Le scelte del Ministero sul carcere: anatomia di una trasformazione pericolosa di Gruppo Carcere Magistratura democratica magistraturademocratica.it, 22 aprile 2026 Il peggioramento costante e drammatico delle condizioni di vita nelle carceri italiane induce a concentrarsi sulla logica dell’emergenza, ma occorre prestare attenzione anche a scelte amministrative e organizzative che rischiano di sterilizzare i principi della fondamentale riforma del 1975 e di allontanare definitivamente l’esecuzione penale dal suo orizzonte costituzionale. In questo contesto si inserisce il recente riassetto delle Direzioni generali del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, avviato con il dPR n. 189 del 2025. Con questo provvedimento sono state istituite due nuove Direzioni generali: quella delle specialità del Corpo di polizia penitenziaria e quella dei servizi logistici e tecnici del Corpo. Già questa scelta avrebbe richiesto un confronto pubblico e trasparente, ma il vero nodo affiora in uno schema di decreto ministeriale attuativo, in corso di approvazione, che ridefinisce in modo sostanziale gli equilibri interni all’amministrazione. La Direzione generale delle specialità del Corpo di polizia penitenziaria, infatti, era configurata come struttura di coordinamento di articolazioni sensibili e decisive come GOM (Gruppo operativo mobile), GIO (Gruppo di intervento operativo), USPEV (Ufficio per la sicurezza personale e per la vigilanza) e NIC (Nucleo investigativo centrale), tutte però mantenute - secondo il quadro normativo vigente - alle dirette dipendenze del Capo del Dipartimento. Lo schema di decreto, al contrario, prevede che questi reparti speciali operino alle dipendenze del Direttore generale delle specialità del corpo di polizia penitenziaria, il quale non avrà più una funzione di coordinamento, ma disporrà di un potere di vera e propria direzione. Non si tratta di una questione terminologica. Il passaggio da un modello di coordinamento a uno di dipendenza incide sulla distribuzione del potere e introduce una torsione organizzativa produttiva di effetti che vanno oltre il piano formale. Essa determina, di fatto, uno spostamento di funzioni operative e strategiche verso una direzione interna al Corpo di polizia penitenziaria, riducendo il ruolo di indirizzo e controllo del Capo del Dipartimento e alterando l’equilibrio complessivo dell’amministrazione, esautorando di fatto, a livello territoriale, i Direttori dal controllo sul settori importanti del proprio istituto e dal ruolo di concreto bilanciamento tra esigenze di sicurezza e funzioni rieducativa e di tutela dei diritti dei detenuti. Si tratta di un passaggio che si inserisce in una tendenza più ampia, che vede rafforzarsi una visione securitaria e chiusa del carcere, nella quale la dimensione trattamentale e il rapporto con la società vengono progressivamente marginalizzati. Non è casuale che, in parallelo, si moltiplichino interventi che restringono gli spazi di apertura degli istituti penitenziari, che irrigidiscono le procedure per le attività trattamentali e che riducono o escludono il ruolo e l’apporto dei soggetti esterni. Né può essere sottovalutata la convergenza di tali scelte con proposte, provenienti da settori della rappresentanza del Corpo, di una più netta separazione e autonomizzazione della polizia penitenziaria. Il cerchio si chiude con la previsione, all’attenzione del Parlamento, di agenti sotto copertura nelle carceri con compiti e funzioni non chiaramente definiti e al limite (o, a quanto dato apprendere dalla stampa, oltre il limite) della legittimità costituzionale e convenzionale. Il rischio è quello di una trasformazione silenziosa dell’amministrazione penitenziaria in un sistema sempre più chiuso, autoriferito e sottratto a quei contrappesi istituzionali e sociali che la Costituzione esige. Le scelte organizzative e amministrative che si profilano rafforzano catene di comando militari verticali, sottraggono il controllo del carcere all’autorità civile del Direttore, accentuano la centralizzazione di funzioni operative, comprese quelle specialistiche. Disegnano, nel complesso, un modello di amministrazione penitenziaria più simile a un apparato di sicurezza che a un’istituzione democratica e costituzionale complessa. Il pericolo di una tale deriva è tanto maggiore se si confronta con la scelta di concentrare in pochi istituti le sezioni di Alta sicurezza e di 41-bis: il governo dei detenuti più complessi viene accentrato nelle mani della polizia, sottratto alle dinamiche ordinarie degli istituti, consolidando modelli chiusi dove il paradigma della sicurezza prevarrà su ogni altra funzione. Magistratura democratica avverte l’urgenza di riaffermare che l’esecuzione penale non è un ambito neutro di gestione amministrativa, ma uno spazio costituzionalmente orientato, nel quale si misura la qualità della democrazia e la tenuta dei diritti fondamentali. Richiama la necessità indifferibile di un confronto pubblico e trasparente su ogni intervento organizzativo e sulle trasformazioni in atto, le quali non possono essere affidate a interventi frammentari e tecnici, ma richiedono una discussione politica e istituzionale ampia e diffusa, al fine di evitare alterazioni irrimediabili del volto costituzionale della pena. Con le spie nelle carceri il Governo vuole trasformare la detenzione in un laboratorio di controllo totale di Massimo Lensi Left, 22 aprile 2026 Il nuovo decreto sicurezza introduce dietro le sbarre agenti sotto copertura con esenzione dalla responsabilità penale. La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti penitenziari, prevista dal nuovo decreto sicurezza, segna un ulteriore slittamento della funzione penale verso un modello emergenziale, in cui l’eccezione diventa regola. L’idea che appartenenti alla polizia penitenziaria possano agire sotto mentite spoglie, con esenzione dalla responsabilità per reati commessi durante tali operazioni, incide su principi cardine dell’ordinamento: legalità, proporzionalità, controllo giurisdizionale effettivo. Non si tratta di strumenti ignoti al diritto penale, già utilizzati in contesti delimitati come il contrasto alla criminalità organizzata. Qui, però, vengono trasposti in un ambiente strutturalmente fragile, privo di reali contrappesi e segnato da una compressione quotidiana dei diritti fondamentali. Il carcere non è uno spazio neutro di investigazione. Il carcere è anzitutto un luogo in cui lo Stato esercita la massima intensità del proprio potere sui corpi e sulle relazioni. Introdurre la figura dell’agente infiltrato altera radicalmente gli equilibri interni, alimentando una generalizzata cultura del sospetto tra detenuti, con effetti prevedibili sulla sicurezza concreta delle persone ristrette e dello stesso personale. Il rischio è reale: in contesti sovraffollati e attraversati da tensioni strutturali, la percezione di una sorveglianza occulta può tradursi in conflitto, violenza e ritorsioni. Sul piano giuridico, la scelta appare sproporzionata rispetto agli obiettivi dichiarati. I fenomeni che si intendono colpire - traffici illeciti interni, uso di telefoni - appartengono a una dimensione di microcriminalità che richiederebbe strumenti ordinari: trasparenza procedurale e rafforzamento delle garanzie. L’estensione di pratiche invasive, accompagnate da forme di irresponsabilità penale, produce un abbassamento della soglia di tutela dei diritti senza offrire adeguate garanzie di efficacia. È un segnale coerente con una legislazione penale frammentaria e reattiva, che accumula interventi simbolici senza interrogarsi sulla loro compatibilità costituzionale e sulla tenuta complessiva del sistema. Che scuola formidabile il carcere! di Gabriele Arosio glistatigenerali.com, 22 aprile 2026 “Scuola di perfezionamento del crimine” diceva Filippo Turati nel 1904. Un secolo dopo siamo ancora allo stesso punto, poco o nulla è cambiato. La crisi del sistema penitenziario italiano sta tutta in una semplice illustrazione di dati: alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa, a fronte di una capienza effettiva di soli 46.124 posti (700 in meno di quelli che vi erano all’inizio dell’anno). Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. È talmente drammatica la crisi che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un discorso agli agenti penitenziari lo scorso marzo ha parlato di “sconfitta dello stato” per le condizioni odierne e la terribile piaga dei suicidi in aumento. Non mancano le proposte e le discussioni. Ben due riviste di opinione se ne sono occupate con dossier articolati e documentati: a gennaio Micromega e a marzo Eco. L’impostazione dei due dossier è assai diversa nella proposta di soluzioni e alternative. Micromega affronta una documentata rassegna di discussione del valore della pena e giunge anche ad ospitare pareri che comprendono paradigmi antipunitivi fino ad una proposta di abolizione del carcere. Eco sostiene una sola tesi: costruire nuovi carceri. Questo potrebbe garantire maggiori spazi, la presenza di vere attività di socializzazione, rieducazione e reinserimento. Il dibattito è certamente consegnato alla politica cui spetta la soluzione del dramma in corso, ma nessuno si aspetta qualcosa dall’attuale governo. Giusto perché fino ad ora ha dato corso a provvedimenti carcerocentrici e non pare per nulla interessato a ragionare di depenalizzazione di reati minori, incremento di attività socializzanti e lavorative (anzi per quanto possibile le ha anche ostacolate). Resta il dramma e lo strazio di detenuti che abitano veri e propri inferni in cui si accumulano carichi di dolore e di sofferenza alla pena ricevuta. C’è un bellissimo libro - Donatella Stasio, “L’amore in gabbia. La ricerca della libertà di un reduce dal carcere”, edito da Castelvecchi - che documenta tutto ciò e lo fa a proposito di un tema tabù della vita carceraria: l’affettività, la sessualità, l’esperienza sentimentale ed emotiva della detenzione. È un racconto reso possibile dalla passione della giornalista e dal coraggio di un detenuto che ha deciso di raccontare la propria storia fin nei suoi aspetti più intimi e personali. “Che sia racchiusa in una sola pagina o in centocinquanta, la microstoria dell’amore in gabbia, di cui Gianluca è protagonista, ci costringe ad affacciarci sul palcoscenico di una storia più grande, quella delle regressioni democratiche in atto nel mondo, Italia compresa, di cui siamo protagonisti tutti, spesso senza esserne consapevoli, o magari sì, ma basta raccontarci un’altra storia e il gioco è fatto…Siamo dentro una storia che potrebbe non avere un lieto fine. Perciò prima che cali il sipario, è bene aprire gli occhi sulle tante microstorie di abusi, mutilazioni, gabbie che la compongono e che ci circondano, utili a scongiurare il finale peggiore” (pag. 160- 161). Nel libro ad un certo punto Donatella Stasio invita i lettori a farsi sentire. A uscire dalla sindrome del “siamo una minoranza” a volere certe cose. Ecco adesso che conosciamo l’esito del referendum sulla giustizia potremmo davvero trovare nuovo slancio: “sono molto importanti le attività che vengono definite con un termine non felicissimo, “trattamentali”, ma che sono essenziali in questa finalità di recupero e reinserimento. Anche per rendere più alta la speranza di recupero per il futuro. E d’altronde questa, come tutti sappiamo, è una finalità prevista dalla Costituzione che la Repubblica ha l’obbligo di coltivare” (Sergio Mattarella). L’abbiamo difesa la Costituzione, adesso è il momento di vederla applicata. Donatella Stasio ci ricorda quanto è tradita, proprio nel luogo che misura la civiltà delle nazioni, cioè il carcere. “Può sembrare un paradosso, ma il Paese che si vanta a ogni angolo di “avere la Costituzione più bella del mondo” è lo stesso a ogni angolo che la tradisce e non sa trovare la voce per pretendere che sia applicata. E invece dobbiamo trovarla questa voce” (pag. 165). “Carceri inumane, a rischio la cooperazione europea” di Simona Lorenzetti Corriere di Torino, 22 aprile 2026 L’allarme degli avvocati Cosimo Palumbo e Francesco Crimi. Alcuni Tribunali stranieri hanno bloccato le estradizioni in Italia per le condizioni degradanti degli istituti di pena. “Il tasso di sovraffollamento nelle carceri ungheresi, secondo un rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti pubblicato nel dicembre 2025, è del 116%. Mentre in Italia, secondo Antigone, attualmente è del 138%. Un dato allarmante destinato a crescere a causa dei nuovi reati e inasprimenti di pene contenuti nei decreti sicurezza emanati in questi anni”. A tracciare il parallelismo tra le carceri dei due Paesi europei sono gli avvocati Cosimo Palumbo e Francesco Crimi. Il Consiglio d’Europa ha evidenziato l’aumento della violenza nelle carceri. Quanto è reale questo rischio anche nel nostro Paese? “L’accostamento non è certo entusiasmante, però non ci stupisce. Le cause principali vanno individuate nelle condizioni inumane e degradanti provocate dagli spazi ridottissimi a disposizione dei detenuti e dalla mancanza di attività di risocializzazione. Il sovraffollamento inasprisce i rapporti e rende difficoltosi i controlli e la sorveglianza della polizia penitenziaria. Anche i suicidi sono conseguenza della disperazione provocata dalle condizioni in cui si vive la privazione della libertà personale. Gli atti di autolesionismo sono anch’essi un segnale di violenza”. Recentemente la Germania ha sospeso un’estradizione verso l’italia per le condizioni delle carceri. È un campanello d’allarme? “È più di un campanello d’allarme, ma non è il solo. Nel 2025 il Tribunale di Monaco di Baviera ha ravvisato un ostacolo alla consegna di un soggetto in Italia per una possibile violazione degli standard minimi della detenzione derivanti dal mancato rispetto del “principio della dignità umana”. Analogo rifiuto risulta essere stato opposto dall’olanda, poiché le carceri italiane sono state giudicate “inumane per sovraffollamento, numero di suicidi e inadeguatezza delle strutture”. Una recente ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Firenze ha devoluto alla Consulta una questione riguardante la costituzionalità della detenzione in condizioni inumane in Italia, evidenziando che “le condizioni igienico sanitarie e di sovraffollamento hanno raggiunto livelli tali da inficiare la stessa collaborazione giudiziaria con altri Paesi, risultando di ostacolo a estradizioni e mandati d’arresto europei”. Di questo passo diventerà sempre più difficile la cooperazione europea sull’assistenza giudiziaria, basata sul reciproco affidamento a un sistema detentivo dignitoso e rispettoso dei diritti”. Che fare? “La pena non significa solo reclusione in carcere. Non serve costruire nuove carceri o paventare inesistenti possibilità di inviare i detenuti in comunità. Anziché aumentare i reati e innalzare le pene si dovrebbe porre mano a una seria depenalizzazione, fare maggiore ricorso alle pene sostitutive e ampliare l’accesso alle misure alternative. Nell’immediato, per superare l’emergenza ed evitare una probabile nuova sentenza di condanna dei giudici di Strasburgo per le detenzioni non dignitose, servirebbe un provvedimento di clemenza (amnistia e/o indulto). Ma al momento è pura utopia”. “Solo un’ora d’aria al giorno”. La Corte d’appello di Torino dice no all’estradizione in Ungheria di Simona Lorenzetti Corriere di Torino, 22 aprile 2026 I giudici ordinano la scarcerazione di un 56enne accusato di aver falsificato monete e su cui pende un mandato di cattura europeo emesso dalle autorità ungheresi. I suoi avvocati: “Potrebbe essere sottoposto a trattamenti inumani”. È il 24 ottobre 2025 quando un 56enne viene arrestato dalla polizia di Torino su mandato di cattura europeo emesso dalle autorità ungheresi. L’uomo, stando alle accuse, sarebbe un falsario di monete e ad attenderlo in Ungheria c’è un processo in cui rischia una condanna fino a 15 anni. Ed è per questo che ne viene chiesta l’estradizione. Ma il trasferimento viene negato: per la Corte d’appello di Torino “sussistono criticità che non consentono di escludere il rischio” che l’indagato “venga sottoposto a trattamenti inumani e degradanti” nel penitenziario nel quale sarebbe stato rinchiuso. In particolare, nell’ordinanza - che dispone l’immediata scarcerazione del 56enne - si sottolinea “l’allarmante previsione di una sola ora d’aria al giorno” per il detenuto “che rimane per le restanti 23 ore in cella in assenza di attività lavorative ed educative”. Non è la prima volta che le autorità italiane negano l’estradizione verso altri Paesi: era già successo con l’Iran e il Brasile, ma ora sotto la lente dei magistrati finisce un istituto di pena europeo. I giudici, di fatto, accolgono la linea difensiva degli avvocati dell’indagato, Cosimo Palumbo e Francesco Crimi, che in un’articolata memoria mettono in luce le pessime condizioni delle carceri ungheresi: condizioni che, in parte, sembrano sovrapporsi a quelle italiane e gettano una luce sinistra sui diritti dei detenuti nel nostro Paese e sulle difficoltà che incontrano anche gli agenti della polizia penitenziaria. Dagli atti del procedimento emerge che negli istituti penitenziari ungheresi si registra un sovraffollamento del 116%: secondo la Corte d’appello, l’indice rende improbabile la disponibilità “durante l’intero periodo di detenzione” di “uno spazio vitale minimo di 3 metri quadrati (esclusi i servizi igienici)”. Stando all’ultimo report dell’associazione Antigone, in Italia il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre il 150% e punte superiori al 200%. Numeri, quest’ultimi, che ricordano le condizioni che nel 2013 e 2015 portarono l’Italia a essere condannata dalla Corte europea del Diritti dell’Uomo. Non più tardi di qualche mese fa, a novembre, un tribunale olandese ha negato l’estradizione in Italia di un proprio cittadino sostenendo che le nostre carceri sono “inumane per sovraffollamento, numero di suicidi e inadeguatezza delle strutture”. A far propendere per il diniego all’estradizione in Ungheria del presunto falsario non sono stati solo il sovraffollamento e l’ora d’aria. Dagli atti emergono anche altri aspetti negativi: le carenti condizioni igienico sanitarie (presenza di blatte e cimici) e il rischio di maltrattamenti fisici (reclusi incatenati ai termosifoni). E a poco sono servite le rassicurazioni delle autorità ungheresi che, interpellate dalla Corte d’appello, hanno risposto che le “condizioni di detenzione sono conformi al diritto internazionale”. Risposte troppo generiche per escludere - secondo i magistrati - il “rischio di trattamento inumano e degradante”. Il boomerang dell’emergenza perenne di Flavia Perina La Stampa, 22 aprile 2026 L’insistenza normativa avvalora l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul suo perno politico: la sicurezza. Ma l’idea di una eterna emergenza sicurezza da affrontare pugnale tra i denti può pagare ancora a destra? È la domanda che la maggioranza dovrebbe porsi dopo l’esito surreale del quinto decreto sicurezza, che oggi vedrà il governo impegnato a cancellare con una mano ciò che aveva scritto pochi giorni fa con l’altra. Si può dire (e la destra lo dice): solo un incidente di percorso. Ma il provvedimento arrivato in queste ore al capolinea ha annaspato troppo tempo nelle difficoltà per chiudere la questione così. Per mesi la maggioranza si è incagliata su ogni singolo dettaglio del testo, in una girandola di proposte avanzate e ritirate perché in conflitto con altre norme, o al limite della costituzionalità, o affondate da fatti di cronaca come l’omicidio di Rogoredo. Il testo è arrivato nell’aula del Senato senza relatore perché si è fatto e disfatto su ogni dettaglio del pacchetto: sul fermo preventivo senza limiti, sullo scudo legale assoluto per gli agenti, sulle cauzioni a carico di chi organizza manifestazioni, sull’uso dell’esercito in funzioni di ordine pubblico. La difficoltà, evidente, è stata quella di produrre nuovi segnali di intransigenza e fermezza dopo aver esplorato con i quattro precedenti decreti sicurezza ogni angolo dell’universo securitario, dai rave (primo decreto sicurezza) alla caccia planetaria agli scafisti (decreto Cutro), dalle baby gang (decreto Caivano) ai quattordici nuovi reati introdotti dal decreto del 2025. Restare nel canone della Costituzione alzando per la quinta volta il tiro era oggettivamente difficile, e infatti non ci si è riusciti: il provvedimento più significativo, introdotto all’ultimo minuto con un emendamento a prima firma FdI, si è scontrato non solo con le osservazioni del capo dello Stato ma soprattutto con le contestazioni indignate di chi avrebbe dovuto beneficiarne, gli avvocati e ogni loro rappresentanza. Il problema tecnico sarà risolto, il problema politico rimane. Per il suo ipotetico weekend della riscossa il centrodestra aveva immaginato una coppia di iniziative ad alto impatto, concepite per segnare la ripartenza dopo lo choc referendario. La prima era la visita in Albania di una delegazione FdI di altissimo livello, che avrebbe dovuto “ribaltare la narrazione” sull’inefficienza del centro di Gjader. La seconda era appunto affidata al bonus di Stato agli avvocati che si spendono per il rimpatrio assistito dei loro clienti anziché brigare con le richieste d’asilo. Era, forse, anche un modo di assecondare l’input dato da Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio 2026 (“Dovrà essere l’anno del cambio di passo sulla sicurezza”) poi ribadito nell’ultimo intervento in Parlamento (“Non sono soddisfatta dei risultati sulla sicurezza”). Entrambe le idee hanno fatto cilecca, la seconda si è trasformata in un atto di autolesionismo difficile da riparare. E dunque la domanda iniziale ha un suo senso: questa eterna emergenza sicurezza, valorizzata in ogni intervento, ogni trasmissione televisiva, ogni impegno parlamentare, può essere davvero la risposta giusta per la gestione dell’ultimo anno di legislatura? O è soltanto la comfort zone dove il centrodestra trova riparo in un momento di confusione e incertezza? Dopo quattro anni di governo, è immaginabile che gli elettori della maggioranza siano storditi da una escalation interventista che dà la sensazione di un esecutivo alla perenne e continua rincorsa di eventi che non riesce a controllare. Sistemate le baby gang ci sono i maranza, sistemato il piccolo spaccio ci sono i coltelli, sistemate le occupazioni delle prime case ci sono quelle delle case al mare, fatti gli accordi per i rimpatri ci sono quelli che non li assecondano, raddoppiata la vigilanza nelle stazioni ci sono i ragazzini che aggrediscono i professori. Il rischio piuttosto evidente è che l’impegno sulla sicurezza e l’infinita serie di norme-bandiera prodotte per confermarlo si trasformino in boomerang e avvalorino l’idea di una maggioranza poco efficace proprio sul caposaldo politico della sua proposta, quello che nel 2022 ha contribuito a segnarne la vittoria. E il vero paradosso è che, a guardare i dati, l’emergenza non esiste o è molto minore di come la raccontano: tutti i reati di pericolo sociale sono in diminuzione da anni e pure l’immigrazione, ci dice l’Istat, sta registrando cali. Prenderne atto e valorizzare i risultati ottenuti piuttosto che i problemi ancora aperti forse sarebbe una migliore strategia. Di certo più convincente dell’allarmismo quotidiano, visti anche i risultati parlamentari che produce. L’insicurezza nelle norme fa vacillare anche il diritto di Danilo Paolini Avvenire, 22 aprile 2026 Sembra l’insicurezza, per paradosso, l’elemento caratterizzante di molte iniziative legislative del Governo, che della sicurezza fa invece uno dei suoi temi fondativi. È già capitato, infatti, che norme varate per accrescere la sicurezza del Paese (secondo la visione della maggioranza politica pro-tempore) si siano rivelate malferme giuridicamente e bisognose di aggiustamenti in corsa. Stavolta è accaduto con il “premio rimpatri”, infilato nel testo originario del nuovo decreto sicurezza con un emendamento evidentemente poco meditato, che si è infranto sul primo vaglio di costituzionalità del Quirinale. Secondo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è trattato di un pasticcio. Di certo, però, è un esempio di legislazione quanto meno creativa, perché avrebbe gratificato economicamente gli avvocati che avessero accettato di perseguire interessi diversi da quelli dei loro assistiti. Ora il contributo si estenderà anche ai mediatori e alle associazioni, grazie a un altro decreto che correggerà la norma precedente e sarà pubblicato “contestualmente” in Gazzetta Ufficiale. Legislazione creativa e anche acrobatica. Ma qui si torna all’insicurezza normativa di cui si diceva. Viene infatti il sospetto che sia proprio l’accatastarsi continuo di nuove regole a creare un ambiente favorevole alla confusione, in cui è facile incappare in incidenti che sono tecnici, ma pure politici. Proprio ieri, prendendo la parola su questo tema alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto che si registrano meno reati e più agenti delle forze dell’ordine, meno ingressi irregolari e più rimpatri. E che questo ennesimo decreto sicurezza serve per “garantire risposte concrete alle aspettative dei cittadini”. Non sappiamo, ovviamente, se le aspettative dei cittadini coincidano in toto con quelle del Governo, fatto sta che lo sguardo sulla sicurezza sembra limitato all’immigrazione, mentre le cronache raccontano sempre più spesso di rapine a mano armata, omicidi efferati e altri reati che, verosimilmente, incidono sulla percezione dei cittadini circa l’insicurezza sociale. A meno di credere che tutti i criminali siano stranieri extra-Ue e che basterebbe mandarli tutti via per dormire la notte con la porta di casa aperta, c’è qualcosa che non va. Quanto alle norme penali e repressive, non mancano. Anzi nei circa quattro anni di questo esecutivo si sono moltiplicate le fattispecie di reato e inasprite le pene. Si è perso il conto di decreti legge (che la Costituzione, a proposito, limita a “casi straordinari di necessità e urgenza”) e “pacchetti” in materia di sicurezza. Ma per inseguire la certezza della pena si rischia di smarrire la certezza del diritto. “Il dl non è un pasticcio”. Meloni rivendica e rilancia di Andrea Colombo Il Manifesto, 22 aprile 2026 La premier tira dritto sul tema sicurezza. Ci vuole coraggio per negare che il dl sicurezza non sia un pasticcio. Giorgia Meloni si è sempre vantata della sua audacia e ne dà prova: “Per me il decreto non è un pasticcio. Trasformeremo i rilievi tecnici del Quirinale in un provvedimento ad hoc perché non c’era tempo per correggere la norma, che però rimane perché è di assoluto buon senso”. I rilievi per la verità non erano tecnici ma costituzionali e la formula proposta dal governo aggira la forma senza modificare la sostanza. La trovata, proposta dal sottosegretario Mantovano e accolta dal capo dello Stato, verrà illustrata nel dettaglio poco dopo, alla Camera, dalla sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Siracusano. Contestualmente alla conversione del dl sicurezza il cdm, che dovrebbe riunirsi oggi, varerà un altro decreto che corregge la norma sugli avvocati bocciata dal Colle. Il contributo non verrà più erogato solo agli avvocati i cui assistiti aderiscano al rimpatrio volontario ma a tutti, indipendentemente dall’esito del provvedimento. Il medesimo contributo, inoltre, non sarà limitato ai soli avvocati ma anche ai mediatori, alle associazioni e insomma a chiunque segua i casi in questione. Non ci vuole molto a immaginarsi l’entusiasmo del ministro Giorgetti. Il Tesoro era già contrario alla prima versione della norma, quella che limitava l’esborso ai casi di rimpatrio volontario accettato. Con la platea così allargata la spesa s’impenna e non a caso qui Siracusano è più vaga: “Non ho contezza delle stime. Ci stanno lavorando al Mef”. Alla fine da qualche parte Giorgetti tirerà fuori, di malumore, la copertura necessaria. L’opposizione protesta e bolla il “decretino” come rimedio peggiore del male. Governo e maggioranza non fanno una piega: “C’è il semaforo verde di Mattarella”. In realtà il presidente si sgola da oltre un anno per spiegare che le sue firme non significano che approvi i provvedimenti ma solo che non si ravvisano palesi ostacoli di ordine costituzionale. In questo caso non ce ne sono anche perché nella storia repubblicana si contano un paio di precedenti. Apparentemente, almeno per quanto riguarda il passaggio incriminato, è effettivamente così e a quello si limita il ruolo del presidente. Politicamente le cose stanno diversamente. In questo caso, a differenza che nei precedenti storici, il governo non ammette affatto l’errore e non disconosce la norma, al contrario la difende a spada tratta derubricando i suoi limiti a sviste tecniche: “L’Europa ci chiede di intensificare i rimpatri volontari. Ora scopro che non siamo d’accordo più neanche sul rimpatrio volontario assistito, ma noi andiamo comunque avanti”. L’irritazione della premier nei confronti della sua maggioranza è reale ma dovuta alla superficialità con la quale è stato scritto l’emendamento, incappando così nella farsa grottesca andata in scena per 48 ore a detrimento dell’immagine del governo. Ma sulla scelta di provare a recuperare l’emorragia di consenso puntando sull’usato sicuro, crociata anti-immigrazione e politiche securitarie, Meloni la pensa proprio come Salvini. La leader di FDI è certamente meno isterica del suo vice leghista, che non nasconde il livore per l’intervento del Colle. “Ormai non mi stupisco più di niente”, è sbottato ieri. Che tempi, ci si attacca addirittura al rispetto della Carta! Il leghista sente molto più di Meloni sul collo il fiato del competitor sull’estrema destra Vannacci e per questo, oltre che per carattere, è più sguaiato della potente e comunque meno spaurita alleata. Ma sono solo differenze nel tono e nell’accentuazione. La decisione di andare avanti come treni sulla strada delle politiche che da decenni gonfiano le vele della destra è comune. Il Colle, in questo come in molti altri precedenti casi, ha scelto di limitare il danno, in alcuni casi suggerendo modifiche volte a depotenziare le norme inserite nel dl, come per il blocco navale, in altri circoscrivendo il proprio intervento ai casi di più evidente incostituzionalità. Ma questo equilibrio ha retto sinora perché la destra si sentiva in tasca la vittoria alle prossime elezioni. Ora ha paura e la giostra impazzita degli ultimi giorni rivela quanto quel già precario equilibrio sia nel nuovo quadro politico usurato. I dubbi del Quirinale restano. L’opposizione occupa l’Aula di Monica Guerzoni e Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 22 aprile 2026 Comunque vada a finire, il braccio di ferro lascerà strascichi nei rapporti, già non privi di spine, tra Palazzo Chigi e il Quirinale. Non un fiato è uscito dal Colle più alto sulle parole con cui, a Milano, Giorgia Meloni ha difeso il “buon senso” di quella contestatissima norma del decreto Sicurezza, stoppata da Sergio Mattarella. Eppure ieri è stata un’altra giornata di tensione istituzionale, di scontro in Parlamento e di arrovellamento dei giuristi del governo, che a sera però non avevano ancora trovato la soluzione del rebus. Un clima che sta tutto nell’insofferenza sfogata da Matteo Salvini: “I rilievi del Quirinale? Ormai non mi stupisco più”. Al Colle invece si stupiscono, eccome. Il presidente avrebbe evitato volentieri il nuovo cortocircuito e il consueto “ping pong” sulle trattative, innescato dal governo. Il fastidio per la fuga di notizie è così plateale, che l’ufficio stampa ha fatto scattare una sorta di bavaglio: “Non possiamo anticipare giudizi su cose che ancora non ci sono”. Un mix di disagio, irritazione e la determinazione di Mattarella a salvaguardare l’istituzione. Ne deriva che conosceremo la sua scelta non prima di venerdì e comunque solo dopo che il fascicolo sarà approdato sul suo tavolo. Firmerà, o no? Qualche indizio c’è. Il primo è la quasi certezza che il governo non proporrà al presidente una soluzione destinata a essere respinta. Insomma, per ottenere l’agognata firma che scongiuri una figuraccia del governo e salvi il decreto, la decisione di Palazzo Chigi dovrà essere concordata. La soluzione che il governo ritiene “condivisa” è questa: oggi alle 18 si vota la fiducia alla Camera, poi la lunga notte per l’approvazione finale per evitare il terzo passaggio al Senato. Ma il decreto sarà approvato con la norma in odore di incostituzionalità, per cui verrà “sterilizzato” da un secondo decreto di modifica, da pubblicare nella medesima Gazzetta ufficiale. Per Meloni “non è un pasticcio”, eppure a sera fonti parlamentari accreditavano forti dubbi dei giuristi del Colle sull’escamotage delle due firme contestuali. Cosa accadrebbe, ragionando per assurdo, se all’indomani cadesse il governo? Quanto al merito della “correzione” allo studio, il minimo per il Quirinale è che l’avvocato riceva il premio in ogni caso, sia che il migrante accetti di essere rimpatriato, sia che rimanga in Italia. La tensione era già alta ieri mattina nella seduta alla Camera, scandita dalle proteste delle opposizioni per la norma sugli incentivi agli avvocati che riescono a rimpatriare i loro assistiti. Poi sono rimbalzate in Aula le parole di Meloni: “Scopro che non siamo d’accordo più neanche sul rimpatrio volontario assistito, ma noi andiamo avanti”. Il resto lo ha fatto Matteo Piantedosi. Il ministro dell’Interno, “padre” della trovata sul premio ai legali, ha detto di aver preso atto di “alcune sensibilità” e annunciato la correzione, con annesso appello “ad approvare questo importante testo di legge”. Ed è stata bagarre. “Non basta metterci la faccia, dovete metterci il cervello!”, ha gridato la dem Debora Serracchiani. “Ci state chiedendo di votare una norma che voi avete già ritenuto incostituzionale”, ha rincarato Zaratti di Avs. E quando i capigruppo di centrosinistra sono andati sotto i banchi del governo a invocare una riunione dei capigruppo (appena negata), è stato il caos. Con l’occupazione degli scranni dell’esecutivo. E l’espulsione del dem Arturo Scotto. Finché la capigruppo c’è stata. E la sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento, Matilde Siracusano, qualche chiarimento lo ha dato. Niente più riferimento al Consiglio nazionale forense. Non più solo avvocati, ma anche “mediatori”. Compenso non più solo “all’esito” positivo della pratica. L’emendamento 30 bis sui 615 euro di incentivo all’avvocato del migrante, erogati dal CnF “all’esito” del rimpatrio dopo l’approvazione al Senato ha ricevuto le critiche dell’avvocatura, dell’Anm e dell’opposizione. Finché lunedì è arrivato lo stop del Colle. Ora la clessidra è agli sgoccioli. Se non convertito entro sabato, il decreto finirà nel cestino. Il dl sicurezza rischia l’incostituzionalità. Ed è pieno di norme liberticide di Giansandro Merli, Eleonora Martini Il Manifesto, 22 aprile 2026 Restano i provvedimenti già finiti sotto la lente del Csm. Fermo preventivo e limitazione del gratuito patrocinio potrebbero finire alla Consulta. Grazie al trucchetto di un nuovo decreto che rimedia al pasticcio della mancia agli avvocati pro-rimpatri, la legge di conversione del dl sicurezza otterrà, dopo il voto della Camera, la firma del capo dello Stato. Il quale effettua un controllo preventivo per evitare incostituzionalità palesi, ma non è l’organo deputato a verificare che le leggi ordinarie rispettino il dettato della carta fondamentale. Questo ruolo appartiene alla Consulta. E qui sono almeno due i punti del dl che potrebbero scricchiolare nel caso, non semplice né immediato, siano sollevati davanti alla Corte. A partire dal fermo preventivo, che introduce la possibilità di portare in questura per 12 ore, prima di manifestazioni e cortei, persone ritenute “pericolose”. Il Consiglio superiore della magistratura sostiene che questa misura “si muove su un crinale costituzionalmente molto sensibile”. Potrebbe essere in contrasto con l’articolo 13 della legge fondamentale, che per privare qualcuno della libertà personale prevede una doppia riserva: di legge, ma anche di giurisdizione. Con la novità del dl l’unico magistrato coinvolto sarà un pm, con un avviso, per valutare se ricorrono le condizioni di pericolosità. Secondo il governo la previsione sarebbe legittima perché riferita a un periodo limitato e basata su una serie di “indicatori di rischio”. Il Csm, al contrario, insiste che l’assenza di un obbligo di motivazione del provvedimento è estremamente problematica. Alla sua prima applicazione, contro 91 anarchici della capitale, ha già mandato in tilt procura e questura con una serie di cortocircuiti. L’eliminazione del regime speciale che garantiva il gratuito patrocinio agli stranieri nei ricorsi contro le espulsioni rischia invece di violare l’articolo 24 della Costituzione, che dice: “La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”. Chiedere certificazioni sull’assenza di reddito in Italia e in patria, con il coinvolgimento dell’ambasciata e tempi lunghi, lederà inevitabilmente l’effettività di tale diritto. Al di là delle eventuali questioni di palese incostituzionalità, un’altra norma del pacchetto sicurezza che desta comunque “profonda preoccupazione” tra avvocati penalisti e giuristi è l’introduzione nelle carceri di agenti provocatori infiltrati, che potranno fingersi detenuti o addirittura educatori, infermieri o assistenti. Una previsione che “incide in modo grave - come spiega l’associazione Antigone - sull’assetto legale e costituzionale del sistema penitenziario italiano” perché “snatura profondamente il ruolo della Polizia Penitenziaria, trasformandola da corpo orientato alla sicurezza interna e al trattamento rieducativo in un apparato opaco di intelligence”. Il fine ultimo della pena finisce così per essere cancellato, in quanto l’introduzione di 007 nei penitenziari rischia di alimentare ulteriormente diffidenza, sospetto e conflittualità mettendo a repentaglio il percorso di risocializzazione del detenuto. D’altronde, la logica che sottende l’ennesimo provvedimento giustizialista del governo Meloni risulta evidente anche nell’eliminazione dei fatti di lieve entità per i reati collegati alle droghe, senza distinzione tra le diverse sostanze. Un’ulteriore stretta proibizionista dopo quella già imposta con il decreto Caivano attraverso il quale “il governo aveva già portato a cinque anni la pena per l’uso di cannabis rendendo ancora più affollate le nostre carceri”, come ricorda il segretario di Più Europa, Riccardo Magi. Lunedì, insieme ai Radicali italiani, ha inscenato davanti a Montecitorio una protesta a base di spinelli e cessione di piccole quantità di cannabis. L’associazione Libera, invece, ha espresso ieri “grande sconcerto” per l’istituzione di permessi lavorativi speciali alle vittime del dovere (agenti, militari e magistrati che hanno subito infortuni durante la loro attività). “Consapevoli che tale categoria di vittime è assolutamente da tutelare, ci chiediamo però come mai una uguale previsione non è stata estesa alle vittime della criminalità organizzata e del terrorismo”, afferma Libera. Anche perché i permessi servono a partecipare a iniziative a sostegno di legalità, memoria delle vittime del dovere e “del terrorismo e criminalità organizzata”. L’ultima forzatura: in arrivo un decreto che cambia il decreto di Michele Gambirasi Il Manifesto, 22 aprile 2026 Pasticciaccio brutto Sicurezza, via il riferimento al Cnf, il contributo anche senza rimpatrio. Ma prima l’aula voterà il testo incostituzionale. Le opposizioni occupano l’aula in segno di protesta. Oggi il voto sulla fiducia, entro venerdì il via libera. In nessun caso un governo aveva rivendicato la bontà di un pasticcio. Un decreto modificherà il decreto, così che il secondo cancelli una norma incostituzionale contenuta nel primo. Non sembra complicato e pasticciato: lo è ed è la soluzione definitiva del governo, confermata ieri prima dalla premier e poi dagli altri ministri, per salvare il pacchetto sicurezza che ha rischiato di saltare per i rilievi del Colle all’articolo sugli incentivi agli avvocati che promuovono i “rimpatri volontari e assistiti”. È la controversa e cervellotica soluzione messa a punto dal governo dopo una notte di passione. Il nuovo decreto stravolgerà la mancetta agli avvocati denunciata dal manifesto: la platea dei beneficiari sarà allargata a tutte le figure di mediazione delle pratiche di rimpatrio, sarà rimosso il riferimento al Consiglio nazionale forense e il compenso sarà corrisposto a prescindere dall’esito della procedura. La soluzione è irrituale e macchinosa, e comporta che il Parlamento ora voterà un decreto con una norma incostituzionale con la promessa che cambierà. Ieri pomeriggio è stata posta la fiducia sul provvedimento, che inizierà ad essere votata da oggi pomeriggio per poi passare alla discussione sugli ordini del giorno prima del voto finale, atteso per venerdì mattina dopo una due giorni non-stop o giovedì in serata. Le opposizioni hanno sottoscritto 145 Odg, che potenzialmente corrispondono a ore e ore di discussione, senza contare le potenziali dichiarazioni di voto individuali. I tempi, comunque, ci sono e il provvedimento è destinato a passare. Ne rimane l’iter spericolato: “Una fibrillazione istituzionale senza precedenti, con uno scontro aperto tra governo e Quirinale su una norma che lo stesso governo arriva a definire incostituzionale. Siamo davanti a un pasticcio istituzionale enorme”, ha detto la segretaria dem Elly Schlein. “Hanno creato un cortocircuito istituzionale”, ha attaccato Giuseppe Conte del M5S, mentre Angelo Bonelli di Avs ha commentato: “Il governo si comporta come se fosse al di sopra della legge”. Ieri la seduta è iniziata senza che la soluzione fosse stata ancora annunciata con precisione, si sapeva solo che sarebbe arrivata. A metà mattina si è infine palesato in aula il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sino a quel momento mai comparso in parlamento per tutto l’iter di conversione del decreto. Il cerino in mano il governo lo aveva sempre lasciato al sottosegretario leghista del Viminale Nicola Molteni. Allora Piantedosi ha annunciato la modifica, dovuta al fatto che il governo “ha preso atto di alcune sensibilità”, leggasi Mattarella. Quasi negli stessi momenti Giorgia Meloni dal Salone del mobile di Milano confermava il nuovo decreto, difendendo però “una norma di assoluto buon senso”. Il leader leghista Salvini, invece, andava direttamente allo scontro: “Non mi stupisco più di niente” ha risposto in merito ai rilievi del Quirinale. L’insistenza per modificare e non abrogare l’articolo è stata tutta della Lega, più che mai preoccupata della concorrenza a destra dei vannacciani che infatti hanno attaccato il decreto perché non abbastanza duro. La paternità della norma incriminata, ad ogni modo, è tutta del Viminale che l’ha inviata tra i quattro emendamenti da inserire a metà marzo: sono gli stessi quattro firmati dai capigruppo di maggioranza della prima commissione del Senato, nessuno può dirsi veramente estraneo. In tutte queste settimane era probabilmente sfuggita anche agli uffici del Quirinale. Le delucidazioni finali ieri le ha date la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracusano nel corso della riunione dei capigruppo convocata solo dopo che le opposizioni hanno occupato l’aula in segno di protesta. Il gesto, durato alcuni minuti, è costato l’espulsione al deputato dem Arturo Scotto, reo di essersi seduto sui banchi del governo. “Scotto si contenga!” ha prima ammonito il presidente di turno Fabio Rampelli. Inascoltato, ha ripreso il microfono: “Scotto lei è espulso!”. Poco prima le stesse opposizioni, presentatesi battagliere, avevano dovuto affrontare due votazioni: una per chiudere la discussione generale che si sarebbe allungata per cinque ore, un’altra per le questioni pregiudiziali di costituzionalità che avevano presentato. Nel primo caso la maggioranza ha vinto con 145 voti, nel secondo con 146. Praticamente impossibile, ma se i deputati di opposizione fossero stati tutti presenti avrebbero potenzialmente potuto prevalere in entrambi i casi. Ad ogni modo, il governo Meloni è destinato a scrivere pagine di manuali di diritto da studiare nelle facoltà di legge. Il primo pacchetto sicurezza fu approvato per decreto dopo che l’esecutivo vi aveva trasferito tutte le norme di un disegno di legge impantanato in Parlamento. In questo secondo caso, il groviglio è ancora peggiore. Il Parlamento voterà una legge contenente una norma palesemente incostituzionale, sulla fiducia che il governo la trasformerà con un decreto che promette di portare contestualmente a Mattarella. Ma rimangono i dubbi: come farà il consiglio dei ministri a decretare su una legge che in punta di diritto non è ancora in vigore, dal momento che serve prima che il Quirinale la promulghi? In maggioranza si richiamano i precedenti, compreso il “comma Fuda” del 2006, ma nessuno è veramente analogo, per tempi e contenuti. E nessuno ha mai rivendicato i propri errori come se niente fosse. Rimpatri, il Governo cancella con un Dl parallelo l’incentivo ai legali di Errico Novi Il Dubbio, 22 aprile 2026 Rimedio inedito per eliminare la norma del decreto sicurezza bocciata da Capo dello Stato e avvocati: domani il correttivo e la fiducia sul testo originario. Una giornata particolare. Ma forse la citazione cinematografica migliore è un’altra: una battaglia (persa) dopo l’altra. Il governo, la sua maggioranza, cercano a fatica di uscire dall’incidente sul decreto sicurezza. Dopo l’ipotesi di un emendamento correttivo con terza lettura lampo a Palazzo Madama, la giornata di oggi produce un altro schema. Complicato. Molto. Ma forse sostenibile sul piano giuridico, come ipotizza, interpellato dal Dubbio, il costituzionalista Giovanni Guzzetta: “Se davvero, come suggeriscono le indiscrezioni di stampa, ci si prepara a deliberare in Consiglio dei ministri un decreto correttivo che modifichi la norma contestata sugli incentivi agli avvocati, e se davvero si provvederà a pubblicare contestualmente in Gazzetta ufficiale sia la legge di conversione del decreto sicurezza, sia il decreto legge correttivo, evidentemente siamo di fronte a un provvedimento a efficacia sospensivamente condizionata”. Parole grosse, verrebbe da dire. Ma l’avvocato e professore dell’Università Tor Vergata in realtà è chiarissimo: “Significa che il testo correttivo potrebbe essere adottato dal Consiglio dei ministri, e firmato dal presidente della Repubblica, addirittura prima che il Capo dello Stato promulghi la legge di conversione del decreto sicurezza in via di approvazione alla Camera. È un’ipotesi, naturalmente, ma non è giuridicamente sballata: nel decreto correttivo si dovrà adottare una formula proiettata nel futuro e subordinata al verificarsi di un’eventualità”. Del tipo: “Qualora entrasse in vigore la norma in cui si prevedono incentivi agli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio, tale norma è immediatamente modificata come segue...”. In questo modo, fa notare il professor Guzzetta, “la misura che subordina i compensi agli avvocati all’avvenuta remigrazione dello straniero”, un assurdo giuridico dall’evidente incostituzionalità, “non resterebbe in vigore neppure un istante”. Peraltro, secondo le anticipazioni diffuse a metà pomeriggio dalla sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento Matilde Siracusano, di Forza Italia, il provvedimento-sanatoria non cancellerebbe i compensi ai legali che seguono le pratiche di rimpatrio: si limiterebbe a eliminare il vero vulnus. Cancellerebbe cioè la subordinazione del compenso da 615 euro all’effettivo compiersi del rimpatrio. L’erogazione, “non più affidata al Consiglio nazionale forense”, come precisa Siracusano, avverrebbe per il semplice fatto di aver assistito la persona immigrata nella predisposizione dell’istanza di rimpatrio volontario, quindi anche qualora tale iter amministrativo, per qualsiasi motivo, non arrivasse a compimento. Inoltre, sempre sulla base dei quanto riferito dalla sottosegretaria forzista, i destinatari del compenso sarebbero individuati anche tra i “mediatori, non necessariamente avvocati”. Sembra certo che dal testo scomparirebbe ogni riferimento al Consiglio nazionale forense, sia come “ufficiale pagatore” sia come generico cooperante alle politiche di rimpatrio. E insomma, secondo quanto emerge, l’articolo 30 bis del decreto sicurezza non sarà abrogato, ma ricondotto a una logica costituzionale. Resta l’inedita formula del rimedio in corsa. “Si tratterebbe di un’opzione giuridica molto particolare”, fa notare ancora Guzzetta, “della quale si fatica a trovare precedenti, soprattutto per la relazione fra decreto emergenziale correttivo e legge di conversione del decreto originario. D’altronde non sarebbe illogico parlare di un effettivo requisito di necessità e urgenza, per il correttivo: si tratterebbe di un’emergenza futura, eventuale, ma che il governo sa essere probabile, e a cui si pone rimedio a condizione che l’eventualità prospettata si verifichi davvero”. E i tempi? La conferenza dei capigruppo ha fissato per domani alle 16 le dichiarazioni di voto sulla questione di fiducia, con successiva “chiama”, alla quale dovrebbe seguire l’esame degli ordini del giorno, mentre il voto finale sull’intera legge di conversione del Dl sicurezza potrebbe slittare a venerdì. Sempre per domani, alle 12, potrebbe tornare a riunirsi il Consiglio dei ministri, già convocato oggi e chiamato a deliberare l’adozione del “decretino” correttivo. Un provvedimento ad hoc che il Capo dello Stato Sergio Mattarella potrebbe firmare subito, in modo da renderlo efficace e vigente prima ancora di dover apporre la firma per la promulgazione del “decreto sicurezza convertito”. Ma visto che il “correttivo” è pur sempre un decreto bisognoso di successiva conversione, non si può escludere neppure che Mattarella accompagni la promulgazione del Dl sicurezza con una lettera alle Camere in cui raccomandi la tempestiva trasformazione in legge, appunto, del decreto di modifica. Che poi entrambi i provvedimenti vadano insieme in Gazzetta, sarebbe solo un ulteriore sigillo. Complicatissimo, certo. Da mal di testa. Lo stesso che una Giorgia Meloni un po’ autoironica un po’ irritata esibisce a un punto stampa a Milano. “Raccoglieremo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati”, assicura, “ma non mi è chiara la ragione per la quale noi riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante per il ricorso contro un’espulsione ma non dobbiamo riconoscere il lavoro del professionista che assiste chi volontariamente sceglie di essere rimpatriato”. Sembra più una polemica difensiva che una contestazione tecnica, visto che è proprio il governo a voler risolvere il vizio dell’articolo 30 bis, cioè il compenso “di scopo”, legato al rimpatrio. Non è finita qui. Il ministro più direttamente interessato, Matteo Piantedosi, interviene a Montecitorio per annunciare la questione di fiducia e per ribadire che le norme sul contrasto all’immigrazione sono necessarie, che l’Esecutivo non le rinnega, ma che si provvederà a intervenire in modo da accogliere i rilievi delle “sensibilità” emerse, quindi del Quirinale e dell’avvocatura, a cominciare dal Cnf. Dopo il Capo del Viminale, tocca a una serie di carambole d’aula: su proposta di FdI la discussione generale viene stroncata ben prima delle 5 ore previste. Quindi le opposizioni arrivano a occupare i banchi del governo: lo fa in particolare il dem Arturo Scotto, espulso. Finalmente viene convocata la conferenza dei capigruppo invocata dal centrosinistra fin dalle prime ore della mattina, con gli interventi sull’ordine dei lavori di Braga (Pd), Magi (+Europa) e Grimaldi (Avs). Si fissa la ricordata tabella di marcia per domani, con il voto di fiducia pomeridiano. Nel frattempo, sempre a Milano, Matteo Salvini arriva a commentare nel modo istituzionalmente più sgarbato gli inevitabili rilievi opposti il giorno prima dal presidente Mattarella al sottosegretario Alfredo Mantovano: “Non mi sorprende più nulla”. Non sorprende neppure che dal referendum in poi, per l’Esecutivo e la sua maggioranza sia iniziata una sorta di periodo nero, un tunnel in cui non si vedono luci. Certo è che lo svarione sull’incentivo ai rimpatri è un punto così basso che si può solo risalire. Manconi: “Ma non erano garantisti?” di Angela Stella L’Unità, 22 aprile 2026 “Si trasforma l’avvocato in un cacciatore di taglie, eppure nessuno di quanti erano per la separazione delle carriere, a parte i penalisti, fa un fiato. Il loro non è mai stato garantismo, ma tutela dei privilegi di una parte”. “Io trovo stupefacente che nell’intero schieramento politico dei favorevoli al Sì per la separazione delle carriere, con la sola eccezione degli avvocati, nessuno, ma proprio nessuno, dei sedicenti garantisti abbia fatto sentire la propria voce in queste ore”. Chi parla è Luigi Manconi, ex professore di sociologia, ex senatore, presidente della associazione “A Buon Diritto”, editorialista di Repubblica. “Nessuna critica - dice Manconi - nemmeno la più flebile, contro questa legge, ovvero la legge che è una vera e propria lesione dello Stato di diritto. “Ciò conferma per l’ennesima volta - prosegue Manconi - il fatto che il garantismo della destra si riduce a una manifestazione classista, legata alla tutela dei privilegi. In questo caso a essere colpita da una norma giustizialista è la persona migrante: e tutta intera la destra, senza eccezione alcuna, non trova ragione per criticare questo provvedimento. Ma è davvero una scelta autolesionista perché sia l’alterazione del ruolo del legale ridotto a “cacciatore di taglie”, sia l’abrogazione del gratuito patrocinio rappresentano davvero un attacco alla parità di trattamento di fronte alla legge e al diritto alla difesa”. Luigi Manconi, già docente di Sociologia dei fenomeni politici e già presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, è editorialista di Repubblica e presidente di A Buon Diritto. Il suo ultimo libro è La scomparsa dei colori, dove racconta la sua esperienza di perdita della vista. Siamo al quarto decreto sicurezza di questo governo. Siamo un Paese così insicuro? Nel 2025 gli omicidi volontari in Italia sono scesi sotto il numero di 300, il più basso in Europa. Erano 1476 nel 1992. Parallelamente sono diminuite tutte le fattispecie penali, tranne alcune che hanno registrato un modesto incremento negli ultimi tre anni. L’Italia è dunque un Paese che non attraversa alcuna particolare emergenza criminale. Quindi possiamo dire che non c’è alcun collegamento tra politiche penali allarmistiche e dati di realtà. Allora perché fare tutti questi decreti sicurezza? Nascono da più ragioni. La prima è, per così dire, di natura culturale. Rispetto ai fenomeni di devianza e di trasgressione, che non riesce ad affrontare - e ancor prima a comprendere - con strumenti sociali, culturali e politici, la destra reagisce ricorrendo all’unico mezzo che sembra conoscere: ossia la repressione penale. Ecco, qui stanno le radici del ‘panpenalismo’ e del ‘populismo giudiziario’, così importanti nel programma politico della destra. E le altre? Come dicevo, alcuni reati in effetti hanno registrato una crescita negli ultimi tre anni, dovuta appunto al fatto che le politiche del governo, concentrandosi pressoché esclusivamente su strumenti penali, hanno lasciato dei vuoti significativi sul terreno della prevenzione, della formazione, dell’educazione e della socializzazione. In questi vuoti è inevitabile che crescano i reati. La terza ragione? È quella legata alla propaganda. La destra dimostra di non aver compreso in alcun modo cosa siano i flussi migratori che attraversano il nostro pianeta. Ne è spaventata, fino alla paranoia, e proprio non arriva a comprenderli. Ne vede solo la dimensione minacciosa legata al fantasma dell’invasione e alla mitologia farlocca della sostituzione etnica. Dunque trova comodo accreditare e diffondere l’equazione tra presenza straniera e criminalità, smentita da ogni dato scientifico. Pertanto tende a enfatizzare quello che, certo, è un problema reale, l’immigrazione irregolare, ma che richiede strumenti ben diversi dalla moltiplicazione dei centri per il rimpatrio in terra straniera. D’altra parte, come accade da sempre e come accade in tutto il mondo, è inevitabile che gli stranieri irregolari determinino un tasso di criminalità maggiore di quello dei cittadini autoctoni integrati. È successo un secolo fa con gli italiani in Germania e con gli europei negli Stati Uniti. A proposito di questione migranti, sta facendo molto discutere l’eliminazione del gratuito patrocinio avverso ai ricorsi di espulsione e l’incentivo all’avvocato che convince lo straniero a ‘remigrare’... Io trovo stupefacente che nell’intero schieramento politico dei favorevoli al Sì per la separazione delle carriere, con la sola eccezione degli avvocati, nessuno, ma proprio nessuno, dei sedicenti garantisti abbia fatto sentire la propria voce in queste ore. Nessuna critica, nemmeno la più flebile, contro questa che è una vera e propria lesione dello Stato di diritto. Ciò conferma per l’ennesima volta il fatto che il garantismo della destra si riduca a una manifestazione classista, legata alla tutela dei privilegi. In questo caso a essere colpita da una norma giustizialista è la persona migrante: e tutta intera la destra, senza eccezione alcuna, non trova ragione per criticare questo provvedimento. Ma è davvero una scelta autolesionista perché sia l’alterazione del ruolo del legale ridotto a “cacciatore di taglie”, sia l’abrogazione del gratuito patrocinio rappresentano davvero un attacco alla parità di trattamento di fronte alla legge e al diritto alla difesa. Tra le varie misure previste da questo decreto c’è quella degli agenti infiltrati in carcere... Per carità! La ritengo una misura pericolosissima destinata a produrre casini inenarrabili. Ma ci rendiamo conto di come in ambienti dove le persone sono agevolmente ricattabili, sottoponibili a pressioni e i cui diritti sono precari e difficilmente esigibili, l’agente provocatore possa costituire un produttore di crimini e non uno strumento di tutela da essi? L’avvocato “collaboratore”? Il sogno di tutti i regimi autoritari, di qualunque colore di Paolo Borgna Avvenire, 22 aprile 2026 Il compenso di 615 euro al legale che convinca il migrante assistito a rimpatriare lede un diritto costituzionale e stravolge e umilia il ruolo del difensore, in contrasto con i principi della giurisdizione. La norma, inserita nell’ultimo decreto sicurezza (art. 30 bis), che prevede un compenso di 615 euro all’avvocato che convinca il migrante assistito a rimpatriare è stata bloccata dal presidente Mattarella. È un’ottima notizia, che conferma l’importanza del ruolo di garanzia del Capo dello Stato. Ugualmente ottima è la notizia che, immediatamente e unanimemente, tutti gli organismi dell’avvocatura e il sindacato dei magistrati hanno denunciato che questa norma non solo lede il diritto di difesa (art. 24 della Costituzione) ma stravolge e umilia il ruolo dell’avvocato. E anche questa è una conferma: che la “cultura della giurisdizione” accomuna magistrati e difensori. La filosofia di questo nuovo provvedimento legislativo è in linea con quella dei tanti “decreti sicurezza” che l’hanno preceduto: una miscellanea di norme, sostanziali e procedurali che, di fronte a reali problemi sociali, rispondono introducendo nuovi reati ed elevando in modo estremo le sanzioni. La norma manifesto di questa filosofia fu, nel 2025, l’introduzione (all’art. 415 bis del Codice penale) del reato di resistenza passiva in carcere (sottolineo: meramente passiva). Col nuovo decreto si tocca un nuovo parossismo: per la rapina in banca il massimo della pena edittale sarà superiore a quella prevista per l’omicidio volontario. L’idea del diritto penale come “ultima ratio” ci appare ormai come una lontana barchetta alla deriva. Mentre il nuovo fermo preventivo (art. 7) ci fa intravedere - come scrive il professor Oliviero Mazza - un nuovo orizzonte in cui, come nel film Minority Report aggiornato dagli algoritmi predittivi, le persone vengono arrestate in base alla semplice previsione che commetteranno un crimine. C’è, sullo sfondo, la cultura del cavalier Alfredo Rocco che nel 1930 - per motivare l’assoluta assenza dell’avvocato nella fase istruttoria del processo che stava per varare - spiegava che “lo zelo invadente” degli avvocati, tanto più se “coscienziosi ed alacri”, è “molto pericoloso nell’istruzione” perché, mettendo in discussione la fiducia verso l’autorità del magistrato, “contrasta con i principi fondamentali del Regime”. È l’idea, nefasta, dell’avvocato “collaboratore”, il sogno di tutti i regimi autoritari, di qualunque colore: l’avvocato trasformato in pubblico funzionario. È l’opposto dell’idea liberale, che ogni operatore di giustizia impara con l’esperienza e che l’articolo 111 ha consacrato in Costituzione: che l’avvocato compie la sua opera più preziosa per la ricerca della verità non “collaborando con l’Autorità” bensì facendosi partigiano del suo assistito, tirando quanto può più dalla sua parte (per dirla con Calamandrei), facendo luce su ogni elemento favorevole al suo cliente, così aiutando il giudice a non omettere alcuna circostanza, alcuna possibile interpretazione dei fatti, alcuna obiezione alla più immediata lettura e valutazione delle prove, a non trascurare ogni possibile interpretazione della legge nella sua applicazione al caso concreto. Nelle democrazie liberali l’unico dovere dell’avvocato è quello di difendere il cliente, nel rispetto delle regole del processo: “tutela dell’assistito nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento”, secondo la felicissima formula del giuramento che ogni avvocato presta all’inizio della sua carriera. Per questo, proporre una mancetta al difensore che collabori per convincere il proprio cliente a rimpatriare è, davvero, un’offesa a tutta l’avvocatura che - mi piace ricordarlo alla vigilia del 25 aprile - fu, tra le professioni liberali, quella che pagò uno dei prezzi più alti. Furono cento gli avvocati che, tra il ‘43 e il ‘45, morirono per la libertà. Ogni corte d’Italia ha i suoi caduti da onorare. Se si va a vedere il gesto, la parola di fierezza di fronte ai carnefici, l’ultima lettera lasciata da ciascuno di quei cento avvocati, si scoprirà che ognuno di loro, nel suo momento supremo di fronte alla morte, ebbe un pensiero che riaffermava la sua fedeltà alla giustizia, la sua fierezza di morire da eroe in quanto avvocato. Cuneo. Bando per il lavoro dei reclusi, dalla Regione pronti 5,7 milioni di Sandro Marotta La Stampa, 22 aprile 2026 “Ma c’è tempo solo 14 giorni”. Il reinserimento occupazionale e sociale dei detenuti a Cuneo, Saluzzo, Alba e Fossano. Due settimane esatte per presentare un progetto di formazione completo destinato ai detenuti. Questi sono i tempi per partecipare al bando della Regione Piemonte per il reinserimento socio-lavorativo delle persone recluse nelle carceri piemontesi, nel Cuneese sono 4 (Cuneo, Saluzzo, Alba e Fossano). La misura mette a disposizione complessivamente 5,7 milioni di euro, è stato aperto il 7 aprile e scadrà oggi, alle 12. Possono partecipare tutti gli enti che si occupano di formazione o orientamento lavorativo, anche in forma associata. L’obiettivo è finanziare quelle iniziative che aumentino le competenze soprattutto tecniche dei reclusi, in modo da rispondere ai “fabbisogni professionali” e favorire l’occupabilità dei detenuti. Nel concreto si tradurrà in una serie di corsi, con un monte ore variabile da 60 a 600. Ciascun progetto riceverà una somma a seconda di quanto richiede il proponente e del filone in cui rientra. Il ritardo burocratico del ministero - Di fatto la finestra per presentare le domande è di soli 14 giorni. Il motivo è un ritardo burocratico del ministero della Giustizia. A far luce è stata Daniela Cameroni, assessora della Regione all’Istruzione, merito e diritto allo studio universitario. Rispondendo a un’interrogazione scritta della consigliera Giulia Marro, ha spiegato che la Regione ha approvato l’Atto di indirizzo già a metà febbraio, ma che “è stato necessario attendere l’emissione di un decreto formale da parte del ministero della Giustizia, avvenuta dopo sollecitazione diretta della Direzione. L’avviso regionale è stato pubblicato il 1° aprile”. Il ritardo nell’apertura del bando era emersa dopo la visita nel carcere di Saluzzo dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, che si occupa dei diritti delle persone detenute. In quest’occasione, tra l’altro, politici e avvocati avevano riscontrato carenze nell’assistenza medica e nella prenotazione di visite in ospedale. Il caso, però, inizia diversi mesi prima. Inizialmente, infatti, il bando era atteso a ottobre, poi era slittato a dopo Natale, ma anche l’appuntamento di gennaio era saltato e quindi si è concluso tutto a febbraio, almeno per il Piemonte, prima del passaggio al ministero a Roma. Formatori in stand-by - In questi mesi i formatori sono rimasti in stand-by e i detenuti non hanno potuto partecipare ai percorsi. Ora che è tutto pronto, la finestra potrebbe essere troppo limitata “per garantire la possibilità di partecipazione di nuove realtà che vorrebbero candidarsi per la prima volta - commenta Giulia Marro, consigliera regionale di Avs -. Il ritardo non può passare sotto silenzio. A fronte dell’importanza dello studio e del lavoro per chi sconta una pena in carcere, sancita anche dalla Costituzione, che riconosce la natura riabilitativa della detenzione, non vediamo un’adeguata attenzione nel garantire la continuità di questi servizi essenziali. Oltre a incidere sui percorsi dei detenuti e sul clima nelle strutture, dove inattività significa tensione e disagio, questi ritardi colpiscono chi lavora nel settore della formazione, che vive nell’incertezza”. Rovigo. Carcere minorile, scontro politico sulla gestione dell’emergenza di Alessia Scarpa lapiazzaweb.it, 22 aprile 2026 Romeo (Pd): “Situazione grave e narrazione non veritiera. Servono chiarimenti dal Ministero”. È destinato ad alimentare nuove tensioni istituzionali il caso del carcere minorile di Rovigo. A sollevare dure critiche è l’onorevole Nadia Romeo, deputata del Partito Democratico, che interviene con un comunicato nel quale contesta la ricostruzione fornita sulla gestione di una recente emergenza all’interno dell’istituto penitenziario. Secondo la parlamentare, la narrazione diffusa dell’episodio sarebbe “ambigua e lacunosa”, oltre che in parte non corrispondente al vero, e rappresenterebbe - a suo giudizio - una mancanza di rispetto verso la città e verso le forze dell’ordine coinvolte nell’intervento. Romeo contesta in particolare le dichiarazioni del capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, che avrebbe minimizzato la gravità dell’accaduto. La deputata chiede invece che venga fatta piena chiarezza su quanto avvenuto, ricordando come, durante l’emergenza, siano state chiuse alcune strade del centro cittadino e come tutte le unità disponibili di polizia e carabinieri siano state mobilitate per presidiare l’area del carcere, con il richiamo di personale anche fuori servizio. Nel suo intervento, Romeo descrive inoltre una situazione di forte tensione operativa, con ripetuti allarmi interni che avrebbero richiesto continui spostamenti delle forze dell’ordine nei pressi del perimetro dell’istituto. A suo dire, in più occasioni si sarebbero resi necessari ulteriori rinforzi provenienti dalla casa circondariale per adulti, con l’impiego anche di dispositivi anti-sommossa. La parlamentare sottolinea come tali circostanze siano state osservate da numerosi testimoni presenti in città, evidenziando il forte impatto che l’episodio ha avuto sul tessuto urbano e sulla percezione della sicurezza. Romeo pone quindi una serie di interrogativi sulla gestione della struttura, chiedendosi se episodi simili possano considerarsi ordinari e se la città debba abituarsi a interventi di tale portata in caso di disordini all’interno dell’istituto. Critica inoltre le condizioni operative del carcere minorile, sostenendo che sarebbe stato aperto mentre ancora in fase di cantiere e che presenterebbe carenze di personale, presidi sanitari e dotazioni adeguate. Ulteriore punto di contestazione riguarda l’esclusione della sigla sindacale Fp-Cgil da un incontro con il capo del Dipartimento, circostanza che la deputata giudica significativa e meritevole di approfondimento. Romeo ha infine annunciato la presentazione di interrogazioni parlamentari al ministro della Giustizia Carlo Nordio, chiedendo chiarimenti sia sulla gestione dell’emergenza sia sulle modalità di interlocuzione istituzionale adottate, ribadendo la necessità - a suo avviso - di un confronto trasparente e aperto alla città. Catanzaro. La voce del Garante: un appello alla riflessione sul futuro del carcere di Luciano Giacobbe* catanzaroinforma.it, 22 aprile 2026 Il dibattito sulla recente conversione del decreto sicurezza ha sollevato preoccupazioni significative e fondate, come esprime il Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Catanzaro, Luciano Giacobbe. La sua attenzione si concentra in particolare sull’articolo 15 del provvedimento, che consente agli ufficiali di polizia giudiziaria di svolgere operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari. Questa misura, già di per sé delicata, si colloca in un contesto di sovraffollamento e grave carenza di personale, decisamente distante da quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione, che sancisce il rispetto dei diritti dei detenuti. Giacobbe sottolinea che le nuove disposizioni ampliano i poteri investigativi della Polizia penitenziaria, con un potenziale effetto destabilizzante sugli istituti. “Non si tratta solo di tutelare i diritti delle persone detenute,” afferma. “Le conseguenze di queste norme si ripercuotono anche su coloro che ogni giorno lavorano all’interno del carcere: poliziotti, operatori sanitari, educatori e volontari. Questi professionisti, già caricati di un peso enorme, potrebbero trovarsi ad affrontare un ambiente di lavoro ancora più conflittuale e opaco.” Il rischio, secondo Giacobbe, è di trasformare il carcere in un luogo di maggiore tensione, dove la sorveglianza si traduce in un clima di sospetto piuttosto che in uno spazio di legalità e rieducazione. “Non possiamo permettere che gli istituti penitenziari diventino centri di violenza,” insiste, “o che vengano sottratti al controllo democratico e alla trasparenza delle istituzioni”. Il Garante rivolge quindi un appello deciso alla politica, esortando a riflettere sulle conseguenze pratiche delle norme proposte. Le misure devono mirare a rafforzare la legalità all’interno degli istituti penitenziari, garantendo la sicurezza del personale e migliorando la qualità della vita all’interno delle carceri. “Abbiamo bisogno di interventi che diano senso al trattamento dei detenuti, ai loro diritti e alla funzione rieducativa della pena,” afferma con convinzione. Una efficiente sicurezza, conclude, si costruisce sul rispetto della legalità costituzionale e sulla tutela della dignità di ogni persona, inclusi coloro che operano negli istituti penitenziari. In un momento in cui il sistema carcerario è sotto pressione, l’invito del Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Catanzaro è chiaro: dobbiamo riflettere e agire con saggezza e responsabilità, perché il futuro del carcere coinvolge tutti noi e le scelte che facciamo oggi influenzeranno le generazioni di domani. *Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale Trento. “Spini pizza”, Ibris prepara i detenuti: si apre a settembre di Zamattio Corriere del Trentino, 22 aprile 2026 Il titolare di “Ibris” forma i detenuti. Eventi durante l’estate nel locale in vista dell’inaugurazione. La pizza di Ibris “sbarca” in carcere. O meglio, per due volte la settimana, i detenuti hanno la possibilità di apprendere l’arte dell’impasto e i segreti della lunga lievitazione di Ibrahim Songne, titolare della “Pizza al taglio Ibris” e di “Ibris pizza & drink” di via Cavour. Da alcuni mesi anche insegnante. Dopo l’esperienza nella sezione maschile dell’istituto penitenziario di Spini di Gardolo, l’imprenditore 34enne originario del Burkina Faso e in Italia da quando ne aveva 12, passerà a breve anche al reparto femminile, per concludere il corso entro f i ne giugno. In vista dell’apertura di “Spini Pizza”, il progetto di reinserimento sociale dei detenuti promosso dalla Procura (voluto dall’ex procuratore capo Sandro Raimondi), con il coordinamento della Provincia, in collaborazione con il Comune, l’amministrazione penitenziaria e il Tribunale di sorveglianza, “che aprirà a fine agosto inizio settembre”, annuncia l’assessore alle politiche sociali, Mario Tonina. Nel frattempo, durante l’estate verranno organizzati dagli enti promotori del progetto vari eventi nella struttura in fase di conclusione, in vista della sua inaugurazione ufficiale. Annunciata entro Pasqua nel dicembre scorso, è slittata di qualche mese per problemi tecnici di allestimento delle cucine. Sarà comunque proprio lì, allo “Spini Pizza” che molti dei circa 80 detenuti che hanno aderito al corso da pizzaiolo (tra cui una ventina di donne) sperano di approdare, una volta usciti dal carcere. Una seconda opportunità per loro. Una seconda vita, come auspicato dai soggetti interessati dal progetto, Camera penale e Ordine degli avvocati di Trento compresi. Intanto, le mani in pasta, nel vero senso della parola le mette, e le fa mettere, Ibrahim Songne, che ha visto l’adesione di detenuti dai 19 ai 59 anni, di ogni nazionalità, che per due volte la settimana hanno seguito tutta la lavorazione della pizza, dalla lievitazione alla cottura. Con degustazione finale tutti insieme. “Sono molto soddisfatto dell’adesione e dell’entusiasmo che ho visto da parte delle persone che hanno partecipato al corso, promosso dall’Istituto Alberghiero di Levico Terme”, spiega Songne. “Non ero certo di saper fare l’insegnante, ero solo certo della mia passione, delle mie conoscenze e della volontà di imparare un nuovo mestiere”, conclude. Il successo in carcere è stato siglato anche da una lettera scritta a mano da un detenuto: “Caro mastro - scrive il giovane - con le tue pizze ci hai unito come un nastro fatto di amicizia, rispetto, sacrificio e sogni luminosi come un astro. Sogni che tu hai saputo realizzare con sacrificio raro. Tu partito da zero sei arrivato a fare un impero con farina “00”. Ti rispettiamo non solo per questo ma per ogni tuo gesto. Sai unire in amicizia persone di ogni razza con il tuo nastro. Ti ringraziamo con tutto il cuore. Sei uno degli esseri umani più belli conosciuti fino ad oggi”. Palermo. Con “Restart-Salute e Inclusione” percorsi gratuiti per detenuti e famiglie ilmediterraneo24.it, 22 aprile 2026 L’associazione Un Nuovo Giorno coordina a Palermo le attività del progetto. Previsti sportello di ascolto, laboratori, orientamento al lavoro e assistenza sanitaria per persone detenute o in misura alternativa alla pena e per i loro familiari. Favorire il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, sostenendole anche dal punto di vista psicologico, sanitario e relazionale. È questo l’obiettivo del progetto regionale “Restart - Salute e Inclusione”, attivo anche a Palermo e rivolto alle persone detenute negli istituti penitenziari siciliani o sottoposte a misure alternative alla detenzione, oltre che alle loro famiglie. Il progetto, finanziato dal dipartimento dell’Assessorato regionale della famiglia, delle politiche sociali e del lavoro della Regione Siciliana, opera in collaborazione con gli Uffici di esecuzione penale esterna e con i servizi territoriali. A Palermo è l’associazione Un Nuovo Giorno a promuovere le attività gratuite, accompagnando le persone in un percorso di orientamento, responsabilizzazione e ricostruzione della propria vita. Uno sportello per orientare e sostenere - Cuore del progetto è uno sportello di ascolto pensato per accogliere i bisogni delle persone coinvolte e orientarle verso i servizi più adatti. Lo sportello offre consulenza giuridica, supporto nel disbrigo di pratiche burocratiche e amministrative e orientamento ai servizi sanitari. Ad accompagnare i partecipanti è un’équipe multidisciplinare composta da psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali, educatori e counselor. “Restart nasce con l’obiettivo di favorire il recupero sociale, psicologico e familiare della persona”, spiega Irene Agosta, operatrice di sportello del progetto. “Facciamo da ponte tra la persona e i servizi pubblici di cui ha bisogno, per esempio con il disbrigo di pratiche burocratiche e amministrative”. L’operatrice sottolinea inoltre che il progetto ha aderito al Programma Nazionale Equità nella Salute, che permette alle persone in difficoltà economica di accedere gratuitamente a visite specialistiche, senza medico di base e senza prenotazione, riducendo così i tempi di attesa. Sport, laboratori e relazioni familiari - Le attività si sviluppano in tre grandi aree. La prima è quella dedicata a Sport e Benessere, con sessioni di attività fisica gratuite finalizzate a migliorare il benessere psico-fisico e la capacità di relazionarsi con gli altri. La seconda area riguarda i Laboratori creativi ed espressivi. Tra questi figurano il laboratorio teatrale “NarrAzioni” e percorsi di scrittura creativa, strumenti pensati per aiutare le persone a raccontarsi, riflettere sul proprio vissuto e recuperare fiducia nelle proprie capacità. La terza area è quella di Relazioni e Territorio, che comprende incontri di educazione alla genitorialità, momenti di confronto tra genitori e figli, laboratori di riqualificazione urbana e attività di educazione alla legalità. “È un progetto perfettamente in linea con lo scopo della nostra associazione”, osserva Simona Catalano, referente amministrativo del progetto. “L’obiettivo centrale è il reinserimento sociale delle persone del circuito penale attraverso diversi servizi. Restart è importante perché si estende anche alle famiglie, promuovendo laboratori e momenti di confronto tra genitori e figli”. Lavoro e formazione per ricominciare - Tra i partner del progetto c’è anche CE.S.A.M., agenzia per il lavoro ed ente di formazione professionale che si occupa di orientamento professionale, formazione, attivazione di tirocini e supporto nella ricerca attiva di un’occupazione. Per molti partecipanti il lavoro rappresenta il passaggio decisivo per costruire una nuova vita. “Sono stato aiutato a fare un curriculum che mi permetterà di cercare un lavoro”, racconta Gaetano, padre di tre figli e oggi in misura alternativa alla pena con affidamento in prova. “Mi occupo di coltivazione agricola e di cura dei giardini e vorrei trovare un’occupazione in questo settore”. Anche Angelo, seguito dall’associazione da alcuni anni, sottolinea l’importanza del sostegno ricevuto: “Mi hanno aiutato in tanti modi diversi. Recentemente sono stato supportato gratuitamente per prenotare visite mediche odontoiatriche specialistiche di cui avevo bisogno”. Percorsi gratuiti fino a ottobre 2026 - Il progetto si rivolge a persone tra i 18 e i 49 anni residenti in Sicilia, detenute, in misura alternativa o sottoposte a misure e sanzioni di comunità. Tutte le attività sono gratuite e verranno organizzate secondo un calendario personalizzato sulle necessità dei partecipanti. Le iniziative proseguiranno fino a ottobre 2026. Tra i partner figura anche ODV Breast Club, che si occupa dei percorsi sanitari all’interno delle strutture penitenziarie. Per informazioni è possibile consultare il sito restartsaluteinclusione.org. Arezzo. “Liberi di ricominciare”, un confronto su sicurezza, carcere e reinserimento arezzo24.net, 22 aprile 2026 Giovedì 23 aprile 2026, alle ore 18:30, il Teatro Virginian di Arezzo ospiterà l’incontro pubblico “Liberi di ricominciare - Sicurezza, dignità e reinserimento”, un momento di confronto dedicato al sistema penitenziario e al suo rapporto con la sicurezza e la società, promosso da Azione Arezzo. L’iniziativa nasce dalla volontà di affrontare un tema complesso come quello delle carceri con un approccio fondato sull’analisi e sull’ascolto, privilegiando il contributo degli attori direttamente coinvolti: istituzioni, operatori, professionisti e realtà impegnate nei percorsi di reinserimento. La sicurezza, come ogni problema complesso, non può essere risolto da risposte ideologiche ma richiede soluzioni strutturate e ponderate. Il sistema penitenziario è un osservatorio chiave per valutarne cause, criticità e la capacità delle istituzioni di coniugare efficacia, legalità e rispetto della persona. Nel corso dell’incontro interverranno l’On. Fabrizio Benzoni, deputato di Azione, l’Avv. Andrea Panozzi della Camera Penale di Arezzo, la Dott.ssa Nucci Maiocchi, un rappresentante della Polizia Penitenziaria e la Dott.ssa Sandra Rogialli, Garante comunale dei diritti degli operatori del sistema penitenziario e delle persone private della libertà personale. Attraverso i diversi contributi sarà possibile analizzare il funzionamento del sistema, evidenziarne le criticità e, al tempo stesso, valorizzare esperienze e pratiche che hanno dimostrato di poter incidere positivamente, in particolare sul tema del reinserimento e della riduzione della recidiva. L’incontro si propone quindi come un’occasione per sviluppare un confronto serio e documentato, capace di fornire strumenti di lettura utili a cittadini e operatori, contribuendo a rafforzare una cultura della responsabilità e della consapevolezza. Taranto. “Ponti sospesi”, gli studenti entrano in carcere gnewsonline.it, 22 aprile 2026 Si conclude oggi, con la visita di oltre quaranta studenti alla Casa circondariale Carmelo Magli di Taranto, il progetto “Ponti sospesi: dialoghi tra reclusione e comunità”. Da settembre 2025, i docenti di lettere, diritto e scienze umane dell’istituto di istruzione secondaria Liside-Cabrini hanno coinvolto gli studenti delle quarte classi in un percorso interdisciplinare con l’obiettivo di sensibilizzare sui temi della giustizia e delle conseguenze delle scelte personali. “Sviluppare una sensibilità verso chi ha sbagliato non significa giustificare l’errore, ma coltivare un senso civico maturo, capace di guardare oltre i pregiudizi e di interrogarsi sulle dinamiche sociali che portano alla devianza” ha dichiarato la preside Annamaria Strazzullo. Da Antonio Gramsci a Silvio Pellico, passando per le fiction più popolari nel mondo giovanile come “Orange is the new Black” e “Mare fuori”, le docenti di lettere hanno analizzato l’ambiente carcerario insieme ai ragazzi, raccontando e studiando le opere di autori e scrittori che hanno sperimentato la condizione detentiva. L’ultima lezione però si svolgerà all’interno della struttura penitenziaria: “Credo fermamente che la scuola debba avere il coraggio di portare i ragazzi fuori dalle aule, laddove i concetti di giustizia, legalità e dignità umana smettono di essere astrazioni teoriche per diventare volti, storie e spazi di riflessione”, afferma ancora la preside. “Vogliamo che i ragazzi comprendano che la libertà è strettamente legata alla responsabilità”. Palermo. Studenti UniPA premiati per il Caso Studio “Made in Carcere” unipa.it, 22 aprile 2026 Studenti dell’Università degli Studi di Palermo Premiati da Invitalia, dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e dalla Società Italiana di Management (Sima) al Festival del Management con una Menzione Speciale per il Progetto a Maggior Impatto Sociale per il Caso Studio “Made in Carcere”. Un importante riconoscimento per gli studenti dell’Università degli Studi di Palermo, che hanno partecipato alla finale nazionale del contest Make IT a Case, organizzato dalla Società Italiana di Management (Sima) in collaborazione con Invitalia e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), svoltasi a Catania nell’ambito del Festival del Management. Il team palermitano composto da Giuseppe Savio Nicotra, Michelangelo Tobia, Valentina Miranda, Chiara Faraci, Matteo Leggio, Sebastiano Inglese e Sofia Zampardi ha ottenuto la Menzione Speciale per il Progetto a Maggior Impatto Sociale, grazie all’analisi sviluppata sul caso “Made in Carcere”. Made in Carcere è una realtà imprenditoriale fondata nel 2006 dalla Dott.ssa Luciana Delle Donne, la quale da figura di riferimento attiva nel panorama della finanza italiana ha scelto di intraprendere un percorso imprenditoriale orientato al valore sociale e all’empowerment femminile. Il progetto nasce con l’obiettivo di offrire nuove opportunità alle donne detenute, trasformando un contesto di marginalità in uno spazio di crescita, formazione e riscatto. Made in Carcere opera attraverso un modello di economia rigenerativa che trasforma scarti tessili in prodotti artigianali realizzati all’interno degli istituti penitenziari, offrendo alle detenute percorsi di professionalizzazione e reinserimento nella società. L’impatto sociale risulta significativo: più del 90% delle donne coinvolte nei laboratori di Made in Carcere riesce a reinserirsi con successo nella società senza tornare a commettere reati, determinando una pressoché totale neutralizzazione del fenomeno della recidiva. Il riconoscimento ottenuto dal team dell’Università di Palermo valorizza la capacità di affrontare il caso con rigore analitico e sensibilità verso le tematiche sociali, evidenziando il potenziale strategico di modelli imprenditoriali orientati alla creazione di valore sociale. Gli studenti sono stati guidati dalla Prof.ssa Arabella Mocciaro Li Destri e dalle Dott.sse Cristina Leone e Alessandra Russo del Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche (Dseas), le quali hanno accompagnato il team lungo tutto il percorso di analisi e sviluppo del progetto all’interno del corso di Economia e Gestione delle Imprese (L-18). Carcere e psichiatria, la riflessione di Luigi Ferrannini psychiatryonline.it, 22 aprile 2026 Il legame tra istituzione carceraria e salute mentale rappresenta una delle frontiere più critiche della psichiatria moderna. Luigi Ferrannini analizza la duplice natura di questo rapporto: da un lato la presenza massiccia di pazienti psichiatrici in carcere, dall’altro la capacità dell’ambiente carcerario di generare sofferenza psichica. Attraverso una critica all’uso dello psicofarmaco come strumento di sedazione sociale e una riflessione sull’invecchiamento della popolazione detenuta e sulle nuove fragilità dei giovani e degli stranieri, l’autore rivendica la necessità di percorsi riabilitativi integrati che sappiano guardare oltre le sbarre. L’alibi della follia e il rischio della nuova esclusione - Il carcere e il manicomio condividono una radice storica comune come istituzioni totali fondate sull’esclusione e sulla negazione dei diritti. In questo contesto, la patologia mentale viene spesso utilizzata come un “alibi” sociale: di fronte a reati gravi, è più rassicurante etichettare l’autore come folle piuttosto che interrogarsi sulle dinamiche relazionali e sociali sottostanti. Tuttavia, la psichiatria non deve cadere nel tranello di essere un paravento per l’irresponsabilità, ma deve saper distinguere quando la sofferenza psichica è reale. Il lavoro dello psichiatra in carcere non deve limitarsi alla diagnosi, ma deve mirare all’inclusione, progettando interventi che diano un senso alla vita del detenuto e costruiscano percorsi alternativi alla carcerazione, oggi legalmente possibili ma ancora poco praticati. Lo psicofarmaco tra cura e controllo sociale - Una criticità storica all’interno delle carceri è l’uso degli psicofarmaci come strumenti di sedazione e controllo sociale. In una società chiusa come quella penitenziaria, il farmaco è stato spesso utilizzato per gestire le tensioni piuttosto che per curare i disturbi. Sebbene la situazione sia migliorata con l’introduzione di equipe psichiatriche dedicate, il rischio rimane elevato se queste equipe restano isolate. Per evitare che lo psichiatra diventi un mero esecutore di ordini custodiali, è fondamentale che i servizi in carcere siano strettamente collegati ai servizi territoriali esterni. Solo così lo sguardo può restare rivolto al futuro e alla riabilitazione, garantendo che la prescrizione sia sempre un atto terapeutico e mai un’arma di contenimento. L’invecchiamento della popolazione detenuta e le nuove emergenze - Un fenomeno preoccupante e in crescita è l’aumento della carcerazione tra gli anziani. Oggi in Italia si contano migliaia di detenuti ultrasessantenni e ultrasettantenni, una fascia d’età che un tempo era protetta da misure alternative. Questa popolazione porta con sé i problemi della cronicità e della comorbilità fisica e psichica, richiedendo un’assistenza specifica che il carcere fatica a fornire. Accanto agli anziani, emergono le fragilità dei giovani e degli immigrati, spesso coinvolti in reati legati allo spaccio o all’abuso di sostanze. In carcere, che paradossalmente può diventare un luogo di incontro con la droga per chi non la conosceva, il lavoro di recupero deve scontrarsi con l’affollamento e con la mancanza di linguaggi comuni in una società multietnica e multiculturale. La mancanza di comunicazione tra istituzioni e il bisogno di regole - L’Italia appare come un paese fatto di “vasi non comunicanti”, dove Ministeri diversi - Giustizia e Salute - faticano a dialogare per costruire percorsi coerenti. L’esempio più drammatico è la carenza di servizi di neuropsichiatria infantile all’interno delle carceri minorili, luoghi che dovrebbero avere come mandato istituzionale primario il recupero e l’educazione. La mancanza di una programmazione strutturata e di regole chiare impedisce di verificare l’efficacia degli interventi, lasciando tutto all’iniziativa e alla sensibilità dei singoli operatori. Non ci si può basare solo sul “buon cuore”; occorrono norme che garantiscano l’integrazione dei servizi e che assicurino che la pena non sia solo punizione, ma una reale proiezione verso un futuro di cittadinanza consapevole. Conclusione: proiettare il carcere verso il futuro - In definitiva, la psichiatria deve misurarsi con la realtà emblematica del carcere, portando strumenti di prevenzione, comunicazione e cura laddove regna l’abbandono. Dopo l’opportuna chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, è necessario che il sistema non crei nuove forme di aberrazione. Garantire la salute mentale in carcere significa onorare il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. La sfida per lo Stato moderno è trasformare il tempo della detenzione in un tempo di crescita e riparazione, evitando che le strutture diventino depositi di persone invisibili e assicurando che la cura sia sempre il ponte necessario per restituire l’individuo a una vita libera e dignitosa. Vivere e abitare i margini, così si possono superare le etichette sulle periferie di Andrea Comollo Il Domani, 22 aprile 2026 I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e a volte anche geografici. I margini possono essere tutte queste cose insieme. Mentre la tentazione è quella di inglobarli o pulirli, l’ambizione deve essere quella di lavorare sul diritto al futuro di chi li abita, a partire da ragazze e ragazzi. Ci sono i territori, ci sono le persone che li abitano e c’è l’immaginario che costruiamo intorno. Ci sono parole che assumono pesi e valori differenti a seconda delle bocche che le pronunciano e delle orecchie che le ascoltano. Periferia è una di queste parole. Ma chi decide cos’è la periferia? È una domanda che si pone Martina Micciché in Femminismo di Periferia e una risposta che dà è che “la periferia non si è autodefinita, ma è stata definita”. Parole che determinano esistenze e futuri. Caivano, Barona, Scampia, Sant’Elia, San Basilio, Barriera di Milano, Angeli Custodi. Sono alcune delle zone d’Italia che, più spesso, quando si parla di disuguaglianze, povertà, disagio sociale occupano i titoli di giornali. Sono quartieri più o meno periferici di città e aree urbane, territori con forte pressione sociale e poca presenza di servizi. Quartieri per i quali abbiamo un immaginario di riferimento, definizioni e nomi collettivi che ci rassicurano e ci permettono di porci al di fuori: baby gang, “maranza”, occupanti, migranti, NEET, micro-criminalità. Parlare di periferia e povertà ci ha portati negli anni a cristallizzare queste aree, demonizzandole da una parte e romanticizzandole dall’altra. I racconti di chi ce l’ha fatta partendo dalla periferia, le storie di successo all’interno di angoli di emarginazione e disagio sono un grande classico giornalistico. Grandi riscatti individuali, mentre le collettività arrancano aggrappandosi a carenti sostegni di welfare a singhiozzo, troppo spesso solo assistenziali per tamponare problemi più ampi, che, una volta terminate le risorse per le emergenze, si ripresentano immutati se non accresciuti. Diecimila invisibili: chi sono le persone senza dimora nelle città italiane I margini Ma cosa succede quando usciamo dalle etichette e proviamo ad allargare lo sguardo, ad ascoltare chi questi luoghi li abita e li attraversa? Cosa succede se proviamo a non considerare le sole dimensioni geografiche e di povertà per raggruppare le persone e i loro bisogni? C’è una parola che nel lavoro di questi anni è tornata e torna sempre più spesso nel confronto con le persone che questi luoghi li abitano: margini. I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e a volte anche geografici. I margini possono essere tutte queste cose insieme. A volte c’è sovrapposizione tra aree urbane periferiche e marginalità, altre volte sono più nascosti e difficili da individuare. Mentre la tentazione è quella di rattoppare i margini, inglobarli, pulirli e normalizzarli, l’ambizione deve essere quella di lavorare sul diritto al futuro di chi li abita, a partire da ragazze e ragazzi. Senza uno sguardo e una direzione che vada oltre l’emergenza e i bisogni contingenti - che pure vanno affrontati e soddisfatti - e che, soprattutto, lasci il potere decisionale direttamente alle persone, il risultato sarà solo quello di assegnare uno spazio ai margini unicamente perché possano sempre essere in relazione con il centro, perché possano nutrire il centro e riportarci alla stessa lettura che abbiamo con le periferie: fuori da noi. Costruire città senza dissenso, una Milano “modello Tokyo” Diritto al futuro I margini si portano dietro la marginalità e la marginalizzazione, le persone che li abitano e i processi che li costruiscono. Uscire dalla sola dimensione geografica ci obbliga a considerare le persone, le domande che portano, le risposte che hanno. Torniamo alle parole e all’uso che ne facciamo. Servono parole nuove per costruire risposte diverse. Parole che non calino dall’alto, ma siano frutto di pratiche di comunità e territori. Oggi, 22 aprile, esce Abitare i Margini, una ricerca di WeWorld che da anni lavora, in Italia e nel mondo, insieme alle persone per contrastare le disuguaglianze, garantire aiuti e diritti nelle zone di conflitti umanitari come nelle povertà urbane che attraversano il nostro paese. È una ricerca che prova a includere nella nostra lettura del mondo la parola margini per passare dal concetto di periferia e povertà a un più ampio orizzonte che affronta le ingiustizie sociali. Parliamo di diritto al futuro, di possibilità di aspirare a un domani migliore e più equo per tutte le persone. Parliamo di corpi e di potere, di identità, di spazio, di sapere e di classe. Cambiando lo sguardo e le parole possono cambiare anche le domande e con domande migliori, possiamo cercare risposte più complete, efficaci e condivise. La scuola che non riduce i divari, aumentare le risorse non basta di Sandro Trento* Il Domani, 22 aprile 2026 Negli ultimi anni, anche grazie al Pnrr, l’Italia ha investito molto in edifici e digitalizzazione. Interventi importanti, ma non sufficienti. Il nodo centrale non è però infrastrutturale. È didattico e organizzativo. L’intesa economica del nuovo contratto nazionale della scuola, firmata il 1° aprile, interviene ancora una volta in modo lineare sulle retribuzioni. È un passaggio importante. Ma non è lì che si gioca la partita. Negli ultimi anni la scuola è tornata al centro dell’attenzione pubblica: rinnovi contrattuali, risorse aggiuntive, investimenti del Pnrr su edifici e digitalizzazione. Ma il nodo principale resta sostanzialmente invariato: il legame tra ciò che il sistema assorbe e ciò che produce in termini di competenze. È qui che il confronto internazionale aiuta a mettere a fuoco il problema. La Finlandia è diventata negli anni una sorta di mito educativo europeo. In parte a ragione, in parte per semplificazione. Ma c’è un fatto che conta più di ogni narrazione: è un sistema che riesce a portare la grande maggioranza degli studenti a un livello solido di competenze, con divari contenuti. Non è solo una percezione. È ciò che emerge dalle indagini del Programme for International Student Assessment dell’Oecd. Nei dati più recenti, pubblicati nel 2023, la Finlandia si colloca sopra la media Ocse: circa 484 punti in matematica contro 472. L’Italia è sostanzialmente in linea, con circa 471 punti. Ma il punto non è la media. È la distribuzione delle competenze. La dispersione scolastica è in calo, ma non per merito del governo In Italia circa il 30 per cento degli studenti non raggiunge il livello minimo in matematica. In Finlandia questa quota è sensibilmente più bassa e, soprattutto, la dispersione dei risultati è molto più contenuta. È qui che il confronto diventa rilevante. Non è una questione di eccellenze, ma di base. I dati nazionali confermano lo stesso quadro. Secondo le rilevazioni Invalsi, alla fine della scuola superiore solo poco più della metà degli studenti raggiunge livelli adeguati in italiano e matematica. Tra il 40 e il 50 per cento non possiede competenze di base sufficienti. Non è un problema di abbandono. La dispersione scolastica esplicita è scesa all’8-9 per cento. Il problema si è spostato: è diventato meno visibile e più strutturale. È la dispersione implicita: studenti che arrivano al diploma senza aver davvero appreso. Questo è il nodo centrale della scuola italiana oggi. E non è distribuito in modo uniforme. I divari territoriali restano molto ampi: nel Nord oltre il 60 per cento degli studenti raggiunge livelli adeguati, in molte aree del Mezzogiorno si scende sotto il 50. Il sistema, in altre parole, non compensa le disuguaglianze di partenza. Tende a riprodurle. L’Invalsi nel curriculum: come confondere il merito con il privilegio Un sistema da riformare I dati Pisa 2022 mostrano un peggioramento generalizzato dopo la pandemia. Ma nei sistemi più solidi il calo non rompe la struttura; in quelli più fragili rischia di consolidare i divari. La scuola italiana ha migliorato l’accesso e ridotto l’abbandono, ma non ha rafforzato a sufficienza le competenze di base. Ha affrontato il problema quantitativo, non quello qualitativo. Il confronto con la Finlandia aiuta a capire perché. La differenza non sta solo nelle risorse, ma nella coerenza del sistema: selezione e formazione degli insegnanti, didattica orientata alle competenze, intervento precoce sugli studenti in difficoltà. In Italia questa coerenza è più debole. La didattica resta spesso centrata sulla trasmissione dei contenuti più che sul loro uso. Le prove Invalsi e Pisa, che misurano comprensione e capacità di applicazione, rendono evidente questo scarto. A questo si aggiunge la difficoltà di gestire classi sempre più eterogenee, con strumenti ancora limitati per intervenire in modo mirato. Tutto questo sarebbe già un problema serio. Ma oggi siamo nel mezzo di una trasformazione tecnologica che sta cambiando il valore delle competenze. Un recente lavoro del Brookings Institution mostra che negli Stati Uniti il 43 per cento dei lavoratori utilizza già strumenti di intelligenza artificiale, contro circa il 32 per cento in Europa e meno del 30 per cento in Italia. Il punto, però, non è la tecnologia. È la capacità di usarla. L’intelligenza artificiale aumenta il valore delle competenze cognitive: comprensione del testo, capacità analitica, uso degli strumenti. Sono esattamente le competenze su cui il sistema educativo italiano mostra le maggiori fragilità. Un sistema che lascia una quota ampia di studenti sotto la soglia minima non riduce solo le opportunità individuali. Riduce la capacità del paese di trasformare l’innovazione tecnologica in produttività. Abbandono scolastico, costi alti e pericoli sulla sicurezza: i danni nascosti delle “classi pollaio” Negli ultimi anni, anche grazie al Pnrr, l’Italia ha investito molto in edifici e digitalizzazione. Interventi importanti, ma non sufficienti. Il nodo centrale non è però infrastrutturale. È didattico e organizzativo: cosa accade in classe, come si insegna, come si selezionano e si formano gli insegnanti, come si interviene sugli studenti in difficoltà. La lezione dei dati è semplice, ma difficile da eludere. Possiamo continuare ad aumentare le risorse. Possiamo rinnovare contratti. Possiamo investire in infrastrutture. Ma senza un cambiamento reale nel funzionamento del sistema, il risultato non cambierà. Aumenti lineari in entrata. Risultati diseguali in uscita. È qui che si misura, oggi, il limite della scuola italiana. *Economista Migranti. Le “stanze dei rimpatri” nelle Questure… e li chiamano “luoghi idonei” di Andrea Ceredani Avvenire, 22 aprile 2026 Come vengono rimandati i profughi nei rispettivi Paesi di provenienza? Il nodo non è solo il premio agli avvocati, che ha originato l’ultimo pasticcio istituzionale. C’è un’altra via che il Viminale ha incentivato. Sono gli spazi nelle Questure dove vengono trattenute persone in attesa di un volo: non esistono dati sulla loro posizione e il Garante parla di “condizioni degradate”. A prescindere da come finirà il guaio sull’emendamento al decreto sicurezza, il Governo ha dimostrato di voler tentare ogni strada per aumentare il numero di rimpatri. Non sono bastati i centri in Albania o l’ipotesi di aprire nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). é appunto la scelta, ostacolata due giorni fa dal Quirinale, di pagare gli avvocati che riescono a ottenere il ritorno volontario al Paese d’origine dei propri assistiti. C’è una terza via per l’espulsione che è stata incentivata più silenziosamente, senza offrire garanzie adeguate per la salute delle persone costrette a percorrerla. Si tratta dei cosiddetti “luoghi idonei” al trattenimento. Sono stanze (a volte camere di sicurezza) nelle Questure italiane, in cui dal 2018 vengono trattenute persone che risiedono irregolarmente in Italia, fino a un massimo di sei giorni in attesa del volo di rimpatrio. In quella che, di fatto, è una detenzione amministrativa: nessuno dei trattenuti, infatti, sconta una pena. La casistica dei “detenuti” è varia. Capita anche che una persona entri in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno, venga trattenuta in una stanza, faccia perdere le tracce alla famiglia e riappaia, una settimana dopo, nel suo Paese di origine. Da cui mancava magari da decenni. E da due anni a questa parte, su esplicita richiesta del Governo, questi luoghi sarebbero sempre più impiegati per i rimpatri. In una circolare rivolta il 12 settembre 2024 dal ministero dell’Interno alle Questure, visionata da Avvenire, il Viminale chiedeva esplicitamente di “incentivare l’esecuzione dei provvedimenti di espulsione/respingimento con accompagnamento immediato alla frontiera, anche mediante l’utilizzo dei luoghi idonei al trattenimento (ivi comprese le camere di sicurezza)”. Da allora, in effetti, secondo la mappatura indipendente della testata “Lavialibera” dell’associazione Libera fondata da don Luigi Ciotti, le persone trattenute in queste stanze sarebbero aumentate del 30% tra il 2024 e il 2025. Per un totale di almeno 1.225 “detenuti” nei primi dieci mesi dello scorso anno. In generale, le Questure che gestiscono luoghi idonei sarebbero cinquanta (dieci usano le camere di sicurezza) e nel triennio 2023-2025 sarebbero finite in queste stanze almeno 2.445 persone. Ma il condizionale è d’obbligo, perché i luoghi idonei sono di fatto un buco nero informativo: non esistono elenchi che ne indichino la posizione esatta né numeri ufficiali sui trattenuti. Le uniche informazioni a disposizione sono frutto di accessi agli atti. In più, a differenza dei Cpr, dove con difficoltà sono entrati anche i giornalisti, ai luoghi idonei al momento hanno avuto accesso solo alcuni avvocati e i garanti dei detenuti, che in una visita a Milano hanno documentato “condizioni molto degradate”. Altre notizie si hanno dalle testimonianze dirette dei trattenuti. Martina Stefanile, avvocata di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), ne ha assistiti alcuni a Napoli. “In un caso un richiedente asilo trattenuto illegittimamente, affetto da una patologia oculare, è stato lasciato senza collirio per 48 ore - spiega. Quanto all’alimentazione, lui stesso raccontava che la Polizia gli avrebbe offerto dei pacchetti di cracker e una bottiglietta d’acqua”. In generale, gli accessi civici hanno confermato l’assenza di contratti di fornitura di beni e servizi per l’uso dei locali idonei in diverse Questure: “Questo significa che mancano o non sono previsti - spiega l’avvocata - la somministrazione dei pasti, l’accesso alle cure, la presenza di un interprete o la fornitura di un kit di primo ingresso”. Con la conseguenza che un trattenimento di sei giorni rischia di “pregiudicare l’accesso al diritto fondamentale della salute”. Il meccanismo per finire dentro ai luoghi idonei è ancora più snello di quello previsto per i Cpr. Dopo essere stato intercettato in strada o - come è capitato - in fase di presentazione della richiesta di asilo, il trattenuto attende il volo di rimpatrio nei locali della Questura, con la convalida del giudice di pace. Che, a differenza di quanto avviene per i Cpr, non deve neppure attendere un’idoneità medica per la “detenzione amministrativa”: visti i tempi stretti, basta che la Questura acquisti il biglietto aereo e lo intesti alla persona da espellere. Perdipiù, a fronte di tutele scarse per le persone trattenute, è complicato comprendere quanto davvero i luoghi idonei siano efficaci nell’esecuzione dei rimpatri. Secondo gli accessi agli atti, sono 1.685 le persone imbarcate su voli direttamente da queste stanze negli ultimi tre anni. Ma c’è da aspettarsi che, da giugno, crescerà ancora il numero degli espulsi attraverso questi “buchi neri”. Ad agevolare il loro lavoro sarà l’entrata in vigore del Patto europeo sulle migrazioni, che permetterà l’esecuzione in Italia di una espulsione decretata in un qualsiasi altro Paese membro. In quella che gli avvocati definiscono una vera e propria “caccia all’uomo”. “Strategicamente il pattern è chiaro - commenta Stefanile: scegliere una categoria ben identificabile e ricamarci attorno un contesto giuridico fondato su interessi perlopiù economici. Dopo anni in cui le garanzie dei cittadini stranieri sono state ridotte all’osso, adesso la partita si gioca sui rimpatri”. La stretta Ue sui migranti può essere un boomerang di Maurizio Ambrosini, Arjen Leerkes, Sandra Lavenex Avvenire, 22 aprile 2026 Dai nuovi regolamenti sui rimpatri al Patto europeo che entrerà in vigore a giugno, l’Ue si gioca molto sulla capacità di controllo dei flussi: per alcuni osservatori anche il diritto d’asilo verrà messo in discussione. Così però i Ventisette rischiano di creare nei cittadini aspettative troppo alte, finendo in trappola. Nelle scorse settimane il Parlamento europeo ha approvato un nuovo regolamento sui rimpatri. Con questa decisione, l’Europa compie un ulteriore passo verso una politica migratoria più rigida. In base al regolamento, i richiedenti asilo respinti possono essere trattenuti fino a 24 mesi, non avranno più automaticamente la possibilità di organizzare la propria partenza e potranno essere deportati nei cosiddetti “centri di rimpatrio” in Paesi terzi con i quali non hanno legami significativi. Questa decisione giunge in un momento in cui un’altra importante riforma sta per entrare in vigore. A giugno, entrerà in vigore il Patto europeo sulla migrazione. Uno dei suoi elementi chiave è la nuova procedura di frontiera, in base alla quale i richiedenti asilo provenienti da Paesi con tassi di riconoscimento dell’asilo inferiori al 20% possono essere trattenuti in strutture controllate nel primo Paese di arrivo per un massimo di dodici settimane, mentre le loro domande vengono esaminate con procedure accelerate. L’obiettivo di queste riforme è chiaro. I governi europei vogliono dimostrare di aver ripreso il controllo sulla migrazione dopo anni di tensioni politiche e di crescente sostegno ai partiti di estrema destra. Esiste tuttavia il rischio che queste politiche si rivelino controproducenti, creando quella che potremmo definire una trappola delle aspettative: una situazione in cui i governi promettono livelli di controllo migratorio che non sono realisticamente in grado di garantire. La politica migratoria non può basarsi solo su un linguaggio duro e sulla forza. Dipende anche dalla cooperazione. I migranti devono collaborare con le procedure di rimpatrio e i Paesi di origine devono essere disposti a riammettere i propri cittadini. Senza tale cooperazione, molte decisioni di rimpatrio rimangono poco più che dichiarazioni sulla carta. Le deportazioni verso “centri di rimpatrio” in Paesi terzi non elimineranno la dipendenza dell’Ue dalla cooperazione intergovernativa. Allo stesso tempo, i flussi migratori di richiedenti asilo sono in gran parte determinati da fattori quali guerre, instabilità politica e reti transnazionali. Il rafforzamento di politiche restrittive non sarà sufficiente a contrastare questi fattori. Un’eccessiva enfasi sulla repressione potrebbe addirittura rivelarsi controproducente. I migranti che temono di essere imprigionati potrebbero evitare del tutto i contatti con le autorità, mentre i Paesi di origine potrebbero essere meno disposti a cooperare se percepissero le politiche europee di rimpatrio come ingiuste. I Paesi di origine e di transito sono spesso critici nei confronti dei rimpatri forzati, ma più propensi a cooperare con forme di rimpatrio relativamente volontarie. Eppure, questi paesi sono stati scarsamente coinvolti nelle discussioni sulle nuove norme europee in materia di migrazione. Lo stesso Patto sulla migrazione dipende fortemente dalla cooperazione politica all’interno dell’Ue. Il sistema presuppone che i Paesi alle frontiere esterne dell’Unione, compresa l’Italia, organizzino l’accoglienza e le procedure di esame delle domande di asilo, mentre gli altri Stati membri dovrebbero contribuire attraverso il ricollocamento o il sostegno finanziario. Resta da vedere quanta solidarietà riceveranno i Paesi di confine. In ogni caso, questi rimarranno in gran parte responsabili dell’organizzazione dei rimpatri e della negoziazione con i Paesi di origine. Ciò crea il rischio che i Paesi di primo arrivo nel Sud e nell’Est Europa si facciano carico di una quota sproporzionata sia dell’accoglienza sia dei rimpatri. Se gli Stati di confine percepiranno di dover sopportare il grosso dell’onere, mentre gli altri Stati membri potranno in gran parte sottrarsi a tale responsabilità, il sostegno politico al sistema potrebbe rapidamente venire meno. Se queste riforme non riusciranno a produrre il controllo promesso sulla migrazione, le conseguenze politiche potrebbero essere significative. Il dibattito sulla migrazione in Europa è sempre più alimentato dalla promessa che politiche più rigorose avrebbero ripristinato il controllo sui flussi. Ma quando tali promesse si rivelano difficili da mantenere, la frustrazione può rapidamente intensificarsi. In una situazione del genere, è probabile che cresca la pressione per misure sempre più radicali. Alcune voci potrebbero persino sostenere che il diritto d’asilo stesso dovrebbe essere abolito. Qui la trappola delle aspettative diventa particolarmente pericolosa. Il diritto d’asilo è profondamente radicato nei trattati internazionali e nel diritto europeo. Non può essere semplicemente abolito. Quando le aspettative politiche si scontrano con la realtà giuridica, i tribunali e altre istituzioni pubbliche potrebbero essere incolpati del presunto fallimento di politiche che non erano mai state pienamente realizzabili fin dall’inizio. In questo modo, la frustrazione nei confronti delle politiche migratorie rischia di sfociare in una più ampia crisi di legittimità. Se i cittadini giungeranno a credere sempre più che le istituzioni democratiche non siano in grado di mantenere le promesse dei politici e che i tribunali si limitino a ostacolarle, la fiducia nello stato di diritto e nell’Unione europea stessa potrebbe iniziare a vacillare. Tutto ciò non significa che le politiche migratorie non possano essere rigorose. Né che non si possano prendere in considerazione approcci alternativi alla protezione dei rifugiati, ad esempio sistemi che si basino maggiormente sul reinsediamento dei rifugiati piuttosto e sulle sponsorizzazioni comunitarie, come i corridoi umanitari. Gli Stati hanno sia il diritto sia la responsabilità di regolamentare la migrazione. Ma una politica efficace richiede una comprensione realistica di ciò che il controllo della migrazione può effettivamente realizzare. Il governo delle migrazioni è in definitiva la ricerca di un equilibrio. Deve coniugare l’applicazione delle leggi con l’equità procedurale, gli interessi nazionali con la cooperazione internazionale e il controllo con lo stato di diritto. In questo delicato equilibrio, una più ampia visione della legittimità - che tenga conto delle prospettive di cittadini e non cittadini, di autorità e migranti - non è un lusso, ma una necessità pratica. Se l’Europa ignora questa lezione, l’attuale stretta sui flussi migratori potrebbe non ripristinare il controllo, ma piuttosto aggravare la stessa crisi di legittimità che cerca di evitare. Invece di invocare la remigrazione, chiediamoci perché il modello spagnolo funziona di Rocco Tralli Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2026 Non importa quanto siano profondi i problemi: salari troppo bassi, mutui inaccessibili, sanità in difficoltà. Gli slogan servono più a produrre consenso che a capire la realtà. Negli ultimi anni si è diffuso, in alcuni ambienti politici e culturali, il termine remigrazione. Una parola costruita per suggerire che ridurre o invertire la presenza degli immigrati possa rappresentare una soluzione ai problemi dei cittadini. In realtà, questo tipo di narrazione finisce spesso per spostare l’attenzione da questioni come salari bassi, prezzi delle case sempre meno accessibili, sanità in affanno, servizi pubblici più deboli. Eppure, basterebbe guardare la realtà. In Italia, nel 2024, quasi sette lavoratori domestici su dieci erano stranieri, secondo l’Inps. E il loro ruolo è importante anche nel turismo e nella ristorazione: il Ministero del Lavoro indica che gli stranieri rappresentano il 18,5% degli occupati in alberghi e ristoranti. Altro che presenza marginale: parliamo di persone che assistono anziani, lavorano negli hotel, servono nei locali e rendono possibile una parte concreta della vita quotidiana del Paese. La parola remigrazione incontra consenso in una parte dell’opinione pubblica anche perché semplifica problemi complessi. Non importa quanto siano profondi i problemi - salari troppo bassi, mutui sempre meno accessibili, sanità in difficoltà - la risposta resta sempre la stessa. Ma questa parola serve più a produrre consenso che a capire la realtà. Il rischio è quello di mantenere il dibattito pubblico su un terreno identitario, invece di affrontare le cause strutturali del fenomeno. Il confronto con la vicina Spagna, allora, diventa interessante. Mentre in altri contesti europei l’immigrazione viene rappresentata soprattutto come una minaccia permanente, Madrid l’ha trattata anche come una questione economica e demografica, non soltanto come un’emergenza identitaria. Il Banco de España ha osservato che tra fine 2019 e fine 2024 circa il 76% dei nuovi posti di lavoro è stato occupato da persone nate all’estero. Inoltre, i dati del Ministero dell’Interno spagnolo mostrano che nel 2024 alcuni dei principali reati comuni contro il patrimonio, come i robos con violencia o intimidación, sono diminuiti; nel 2025, poi, la criminalidad convencional si è attestata a 40,4 reati ogni 1.000 abitanti, nella fascia più bassa della serie storica. Questo non dimostra automaticamente che più integrazione faccia diminuire il crimine. Ma smentisce una narrazione stereotipata: più immigrati non significa, per definizione, più insicurezza, soprattutto quando esistono politiche sociali e di inserimento nel mondo del lavoro. C’è poi una contraddizione che attraversa spesso questo discorso pubblico: si critica l’immigrazione in astratto, salvo poi dipendere ogni giorno, nella vita concreta, dal lavoro degli immigrati. Li si trasforma in bersaglio politico nei comizi, ma li si accetta senza troppi problemi quando assistono gli anziani, puliscono case e uffici, servono nei ristoranti o tengono in piedi settori essenziali dell’economia. Forse, invece di inseguire slogan come la remigrazione, sarebbe più utile chiedersi quanto del modello spagnolo possa essere adattato anche in Italia: meno propaganda, più integrazione, più lavoro, più realismo. Un mondo di bulli predatori. Il Rapporto sul 2025 di Amnesty International di Riccardo Noury* Il Domani, 22 aprile 2026 Non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema, bensì a un assalto diretto da parte degli attori più potenti alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole. Ma il 2025 ci ha restituito anche una potente immagine di resistenza e solidarietà, da cui occorre ripartire per riportare al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali. Era difficile pronosticare che il 2025 sarebbe stato un anno peggiore del 2024 dal punto di vista dell’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani. Invece è andata così, a leggere le 600 pagine del rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, pubblicato in Italia da Roma Tre Press. L’organizzazione aveva già denunciato la progressiva disintegrazione della tenuta dei diritti umani in ogni parte del mondo, mettendo in guardia sulle conseguenze dei doppi standard e del rispetto selettivo del diritto internazionale. Ma ciò che rende diverso questo momento è che non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema, bensì a un assalto diretto da parte degli attori più potenti alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole. La frase del ministro Tajani sul diritto internazionale che “vale fino a un certo punto” pare persino vecchia. Oggi le norme e le istituzioni preposte al loro rispetto vengono svuotate nella loro essenza. All’inizio del 2026 gli Usa hanno violato la Carta delle Nazioni unite attaccando il Venezuela; meno di due mesi dopo l’hanno rifatto, insieme a Israele, attaccando l’Iran, che a sua volta ha reagito colpendo Israele e gli stati del Golfo. Contemporaneamente Israele ha aumentato i suoi rovinosi attacchi contro il Libano. Un 2025 nero - Torniamo al 2025. Israele ha portato avanti il suo genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e il suo sistema di apartheid nella Cisgiordania occupata, prossima all’annessione. Gli Usa hanno commesso oltre 150 esecuzioni extragiudiziali bombardando imbarcazioni nell’Oceano Pacifico e nel Mar dei Caraibi. In Ucraina, la Russia ha intensificato gli attacchi aerei contro centri abitati e infrastrutture civili lasciando per mesi al freddo e sempre al buio decine di milioni di persone. Le forze armate di Myanmar hanno usato paracadute a motore per sganciare esplosivi contro i villaggi uccidendo centinaia di civili. Gli Emirati Arabi Uniti hanno alimentato il conflitto in Sudan fornendo armi ai paramilitari, che a ottobre hanno preso il controllo della città di El Fasher commettendo uccisioni di massa e violenze sessuali contro la popolazione civile. In Afghanistan, i talebani hanno inasprito le loro politiche contro la popolazione femminile emanando ulteriori decreti contro l’istruzione, il lavoro e la libertà di movimento. Gli Usa e la Russia hanno ulteriormente indebolito i meccanismi per l’accertamento delle responsabilità, in particolare la Corte penale internazionale. L’amministrazione Trump ha emanato sanzioni contro il personale e i collaboratori della Corte, la Russia ha emesso mandati di cattura contro suoi funzionari. Alcuni stati si sono ritirati o hanno annunciato l’intenzione di farlo, altri come l’Italia sono venuti meno all’obbligo di collaborazione. L’Unione europea e i suoi stati membri, con poche eccezioni, si sono mostrati arrendevoli. Non hanno intrapreso azioni concrete per fermare il genocidio israeliano o per porre fine all’irresponsabile trasferimento di armi e di tecnologia che alimentano crimini di diritto internazionale nel mondo. Il loro silenzio è stato una vera e propria bancarotta morale. Quale alternativa offrono i bulli predatori al sistema multilaterale di regole e di protezione dei diritti umani istituito 80 anni fa? Propongono un ordine globale che ignora e ridicolizza la giustizia razziale, climatica e di genere, tratta la società civile come una nemica e rifiuta la solidarietà internazionale: un ordine mondiale costruito sul bavaglio al dissenso, sull’uso della legge come arma e sulla deumanizzazione degli “altri”. Ma, affatto scoraggiate dalle avversità, milioni di persone nel mondo stanno resistendo all’ingiustizia e alle pratiche autoritarie. Nel 2025 la cosiddetta Gen Z si è mobilitata in modo travolgente in Kenya, Madagascar, Marocco, Nepal e Perù. Negli Usa le persone hanno continuato a organizzarsi, da Los Angeles a Minneapolis, contro i raid delle agenzie federali Usa. Manifestazioni di massa contro il genocidio israeliano si sono svolte in ogni parte del mondo. Insomma, il 2025 ci ha restituito anche una potente immagine di resistenza e solidarietà, da cui occorre ripartire per dare vita a coalizioni che reimmaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali. Il report di Amnesty 2026 è un atto di denuncia contro i “bulli che governano” di Nello Scavo Avvenire, 22 aprile 2026 Dall’attacco “illegale” di Usa e Israele all’Iran ai centri di detenzione per i palestinesi, fino agli stupri di massa nel Congo orientale, il “prontuario” delle violazioni dei diritti umani nel mondo. Non è solo un rapporto sui diritti umani, ma un atto d’accusa contro “una nuova era, guidata dall’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani, da parte di bulli che governano affidandosi a ideologie razziste e suprematiste”. Quello di Amnesty per il 2026 è un prontuario delle tragedie che verranno: guerre, repressioni, persecuzioni religiose, attacchi alla giustizia internazionale, smantellamento delle garanzie sociali. “Dopo l’attacco illegale degli Usa e di Israele, che ha provocato la rappresaglia indiscriminata dell’Iran, il conflitto si è trasformato in una guerra contro i civili”, afferma Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione. Gaza è il crocevia. Amnesty parla di “genocidio israeliano contro i palestinesi” e lo inserisce in una continuità di apartheid, occupazione e violenza strutturale. Ma Gaza non è solo un luogo: è un metodo che, in varia misura, viene esportato in Palestina come nel Libano meridionale. Nel 2025 in Cisgiordania sono stati censiti 849 blocchi stradali e posti di blocco. Si sono aggiunti 86 nuovi avamposti illegali e 54 insediamenti approvati dal governo, oltre ai 371 già esistenti. Più di 1.600 attacchi violenti di coloni sono stati registrati nei primi dieci mesi del 2025. Ombre anche sui centri di detenzione, dove tra ottobre 2023 e novembre 2025 almeno 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana. Una prova dell’impunità dei leader arriva dall’Ucraina. Amnesty richiama “322 casi di esecuzione” di prigionieri di guerra ucraini da parte delle forze russe dal 2022. Nel solo dicembre 2025 il 67% delle uccisioni di civili ucraini si concentrava vicino alla linea del fronte, quasi il 30% per effetto di droni guidati a distanza. Nel dossier si leggono le testimonianze di chi è riuscito a tornare dal territorio controllato dai russi: tra loro un ex prigioniero che, dopo 33 mesi in cattività, pesava 40 chili. Ma il dossier non denuncia soltanto i crimini attribuiti alla Russia. Dice che una parte del potere globale non si limita più a sfuggire alla giustizia: prova a delegittimarla. Le sanzioni americane contro procuratori e giudici della Corte penale internazionale trovano eco nei provvedimenti del tribunale di Mosca, che in contumacia ha condannato i giudici internazionali a 15 anni di carcere. La mancata esecuzione di mandati di arresto - dal libico Almasri in Italia a Putin e Netanyahu che viaggiano all’estero senza temere di venire catturati e processati - racconta questo precipizio. Non si vuole solo evitare il processo: si lavora per screditare il tribunale. Nasce così un ordine che non si regge solo sulla capacità militare, ma su un linguaggio politico che trasforma il diritto in ostacolo, la società civile in nemico, la solidarietà in sospetto. C’è anche il richiamo alla visione esposta all’inizio del 2026 dal segretario di Stato Usa Marco Rubio: un’alleanza occidentale di popoli cristiani guidata dagli Stati Uniti. “Oltre ai comportamenti predatori di Trump, Putin e Netanyahu - spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia - ci sono tragedie ignorate come quella del Sudan, teatro della più grave crisi umanitaria contemporanea, con fonti locali che parlano di oltre 200.000 vittime”. Per non dire del Congo orientale. “Oltre 81.000 stupri” sono stati commessi tra gennaio e settembre, con un aumento del 31,5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Una sopravvissuta ha riferito l’avvertimento dei miliziani: “Qualsiasi donna venga nel campo, noi la stupreremo”. Ci sono poi le pagine dedicate all’Italia e al suo nervo scoperto. “La cooperazione in tema di migrazione con Libia e Tunisia è proseguita nonostante le prove di gravi violazioni dei diritti umani”. Roma “non ha consegnato alla Corte penale internazionale (Cpi) un cittadino libico arrestato in base a un mandato della Cpi stessa”. Il riferimento è al generale Almasri, accusato dei peggiori e più perversi crimini. A questa impunità si è aggiunto, a novembre, il rinnovo del memorandum con Tripoli. Con la cosiddetta guardia costiera libica che ha aperto il fuoco contro navi umanitarie, usando anche una motovedetta “sovvenzionata dall’Ue, donata dall’Italia”. Amnesty parla di almeno 26.940 persone intercettate in mare e riportate in Libia, dove migranti e rifugiati sono trattenuti in condizioni “crudeli e disumane”. Stiamo costruendo un “ordine” che si nutre di minacce continue di Vittorio Pelligra Avvenire, 22 aprile 2026 Il riarmo non risponde sempre a pericoli reali, ma li alimenta. Tra deterrenza e interessi economici, così la ricerca di sicurezza alimenta un ciclo che genera instabilità permanente. Che nesso c’è tra insicurezza geopolitica e crescita della produzione di armamenti? È l’insicurezza a far crescere gli investimenti in armi o è la necessità della crescita economica ad alimentare insicurezza e conflitti? Vittorio Pelligra, economista e saggista, propone, a partire da oggi, una serie di analisi e approfondimenti su quella che possiamo definire “La nuova monarchia della paura”. Ci stiamo riarmando in nome della sicurezza. Eppure, più crescono gli arsenali, più il mondo appare fragile, instabile, esposto. È un paradosso solo apparente. Perché forse non siamo davanti a una semplice risposta alle minacce del presente, ma alla costruzione di un ordine che della minaccia ha bisogno per giustificare sé stesso. Un ordine che non ha nessun interesse a rassicurarci, perché la nostra paura è la sua risorsa più preziosa. È giunta l’ora di chiedersi esplicitamente se la scelta delle armi è la conseguenza della crescente insicurezza o ne è una causa? È una risposta alla fragilità di un ordine mondiale divenuto minaccioso, o è una delle ragioni di tale fragilità? Per cercare una risposta bisogna guardare oltre la cronaca e riconoscere la forza della cornice narrativa che si è imposta negli ultimi anni: quella secondo cui la pace può essere garantita soltanto dalla deterrenza, e la deterrenza soltanto dalla superiorità del più forte. Ma quando la pace viene affidata alla potenza, vuol dire che qualcosa del suo significato originario si è perduto. E quando il conflitto mondiale torna a essere pensabile, anzi probabile, non siamo soltanto davanti a una necessità storica, ma ad una volontà ben precisa. Una scelta, prima ancora che una necessità. L’insicurezza è diventata il tema costante delle nostre vite. Si ripudiano vecchie alleanze, si oltrepassano frontiere impunemente, si calpesta il diritto internazionale, e la reazione della comunità internazionale è il silenzio. Un silenzio colpevole, perfino complice. Stiamo contribuendo a plasmare un nuovo ordine mondiale fondato sull’insicurezza permanente. Non come condizione temporanea da superare, ma come principio ordinario di funzionamento. La tesi che esporrò in questa serie di articoli è semplice. Non siamo davanti a una causalità lineare, nella quale l’aumento delle minacce produce maggiori esigenze di difesa. Siamo entrati in una causalità circolare: l’insicurezza geopolitica alimenta un’industria tecnologica della difesa sempre più sofisticata, che a sua volta ridefinisce le minacce, accelera le decisioni, amplia il campo del possibile conflitto e rende più difficile interrompere la spirale. Un’industria che ha tutto l’interesse ad alimentare la domanda di armi perché da quella domanda trae linfa vitale. Quando Keynes scriveva nella Teoria Generale che “la costruzione di piramidi, i terremoti, persino le guerre possono contribuire ad aumentare la ricchezza”, aggiungeva col suo tipico british wit che questo valeva solo “e l’educazione dei nostri governanti ai princìpi dell’economia classica impedisce di fare qualcosa di meglio”. Un misto di crisi sistemica, hybris tecnologica e insipienza politica è ciò che sta determinando l’attuale stato del mondo. Ma oggi l’industria bellica ha assunto tratti inediti: è divenuta espressione di quel capitalismo della sorveglianza che si appropria delle nostre intere vite - scrutate, investigate, controllate, previste - attraverso i dati che rilasciamo nell’infosfera. Un’industria sostenuta da un’ideologia antidemocratica, elitaria, tecnocratica, per la quale i cittadini sono al contempo utilizzatori finali e materia prima. Per lungo tempo abbiamo pensato la sicurezza come uno dei fini più alti della politica. Oggi essa si presenta invece come un processo senza fine: non una soglia oltre la quale la paura si ritira, ma un’attività continua di anticipazione, sorveglianza, preparazione. Il problema non riguarda soltanto eserciti o teatri di guerra. Riguarda il modo in cui le nostre società imparano a percepire il rischio, a giustificare l’eccezione, a convivere con l’idea che la minaccia sia permanente. Occorre allora prendere sul serio Hannah Arendt quando ci invita a “Niente di più che pensare a ciò che facciamo” (La condizione umana, p. 143). Il tratto più inquietante della nostra epoca non è la crescita della capacità tecnica di controllare e colpire. È la rapidità con cui quella capacità si normalizza, smettendo di apparire come problema politico e morale per presentarsi come semplice necessità tecnica. Come ci ricorda Ulrich Beck, le nostre paure ci hanno trasformati in una società in cui “lo stato di emergenza minaccia di diventare normalità” (La società del rischio, p. 103). È su questo crinale che l’analisi del filosofo Brian Massumi getta luce. Dopo l’11 settembre, scrive in Ontopower, molti aspetti della vita contemporanea si sono riconfigurati attorno a una nuova dominante: la preemption. Diversamente dalla prevenzione, che interviene su un rischio già in formazione, la preemption porta a prepararsi a qualcosa che potrebbe accadere anche se non è ancora accaduto e forse non accadrà mai. L’anticipazione prende il posto della risposta. Ma così il possibile smette di essere uno spazio aperto e diventa un campo da presidiare. Un sistema fondato sull’anticipazione continua ha bisogno, per definizione, che le minacce non finiscano mai. Più aumenta la capacità di prevenire il rischio, più si allarga il campo di ciò che può essere considerato rischioso. L’insicurezza non scompare: cambia funzione. Da limite esterno diventa risorsa interna. La questione centrale che ne deriva, sempre seguendo la Arendt - se vogliamo usare le nostre conoscenze scientifiche e tecniche nella direzione in cui stiamo andando - “non può essere decisa con i mezzi della scienza; è una questione politica di prim’ordine, e perciò non può essere lasciata alla decisione degli scienziati di professione e neppure a quella dei politici di professione” ( p. 41). La politica ha a che fare con una pluralità di esseri umani, prospettive, vulnerabilità, relazioni. Ogni volta che la sicurezza viene tradotta interamente nel linguaggio dell’efficienza tecnica, questa pluralità tende a sparire. Restano profili di rischio, categorie operative, sequenze decisionali. Ma la politica, propriamente parlando, arretra. Per questo la questione non può essere lasciata agli specialisti. Non stiamo discutendo di strumenti, ma del tipo di ordine che quegli strumenti presuppongono e consolidano. Il rischio più grande non è l’espansione di poteri tecnologici straordinari. È l’assuefazione culturale che li accompagna: il fatto che passaggi decisivi vengano assorbiti nel lessico dell’inevitabile. Il problema non è solo che il mondo diventa più pericoloso. È che stiamo costruendo un sistema che non può più permettersi di considerarsi al sicuro. Il labirinto di Hormuz e il guizzo che serve per uscirne di Marco Ferrando Avvenire, 22 aprile 2026 La crisi, tra le più rilevanti degli ultimi decenni, avrà effetti duraturi su traffici e prezzi, anche in caso di rapida soluzione. L’Italia, tra i Paesi più esposti sul piano energetico, rischia crescita debole e inflazione in aumento, mentre sono limitati i margini di intervento. Servono misure mirate e un’azione europea. Non sappiamo come e quando usciremo dal labirinto di Hormuz, di certo però pagheremo caro “l’evento più importante degli ultimi 40 anni”, come l’ha definito l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi (che dagli anni 80 a oggi ne ha visti, di eventi). Lo pagheremo caro anche se, miracolosamente, dovesse risolversi nel giro di poche ore: ci vorrà tempo per il ritorno alla normalità dei traffici che passano per lo Stretto e soprattutto per la discesa dei prezzi di ciò che viaggia sulle navi, a partire ma non solo dai prodotti petroliferi. Lo ha detto chiaramente il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, suggerendo che la prova di stress a cui è stato sottoposto il mondo con la guerra di Usa e Israele all’Iran finirà per mettere a nudo chi è più debole nello scacchiere energetico globale: l’Italia purtroppo è tra questi, in prima linea. Gli allarmismi non servono a molto, ma la sensazione è che si fatichi ad avere piena consapevolezza di quanto stia capitando, forse ipnotizzati dalla volatilità delle sparate trumpiane e da tutto ciò che ne consegue. Un po’ rimuoviamo, un po’ speriamo che finisca tutto in fretta. Ma intanto il diesel ha superato stabilmente i due euro al litro (nonostante lo sconto sulle accise), sui voli c’è seria preoccupazione, frutta e verdura costano il 20-30% in più di poche settimane fa. Segnali che si accompagnano alle tante previsioni formulate la settimana scorsa le quali, pur da punti di vista diversi, paiono convergere, di nuovo, su un punto: anche se la crisi dovesse risolversi in fretta il danno sarebbe già fatto, e non sarebbe piccolo. Il Fondo monetario internazionale ha già tagliato le aspettative di crescita per l’Italia dello 0,2% nel 2026, che al momento vede proiettato su un Pil a +0,5%, sempre che la crisi petrolifera rientri in fretta. Stime coincidenti con quelle dell’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo il quale il perdurare della paralisi dei traffici potrebbe costare altri due decimi di Pil. Avvicinandoci, in pratica, a quella crescita zero che presagisce Banca d’Italia se lo Stretto dovesse rimanere inattraversabile a lungo. Ma è solo una faccia della medaglia, e neanche la peggiore. Perché è l’inflazione l’ingranaggio più sensibile e pericoloso: lo scenario base formulato dagli economisti della Banca centrale, quello che di nuovo prevede un rapido ritorno alla normalità, prevede un tasso del 2,6% a fine anno, quasi doppio rispetto all’1,5% riscontrato ancora a febbraio (e già salito all’1,7% a marzo). Ma più passano i giorni e più salgono le probabilità che ci sarà da misurarsi con lo scenario “avverso”, quello che sconta una lunga paralisi dei traffici: in questo caso, stimano in Banca d’Italia, il rischio è di un’inflazione al 4,5%. Sono numeri che comprensibilmente lasciano poco tranquilli chi ne coglie le ricadute. A partire dal Tesoro, dove si attendono i consuntivi Istat sul 2025 (che ora sembra un’epoca fa), la base per il Documento di finanza pubblica, entro la quale il governo Meloni potrà poi costruire l’ultima legge di bilancio della legislatura. Finora la priorità è stata sul rapporto deficit/Pil, perché se - come non ancora escluso - dovesse scendere sotto il 3,1% previsto dalle regole di bilancio europee l’Italia potrà ottenere maggiori spazi di manovra sulle spese militari. Ma ora più delle guerre e delle richieste di Trump a far paura all’Italia è l’economia e soprattutto la capacità di spesa degli italiani: di qui la necessità di inventarsi qualcosa di diverso. E sicuramente di alternativo agli sconti sulle accise, criticati la settimana scorsa dal Fondo monetario internazionale, difesi per dovere di casacca dal ministro Giorgetti ma chiaramente insostenibili sul lungo periodo: costano tanto e soprattutto ne beneficia anche chi non ne ha bisogno. Occorre altro, insomma. Misure di ampia portata ma “chirurgiche”, sia nella capacità di intervenire là dove serve sia nelle coperture di cui potranno disporre. Che non può essere il debito: con quello pubblico italiano che continua a salire (3.139 miliardi a febbraio) e non smetterà di farlo prima del 2028 (stime Fmi, sperando che reggano), non c’è molto spazio per la fantasia o per immaginarsi qualcosa di comparabile al Pnrr. Palazzo Chigi è atteso da un finale molto diverso da quello che immaginava ancora nell’autunno scorso, quando si era lavorato a una manovra 2026 in versione compassata anticipando che “il bello” sarebbe arrivato dodici mesi dopo. Il contesto economico si è capovolto ancora più rispetto a quello politico, e dall’ambizione di benefici straordinari si è passati all’urgenza di misure emergenziali. Non è detto che sia per forza un male: la situazione sta diventando troppo severa per essere gestita in totale autonomia, e le responsabilità non possono certo essere attribuite integralmente a chi governa, che semmai si è limitato a difendere la linea di galleggiamento. Per di più il resto d’Europa non se la passa molto diversamente: comprese la Francia o la Gran Bretagna, alle prese con una contabilità nazionale traballante, ormai guardate dai mercati finanziari con la stessa preoccupazione fino a pochi anni fa riservata alla sola Italia. Ecco perché l’Europa è la prima direzione in cui sarebbe utile guardare: la trasversalità dei problemi e il ruolo che l’Italia ha saputo costruire e difendere sono ottime premesse per chiedere un piano d’intervento che vada oltre a smart working e sconti ai mezzi pubblici. Ma che, per favore, non si limiti alla sospensione delle regole di bilancio. A livello comunitario lo spazio di agibilità politica è molto più ampio che per i singoli Stati. C’è, ad esempio, un fronte che probabilmente meriterebbe più attenzione, sia dal punto di vista politico che finanziario: è quello del fisco e in particolare delle imposizioni alle multinazionali, discorso tra i più sgraditi dagli Stati Uniti visti i timori dei colossi vicini all’Amministrazione Trump (come parso trapelare la settimana scorsa dal colloquio tra Giorgetti e il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent). Se davvero si stanno riscrivendo le regole globali, perché non mettere sul tavolo anche questo capitolo, che da sempre vede l’Europa tra i soggetti più penalizzati? Ma è urgente uscire dagli schemi anche a livello nazionale. Preso atto delle difficoltà di cui sopra, sarebbe auspicabile non per forza un’alleanza, ma almeno un confronto di sostanza tra maggioranza e opposizione: la tentazione (e la sensazione) è quella di essere già in campagna elettorale. Ma visto quanto sta capitando, non se lo possono permettere né la pazienza né le tasche degli italiani: serve un guizzo, e il miracolo sarebbe un guizzo bipartisan.