Carcere, mettiamo al centro la salute mentale di Ilaria Dioguardi vita.it, 1 aprile 2026 Andrea Piazzoli, consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Toscana: “Bisogna ripensare il carcere e iniziare a considerarlo come un ecosistema umano. Servono investimenti sugli spazi e sul supporto psicologico”. Il sovraffollamento “non è solo un problema logistico, ma un fattore che alimenta la violenza e il disagio mentale all’interno degli istituti penitenziari. Se non si interviene in modo strutturale non potrà che peggiorare”. “A rischio anche la salute mentale di chi lavora in carcere, non solo dei detenuti. Servono investimenti sugli spazi e su supporto psicologico”. I segnali di una sofferenza psichica profonda - 581 detenuti e 366 posti letto, 640 episodi di autolesionismo, 368 deferimenti all’autorità giudiziaria, 50 tentativi di suicidio, 49 episodi di aggressione agli agenti, tre suicidi. E ancora, 368 deferimenti all’autorità giudiziaria, 215 perquisizioni e 51 sequestri: 22 telefoni e 29 relativi a stupefacenti. È la fotografia del carcere di Sollicciano nel 2025, dai numeri forniti dalla polizia penitenziaria. “Tutti i dati e le ricerche di taglio psicologico”, continua Piazzoli, “mostrano chiaramente che ambienti sovraffollati aumentano i livelli di stress, l’aggressività e i conflitti, con un impatto diretto sulla salute mentale delle persone detenute e su chi lavora all’interno delle strutture. Gli episodi di autolesionismo e i tentativi di suicidio non sono solo numeri, ma segnali di una sofferenza psichica profonda, che rischia di aggravarsi ulteriormente in assenza di interventi strutturali sugli spazi, sul sostegno alla persona e alle sue relazioni, sulla formazione e sull’organizzazione della vita detentiva”. Gestire l’emergenza costa molto di più del fare prevenzione - “Oggi noi spendiamo tantissimo per situazioni emergenziali, proprio in termini economici: gestire l’emergenza costa molto di più del fare prevenzione. C’è tutta una serie di fattori ambientali, di cui noi sappiamo per una vasta letteratura scientifica (psicologica e non solo), che fanno sì che la salute mentale delle persone si riduca all’interno delle carceri sia per i dipendenti sia per i detenuti. Queste condizioni materiali portano le persone a stare peggio”, prosegue Piazzoli, “a partire dalla luminosità. Con poca esposizione solare durante il giorno è molto più probabile che, quando escono, siano meno riabilitate, che rischino la recidiva e che sia difficile che riescano ad avere una vita dignitosa”. “Il carcere, con la riduzione di posti e di spazi per la socialità, e i problemi legati alla salute mentale, è punitivo e si svuota della sua funzione riabilitativa. Investirci di più”, continua Piazzoli, “riuscire a dare un po’ di dignità alle persone detenute consentirebbe, da un lato, di spendere meno, dall’altro di dare quel benessere necessario per la funzione, dettata dalla Costituzione, che dovrebbe avere”. Considerare il carcere come un ecosistema umano - “Serve un cambio di paradigma”, sottolinea il consigliere dell’Ordine toscano, “che metta davvero al centro la salute mentale come asse portante del sistema penitenziario, riconoscendo che il benessere psicologico non è un elemento accessorio ma una condizione necessaria per la sicurezza, la convivenza e la riduzione della recidiva. Questo significa investire da subito in ambienti adeguati, in spazi che riducano la deprivazione e favoriscano relazioni più sane, ma anche rafforzare in modo significativo servizi e percorsi psicologici, e la formazione e il supporto continuativo alle persone detenute”. “Bisogna ripensare il carcere e iniziare a considerarlo come un ecosistema umano, dove c’è uno spazio delle relazioni, dei significati che si intrecciano. L’idea di avere delle strutture più organizzate per comunità, che siano ambienti meno deprivati, non è un’utopia. In alcuni Paesi europei ci sono dei modelli già sperimentati e concreti in termini di riduzione della recidiva e miglioramento del benessere, che funzionano molto bene”, spiega Piazzoli. “Penso ad alcune nazioni del nord Europa, dove sono state fatte delle sperimentazioni in piccole comunità, ovviamente con una spesa più alta, però riducono enormemente la probabilità di recidiva e aumentano la probabilità di reinserimento sociale. Il fatto che si deteriori la salute mentale delle persone detenute e che si sviluppino psicopatologie costa tantissimo allo Stato: più si investe prima, meno bisogna spendere in maniera emergenziale dopo”. Nella casa circondariale di Sollicciano, per una popolazione carceraria di 583 detenuti, gli educatori effettivi sono nove, a fronte di 11 previsti (dati del ministero della Giustizia, aggiornati al 24 marzo 2026). “Si sta negando un diritto che consentirebbe di investire sulla sicurezza collettiva”, dice Piazzoli. “Oltre al fatto che gli educatori non sono sufficienti, il problema è che lavorano isolati: non c’è un’attività strutturata a livello nazionale per l’inserimento di queste figure nelle carceri. Sarebbe importante iniziare ad aprire localmente degli sportelli psicologici adeguati, che consentano un supporto alle persone detenute, che vivono degli alti gradi di disagio, per tanti motivi”. Carceri: nuove linee guida contro suicidi e autolesionismo di Marco Belli gnewsonline.it, 1 aprile 2026 Rafforzare la prevenzione del suicidio in carcere attraverso un approccio multidisciplinare, una maggiore integrazione tra operatori e un potenziamento degli strumenti di sostegno psicologico. È questo l’obiettivo delle nuove linee guida per la prevenzione degli autolesionismi in ambito penitenziario emanate il 9 marzo scorso dal dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, che aggiornano e integrano le strategie già in vigore. L’analisi dei dati relativi al periodo 2015-2025 - svolta dal gruppo di lavoro multidisciplinare per la prevenzione del rischio suicidario in ambito penitenziario - evidenzia un andamento complessivamente crescente dei suicidi e dei tentativi di suicidio, indipendentemente dal numero dei detenuti. Tra i fattori di maggiore rischio emergono specifici contesti criminologici e personali: in particolare, una quota significativa dei casi riguarda detenuti responsabili di maltrattamenti in ambito familiare, atti persecutori e, in misura minore, omicidi di familiari. Partendo da ciò, la circolare richiama innanzitutto la necessità di una piena attuazione dei piani regionali e locali di prevenzione del suicidio. Attualmente, alcune regioni presentano piani non aggiornati, mentre in diversi istituti i piani locali risultano assenti o non rinnovati. I nuovi piani, regionali e locali, dovranno prevedere momenti di verifica del processo operativo dai quali eventualmente trarre ulteriori indicazioni operative. Uno dei pilastri delle nuove linee guida è l’integrazione multiprofessionale. Il modello operativo proposto supera la logica delle competenze separate, puntando su una collaborazione continua tra personale trattamentale, sanitario e di Polizia penitenziaria. Fondamentale diventa quindi la circolazione tempestiva delle informazioni, anche informali, per intercettare precocemente segnali di disagio, inclusi quelli più lievi, che devono essere immediatamente condivisi e valutati. La circolare invita inoltre a ripensare il modello di intervento sul disagio psichico, evitando il ricorso eccessivo alla medicalizzazione e il modello farmaco-centrico. Per questo si punta a rafforzare il contributo degli psicologi, in particolare degli esperti ex art. 80 dell’ordinamento penitenziario, per i quali è previsto anche nel 2026 uno stanziamento di 5,5 milioni di euro. Il loro intervento, integrato con quello del servizio sanitario nazionale, è considerato strategico per migliorare il benessere complessivo dei detenuti e prevenire comportamenti autolesivi. Anche le misure di sorveglianza intensificata devono improntarsi all’ascolto e al sostegno, con particolare attenzione a specifiche categorie di detenuti, come gli autori di violenza domestica e di genere. Un ulteriore ambito critico è rappresentato dai detenuti prossimi alla scarcerazione. In questi casi, il rischio suicidario può essere legato all’ansia per il reinserimento e alla mancanza di riferimenti esterni. Per rispondere a questa esigenza, la circolare introduce in modo strutturale il “servizio dimittendi” in tutti gli istituti penitenziari. Il servizio, coordinato dal Funzionario giuridico-pedagogico, avrà il compito di accompagnare il detenuto nella fase finale della detenzione, con l’obiettivo di ridurre il senso di isolamento e l’incertezza e favorire un reinserimento graduale e consapevole. La circolare tocca anche il fronte del supporto psicologico al personale, in particolare quello di Polizia penitenziaria, per il quale dal 2022 è stato istituito un apposito capitolo di spesa con uno stanziamento di un milione di euro per il triennio 2022-2024, confermato per il triennio 2025-2027. “La prevenzione del suicidio in carcere - conclude la circolare - è una responsabilità che coinvolge tutti gli attori del sistema”. L’efficacia delle misure dipenderà non solo dalla loro applicazione, ma dal grado di partecipazione e consapevolezza degli operatori. Un approccio che punta a coniugare sicurezza, trattamento e tutela della dignità della persona, nella prospettiva di un sistema penitenziario sempre più attento alla dimensione umana. Opposizioni all’attacco sul Dap, chiesta un’informativa urgente a Nordio Il Dubbio, 1 aprile 2026 Pd, Azione, Avs e M5s chiedono chiarimenti al ministro della Giustizia sulla posizione di due dirigenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. L’informativa sul Dap chiesta a Nordio diventa il nuovo terreno di scontro politico alla Camera, dove le opposizioni hanno chiesto al ministro della Giustizia di riferire con urgenza sulla posizione di due dirigenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. A sollevare il caso, intervenendo sull’ordine dei lavori in Aula, è stata la deputata del Pd Debora Serracchiani, che ha chiamato in causa direttamente il direttore generale dei detenuti e del trattamento Ernesto Napolillo e la sua vice Lina Di Domenico. La richiesta nasce dal fatto che, secondo quanto richiamato in Aula, entrambi sarebbero stati presenti allo stesso tavolo con l’onorevole Andrea Delmastro e la dottoressa Giusi Bartolozzi alle Bisteccherie d’Italia, circostanza che le opposizioni collegano alla vicenda emersa negli ultimi giorni. Il pressing parlamentare si allarga così dal caso politico-giudiziario alla gestione complessiva del sistema penitenziario. Serracchiani: “Nordio deve spiegare perché siano ancora al loro posto” - È stata Debora Serracchiani a formalizzare per prima la richiesta, con parole nette rivolte al Guardasigilli. “Chiediamo una informativa urgente al ministro Nordio perché deve spiegarci, e deve farlo con urgenza, perché siano ancora al loro posto due capi del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in particolare il direttore della direzione generale dei detenuti e del trattamento, il dottor Ernesto Napolillo e la sua vice Lina Di Domenico, che erano entrambi seduti allo stesso tavolo dell’onorevole Delmastro e della dottoressa Bartolozzi alle ‘Bisteccherie d’Italia’ che abbiamo visto con grande chiarezza nelle fotografie che sono state pubblicate in questi giorni”. L’intervento della parlamentare dem sposta il fuoco non solo sulla presenza dei due dirigenti a quel tavolo, ma anche sulla permanenza nei rispettivi incarichi. Il tema, dunque, non è più soltanto quello delle eventuali responsabilità politiche già emerse nei giorni scorsi, ma anche quello della tenuta della catena amministrativa dentro il Dap. Azione collega il caso alla crisi delle carceri - Subito dopo si è associato alla richiesta anche Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione alla Camera, che ha ampliato il quadro del confronto politico. “Ci associamo alla richiesta di informativa per comprendere come mai due capi del Dap siano al proprio posto, nonostante risultassero presenti al tavolo di un ristorante in cui pare sia stato investito denaro proveniente dall’attività mafiosa”. Benzoni ha poi collegato il caso alla situazione più generale del sistema carcerario, sottolineando che la richiesta si inserisce dentro le molte altre già avanzate sullo stato delle prigioni italiane. “Lo chiediamo anche in funzione di quanto sta accadendo nelle carceri in questi giorni, tra evasioni, tentati suicidi, proteste, celle con agenti intossicati, aggressioni ad agenti penitenziari, sequestri di telefoni e droga e attività teatrali bloccate”. Il deputato di Azione ha descritto il quadro come “una situazione fuori controllo”, aggiungendo che oggi “manca il sottosegretario con delega al Dap” e chiedendo perciò a Nordio di chiarire “quali sono le sue intenzioni sul carcere”. La richiesta si allarga a tutto il fronte delle opposizioni - Alla richiesta di informativa urgente si sono associati anche Alleanza Verdi e Sinistra, con il deputato Marco Grimaldi, e il Movimento 5 Stelle, con Enrico Cappelletti. L’iniziativa assume così il profilo di una pressione corale delle opposizioni sul ministro della Giustizia, in una fase in cui il Dap si trova esposto sia sul piano politico sia su quello della gestione concreta degli istituti penitenziari. Amici del No, diritto e politica non sono la stessa cosa di Massimo Donini L’Unità, 1 aprile 2026 Cari amici del “no”, avete paventato il vento della destra, come se fosse in gioco la democrazia e avete fatto una cosa utile, ma non avete risolto il problema fondamentale, perché diritto e politica non sono la stessa cosa. La vittoria del “no” si è abbattuta sul governo con la forza delle cose che accadono. Il carattere totalmente politico del dibattito massmediatico ha annullato la percezione collettiva già debole dei profili tecnici dei quesiti e il risultato travolgente le politiche del Ministro Nordio può essere valutato a posteriori per gli aspetti prevalentemente positivi che reca con sé, stemperando il clima di odio che si era creato. Tuttavia, sul piano giuridico e costituzionale l’appuntamento è stato mancato dagli italiani, che non hanno votato sul tema specifico del governo della magistratura, delegittimando forse definitivamente l’istituto del referendum, che è diventato uno strumento di lotta politica generale. Anche i sostenitori del “sì” non potevano nascondere di votare un testo di fattura non certo esaltante, ma puntavano su una svolta storica di allineamento europeo della disciplina. Invece mai la comparazione è stata così avvilita e disprezzata come in questa vicenda. “I migliori siamo noi”. Sic. Codice penale fascista nella struttura originaria rimasta e codice di procedura contro-riformato continuamente in prospettiva inquisitoria dalla stessa magistratura dopo il 1988. Complimenti. Il referendum è stato presentato da una parte consistente della sinistra, insieme al partito dei giudici-p.m., come un tentativo anticostituzionale di cancellare i valori della Carta fondamentale del 1948, e come un attacco alla magistratura nel suo complesso. Una lettura ingannevole, ma vincente, perché in questa trappola massmediatica si è invischiata anche la parte più retriva delle forze governative, vittima delle sue contraddizioni: liberale sul processo e il ruolo dei suoi protagonisti e molto forcaiola nel diritto penale sostanziale. Venivano processate le sue “intenzioni”, e la destra, con Meloni in prima fila, le ha confermate ripetutamente. Il cupio dissolvi di un governo molto carente di cultura penale e costituzionale nel suo complesso. È accaduto così che in una logica amico-nemico spinta, contava la vittoria, più che la verità, come nella migliore tradizione politica schmittiana. Qualcosa di primigenio sono stati capaci di suscitare i riformatori uniti: la paura di un attacco definitivo all’unico corpo complessivamente sano e credibile delle istituzioni, salvaguardia di tutti i conflitti, protettore dei deboli, vendicatore delle vittime. Una pagina davvero “storica” che rispecchia un Paese fermo alla dialettica profonda tra fascisti e antifascisti, ma anche tra garantisti e giustizialisti, e che non potrà più accettare la riforma del testo costituzionale in materia di giustizia senza il consenso della magistratura nel suo complesso: il gruppo di pressione più forte che esiste in Italia, da sempre sostenuto dalla sinistra soprattutto nelle sue istanze giustizialiste. Anzi. A questo punto non si potrà riformare il governo della magistratura, se non con legge ordinaria. Ma si dovrà farlo. È quindi attuale ciò che abbiamo scritto pochi giorni prima del voto in un articolo dedicato a un memorandum per chiunque vincesse il referendum (l’Unità, 19 marzo). Che lo faccia questo yes Parlamento, o il prossimo, dato che il tema vero del referendum è stato aggirato ed eluso, non sarebbe decisivo, ma preferiremmo una democrazia discorsiva alla base delle riforme, che non è stata mai fino a oggi nelle premesse politiche della maggioranza. Avevano promesso ricerca di dialogo in caso di vittoria. Ora ci sembrano tenuti a farlo, ma da perdenti. Ci sono tre aspetti, due politico-costituzionali e uno tecnico. Il primo riguarda una apertura al riconoscimento che la magistratura giudicante, cioè la giurisdizione, ha davvero un ruolo costituzionale nel regolare i poteri dello Stato, che semplicemente non funzionano senza il suo costante intervento non meramente sanzionatorio, ma ordinatore di tutti i principali conflitti, di regole, ma anche di valori: è un dato internazionale di Costituzione materiale che non può essere eluso. A ciò si lega la conseguenza indifferibile che non si possono vedere p.m. e giudici uniti in politiche generali, dato che il p.m. rappresenta solo una parte del processo e non è giudice, né organo giurisdizionale. Le procure non possono regolare i poteri dello Stato e vanno ricollocate in un ruolo allineato a quello della difesa, ma non del giudicante: che non ha la funzione di punire, ma di decidere il tema processuale posto dalla parte pubblica e da quelle private. Terzietà piena, che i giustizialisti rappresentati da una stampa assetata di clamori e vendette delle vittime di sangue, stupri e violenze dovranno imparare a gestire con uno stile istituzionale ancora carente. La destra come la sinistra politica devono fare i conti con questo dato storico non contingente della posizione del giudice disallineato rispetto a quella del p.m., che va ben al di là della vita di un governo. La giustizia non è vendicativa, ma umana, e mira oggi a condotte riparatorie, a pene agìte, non a corpi rinchiusi e anime prigioniere. Quale differente civiltà del diritto (una espressione inusitata che abbellisce il deserto del dibattito attuale) si schiude dopo che sia davvero spezzato il connubio mortale dei sacerdoti delle pene, colleghi nella “loro” cultura della giurisdizione abbracciata alla inquisizione: quelli che quando entri in udienza ti viene solo voglia di fuggire. Loro forse non lo sanno, ma prima o poi lo capiranno. Il secondo aspetto riguarda proprio una cultura della giurisdizione che la magistratura ha troppo a lungo interpretato in chiave autoreferenziale, sottodimensionando la posizione di avvocati e accademia nella formazione permanente dei magistrati e nella dialettica processuale come nello stile delle sentenze, che citano e ricordano solo la voce della magistratura, unica protagonista del ius: autoritaria per vocazione, questa giurisdizione non è la nostra, non ci rappresenta più, perché gli avvocati non sono i sudditi o destinatari di una cultura autoreferenziale, che deve essere pubblicamente formata dall’incontro dialettico di tutte le parti del processo e dal sapere scientifico che gli stessi giudici utilizzano senza citarlo. Modernità, pluralismo, apertura umanistica. Un dominio incontrastato che si propaga nelle istituzioni, nella presenza totalizzante dei magistrati dentro ai ministeri e che deve essere diversamente ordinato nelle menti prima che nelle regole. In diversi ruoli p.m. e giudici sono oggi legislatori, interpreti, interlocutori della politica e infine decisori. La divisione dei poteri è un mito, perché quel dominio è portatore di logiche inquisitorie (= che privilegiano la posizione di chi inquisisce, cioè dell’accusa), perché non basta cambiare le leggi ordinarie (come si è fatto per es. per il criterio del rinvio a giudizio: che prima era dovuto, salva l’evidenza della non responsabilità e poi si è basato su una ragionevole previsione di condanna: in realtà con immutati rinvii a giudizio senza filtro, sia prima e sia dopo questa riforma, senza distinzioni), quando le menti sono ancora ferme a privilegiare le posizioni dell’accusa; ed è così nelle questioni preliminari, in quelle incidentali; né basterà riformare le misure cautelari finché resterà valido il principio-cardine per cui si può catturare qualcuno con indizi del tutto insufficienti per il rinvio a giudizio e ancor meno sufficienti per una condanna. Per questo ci sembrava storica una riforma costituzionale, unica capace di accelerare un processo di autonomia dei giudici, di modernizzazione e di pluralismo culturale, che una semplice legge ordinaria non ha la forza di promuovere. Noi li vediamo sempre uniti all’apertura dell’anno giudiziario, pur con brecce autocritiche di qualche illuminato procuratore: l’impatto monolitico di un’autodifesa corporativa è il tratto di un corpo immobile nel difendere potere e privilegi. Autoritari e non democratici. I non magistrati votanti “a favore della Costituzione del 1948” spesso se più giovani, non hanno visto, non hanno vissuto, non possono avere capito. Non hanno visto i disastri del correntismo, i processi veicolati da scelte politiche di alcune procure: una minoranza, certo, ma dentro a un clima unitario di identità “giudiziale”. Tutti giudici. Vite e carriere distrutte per l’incidenza processuale troppo lunga delle scelte delle procure, mal gestibili da una classe di magistrati che fanno carriera mentre si passano le carte tra i sotto-procedimenti in attesa che dopo anni qualcuno di essi si pronunci finalmente nel merito. Facevano carriera e politica, anziché fare diritto. Cari amici del “no”, avete paventato il vento della destra, come se fosse in gioco la democrazia e avete fatto una cosa utile, ma non avete risolto il problema fondamentale, perché diritto e politica non sono la stessa cosa, mentre vi hanno fatto credere che almeno in questo caso fosse ancora e di nuovo così. Il bipolarismo, poi, non ha affatto giovato a risolvere i problemi della giustizia, astrattamente divaricati in opposizioni attente all’elettorato, più che alla verità, e che meglio si gioverebbe di un sistema proporzionale e di governi più equilibrati. Veniamo dunque al terzo aspetto che è più tecnico e attuale: come sconfiggere correntismo, politicizzazione della magistratura unita, divisione dalla avvocatura, culture separate e che cosa si può fare con legge ordinaria. Perché se sulla politica della giustizia il governo ha perso, sul tema del governo della magistratura il Paese rimane diviso. Ma le questioni tecniche sono le più semplici. Il Csm può già ora essere regolato distinguendo una sezione per i giudici e una per i pubblici ministeri; i giudizi disciplinari possono essere rivisti da una sezione disciplinare ridisegnata con legge ordinaria. Il rischio immanente di scambi elettorali può essere alla fine neutralizzato ritornando a un primato del criterio dell’anzianità: lo abbiamo sempre giustamente osteggiato, ma alla fine, escluso il sorteggio, è meglio del correntismo corruttore. Ne converranno gli stessi magistrati. E poi il ruolo della Anm, anche se non ridisegnabile per legge, dovrà cambiare: perché è il Csm che non deve fare politica generale espressione di un partito giudiziario occulto ma in realtà molto palese. E tuttavia, in conclusione di questa rivendicazione delle ragioni per affrontare i problemi irrisolti dal referendum, vorrei ridefinire il target vero delle nostre preoccupazioni, che è quello di costruire una cultura democratica dentro alla magistratura. È un problema di cultura, e ancora una volta di civiltà del diritto. L’occasione storica di un referendum “vinto” contro un governo inaffidabile, ma mancato sul tema della giustizia, deve recuperare al dibattito i temi della struttura dei poteri, del pluralismo e della capacità di dialogo processuale, perché non è possibile che la magistratura (giudicante) svolga un ruolo vero di democrazia giudiziaria nel sistema politico e nella Costituzione materiale, senza che abbia ridisegnato la democrazia al suo stesso interno. Dl Sicurezza nulla di fatto. Scintille Balboni-Malpezzi di giacomo puletti Il Dubbio, 1 aprile 2026 Mancano i pareri della commissione Bilancio sugli emendamenti al Dl sicurezza e la seduta della commissione Affari costituzionali, prevista per ieri sera, per questa sera è stata sconvocata. Se ne riparlerà quindi stamattina a partire dalle 9 mentre alle 14 dovrebbe cominciare in commissione il confronto sui testi, a partire dall’articolo 1 del provvedimento sui “coltelli”.Al termine della riunione di ieri il presidente nonché relatore al provvedimento Alberto Balboni di FdI ha letto le dichiarazioni di inammissibilità e improponibilità: circa 150 sui 1.215 emendamenti (di cui 120 della maggioranza) sono stati cassati. In particolare, soltanto un emendamento sarebbe risultato inammissibile in quanto privo di portata modificativa. Un centinaio, invece, gli emendamenti improponibili. Ma è l’inammissibilità di uno specifico emendamento ad aver mandato su tutte le furie il Pd. “L’emendamento che ho presentato al Dl Sicurezza, che riprende e sintetizza una proposta già ampiamente condivisa in Parlamento sul tema della tutela dei minori nell’accesso ai social, è stato dichiarato inammissibile: si tratta di una decisione che lascia profondamente perplessi, soprattutto alla luce delle recenti dichiarazioni del ministro Valditara, che ha sottolineato con forza l’urgenza di intervenire proprio su questo fronte - ha detto infatti la senatrice dem Simona Malpezzi, vicepresidente bicamerale infanzia e adolescenza - Se esiste una consapevolezza così chiara all’interno del governo, non si comprende perché si continui a ostacolare un’iniziativa che va esattamente in quella direzione. Per questo motivo mi appello al Presidente della Commissione, Alberto Balboni, affinché voglia intervenire e consentire una rivalutazione di questa decisione”. Secondo Malpezzi “non è accettabile che un tema così rilevante per la Sicurezza e il benessere dei più giovani venga escluso dal confronto parlamentare per ragioni formali” e quindi “è necessario che il governo chiarisca la propria posizione e trovi una linea coerente: non si può, da un lato, riconoscere pubblicamente l’urgenza del problema e, dall’altro, bloccare nei fatti ogni tentativo concreto di affrontarlo”. Dunque niente “ambiguità o rinvii” ma “responsabilità, coerenza e volontà politica di agire”. Con un ulteriore rilancio. “Qualora il presidente Balboni ritenesse impossibile quanto richiesto, spero che si adoperi nella moral suasion nei confronti dei diversi ministeri che con colpevole ritardo da più di sei mesi non esprimono i pareri su una misura ormai auspicata da tutto l’arco parlamentare e già pronta nella commissione competente”. Pronta la risposta di Balboni, che al Dubbio spiega la sua versione dei fatti. “L’emendamento in questione è stato dichiarato improponibile perché siamo nell’ambito della conversione in legge di un decreto legge e quello era un emendamento ordinamentale, quindi non strettamente connesso alla materia - spiega l’esponente di FdI - In quanto tale, non perché lo dico io ma gli uffici competenti, va ritenuto improponibile”. Balboni poi aggiunge che “nel merito non c’è alcuna contrarietà” e che “non è un tema politico ma regolamentare”. E infine conclude spiegando che “la senatrice Malpezzi sa che nel dubbio ho sempre lavorato per rendere ammissibili gli emendamenti, ma siamo fuori dalla materia”. Controreplica di Malpezzi: “Come ho spiegato, se non si può far nulla in commissione chiedo a Balboni di adoperarsi affinché si muovano i ministeri competenti - commenta l’esponente dem - se al governo sono tutti d’accordo, come dicono, si adoperino perché si faccia qualcosa”. Alla violenza minorile si risponde con LA repressione. Ma la vera soluzione nasce da vicinanza e ascolto di Andrea Colamedici e Maura Gancitano Vanity Fair, 1 aprile 2026 Ogni volta che un adolescente fa qualcosa di violento, la reazione dell’opinione pubblica è quella di chiedere pene severe e metal detector nelle scuole, perché una volta i giovani ubbidivano, mentre adesso non sono in grado di stare al mondo. Il tredicenne di Trescore Balneario che ha accoltellato la sua professoressa filmandosi con il telefono al collo ha prodotto in poche ore l’intero copione, generando indignazione, la richiesta di punizioni esemplari e la promessa di tolleranza zero da parte dello Stato. Eppure, la repressione e il controllo non rappresentano affatto una via efficace per comprendere le ragioni di questa violenza, né per evitare che accada di nuovo. Negli ultimi tre anni, dal decreto Caivano, i minori detenuti negli istituti penali sono aumentati di oltre il 50 per cento e per la prima volta nella storia italiana gli Istituti Penali per i Minorenni sono sovraffollati, ma la violenza non è calata. Il problema è che stiamo cercando di risolvere un fenomeno che non ci siamo presi la briga di capire, perché la severità in fondo richiede meno fatica della comprensione. Sembra sufficiente trasformare dei ragazzini in dei mostri colpevoli e spaventare gli altri minacciando punizioni durissime per chiudere il discorso. Al contrario, questa risposta non funziona, e la questione è enorme. Per capire sarebbe necessario ascoltare quello che raccontano gli operatori sociali che lavorano ogni giorno con i ragazzi fermati con un coltello in tasca, e che dicono - da Napoli a Milano - che per molti di loro l’incontro con l’operatore è il primo della loro vita in cui un adulto si siede e li ascolta. Lo documenta il rapporto (Dis)armati di Save the Children, che sostiene che tanti giovani che commettono violenza non hanno le parole per dire cosa sentono, e che sotto la rabbia che provano esiste un territorio di vergogna, solitudine, paura di non contare niente, uno stato d’animo a cui non riescono a dare un nome perché mai nessuno li ha aiutati a trovarlo. Per capire sarebbe importante anche ammettere che ci sono tante cose dei giovani che non ci prendiamo il tempo di scoprire. Per esempio dove si informano, a quali idee e contenuti ed estetiche sono esposti, come stanno cercando di riempire il vuoto di senso che hanno intorno. Non lo sappiamo perché non glielo chiediamo, se non per rimproverarli. Parliamo di loro continuamente, ma quasi mai con loro, e intanto il mondo in cui vivono, fatto di piattaforme che noi frequentiamo appena e di codici che non riconosciamo, ci resta estraneo. La violenza che ci sconvolge è anche il prodotto di questa estraneità e delle scelte di chi ha ridotto anno dopo anno i fondi per i servizi sociali territoriali e i centri di aggregazione. Chi lavora nelle scuole e nelle comunità sa che l’unica cosa che funziona in questi casi è un adulto che resta. Finché la risposta a un quindicenne con un coltello sarà una cella anziché una persona (con buona pace del principio costituzionale per cui la giustizia deve tendere alla rieducazione), continueremo a stupirci ogni volta come se fosse la prima. Il ritardo nell’applicazione dei domiciliari può configurare ingiusta detenzione di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2026 Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 10970/2026. Ai fini della riparazione per l’ingiusta detenzione, va considerato anche il ritardo nell’applicazione dei domiciliari, considerata l’evidente differenza qualitativa tra l’esecuzione della pena all’interno od all’esterno di un istituto penitenziario. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 10970/2026, accogliendo, con rinvio, il ricorso di un uomo trattenuto per un periodo di tempo in carcere mentre aveva diritto ai domiciliari. Il ricorrente era stato condannato per bancarotta fraudolenta e, mentre stava scontando una pena ai domiciliari, la Procura generale aveva chiesto la revoca della misura, facendolo trasferire in carcere. Successivamente, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna perché il reato era prescritto. A quel punto, la difesa ha chiesto il ripristino dei domiciliari, che è avvenuto alcuni giorni dopo. L’imputato ha quindi domandato la riparazione per ingiusta detenzione, sostenendo: sia l’errore nell’averlo incarcerato per una condanna poi annullata, sia il ritardo nel farlo uscire dal carcere. Per la IV Sezione penale il primo motivo non è fondato, in quanto il periodo di detenzione che va dal 18/04/2023 al 25/07/2023 “si è sovrapposto temporalmente all’esecuzione della pena relativa ad una pregressa condanna definitiva, in forza della quale il ricorrente era ristretto in regime di detenzione domiciliare con fine pena al 16/08/2023, con la conseguenza che, in relazione a detto periodo, deve escludersi il diritto alla riparazione”. La Procura, infatti, era tenuta a eseguire la condanna definitiva, senza poter valutare la prescrizione; la carcerazione è stata disposta legittimamente dal magistrato di sorveglianza dopo la revoca dei domiciliari. Diversamente per il periodo che va dal 25/07/2023 (data della richiesta) al 04/08/2023, giorno in cui venivano accordati i domiciliari. Si tratta, scrive la Corte, di un lasso di tempo che può aver rilievo ai fini della riparazione, potendo determinare l’ingiustizia della detenzione. L’ingiustizia della detenzione, infatti, è configurabile anche nel caso in cui vi sia un ingiustificato e significativo ritardo da parte dell’autorità giudiziaria nella adozione di una decisione che determina la scarcerazione, ovvero un ritardo, imputabile eventualmente anche al personale di cancelleria e segreteria, nella esecuzione del provvedimento di scarcerazione. Considerazioni, prosegue la Corte, che valgono anche nel presente procedimento, “dovendo equipararsi all’ingiustificato ritardo nell’esecuzione dell’ordine di scarcerazione l’ingiustificato ritardo nell’adozione del provvedimento di scarcerazione, tenuto conto dell’identità di ratio”. Infatti, tra l’esecuzione di una pena “fuori” o “dentro” il carcere vi è una “differenza radicale: qualitativa, prima ancora che quantitativa”, perché è profondamente diversa l’incidenza della pena sulla libertà personale. Dunque, “la questione non può essere ridotta ad una diversità delle modalità esecutive della pena, venendo in gioco una vera e propria trasformazione della natura della pena e dei suoi concreti effetti sulla libertà del condannato: la pena da scontare in carcere costituisce un aliud rispetto a quella da scontare presso il domicilio, sostanziali e profonde essendo le differenze in punto di afflittività, anche in considerazione della dettagliata disciplina che caratterizza l’istituzione penitenziaria e che coinvolge pressoché ogni aspetto della vita del detenuto”. In altri termini, le differenze tra la detenzione intramuraria e quella domiciliare “incidono significativamente sul grado di privazione della libertà personale del condannato, avendo la seconda una portata limitativa assai più contenuta, con la conseguenza che tale diversità estrinseca i suoi effetti in tema di riparazione per ingiusta detenzione”. E nel caso specifico, la Corte d’appello non ha valutato il ritardo nella decisione sulla scarcerazione. L’ordinanza è stata dunque annullata con rinvio, affinché la Corte verifichi se il ritardo sia stato ingiustificato e rilevante. Rapina impropria, legittimo configurare il reato anche senza impossessamento della cosa altrui Il Sole 24 Ore, 1 aprile 2026 Con la sentenza n. 45, depositata oggi, la Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 628, secondo comma, del Cp, sollevata dal Tribunale ordinario di Firenze, per contrasto con l’articolo 3 della Costituzione. Non è irragionevole l’articolo 628, secondo comma, del codice penale, che configura la fattispecie della rapina impropria, nella parte in cui, diversamente da quanto stabilito nel primo comma per la rapina propria, non esige, ai fini della consumazione del reato, l’impossessamento della cosa altrui. Con la sentenza numero 45, depositata oggi, la Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 628, secondo comma, del codice penale, sollevata dal Tribunale ordinario di Firenze, per contrasto con l’articolo 3 della Costituzione. La Corte ha evidenziato che le due forme di rapina, sottoposte all’identico trattamento sanzionatorio, sono accomunate dall’elemento essenziale dell’utilizzo della violenza o minaccia in un contesto di aggressione patrimoniale, non dal grado di attuazione dell’aggressione medesima. Nella rapina impropria, del resto, l’impossessamento può non concretizzarsi affatto, sia per scelta dell’agente, che usi violenza o minaccia al solo scopo di garantirsi l’impunità, sia per intervento di terzi, che ne impediscano la realizzazione, evenienze queste in cui si è in presenza di rapina impropria consumata. Il tentativo di rapina impropria è invece configurabile, come affermato dalla consolidata giurisprudenza di legittimità, qualora l’agente, subito dopo avere compiuto atti idonei alla sottrazione della cosa altrui, non portati a compimento per cause indipendenti dalla sua volontà, adoperi violenza o minaccia. Toscana. “I detenuti senza opportunità, solo l’8% ha un lavoro all’esterno” di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 1 aprile 2026 I dati del Garante sulle carceri toscane. La maggior parte dei detenuti nelle carceri toscane resta inattiva dal punto di vista lavorativo, con appena l’8% impegnato in attività per datori di lavoro esterni. È quanto emerge dall’ultimo rapporto del Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani. La situazione riguarda sia le strutture penitenziarie maschili che femminili. Nello specifico, al 30 giugno 2025, in Toscana su 3.295 detenuti, solo 1.498 persone (45%, leggermente meno dell’anno precedente) erano coinvolte in qualche attività lavorativa. Di queste, la stragrande maggioranza (81%, cioè 1.213 persone) lavorava alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, mentre appena 285 detenuti (8,6%) erano impiegati per aziende o cooperative esterne. A Sollicciano, il principale istituto penitenziario della regione, su 533 detenuti (468 uomini, 65 donne), i lavoratori sono 159, tutti impiegati internamente dall’amministrazione penitenziaria. Le mansioni più diffuse sono i cosiddetti “spesini”, ovvero lavoratori in mansioni legate alla gestione dei generi alimentari, addetti alle pulizie, cucina e barbieri. Ma perché, nonostante il lavoro sia uno dei principali strumenti per affrancare i reclusi dalla recidiva, sono così pochi quelli che effettivamente lavorano? Secondo il rapporto, uno dei principali ostacoli è la mancanza di rilevazione delle competenze: l’amministrazione, è spiegato nell’indagine, non registra sistematicamente le precedenti esperienze lavorative dei detenuti né effettua bilanci delle competenze, fondamentali per il loro inserimento lavorativo. Fattore non trascurabile è poi la fragilità della popolazione detenuta: circa un terzo dei reclusi è tossicodipendente, molti seguono programmi di detossicazione, e quasi la metà presenta disturbi psichici. La popolazione appare quindi poco “appetibile” per le imprese. Inoltre, c’è l’estremo turn over: la frequente rotazione dei detenuti e le regole restrittive del regime carcerario rendono difficile conciliare le esigenze delle aziende con le priorità istituzionali dell’amministrazione penitenziaria. E ancora, l’assenza di competenze interne per il collocamento: la profilazione dei detenuti, necessaria per abbinare persone a lavori adatti, dovrebbe essere gestita dai Centri per l’impiego, ma resta largamente assente. “Il quadro che ci restituisce questa ricerca è drammatico - dice senza mezzi termini il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani - Il lavoro dentro il carcere e in uscita dal carcere dovrebbe servire a reinserire gli ex detenuti nel tessuto sociale, ma in carcere non c’è lavoro se non quello di cucina, pulizia e piccoli restauri e non c’è una forma organica e strutturata di preparazione all’uscita dal carcere. Bisognerebbe organizzare l’unione di domanda e offerta in modo imprenditoriale, ma questa forma imprenditoriale manca del tutto nel carcere di oggi e così il rischio di recidiva resta molto alto”. Parma. Detenuto 48enne gravemente malato: “La sua vita è a rischio, serve intervento immediato” di Christian Donelli parmatoday.it, 1 aprile 2026 Ha trascorso un anno del carcere di via Burla a Parma. L’associazione Associazione Yairaiha Ets si sta mobilitando per far emergere il suo caso. La parlamentare Stefania Ascari dei 5 Stelle ha presentato un’interrogazione ai Ministeri di Giustizia e Salute: “È affetto da un gravissimo e complesso quadro clinico pluripatologico”. Grave ipovitaminosi e neuropatia tossico-carenziale, dumping syndrome, complicanze neurologiche degenerative, una condizione urologica altamente instabile con elevato rischio infettivo, idronefrosi con insufficienza renale, anemia correlata e ipertensione arteriosa farmaco-resistente. Sono solo alcune delle patologie certificate per Marco B. detenuto di 48 anni, il cui fine pena è previsto per il 3 marzo del 2048. La sua situazione sanitaria molto grave e complessa. Marco ha girato diverse carceri italiane ed è rimasto nel carcere di via Burla a Parma per circa un anno. L’associazione Associazione Yairaiha Ets si sta mobilitando da anni per far emergere la sua storia, un caso molto complesso che proviamo a ricostruire. “Marco è una persona gravemente malata, con un rischio concreto per la propria vita, che necessita di cure continuative e specialistiche” sottolinea l’associazione. “Nelle condizioni attuali, non è messo nelle condizioni di curarsi in modo adeguato, continuo e sicuro”. Sul caso di Marco la parlamentare Stefania Ascari del Movimento Cinque Stelle ha presentato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta ai Ministeri di Giustizia e Salute: “E’ affetto da un gravissimo e complesso quadro clinico pluripatologico, la situazione descritta può determinare un concreto e attuale rischio per la vita del detenuto, alla luce delle limitazioni che di fatto impediscono l’accesso continuativo alle strutture sanitarie presso cui è seguito quali iniziative intendano adottare”. La storia di Marco, ricostruita dall’associazione Yairaiha Ets “Marco, 48 anni, è una persona affetta da un quadro clinico estremamente grave e complesso - sottolinea l’associazione Associazione Yairaiha Ets -, già più volte ritenuto incompatibile con il regime carcerario. Da anni soffre di numerose patologie importanti: esiti di interventi allo stomaco con grave malassorbimento, dumping syndrome, neuropatie, vescica neurologica con necessità di cateterizzazione, infezioni urinarie ricorrenti con rischio di sepsi, anemia, patologie renali e ipertensione arteriosa severa resistente alle terapie farmacologiche, per cui è stato sottoposto a intervento di denervazione renale in data 12 marzo 2026. A causa delle sue condizioni di salute, Marco si trovava in detenzione domiciliare per motivi sanitari. La misura prevedeva specifiche prescrizioni e limitazioni negli spostamenti, con la necessità di attenersi alle indicazioni dell’autorità giudiziaria anche per quanto riguarda l’accesso alle cure. In particolare, gli era stato imposto di rivolgersi alle strutture sanitarie di Scandiano o Reggio Emilia. Tuttavia, nella pratica, queste indicazioni si sono rivelate difficilmente compatibili con il suo quadro clinico: il presidio di Scandiano ha un’attività limitata e non garantisce copertura continuativa, mentre a Reggio Emilia, per la complessità del caso, Marco non veniva preso in carico. L’ospedale di Ravenna rappresentava invece il centro presso cui veniva effettivamente seguito, con continuità e competenze adeguate, e di fatto era l’unico punto di riferimento reale per le sue cure. A seguito di un peggioramento delle sue condizioni, Marco si reca presso il CAU di Reggio Emilia e da lì viene trasferito con urgenza all’ospedale di Ravenna, dove viene ricoverato. Durante questo periodo, gli viene contestato di non essere rientrato al domicilio entro una determinata data. Tuttavia, Marco non rientra perché è ricoverato in ospedale, con documentazione medica che lo attesta, in attesa di cure e di intervento chirurgico. Il 12 marzo 2026 Marco viene sottoposto a intervento chirurgico e, a pochissime ore dall’intervento, nonostante il quadro clinico, viene preso in consegna dalla polizia penitenziaria e condotto in carcere per il mancato rientro. Una volta condotto presso il carcere di Ravenna, le sue condizioni risultano immediatamente incompatibili con la detenzione. Il medico dell’istituto certifica che il paziente è incompatibile con il regime carcerario, che necessita di assistenza sanitaria continua e specialistica, che non è trasferibile in sicurezza e che non è gestibile neppure in istituti dotati di assistenza sanitaria avanzata, segnalando inoltre la necessità di una rivalutazione giudiziaria della sua situazione per tutelarne la salute. In ragione di tali condizioni, Marco viene quindi riportato presso l’ospedale di Ravenna, in regime detentivo. Nonostante questo, viene successivamente disposto il trasferimento presso il centro clinico del carcere di Piacenza, dove anche il medico dell’istituto conferma l’incompatibilità del paziente con il regime carcerario. A seguito del peggioramento delle condizioni e della già accertata incompatibilità con il regime carcerario, Marco viene trasferito in ospedale a Piacenza, sempre in regime detentivo, non essendo le sue condizioni gestibili all’interno dell’istituto penitenziario. Oggi Marco presenta un quadro clinico estremamente grave: sepsi in atto, infezioni sistemiche tra cui candida e stafilococco, febbre elevata, pressione molto bassa, infezione del catetere venoso centrale e una marcata fragilità venosa. Il quadro è critico e in peggioramento. Tutto questo mette in luce una situazione difficile da comprendere: a Marco vengono indicate strutture sanitarie che, nella pratica, non riescono a gestire un quadro clinico così complesso, impedendogli di fatto di continuare a curarsi nel centro che lo seguiva realmente. In questo contesto, una persona ricoverata in ospedale, con documentazione medica che lo attesta, viene comunque considerata in violazione perché non rientra al domicilio, nonostante si trovi lì per necessità di cura. Successivamente, un paziente in condizioni gravi viene riportato in detenzione a poche ore da un intervento chirurgico e, nonostante i medici abbiano chiaramente indicato che non è compatibile con il carcere e che non può essere trasferito, continua comunque a essere spostato. Nel frattempo, nonostante l’avvocato abbia presentato istanze urgenti, queste sono state rigettate”. L’interrogazione parlamentare di Stefania Arcari dei 5 Stelle: “La vita del detenuto a rischio” La parlamentare Stefania Ascari del Movimento Cinque Stelle ha presentato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta ai Ministeri di Giustizia e Salute. “Il medesimo è affetto da un gravissimo e complesso quadro clinico pluripatologico, caratterizzato, tra l’altro, da esiti di plurimi interventi di chirurgia bariatrica con conseguente sindrome da malassorbimento, grave ipovitaminosi e neuropatia tossico-carenziale, dumping syndrome, complicanze neurologiche degenerative (tra cui neurite ottica retrobulbare, polineuropatia con perdita dell’autonomia motoria, vescica neurologica con necessità di cateterizzazione permanente e incontinenza), nonché da una condizione urologica altamente instabile con elevato rischio infettivo; il paziente risulta altresì affetto da idronefrosi con insufficienza renale, anemia correlata e ipertensione arteriosa farmaco-resistente, con valori pressori estremamente elevati, nonché da pregresso episodio di trombosi venosa profonda trattata chirurgicamente in data 12 marzo 2026 mediante intervento di denervazione simpatica renale bilaterale; il quadro clinico sopra descritto espone il soggetto a un rischio concreto e attuale di eventi letali, anche in relazione a possibili infezioni batteriche, specie in considerazione della pluriallergia farmacologica e del precedente episodio di shock settico già occorso; le condizioni di salute del detenuto sono state già ritenute incompatibili con il regime carcerario, tanto da aver determinato in più occasioni la concessione della misura della detenzione domiciliare umanitaria da parte delle competenti autorità di sorveglianza (magistratura di sorveglianza di Verona e Ancona, con conferme dei rispettivi tribunali di sorveglianza); tali misure sono state tuttavia successivamente sospese in via provvisoria dal magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, da ultimo in data 13 marzo 2026, sulla base della contestazione di presunte violazioni delle prescrizioni; in particolare, si contesta al detenuto di essersi recato autonomamente in data 19 febbraio 2026 presso il Cau di Reggio Emilia per urgenti motivi di salute, da cui veniva immediatamente trasferito presso l’ospedale di Ravenna, nonché di non aver fatto rientro al domicilio entro il 9 marzo 2026, circostanza avvenuta in quanto lo stesso risultava ancora ricoverato in attesa di intervento chirurgico; le prescrizioni imposte prevedevano, in assenza di preventiva autorizzazione, la possibilità di spostamento esclusivamente per documentate esigenze sanitarie, limitate peraltro all’ambito comunale e a una fascia oraria ristretta, risultando pertanto incompatibili con situazioni di emergenza sanitaria; all’atto del recente rientro presso l’istituto penitenziario di Ravenna, a soli due giorni da un intervento chirurgico, ha manifestato un quadro clinico acuto e instabile (febbre e crisi ipertensiva), tale da rendere necessario l’intervento del servizio di emergenza 118 e il nuovo ricovero ospedaliero; il sanitario dell’istituto penitenziario ha attestato l’impossibilità di gestire il paziente in ambito carcerario, anche in strutture dotate di assistenza sanitaria avanzata, in ragione della complessità del quadro clinico e della necessità di frequenti e urgenti accessi ospedalieri; nonostante ciò, le istanze di differimento della pena avanzate dalla difesa sono state dichiarate inammissibili e rigettate, in attesa della decisione dal tribunale di sorveglianza di Bologna fissata per il 9 aprile 2026; nelle more di tale udienza, qualora il paziente venisse dimesso dalla struttura ospedaliera, lo stesso dovrebbe fare rientro in carcere, con conseguente esposizione a un rischio concreto per la vita e a condizioni detentive incompatibili con i princìpi costituzionali e convenzionali di tutela della salute e della dignità umana; la situazione descritta appare potenzialmente in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, nonché con l’articolo 27, comma 3, della Costituzione, e con i princìpi sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo in materia di trattamenti inumani e degradanti -: se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti; se non ritengano necessario attivare, con urgenza, verifiche ispettive presso l’istituto penitenziario interessato e presso gli uffici di sorveglianza competenti, al fine di accertare la corretta applicazione della normativa vigente in materia di detenzione di soggetti affetti da gravi patologie; se non ritengano opportuno adottare iniziative normative o amministrative volte a chiarire e uniformare i criteri applicativi in materia di differimento della pena e detenzione domiciliare per gravi motivi di salute, al fine di evitare situazioni analoghe; considerato che la situazione descritta può determinare un concreto e attuale rischio per la vita del detenuto, alla luce delle limitazioni che di fatto impediscono l’accesso continuativo alle strutture sanitarie presso cui è seguito quali iniziative intendano adottare, per quanto di competenza, per garantire che, non si determinino situazioni di concreto pericolo per la vita dei detenuti affetti da patologie incompatibili con il regime carcerario tutelandone il diritto alla salute. Santa Maria Capua Vetere (Ce). Mattanza in carcere: pagano le vittime, non i picchiatori di Associazione Antigone Campania L’Unità, 1 aprile 2026 Assolti i poliziotti filmati durante l’aggressione ai detenuti a Santa Maria Capua Vetere. E le spese legali toccano agli aggrediti. Si è concluso giovedì scorso, davanti alla Corte di Appello di Napoli, il giudizio di secondo grado nei confronti di due agenti di polizia penitenziaria, già assolti in rito abbreviato dalle accuse di tortura per i fatti avvenuti il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. I fatti - resi noti da videoriprese che hanno fatto il giro del mondo - erano stati definiti dal giudice delle indagini preliminari “una orribile mattanza”. Il giudice di primo grado non aveva ritenuto bastevoli le prove a carico dei due agenti fornite dal comandante di polizia penitenziaria, da alcuni testimoni e da conversazioni telematiche; elementi che secondo l’accusa erano sufficienti a dimostrarne la responsabilità. Ciononostante, la Corte ha confermato l’assoluzione respingendo anche la richiesta della Procura di ascoltare nuovi testimoni che fornivano ulteriori riscontri alla presenza degli imputati nel corso della mattanza. “Si tratta di una decisione, quella di non ascoltare nuovi testimoni, che ha lasciato forti perplessità, benché questo sia solo uno dei diversi procedimenti nati dagli episodi avvenuti nel carcere campano nell’aprile del 2020, la cui definizione non pregiudica l’accertamento delle ulteriori responsabilità”, commentano da Antigone Campania. “Ancor più preoccupante resta il fatto che la stessa sentenza abbia condannato al pagamento delle spese processuali le parti civili appellanti: l’Associazione Antigone, gli eredi di Vincenzo Cacace e i familiari di Hakimi Lamine, deceduto un mese dopo la mattanza, e per la cui morte alcuni agenti sono imputati in altro procedimento. Antigone e i difensori delle parti civili esprimono profondo sconcerto per una decisione che - anche a fronte del rifiuto di acquisire nuove prove probabilmente decisive - conferma l’assoluzione dei due agenti e addossa i costi del giudizio alle vittime” spiegano ancora dalla sede regionale campana dell’associazione. “La condanna alle spese, sebbene prevista dalla legge - concludono - suscita forti perplessità: l’appello sarebbe stato comunque celebrato per iniziativa della Procura, a prescindere dall’impugnazione delle parti civili. Questa decisione rischia di rappresentare un ulteriore deterrente per le vittime di gravi violazioni - commesse da appartenenti alle forze di polizia - che cercano di ottenere verità e giustizia”. Genova. A Marassi Cristo non si ferma più in carcere di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 1 aprile 2026 Nel carcere di Marassi, a Genova, il Venerdì Santo non suonerà più come un giorno di confine aperto tra il mondo dei liberi e quello dei reclusi. Per la prima volta in ventiquattro anni, la direzione dell’istituto ha negato l’autorizzazione al passaggio della Via Crucis cittadina, quel rito che dal 2002 attraversava le mura del penitenziario trasformando il portone in una sorta di Porta Santa. Lo scorso anno l’arcivescovo Marco Tasca aveva partecipato di persona, dando all’evento un peso simbolico che andava ben oltre la preghiera. Quest’anno, per la Pasqua 2026, non ci sarà nemmeno la croce. La notizia è venuta fuori grazie al sindacato Uilfp Polizia Penitenziaria, che ha denunciato pubblicamente il diniego con un comunicato dal tono durissimo. Il segretario regionale, Fabio Pagani, ha detto senza mezze misure che la gestione della direzione e del comando di Marassi è arrivata al capolinea. Ha ricordato la rivolta del 4 giugno scorso, i suicidi all’interno, il processo aperto a carico di due agenti per la morte avvenuta nel Centro Clinico, la sequenza di aggressioni ai danni degli operatori. In questo quadro, ha spiegato Pagani, negare la Via Crucis organizzata dal Vicariato di Marassi/Staglieno significa spezzare un legame costruito negli anni tra il carcere e la città, un appuntamento che non era solo preghiera ma teneva insieme detenuti, personale e comunità esterna. La reazione non è rimasta circoscritta al sindacato. L’Osservatorio Carcere delle Camere Penali italiane ha diffuso un documento firmato dalla Giunta e dall’Osservatorio stesso in cui parla apertamente di sfregio alla Costituzione. Il diniego, si legge nel testo emanato ieri, è l’ennesimo segnale di irragionevole e incostituzionale isolamento del carcere rispetto alla società esterna. Le camere penali elencano una serie di tagli che si sono accumulati nel tempo: spettacoli senza pubblico esterno, progetti di libri rimasti senza lettori, cene comunitarie bloccate, laboratori universitari svuotati della presenza dei tutor. E adesso la Via Crucis. Per l’Osservatorio si tratta di un atto di ostruzionismo ideologico, una negazione diretta del principio rieducativo che la Costituzione pone al centro dell’esecuzione penale. In diverse carceri, è calato il sipario - Antigone, l’associazione che da decenni monitora le condizioni di detenzione in Italia, ha parlato di fine del trattamento rieducativo. Il caso di Marassi non sta fuori dal tempo: si colloca dentro una stagione in cui il carcere si sta chiudendo progressivamente al territorio. Non è un fatto isolato, né uno scivolone locale. È il risultato visibile di qualcosa che viene da più lontano. Il 21 ottobre 2025 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva firmato una circolare, a cura del direttore generale dei detenuti e del trattamento Ernesto Napolillo, che cambiava radicalmente le regole per l’ingresso della comunità esterna nelle carceri. Fino a quel momento, la domanda per portare un’attività educativa, culturale o ricreativa in un istituto veniva presentata al direttore locale, che esprimeva il suo parere e la inoltrava al magistrato di sorveglianza per l’autorizzazione finale. Con la circolare Napolillo, questa catena viene spezzata: per tutti gli istituti che ospitano circuiti ad Alta sicurezza, collaboratori di giustizia o detenuti al 41 bis, ogni richiesta di attività trattamentale deve passare per Roma, per la Direzione generale dei detenuti e del trattamento. Anche se l’iniziativa riguarda solo i detenuti di media sicurezza presenti nello stesso carcere, il via libera deve arrivare dal centro. I direttori degli istituti, che conoscono il territorio e le persone ristrette, vengono di fatto svuotati di potere decisionale. Gli effetti si sono visti subito. Gruppi di lettura organizzati da anni, come quello del carcere di Padova, si sono ritrovati con l’appuntamento cancellato senza preavviso, perché il nulla osta di Roma non era arrivato. Quello cancellato sarebbe stato il settimo appuntamento organizzato da detenuti dell’Alta sicurezza. L’associazione Nessuno tocchi Caino ha visto bloccato il proprio laboratorio a Parma per la prima volta in anni di attività ininterrotta. Compagnie teatrali che da decenni lavorano nelle carceri, parte di un coordinamento nazionale che conta ottanta gruppi, si sono ritrovate sospese nell’incertezza. Dal rugby alla lettura, dalla nonviolenza al teatro: le cancellazioni hanno toccato ogni tipo di attività. Un operatore con vent’anni di esperienza aveva detto che non era mai successo nulla di simile in tutto quel tempo. Non importava: la circolare era lì, e il meccanismo si era già messo in moto. Il garante regionale del Lazio, Stefano Anastasia, aveva definito la situazione un salto indietro di quarant’anni, da celle chiuse a carceri chiuse. Il portavoce della Conferenza nazionale dei garanti, Samuele Ciambriello, aveva parlato di una pietra tombale sulle iniziative di inclusione sociale, in particolare per il circuito dell’Alta sicurezza. Il Coordinamento nazionale dei magistrati di sorveglianza aveva pubblicato un documento critico, esprimendo il timore che i direttori venissero esautorati dalla loro conoscenza diretta del territorio. La logica della centralizzazione, avevano scritto, rischiava di compromettere progetti costruiti in anni di collaborazione con cooperative, associazioni e terzo settore. E agli studenti, nel frattempo, era diventato di fatto impossibile entrare in carcere per i laboratori universitari. Una leggera e inutile “correzione” - Il Dubbio aveva raccontato questa vicenda: a novembre la parziale marcia indietro, a dicembre la nuova circolare. Il Dap aveva sostituito la parola “autorizzazione” con “nulla osta”, aveva fissato tempi più precisi, sette giorni di anticipo per presentare la richiesta e quarantotto ore per la risposta da Roma. Un ritocco che qualcuno aveva salutato come un segnale positivo. Le Camere Penali avevano riconosciuto che i correttivi erano opportuni, e avevano chiesto di chiarire meglio i rapporti tra il nulla osta amministrativo e l’autorizzazione del magistrato di sorveglianza. Ma il problema di fondo era rimasto intatto: la decisione continuava a stare a Roma, non negli istituti. E la pratica quotidiana nelle carceri stava dimostrando che cambiare la terminologia non cambiava la sostanza. Il cappellano del carcere di Piacenza aveva raccontato a gennaio 2026 che gli avevano chiesto di non celebrare la messa perché non potevano garantire la presenza della polizia. Un sacerdote tenuto fuori da un luogo di detenzione per ragioni organizzative. Si capisce così il clima che ha prodotto il no alla Via Crucis di Marassi. La Costituzione, all’articolo 27, dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è un principio astratto: è la ragione per cui il teatro in carcere funziona, per cui i gruppi di lettura abbassano la recidiva, per cui il contatto con il mondo esterno spezza l’isolamento che alimenta la violenza. Bloccare la Via Crucis a Marassi non risponde a nessuna esigenza di sicurezza reale. Il periodo pasquale ha sempre avuto un significato particolare per il mondo penitenziario. Papa Francesco, in piena convalescenza, aveva scelto il carcere romano di Regina Coeli per la sua ultima uscita ufficiale, il Giovedì Santo del 2024. Il Giubileo aveva previsto l’apertura straordinaria della Porta Santa a Rebibbia. A Padova la Via Crucis con il carcere si è svolta regolarmente. Quest’anno, a Genova no. E il motivo non sta nella sicurezza. Sta in una visione del carcere come luogo di segregazione pura, dove ogni ponte con la società va tagliato. È quella visione, rientra anche in una circolare e applicata con rigidità nei singoli istituti, che ha prodotto il silenzio dentro i penitenziari. La risposta non può essere un aggiustamento tecnico: sette giorni invece di cinque, nulla osta invece di autorizzazione. La circolare Napolillo va semplicemente revocata. Genova. La direttrice del carcere di Marassi: “Via Crucis negata per ragioni di sicurezza” di Erica Manna La Repubblica, 1 aprile 2026 La proposta di passare davanti all’ingresso invece che all’interno è stata respinta dal parroco. Il cappellano don Gatti: “È in atto un giro di vite su tutto”. Le porte del carcere di Marassi sono “sempre più chiuse”. A renderlo evidente non c’è solo l’episodio “sgradevole e mortificante” della via crucis negata all’interno delle mura, per la prima volta in ventiquattro anni. Ma molti altri “giri di vite” da parte dell’amministrazione penitenziaria: attività trattamentali per il reinserimento e il recupero sociale ostacolate da “sempre crescenti difficoltà, limitazioni, pastoie burocratiche”. Tali da rendere più tortuosa persino “l’organizzazione dei pranzi di Natale della Comunità di Sant’Egidio” e “l’attività religiosa, stretta tra limitazioni e burocrazie”. Sono parole dure quelle di don Paolo Gatti, cappellano del carcere di Marassi da oltre vent’anni. Spiega di non aver ricevuto alcuna comunicazione dalla direttrice della casa circondariale Tullia Ardito sulla mancata sosta della processione all’interno delle mura. E, attraverso Repubblica, lancia un appello: “Operatori interni ed esterni cercano con fatica opportunità di lavoro per questo o quel detenuto. Ma a che serve se poi si ha paura nel farlo uscire attraverso i meccanismi di legge, e se la decisione viene continuamente rimandata in un rimpallo di responsabilità? Operare in carcere non è mai stato facile ma sta diventando frustrante”. Sulla vicenda la direttrice Tullia Ardito - più volte contattata senza ottenere risposta - ha affidato la sua replica a una nota, indirizzata al consiglio direttivo della Camera penale regionale “Ernesto Monteverde” (che era intervenuto condannando il mancato passaggio della via crucis) e, per conoscenza, al garante comunale delle persone private della libertà Marco Cafiero. Nel documento Ardito si dice “ben consapevole dell’alto e profondo significato morale rappresentato dal tradizionale passaggio della solenne processione” nell’intercinta dell’istituto penitenziario. Sottolinea di “non aver negato lo svolgimento dell’evento”, ma menziona “imprescindibili e prevalenti ragioni di sicurezza, anche alla luce della collocazione geografica dell’istituto” e il “particolare momento di allerta in atto”, per cui lo ha consentito in una diversa modalità. Quale? Ingresso negato e stazione della via crucis “dinanzi all’ingresso principale” dell’istituto, alla presenza della polizia penitenziaria e del cappellano. Che - è la stoccata di Ardito - “hanno atteso invano il passaggio” della processione che “senza nessuna comunicazione ha modificato il tragitto”. Un pasticcio di comunicazione, dunque, secondo la versione della direttrice. Un implicito atto di protesta, secondo il cappellano don Gatti. Che evidenzia anche un altro dettaglio: il portone di legno è rimasto chiuso. E lo sarebbe rimasto anche al passaggio della via crucis (che ha poi scelto un altro percorso) se due agenti non si fossero resi disponibili a tenerlo aperto. Quanto alle progressive restrizioni, c’è un punto di partenza: la circolare a firma di Ernesto Napolillo, a capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Documento che prevede autorizzazioni agli “eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo” per gli istituti che ospitano sezioni di alta sicurezza. Padova. Festa in musica per i quarant’anni della cooperativa sociale Giotto di Francesca Novelli Il Gazzettino, 1 aprile 2026 “Note di libertà e speranza. 1986 2026: Buon Compleanno Giotto!”: è questo il titolo del concerto che si terrà l’8 aprile alle 21 nella Sala Giotto della Fiera. L’evento, interamente gratuito, celebra i quarant’anni di attività della cooperativa sociale Giotto, realtà padovana impegnata nel reinserimento lavorativo dei detenuti e oggi modello di riferimento nazionale ed internazionale. Non a caso, il concerto sarà trasmesso in diretta in numerose città italiane tra cui il comune siciliano di Alcamo, con cui la Cooperativa collabora attivamente da anni e anche all’estero, in Paesi come il Brasile, il Venezuela e gli Stati Uniti. Gli strumenti con cui verrà eseguita l’esibizione appartengono all’Orchestra del mare, della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, istituita da Arnoldo Mosca Mondadori. La particolarità di questo corredo musicale consiste nella sua storia: maestri liutai, insieme ai detenuti delle carceri di Milano-Opera e Napoli-Secondigliano, hanno lavorato il legno delle imbarcazioni dei migranti naufragate a Lampedusa, trasformandolo in materiale sonoro. Questi strumenti, alla base del progetto “Metamorfosi”, saranno suonati dall’Orchestra di Padova e del Veneto e accompagnati dalla voce recitante di Marco Paolini. Un evento, quindi, non solo di musica, ma anche di arte ed inclusione sociale. “Siamo molto orgogliosi di essere testimoni di questo progetto afferma Antonio Aiello, primo violino dell’Opv I concetti di libertà e speranza, che danno il titolo al concerto, sono la storia raccontata da questi strumenti. Il legno, quando suona, trasmette le vibrazioni di ciò che ha visto e sentito. Se gli strumenti antichi ci permettono di entrare in contatto con i grandi maestri del passato, quelli ricavati dalle barche di Lampedusa ci rendono partecipi di un significato simbolico che speriamo di trasmettere al pubblico”. Ad esprimersi sulla costruttività dell’iniziativa, anche Nicola Boscoletto, socio fondatore della Cooperativa Giotto: “Il titolo che abbiamo scelto intende promuovere positività ed un senso di gratitudine verso la vita, un sentimento che non è mai innato, ma che necessita di essere costruito quotidianamente. Da questo punto di vista, la musica è uno dei linguaggi preferenziali per esprimere l’universalità di un tale messaggio. La trasformazione del legno, da elemento testimone di tragedia a metafora di rinascita, è la riprova che qualcosa di bello può essere edificato anche quando il terreno sembra più arido”. Il concerto non è perciò un evento autocelebrativo; la Cooperativa Giotto cerca piuttosto di infondere fiducia e di restituire tutto ciò che negli anni persone, enti e associazioni hanno donato in termini di umanità. “Al di là delle questioni puramente legislative aggiunge Boscoletto oggigiorno abbiamo tutti bisogno di persone cambiate e di cuori cambiati”. Diritti, quelle 40 Ong che bocciano l’Italia di Caterina Soffici La Stampa, 1 aprile 2026 I governi di cinque Stati membri dell’Ue stanno minando “in modo sistematico e intenzionale” lo Stato di diritto. C’è anche l’Italia nella lista della vergogna indicata di Liberties, la principale organizzazione europea per la difesa delle libertà civili. Siamo in buona compagnia: insieme a Bulgaria, Croazia, alla Slovacchia autoritaria e filorussa e ovviamente all’Ungheria di Viktor Orbàn, capofila di tutte le nefandezze e da 16 anni campo di sperimentazione politica del concetto di “democrazia illiberale”. Il rapporto 2026 è stato pubblicato lunedì 30 marzo, ottocento pagine di fatti e dati forniti da oltre 40 Ong in 22 Paesi. Liberties (Unione per le libertà civili in Europa) descrive i governi di Bulgaria, Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come “demolitori” che stanno attivamente indebolendo lo Stato di diritto. Ci sono momenti di rottura palesi, vedi l’inizio di una guerra. E ci sono momenti, spesso impercettibili, in cui le cose cambiano senza dichiararlo. Non c’è un giorno preciso da segnare sul calendario, nessun annuncio solenne. Solo una somma di smottamenti e picconamenti: una norma ritoccata, una voce che si abbassa, un controllo che si allenta. E intanto la parola “diritto” resta lì, intatta, come se bastasse pronunciarla per salvarla. Invece no, il diritto non è qualcosa che ti viene dato da qualcuno. È qualcosa che nessuno può toglierti. Sennò non è un diritto, ma un privilegio, un’eccezione. Stato di diritto è la distanza che tiene insieme il potere e il suo limite. È la possibilità di dissentire senza finire in galera o in liste di proscrizione. Stato di diritto è la libertà di stampa. È una giustizia che funziona e in cui ogni cittadino è uguale di fronte alla legge. È la supremazia della legge contro l’arbitrio. È separazione dei tre poteri, soprattutto autonomia del giudiziario. È questo e tante altre cose, che nella democratica Europa si danno per scontate. Ci appartengono, pensiamo. Ce le siamo conquistate, anzi le hanno conquistate per noi i nostri genitori e nonni, sconfiggendo regimi e dittature. Pensiamo che siano inesauribili, ma anche le eredità più cospicue, se non te ne prendi cura, finiscono per sperperarsi. E così Liberties ci dice ancora (ancora sì, è il settimo anno che esce il rapporto) che stiamo regredendo, torniamo indietro verso tempi in cui questi diritti non erano affatto garantiti. Quattro sono le categorie dove si scivola pericolosamente: attacchi alla giustizia, lotta alla corruzione, libertà dei media, controlli e contrappesi della società civile. Per quanto riguarda l’Italia si punta molto sulla lotta di potere tra il governo Meloni e la magistratura. Al netto del risultato del referendum (il rapporto è stato chiuso prima) si citano l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, la limitazione delle intercettazioni telefoniche, gli attacchi contro i “magistrati politicizzati che tentano di abolire i confini dell’Italia” per la questione dei centri di rimpatrio in Albania. Si paragona alla furia di Marine Le Pen, dichiarata colpevole di appropriazione indebita e non candidabile alle presidenziali del prossimo anno, che si scaglia contro la “tirannia dei giudici” e contro “il sistema” che le ha sganciato addosso “una bomba atomica”. Il tutto sotto gli occhi impotenti dell’Unione europea, che si limita a emanare raccomandazioni inefficaci, troppo spesso (nel 93%) facendo copia e incolla di uguali raccomandazioni disattese l’anno precedente. Su 100 raccomandazioni della Commissione valutate da Liberties, 61 non hanno registrato alcun progresso, mentre altre 13 hanno addirittura subito un peggioramento. In Europa, dove della nostra civiltà giuridica ci facciamo vanto e identità, vedere che la democrazia sta diventando una parola “fragile” dovrebbe farci molto riflettere. Forse non solo per denunciare i demolitori, ma anche interrogandosi quando sia divenuto “fragile”, anche culturalmente, il consenso verso lo Stato di diritto. Questa sarebbe un’altra bella indagine da fare. Tso, una psichiatria gentile e nonviolenta di Pietro Pellegrini Il Manifesto, 1 aprile 2026 Nell’arco di poco tempo, per la seconda volta la Corte costituzionale viene interessata rispetto alla legge 180 poi inserita nella riforma sanitaria, la 833 del 1978. Infatti, con l’ordinanza del Tribunale di Firenze del 29 dicembre 2025, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale - Corte costituzionale n. 9 del 4 marzo 2026 - è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 35 della legge n. 833/1978 in materia di trattamento sanitario obbligatorio (Tso) in quanto non prevede esplicitamente la presenza di un difensore di fiducia nel ricorso che l’interessato ha facoltà di presentare al Giudice tutelare. Lo scorso anno, con la sentenza n. 76/2025, la Corte Costituzionale è intervenuta sul Tso ed ha reso obbligatoria l’audizione da parte del Giudice tutelare della persona sottoposta al trattamento e la notifica all’interessato dell’ordinanza del sindaco e della convalida del Giudice tutelare. Una disposizione che ha trovato applicazione con un’audizione per lo più con modalità a distanza la quale tuttavia, a mio parere, non risponde pienamente alla funzione di garanzia. Recentemente la Corte costituzionale si è espressa, con la sentenza 21/2026, sulla piena imputabilità degli utilizzatori di sostanze. È apprezzabile la sensibilità della magistratura volta alla tutela dei diritti in un periodo che vede rischi di neoistituzionalizzazione e abbandono, mancato riconoscimento o perdita di diritti. L’art. 32 della Costituzione considera la salute un diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività e in particolare quello alla salute è intrecciato con educazione, formazione, lavoro, casa, reddito, ambiente. Il Tso è un intervento complesso, carico di difficoltà e sofferenze, volto ad assicurare il diritto alla salute di persone che presentano alterazioni psichiche talmente gravi da richiedere interventi terapeutici urgenti che la persona non accetta e non sussistono le condizioni e circostanze per attuare idonei e tempestivi interventi extraospedalieri. Nel ricorso del Tribunale di Firenze la questione di costituzionalità è in riferimento all’art. 24 della Costituzione, in quanto la legge non stabilisce in modo esplicito che la persona sottoposta a Trattamento sanitario obbligatorio debba essere informata della facoltà di nominare un difensore di fiducia che possa ricevere tutti gli atti e presenziare all’audizione del paziente davanti al giudice tutelare. In uno Stato di diritto devono essere sempre garantiti i diritti fondamentali. Va definito come farlo. Nel Tso, la prima fase è competenza dei medici e del sindaco come massima autorità sanitaria, per tramite della polizia municipale. L’intervento del Giudice tutelare avviene dopo 48 ore, a ricovero effettuato e certamente vi può essere la partecipazione di un legale nominato dalla persona. Si pone invece il problema della sua partecipazione alla prima fase dell’intervento, in quanto apre problemi di tempi, modi, competenze e organizzazione. Si può prevedere la presenza di un legale (anche d’ufficio), che intervenga insieme a sanitari e polizia municipale? Occorre individuare soluzioni che mantengano l’intervento di urgenza con le garanzie presenti e da affinare anche mediante la presenza di un legale. Tuttavia, già ora si possono attivare interventi sociali, di Comunità, Fiduciari, Utenti Esperti, garanti, amministratori di sostegno, osservatori e approcci specifici che migliorino il consenso, i diritti e le garanzie previste dalla 180. La tutela dei diritti fondamentali, di cittadinanza e la piena imputabilità (la proposta elaborata dalla Società della Ragione e presentata alla Camera dei deputati da Riccardo Magi, n. 1119, rappresenta un punto di riferimento) è una via da perseguire, anche per promuovere con adeguate risorse, l’innovazione dei servizi, una “psichiatria gentile” e “no restraint”. Ecco perché una legge sul fine vita non può attendere di Niccolò Nisivoccia Corriere della Sera, 1 aprile 2026 La Corte costituzionale ha esplicitamente invitato il Parlamento, già più di una volta, ad adottarne una. È necessaria, una legge sul fine vita? Si può dire di sì almeno per tre ragioni. Innanzitutto per una ragione istituzionale: perché è la stessa Corte costituzionale ad aver esplicitamente invitato il Parlamento, già più di una volta, ad adottarne una. E diciamo allora che il corretto funzionamento del sistema vorrebbe che il legislatore prendesse sul serio gli inviti della Corte, secondo quel “costituzionalismo collaborativo” di cui parla anche Marta Cartabia in un suo recentissimo libro, Custodi della democrazia. Non è mai bello che un invito della Corte rimanga inascoltato, più o meno a lungo, proprio perché a venire in gioco è l’architettura costituzionale, la collaborazione fra le istituzioni, la condivisione delle responsabilità. In secondo luogo il diritto dovrebbe sempre sentirsi chiamato a fare i conti con le grandi questioni filosofiche, e la questione del fine vita lo è, una grande questione filosofica. Camus la definiva addirittura l’unico problema filosofico veramente serio, rispetto al quale tutto il resto viene dopo: giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta. Il che, dal punto di vista del diritto, significa chiedersi come debba rispondere la legge alle richieste di chi ritenga la propria vita non più meritevole di essere vissuta e voglia porle fine. Come deve porsi davanti al dolore, in particolare davanti al dolore di chi lo ritenga insopportabile? A chi spetta di decidere non solo come viverla, la vita, ma anche se viverla o non viverla? Sono proprio queste le domande a cui ha cercato di dare una risposta la Corte costituzionale, nelle sentenze di questi anni: e cui invece il Parlamento una risposta la deve ancora dare. Del resto sono domande che non provengono dall’empireo, ma dalla vita vera, da persone in carne e ossa - ognuna con un corpo, un nome e un cognome, e un volto che ci guarda. E questa è un’altra ragione, anzi: è la più importante di tutte, per cui una legge sul fine vita andrebbe considerata doverosa. Perché non emanarla si tradurrebbe in un vero e proprio atto di ingiustizia nei confronti di tutte le persone che soffrono, per le quali ogni singolo giorno di sofferenza ne vale mille. Non emanare una legge significherebbe incorrere forse nel peggiore dei difetti in cui il diritto può incorrere, che è quello di mostrarsi sordo alle richieste provenienti da chi ha bisogno. Quei tanti silenzi sul gioco d’azzardo di Gian Antonio Stella Corriere della Sera, 1 aprile 2026 Il Governo non ha ancora comunicato (come invece prescrive la legge) i dati ufficiali su quanto gli italiani hanno “buttato” nel 2025 nel gioco d’azzardo. E niente. E niente. E niente. Non passa giorno senza che chi è preoccupato per la piaga della ludopatia, dopo aver inutilmente presentato più interrogazioni parlamentari, controlli se per caso il governo ha finalmente deciso di rispettare la legge e cioè di comunicare i dati ufficiali su quanto gli italiani hanno “buttato” nel 2025 nel gioco d’azzardo. Eppure quella legge non rispettata, ricordano i deputati democratici Virginio Merola e Stefano Vaccari, fu voluta e votata proprio dal governo Meloni: “In base all’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 25 marzo 2024, n. 41, recante disposizioni in materia di riordino del settore dei giochi, il Ministro dell’economia e delle finanze trasmette, entro il 31 dicembre di ogni anno, ai Presidenti delle Camere una relazione sul settore dei giochi pubblici, contenente, tra l’altro, dati sui progressi in materia di tutela dei giocatori e di legalità, sullo stato di sviluppo delle concessioni e delle relative reti di raccolta, sui volumi della raccolta e sui risultati economici della gestione del settore”. Macché: zero carbonella. Tutti muti. “Trapela” soltanto, come si dice in gergo, che il “monte del giocato” che già era schizzato nel 2023 a 147,728 miliardi di euro e nel 2024 a 157,453 sarebbe salito ulteriormente a 162,600. Per un totale, nei soli ultimi tre anni di esecutivi destrorsi, di 467 miliardi e 781 milioni di euro. Una somma da brividi. Appena inferiore ai 475 miliardi stimati dagli studiosi sulla base delle impennate precedenti. E in fragorosa contraddizione con le sparate di un tempo (“A me piacerebbe un paese che non campa sul gioco d’azzardo, sulle slot machine, sui videopoker! Rottamiamo le slot machine e i videopoker che rovinano milioni di persone perché uno stato che campa sul gioco d’azzardo è uno stato fallito”) dell’oggi vicepremier Matteo Salvini. Ma ancor più di Giorgia Meloni che sparava furente contro l’allora governo renziano reo d’aver fatto “buttare” nel azzardo 88 miliardi, la metà di oggi: “Ci fa schifo un Governo che fa cassa su una malattia gravissima come la ludopatia, che porta alla disperazione quasi due milioni di italiani. Renzi spieghi il perché di questo vergognoso pizzo pagato alle lobby del gioco d’azzardo”. Ecco, restiamo a quella sua domanda: possiamo sapere, come dice la legge, quanto è stato “buttato” esattamente nel 2025 per incassare poi con l’erario solo il 7,31% dei soldi? “I ragazzi fragili imitano eroi negativi. E poi la guerra legittima la violenza” di Elisa Forte La Stampa, 1 aprile 2026 La psicologa Chiara Volpato: “I giovani si ispirano a questi modelli sperando d’essere visti, ma noi continuiamo a non guardarli”. “Questi ragazzi vogliono essere visti. E noi continuiamo a non guardarli”. Lo dice Chiara Volpato, professoressa senior di Psicologia sociale all’Università Milano-Bicocca, mentre analizza il caso del 17enne di Pescara che pianificava una strage scolastica. Deumanizzazione, mascolinità tossica, Covid, guerra, solitudine, videogiochi violenti. Ecco l’anatomia dell’odio. Professoressa, chi diventa il nemico da deumanizzare per questi ragazzi? “L’impressione è che sia la società nel suo insieme, e i suoi simboli: la scuola. C’è molta fragilità. E non dimenticherei che hanno vissuto il Covid: anni decisivi nell’isolamento, con la fatica di costruire legami veri”. Cos’altro alimenta questa deriva? “I social veicolano eroi negativi a cui ci si ispira come unica soluzione per una vita povera di tutto il resto. C’è la mascolinità tossica, gli incel, e fenomeni centrati su eroi negativi. Non a caso si tratta quasi sempre di ragazzi: per i maschi costruire legami in adolescenza è più difficile. E la guerra: ogni volta che la violenza si legittima in alto, cresce anche in basso. E si diffonde una sorta di legittimazione. Questo facilita chi è già fragile, chi ha già qualcosa che non va”. Il 17enne si muoveva in un ambiente “accelerazionista” che richiama la razza ariana, il suprematismo. Come legge questo ritorno? “Come un fenomeno che purtroppo non riguarda solo i ragazzi. Movimenti di estrema destra ispirati al nazismo hanno i loro falsi eroi, e i ragazzi li vedono, li interiorizzano. È un contagio che parte dall’alto”. Dal lupo solitario alla comunità: altri sette minorenni sono stati perquisiti. Quanto conta il gruppo nel processo di radicalizzazione? “Molto. Anche se conosciamo esempi di lupi solitari altrettanto pericolosi come il terrorista norvegese Anders Behring Breivik o il neozelandese Brenton Harrison Tarrant. In adolescenza il gruppo dei pari trasmette ideologie, pregiudizi, rappresentazioni. Il contagio avviene anche in solitudine, davanti a uno schermo”. Cosa offre l’identificazione con un assassino di massa a chi sente di non esistere? “Mi identifico con l’eroe negativo e penso: agendo come lui sarò finalmente visto. Ed è per questo che inasprire le pene non serve: questi ragazzi non pensano al futuro, tant’è che spesso pianificano di morire nell’atto stesso. L’importante è diventare visibili. Le sanzioni non li spaventano”. Passo dopo passo, nella cameretta, con un algoritmo: come fabbrica il suo nemico un adolescente? “In compagnia della solitudine, prima di tutto. Il sentirsi non valorizzati orienta. I videogiochi violenti e sessisti: nella biografia di molti che si sono macchiati di gravi crimini li ritroviamo. Riempiono spazi vuoti”. Qual è il terreno su cui si vince? “L’ascolto. Vederli prima. Prendersi cura di un disagio reale. Inasprire le pene è comodo: non costa nulla, fa fare bei proclami, lascia tutto come prima. Cambiare richiede risorse. Nessuno sembra disposto, specie quando i soldi vanno sulle armi invece che sulla scuola”. La scuola, in questo quadro: fallisce, o è soltanto lo schermo su cui si proietta un odio che viene da altrove? “Fa il possibile con le scarse risorse che ha. Bisogna che le classi siano più piccole: con trenta studenti davanti, di quell’età, come fai a vederli tutti? Con diciotto, venti, già cambierebbe. E poi, il contesto. Nei nostri quartieri, spesso, fuori dagli orari scolastici non c’è nulla. Una volta c’era la parrocchia, adesso meno. Servono spazi di aggregazione per costruire appartenenza, legami, identità”. L’insegnante di Bergamo accoltellata è stata filmata mentre veniva aggredita, e il video è circolato in tempo reale. Cosa ci racconta la spettacolarizzazione della violenza? “Tutto. Ci dice perché queste cose vengono fatte: per apparire, per diventare finalmente visibili agli altri. E ci dice anche che abbiamo dei canali che andrebbero gestiti con più attenzione. Non sto dicendo di vietare i social ai ragazzi. Devono capirne potenzialità e pericoli”. C’è speranza? “Sì, sempre. Ci sono tantissimi ragazzi che fanno volontariato, che si aiutano, che difendono i loro professori. Il male assoluto non esiste. Ma dovremmo stare attenti a non parlarne troppo, e soprattutto a parlarne nel modo giusto. Continuare a metterli al centro dell’attenzione è fare esattamente quello che volevano: finire sui media, diventare qualcuno. Se ne devi parlare, fallo senza farne eroi. Chiamali per quello che sono: persone fragili, persone che non ce la fanno. Mettine in luce la fragilità, non la potenza. Altrimenti rischi di fare il loro gioco”. Il cambio di passo di Fiorenza Sarzanini Corriere della Sera, 1 aprile 2026 Il segnale che arriva da Sigonella. Il governo Meloni frena gli Usa: tra difficoltà interne e nuova linea estera. La nota di Palazzo Chigi e le dichiarazioni pubbliche del ministro della Difesa Guido Crosetto, che sottolineano il “rispetto dei trattati con gli Stati Uniti” nella scelta di negare l’atterraggio agli aerei da guerra nella base di Sigonella, rappresentano una svolta importante. Perché è vero che il governo tiene a ribadire come i rapporti con l’alleato americano siano “solidi e improntati a una piena e leale collaborazione”. Ma è pur vero che dopo la decisione analoga adottata dalla Spagna e la posizione della Francia che ha negato agli aerei diretti in Israele il sorvolo del proprio territorio, l’Italia ha mostrato una presa di distanza importante e necessaria in un momento di gravissima crisi internazionale. E soprattutto di incertezza causata dalle mosse azzardate e imprevedibili di Donald Trump. “Non condivido né condanno”, aveva dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Da allora sono trascorsi venti giorni e il governo ha subito diversi scossoni. Uno su tutti, la sconfitta al referendum sulla giustizia con una netta prevalenza dei No. Un messaggio chiaro all’esecutivo e alla stessa Meloni che aveva deciso di impegnarsi personalmente nella campagna elettorale in una girandola di impegni pubblici, interviste e comizi, scommettendo sulla vittoria. Il giorno dopo il verdetto delle urne è cominciato il repulisti. Via Giusi Bartolozzi, la capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, protagonista di un attacco scomposto ai magistrati in diretta tv proprio nel giorno in cui Meloni aveva invece pubblicato un video di 13 minuti per spiegare la riforma sottolineando come non ci fosse alcuna intenzione punitiva nei confronti delle toghe. Via Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia che aveva deciso di acquistare un ristorante in società con un imprenditore ora in carcere perché condannato in via definitiva per essersi intestato beni in realtà riconducibili al clan mafioso capeggiato da Michele Senese. Via anche Daniela Santanchè, la ministra del Turismo indagata in varie inchieste e ora messa alla porta nonostante il tentativo di resistere. Provvedimenti drastici che non chiudono comunque le vicende. Meloni sa bene che le indagini giudiziarie sugli ormai ex esponenti del suo governo possono creare nuovi e più gravi imbarazzi. Le verifiche sul ruolo di Delmastro, così come i processi contro Santanchè, sono tuttora in corso e l’esito potrebbe aggravare la posizione di entrambi. Anche Bartolozzi, indagata per aver mentito ai pubblici ministeri romani per il rimpatrio del torturatore libico Almasri, potrebbe finire a giudizio. La decisione di farli dimettere è apparsa tardiva - c’è chi dice che la scelta di coprirli abbia contribuito a far prevalere i No al referendum - ma è stato comunque un segnale sull’intenzione di voltare pagina. Adesso bisognerà capire se anche il rifiuto agli Stati Uniti sull’utilizzo della base di Sigonella rientri in questa strategia. Di certo c’è che gli aerei in volo venerdì sera avevano chiesto di atterrare dopo il decollo e dunque non ci sarebbe stato modo di chiedere l’autorizzazione al Parlamento. Ma aver sottolineato la volontà di rispettare gli accordi bilaterali e soprattutto “l’impegno a fare passare in Parlamento ogni operazione che non rientri nei trattati e debba essere quindi autorizzata”, come ha fatto il ministro Crosetto, traccia comunque la strada. Perché è evidente che, anche con una maggioranza larga e quindi nessun pericolo di essere battuti, l’ipotesi di un voto parlamentare sulla concessione delle basi militari scatenerebbe lo scontro politico e metterebbe ulteriormente in allarme l’opinione pubblica. La guerra “lampo” annunciata al momento dell’attacco da Trump - che intanto specula sui propri annunci e accresce le proprie ricchezze, come hanno dimostrato gli analisti finanziari - si sta trascinando senza nessuna possibile previsione su quando potrà finire. I cittadini sono spaventati e anche sfiancati da una situazione economica che si aggrava con l’aumento dei prezzi giorno dopo giorno. L’avvertimento lanciato da Confindustria al governo è suonato chiaro e forte. Se si vuole invertire la rotta bisogna dimostrarlo, prendendo davvero le distanze dall’”amico americano”, ma anche dal presidente israeliano Benjamin Netanyahu. Meloni lo ha fatto domenica scorsa quando ha parlato di “offesa” al patriarca di Gerusalemme monsignor Pizzaballa dopo che il governo di Tel Aviv gli aveva negato l’ingresso al Santo Sepolcro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore alla Farnesina. Si tratta però di episodi, reazioni a iniziative e azioni gravi. Invece ora è necessario concordare una strategia con i partner europei, resistere alla tentazione di tendere nuovamente la mano a Usa e Israele, prendere su questo un impegno già il 9 aprile, quando Meloni parlerà alle Camere. Per far finire la guerra, certo. Ma anche per dimostrare che l’Italia non è subalterna e non cede alle minacce di chi scatena conflitti, violando il diritto internazionale e coltivando esclusivamente i propri interessi. La nuova strategia dopo il referendum di Marcello Sorgi La Stampa, 1 aprile 2026 Stavolta gli americani non potevano immaginare che favore hanno fatto a Meloni, uscita assai ammaccata dal referendum anche per colpa delle sue posizioni sulla guerra in Iran: quel “non condivido né condanno” percepito da tutti come segno di difficoltà nel prendere le distanze dall’amico Trump. Ma siccome la vittoria del No (e la corrispondente prima vera sconfitta di Meloni nelle urne) è stata determinata in buona parte dal voto dei ragazzi Propal che tutto quest’inverno avevano marciato contro la guerra, la premier non poteva trovare occasione migliore per far ripercorrere al ministro della Difesa Crosetto le orme del Craxi di quarantuno anni fa. Quando il leader socialista e capo del governo, proprio a Sigonella, nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, fece schierare i carabinieri contro i marines di stanza nella base, per impedire l’arresto di Abu Abbas, il mediatore indicato da Arafat per risolvere il sequestro terroristico della nave da crociera “Achille Lauro”, ad opera del Fronte per la liberazione della Palestina, che era costato la vita a un turista americano ebreo paralitico, Leon Klinghoffer. Una brusca riaffermazione della sovranità nazionale, sulla linea craxiana, “alleati ma non sudditi”, nei rapporti con gli Usa, che richiese un approfondito lavoro diplomatico per organizzare al più presto un incontro e una stretta di mano alla Casa Bianca tra lo stesso Craxi e il presidente americano Reagan. E una pagina politica che è entrata nella Storia. Questo spiega perché, dal momento in cui il “no” italiano all’atterraggio dei bombardieri americani è stato reso noto, Meloni e Crosetto hanno detto e fatto di tutto per riportare l’accaduto entro i confini di regole concordate con gli alleati, modificabili solo con l’approvazione del Parlamento. E d’altra parte non s’era mai visto un tal coro di approvazione da parte del centrosinistra per un’iniziativa del governo di centrodestra. Dal 28 febbraio, giorno d’inizio dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, Trump ha mostrato tutta la sua delusione per il comportamento degli alleati. Li ha accusati di vigliaccheria, ha ricordato che in passato avevano spesso chiesto aiuto agli Usa, che non l’avevano mai negato. La questione dell’uso delle basi militari, regolato da accordi del 1954, è subito diventata argomento di polemiche, specie dopo che il primo ministro inglese Starmer in un primo momento aveva provato a evitare qualsiasi coinvolgimento del Regno Unito, salvo poi ripensarci in nome delle “special relationships” tra i due Paesi. Ma che i rapporti con gli Stati Uniti, e in particolare con Trump, abbiano ormai acquisito un notevole peso elettorale, lo dimostra anche il comportamento del primo ministro spagnolo Sanchez, che dopo essere stato il primo a negare l’uso delle basi, ieri ha fatto il passo successivo chiudendo lo spazio aereo del suo Paese al transito dei voli militari americani. Difficilmente il governo - si vedrà se Meloni o Crosetto - potrà evitare di presentarsi in Parlamento, dove l’opposizione ha già chiesto un chiarimento sulla “Sigonella 2” e sul senso politico delle decisioni prese dalla Difesa, per rimandare indietro i bombardieri Usa già in volo, che contavano sulla possibilità di atterrare nella base siciliana. La premier si è già negata a un dibattito sulla valutazione del risultato del referendum e del terremoto che ne è seguito nel centrodestra (dimissionamento del sottosegretario Delmastro, già convocato in Antimafia per la vicenda che lo riguarda, della capo di gabinetto del ministro Nordio, Bartolozzi, e della ministra Santanchè, oltre che, in Forza Italia, del capogruppo dei senatori Gasparri). Evitare di rispondere anche su un evento cosi rilevante, come quello avvenuto a Sigonella, non è detto che potrà. Sarà una buona occasione per capire se si è trattato di un fatto isolato, o se invece è un primo passo di Meloni su una strategia “di governo e di lotta”, con cui intende affrontare l’ultimo anno della legislatura che la separa dalle elezioni, o ancora se è un ennesimo diversivo, per distrarre l’opinione pubblica e l’opposizione dai foschi nuvoloni che si addensano giorno dopo giorno sull’orizzonte economico italiano. Il tramonto dei caschi blu Onu: ormai condannati all’inutilità di Domenico Quirico La Stampa, 1 aprile 2026 Le missioni di pace sono fastidi nel mondo dove la violenza è legge. L’Onu: lo si sfoglia come un carciofo, e lo si lascia vivo, ma innocuo e quasi nudo come si è fatto con altre istituzioni riverite, che esistono, ma non possono nulla. L’Onu è una Dulcinea del Toboso orfana perfino di don Chisciotte. Nell’epoca di Trump, di Netanyahu, di Putin, nel tempo in cui l’odio è diventato l’insegnamento ufficiale, a cosa servono i caschi blu, i soldatini della pace con i loro blindati immacolati che mostrano le insegne qua e là ma con il divieto di intervenire a fucilate, di immischiarsi? A nulla. Forse c’è stata una epoca in cui vederli sfilare era un gesto protettivo che ispirava speranza ai derelitti della geopolitica. Qua e là piccole sporcizie sulla mappa del pianeta, dal 1945 a oggi, sono state pulite anche da loro. Non dimentichiamo che le forze di pace abbandonarono, e non una sola volta, i civili al coltello degli sgozzatori. Ma che cosa significa dissuadere? Significa fare in modo che non si faccia. La dissuasione deve far sparire puramente e semplicemente l’oggetto della contesa. Se gli avversari, nazioni, fazioni, estremismi, di fronte a una terza forza hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare nell’opporvisi la guerra diventa assurda. La pace più che necessaria, inevitabile. Ma oggi un’autorità morale e non sorretta dalla forza è ancora in grado di dare pedate dissuasive al formicaio delle pulsioni di distruzione e di prepotenza, di interrompere il discorso di conquista dei terrorismi di Grandi e Piccoli? Nei luoghi caldi come il Libano senza di loro sarebbe il caos, si obbietta. Forse. Ma se il caos è proprio il programma dei nuovi signori della guerra planetaria che si fa? Stiamo per assistere all’eclissi dello strumento che doveva, dal Palazzo di vetro, aprirsi un varco tra il sovra diritto dei furiosi abbandonati alla propria “hubrys” e il sotto diritto dei deboli e degli asserviti, eterni supplicanti incatenati? Non ostiniamoci a fingere: le missioni di pace erano il simbolo e l’essenza delle Nazioni unite come furono pensate nel secolo scorso. Senza questo strumento di opposizione alle avventure omicide in tutto il mondo l’Onu è imbalsamato definitivamente in una elefantiaca burocrazia delle chiacchiere. Non lo salverà certo dall’estinzione il volenteroso affannarsi dell’attuale Segretario generale sul terreno della ecologia e della difesa del pianeta. Ebbene: quanto gesticolare inutile, quanti incantesimi vani sotto la sigla Onu. In alcuni luoghi del mondo i caschi blu “si interpongono”, controllano, osservano, stilano rapporti che si accumulano, immagino, in polverosi sotterranei del Palazzo di vetro. Si interpongono ma nel senso che stanno lì, guerrieri senza cause, volenterosi abbandonati, soldati eternamente pronti a tutto, dunque al peggio. Figure fragili e tragiche del disordine del mondo. In luoghi come il sud del Libano dove si emanano ordini draconiani alle popolazioni (di uno Stato teoricamente sovrano) di allontanarsi definitivamente e ministri di un governo annunciano giulivamente che tutto verrà raso al suolo per non frapporre molesti ostacoli alle artiglierie presenti e future, quel contingente pacifico è poco più di un fastidio, l’equivalente di una collina o un fiumiciattolo che fa perdere semplicemente tempo mentre si manovra con i carri armati. Non c’è nemmeno la pazienza di attendere che entro fine anno se ne vadano volontariamente dai loro bunker, sfiniti dalla impotenza. Qualche cannonata “fuori bersaglio” potrebbe accelerarne il ritiro. I testimoni, anche quelli disarmati, danno fastidio. Le missioni dei caschi blu sono peraltro annose sopravvivenze di altre epoche storiche. Potete immaginare il realizzarsi di spedizioni di interposizione a Gaza o in Ucraina o in Sudan? Solo i devoti del Consiglio di sicurezza e della legittimità internazionale non si imbarazzano a proporli. L’Onu non lo dipingono come è, ma come vorrebbero che fosse. È una istituzione balbuziente, ammettono i fedeli della Santa Carta: ma oppongono che niente è perfetto, basta rinforzarla. Già. Ma se la difesa dei diritti e della pace è affidata a una commissione in cui i predatori dettano legge? Così i caschi blu sono condannati dal peggiore dei peccati: non servono. Sono doppiamente indifesi, tanto che si può sparare loro addosso. Da 48 anni la missione tra il fiume Litani e il confine tra Israele e Libano “assiste”. Impotente. Indifesa. Chi risponde senza retorica alla domanda: per cosa sono morti 342 soldati sotto mandato delle Nazioni Unite dopo il loro dispiegamento nel 1978? In questa zona del mondo i periodi di guerra sono stati più lunghi che quelli di tregua. Dalla Bosnia al Congo al Mali al Centrafrica al Libano, spaventose località di una geografia senza memoria, queste missioni hanno modificato in modo decisivo la faccia del pianeta, hanno aperto una breccia nella tragedia dei derelitti, riplasmato i destini e le fatalità in nuovi inizi, in occasioni da afferrare, in pesi da sollevare, in inerzie vinte? Questi volenterosi eserciti della pace non portano con sé le chiavi di qualche paradiso terrestre ma neppure la chiusura di qualche inferno, non annunciano alle popolazioni un mondo senza guerra e morti ma neppure un mondo meno malvagio e un domani meno cupo. Le Nazioni unite e i suoi eserciti “a la carte”, paralizzati dall’obbligo di non intervenire, e il tribunale dell’uomo a New York capace di distinguere e punire i giusti e i reprobi sono stati, forse, l’ultima avventura dell’Occidente. Il diritto di intervenire senza frontiere appare ormai da decenni come esorbitante, non riesce a ledere oggi più che mai le arroganti e fameliche autorità che si spartiscono il mondo. La giustizia selettiva di Israele di Lucia Capuzzi Avvenire, 1 aprile 2026 La nuova legge israeliana reintroduce la pena capitale per terrorismo. Nel mirino però ci sono gli estremisti palestinesi. Le critiche dell’Onu e dei giuristi. “La morte va contrastata, non inflitta. Ho visto troppa morte nella mia vita. Ho incontrato troppe persone che, nella mia vita, hanno inflitto la morte. (…) Con ogni cellula del mio essere e con ogni fibra della mia memoria, mi oppongo alla pena di morte in tutte le sue forme”, scrisse Elie Wiesel nel 1989. Erano trascorsi quarantaquattro anni da quando l’autore e Nobel per la Pace era stato liberato da Auschwitz. Da quell’11 aprile 1945 e fino alla sua morte, nel 2016, aveva scelto di custodire e diffondere la memoria del “male assoluto” della Shoah. Affinché “mai più” potesse ripetersi. Questa era per Wiesel la missione del popolo ebraico e dello Stato di Israele - di cui era fervente sostenitore - dopo lo spartiacque della persecuzione nazista. In tale percorso - faticoso, come dimostra il sostegno all’impiccagione di Adolf Eichmann nel ‘62 -, aveva maturato un’opposizione totale alla condanna capitale. Posizione in linea con la tradizione ebraica, in cui è “l’chaim” - vita - l’augurio nelle occasioni più speciali. “Quando un Sinedrio, nell’antichità, pronunciava una sola condanna a morte durante tutto il suo mandato, quel Sinedrio veniva definito omicida”, affermava Wiesel. Fa effetto riflettere sulle sue parole all’indomani dell’approvazione da parte della Knesset della nuova legge sulla pena capitale. Quasi in concomitanza con la decisione dell’Iran di mandare a morte chiunque condivida “contenuti ostili al governo”, il Parlamento israeliano ha ripristinato le esecuzioni in tutto il territorio sotto il controllo di Tel Aviv, inclusa la Cisgiordania occupata e il 53 per cento della Striscia di Gaza, dopo l’abolizione di fatto nel 1954. Almeno per i delitti ordinari. L’unica eccezione da allora è stata l’impiccagione di Eichmann, colpevole di “crimini eccezionali”. Già prima, fin dalla sua fondazione, lo Stato ebraico l’aveva applicata solamente al soldato Mier Tobasky, accusato falsamente di tradimento nel 1948. Il provvedimento - proposto dal partito di estrema destra, Otzma Yehudit, e approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari - ora ripropone il boia per i responsabili di terrorismo. Non tutti, però. Il patibolo è riservato a una categoria specifica: quanti uccidano “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Pur non dicendolo esplicitamente - a differenza della versione emendata nell’iter parlamentare -, il testo risulta, dunque, riservato agli estremisti palestinesi. Vengono esclusi, al contrario, quanti commettono stragi per altre finalità. Spesso, anzi, con il malinteso proposito di difendere la sicurezza degli ebrei. È il caso - citato dall’esperto ed ex difensore pubblico israeliano Yoar Sapir - di Baruch Goldstein, autore del massacro di 29 arabi nella moschea di Hebron del 1994. Il distinguo contraddice uno dei cardini dei sistemi penali democratici: la non discriminazione “ratione subiecti”. Non è l’unico aspetto problematico. Il fatto che sia comminata a maggioranza e non unanimità e nei Territori sia comminata da tribunali militari, l’intervallo ridotto tra condanna ed esecuzione - 180 giorni - sollevano perplessità perfino nei giuristi che sostengono la pena di morte sul modello statunitense. Da qui la levata di scudi internazionale: l’Onu ha definito “crimini di guerra” eventuali esecuzioni. E delle organizzazioni per i diritti umani interne e di una parte dell’opposizione progressista che hanno fatto ricorso alla Corte suprema. Tra gli oppositori anche una frangia del mondo religioso ebraico. Come il rabbino Benny Lau di Gerusalemme. “? vendetta legalizzata - ha dichiarato -. Una violenza mascherata dalla difesa della sicurezza”. Anna Foa: “Con la pena di morte Israele introduce l’apartheid” di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 1 aprile 2026 La storica commenta la legge appena approvata dalla Knesset: “È la pietra tombale di una democrazia già molto in bilico”. Macabri festeggiamenti nel parlamento israeliano, dove lunedì è stata approvata la legge che autorizza i tribunali militari a ricorrere alla pena di morte con impiccagione per gli atti terroristici commessi (solo) dai palestinesi in Cisgiordania. Nella Knesset la controversa legge ha ottenuto 62 voti a favore - compreso quello del premier Benjamin Netanyahu -, mentre i voti contrari sono stati 48. Un successo per il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir. Il suo partito, Otzma Yehudit, si è battuto a lungo per far passare la legge sulla pena di morte. La legge ha ottenuto anche il sostegno del partito di opposizione di Avigdor Lieberman. Dopo il voto finale, che ha richiesto circa dodici ore di dibattito, Ben-Gvir ha offerto champagne ai colleghi di partito e agli altri componenti della coalizione di governo. In base alla nuova legge, i residenti della Cisgiordania che uccidono un israeliano “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele” verranno condannati a morte. La pena è riducibile all’ergastolo in casi particolari. Le esecuzioni per impiccagione devono avvenire entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello. “Con la legge sulla pena di morte - dice al Dubbio la storica Anna Foa (ha insegnato Storia moderna nell’Università di Roma “La Sapienza”) - Israele fa un salto nel buio. È la pietra tombale di una democrazia già molto in bilico e minacciata”. Foa è da pochi giorni in libreria con Mai più (Laterza). Un titolo che rievoca il grido che si è alzato dopo l’Olocausto. Mai più genocidio, mai più crimini di guerra, mai più violenza indiscriminata contro i civili, mai più odio razziale. La storia degli ultimi giorni, purtroppo, sta dimostrando il contrario. Professoressa Foa, quanto approvato dalla Knesset dimostra che Israele sta affrontando giorni molto tristi? “Stiamo assistendo ad una cosa terribile. La legge sulla pena di morte effettua una distinzione tra cittadini inconcepibile in un Paese moderno e democratico, relegando su un secondo piano i cittadini o comunque gli abitanti di zone sottoposte a Israele, Gaza, la Cisgiordania, ma anche Gerusalemme Est. Tutto questo è assurdo. È l’inizio di una distinzione basata sul sangue. È qualcosa di aberrante, che ci fa tornare indietro di secoli. Non avrei mai pensato che la Knesset potesse arrivare a questo”. Netanyahu ha raggiunto il Parlamento al momento del voto. Il premier israeliano è ormai ostaggio dei partiti più estremisti che lo sostengono? “Più che ostaggio è d’accordo con l’ala più estremista del suo governo. Non vedo ormai tante differenze tra Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. È difficile arrivare ad accettare certe politiche e spingerle senza essere in qualche modo d’accordo. Che Netanyahu sia ostaggio di alcuni alleati che lo influenzano mi sembra forse eccessivamente generoso nei suoi confronti”. La legge sulla pena di morte è una vittoria del ministro della Sicurezza nazionale, Ben Gvir. Israele si allontana sempre di più dalla comunità internazionale? La definizione “democrazia più importante del Medio Oriente” è un vecchio ricordo? “Abbiamo una democrazia con l’apartheid. Il mondo giudicherà l’apartheid di Israele e così potrebbe crescere l’antisemitismo, cosa che ovviamente nessuno di noi vorrebbe. Israele sarà sempre più isolata, diventerà uno Stato canaglia, uno dei pochi Stati al mondo che ancora hanno la pena di morte. Israele si troverà in una situazione estremamente difficile anche nell’ambito delle relazioni internazionali. Io spero che, poiché la situazione è andata oltre l’immaginabile, ci sia una reazione d’orgoglio da parte degli israeliani che finora non hanno criticato con forza il governo di Netanyahu. Spero che ci sia un vero e proprio movimento di rifiuto verso quanto sta accadendo. Stiamo assistendo ad un delirio di onnipotenza di Ben Gvir, Smotrich e anche di tanti cittadini israeliani, non dico tutti. C’è al tempo stesso una opposizione molto coraggiosa che continua a battersi. Lo dimostrano le manifestazioni che sono riprese anche durante la guerra, non dimentichiamo questo. Purtroppo, la Knesset di un Paese democratico ha approvato una legge che non ha niente di democratico. Viene reintrodotta la pena di morte, e già questo è un elemento gravissimo, per una parte dei cittadini. In Israele da oggi c’è l’apartheid”. La Corte Suprema potrà bloccare la legge sulla pena di morte? “Non mi aspetto molto dalla Corte Suprema. Vedremo comunque come si muoverà. L’opposizione dentro la Knesset, penso al partito arabo-israeliano Hadash, sta preparando una richiesta alla Corte Suprema affinché intervenga subito. Non sono però ottimista su questa iniziativa. La legge sulla pena di morte hanno voluto farla passare come il risultato di un compromesso. Non è affatto così. È stata approvata una legge che decide la pena di morte per i palestinesi e non per i terroristi ebrei. Ricordiamo che ci sono anche dei terroristi ebrei, presenti tra i coloni, che hanno assassinato a sangue freddo i palestinesi e che non sono stati incarcerati nemmeno per un giorno”. Il suo ultimo libro si intitola “Mai più”. Lancia un messaggio di speranza, nonostante il momento delicato che stiamo affrontando? “Nel corso di una elaborazione memoriale, il “Mai più” ha vinto. Ha vinto in una parte del mondo all’interno della quale troviamo Israele, gli Stati Uniti e anche molti altri Paesi. “Mai più” si ricollega a tanti fatti della Storia. Purtroppo, certi eventi infrangono molte speranze, dato che ci fanno tornare indietro di decenni”. Questi passi indietro sono la conseguenza anche del 7 ottobre? “Oltre che del 7 ottobre, sono il frutto avvelenato dello sterminio di 70mila persone a Gaza, la maggior parte civili, bambini, anziani, neonati. Altri frutti avvelenati li rinveniamo nell’occupazione israeliana che dura dal 1967 e nella legge di supremazia ebraica del 2018. Come vede, sono tanti frutti avvelenati che portano alla fine della democrazia israeliana”. In Afghanistan la resistenza la fanno le donne. Andando a scuola di Antonella Mariani Avvenire, 1 aprile 2026 Lezioni clandestine o tra pari, corsi su piattaforme digitali, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Così, nonostante i divieti, migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza. Anno quinto dell’era dei sogni spezzati. Giovedì scorso, nel silenzio pressoché totale del mondo, il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ha celebrato solennemente l’avvio del nuovo anno scolastico. Il quinto consecutivo in cui le aule sono rimaste chiuse per le ragazze dopo il sesto anno delle elementari, l’ultimo. Vietate le medie, vietate le superiori, vietata l’università. Altre 400mila adolescenti giovedì scorso hanno trovato la scuola chiusa, nell’unico Paese al mondo che teorizza e attua l’apartheid di genere. “Avevo grandi progetti per il futuro. Volevo diventare dottoressa. Se tutto questo non fosse successo, oggi avrei dovuto iniziare l’ultimo anno delle superiori. Non accadrà. Anche i miei genitori avevano grandi aspettative su di me. Ora non c’è più speranza”, ha detto Sonam, residente a Kabul, all’emittente afghana Amu Tv, che trasmette da Washington. Gli effetti di questa disumana esclusione, che non ha ragion d’essere se non in una deformata e violenta interpretazione del Corano, sono ben noti: aumento esponenziale dei casi di depressione e di suicidi tra le giovanissime, forte esposizione a matrimoni e gravidanze precoci. Non è solo una ferita inguaribile sui percorsi individuali di migliaia di ragazze, bensì una drammatica ipoteca sul futuro di un intero Paese. Ventidue milioni di persone, la metà della popolazione, è messa ai margini, vessata, esclusa, impossibilitata a contribuire alla crescita e allo sviluppo della società in cui vive. Nel giorno dei sogni spezzati, viene da chiedersi a chi interessa davvero la sorte delle ragazze e delle donne afghane, che dall’agosto 2021, con la fuga precipitosa degli occidentali e il ritorno al potere dei taleban, sono state prese di mira da decine di editti e regolamenti che hanno distrutto ogni piccolo spazio di libertà. Occorre riconoscere, tuttavia, che in Afghanistan l’istruzione non è scomparsa, bensì si è trasformata, perfino rivoluzionata. Dal marzo 2022, quando le scuole medie e superiori femminili sono state “temporaneamente chiuse”, l’istruzione ha superato gli ordini vessatori dei taleban, i limiti fisici delle classi, perfino i confini del Paese. Se si crede che imparare “dalla culla alla tomba”, come lo stesso profeta Maometto prescrive, sia un’aspirazione e un’esigenza insopprimibile dell’essere umano, la dimostrazione è proprio in Afghanistan. È lì che ragazze stanno letteralmente ridefinendo l’istruzione, come scrive sul network di giornaliste afghane in esilio “Zan Times” la scienziata e attivista Amne Mehmood. Se da sempre l’istruzione si radica in un territorio e risponde alle regole di ciascun Paese, l’esperienza afghana sta cambiando le carte in tavola. Scuole clandestine, lezioni peer-to-peer (tra pari), corsi impartiti attraverso piattaforme digitali da ogni parte del mondo, trasmissioni radiofoniche, tutoraggi a migliaia di chilometri di distanza… Centinaia di migliaia di ragazze tengono viva la fiaccola della conoscenza in Afghanistan non solo come beneficiarie ma anche come educatrici e coordinatrici, sia clandestine all’interno del Paese sia nella diaspora in tutto il mondo. L’istruzione secondaria inferiore e superiore (tre anni ciascuna), proibita per le ragazze, è sostituita da piattaforme come Learn Afghanistan, Daricha Education, Future Learn, Victory Afghanistan, Sahar e tante altre iniziative nate all’estero o, più raramente, clandestinamente nel Paese. I corsi universitari hanno il loro surrogato in decine di programmi di formazione professionale, in particolare nell’Informatica, come ad esempio Code to Inspire o She Codes Foundation. Altri programmi offerti dall’estero insistono sulle scienze, come Afghan Girls in Stem o Scholars in Stem. Ancora, esistono piattaforme che offrono webinar, forum academici e lezioni, attraversando confini immateriali per sostenere l’attività intellettuale delle donne nel Paese dei mille divieti. Impossibile censire le iniziative extrascolastiche diffuse in Afghanistan; ciò che conta però non sono i numeri ma la loro stessa esistenza. Le allieve combattono contro l’instabilità della connessione, i continui blackout di Internet, i costi dei device, l’obbligo di stare chiuse in casa, ma tutte insieme queste piattaforme formano un ecosistema parallelo di educazione che dà speranza a migliaia di giovani. Una rivoluzione “costretta” dagli assurdi divieti dei taleban, ma che paradossalmente potrebbe diventare, sostiene ancora la studiosa Amna Mehmood, un modello in tutte le situazioni in cui il sistema di istruzione formale collassa, a causa di guerre, calamità naturali indotte anche dal cambiamento climatico, esodi di popolazione. Le ragazze afghane dimostrano, pur nella terribile e disumana realtà in cui vivono, che la conoscenza e l’istruzione non iniziano e non finiscono con una autorizzazione o un divieto, ma hanno a che fare con il desiderio e con l’impegno. Se le scuole e le università sono chiuse, la conoscenza non scompare. Si muove, si adatta, si trasforma. Un modello che, in definitiva, va sotto un solo nome: resistenza.