Agenti senza nome e controlli mancanti: il buco nero italiano di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 21 aprile 2026 Nelle carceri italiane è tornato il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt). Dal 1 al 12 settembre 2025, una delegazione del Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato cinque istituti penitenziari: Avellino, Sollicciano a Firenze, Foggia, Marassi a Genova e Santa Maria Capua Vetere. Il rapporto non è ancora stato pubblicato. Ma il contesto in cui questa visita si inserisce, ricostruito nel 35esimo Rapporto generale del Cpt appena uscito, è tutt’altro che rassicurante. Il documento copre le attività svolte nell’arco del 2025: 22 visite in 20 paesi, 208 giorni di lavoro sul campo, 182 strutture esaminate. Fra queste, 69 erano strutture delle forze dell’ordine. Il quadro che emerge contiene un segnale preciso: in molti Paesi dove negli anni precedenti si era registrata una riduzione dei maltrattamenti, questi stanno tornando a emergere. Il presidente del Cpt, Alan Mitchell, lo scrive direttamente nella prefazione, senza giri di parole. Quello che il Cpt ha documentato con preoccupazione crescente riguarda in particolare quello che accade prima ancora che una persona entri in un carcere: lo spazio che va dal momento dell’arresto all’interrogatorio informale. È qui che si concentra buona parte delle segnalazioni ricevute dalle delegazioni. Persone che raccontano di essere state colpite non appena prese in custodia, prima che scattassero le garanzie formali. Sessioni di domande non verbalizzate, nei corridoi o nelle stanze secondarie delle stazioni di polizia, in cui la pressione fisica viene usata per orientare ciò che poi finirà a verbale. Il Cpt è esplicito nel distinguere due fenomeni. Da una parte l’uso della violenza per estorcere confessioni durante gli interrogatori formali: qui il miglioramento registrato negli ultimi anni è reale, e in molti Paesi europei questa pratica non è più un problema sistematico. Dall’altra c’è quello che accade al momento dell’arresto e nei contatti informali, dove le denunce persistono. Schiaffi, pugni, calci. Uso del manganello durante il trasporto in cella. Insulti e umiliazioni verbali. Non come eccezioni, ma come modalità che emergono con frequenza sufficiente da non poter essere liquidate come casi isolati. C’è un passaggio nel documento che merita di essere citato in modo diretto. Il Cpt segnala che diversi stati membri, quando vengono confrontati con le proprie conclusioni su maltrattamenti delle forze dell’ordine, reagiscono in modo difensivo: ripetono le norme legali vigenti come dimostrazione del fatto che certi abusi non possono “tecnicamente” verificarsi. Per il Comitato questa risposta non contribuisce al dialogo costruttivo, perché elude il problema reale che emerge sul campo. È una critica che il Cpt rivolge in modo generico, senza fare nomi, ma che traccia un profilo di comportamento istituzionale riconoscibile. In Portogallo la delegazione ha documentato denunce di forza eccessiva durante gli arresti, con uso di manganelli, e la pratica di ammanettare i detenuti a oggetti fissi nelle stanze di fermo, che il Comitato chiede di eliminare. Le indagini sui presunti abusi continuano a essere caratterizzate da ritardi e da scarsa comunicazione tra gli organismi investigativi. In Svizzera, nei cantoni francofoni, la violenza della polizia è stata descritta come una pratica persistente, con casi che includono morsi da parte di cani poliziotto durante gli arresti. In Spagna, nella Catalogna visitata a fine 2024, sono emerse denunce di schiaffi, pugni e manganellate durante l’arresto e il trasporto. In Ungheria, il rapporto sulle carceri parla di insulti verbali inclusi commenti razzisti e omofobi da parte del personale, con indagini su presunte violenze fisiche risalenti al 2020-2021 ancora ferme alla fase pre-dibattimentale. La questione che più riguarda l’Italia è però legata, almeno per ora, all’assenza di dati aggiornati. La visita del settembre 2025 alle cinque carceri era focalizzata esclusivamente sugli istituti penitenziari: non ci sono stati accertamenti sulle strutture delle forze dell’ordine. Tra le strutture visitate c’è Santa Maria Capua Vetere, diventata il simbolo più noto di violenze sistematiche sui detenuti dopo le immagini del 6 aprile 2020, con centinaia di agenti indagati e alcune condanne arrivate in primo grado. Che il Cpt sia tornato a Santa Maria Capua Vetere non è un dato secondario. Anche senza il report, il fatto che quell’istituto sia tra quelli selezionati dice qualcosa sul livello di attenzione che l’organismo europeo mantiene su quella struttura. La vicenda resta uno degli episodi di violenza istituzionale più documentati in Italia degli ultimi decenni. Quando il rapporto uscirà potrà fornire elementi nuovi in un quadro giudiziario che si è costruito in modo autonomo attraverso le indagini della magistratura campana. Il rapporto generale del Cpt indica le misure concrete prioritarie per ridurre i maltrattamenti: formazione continua degli agenti sui metodi di interrogatorio in linea con i principi Mendez; identificazione visibile tramite numeri o codici sulla divisa; telecamere a circuito chiuso nelle strutture; body camera con protocolli chiari. E soprattutto, meccanismi di denuncia robusti e indipendenti, che non facciano capo alla stessa struttura oggetto di accusa. Quest’ultimo punto tocca in modo diretto una questione aperta in Italia da anni. L’assenza di un organismo indipendente di controllo esterno sull’operato delle forze dell’ordine è stata segnalata negli anni dal Cpt in visite precedenti, dal Comitato Onu contro la tortura, da organizzazioni non governative. Proposte di legge in questo senso sono state presentate in diverse legislature, nessuna è arrivata all’approvazione. Il tema torna dopo i casi più gravi e poi sparisce dall’agenda politica, ogni volta come se fosse la prima volta che se ne parla. La questione dell’identificazione visibile degli agenti è uno dei punti dove l’Italia ha posizioni ancora controverse. L’obbligo di indossare un numero identificativo durante le operazioni di ordine pubblico è stato oggetto di proposte ripetute, sempre bloccate. Per il Cpt si tratta di uno strumento preventivo elementare: un agente identificabile ha meno spazio per agire in modo arbitrario, e chi subisce un maltrattamento ha possibilità concrete di sporgere denuncia contro una persona specifica, non contro un’istituzione anonima. Nel rapporto del Cpt c’è anche un passaggio sull’impunità. Il Comitato scrive che in alcuni Stati membri si sta diffondendo un senso di impunità per le azioni abusive, e che diversi meccanismi di supervisione hanno perso efficacia. Il testo non cita Paesi specifici in questo contesto, ma il riferimento a strutture di controllo che si indeboliscono costruisce un quadro che non riguarda solo l’Europa orientale. Riguarda Paesi con sistemi giuridici avanzati, democrazie consolidate, forze dell’ordine considerate professionali. Il bilancio del Cpt per il 2025 dice che i progressi ottenuti non sono automaticamente stabili: possono regredire quando le istituzioni perdono la tensione a mantenere certi standard, quando la politica smette di considerare la dignità delle persone detenute una priorità reale, quando l’impunità per gli abusi non viene combattuta in modo sistematico. L’Italia ha sempre pubblicato tutti i rapporti del Cpt che la riguardano: sedici visite, sedici rapporti resi pubblici. È un segnale di apertura al dialogo. Ma la pubblicazione, da sola, non risolve niente. Salute in carcere, la quintessenza delle fragilità nei reclusi di Alessandro Malpelo mondosanita.it, 21 aprile 2026 La sanità penitenziaria è lo specchio di una società alle prese con dipendenze, disagio psichico, violenza e vulnerabilità economica. Dietro le sbarre il medico trova di tutto: patologie croniche, malattie infettive, psicosi, disturbi alimentari e deficit metabolici. In questo scenario, la capacità del sistema di garantire i fondamentali in tema di prevenzione, diagnosi e cura assume un valore strategico non solo per la tutela dei detenuti, ma per l’intera collettività. Un sistema sotto pressione. I dati più recenti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale delineano una situazione strutturalmente critica. Nel 2025, nei 189 Istituti Penitenziari italiani sono state accolte 103.866 persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi; negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370. A questi si aggiungono quasi 2.000 tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo nel solo 2025. Dunque il carcere si configura sempre più come il punto di convergenza delle fragilità sociali: marginalità, dipendenze, disagio psichico e vulnerabilità economica si concentrano all’interno degli istituti, aumentando la complessità gestionale. Questo scenario si inserisce in un contesto più ampio di trasformazione sociale, segnato - come evidenziato da analisi istituzionali - da una ripresa dei fenomeni criminali e da una crescente percezione di insicurezza tra i cittadini. Di questi temi si discute a Roma in occasione del convegno nazionale Agorà Penitenziaria 2026 indetto dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe), intitolato “Tutela della Salute ed Esecuzione Penale”, in programma il 21 e 22 aprile presso l’Aula Agostini dell’Istituto Nazionale Salute Migrazioni e Povertà. Nella giornata del 22 aprile, presso l’Auditorium Cosimo Piccino del Ministero della Salute, si terrà inoltre il convegno istituzionale organizzato da Aristea “Il carcere come opportunità di sanità pubblica e di riscatto: prevenzione, diagnosi e cura nelle popolazioni vulnerabili”, un confronto tra istituzioni, clinici e associazioni. “Sanità penitenziaria non significa solo cura, ma una realtà concreta di salute pubblica - sottolinea Antonio Maria Pagano, Presidente SIMSPe - occorre intervenire su fragilità complesse e prevenire le malattie diffuse, psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, odontoiatriche, ma anche confrontarsi con una relazione medico-paziente diversa. In ambito penitenziario esiste spesso una asimmetria: il medico ha come obiettivo la tutela della salute, mentre il detenuto può avere esigenze legate al proprio percorso giudiziario. Questo rende più complessa la valutazione clinica e richiede strumenti adeguati per garantire appropriatezza e qualità dell’assistenza”. “Al giorno d’oggi - evidenzia Luciano Lucania, Direttore SIMSPe - assistiamo a una concentrazione di disagio sociale e sanitario che rende la gestione quotidiana molto più complessa. La sovrapposizione tra dimensione sanitaria e dimensione giuridica può rendere più difficile leggere in modo preciso i bisogni di salute, in particolare in ambito psichiatrico. Questo ha effetti anche sulla qualità dei dati disponibili e sulla programmazione degli interventi. In un contesto già segnato da fragilità diffuse, è fondamentale rafforzare la sanità penitenziaria per garantire una presa in carico reale ed efficace”. Il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 individua strumenti fondamentali come screening, diagnosi precoce e promozione della salute. Tuttavia, l’applicazione di questi interventi negli istituti penitenziari resta ancora disomogenea, nonostante si tratti di una popolazione ad alto rischio. La prevenzione assume quindi un valore non solo sanitario, ma anche organizzativo, contribuendo a ridurre criticità cliniche e gestionali. Un ambito chiave è quello delle malattie infettive, dove negli ultimi anni sono stati raggiunti risultati significativi. “Negli ultimi dieci anni, la prevalenza dell’HIV nelle carceri italiane si è ridotta dal 10% a circa l’1-2% grazie alle terapie antiretrovirali - spiega il Prof. Sergio Babudieri, Direttore Scientifico SIMSPe - oggi abbiamo strumenti nuovi, come le terapie long acting per l’HIV, che consentono una somministrazione ogni due mesi e facilitano la continuità terapeutica anche dopo la scarcerazione”. Risultati importanti riguardano anche l’Epatite C: trattamenti in grado di eradicare il virus in poche settimane, senza effetti collaterali, hanno permesso di far emergere il sommerso. “Uno studio recente - aggiunge Babudieri - ha rilevato una prevalenza del 20% tra i detenuti: è la dimostrazione dell’efficacia dei test diagnostici rapidi, eseguibili all’ingresso in istituto, che rendono il carcere un contesto strategico per programmi di screening e linkage to care”. Un ambito, quello delle malattie infettive, che mostra come il carcere possa diventare un’opportunità per fare profilassi. Dunque, il carcere è oggi uno dei luoghi dove si concentrano le fragilità più profonde della società. La sanità penitenziaria, tra prevenzione, gestione delle cronicità, salute mentale e malattie infettive, rappresenta una sfida complessa ma imprescindibile per la salute pubblica. Il confronto promosso da SIMSPe con Agorà Penitenziaria 2026 conferma la necessità di un approccio integrato, capace di coniugare tutela della salute, sicurezza e diritti, in un sistema che deve essere ripensato alla luce dei cambiamenti sociali e sanitari degli ultimi anni. No alla separazione del corpo di polizia penitenziaria dal Dap di Giunta e Osservatorio Carcere Ucpi camerepenali.it, 21 aprile 2026 Da giorni circola insistentemente la notizia della intenzione di procedere ad un riassetto, attraverso un decreto ministeriale, delle funzioni della nuova “Direzione generale delle specialità del Corpo di polizia penitenziaria”, istituita con Dpr 189/2025, direzione che avrebbe, fra l’altro, il compito di coordinamento delle attività del Gruppo operativo mobile, del Nucleo investigativo centrale, del Gruppo di intervento operativo creato per le rivolte in carcere, di altri reparti speciali del Corpo, del servizio traduzioni e piantonamenti. Secondo queste voci, nel DM in cantiere si stabilisce che le citate articolazioni operative stiano direttamente alle dipendenze della nuova Direzione generale e non più alla gestione diretta del capo del Dap. L’evoluzione della nuova Direzione generale - le cui competenze mutano dal semplice coordinamento alla gestione gerarchica diretta dei reparti speciali - conferma una preoccupante involuzione culturale. Il sistema penitenziario sembra ormai orientato verso una visione puramente securitaria, a discapito della funzione rieducativa sancita dalla Costituzione. Tale deriva è aggravata da un sovraffollamento critico che, superando il 138%, compromette drasticamente ogni finalità trattamentale. Al di là di ogni questione di natura costituzionale sulla possibilità che un atto di rango secondario, quale è un decreto ministeriale, possa svuotare e aggirare l’assetto definito da una norma superiore, quale il DPR 189/2025, siamo fortemente preoccupati per le conseguenze che tale sottrazione alle dipendenze del DAP possa provocare, rendendo la polizia penitenziaria un corpo separato, pronto ad essere gestito, in via autonoma e autoreferenziale, da un ipotetico istituendo Dipartimento di polizia penitenziaria, progetto più volte agitato da specifiche organizzazioni sindacali di settore. Sappiamo bene con quanto sacrificio e spirito di abnegazione, nonostante le carenti risorse umane, il personale di polizia penitenziaria si affanni per riaffermare la “forza della rieducazione alla rieducazione della forza”, ancor più nell’abbandono e nel disastro attuale. Eppure, spingere verso una completa autonomia, gerarchica e gestionale, della polizia penitenziaria al di fuori del DAP, vuol dire allontanare quegli uomini e quelle donne in divisa dalla cornice costituzionale della pena. Se poi, alla paventata riorganizzazione dipartimentale, aggiungiamo lo scandaloso “pacchetto sicurezza” approvato in Senato, che autorizza le operazioni nei penitenziari dei nuclei investigativi sotto copertura, allora il rischio che la “polveriera carcere” esploda fragorosamente risulta davvero concreto. Fermiamoci, piuttosto, a ripensare una riorganizzazione del DAP con criteri manageriali complessivi, nell’ottica di perseguire davvero il senso costituzionale della pena. Si approfitti della fase di fibrillazione che sta attraversando il dipartimento, per le ragioni a tutti note, per rivedere l’assetto attuale, assicurando all’amministrazione carceraria una dirigenza professionalmente qualificata in grado di gestire con efficienza le cospicue risorse finanziarie attribuitegli. Rimpatri, alt del Colle ma il governo tira dritto. Tempi stretti per il Dl di Francesco Malfetano La Stampa, 21 aprile 2026 Dubbi sul bonus per gli avvocati, Mantovano corre al Quirinale. A notte salta la trattativa di mediazione. Pd: cercano lo scontro. Il pasticcio è di quelli che fanno rumore. E lasciano il segno. Il decreto Sicurezza, quello del fermo preventivo fino a dodici ore prima dei cortei e delle norme anti-maranza, rischia di saltare a un passo dalla scadenza. Il timer corre verso la mezzanotte del 25 aprile. E a farlo impazzire è un emendamento della stessa maggioranza che ha imbizzarrito l’ultimo miglio dell’iter: il “bonus” da 615 euro destinato agli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio volontario. Una toppa inserita al Senato che si è trasformata in falla. E che ora minaccia di trascinare a fondo l’intero provvedimento. O, peggio, di farsi miccia di uno scontro frontale con il Colle. Il punto non è solo politico. È, prima di tutto, istituzionale. La norma, finita sotto osservazione al Quirinale da alcuni giorni, ieri è stata stoppata da dei rilievi: il contributo economico rischia di interferire con il rapporto tra difensore e assistito, alterando equilibri delicati, tra autonomia professionale e tutela dei diritti. Tradotto: così com’è il testo non può passare. L’ipotesi del rinvio al mittente non è più peregrina. Da qui scatta la corsa. Mentre Giorgia Meloni riceve il presidente keniota, Alfredo Mantovano viene spedito al Colle nel tentativo di disinnescare la mina. Missione complicata. Sul tavolo vengono messe diverse opzioni, nessuna indolore. La prima è la più ardita: approvare il decreto senza modifiche e intervenire subito dopo con un altro provvedimento per “sterilizzare” la norma incriminata. Una sorta di correzione in corsa. Soluzione che, nel pomeriggio, non convince. Secondo tentativo: accompagnare il decreto con un ordine del giorno che impegni il governo a cancellare la misura. Anche questa strada, almeno a notte appena iniziata, si arena. Resta la terza via, quella che sembrava più concreta. Riscrivere l’emendamento per renderlo digeribile. Il contributo non più a carico della Cassa forense ma dello Stato. Non solo agli avvocati, ma esteso anche ad altri soggetti, come le onlus. E soprattutto: riconosciuto anche se il rimpatrio non si concretizza. Una limatura profonda che, però, pare deflagrare quando il pacchetto di opzioni viene negoziato con le opposizioni mentre la prima Commissione della Camera è sospesa. I tempi si dilatano. La maggioranza si innervosisce, prova a giocare la carta politica, chiedendo alle opposizioni di non tirare la corda per favorire la riformulazione. “Sarebbe una vittoria per entrambi” dicono. Invito respinto. Pd, M5s, Avs, Italia Viva e +Europa leggono l’affanno dell’esecutivo (“sono allo sbando”) e non hanno intenzione di fare regali: “Troppe forzature” attaccano i dem. La situazione esplode. A notte salta il banco. Il centrodestra si dice pronto a tirare dritto, a farsi contestare la norma dal Colle. È il caos. A dimostrarlo anche l’impossibilità di individuare un colpevole. L’emendamento è firmato da tutti, ma nessuno lo rivendica davvero. FdI, FI, Noi Moderati e Lega: tutti lo hanno sottoscritto, tutti tacciono o lo ridimensionano. “È stata una leggerezza” è il coro. Una sottovalutazione dei passaggi tecnici e dei rilievi emersi. Dal ministero della Giustizia, che aveva chiesto modifiche. Dal Tesoro, che aveva espresso perplessità. E poi ci sono i veleni. Quelli che scorrono sotto traccia. C’è chi, nella coalizione, indica il Viminale come ispiratore della norma. Una ricostruzione respinta dal ministero dell’Interno, che ne evidenzia l’iniziativa parlamentare. Ma il sospetto che qualcuno voglia addossare il pasticcio a Matteo Piantedosi, già indebolito dall’affaire Conte, è piuttosto diffuso e - secondo fonti di rilievo - condurrebbe direttamente a via Bellerio, al posizionamento vicino a Meloni del ministro e alla voglia di Matteo Salvini di tornare al Viminale. Nelle ore più buie, vale tutto. Tanto che a non mancare sono pure le critiche indirette al Colle: qualcuno fa notare che gli emendamenti erano stati trasmessi per tempo, senza rilievi immediati. Un modo per dire che l’altolà è arrivato tardi. Lo scontro istituzionale è a un passo. “Lo cercano deliberatamente” accusa il Pd. Il centrodestra prende tempo, ventila il ritorno alla prima opzione (quella del decreto di sterilizzazione) ma rimandando tutto a oggi, quando sarà apposta la fiducia sul provvedimento alla Camera ed è già pronto un cdm ad hoc. Difficile dire come finirà, ora. La fotografia che emerge, però, è quella di una maggioranza debilitata che procede a strappi. Dl sicurezza: tensione con il Colle sugli incentivi agli avvocati di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 21 aprile 2026 Nel mirino la norma sui 615 euro agli avvocati per i rimpatri volontari. Timori per la controfirma di Sergio Mattarella e ipotesi di intervento correttivo in extremis. Allarme al Colle sul decreto sicurezza, con il governo impegnato a correre ai ripari. Nel mirino c’è la norma che introduce un incentivo da 615 euro per gli avvocati impegnati nelle pratiche di rimpatrio volontario. Anche solo l’ipotesi che Sergio Mattarella possa rifiutare la controfirma in assenza di modifiche rilevanti mette in agitazione la maggioranza. In un primo momento si fa trapelare l’intenzione di presentare un emendamento in commissione per correggere la disposizione contestata, ma in serata tutto si blocca per il timore dell’ostruzionismo delle opposizioni, che potrebbe far decadere il provvedimento. Sarebbe stata infatti necessaria una terza lettura al Senato, dopo il via libera della Camera, per arrivare all’approvazione definitiva. Ma con tempi così ristretti (la scadenza è fissata al 25 aprile), il rischio di non riuscire a concludere l’iter sarebbe stato elevato. Da qui la valutazione di soluzioni alternative, già esaminate nel corso di una giornata particolarmente intensa. Nel pomeriggio il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano si era recato al Colle per incontrare il capo dello Stato, apparso molto irritato per le norme sui rimpatri (“Così non va”, avrebbe detto secondo fonti parlamentari). Subito dopo aveva preso forma l’ipotesi di un emendamento in commissione per modificare la norma contestata, considerata fino a tarda sera come la strada più probabile. Nel continuo confronto tra Parlamento, Palazzo Chigi e Quirinale, fino all’ultimo sono rimaste sul tavolo anche altre opzioni, come il ricorso ai decreti attuativi oppure un nuovo decreto, da varare in Consiglio dei ministri, limitato all’abrogazione della parte contestata. Ed è proprio quest’ultima soluzione che, nel corso della notte, sembra aver guadagnato terreno. Intanto le opposizioni attaccano: “Governo e maggioranza stanno andando consapevolmente allo scontro con il Colle”, accusa il Pd attraverso la capogruppo Chiara Braga. “È un fatto molto grave: siamo di fronte a una tensione istituzionale senza precedenti”. “È gravissimo - aggiungono da Avs -: così governo e maggioranza scelgono lo scontro con il Paese ignorando il richiamo del Colle”. A conferma del fatto che già dalla mattina il centrodestra fosse consapevole delle criticità della norma sugli avvocati, c’è stata la mossa del capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, che in un’intervista aveva annunciato un ordine del giorno sul tema. Il decreto sicurezza “non entrerà in vigore senza regole attuative”, aveva spiegato, aggiungendo che Forza Italia avrebbe presentato un odg “utile ad aprire un confronto con le parti interessate e a un eventuale intervento normativo successivo”. Ora si attende il secondo passaggio in Aula, dopo la conclusione travagliata dei lavori in commissione e l’arrivo del decreto sicurezza nell’Emiciclo per il voto finale, nel testo approvato dal Senato. Resta da capire come il governo intenda sbloccare la situazione, accogliendo le osservazioni del Colle con un intervento che superi la norma relativa al ruolo degli avvocati. Rimpatri e avvocati, l’altolà del Colle. Dl sicurezza in bilico di Errico Novi Il Dubbio, 21 aprile 2026 Le obiezioni di Mattarella sugli “incentivi ai legali” spingono il governo verso il dietrofront. Il no del Cnf e del mondo forense. Una via stretta. Strettissima. La maggioranza ha rischiato il corto circuito sugli “incentivi” agli avvocati, cioè per l’impasse sulla norma ad alto tasso d’incostituzionalità inserita nel decreto sicurezza. Sull’ormai famigerato emendamento approvato venerdì scorso a Palazzo Madama, il Capo dello Stato Sergio Mattarella non transige. Per l’intera giornata, Palazzo Chigi e alcuni ministri della primissima linea hanno lavorato a diverse exit stategy dallo strafalcione incriminato. La misura prevedeva per i legali un compenso di 615 euro (erogati per giunta dal Cnf) a condizione che si riciclassero in “agenzie” per il rimpatrio dei migranti. Un assurdo che resta in bilico fino alla svolta, che s’intravede dopo l’incontro tardo pomeridiano al Quirinale fra il presidente della Repubblica e il sottosegretario Alfredo Mantovano: lasciar decadere il decreto e riproporlo “depurato” dalla norma-strafalcione. Dietro l’angolo c’era il rischio, anzi la sostanziale certezza, che il Colle non avrebbe promulgato la legge di conversione. Il provvedimento che contiene fra l’altro il già discutibile fermo amministrativo è passato all’esame, se così lo si può definire, delle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio. Lavori iniziati in mattinata. E subito contestati dalle opposizioni: il deputato di Italia viva Roberto Giachetti decide di non partecipare al dibattito, “non voglio essere complice di una farsa”, spiega. Le capogruppo di Pd e Avs alla Camera, Chiara Braga e Luana Zanella, inviano una lettera al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana per contestare tempi e modi del “procedimento legislativo”. Filiberto Zaratti e Devis Dori, capidelegazione di Avs rispettivamente in Prima e Seconda commissione, chiedono una “sospensione dei lavori” dopo le “indiscrezioni sulle perplessità del Quirinale per la famigerata norma” sui legali. Una tensione che si riflette nella vera e propria impasse decisionale dell’Esecutivo. Pesa il no dell’intera avvocatura. Ma pesa più di tutti l’altolà del Consiglio nazionale forense. Cercato da diversi esponenti del governo. Chiamato in causa indebitamente dalla misura inserita nel Dl sicurezza con l’emendamento di maggioranza votato al Senato venerdì scorso. La massima istituzione degli avvocati, con il presidente Francesco Greco, è assolutamente indisponibile ad avvalorare un’ipotesi costituzionalmente illegittima, contraria al diritto di difesa, all’articolo 24 della Carta. Il ruolo del Cnf è tenuto ben presente non solo dai ministri coinvolti, a cominciare dal guardasigilli Carlo Nordio, che aveva immediatamente espresso un parere negativo (al pari di Giancarlo Giorgetti, titolare del Mef) sugli incentivi ai difensori. A ricordarsi che non si può prescindere dal Consiglio nazionale forense è anche il neocapogruppo di Forza Italia a Montecitorio Enrico Costa. È lui a confermare quanto anticipato in un’intervista a Repubblica: la proposta di un ordine del giorno da mettere ai voti subito dopo l’approvazione definitiva a Montecitorio (inizialmente attesa per domani) del ddl di conversione del decreto, un “impegno”, che il governo avrebbe accettato formalmente, a sospendere l’adozione, da parte del Viminale, del successivo necessario decreto ministeriale. Sarebbe seguita, secondo il “lodo Costa” rilanciato anche dal presidente forzista della Prima commissione della Camera Nazario Pagano, l’apertura di un “confronto fra maggioranza, avvocati e magistrati per definire il ruolo dell’istituzione forense e assicurare l’effettività del diritto di difesa per i migranti”. Soluzione sulla quale il Colle resta molto perplesso. Ne dà conto il Fatto quotidiano, con un’anticipazione online, e arrivano diverse conferme: Mattarella non potrebbe firmare una legge che converte un decreto “gravato” da un emendamento in contrasto con l’articolo 24 della Costituzione. A Palazzo Chigi sono consapevoli del problema. Ci si rende conto di quanto sia stata imprudente l’iniziativa, sottoscritta dai senatori Lisei (FdI), Occhiuto (FI), Pirovano (Lega) e Gelmini (Noi Moderati): prevedere non solo un compenso pubblico agli avvocati che inducano i migranti a chiedere il rimpatrio volontario, ma addirittura un ruolo da “ufficiale pagatore” per il Consiglio nazionale forense. Un corto circuito normativo, una forzatura imperdonabile. Che costringe il governo alla ricerca dell’exit strategy. A metà pomeriggio se ne fa strada una complicatissima: una forzatura non sui contenuti del ddl di conversione, che anzi la stessa premier Giorgia Meloni sarebbe disponibile a ricalibrare, ma sul metodo, con un fulmineo via libera di Montecitorio a un testo modificato, cioè depurato dalla norma sugli avvocati, e un altrettanto fulmineo, ulteriore, inevitabile passaggio del decreto sicurezza a Palazzo Madama, che dovrebbe approvarlo nella versione depurata dallo svarione. Ma l’incontro al Quirinale fra il Capo dello Stato e il sottosegretario Mantovano lascia presto intendere che l’unica via davvero percorribile è un’altra: il decreto sicurezza viene lasciato mestamente, dal punto di vista di Matteo Salvini, decadere, con immediata riproposizione, in un nuovo decreto, dell’articolato in versione “ripulita”. Il trascorrere delle ore fa emergere quest’ultima come la vera soluzione. Sgradita alla Lega. Ma inevitabile. “Incostituzionale il premio agli avvocati per i rimpatri” di Ermes Antonucci Il Foglio, 21 aprile 2026 Per il presidente dell’Unione camere penali, Francesco Petrelli, dalla norma del decreto sicurezza “discende un condizionamento dell’indipendenza del difensore che determinerebbe una violazione del principio costituzionale di uguaglianza”. Intanto il Quirinale esprime dubbi e aspetta una “soluzione”. “Gli avvocati rivendicano una funzione al servizio dello stato di diritto, delle garanzie della difesa in ogni luogo, stato e grado della giurisdizione e all’interno di ogni procedimento autoritativo che possa vedere compromessa non solo la libertà ma anche la dignità della persona. In caso contrario, verrebbe a determinarsi una violazione del principio costituzionale di uguaglianza”. Lo dichiara al Foglio Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali italiane (Ucpi), riferendosi alla norma sul “premio” agli avvocati per i rimpatri volontari approvata al Senato. Una norma sulla quale anche il Quirinale ha fatto sapere di tenere “alta l’attenzione” e di aspettare “una soluzione”. La norma è stata inserita con un emendamento nel disegno di legge di conversione del decreto Sicurezza, approvato venerdì scorso al Senato. Il testo prevede un compenso di circa 600 euro per l’avvocato che offre consulenza legale e informazioni al migrante sull’adesione al programma di rimpatrio volontario assistito. Il benefit sarebbe corrisposto dal Consiglio nazionale forense, che però ha fatto sapere di non essere mai stato consultato sull’elaborazione del provvedimento e anche di non condividerne il contenuto. La norma è stata fortemente criticata anche dalle opposizioni e da giuristi. Ma il tempo corre: i termini per convertire in legge il decreto Sicurezza scadono il 25 aprile. Dopo l’approvazione al Senato, il testo è passato alla Camera. Nel caso venisse modificato, dovrebbe ritornare al Senato per il via libera definitivo. Un percorso di difficile realizzazione, tant’è che ieri Enrico Costa, neocapogruppo di Forza Italia, ha annunciato che presenterà un ordine del giorno per intervenire sulla norma “nella fase attuativa”. Una soluzione che potrebbe non essere sufficiente. Il Quirinale ha infatti fatto capire che la promulgazione della legge non è affatto scontata. Il presidente Sergio Mattarella ha fatto filtrare dubbi sulla costituzionalità della norma e starebbe aspettando che dal Parlamento arrivi una soluzione. Quando il provvedimento arriverà sul suo tavolo deciderà se firmarlo, se rinviarlo alle Camere o se firmarlo con una lettera. “Dall’emendamento discende un condizionamento della libertà e dell’indipendenza del difensore: è evidente che queste sarebbero potenzialmente intaccate dall’aspettativa di un premio che riguarderebbe l’accompagnamento dello straniero verso una certa scelta e anche l’effettiva esecuzione del provvedimento di espatrio volontario”, afferma Petrelli. “Ovviamente - prosegue il presidente dei penalisti - comprendiamo che ci sono delle finalità che lo stato persegue nel coltivare le politiche della sicurezza e dell’immigrazione. Il problema, come sempre, è quello degli strumenti attraverso i quali questi fini legittimi possano e debbano essere raggiunti, perché scopo e funzione di uno stato di diritto sono proprio quelli di porre dei limiti a un’azione incondizionata dello stato nel perseguimento di politiche che implichino inevitabilmente un esercizio di autorità con conseguente compressione dei diritti fondamentali della persona e delle connesse garanzie di libertà”. Petrelli ricorda che all’emendamento sul “premio” agli avvocati si aggiunge anche la disposizione, sempre contenuta nel decreto Sicurezza, che “abroga la norma che garantiva il patrocinio in modo automatico ai cittadini stranieri impegnati nei ricorsi contro i provvedimenti di espulsione. Lo straniero non potrà più accedere gratuitamente alla difesa tecnica senza una verifica preventiva delle proprie condizioni economiche, ma sappiamo già che questa richiesta di documentazione è sostanzialmente inesigibile da parte di soggetti che sono giunti nel nostro paese dopo traversie inimmaginabili, perdendo anche contatti con la madrepatria. Anche questa misura quindi incide in maniera pesantissima sull’effettività delle garanzie dei diritti di quelle persone”. C’è chi, con intento critico nei vostri confronti, sostiene che sia improvvisamente finita la luna di miele tra governo e avvocati. “Sin dall’inizio abbiamo denunciato la contraddizione interna alla maggioranza in materia di giustizia”, replica Petrelli. Abbiamo assistito, da un lato, a iniziative volte ad aumentare le garanzie all’interno del processo, dall’altro a un proliferare di norme che sono contrarie alle nostre aspettative di un diritto penale liberale. Non a caso l’Ucpi non ha avuto alcuna difficoltà a operare una severissima censura nei confronti delle politiche securitarie e delle politiche carcerarie anche durante la campagna referendaria”, conclude Petrelli. Non solo i rimpatri, avvocati in rivolta anche per la stretta sugli stupefacenti di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 21 aprile 2026 Avvocati in rivolta non solo sulla ormai proverbiale norma sul rimpatrio “volontario” dei migranti. A non convincere c’è anche la stretta sugli stupefacenti, mentre tra gli emendamenti approvati spunta il sequestro dei contenuti online del profilo social personale. Per le Camere penali è a rischio di incostituzionalità la previsione introdotta all’ultimo al Senato che, per i reati di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti, esclude la lieve entità quando, per l’allestimento di mezzi o strumenti o per le modalità dell’azione, le condotte sono poste in essere in modo continuativo e abituale. I penalisti ricordano che la disposizione oggi circoscritta è stata introdotta con una finalità chiara e specifica: attenuare il rigore del sistema repressivo nei confronti di condotte caratterizzate da una ridotta offensività, piuttosto riconducibile a forme di criminalità minore e marginale. Anche davanti a una giurisprudenza che ne ha ristretto il campo di applicazione, il vero spirito della norma è stato ribadito dalla Corte costituzionale nel 2025 quando ha contestato l’irragionevole esclusione del reato dall’accesso alla messa alla prova, sottolineando che lo spaccio di lieve entità costituisce un fatto di limitata offensività che si traduce in un’ipotesi attenuata rispetto alla fattispecie base e coerente con gli obiettivi di risocializzazione dell’istituto. Per le Camere penali allora “l’emendamento approvato si pone pertanto in netto contrasto con i principi costituzionali che regolano la materia penale, poiché introduce un automatismo fondato su criteri generici e indeterminati, quali la continuità e l’abitualità della condotta, elevandoli a cause di esclusione del fatto di lieve entità. In tal modo, si sottrae al giudice ogni spazio di valutazione in concreto, precludendo la possibilità di una risposta sanzionatoria proporzionata al reale disvalore del fatto”. Il rischio è di equiparare situazioni profondamente diverse, compromettendo la necessaria proporzionalità della risposta punitiva. “Una scelta - concludono i penalisti - che, lungi dal rafforzare l’efficacia del sistema di contrasto, finirà tragicamente per aggravare il fenomeno del sovraffollamento carcerario e per incidere negativamente sui principi di offensività, ragionevolezza e personalizzazione della pena, senza apportare alcun contributo concreto alla repressione dei fenomeni criminali più complessi che si dichiara di voler combattere”. E nel testo del decreto compare poi, nel contesto delle misure dedicate alla criminalità minorile, un intervento per estendere, modificando le disposizioni attuative del Codice di procedura penale, il sequestro preventivo, comprendendo anche i contenuti online del profilo personale e i relativi dati. Misura da applicare attraverso ordine ai prestatori di servizi di hosting, ai fornitori di piattaforme online o di motori di ricerca o ai prestatori di servizi intermediari della società dell’informazione di rimuovere i contenuti e i dati o disabilitare l’accesso al profilo, garantendo comunque, se tecnicamente possibile, la fruizione dei contenuti estranei alle condotte illecite. Modificato poi anche il fermo di prevenzione introducendo una misura specificamente dedicata ai minorenni. Quando infatti la persona oggetto dell’accompagnamento negli uffici di polizia è di età inferiore ai 18 anni deve esserne data immediata notizia a chi esercita la potestà genitoriale, oltre che al pm minorile. L’ennesimo decreto sicurezza: nuove norme illiberali per la politica della paura di Eriberto Rosso Il Riformista, 21 aprile 2026 È in questi giorni in discussione al Senato per la sua conversione il Decreto-legge 24/02/2026. Si tratta dell’ennesimo pacchetto sicurezza che ormai il Governo sforna senza soluzione di continuità, di chiara e drammaticamente rivendicata impronta populista. Un insieme di norme illiberali, connotate da ipertrofia sanzionatoria, illusoria risposta a fenomeni sociali complessi da una parte, e simbolica presa di posizione a fronte di episodi drammatici di cronaca dall’altra. Questa volta, però, sono proprio le premesse a smentire qualsiasi utilità dell’iniziativa normativa. La stretta repressiva, infatti, riguarda fenomeni di marginalità sociale, i minori, i migranti in condizione di illegalità, il mondo carcerario, tutti ambiti sui quali si è intervenuti con i precedenti Pacchetti Sicurezza, quattro di questo ultimo Governo, da quello contro i rave al Decreto Cutro, al penultimo con la criminalizzazione della resistenza passiva in carcere. Le nuove norme contengono ulteriori inasprimenti a riprova del fatto che, quando si imbocca la strada del populismo, questa non ha mai fine. Ancora una volta siamo di fronte a norme bandiera che evocano esse stesse drammatiche condizioni di insicurezza che non corrispondono alla pure complessa realtà dei rapporti sociali. Iniziative come queste sono una costante della storia repubblicana, a tutte le latitudini e a opera di diverse maggioranze parlamentari, ma qui impressiona la continuità e il disinteresse per le garanzie costituzionali. Con il fermo preventivo che consegna all’Autorità di Pubblica Sicurezza il potere di trattenimento in assenza di condotte costituenti reato, si è andati ben oltre le previsioni della famigerata Legge Reale degli anni 70, passando dalle perquisizioni di edifici, direttamente alla limitazione dei diritti personalissimi della persona. Con la legislazione di urgenza si sono introdotte nuove fattispecie penali che hanno l’unico scopo di prevedere inutili aggravamenti sanzionatori e limitare le prerogative del Giudice nell’individuazione in concreto della pena da comminare. È il caso, ad esempio, della nuova fattispecie di rapina aggravata in danno di portavalori, in relazione alla quale, peraltro, non sarà semplicissima l’attività di ricostruzione dei relativi elementi costitutivi. Le norme di iniziativa governativa prevedono il potenziamento della rete dei Cpr (i Centri di detenzione dei migranti “irregolari”); prescrivono addirittura un obbligo di cooperazione da parte degli internati quanto alla loro identificazione e alla loro condizione, prevedendo conseguenze sul piano amministrativo a fronte di un loro eventuale contegno passivo. Si privano le persone rinchiuse nei Centri del gratuito patrocinio legale per l’assistenza nelle procedure di impugnazione nei provvedimenti di trattenimento e di espulsione. Per gli Agenti di Polizia, a fronte di una immediata “valutazione” sulla sussistenza di cause di giustificazione del loro comportamento oggetto di indagine, si prevede un’iscrizione in deroga alle regole ordinarie in un nuovo apposito registro. È stupefacente, poi, quanto riservato alla condizione minorile, con i suoi aspetti di enorme complessità e invece ridotta a un problema di ordine pubblico. Continuare a erodere garanzie e diritti della persona non risolve alcun problema sociale né di ordine pubblico, ma semplicemente alimenta nuove forme di ingiustizia. Forse un diverso risultato referendario, oltre a realizzare una riforma ordinamentale decisiva per le sorti del giusto processo, avrebbe indotto nei governanti un approccio più equilibrato sui temi del diritto penale e della sicurezza. Sappiamo com’è andata. Ma se c’è ancora un’anima liberale, democratica, che perora una concezione del diritto penale come ultima ratio, che ha a cuore i diritti fondamentali di libertà, ovunque si collochi in Parlamento, si faccia ora avanti e rivendichi questo quadro valoriale. Vale la pena ricominciare da qui. La sicurezza contro i minori, dobbiamo tutelare il loro futuro di Sofia Ciuffoletti* Il Riformista, 21 aprile 2026 Il nuovo decreto legge, cosiddetto “Sicurezza”, n. 23 del 24 febbraio 2026, porta avanti la strategia del “prisma invertito” della giustizia penale minorile (dalla tutela per i minori alla tutela dai minori) e in generale dei princìpi ispiratori della tutela minorile. In una sorta di superfetazione normativa, infatti, il nuovo decreto legge interpola nuove norme repressive all’interno del testo del cosiddetto Decreto Caivano. La scelta e le tempistiche di questi interventi normativi, analizzati attraverso l’angolo di osservazione della giustizia (e della tutela) minorile, sono guidati dai fatti di cronaca che coinvolgono minorenni o giovani adulti (in questo ultimo caso dalla vicenda dell’omicidio del diciottenne Aba Youssef, ucciso da un compagno di scuola con una coltellata o, ancora, dalla vicenda, intervenuta successivamente, del tredicenne di Trescore Balneario che ha accoltellato una professoressa a scuola, filmando l’aggressione) e che dovrebbero interrogare la cosiddetta comunità educante (non solo i genitori, dunque e le famiglie, ma anche la scuola, la società e, più in generale, lo Stato) sulle questioni che attengono alle nostre capacità di adulti di intercettare e farci carico delle vulnerabilità dei giovani e di portare avanti il carico educativo di un’intera generazione, attraverso azioni integrate di studio e ricerca dei fenomeni in atto nel mondo degli adolescenti al fine di predisporre misure di intervento educativo, sostegno e contrasto all’odio e alla violenza. Un esempio di questo tipo di ricerche è rappresentato dal rapporto appena licenziato da Save the Children sulla violenza nelle relazioni sessuo-affettive in adolescenza, intitolato “Stavo solo scherzando”, che ci presenta uno spaccato importante dell’attualità dei giovani e delle giovani, su cui basarsi per immaginare e costruire azioni di contrasto alla violenza relazionale (https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/stavo-solo-scherzando). In questo nuovo intervento, la scelta di affidarsi unicamente agli strumenti coercitivo-repressivi viene portata a ulteriori conseguenze. In particolare, il legislatore amplia la portata di una misura nata con Caivano e che si inserisce nella logica di anticipazione della risposta sanzionatoria e repressiva per la fascia di età che va dai 12 ai 14 anni (a oggi ancora esclusa dall’alveo dell’imputabilità): la misura di prevenzione dell’ammonimento del questore. Da un lato, infatti, si agisce attraverso l’ampliamento dell’istituto a nuovi reati tra cui lesioni, rissa, minaccia e violenza privata quando commessi con armi o strumenti atti a offendere. Dall’altro, all’articolo 2 comma 1, si introduce, nel caso di reiterazione di fattispecie di reato dopo l’ammonimento, una sanzione amministrativa pecuniaria a carico del soggetto che esercita la responsabilità genitoriale sul minore, che va dai 200 ai 1.000 euro. Come nel caso di Caivano (che introduceva all’art. 570 ter c.p. il reato di inosservanza dell’obbligo dell’istruzione dei minori punito con la reclusione fino a 2 anni) la scelta appare quella di addossare interamente ai responsabili genitoriali e alle famiglie le conseguenze dei deficit educativi che sono, invece, fenomeni di sistema e che come tali andrebbero affrontati con risposte educative altrettanto sistematiche. Analoghe norme (e la previsione della sanzione amministrativa pecuniaria per gli esercenti la responsabilità genitoriale) sono previste e interpolate all’interno della L. 29 maggio 2017, n. 71 (Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto dei fenomeni del bullismo e del cyberbullismo) che aveva avuto il merito di trattare il fenomeno del bullismo come questione educativa (da affrontarsi attraverso piani d’azione integrati), evitando la creazione di nuove fattispecie di reato. La scelta dell’introduzione di una misura, come quella dell’ammonimento, di competenza prefettizia, priva di garanzie giurisdizionali e di finalità educative proprie, sottratta allo sguardo del Tribunale per i Minorenni, nonché fondata su valutazioni amministrative discrezionali, appare quantomeno singolare dal momento che nel nostro ordinamento esiste (e ha subito nel tempo un ampio e articolato intervento giurisprudenziale e, recentemente, anche normativo, a fini di adeguamento costituzionale e minorile) una competenza specifica del Tribunale per i Minorenni ai sensi dell’art. 25 legge minorile (regio decreto legge 1404/1934) sulle misure rieducative, da attivarsi in caso in cui il minore degli anni 18 dia “manifeste prove di irregolarità della condotta o del carattere ovvero tiene condotte aggressive, anche in gruppo, anche per via telematica, nei confronti di persone, animali o cose ovvero lesive della dignità altrui”. Si tratta, insomma, di una competenza amministrativa costruita attraverso l’ottica della prevenzione nella prospettiva dei best interests del minore e della tutela minorile e portata avanti attraverso la presa in carico delle vulnerabilità del minorenne (con prese in carico specialistiche, misure educative specifiche, educative domiciliari, frequenza di centri diurni etc.). Come noto, questa procedura apre anche al continuum di tutela al compimento della maggiore età grazie all’istituto del prosieguo amministrativo (dai 18 fino al massimo di 21 anni) che costituisce ineliminabile corollario in termini di accompagnamento della persona neo-maggiorenne nel percorso educativo e di sostegno e tutela intrapreso da minorenne. Sarà importante, adesso, studiare e valutare la effettiva ricaduta in termini di sicurezza sociale che le nuove norme comporteranno, ricordando, però, che la sicurezza di cui parliamo e a cui dobbiamo aspirare è, in primo luogo, sicurezza (anche educativa) dei minori e delle minori il cui presente (e non solo il futuro) è nostro compito tutelare. *Ricercatrice Adir-Unifi Calabria. Carceri, l’appello alle istituzioni della provveditrice Lucia Castellano di Elisa Barresi ilreggino.it, 21 aprile 2026 Nell’intervista “A tu per tu speciale carceri” traccia un quadro del sistema penitenziario calabrese: numeri contenuti e potenzialità positive, ma gravi criticità sul fronte sanitario e della collaborazione istituzionale. Un sistema che può funzionare solo attraverso sinergia e responsabilità condivisa. Prosegue il focus sul mondo delle carceri con una nuova puntata di “A tu per tu speciale carceri”, che accende i riflettori sulla realtà calabrese, spesso percepita come distante ma in realtà parte integrante della società. Ospite dell’intervista è la provveditrice dell’amministrazione penitenziaria della Calabria, Lucia Castellano, insediatasi da pochi mesi ma già in grado di offrire una visione ampia e concreta del sistema. La Calabria, spiega Castellano, conta 11 istituti penitenziari e circa 2.900 detenuti, un numero relativamente contenuto rispetto ad altre regioni italiane. Una condizione che rappresenta un punto di forza: la distribuzione equilibrata dei detenuti consente infatti, almeno in teoria, di costruire percorsi personalizzati e più efficaci. Dalla gestione dei detenuti alla prima esperienza, fino ai soggetti legati alla criminalità organizzata, il sistema potrebbe garantire risposte differenziate e mirate, in linea con i principi più avanzati dell’ordinamento penitenziario. Tuttavia, accanto alle potenzialità emergono criticità rilevanti. Tra tutte, quella legata alla sanità penitenziaria. Nonostante il passaggio della competenza al servizio sanitario nazionale abbia rappresentato un progresso sul piano dei diritti, in Calabria manca un coordinamento regionale efficace. Questo deficit genera disomogeneità tra gli istituti: se realtà come Catanzaro rappresentano un modello positivo, altre come Vibo Valentia, Crotone e Cosenza evidenziano carenze significative, soprattutto nella presenza di specialisti. La conseguenza è un sovraccarico su alcune strutture, con il rischio di creare nuove forme di squilibrio, in particolare sul piano sanitario. Castellano sottolinea come il problema principale non sia solo organizzativo, ma soprattutto di comunicazione: manca un confronto stabile tra istituzioni, un tavolo condiviso in cui affrontare e risolvere le criticità. Un altro nodo centrale riguarda il delicato equilibrio tra sicurezza e diritti. In un contesto segnato dalla presenza della criminalità organizzata, diventa fondamentale il lavoro di osservazione e conoscenza dei detenuti. Distinguere tra soggetti pericolosi e persone fragili o alla prima esperienza è essenziale per evitare che il carcere si trasformi in una “scuola di criminalità”, fenomeno aggravato oggi dall’ingresso illecito di droga e telefoni cellulari. Non meno importante è il tema dell’edilizia penitenziaria. Garantire condizioni dignitose, dagli spazi abitativi ai servizi essenziali, è un diritto che deve valere per tutti, indipendentemente dal reato commesso. Anche su questo fronte restano margini di miglioramento. Nonostante le difficoltà, il messaggio finale è di cauto ottimismo. Castellano richiama l’”ottimismo della volontà” ma intravede in Calabria anche segnali concreti di cambiamento, grazie all’impegno di operatori e istituzioni. La chiave, ribadisce, è fare rete: nessun attore può affrontare da solo una sfida così complessa. L’intervista si chiude così con un appello e una speranza: che il dialogo tra le parti si rafforzi e che le criticità diventino occasione di crescita. Perché il sistema penitenziario, come ricordato, non è un mondo a parte, ma uno specchio della società e delle sue responsabilità. Campania. Domani il Garante Ciambriello presenta la sua Relazione annuale 2025 Ristretti Orizzonti, 21 aprile 2026 Il 22 aprile 2026 alle ore 10:00, presso la sede del Consiglio regionale della Campania, isola F13 del Centro Direzionale di Napoli (Sala “G. Siani” ), si terrà la presentazione della “Relazione annuale 2025”, a cura del Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello. All’incontro prenderanno parte magistrati, direttori degli istituti penitenziari, operatori, cappellani e presidenti di tribunale. Dalla Relazione annuale emerge un quadro segnato da criticità persistenti. In Campania si registrano circa 7.800 persone detenute a fronte di poco più di 6.100 posti disponibili, con un esubero di oltre 1.600 detenuti, dato che conferma il grave problema del sovraffollamento negli istituti di pena regionali. Tra le situazioni più critiche figurano gli istituti di Poggioreale, con oltre 2.200 presenze, e Secondigliano, con circa 1.500 detenuti. Un altro elemento di forte preoccupazione riguarda l’aumento delle persone detenute con problemi di tossicodipendenza e con disturbi psichiatrici. Crescono le situazioni di fragilità personale e sociale, mentre restano insufficienti le articolazioni dedicate alla tutela della salute mentale, i posti disponibili e il personale sanitario specializzato. Particolarmente delicata anche la situazione negli istituti penali minorili, dove si registra un incremento dei reati commessi dai minori e un aumento della gravità degli stessi, con episodi legati a violenza, uso di armi e reati contro la persona. Dati che evidenziano un crescente disagio sociale e la necessità di interventi educativi e territoriali più incisivi. Il garante Ciambriello: “La Relazione prende inoltre in esame l’area dell’esecuzione penale esterna, le comunità, le Rems e gli Spdc, evidenziando come il reinserimento sociale richieda una rete integrata di Il quadro delineato conferma un sistema attraversato da fragilità crescenti, in cui il carcere finisce per assorbire problemi sociali, sanitari e giovanili non affrontati altrove. Numeri che non solo si fanno fotografia delle criticità attuali, ma che diventano anche motore per la costruzione di risposte più umane, dignitose e costituzionalmente orientate. Da qui la necessità di politiche mirate: più prevenzione, più servizi, più alternative alla detenzione, per superare una logica emergenziale e restituire centralità alla persona.” Sardegna. Carceri, l’allarme di Sdr: “Sul 41-bis non si può abbassare la guardia” cagliaritoday.it, 21 aprile 2026 La presidente di Socialismo Diritti Riforme, Maria Grazia Caligaris, denuncia il rischio di un’attuazione silenziosa dei piani del Dap. Sotto i riflettori la concentrazione di detenuti in regime di massima sicurezza a Cagliari-Uta e Nuoro, mentre manca il dialogo tra Governo e Regione. Il rimpasto di deleghe e il silenzio istituzionale seguito alle dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro non devono tradursi in un calo di tensione sulla gestione dei regimi penitenziari nell’Isola. È questo il monito lanciato da Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme (SDR), in merito alla massiccia presenza di detenuti sottoposti al regime di 41-bis nelle carceri sarde. Il rischio di un’attuazione “silenziosa” - Secondo SDR, il programma del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) prosegue senza sosta: se a Nuoro i lavori per il nuovo padiglione di Badu ‘e Carros dovrebbero concludersi entro il 2026, la struttura di Cagliari-Uta risulta già tecnicamente pronta all’uso. Il timore espresso da Caligaris è che il trasferimento dei detenuti possa avvenire “senza alcun avviso”, consolidando una situazione che vede la Sardegna ospitare circa un terzo dell’intera popolazione carceraria italiana sottoposta al regime di carcere duro. Un sistema di garanzie a rischio - La questione non è solo numerica, ma strutturale. La concentrazione di circa 250 persone in regime di massima sicurezza in soli tre istituti isolani rischia di compromettere l’equilibrio dell’intero sistema carcerario regionale. “La presenza massiccia di soggetti appartenenti alla criminalità organizzata o al terrorismo, sottolinea la presidente di Sdr, mette in forse il sistema di garanzie per gli altri detenuti”. Nonostante il Consiglio Regionale stia valutando l’istituzione di una commissione contro la criminalità organizzata, focalizzata sulla gestione dei fondi per i grandi appalti, Caligaris evidenzia come la gestione dei circuiti detentivi richieda un approfondimento istituzionale differente e urgente. L’associazione contesta inoltre il mancato recepimento, da parte dei Ministeri della Giustizia e della Salute, delle preoccupazioni sollevate durante le recenti mobilitazioni di cittadini e istituzioni locali. Ad aggravare il quadro è l’assenza di un confronto diretto tra la Presidenza del Consiglio e la Presidenza della Regione: un vuoto di comunicazione che lascia irrisolti i quesiti formulati a più riprese dall’Isola. “La Sardegna non può aspettare in silenzio, conclude Caligaris, occorre riprendere in mano le questioni irrisolte e farsi sentire nei luoghi decisionali”. L’appello è a mantenere viva la mobilitazione per evitare che l’Isola diventi, per prassi amministrativa e silenzio politico, l’hub principale dei regimi detentivi speciali del Paese. Venezia. La Garante dei detenuti: “Situazione disastrosa e nessuno fa nulla” di Maria Ducoli La Nuova Venezia, 21 aprile 2026 La carenza di personale si ripercuote sulla popolazione carceraria. Bressani: “Ogni educatore segue cento persone, impossibile aiutarli”. Da una parte gli uffici, le procure e i tribunali senza personale amministrativo e di cancelleria. I tempi biblici dei procedimenti, le pendenze, i rallentamenti. Dall’altra, le carceri senza personale. Le fragilità lasciate a loro stesse e il tasso di recidiva alle stelle. Due facce della stessa medaglia, quella di un sistema giudiziario in affanno, a tutti i livelli. Rita Bressani, garante dei detenuti del Comune di Venezia, come mai siamo arrivati a questa situazione? “È una questione legata alle politiche carcerarie: il carcere è un tema divisorio, tutti conoscono i problemi ma nessuno riesce - o vuole - fare nulla”. In questi anni sono state provate diverse soluzioni tampone, come la convenzione con la Regione che ha “prestato” il personale amministrativo agli uffici giudiziari... “Il prestito dei dipendenti è necessario per far sì che gli uffici restino aperti, ma c’è un tema di formazione e preparazione specifica, che il personale della Regione non ha. Poi c’è da dire che la coperta è corta, se si spostano si crea comunque un vuoto da un’altra parte”. Come vede la situazione delle carceri veneziane che, come gli uffici, risentono della carenza dei dipendenti? “Una situazione pazzesca che si ripercuote in maniera gravissima sulla vita dei detenuti”. Le figure di cui si avrebbe più bisogno? “Gli educatori. Ora ognuno di questi ha cento detenuti da seguire, con numeri così elevati come si fa a costruire reali percorsi e progettualità? Questo si traduce in un alto tasso di recidive, pari al 70%”. Com’è la situazione a livello della polizia penitenziaria? “Gli agenti sono troppo pochi. E, contando il sovraffollamento del carcere maschile, la sproporzione è enorme. Mancano anche i mediatori linguistici e culturali, al maschile siamo pari a zero”. E alla Giudecca? “Anche qui il personale educativo non basta. E poi mancano i cosiddetti articoli 80, gli psicologi e i mediatori assunti dal Ministero per circa sei mesi”. C’è poi anche un tema di fragilità, tra dipendenze e problemi di salute mentale... “Sì, le doppie diagnosi tra l’altro sono altissime e c’è un problema enorme di gestione di questi casi, anche perché il personale sanitario manca, così come gli psicologi. Gli agenti non hanno una formazione adatta, da tempo sia noi garanti che i direttori delle strutture l’hanno chiesta, ma non siamo mai stati ascoltati”. Il problema riguarda quindi la politica? “Non arrivano risposte dal provveditorato regionale e dal Ministero. I problemi sono ben noti, ma mancano gli interventi per risolverli”. Alessandria. Come è stato smantellato un carcere che (un po’) funzionava ilpost.it, 21 aprile 2026 Il ministero della Giustizia ha svuotato il San Michele di Alessandria e bloccato le attività culturali senza dare spiegazioni, per farlo diventare un carcere per il 41-bis. Il carcere “San Michele” di Alessandria, in Piemonte, è considerato un carcere virtuoso: al suo interno lavorano da tempo diverse cooperative e associazioni che si occupano del reinserimento delle persone detenute, una delle quali è anche stata premiata, l’anno scorso, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Da qualche mese però i progetti educativi, formativi e professionali sono stati interrotti per volere del ministero della Giustizia, perché il carcere è stato in parte svuotato per essere convertito al regime di detenzione 41-bis, il cosiddetto “carcere duro”. Non sono state date spiegazioni sui motivi di questa decisione. La trasformazione del San Michele in un carcere per il 41-bis è avvenuta in sordina e senza comunicazioni all’amministrazione locale. Dallo scorso autunno sono stati avviati massicci lavori edilizi all’interno per cambiarne la struttura, e i detenuti sono stati via via trasferiti. Solo a marzo il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria ha infine annunciato la conversione del carcere. Per avere chiarimenti, a ottobre il sindaco di Alessandria Giorgio Abonante aveva chiesto un incontro al ministero della Giustizia: lo aveva ottenuto a inizio dicembre, quando aveva incontrato l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (che si è dimesso a fine marzo). In quell’occasione Delmastro lo aveva informato dei piani per trasformare il San Michele in un carcere per il 41-bis: Abonante ha detto che per giustificare la scelta del carcere di Alessandria Delmastro aveva citato le competenze del Piemonte nella gestione delle carceri e alcuni generici criteri edilizi che a suo parere rendevano il San Michele un carcere adatto al 41-bis. Trasformare un carcere in una struttura per il 41-bis comporta cambiamenti profondissimi: il 41-bis è un regime detentivo speciale che isola completamente le persone detenute per reati di mafia, terrorismo e altri tipi di crimini associativi, per impedire loro di comunicare con l’esterno e continuare le attività criminali. L’isolamento viene attuato attraverso misure molto concrete, che riguardano l’organizzazione del tempo trascorso in spazi esterni, la grandezza e la posizione delle celle, tra le altre cose. Non ci sono informazioni ufficiali sul tipo di lavori in corso al carcere San Michele: al Post risulta che gli interventi abbiano finora riguardato soprattutto celle e finestre. Ancora non si sa nemmeno come la città dovrebbe gestire l’arrivo di circa 200 detenuti sottoposti al 41-bis, dato che il ministero non si è messo d’accordo col comune: “spostamenti e operazioni molto banali, come può essere un ricovero in ospedale, sono molto più complicate per una persona al 41-bis, e coinvolgono anche l’organizzazione di spazi e strutture esterne al carcere: anche da questo punto di vista non siamo stati coinvolti e non abbiamo avuto informazioni”, dice Abonante. Attualmente risulta che dentro il carcere ci siano 50 detenuti rispetto ai quasi 400 che c’erano prima (la capienza sarebbe di 269, ma come la gran parte delle carceri italiane era sovraffollato), e che 151 posti non siano disponibili. Trasferire circa 200 detenuti al 41-bis al San Michele significa quindi riempirlo. Duecento detenuti con questo regime sono tanti, tenendo conto che in totale, in Italia, ce ne sono circa 750. Non è chiaro da quali carceri verranno trasferiti i detenuti in questione, né entro quando. In Sardegna è successo qualcosa di simile: negli ultimi mesi il governo ha deciso di trasferire molti detenuti sottoposti al 41-bis in tre carceri dell’isola, trasformandole in istituti penitenziari dedicati esclusivamente a quel regime detentivo. Anche in quel caso le autorità locali si sono lamentate per non essere state coinvolte nella decisione. Alla conferenza Stato-Regioni dello scorso dicembre, Delmastro aveva detto che il governo intendeva trasformare in tutto sette carceri italiane in istituti di detenzione solo per il 41-bis. Il carcere San Michele è uno dei due di Alessandria, insieme a quello “Cantiello e Gaeta” che si trova in centro, in piazza Don Soria. Sia il carcere di piazza Don Soria che il San Michele hanno tutti i problemi di molte altre carceri italiane: sono fatiscenti e sovraffollati, e ci sono stati detenuti che si sono suicidati. È anche per questo che la fitta rete di attività educative e lavorative nate al San Michele era considerata una risorsa: negli anni sono stati fatti studi che dimostrano che queste attività riducono il rischio di reiterazione del reato una volta che i detenuti escono dal carcere, e favoriscono effetti virtuosi e benefici sulla salute mentale delle persone detenute, sulla loro autostima e capacità di imparare a fare cose nuove. Al San Michele finora c’erano corsi di giardinaggio, cucina, musica, pittura, agricoltura, sartoria, oltre alla possibilità di laurearsi in lettere e ad altre iniziative. Quelle premiate dal presidente della Repubblica sono organizzate dalla cooperativa “Idee in fuga”: nate con un laboratorio di falegnameria, negli anni hanno incluso laboratori di pasticceria, panificazione, un luppoleto per produrre birra e l’apertura di un bistrot con i prodotti all’interno del carcere. La cooperativa oggi ha 21 dipendenti regolarmente assunti. Sono tutti detenuti ed ex detenuti: ci sono anche attività svolte all’esterno del carcere, con cui viene data la possibilità di continuare a lavorare anche dopo la fine della pena. Carmine Falanga, presidente della cooperativa sociale, dice che le attività al San Michele sono “azzerate” e che nessuno sa se e come la cooperativa potrà continuare a lavorare coi detenuti al suo interno. Falanga ha detto che la cooperativa ha ricevuto una comunicazione a inizio marzo in cui venivano dati 15 giorni di tempo per interrompere le attività: “Con la pasticceria in carcere abbiamo molti contratti di fornitura all’esterno, anche con la grande distribuzione, e la mail è arrivata nel pieno dei preparativi delle commesse per Pasqua”. La trasformazione in un carcere per il 41-bis del San Michele di Alessandria ha anche un’altra incognita, che riguarda il Centro Agorà: è un’ampia area allestita all’interno del carcere proprio per ospitare attività educative e culturali, inaugurata nel 2025 dopo anni di lavoro e un investimento di 850mila euro. Il Centro, come suggerisce il nome stesso - dal greco agorà, “raduno”, che nella Grecia antica indicava la piazza principale della città -, è stato pensato e costruito per garantire spazi di incontro e socialità tra i detenuti, utilizzandoli per il loro reinserimento nella società libera: esattamente il contrario di quello che prevede il rigido isolamento del 41-bis. Asti. Intervista a Domenico Massano, Garante comunale dei detenuti di Martina Piazza openlibri.it, 21 aprile 2026 Il sistema penitenziario italiano è spesso al centro di dibattiti e discussioni dovuti a criticità per ciò che riguarda le condizioni interne e le poche risorse, anche umane, necessarie a garantire ciò che è stabilito dalla Costituzione (art.27) e dalla legge sull’Ordinamento Penitenziario. Si inserisce in questo contesto una figura importante e poco conosciuta, il Garante dei Detenuti, o più correttamente, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. La figura del Garante è istituita con Decreto Legge 23 dicembre 2013, n. 146 (art. 7), convertito con modificazioni dalla Legge 21 febbraio 2014, n. 10. Presente a livello nazionale, ma anche regionale e comunale, il Garante è figura indipendente, che tutela i diritti delle persone ristrette, fornendo osservazione e supporto. Il Garante ha però anche il compito di fare da tramite tra chi sconta una pena, la direzione penitenziaria e l’area trattamentale. Il suo impegno quindi è duplice e tende ad agevolare il dialogo tra le persone detenute e chi è chiamato a gestire l’esecuzione della loro pena. Il Garante e l’arte della mediazione - Il contributo di questa figura è delicato, ma fondamentale allo stesso tempo perché si inserisce in un contesto fatto di equilibri politici, dove è sempre più necessario orientare le decisioni, in materia di esecuzione penale, verso un fine rieducativo e di reinserimento efficace. Ecco che chi è nominato Garante si trova a dover raccogliere testimonianze interne, condurre colloqui, osservare la corretta applicazione delle misure, relazionare e portare alla luce problematiche. In un’ottica di miglioramento delle condizioni carcerarie, dove il problema del sovraffollamento, i suicidi, le rivolte e aggressioni purtroppo sono temi all’ordine del giorno, il Garante si pone come mezzo per mettere in luce temi di giustizia, rispetto dei diritti e percorsi di vera e completa rieducazione. Domenico Massano, pedagogista ed esploratore sociale, educatore, formatore, libero ricercatore, attivista e amante dello sport. Ha rilasciato questa importante e dettagliata intervista per Open Libri, in cui risponde ad alcune domande per spiegare il suo impegno quotidiano che, come Garante, svolge presso la Casa di Reclusione di Asti. Il ruolo del Garante dei detenuti è delicato, tecnico e fatto anche di empatia e comprensione. Lei svolge questa attività presso la casa di reclusione di Asti. In cosa consiste esattamente? I Garanti dei diritti delle persone private della libertà personale sono autorità autonome ed indipendenti, istituite e legittimate da leggi e delibere, i cui costanti riferimenti per l’agire sono la Costituzione (in particolare l’articolo 27), la dignità della persona e la garanzia dei diritti. Possono essere nazionali, regionali o comunali e svolgono un ruolo di vigilanza, promozione e dialogo. L’attività del Garante prevede la facoltà di visita senza autorizzazione preventiva alle strutture detentive o limitative della libertà (art. 67 O.P.), e di corrispondenza e colloquio riservato con le persone private della libertà personale (Artt. 18 e 35 O.P.). Importanti sono, inoltre, il dialogo ed il confronto con la Direzione ed il personale degli istituti penitenziari, oltre che con i vari organi istituzionali interessati. A livello comunale, inoltre, come riportato nel Regolamento specifico della città di Asti, il ruolo del Garante prevede un ulteriore impegno finalizzato al coinvolgimento della comunità locale. Questo attraverso la promozione di progetti, di iniziative culturali, di sensibilizzazione sui diritti umani, ed alla costruzione di reti e collaborazioni. In tal senso, particolarmente significativo è il lavoro di rete sul territorio astigiano che da ormai due anni coinvolge varie realtà che a diverso titolo operano nella Casa di Reclusione A. S. Si tratta di un percorso di incontro e dialogo che ha visto il mio coinvolgimento attivo, prima come volontario carcerario ed attualmente come Garante. La sua esperienza nel mondo carcerario inizia come volontario. Vuole raccontarci quale è secondo lei la differenza più significativa tra le due figure ricoperte e come cambiano - se cambiano - le relazioni e responsabilità? Esiste naturalmente una differenza tra il ruolo di volontario e quello di Garante. Prima come volontario coordinavo il progetto editoriale “Gazzetta Dentro” interno alla Casa di reclusione, cercando di valorizzare e dare visibilità al lavoro delle persone detenute coinvolte e quando ero “fuori” avevo principalmente l’idea di implementare quello che si faceva in Redazione. Ora il mio sguardo è un po’ più ampio e maggiormente orientato, oltre che ai diritti delle persone detenute, anche al contesto territoriale. In tal senso il mio intento è quello di sensibilizzare maggiormente la comunità e cercare di creare ulteriori opportunità affinché la detenzione abbia un senso e una prospettiva costituzionale. Come recita l’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Stando dentro alla redazione ho, infatti, avuto ulteriore conferma dell’importanza e della generatività di contesti in cui il confronto e le relazioni possano vivere e svilupparsi nel tempo. Il tentativo è, quindi, quello di ampliare questa prospettiva e continuare a creare ponti per evitare che il carcere sia una realtà isolata rispetto alla società. Il carcere, infatti, non può essere considerato una realtà estranea alla società, ma ne è parte e vi è inevitabilmente collegato interrogandola costantemente perché, come ricorda il costituzionalista G. Zagrebelsky, “la condizione carceraria riguarda coloro che stanno dentro, ma come problema di civiltà è prima di tutto un problema di chi sta fuori”. Negli anni immagino siano arrivate alla sua attenzione richieste e criticità da parte dei detenuti. Le è mai capitato di abbracciare una tale situazione e arrivare attraverso il dialogo a un vero cambiamento e come riesce concretamente a equilibrare la sua posizione istituzionale con l’emotività? Nella mia esperienza per lo più i colloqui vertono principalmente su due ambiti. Il primo legato alle attività trattamentali. Mi riferisco soprattutto all’opportunità di un lavoro, ma anche all’ampliamento di attività laboratoriali e culturali che possano essere svolte con continuità per dare un senso ai giorni e un’utilità alla detenzione. Il secondo aspetto è legato alle relazioni familiari, alle possibilità di colloqui, soprattutto quando si è in presenza di figli in giovane età. C’è il bisogno di mantenerle, curarle e consolidarle. Poi sono riportate problematiche legate alla vita in carcere, agli spazi angusti nelle celle, alle criticità del sistema penitenziario, all’aspetto sanitario e a diverse altre questioni su cui si cerca costantemente un’interlocuzione con le diverse aree ed i diversi soggetti istituzionali interessati. In diversi casi, soprattutto dove ci sono spazi di collaborazione ed interlocuzioni consolidate nel tempo si riesce a trovare una soluzione o, quantomeno, a dare una prospettiva. Nelle situazioni più complesse, soprattutto quelle che riguardano i rapporti familiari, dove spesso le risposte non dipendono dal singolo istituto ma dal DAP, a volte è più difficile riuscire a trovare una soluzione. Per quanto riguarda la dimensione emotiva dei colloqui, spesso è un aspetto rilevante, anche in relazione alle diverse situazioni che sono presentate. Devo dire che il fatto di essere un pedagogista ed aver lavorato per circa trent’anni in diversi ambiti sociali e sanitari (dai minori, alle tossicodipendenze alla salute mentale, …), mi aiuta a pormi in ascolto dell’altro gestendo al contempo, la dimensione emotiva nell’ambito e nel rispetto di quello che è il mio mandato e ruolo istituzionale. Il suo ruolo le impone di essere a stretto contatto con la Direzione penitenziaria e l’area trattamentale. È mai successo di trovarsi in disaccordo con una decisione e riuscire a ottenere ascolto tanto da far cambiare un punto di vista senza compromettere il rapporto professionale? Se da un lato nel rilevare e segnalare il mancato rispetto dei diritti, la figura ed il ruolo del Garante impongono una chiara presa di posizione, dall’altro nello sviluppare progettualità e nel cercare di trovare soluzioni a problemi contingenti o a questioni organizzative, il confronto e la collaborazione con tutte le figure presenti nell’Istituto sono fondamentali. Nella mia esperienza sino ad oggi c’è sempre stata apertura al dialogo da parte della Direzione e del personale interno, in particolare dell’area trattamentale e dell’area sanitaria. Questo ha permesso di trovare delle sintesi condivise nell’affrontare diverse situazioni o nel farsi carico di alcune criticità emerse. Nonostante il confronto costante, tuttavia, su alcune questioni o su determinate problematiche le prospettive sono differenti. Il ruolo del garante non è quello di gestire le diverse situazioni, ma quello di verificare se siano garantiti i diritti e far emergere se e quando alcuni diritti sono disattesi perché siano rispettati e le loro violazioni siano segnalate. Un ruolo complesso ma che nell’ambito di un riconoscimento e rispetto reciproco dei diversi ruoli non dovrebbe compromettere i rapporti professionali, anzi dovrebbe essere visto come stimolo e pungolo in un percorso, quello costituzionale, che dovrebbe vedere il lavoro congiunto di tutti. In ultimo, al di là dei casi singoli, credo si debba fare un distinguo tra quali questioni siano da riferirsi principalmente al singolo Istituto e quali siano invece problemi di sistema che ricadono sulle diverse realtà. Ad esempio la compressione delle opportunità trattamentali (lavoro, studio, corsi, …), i ritardi nel disbrigo delle pratiche amministrative, le difficoltà nel fare traduzioni per visite mediche, gli spazi angusti nelle celle, etc.. Tutte queste sono questioni inevitabilmente correlate tra le altre cose al sovraffollamento, problema ormai cronico e strutturale del nostro paese (ad Asti attualmente ci sono cca 260 persone detenute a fronte di una capienza di 207 posti). In tal senso le azioni di denuncia e le dichiarazioni collettive che sono assunte come Assemblea Nazionale dei Garanti Territoriali hanno un’importanza fondamentale. Sempre di più si affronta il tema della giustizia riparativa e so che per lei è un argomento importante. Quanto ciò è compatibile con la realtà carceraria di Asti? E da Garante come pensa si possa far diffondere maggiormente la cultura della “riparazione” passando attraverso un vero riconoscimento della responsabilità? Nel nostro ordinamento la giustizia riparativa ha acquistato una disciplina organica solo recentemente con il DL 150/2022 (attuativo della legge delega 134/2021, c.d. riforma Cartabia), che ne fissa principi e criteri direttivi. La giustizia riparativa, secondo uno dei suoi principali teorici, Howard Zehr, può essere vista come “un modello di giustizia che coinvolge la vittima il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo”. Tutto ciò implica una dinamica intrinsecamente e inevitabilmente relazionale, che metta al centro l’impegno a “riparare”, sia con il porre particolare attenzione al danno provocato/subito e ai bisogni della vittima, sia con il promuovere il percorso di assunzione di responsabilità da parte dell’autore di reato. Una dinamica che si fonda sull’interazione e sul riconoscimento reciproco, e che allarga lo sguardo intorno al reato, con il coinvolgimento della comunità. In tale prospettiva le ricadute culturali della Giustizia riparativa vanno ben al di là dell’ambito penale e possono riguardare l’intera comunità, offrendo, sempre secondo i contributi di H. Zehr “un modo concreto di pensare alla giustizia all’interno della teoria e della pratica della trasformazione dei conflitti e della costruzione della pace”. In una società e in un mondo in cui si sta assistendo al dilagare della violenza come principale sistema di controllo, di regolazione dei rapporti (sociali, economici…) e di risoluzione di conflitti e controversie, forse la giustizia riparativa può essere una preziosa occasione, in un ambito particolarmente rilevante, di coltivare e recuperare il senso e il valore di parole e pratiche di giustizia, dialogo e nonviolenza. Per questa ragione stiamo lavorando sul tentativo, emerso a conclusione di un percorso sviluppato all’interno del carcere, di coinvolgere persone e realtà in un cammino finalizzato a fare di Asti una città (e una comunità) riparativa. Un’idea su cui si cercherà di lavorare insieme, tra dentro e fuori il carcere. Una proposta operativa che può incidere anche su un elemento focale, ossia sulla dimensione culturale, con ricadute anche al di là dello specifico ambito di intervento. In una prospettiva di miglioramento, in che cosa, a suo avviso, si dovrebbe cambiare per rendere il sistema penitenziario più efficace e migliorare le condizioni di vita dei detenuti affinché anche il reinserimento in società sia più agevole? Da un punto di vista generale mi pare che alcuni elementi, che non solo io insieme a molti altri Garanti, ma che anche il Presidente Mattarella ricorda sempre, siano punti di partenza fondamentali: ridurre il sovraffollamento, adeguare gli organici, dedicare risorse alla formazione del personale, investire sui necessari interventi strutturali nei diversi istituti. Ma, soprattutto, anche per arginare il tragico numero di suicidi che ogni anno si verificano, non ci si dovrebbe dimenticare che “I luoghi di detenzione non devono trasformarsi in luoghi senza speranza, ma devono essere effettivamente rivolti al recupero di chi ha sbagliato”. E per il recupero delle persone, come recita la legge sull’ordinamento penitenziario coerentemente al dettato costituzionale, è fondamentale investire sulle attività trattamentali. Ossia sul lavoro, sull’istruzione, sulla formazione professionale, sulle attività culturali, ricreative e sportive ed agevolare opportuni contatti con il mondo esterno de i rapporti con la famiglia (art.15 L. 354/1975). L’impegno nei nostri Istituti penitenziari si dovrebbe infatti svolgere basandosi su due pilastri: “sicurezza e rieducazione”. Non si tratta di mettere in discussione l’indispensabile funzione di sicurezza che le carceri devono garantire, ma di ricordare l’importanza fondamentale anche del pilastro rieducativo, del quale il coinvolgimento della comunità esterna è componente essenziale. In tal prospettiva preoccupano alcune decisioni recenti del DAP, come la circolare 21/10/2025.0454011.U che prevede prescrizioni che vanno ad impattare direttamente sulle attività e progettualità trattamentali del circuito Alta Sicurezza, di cui la Casa di reclusione di Asti fa parte. In un sistema carcerario in grave crisi, con un numero sempre più tragico di suicidi, con un ormai cronico ed inaccettabile sovraffollamento che aggrava le già difficili condizioni di detenzione, con carenze di personale e scarsità di opportunità trattamentali, questa circolare, le chiusure ad essa correlate e le recenti mancate autorizzazioni di attività che si svolgevano da anni con esiti positivi (ad es. ad Asti recentemente non sono stati autorizzati gli spettacoli teatrali con le scuole), stanno da una parte complicando ulteriormente il lavoro e l’impegno di chi cerca costantemente di proporre e promuovere iniziative ed attività anche con il coinvolgimento del territorio, dall’altra rischiano di disincentivare e limitare la partecipazione della società esterna, rendendo sempre più difficile il dialogo tra i luoghi di detenzione e la società civile. Isolando ulteriormente le persone detenute, penalizzando i percorsi rieducativi e rendendo sempre più impermeabile ad ogni confronto con la società esterna la realtà carceraria. In tal senso credo siano particolarmente significative ed ancora attuali le parole di Alessandro Margara, su cui si dovrebbe riflettere con particolare attenzione. “C’è una scelta tra farne (del carcere) la sede di un servizio e farne invece la sede di una severità simbolica, che si impone a chi è dentro le mura, per rendere più tranquilli e rassicuranti l’approssimazione morale e il disimpegno esterni”. Milano. Negata la sospensione della pena a un detenuto gravemente malato nel carcere di Opera di Giulia Ghirardi fanpage.it, 21 aprile 2026 Un detenuto del carcere di Opera con una grave patologia ha denunciato “forti dolori e depressione”. La Ong bon’t worry iNGO ha segnalato il caso a Fanpage.it, parlando di “abbandono istituzionale” e di un contesto “incompatibile con le sue condizioni cliniche”. Sto cadendo in depressione. Ogni giorno che passa sto sempre peggio”. A parlare è Fabio M., detenuto nel carcere di Opera e affetto da una grave patologia pancreatica con dolori continui dovuti a un intervento al pancreas al quale è stato sottoposto lo scorso 3 febbraio, che ha comportato diverse complicanze post-operatorie. Nonostante questo, come emerge dalla corrispondenza tra il detenuto e la Ong bon’t worry iNGO che Fanpage.it ha visionato, continua a essere recluso in un contesto “incompatibile con le sue condizioni cliniche”. Per questo, la ONG e i legali del detenuto hanno chiesto il differimento della pena per Fabio M. che, però, è stato rigettato per una presunta “ripresa”. “Non c’è miglioramento, anzi. Se non si farà qualcosa al più presto, uscirà orizzontale dal carcere”, ha commentato a Fanpage.it la presidentessa della ONG, Bo Guerreschi, che si sta occupando del caso, portando avanti una battaglia legale e, prima di tutto, umanitaria per il riconoscimento del diritto alla salute. La storia di Fabio - Tutto ha inizio nei primi mesi del 2026 quando a Fabio M. viene diagnosticata una pancreatite paraduodenale recidivante, caratterizzata da dolori intensi e persistenti, dai medici del carcere. Le sue stesse parole, affidate a una lettera datata 20 gennaio e indirizzata alla ONG, restituiscono l’immagine di una sofferenza quotidiana: “Ho forti dolori addominali e diarrea continua”. Pochi giorni dopo, il 29 gennaio, in un’altra lettera parla di un’assenza di informazioni chiare sul percorso sanitario da parte della direzione del carcere: “Mi hanno detto che il San Raffaele non ha inviato nessuna relazione medica per l’intervento. Non so cosa fare, ma ogni giorno che passa sto peggio”. È in questo quadro che la ONG bon’t worry iNGO e i legali del detenuto chiedono il differimento della pena, temendo che un eventuale rientro in carcere dopo un intervento così invasivo possa risultare fatale. Poi, il 2 febbraio, alla vigilia dell’operazione, Fabio M. scrive un’altra lettera: “Domani mi operano, sono al San Raffaele dove starò almeno 10 giorni. È un intervento difficile, spero che dopo avrò la possibilità di essere seguito dalla mia famiglia a casa”. Il giorno successivo viene sottoposto a un intervento di alta complessità che comporta l’asportazione della testa del pancreas, del duodeno e della colecisti. Dopo l’operazione, però, si apre un vuoto nella corrispondenza. Le complicanze sono immediate e gravi: pancreatite del moncone pancreatico, dolori acuti, fistola chilosa e fuoriuscite dalla ferita chirurgica. A tutto questo si aggiunge anche un’infezione del sangue. Nonostante ciò, il 12 febbraio il Magistrato di Sorveglianza rigetta il differimento della pena, parlando di una “graduale ripresa”. La voce del detenuto riemerge il 22 febbraio, in una lettera che segna un punto di svolta clinico ed emotivo: “Sono stato molto male. Venerdì è scoppiata la ferita, ho avuto per due giorni la febbre alta. Sto cadendo in depressione, non riesco a dormire, fate qualcosa”. Parole che restituiscono non solo la gravità delle complicanze fisiche, ma anche il deterioramento psicologico del detenuto. Poi, nel mese di marzo, il quadro peggiora ulteriormente. La famiglia riferisce di un dimagrimento estremo, l’impossibilità di alimentarsi per via orale e segni di ittero. In una lettera dell’11 marzo, Fabio M. denuncia anche presunte lacune nella gestione sanitaria: “In cartella clinica non segnano le punture, le crisi epilettiche, segnano solamente le visite”. Per tutti questi motivi, la difesa e la ONG sottolineano l’incompatibilità del carcere di Opera con le condizioni del paziente, descrivendo un ambiente caratterizzato da forti criticità igienico-sanitarie e assistenziali che potrebbero esporlo a rischi infettivi fatali. “A Opera fa freddo, non c’è riscaldamento né acqua calda. I materassi sono talmente umidi che i detenuti sono costretti a mettere i cartoni”. Inoltre, “non c’è vigilanza medica costante né la possibilità di parlare con educatori. C’è gente che sta male e nessuno ad assisterli”, ha riferito a Fanpage.it la presidentessa di bon’t worry iNGO, sottolineando che, in tali condizioni, la detenzione violerebbe principi fondamentali come il diritto alla salute e il divieto di trattamenti inumani e degradanti. Per questo, “è stata chiesta una perizia medico-legale indipendente e sono state diffidate le autorità dal disporre il rientro in carcere al momento delle dimissioni”. La soluzione proposta è la detenzione domiciliare nella casa della madre a Taranto, considerata dalla ONG l’unica in grado di “garantire un ambiente salubre e cure continuative”. L’udienza decisiva è fissata tra due giorni, il 22 aprile. “Se nulla cambierà, uscirà orizzontale dal carcere”, ha commentato ancora la presidentessa. Nel frattempo, però, l’infezione rimane così come il contesto detentivo che sembrerebbe essere incompatibile con la condizione di vulnerabilità del detenuto. “La detenzione, in queste condizioni, si trasforma in una condanna ben più grave di quella stabilita dalla legge”, ha concluso a Fanpage.it Bo Guerreschi. “È una forma di abbandono istituzionale”. E accettarlo non indebolisce solo il sistema di tutela dei detenuti, ma l’idea stessa di giustizia su cui si fonda o, perlomeno, dovrebbe fondarsi. Bologna. Riapre il caseificio della Dozza, tra formazione e percorsi di reinserimento regione.emilia-romagna.it, 21 aprile 2026 Il progetto, promosso da Fare Impresa in Dozza con Granarolo, coinvolge imprese, terzo settore e istituzioni. È un processo di trasformazione che riguarda prima di tutto un prodotto, il latte, che da liquido diventa solido e arriva sulle tavole di chi vive oltre le sbarre. Ma riguarda anche il tempo, lo spazio, il futuro: l’attesa che si trasforma in opportunità, quella di imparare un mestiere e costruire un percorso di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel caseificio della casa circondariale “Rocco D’Amato” di Bologna, quella che tutti chiamano ‘La Dozza’, a fare il formaggio - caciotta, e di qualità - sono i detenuti: persone le cui vite sono sospese, cristallizzate in una dimensione altra rispetto a quella che, oltre le mura, si evolve. Come casari, quell’attesa diventa l’occasione per imparare, crescere, apprendere, e gettare le basi per una vita - e un’attività - al di fuori del carcere. Un progetto promosso da Fare Impresa in Dozza e realizzato con il contributo di Granarolo, che ha consentito di riattivare il caseificio e di riconvertire la produzione: dalle mozzarelle sperimentate in passato alle caciotte, un prodotto più adatto ai tempi di lavorazione e distribuzione, ma anche capace di restituire il senso di un percorso che richiede cura, pazienza e continuità. Il latte, fornito dalla filiera cooperativa Granlatte-Granarolo, viene pastorizzato nello stabilimento di via Cadriano e poi trasferito all’interno del carcere, dove viene lavorato nel caseificio dai detenuti coinvolti nel progetto. Un’attività produttiva a tutti gli effetti: le persone impiegate sono assunte e retribuite secondo quanto previsto dal contratto nazionale, affiancate da maestri casari, tecnici e figure dedicate alla sicurezza e alla qualità. Accanto a loro, una rete di tutor volontari provenienti dal mondo della produzione casearia, della ristorazione e delle professioni tecniche, che mettono a disposizione competenze ed esperienza. Il percorso è stato accompagnato anche da attività di formazione professionale realizzate nei mesi precedenti, con l’obiettivo di costruire competenze concrete e immediatamente spendibili nel mercato del lavoro. A inaugurare il caseificio della Dozza, a Bologna, il presidente della Regione, Michele de Pascale, la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Marina Elvira Calderone, il cardinale Matteo Zuppi (intervenuto con un videomessaggio), il sottosegretario di Stato al ministero della Giustizia, Andrea Ostellari, e il sindaco, Matteo Lepore. Presenti la direttrice del carcere, Rosa Alba Casella, il presidente di Fare Impresa in Dozza, Maurizio Marchesini, e il presidente di Granarolo, Gianpiero Calzolari. “Questo progetto restituisce in modo molto concreto il valore del lavoro come strumento di libertà e responsabilità- afferma il presidente de Pascale-. Qui le persone detenute hanno la possibilità di produrre qualcosa che esce dal carcere, che entra nella vita delle comunità e che rappresenta un primo passo reale verso il reinserimento. La sfida che questo progetto mette al centro, grazie al lavoro di Fare Impresa in Dozza e di Granarolo, è dimostrare che si può fare impresa anche dentro il carcere, costruendo percorsi strutturati, qualificati, capaci di generare competenze e opportunità occupazionali. Non si tratta di esperienze simboliche, ma di lavoro vero, con diritti, formazione e prospettive. È un investimento che riguarda l’intera società e che si inserisce in un impegno più ampio della Regione per costruire percorsi strutturati di reinserimento sociale e lavorativo. Offrire strumenti concreti per il reinserimento significa ridurre il rischio di recidiva e rendere più sicure le nostre comunità. È in questa direzione che vogliamo continuare a lavorare, sostenendo progetti che mettono insieme istituzioni, imprese e terzo settore e che fanno del lavoro una leva fondamentale di dignità, autonomia e futuro”. Il progetto del caseificio della casa circondariale “Rocco D’Amato” di Bologna rappresenta un’esperienza strutturata di formazione e lavoro all’interno del carcere, costruita a partire dalla collaborazione tra Fare Impresa in Dozza, il Gruppo Granarolo e una rete di partner del territorio. Dopo una prima esperienza avviata nel 2020, l’impianto è stato riattivato e riconvertito alla produzione di caciotte, un prodotto più adatto ai tempi di lavorazione, stagionatura e distribuzione. Il percorso ha preso forma nel 2025, con una fase di formazione professionale realizzata tra luglio e dicembre, che ha coinvolto detenuti e tutor. A seguito di questo percorso, sono stati formati 6 detenuti e 18 volontari, di cui attualmente coinvolti nelle attività 3 detenuti e 11 tutor. La selezione dei detenuti ha privilegiato persone con percorsi detentivi medio-lunghi, proprio per consentire un apprendimento completo e costruire competenze solide in vista del reinserimento nel mondo del lavoro. Le attività produttive sono partite a marzo 2026 con le prime assunzioni, mentre ad aprile sono iniziate le prime produzioni destinate alla distribuzione. Le caciotte sono già inserite in una rete di vendita che coinvolge Coop Alleanza 3.0 e Camst, oltre agli spacci aziendali Granarolo, con l’obiettivo di ampliare progressivamente i canali e consolidare nel tempo la sostenibilità economica del progetto. Un modello che unisce qualità del prodotto e valore sociale e che trova la sua riuscita anche nella risposta delle consumatrici e dei consumatori, chiamati a riconoscere e sostenere, attraverso le proprie scelte, un’esperienza concreta di lavoro, formazione e reinserimento. Parma. Carceri: necessaria una svolta di Aurora Nicosia Città Nuova, 21 aprile 2026 Si è svolto a Parma, presso la prestigiosa sede del Palazzo del Governatore, un convegno sulle carceri, organizzato dalla rivista Città Nuova, dal titolo: “Percorsi di dignità e inclusione: costruire futuro insieme”. “Abbiamo respirato un’aria rigenerante”. “È emersa la passione di tanti per il bene comune e la consapevolezza che solo insieme si può essere efficacemente incisivi”. Due dei tanti commenti che ben descrivono quanto vissuto lo scorso 15 aprile a Parma nel corso di un convegno organizzato da Città Nuova sul tema: “Percorsi di dignità e inclusione: costruire futuro insieme”, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di favorire l’inclusione lavorativa dei detenuti ed ex detenuti. L’evento, che ha avuto il patrocinio del Comune di Parma e del Consiglio nazionale economia e lavoro (Cnel) ha visto convenire nella sala del Palazzo del Governatore addetti ai lavori, principalmente, e cittadini interessati all’argomento. Perché organizzare un convegno? Non per il semplice gusto di realizzare un evento, né per offrire un palco ad alcuni soggetti interessati, bensì per dare un’occasione ? alla città che lo ha ospitato e, di rimando, a quanti ne avrebbero conosciuto i contenuti grazie a Città Nuova ?, di condivisione di riflessioni, spunti, problematiche, sfide, progetti. Il mondo del carcere, con le sue annose criticità, potrebbe indurre alla rassegnazione. Ed è proprio questo uno dei pericoli da evitare: sentirsi soli ed impotenti. Ben vengano, allora, occasioni come quella offerta da questo convegno, per allacciare rapporti, stringere reti, conoscere altre persone, associazioni, enti che si impegnano per rendere effettivo l’art. 27 della nostra Costituzione secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Nella sala del Palazzo del Governatore si sono alternate ed intrecciate le voci delle istituzioni: assessori, la garante, il direttore degli Istituti penitenziari di Parma, una dirigente dell’Amministrazione penitenziaria per l’Emilia-Romagna e le Marche; e sono intervenuti rappresentanti del Segretariato permanente per l’inclusione lavorativa dei detenuti istituito dal Cnel nel settembre 2024, imprenditori e rappresentanti del Terzo settore che creano ed offrono lavoro ai ristretti, associazioni che sviluppano e portano avanti progetti nelle carceri e detenuti stessi, che, grazie ad un permesso, hanno potuto partecipare al convegno ed offrire la loro testimonianza sugli effetti positivi dell’inserimento lavorativo (vedi programma sotto). Presenti, tra gli altri, Paolo Corder, presidente del Tribunale di Parma, Serena Brandini, consigliera provinciale, Daria Jacopozzi, assessora comunale, e Antonella Bianco, direttrice dell’Istituto penale minorile di Firenze. Una pluralità di voci che hanno espresso insieme una coralità di impegno, ciascuno dal proprio fronte, dentro un orizzonte comune che si andava componendo. Non si sono taciute le criticità, osservava qualcuno, ma si è guardato oltre, raccontando quanto è già in atto e quanto rimane ancora da fare. Le parole che più hanno risuonato sono state quelle che parlavano di collaborazione, tessere reti, fare sistema, lavorare a team, creare alleanze tanto a livello locale che sul piano nazionale. Emergeva il valore della testimonianza di chi si adopera concretamente per creare condizioni diverse; la necessità di un investimento culturale sul tema che abbatta lo stigma e i pregiudizi; l’importanza del legame col territorio come quella di investire su competenze e professionalizzazione dei carcerati per restituire alla società cittadini attivi e integrati; l’urgenza di abbattere le lungaggini burocratiche come di coinvolgere e sensibilizzare i decisori politici. E, non da ultimo, veniva in evidenza il ruolo fondamentale dell’informazione, chiamata anch’essa a dare il proprio importante contributo, con competenza, serietà, umanità. Un compito che anche Città Nuova, con il suo progetto carceri, svolge da anni e si impegna a portare avanti. Lecce. Carcere e riscatto, rieducare il condannato educando la collettività unisalento.it, 21 aprile 2026 Riflessioni intorno al romanzo “Se fioriscono le spine” di Glauco Giostra (ed. Menabò, 2025). Il 23 aprile 2026, ore 15.00, presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Lecce, si terrà un incontro di studio su “Carcere e riscatto”. L’iniziativa consentirà di riflettere intorno al romanzo “Se fioriscono le spine” (ed. Menabò, 2025) di Glauco Giostra, Emerito di Diritto processuale penale nell’Università di Roma “La Sapienza”, già Coordinatore degli Stati Generali sull’Esecuzione Penale e Presidente della Commissione ministeriale per la riforma dell’ordinamento penitenziario, nonché attuale Componente (già Presidente) del Collegio garante della Costituzionalità delle norme della Repubblica di San Marino. Interverranno per i saluti istituzionali il Dott. Roberto Carrelli Palombi, Presidente della Corte di Appello di Lecce, il Prof. Antonio De Mauro, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Lecce, il Prof. Mariano Longo, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, e il Prof. Luigi Melica, Direttore del Dipartimento di Scienze Giuridiche. Nel corso dell’incontro, che sarà introdotto dal Prof. Rossano Adorno, Ordinario di Diritto processuale penale nell’Università del Salento, e moderato dal Dott. Rosario Tornesello, Direttore del Nuovo Quotidiano di Puglia, discuteranno con l’Autore l’Avv. Stefano De Francesco, Penalista del Foro di Lecce e Componente dell’Osservatorio Europa dell’U.C.P.I., il Dott. Giovanni Gagliotta, Avvocato Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Lecce, il Dott. Giuseppe Mastropasqua, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Lecce, e il Prof. Pier Luigi Portaluri, Ordinario di Diritto amministrativo nell’Università del Salento. Perugia. Un maxi-orto curato dai detenuti di Anna Nelli cronachedi.it, 21 aprile 2026 Un’iniziativa di agricoltura sociale ha trasformato un’ampia area del carcere di Capanne, a Perugia. Dodici ettari di terreno, un tempo incolti, sono stati convertiti in un rigoglioso orto-frutteto gestito interamente dai reclusi. Il progetto rappresenta un modello virtuoso di come il lavoro agricolo possa diventare uno strumento di recupero e formazione all’interno del sistema penitenziario. L’iniziativa si inserisce in un contesto nazionale complesso, quello delle carceri italiane, spesso caratterizzato da sovraffollamento e dalla carenza di attività trattamentali significative. In una realtà dove l’ozio forzato può alimentare tensioni e peggiorare le condizioni psicofisiche dei reclusi, offrire opportunità concrete di impegno è diventato fondamentale per un percorso di rieducazione efficace, come previsto dalla Costituzione. Sui dodici ettari di Capanne, le persone detenute si occupano di tutte le fasi del ciclo produttivo: dalla semina alla cura delle piante, fino alla raccolta. Vengono coltivati ortaggi di stagione e curati alberi da frutta, seguendo pratiche che spesso privilegiano la sostenibilità e il rispetto dei ritmi naturali. Questo maxi-orto non è solo un passatempo, ma una vera e propria azienda agricola che richiede dedizione, competenza e programmazione. I benefici per i partecipanti sono molteplici e profondi. Dal punto di vista psicologico, l’impegno quotidiano all’aria aperta contribuisce a ridurre lo stress e a dare un senso alle giornate. Sul piano sociale, il lavoro di squadra favorisce la creazione di legami positivi e di un senso di comunità. Fondamentale è l’acquisizione di competenze professionali spendibili nel mondo del lavoro una volta scontata la pena, aprendo così una prospettiva concreta di reinserimento. Questo progetto non si limita a migliorare la vita all’interno delle mura carcerarie, ma costruisce un ponte verso l’esterno. Collaborazioni con enti e associazioni, come la Coldiretti che ha fornito supporto, sono essenziali per valorizzare i prodotti e per creare una rete che possa accompagnare i detenuti anche dopo la loro uscita. L’orto diventa così un simbolo di speranza, la dimostrazione che un futuro diverso è possibile e che può germogliare anche nelle condizioni più difficili. L’esperienza del carcere di Perugia dimostra come l’agricoltura possa essere una potente alleata del trattamento penitenziario. Si tratta di un investimento sul capitale umano che genera un triplice valore: offre una possibilità di riscatto ai singoli, promuove un modello di produzione alimentare sostenibile e contribuisce a rendere il sistema della giustizia più umano ed efficace. Un seme di futuro che sta già dando i suoi frutti. Vivicittà per i diritti e l’inclusione: la corsa negli Istituti penitenziari uisp.it, 21 aprile 2026 Correre per sentirsi libere; muoversi per sentirsi parte di qualcosa; festeggiare l’arrivo per essere riconosciute, apprezzate e valorizzate per lo sforzo fatto e l’impegno messo in campo. Tutto questo è Vivicittà-Porte aperte, l’edizione speciale della corsa Uisp che ogni anno si tiene all’interno degli istituti penitenziari e minorili di decine di città italiane. Quest’anno la corsa nelle carceri ha fatto da prologo all’edizione classica, che si è corsa domenica 12 aprile, con ben tre appuntamenti, iniziati venerdì 10 aprile a Roma, nella sezione femminile della casa circondariale di Rebibbia, proseguiti sabato 11 aprile a Brescia Verziano e Firenze Gozzini. La corsa nel carcere romano è stata anche l’occasione per la presentazione nazionale che si è svolto subito dopo la gara nello spazio Open bar, adiacente a Rebibbia e gestito da una cooperativa di detenuti ed ex detenuti. Presenti alla corsa di Rebibbia anche il presidente nazionale Uisp, Tiziano Pesce, che ha ricordato come l’evento rappresentasse di fatto l’apertura dell’edizione 2026 di Vivicittà: “Questa iniziativa é una festa di sport per tutte e tutti, perchè include davvero ed è il simbolo dello sport sociale. Siamo qui per creare un ponte tra dentro e fuori: lo sportpertutti è anche questo”. Marco Ceccantini, responsabile Manifestazioni nazionale Uisp, ha aggiunto: “Vivicittà Porte aperte è un’occasione di felicità e un momento di svago per le persone detenute - ha detto Ceccantini - ma è anche un’occasione per noi che veniamo da fuori di apprendere delle cose che altrimenti non potremmo conoscere. Un’occasione culturale e di socialità che è proprio la forte connotazione di Vivicittà: lo sportpertutti permette di praticare attività sportiva anche a chi se le vede negata da una situazione di restrizione della libertà”. “Il carcere è una parte della città, Vivicittà significa vivere i propri spazi cittadini e il carcere è uno spazio cittadino a tutti gli effetti - dichiara il presidente Uisp Roma, Simone Menichetti, a margine della corsa - Purtroppo molto spesso resta chiuso inaccessibile, quasi un corpo estraneo della città, ma non è così. Noi siamo qui oggi per far vivere a queste ragazze un paio d’ore di movimento, di gioco, divertimento, per cercare di far loro vivere la città anche se la loro città è cinta da questi muri che vediamo intorno a noi”. Alla partenza della corsa anche il vicedirettore della casa circondariale Mario Giuseppe Silla, che ha voluto incoraggiare le partecipanti, promettendo di correre insieme alle detenute la prossima edizione di Vivicittà Porte aperte. “All’interno di un carcere lo sport permette di riappropriarsi del proprio corpo, di tornare a giocare e prendersi cura di sé - ha detto Fabrizio Federici, presidente Uisp Lazio e coordinatore Danza Uisp, che ha guidato le ragazze che hanno preso parte a Vivicittà Porte Aperte a Roma, in un riscaldamento pre-gara - è un’opportunità per dimenticare le quattro mura ed espandere i confini oltre lo spazio ristretto della quotidianità. Quindi è un momento di leggerezza in cui si può tornare a sperare e a sognare di tornare a correre fuori da queste pareti”. È stata una mattinata intensa e partecipata quella di sabato 11 aprile alla Casa di reclusione di Verziano, dove si è svolto Vivicittà Porte Aperte, l’iniziativa organizzata da Uisp Brescia che, attraverso lo sport mette in relazione il carcere e la comunità esterna. Vivicittà, porta la corsa all’interno degli istituti penitenziari per creare occasioni concrete di incontro, conoscenza e condivisione. A Brescia, anche l’edizione 2026 ha confermato la forza del progetto, con numeri importanti e una partecipazione ampia: oltre 460 studenti e studentesse delle scuole superiori di Brescia e provincia hanno preso parte alla mattinata insieme a un’ottantina di detenuti e detenute ospiti della struttura. Presenti sette istituti scolastici del territorio: il Liceo Scientifico “Annibale Calini”, il Liceo Scientifico “Nicolò Copernico”, il Liceo Scientifico “Leonardo”, l’Istituto Tecnico Commerciale “Abba-Ballini”, l’I.I.S. “Piero Sraffa”, l’I.I.S. “Andrea Mantegna” e il “Gigli”. Una partecipazione da record, a conferma dell’interesse delle scuole nei confronti del progetto e del valore educativo dell’esperienza. La corsa, come da tradizione non competitiva, si è svolta all’interno della struttura, lungo un percorso che ha visto correre insieme detenute e detenuti, agenti di Polizia penitenziaria e studenti, in un clima positivo e partecipato. Una mattinata fatta di sorrisi, dialogo e momenti condivisi, in cui lo sport è diventato uno strumento concreto per avvicinare persone e storie diverse. “È una giornata che ogni anno ci restituisce il senso più profondo del nostro lavoro - ha detto Francesca Savoldini, vicepresidente Uisp Brescia - Vedere ragazzi e ragazze entrare in carcere, incontrare le persone detenute, condividere un’esperienza semplice come una corsa ma così ricca di significato, è qualcosa che lascia davvero un segno. Vivicittà Porte Aperte è questo: creare relazioni, superare barriere e costruire comunità attraverso lo sport”. “Vivicittà Porte Aperte ha rappresentato ancora una volta un momento di straordinario valore umano e sociale, capace di creare ponti e dialogo - ha sottolineato Tiziano Pesce, presidente Uisp nazionale presente all’iniziativa - L’edizione di Brescia Verziano, con più di 550 partecipanti tra persone interne ed esterne, è la più partecipata del lungo calendario nazionale Uisp e testimonia la forza di un progetto che unisce davvero le comunità del territorio. È particolarmente significativo il coinvolgimento così ampio delle studentesse e degli studenti degli istituti superiori, reso possibile anche dall’impegno convinto dei dirigenti scolastici e degli insegnanti che credono in questo percorso di educazione e cittadinanza attiva. Per questo un ringraziamento sentito va alla direzione degli Istituti penitenziari bresciani e alla Polizia Penitenziaria”. Presenti anche le istituzioni e i rappresentanti del territorio: per il Comune di Brescia Luca Pomarigi, il comandante della Polizia Penitenziaria Aldo Scalzo, le educatrici della struttura, insieme ai volontari e alle volontarie Uisp che hanno reso possibile l’organizzazione della giornata. Tra i momenti più significativi, il ricordo di Paolo Manini, figura storica e punto di riferimento del progetto, scomparso nelle scorse settimane. A dare il via alla corsa sono state la moglie e le figlie, in un passaggio carico di emozione e accompagnato da un lungo applauso condiviso. L’appuntamento con Vivicittà Porte Aperte, sabatpo 11 aprile si è tenuto anche all’interno della Casa Circondariale Mario Gozzini di Firenze, attigua alla struttura di Sollicciano, organizzato dal Comitato Uisp Firenze. Sulla striscia di cemento all’interno delle mura della struttura i detenuti hanno corso insieme ai runners delle società podistiche affiliate a Uisp Firenze cordonati dal GS Le Torri, compiendo più giri, per circa 8 km complessivi. Erano presenti Letizia Perini, assessora allo Sport del Comune di Firenze, Mirco Dormentoni, presidente del Quartiere 4 di Firenze, territorio che ospita la struttura detentiva, Vincenzo Tedeschi direttore della Casa Circondariale Mario Gozzini, Paolo Iozzino, comandante Casa Circondariale Mario Gozzini, Raffaello Riggio responsabile area educativa Casa Circondariale Mario Gozzini, Gabriella Bruschi, presidente Uisp Firenze, Emilio Lastrucci, responsabile politiche sociali Uisp Firenze, Paolo Pistolesi, responsabile Settore Atletica di Uisp Firenze. Vivicittà Porte Aperte si conferma così un appuntamento capace di unire sport e impegno sociale, offrendo ogni anno un’occasione concreta di incontro e crescita, dentro e fuori le mura del carcere. Il calendario di appuntamenti prosegue domenica 18 aprile a Bari e Biella; il 22 aprile a Caltanissetta e Imperia; il 30 aprile a Voghera (PV); il 18 maggio a Ferrara e il 23 maggio Cremona. Per aggiornamenti e dte da confermare visita la pagina del sito Uisp. Cosa significa oggi la Liberazione di Anna Mastromarino La Stampa, 21 aprile 2026 Sarà per ironia della sorte che uno dei disegni di legge a più alto contenuto di incostituzionalità degli ultimi tempi si affretta a concludere il suo iter di approvazione proprio alla vigilia del 25 aprile? A leggere tra le righe del testo del Decreto sulla sicurezza, che la maggioranza si ostina a voler convertire nonostante le sue chiare e sempre più evidenti incostituzionalità, sembra che dovremmo davvero rinunciare a credere che questa sia una festa per tutti e tutte, dal momento che disprezzare i limiti che la Costituzione impone significa ripudiare il senso della Festa della Liberazione. A differenza di altri Paesi, il calendario civile italiano non dedica espressamente una giornata alla Costituzione. Non di meno, ciò non significa che non siano stati creati momenti per la sua commemorazione. Direi che ne esistono almeno due, pensati per celebrare non tanto il Testo, quanto la sua essenza. Una data “costituzionale” è certamente quella del 2 giugno; l’altra il 25 aprile, Festa della Liberazione. Con queste due giornate si racconta il percorso che ha portato alla nostra Carta, repubblicana e antifascista, perché così vollero gli italiani e le italiane, ancora prima che il testo del 1948 fosse scritto. Quanto vado dicendo significa inevitabilmente che ogni qualvolta si attacca frontalmente la Carta, con atti normativi che la violano nella forma e nella sostanza, si svilisce il senso di queste giornate. Significa anche che ogni volta che le celebrazioni per queste giornate dimenticano il loro legame funzionale con la Costituzione perdono di senso nello spazio pubblico. La disaffezione progressiva dei cittadini e delle cittadine ai riti del 25 aprile è il prodotto di un discorso pubblico che a forza di fossilizzarsi sulle battaglie nel e per il corteo, ha perso di vista l’essenza di quel corteo, di quell’andare liberi verso la libertà e, quindi, la Costituzione. Ma è anche il prodotto di una politica che nella sua attività ordinaria ha disatteso il suo compito primario: quello di rendere quotidianamente la Costituzione viva e attiva nella legislazione. Organizzatori, associazioni, partiti politici sono importanti, a patto che si ricordi che fondamentale è solo la connessione tra la Liberazione e la nostra Costituzione, non come fatto storico, ma come documento normativo, capace di plasmare le nostre vite oggi: in ciò non dovrebbe esserci nulla di divisivo, anzi. A poche settimane dal referendum costituzionale che ha visto la partecipazione di tanti giovani che, negli ultimi anni, si erano mostrati più restii a recarsi alle urne, il 25 aprile si arricchisce di significati che da troppo tempo sono stati accantonati. Al di là del risultato referendario, è chiaro che la Costituzione nel nostro Paese rappresenta ancora e senza dubbio un “fatto” attuale capace di mobilitare anche le nuove generazioni. Un patrimonio in nome del quale vale la pena mobilitarsi a difesa. La memoria pubblica del 25 aprile non è un rito per ricordare il passato e i suoi attori. Nessuno se ne può appropriare e nessuno la può snobbare. È uno strumento per dialogare nel presente e per costruire un futuro. Ma lo è nella misura in cui è in grado di confrontarsi con il conflitto che è essenza della democrazia costituzionale, di gestire la disputa, di aprire nuove strade per salvaguardare i valori che riteniamo di voler ancora con-memorare, ossia ricordare collettivamente. Per fare questo è necessario accettare il fatto ogni generazione affronta nuove battaglie di liberazione e si chiede, dunque, che cosa significa Liberazione oggi in questi tempi di guerra, populismo, demonizzazione del dissenso, manipolazione e restrizione della libertà personale. In questi tempi precari, come si marcia verso la Liberazione costituzionale? Solo i valori costituzionali, infatti, possono davvero avere la pretesa di essere transgenerazionali. Le celebrazioni, i riti, i miti con i loro protagonisti sono semmai strumenti di comunicazione per permettere a quei valori di trovare nuove pratiche di Liberazione. Per riscoprire l’antifascismo oggi, allora, dovremmo lasciare da parte la retorica e tornare a occuparci di valori costituzionali quali la pace, la dignità umana, la libertà del confronto, per ribadirli con forza nelle piazze. Se riuscissimo a farlo avremmo vinto di nuovo. Avremmo scelto la libertà. Di nuovo. L’assassino invisibile di Mattia Feltri La Stampa, 21 aprile 2026 Ho perduto il conto di quanti decreti sicurezza abbia emanato il governo Meloni, nei tre anni e mezzo del suo regno. Ora ne sta per essere prodotto un ennesimo, poiché come è risaputo in Italia c’è l’emergenza criminalità, e niente la ferma, nemmeno una tale profusione di decreti, di nuovi reati, di pene aggravate, di carceri riempite. E a furia di occuparsi di questa emergenza, non c’è proprio tempo di occuparsi di un’altra, quella dei vaccini, anche perché nessuno o pochissimi paiono allarmarsi. L’Organizzazione mondiale della sanità segnala che in Europa, per mancata vaccinazione, il 2024 è stato l’anno record per contagi da pertosse e da morbillo. Fra i Paesi europei, soltanto la Bulgaria ha più contagi dell’Italia, mentre al Mayer di Firenze si è stimato che negli ultimi anni i casi di pertosse si sono decuplicati. Molto, molto meno allarmati, dicevo, perché i morti provocati dalla criminalità sono stati 286 nel 2025, ed erano 335 nel 2024, in entrambi i casi per il tasso di omicidi più basso d’Europa. Invece i morti per morbillo e per pertosse si contano sulle dita di una mano e, anche se sono sempre neonati, nessuno coglie l’urgenza di un decreto salute o di un decreto vaccini. Nemmeno pensando al papillomavirus, che in Italia fa tremila morti l’anno, soprattutto donne, e nonostante il vaccino sia gratuito; oppure pensando alla polmonite pneumococcica, che di morti ne fa ottomila, soprattutto anziani, e di solito non vaccinati. Praticamente, per ogni vittima d’assassinio, ci sono quasi trenta vittime da polmonite. Sono più criminali certe politiche di certi delinquenti. Cure palliative: la via ancora da percorrere per garantire assistenza e terapie tempestive di Lorenzo D’Avack Il Dubbio, 21 aprile 2026 Sarà di questi giorni la presentazione alla Camera del volume curato da Paola Binetti e Maria Grazia de Marinis, dal titolo “L’approccio della medicina palliativa: Oltre i confini della guarigione”. Su di analogo tema a Bologna si tiene un convegno sulla relazione di cura e famiglia e sulla personalizzazione della cura. La Libreria editrice vaticana per iniziativa della Pontificia Accademia per la Vita e della Conferenza episcopale lombarda presenta il 29 aprile alla Camera il “Libro Bianco per la promozione delle cure palliative in Italia”. Ciò di cui si discute è il problema delle cure compassionevoli o palliative che sorge quando il paziente ha una diagnosi di grave patologia per la quale non esistono terapie validate o quando quelle disponibili non sono efficaci. Pertanto, il paziente sulla base di un’indicazione medica chiede di ricorrere a metodi di cura non ancora approvati dall’autorità regolatoria. È una strada che può precedere l’aiuto al suicidio medicalizzato o la richiesta della sedazione profonda ai sensi della legge 219/2017. In questi casi ci si muove entro la zona grigia di un percorso scientifico di validazione iniziato, ma non ancora concluso e verificato. D’altra parte la maggior parte dei paesi ha avvertito negli ultimi anni l’esigenza di prevedere la somministrazione di farmaci o di altri trattamenti terapeutici anche in assenza di approvazione dell’autorità regolatoria: attraverso un trattamento compassionevole, cosiddetto off-label, che implica modalità o dosaggi diversi da quelli autorizzati, ma per cui esistono solide basi scientifiche di efficacia e tollerabilità. Nel contesto internazionale è considerata la dichiarazione di Helsinki che all’articolo 37 consente un intervento non provato, sotto la responsabilità del medico e con il consenso informato del paziente, quando non esistono altre cure o interventi conosciuti che si siano dimostrati efficaci e dopo aver ricercato l’opinione di esperti in materia. In Italia la legge 38/2010 è stata la prima ad occuparsi di cure palliative e terapia del dolore in tutti gli ambiti assistenziali, in ogni fase della vita e per qualunque patologia ad andamento cronico ed evolutivo per le quali non esistono terapie o, se vi sono, risultano inadeguate ai fini della stabilizzazione. Questi casi drammatici pongono l’accento sulla libertà di cura e sulla ovvia domanda se sia legittimo accantonare il normale decorso di una corretta verifica sperimentale dei medicinali a fronte di un “diritto alla speranza” del paziente che, consapevolmente, chiede un’incerta terapia per tentare di salvare o prolungare o migliorare la propria vita. All’interno di questo dibattito va sottolineata la frequente sfasatura tra il normale prolungato decorso di una corretta verifica sperimentale e le urgenti attese individuali. Vi è una carenza di strutture specialistiche e di un lavoro di squadra che possa portare avanti in vicende come questa un’assistenza globale integrata. La scuola di specializzazione non ha ancora ricevuto un riconoscimento a livello europeo e le cure palliative non sono un settore disciplinare dell’università, ma un settore concorsuale del Servizio Sanitario Nazionale. Peraltro, la rigidità del percorso protocollare potrebbe essere attenuata in considerazione della cosiddetta “medicina personalizzata” che tenga conto delle condizioni e delle circostanze, con particolare riferimento alla differenza tra la valutazione scientifica regolarmente accertata e i benefici rivendicati in concreto dal paziente. A ciò si aggiunga la scarsità di esperti in grado di seguire questi malati e la diffusione delle tecnologie dell’informazione della comunicazione (ICT) che rendono più facilmente consultabile da parte di pazienti “non addetti ai lavori” dati di ricerche scientifiche in corso. Inoltre, i costi che i percorsi di sperimentazione richiedono per la commercializzazione di un nuovo farmaco fanno sì che alcune patologie, in particolare quelle rare, non siano oggetto di ricerca da parte delle case farmaceutiche. Per gran parte di queste patologie, quindi, i sistemi sanitari non sono in grado di offrire cure o anche solo trattamenti che consentano un miglioramento della qualità della vita. Peraltro, questi tentativi non vanno pensati “al di fuori” delle sperimentazioni scientifiche, ma “accanto” ad esse, come casi che comunque non interferiscono con i trials, ma si accompagnano ad essi non usualmente, ma solo in casi eccezionali e con modalità accuratamente definite. E in queste specifiche situazioni per poter ravvisare un diritto alla cura, si dovrebbero indicare evidenze scientifiche plurime circa la ragionevole probabilità che il prodotto possa dare un beneficio e che il rischio sia proporzionale e contenuto. La Cassazione in una circostanza analoga ebbe a confermare che, per quanto il diritto alla salute non sia suscettibile di affievolimento e quindi il paziente abbia un diritto ad ottenere cure tempestive e gratuite, queste prestazioni debbono rispettare i principi di “appropriatezza” del farmaco o delle terapie, entro i parametri fissati dalle norme di legge e di efficacia che richiedono “necessariamente un confronto tra i risultati positivi delle cure sanitarie e gli eventuali riflessi negativi della terapia stessa sulle condizioni di vita del paziente” (18676/2014). Daniela e l’incubo della tossicodipendenza in carcere di Chiara Martinoli it.insideover.com, 21 aprile 2026 L’incubo di Daniela nasce da un’infanzia difficile e problemi familiari. Fin dall’adolescenza fa uso di droghe pesanti. A 18 anni scappa di casa e vive per strada, ma continua il liceo: dorme in stazione, al mattino va a scuola con i libri. È brava, ha ottimi voti e potrebbe diplomarsi. Tuttavia la dipendenza e il bisogno di procurarsi le sostanze prendono il sopravvento. Si immerge nella vita di strada, con tutti i rischi. A 22 anni viene arrestata, senza sorpresa. “Io facevo una vita di strada molto ai limiti - ci racconta - anche l’esperienza che ho avuto con le sostanze non è mai stata un’esperienza realmente ludica, cioè era un uso massiccio che poi mi ha portato ad avere un sacco di problemi di salute. Ho avuto un periodo di dipendenza dall’alcol, ho avuto crisi epilettiche dovute all’abuso di psicofarmaci perché assumevo magari 20-30 Tavor al giorno, più le dosi di eroina e le altre droghe: insomma ero realmente fuori controllo. In strada ho sempre avuto a che fare con le forze dell’ordine, dalle cose più insignificanti alle cose più gravi: fermi, perquisizioni, interrogatori, richieste di farsi dare informazioni su altre persone che vendevano o che usavano droghe. D’altro canto, io ne ho combinate di tutti i colori, per cui mi hanno arrestato a 22 anni, ma avrebbero potuto arrestarmi anche prima: perché in quel periodo io ho fatto furti, ho spacciato, ho fatto rapine per cui non mi hanno preso… E quindi no, non è stato assolutamente un improvviso incontro con il carcere, non ero assolutamente meravigliata di finire arrestata”. Daniela attraversa tre carceri: il primo è il Don Bosco di Pisa. Dopo un breve periodo viene spostata a Empoli, in un istituto a custodia attenuata. Nel 2012 Daniela aveva terminato di scontare la sua prima pena, ma la sua libertà però dura meno di una settimana: “Sono stata libera per circa cinque giorni e in quei cinque giorni ho fatto di nuovo un sacco di casini: mi hanno arrestato e quella seconda condanna l’ho scontata a Roma, nel carcere di Rebibbia. Ogni ingresso in carcere per Daniela avviene più o meno allo stesso modo: “Il carcere era già informato della mia situazione difficile, i problemi psichiatrici, i motivi per cui dovevo sempre essere in un regime di sorveglianza... All’inizio della carcerazione normalmente si fa un periodo in isolamento: nel mio caso invece, questo periodo iniziale lo passavo sempre in infermeria. Poi sono stata in cella con otto persone. A dire il vero, di Pisa ed Empoli ho ricordi piuttosto sfocati, perché assumevo ancora molte sostanze”. La droga in carcere non è un mistero. Secondo l’Associazione Antigone, che si occupa dei diritti nel sistema penale, più di un terzo delle persone detenute sono in carcere per reati connessi alla droga, e più in generale i l 40% di chi entra in prigione fa uso di sostanze. “Le persone con dipendenze sono tante dentro il carcere - conferma Daniela - e i modi per procurarsi le sostanze si trovano senza troppe difficoltà. Per quanto riguarda gli psicofarmaci invece c’è una generale tolleranza: si tende, soprattutto per chi è problematico, a dare psicofarmaci in quanto fanno stare calmi, fanno stare tranquilli, limitano i casini”. I dati sul consumo di psicofarmaci in carcere sono impressionanti: secondo l’ultimo report di Antigone, oltre 15mila detenuti fanno uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, e in 30mila fanno uso di sedativi o ipnotici. Un macigno che pesa soprattutto sulle sezioni femminili: più della metà delle donne detenute fa uso regolare di psicofarmaci. Daniela vive tutto questo sulla propria pelle. Eppure, proprio in carcere riesce a disintossicarsi e a liberarsi dalla dipendenza. Se per Pisa ed Empoli ha memorie sfocate e confuse, di Rebibbia conserva ricordi vividi e indelebili: “A Rebibbia è cambiato che fondamentalmente io mi sono ripulita: ho avuto un periodo in cui sono stata molto male e poi sono riuscita a reagire. Il carcere ha avuto un ruolo fondamentale in questo cambiamento. Un ruolo che in piccola parte è stato anche positivo; ma è l’aspetto più brutale, più traumatico, del carcere, quello che ha segnato veramente Daniela: “Quello che mi ha veramente fatto cambiare prospettiva è stato il fatto di assistere, soprattutto a Rebibbia, a situazioni poco piacevoli: vedevo persone che non sono assolutamente all’interno del circuito della tossicodipendenza che venivano messe in mezzo a determinate dinamiche e finivano per usare pure loro sostanze. Questo tipo di dinamiche in realtà per strada io le avevo sempre vissute, però in carcere sono arrivata proprio a rimanerne disgustata. C’erano persone a cui volevo veramente bene, persone che sono entrate che si facevano solo gli spinelli e che dopo un anno lì dentro erano praticamente rovinate, completamente rovinate. Questa cosa mi ha proprio devastato. Anche perché in strada, se una persona la vuoi proteggere, un pochino ci riesci: sei per strada, quindi anche la persona stessa se ne può andare. Tutte queste cose in carcere ti sfuggono completamente dalle mani: tu non puoi fare nulla e quindi senti proprio che le persone a cui vuoi bene ti sfuggono dalle mani. Io per strada ero libera di fuggire, di dire “ok mi voglio far del male: lo faccio solo a me stessa e basta”, in carcere invece mi sono resa conto che questa cosa non era possibile: io non ero libera di fuggire, dovevo stare lì e guardare le persone che amavo venire ingoiate da quella roba. Questa cosa mi ha dato due schiaffi in faccia abbastanza forti, devo dire la verità, mi ha fatto veramente svegliare prepotentemente. E quindi a un certo punto ho detto “basta, io non mi riconosco più in questo, in questo tipo di ambiente non mi ci voglio riconoscere”. Dopo quattro anni di detenzione, arriva il giorno in cui Daniela torna a essere una donna libera. La vita fuori dal carcere, però, torna a essere difficile. “Dopo quattro anni di detenzione, più altri gli altri anni in cui comunque avevo una dipendenza importante, io il primo anno che ho passato fuori dal carcere non riuscivo mai a dormire - racconta Daniela - soffrivo proprio d’insonnia, andavo in giro la notte, non riuscivo a stare dentro casa, come se avessi una sorta di iper eccitazione perpetua”. Poi accade un evento, sempre legato al carcere, che la colpisce di nuovo, profondamente: “È stato quando hanno scarcerato la mia compagna di cella, Anna - ricorda Daniela - noi avevamo un rapporto molto stretto, ci conoscevamo già da quando stavamo per strada insieme. Quando lei uscita io sono andata a prenderla fuori dal carcere, ricordo che l’ho aspettata per ore sotto la pioggia. Lei è uscita, ma aveva grandi problemi di dipendenza. Il problema è che se in carcere prendi dieci psicofarmaci al giorno e quando esci non hai più questi psicofarmaci, dai di matto. Nel suo caso oltretutto non avevano assolutamente idea di tutte le sostanze cha aveva assunto durante la detenzione. Fatto sta che è uscita, e praticamente la sera stessa è morta per overdose”. Daniela affronta un periodo difficilissimo. Fatica a trovare un lavoro e lotta con tutta se stessa per non ricadere nel vortice della tossicodipendenza. “A un certo punto sono riuscita ad accettare il fatto che potevo anche tornare a vivere da mia mamma e mi sono rimessa a studiare. A onor del vero ho avuto un grosso infortunio che mi ha praticamente impedito di fare qualsiasi altra cosa: quando a un certo punto ho capito che da sola non potevo stare, il lavoro non l’avrei trovato e sarei finita di nuovo a fare qualche danno, allora sono tornata a casa, mi sono curata e mi sono messa a studiare. Se non avessi avuto questo infortunio, ti dico la verità, non so se realmente sarei riuscita a trovare la tranquillità per studiare”. Oggi Daniela è sicuramente più serena. Ha terminato gli studi e si è anche laureata, in scienze politiche. Sono passati dodici anni dal giorno in cui è uscita da Rebibbia. Ma ha deciso di non lasciarsi del tutto alle spalle il carcere: Daniela, infatti, lavora per un’associazione che si occupa di diritto allo studio per persone detenute ed ex detenute. Daniela continua ad avere a che fare con il carcere, aiutando le persone che vi sono recluse. Ma del carcere non pensa nulla di buono: “Il carcere è come il setaccio della società: tutto quello che si cerca di togliere dalla nostra società finisce nel carcere. E poi io penso che il carcere sia un luogo in cui passano veramente tante persone che non ci dovrebbero nemmeno stare, insomma non è quello il luogo adatto in cui loro dovrebbero stare, ci finiscono e quel luogo non fa altro che peggiorare la loro situazione e quindi rinforzare poi le condizioni che fanno sì che continuino a delinquere. Insomma, il carcere non è lo strumento che risolve il problema, è lo strumento che acutizza il problema”. Cannabis in Parlamento: protesta contro il decreto sicurezza che divide l’Italia di Francesca Ciavarella torinocronaca.it, 21 aprile 2026 Nel giorno simbolo del 20 aprile, iniziative di +Europa e Radicali riaccendono lo scontro su cannabis light, lieve entità e nuove restrizioni. Al centro il rischio di più sanzioni e carceri già al limite. Nel giorno simbolo del 20 aprile, dedicato a livello internazionale alla cannabis, il tema torna al centro del dibattito politico italiano con un’iniziativa destinata a far discutere. Alcuni esponenti di +Europa e dei Radicali Italiani hanno scelto di portare la questione direttamente davanti e dentro il Parlamento, con azioni dimostrative pensate per attirare l’attenzione sulle recenti modifiche normative. Secondo il segretario di +Europa, Riccardo Magi, l’obiettivo è denunciare quella che viene definita una nuova stretta di stampo proibizionista, inserita nel decreto sicurezza. Al centro delle critiche c’è in particolare la revisione delle norme sulla lieve entità nei reati legati agli stupefacenti, ritenuta da alcuni osservatori un passo indietro rispetto a un approccio più orientato a misure alternative alla detenzione. L’iniziativa si è svolta mentre nelle Commissioni parlamentari competenti era in corso l’esame del provvedimento, accelerato secondo le opposizioni in modo eccessivo. Le critiche non riguardano solo il metodo, ma anche il merito: si teme, infatti, un ulteriore incremento della pressione sul sistema carcerario, già alle prese con problemi di sovraffollamento. In Italia, la cannabis a uso ricreativo resta illegale. Il riferimento principale è il DPR 309/1990, che vieta produzione, vendita e detenzione, pur distinguendo tra uso personale e traffico. Nel primo caso, le conseguenze sono di tipo amministrativo, mentre per lo spaccio sono previste sanzioni penali. Diversa è la situazione della cannabis terapeutica, utilizzabile con prescrizione medica per specifiche patologie. Negli ultimi anni è cresciuta la domanda, con migliaia di pazienti che ne fanno uso, anche se persistono difficoltà legate alla disponibilità e alla distribuzione del prodotto. Un capitolo a parte riguarda la cosiddetta cannabis light, disciplinata dalla Legge 242/2016, che consente la coltivazione di canapa con basso contenuto di THC per determinati impieghi. Tuttavia, proprio su questo segmento si sono concentrate le maggiori incertezze normative. Il nuovo decreto sicurezza, entrato in vigore nell’aprile 2025, introduce limitazioni significative soprattutto per il settore della cannabis light. In particolare, viene drasticamente ridotta la possibilità di utilizzare e commercializzare le infiorescenze, anche quando prive di effetti psicotropi rilevanti. Le nuove disposizioni consentono la produzione solo per finalità legate al florovivaismo professionale, escludendo di fatto la vendita e la lavorazione per altri usi. Questo cambiamento ha sollevato forti preoccupazioni tra gli operatori del settore, tra agricoltori e commercianti, che temono sequestri e conseguenze legali. Le associazioni di categoria parlano di misure sproporzionate e denunciano un clima di crescente incertezza. Dal punto di vista legale, restano possibili strumenti di tutela come i ricorsi al TAR o al tribunale del riesame, ma il quadro complessivo appare ancora instabile. La questione della legalizzazione continua a dividere politica e opinione pubblica. Da un lato, c’è chi sostiene la necessità di un approccio più pragmatico e regolato; dall’altro, chi difende una linea più restrittiva in nome della sicurezza. Nel frattempo, il confronto resta aperto anche a livello europeo, dove potrebbero emergere orientamenti destinati a influenzare le scelte nazionali. E mentre il dibattito prosegue, iniziative simboliche come quelle del 20 aprile contribuiscono a mantenere alta l’attenzione su un tema che, ancora oggi, resta profondamente controverso. Decreto flussi e richieste d’asilo: l’inferno amministrativo dei migranti di Giansandro Merli Il Manifesto, 21 aprile 2026 Oltre la mancetta agli avvocati pro-rimpatri. Attraverso cavilli e burocrazia lo Stato nega a migliaia di persone l’accesso ai diritti fondamentali. La mancia di 615 euro agli avvocati che convincono i migranti a tornare a casa e la soppressione del regime speciale per il gratuito patrocinio nei ricorsi contro le espulsioni sono parte dell’inferno amministrativo a cui l’Italia condanna senza processo i migranti. Lo testimoniano i dati sui decreti flussi, le file davanti alle questure per le richieste d’asilo o gli infiniti tempi d’attesa per l’esito delle domande di protezione. Fenomeni strutturali che con il nuovo governo si sono ulteriormente aggravati. Veri e propri abusi, a volte sanzionati dai tribunali, che rendono le vite dei cittadini stranieri impossibili, complicano i processi di integrazione, impediscono l’accesso a sanità, istruzione e lavoro dignitoso. Così la popolazione straniera viene assoggettata a regimi giuridici discriminatori, spinta sempre più nella marginalità e costretta ad accettare condizioni di impiego tra sfruttamento e schiavitù. Della mancetta abbiamo detto e scritto, per primi, sulle pagine di questo giornale. Ma altrettanto grave è la norma del dl sicurezza che sopprime l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia. Garantiva che le spese legali dei ricorrenti contro le espulsioni fossero coperte dallo Stato. Ora si torna al regime ordinario che però, in casi come questi, non può funzionare: per i cittadini stranieri non varrà più il principio di favore garantito per i più vulnerabili, dovranno autocertificare di non avere redditi in Italia e ottenere una dichiarazione dell’ambasciata per dimostrare che non ne hanno in patria. Il diritto alla difesa non sarà più effettivo perché i legali - a fronte di rimborsi comunque esigui, meno di 200 euro per i ricorsi contro i trattenimenti, circa 400 per quelli contro le deportazioni - rischieranno di scrivere e presentare le impugnazioni e poi dover chiedere la copertura delle spese a persone che non hanno soldi. Di sicuro c’è che dovranno accollarsi le procedure burocratiche. Molti, semplicemente, rinunceranno. Le cose non vanno meglio per i migranti in cerca di lavoro, quelli del decreto flussi. Ieri la campagna “Ero straniero”, che monitora queste pratiche, ha diffuso i numeri più aggiornati per il 2024-2025. “A quasi due anni dai click day del 2024, a livello nazionale a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, pari a un tasso di successo del 16,9%: solo 17 persone circa su 100 sono in Italia con un lavoro e un regolare titolo di soggiorno”, si legge nell’analisi. Che rileva una grossa disparità territoriale: 20 prefetture hanno rilasciato il 60% dei permessi. Le altre sono “ferme”. I disastri peggiori si registrano a Napoli, Roma e Milano. Altrettanto disastroso è il modo in cui lo Stato tratta le persone in cerca di protezione. Davanti alle questure immigrazione di ogni parte d’Italia tutte le notti migliaia di persone si accampano per provare a far valere un diritto fondamentale: presentare domanda d’asilo. Ne nascono violenze, tensioni, ritardi. Il 18 marzo scorso il Tar Veneto ha condannato le questure di Vicenza e Venezia per la strutturale inaccessibilità al diritto d’asilo. “Sono le scelte organizzative interne all’Amministrazione ad aver determinato tale qualificata inefficienza”, denuncia l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Lo stesso meccanismo di esclusione vale a Milano, Torino, Roma e in tutte le città in cui l’accesso viene somministrato col contagocce. Chi riesce a registrare la domanda ottiene un permesso che vale sei mesi. Spesso con quello inizia a lavorare regolarmente. Alla scadenza, però, perde l’impiego perché l’appuntamento per il rinnovo tarda cinque, sei, sette mesi. Capita che al ritiro, dopo altre file immotivate, il nuovo documento è già scaduto. Per non parlare dell’esito definitivo delle richieste di protezione. Secondo la legge, i ricorsi contro i dinieghi dovrebbero andare a sentenza in 120 giorni. Un rapporto dell’Associazione nazionale magistrati afferma che le “sezioni specializzate affrontano una durata prospettica di tre anni e tre mesi”. È l’effetto delle decine di migliaia di procedimenti arretrati: dai 66mila del 2023 sono passati a 119mila nel 2025. Complice l’aumento di decisioni negative delle Commissioni territoriali, raddoppiato tra il 2024 e l’anno scorso. Sono gli unici organismi, dipendenti dal Viminale, in cui il governo Meloni ha messo soldi e risorse: per dire No a chi chiede asilo. La solidarietà ai migranti nell’Ue porta a tanti processi, ma a poche condanne di Francesca Ghirardelli Avvenire, 21 aprile 2026 Il report del Picum, la Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari, ha contato almeno 110 persone sottoposte a procedimento per essere state solidali. Tra questi, anche avvocati, psichiatri e interpreti. Lungo confini che ormai sono veri e propri percorsi a ostacoli di violenza e sopraffazione, c’è chi sceglie di offrire soccorso, muovendosi in controtendenza rispetto alle strategie respingenti dei governi e dell’Unione. “Nell’Europa di oggi si possano rischiare processi, multe e persino il carcere solo per aver aiutato chi è in difficoltà, è una realtà distopica” ed “è la logica conseguenza di politiche che in primo luogo puniscono la migrazione”, fa notare Silvia Carta del Picum di Bruxelles, la Piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari. È l’autrice del rapporto presentato ieri sulla criminalizzazione della solidarietà. Nel 2025 in Europa almeno 110 persone sono state sottoposte a procedimenti giudiziari per essere state solidali con i migranti. Cinquanta i casi in Grecia, venti in Polonia, diciannove in Italia, più altri in Francia, Lettonia, Malta, Slovenia e Cipro. Sul totale, quarantuno persone sono state perseguite per soccorso in mare (tra cui sei membri dell’equipaggio della Ong Mediterranea; il processo è iniziato a ottobre), dodici per aver aiutato ad attraversare un confine, dieci per aver fornito assistenza legale, otto per aver offerto cibo, acqua e vestiti. In oltre il 60% dei casi, le accuse sono state di favoreggiamento di ingresso, soggiorno, transito o di traffico di migranti, per Picum “sproporzionate rispetto alle azioni considerate reato”. Documentati anche casi di professionisti perseguiti per la loro normale attività lavorativa, tra cui avvocati, psichiatri e interpreti. Il report si basa sul monitoraggio dei media di diversi Paesi, grazie a sei Ong partner, la francese Gisti, il Greek Council for Refugees, l’Hungarian Helsinki Committee, la polacca Ocalenie e, per l’Italia, Oxfam e Fondazione Ismu, quest’ultima capofila del progetto Wing, iniziativa transnazionale per la protezione dello spazio civico. “Cerchiamo di far sì che chi è a rischio di criminalizzazione abbia spazi per confrontarsi e ragionare su possibili soluzioni”, spiega ad Avvenire Guia Gilardoni, ricercatrice di Ismu. Avviato nel giugno 2025, il progetto è riuscito a aggiudicarsi i finanziamenti della Commissione europea, il che ha sorpreso gli stessi promotori. “Evidentemente nell’apparato di valutazione dei progetti c’è ancora qualcuno che crede nei valori che l’Ue incarnava alla sua nascita. Col tempo, invece, sul tema migratorio siamo approdati altrove, a una securizzazione dei confini di cui la criminalizzazione della solidarietà è un tassello. Si bloccano le frontiere, non passa più nessuno, si sceglieranno i lavoratori utili direttamente nei Paesi di provenienza con programmi pre-partenze che deprederanno capitale umano. In questo contesto chi aiuta i migranti sulle frontiere crea fastidio e va punito”, aggiunge la ricercatrice. Nel corso del 2025 si sono chiusi vecchi procedimenti per 41 dei 110 casi totali. Per trentotto, cioè per quasi tutti, le accuse sono cadute o c’è stata assoluzione, prova della debolezza delle basi giuridiche delle azioni penali. Solo tre le condanne, e con pena sospesa. Una è quella dell’ex sindaco di Riace Domenico Lucano, assolto dalla Corte di cassazione per le accuse più gravi ma riconosciuto colpevole di falso in atti pubblici in uno solo dei 57 atti contestati. La vicenda giudiziaria era iniziata nel 2015. Anche per oltre il 90% dei perseguiti nel 2025 i procedimenti si trascinavano da anni, in media da tre, ma anche da oltre sei, come per la ventina di operatori umanitari e volontari che in Grecia hanno affrontato sette anni di tribunali, prima di venire assolti a gennaio. Tra gli ultimi ad essere colpiti, c’è il fondatore di Aegean Boat Report Tommy Olsen, che monitorava i violenti respingimenti compiuti dalla Guardia costiera ellenica. È stato arrestato a marzo in Norvegia su mandato d’arresto europeo emesso dalla Grecia. Il report di Picum segnala, infine, le sanzioni amministrative inflitte a undici Ong. C’è anche la Sea-Watch che ad agosto, in Italia, ha visto il fermo del suo bimotore Seabird 1, primo caso per un velivolo di monitoraggio in mare. “Trasformando azioni civiche legittime o attività professionali in iniziative ad alto rischio, queste tattiche (di criminalizzazione, ndr) minano le garanzie democratiche e, con l’indebolimento dei controlli, consentono il persistere di pratiche illegali contri i migranti”, ha dichiarato Alkistis Agrafioti Chatzigianni del Greek Council for Refugees. “Quando la paura impedisce di agire in solidarietà, si assiste non solo a una crisi dello Stato di diritto, ma a un processo più profondo di disumanizzazione della società”.