Ritrovare una propria identità oltre il reato, la giustizia minorile secondo la Costituzione di Giovanni Ribuoli Il Domani, 18 aprile 2026 Oggi qualcuno vorrebbe di nuovo un carcere minorile fatto per nascondere in cella chi ha ricevuto una condanna ma soprattutto caricarlo del pesante insulto della società. Una copia in miniatura del carcere degli adulti. Ma “proteggere l’infanzia e la gioventù”, come richiede la Costituzione, anche quando è autrice di reati, significa soprattutto portarla al più presto al di fuori dalle logiche criminali. Nell’inchiesta della procura di Roma che coinvolge dieci agenti del reparto della polizia penitenziaria in servizio a Casal del Marmo, due di loro sarebbero accusati di tortura. Senza nulla togliere alla presunzione di innocenza, il dato è molto preoccupante. Non solo perché sembra un’eco sinistra dell’inchiesta milanese, arrivata a stampa e giornali nel 2024, che contesta gli stessi reati. È di questi giorni la celebrazione del processo con più di quaranta indagati tra il personale dell’Istituto penale per i minorenni (Ipm) Cesare Beccaria. La preoccupazione viene confermata dalla sequenza di notizie: alla consegna dell’ottavo report di Antigone sulla giustizia minorile a febbraio ha fatto seguito la presentazione del rapporto sulla giustizia minorile da parte del ministero della Giustizia. Il documento ministeriale conferma che la maggioranza dei minori e dei giovani adulti detenuti negli Ipm non stanno beneficiando di una progettazione adeguata: le strutture esistenti, inclusi gli organici, sono pensati per altri numeri e per tempi di detenzione più lunghi. È emerso poi lo stato al limite dell’Ipm Malaspina di Palermo e dell’omologo bolognese del Pratello: strutture datate, dove alla carenza di progettualità e di personale si aggiunge la manutenzione carente. A seguito delle segnalazioni da parte della stampa, è stata indetta un’agitazione sindacale degli agenti penitenziari, rientrata per l’intervento del capo-dipartimento, Antonio Sangermano. Il mese scorso, lo stesso capo-dipartimento aveva diramato una nota in cui ribadiva e dettagliava il ruolo determinante svolto proprio dal dipartimento per la giustizia minorile, da lui diretto, per l’avvio dell’inchiesta romana. Aveva inoltre giustificato i provvedimenti amministrativi presi per l’Ipm romano, segnalando che “tutte le attività sono state svolte nel rigoroso rispetto della legge, con spirito di trasparenza e con la costante finalità di garantire legalità, tutela dei minori e corretto funzionamento dell’istituto”. Questo spirito d’iniziativa avrebbe trovato conferma anche nell’esito positivo dell’interlocuzione coi sindacati penitenziari, per quanto il livello del confronto sembra costantemente innalzarsi. Mentre le inchieste e i processi fanno il loro corso nell’accertare le responsabilità, è chiaro, a chiunque lavori in quei contesti, che manca un autentico pensiero legislativo, oltre che pedagogico, sulla giustizia minorile. Un’assenza che va ben oltre il decreto legge del 2023, cosiddetto “Caivano”. Sicuramente danno una sintesi chiara le cifre: gli ingressi negli Ipm sono passati dagli 813 del 2021 ai 1.197 del 2025. Un aumento che ha portato alla riapertura di un carcere minorile a L’Aquila, e poi all’apertura di nuovi Ipm a Lecce e Santa Maria Capua Vetere, e al trasferimento-ampliamento a Rovigo di quello di Treviso. Sul sito del ministero della Giustizia, però, se ne contano ancora solo 17. La detenzione dei minori autori di reato non è più percepita come “caso-limite” dalla società italiana: anzi, il dibattito pubblico ha inasprito sempre più i toni nei confronti di chi compie reati prima dei 18 anni. I termini violenti e insultanti con cui vengono definiti i minori autori di reato sempre più spesso sono stati accettati dai mezzi d’informazione tradizionali. L’inflazione del linguaggio violento, fomentata da chi dalla tastiera chiede pene severe, ha alla fine orientato la volontà del legislatore. In questo contesto segnato dall’insulto pubblico e dalla violenza verbale incoraggiata, come può funzionare la giustizia minorile? Il sistema penitenziario minorile era pensato per numeri ridotti, e questo è chiaro anche dalle strutture attualmente esistenti. Questo sistema si scopre oggi, dopo tanti anni di legislazione e dopo queste due inchieste, ancora essenzialmente ambiguo. La precedente legislazione e la letteratura pedagogica disegnavano l’istituto penale per i minorenni con un’intensa attività lavorativa, scolastica e professionalizzante. Oggi, però, qualcuno vorrebbe di nuovo un carcere minorile fatto per nascondere in cella chi ha ricevuto una condanna ma soprattutto il pesante insulto della società. Cioè? Meno scuola, meno lavoro, meno professionalizzazione e pochissima socialità. Una copia in miniatura del carcere degli adulti, segnato dal “fatti i fatti tuoi” e “fatti la galera”: lì, scuola, lavoro, socialità e professionalità sono riservati a pochissime persone. Ritrovare la propria identità - Il carcere degli adulti, fatti salvi alcuni casi virtuosi, ha mostrato tutta la sua difficoltà a evitare il ciclo delle recidive e tuttora non riesce a spezzare la catena della violenza né le reti criminali. Basta far presente questo, quindi, per aver chiaro che “proteggere l’infanzia e la gioventù”, come richiede l’articolo 31 della Costituzione, anche quando la gioventù è autrice di reati, significa soprattutto portarla al più presto al di fuori da queste logiche criminali: con l’istruzione, con la professionalità e con il lavoro. Quando la legge lo prevede, anche con l’Ipm, con la “quasi terribile” detenzione. Una giustizia minorile efficace, insieme ad un’istruzione qualificante, può davvero contribuire a invertire la rotta dei comportamenti devianti. La giovane generazione attuale arriva purtroppo in prima pagina solamente come autrice di reati, sempre definita con insulti animaleschi e ritratta come dipendente da telefoni, sostanze e comportamenti devianti. A rispondere a questo “pieno sviluppo della personalità umana” sono chiamati non solo educazione, giustizia e istruzione. Quest’impegno spetta a tutta la società: chiama a una responsabilità di fronte alle vite che sembrano già scritte dal destino criminale, mentre una società indurita vuole ridurle ad alcuni comportamenti devianti. Una giustizia minorile che funziona, infatti, permette a ogni minore autore di reato di ritrovare una propria identità oltre il reato. Significa ridare la possibilità di scoprire un lavoro, sedersi a scuola, di cominciare un lavoro e di coltivare passioni sportive. Questo non solo per il senso di umanità, ma soprattutto per la pari dignità sociale che spetta a tutti. In questo disegno previsto dalla Costituzione, non c’è posto solo per l’agire criminale e per la tortura. Un “ferro vecchio” chiamato carcere di cui è ora di liberarsi di Cesare Burdese* L’Unità, 18 aprile 2026 Una composita brigata del “Viaggio della Speranza”, promosso da Nessuno tocchi Caino, tra il 25 e il 27 marzo ha visitato la Casa Circondariale di Cuneo, la Casa di Reclusione di Saluzzo e la Casa Circondariale di Brissogne, presso Aosta. I sopralluoghi hanno confermato un sistema penitenziario lontano dai principi costituzionali. Le criticità più evidenti sono la carenza di organico e supporto psicologico, la scarsa offerta formativa e lavorativa, i deficit nell’assistenza sanitaria, l’ozio forzato, lo spaccio e il consumo di droga, la fatiscenza delle strutture. A queste si aggiungono la mancanza di informazione sui diritti dei detenuti e del regolamento interno, particolarmente grave a Brissogne, con conseguenze che comprimono le garanzie e ostacolano percorsi rieducativi concreti. Come in ogni visita in carcere, ho osservato gli aspetti architettonici. I tre istituti, di piccole dimensioni e costruiti negli anni 70-80, come gli altri coevi, incarnano un modello spaziale fortemente orientato al controllo e alla custodia, spesso a scapito della funzione rieducativa, dando origine a strutture anguste e inadatte ai percorsi di reinserimento, rimaste sostanzialmente immutate anche dopo la fine della stagione emergenziale. Dopo la riforma dell’Ordinamento penitenziario del ‘75, l’edilizia carceraria nel nostro Paese è stata colpevolmente lasciata al palo e, a oggi, non si intravedono segnali di riscatto. La Casa Circondariale di Cuneo, dove la presenza di detenuti stranieri prevale, collocata lontana dal capoluogo, porta il segno della sezione 41-bis: un presidio che svuota di vitalità e relazioni l’intera struttura. A raccontarlo sono la “corte d’onore”, spoglia e desolata, e l’assenza di una sala teatrale. I pali anti-elicottero che svettano come presenze spettrali, le celle vandalizzate e annerite dal fumo, gli ancoraggi improvvisati dei termosifoni alle pareti: dettagli che restituiscono un clima di forte tensione. Emblematica la sezione di isolamento, seminterrata e fatiscente, dotata di un sistema antincendio di fortuna - mai previsto in origine - che rende plastico lo scarto rispetto ai principi costituzionali. Il ventilato trasferimento della sezione 41-bis in altra sede alimenta inoltre il timore di un ulteriore aggravamento del sovraffollamento: le celle singole potrebbero arrivare a ospitare più persone, con un inevitabile peggioramento delle condizioni de tentive e lavorative, in un istituto già oggi al collasso e segnato da carenze di mezzi e personale. La Casa di Reclusione di Saluzzo, a diversi chilometri dal centro abitato, all’imbocco della Valle Po, sconta ancora oggi i limiti originari di una struttura concepita per custodire i detenuti ritenuti altamente pericolosi in condizioni di controllo totale. Un’impostazione che, nel contesto attuale, si rivela inadeguata rispetto a un’esecuzione penale moderna, ricca di contenuti trattamentali e fondata su relazioni significative, tanto all’interno quanto tra l’interno e l’esterno. I muri dei cortili di passeggio, sormontati da griglie e concertine, continuano a segnare la struttura e a mortificare visuali sul paesaggio alpino circostante. Tuttavia, la scelta di abbandonare i cortili cubicolari per l’ora d’aria, rappresenta un segnale di maggiore attenzione alle condizioni dei detenuti. La Casa Circondariale di Brissogne, illuminata dal sole solo per pochi mesi all’anno e con l’unico conforto della vista delle montagne oltre il muro di cinta, unica fuga visiva consentita, offre positivamente ai detenuti la possibilità di alloggiare in celle singole, in assenza totale di sovraffollamento. Peraltro i bagni delle celle sono sprovvisti di doccia, come invece la norma prevede sin dal 2000. Il ritorno alla permanenza prolungata in cella, imposto dalle recenti disposizioni dipartimentali, grava non solo sui detenuti, ma anche sugli agenti penitenziari stessi, particolarmente quelli che, come ci hanno confidato, privilegiano un modello basato sulla relazione piuttosto che sulla chiusura e sull’isolamento. La visita all’istituto valdostano si è conclusa con una conferenza nel Salone Ducale del Municipio di Aosta, durante la quale sono stati evidenziati l’anacronismo delle nostre strutture carcerarie e i paradossi che le caratterizzano, ribadendo l’urgenza di garantire un’esecuzione penale pienamente conforme allo Stato di diritto e la necessità di ripensarne profondamente l’impostazione, con l’auspicio di superare un giorno definitivamente il ricorso al carcere: oggi un “ferro vecchio”. *Architetto Cronaca del 15esimo suicidio in cella nel 2026. “Caro Denis, perdonaci” di David Maria Riboldi* Avvenire, 18 aprile 2026 Lettera aperta del cappellano del carcere di Busto Arsizio, dove si è tolto la vita un ragazzo: “La cella non era il posto dove dovevi stare. Avevi più bisogno di galera o più bisogno di cure?”. Caro Denis (nome di fantasia), perdonaci: i nostri occhi non sono arrivati in tempo a vedere quel male, che certo hai nascosto molto bene in questi anni o forse solo in questi ultimi tempi. O addirittura in quei pochi, irrevocabili attimi. Certo, tu non hai proprio dato modo di poterci accorgere che qualcosa andasse storto. O chissà, forse neanche tu ti sei realmente reso conto dell’oscurità che stava in agguato, alla porta del tuo cuore. Così giocondo, così buono, dopo le tante prove della vita. Dopo 6 mesi di coma, ormai tanti anni fa, che ti avevano rubato un po’ a te stesso, facendoti rimbalzare continuamente dal carcere ai centri per la salute mentale. Senza la visione che serve, per intuire dove avresti potuto vivere. E non morire. Caro Denis, perdonaci: il nostro cuore oggi è annebbiato dal dolore, da voci che vi rimbalzano dentro, da un perché cui le pareti dell’anima fanno eco, ma forse non avranno mai risposta. Troppo solare, troppo giocoso, per quanto un ragazzone grande e grosso. Troppo facile al sorriso, per cercare ragioni di un’ombra che t’ha vinto. Sai, anche l’evangelista Giovanni non si è mai dato ragione di quel loro compagno d’avventura, che alla fine andò a impiccarsi. Scrive il suo Vangelo dopo tanti anni… ma non si è mai dato una risposta. Forse si sarà chiesto: “Come abbiamo fatto a perderlo?”. Ma lo scorrere del tempo non ha acquietato il suo cuore e l’affannosa ricerca di ragioni l’ha portato a chiuderla così: “Satana entrò in lui” (Gv 13, 27). Il male: imponderabile, inagguantabile, ruvido. Ho letto queste righe a tuo zio, ieri mattina, in carcere. Non le ho lette a tuo cugino, ma sono andato a trovare anche lui, a Opera. Caro Denis, perdonaci: le nostre mani non sono giunte in tempo a contrastare la forza di gravità, cui hai lasciato andare il tuo corpo. Troppo tardi. Tutti al campo a giocare. Tu, nel segreto della tua cella, a consumare non sapremo mai quale dolore. E l’ordinario clangore delle chiavi che aprono è diventato corsa affannosa a tirarti giù, a cercare uno spiraglio di vita, a sperare fosse ancora possibile la tua anima fosse lì. Ancora. Mani che hanno sentito il peso di una vita ormai sgusciata altrove. Mani capaci, soltanto, di congiungersi in preghiera. Mani con cui ti ho chiuso gli occhi, mentre i miei non riuscivano a togliersi da quella linea nera sul collo, con cui sorella morte ha segnato il suo passaggio. Caro Denis, perdonaci: tutte le nostre intelligenze, artificiali e non, non sono arrivate a comprendere che forse il carcere non era il tuo posto. Non il luogo dove avresti dovuto stare. Non il luogo giusto per avere cura di te, già così tanto provato dalla vita. Non certo il “dove” sentire e apprezzare la bellezza della vita. Certo, qualche errore ti ci ha portato. Che non ho mai chiesto. Che non ho mai saputo. E non ho bisogno ora di saperlo. Ma avevi più bisogno di galera… o più bisogno di cure? E la nostra società, così bisognosa di sicurezza, da sbatterti dentro, dove l’avrebbe trovata? Lasciandoti in carcere o dove avrebbero potuto accompagnare gli ammanchi che la vita ti aveva lasciato nella mente? Domani mattina la S. Messa delle 8.30 la celebreremo per te, in carcere. Chi vorrà unirsi alla nostra preghiera, non avrà bisogno di autorizzazioni o domandine. Non si può imbrigliare lo Spirito: “Soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene, né dove va” (Gv 3,8). Perdonaci Denis. *Cappellano della Casa Circondariale di Busto Arsizio Decreto sicurezza: immunità per gli agenti “istigatori” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 aprile 2026 Agenti di polizia penitenziaria che entrano in carcere con un’identità falsa, si mescolano tra i detenuti e raccolgono informazioni sui reati compiuti dentro le mura. Ma possono anche istigare i reati stessi. Questa è la norma che il governo ha infilato nell’ennesimo decreto sicurezza e che la commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso di mandare direttamente in aula senza finire di esaminarla. Con un’aggiunta che ha fatto alzare più di qualche sopracciglio tra giuristi e difensori penalisti: uno scudo penale che li mette al riparo da conseguenze giudiziarie per gli atti compiuti durante l’operazione sotto copertura. Cosa significa? In pratica i poliziotti, fingendosi detenuti, potranno comprare o vendere droga, cellulari o far girare soldi sporchi - azioni normalmente punite - perché saranno “finalizzate all’acquisizione di prove”. Un agente può quindi fingere di ricevere un pagamento da un recluso, oppure offrire denaro a un complice, senza timore di finire processato. Tutto legale, una volta avviata l’operazione autorizzata dagli alti comandi e coordinata con la magistratura. Troppo libero arbitrio? Che le carceri siano diventate anche luoghi dove si commettono reati, e non solo scontano le pene, è un dato che nessuno contesta. Il punto è un altro: il mezzo scelto per contrastare questi fenomeni apre problemi giuridici che uno scudo penale, da solo, non è in grado di risolvere. Il meccanismo previsto dalla norma è semplice nella forma, ma assai complesso nelle implicazioni. Un agente della polizia penitenziaria viene autorizzato a operare sotto copertura all’interno di un istituto di pena, assumendo le sembianze di un detenuto. Può parlare con altri detenuti, raccogliere informazioni, assistere a scambi, osservare comportamenti. Per fare questo, è autorizzato a compiere atti che altrimenti sarebbero penalmente rilevanti, ed è qui che interviene lo scudo. La struttura, a grandi linee, ricorda strumenti già usati in altri contesti: le operazioni antidroga sotto copertura, le infiltrazioni nei circuiti del riciclaggio, le operazioni contro il traffico di esseri umani. Ma il carcere è un luogo radicalmente diverso da una piazza di spaccio. È un luogo dove le persone si trovano in stato di detenzione, già private della libertà personale, con diritti già compressi per definizione. In questo contesto, un agente mascherato da compagno di cella può ascoltare tutto. Anche quello che tecnicamente non dovrebbe essere ascoltato. Il primo problema che sollevano i penalisti riguarda il diritto di difesa. Un detenuto che parla con quello che crede essere un altro detenuto, e in quella conversazione fa riferimenti al proprio caso o alla propria posizione processuale, non sa di stare parlando con un agente dello Stato. Quella conversazione può finire in un fascicolo. Il confine tra raccolta di intelligence legittima e violazione del privilegio difensivo diventa molto sottile, e non è detto che lo scudo penale sia lo strumento giusto per gestire questa zona grigia. L’articolo 103 del codice di procedura penale tutela le comunicazioni tra imputato e difensore: ma chi garantisce che l’agente infiltrato non finisca per ascoltare, involontariamente o meno, conversazioni che rientrano in quella sfera di protezione? Il secondo nodo è quello dell’agente provocatore. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha fissato sul punto un principio che non ammette molte interpretazioni: se l’agente sotto copertura non si limita a osservare un reato che si sarebbe comunque consumato, ma contribuisce a determinarlo o a sollecitarlo, si viola l’articolo 6 della Convenzione europea, quello sul giusto processo. La sentenza Teixeira de Castro contro il Portogallo, che risale al 1998, è in questo senso un punto di riferimento obbligato per qualunque norma di questo tipo. Lo scudo penale protegge l’agente dall’esposizione penale personale, ma non cancella il problema delle prove così raccolte. E in un ambiente chiuso come un carcere, dove i rapporti interpersonali hanno un’intensità particolare e dove la fiducia tra detenuti ha un peso specifico, il rischio che un agente infiltrato finisca per influenzare comportamenti è tutt’altro che teorico. C’è poi la questione, forse la più concreta, della supervisione. Chi autorizza queste operazioni? Con quale procedura? Per quanto tempo può restare sotto copertura un agente che deve anche mantenere credibile la propria identità fittizia nel quotidiano carcerario? Ogni estensione degli strumenti di infiltrazione richiede garanzie proporzionalmente più robuste. Se quelle garanzie non ci sono, lo scudo penale rischia di diventare uno strumento che protegge l’abuso, non l’operazione legittima. Unicum tra i Paesi europei e Usa - Nel panorama europeo, qualcosa di simile esiste, ma raramente in forma così esplicita per il contesto penitenziario. Nel Regno Unito, il Covert Human Intelligence Sources Act del 2021 ha codificato la possibilità per gli agenti sotto copertura di commettere atti criminali durante le operazioni, ma è un sistema costruito su controlli stringenti e su un Investigatory Powers Commissioner indipendente che supervisiona ogni singola autorizzazione. In Francia, l’articolo 706-81 del codice di procedura penale consente infiltrazioni anche in ambienti carcerari, ma limitatamente alla criminalità organizzata e con requisiti autorizzativi precisi. Negli Stati Uniti, l’uso di informatori e agenti in contesti di detenzione è prassi consolidata delle agenzie federali, ma è governato da una giurisprudenza sedimentata: a partire dalla dottrina Massiah del 1964, che vieta l’uso di dichiarazioni ottenute da un imputato tramite agente statale senza la presenza del difensore. In Germania il Verdeckter Ermittler è disciplinato dal codice di procedura penale, ma il suo impiego nei penitenziari come detenuto fittizio rimane una zona grigia nella dottrina, e i casi pratici sono rarissimi. Il denominatore comune di tutti questi sistemi è uno: quando si infiltra un agente in un ambiente così delicato come una prigione, il livello di controllo giudiziario e istituzionale deve essere proporzionalmente elevato. Non basta lo scudo penale. Servono un quadro autorizzativo preciso, supervisione indipendente, e regole chiare su cosa fare quando l’agente entra in contatto con informazioni coperte dal segreto difensivo. Questa norma arriva su uno sfondo già di per sé complicato: un sistema penitenziario che fa i conti da anni con il sovraffollamento cronico, con carenza di organico, suicidi, diritto alla salute calpestata, condanne per tortura e condizioni disumane della pena, e con una polizia penitenziaria che chiede da tempo strumenti più efficaci e condizioni operative migliori. Avvocati e garanti temono che, a conti fatti, l’effetto sarà l’opposto di quello sperato: non maggiore serenità, ma il caos dietro le sbarre. E fanno appello ai parlamentari di cancellare almeno queste norme: come dice il garante della regione Lazio Stefano Anastasìa, costruire “una misura del genere nella crisi attuale delle carceri” è un atto da irresponsabili. In attesa del voto finale, il timore rimane che il Parlamento rischi di approvare, più che una soluzione, l’ultima chicca di un decreto sicurezza sempre più estremo. “FinePena”, una bussola digitale per detenuti e famiglie di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 18 aprile 2026 Oltre il labirinto dei calcoli. Dietro le sbarre, il tempo non è solo una sequenza di giorni, ma un calcolo complesso fatto di attese, scadenze e speranze. Spesso, però, la burocrazia della pena trasforma la durata della condanna in un labirinto inestricabile per chi la sconta e per i suoi familiari. In questo spazio grigio tra certezza del diritto e incertezza del futuro si inserisce “FinePena”, un progetto che trasforma la tecnologia in uno strumento di dignità e consapevolezza. Si tratta di strumento digitale gratuito che consente di calcolare i termini dell’esecuzione penale, a partire dai dati della condanna. Un progetto che nasce con lo scopo di supportare detenuti, familiari e operatori del settore legale che hanno necessità di comprendere con chiarezza la durata effettiva della pena e le principali scadenze previste dall’ordinamento penitenziario. Il servizio, sostenuto e promosso dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese che ne sostiene integralmente i costi tecnologici e di gestione, permette di stimare la data di fine pena, tenendo conto degli istituti che incidono sull’esecuzione (come liberazione anticipata, cumuli di pena, eventuali benefici maturati), e di individuare i momenti in cui possono maturare i requisiti per l’accesso a permessi premio, semilibertà o misure alternative alla detenzione. FinePena si configura quindi come uno strumento di trasparenza e orientamento giuridico: non sostituisce la consulenza legale, ma rende comprensibili e verificabili i calcoli che determinano la durata della pena, ponendosi come un ponte di consapevolezza per i detenuti e le loro famiglie. Il funzionamento si basa sull’inserimento, da parte dell’utente, di una serie di dati relativi alla posizione penale: durata della condanna, data di inizio esecuzione, eventuali periodi di custodia cautelare già scontati, benefici maturati o revocati, e altre variabili rilevanti ai fini del calcolo. Il sistema elabora queste informazioni applicando le regole previste dall’ordinamento penitenziario italiano e restituisce la data stimata di fine pena, l’eventuale maturazione della libertà anticipata, le finestre temporali per la richiesta di permessi premio e i termini per l’accesso al lavoro esterno, a semilibertà o misure alternative. Il calcolo avviene secondo parametri normativi aggiornati, rendendo il servizio uno strumento utile per verificare la correttezza dei conteggi e orientarsi nel percorso esecutivo. FinePena nasce all’interno del carcere di Milano Bollate, a partire dall’esperienza dei volontari dello Sportello Giuridico Valerio Onida, che offre supporto e orientamento legale alle persone detenute. Il progetto prende forma al fine di rispondere a un bisogno concreto e ricorrente: la difficoltà, per chi è in detenzione, di comprendere con precisione i tempi della pena e le opportunità previste dalla legge. Da questa esigenza, i volontari sviluppano inizialmente un foglio di calcolo Excel che consente di applicare in modo sistematico le formule previste dalla normativa. Nel solo primo anno di attività, il servizio ha supportato più di 800 utenti. Da lì, il progetto si è trasformato in un servizio digitale aperto, accessibile gratuitamente online. Quante sciocchezze feroci, la grazia a Minetti è un’opportunità da cogliere di Ugo Maria Tassinari L’Unità, 18 aprile 2026 È stata riconosciuta come una ragione valida la necessità di assistere un familiare bisognoso di cure particolari: un precedente importante. Me la ricordo ancora la prima tessera di Nessuno tocchi Caino. Doveva essere gennaio 1994. Per una fantastica coincidenza mi ero iscritto subito dopo (o subito prima: il particolare l’ho dimenticato, il dato essenziale no) di Pierluigi Concutelli, un Caino che il grande cuore radicale non aveva abbandonato alla morte lenta del carcere più duro. Le mie ragioni erano più vaghe. Non avendo una particolare sensibilità sulla missione specifica del gruppo ma un discreto attivismo sulla condizione dei detenuti mi sentivo, in qualche modo, obbligato. Perché, salvo rare eccezioni di sinistra (Majolo in parlamento, D’Acunto in Campania), se c’era bisogno di entrare nelle carceri dalle quali arrivavano richieste disperate di aiuto a fronte di brutalità, abusi e violenze della custodia, gli unici a cui attaccarsi erano i radicali. E quindi un pensiero commosso va ai deputati Maria Teresa Di Lascia e a René Andreani, sempre pronti alla bisogna. Diciamolo pure, trent’anni dopo, la mi a era una tessera di “scambio”. Negli anni successivi il mio impegno è scemato, il loro no. Ho continuato a seguirli, con attenzione, a volte con commozione. Ho trovato splendido il contrappasso per cui Nessuno tocchi Caino si è fatto carico di due reietti per eccellenza, condannati per delitti a volte stupidi e crudeli, dando loro la possibilità che sì, l’articolo 27 della Costituzione può essere sangue e carne viva, e la pena espiata così restituisce uno straordinario valore aggiunto. Ma, ovviamente, li seguivo con crescente distacco e disinteresse. Poi, negli ultimi anni, sollecitato da qualche supporter, in particolare Umberto Baccolo, una goccia che scava la roccia, con cui ho condiviso più di una campagna umanitaria e di civiltà giuridica, mi sono riavvicinato all’associazione. Decidendo che ogni tessera fosse, nello spirito radicale dell’associazione di scopo, concretamente motivata. La strage di Modena, le torture di Santa Maria Capua Vetere, le dichiarazioni crudeli di Delmastro: purtroppo non è mai mancata una buona, dolorosissima ragione per iscriversi a Nessuno tocchi Caino. Quest’anno languivo, non so se per mia distrazione o per effettiva latenza di occasioni. Poi è arrivata, provvidenziale, l’incazzatura per il fiume di sciocchezze stupide e feroci innescato dalla grazia presidenziale a Nicole Minetti, che in molti, anche persone non sprovvedute in diritto costituzionale, attribuivano in concorso a Nordio. Ci sono tante ragioni per prendersela con i ministri attuali (come sempre) ma la grazia è potere esclusivo del presidente. Il guardasigilli funziona da sportello per ricevere le domande e non ha potere di impedire la procedura. Quando successe nel 2004, col rifiuto del ministro Castelli di dare corso alla richiesta di Ovidio Bompressi, Ciampi - sostenuto da Marco Pannella anche con un lungo sciopero della fame - sollevò il conflitto di attribuzione dei poteri dello Stato, essendogli impedito di esercitare una sua prerogativa. La Corte costituzionale sancì che la grazia è un potere esclusivo del presidente della Repubblica. E Bompressi fu graziato. Per quel che mi riguarda Mattarella ha fatto benissimo a concedere la grazia. Tra l’altro, fermo restando il fatto che è un potere insindacabile del Presidente, la motivazione addotta è un precedente importante. La necessità di assistere un familiare bisognoso di cure particolari è stata riconosciuta come una ragione valida. Un’opportunità da cogliere e mettere a valore, anziché lamentarsene con la solita, pessima volontà di potenza negativa. Perciò, a tutti quelli che si sono fatti venire i bruciori di stomaco per frustrazione e risentimento do un consiglio. Se, come è vero, ci sono tanti disgraziati più bisognosi dell’ex consigliere regionale lombardo di ottenere la grazia, fatevene carico. Il lavoro sporco l’ha fatto quello che nel vostro universo paranoico è un “detenuto eccellente”, Gianni Alemanno. Che dallo sprofondo della sua cella ha raccolto ed elaborato decine di casi degni di rilievo. Forza, non avete alibi: mobilitiamoci tutti per i detenuti ignoti bisognosi di grazia e non usate i dannati della terra per sublimare le vostre frustrazioni e farvene un alibi. Dl sicurezza, ok del Senato. Compenso all’avvocato che “favorisce” i rimpatri di Francesco Machina Grifeo Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2026 Il testo passa ora alla Camera per la conversione in legge che scade il 25 aprile, Critiche le opposizioni: approccio propagandistico. Con 96 voti favorevoli e 46 contrari, l’aula del Senato ha approvato il decreto sicurezza dopo la maratona di ieri durata 10 ore. Il testo passa ora alla Camera per la conversione in legge che scade il 25 aprile. Varato dal governo il 24 febbraio, è stato duramente contestato dal centrosinistra con oltre 1.000 emendamenti proposti in commissione Affari costituzionali e quasi altrettanti in Aula. Tra le modifiche approvate c’è il potenziamento del Daspo urbano, che potrà essere applicato anche a specifiche aree individuate e in caso di reiterazione, quando la condotta comporti un pericolo per la sicurezza durante il periodo di validità del provvedimento. Riformulato l’articolo 1 sui coltelli: la versione attuale prevede il carcere da sei mesi a tre anni per chi porta fuori casa strumenti da taglio con lama superiore a 8 cm o coltelli pieghevoli di almeno 5 cm, senza giustificato motivo. Il Senato ha inoltre approvato un emendamento che estende le norme sulle lesioni personali anche al personale scolastico e a quello impegnato nel controllo del trasporto pubblico. Infine, tra le misure contro la violenza giovanile, il decreto introduce anche reati legati ai maltrattamenti sugli animali. Tra gli emendamenti approvati anche un incentivo per i legali che dovrebbe tradursi in un spinta ai rimpatri volontari. In sostanza, si prevede un compenso per l’avvocato che offre consulenza legale e informazioni al migrante interessato. Il compenso è della stessa misura del contributo economico oggi previsto per il migrante, e pari a 615 euro. E sarà riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”. In particolare il nuovo Articolo 30-bis (Disposizioni in materia di rimpatri volontari assistiti) inserisce, il comma 3 bis, nell’art. 14-ter del Testo Unico immigrazione. Il testo prevede: “Al rappresentante legale munito di mandato che ha fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito, è riconosciuto, ad esito della partenza dello straniero, un compenso pari alla misura del contributo economico per le prime esigenze previsto ai sensi del Decreto del Ministro dell’Interno di cui al comma 2.” Al comma 2 si precisa che agli oneri, pari ad euro 246.000 per il 2026 e 492.000 euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028, si provvede mediante le risorse del Fondo rimpatri. Nella relazione illustrativa dell’emendamento sono riportati i dati del ministero dell’Interno per cui nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2500 i cittadini stranieri che hanno chiesto e aderito ai rimpatri volontari assistiti, in media 800 l’anno. L’emendamento che elimina la “lieve entità” per piccoli e ripetuti casi di spaccio provoca invece l’allarme dell’Associazione Antigone: “rischia di aggravare ulteriormente il sovraffollamento carcerario”. Il presidente, Patrizio Gonnella, denuncia che dei 64.000 detenuti circa il 34% è dentro per reati di droga. Secondo Gonnella, mentre altri Paesi puntano su depenalizzazione e approcci sociali e sanitari, l’Italia insiste su una criminalizzazione inefficace. Il rischio è di tornare ai livelli della legge Fini-Giovanardi, quando si raggiunsero 69.000 detenuti (40% per droga). Dall’ufficio di presidenza, poi, è emerso che le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera concluderanno l’esame del decreto sicurezza entro mezzanotte di lunedì 20 aprile. Il provvedimento, che scade venerdì 24 aprile, è atteso in aula martedì mattina alle 9 quindi l’esame in sede referente sarà lampo. I deputati del Partito democratico in Commissione criticano il calendario, definendolo una forzatura che limita il confronto parlamentare. Contestano inoltre l’approccio del governo sulla sicurezza, giudicato propagandistico e privo di una visione organica, ribadendo la necessità di politiche serie, confronto trasparente e rispetto delle istituzioni. Passa il decreto Sicurezza. Ombre di incostituzionalità pure sulla spinta ai rimpatri di valentina stella Il Dubbio, 18 aprile 2026 Approvato ieri al Senato, con 96 voti favorevoli e 46 contrari, il ddl di conversione del decreto Sicurezza. In Aula la votazione è stata accompagnata da una protesta dei partiti di opposizione che hanno mostrato cartelli con su scritto “governo Meloni: zero risorse, zero sicurezza”. In particolare, per il presidente dei senatori del Pd Francesco Boccia, il decreto è “un’alluvione legislativa panpenalistica totalmente inefficace. Siamo al quarto decreto sulla sicurezza ma è del tutto evidente il fallimento delle politiche del governo in quest’ambito”. Critico pure il leader di Italia viva Matteo Renzi: “Dicono che è la loro priorità, ma la presidente del Consiglio non c’era, il ministro dell’Interno non c’era, nessuno era in Aula”. Al contrario, per il presidente della commissione Affari costituzionali Alberto Balboni, di FdI, “la sinistra vota contro non il governo ma contro l’Italia onesta. Negli interventi delle opposizioni è stata pronunciata una sequela di falsità: falso che i reati siano aumentati, sono il 15% in meno rispetto a dieci anni fa e il 2,4% in meno rispetto al 2024, tenendo conto che il 35% dei reati vengono compiuti in Italia da immigrati, in particolare modo irregolari, a fronte di un aumentato numero dei rimpatri. Falso che l’abbandono scolastico sia aumentato: oggi ammonta all’8% rispetto al 14,2 del 2014”. Nel decreto, in particolare, ci sono due norme dove si intrecciano diritti di difesa (che vanno a limitarsi) e il tema dell’immigrazione (a favore dei rientri in patria). Il comma 3 dell’articolo 29, abrogando l’articolo 142 del “Testo unico in materia di spese di giustizia”, cancella la concessione del patrocinio a spese dello Stato per i ricorsi degli stranieri extra Ue avverso i provvedimenti di espulsione, indipendentemente dai limiti reddituali. Poi una spinta ai rimpatri volontari assistiti dei migranti è arrivata dall’emendamento voluto dalla maggioranza per cui si prevede un compenso per l’avvocato che offra consulenza legale e informazioni al migrante interessato. Con la modifica, scatta un compenso al legale della stessa misura del contributo economico oggi previsto per le prime esigenze del migrante, e pari a 615 euro. E sarà riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”. A stigmatizzare la norma ci hanno pensato anche le realtà che si occupano di carcere. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “l’emendamento che cancella la lieve entità per piccoli e ricorrenti reati di spaccio di stupefacenti costituirà un propulsore per il sovraffollamento penitenziario”. Si è detto “preoccupato” anche Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale, in particolare rispetto all’articolo 15 “che introduce la possibilità per ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria di svolgere operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari”. Il provvedimento è stato immediatamente incardinato nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera, con un timing serratissimo. Il decreto è già calendarizzato nell’aula di Montecitorio per martedì prossimo alle 9, quando si aprirà la discussione generale, al termine della quale il governo porrà la questione di fiducia. Il voto finale è atteso per il giorno successivo, mercoledì 22 aprile. Il segretario di +Europa Riccardo Magi ha denunciato: “Nelle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia della Camera, riunite oggi (ieri, ndr) per incardinare il decreto Sicurezza, abbiamo assistito con sconcerto e imbarazzo al fatto che nessun rappresentante della maggioranza fosse fisicamente presente. Ciò è possibile perché, non essendo previste votazioni, si poteva partecipare in collegamento, ma riteniamo che si tratti di una mancanza di rispetto verso le istituzioni e anche di una dimostrazione della leggerezza e del menefreghismo della maggioranza rispetto a un provvedimento pieno di misure gravi, spacciato come urgente e necessario per la sicurezza del paese”. Il M5S ha disertato i lavori delle commissioni: “Non intendiamo prestarci a una farsa che offende l’intelligenza dei deputati. Se i colleghi di maggioranza sono disponibili a farsi umiliare in questo modo facciano pure, noi non ci stiamo”, hanno detto i pentastellati, mentre i deputati del Partito democratico della Prima commissione hanno protestato contro “il calendario dei lavori imposti dalla maggioranza sul decreto sicurezza”, marcia a tappe forzate che “rappresenta una forzatura inaccettabile, tanto più grave perché riguarda un provvedimento delicato che incide su diritti e garanzie fondamentali”. Decreto Sicurezza, la protesta dem: “Meno diritti e carceri più invivibili” di Angela Stella L’Unità, 18 aprile 2026 È stato approvato ieri al Senato, con 96 voti favorevoli e 46 contrari, il ddl di conversione del decreto Sicurezza. In Aula la votazione è stata accompagnata da una protesta dei partiti di opposizione che hanno mostrato cartelli con su scritto “Governo Meloni: zero risorse, zero sicurezza”. In particolare per il presidente dei senatori del Partito democratico, Francesco Boccia, il decreto “è una alluvione legislativa panpenalistica totalmente inefficace. Siamo al quarto decreto sulla sicurezza ma è del tutto evidente il fallimento delle politiche del governo in materia di sicurezza. Quattro decreti ma questo paese non è più sicuro: questo provvedimento è solo un manifesto di propaganda, che restringe solo i diritti, che rende le carceri ancora più invivibili, che trasforma il paese in un Far west”. Critico pure il leader di Iv, Matteo Renzi: “Dicono che è la loro priorità ma la Presidente non c’era, il Ministro dell’Interno non c’era, nessuno era in Aula”. Secondo la senatrice del M5S Elisa Pirro “il decreto reprime brutalmente le libertà dei cittadini a tal punto che non siamo riusciti a capire le motivazioni per cui sono stati bocciati i nostri emendamenti che chiedevano semplicemente dei provvedimenti motivati prima di prendere delle misure di restrizione della libertà. La verità è che il governo vuole continuare ad agire in spregio delle libertà democratiche dei cittadini italiani”. Al contrario per il senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, “la sinistra vota non contro il governo, ma contro l’Italia onesta. Negli interventi delle opposizioni è stata pronunciata una sequela di falsità. Falso che i reati sono aumentati, sono il 15% in meno rispetto a dieci anni fa e il 2,4% in meno rispetto al 2024, tenendo conto che il 35% dei reati vengono compiuti in Italia da immigrati, in particolare modo irregolari, a fronte di un aumentato numero dei rimpatri. Falso che l’abbandono scolastico sia aumentato, oggi ammonta all’8% rispetto al 14,2 del 2014”. A stigmatizzare la norma ci hanno pensato anche le realtà che si occupano di carcere. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, “l’emendamento che cancella la lieve entità per piccoli e ricorrenti reati di spaccio di stupefacenti costituirà un propulsore per il sovraffollamento penitenziario. Mentre in diversi Paesi del mondo si promuovono politiche di depenalizzazione e regolamentazione delle sostanze, in Italia si continua invece a premere su una criminalizzazione fine a sé stessa”. Altresì Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale, hanno espresso “profonda preoccupazione” per il contenuto del Decreto “che interviene in modo grave e regressivo sul sistema penitenziario e sull’equilibrio dello Stato di diritto”. Si è detto “preoccupato” anche Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali dei diritti delle persone private della libertà personale in particolare rispetto all’articolo 15 “che introduce la possibilità per ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria di svolgere operazioni sotto copertura negli istituti penitenziari”. Il provvedimento poi è stato immediatamente incardinato nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera con un timing serratissimo: presentazione degli emendamenti entro le 18 di oggi. Lunedì 20 aprile si avvieranno poi le votazioni con l’obiettivo di concludere l’esame in commissione entro la mezzanotte di lunedì. Il decreto è già calendarizzato in aula per martedì 21 aprile alle 9 per la discussione generale, al termine della quale il Governo porrà la questione di fiducia. Il voto finale è atteso per mercoledì 22 aprile. Il deputato di +Europa Riccardo Magi, con il sostegno dei capigruppo di opposizione in commissione Affari costituzionali, ha inviato una lettera al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana “per tutelare la Camera rispetto all’abnorme compressione delle prerogative parlamentari e dei tempi che sta avvenendo in occasione dell’esame del decreto sicurezza, un provvedimento che investe materie delicatissime: sicurezza pubblica, poteri di polizia, attività di indagine, manifestazioni, immigrazione, protezione internazionale”. Il M5S ha disertato i lavori delle commissioni: “Non intendiamo prestarci ad una farsa che offende l’intelligenza dei deputati. Se i colleghi di maggioranza sono disponibili a farsi umiliare in questo modo facciano pure, noi non ci stiamo”. Comunque nessuno della maggioranza sarebbe stato presente durante la prima seduta congiunta di ieri: tutti collegati da remoto, compresi i relatori del provvedimento. Il Governo Meloni e le solite istanze securitarie (dal 2022 a oggi) di Marianna Caiazza* Il Riformista, 18 aprile 2026 Sin dal suo insediamento a fine 2022, l’attuale Governo ha avuto un fine preciso: garantire la sicurezza nel Paese. E per capire cosa significhi, in questa legislatura, questa parola, basta guardare all’attività legislativa che l’ha accompagnata, il più delle volte con il tanto abusato strumento del decreto legge. Il primo è il c.d. Decreto “Rave” (D.L. 162/2022), approvato a pochi giorni dal giuramento. Il decreto ha mirato alla minaccia del momento, i temibili Rave Party, colpendoli con l’introduzione - tanto per cambiare - di un nuovo reato: quello di “Invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi”. Ad inizio 2023 si passa dai party ai porti con il Decreto Piantedosi (D.L. 1/2023), che ha introdotto una serie di norme restrittive nei confronti delle Ong per le operazioni di soccorso di migranti, aggravando le responsabilità nelle attività di salvataggio, facendo divieto di operare salvataggi “multipli” ed attribuendo al Ministero dell’Interno il potere di limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Nato a seguito del tragico naufragio di cui porta il nome, c’è poi il Decreto Cutro (D.L. 20/2023), emanato con il fine non di gestire diversamente il fenomeno migratorio, ma di colpire duramente un obiettivo preciso, ossia gli scafisti. Si introducono perciò nuovi reati, come quello di “Morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”, con pene fino a 30 anni. Si limita fortemente, inoltre, la protezione speciale, volta a garantire l’asilo alle persone straniere presenti sul territorio italiano. Un altro caso di cronaca genera poi il Dec reto Caivano (D.L. 123/2023) che, con il fine di contrastare la criminalità giovanile e il fenomeno delle baby gang, abbassa la soglia per il Daspo urbano, introduce l’ammonimento del Questore per i minori, aumenta le pene per i genitori che non mandano i figli a scuola e riduce la soglia per arresto in flagranza e custodia cautelare per i giovanissimi. Nel 2024 si interviene riformando il Codice della Strada (L. 177/2024) con norme che poco hanno a che fare con la sicurezza stradale: riassunto dal Ministro Salvini con le parole “lucido sì o lucido no, ti tolgo la patente”, fa ingresso nell’ordinamento il nuovo art. 187 C.d.S., che punisce la mera positività (e, dunque, il consumo) a prescindere dall’accertamento dello stato di alterazione. Ed è sempre del 2024 il Decreto Sicurezza, con i suoi 14 nuovi reati e un calderone di disposizioni con precisi target: rom e detenute madri, “droghe” (la cannabis light…), occupanti abusivi, manifestanti, migranti, mendicanti, extracomunitari. Persino la resistenza passiva diventa penalmente rilevante. Tirando le somme dal 2022 ad oggi, quindi, di sicurezza ce n’è una sola: che, qualunque cosa accada, ci sarà sempre un nuovo reato da poter introdurre. *Avvocato penalista “L’ostruzionismo è molto difficile, ma le opposizioni devono provarci” di Michele Gambirasi Il Manifesto, 18 aprile 2026 Intervista a Marco Boato, già deputato con Radicali e Verdi. Con il resto del partito si oppose al fermo di polizia nell’81. Parlò per 18 ore di seguito: “Un anno dopo il governo non rinnovò la norma. Me lo disse il ministro dell’Interno Rognoni: “Se non rivendichi la vittoria lo togliamo, è inutile e dannoso”. Erano le 20 del 10 febbraio 1981 quando nell’aula di Montecitorio prese la parola Marco Boato, allora deputato del Partito Radicale. Con i suoi diciassette colleghi si stava opponendo alla proroga di un anno del fermo di polizia previsto dal decreto Cossiga. Allora l’ostruzionismo era un’arte: Boato smise di parlare 18 ore dopo, alle 14.05 dell’11 febbraio. Cosa ricorda? A dicembre ‘79 Cossiga emanò il decreto antiterrorismo, e all’articolo sei c’era il fermo di polizia, in vigore per un anno. Tutte norme al limite della Costituzione, lo riconobbe in seguito anche Cossiga, e quella una misura francamente fascista. L’anno successivo il governo decise di prorogarla, così decidemmo per un ostruzionismo radicale: tutti e 18, chi più e chi meno, intervennero a lungo. Io avevo già parlato 16 ore in discussione generale: allora il regolamento prevedeva che se si leggeva il tempo massimo era 30 minuti, ma se si chiedeva la deroga si poteva parlare ad libitum senza leggere. Allora il governo pose la fiducia, impedendo di discutere gli emendamenti, e noi ne avevamo presentati moltissimi. Così ci rimaneva un solo intervento, ed Emma Bonino chiese di farlo a me, dato che mi ero preparato per giorni nella biblioteca della Camera, leggendo tutto quello che era disponibile in materia di sicurezza pubblica. Cosa accadde? Occorreva rimanere in piedi, rivolti alla presidenza, senza appoggiarsi e senza leggere, si poteva al massimo sorseggiare dell’acqua. Avevo decine di appunti che potevo però solo guardare di sfuggita e scorrere con gli occhi la scaletta. All’una di notte chiesi un cappuccino: me lo negarono. Mi fermai dopo che decine di parlamentari mi avevano fatto arrivare biglietti dove dicevano che a causa della nebbia che stava ostruendo gli aeroporti, se avessi continuato, avrebbero perso gli aerei. Emma Bonino mi disse di fermarmi dopo i telegiornali del pomeriggio. Quando smisi di parlare ero stanchissimo, ma sarei potuto andare avanti almeno per un altro paio d’ore. Ero talmente disidratato che non andai nemmeno in bagno. Contestavate il fermo di polizia. Il decreto Sicurezza in discussione ora introduce un fermo preventivo di 12 ore prima delle manifestazioni... Di una gravità assoluta. Trovo folle pensare che dopo decenni si torni a una norma dove si ferma qualcuno non perché ha commesso un reato, ma perché si pensa che potrebbe farlo. A quanto ricordo io era durante il fascismo che quando Mussolini si spostava in una città si fermavano tutti gli antifascisti per qualche ora e poi si liberavano quando era ripartito. E per capirlo basta vedere come finì la vicenda dell’81. Dica... Nonostante l’ostruzionismo approvarono il decreto, ma avevamo suonato un campanello d’allarme nell’opinione pubblica. L’anno dopo tutti pensavano che sarebbe stato prorogato di nuovo: al Viminale c’era sempre Rognoni e le Br a dicembre avevano sequestrato il generale americano Dozier, che fu ritrovato solo a fine gennaio ‘82. Invece Rognoni mi avvicinò in Transatlantico e mi disse: “Marco, avevi ragione tu. Il fermo è una norma sbagliata e anche inutile alle indagini, ce ne siamo resi conto. È un momento difficile, se non canti vittoria noi non lo rinnoviamo”. Io allora non dissi nulla e nel silenzio generale il fermo sparì. Anche i governi di allora erano consapevoli della gravità della norma, che non a caso avevano reso temporanea. Le altre norme invece rimasero in vigore. Torniamo all’ostruzionismo. Il decreto attuale corre contro il tempo: cosa suggerisce alle opposizioni? Il regolamento è cambiato e hanno strumenti più limitati, ma ci sono: ordini del giorno, richiami al regolamento, interventi. La presidenza della Camera ha la possibilità di limitare la durata degli interventi, dando pochi minuti a testa. È molto difficile, ma la possibilità di far saltare il decreto comunque c’è, e vale assolutamente la pena provare a farlo. E poi noi facemmo la battaglia in 18: loro sono centinaia tra tutte le opposizioni. Ascoltando gli interventi della maggioranza in Senato ho dedotto una gigantesca ignoranza giuridica e costituzionale. Gli stessi che si professavano garantisti, soprattutto durante il referendum, e ora augurano di togliere di mezzo qualcuno prima di una manifestazione. Mi auguro che in caso di approvazione alla prima occasione utile la Corte costituzionale lo bocci. Il fermo degli anarchici manda in tilt pm e poliziotti di Mario Di Vito Il Manifesto, 18 aprile 2026 Ancora non ha passato il vaglio parlamentare, ma il nuovo decreto sicurezza, applicabile da quando lo scorso 24 febbraio è apparso in Gazzetta ufficiale, ha già mandato in tilt sia la questura sia la procura di Roma. Il battesimo del fermo preventivo, sperimentato da 91 anarchici ai quali domenica 29 marzo è stato impedito di commemorare al parco degli Acquedotti Sandro Mercogliano e Sara Ardizzone - uccisi dieci giorni prima dallo scoppio di un ordigno che loro stessi stavano preparando - svela nei suoi sviluppi diverse criticità già individuate dai tecnici (da ultimo il perplesso parere rilasciato dal Csm tre giorni fa) ma del tutto ignorate dalla maggioranza, che non ha voluto presentare emendamenti sul punto. Nemmeno sull’aspetto più palesemente problematico, quello che non prevede il rilascio di alcun verbale a chi, soltanto sulla base di un sospetto, viene portato in questura e lì trattenuto fino a un massimo di 12 ore. Un dettaglio che sbatte con l’articolo 13 della Costituzione, là dove si vietano detenzioni, ispezioni o perquisizioni senza riserva di giurisdizione. Il 29 marzo, la questura in un comunicato ha scritto che le 91 persone “ritenute pericolose e sospette” sono state prese una volta “valutati i presupposti per il fermo preventivo condivisi dal pm di turno”. Poi però parla anche del “rifiuto all’identificazione di molti di loro”. Il nodo è tutto qui: chi non favorisce i documenti né declina le proprie generalità può essere portato in questura o in commissariato sulla base dell’articolo 11 della legge numero 191 del 1978. Il fermo preventivo è l’articolo 11 bis, e parla di accompagnamento nei posti di polizia “in presenza di un attuale pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica (…) in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto” nel corso di “servizi d’ordine e sicurezza pubblica disposti in occasione di manifestazioni”. L’articolo 11 e l’articolo 11 bis sono insomma due cose molto diverse tra loro. A quanto risulta, nel giorno delle commemorazioni di Mercogliano e Ardizzone, alcuni dei 91 anarchici sono stati fermati sulla base dell’articolo 11 e altri sulla base dell’articolo 11 bis. “Questi ultimi - spiega al manifesto l’avvocato Leonardo Pompili della Rete di resistenza legale - pensiamo siano stati attuati in maniera illegittima in quanto i soggetti sono stati accompagnati per verificare la sussistenza dei requisiti di pericolosità e non, invece, per ragioni preventive”. Da qui la richiesta alla pm di turno Vittoria Bonfanti di prendere visione degli atti relativi prodotti dalla digos. L’obiettivo è verificare l’esistenza della risposta a una contraddizione che appare evidente: se, come dice il decreto, la procura deve essere avvisata immediatamente delle operazioni di fermo preventivo, che significa che ne sono stati “valutati i presupposti”? Decisivo in questo senso sarà anche capire a che ora la questura si è messa in contatto con piazzale Clodio. Bonfanti ha dato il suo assenso e ai legali non resta che aspettare la risposta della questura. Quello che si sa, al momento, è solo che gli anarchici sono stati fermati intorno alle 10 del mattino e sono usciti dal commissariato tra le 17 e le 18. In quelle ore, oltre alle identificazioni, sarebbero state svolte anche tutte le operazioni di verifica degli eventuali precedenti di polizia. A molti sono stati poi dati dei fogli di via. Che pure sarebbero da discutere. Gli avvocati della Rete di resistenza legale stanno impugnando i provvedimenti perché sono stati emessi non sulla base della “commissione di molteplici delitti” come vorrebbe la legge ma di una violazione amministrativa, la manifestazione non autorizzata. Il cortocircuito è servito. Nei suoi numerosi interventi in materia di sicurezza, il governo sta soprattutto cercando di spostare la materia dal giudiziario al poliziesco, dando sempre più competenze agli agenti e sempre meno poteri ai magistrati. Questa intenzione, però, spesso e volentieri contrasta con il codice di procedura penale e, al netto di ogni valutazione politica, non può che generare caos e incomprensioni (diciamo così) tra gli uffici. Tutto questo, peraltro, al solo scopo di impedire lo svolgimento della deposizione di fiori in memoria di due persone defunte. La questura di Roma, quando ha apposto il suo divieto, ha fatto presente che la commemorazione di Mercogliano e Ardizzone sarebbe “in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica, attesa la inclinazione ideologica dell’anarchismo contro l’ordine costituito e lo spirito celebrativo cui la stessa è ispirata, teso all’esaltazione di condotte, quali l’assemblaggio di un ordigno, finalizzate al compimento di gravi azioni delittuose”. È l’affermazione di un principio: l’ordine pubblico è un valore assoluto e conta più di ogni altra cosa. Anche del lutto. “Criminologi mediatici”: ecco l’ultima frontiera del processo-show di Valentina Stella Il Dubbio, 18 aprile 2026 La denuncia della Società italiana di criminologia (Sic): “Basta star in tv che criticano i giudici senza averne i titoli”. La nuova frontiera dei processi paralleli in tv e sui social network sono i “criminologi mediatici”: lo denuncia la Società italiana di criminologia con un documento di dieci pagine. “La Sic ha per lungo tempo osservato quanto stava accadendo - ci spiega il presidente Alfredo Verde - e dopo un approfondito dibattito interno abbiamo deciso di fornire un parere pubblico” per stigmatizzare “lo scempio” a cui stiamo assistendo. Il professore dell’Università di Genova si riferisce alla crescente diffusione di programmi che trattano fatti di cronaca nera con l’ausilio di presunti criminologi chiamati a stabilire la colpevolezza o innocenza di qualcuno, funzione che invece, sostiene la Sic, spetta solo all’Autorità giudiziaria. Alcuni si spingono poi a “criticare pubblicamente l’operato dei giudici, sovrapponendo il giudizio mediatico a quello giudiziario”: la Sic ritiene che questa dinamica rappresenti “un pericolo per lo Stato di diritto”. E non ha torto visto che già spesso i magistrati vengono attaccati da ogni dove se derubricano un reato, assolvono o concedono misure alternative al carcere. Rispetto alle nuove star televisive, non fa nomi specifici il professor Verde ma ci delinea l’identikit del “criminologo mediatico”: “Nella grande maggioranza dei casi non ha frequentato corsi universitari di criminologia presso istituzioni accademiche riconosciute, italiane o straniere”. In Italia, in particolare, “la criminologia viene insegnata come materia universitaria in un numero limitato di atenei, e la sua padronanza presuppone una formazione rigorosa nelle discipline che la compongono, oltre che nella metodologia della ricerca”, spiega ancora Verde. “Nulla di tutto ciò emerge dalle biografie professionali dei soggetti in questione - sottolinea ancora la nota della Sic - che provengono spesso da percorsi formativi estranei alla disciplina (scienze di polizia, criminalistica, consulenza investigativa) e che tendono a presentare come “criminologia” o come “criminologia forense” (definizione quasi assente nel contesto scientifico internazionale) ciò che in realtà appartiene alle police sciences”. Queste ultime si occupano dell’attività investigativa e della ricostruzione del fatto-reato. Invece la vera criminologia, quella scientifica, applica i contributi delle scienze sociali, psicologiche, psichiatriche e giuridiche allo studio delle cause, della prevenzione e del trattamento della criminalità come fenomeno sociale e individuale. Ma l’aspetto più grave per Verde sono le conseguenze sui diritti di indagati ed imputati: “Già certe trasmissioni televisive portano accusa e difesa in televisione ad anticipare i processi e a condannare senza le regole del diritto, ma adesso allo show si aggiungono queste nuove figure”. Come si legge nel documento della Sic “i criminologi mediatici alimentano sistematicamente le paure collettive, il desiderio di punizione e l’odio verso gli accusati, spesso molto prima di una sentenza definitiva, tra l’altro ignorando il fatto (o disinteressandosene totalmente) che una lapidaria valutazione pseudodiagnostica può esporre il destinatario al rischio di un’altrettanto sommaria giustizia, praticata dagli altri detenuti in forza di un malinteso codice d’onore del carcere”. Come documentato dalla ricerca criminologica, “spesso le trasmissioni televisive sui casi penali trasformano l’imputato in un “mostro” da condannare pubblicamente, con conseguenze concrete che vanno dall’inquinamento del dibattito pubblico all’alterata percezione nei confronti della popolazione detenuta da parte della comunità esterna”. E aggiunge Verde: “L’articolo 27 comma 3 della Costituzione è costantemente svilito in queste trasmissioni a causa di una ricerca spasmodica di un colpevole da punire. Questi programmi fomentano il degrado che già c’è nell’applicazione concreta della pena nel nostro Paese, che poi si materializza in certi modi della gestione della questione carceraria che appartengono ad una precisa parte politica”. Verde, infine, traccia anche delle possibili soluzioni per contrastare il fenomeno: “Una regolamentazione da parte in primis del servizio pubblico radiotelevisivo, il rispetto di un eventuale codice deontologico come avviene già per i giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria, una iniziativa legislativa che normi questo fenomeno indiscriminato”. Nel frattempo gli imputati possono sperare nelle “attenuanti mediatiche” come cristallizzato dalla sentenza di appello bis sul caso Pifferi, in cui la pena è stata ridotta anche a causa della lapidazione mediatica subìta dalla infanticida, “con ospiti pronti a discettare di perizie non ancora trattate nella sede processuale sua propria e a distillare opinioni personali sulle circostanze aggravanti, ad affermare - da presunti esperti in medicina psichiatrica e supposti conoscitori di codici e pandette - la sicura imputabilità, l’integrazione di tutte le aggravanti, ivi compresa la non contestata crudeltà, scommettendo perciò sull’ergastolo come unica pena equa”, abbiamo letto nelle motivazioni. Da Bibbiano a Vasto, caccia ai servizi sociali con insulti e svastiche sui muri di Simona Musco Il Dubbio, 18 aprile 2026 Deliri “pedosatanisti” e l’accusa di “rapire i bambini”: in tutta Italia si moltiplicano gli attacchi agli assistenti sociali. Che una narrazione mediatica e politica ha ormai trasformato in “nemico pubblico”. Le facce degli assistenti sociali tappezzano i muri di Arezzo, con svastiche impresse sulla fronte e fumetti che farneticano di “élite pedosataniste”. Poi a Vasto, nelle vicinanze della casa famiglia che ospita i bambini della “famiglia nel bosco”, sulle pareti del Tribunale e dei Servizi, compare l’accusa infamante: “Gli assistenti sociali rapiscono i bambini”. A Sansepolcro il registro vira sulla negazione della sovranità: “Se i figli sono dello Stato è dittatura”. Infine Barco di Bibbiano, epicentro di una demonizzazione mai sopita dopo l’inchiesta “Angeli e Demoni”, la sede dei servizi sociali è stata imbrattata con l’accusa “giudici e assistenti sociali nazisti”. Tutte scritte con lo stesso rosso e la stessa firma, quella W cerchiata, simbolo del gruppo no vax complottista che si è già reso protagonista di numerosi raid contro sedi sindacali e istituzionali. Quei muri imbrattati non sono solo vandalismo, ma il segnale di un cortocircuito istituzionale. È il risultato di una stagione politica che ha cavalcato casi giudiziari complessi per puro dividendo elettorale, finendo per legittimare la caccia all’uomo contro chi, per conto dello Stato, opera nelle trincee del disagio. Si tratta di un “attacco concentrico”, secondo Barbara Rosina, presidente nazionale dell’Ordine degli assistenti sociali. Il bersaglio sono i professionisti che operano dove manca tutto il resto: gli assistenti sociali, ultimo appiglio per molti invisibili, come bambini, donne vittime di violenza, anziani soli e migranti. Figure che oggi si ritrovano con la propria foto esposta negli spazi pubblicitari o marchiata con simboli nazisti e frasi deliranti. “Rappresentiamo lo Stato, lo Stato ci protegga e ci rispetti”, incalza Rosina. “Mentre aspettiamo che chi indaga identifichi i responsabili, denunciamo con grande preoccupazione le intimidazioni. La solidarietà non basta più quando è l’odio a vincere. Rifletta chi, anche da posizioni istituzionali, ha fomentato questo clima”. Quella firma, figlia del più becero complottismo pandemico, è solo il braccio armato di una narrazione più ampia. Da tempo, nel dibattito pubblico, i servizi sociali vengono deformati e delegittimati. Slogan facili e interventi mediatici in cerca di consenso hanno trasformato la complessità della tutela dei minori in un’arma ideologica. Poco importano gli esiti dei processi, che hanno certificato - nel caso di Bibbiano, ad esempio - quanto fossero infondate le accuse di “rapimento” mosse ai servizi. La narrazione sopravvive ai fatti e a pagarne le spese sono gli ultimi anelli della catena. A questa deriva contribuisce anche una distorsione narrativa scientificamente orchestrata che da mesi attraversa una parte rilevante dei palinsesti televisivi: la trasformazione del lavoro degli assistenti sociali in un complotto. Senza l’equilibrio di un confronto reale, senza contraddittorio e spesso prescindendo dalla complessità dei fatti documentati, è andata in onda in prima serata una rappresentazione che riduce un sistema articolato a un’unica accusa, reiterata fino a diventare senso comune. È una semplificazione che sacrifica la realtà sull’altare dell’indignazione e che finisce per legittimare, anche fuori dallo schermo, un clima di sospetto e ostilità. Il risultato è una narrazione tanto potente quanto semplicistica: l’idea che l’intervento a tutela dei minori sia di per sé un abuso, che i figli siano proprietà esclusiva dei genitori e che chiunque intervenga vada considerato un usurpatore. In questa cornice, ogni distinzione salta: gli errori, quando esistono, non vengono più affrontati caso per caso ma diventano prova di un sistema colpevole per definizione. Proprio contro questo scarto tra realtà e rappresentazione era intervenuta, nei mesi scorsi, la presidente dell’Ordine degli assistenti sociali dell’Abruzzo, Francesca D’Atri, con una lunga lettera rivolta ai media e alla comunità professionale, diventata a sua volta bersaglio di attacchi sui social. Un atto d’accusa contro il “discredito mediatico” e la proliferazione di “false informazioni”, che chiama in causa la responsabilità di chi contribuisce a costruire un immaginario distorto. D’Atri, oggi, interviene ancora, insieme ai colleghi di Toscana e Umbria, Rosa Barone e Francesca Tardioli. “Non accetteremo di essere il capro espiatorio di questo odio senza precedenti - hanno dichiarato -. Siamo accanto a chi è diventato bersaglio di un’ideologia che preferisce il clamore della protesta alla complessità della cura”. Il raid di Bibbiano, scoperto dai Carabinieri durante un pattugliamento, è l’ultimo fuoco di un incendio riacceso col caso della “Famiglia nel bosco”, utilizzato dalla politica come grimaldello per alimentare una propaganda finalizzata a spostare gli equilibri del referendum e poi abbandonato una volta fallito il tentativo alle urne. È un attacco alla tenuta sociale: come sottolineato dall’Unione Val d’Enza, attraverso il suo presidente Alessandro Spanò, “le parole utilizzate dimostrano quanto sia dilagante e trasversale, per gli autori di questo vile gesto, il disprezzo verso tutte le figure istituzionali che tengono insieme il nostro Stato e le nostre comunità. A essere oltraggiato non è solo il nostro Ente - ha evidenziato -, ma l’intero sistema valoriale che amministratori, dipendenti e intere comunità hanno creato e sostenuto nel tempo. Un impianto pubblico che nei decenni ha costruito una rete di servizi in grado di dare risposta alle esigenze dei suoi cittadini e, soprattutto, in grado di prestare soccorso alle fasce più fragili della nostra popolazione”. Una preoccupante “china anti-sistema che tende a oltraggiare tutti i componenti dello Stato, a tutti i livelli”. Oltre la vernice rossa resta il danno strutturale: un welfare che si ritrae per paura. È l’eredità di una gestione politica che ha sacrificato gli operatori sull’altare del consenso, trattandoli come colpevoli prima ancora dei processi, come corpo unico, e non come singoli. Processi che, poi, hanno restituito una fotografia dei fatti che l’opinione pubblica si ostina a non guardare. Sull’onda di quella narrazione distorta, la politica ha cambiato le norme, contribuendo ad alimentare l’immagine del “nemico pubblico” e smantellando la credibilità di quel braccio dello Stato che, per mandato, dovrebbe proteggere i più piccoli. Ancora una volta dimenticati. Nel pomeriggio di ieri è arrivata la solidarietà della ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone che ha ribadito “l’importanza di una professione che rappresenta il volto umano e uno dei primi presidi dello Stato nelle situazioni di maggiore fragilità”. Gli assistenti sociali, ha ricordato Calderone, “operano quotidianamente in contesti di estrema complessità, contribuendo in modo determinante alla tutela delle persone e alla costruzione di percorsi di autonomia. Un’azione preziosa per l’attuazione delle politiche portate avanti dal ministero del Lavoro per cui non posso che esprimere apprezzamento”. Pene pecuniarie principali non pagate, sì alla detenzione domiciliare sostitutiva di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2026 Per la Consulta, sentenza n. 54/2026, è illegittima la mancata previsione della conversione, in caso di insolvenza, nella detenzione domiciliare sostitutiva. Con la sentenza numero 54, depositata oggi, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale degli articoli 102 della legge numero 689 del 1981 e 660, comma 3, del codice di procedura penale, nella parte in cui, in caso di insolvenza nel pagamento delle pene pecuniarie principali, non prevedono la conversione della pena anche nella detenzione domiciliare sostitutiva. Le ordinanze di rimessione, sollevate dal Magistrato di sorveglianza di Bologna, avevano prospettato il dubbio che tali disposizioni contrastassero con gli articoli 3, 13 e 27 della Costituzione nella parte in cui, in caso di mancato pagamento della pena pecuniaria entro i termini, prevedono la conversione nella semilibertà sostitutiva anziché nella detenzione domiciliare sostitutiva ovvero, in via subordinata, nella parte in cui non prevedono la conversione, in via alternativa, nella semilibertà sostitutiva o nella detenzione domiciliare sostitutiva: mentre per l’ipotesi di insolvibilità “incolpevole” può essere disposta la conversione della pena pecuniaria nel lavoro di pubblica utilità o, in caso di opposizione, in detenzione domiciliare sostitutiva sia per le pene pecuniarie principali (art. 103 della legge n. 689 del 1981) sia per le pene pecuniarie sostitutive (art. 71 della legge n. 689 del 1981), per l’ipotesi di insolvenza “colpevole” la disciplina della conversione diverge a seconda che si tratti di pena pecuniaria principale o sostitutiva; infatti, mentre l’articolo 102 della legge numero 689 del 1981 prevede la conversione della pena pecuniaria principale soltanto nella semilibertà sostitutiva, l’articolo 71 della legge citata prevede la conversione della pena pecuniaria sostitutiva nella semilibertà o nella detenzione domiciliare. La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione della lamentata sproporzione della semilibertà sostitutiva - che, determinando una privazione della libertà personale per una parte della giornata, integra un regime detentivo - rispetto all’esigenza punitiva sottesa alla conversione della pena pecuniaria: la scelta del legislatore di prevedere una misura limitativa, di natura detentiva, della libertà personale per l’ipotesi di insolvenza del condannato non attinge di per sé la manifesta irragionevolezza dell’esercizio della discrezionalità legislativa, considerando che, anche nell’intenzione del legislatore, la pena da conversione individuata per l’ipotesi di insolvenza assume il ruolo di strumento di pressione sul condannato per il pagamento della multa o dell’ammenda, al fine di assicurare la piena effettività della sanzione inflitta. La Corte ha invece ritenuto fondata la questione di legittimità costituzionale concernente la denunciata disparitàdi trattamento determinata dai meccanismi di conversione previsti, nel caso di insolvenza, per le pene pecuniarie principali - per le quali è prevista solo la semilibertà sostitutiva - e per le pene pecuniarie sostitutive delle pene detentive brevi - per le quali è prevista l’alternativa fra detenzione domiciliare e semilibertà sostitutiva. Al riguardo, lo scrutinio è stato declinato sul modello del giudizio di eguaglianza in senso stretto - cioè del giudizio che assume a paradigma il nucleo più intimo dell’articolo 3 della Costituzione - che è essenzialmente un giudizio di pertinenza, anche del tertium comparationis. Si è così constatata l’omogeneità delle pene pecuniarie, che hanno tutte a oggetto l’elemento monetario, accertando altresì che la disciplina della loro conversione persegue un comune interesse costituzionalmente rilevante, da identificare nell’effettività della sanzione penale; interesse, a sua volta, strettamente connesso al principio della certezza del diritto e al principio della funzione rieducativa della pena. Esattamente in rapporto a tale interesse la Corte ha ritenuto non giustificata la diversità del trattamento riservato alle pene pecuniarie principali e alle pene pecuniarie sostitutive per il profilo della reazione ordinamentale al loro mancato pagamento nell’ipotesi dell’insolvenza. Nei due casi, infatti, la riprovevolezza del comportamento del condannato cui l’insolvenza è imputabile è identica, e lo è proprio per rapporto all’interesse costituzionale sopra evidenziato. Inoltre, la natura giuridica (così come la funzione) unitaria delle pene pecuniarie - sia di quelle principali, sia di quelle sostitutive - affermata a livello normativo (art. 57, ultimo comma, della legge n. 689 del 1981) integra un indice, anche di diritto positivo (e non solo logico), della piena comparabilità delle situazioni, giuridiche e di fatto, cui, in assenza di diversi e ulteriori profili di distinzione, anche allo scopo di assicurare la piena coerenza del sistema, dovrebbe conseguire un trattamento normativo non differenziato. Busto Arsizio. Suicidio nel carcere, 34enne trovato morto in cella. “Nessuno si è accorto di lui” di Giulia Ghirardi fanpage.it, 18 aprile 2026 Suicidio in carcere a Busto Arsizio: un 34enne è stato trovato morto in cella. “È stato il mio compagno a lanciare l’allarme”, ha riferito a Fanpage.it la compagna di uno dei detenuti. “Nessuno si è accorto di lui, è giusto che si sappia”. Si è verificato un altro suicidio in carcere: nel corso di ieri pomeriggio, giovedì 16 aprile, un uomo di 34 anni è stato trovato senza vita all’interno della propria cella, nella terza sezione del carcere di Busto Arsizio (Varese). “Si è impiccato con i lacci delle scarpe”, ha riferito a Fanpage.it la compagna di un detenuto, recluso nella stessa sezione dove si sono verificati i fatti. “Il mio compagno è stato una delle persone che ha lanciato l’allarme e lo ha soccorso”, ha esordito la donna a Fanpage.it, raccontando di essersi recata in carcere per un colloquio e di aver aspettato ore prima di riuscire a vedere il compagno. “Quando è arrivato al colloquio piangeva”, ha continuato. “Mi ha spiegato quale fosse ‘il problema’ di cui parlava il carcere: un ragazzo della sezione si era tolto la vita”. Il racconto del detenuto - Stando a quanto riferito a Fanpage.it, i fatti si sarebbero verificati subito dopo l’ora di pranzo, all’incirca verso le 13:00, durante la cosiddetta ora d’aria. “Il ragazzo non è uscito con gli altri”, ha spiegato la donna, riportando le parole del compagno che sarebbe stato tra i primi a rientrare in sezione per il colloquio che aveva in programma. “Quando è tornato in sezione, intorno alle 14:00, lo ha trovato impiccato con i lacci delle scarpe. È rimasto in sezione un’ora e mezza senza che nessuno si accorgesse di lui”. È allora che viene lanciato l’allarme e vengono allertati i soccorsi, ma - stando a quanto riferito - sarebbe stato ormai troppo tardi e per il 34enne è stato constatato il decesso perché non ci sarebbe stato più nulla da fare. “È giusto che si sappia”, ha concluso la donna a Fanpage.it. “Perché spesso queste notizie vengono insabbiate ed è difficile sapere cosa avviene all’interno delle carceri”. Suicidi in carcere, numeri in aumento - I dati sulle morti in carcere sono sempre più critici: sarebbero 238 le persone decedute all’interno di Istituti Penitenziari nel 2025, di cui 79 si sarebbero suicidate, stando al dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Numeri esorbitanti che segnalano un sistema che, al posto di migliorare, diventa di anno in anno sempre più problematico, incapace di dare una risposta concreta all’emergenza che si sta consumando al suo interno. E questo è un chiaro sintomo di una problematica più ampia che riguarda il sistema penitenziario dove sovraffollamento, carenza di personale e insufficiente assistenza sanitaria e psicologica contribuiscono a condizioni di vita degradanti. Nel carcere di Busto Arsizio, stando ai dati riportati sul sito ufficiale dell’Istituto, sarebbero attualmente detenuti 428 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 240 posti. “Non è dignitoso”, ha commentato la compagna del detenuto della terza sezione a Fanpage.it. “A prescindere dal motivo che porta una persona in carcere nessuno dovrebbe vivere certe condizioni che, in molti casi, spingono i detenuti a togliersi la vita”. Asti. “La verità su cos’è successo a Christian”: nasce il Comitato per il detenuto suicida di Valentina Moro La Stampa, 18 aprile 2026 La famiglia chiede di fare chiarezza sulla morte dell’elettricista, affetto da problemi di tossicodipendenza in carcere a Quarto. “Vogliamo capire cos’è successo in quelle ore prima della morte di Christian. Non chiediamo vendetta, ma sapere com’è andata e avere giustizia”. Alessia Guercio, sorella del giovane che il 28 dicembre si è ucciso in carcere, spiega così la nascita del comitato “Verità e luce per Christian”. A costituirlo sono famigliari e amici, lo scopo è fare luce sui passaggi che hanno portato Guercio, elettricista e dj noto con il nome di Guè, a finire nell’istituto penitenziario di Asti dove si è ucciso nella sua cella a tre giorni dall’arresto. “Quello che noi chiediamo - continua Alessia, di professione educatrice - è che questa cosa non ricapiti più a nessuno. Chi è tossicodipendente deve essere curato, non messo in carcere”. Le condizioni di salute - “Il gruppo è nato molto spontaneamente - aggiunge - anche per non restare soli noi parenti”. La famiglia e il legale avevano espresso subito la volontà di capire meglio le dinamiche che avevano portato Guercio nella casa di reclusione di Asti sottolineando le sue condizioni psichiatriche precarie: era seguito dal Serd in quanto tossicodipendente, soffriva di depressione e disturbo oppositivo provocatorio. Il giorno di Santo Stefano l’uomo si era presentato a casa dei genitori in stato confusionale a causa di alcol e droghe. La famiglia aveva chiamato i soccorsi ed erano intervenuti anche i carabinieri. Dopo un iniziale ricovero di cinque ore in ospedale, Guercio, che non era alla prima esperienza detentiva, è stato portato a Quarto. “Christian non è un nome su un fascicolo giudiziario, né un numero all’interno di una struttura detentiva. Era un figlio, un fratello, un amico. Come comitato intendiamo portare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità una serie di criticità ritenute gravi. In particolare, perché una situazione di necessità sanitaria sia stata gestita come un problema di ordine pubblico. Aveva bisogno di cure mediche, non di misure restrittive”, sostiene il comitato. Le sue fragilità - Guercio in passato era già stato ricoverato per aver tentato il suicidio. “Christian ha sempre fatto uso di sostanze - racconta la sorella - avevamo più volte cercato di aiutarlo per uscirne. Se tu sei già fragile, e lui aveva un disturbo borderline e la depressione, se assumi droghe tutto si amplifica”. Il comitato ha preso contatti con il garante dei detenuti e con l’associazione Antigone, in prima linea per difendere i diritti di chi si trova in cella. Il gruppo chiede alle istituzioni di intervenire per limitare il ricorso alla detenzione, considerando che nel 2025 in Italia sono state 80 le persone che si sono uccise dietro le sbarre e tra i detenuti la percentuale di cui suicidi è 15 volte superiore a quella tra le persone libere. “È necessario studiare con Comune, Asl, direzione carceraria, forze dell’ordine e garante dei diritti dei detenuti soluzioni alternative al carcere coatto”, l’appello. Gli obiettivi si estendono oltre la storia di Christian con la sensibilizzazione dei temi sull’uso delle sostanze stupefacenti e del suicidio. A breve il gruppo organizzerà un evento per ricordare il giovane”. Firenze. Carcere di Sollicciano, un morto e un tentativo di evasione novaradio.info, 18 aprile 2026 Un decesso e un tentativo di fuga tra ieri ed oggi nel carcere fiorentino di Sollicciano. Il decesso, che risale a ieri, è avvenuto per arresto cardiaco. La vittima, si spiega dalla direzione del carcere, aveva circa 40 anni ed era originario dell’Est Europa, recluso in una sezione giudiziaria a seguito di una condanna in primo grado. L’uomo è descritto come un detenuto “tranquillo”. Era inserito nel gruppo dei detenuti della “MOF”, la Manutenzione Ordinaria del Fabbricato, addetti alle piccole riparazioni in carcere. Si tratta della seconda morte in carcere dall’inizio dell’anno a Sollicciano. La salma è stata consegnata all’autorità giudiziaria, che ha aperto un fascicolo di indagine. Sarà disposta un’autopsia per stabilire se la morte sia dovuta a cause naturali o - come spesso in questi casi - all’abuso di sostanze. Il tentativo di evasione si è invece verificato stamani: due detenuti hanno provato la fuga nella zona del campo sportivo ma sono stati individuati dalle telecamere di sorveglianza e bloccati dagli agenti. Modena. Detenuto denuncia torture, trasferito nello stesso carcere con un agente indagato parmatoday.it, 18 aprile 2026 Il legale chiede l’intervento del Dap: “Situazione delicata, serve un trasferimento”. Intanto a Modena si discute la richiesta di archiviazione per una novantina di agenti. Un detenuto che aveva denunciato presunte torture subite nel carcere di Modena nel marzo 2020 è stato recentemente trasferito nell’istituto penitenziario di Parma. Una situazione che solleva preoccupazioni, perché nella stessa struttura lavora, con funzioni di comando, anche uno degli agenti della polizia penitenziaria indagati nel procedimento. A segnalare il caso è l’avvocato Alessandro Gamberini, legale del detenuto, che parla di una vicenda “delicata” e sottolinea “ragioni di opportunità” legate alla presenza nello stesso carcere delle due figure. Per questo motivo, la difesa ha chiesto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di intervenire con un nuovo trasferimento del proprio assistito. Nel frattempo, al tribunale di Modena è in corso la discussione sulla seconda richiesta di archiviazione che riguarda una novantina di agenti della polizia penitenziaria, tra cui anche il comandante. L’udienza è stata aggiornata al prossimo 16 giugno. Trento. Carcere al collasso, allarme sovraffollamento. Si teme l’effetto Decreto Sicurezza di Giuseppe Fin Il Dolomiti, 18 aprile 2026 In Trentino si chiede da più parti la regionalizzazione del servizio del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Paola Demagri (Casa Autonomia): “Senza questo passaggio, continueremo a subire un sovraffollamento determinato anche dai trasferimenti provenienti da altre province”. Il presidente della Camera Penale di Trento e Rovereto, Roberto Bertuol: “In questo momento il numero di detenuti nella struttura di Trento si avvicina a 400 e il problema non è più emergenziale, ma strutturale. Se non si interviene, è destinato ad aggravarsi”. A Trento il carcere è già oltre il limite. E ora rischia di esplodere. Le frequenti carcerazioni delle ultime settimane, infatti, hanno portato ulteriore pressione sulla casa circondariale di Spini di Gardolo dove i detenuti si avvicino ad essere circa 400 detenuti, a fronte di una capienza di quasi la metà, 240. Una pressione quotidiana che si traduce in spazi ridotti, difficoltà gestionali e sempre meno margine per garantire condizioni dignitose e attività rieducative. Ma la situazione rischia addirittura di peggiorare perché sullo sfondo incombe l’effetto del decreto sicurezza, presto convertito definitivamente in legge. Nelle scorse ore, infatti, l’aula del Senato ha approvato il decreto dopo la maratona di ieri durata 10 ore e ora passa alla Camera per la conversione in legge che scade il 25 aprile. Un provvedimento che va ad ampliare la platea dei reati e quindi le possibilità di carcerazioni. Un mix che, vista la situazione in cui si trova oggi il sistema penitenziario, rischia di trasformarsi in una vera e propria “bomba”. A descrivere la situazione difficile che si sta vivendo nella Casa Circondariale di Gardolo sono gli stessi poliziotti che ci lavorano all’interno e che sono in continuo calo. Un problema che Sinappe ha più volte sollevato con il segretario Andrea Mazzarese. “È vergognoso - spiega - che una Provincia come quella di Trento ai vertici di tante classifiche nazionali, ma per quanto riguarda il carcere si trovi in queste condizioni: fra le peggiori realtà del Paese per le difficoltà operative dei poliziotti penitenziari”. A lanciare l’allarme sulla situazione che si sta vivendo nelle carceri è l’avvocato Roberto Bertuol, presidente della Camera Penale di Trento e Rovereto che da anni richiama l’attenzione sul tema del sovraffollamento. “In questo momento il numero di detenuti nella struttura di Trento si avvicina a 400 - spiega Bertuol - e il problema non è più emergenziale, ma strutturale. Se non si interviene, è destinato ad aggravarsi”. Nonostante da tempo il problema sia conosciuto, fino ad oggi, purtroppo, nessuno ha messo in campo interventi concreti per risolverlo. “Il problema - continua Roberto Bertuol - è in termini generali di sovraffollamento carcerario in Italia ed è un problema al quale bisogna trovare una soluzione in maniera strutturale e serve farlo con una legge. Nell’immediato, abbiamo bisogno di una misura d’urgenza, penso all’indulto oppure all’amnistia. Un provvedimento che anche se avrà un risultato temporaneo comunque potrà avere degli effetti. Altrimenti continuiamo a riempire le prigioni e rendere la situazione gravissima”. Una criticità che non riguarda solo lo spazio fisico. Il sovraffollamento incide su ogni aspetto della vita carceraria: dalla gestione quotidiana alla possibilità di attivare percorsi rieducativi. All’interno delle strutture carcerarie c’è un grosso problema anche di gestione. “Non si può solo pensare che il sovraffollamento carcerario determini condizioni di vita intollerabili per i detenuti. Ci sono poi problemi di gestione, di amministrazione, polizia penitenziaria che deve fare trasferimenti controlli, tutto si rallenta. Non è solo una condizione di vita all’interno della cella più difficile, ma un aggravamento generale delle condizioni sia per i detenuti ma anche per coloro che amministrano e sorvegliano. Se andiamo avanti così, il problema rischia di scoppiare tra le mani”. La Camera Penale di Trento vuole riportare con forza l’attenzione sulla giustizia anche nel momento esecutivo quindi sul carcere e nei prossimi mesi verranno messe in campo diverse iniziative. Appoggio, spiega Bertuol, anche all’ipotesi di una regionalizzazione del servizio del Dipartimento di amministrazione penitenziaria. “Se ne parla da due o tre anni ed è stata portata avanti anche a livello politico. È stata appoggiata dalla Camera Penale di Trento e a nostro modo di vedere potrebbe agevolare l’intero sistema”. A preoccupare, però, sono anche le nuove normative nazionali. “Ho visto che dovrebbe essere in imminente conversione in legge il decreto sicurezza, questo per il carcere sarà come una bomba. Ci sarà una platea più ampia, maggiori reati e con maggiori possibilità di incarcerazione”. Una situazione d’emergenza che deve essere affrontata come tale. “Servirebbe l’indulto ma in questo momento - spiega Bertuol - non ci sono forse condizioni politiche. Sono soluzioni indicate anche dal Presidente della Repubblica. Serve lavorare, inoltre, perché si applichino nel modo più vasto possibile le misure alternative alla detenzione e c’è quindi anche una grossa responsabilità che viene data agli uffici di sorveglianza che devono vagliare le richieste. Ma anche per gli stessi giudici che emettendo la sentenza possono prendere in considerazione la possibilità di applicare una misura detentiva alternativa”. “Mai come oggi diventa urgente affrontare con decisione la questione del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria, che deve essere portato sul nostro territorio”. Ad intervenire sulla situazione che si sta vivendo nella Casa Circondariale di Trento è la consigliera provinciale di Casa Autonomia, Paola Demagri che spiega come senza questo passaggio “continueremo a subire un sovraffollamento determinato anche dai trasferimenti provenienti da altre province”. Un intervento quanto mai importante, visto la pressione che la struttura di Spini di Gardolo sta subendo in questi giorni. “Abbiamo assistito a diversi fermi e interventi da parte delle forze dell’ordine, nell’ambito del nuovo assetto per la sicurezza fortemente caldeggiato dall’amministrazione comunale e garantito dal questore. Si tratta di azioni importanti per garantire maggiore tutela ai cittadini. È probabile che le persone fermate vengano ora affidate alla struttura carceraria di Spini, in attesa di giudizio”. A questo si aggiunge un altro tema critico: la carenza di personale della Polizia Penitenziaria, una situazione che dura da molto tempo. “Non si è registrata finora un’adeguata attenzione da parte delle istituzioni provinciali nel farsi promotrici, presso il governo nazionale, di un rafforzamento delle piante organiche. Per trovare un intervento significativo bisogna tornare al 2017, quando a seguito di trattative con l’allora Presidente Rossi furono assegnate 37 unità di Polizia Penitenziaria al carcere di Trento”. Il rischio è evidente: mentre si lavora per migliorare la sicurezza nella città di Trento, si potrebbe generare un effetto opposto all’interno del carcere, con ricadute su sicurezza interna, condizioni di lavoro, convivenza e qualità dell’attenzione verso le persone detenute. “Per questo è indispensabile affrontare in modo strutturale e non emergenziale l’intero sistema, garantendo equilibrio tra sicurezza del territorio, condizioni di lavoro del personale e tutela della dignità delle persone detenute” conclude Demagri. Rovigo. Carcere minorile, c’è la garanzia: “Entro maggio guardie in più” di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 18 aprile 2026 La direttrice incontra la sindaca Cittadin. “I detenuti mai fuori dalla struttura”. Entro il prossimo mese di maggio è previsto un aumento del numero di agenti penitenziari al carcere minorile “Vivaldi” in via Verdi. Inoltre i detenuti non usciranno dalla struttura per nessun motivo. Tutte le attività degli ospiti si svolgeranno all’interno del carcere, senza alcuna presenza all’esterno. Sono queste le informazioni date dalla direttrice del “Vivaldi”, Roberta Ghirelli, alla sindaca Valeria Cittadin nell’incontro dell’altro ieri al quale ha partecipato anche l’assessora comunale al Sociale Dominga Milan. L’incontro, spiega Cittadin, “è stato l’occasione per condividere la preoccupazione della nostra città in merito all’evento di sabato pomeriggio scorso che ha destabilizzato i residenti e tutte le persone che si trovavano a transitare nella zona del carcere minorile”. Il riferimento è all’insubordinazione di cinque detenuti. Si tratta di due moldavi, un ucraino, un bulgaro e un italiano tra i 18 e 24 anni, trasferiti a Rovigo a fine febbraio dal carcere di Treviso e che - lo scorso mercoledì - sono stati mandati in altra struttura fuori regione. Il quintetto sabato sera ha creato disordine rompendo vetri e danneggiando suppellettili. La protesta, iniziata a ora di cena, è rientrata alle 23. Ma sono state ore di tensione tanto che le strade attorno al Minorile sono state chiuse e le urla dei cinque sentite dal vicinato. Il “Vivaldi” ora ospita una ventina di detenuti su un massimo previsto di 31. Gli agenti in servizio sono 37 a fronte di una pianta organica che ne prevede 47. Lunedì sera scorso, poi, il tentativo di suicidio per impiccagione in cella di un detenuto minorenne, salvato dagli agenti penitenziari. L’amministrazione comunale, spiega Cittadin, “resta comunque attenta e preoccupata rispetto a eventuali futuri episodi di ribellione interna. Siamo consapevoli del valore sociale e rieducativo di questa struttura, che rappresenta un presidio importante. Allo stesso tempo, riteniamo fondamentale che, di fronte a comportamenti che disturbino la quiete pubblica, vi sia una presa di posizione ferma, anche attraverso il trasferimento dei soggetti responsabili”. Cittadin confida ““in un confronto continuo e costruttivo, con l’obiettivo di garantire a Rovigo la tranquillità che merita. Come amministrazione comunale continueremo a mantenere alta l’attenzione su questo tema”. Il nuovo Istituto penitenziario minorile (Ipm), che sorge sull’ex Casa circondariale per adulti a fianco del Palazzo di Giustizia, è stato inaugurato lo scorso 8 gennaio. La struttura si estende su circa 7.000 metri quadrati, di cui 4.000 destinati agli immobili e 3.000 alle aree esterne. Gli spazi comprendono aree verdi, una palestra esterna e campetti. Cuneo. “La Circolare sulle attività culturali distacca sempre di più le carceri e il mondo esterno” cuneodice.it, 18 aprile 2026 L’intervento di Giulia Marro (Avs): “Basta ridurre i percorsi e le possibilità riabilitative. Non va mai perso di vista che dentro ai muri non ci sono numeri ma persone”. “Un presidio a Roma per ribadire l’ovvio: se le carceri non rieducano, ma disumanizzano ed emarginano ulteriormente le persone detenute, a cosa servono se non a creare ulteriore insicurezza e condizioni insostenibili per detenuti e personale carcerario?”, spiega Francesca Druetti, segretaria Possibile, presente oggi al presidio in piazza Cairoli. “Eppure, che la pena debba aderire ai principi di umanità e tendere alla rieducazione lo dice anche la Costituzione della Repubblica italiana, ma l’articolo 27 viene calpestato nelle nostre carceri: pene che non rieducano, condizioni che disumanizzano, diritti fondamentali ignorati dietro le mura delle carceri”, continua Druetti. “È evidente dalle visite nelle carceri piemontesi, che mi hanno vista impegnata fin dal primo giorno del mio mandato”, commenta Giulia Marro, consigliera Regionale in Piemonte (Avs). “Presentano situazioni strutturali a volte molto difficili, con edifici spesso vecchi, sporchi, caldissimi d’estate e affollati, gestiti da personale ridotto all’osso. Intanto aumenta il numero di reati e di detenuti, soprattutto giovani, e le riforme non arrivano, anzi, come è successo in Piemonte, si verificano persino ritardi nella pubblicazione dei bandi per la formazione professionale congelando per mesi tutte le attività. La circolare Nordio sulle attività culturali distacca sempre di più le carceri e il mondo esterno. Non va mai perso di vista che dentro ai muri delle carceri non ci sono numeri ma persone. Persone a cui vanno garantiti dei servizi se non vogliamo che la loro permanenza in carcere li riporti a delinquere, fallendo nella funzione rieducativa e riabilitativa: psicologi, educatori, assistenza sanitaria e psichiatrica, percorsi di uscita, attività formative. È un sistema che ha bisogno di essere cambiato, ma non nel senso in cui vanno le norme del ministro Nordio, che continua a ridurre i percorsi e le possibilità riabilitative nelle carceri”. “I dati sulla recidiva e sulla marginalizzazione delle persone detenuanno il gioco di chi difende la propria posizione di potere facendo leva sulla paura dei cittadini e sugli slogan che abusano della paura sicurezza senza fare nulla per garantirla davvero”, conclude Druetti. Belluno. Liberare il carcere. Le associazioni Libera e Antigone promuovono un ciclo di incontri bellunopress.it, 18 aprile 2026 Inizia sabato 18 aprile a Lozzo di Cadore il ciclo di incontri dal titolo “Liberare il carcere” organizzati dai quattro presidi di Libera del territorio provinciale (Cadore, Agordino, Valbelluna e Bellunese Orientale) in stretta collaborazione con l’associazione Antigone (Veneto ed Emilia-Romagna). Si tratta di un’iniziativa frutto di un confronto fra i membri dei presidi iniziato nel 2025 e volto a concertare e concentrarsi su un tema comune nel corso del 2026. La scelta è caduta sul mondo delle carceri e sul valore della giustizia riparativa (o rigenerativa), argomento quest’ultimo già affrontato in passato dal coordinamento provinciale dell’associazione che ha portato in provincia “Amunì”, un progetto di Libera rivolto ai ragazzi sottoposti a procedimento penale da parte dell’autorità giudiziaria minorile e impegnati in un percorso di riparazione. Il programma degli incontri, volti a portare la cittadinanza dentro la realtà del carcere, prima, durante e dopo, si aprirà sabato pomeriggio alle 18 a Palazzo Pellegrini di Lozzo di Cadore dove Mariachiara Gentile interverrà su “Gli istituti penali per i minorenni alla luce dell’ultimo rapporto di Antigone. Domenica, invece, sarà la volta dell’Agordino. A La Valle, in sala Valmassoni, sempre alle 18, ci sarà Beppe Mosconi per parlare de “La giustizia ripartiva tra normativa vigente e prospettive alternative”). Gli ultimi due incontri si svolgeranno invece nel prossimo mese. Venerdì 8 maggio Alessandro Maculan e Jessica Lorenzon tratteranno “La questione di genere dietro le mura del carcere” alle 20.30 in sala San Felice a Trichiana e, infine, sabato 16 maggio Mariachiara Gentile chiuderà con “Le condizioni di detenzione nelle carceri italiane” alle 17.30 in sala David Sassoli-Parco ex Casa Rossa a Ponte nelle Alpi. Inoltre il 22 maggio alle 20 in sala don Tamis ad Agordo si svolgerà la premiazione del concorso letterario “La bellezza dell’impegno-Oltre l’errore” rivolto alle scuole secondarie di primo grado della provincia attraverso il quale gli studenti sono stati invitati a riflettere sugli errori che si commettono, ma soprattutto sui successivi processi di redenzione, possibili anche grazie a incontri positivi. Ad Agordo sarà presente lo scrittore Andrea Franzoso, autore del libro “Ero un bullo. La vera storia di Daniel Zaccaro”. Pordenone. Il carcere si apre alla città, si inaugura il Teatro Urbano di Cristina Savi Messaggero Veneto, 18 aprile 2026 Domenica 26 aprile lo spettacolo di Finazzer Flory in piazza della Motta trasforma le mura del castello-circondariale in scena digitale. Un evento simbolo per TU27 verso la Capitale della Cultura: detenuti e cittadini uniti dalla tecnologia e dal genio di Leonardo. Agrusti: “Abbattiamo l’isolamento con la cultura”. “Leonardo in castello” inaugura domenica 26 aprile, a Pordenone, alle 20.45, il Teatro urbano in piazza della Motta, ai piedi del castello che oggi è anche casa circondariale. È da questa contiguità fisica e simbolica che prende forma la performance curata da Fondazione Pordenonelegge e promossa con Comune di Pordenone e Regione, affidata a Massimiliano Finazzer Flory, presentata ieri a palazzo Badini e scelta per aprire il cartellone di TU27, il nuovo dispositivo culturale che trasforma lo spazio pubblico in scena, nell’ambito delle iniziative verso Capitale della Cultura 2027. Il progetto insiste su un elemento concreto: il carcere non è separato dalla città, ma ne è parte. Le mura segnano un limite reale, ma non dovrebbero tradursi in isolamento. In questa direzione va la decisione di coinvolgere anche i detenuti: alcuni assisteranno direttamente allo spettacolo, altri potranno seguirlo attraverso le proiezioni che trasformeranno le facciate della piazza. Un modo per rendere permeabile, almeno per una sera, un confine che resta altrimenti rigido. Il direttore della casa circondariale Leandro Salvatore Lamonaca ha richiamato proprio questo punto, osservando che “le mura definiscono uno spazio ma non devono mai isolarlo dalla comunità”, indicando nella partecipazione culturale una delle possibili aperture. Lo spettacolo, tappa del tour “Viaggio favoloso in un’Italia che c’è”, promosso dal Ministero del Turismo, mette al centro Leonardo da Vinci, lavorando sui suoi testi e su una dimensione meno stereotipata della sua figura. Finazzer Flory insiste su un Leonardo “uomo di spettacolo”, legato alla musica, all’organizzazione di eventi e alla vita di corte, accanto all’immagine più nota dell’inventore. La scena sarà accompagnata dal liuto di Fabio Accursio e da un impianto visivo che utilizza proiezioni digitali per costruire una scenografia diffusa, senza palcoscenico tradizionale: le facciate degli edifici diventano superfici narrative, attraversate da immagini tratte dalle opere e dai codici leonardeschi. TU27 nasce proprio con questa impostazione: si configura come un teatro permanente a cielo aperto, basato su tecnologie di proiezione e su un dialogo continuo fra performance dal vivo e ambiente urbano, con la piazza che viene riletta come un’agorà contemporanea, Come ha spiegato il presidente di Fondazione Pordenonelegge Michelangelo Agrusti, “il castello è anche la casa circondariale e da tempo lavoriamo per portare occasioni culturali al suo interno”, sottolineando una continuità di intervento. Il sindaco Alessandro Basso ha osservato che “il Teatro urbano non nasce per caso in questo luogo”, ma come esito di un percorso che tiene insieme trasformazione degli spazi e costruzione di comunità. Dalla Regione, l’assessore Mario Anzil ha parlato di un’iniziativa capace di “mettere in connessione storia, identità e contemporaneità” e di promuovere il territorio attraverso un linguaggio accessibile, sottolineando il sostegno al progetto anche in relazione al programma del Ministero del Turismo. Ferrara. Teatro-Carcere: il 7 maggio al Teatro Comunale uno spettacolo degli attori-detenuti cronacacomune.it, 18 aprile 2026 Il 7 maggio 2026 alle 20:00 al Teatro Comunale di Ferrara, C.A.R.P.A. aps presenta al pubblico “Where Have All The Flowers Gone?”, ultima creazione del regista Marco Luciano insieme agli attori-detenuti della Casa Circondariale Costantino Satta di Ferrara. Esito del Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere che l’associazione conduce in collaborazione con la Direzione e l’Area Pedagogica del Carcere e del Coordinamento Regionale Teatro Carcere Emilia Romagna, realizzato con il contributo dell’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Ferrara e del Ministero della Giustizia. “Where Have All The Flowers Gone?”, con drammaturgia e regia di Marco Luciano in collaborazione con Veronica Ragusa e Andrea Zerbini, il disegno luci affidato al maestro Franco Campioni e la supervisione musicale di Giulio Belletti e Stefano Galassi, è finalmente arrivato a maturazione, coinvolgendo un totale di 25 detenuti, alcuni come attori, altri come tecnici delle luci e del suono, altri ancora come scenografi e musicisti. La messa in scena nasce da un lavoro collettivo di creazione attraverso immagini, azioni e canto, ispirato a “L’intelligenza dei fiori” di M. Maeterlinck, saggio di botanica con un taglio fortemente poetico scritto dal drammaturgo belga alla fine dell’800. Il tema centrale è la capacità dei fiori di crescere anche nelle condizioni più avverse, offrendo un’immagine di resistenza silenziosa e stimolandoci a ripensare il rapporto tra fragilità e forza: “Il fiore dona all’uomo un prestigioso esempio di insubordinazione, coraggio, perseveranza, ingegnosità. Se per sollevarci dalle varie necessità che ci opprimono, il dolore, la vecchiaia, la morte, impiegassimo la metà dell’energia di cui da prova un qualsiasi fiorellino, potremmo ben credere che la nostra sorte sarebbe molto diversa da quella che effettivamente è” Corpi e voci provenienti da diversi angoli del mondo portano la stessa domanda: dove sono finiti i fiori? Attorno a questo quesito si sviluppa un viaggio teatrale che mostra come, persino nei luoghi più chiusi, negli angoli più bui della nostra società, nei momenti più avversi, nel bel mezzo di guerre e crisi globali, l’umanità coltivi sempre il desiderio di sbocciare. I biglietti sono in vendita a partire da sabato 18 aprile, rivolgendosi direttamente alla biglietteria del Teatro Comunale, on line sul sito www.teatrocomunaleferrara.it oppure con prenotazione telefonica al numero 0532-218313. Il Laboratorio Permanente di Creazione Teatrale in Carcere coinvolge stabilmente due gruppi: un primo gruppo formato da circa venti detenuti di diverse nazionalità, impegnati in ruoli attoriali, musicali e tecnici; un secondo gruppo, composto da 15 detenuti della sezione Z in regime di detenzione protetta (familiari dei collaboratori di giustizia), che hanno realizzato le scenografie e registrato alcune delle voci fuori campo: questi ultimi nell’autunno del 2025 hanno realizzato un podcast in tre puntate dal titolo “Se non sono gigli...” con testi elaborati nel Corso di Primo Livello Secondo Periodo del CPIA di Ferrara guidati nella composizione da Irene Fioresi. Il Podcast è stato presentato sulle pagine social di C.A.R.P.A. aps e sulle principali piattaforme d’ascolto. La drammaturgia del podcast è curata da Marco Luciano mentre la direzione e la composizione delle musiche originali è di Stefano Galassi. Si ringrazia la Direzione, il Comandante, le educatrici dell’Area Pedagogica, gli agenti della Polizia Penitenziaria e il personale tutto della Casa Circondariale C. Satta di Ferrara che sostengono con grande impegno e vicinanza l’attività teatrale che svolgiamo all’interno e all’esterno dell’Istituto. Milano. Intitolati a Marco Pannella i giardini vicino al carcere di San Vittore di Daniela Solito La Repubblica, 18 aprile 2026 La decisione della giunta di Milano su proposta del forzista De Chirico a dieci anni dalla sua morte per l’area verde di piazzale Aquileia. Un giardino intitolato a Marco Pannella, per ricordare il leader dei Radicali protagonista di tante battaglie per i diritti. Fra queste, anche quelle per i detenuti, tanto che il giardino di Milano si trova a due passi dal carcere di San Vittore, in piazzale Aquileia. Un omaggio che arriva a dieci anni dalla morte di Pannella, il 19 maggio 2016. La giunta comunale ha approvato ieri l’intitolazione, accogliendo favorevolmente la proposta avanzata con una mozione dal consigliere comunale di Forza Italia Alessandro De Chirico ed approvata dal Consiglio Comunale il 25 novembre del 2021. “Marco Pannella (1930 - 2016) uomo politico, fondatore del Partito Radicale, è stato attivista per i diritti civili, promotore di numerose battaglie sociali e civili già a partire dagli anni Settanta del secolo scorso - si legge nella delibera -, tra le più celebri quelle per l’introduzione del divorzio in Italia e per la depenalizzazione dell’aborto, fino a quelle più recenti per il diritto all’eutanasia e alle battaglie civili a favore dei diritti dei detenuti”. A luglio dell’anno scorso un gruppo di trenta persone, fra cui anche l’ex sindaco Gabriele Albertini, si era mobilitato mandando una lettera al sindaco Sala per chiedere di intitolare quei giardini al fondatore del Partito Radicale: “Pannella è sempre stato accanto agli ultimi e quindi proprio quel luogo da cui le famiglie dei detenuti li salutano e che è accanto a quello che fu un cimitero ebraico fuori Milano è perfetto per lui, che da quando da piccolo vide sparire una sua compagna di scuola ebrea ha a cuore quella minoranza religiosa”, si legge. Non è la prima volta che allo storico leader viene dedicata una zona vicino a un penitenziario: a Pavia, infatti, nel 2018 il Comune gli ha intitolato una via di fronte al carcere di Torre del Gallo, per ricordare la sua attività a tutela dei detenuti, da sempre uno dei primi fronti della battaglia radicale. La sicurezza non si racconta, si dimostra: oggi avverto uno scarto tra realtà e rappresentazione di Mario Della Cioppa* Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2026 Da una parte la concretezza dell’azione di chi opera sul campo, con dedizione e sacrificio. Dall’altra dati esibiti in ogni occasione come unica prova di efficacia. Ho trascorso una vita a misurare e gestire la sicurezza sui fatti, mai sulle parole e ho imparato una cosa semplice: la sicurezza non si racconta, si dimostra. Per questo, oggi, avverto un senso di netto scarto tra la sicurezza che ho governato nella realtà quotidiana, in tutta Italia, e quella che viene rappresentata all’esterno da una politica che ne fa sempre più strumento di propaganda, senza riuscire a migliorarla. Da una parte la concretezza dell’azione di chi opera sul campo, con dedizione e sacrificio. Dall’altra numeri snocciolati con disinvoltura, reati in calo, arresti in aumento, dati esibiti in ogni occasione come unica prova di efficacia in un confronto continuo tra governi e opposizioni di turno. La sicurezza ridotta a rappresentazione con un linguaggio sempre uguale, senza mai arrivare a parlare di strategia e, soprattutto, priva di un’analisi reale delle condizioni operative, dei limiti strutturali e logistici, degli organici che incidono gravemente sugli assetti delle Forze di Polizia. Ma quale sicurezza va raccontata alla collettività, quella che rassicura, attenuando la realtà, o quella che riproduce il contesto nella sua complessità, lasciando ai cittadini la capacità di giudicare? Io scelgo la seconda perché così si ottiene la fiducia della gente. La sicurezza si costruisce con l’organizzazione, risorse, mezzi e conoscenza dei territori. Soprattutto, con decisioni realmente applicabili. E qui emerge un nodo raramente affrontato. Chi scrive le norme ha mai ascoltato chi garantisce la sicurezza su strada con professionalità e competenza? Per esperienza io dico di no. È vero, la politica si avvale di strutture tecniche. Ma esse funzionano male perché, soprattutto negli ultimi anni, è venuta meno una reale integrazione tra i vertici di tali strutture e ciò che proviene dal territorio, che costituisce la vera ricchezza di conoscenza. Il motivo: la politica ha privilegiato nomine di vertice ritenute più funzionali al sistema che pienamente basate su merito e capacità. Nel settore della sicurezza, ad esempio, si osserva un progressivo indebolimento della competenza specifica in materia di ordine pubblico, che rappresenta un elemento centrale dell’azione del Ministro dell’Interno. Ciò, anche a causa di percorsi di carriera che non sempre hanno valorizzato esperienze dirette in questo ambito. Risultato? Inevitabili ricadute sulla capacità di gestione delle piazze. A questo quadro sconsolante contribuisce anche la nuova tendenza a concentrare funzioni e decisioni a livello centrale, che comprime l’autonomia di Prefetti e Questori, consegnando loro un disagio profondo difficilmente esprimibile. E allora accade che, da un lato, si continua a “raccontare” sicurezza, dall’altro, si continua a non creare le condizioni perché essa sia davvero effettiva. Le Forze di polizia restano tra le migliori per preparazione e senso dello Stato. Ma non lo sono, da tempo, le condizioni in cui operano. E’ questa distanza la causa della lettura selettiva dei dati. Peraltro la sicurezza non può funzionare fino in fondo senza che vi sia quella certezza del diritto, sempre invocata ma che continua a mancare. Chi commette un crimine deve essere posto nelle condizioni di non nuocere, il processo deve essere rapido, la pena effettiva. Cose scontate ma che mancano a causa di una carente organizzazione della giustizia, risorse, strutture e di un sistema penitenziario inadeguato. È qui che la politica è carente. È qui, e solo qui, che si crea il cortocircuito in cui la Polizia individua i responsabili ma il sistema non offre un seguito efficace. Se chi subisce un reato vede il suo carnefice tornare libero in tempi brevi, non è per colpa dei magistrati (altra narrazione strumentale e pericolosa) ma solo a causa delle leggi che essi sono chiamati ad applicare, spesso costruite per compensare carenze strutturali che nessuno ha interesse ad affrontare davvero, perché si tratta di scelte che richiedono tempo, risorse e responsabilità senza che siano garantiti ritorni immediati di consenso. L’effetto è: depressione dell’azione di polizia, perdita di autorevolezza e deterrenza, smarrimento. Questo è il vero problema della sicurezza e, inevitabilmente, della Giustizia. Non servono statistiche o grafici. È qui che il cittadino percepisce il mio stesso scarto e perde fiducia. E quando questa viene meno, non è solo la sicurezza a indebolirsi ma la credibilità dello Stato. *Già Questore di Roma e Prefetto Migranti. Ecco la remigrazione per decreto, il colpo di mano della destra di Michele Gambirasi Il Manifesto, 18 aprile 2026 Con un emendamento al dl sicurezza, il governo interviene sul testo di conversione per aumentare i rimpatri volontari. Laddove risulti difficile convincere gli stranieri ad aderire ai programmi, si incentiveranno gli avvocati a far presentare loro domanda dietro pagamento. Accordo col Cnf: un premio economico agli avvocati che convinceranno i loro assisti a lasciare il Paese. Non c’è scritto chiaro e tondo da nessuna parte. Ma surrettiziamente, con un emendamento firmato da tutta la maggioranza, il decreto Sicurezza approvato ieri in Senato introduce una norma che ha il sapore della “remigrazione”, sdoganata a destra da diverso tempo. Bisogna scorrere la fila degli emendamenti per arrivare all’articolo 30, uno di quelli votati a Palazzo Madama dopo dieci ore di seduta non-stop giovedì. A questo è stato aggiunto l’articolo 30-bis, che mette le mani al Testo unico dell’immigrazione del 1998 e ai suoi programmi di “rimpatrio assistito”. In base al nuovo testo questi non andranno più concordati solamente con le organizzazioni internazionali e le associazioni che si occupano di migranti. Il Viminale adesso potrà stipulare accordi per programmi di “rimpatrio volontario” anche con il Consiglio nazionale forense (Cnf), organismo istituzionale di rappresentanza degli avvocati: ai legali che decideranno di assistere un cittadino straniero che sceglie di partecipare a uno di questi programmi, il Cnf una volta terminata la pratica e partito il migrante, corrisponderà un compenso pari al “contributo economico per le prime esigenze”. Questo, secondo un decreto del Viminale, viene già elargito al migrante che ha deciso di partire. Si tratta di 615 euro. La logica sembra chiara: laddove risulti difficile convincere cittadini stranieri ad aderire ai programmi (tra il 2023 e il 2025 sono stati 2500), si incentiveranno gli avvocati ad assisterli e far presentare loro domanda dietro pagamento. Nel testo sono indicate anche le misure stanziate: 246mila euro per il 2026 e 492mila euro per il 2027 e il 2028, tratti dai Fondi di riserva del Mef. Basterebbero per meno di 2 mila rimpatri. Ma non è l’unica stretta sui migranti prevista dal decreto. Lo stesso emendamento è intervenuto anche sulle espulsioni a seguito di una condanna, una delle pene sostitutive che in alcuni casi può essere disposta dal giudice. Ora il magistrato di sorveglianza incaricato di decidere dovrà prendere in considerazione la richiesta di espulsione con priorità rispetto a qualsiasi altra istanza, e dovrà decidere entro quindici giorni. Ancora, sempre a proposito di avvocati, un articolo del decreto di fatto cancella il gratuito patrocinio per i migranti che hanno intentato delle cause contro le espulsioni. Gli stessi avvocati che però vengono incentivati economicamente a convincere i propri assistiti a lasciare il paese. Chi ha già iniziato a rivendicare le nuove norme è la Lega, da ieri intenta a festeggiare e pronta per la manifestazione di oggi a Milano con il resto dei Patriots europei al grido di “Padroni a casa nostra”. La nuova recrudescenza del governo nelle politiche di frontiera d’altronde ha tolto anche a Fdi qualsiasi imbarazzo rispetto alla “remigrazione” e alle sigle dell’estrema destra. Il 24 aprile a Napoli verrà presentata la proposta di legge in materia targata Casapound alla presenza di Gennaro Sangiuliano, ora capogruppo di FdI in regione. La partita del decreto non è chiusa, e il peggior nemico della destra è il tempo, dato che va convertito entro il 25 aprile. Il provvedimento è passato ieri mattina al Senato: la votazione si è chiusa alle 11 e due ore dopo era già stato riunito l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera, dove dovrà passare il decreto prima dell’aula. Per intendersi, non era nemmeno stato trasmesso il testo emendato dagli uffici, i deputati si sono seduti a mani vuote. “Presidente, guardi che la Costituzione dice che dopo sessanta giorni il decreto decade, non che è obbligatorio convertirlo”, ha commentato Filiberto Zaratti di Avs. Già ieri alle 15 si è tenuta la prima seduta della commissione, entro stasera alle 18 andranno presentati gli emendamenti, che poi verranno tutti esaminati in un’unica seduta fiume di lunedì dalle 9 di mattina a mezzanotte. Anche perché per la maggioranza è obbligatorio essere in Aula già martedì mattina per stare nei tempi: qualche ora di discussione generale e questioni pregiudiziali, prima di porre la fiducia nel pomeriggio. E da mercoledì nuova maratona, tra voto alla fiducia, dichiarazioni di voto e ordini del giorno. Correre, per portare il testo al Quirinale entro la mezzanotte di venerdì. Il Segretario di +Europa Riccardo Magi ha inviato una lettera al presidente della Camera Fontana per denunciare l’abnorme compressione dei tempi e delle prerogative parlamentari: “Il provvedimento interviene su materie delicatissime come la libertà personale. Per i partiti, come quello del sottoscritto, che non hanno rappresentanza al Senato, la lesione è ancora più evidente. Un esame simbolico umilia il Parlamento”. Di cultura politica radicale, Magi è tra gli oltre 150 deputati di opposizione che conosce meglio il significato del termine “ostruzionismo”. E ostacolare l’esame quando si è così di fretta può essere un’arma preziosa. Se si contano gli ordini del giorno e le dichiarazioni di voto che per i decreti possono essere individuali, il potenziale tempo a disposizione delle opposizioni tocca le 40 ore, al netto di interventi del presidente d’aula. “Molto difficile, ma per farlo devono essere convinte e compatte tutte le opposizioni”, spiega Magi. Anche perché in ogni caso avrebbe l’effetto di portare il voto finale, e il testo al Colle, a poche ore dalla scadenza: non proprio una bella figura. Migranti. Carraro: “La piazza per la remigrazione è surreale” di Giuliano Balestreri La Stampa, 18 aprile 2026 L’imprenditore: “I migranti sono necessari. L’attenzione vada su energia, dazi e inflazione. Rischiamo la recessione”. Energia, dazi, inflazione. E poi salari e rischio recessione. Per gli imprenditori le priorità sono chiare. Abbastanza per definire “surreale” il Remigration Summit organizzato per oggi dalla Lega di Matteo Salvini. Enrico Carraro, una vita al vertice di Confindustria Veneto, imprenditore a capo di un gruppo da 800 milioni di fatturato l’anno non ha dubbi a definire “fuori contesto” l’iniziativa: “Il governo dovrebbe dedicare tutto il suo tempo a rilanciare l’economia, a sostenere le imprese e ad avviare riforme strutturali di medio lungo periodo. Non a manifestazioni di corto respiro che servono solo a fare di tutta l’erba un fascio. Ma non sono sicuro che questa iniziativa del Remigration Summit abbia il sostegno di tutto l’esecutivo”. La manifestazione di oggi, vista dal mondo delle imprese, è una perdita tempo? “Mi sembra surreale organizzare una manifestazione di piazza per un tema sul quale il governo ha già tutte le leve necessarie a intervenire. Evidentemente, se non vengono utilizzate, è perché all’interno dell’esecutivo non c’è una linea condivisa sulla questione”. L’immigrazione non è un problema per gli imprenditori? “Oggi non è certo il nostro problema principale. Le priorità sono altre: energia, inflazione, dazi. Siamo in una fase economica complicata e queste sono le vere emergenze. Tutto il resto rischia di essere una distrazione. Poi è evidente che la migrazione vada in qualche modo governata, ma non possiamo dimenticare che per il nostro sistema produttivo resta una risorsa. Alle imprese, spesso, mancano i lavoratori. E l’inverno demografico complica le cose. Il problema è che spesso si fa di tutta l’erba un fascio, finendo per colpire anche chi lavora onestamente e contribuisce all’economia”. In America le politiche di remigrazione hanno sollevato la popolazione contro il governo... “Le critiche sono state molto forti. Lo abbiamo visto tutti. Ma per noi la situazione è ancora più surreale se legata alla situazione internazionale. Siamo alla terza crisi internazionale dopo il Covid e l’economia rischia la recessione: il governo non deve perdere tempo, ma concentrarsi sulle riforme che servono al Paese”. Qual è l’agenda del Nord produttivo? “È fatta di temi concreti: inflazione, mercati, costo dell’energia, dazi. Il periodo non è dei più facili e il tessuto produttivo, soprattutto quello delle piccole e medie imprese da cui storicamente nasce la Lega, è sotto pressione. In questo contesto, iniziative come questa appaiono fuori fuoco”. Un po’ come il dibattito sul Ponte? “In parte sì. Anche quello è un tema che rischia di essere percepito come distante dalle urgenze quotidiane delle imprese, soprattutto considerando la situazione dei conti pubblici. Oggi le aziende chiedono risposte su problemi immediati”. Quali? “Io lavoro molto sui mercati internazionali e vedo segnali positivi, ma parlando con tanti imprenditori il clima è più complesso. Non sono più presidente di Confindustria, ma continuo a vivere da vicino questo mondo: c’è preoccupazione. Il costo dell’energia resta un problema pesantissimo. Non è una questione che si risolve in pochi giorni. Negli ultimi anni si è intervenuti solo in modo emergenziale: quando i prezzi salgono si interviene, quando scendono ci si ferma. Ma così non si costruisce nulla”. Perché? “Perché mancano politiche strutturali. Questa è la seconda crisi energetica in quattro anni: significa che il problema è sistemico. Eppure non si è fatto abbastanza sul piano infrastrutturale. Altri Paesi, come Francia e Spagna, hanno costi molto più bassi: evidentemente hanno lavorato meglio. E così le imprese sono costrette ad adattarsi, a improvvisare. Ma serve una strategia di largo respiro, che guardi al futuro. Non alla prossima tornata elettorale”. Anche perché il contesto globale è cambiato... “La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta non esiste più. Le crisi - dal Covid alla guerra in Ucraina fino al Medio Oriente - lo hanno dimostrato”. Intanto, l’inflazione brucia i risparmi e taglia i consumi... “È un altro tema centrale. Le imprese ha bisogno di lavoratori che stiano bene, perché questo sostiene i consumi. L’effetto pieno dell’inflazione lo vedremo a fine anno, ma è chiaro che incide sull’economia reale”. Le misure adottate finora non bastano? “No, perché sono interventi di breve periodo, come quelli su accise e simili. Servono a tamponare, ma non risolvono i problemi. Sull’energia, in particolare, serve una visione di medio-lungo termine. E serve iniziare subito: se nessuno parte, non si va da nessuna parte. Chi oggi ha responsabilità di governo dovrebbe concentrare gli sforzi su questi temi. Mi permetto di dire che il vicepremier Salvini farebbe bene a dedicare più tempo all’energia e alle piccole e medie imprese, che sono state e restano una base importante per la Lega”.