostra fermissima intenzione potenziare questo strumento deflattivo”. C’è poi un vulnus nella tutela dei dati personali nei telefonini: “mentre per le intercettazioni serve un’autorizzazione del Gip, per il sequestro del cellulare basta un provvedimento del PM: tutto questo è in contraddizione con la razionalità”. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio risponde al questione time della Camera e poi si ferma a parlare con i giornalisti che lo sollecitano sulla debacle del Dl Sicurezza. “Non è il Ministero della Giustizia che ha elaborato questi testi - commenta Nordio con riguardo alla contestata norma sugli incentivi agli avvocati per i rimpatri -. Sono materie di grande complessità, che qualche volta possono dare adito a dei malintesi. Quando ci sono questioni così complesse, c’è sempre la possibilità di polemiche, ma soprattutto c’è la necessità di rimedi e di composizioni che siano rapidi”. Sullo stato della giustizia civile, oggetto della interrogazione dell’on. Rosato, Nordio rivendica i risultati raggiunti nell’ambito del PNRR, sottolineando che gli obiettivi sono stati in gran parte centrati. I dati aggiornati a fine 2025 indicano una riduzione dell’arretrato civile superiore all’86% sia nei tribunali sia nelle corti d’appello. Un risultato attribuito soprattutto all’impegno della magistratura, ma anche alle misure organizzative adottate, tra cui la possibilità per i magistrati ultrasettantenni di restare in servizio fino a 75 anni. In questo quadro, il ministro ha ribadito la volontà del Governo di rafforzare la mediazione e gli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, ritenuti fondamentali per ridurre la durata dei processi civili. La lentezza della giustizia, ha ricordato, incide negativamente sull’economia, con un costo stimato intorno al 2% del Pil e un effetto deterrente sugli investimenti esteri. È già operativo un comitato tecnico-scientifico incaricato di monitorare l’efficienza del sistema e proporre interventi, mentre l’esecutivo si dice aperto a ulteriori contributi per potenziare le procedure conciliative. Tornando agli smartphone (interrogazione Pittalis), Nordio sottolinea come ormai questi strumenti racchiudano informazioni estremamente sensibili: dati sanitari, fiscali e contenuti di terzi. Da qui la contraddizione normativa: mentre le intercettazioni richiedono l’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, l’acquisizione di un telefono può avvenire anche su disposizione del pubblico ministero. Una situazione che, secondo il Ministro, rischia di entrare in conflitto con l’articolo 15 della Costituzione, che garantisce la libertà e la segretezza delle comunicazioni. Il Governo, aggiunge Nordio, segue con attenzione il dibattito parlamentare in corso e punta a rafforzare il ruolo dell’autorità giudiziaria nella tutela dei dati sensibili, pur senza compromettere l’efficacia delle indagini, in particolare contro criminalità organizzata e terrorismo. Infine, sulla normativa anticorruzione (interrogazione D’orso, Ascari, Cafiero De Raho e altri), Nordio ha difeso l’impianto attuale e l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio. Ha respinto le critiche sul linguaggio utilizzato nel dibattito politico, richiamando concetti giuridici consolidati come la “tenuità del fatto” o la “modesta quantità”, presenti nell’ordinamento. Nel merito, ha ribadito che l’Italia dispone di un sistema anticorruzione tra i più articolati in Europa, con numerose fattispecie penali che coprono diverse forme di illecito, dalla corruzione alla concussione fino alla turbativa d’asta. L’abuso d’ufficio è stato eliminato perché ritenuto privo dei requisiti di tipicità e con un tasso di condanne estremamente basso, tra l’1% e il 2% dei procedimenti. Una scelta che, secondo il Ministro, non indebolisce la tutela del bene giuridico, già garantita da un ampio arsenale normativo riconosciuto anche a livello europeo. Caso Moussa Diarra, i dubbi della gip: “Verificare la manipolazione dei filmati” di Angela Pederiva Il Gazzettino, 23 aprile 2026 Dal rifacimento della perizia balistica, all’acquisizione degli ordini di servizio, sono 12 gli approfondimenti investigativi ordinati dalla gip Livia Magri alla Procura di Verona per fare luce sulla morte del migrante. Dal rifacimento della perizia balistica, all’acquisizione degli ordini di servizio, sono 12 gli approfondimenti investigativi ordinati dalla gip Livia Magri alla Procura di Verona per fare luce sulla morte di Moussa Diarra. Ma il provvedimento con cui è stata respinta la richiesta di archiviazione del fascicolo per omicidio colposo, ed è stato disposto di indagare per depistaggio sia l’agente che sparò al richiedente asilo che un collega della Polfer, colpisce in particolare per la necessità di una consulenza tecnica informatica, “volta a verificare, tra le altre cose, eventuali manipolazioni, manomissioni, tagli nei filmati presenti in atti”. Il pesante sospetto che grava sull’inchiesta, infatti, è che nel fascicolo non siano state inserite le registrazioni cruciali sulla tragedia del 20 ottobre 2024 e che addirittura il video dell’agonia possa essere stato una messinscena. Naturalmente al momento si tratta soltanto di ipotesi, rispetto a cui la giudice per le indagini preliminari ha chiesto appunto di verificare gli eventuali riscontri al pm a cui sarà riassegnato il caso, tant’è vero che lo stesso difensore Matteo Fiorio si è augurato che venga definitivamente completato il quadro anche “su aspetti ritenuti ancora non pienamente chiariti”. Tuttavia in questa fase per la gip Magri la “comprovata inaffidabilità” dei due poliziotti, così come emersa dai loro racconti, porta “a valutare con particolare prudenza (se non con diffidenza) l’attendibilità del video”, registrato dal collega dello sparatore: “Non può assolutamente farsi leva su quel video per dare per “scontato” e per “provato” che effettivamente Diarra aveva impugnato il coltello per tutto il corso degli eventi che hanno preceduto gli spari e nel momento in cui è stato attinto dagli spari”. Che il filmato “possa non essere “genuino” e possa essere stato creato ad hoc per fornire un’utile difesa” all’agente che esplose i tre colpi, “non è un’ipotesi peregrina e frutto di “fantasia complottistica”“, poiché “gli elementi di “anomalia” sono, oggettivamente, moltissimi”. Accogliendo le perplessità degli avvocati di parte civile Francesca Campostrini, Paola Malavolta, Fabio Anselmo e Silvia Galeone, per il magistrato “sorprende” il fatto “che Diarra, pur avendo subìto la perforazione di entrambi i polmoni e del cuore”, tanto da essersi “accasciato a terra in quanto evidentemente non in grado di reggersi in piedi, potesse però avere le forze per tenere stretto tra le dita della mano destra il coltello”. Per questo “sul punto dovranno essere chiesti gli opportuni chiarimenti al medico legale”. Siccome gli averi del 26enne sono stati estratti, “non si sa da chi e non si sa quando esattamente”, dallo zaino e dal borsello, per poi essere “rinvenuti sul cofano di una volante della Polizia presente nel piazzale antistante alla stazione”, per la gip Magri “non si può escludere che qualcuno abbia frugato tra gli effetti personali di Diarra dopo la sparatoria e gli abbia messo in mano, quando già era accasciato a terra privo di forze (forse anche quelle necessarie per poter tenere stretto nella mano destra un coltello), uno dei due coltellini da cucina che possedeva”. Non solo: “Sembra impossibile che nessuna delle telecamere della stazione, in tutto 89, abbia ripreso la presunta aggressione armata di Diarra nei confronti dei poliziotti”. Oltretutto per la giudice “non si può non notare l’inquietante coincidenza per la quale solo una delle 89 telecamere” non avrebbe effettuato le registrazioni e “guarda caso” si tratta “proprio della “telecamera fondamentale” per la ricostruzione degli eventi”. Di più: “Quel che è davvero inspiegabile, però (e qui sorge inevitabilmente l’idea di un depistaggio), è come sia possibile che di questo gravissimo inconveniente, asseritamente scoperto la mattina stessa” della tragedia, “si faccia parola soltanto, e per la prima volta, nell’ambito di un’annotazione della Polfer (corpo di appartenenza dell’indagato) che è di ben 23 giorni successiva rispetto al grave evento”. Sardegna. Operazione 41bis al rallentatore, le carceri non sono ancora pronte di Francesco Zizi La Nuova Sardegna, 23 aprile 2026 Ma Nordio tira dritto: “L’isola area privilegiata per ospitare i boss”. Il ministro della Giustizia risponde a una interrogazione parlamentare dei deputati Silvio Lai (Pd) e Francesca Ghirra (Avs). Il piano per il trasferimento dei detenuti sottoposti al regime di 41-bis nelle carceri sarde resta formalmente in piedi, ma continua a fare i conti con ritardi, errori progettuali e le dimissioni di uno dei maggiori promotori del progetto 41bis: Andrea Del Mastro. A chiarire la posizione dell’esecutivo Meloni è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, rispondendo per iscritto all’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Silvio Lai e Francesca Ghirra. Il piano del Governo: più 41-bis nelle isole - Nella risposta, Nordio conferma l’impianto strategico già delineato nei mesi scorsi: la riorganizzazione del circuito detentivo speciale passa attraverso la concentrazione dei detenuti in istituti “esclusivamente dedicati”, preferibilmente situati in contesti insulari. Una scelta che, sottolinea il ministro, è coerente con quanto previsto dalla normativa sul 41-bis e motivata da esigenze di sicurezza, ordine pubblico e funzionalità del sistema penitenziario. Il progetto si inserisce in un piano più ampio, già illustrato in sede di Conferenza Stato-Regioni nel dicembre 2025, che punta a una distribuzione più efficiente dei detenuti sottoposti al regime speciale. In questo quadro, la Sardegna, per il Governo, assume un ruolo centrale. Nuoro e Uta: lavori in corso e tempi lunghi - Entrando nel merito dei singoli istituti, il Guardasigilli conferma che a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros, è in corso un intervento di ampliamento della sezione 41-bis già esistente. I lavori riguardano la ristrutturazione e la riconversione di ulteriori spazi detentivi, con l’obiettivo di adeguarli agli standard richiesti per il regime speciale. Analogo discorso per la casa circondariale di Uta, dove è prevista l’apertura di un nuovo padiglione dedicato, con una capienza complessiva di 92 posti. Un progetto, precisa Nordio, non recente ma già pianificato fin dal 2011. Nonostante le rassicurazioni sui tempi - con la conclusione degli interventi prevista entro l’anno - il ministro evita di entrare nel dettaglio dei ritardi segnalati dagli interroganti, né fornisce indicazioni puntuali su costi, appalti o cronoprogrammi. Ritardi - Proprio su questi aspetti si concentra l’interrogazione di Lai e Ghirra. I due deputati chiedono chiarimenti sull’avvio dei lavori a Nuoro, partiti senza una preventiva informativa a Parlamento, Regione e enti locali, e sollevano dubbi sulla reale finalità degli interventi. Secondo quanto emerso anche da recenti sopralluoghi parlamentari, intere sezioni del carcere sarebbero state svuotate e i lavori concentrati in reparti ad alta sicurezza già ristrutturati, elementi che fanno pensare a una riconversione strutturale legata al circuito 41-bis più che a semplici opere di manutenzione. Le “gaffe” progettuali a Badu e Carros - Tra gli elementi che stanno rallentando l’attuazione del piano, emergono anche alcune evidenti incongruenze progettuali riscontrate nel carcere di Badu ‘e Carros. In particolare, uno dei nodi riguarda la realizzazione dei servizi igienici all’interno delle celle destinate al regime di 41-bis: i protocolli prevedono l’installazione di monoblocchi in acciaio, per ragioni di sicurezza e resistenza, ma in diverse sezioni sarebbero stati montati sanitari in ceramica, materiale considerato non idoneo. A queste criticità si aggiungono lavorazioni ancora incomplete su elementi fondamentali per la sicurezza, come il muro di cinta e alcune infrastrutture perimetrali. Tutti aspetti che rendono al momento impraticabile l’accoglienza dei detenuti sottoposti al regime speciale. Campania. L’allarme del Garante dei detenuti: “Sovraffollamento e suicidi minano la dignità” di Maria Ylenia Manzo istituzioni24.it, 23 aprile 2026 Si è svolta questa mattina, nell’Aula del Consiglio Regionale della Campania, la presentazione della Relazione 2025 del Garante dei detenuti Samuele Ciambriello. Un appuntamento centrale per fare il punto sulle condizioni del sistema penitenziario regionale, tra criticità strutturali e prospettive di riforma. All’incontro sono intervenuti il presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi, il presidente della Regione Roberto Fico e il componente del Collegio del Garante nazionale dei detenuti Mario Serio, contribuendo a delineare un quadro articolato sulle sfide ancora aperte e sull’urgenza di garantire dignità e percorsi di reinserimento per la popolazione carceraria. Un sistema sotto pressione, segnato da criticità croniche ma attraversato anche da segnali di speranza. È questo il quadro che emerge dalla Relazione annuale 2025 del Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello, presentata al Consiglio regionale della Campania. Un documento articolato che prova a restituire, con dati e testimonianze, una fotografia realistica del “pianeta carcere” e dell’intero percorso dell’esecuzione penale. Il nodo centrale resta il sovraffollamento. In Campania si contano 7.826 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 6.100 posti, con istituti come Salerno, Benevento e Poggioreale ben oltre i limiti. Un dato che incide direttamente sulla qualità della vita detentiva e sulla possibilità concreta di attuare la funzione rieducativa della pena. Non a caso, Ciambriello insiste sulla necessità di ampliare il ricorso alle misure alternative, soprattutto considerando che migliaia di detenuti hanno pene residue inferiori ai tre anni. Accanto al sovraffollamento, emerge con forza il tema del disagio psichico. I numeri parlano di una realtà allarmante: suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo continuano a rappresentare una costante drammatica. Nel 2025, in Campania si sono registrati 7 suicidi e oltre mille episodi di autolesionismo. Dati che, secondo il Garante, evidenziano una carenza strutturale nell’assistenza sanitaria e psicologica, aggravata dalla limitata disponibilità di posti nelle articolazioni per la tutela della salute mentale. Critica anche la situazione del personale: mentre la popolazione detenuta cresce, diminuiscono gli agenti di polizia penitenziaria e restano elevati i livelli di aggressioni e tensioni interne. A ciò si aggiunge l’alta percentuale di detenuti con dipendenze (oltre il 27% in Campania), che richiede interventi sanitari e sociali più incisivi. Non mancano però elementi positivi. Il lavoro e la formazione continuano a rappresentare strumenti fondamentali di reinserimento, anche se ancora limitati nei numeri: meno di un terzo dei detenuti è coinvolto in attività lavorative e sono pochi quelli inseriti in percorsi esterni. Allo stesso modo, emergono esperienze virtuose legate a progetti educativi, culturali e universitari, che dimostrano come il carcere possa diventare un luogo di cambiamento reale. Particolare attenzione è dedicata anche ai minori, con un quadro definito “complesso e preoccupante”: aumento dei reati gravi, contesti sociali fragili e un sistema che spesso interviene troppo tardi, quando il disagio è già esploso. Per Ciambriello, la risposta non può essere solo repressiva, ma deve puntare su prevenzione, educazione e inclusione. Nel complesso, la Relazione lancia un messaggio chiaro: il carcere non può restare una risposta emergenziale. Servono investimenti strutturali, maggiore integrazione tra istituzioni e un rafforzamento delle politiche sociali territoriali. Perché, come ha sottolineato lo stesso Garante in chiusura, “chi sbaglia non deve solo pagare, deve cambiare”. Un principio che richiama anche le parole di Italo Calvino, citato da Ciambriello: “non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire”. Una sintesi efficace di una sfida che riguarda non solo il sistema penitenziario, ma l’intera società. Alle parole forti e dense di responsabilità pronunciate da Samuele Ciambriello si è collegato l’intervento di Mario Serio, che ha ampliato lo sguardo dal piano regionale a quello nazionale e culturale, sottolineando come il tema dei diritti delle persone private della libertà si inserisca oggi in un contesto tutt’altro che favorevole. Serio ha parlato apertamente di un momento storico “non propizio”, segnato da segnali politici e istituzionali che rischiano di andare in direzione opposta rispetto alla tutela dei diritti fondamentali. Un quadro che, secondo il giurista, rende ancora più urgente il ruolo delle autorità di garanzia, chiamate per natura a restare indipendenti e a contrastare ogni tentativo di compressione dei diritti. “Non è tollerabile”, ha ribadito, che scelte legislative o amministrative possano sacrificare la centralità della persona, soprattutto quando si tratta di chi vive una condizione di restrizione della libertà. Nel suo intervento, Serio ha insistito sulla necessità di rafforzare la cooperazione tra garante nazionale e garanti territoriali, definiti “di prossimità”, evidenziando come non si tratti di costruire gerarchie, ma una rete integrata di intervento capace di incidere concretamente. Una sinergia indispensabile, soprattutto di fronte a criticità strutturali come il sovraffollamento carcerario e il fenomeno dei suicidi, che - ha sottolineato - non possono essere letti separatamente dalle condizioni materiali di vita negli istituti. A chiudere il quadro istituzionale, le parole del presidente della Regione Campania Roberto Fico hanno riportato il dibattito su un piano operativo e politico. Fico ha sottolineato come il tema delle persone private della libertà non sia marginale, ma centrale per la qualità democratica del Paese. Richiamando l’Articolo 27 della Costituzione italiana, ha ribadito che la funzione rieducativa della pena rappresenta un criterio concreto per misurare la credibilità delle istituzioni. Nel suo intervento, Fico ha evidenziato in particolare il ruolo delle Regioni, chiamate a intervenire su sanità, salute mentale, dipendenze, formazione e inclusione sociale. Ha parlato della necessità di rafforzare la sanità penitenziaria, garantire continuità terapeutica e investire nella prevenzione del disagio psichico, definito uno dei nodi più urgenti del sistema. Ampio spazio è stato dedicato anche ai minori, con l’invito a puntare su educazione, formazione e reti territoriali per contrastare una devianza sempre più radicata in contesti di fragilità sociale. A completare il quadro emerso durante la presentazione della Relazione 2025, le parole di Samuele Ciambriello da noi raccolte a margine dell’evento restituiscono, in forma diretta, la dimensione concreta e quotidiana delle criticità illustrate nel suo intervento. Come si può collocare la situazione campana nel contesto nazionale delle carceri italiane? “Dopo la Lombardia siamo la regione con il più alto numero di detenuti. Insieme a Lombardia e Lazio abbiamo anche un triste primato: più suicidi e più decessi per altre cause. Il sovraffollamento è il nodo principale: in Campania abbiamo circa 2.000 detenuti in più rispetto alla capienza. A Poggioreale ci sono celle con 9-10 persone e letti a castello alti due metri. Ho provocatoriamente detto al ministro: date un casco ai detenuti, perché cadono. Questo per dire che chi sbaglia perde la libertà, ma non la dignità, che non è negoziabile. Il sovraffollamento è quindi anche una violazione dei diritti. Lo Stato stesso lo riconosce: migliaia di detenuti hanno ottenuto risarcimenti grazie alla Sentenza Torreggiani per trattamenti inumani e degradanti. Ma il paradosso è che lo Stato paga senza risolvere il problema strutturale. È una contraddizione evidente”. Quali sono le principali emergenze oggi? “L’aumento dei detenuti tossicodipendenti è impressionante: su circa 64.000 detenuti in Italia, 17.000 lo sono; in Campania oltre 2.100. Poi c’è il dato delle pene brevi: abbiamo centinaia di persone con meno di tre anni da scontare. Che senso ha tenerle in carcere? Servono misure alternative e un maggiore impegno anche della magistratura di sorveglianza. La politica nazionale continua a considerare il carcere una risposta semplice a problemi complessi. Si introducono nuovi reati, si irrigidisce il sistema, ma non si affrontano le cause. Serve passare dalla “pancia” al “senso” delle decisioni”. Quali interventi concreti sono possibili nel breve periodo? “Depenalizzare i reati minori, aumentare le misure alternative per tossicodipendenti e persone con disturbi psichici, e soprattutto investire in figure fondamentali: psicologi, educatori, assistenti sociali. Abbiamo 29.000 persone nell’area penale esterna in Campania, ma pochi operatori. Senza supporto, il rischio di recidiva resta alto. Il 75% di chi sconta tutta la pena in carcere torna a delinquere. Tra chi accede alle misure alternative, invece, l’89% non torna più dentro. Questo dimostra che quella è la strada giusta”. Un’intervista che rafforza un messaggio chiaro: il carcere non può essere solo risposta punitiva, ma deve diventare un luogo reale di cambiamento, dove la dignità della persona resta il punto di partenza e non una concessione. Campania. L’allarme del pg Policastro: “Carceri minorili al collasso, effetto del decreto Caivano” di Francesca Menna Corriere del Mezzogiorno, 23 aprile 2026 “Le carceri minorili stanno scoppiando dopo il decreto Caivano”. Non ha usato mezzi termini il procuratore generale della Corte d’Appello di Napoli, Aldo Policastro, alla presentazione, in consiglio regionale, della relazione annuale (2025) sui detenuti. “Se si sceglie un sistema “carcerocentrico”, come ha fatto questo Governo, è necessario portarlo avanti fino in fondo costruendo strutture civili, adeguate e dignitose. Altrimenti - ha concluso - la pena in condizioni di inciviltà o scarsamente dignitose, diventa un dolore inutile e dannoso per la società. A mio parere l’eccessiva penalizzazione di una serie di reati e l’aggravamento delle pene sta portando esattamente in questa direzione”. Sono complessivamente 159 i ragazzi (dai 14 ai 17 anni) e giovani adulti (dai 18 ai 25) trattenuti negli Istituti penali per minorenni (Ipm) di Nisida e Airola, secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2025. Di questi, 143 hanno tra i 14 e i 17 anni, confermando la prevalenza minorile nel circuito detentivo regionale. “È evidente che si tratta di un fallimento”, ha sottolineato il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello. Nel 2025, infatti, sono stati oltre 6.000 i minori coinvolti nel sistema penale in Campania - tra fermati, denunciati, affidati ai servizi sociali o inseriti in comunità e istituti - per un totale di circa 2.700 reati. Alcuni dei quali molto gravi come omicidi, tentati omicidi, violenza sessuale e possesso d’armi. “Il problema - ha continuato Ciambriello - è la precarietà culturale, non solo quella economica, l’80% dei circa 17 mila minori che hanno commesso reati in Italia nel 2025 ha vissuto esperienze di dispersione scolastica. Per questo la risposta al disagio, alla devianza e alla microcriminalità non può essere solo il carcere”. Il garante ha anche ricordato che tre anni fa, prima dell’attuazione del decreto Caivano, in tutta Italia si contavano appena 302 minori detenuti in 17 istituti, diventati oggi 599 anche a seguito dell’apertura di nuovi Ipm a Lecce, L’Aquila e Treviso. Il problema delle carceri minorili riflette le criticità strutturali dell’intero sistema detentivo. Il sovraffollamento resta il problema principale tanto che non si può più parlare di “emergenza”, ma di una condizione cronica che dura da oltre vent’anni. In Campania si contano 7.826 detenuti, con un esubero pari a 1.653 persone rispetto a una capienza regolamentare di 6.173. Tra i maggiori istituti penitenziari della regione, è la Casa circondariale di Salerno a guidare la classifica del sovraffollamento con un indice pari al 162%, seguita da Benevento (154%) e Napoli Poggioreale (134%). Un’altra fonte di sofferenza è la qualità della vita detentiva, di cui i decessi rappresentano uno degli aspetti più drammatici: alla fine del 2025 si registrano 21 morti, di cui 7 suicidi (6 negli istituti penitenziari e uno nella Rems di San Nicola Baronia). A questi si aggiungono 152 tentativi di suicidio, 1.033 atti di autolesionismo, 894 aggressioni ai danni di detenuti e personale, 10 evasioni e 947 scioperi della fame o della sete. Ad avere un impatto diretto anche sulla sicurezza è la diffusione del disagio psichico: “Un dato particolarmente allarmante riguarda la presenza di persone con fragilità: in Campania quasi un terzo dei detenuti è tossicodipendente (il 27,15%, ndr)”, ha detto il garante sottolineando la scarsità di medici, psicologi e psichiatri nelle carceri. Anche le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture sanitarie destinate a casi specifici) sono insufficienti. In Campania ne sono attive solo due, con una capienza complessiva di circa 40 pazienti, tutti uomini. Restano numerose le persone in lista d’attesa, mentre mancano strutture intermedie e comunità di accoglienza, soprattutto per i minori con doppia diagnosi. C’è poi il dato sulla recidiva: il 75% delle persone che esce dal carcere vi fa ritorno. “Dobbiamo incrementare - ha concluso Ciambriello - quel 25% che invece riesce a reinserirsi. Persone che durante la detenzione incontrano volontari, partecipano a corsi di formazione e vivono esperienze positive”. Nell’ultimo anno sono stati rafforzati gli organici di assistenti sociali ed educatori (34 e 23 unità rispettivamente sul 2024), ma restano insufficienti. Rovigo. Carcere, infermieri in protesta. Il Nursind: ?”Stress e disagi” Il Gazzettino, 23 aprile 2026 Richiesta di incontro urgente con i vertici dell’Ulss5. Le criticità del carcere minorile si riflettono anche sul personale sanitario. A segnalarlo è il sindacato degli infermieri NurSind, che ha chiesto un incontro urgente ai vertici dell’Ulss 5 Polesana per affrontare le condizioni di lavoro nelle case circondariali di Rovigo, sia quella per adulti sia quella per minori. Nella comunicazione inviata alla direzione generale, sanitaria e amministrativa, il sindacato parla di una situazione che si protrae “da troppi mesi” e che viene definita “difficile, disagevole e fortemente demotivante” per il personale infermieristico. Il clima interno viene descritto come “particolarmente critico”, con problemi che riguardano non solo l’organizzazione del lavoro, ma anche aspetti pratici della quotidianità. Tra questi, viene segnalata la limitazione nel poter portare cibo da casa da consumare durante la pausa prevista contrattualmente, una questione che, secondo il sindacato, non è ancora stata risolta. A questo si aggiunge la riorganizzazione legata all’apertura del carcere minorile, che ha introdotto la rotazione degli infermieri tra la struttura per adulti e quella per minori. Una modalità che non incontra il favore del personale e che viene indicata come “temporaneamente tollerabile, ma non sostenibile nel lungo periodo”, con la richiesta di individuare operatori dedicati esclusivamente al minorile. Le criticità riguardano anche l’accesso alla struttura. Il NurSind evidenzia difficoltà nel trovare parcheggio e ricorda che, a fronte di promesse di autorizzazioni per soste gratuite nelle aree limitrofe, sarebbero invece arrivate sanzioni, sulle quali non vi sono ancora certezze rispetto a eventuali annullamenti. Un altro punto sollevato riguarda l’organizzazione interna del carcere minorile, ritenuta non adeguata a garantire la sicurezza del personale infermieristico. In questo contesto, la recente rivolta viene indicata come un elemento che ha “ulteriormente evidenziato problematiche strutturali e organizzative” che, secondo il sindacato, non possono essere ignorate. Il documento richiama infine le condizioni psicologiche degli operatori. Si parla di “livelli di stress elevati” in un ambiente lavorativo definito “sempre più teso”, con numerosi infermieri che avrebbero manifestato la volontà di essere trasferiti ad altri servizi, segnale di una crescente sfiducia. Alla luce di queste segnalazioni, il NurSind chiede la convocazione urgente di un incontro con la direzione aziendale. Genova. “Una rete sociale contro la marginalità”, presentata la consulta carcere-città di Nicola Giordanella genova24.it, 23 aprile 2026 L’assessora al Welfare Cristina Lodi: “Il comune intende assumere il ruolo di protagonista nella costruzione di una intesa tra istituzioni e associazione per lavorare sul fine pena e sulla prevenzione”. Si è tenuta oggi, in commissione consiliare a palazzo Tursi, la presentazione ufficiale della consulta carcere-città, un organismo cittadino voluto e realizzata dall’assessora al Welfare Cristina Lodi. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: trasformare il rapporto tra il sistema penitenziario e il tessuto urbano, lavorando sulla presa in carico della persona non solo durante la detenzione, ma soprattutto nel delicato momento del ritorno alla libertà. L’obiettivo primario della consulta è quello di creare una connessione strutturata tra il “dentro” e il “fuori”, agendo prima che la pena termini per evitare che il ritorno in libertà coincida con la caduta nell’invisibilità. “Il comune intende assumere il ruolo di protagonista della ricostruzione di un rapporto strutturato, creando una rete con carattere di stabilità atta anche a prevenire tutte le violazioni - ha sottolineato Lodi - Per noi la violazione non è solo un tema di sicurezza, ma anche la violazione dei diritti delle persone, delle donne e degli uomini che sono in carcere.” Per rendere operativa questa visione, la consulta si articolerà in diversi sottotavoli tematici, ciascuno presieduto dall’assessore di riferimento. Il primo e fondamentale ambito di intervento riguarda il lavoro e la formazione, pilastri indispensabili per il contrasto alla recidiva. Su questo fronte, l’assessora ha annunciato una presa di posizione forte da parte dell’ente pubblico, che intende dare l’esempio nella gestione dei percorsi di semilibertà: “Abbiamo fatto nostre le istanze per essere il comune protagonista dell’applicazione dell’articolo 21. Sono articoli molto delicati, deve esistere una grande collaborazione. L’amministrazione comunale, con la sua struttura e il suo personale, ha dato la disponibilità a studiare le modalità per proteggere l’inserimento lavorativo. È giusto chiedere alle realtà esterne di fare delle cose, ma è anche giusto accettare la sfida direttamente come amministrazione”. lodi consiglio comunale Parallelamente, la consulta affronterà i nodi critici della salute e della burocrazia. Un tavolo specifico sarà dedicato alla sanità, con particolare attenzione all’assistenza psichiatrica sia all’interno che all’esterno delle mura carcerarie. Altri gruppi di lavoro si occuperanno della scuola e dei rapporti genitoriali, per tutelare i legami con i figli dei detenuti, e degli aspetti anagrafici e abitativi. L’obiettivo è risolvere quei paradossi normativi che spesso bloccano i percorsi di reinserimento, come il requisito dei cinque anni di residenza per l’accesso a certi servizi, che l’assessora definisce un ostacolo per chi esce dal carcere: “Il sistema è fatto per chi è residente - spiega Cristina Lodi - per chi esce dal carcere, il sistema spesso non c’è. Per esempio, la delibera sulle residenze anagrafiche permette oggi una facilitazione che prima non c’era. È un primo passo, perché avere la residenza è fondamentale per non sparire”. Uno degli aspetti cardine per il quale la giunta è stata pensata, è la prevenzione, specialmente in riferimento ai minori e ai soggetti con fragilità psichiche o dipendenze: “Oggi lo scenario è complicato da droghe che non sono più quelle di una volta e che distruggono i percorsi di vita - ha sottolineato Lodi - L’unico modo per evitare che la complessità della dipendenza ti faccia arrivare in carcere è ragionarci prima”. “L’istituzione della Consulta Carcere Citta risponde alla chiara visone di trasformare la Comunità in un serbatoio di risorse che vanno nella direzione di colmare i vuoti determinati dalla povertà educativa non soltanto attraverso azioni rivolte a correggere i malfunzionamenti burocratici, bensì a creare cultura anche in chi sta fuori dalle “mura” per renderlo fertile ad accogliere il detenuto - ha ricordato in aula l’avvocato Marco Cafiero, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Genova - Il primo incontro ufficiale della Consulta Carcere-Città del Comune di Genova, si è svolto il 26 gennaio 2026 con lo scopo di avviare un confronto strutturato e continuativo tra Amministrazione, sistema penitenziario e realtà del territorio. Si tratta di un percorso con forte valenza sociale per affrontare in modo coordinato una realtà complessa, che coinvolge aspetti sociali, educativi, giuridici e legati alla sicurezza. Si tratta di ritenere il Carcere una parte integrante della Comunità nell’ottica di un dialogo stabile e strutturato. L’obiettivo è quello di dare vita a una Comunità Educativa oltre che solidale, portare sul territorio un messaggio di coinvolgimento, portare le persone a rendersi responsabili del proprio benessere che non può prescindere da quello collettivo”. La consulta, quindi, si propone di non essere un semplice tavolo di coordinamento tecnico, ma un laboratorio di “narrazione” diversa per la città. L’idea è che il percorso costruito durante la detenzione debba permettere alla persona di sentirsi nuovamente parte integrante della comunità. “Non è stata fatta per migliorare i rapporti interistituzionali - ha concluso Lodi - ma perché vediamo che l’interazione comunale ha la responsabilità di alcune questioni. Il carcere deve diventare un’opportunità per il dopo, altrimenti riduciamo tutto a una gestione di rapporti che non incide sulla vita delle persone”. Palermo. Detenuti a colloquio con le aziende il giorno dedicato a carcere e lavoro La Sicilia, 23 aprile 2026 Un ponte tra carcere e lavoro, tra fragilità e opportunità. Ieri si è svolto negli spazi di Scalo 5B Lisca Bianca il Jail Career Day 2026, appuntamento dedicato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro nell’ambito del progetto “Jail to Job”. Un’iniziativa che ha riunito terzo settore, imprese, istituzioni e persone in esecuzione penale, con l’obiettivo di costruire percorsi concreti di reinserimento socio-lavorativo. Nel corso della giornata sono stati realizzati circa 200 colloqui tra aziende e candidati. A partecipare, circa sessanta imprese e 54 persone coinvolte in percorsi di reinserimento, in un clima di confronto diretto e operativo. L’evento, gratuito, è promosso dalla cooperativa sociale Rigenerazioni Onlus insieme ad altri partner, con il sostegno della Fondazione San Zeno. Al centro, il progetto triennale “Jail to Job”, che punta ad accompagnare oltre 500 persone in percorsi strutturati di inclusione lavorativa, attraverso un approccio integrato che coinvolge istituti penitenziari, servizi di esecuzione penale esterna e mondo produttivo. “Questo evento nasce con l’intento di costruire una nuova narrazione attorno al carcere: una visione che ponga al centro la responsabilità collettiva, fondata da imprese virtuose, istituzioni presenti e attente e da un terzo settore capace di affrontare limiti e complessità senza arretrare. Una comunità che sappia accogliere le persone autrici di reato che dimostrano competenze e capacità, offrendo loro finalmente la concreta possibilità di accedere pienamente ai diritti fondamentali di cittadinanza”, afferma Nadia Lodato, coordinatrice del progetto. Il Jail Career Day si conferma così uno spazio dinamico di incontro e sensibilizzazione, anche sui benefici fiscali legati all’assunzione di persone in esecuzione di pena. “Jail to Job nasce da un’esperienza concreta, costruita negli anni a partire da luoghi spesso considerati solo di sospensione - dichiara Rita Ruffoli, direttrice di Fondazione San Zeno. Noi li abbiamo sempre considerati anche luoghi di vita, dove è possibile iniziare a immaginare il dopo. Il lavoro è uno strumento fondamentale, ma da solo non basta: ciò che fa la differenza è la relazione, la continuità, il fatto di esserci prima, durante e dopo”. Perugia. Lo sport oltre le sbarre, attività motoria nel carcere di Capanne di Silvia Angelici La Nazione, 23 aprile 2026 L’attività motoria negli istituti penitenziari è un elemento essenziale di salute, dignità e sicurezza collettiva. In un contesto segnato da sedentarietà e stress, il movimento contribuisce a prevenire malattie, migliorare il benessere psicologico e ridurre la tensione, favorendo un ambiente più equilibrato. Allo stesso tempo, rappresenta uno strumento rieducativo concreto: attraverso lo sport si sviluppano disciplina, responsabilità e capacità relazionali, fondamentali per il reinserimento sociale. Per questo il ruolo del Comune è cruciale. Il carcere non è una realtà separata dalla comunità: ciò che accade al suo interno incide sull’intera collettività”. Lo ha detto l’assessore allo sport Pierluigi Vossi, in occasione dell’inaugurazione dell’ attività motoria all’interno del carcere, presenti la direttrice penitenziario Antonella Grella, il presidente della Uisp regionale Fabrizio Forsoni, l’amministratore della palestra Corpus Gianfranco Mastrangelo e il presidente del Lions Club Perugia Host Lino Le Voci. “Grazie a tutti a voi - ha dichiarato Grelli - questo progetto consentirà alle detenute e ai detenuti di svolgere attività fisica in spazi attrezzati e adeguati, contribuendo al miglioramento del benessere psicofisico e alla gestione delle dinamiche interne all’istituto”. “Lo sport in ambito penitenziario non è solo svago, ma uno strumento fondamentale di rieducazione, salute psicofisica e gestione delle tensioni”, dichiara Le Voci, sottolineando il valore civile dell’iniziativa. “La Uisp - aggiunge Forsoni - mette sempre al centro la persona. Oggi tutto il nostro impegno e quello dei professionisti che abbiamo messo in campo e’ rivolto a questo progetto che ci rende orgogliosi insieme agli altri partner e in particolare siamo felici di collaborare con il Comune di Perugia”. Dialogo, lo spazio che ci separa e ci unisce di Eugenio Giannetta Avvenire, 23 aprile 2026 Parola chiave del 2026 per Treccani, il confronto richiede distanza, fiducia, capacità di ascolto. Dal cinema alla psicoterapia, emerge il valore della relazione come luogo del senso condiviso. Senza reciprocità, anche nei conflitti globali, ogni comunicazione perde efficacia e lascia ferite. La Fondazione Treccani Cultura ha scelto “dialogo” come parola del Festival della lingua italiana 2026, per riflettere sulla necessità di favorirne la pratica e la diffusione nella società e nei rapporti internazionali. Ottima iniziativa. Ma prima ancora che nel vocabolario, è nel nostro immaginario che dovremmo forse riappropriarci del dialogo. L’etimologia greca della parola dialogo - dià, “attraverso”, e logos, “parola” - ci suggerisce che gran parte del valore di quel termine sta proprio nel vocabolo “attraverso”. E qui viene il difficile per una società come la nostra, sempre più individualista. Una società che quando parla di dialogo si dimentica (almeno) di due fattori: il primo è lo spazio che intercorre tra noi e l’altro. E qui ci viene incontro l’approccio della psicoterapia sistemico-familiare che, a differenza di approcci terapeutici centrati esclusivamente sull’individuo (quindi intrapsichici), ritiene invece che il disagio non risieda nel singolo soggetto, ma nel contesto relazionale in cui vive, quindi in quello spazio che si crea, di volta in volta, tra noi e l’altro. Il secondo fattore è l’importanza dell’ascolto. Nell’etimologia della parola dialogo viene infatti valorizzato il termine logos, ma la parola ha davvero valore se sappiamo ascoltarla, non solo se sappiamo pronunciarla. Oggi è questo che manca al dialogo: uno spazio d’ascolto. In questi giorni, in occasione del suo trentesimo compleanno, è stato riproposto nei cinema Prima dell’alba, un film cult diretto da Richard Linklater, con Ethan Hawke e Julie Delpy. Lui americano, lei francese, si incontrano su un treno che proviene da Budapest, iniziano a parlare e decidono di scendere a Vienna. Camminano, si confidano, si innamorano e soprattutto dialogano. Leggevo qualche giorno fa un commento al film - e riguardandolo ho provato a farci caso - che quando lui parla, lei ascolta, quando lei parla, lui ascolta. Le voci non si sovrappongono mai, non si sovrastano mai, si rispettano sempre, nei tempi, nei modi, nello spazio. Così ho pensato che la parola dialogo è strettamente correlata alla parola dell’anno 2025 di Treccani: fiducia, ovvero l’atteggiamento di “tranquilla sicurezza che nasce da una valutazione positiva di una persona o di un gruppo di persone, verso altri o verso sé stessi”. Non ci può essere dialogo senza fiducia, non ci può essere dialogo senza ascolto, non ci può essere dialogo senza spazio tra noi e l’altro. Se spesso siamo in difficoltà a dialogare con il nostro vicino di scrivania o di casa, a scuola o nello sport, come possiamo pensare di favorire la pratica e la diffusione del dialogo nella società e nei rapporti internazionali, dove i conflitti scaturiscono molto spesso dalla mancanza di un confronto aperto e costruttivo? Alla parola dialogo, in questo nostro tempo, sono stati spesso affiancati altri termini con l’intento di rafforzarne il valore più trasversale di confronto: abbiamo perciò coniato il dialogo interculturale, quello interreligioso, quello politico e sociale, ma anche quello intergenerazionale, per descrivere quanta distanza ci possa essere tra chi ha distrutto e chi si ritrova tra le macerie del passato, del presente. Anche il “dialogo” oggi spesso sottostà a questioni economiche e le guerre attuali - manovrate da potenze che hanno svuotato di significato il lavoro diplomatico - ce lo mostrano quotidianamente, perché le parole vanno e vengono, le ferite invece restano. D’altra parte, la prima regola (o assioma) della comunicazione del celebre psicologo Paul Watzlawick è: “Non si può non comunicare”. Ce lo ha ricordato su queste pagine qualche tempo fa, quando l’abbiamo intervistata, anche Shrouq Aila, giornalista palestinese, direttrice dell’agenzia Ain Media, che ci ha detto: “Quando condividi la paura con gli altri, ti senti come se non fossi solo e capisci che anche loro provano paura. Il senso di solidarietà è importante per tutti noi, per ricordarci che insieme possiamo farcela”. Recentemente, ripensando a un lutto che mi ha colpito personalmente e al lutto che migliaia di persone stanno vivendo in questo periodo di guerre, ho spesso ragionato sulla possibilità di un dialogo tra vivi e morti, perché lì viene a mancare lo spazio, viene a mancare l’ascolto. E allora mi sono chiesto: può esistere un dialogo che non si sostanzia nella reciprocità? La risposta può essere che c’è una differenza sostanziale tra chi muore in guerra e chi in altre circostanze. Nel primo caso, quello spazio viene sottratto proprio dall’assenza di “dialogo”, dalla mancanza di una reciprocità che non si è voluta trovare, e anzi ha creato distanze sempre più incolmabili. Perché il consenso preventivo sull’educazione affettiva accentua le disuguaglianze di Monica Pasquino* Il Domani, 23 aprile 2026 Il voto al Senato sul disegno di legge Valditara sul consenso informato nelle scuole è stato rinviato, è un primo segnale positivo, ma l’obiettivo è fermare la legge. Se l’accesso a contenuti educativi fondamentali viene subordinato a un consenso individuale e preventivo, il rischio è quello di trasformare la scuola da spazio pubblico a spazio negoziato, in cui diritti e opportunità dipendono dal contesto di provenienza e non da un orizzonte comune. Un rinvio che le organizzazioni presenti leggono come un primo segnale positivo, ma non come una battuta d’arresto definitiva. “È un risultato - spiegano - ma il nostro obiettivo è impedire l’approvazione di questa legge”. Al centro della contestazione c’è innanzitutto il divieto di affrontare l’educazione sessuo-affettiva nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, previsto dal disegno di legge. Un’impostazione che esclude proprio le fasce d’età in cui si costruiscono le prime rappresentazioni del corpo, delle relazioni e dei confini. A questo si aggiunge il meccanismo del consenso preventivo delle famiglie per le attività legate all’educazione affettiva, al corpo, alle relazioni e alle differenze negli ordini scolastici successivi. Il punto, spiegano durante il presidio, non è solo procedurale. È strutturale. In un sistema che già oggi non garantisce in modo uniforme l’educazione sessuo-affettiva, introdurre nuovi vincoli significa accentuare le disuguaglianze: alcuni percorsi continueranno dove il contesto lo consente, mentre altrove verranno di fatto bloccati. Il rischio è che proprio chi avrebbe più bisogno di questi strumenti ne resti escluso. Nelle famiglie più aperte e informate, i percorsi potranno essere autorizzati e proseguire; in contesti più rigidi, segnati da stereotipi o da forme di controllo, verranno più facilmente rifiutati. E ancora di più, nelle situazioni in cui esistono dinamiche di violenza, silenzio o difficoltà relazionale, il consenso preventivo rischia di diventare un ulteriore ostacolo all’accesso a spazi educativi che permettono di riconoscere, nominare e comprendere ciò che si vive. In questo modo, uno strumento pensato formalmente come tutela finisce per produrre l’effetto opposto: non protegge, ma seleziona. E rende l’educazione dipendente proprio da quelle condizioni familiari e sociali che la scuola, come istituzione pubblica, dovrebbe invece contribuire a riequilibrare. Ma qui si apre anche una questione più ampia, che riguarda il rapporto tra scuola e democrazia. Se l’accesso a contenuti educativi fondamentali viene subordinato a un consenso individuale e preventivo, il rischio è quello di trasformare la scuola da spazio pubblico a spazio negoziato, in cui diritti e opportunità dipendono dal contesto di provenienza e non da un orizzonte comune. Ma la critica è anche più radicale. Secondo le associazioni, il provvedimento colpisce direttamente uno degli strumenti più importanti di prevenzione. “Non si tratta di un tema accessorio - sottolineano - ma di una dimensione centrale dell’educazione”. L’educazione sessuo-affettiva, infatti, non è un contenuto aggiuntivo o opzionale, ma riguarda il modo in cui si costruiscono relazioni, si riconoscono i confini, si nominano le emozioni e i rapporti di potere. È su questo terreno che si sviluppano - o si contrastano - fenomeni come la violenza di genere, il bullismo omolesbobitransfobico, la discriminazione. Continuare a trattare questi temi come opzionali significa accettare che anche la prevenzione resti intermittente. Ma la violenza non è intermittente: è strutturale, si costruisce nel tempo e attraversa le relazioni quotidiane. Per questo gli strumenti per contrastarla devono essere altrettanto strutturali. Intervenire limitando questi spazi, sostengono le realtà mobilitate, significa agire nella direzione opposta rispetto alla prevenzione. “La violenza non nasce all’improvviso - spiegano - ma dentro modelli relazionali, stereotipi e silenzi che si costruiscono nel tempo”. Il rischio, allora, è quello di tornare a un sistema educativo che evita, censura, rimanda. Un sistema in cui temi come il corpo, il consenso, il desiderio e le differenze restano impliciti, affidati a contesti diseguali e spesso privi di strumenti adeguati. Nel presidio romano davanti al Senato questa preoccupazione si è tradotta in una mobilitazione ampia e trasversale. A promuoverla sono state Italy Needs Sex Education, Meglio a Colori e la rete Educare alle Differenze. Tra le presenze in primis quelle delle associazioni studentesche, la Rete Studenti Medi e l’Unione degli Studenti. A sostenere la mobilitazione anche la Casa Internazionale delle Donne, Lucha y Siesta, ActionAid, Fondazione Una Nessuna Centomila, Coordinamento Genitori Democratici, Agedo, Circolo Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno, Genderlens, SCOSSE APS, Arcigay Roma, Cooperativa Be Free, Di.Re Donne in rete contro la violenza e molte altre. Una composizione che racconta la natura del conflitto in corso: non una questione settoriale, ma uno scontro che attraversa scuola, diritti e visione della società. Negli ultimi anni, sottolineano le associazioni, il dibattito pubblico si è progressivamente spostato. Narrazioni che un tempo restavano ai margini - legate all’allarmismo sull’educazione di genere - sono entrate nel discorso istituzionale e oggi si traducono in proposte di legge che restringono gli spazi educativi. Il ddl Valditara si inserisce in questo quadro di attacco alla scuola pubblica come definita nella Carta costituzionale. Sotto la retorica della tutela delle famiglie, introduce un meccanismo di controllo preventivo sui contenuti, con effetti diretti sulla libertà di insegnamento e sull’autonomia educativa delle scuole. Qui si gioca un passaggio politico decisivo: non il rapporto tra scuola e famiglie - che è sempre stato un terreno di confronto - ma il rischio di una progressiva sottrazione di autonomia alla scuola come istituzione pubblica. Quando ciò che può essere detto o insegnato diventa oggetto di autorizzazione preventiva, il campo educativo si restringe e si espone a dinamiche di pressione e censura. Il rinvio del voto apre ora una fase che può divenire incerta e le realtà mobilitate annunciano che la protesta continuerà, dentro e fuori le istituzioni. La posta in gioco, dicono, non riguarda solo una legge. Riguarda il modello di scuola e, più in generale, la capacità di un sistema educativo di nominare ciò che attraversa la vita delle persone. Quando questi temi vengono sottratti alla parola pubblica, non scompaiono. Si spostano altrove, in forme implicite e spesso più difficili da riconoscere. Ed è in questi spazi opachi che dinamiche di violenza, controllo e discriminazione tendono a radicarsi, a normalizzarsi, a diventare più difficili da contrastare. *Presidente di “Educare alle differenze” Migranti. Nel Cpr di via Corelli a Milano ci sono cinque minorenni, anche un 14enne di Angela Nocioni L’Unità, 23 aprile 2026 Lo denuncia la rete di attivisti di Mai più lager-No ai Cpr. Testimonianza diretta con foto e documenti di uno dei ragazzini illegalmente detenuti. Cinque minorenni rinchiusi nelle gabbie del Centro per il rimpatrio di via Corelli a Milano. Tra loro c’è un quattordicenne. Lo denuncia Mai più lager-No ai Cpr, la rete di attivisti che da anni svolge un prezioso (e solitario) lavoro di monitoraggio quotidiano di quel che avviene dietro quelle sbarre fuorilegge. La notizia arriva agli attivisti da una testimonianza diretta, corredata da foto e documenti che confermano l’età del ragazzino che ha fatto uscire la notizia. La legge vieta sia d’espellere minori sia di rinchiuderli nei Cpr. Dicono da Mai più lager: “Abbiamo segnalato già martedì questa situazione a Prefettura, Ats direzione del centro, garante nazionale e comunale, senza finora nessuna risposta”. Per poter portare uno straniero in un Cpr è necessario il nullaosta di un medico della Asl. Quale medico ha firmato il nullaosta? Cosa ha scritto, cosa ha certificato? Si vede a occhio - sostiene chi ha visto i minori - che si tratta di un ragazzino. Denunciano gli attivisti: “I cinque sarebbero tutti stati messi nella piccola stanza di isolamento. Abbiamo inviato la segnalazione al Garante per l’infanzia e alla Prefettura, con la richiesta urgente di trasferirli. Questa vicenda allucinante racconta dell’ennesima gravissima violazione delle norme del nostro ordinamento e questa volta, incredibilmente, anche dei principi fondamentali a tutela dell’infanzia. Non riusciamo a smettere di chiederci quale dottore possa aver mai certificato l’idoneità al trattenimento di un quattordicenne e dei suoi compagni che vi assicuriamo sono visibilmente poco più che dei bambini. Il centro li ha completamente isolati, non siamo riusciti a offrire loro assistenza legale perché non possono parlare con nessuno. Cosa sarebbe stato se i detenuti non avessero avuto cellulari con videocamera per inviarci le foto anche del passaporto quantomeno di uno dei ragazzini. Questo dà una idea della mannaia che si abbatterebbe (sul diritto della società civile di sapere ed attivarsi, ma anche sul diritto alla difesa e alla salute di queste persone) in caso di approvazione del ddl che vieta in tutti i Cpr gli smartphone. Quest’ultima vicenda è una esemplificazione del perché di quella norma”. Dicono ancora: “Ventotto anni di detenzione amministrativa raccontano luoghi volutamente e sistematicamente amministrati fuori dalla legge, basati sulla violenza con la complicità dell’opacità. Questo avviene sempre, indipendentemente da chi sia l’ente gestore. Qualche volta, ma solo qualche volta, se si ha fortuna si riesce ad aprire qualche spiraglio per far intravedere l’orrore che avviene là dentro. Tra non molto, con l’attuazione del Patto europeo migrazione e asilo, anche i minorenni saranno detenuti se non si ferma per tempo questa macchina infernale, contraria ad ogni garanzia fondamentale”. Migranti. Protocollo Italia-Albania, sì condizionato dell’avvocato generale della Corte Ue Il Dubbio, 23 aprile 2026 Per Nicholas Emiliou l’accordo può essere compatibile con il diritto europeo, ma solo se ai migranti sono garantite tutte le tutele previste. Il Protocollo Italia-Albania può reggere al vaglio del diritto europeo, ma soltanto a una condizione precisa: che i diritti dei migranti coinvolti siano garantiti in modo pieno ed effettivo. È questa la linea indicata dall’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Nicholas Emiliou, intervenuto sul meccanismo che consente all’Italia di istituire e gestire in Albania centri destinati al trattenimento e al rimpatrio. Il parere affronta uno dei nodi più delicati dell’intesa firmata il 6 novembre 2023 tra Roma e Tirana, chiarendo che la compatibilità con il diritto dell’Unione non può essere valutata in astratto, ma dipende dalla capacità concreta dello Stato italiano di assicurare tutte le garanzie previste dal sistema europeo comune di asilo. Il caso nato dal trasferimento di due migranti in Albania - La questione esaminata dalla Corte Ue nasce dal caso di due migranti già trattenuti in Italia in forza di ordini di espulsione e successivamente trasferiti in un centro in Albania. Una volta arrivati nella struttura, i due hanno presentato domanda di protezione internazionale. A quel punto, nei loro confronti sono stati emessi due nuovi decreti di trattenimento, trasmessi alla Corte d’appello di Roma per la convalida. I giudici romani hanno però negato la convalida, ritenendo che la normativa italiana di riferimento fosse incompatibile con il diritto dell’Unione europea. Da qui il successivo ricorso proposto dalle autorità italiane davanti alla Corte suprema di cassazione, che ha deciso di investire la Corte di giustizia dell’Ue di due questioni pregiudiziali. Il punto centrale era capire se il diritto europeo in materia di rimpatrio e di asilo consenta il trattenimento in Albania di richiedenti protezione internazionale e se tale trattenimento possa avvenire in uno Stato terzo anziché nel territorio dello Stato membro competente per l’esame della domanda. Il parere di Emiliou: compatibilità possibile, ma non automatica - Secondo l’avvocato generale Nicholas Emiliou, la Corte dovrebbe considerare, in linea di principio, il Protocollo e la normativa italiana compatibili con il diritto dell’Unione europea, ma entro un perimetro molto rigoroso. Il punto decisivo è che i diritti individuali e le garanzie riconosciute ai migranti dal sistema europeo comune di asilo devono essere pienamente tutelati. La compatibilità, dunque, non equivale a un via libera incondizionato. Al contrario, il parere mette in chiaro che lo Stato membro che decide di organizzare un centro di trattenimento fuori dal proprio territorio continua a restare integralmente vincolato agli obblighi imposti dall’ordinamento europeo. I centri fuori dal territorio nazionale e gli obblighi dello Stato - Nelle sue conclusioni, Emiliou osserva anzitutto che il diritto Ue non vieta in assoluto a uno Stato membro di istituire un centro di trattenimento per i rimpatri al di fuori del proprio territorio. Tuttavia, questa possibilità non libera lo Stato dalle responsabilità previste dalla normativa europea. L’Italia, anche operando in Albania, resterebbe quindi obbligata a rispettare tutte le tutele previste per i migranti. Ciò significa garantire il diritto all’assistenza legale, l’assistenza linguistica e la possibilità di mantenere contatti con i familiari e con le autorità competenti. Il principio affermato è netto: il trasferimento fisico in uno Stato terzo non può tradursi in un arretramento delle garanzie. Le tutele rafforzate per minori e persone vulnerabili - Il parere dedica particolare attenzione anche ai soggetti più fragili. In base alle conclusioni dell’avvocato generale, i minori e le altre persone vulnerabili devono poter beneficiare di tutta la gamma di protezioni previste dal sistema europeo di asilo. Questo significa, in concreto, accesso all’assistenza medica, all’istruzione e a tutte le misure di protezione previste dal diritto dell’Unione. Anche sotto questo profilo, la valutazione positiva sul Protocollo non è mai sganciata dall’effettività delle tutele: la tenuta dell’impianto dipende dalla sua capacità di non comprimere i diritti fondamentali. Il punto sul trattenimento dei richiedenti asilo - Un altro passaggio rilevante del parere riguarda la posizione dei richiedenti protezione internazionale. Le conclusioni osservano che la norma che consente ai richiedenti asilo di restare in uno Stato membro fino a quando la loro domanda è pendente non attribuisce automaticamente il diritto a essere riportati nel territorio di quello Stato. Questo non significa, però, che il trasferimento in Albania possa avvenire senza limiti. Emiliou sottolinea infatti che gli Stati membri devono predisporre tutte le misure organizzative e logistiche necessarie per garantire il pieno godimento dei diritti previsti dal diritto dell’Unione. Tra questi rientra in modo esplicito anche il diritto di accesso a un giudice e a un tempestivo riesame giurisdizionale, strumenti indispensabili per evitare che il trattenimento diventi illegittimo o si prolunghi in assenza di adeguati controlli. Migranti. Cento stranieri in classe per imparare un mestiere e l’italiano di Andrea Pravato Corriere del Veneto, 23 aprile 2026 “Arrivati in Italia dopo un percorso ad ostacoli. Ora vogliamo integrarci”. L’esperienza di Vicenza: gli iscritti sono 120: “Nei nostri paesi vita impossibile a causa di un regime o della povertà”. Storie, lingue e nazionalità diverse si incrociano al civico di via Vaccari. Tante vite differenti, quindi, spesso segnate da un passato che non ha fatto sconti, ma che hanno un desiderio comune: imparare l’italiano, trovare un lavoro, e integrarsi quindi in una nuova comunità. Sono più di un centinaio i cittadini stranieri che frequentano i corsi offerti gratuitamente da Comunicando, associazione attiva dal 2010 nell’organizzazione di corsi gratuiti di lingua italiana rivolti a cittadini stranieri. C’è chi proviene da paesi di guerra e chi è arrivato in Italia per raggiungere un parente, chi fa doppiamente fatica ad imparare una lingua non essendo mai andato a scuola (ma ci sono anche medici e avvocati), chi invece in poco tempo ha fatto passi da gigante. È il caso di Abderrahmane, ventottenne marocchino, che ha raggiunto Vicenza a inizio 2025. In primavera ha iniziato a frequentare i corsi di Italiano, dopo la pausa estiva è tornato tra i banchi a settembre e a dicembre ha iniziato lavorare in fabbrica alla Beltrame. Nonostante ciò, tra un turno e l’altro, Abderrahmane torna in via Vaccari, per affinare il suo italiano. “I maestri sono bravi e appassionati - dice sorridendo -. Ci aiutano non solo nella lingua, ma anche nel trovare lavoro”. C’è poi chi ad oltre quarant’anni vuole ricostruirsi una vita in Italia, paese raggiunto dopo un percorso a ostacoli. È il caso di Vincent, che proviene dal Camerun: “Nel mio paese non potevo più vivere con il regime che governa, che lascia alla popolazione corruzione e povertà - dice Vincent leggendo la lettera scritta al sindaco Giacomo Possamai e all’assessore al Sociale Matteo Tosetto, ieri in visita al centro civico -. Per colpa di una sanità debole ho perso mio figlio di 6 mesi. Qui in Italia desidero integrarmi, lavorare e sentirmi un uomo che ha una dignità”. Sono 120, tra donne e uomini dai 20 fino agli oltre 50 anni che frequentano i corsi di italiano: 54 provenienti dall’Africa, 22 dall’Asia, 20 dall’America Latina, 20 dall’Europa, tre dall’Australia e uno dalla Cina. I volontari dell’associazione - nata nel 2010 nella sede di villa Tacchi, e dopo la pandemia presente unicamente in via Vaccari - sono 25, molti ex insegnanti in pensione, impegnati gratuitamente due o quattro giorni a settimana. Quello che fanno è un servizio - oltretutto che si regge con autofinanziamenti e donazioni - che va anche a riempire una zona grigia non raggiunta dallo Stato. Oltre al fatto che spesso i posti disponibili nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti (Cpia) si esauriscono velocemente, nei corsi di Comunicando gli iscritti possono imparare i primi rudimenti, come l’alfabeto, un requisito richiesto per accedere a i Cpia. In più, l’associazione sta cercando di posare ponti con il mondo del lavoro. Ad esempio, ha avviato con la scuola edile Palladio un corso dedicato alla sicurezza nei cantieri e alla formazione pratica, in partenza a maggio. Una decina di frequentanti avrà la possibilità di essere inserito nelle imprese del territorio. “Questa è la Vicenza che vogliamo nei confronti di chi arriva qui e vuole studiare, lavorare e che vuole integrarsi - conclude il sindaco -: una città accogliente e che costruisce le condizioni per fare in modo che queste persone siano parte della nostra comunità”