Le nostre storie sono diventate un fumetto, che ha vinto un premio di Luca Cereda Ristretti Orizzonti, 19 aprile 2026 Le tavole illustrate da Ilaria Urbinati per il fumetto “Morire in carcere”, scritto dal giornalista Luca Cereda con la collaborazione dei detenuti di Ristretti Orizzonti, hanno ricevuto il terzo premio della giuria all’Annual 2026 di Autori di Immagini, durante la Bologna Children’s Book Fair. Una storia nata dentro il Due Palazzi di Padova che ha raggiunto l’Italia intera, e ora sale sul podio dell’illustrazione professionale. C’è una cosa che non sopporto dei premi: quando finiscono per raccontare più di chi li assegna che di chi li riceve. Ma questa volta è diverso. Questa volta il premio dice qualcosa di importante su di voi, su di noi, su ciò che ancora si rifiuta di restare in silenzio dentro e fuori da queste mura. Il 13 aprile 2026, allo Spazio DumBO di Bologna, durante la cerimonia di premiazione dell’Annual, il riconoscimento più prestigioso che Autori di Immagini, l’associazione nazionale degli illustratori professionisti, assegna ogni anno nel contesto della Fiera del Libro per Ragazzi, le tavole di Ilaria Urbinati per il fumetto Morire in carcere hanno ricevuto la medaglia di bronzo della giuria, il terzo premio in assoluto del concorso. Un riconoscimento di eccellenza che arriva dal mondo dell’illustrazione professionale italiana, da una giuria di sette persone che ha valutato opere provenienti da tutto il paese, e che ha scelto di mettere sul podio una storia nata qui, dentro il carcere Due Palazzi di Padova, a partire dalle voci di Paolo, Mario, Amin e Tommaso. Permettetemi di raccontarvi come è nato quel fumetto, perché la storia che c’è dietro vale quanto le tavole premiate. Nell’estate del 2022, mentre l’Italia attraversava il suo annus horribilis (scrivevo, pensavo e quasi speravo, allora, e purtroppo il sistema penitenziario nazionale ha saputo fare anche di peggio) 84 suicidi in carcere, il numero più alto mai registrato in un solo anno nella storia repubblicana - ho cominciato a lavorare a un reportage a fumetti per La Revue Dessinée Italia, la rivista di giornalismo a fumetti che ha portato in Italia un formato nato in Francia. Avevo una convinzione precisa: che le carceri italiane non fossero soltanto un problema di numeri, ma un problema di storie non raccontate. O raccontate male. O, peggio ancora, non ascoltate. Ho contattato Ornella Favero e la redazione di Ristretti Orizzonti. Ho chiesto a loro, a voi, di parlarmi, di aprirmi uno squarcio su ciò che giornali e telegiornali non mostrano mai: non la cella come scenografia, non il detenuto come categoria astratta, ma le persone. Paolo, che dopo otto anni al 41-bis non ricordava più il profumo delle sue figlie. Mario, che con il lavoro in pasticceria aveva iniziato a mandare soldi a casa e per la prima volta in anni non si sentiva un peso. Amin, che aveva visto la prima ecografia del suo nipotino attraverso lo schermo di un tablet. Tommaso, che aveva imparato a sopravvivere ai propri pensieri più bui agganciandosi alla voce delle sue figlie attraverso una videochiamata. Storie vere. Nomi cambiati per tutelare la privacy, ma fatti reali, verificati, raccontati con la vostra collaborazione diretta. Ho passato mesi a costruire quel testo. Poi è arrivata Ilaria Urbinati, illustratrice romana di grande talento, che ha trasformato quelle parole in immagini. Nel making of pubblicato in calce al fumetto, Ilaria ha scritto una cosa che non dimentico: che il suo desiderio è stato quello di mostrare il mondo carcerario con delicatezza e rispetto, lasciando che l’impatto emotivo delle storie guidasse la sua mano. Il risultato, diceva, era colorato, pieno di sfumature. Reale. Ecco cosa ha premiato la giuria dell’Annual 2026. Non un’illustrazione decorativa. Non un’immagine di repertorio, né una metafora visiva comoda e rassicurante. Ha premiato il coraggio di raccontare una storia vera con un linguaggio accessibile, popolare nel senso più alto del termine, il fumetto, senza scivolare né nel pietismo né nella retorica. Victoria Semykina, presidente della giuria, ha spiegato che i criteri di valutazione privilegiavano complessità, originalità nella soluzione adottata e la forza dell’idea alla base del lavoro. Bene. Perché l’idea alla base di Morire in carcere è semplice e rivoluzionaria insieme: che voi, le persone ristrette, detenute, siate persone. Non categorie. Non casi. Non numeri in un rapporto. Persone con voci, desideri, dolori, relazioni, storie che meritano di essere ascoltate fuori da qui. Quel fumetto è stato pubblicato su una rivista letta in tutta Italia. Ha raggiunto lettori che non avevano mai pensato al carcere se non come sfondo di un film. Ha messo davanti ai loro occhi la domandina per lo spesino, il doppio vetro del 41-bis, il medico che arriva quaranta minuti dopo, la barella che non arriva mai. Ha raccontato Muhamed, ventiseienne che mancava di tre mesi alla fine della pena. Ha raccontato Giacomo Trimarco, ventun anni, il più giovane tra gli 84 suicidi di quell’anno. Ha raccontato Aziz, che cucinava in bagno perché in cella non c’era spazio. E adesso quei fatti, illustrati da Ilaria con la sua matita rispettosa e precisa, sono stati premiati alla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna. Nel luogo dove si decide cosa raccontare ai bambini del futuro. Dove si stabilisce, ogni anno, quale immaginario consegnare alle generazioni che verranno. Pensateci. Un fumetto sulle morti in carcere, nato dalla collaborazione con voi, premiato alla fiera del libro per ragazzi. Non è un paradosso. È una promessa. È la prova che ciò che avete vissuto, ciò che avete scelto di condividere con me e con Ilaria, ha trovato la sua strada verso l’esterno. E non si è fermato. Io credo nei premi quando non celebrano solo se stessi. Questo premio non celebra l’illustrazione in astratto. Celebra una storia. La vostra storia. Quella che per troppo tempo è rimasta chiusa dentro queste mura, non per colpa vostra ma per l’indifferenza di chi stava fuori. Ora è fuori. Ha vinto un premio. In 10 anni +24% di detenuti minorenni. Sale anche il numero di giovani in carico ai servizi sociali di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 19 aprile 2026 I dati attestano una crescita della popolazione carceraria anche per effetto delle ultime scelte di politica criminale, dal decreto Caivano in poi. Aumenta il numero di detenuti minorenni in Italia. I giovani finiti negli istituti penali sono cresciuti del 24% in 10 anni, passando da 462 nel 2016 a 572 nel 2025, del 37% comprendendo le comunità. In aumento anche il numero di minorenni e giovani adulti in carico agli Uffici di servizio sociale, da 21.848 a 23.932. Un effetto evidente l’hanno avuto le ricorrenti intenzioni di affrontare il nodo della criminalità minorile attraverso il ricorso al diritto penale: l’aumento significativo del numero di ragazze e ragazzi assoggettati a misure di detenzione. Ancorandosi ai dati del Ministero della Giustizia, assai puntuale nel monitorare la situazione nei servizi minorili, il numero di detenuti negli istituti penali è aumentato del 24% in 10 anni, da 462 nel 2016 a 572 nel 2025, quasi del 40% comprendendo anche le destinazioni in comunità. In aumento anche il numero di minorenni e giovani adulti (età fra 18 e 24 anni) presi in carico dagli Uffici di servizio sociale dedicati, da 21.848 a 23.932. Con una precisazione: gli istituti penali per i minorenni, dove è eseguita la pena detentiva e la misura di custodia cautelare, costituiscono la misura più restrittiva, tra quelle messe in campo da un circuito abbastanza complesso. Il maggior numero di minorenni e giovani adulti, è in carico agli Ussm che intervengono in ogni stato e grado del procedimento penale, dal momento in cui, dopo denuncia, il minore entra nel circuito penale fino alla conclusione del suo percorso giudiziario; l’intervento a favore del minore viene avviato, su segnalazione dell’autorità giudiziaria, con la raccolta degli elementi conoscitivi per l’accertamento della personalità e per l’elaborazione dell’inchiesta sociale di base e prosegue con la formulazione del progetto educativo e con l’attuazione dei provvedimenti disposti dal giudice. Quanto ai reati, quelli contestati ai giovani passati per gli Ipm nel corso del 2025 sono, secondo il rapporto Antigone sulla giustizia minorile, 2.302, circa due per ogni persona entrata in carcere. La metà riguarda delitti contro il patrimonio, furti e rapine soprattutto, mentre quelli contro la persona, dalle lesioni personali alla violenza sessuale, sono il 20,8%, il 10,8% consiste in violazioni della disciplina sugli stupefacenti, il 4,8% riguarda le armi. E per la nazionalità, dei 14 autori di omicidio entrati in carcere nel 2025 solo due sono stranieri; 41 italiani e 24 stranieri invece sono autori dei reati di violenza sessuale e stalking. Ricordato che in una prospettiva comparatistica i dati Eurostat, gli ultimi disponibili risalgono al 2023, non attestano un’emergenza criminalità minorile (in Italia un tasso di 363, 4 denunce per centomila abitanti contro una media europea di 674,9) soprattutto in questa legislatura si sono succeduti interventi di politica criminale indirizzati ai minori. Esemplare in questo senso il decreto Caivano con il quale, tra l’altro, si abbassa da 9 anni a 6 anni la pena massima richiesta per procedere con il fermo, l’arresto in flagranza e la custodia cautelare dei maggiori di 14 anni per delitti non colposi; si prevede inoltre che fermo, arresto e custodia cautelare nei confronti del minore, maggiore di 14 anni, possono essere disposti anche per nuovi reati (come il furto aggravato, i reati in materia di porto di armi od oggetti atti ad offendere, violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, resistenza a un pubblico ufficiale, produzione e spaccio di stupefacenti). Un provvedimento che ha avuto come immediata conseguenza l’aumento della presenza media giornaliera nelle carceri minorili, passata da 452 a 556 tra il 2023 e il 2024 con un aumento del 31 per cento. Come pure chiaro l’effetto è sugli ingressi nei centri di prima accoglienza, passati da 745 nel 2022 a 1.084 nel 2025. Chiara la linea di continuità con il decreto sicurezza, approvato venerdì in Senato e ora alla Camera, con il quale è stato introdotto il delitto di possesso senza giustificato motivo e al di fuori della propria abitazione di strumenti dotati di lama, prevedendo la sanzione della reclusione fino a tre anni e la sanzione pecuniaria, fino a 1.000 euro, a carico di chi esercita la responsabilità genitoriale sul minore autore di reati legati al porto di armi o di strumenti idonei a offendere; il divieto di vendita ai minori di strumenti da punta e taglio. Il carcere non può trasformarsi in uno spazio opaco sottratto al controllo democratico di Samuele Ciambriello* Ristretti Orizzonti, 19 aprile 2026 Una forte e motivata preoccupazione in merito alla conversione del decreto sicurezza. Mi preoccupa in particolare l’articolo 15, che introduce la possibilità per ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria di svolgere operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari. Si tratta di una previsione estremamente delicata, che interviene in un contesto già oggi segnato da sovraffollamento, tensioni, sofferenza psichica, carenza di personale e profonde difficoltà organizzative, in crescente distanza dal dettato dell’articolo 27 della Costituzione. Il provvedimento amplia anche i poteri investigativi della Polizia penitenziaria sui reati più gravi commessi in carcere. Gli ufficiali di Polizia penitenziaria dei nuclei investigativi potranno operare ‘sotto copertura’ nell’ambito di specifiche attività di loro competenza. La mia preoccupazione non riguarda soltanto le persone detenute, che restano titolari di diritti inviolabili anche nella restrizione della libertà, ma riguarda in modo profondo anche, e direi soprattutto, le donne e gli uomini che nel carcere lavorano ogni giorno: la polizia penitenziaria, gli operatori sanitari, gli educatori, i funzionari, i mediatori culturali, i volontari. Sono loro, insieme alle persone ristrette, a sostenere quotidianamente il peso di un sistema già estremamente fragile. Occorre dirlo con chiarezza: non si tutela la sicurezza introducendo strumenti che rischiano di aumentare opacità, sospetto, tensione e conflittualità all’interno degli istituti e sembra strano far diventare focolai di violenza e possibili rivolte. Il carcere non può trasformarsi in uno spazio opaco, sottratto al controllo democratico e sempre più esposto a logiche eccezionali. Deve restare un luogo sottoposto al controllo della legalità costituzionale, alla trasparenza delle istituzioni e alla responsabilità pubblica. Per questo rivolgo un appello alla politica, affinché valuti con la massima attenzione le conseguenze concrete di norme che incidono sulla vita quotidiana degli istituti, sugli equilibri interni e sul lavoro di chi vi opera. Abbiamo bisogno di misure che rafforzino il carcere nella sua legalità, non che lo espongano a nuove ambiguità; di scelte che rendano più sicuro il personale, non che lo lascino ancora più solo dentro una gestione sempre più complicata; di interventi che restituiscano senso al trattamento, ai diritti e alla funzione rieducativa della pena. Occorre fermarsi, riflettere e correggere ciò che rischia di produrre ulteriore conflittualità. Il carcere ha bisogno di più ascolto, più trasparenza, più responsabilità istituzionale, non di scorciatoie emergenziali. La vera sicurezza passa dal rispetto della legalità costituzionale, dalla tutela della dignità di ogni persona e dalla protezione concreta di chi ogni giorno presta servizio negli istituti penitenziari. *Portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania La “remigrazione” nel Decreto Sicurezza di Giulia Merlo Il Domani, 19 aprile 2026 “Avvocati pagati per convincere i migranti al rimpatrio”. L’emendamento, a firma del centrodestra, prevede che ogni avvocato che abbia fornito assistenza per compilare le carte del rimpatrio volontario venga pagato 625 euro “ad esito della partenza dello straniero”, attraverso il Consiglio nazionale forense. Che ha risposto: “Noi non siamo stati coinvolti” e chiede di non essere chiamato in causa perché l’attività “non rientra tra le competenze istituzionali”. Ma il decreto va convertito entro il 25 aprile. Avvocati pagati per convincere i migranti al rimpatrio volontario. La previsione, inserita nel decreto Sicurezza convertito al Senato e ora alla Camera, ha fatto scoppiare la polemica. L’emendamento presentato a firma di tutti i partiti di maggioranza, come segnalato dal Manifesto suona come uno strumento fattivo per incentivare la remigrazione, tanto cara alla Lega che oggi in piazza manifesta proprio per questo con i Patrioti europei. Cosa prevede - L’articolo “incriminato” è il 30 e il 30 bis, che prevede l’inserimento nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione anche il Consiglio nazionale forense tra le “organizzazioni internazionali o intergovernative esperte nel settore dei rimpatri” con cui collaborare e prevede che sia lo Stesso Cnf a occuparsi della “corresponsione ai singoli rappresentanti legali dei compensi ad essi spettanti”. Compensi per cosa? Nel caso in cui un avvocato abbia “fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito”, il legale riceve un compenso di 625 euro - che appunto dovrebbe essere il Cnf ad erogare e preso dai “fondi di riserva e speciali” - ma solo “ad esito della partenza dello straniero”. In altre parole, il testo prevede un incentivo economico per gli avvocati che convincano gli assistiti a ritornare nel paese d’origine. La previsione, che presenta anche potenziali profili di incostituzionalità, rischia di essere anche incompatibile con il codice deontologico dell’avvocatura. Per converso, il testo prevede un disincentivo a difendere i migranti, perchè viene cancellato il patrocinio a spese dello stato per i migrati che facciano ricorso contro il decreto di espulsione, anche se rientrano dei parametri reddituali che lo consentono. Le reazioni - La norma è stata subito oggetto di polemiche e la prima a segnalarla è stata la senatrice di Avs, Ilaria Cucchi, che la ha definita “gravissima e disumana” oltre che “potenzialmente incostituzionale”. Anche il Partito democratico ha stigmatizzato l’emendamento, parlando di “un premio economico all’avvocato il cui migrante effettivamente parta e torni nel suo Paese di origine” che “lede la stessa dignità dei professionisti”, ha scritto Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale Pd. La deputata M5S Valentina D’Orso, capogruppo in commissione Giustizia, ha parlato di un centrodestra “privo di una coscienza costituzionale, che intende strumentalizzare gli avvocati facendone il mezzo per realizzare le sue scelte politiche sull’immigrazione. E lo fa nel modo più volgare possibile ossia tentando di allettare l’avvocato suscitando un interesse economico personale al rimpatrio del migrante che si sia a lui rivolto per essere assistito e difeso. Una norma che oltre a calpestare diritti e dignità dei migranti getta discredito sull’avvocatura perché nasconde il retropensiero che gli avvocati assistano i migranti e ne promuovano i ricorsi in modo strumentale e per finalità di guadagno”. Riccardo Magi di Più Europa ha scritto al presidente della Repubblica “per sottoporle una preoccupazione di particolare rilievo istituzionale che rappresenta un vero allarme costituzionale, e per chiederle urgentemente un incontro”, visto che il decreto arriverà alla Camera senza margini di discussione e dovrebbe essere votato con la fiducia. Avvocati e magistrati - L’effetto dell’emendamento ha immediatamente suscitato reazioni anche nel mondo dell’avvocatura e della magistratura associata. I diretti interessati, ovvero gli avvocati, sono intervenuti per voce dell’Organismo congressuale forense, che è l’organo di rappresentanza politica dell’avvocatura. L’Ocf ha lanciato uno stato di agitazione contro la norma, parlando di un “testo che non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento” e chiede che “in sede di successivo passaggio alla Camera, si modifichi integralmente il testo”. Anche l’Unione camere penali italiane è intervenuta, definendo l’emendamento un modo per “trasformare il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione” ed è “una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza”. I penalisti hanno respinto “un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione”. Anche l’Aiga, associazione dei giovani avvocati, ha chiesto la cancellazione della norma: “L’esercizio del diritto di difesa che connota la funzione dell’avvocato non può in alcun modo essere subordinato a qualsivoglia incentivo economico in favore del professionista”. La reazione è arrivata anche dalle toghe progressiste di Area, che parlano di “mortificazione della funzione dell’avvocatura che è la prima sentinella del diritto e dei diritti individuali e non certamente un facilitatore delle politiche governative di remigrazione”. La difesa del centrodestra - Marco Lisei di Fratelli d’Italia, che è anche firmatario dell’emendamento, spiega così il senso della proposta: “Un modo per favorire l’assistenza legale del migrante che sceglie il rimpatrio assistito volontario, che è una procedura stragiudiziale”. Il rimpatrio assistito volontario, infatti, è previsto da una legge del 2011 e prevede che il migrante che decida volontariamente di tornare nel suo paese riceva dall’Italia sia il denaro per il viaggio che un finanziamento (tra i 1.500 e i 2.000 euro) da poter utilizzare nel suo paese per attivare un’attività economica, pagare un affitto e spese di formazione professionale. In altri termini, la tesi del centrodestra è che l’avvocato sia incentivato solo a porre in essere attività ostruzionisitiche rispetto al rimpatrio di un migrante, presentando opposizioni e ricorsi. Questo perché solo queste pratiche di natura giudiziale vengono retribuite, attraverso il meccanismo del patrocinio a spese dello stato. Invece, l’emendamento introduce un pagamento anche per attività che favorisca il rimpatrio. Il “compenso” previsto dall’emendamento nel caso di ausilio alla pratica di rimpatrio assistito volontario, dunque, sarebbe una sorta di equivalente del patrocinio a spese dello stato, che in questo caso non scatta. Il ruolo del Cnf - Quanto al ruolo del Consiglio nazionale forense, l’ente di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura sarebbe stato chiamato in causa nell’emendamento perché è il soggetto istituzionale sovraordinato agli ordini degli avvocati, che che ammettono al patrocinio a spese dello stato. A questo ha risposto però direttamente il Cnf, con un comunicato in cui precisa “di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione” e ancora “chiede che il parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”. In questo senso c’è un’incognita in più: il decreto Sicurezza va convertito entro il 25 aprile e dunque ora ci sarà il rush finale alla Camera dove è già stata posta la fiducia. Modificare il testo a Montecitorio per espungere il Cnf (o l’intera previsione, come chiede Ocf e il centrosinistra) significa che poi il testo dovrebbe tornare a palazzo Madama per essere rivotato. Impossibile o comunque molto complicato, in appena una settimana. Insorgono avvocati e Anm. Il Governo rivedrà il testo di Michele Gambirasi Il Manifesto, 19 aprile 2026 Le opposizioni: “Taglie da Selvaggio West. A un passo dall’Ice di Trump”. “Servirà una riflessione” ammette la maggioranza. Magi (+Europa) scrive a Mattarella. Il pasticcio è servito. L’emendamento al decreto Sicurezza, segnalato ieri dal manifesto, che riconosce un contributo economico ai legali che assistono i migranti nelle procedure di rimpatrio assistito è scritto male e andrà rifatto. Lo sa la maggioranza, tradita dalla fretta e dalla smania della rincorsa a destra. E lo sa il mondo forense che ritiene la norma inaccettabile e lesiva del diritto e della dignità professionale, da cancellare. D’altronde, è roba da remigrazione. Il primo a prenderne le distanze è stato proprio il Consiglio nazionale forense, organo di rappresentanza istituzionale degli avvocati che, nel disegno della destra, dovrà farsi carico di corrispondere questi 615 a procedura trovati nei Fondi di riserva del Mef. “Il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento”, hanno scritto, “Chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento”. Ancora più dure sono state le associazioni di avvocati, solo poche settimane fa in larga parte a sostegno del Sì al referendum: “La norma trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione”, ha detto l’Unione delle camere penali. “Tale norma determina un intollerabile conflitto di interessi tra il difensore e il proprio assistito”, ha contesta l’Associazione dei giovani avvocati, chiedendo lo stralcio dell’emendamento. L’Organismo congressuale forense, il sindacato degli avvocati, ha proclamato lo stato di agitazione. Anche la giunta dell’Anm ha espresso “sconcerto”. E dentro lo stesso Cnf, i singoli consiglieri muovono le proprie critiche. Antonello Talerico, del distretto di Catanzaro, lo ha definito un “premio di produzione”. “L’avvocatura non fa la contabilità dei diritti negati. Tra l’altro con l’altro non credo che sia compatibile con i principi generali applicati sinora al Cnf”, mette a verbale Antonino Galletti, cassazionista e consigliere del Cnf. Peggio ancora va a un’altra norma del decreto, quella che elimina il gratuito patrocinio per i ricorsi contro le espulsioni: “Di questo parla l’articolo 24 della Costituzione che sancisce il diritto alla difesa. Il livello di civiltà giuridica di un paese si misura nelle tutele che garantisce ai più fragili: un soggetto non può non essere tutelato solo perché non può permettersi un avvocato”, conclude Galletti. Nella stessa maggioranza la consapevolezza che si dovrà intervenire c’è. “Servirà una riflessione. Ora il decreto va approvato così com’è, in futuro”, spiega Enrico Costa, neocapogruppo di Forza Italia a Montecitorio e di professione avvocato. Marco Lisei di FdI, senatore tra i firmatari dell’emendamento, pensa invece che si possa tirare dritto, respingendo le tesi avanzate da opposizioni e avvocatura: “Il testo è alla Camera, faranno le valutazioni lì. Ritengo non sia necessaria nessuna modifica”, spiega a questo giornale. Sul coinvolgimento del Cnf dice che verrà contattato in seguito, dal momento che questa possibilità diventerà effettiva dopo l’approvazione del decreto. Forse è anche consapevole che in discussione c’è una riforma dell’ordinamento forense da approvare che sta molto a cuore agli avvocati. Che a Montecitorio la maggioranza non lo modificherà lo dicono i tempi, al massimo si servirà di una legge correttiva in seguito. Il decreto va convertito entro il 25 aprile e la Camera correrà per fare in tempo e superare l’ostruzionismo, annunciato, delle opposizioni. Ieri hanno depositato 1231 emendamenti, che saranno esaminati in un’unica seduta di commissione lunedì, dalle nove di mattina a tarda sera. “Una vergogna normativa”, ha detto la dem Debora Serracchiani dell’emendamento della discordia. Riccardo Magi di +Europa lo ha definito “una taglia da Selvaggio West” che porta l’Italia “a un passo dall’Ice di Trump. Remigrazione mascherata”. Per denunciare l’esame sommario del testo riservato ai deputati Magi ha scritto al presidente della Repubblica Mattarella: “Una scansione dei tempi che desta seria preoccupazione sul piano della democrazia”. Si inizia martedì in aula e verrà posta la fiducia. Si preannuncia una lunga settimana. “Volontari e assistiti”, i rimpatri che piacciono a destra e non solo di Giansandro Merli Il Manifesto, 19 aprile 2026 Avviati nel 2011 sono entrati, con poche differenze, nelle proposte sulla remigrazione. La vera partita, per ora, si gioca dall’altro lato del Mediterraneo. “Volontari e assistiti”. Così lo Stato e le organizzazioni coinvolte definiscono i rimpatri che presentano come “buoni”. Li hanno avviati nel 2011 e non riguardano i destinatari di espulsione. L’”elemento fondamentale è la volontarietà: la decisione di tornare in patria espressa dal cittadino del Paese terzo deve essere libera e spontanea”, si legge nel Manuale operativo pubblicato dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Questi rientri prevedono assistenza prima e dopo il viaggio, con sostegno psicologico e monitoraggio della reintegrazione (spesso inesistente). A incentivarli ci sono anche 615 euro per affrontare “le prime necessità”. Nonostante le “indicazioni strategiche” Ue su tali prassi e il grande impegno del governo nazionale sui rimpatri di ogni tipo, in Italia i numeri restano irrisori. Nel 2024 i migranti tornati nel paese d’origine in questo modo sono stati 290. Nel 2025 sono saliti a 675 (su 6. 772 rimpatriati totali e 66. 617 arrivati via mare). Il Viminale sottolinea “l’aumento del 133%”, ma la differenza riguarda poche persone. Per questo ora l’esecutivo vuole coinvolgere gli avvocati, garantendo anche a loro 615 euro. Per ogni migrante assistito o, penseranno i più maliziosi, convinto. I numeri veri, comunque, riguardano l’altro lato del mare. È da lì che l’Oim, grazie a fondi italiani e Ue, fa tornare a casa decine di migliaia di persone attraverso i rimpatri volontari e assistiti: 10mila dalla Tunisia e 16mila dalla Libia solo l’anno scorso. Da Tripolitania e Cirenaica tra il 2015 e il 2025 sono rientrati “volontariamente” in 100mila. Le virgolette sono d’obbligo perché da quelle parti non esistono condizioni per una “scelta libera e spontanea”. Nel 2022 l’Alto commissario Onu per i diritti umani ha messo in dubbio la volontarietà dei rimpatri dalla Libia e invitato gli Stati Ue a non finanziare quei programmi. L’anno scorso 64 associazioni italiane hanno lanciato la campagna Voluntary Humanitarian Refusal contro “l’uso distorto e strumentale dei rimpatri “volontari” da paesi di transito come Libia e Tunisia”. La base sono testimonianze inequivocabili: “Quando la scelta è fatta dentro centri di detenzione, sotto minaccia di espulsione o in contesti di violenza e violazione sistematica dei diritti fondamentali, non c’è nulla di volontario. Sono espulsioni camuffate”. Intanto l’idea di pagare i migranti per rimandarli a casa è stata sposata dalle destre radicali. Nella proposta di legge Remigrazione e riconquista - sostenuta da Casapound, Patriots e Fronte veneto skinheads - è centrale. La stessa remigrazione è definita “il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine”. Gli aggettivi sono gli stessi dei programmi governativi già in atto. Anche gli estremisti di destra hanno pensato a un fondo dedicato ma non avevano avuto l’intuizione di garantire una parte della torta agli avvocati. Almeno finora. Rimpatri, gli avvocati estranei a quel decreto di Errico Novi Il Dubbio, 19 aprile 2026 La massima istituzione dell’avvocatura interviene sul Dl sicurezza, votato venerdì a Palazzo Madama, che le attribuirebbe compiti fuori dalla Costituzione: “Mai informati, ipotesi fuori dalle nostre competenze”. Un incidente e forse si potrebbe dire un mistero. Di sicuro la norma inserita nel decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense l’onere di pagare gli avvocati disposti a trasformarsi in agenzia per il rimpatrio di migranti, ecco, sa di assurdo giuridico e costituzionale già solo a raccontarla. Ma ieri, il provvedimento, l’ennesimo, che restringe le maglie dei diritti e che stavolta lo fa soprattutto a danno delle persone di origine extra Ue, ha ottenuto il via libera in aula al Senato con dentro la misura che “premia” i legali disponibili a incoraggiare il cittadino immigrato a lasciare l’Italia, e che pretende di attribuire appunto alla massima istituzione dell’avvocatura il compito di pagare tali “professionisti”. E così poco fa è arrivata la nota con cui lo stesso Consiglio nazionale forense esprime tutto il proprio stupore, e la propria estraneità, all’iniziativa dei parlamentari: “In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio Nazionale Forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione. L’istituzione”, prosegue il comunicato, “chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”. Dovrebbe finire così, con la cancellazione della misura, anche secondo le prime indiscrezioni raccolte dal Dubbio presso gli ambienti di governo: forse non con una correzione del Dl Sicurezza, già incardinato nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera per evitarne una terza lettura al Senato, ma con una norma abrogativa destinata a entrare nel primo provvedimento utile. L’idea di pagamenti effettuati dalla massima istituzione degli avvocati a singoli iscritti all’albo per l’attività professionale è astrusa e, come ricordato appunto nella nota del Cnf, estranea ai compiti dell’istituzione, dunque sostanzialmente inapplicabile. Va ricordato che la norma è finita nel decreto per iniziativa di quattro senatori espressione di tutti e quattro i gruppi della maggioranza a Palazzo Madama: Lisei di Fratelli d’Italia, Occhiuto di Forza Italia, Pirovano della Lega e Gelmini di Noi Moderati. Nel giro di poche ore sono arrivati la dura nota con cui Ocf annuncia “lo stato di agitazione dell’intera avvocatura in attesa che si modifichi integralmente il testo”, le prese di posizione di singoli Ordini, tra i quali il Coa di Firenze e di Bologna, l’Unione Camere penali, l’Associazione italiana Giovani avvocati, i comunicati di diversi parlamentari di opposizione, da Serracchiani e Rossomando (Pd) a Dori (Avs), Magi (+Europa) e Valentina D’Orso (M5S) che definiscono, per usare parole della responsabile dem Giustizia, “gravissimo quanto avvenuto alle spalle dell’avvocatura”. Ma soprattutto è arrivata la nota del Cnf che di fatto mette una pietra definitiva sopra l’inapplicabilità, oltre che sull’incostituzionalità, della misura. Nel testo entrato nel Dl Sicurezza per iniziativa del leghista Pirovano e degli altri tre senatori di maggioranza, all’articolo 30 bis il “Consiglio Nazionale Forense” è indicato, insieme con “le organizzazioni internazionali o intergovernative esperte nel settore dei rimpatri”, tra i soggetti che dovrebbero collaborare alle pratiche di “remigrazione”. Fino all’invenzione più spiazzante, che prevede appunto la “corresponsione ai singoli rappresentanti legali, da parte del Consiglio nazionale forense, dei compensi ad essi spettanti”, per aver spicciato pratiche di rimpatrio anziché svolto la loro funzione di difensori dei diritti. Un’idea creativa, per così dire, della professione forense destinata, almeno questa, a sparire come le bolle di sapone. “La Camera cambi il Decreto, nessuno ha consultato il Cnf” di Rocco Vazzana Il Manifesto, 19 aprile 2026 Dopo l’emendamento al dl sicurezza sui rimpatri favoriti dai legali parla Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense. All’indomani dell’approvazione al Senato del decreto sicurezza che chiama in causa il Consiglio nazionale forense tra gli attori protagonisti in materia di rimpatri volontari, il presidente del Cnf Francesco Greco si sente “in un frullatore”. L’organo istituzionale che presiede è stato inserito nel testo “senza che io ne sapessi nulla”, garantisce. Presidente, ma come è possibile che il Cnf finisca sul testo di un decreto legge senza essere consultato? Non saprei davvero dirle il perché, bisognerebbe chiederlo a chi lo ha fatto. Io posso garantire di averlo appreso soltanto quando la notizia si è diffusa. Se ci fosse stata anche solo una consultazione preventiva potrei essere smentito immediatamente. Ma la verità è che nessuno può dire di averlo fatto. Sono uno che si assume le proprie responsabilità, se avessi avuto un’interlocuzione di qualsiasi tipo con la politica su questo tema lo avrei detto senza alcun problema. Quindi l’ha scoperto dalla notizia riportata dal manifesto? Sì, l’ho appreso così. Poi ieri mattina ho ricevuto il testo e ho potuto finalmente leggere. Ma ribadisco che né preventivamente, né durante l’esame al Senato, né dopo l’approvazione del decreto sono stato avvisato. Avete chiesto un intervento parlamentare immediato per togliere ogni riferimento al Consiglio nazionale forense dal decreto? Sì, perché ciò che è scritto su quel decreto non rientra tra le nostre competenze. La legge attribuisce al Cnf certe prerogative. E tra queste non esiste la possibilità di erogare denaro agli avvocati o di fare da tesoreria di altri soggetti. Non è semplicemente possibile. Possiamo pagare i dipendenti del Consiglio, come tutti gli enti, ma non possiamo pagare gli avvocati. Neanche nel caso del patrocinio a spese dello Stato? Assolutamente no. In quel caso i compensi ai legali passano attraverso la corte d’Appello. Il decreto di liquidazione viene emanato dal magistrato e poi sono gli uffici presso le 24 corti d’Appello sparse in Italia che provvedono al pagamento. Il Cnf non tocca proprio palla e neanche i singoli ordini. Al di là delle prescrizioni di legge in materia di pagamenti, cosa pensa dell’idea di premiare economicamente un avvocato se riesce a convincere il proprio assistito a lasciare il Paese? Eviterei di commentare quello che i singoli avvocati decidono di fare, perché entrerei nel merito delle scelte personali di ciascuno di noi. Il Cnf però si fece promotore dell’apertura di uno sportello di assistenza legale gratuita ai migranti di passaggio dall’hotspot di Lampedusa già qualche anno fa. . . Certo, perché credo che tra i doveri dell’avvocato ci sia quello di assistere chi ha bisogno della nostra opera per la tutela dei diritti. Quale sia poi il tipo di assistenza da fornire rientra tra le scelte individuali, non me la sento di giudicare chi dovesse accettare o chi non dovesse accettare in base a un principio. Insieme ai rimpatri volontari, il governo ha fortemente ridimensionato patrocinio a spese dello Stato. Cosa ne pensa? Abbiamo detto che non si può considerare il patrocino a spese dello Stato un costo, perché è un istituto di civiltà giuridica, è un istituto che dà attuazione all’articolo 24 della Costituzione, quindi o si crede nell’articolo 24 o non si crede nel diritto di difesa di tutti. Ma se qualcuno non crede nell’articolo 24 è un problema suo. Il nostro ordinamento giuridico si fonda sul principio di uguaglianza, sulla tutela dei diritti, sullo stato di diritto. E lo stato di diritto significa assicurare a tutti, anche a chi non ha i mezzi e le possibilità, di essere difeso. Il decreto sicurezza, come sa, in settimana correrà a tappe forzate alla Camera: i tempi per la conversione scadono il 25 aprile. Come presidente del Cnf metterà in campo qualche iniziativa per cancellare subito questa parte del decreto? Mi auguro che sia lo stesso Parlamento a correggere il testo. Qualora ciò non dovesse accadere, decideremo in Plenum come muoverci. Purtroppo, visti i tempi stretti, temo che il Parlamento interverrà in un secondo momento con un’altra legge. Non si sono resi conto di aver scritto qualcosa che materialmente non figura tra le possibili attività del Consiglio. Carcere al posto dei domiciliari: il ritardo nel trasferimento va risarcito di Angelo Greco laleggepertutti.it, 19 aprile 2026 La Cassazione equipara il ritardo nella scarcerazione alla mancata concessione dei domiciliari, aprendo alla riparazione per ingiusta detenzione. Esiste una differenza profonda, non solo quantitativa ma soprattutto qualitativa, tra lo scontare una pena all’interno di una cella o tra le mura della propria abitazione. La privazione della libertà subita in un istituto penitenziario incide sulla vita dell’individuo in modo molto più afflittivo rispetto alla detenzione domiciliare. Per questo motivo, ogni giorno trascorso ingiustamente in carcere quando si avrebbe diritto a stare a casa deve essere oggetto di riparazione economica. La Corte di cassazione ha stabilito che l’ingiusta detenzione non si configura solo quando una persona è del tutto innocente, ma anche quando l’autorità giudiziaria o gli uffici di cancelleria ritardano ingiustificatamente l’adozione o l’esecuzione di un provvedimento che dispone il passaggio dal regime carcerario a quello dei domiciliari. Il caso del ritardo nel ripristino della detenzione domiciliare - La vicenda nasce dal ricorso di un uomo condannato per bancarotta fraudolenta. Mentre l’imputato si trovava già ai domiciliari per una precedente condanna, la Procura generale ne aveva disposto il trasferimento in carcere. Successivamente, la Suprema Corte aveva annullato la condanna principale perché il fatto era caduto in prescrizione. Nonostante la difesa avesse immediatamente richiesto il ripristino del regime domiciliare per il residuo della pena precedente, il provvedimento è arrivato con diversi giorni di ritardo. La Cassazione (sentenza 10970/2026) ha analizzato se questo lasso di tempo trascorso dietro le sbarre, pur avendo il diritto di stare a casa, potesse dare diritto a un indennizzo. I giudici hanno chiarito che, sebbene la carcerazione iniziale fosse legittima perché basata su atti dovuti, il ritardo successivo nella gestione della scarcerazione cambia le carte in tavola. La distinzione tra legittima esecuzione e ingiusto ritardo - Per comprendere la portata di questa decisione, bisogna distinguere due momenti diversi vissuti dal ricorrente. Il primo periodo di detenzione in carcere è stato considerato legittimo: la Procura era obbligata a eseguire una condanna definitiva e non poteva decidere autonomamente sulla prescrizione. Tuttavia, la situazione muta radicalmente nel periodo che va dalla richiesta di ritorno ai domiciliari alla data della loro effettiva concessione. Per la IV Sezione penale, questo intervallo temporale può determinare l’ingiustizia della detenzione. L’autorità giudiziaria e il personale delle segreterie hanno il dovere di agire con tempestività quando è in gioco la libertà personale. Un ritardo significativo e non giustificato nell’adozione di una decisione di scarcerazione viene equiparato a un errore giudiziario, rendendo lo Stato responsabile del danno subito dal detenuto. Differenza qualitativa tra carcere e domicilio - Il cuore della sentenza risiede nella valutazione della natura della pena. La Corte sottolinea che la pena da scontare in carcere è un “aliud”, ovvero qualcosa di completamente diverso rispetto a quella domiciliare. Non si tratta solo di una diversa modalità esecutiva, ma di una trasformazione della natura stessa della sanzione e dei suoi effetti concreti sulla vita del condannato. La detenzione in un istituto penitenziario coinvolge ogni aspetto della quotidianità ed è caratterizzata da un grado di afflittività molto superiore. Al contrario, la detenzione domiciliare ha una portata limitativa assai più contenuta. Proprio perché queste due realtà incidono in modo così differente sulla libertà individuale, il tempo passato in cella “di troppo” rispetto a quanto stabilito dal diritto non può essere ignorato ai fini della riparazione per ingiusta detenzione. I doveri di cancellerie e magistrati nella scarcerazione - La responsabilità per l’ingiusta detenzione non ricade solo sulle scelte dei magistrati, ma può derivare anche da inefficienze burocratiche. La Corte ha infatti precisato che l’ingiustizia può essere causata da un ritardo imputabile al personale di cancelleria o di segreteria nell’esecuzione di un ordine già emesso. La ratio è la medesima: sia che il giudice tardi a decidere, sia che gli uffici tardino a trasmettere l’ordine, il risultato è un individuo che resta in carcere senza che vi sia più una valida ragione giuridica. Nel caso specifico, la Corte d’appello dovrà ora valutare se quel periodo di circa dieci giorni di ritardo sia stato “ingiustificato e rilevante”. In caso positivo, lo Stato dovrà risarcire l’uomo per i giorni trascorsi in cella invece che presso la propria abitazione. Perugia. Detenuta muore in cella. Ipotesi malore o cocktail di farmaci di Luca Fiorucci La Nazione, 19 aprile 2026 Una detenuta di 41 anni, ternana, è stata trovata senza vita, ieri mattina, nella sua cella nel reparto femminile del carcere di Capanne. Ad accorgersene l’agente di Polizia penitenziaria addetta alla vigilanza, riferisce Angelo Romagnoli della segreteria regionale della Uilpa - che, appurato che la donna, ancora a letto, non respirava più, ha immediatamente attivato i soccorsi. Il personale sanitario ha cercato di rianimare la donna, senza però riuscire nell’intento. Sul posto si è subito recato il magistrato di turno e il medico legale. Gli accertamenti sono ancora in corso. La Procura della Repubblica di Perugia ha aperto un’inchiesta per chiarire le cause della morte della 41enne, attribuibili, secondo una prima ricostruzione, a cause naturali o forse in conseguenza di un mix di farmaci. Circostanza che potrà chiarire l’autopsia. “Con sentimento di dolore e mestizia, devo confermare la morte in carcere di una giovane detenuta di 41 anni, ternana, per cause ancora in corso di accertamento. L’evento ha visto impegnato tutto personale del carcere di Capanne, dalla direttrice alla comandante della polizia penitenziaria, come anche l’area medico sanitaria con massima dedizione e a loro intendo rivolgere le più sentite condoglianze estese peraltro a tutta la comunità carceraria in questo momento sotto shock per l’accaduto” commenta Giuseppe Caforio, garante per i detenuti dell’Umbria. “La morte di una giovane donna in un contesto già carico di problematiche note, costituisce fatto scioccante che fa riflettere e impone ancora una volta la necessità che vi sia un impegno forte e concreto verso la risoluzione dei principali problemi che attanagliano il sistema carcerario e quindi il sovraffollamento, la carenza di personale della polizia penitenziaria e il rafforzamento delle strutture trattamentali sociosanitarie” aggiunge ancora il garante che rivolge “le più sentite condoglianze anche ai familiari della detenuta”. “Ancora una volta - sottolinea ancora Angelo Romagnoli della Uilpa - gli agenti della polizia penitenziaria si sono trovati ad affrontare un evento drammatico in condizioni di grave carenza di organico. Donne e uomini in divisa che, quotidianamente, garantiscono sicurezza e assistenza ben oltre i limiti delle risorse disponibili, operando con senso del dovere, professionalità e spirito di sacrificio. È inaccettabile che tali tragedie si inseriscano in un contesto caratterizzato da croniche carenze di personale e da carichi di lavoro sempre più gravosi, con turni massacranti anche di 16 ore consecutive. Non si può più continuare a chiedere agli agenti di sopperire alle mancanze strutturali e di organico del sistema”. Napoli. Si continua a morire di carcere e in carcere di Samuele Ciambriello Ristretti Orizzonti, 19 aprile 2026 Mohamed D., un detenuto di 42 anni originario del Bangladesh, è morto nella prima mattinata di ieri nell’ospedale Cardarelli di Napoli, dove era arrivato il 17 marzo dal carcere di Poggioreale. Ai familiari residenti in provincia di Napoli le nostre condoglianze e la nostra vicinanza. In Italia dall’inizio dell’anno nelle carceri 64 morti, di cui 15 suicidi. Monza. Appello del Terzo settore: a rischio la relazione sociale del carcere con il territorio di Sarah Valtolina ilcittadinomb.it, 19 aprile 2026 La novità scaturisce dalla consapevolezza delle crescenti difficoltà che si incontrano per gli ingressi nel penitenziario. Sollecitata una riflessione sulle condizioni detentive. Una quindicina di associazioni e realtà del terzo settore che operano nella casa circondariale di Monza hanno sottoscritto un appello alleanza per denunciare “la riduzione della concreta possibilità di relazione con il territorio che indebolisce ulteriormente la logica costituzionale della detenzione come percorso di reinserimento sociale già fortemente compromessa dalla natura stessa del carcere e dalle condizioni di sovraffollamento”, si legge nel documento. Un appello che fa seguito all’allarme lanciato dal cappellano del carcere, don Tiziano Vimercati, “perché la cittadinanza ne sia consapevole e perché gli sforzi che il volontariato, le istituzioni, le persone che lavorano nella casa circondariale compiono non venga vanificato da norme e regolamenti che vanno nella direzione opposta a quel che servirebbe”. Appello: sotto la lente le crescenti difficoltà di ingresso nella struttura - A preoccupare le tante realtà del terzo settore che da tempo operano all’interno dell’istituto di reclusione di via Sanquirico, impegnate in diverse attività dalla cultura allo sport, dal supporto materiale a quello relazionale fino all’inserimento lavorativo, è “la crescente difficoltà ad operare nelle attività di volontariato verso il carcere”. E tutto questo -precisano i sottoscrittori dell’appello- nonostante l’impegno della direzione e del personale della casa circondariale. Diventa sempre più complicato, infatti, l’ingresso di persone esterne, in particolare gli studenti ma anche l’uscita temporanea dei detenuti. Appello: chiesta una riflessione complessiva sulle condizioni detentive - Un documento che rinnova ancora una volta la richiesta, giunta da più parti a conclusione del Giubileo della speranza indetto da papa Francesco, di provvedimenti di clemenza che pare siano ormai caduti nel nulla. “Per essere speranza riteniamo che oltre al nostro impegno quotidiano sia necessario e urgente rilanciare una più complessiva riflessione della società tutta sulla natura del carcere, sulle reali caratteristiche e condizioni di chi è detenuto e sui concreti risultati della detenzione”. Hanno firmato l’appello le associazioni Ad alta voce, Carcere aperto, Carrobiolo, l’associazione culturale Geniattori, l’associazione Incontro e presenza, i volontari della Caritas di Monza, il Centro sportivo italiano, Confcooperative Milano e dei Navigli, la cooperativa sociale Il Ponte, Fondazione e associazione Stefania, il Forum territoriale terzo settore Monza e Brianza e l’impresa sociale Il Carro. Pesaro. “Bracciaperte” per i detenuti. E in carcere entrano i laboratori artigiani di Alice Muri Il Resto del Carlino, 19 aprile 2026 Un momento del convegno a Palazzo Gradari per la presentazione dei progetti e delle attività di “Bracciaperte”. Laboratori formativi in carcere dedicati al reinserimento socio-lavorativo dei detenuti, ma anche attività di formazione nelle scuole e assistenza alle famiglie in difficoltà, alle quali vengono consegnati generi di prima necessità. Sono queste le principali attività realizzate nel 2025 dall’associazione Bracciaperte, presente a Pesaro da oltre dieci anni, che ieri mattina ha organizzato a Palazzo Gradari una presentazione del proprio operato e dei progetti per il futuro. Il presidente, Mario Di Palma, ha aperto la giornata di presentazione: “Io ero un artigiano - dice - e avevo il desiderio di creare dei laboratori formativi all’interno del carcere, tanto che ho iniziato portando una lavatrice o un frigo da mettere a disposizione dei detenuti per fare dei lavori di riparazione. Vedevo che c’era molto interesse e grazie alla fiducia accordata sia dagli istituti che dalla polizia penitenziaria, ma anche dei volontari siamo cresciuti come realtà. Nel 2025 abbiamo chiuso il progetto ‘Artigiani Dentro’, che ha coinvolto 30 detenuti del carcere di Pesaro in tre laboratori: tecnico riparatore, tecnico bici (realizzato insieme all’associazione Isaia) ed uno di xilografia artistica, durante il quale è stato realizzare anche un logo del carcere. Poi siamo impegnati nella riqualificazione degli spazi interni dal carcere di Pesaro, nella formazione nelle scuole (grazie anche a Csv) e, attraverso alla collaborazione con il Banco Alimentare, siamo arrivati ad aiutare 75 famiglie nel nostro territorio. Voglio ringraziare anche l’Auser Pantano ed il presidente Ezio Bracco per il costante sostegno, le forze di polizia oggi presenti, gli assessori Luca Pandolfi e Maria Rosa Conti e il consigliere regionale, Nicola Baiocchi”. Napoli. I sarti di Secondigliano vincono il premio sociale “Piscioneri” gnewsonline.it, 19 aprile 2026 Ago e filo come strumenti di libertà. Un gruppo di aspiranti sarti detenuti nel carcere di Secondigliano sono stati insigniti del premio sociale “Ilario Piscioneri”. Il riconoscimento, si legge nel comunicato dell’iniziativa, riguarda “progetti che utilizzano l’artigianato come via di riscatto sociale, in continuità con la visione di Ilario Piscioneri”, storico presidente dell’accademia nazionale dei sartori. La sartoria è arte non nuova nei penitenziari. A Santa Maria Capua Vetere, grazie a una collaborazione con lo storico marchio Marinella, i detenuti confezionano cravatte per le divise della Polizia penitenziaria. La casa circondariale di Biella ospita un laboratorio industriale condotto da Ermenegildo Zegna Holditalia Spa. Da Secondigliano, grazie al lavoro della direttrice, Giulia Russo, è partita una lavorazione per confezionare la biancheria da letto destinata alle stanze dei detenuti. I reclusi hanno poi frequentato dei corsi regionali di sartoria, e si sono specializzati nel confezionamento di toghe per magistrati e avvocati; tra i committenti, l’Anm e l’Università Federico II. Al via, inoltre, la produzione di abiti talari: anche Papa Francesco e Monsignor Vincenzo Paglia hanno ricevuto in dono due casule provenienti da Secondigliano. Il premio ai sarti detenuti, vinto ex aequo con il giovane Emanuele Abate, si inserisce nel percorso di formazione condotto nell’istituto napoletano dalla Confraternita dei sartori 1351. L’associazione, come si legge sul sito, “ha come scopo quello di tramandare alle nuove generazioni l’antica arte del vestire su misura”; un mestiere che ha contribuito a far conoscere il made in Italy in tutto il mondo. Il percorso, curato da Tiziana Aiello, presidente della Confraternita, e dal maestro Raffaele Antonelli, è stato premiato nell’ambito della 4^ edizione del premio Ditale d’Oro. La cerimonia si è tenuta il 17 aprile nella sede della Fondazione Mondragone - Museo della Moda Napoli. Per Aiello si tratta della “conferma che siamo riusciti a tracciare quel filo ideale che unisce la storia di ieri al futuro dei giovani talenti. Ma l’emozione più grande è stata vedere i frutti del lavoro svolto con i giovani reclusi a Secondigliano”. Dalle carceri minorili un arazzo per sognare la libertà di Cristina Lacava Io Donna, 19 aprile 2026 I detenuti di diversi Ipm (Istituti penali minorili) hanno reinterpretato con la Fondazione Rava il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, in un’opera collettiva che ha permesso loro di ritrovare la fiducia e sperare. Così come altri progetti che li preparano dalle carceri minorili al “dopo”. Hanno cominciato da Hakimi, calciatore marocchino del Paris Saint-Germain. Via via, hanno disegnato gli altri: Mandela con Rosa Parks, Bob Marley, Marco Pannella, Shakira, Fabri Fibra, Sponge Bob e Homer Simpson. Tra personaggi reali e protagonisti dei fumetti, ci sono anche frammenti di vita vissuta, uno pneumatico a ricordare il lungo viaggio da clandestini verso l’Europa, l’autoritratto di un minorenne che si nasconde il viso con la mano, i messaggi in bottiglia come: “Il perdono con se stessi rende liberi” e il commovente Sos lanciato alla mamma: “Tra pochi mesi vieni a prendermi”. Ci sono tante storie dietro quelle figure, storie di chi si è, e magari si trova in un carcere minorile, e di chi si vorrebbe essere. “(Cercare) Raffaello in carcere” è un grande arazzo che reinterpreta il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, conservato nella Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano, del quale riprende le misure di 8 x 3 metri. L’hanno realizzato con pastelli a cera su scampoli di tela poi cuciti tra loro - un centinaio di detenuti, ragazzi provenienti dagli Ipm (Istituti penali minorili) di Milano, Bologna, Roma e Napoli, insieme ad adulti di altre carceri. Hanno scelto loro se rappresentarsi o rappresentare una figura di riferimento. Marco Pannella, per esempio, è stato proposto da un detenuto perché l’aveva conosciuto: era l’unico politico che andava a visitare gli istituti penitenziari a Natale. Quest’opera collettiva è stata portata a termine sotto la guida dell’artista Mattia Cavanna nell’ambito del progetto Orizzonti di Fondazione Rava, sostenuto da Mediobanca, con l’obiettivo di “offrire ai giovani detenuti strumenti efficaci per sviluppare competenze, ritrovare fiducia e costruire un futuro diverso” dice la presidente Mariavittoria Rava. Esposto per la prima volta all’Ambrosiana, con la collaborazione di IED, andrà nelle carceri, poi in alcuni musei. Carceri minorili: Importante è creare una rete che funzioni - Orizzonti è uno dei tanti progetti attivati nei 19 Ipm italiani, dove sono rinchiusi 572 minori e giovani adulti (erano 381 nel 2022), tra i quali 242 stranieri, mentre le ragazze sono solo 21. Le carceri minorili più affollate più affollati sono quelli di Nisida, (74 ragazzi) e il Beccaria di Milano (72) (dati da “Io non ti credo più”, VIII Rapporto sulla giustizia minorile in Italia dell’associazione Antigone, che dal 1991 si occupa di diritti e garanzie dei detenuti). I progetti sono i più vari; artistici, sportivi, culturali, formativi, e hanno tutti l’obiettivo di preparare i giovani al loro reinserimento nella società; in maniera diretta, facendo scoprire alcune professioni, o indiretta, rafforzando le cosiddette soft skills, cioè la capacità di lavorare in gruppo, l’autostima, la flessibilità, l’autonomia. L’importante, perché funzionino, è che si creino un clima di fiducia e una valida rete tra educatori interni, assistenti sociali, professionisti, volontari. Ma soprattutto che non si giudichi nessuno. Se l’atmosfera nel carcere minorile è positiva, i risultati arrivano. Il rap è un linguaggio accessibile “Abbiamo portato i giovani del Beccaria a vedere il cartone di Raffaello per realizzarne una versione vicina al loro sentire. Sono riusciti a entrare in contatto con le loro emozioni e la parte bella di sé” dice Delfina Boni, responsabile di Orizzonti. “Si è creato un dialogo a distanza tra ragazzi con un comune vissuto di abbandono, degrado, spesso dipendenza. Al Beccaria, la grande maggioranza sono Msna (minori stranieri non accompagnati, ndr) e pochissimi conoscevano Raffaello. Ma partecipare a un laboratorio d’arte, in silenzio, crea una situazione di benessere. Sono persone con una soglia bassissima d’attenzione, però con noi si trasformano”. Anche Benedetta Genisio, referente del Presidio culturale permanente dell’associazione Cco (Crisi come opportunità) crede che l’arte possa avere una “spinta trasformativa”. Il progetto di Cco è nato nel 2012 da una collaborazione con il rapper Luca Caiazzo, in arte Lucariello. Oggi coinvolge sette Ipm e, solo nel 2025, ha visto 1500 ore di attività formative, distribuite senza interruzione nei 12 mesi. “Quando è continuativa, l’arte ha un forte impatto sui ragazzi” spiega Genisio. “Il rap è un linguaggio accessibile a tutti. Si parte dalla scrittura dei testi; i primi in genere sono sul disagio. Poi si fanno più introspettivi, diventano uno strumento per raccontarsi. Finita questa parte, noi registriamo i brani - abbiamo una strumentazione professionale - e li produciamo. Siamo da poco usciti su Spotify con Petite di 2shot (il nome d’arte scelto da due gemelli rinchiusi ad Airola, Benevento), con Lucariello. I ragazzi si sono impegnati, se nel carcere minorile scoppiava una rissa, si tenevano in disparte. Sono diventati più consapevoli”. È appena partito un corso pilota di formazione professionale sui mestieri dello spettacolo che comprende 500 ore di formazione e 1 anno di tirocinio, entrambi pagati. Per ora partecipano 14 ragazzi. “Il nostro messaggio è: se vi impegnate, fuori c’è un mondo che vi ascolta e risponde” conclude Genisio. A Roma, laboratori espressivi nella biblioteca del carcere minorile - Rimanendo in ambito culturale, è da segnalare la biblioteca dell’Ipm di Casal del Marmo, a Roma, nata nel 2014 per iniziativa di due educatrici che avevano svolto il servizio civile proprio nel carcere minorile. Oggi conta 6000 libri, ed è stata appena ristrutturata grazie al contributo della Tavola Valdese. Ma come si avvicinano i giovani detenuti - solo il 50 per cento sono italiani- alla lettura? Andreina De Vecchi, dell’associazione di volontariato Fuori Riga che gestisce la biblioteca, spiega che “bisogna andare per gradi, coinvolgerli. Noi proponiamo dei laboratori espressivi su scrittura e lettura che li aiutino a tirare fuori le emozioni. Selezioniamo i libri sulla base delle loro richieste: fumetti, romanzi, autobiografie, storie d’amore. Una mediatrice culturale ci aiuta e scegliere quelli in arabo. Inoltre attraverso l’istituzione di alcune borse lavoro possono ricevere una formazione teorico-pratica per svolgere attività di reception e segreteria, con l’obiettivo del reinserimento lavorativo”. Anche lo sport può portare benefici: “Insegna il rispetto delle regole e degli avversari, e la collaborazione” dice Franco Dardanelli, presidente della polisportiva Solliccianese di Firenze che, dopo una positiva esperienza con gli adulti del carcere di Sollicciano, si avvia a collaborare con l’Ipm di Firenze, nei pressi di Santa Maria Novella. “Vorremmo organizzare un torneo di calcetto e uno di basket, le strutture non mancano. Abbiamo visto che è importante garantire la periodicità degli incontri, così l’allenamento ha un obiettivo preciso. Tra i benefici riscontrati c’è la minore richiesta di farmaci e più attenzione all’alimentazione”. Dal carcere minorile al tirocinio d’inclusione - Arte, musica, sport, lettura e scrittura sono importanti per allargare gli orizzonti e i desideri, per confrontarsi con il mondo esterno, responsabilizzarsi. E pensare al “dopo”. Una proposta ben strutturata di reinserimento lavorativo è quella dell’impresa sociale Archè di Catania, negli Ipm di Catania e Acireale. “Per prima cosa incontriamo i minori segnalati dagli educatori, e prepariamo un progetto individuale” spiega Marianna Cona di Archè. “Non chiediamo mai per quale reato sono in carcere, quel che conta è creare un rapporto di fiducia. Proponiamo un tirocinio di inclusione sociale che è una formazione “sul campo” di sei mesi con un’indennità di frequenza di 500 euro mensili. Cerchiamo di assecondare le loro attitudini ma prima facciamo un po’di orientamento, perché spesso non hanno idea di come funzioni il lavoro”. Se tutto va bene, se c’è l’assenso del giudice, si inviano i documenti al Centro per l’impiego e si comincia. I tirocini partiti riguardano magazzinieri, collaboratori di cucina, sala, bar, o lavori d’officina. Su 15 minori già coinvolti, 13 hanno portato a termine l’impegno. “Alcuni sono rimasti a lavorare nelle stesse aziende, e abbiamo aiutato gli altri a trovare un impiego” continua Cona. “Non li lasciamo soli. Se un ragazzo ci crede, la possibilità di recidiva scende a zero. Gli Ipm della Sicilia orientale sono un’isola felice”. La politica che si rifugia sotto i gazebo di Aldo Grasso Corriere della Sera, 19 aprile 2026 Mentre a sinistra si discute di primarie, campo largo, coalizioni, necessità di un programma comune, si riaffaccia il fantasma del gazebo. Il chiosco da giardino inglese - il cui etimo deriva dal verbo to gaze (contemplare) e dal suffisso latino -ebo, tipico del futuro - da creazione ludica è diventato la trincea dei rassegnati, la garitta di strategie populiste, un ingombro stradale, rifugio della retorica demagogica dei social. La politica è altra cosa: è carisma, determinazione, progetto, acume, militanza, anche spietatezza. Ma quando non c’è una figura trascinante, bastano un tavolino traballante, due bandiere sbiadite e una manciata di biro che hanno smesso di fare il loro dovere per evocare il miracolo della “partecipazione”. È una liturgia rassicurante: file ordinate o scomposte di fedeli convinti di decidere il destino del Paese. Il gazebo è l’eutanasia del pensiero critico: asciuga il dibattito, polverizza la riflessione e riduce la complessità e il valore del voto a un surrogato distratto su un foglio di carta riciclata. Il gazebo custodisce un fuoco liturgico: non serve capire davvero, basta mettere un segno per gratificare le tifoserie. Qualunque sia il risultato si può sempre dire che è la volontà del “popolo del gazebo”. In fondo è la versione politica dei dehors: accessibili, rumorosi e invasivi. Vittime di violenza: una scuola di sartoria per ricucire le vite di Paola D’Amico Corriere della Sera, 19 aprile 2026 Formazione, sostenibilità e solidarietà si intrecciano nel progetto “Sartorie Sociali di Periferia A/R” di Made in Carcere e Fondazione Conad Ets. In una prima fase, offrirà una seconda opportunità a 20 donne di Cagliari, Lecco, Udine, Palermo e Lecce un periodo intensivo di formazione sartoriale. Via a un progetto nazionale di Fondazione Conad Ets e Made in Carcere per l’autonomia delle donne vittime di sfruttamento, violenza ed emarginazione. Per molte donne, la libertà comincia dal lavoro. Ed è da questa convinzione che prende vita “Sartorie Sociali di Periferia A/R”, che sarà realizzato da Made in Carcere, impresa sociale impegnata da quasi 20 anni nella creazione di opportunità lavorative per donne detenute o provenienti da contesti di vulnerabilità. In questo caso l’iniziativa punta a sostenere il reinserimento lavorativo e sociale di circa 20 donne emarginate dal mondo del lavoro, in particolare vittime di violenza o sfruttamento, attraverso un percorso di formazione professionale nel settore sartoriale. L’hub Made in Carcere a Lecce - Nella prima fase coinvolgerà le città di Cagliari, Lecco, Udine, Palermo e Lecce con un modello innovativo basato su un percorso di formazione “Andata e Ritorno”. Le partecipanti, provenienti dalle cinque città, saranno infatti ospitate presso l’hub di Made in Carcere a Lecce, dove prenderanno parte a un periodo intensivo di formazione sartoriale. Qui apprenderanno competenze tecniche e artigianali nella realizzazione di manufatti di qualità, prodotti anche attraverso il riutilizzo di tessuti scartati dalla moda e materiali recuperati, secondo i principi dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale che caratterizzano da sempre l’attività di Made in Carcere. Al termine della formazione, le partecipanti torneranno nei propri territori di origine per mettere in pratica le competenze acquisite e contribuire allo sviluppo di nuove sartorie sociali locali, generando opportunità di lavoro, inclusione e sviluppo nelle comunità di appartenenza. Fondazione Conad Ets e Made in Carcere condividono una stessa visione: promuovere un modello di sviluppo capace di generare valore sociale attraverso il lavoro, l’artigianalità e la collaborazione tra imprese, territori e comunità. Gli obiettivi del progetto - “L’autonomia economica è uno degli strumenti più importanti per uscire da situazioni di violenza e marginalità. Con questo progetto vogliamo offrire opportunità concrete di formazione e lavoro, contribuendo a costruire percorsi di indipendenza e dignità per molte donne e generando valore positivo nelle comunità in cui operiamo”, spiega Maria Cristina Alfieri, Segretario Generale e Direttrice di Fondazione Conad Ets. “Crediamo profondamente nella forza trasformativa del lavoro. Con ‘Sartorie Sociali di Periferia A/R’ vogliamo portare il modello di Made in Carcere in nuovi territori e offrire alle donne non solo competenze professionali, ma una nuova ‘cassetta degli attrezzi’, una vera occasione di rinascita e di riscatto”, le fa eco Luciana Delle Donne, fondatrice di Made in Carcere. Attraverso “Sartorie Sociali di Periferia A/R”, formazione, sostenibilità e solidarietà si intrecciano in un’unica trama: quella delle seconde opportunità, per le persone coinvolte, per i territori e per i materiali che tornano a nuova vita grazie all’economia circolare Quella “manciata di tiranni” e una poesia che trova risposte di Glauco Giostra Avvenire, 19 aprile 2026 Perché siamo in una situazione così angosciante e umanamente intollerabile? Si tratta del potere conquistato da alcuni con la forza, da altri illudendo un popolo con promesse non mantenute. “Il mondo è devastato da una manciata di tiranni” è la dolorosa constatazione di papa Leone XIV: parole sacrosante, è proprio il caso di dire. Ma perché siamo in una situazione così angosciante e umanamente intollerabile? Nel caso in cui si sia dinanzi a tiranni-dittatori la spiegazione è agevole: si tratta del potere conquistato da alcuni con la forza, che con la forza vogliono ribadirlo ed espanderlo. I tiranni democraticamente eletti, invece, dovendo il loro potere ad un popolo che si è lasciato abbacinare dalla loro promessa di magnifiche sorti e progressive, devono trovare in obiettivi esterni al loro Paese la distrazione e la compensazione rispetto agli insuccessi interni. Contro la loro cieca bulimia di potere e di conquista, non si può far molto, se non attendere che la forza del dittatore declini o che la collettività delusa dall’ampia forbice tra il promesso e il realizzato ne tragga le conseguenze sotto il profilo elettorale. Ma una cosa si può e si deve fare. Premesso che nessuna ragione, anche avesse una sua plausibilità, potrebbe mai giustificare l’uccisione di creature innocenti, vanno svergognate le attuali motivazioni addotte per giustificare le devastazioni denunciate dal Papa. A cominciare da quella spudorata di agire su mandato o sostegno divino: anche per il non credente è difficile immaginare una più intollerabile bestemmia di quella che consiste in discorsi, sceneggiate, esibizioni di rosario, volte a coinvolgere Dio nelle proprie nefandezze o nei propri prosaici interessi elettorali. Ma indecente è anche il tentativo di giustificare le sopraffazioni di intere popolazioni per asseriti scopi difensivi de futuro, per sostenere la minoranza oppressa di un altro Paese, per eliminare un regime corrotto o crudele, per recuperare territori unilateralmente proclamati propri. Ma allora cosa sospinge questa manciata di tiranni a compiere le devastazioni denunciate dal Papa? Quale interesse politico li muove? Una risposta si può trovare nella poesia “Discorso all’Onu” del premio Nobel Wis?awa Szymborska del 1993: “Non devi nemmeno essere una creatura umana per acquisire un significato politico. Basta che tu sia petrolio, mangime concentrato o materia riciclabile. O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma si è discusso per mesi: se negoziare sulla vita e sulla morte attorno a uno rotondo o quadrato. Intanto la gente moriva, gli animali morivano, le case bruciavano”. Basta aggiornare il nome dei beni materiali che attualmente suscitano maggiore avidità per conoscere i reali moventi di tanti orrori. Eritrea. Biníam sepolto 15 anni in prigione senza sapere perché di Fabio Carminati Avvenire, 19 aprile 2026 Il vignettista etiope, inviso al regime del dittatore Isaias, è stato liberato il mese scorso: non ha mai potuto vedere i familiari, come altri diecimila detenuti politici. Quindici anni, tra quattro mura e una finestra, senza sapere perché l’avevano rinchiuso lì. Per 5. 478 giorni, Biníam ha solo visto la tazza di ferro smaltato, infilata in una feritoia della porta al mattino e ritirata la sera. Per 131. 490 ore si è sforzato di passare in rassegna, per non dimenticare, i tratti del viso della donna che amava, dei genitori, degli amici e di chi conosceva prima di finire in quel buco della storia. Alla fine, però, anche i ricordi erano diventati indistinguibili, confusi in un volto sopra l’altro, come i 473 milioni di secondi trascorsi rinchiuso in un “carcere criminale” nel cuore del quartiere vecchio di Asmara, la capitale dell’Eritrea. Biníam vi è stato sepolto vivo nel settembre del 2011 quando l’hanno portato via di casa all’alba. Da allora ha dovuto cercare di sopravvivere per giorni, mesi, anni, senza foglio né matita, lui che nell’altra vita, quella precedente alla prigione, era stato un vignettista satirico. Forse il più celebre tra la sua gente, sicuramente il più noto all’estero. Una spina nel fianco prima del regime etiope di Menghistu e poi, dopo l’indipendenza da Addis Abeba nel 1993, del padre e padrone Isaias Afewerki. L’uomo solo al comando che governa da trentatré anni senza avere mai tenuto elezioni generali né adottato una Costituzione, depredando i beni della Chiesa e minacciando sacerdoti e suore. Biníam Solomon, ora ha passato i sessant’anni, e nei primi giorni dello scorso marzo ha lasciato il carcere. Innocente, come era entrato. Non è mai stato processato e ancor oggi il regime non gli ha mosso alcuna accusa. Lo ha solo nascosto al mondo e il mondo a lui. Le ragioni della detenzione non sono state chiarite. Il fatto certo è che nessun altro giornalista è rimasto in cella tanto a lungo. Conosciuto con lo pseudonimo di Cobra, Biníam si era fatto notare per le vignette critiche e argute su temi politici e sociali. Nonostante avesse perso un braccio da bambino, aveva intrapreso la carriera artistica, realizzando un numero considerevole di opere. Per arrotondare le entrate, aveva anche lavorato come insegnante di fisica in una scuola secondaria di Asmara. Le sue vignette erano state pubblicate su diversi giornali eritrei per quattro anni alla fine degli anni Novanta. Una finestra di libertà dopo l’indipendenza dall’Etiopia, durante la quale i media privati avevano prosperato prima di essere chiusi, nel settembre del 2001, dal governo di Isaias (entrato ufficialmente in carica due anni dopo) con l’accusa di “mettere in pericolo la sicurezza nazionale”. L’artista, prima di finire in prigione, aveva pubblicato anche tre libri che includevano raccolte dei suoi lavori: “Subtle is the Ruler”, “Conversation with Cobra Number One” e “Conversation with Cobra Number Two”. In tutte, il potere veniva messo puntualmente alla berlina. Lo stesso potere del Fronte di liberazione del popolo eritreo di Isaias e nel quale militava anche il vignettista. Una storia vecchia come il mondo quella dei critici nei confronti dei regimi, come quella delle bugie e dei gesti plateali per negare la persecuzione di chi critica. Perché nella “Corea del Nord del Corno d’Africa”, come alcuni analisti hanno definito l’Eritrea, l’accesso ai giornalisti stranieri è ancora oggi consentito solo se si attengono alle “direttive” del governo. Ma quello di Biníam è, purtroppo, solo uno di una lunga serie di casi simili. Migliaia di persone rimangono in carcere, in isolamento e senza processo, in un Paese da tempo sotto accusa per violazioni dei diritti umani: una stima, in difetto, dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell’Onu parla di almeno diecimila persone. Il rilascio di Biníam Solomon avviene nell’ambito di recenti notizie riguardanti una serie di liberazioni da parte del regime. Una mossa ad effetto - sostengono vari analisti - con cui Isaias cerca di ottenere il consenso dei Paesi della regione. Anche perché i venti di guerra all’Asmara non hanno mai smesso di soffiare e sempre in direzione del nemico a sud: il fronte del Tigrai, lo sbocco sul mare ad Assab per Addis Abeba, e il conflitto in Sudan combattuto su fronti opposti da Etiopia ed Eritrea, sono lì pronti a riaccendere il rogo del Corno d’Africa. Afghanistan. Appello di 360 attivisti per la liberazione immediata dei giornalisti detenuti di Sabrina Panarello agenparl.eu, 19 aprile 2026 Oltre 360 giornalisti, operatori dei media e attivisti per i diritti umani hanno sottoscritto una lettera aperta esprimendo profonda preoccupazione per la sorte dei reporter detenuti in Afghanistan, chiedendone il rilascio immediato e incondizionato. I firmatari hanno attribuito alle autorità di Kabul la piena responsabilità per la salute e la sicurezza dei giornalisti in carcere, denunciando le dure condizioni di detenzione. Nel documento, indirizzato alle Nazioni Unite, all’Unione Europea e alle principali organizzazioni internazionali di vigilanza sui media, vengono citati i nomi di diversi reporter prigionieri, tra cui Shakeeb Ahmad Nazari, Bashir Hatef e Hamid Farhadi. Secondo quanto riportato dai firmatari, le condizioni di salute di Nazari e Hatef sarebbero in costante peggioramento. L’appello sottolinea come la detenzione per attività legate al giornalismo professionale rappresenti una violazione delle libertà fondamentali e degli standard internazionali sui diritti umani. Dall’insediamento delle autorità attuali, la libertà di stampa nel Paese ha subito un drastico deterioramento, segnato da arresti arbitrari, censura e un clima di crescente timore per gli operatori dell’informazione. Gli attivisti hanno esortato organizzazioni come il Committee to Protect Journalists (CPJ) e Reporters Sans Frontières (RSF) a intensificare la pressione diplomatica affinché si ponga fine a quello che definiscono un attacco sistematico allo spazio civico e alla libera espressione in Afghanistan