Detenuti trasferiti, Nordio: “Percorsi e affetti rispettati”. Loro: “No, distrutti” di Luca Preziusi Il Gazzettino, 17 aprile 2026 Il ministro della Giustizia risponde all’interrogazione del Pd. Sul suicidio: “Gesto anticonservativo”. I trasferiti: “Qui rigidi”. Razionalità contro disperazione. Ministro della giustizia contro detenuti di alta sicurezza. La bilancia della legge pende da una parte, poi però bisogna anche fare i conti col baratro della depressione e con percorsi di riabilitazione iniziati e stoppati all’improvviso. E con un suicidio di mezzo. La cronaca recente dal Due Palazzi si divide tra la versione del ministro Carlo Nordio e le testimonianze angoscianti che arrivano dalle nuove destinazioni sarde (Cagliari e Nuoro) dei detenuti di alta sicurezza trasferiti dal giorno alla notte da Padova a fine gennaio. Al centro, la storia di Pietro Marinaro, l’uomo ex boss della ndrangheta che dopo 19 anni nel carcere padovano aveva scelto di togliersi la vita davanti all’ordine di trasferimento poche ore dopo averlo saputo. Sui fatti Nordio era stato interrogato il giorno dopo i fatti dalla parlamentare trevigiana del Pd, Rachele Scarpa. Ieri la risposta in cui difende l’operazione, definendola un piano di “medio-lungo periodo necessario per riorganizzare i circuiti di alta sicurezza”. Secondo il Guardiasigilli il trasferimento non avrebbe interrotto il percorso rieducativo: “Resta saldo il principio della continuità dell’osservazione scientifica della personalità scrive Nordio. I percorsi individualizzati, le attività lavorative e i legami affettivi sono stati preservati, evitando che le scelte organizzative incidessero sulla funzione rieducativa della pena. Non emergono evidenze di interruzioni, sospensioni o preclusioni ne effetti pregiudizievoli derivanti dal sopravvenuto trasferimento. I legami affettivi, le attività lavorative sono stati preservati”. Il suicidio di Marinaro viene poi definito un “gesto anticonservativo” e inserito in un quadro dove “la sicurezza e l’ordine pubblico restano le priorità del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap, ndr)”. Dap che negli anni ha avuto una fitta corrispondenza con i vertici del Due Palazzi, evidenziando quanto fosse importante mettere nelle condizioni migliori i detenuti prima di prevedere un trasferimento. Invece la mattina del 28 gennaio parte il “trasloco” e davanti al carcere di Padova si presentano tutte le realtà che lavorano al Due Palazzi per protestare contro il trasferimento improvviso. Trasferimento di cui anche la dirigenza del carcere era all’oscuro. Un provvedimento di “declassamento” deciso nel 2014, ma attuato 12 anni dopo e all’improvviso, che ha mandato in tilt alcuni percorsi avviati dai detenuti con il terzo settore. Terzo settore che replica a Nordio. Di segno opposto sono infatti le testimonianze dirette di chi è stato trasferito da Padova in strutture isolate della Sardegna: “Questo trasferimento mi ha distrutto, non faccio niente dalla mattina alla sera”, scrive uno dei detenuti nelle lettere raccolte dai volontari di Ristretti Orizzonti, la storica realtà che lavora in carcere per riabilitare i detenuti. Altri descrivono condizioni degradanti come carenza di acqua per le docce, regole rigide e, soprattutto, l’assenza di quelle attività che a Padova avevano dato un senso alla detenzione: “Qui non posso più dipingere”, “sono molto dimagrito e triste”, “mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”. Particolarmente duro il racconto di chi, come Tommaso Romeo, per dieci anni ha partecipato al progetto “Scuole-Carcere”: “La leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza l’avevamo sbriciolata noi, mostrando ai giovani le nostre debolezze e i nostri fallimenti. Ora quel progetto è stroncato”. Il contrasto è politico e umano: se per Nordio i trasferimenti rispondono a necessità logistiche e di sicurezza e sono avvenuti dentro le regole del Dap, per i detenuti e gli operatori si tratta di una violazione del diritto alla progressione trattamentale. La chiusura della sezione alta sicurezza di Padova non ha solo spostato delle persone, ma ha interrotto quello che Ristretti Orizzonti definisce lo “spegni-attrazione” verso il crimine, isolando nuovamente uomini che stavano faticosamente ricostruendo la propria identità. E se il ministero parla di “razionalizzazione”, dalle celle dei trasferiti arriva un grido diverso: “Ho chiesto di essere trasferito, qui è un deserto. Ci resta solo il buio”. Il dl Sicurezza va di corsa e rischia per l’ostruzionismo di Michele Gambirasi Il Manifesto, 17 aprile 2026 Ieri undici ore di lavori al Senato per votare gli emendamenti, oggi il primo via libera. Va approvato in una settimana. Alla Camera prevista una seduta fiume di tre giorni. “Chi è favorevole… chi è contrario… chi si astiene… il Senato non approva”. La frase viene ripetuta centinaia di volte nell’aula di Palazzo Madama. Almeno un migliaio, tanti quanti gli emendamenti presentati dalle opposizioni al decreto Sicurezza del governo, l’ennesimo, che ora è in lotta contro il tempo per essere approvato. Licenziato lo scorso 24 febbraio, deve essere convertito dal parlamento entro venerdì prossimo, pena la decadenza. Così ieri al senato la maggioranza ha proceduto a tappe forzate per riuscire a votare tutti gli emendamenti ai trentatré articoli, già arrivati in aula senza relatore perché la commissione non era riuscita a concluderne l’esame. Ci sono volute quasi undici ore di seduta consecutive, stamattina arriverà il via libera. Poi il decreto volerà di corsa a Montecitorio, dove sarà incardinato in commissione già nel pomeriggio e avrà meno di una settimana per essere approvato. Forzatura su forzatura. Il cortocircuito sui tempi lo ha creato da sola la maggioranza, che ha tenuto per 55 giorni il provvedimento al senato per ridursi a presentare in aula trenta emendamenti da discutere in una seduta fiume. Frutto di una gara a destra che i tre partiti di governo hanno scatenato dal primo giorno in cui il testo è approdato a Palazzo Madama, e su cui fino all’ultimo non sono riusciti a trovare una reale sintesi. Una fotografia: ieri pomeriggio i lavori dovevano riprendere alle 14.30, dopo una pausa per pranzare. A quell’ora però i banchi della presidenza sono stati affollati da senatori del centrodestra, impegnati a discutere su due emendamenti difficili da digerire ma su cui non si voleva cedere. Il Carroccio chiedeva che venissero estese anche alle seconde case le procedure accelerate per gli sgomberi, mentre Marco Lisei di FdI aveva firmato un emendamento che chiedeva di escludere dal risarcimento dei danni i familiari di chi stava commentando un reato. Norme dal sapore di incostituzionalità, che infatti sono state trasformate in ordini del giorno: un’esortazione al governo, ma nessuna effettività. La maggioranza è riuscita comunque a infilare una serie di nuove norme, per lo più di carattere repressivo. È stata estesa la possibilità di vietare la partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico a chi è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale o danneggiamento. Un altro emendamento ha circoscritto l’attenuante di lieve entità per lo spaccio di strada. Ancora un emendamento a prima firma Forza Italia ha esteso il divieto di accesso alle zone rosse, quando disposto, anche a più di una. Sono state poi inasprite le pene per i furti in abitazione e quelli compiuti con destrezza. Un emendamento di FdI, trasformato in ordine del giorno, impegna il governo ad avviare una sperimentazione per dotare le forze dell’ordine di pistole ad aria compressa che sparano capsule con spray al peperoncino, proiettili a deformazione programmata e vernice per marchiare i soggetti ritenuti pericolosi da fermare in seguito. Sul fermo preventivo, criticato anche dal Csm, l’unica modifica inserita è stata l’obbligo di avvertire il genitore di un minorenne portato in questura. La palla ora passa alla Camera, dove si arriva con il fiatone. Ieri l’ufficio di presidenza di Montecitorio ha stabilito i tempi: la commissione lavorerà nel fine settimana, poi da martedì il testo andrà in aula. Inizialmente la maggioranza avrebbe voluto iniziare già lunedì, ma le opposizioni si sono messe di traverso e hanno ottenuto un giorno in più. Poi verrà posta la fiducia, il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha già fatto intendere di voler convocare una nuova riunione dei capigruppo per mercoledì. Le opposizioni, promettono, porteranno avanti l’ostruzionismo “con tutti gli strumenti parlamentari disponibili”: probabilmente si andrà verso un’unica seduta fiume da mercoledì a venerdì pomeriggio, nottate comprese, per fare in tempo. Le minoranze hanno chiesto che venissero rinviate le sospensioni per i parlamentari ricevute dopo l’occupazione della sala stampa di due mesi fa, in occasione del dibattito sulla remigrazione. Da un lato c’è l’importanza del provvedimento, dall’altro ogni deputato può innescare minuti di intervento in più. Su questo Fontana ha mostrato apertura, ma non ha ancora dato una risposta definitiva. In ogni caso se la maggioranza dovesse farcela a licenziare il testo, lo presenterebbe a Mattarella a una manciata di ore dalla scadenza, alla vigilia del 25 aprile. Se dovesse prevalere l’ostruzionismo delle opposizioni, sarebbe una sconfitta clamorosa per il governo. Tensioni sul dl Sicurezza, problemi con i Cpr. Destra in tilt e Piantedosi è sotto accusa di Luca Roberto Il Foglio, 17 aprile 2026 Roma. Son stati lì fino a tarda sera a votare emendamento per emendamento, aspettando che si dipanassero i dubbi anche sull’ultimo paio di articoli, il 27 e il 30, dove erano state presentate proposte di modifica e su cui, però, la commissione Bilancio aveva acceso un faro. Il via libera del Senato al dl sicurezza, alla fine, arriverà questa mattina. Ma l’interruzione e i ritardi, uniti al fatto che il testo arriverà alla Camera blindato, visto che il governo ha deciso di mettere la fiducia in vista del voto in Aula previsto per il 21 aprile, raccontano parecchio del clima di tensione che si respira in maggioranza. A un certo punto ieri a Palazzo Madama c’è stata anche qualche incomprensione tra i senatori leghisti e quelli di Fratelli d’italia, che non s’erano intesi sul perché non stessero riprendendo i lavori. Tra le novità previste dal dl il rafforzamento delle zone rosse (chiesto da Forza Italia), un inasprimento delle pene per gli scippi in strada e i furti in casa (a prima firma Lega), ma anche il sequestro preventivo dei contenuti online e l’oscuramento dei profili social (richiesto sempre dalla Lega). Ma viene anche meglio circostanziato l’uso dei coltelli: viene esteso il divieto, per esempio sui mezzi pubblici, con un emendamento presentato da Noi moderati. Mentre si consentono deroghe di possesso per la caccia. Ci sono sanzioni (con arresto) nei confronti dei parcheggiatori abusivi. Ed estensioni di tutele per il personale della scuola e del trasporto pubblico. Dal Carroccio però festeggiano soprattutto l’approvazione di una norma che elimina lo spaccio di “lieve entità”. Con le opposizioni che già denunciano effetti “drammatici” sul sovraffollamento delle carceri. I ritardi sul decreto sicurezza dovuti ad approfondimenti di bilancio non sono neppure una novità. Del resto, quando il decreto era stato licenziato dal governo, lo scorso febbraio, s’era dovuta aspettare per diverse settimane la bollinatura della Ragioneria, dopo che anche il Quirinale aveva mosso dei rilievi su alcuni articoli (e si racconta che anche in questo caso su alcune proposte sia stato ventilato qualche dubbio dal Colle). Fatto sta che al contempo s’è aperto un nuovo fronte, sempre sulla sicurezza. In queste ore, infatti, il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha scritto una lettera al presidente della Toscana Eugenio Giani comunicando la volontà del governo di aprire un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) nel comune di Aulla, in provincia di Massa Carrara. “Per me è un oltraggio alla Lunigiana andare lì a fare il Cpr. È un grande errore e un grande sbaglio e io per quello che posso mi opporrò ed esprimerò il mio parere contrario”, ha risposto pubblicamente Giani senza troppi giri di parole. Si tratta di una grana non da poco perché i Cpr, nella strategia del governo, dovevano servire a incrementare il numero di rimpatri che, come abbiamo raccontato sul Foglio, sono ancora inferiori a quelli effettuati durante i governi precedenti. Di qui la scelta di aprirne uno in Toscana, uno in Emilia-Romagna, e di voler riaprire quello chiuso nel 2023 a Torino. Solo che, nonostante in linea di principio il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale si fosse detto disponibile a dialogare, anche in quel caso il tavolo non ha avuto sviluppi. In aggiunta, Pd e Avs hanno organizzato settimana scorsa una conferenza stampa per chiedere al sindaco di Milano Beppe Sala di chiudere il Cpr della città, in Via Corelli, uno dei 10 attualmente operativi in Italia. Un quadro particolarmente confusionario che si aggiunge alla grande insoddisfazione del governo, soprattutto della premier, per il funzionamento a singhiozzo dei centri in Albania. Quelli che “funzioneranno”, da promessa di Meloni. In effetti una qualche ripopolazione dei centri c’è stata, a detta degli stessi esponenti dell’opposizione che vi hanno fatto visita. Ma in questo momento ospiterebbero soprattutto persone (circa 90) già destinatarie di decreti di espulsione. E che quindi prima o poi saranno rimandate in Italia per poter essere espulse. Proprio dei centri Meloni ha parlato anche ieri ricevendo il premier Edi Rama a Palazzo Chigi. Insomma era stata la stessa premier a dire, intervenendo in Parlamento, che sulla sicurezza “mi aspetto molto di più”. L’impressione è che non basterà l’approvazione del decreto sicurezza. E che al suo ministro dell’interno, prima o poi, tornerà a farlo presente. A Ginevra il governo balbetta davanti al Comitato Onu contro la tortura di Eleonora Martini Il Manifesto, 17 aprile 2026 L’erosione dello Stato di diritto in Italia preoccupa gli organismi sovranazionali. Se nello scorso anno particolarmente insistente è stata l’attenzione del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) europeo che ha chiesto e ottenuto incontri ad alto livello con il ministro Nordio soprattutto per sollecitare soluzioni strutturali ai problemi del sovraffollamento carcerario e dell’alto tasso di morti e suicidi in cella, ieri a Ginevra il governo Meloni ha dovuto rispondere alle domande poste dal Comitato Onu contro la tortura (Cat) che il giorno prima aveva acquisito le osservazioni delle ong italiane presentate - a porte chiuse - dall’associazione Antigone e da Medici senza frontiere. L’osservazione a cui in questo caso è sottoposta l’Italia è periodica, ma i rilievi sollevati dal Cat sono stati pesanti e hanno impegnato non poco la ventina di funzionari ministeriali che componevano la delegazione di Palazzo Chigi, eccezionalmente folta per questa circostanza. Tra i tanti temi toccati, l’Onu ha insistito particolarmente sui tentativi legislativi delle destre nostrane di abrogare il reato di tortura e di inventare scudi penali; sulla scarsa formazione degli agenti alla prevenzione dei maltrattamenti; sulla mancanza dei codici identificativi; sui pochi dati statistici riguardanti i provvedimenti disciplinari e i procedimenti penali contro le divise accusate di violazione dei diritti umani. Il Cat ha chiesto poi di depenalizzare il delitto di rivolta in carcere quando configurato con la resistenza passiva; ha voluto i numeri sulla custodia cautelare e sul fermo preventivo senza autorizzazione giurisdizionale; ha stigmatizzato il sovraffollamento crescente anche negli Istituti per minori, i troppi suicidi, le troppe morti e i troppi detenuti con disturbi mentali; ha chiesto conto dell’uso crescente dei metodi coercitivi e violenti da parte della polizia penitenziaria, delle deportazioni, del blocco navale e del contrasto ai giudici che si occupano di immigrazione. E infine ha preteso delucidazioni ulteriori sul caso Almasri, sulla lista dei Paesi considerati sicuri dal governo italiano e sull’esternalizzazione in Albania dei centri per migranti, e ha accusato l’Italia di ostacolare la Corte penale internazionale. “Una bacchettata del Cat è stata riservata anche al Garante nazionale dei diritti dei detenuti per aver risposto una sola volta alle nostre sette sollecitazioni”, riferisce Antigone. Osservazioni, queste, probabilmente affini a quelle contenute nell’ultimo rapporto del Cpt del Consiglio d’Europa trasmesso un mese fa al ministero di via Arenula, il quale però non ha ancora dato l’autorizzazione a pubblicarlo né, come fanno gli altri Paesi Ue, ha attivato la pubblicazione automatica. L’ambasciatore a Ginevra e la delegazione inviata all’84esima sessione del Comitato Onu contro la tortura, in occasione del VII rapporto periodico sull’Italia, hanno risposto ovviamente minimizzando le problematiche e tranquillizzando il consesso internazionale riguardo la supposta ferrea vocazione democratica dei sovranisti italiani. A cominciare dai ddl che propongono di abrogare il reato di tortura introdotto nell’ordinamento italiano solo nel 2017: “Sono ddl di iniziativa parlamentare e dal 2023 il loro iter è fermo, quindi è probabile che non si arriverà all’abolizione entro la fine della legislatura”, ha spiegato una funzionaria del gabinetto di Nordio. Sui numeri dei procedimenti penali aperti a carico di presunti torturatori, la rappresentante ministeriale snocciola numeri che non hanno alcun senso in quel contesto, perché si riferiscono al reato commesso da cittadini comuni. Mentre accenna soltanto alle azioni giudiziarie per tortura a carico della polizia penitenziaria, spiegando che i dati sono stati comunicati per iscritto. “Ad oggi ci sono 34 agenti sospesi in connessione a procedimenti per tortura”, si limita a riferire la dirigente segnalando che “la sospensione dura al massimo 5 anni”. Sono invece importanti i numeri che i rappresentanti del governo snocciolano riguardo l’isolamento disciplinare riservato ai detenuti: se nel 2022 questo tipo di sanzioni applicate erano 1657, nel 2025 sono arrivate a 1869 e nei primi tre mesi del 2026 sono già 582. Per quanto riguarda il sovraffollamento carcerario, è l’ambasciatore a ricordare che il governo Meloni è fermamente convinto del proprio piano di edilizia penitenziaria tramite il quale “realizzerà ben 10 mila posti entro il 2027”. Peccato che nonostante il mega progetto, “la capienza regolamentare dei nostri istituti continua a calare - ricorda Antigone: i posti regolamentari al 31 marzo erano 51.259, 9 in meno del mese scorso, 24 in meno di un anno fa, mentre i posti effettivamente disponibili sono 46.353, 262 in più del mese scorso, ma 460 in meno di un anno fa. Oggi, a fronte di un sovraffollamento medio del 138%, sono 66 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, mentre in 8 istituti è superiore al 190%”. Le osservazioni finali del Cat le conosceremo la prossima settimana. Molto duri i rilievi all’Italia del Comitato Onu contro la tortura: si percepiva l’amarezza di una certa noncuranza di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2026 Vedremo quali saranno le risposte del governo italiano e se soddisferanno l’organismo. Si è tenuta nelle scorse ore a Ginevra, all’interno della 84esima sessione del Comitato contro la tortura (Cat) delle Nazioni Unite, la considerazione periodica dell’Italia per quanto riguarda il rispetto dell’omonima Convenzione da parte del nostro paese. Antigone era lì a portare al Comitato le nostre considerazioni (insieme a una componente di Medici Senza Frontiere in rappresentanza della rete Resst). Perché crediamo profondamente nel multilateralismo. Perché la rinuncia a parte del potere sovrano in nome dei principi più alti di pace e dignità umana sono la sola speranza dell’umanità per non distruggere se stessa, come l’attuale momento storico ci sta tragicamente dimostrando. Perché il diritto internazionale, checché ne dica il nostro ministro degli Esteri, non vale solo “fino a un certo punto”. Il Cat è stato istituito dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984 con lo scopo di monitorarne l’applicazione in giro per il mondo. Ciclicamente interroga ciascuno Stato su alcuni punti critici delle proprie politiche interne, avanzando raccomandazioni quando necessario e richiamandolo al rispetto degli impegni internazionali assunti. In questo aprile è toccato all’Italia. Il Comitato ha posto molte questioni pressanti alla delegazione del governo italiano presente in aula. Si percepiva l’amarezza e lo stupore di fronte a un’antica e solida democrazia europea oggi incurante dell’idea universalista dei diritti umani e pronta a mettere a rischio gli stessi principi dello stato di diritto. Il tema dell’immigrazione è stato al centro di una buona parte dei rilievi mossi dal Cat. Si è esaminato il documento redatto dal governo italiano insieme a quello danese - e firmato da molti paesi del Consiglio d’Europa - nel quale si chiede che le garanzie riservate ai cittadini europei in riferimento all’art. 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (proibizione della tortura e delle pene e trattamenti inumani o degradanti) non valgano allo stesso modo per gli immigrati. I governi devono avere mani libere nei respingimenti, sostiene il documento di Giorgia Meloni. E il Comitato si chiedeva con stupore se ciò significasse che le persone devono poter essere respinte anche in quei paesi dove possono subire torture e maltrattamenti. Questo è lo stesso spirito che ha informato l’elenco dei paesi sicuri redatto dal governo italiano in vista proprio dei respingimenti, elenco che include Stati quali l’Egitto o il Bangladesh e che ha costituito un altro punto all’ordine del giorno del Cat. Le condizioni di vita all’interno dei centri di detenzione amministrativa per gli stranieri, i Cpr, sono anch’esse state oggetto di considerazione da parte del Comitato, raggiunto dalle informazioni relative al loro estremo degrado. E grandissima preoccupazione è stata manifestata rispetto all’esternalizzazione di tali centri in Albania, in particolare per quanto riguarda i rischi di mancanza di superivisione legale e di efficace monitoraggio. In aula si è parlato ovviamente anche delle carceri italiane, sovraffollate e dalle condizioni indegne. Il governo è tornato a promettere che costruirà 10.000 posti aggiuntivi entro il 2027. Cosa che dice ogni anno da quando è in carica e che comunque non risolverebbe alcun problema. Il piano di edilizia penitenziaria governativo fu lanciato all’inizio del 2025. Eppure oggi abbiamo 460 posti effettivi in meno rispetto a un anno fa. Il Comitato si è sorpreso dell’introduzione del reato di rivolta penitenziaria, configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine impartito e punito con pene molto severe, e ne ha chiesto in tale forma la depenalizzazione. Ben ha compreso come una simile fattispecie serva a togliere la parola alle persone detenute, sempre più incapaci di difendere i propri diritti e di denunciare abusi. Il CAT si è soffermato inoltre sui problemi delle carceri minorili italiane, per la prima volta nella storia sovraffollate e raggiunte da ben due processi per tortura nei confronti dei minorenni reclusi, uno a Milano e uno a Roma. Un altro tema sul quale il Comitato Onu ha mostrato la sua preoccupazione è quello della possibilità di fermo preventivo introdotta dal governo italiano con l’ultimo decreto sicurezza, ennesimo strumento per reprimere le espressioni di dissenso. Chi si sta recando a una manifestazione può oggi essere soggetto a fermo di polizia per dodici ore a causa del mero sospetto che abbia intenzione di fare qualcosa che non va nel corso della protesta. Con buona pace del diritto penale del fatto e non delle intenzioni. Come si vede, i rilievi del Comitato delle Nazioni Unite nei confronti del nostro paese sono stati nel complesso estremamente duri. Vedremo quali saranno le risposte del governo italiano e se soddisferanno l’organismo. *Coordinatrice dell’Associazione Antigone La collegialità sulla libertà personale non è un capriccio organizzativo, è una garanzia di Stefano Giordano* Il Riformista, 17 aprile 2026 Di nuovo Maruotti, di nuovo di traverso. Il segretario dell’Anm - che non ha lasciato passare giorno dal referendum senza una polemica politica - ora piazza il suo nuovo altolà sul Gip collegiale, in vigore dal 25 agosto: tre giudici anziché uno sulla custodia cautelare. “Paralizzerà i tribunali”, “il cronoprogramma è incomprensibile e inapplicabile”. Fermate tutto. Ma di cosa stiamo parlando, davvero? Di chi ha il potere di sbattere in carcere un uomo che la Costituzione presume innocente. Di chi può - da solo - separare un padre dai figli, sospendere una vita, distruggere una reputazione, prima ancora che un processo cominci. In Italia ogni anno decine di migliaia di misure cautelari, troppe finite nel nulla tra archiviazioni e assoluzioni. Pretendere che questa decisione - la più pesante, dopo la sentenza - passi dal vaglio di tre giudici non è un lusso: è il minimo della civiltà giuridica. Beccaria lo aveva già scritto due secoli e mezzo fa: la pena inflitta prima del giudizio è la più crudele delle ingiustizie. E se il nostro sistema affida il merito a un giudice monocratico per condanne fino a dieci anni, non può scandalizzarsi se per la cautelare se ne vogliono tre. Tre occhi vedono quello che uno solo può non vedere: una prova fragile, un’esigenza cautelare gonfiata, una motivazione che non regge. Tre teste riducono gli errori. E quando in gioco c’è la libertà, gli errori costano di più. Che a parlare sia il segretario dell’Anm, non il presidente Tango - che di recente ha rivendicato il “contributo tecnico” - non sorprende. Che lo faccia contro una norma garantista, per difendere un sistema in cui basta un giudice solo per togliere la libertà, questo sì. Mancano i magistrati? Si assumano. Mancano le cancellerie? Si potenzino. Ma l’argomento “costa troppo” non regge quando il conto lo paga la libertà altrui. L’alternativa al collegio non è risparmiare: è continuare a mandare in carcere, con una firma sola, persone che poi risulteranno innocenti. E questo è un prezzo che nessuno Stato serio può permettersi. Il segretario dell’ANM si metta pure di traverso. Tango, per fortuna, guarda avanti. E la libertà personale non si tocca da soli: si tocca insieme, o si lascia stare. Sulla dialettica interna all’ANM tra la linea tecnica di Tango e quella politica di Maruotti si veda, su Il Riformista, “Se la magistratura vuole fare politica”. Per un quadro più ampio sulla riforma della giustizia, il volume Il Giudice Giusto - 50 ragioni per votare Sì sul blog dello Studio. *Studio Legale Giordano & Partners Gallucci, magistrata garantista: “Stop Anm, serve una novità” di Aldo Torchiaro Il Riformista, 17 aprile 2026 Giustizia da riformare: Procuratori capo arbitrari, fascicolo di valutazione, Csm L’Associazione delle toghe diventata partito, ora contenuti e contenitori nuovi. Anna Gallucci è sostituto procuratore della Repubblica a Pesaro. In magistratura dal 2012, ha prestato servizio nelle procure di Termini Imerese e Rimini. Interviene sui temi della giustizia, delle garanzie nel processo e dell’ordinamento giudiziario. Dottoressa Gallucci, trascorse tre settimane dal referendum sulla giustizia, come sta il sistema giustizia? “Il percorso è appena iniziato. Molti cittadini chiedono una giustizia più giusta e maggiori garanzie nella fase delle indagini preliminari. Quando non si sa ancora se una persona accusata sia responsabile, deve poter provare la propria innocenza. E chi indaga ha il dovere di considerare tutte le ipotesi alternative. Quando invece si raggiunge la certezza della responsabilità, si apre l’altro grande tema irrisolto: la certezza della pena. Se il legislatore stabilisce una sanzione, bisogna predisporre strumenti perché sia effettiva e naturalmente umana”. Lei ha parlato di procure di fatto gerarchizzate. Che cosa intende? “Il procuratore capo esercita un potere di indirizzo e gestione molto rilevante. Le procure, a mio avviso, sono di fatto gerarchizzate. Su questo servono regole più certe, sia nei rapporti tra procuratore e sostituti, sia nei criteri di priorità da assegnare ai fascicoli”. Dovrebbe intervenire il legislatore? “Sì. Ritengo più trasparente che sia la legge a stabilire quali reati abbiano priorità. In questo modo la discrezionalità degli uffici giudiziari verrebbe ridotta. Oggi tutti i fascicoli tendono ad avere la stessa priorità, ma non possono essere trattati nello stesso momento. Alcuni vengono ritenuti più urgenti, altri meno. Una corsia preferenziale già esiste per i codici rossi. Occorre un intervento chiaro e realistico del legislatore”. Quali altri strumenti servono? “Per il funzionamento interno delle procure e per i temi ordinamentali occorrono criteri più oggettivi e certi, in modo da rendere prevedibile e chiari i confini della discrezionalità. Parlo delle valutazioni di professionalità, degli incarichi direttivi, degli illeciti disciplinari. Bisogna intervenire sia sul processo penale sia sull’assetto ordinamentale della magistratura perché sono due facce della stessa medaglia per rendere la giustizia più giusta e vicina ai reali bisogni dei cittadini”. Lei stessa ha vissuto vicende controverse. Che cosa è accaduto? “Ho avuto un deferimento disciplinare conclusosi con una pronuncia di irrilevanza del fatto. Mi sono chiesta quante persone abbiano subito un procedimento per il medesimo fatto. Ho avuto anche una valutazione negativa di professionalità, poi superata dal Consiglio Superiore della Magistratura. Quando parlo di trasparenza mi riferisco proprio a questo: le regole devono essere identiche per tutti”. Si riferisce al caso della collega Apostolico? “Sono contenta per la collega, ma il mio caso riguardava supposti contrasti con il procuratore della Repubblica quando ero a Termini Imerese. Nel suo caso, da quanto si apprende, si parla di una manifestazione contro provvedimenti in materia di immigrazione (di cui la stessa si occupava) evidentemente caratterizzati da una precisa connotazione politica e ideologica. Le differenze mi sembrano evidenti”. Lei ha chiamato in causa anche Roberto Scarpinato. Perché? “Non ho mai parlato con il dottor Scarpinato, ma ho notato un particolare interesse nei miei confronti. Ha chiesto al Csm atti relativi alla mia carriera. Mi colpisce che un senatore della Repubblica, che si è professato paladino dell’indipendenza della magistratura, possa chiedere atti riguardanti un magistrato, e che tutto ciò avvenga nel silenzio generale”. Il silenzio di chi? “Dell’Associazione Nazionale Magistrati e di una certa stampa. Su altri casi si sono spesi con forza, mentre su di me nessuno ha detto una parola. Non vorrei che si creassero magistrati di serie A e magistrati di serie B, a seconda delle loro idee”. Lei è critica verso l’Anm. Perché? “Perché ritengo che abbia assunto toni sempre più simili a quelli di un partito politico. Un premier sarà giudicato dagli elettori. Noi magistrati no. Noi dobbiamo usare toni che ci distinguano dai politici, perché possiamo essere chiamati a giudicare gli stessi soggetti contro cui ci esprimiamo”. Ci vorrebbe un nuovo contenitore associativo per i magistrati che non si riconoscono nell’Anm? “La priorità, a mio avviso, non è creare subito un contenitore ma costruire contenuti. Occorre prima elaborare idee, proposte e riforme utili a migliorare la giustizia, renderla più efficiente e più trasparente. Detto questo, molti colleghi non si riconoscono nell’univocità di pensiero mostrata dall’Anm. Se emergerà un’esigenza reale di rappresentanza diversa, sarà naturale discuterne”. Che cosa serve allora alla magistratura italiana? “Una riflessione interna seria. La magistratura non deve apparire come un partito politico e deve essere sempre più libera dalla politica. Serve anche una riflessione sulla responsabilità. Un conto è l’errore fisiologico, altro è mettere un innocente in carcere quando si sarebbe potuto ascoltare fin dall’inizio la sua versione dei fatti: è da lì che bisogna ripartire. Lo dobbiamo a tanti innocenti”. Roma. Il lavoro come cura contro il rischio di recidiva per i detenuti di Francesco Curridori Il Giornale, 17 aprile 2026 Cnel e Fondazione Roma promuoveranno interventi di inclusione negli istituti penitenziari. Favorire l’inclusione socio-lavorativa e ridurre il tasso di recidiva dei detenuti. È questo l’obiettivo del protocollo d’intesa siglato tra il Cnel presieduto da Renato Brunetta e la Fondazione Roma, guidata da Franco Parasassi. L’accordo si inserisce all’interno del protocollo sottoscritto tra il Cnel e l’Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e vuole contribuire all’attuazione dell’Agenda Onu 2030. Fondazione Roma e Cnel porteranno avanti azioni mirate sia all’interno degli istituti penitenziari sia nella fase di reinserimento successiva alla detenzione con progetti volti alla formazione professionale, al lavoro penitenziario, all’educazione finanziaria e alla promozione della cultura d’impresa. “L’alleanza con Fondazione Roma è la dimostrazione reale di come le reti tra istituzioni e società civile possano produrre un impatto concreto per il Paese”, afferma Brunetta che descrive il lavoro di inclusione sociale e lavorativa per i detenuti e il programma “Recidiva Zero” del Cnel “un pilastro di questo accordo” perché “solo la formazione e l’occupazione garantiscono un vero reinserimento e abbattono i tassi di recidiva”. Brunetta, poi, si sofferma sui progetti di rigenerazione urbana, in particolare quello dell’area del Parco urbano di Villa Borghese e del contesto di Villa Lubin, sede del Cnel, ente che “si conferma - conclude il presidente - il luogo dove lo sviluppo sostenibile e la coesione sociale diventano progetti misurabili e tangibili”. Secondo Parasassi, invece, questo protocollo “rappresenta un passaggio importante nella costruzione di un modello di collaborazione stabile tra istituzioni, fondazioni e territorio, capace di tradurre la visione strategica in interventi concreti e misurabili”. Il presidente della Fondazione Roma spiega che questi progetti hanno lo scopo di “contribuire a creare un impatto reale sulle comunità e sulla qualità della vita dei cittadini”. Parasassi conclude: “La capacità di mettere in rete competenze, dati, ricerca e progettualità è oggi essenziale per affrontare le grandi transizioni economiche e sociali in atto e accompagnare il Paese verso uno sviluppo più sostenibile, inclusivo e innovativo”. Lecce. Dalla cella alla spiaggia, in Salento 13 detenuti ottengono il brevetto di bagnino di Francesco Oliva La Repubblica, 17 aprile 2026 Si chiama “Io Salvo” il progetto pionieristico che intende rieducare e reinserire a livello sociale e lavorativo i detenuti di borgo San Nicola. Riscatto, reinserimento, aiuto per la collettività. Dalla cella al mare. La rinascita corre sul bagnasciuga. Tredici detenuti nel carcere di Lecce si apprestano a rientrare nella vita normale: uniforme e fischietto al collo, si ritroveranno in spiaggia per svolgere attività di bagnini. Si chiama, e non a caso, “Io Salvo”, il progetto pionieristico che intende rieducare e reinserire a livello sociale e lavorativo i detenuti di borgo “San Nicola”. L’incontro, fortemente voluto dal prefetto del capoluogo salentino, Natalino Manno, ha celebrato il traguardo di 13 reclusi che, dopo un intenso percorso formativo, conseguiranno a breve il brevetto di Assistente bagnanti, titolo professionale riconosciuto a livello nazionale. Nelle prossime ore sono previste le prove pratiche sull’uso del defibrillatore e, successivamente, la prova finale a San Cataldo per la tradizionale consegna del fischietto. Alla presentazione dell’iniziativa tenutasi nella Prefettura di Lecce, erano presenti, tra gli altri, la direttrice del carcere di borgo “San Nicola”, Maria Teresa Susca; il direttore generale della Asl salentina, Stefano Rossi; il presidente di Confimprese Demaniali, Mauro della Valle insieme con gli imprenditori balneari delle marine leccesi. Quest’ultimi avranno un ruolo centrale: perché, dimostrando sensibilità e pragmatismo, assumeranno i neo-qualificati per l’imminente stagione estiva. Il prefetto di Lecce ha definito l’iniziativa una “best practice” fondata sulla possibilità di riscatto, sottolineando come la società debba accogliere e supportare chi intraprende percorsi di recupero. settori produttivi che pure registrano una carenza di personale specializzato, come quello alberghiero e dell’agricoltura. La direttrice del carcere di Lecce ha ribadito come il lavoro sia lo strumento essenziale per un reinserimento reale e per la riduzione della pena, orientando i detenuti verso un progetto di vita improntato alla legalità. Ha lodato i 13 protagonisti per la serietà, l’impegno e l’entusiasmo dimostrati, ringraziando gli operatori penitenziari che hanno reso possibile l’operazione. Il direttore generale della Asl, Rossi, ha voluto ribadire l’impegno al fianco della Prefettura in tutti i progetti di utilità sociale, lanciando l’idea di organizzare con i detenuti un’uscita con la barca a vela a disposizione dell’azienda, sequestrata nell’ambito di un procedimento per reati di immigrazione clandestina, per completare le attività formative dei corsisti. Nel frattempo, il successo dell’iniziativa è tangibile: solo il Comune di Melendugno ha già richiesto l’impiego di 20 unità, segno di una domanda elevatissima. Palermo. Dal carcere alla libertà: un progetto per le donne La Sicilia, 17 aprile 2026 Un percorso di consapevolezza, tutela e autonomia prende forma all’interno della Casa circondariale “Pagliarelli” di Palermo, dove ha preso il via il progetto “Riparto dai miei conti e dai miei diritti”, promosso dall’associazione Donne Giuriste Italia - sezione di Palermo - e da Codacons Sicilia Donna. Un’iniziativa che punta a intervenire su uno dei nodi più delicati della condizione femminile in ambito detentivo: la possibilità concreta di ricostruire un futuro attraverso strumenti reali di conoscenza e autodeterminazione. Il progetto nasce con l’obiettivo di offrire alle detenute un percorso strutturato che integri educazione finanziaria, conoscenza dei diritti, supporto psicologico e orientamento. Un approccio multidisciplinare che mette al centro la persona, con l’intento di accompagnare le partecipanti in un cammino di crescita e responsabilizzazione. Alla base vi è una consapevolezza condivisa: senza autonomia economica e senza una piena padronanza dei propri diritti, ogni prospettiva di reinserimento sociale rischia di restare incompiuta. A rendere operativo il progetto è una task force composta da professioniste con competenze diverse ma complementari: avvocate penaliste e civiliste, una consulente finanziaria, una psicologa e una pedagogista. Un’équipe pensata per fornire strumenti concreti e immediatamente spendibili nella vita quotidiana, ma anche per sostenere un percorso più profondo di recupero della fiducia in sé stesse. L’iniziativa assume un valore ancora più significativo se si considera il contesto di provenienza di molte detenute, spesso segnato da fragilità economica, emarginazione sociale e scarsa alfabetizzazione finanziaria. Intervenire su questi aspetti significa agire direttamente sulle basi dell’autonomia personale, offrendo strumenti utili a comprendere e gestire le dinamiche economiche quotidiane, dal bilancio familiare al risparmio, fino all’uso consapevole del credito e all’accesso ai servizi bancari. In questa prospettiva, l’educazione finanziaria viene interpretata non come un semplice insieme di nozioni tecniche, ma come un vero e proprio strumento di libertà. Conoscere i propri diritti e saper gestire le risorse economiche diventa infatti un passaggio fondamentale per costruire percorsi di vita più stabili e indipendenti. Da Palermo parte dunque un’esperienza che mira a coniugare tutela dei diritti, educazione e inclusione sociale, nella convinzione che il cambiamento passi anche dalla conoscenza e dalla possibilità, per ogni donna, di tornare protagonista della propria vita. Parma. Oltre il carcere, un futuro possibile di Annamaria Carobella Città Nuova, 17 aprile 2026 A Parma istituzioni e società civile si sono confrontate su percorsi concreti di reinserimento dei detenuti. Lavoro, formazione e relazioni sono al centro di una nuova idea di giustizia. Al convegno del 15 aprile al Palazzo del Governatore di Parma si è parlato di un nuovo modo di intendere il carcere, del valore umano e sociale dell’inclusione, del reinserimento nel mondo del lavoro di un detenuto alla volta, da accompagnare, da informare e formare con l’aiuto di un insieme di persone di buona volontà, tra difficoltà ed opportunità, grazie ad un percorso paziente e costruttivo fatto di cooperazione e di alleanza per costruire insieme un futuro di dignità. Si è data voce ad istituzioni, aziende e cooperative sociali, tutti impegnati nel reinserimento lavorativo. La moderatrice, Aurora Nicosia, ex direttrice diCittà Nuova, ha aperto l’incontro salutando i numerosi partecipanti e introducendo: Ettore Brianti, assessore al Welfare del Comune di Parma; Tazio Bianchi, direttore degli istituti penitenziari della città; Emmanuel John, presidente dell’associazione Sguardi di Fraternità. Sono poi intervenuti Fabio Faccini, presidente del consorzio solidarietà sociale; e Davide Danni di Cuneo con il progetto Panate che, operando e collaborando con altri, realizza il sogno di accompagnare, passo dopo passo, il graduale inserimento nel mondo del lavoro dei reclusi. Condividere, ascoltare, sostenere, prendersi cura, esserci senza chiedere niente in cambio: sono gesti che restano impressi nel cuore di chi li riceve e di chi li compie. Preziosa la testimonianza di due detenuti all’insegna della rinascita sociale. Preziosa la presenza ed il paziente lavoro di Giuseppe La Pietra e di Filippo Giordano, Segretariato permanente del CNEL per l’inclusione lavorativa dei detenuti, che hanno aperto il convegno. Entrambi si battono con passione per trasformare la realtà carceraria, per risolvere i problemi, affrontare le criticità insieme a quanti sono vicini ai detenuti in vario modo, giorno dopo giorno. Si sono poi alternati vari relatori: Diva Ricevuto, coordinatrice Asvis goal 16-17; Isabella Covili Faggioli, presidente dell’AIDP, l’associazione italiana per la direzione del personale; Veronica Valenti, garante comunale dei detenuti; Annamaria Carobella, della Rete carceri di Città Nuova. Si è sottolineato il prezioso lavoro di Città Nuova, strumento significativo per mettere in contatto diverse persone impegnate nel mondo delle carceri tramite zoom periodici, creando una “Rete carceri”, organizzando eventi e con la pubblicazione di un inserto trimestrale, “Oltre le mura” pubblicato con il mensile, inserto che è espressione di tutte le componenti del mondo carcerario. Un partecipante mi ha detto: “Ho potuto constatare il prezioso lavoro che Città Nuova opera anche in questo campo, facendo emergere la passione di tanti per il bene comune, ma anche la consapevolezza che solo insieme, si può essere più incisivi. Ho avuto l’impressione che chi è intervenuto abbia respirato come me, un’aria rigeneratrice”. Ho chiesto al dott. Giuseppe La Pietra un’impressione su questo appuntamento: “La riuscita del convegno è il frutto di un lavoro autenticamente corale e del clima di ascolto e di partecipazione che si è saputo creare. Quando vi è una passione condivisa e un’attenzione reale alle persone, i risultati non possono che tradursi in percorsi concreti e significativi. Mettere il detenuto al centro del percorso formativo, valorizzandone la dignità, le competenze e le potenzialità, rappresenta un passaggio fondamentale affinché la formazione diventi uno strumento effettivo di inclusione lavorativa. Il riscontro positivo da parte dei relatori conferma la solidità del cammino intrapreso e richiama alla necessità di una corresponsabilità collettiva: solo attraverso il contributo coordinato delle istituzioni, del terzo settore e del mondo produttivo è possibile costruire percorsi di reinserimento efficaci e sostenibili nel tempo”. L’appuntamento è stato, dunque, una tappa importante di un percorso che continua. Avezzano. “(Ri)educazione e diritti dei detenuti”: confronto tra università e istituzioni di Marta Rosati marsicalive.it, 17 aprile 2026 Nella mattinata di ieri, presso la sede di Avezzano del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, si è svolto l’incontro dal titolo “(Ri)educazione e diritti dei detenuti”, inserito nel ciclo “Pena tra retribuzione e riparazione”, promosso dalle cattedre di Filosofia del Diritto e di Diritto Penale, rispettivamente dei professori Mario Sirimarco e Francesca Rocchi. L’iniziativa è nata anche grazie al contributo attivo della componente studentesca: la rappresentanza UniMov, coordinata da Pierfrancesco Maceroni, insieme a Elisa Bianchetti, studentessa del quarto anno della sede di Avezzano e vicina all’associazione. Ad aprire i lavori è stato il professor Sirimarco, che dopo i saluti istituzionali ha introdotto i relatori e proposto alcune riflessioni sul significato della pena e sulla dignità dei detenuti, richiamando anche il ruolo di Aldo Moro e ponendo interrogativi di natura filosofica sul ruolo del carcere e della rieducazione. Successivamente, la professoressa Rocchi ha guidato l’incontro con un intervento ricco di spunti, soprattutto sotto il profilo costituzionale e penale. Il professor Marco Pittiruti, docente di Diritto processuale penale e delegato per il polo penitenziario del Dipartimento, ha poi contribuito al dibattito intrecciando teoria ed esperienza diretta maturata nel contesto carcerario. Momento centrale della mattinata è stato l’intervento del Commissario Capo Roberto Cerino, comandante della Casa Circondariale di Avezzano, che ha condiviso con gli studenti oltre trent’anni di esperienza sul campo. Il suo contributo ha offerto uno sguardo concreto sulle difficoltà quotidiane nella gestione degli istituti penitenziari, evidenziando al contempo l’impegno della polizia penitenziaria nel garantire sicurezza e tutela dei diritti dei detenuti. Alla discussione hanno preso parte anche agenti della polizia penitenziaria e della polizia di Stato, rendendo il confronto ancora più vicino alla realtà operativa. Particolarmente partecipata la fase finale, caratterizzata da numerose domande rivolte al comandante Cerino, che si è intrattenuto a lungo con gli studenti in un’aula tesi gremita. Presenti anche i corsisti del gruppo Sicurform di Avezzano. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di dialogo tra mondo accademico e istituzioni, valorizzando la sede di Avezzano come spazio dinamico di confronto su temi di grande rilevanza sociale e sottolineando il ruolo attivo degli studenti nella promozione di iniziative di approfondimento. L’appuntamento è stato, dunque, una tappa importante di un percorso che continua. Monza. Yeva e gli altri di don Mazzi, in un musical di strada “la “meraviglia dei miei sogni” di Franco Taverna* Corriere della Sera, 17 aprile 2026 L’opera realizzata da 15 adolescenti di SpazioTre, centro diurno educativo integrato di Fondazione Exodus don Antonio Mazzi e Consorzio Exit, in scena il 16 aprile dalle 14 alle 18 davanti alla Stazione ferroviaria di Monza. Che meraviglia, le ragazze e i ragazzi quando hanno la possibilità di esprimersi. Quando i grandi danno loro la possibilità, lasciano nelle loro mani le occasioni, gli spiragli per sussurrare, urlare, buttare fuori la rabbia o l’entusiasmo. Leggete con calma questi frammenti di testi scritti da adolescenti, piccoli uomini e piccole donne di 13, 15, 17 anni. Leggete senza distrazioni, pesando le parole: sono pensieri, sono sassi, sono fiori, dirette a voi, dirette a noi. “E scrivo lettere per te con l’inchiostro fatto di paure, se tornerai ti stringerò più forte, qui siamo tutti figli persi con sogni nel cassetto ma io li tengo stretti al petto come fossero i tuoi abbracci, baci, sentimento. E senti le urla che esplodono dentro me come voci morte sotto un tetto, come bombe che cadono nel petto”. “La violenza è un’ombra, che segue ogni passo / un’eredità di dolore, (che si tramanda) di generazione in generazione/ le donne lottano, per trovare la loro voce / per dire no, per dire basta, per dire è abbastanza”. Questi brani fanno parte di un musical urbano diffuso realizzato dai ragazzi di SpazioTre, centro diurno educativo integrato di Fondazione Exodus don Antonio Mazzi e Consorzio Exit, in scena davanti alla Stazione ferroviaria di Monza giovedì 16 aprile (dalle 14 alle 18). Sono le parole di Amelijia, Claudia, Emily, Gabriel, Iago, Joshua, Martina, Sabrina, Salvatore, Sara, Simone, Sindi, Tamara, Yeva, Zoe: 15 adolescenti che raccontano con il loro linguaggio diretto, senza mezze misure e senza risparmiarsi, temi “ grandi” come la non violenza e ti spiazzano e ti meravigliano. L’idea degli educatori di SpazioTre, Gabriele Caporali, Simone Giovanetti e Silvia Santin, della vocal coach Fiorella Bisogno, di 4cmp Academy e della regista Silvia Briozzo era di valorizzare il loro protagonismo. Hanno costruito con loro una performance unica, intrecciando le storie individuali in una storia collettiva con musica, teatro, movimento, spoken word e poesia. Il nostro compito non è cambiare i ragazzi, plasmarli secondo un modello che abbiamo in testa noi. Il nostro compito è aiutarli a diventare ciò che sono già, in potenza. Far crescere la bellezza che è già dentro di loro, anche se coperta da tanta confusione, da tanto dolore, da tanta rabbia. Il brutto anatroccolo non deve smettere di essere se stesso. Deve solo trovare l’acqua giusta in cui riconoscersi, specchiarsi e dire: “Ah, ecco chi sono davvero!”. Così, grazie anche al Comune di Monza e Ferrovie dello Stato, gli adolescenti di SpazioTre ci diranno chi sono, trasformando lo spazio urbano in una scena aperta e partecipata. *Vicepresidente Fondazione Exodus - Don Mazzi Libertà, indipendenza, giustizia: cosa cerca il giornalismo oggi di Vittoria Belluschi, Francesca Ricciardi, Pietro Matino, Marco Giorgini, Anna Gialdini magzine.it, 17 aprile 2026 La seconda giornata della ventesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo si apre all’insegna degli Epstein Files e dell’intelligenza artificiale. Arianna Ciccone, che dal 2006 cura l’ideazione e l’organizzazione della rassegna, racconta quanto sia stato inaspettato per i founder vedere crescere in questa maniera l’International Journalism Festival, che nasce già a trazione mondiale. “Siamo partiti durante un momento critico del giornalismo: erano i tempi del boom dei nuovi media che hanno segnato un cambio di rotta rispetto ai media tradizionali. L’avvento dei social ha messo in crisi il vecchio modo di fare giornalismo, ma dall’altro lato ha democratizzato l’informazione, permettendo a tutti di fare giornalismo, nonostante il perdurante problema della sostenibilità – racconta Arianna Ciccone. Quando l’informazione è troppo attaccata ai luoghi del potere, non serve a niente”, conclude, suggerendo che i valori che animano il Festival sono libertà ed indipendenza. Indipendenza che si fa sempre più rara nel giornalismo a stelle e strisce, spesso indirizzato dalle linee editoriali. È intorno a questo tema che si è svolta una chiacchierata tra quattro giornalisti statunitensi indipendenti. “In questo periodo fare il giornalista fa paura, ma è anche più importante che mai”. Così Julia Angwin, vincitrice del premio Pulitzer, apre l’incontro Uncensorable: the front lines of resistance journalism. Sul palco con lei Marisa Kabas, giornalista indipendente e founder della newsletter The Handbasket; Tara Palmeri, reporter politica e autrice di newsletter; Memo Torres, giornalista e creatore di contenuti digitali. I quattro hanno parlato di come costruire la fiducia necessaria per ricevere leaks, di come gestire il flow delle informazioni e le possibili conseguenze legali delle proprie azioni. Sono stati toccati argomenti molto attuali, tra cui l’importanza della simbiosi tra giornalismo indipendente e legacy media, e della costruzione della fiducia tra questi due mondi, che possono trarre molto l’uno dall’altro. Infine, l’annosa questione: il giornalista deve essere oggettivo? Le opinioni sono state diverse, tra chi espone apertamente le proprie inclinazioni politiche e chi cerca sempre un middle ground, lasciando spazio allo spirito critico dello spettatore: queste sono le informazioni, ma ti sei chiesto perché sto parlando di questo tema? Tematica incredibilmente attuale anche i crimini di Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell che vengono raccontati all’evento The Epstein files: where did the media get it wrong, da Jess Michaels, survivor e fondatrice dell’associazione benefica 3Joannes,Inc. ed Elizabeth Stein, survivor e specialista in tratta di essere umani, con l’obiettivo di analizzare cosa è andato storto nella narrazione dei media. La richiesta di spiegazioni e di racconti reali spesso supera l’importanza di approcciarsi con la giusta sensibilità a chi è costretto a rivivere con il ricordo i propri traumi. Importante è anche non realizzare con le parole una vittimizzazione secondaria. Questo il tema centrale anche dell’evento Under US Power, politics and patriarchy in the aftermath of the Epstein files, una conversazione con Amy Wallace, giornalista e co-autrice con Virginia Roberts Giuffre della sua autobiografia postuma Nobody’s Girl: A Memoir of Surviving Abuse and Fighting for Justice. I files di Epstein raccontano di bambine cadute in una trappola di minacce e violenza, private della possibilità di scegliere. I media dovrebbero fare domande sulle responsabilità dell’esistenza di queste trappole. In How to edit a liquid: a survival guide for the AI age, Olle Zachrison e Erja Ylajarvi esplorano il contesto in cui l’IA generativa che rende i contenuti sempre più dinamici e personalizzati, il ruolo dell’editor si sta trasformando da garante di un prodotto finito a supervisore di sistemi in continua evoluzione. Gli editori dei principali giornali ed emittenti mondiali hanno offerto prospettive diverse su come mantenere qualità, fiducia e responsabilità editoriale in questo nuovo scenario. Mukul Devichand ha insistito sull’uso dell’IA come strumento e non come autore, evidenziando l’importanza di mantenere sempre l’uomo nel processo e di valutare continuamente le performance dei sistemi. Phoebe Connelly ha sottolineato che l’IA non sostituisce il lavoro editoriale, ma richiede di adattare principi etici e culturali già esistenti: il punto non è creare nuove regole, bensì applicare quelle del giornalismo a sistemi più fluidi e meno prevedibili. Tuttavia, l’IA non potrai mai generare empatia con l’intervistato, specialmente in contesti di guerra o in zone ad alto rischio. È il pensiero di Olivier Kugler, illustratore e giornalista visuale, che insieme al collega Feurat Alani, spiega che cosa significa raccontare i conflitti e le zone ad alta tensione attraverso le illustrazioni. Il panel con titolo Drawn journalism: new storytelling in high-tension areas è stato mediato da Carolin Olliver, direttrice di ARTE Journal. “Sedersi davanti alla persona e interagirci è qualcosa di prezioso che l’IA non può sostituire, così come l’esperienza di recarsi sul posto.” – ha evidenziato Kugler. “Immagini e suoni suscitano emozioni e riescono a creare empatia, anche se i fatti e le situazioni sono estranei alla propria quotidianità” – continua Alani. Il giornalismo disegnato, che sia un reportage grafico, un documentario illustrato o fumetti, rende accessibili al grande pubblico le storie più delicate e complesse da raccontare. Dove la telecamera non può entrare, il disegno riesce ad aggirare la censura. Il risultato è un prodotto giornalistico di alta qualità, che rispetta i principi etici e tutela le sue fonti. Non solo, il disegno è capace di sdoganare il giornalismo e suscitare emozioni. I progetti di Olivier Kugler e Feurat Alani apportano al long journalism una forma di narrazione alternativa, anche se spesso non ne viene riconosciuto il valore e i finanziamenti sono difficili da trovare. Nella ventesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, poi, debutta Off Programme, uno spazio dedicato a tutto quello che c’è dietro le quinte del Festival e dove poter interagire liberamente con i protagonisti della manifestazione davanti a una tazza di caffè o a un ottimo gelato. Off Programme è anche l’occasione per poter osservare all’opera i professionisti del festival come Tjeerd Royaards ed Emanuele Del Rosso, vignettisti di politica pluripremiati e disegnatori per alcuni dei più importanti giornali del mondo come Washington Post, CNN, the Guardian, Le Monde e altri ancora. “Il tema dell’intelligenza artificiale ha inevitabilmente investito anche il nostro lavoro”, spiega Del Rosso. Dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella fase di progettazione della vignetta all’impiego dell’IA generativa per ottenere modelli su cui poter lavorare, gli utilizzi dell’intelligenza artificiale per facilitare il lavoro di un vignettista nel 2026 sono molti, come raccontano con esempi pratici i due disegnatori. Il tema per il futuro, su cui si è discusso nel corso dell’incontro, è se il progressivo miglioramento di questi strumenti possa portare le testate a preferire l’intelligenza artificiale al lavoro manuale dell’uomo. Un qualcosa che Royaards teme possa mettere a rischio le carriere dei vignettisti del futuro ma che al momento non ha avuto ancora un reale impatto sul mondo delle vignette, dove le qualità e i dettagli del lavoro manuale rimangono ancora irraggiungibili per la tecnologia. Servizio civile e Terzo settore: “Deve restare strumento di pace, non è una agenzia di lavoro” di Paolo Foschini Corriere della Sera, 17 aprile 2026 Disegno di legge su giovani e Servizio civile universale, alla Commissione affari sociali della Camera le critiche delle associazioni: “Le radici del Servizio stanno nell’obiezione di coscienza e nella difesa non violenta della Patria, quel valore deve restare. Insieme con l’assenza di scopo di lucro”. Il Servizio civile è nato come “difesa non violenta della Patria” e tale deve restare: non trasformatelo in agenzia di collocamento. È questo il monito del Forum nazionale del Terzo settore sul disegno di legge governativo in materia di “giovani e Servizio civile universale” attualmente in discussione presso la Commissione affari sociali della Camera: un testo che - si legge in una nota del Forum - rappresenta “sicuramente un passaggio rilevante per il rafforzamento delle politiche rivolte alle nuove generazioni”, ma con “importanti criticità”. Soprattutto sul tema specifico del Servizio civile che appunto “non nasce per essere un’opportunità di trovare lavoro, ma per formare cittadini attivi e consapevoli”. Lo dichiarano il portavoce del Forum Giancarlo Moretti e Licio Palazzini, referente del Gruppo di lavoro sul Servizio Civile costituito nel Forum. Sulla stessa linea i rappresentanti di associazioni come Arci Servizio civile, secondo cui “ricondurre il Servizio civile all’interno delle generiche “politiche giovanili” potrebbe farne perdere l’identità”. La posizione del Forum è stata espressa nel corso delle audizioni svoltesi in Commissione. “Di fronte a una proposta di modifica che tende a orientare il Servizio civile universale verso una dimensione prevalentemente sociale e occupazionale - prosegue la nota - crediamo che vada ribadita espressamente e con chiarezza la sua funzione: difesa non armata e nonviolenta della Patria, promozione di valori costituzionali e partecipazione democratica. Ricondurre, come rischia di fare il disegno di legge, questo strumento a una misura di welfare o di politica attiva per i giovani costituirebbe un’alterazione della sua natura”. “Tra le nostre proposte per migliorare il testo - aggiungono Moretti e Parazzini - vi sono quelle di rendere esplicito il vincolo dell’assenza di scopo di lucro per gli enti iscritti all’albo del Scu, e di valorizzare gli Enti di terzo Settore per il contributo che possono apportare alla definizione, e non solo all’esecuzione, delle politiche di Servizio civile”. “Infine crediamo - è la conclusione - che sul Servizio civile debbano essere investite risorse, proprio perché riguarda la crescita e l’educazione delle giovani generazioni ai valori costituzionali, alla cittadinanza attiva e alla pace, a maggior ragione in questa fase storica dominata dai conflitti. Una riforma a costo zero, peraltro sbilanciata su obiettivi di occupabilità nel mondo del lavoro, non può essere adeguata”. “Il servizio civile - aggiunge Rosario Lerro, presidente di Asc - è un istituto che ha radici profonde nella storia civile del nostro Paese: nasce dall’obiezione di coscienza, è fondato sulla difesa non armata della Patria, sulla promozione della Pace, sulla cittadinanza attiva. Ogni riforma deve partire da qui, non ignorarlo. Come Asc Aps siamo disposti a collaborare con il Parlamento per migliorare il sistema, ma non possiamo accettare che tre provvedimenti, anche se animati da intenzioni diverse, finiscano per mutare la natura di un istituto che appartiene a tutti i cittadini e le cittadine”. Tra le altre criticità “tecniche” rilevate: delega ampia e generica; clausola di invarianza finanziaria ritenuta dalle associazioni “incompatibile con un reale salto di qualità del sistema, che vive anche grazie all’enorme sforzo di cofinanziamento degli enti”; infine i 6 mesi previsti per l’adozione dei decreti delegati ritenuti “insufficienti per un riordino organico e condiviso”. “Di contro - prosegue un comunicato di Asc Aps - consideriamo come vincoli di continuità non negoziabili il collegamento con l’obiezione di coscienza; il divieto di scopo di lucro per gli enti iscritti all’albo; il mantenimento dell’impianto multilivello con Stato, Regioni, Enti e rappresentanza dei giovani in servizio; il ruolo della Consulta nazionale; l’autonomia del Fondo nazionale per il servizio civile”. Oltre al disegno di legge appena citato, peraltro, questa settimana è stata presentata anche una proposta di legge del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro per un “servizio civile volontario degli anziani”. Ma anche queste, secondo l’organismo dell’Arci, rischiano di “svuotare di senso un istituto che ha radici nella Costituzione e nella storia dell’obiezione di coscienza”. E anche in questo caso una nota spiega: “Pur muovendo da obiettivi condivisibili (promuovere l’invecchiamento attivo e la cittadinanza delle persone anziane)” la proposta descrive “volontariato civico senior strutturalmente diverso dal servizio civile di cui è soggetto la fascia d’età giovanile” e senza “alcun legame con la difesa non armata della Patria o con l’obiezione di coscienza”. Conclusione: “Sovrapporre questa denominazione a esperienze di tutt’altra natura rischia di generare una confusione istituzionale grave. Asc Aps chiede al Parlamento di proteggere l’identità del servizio civile, non di dissolverla”. Persone, disabilità e diritti. Il Garante: 1.300 segnalazioni. Servono più potere e più soldi di Paola D’Amico Corriere della Sera, 17 aprile 2026 Il rispetto dei diritti delle persone con disabilità è un indicatore della qualità di una democrazia. Il report del primo anno di operatività della Autorità Garante. L’avvocato Maurizio Borgo: “Servono leggi che rendano esigibile ciò che oggi è incerto”. Sopralluoghi nelle scuole, nelle strutture protette, in ospedali e case per anziani, controlli in stazioni ferroviarie, linee metropolitane, aeroporti e porti. E poi, interventi per far valere i diritti delle persone con disabilità, dall’inserimento scolastico agli orari di lavoro fino ad uno stallo auto sotto casa. L’Autorità Garante nazionale, a pieno regime da quest’anno, nel 2025 ha ricevuto 1.300 segnalazioni e, in una fase di rodaggio ha avviato una sperimentazione metodologica partendo in particolare dalla Capitale, “un contesto - come ha spiegato il Garante Maurizio Borgo presentando la prima relazione nella sala della Regina di Montecitorio, durante il suo intervento al Parlamento e alla ministra per le Disabilità Alessanda Locatelli - complesso, molto rappresentativo e caratterizzato da criticità storiche e architettoniche, dove è possibile misurare l’efficacia di un intervento e individuare modelli replicabili anche altrove”. Per rafforzare il sistema di tutela dei diritti delle persone con disabilità, Maurizio Borgo, chiede di “rafforzare i poteri e gli strumenti operativi dell’Autorità Garante e “prevedere un potenziamento della dotazione finanziaria ed organica”. E anche in vista della riforma che riguarderà i caregiver “costruire un sistema nazionale di monitoraggio dei diritti delle persone con disabilità” e “sviluppare strumenti strutturati di raccolta e analisi dei dati per individuare disuguaglianze territoriali, ritardi amministrativi, barriere e situazioni di possibile discriminazione”. Ed ancora tra le richiesta fatte: “rafforzare la collaborazione con le amministrazioni centrali, le Regioni, gli enti locali, le università; e gli istituti di ricerca”. Lo stallo auto sotto casa, un diritto - L’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità è stata istituita nel 2024, in attuazione della Convenzione delle Nazioni Unite (New York, 2006). E nel primo anno di operatività ha effettuato anche sopralluoghi in aree urbane periferiche e infrastrutture ad alta intensità di traffico a seguito di segnalazioni inerenti alla mancanza di accessibilità per persone con disabilità motorie, visive, uditive, cognitive o relazionali. L’esperienza, sottolinea il Garante, ha fatto emergere un aspetto decisivo: “L’accessibilità non è un’opera, è un sistema. Un ascensore che non funziona è una barriera. Una pedana mancante o non utilizzabile rende il treno inaccessibile. Un percorso podotattile interrotto vanifica la sicurezza della persona cieca o ipovedente e, soprattutto, l’assenza di manutenzione e di standard uniformi trasforma la mobilità in un territorio di incertezza e rischio”. Molte le segnalazioni sul tema della concessione di stalli di sosta personalizzati vicino alla propria abitazione. Un diritto subordinato a scelte discrezionali del Comune, “come se si trattasse di una sorta di elargizione e non del riconoscimento effettivo di una posizione giuridica tutelata”. Qui, per esempio, l’Autorità Garante ha agito per trasformare un’impostazione sbagliata - “è una scelta del Comune” - in un principio corretto: “è un diritto della persona”. Affermando così un principio invocabile da molti altri cittadini. “Questo è uno dei compiti più delicati del Garante: non solo intervenire, ma far sì che il sistema apprenda, che il caso diventi precedente, che la soluzione diventi standard”, si legge nel documento. Servono scelte legislative chiare - In altri casi, l’Autorità Garante ha cercato soluzioni concrete attraverso “accomodamenti ragionevoli”. Per esempio, per consentire allo studente di frequentare l’università più vicina al luogo di cura e di assistenza. Ma anche da questi casi è emersa una criticità strutturale: manca una disciplina nazionale che stabilisca, in modo chiaro, che le persone con disabilità grave - e i loro caregiver - debbano avere facilitazioni nella scelta della sede e nella gestione delle graduatorie nei corsi universitari a numero programmato. “La dimensione sociale e politica del fenomeno è evidente: e cioè serve una scelta legislativa che renda esigibile e prevedibile ciò che oggi è incerto”, prosegue il Garante. Lo stesso accade nel mondo del lavoro, con la possibilità, per le persone con disabilità, di usufruire del lavoro agile o di mantenere la sede di lavoro. Ma sono emerse criticità sistemiche: alcune categorie professionali sono spesso considerate “incompatibili” con lo smart working, anche quando le mansioni svolte dalla persona con disabilità sono di natura amministrativa e dunque potenzialmente compatibili con forme di lavoro agile. “Il rischio è che l’organizzazione del lavoro diventi una barriera”, si legge nel documento. L’Autorità Garante ha poi partecipato al Tavolo istituito per l’elaborazione alle linee guida nazionali dei percorsi ospedalieri per persone con disabilità complesse, il nuovo percorso DAMA, un tema cruciale perché le persone con disabilità complesse incontrano spesso barriere sanitarie, fisiche e soprattutto organizzative e relazionali. Ma la cura non è un episodio: è un percorso. Un percorso inclusivo richiede integrazione sociosanitaria reale. E ha partecipato ai tavoli volti a migliorare le condizioni di accesso delle persone a mobilità ridotta al trasporto navale e al trasporto aereo. Ha anche visitato strutture protette e sottoscritto un protocollo con i Nas. E nell’ottica di fare rete, ha avviato una interlocuzione con i Garanti regionali e locali mappando le Regioni che hanno istituito il ruolo del Garante per le disabilità o altro organismo (difensore civico; garante dei diritti delle persone), e avviato la consultazione e la concertazione con le Federazioni e Associazioni rappresentative delle persone con disabilità. Alcuni dei provvedimenti adottati - Tra i principali provvedimenti adottati, l’intervento su richiesta della madre di un alunno con disturbo dello spettro autistico, e con disabilità grave, che a Roma ha denunciato l’impossibilità di garantire la continuità terapeutica al proprio figlio in orario scolastico a causa dalla mancata “autorizzazione” all’accesso del medico da parte di tutti i genitori degli alunni della classe. L ‘Autorità Garante, in sostanza, svolge una funzione di “traduzione politica” delle criticità: vede il problema quando esplode nel caso concreto. “Ma la soluzione stabile può arrivare - spiega il Garante - solo se il Parlamento e il Governo trasformano quelle criticità in occasione di intervento di riforma”. Un caso emblematico delle criticità riscontrate nel corso del 2025 riguarda il rischio concreto che la discrezionalità amministrativa e la frammentazione dei servizi si trasformino, nei fatti, in forme di discriminazione indiretta. La frammentazione è causa di disuguaglianza: quando i servizi non dialogano tra loro, il peso del coordinamento ricade interamente sulla persona e sulla famiglia. E ciò genera discontinuità, ritardi, duplicazioni, e in molti casi vere e proprie discriminazioni, non dichiarate ma reali. Cruciale, precisa nelle conclusioni, è la figura del caregiver familiare. Senza una mappatura reale dei caregiver, dei loro bisogni e delle loro condizioni, il rischio è quello di costruire una disciplina astratta, non pienamente calibrata sulla dimensione effettiva del fenomeno. Il riconoscimento giuridico della figura del caregiver deve fondarsi su dati reali, su una comprensione approfondita dei carichi assistenziali e su una visione integrata che tenga conto della crescente incidenza della non autosufficienza nel nostro Paese. Nel corso del 2025, è stato possibile comprendere, con maggiore evidenza, che il tema del caregiver non è soltanto una questione teorica o normativa, ma una delle emergenze più ricorrenti nella vita concreta delle famiglie. Si tratta di trasformare i sistemi perché siano coerenti con la dignità umana, con l’autonomia, con l’uguaglianza sostanziale. I diritti delle persone con disabilità non sono un capitolo settoriale delle politiche sociali. Sono un indicatore della qualità democratica della Repubblica. La via spagnola sulle migrazioni dovrebbe interrogarci di Andrea Ceredani Avvenire, 17 aprile 2026 Madrid regolarizzerà 500mila persone migranti, le stesse che vivono (e lavorano) in Italia tra irregolarità e accoglienza. Intanto, noi ci dividiamo sulla remigrazione. Ci sono scelte europee che, più di altre, interrogano l’Italia. Quella del governo spagnolo, che ieri ha approvato la regolarizzazione di mezzo milione di migranti senza permesso di soggiorno, è una di queste. Non solo perché sembra andare in direzione opposta rispetto a Bruxelles, che a giugno approverà il nuovo Patto su migrazione e asilo irrigidendo la gestione dei rimpatri e accelerando l’esternalizzazione delle frontiere. Né soltanto perché arriva sull’onda del sostegno popolare, a vent’anni dall’ultima sanatoria, con il supporto di oltre mille associazioni della società civile e della Chiesa spagnola. Ma soprattutto perché la soluzione spagnola tenta di rispondere a problemi che sono del tutto simili ai nostri. Mezzo milione, in effetti, è anche il fabbisogno di lavoratori stranieri che il governo italiano stima per i prossimi tre anni e che invita a entrare nel Paese con i vari decreti flussi. Un record, in effetti. E ancora: circa 500mila sono le persone che oggi vivono nel nostro Paese tra irregolarità e accoglienza: 339mila senza permesso, secondo Ismu, e oltre 140mila nel sistema, secondo Migrantes. Eppure, negli stessi giorni in cui le questure spagnole si preparano a smaltire le prime domande di regolarizzazione, l’Italia si divide sul raduno dei Patrioti europei che sabato a Milano parleranno di remigrazione. Con l’idea che una soluzione percorribile possa essere il rimpatrio degli stranieri, anche quelli (incensurati) che vivono e lavorano da anni nel Paese: gli stessi, cioè, che in Spagna otterranno presto il permesso. A dire il vero, la remigrazione non è la risposta prevalente del popolo italiano né - pare - un’idea sostenuta da tutta la maggioranza. Forza Italia, ad esempio, ha annunciato che porterà in piazza “le seconde generazioni pienamente integrate” per raccontare “un’altra Italia”. Resta però una reazione, condivisa almeno dalla Lega nel Governo, che fa leva sulla paura di non essere più “padroni a casa nostra” (questo lo slogan della manifestazione). Quando invece i numeri - gli stessi che accomunano Spagna e Italia - raccontano un Paese che si tiene in equilibrio proprio grazie ai migranti. Il motivo è semplice e persino utilitaristico: in Paesi che invecchiano, le persone di origine straniera assicurano manodopera e soluzioni rapide, per quanto tampone, alla denatalità. E l’Italia non fa eccezione. Se, dopo 12 anni di declino costante, a fine marzo l’Istat ha registrato per la prima volta la non diminuzione della popolazione, è tutto merito della popolazione straniera: in aumento di 188mila individui, a fronte di un calo di 189mila italiani. Una dinamica che spiega anche la scelta di Pedro Sánchez, che parla di regolarizzazione “necessaria”. Per ragioni economiche, certo, ma dietro le quali sta una grande questione di equità: “È giusto accogliere chi ha contribuito a costruire la nostra società”, sintetizza il primo ministro spagnolo. E anche su questo la scelta spagnola dovrebbe interrogarci. Resta da vedere se la misura produrrà i risultati attesi. L’esperienza italiana della sanatoria del 2020 - con un quarto delle pratiche che erano aperte a quattro anni dall’avvio delle procedure - invita alla prudenza. Ma una direzione è chiara: continuare a puntare solo su rimpatri ed esternalizzazioni appare, nei numeri e nei fatti, una strada sempre meno sostenibile. Iran. Narges Mohammadi in condizioni critiche, allarme dopo l’infarto in carcere Il Dubbio, 17 aprile 2026 La famiglia e i legali hanno potuto vederla sabato nella prigione di Zanjan. Secondo la fondazione che la sostiene, la Nobel iraniana mostra chiari segni di peggioramento fisico. Tornano a peggiorare le condizioni di Narges Mohammadi, la premio Nobel per la Pace 2023, detenuta nel carcere di Zanjan, nel nord dell’Iran. Secondo persone a lei vicine e secondo quanto riferito dalla sua fondazione, dopo l’infarto che l’ha colpita il mese scorso il suo stato di salute viene ora descritto come critico. La famiglia e gli avvocati hanno potuto incontrarla sabato e, da quel colloquio, sarebbe emerso un quadro fisico molto preoccupante. Già all’inizio di aprile la Fidh aveva denunciato che il team legale e un familiare, autorizzati a visitarla il 29 marzo, l’avevano trovata molto debilitata, pallida, dimagrita e in condizioni generali estremamente precarie. La stessa organizzazione aveva parlato di cure mediche essenziali negate o fortemente ritardate dopo un presunto attacco cardiaco avvenuto in carcere. Secondo la ricostruzione diffusa dai suoi sostenitori, l’infarto risalirebbe al 24 marzo 2026. In quei momenti Mohammadi avrebbe perso conoscenza e sarebbe rimasta incosciente per oltre un’ora, ma non sarebbe stata trasferita subito in ospedale, ricevendo soltanto assistenza nell’infermeria della prigione. Anche altre fonti che hanno ripreso la vicenda hanno indicato nello stesso episodio il punto di svolta del peggioramento delle sue condizioni. L’ultimo allarme nasce proprio dalla nuova visita autorizzata ai familiari e ai legali. La fondazione Narges Mohammadi, citata da fonti internazionali, sostiene che sabato siano stati osservati chiari segni di ulteriore deterioramento e che il suo stato fisico sia ormai tale da far temere un rischio serio e immediato.