“Il piano carceri farà la fine del progetto Albania”: la denuncia della Uil penitenziaria di Nello Trocchia Il Domani, 16 aprile 2026 “La situazione è pessima, ci sono i problemi di sempre che peggiorano di giorno in giorno. Il sovraffollamento, ma anche il fantomatico piano carceri che è totalmente campato in aria mentre le strutture detentive cadono a pezzi e gli agenti sono sottoposti a caporalato di stato”. L’analisi è di Gennarino De Fazio, sindacalista che si prepara alla rielezione come segretario della Uil penitenziaria. Domani lo ha raggiunto al telefono. Il congresso che si è aperto in queste ore è l’occasione per stabilire priorità dopo il crollo di credibilità che ha colpito i vertici con le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, che aveva la delega alla penitenziaria. E proprio Delmastro, a sorpresa, è arrivato all’appuntamento accomodandosi in prima fila. Primo evento pubblico al quale partecipa dopo aver abbandonato il governo a causa della società e degli affari con Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese. Il meloniano aveva ricevuto l’invito prima delle dimissioni quando era ancora sottosegretario. E non c’erano altri rappresentanti del governo Meloni. Delmastro rivendica - La notizia diventa subito lui. Quando prende la parola racconta così quanto accaduto: “Dismessa la carica di sottosegretario per le ben note, gravose e penose vicende, posso ritrovarmi con dei rappresentanti sindacali e anche amici”, dice il meloniano che parla di “momento di grande difficoltà”. Poi elenca il numero di assunti, l’acquisto di materiale, parla della difesa di Abele oltre che di Caino, in riferimento alle aggressioni subite dalla polizia penitenziaria in contrapposizione alle torture subite dai detenuti, come documentato da inchieste giudiziarie. Parla di ordine, legalità e sicurezza negli istituti, delle fatiche dei giovani assunti in sedi scomode e costose, dei corsi di formazione ridotti per necessità, visto l’organico ridotto. Ha parlato di criminalità organizzata, di sicurezza che passa dalle carceri. “Non sono l’uomo nero del carcere italiano, ho saturato gli organici dei funzionari pedagogici”, dice. Parla di modello italiano, si altera, batte le mani sul tavolo, incassa applausi. “È stata una gioia rappresentarvi, continuerò a farlo da deputato semplice”, dice. Delmastro non accenna alla sua società con la figlia di un imprenditore del clan più potente della capitale. Anche quando parla di carcere dimentica il disastro. La cena, la foto e l’autorevolezza - “C’è un problema di autorevolezza, certo. Un ministro che è rimasto al suo posto nonostante la sconfitta al referendum, un sottosegretario delegato che ha fatto un passo indietro, la capo di gabinetto che ha lasciato. Le ombre emerse non aiutano ad avere un’istituzione forte e credibile”, dice De Fazio. E poi ci sono quelle foto con tutti i dirigenti del Dap, ancora in sella, attovagliati nel ristorante di Caroccia. A una cena, come svelato da Domani, erano tutti presenti per festeggiare la nomina del capo, Stefano Carmine De Michele, che pagò quella sera. Vertici che erano in prima fila ad ascoltare Delmastro nel suo intervento al congresso. “Non hanno fatto bene al sistema, sono fotografie che avremmo preferito non vedere. Spero possano essere chiarite, ma al momento hanno lasciato tutti perplessi. Quello che più mi preoccupa, però, è lo stato degli istituti di pena. Siamo a 64mila detenuti a fronte di 46mila posti disponibili. Il fantomatico piano carceri parla di nuovi posti aggiuntivi, ma la situazione potrebbe solo peggiorare”, dice De Fazio. In che senso? “Nelle carceri mancano 20mila agenti rispetto al fabbisogno effettivo. Con nuovi istituti si aggraverebbe la mancanza di personale considerando che ormai lavorare in carcere è diventato respingente, sostanzialmente un pianeta che ha una forza centrifuga, tutti cercano di evadere, non solo i detenuti”, risponde. Ma il piano del ministro per gli istituti di pena che fine ha fatto? “Non si è visto niente, volevano convertire le caserme dismesse, ma hanno scoperto l’impossibilità dell’operazione come avevamo ampiamente denunciato. Ora ci riprovano con nuovi reparti modulari in stile Albania, idea che farà la stessa fine del progetto Albania. Hanno previsto posti aggiuntivi in regioni dove il sovraffollamento è più basso in percentuale. E poi c’è la formazione. Il nuovo responsabile dice che è la casa del dipartimento, ma si tratta di un B&B, visto che un agente viene formato per 60 giorni, un periodo anche in didattica a distanza, e poi spedito in servizio”. Lo slogan del congresso della Uil è “Coltivare le origini, far fiorire il futuro”. Anche se il futuro degli istituti di pena con la destra al governo sembra un passato già visto. Agenti infiltrati nelle carceri. L’ultima crudeltà del Decreto Sicurezza di Federica Olivo huffingtonpost.it, 16 aprile 2026 Il provvedimento, in queste ore al Senato, consente ai poliziotti di agire sotto copertura per scovare reati (anche quelli ordinari) in cella, ma rischia di diventare esplosiva in un contesto pieno di problemi, a partire da un inarrestabile sovraffollamento. Il parere di Scandurra (Antigone) e di De Fazio (Uilpa Polizia penitenziaria). Nelle carceri sempre più sovraffollate arriva una misura che, vestita con i panni della caccia al crimine, porterà ancora più caos. Si tratta dell’agente di polizia penitenziaria infiltrato. La norma è in vigore da quasi due mesi, ma è passata sotto silenzio. Tenuta lontana dal dibattito pubblico concentrato sul divieto di acquisto di coltelli e sulle misure contro i manifestanti, è già pienamente operativa e di qui a fine mese sarà legge. Cosa comporta? Lo si capisce leggendo l’articolo 15 del decreto sicurezza: i poliziotti penitenziari potranno fingere di essere quello che non sono. Mascherarsi, cioè, da altre figure professionali che lavorano nei penitenziari, o da detenuti, per scoprire se nel carcere sono stati commessi dei reati. Sotto mentite spoglie potranno a loro volta commettere reati. E la legge li giustificherà. Le operazioni sotto copertura potranno essere fatte non solo nell’ambito di inchieste per reati gravissimi, come quelli di mafia o terrorismo, ma anche a seguito di rivolte, o nelle inchieste che riguardano i reati contro la pubblica amministrazione o lo spaccio di droga. Una gamma di illeciti molto vasta. Che potrebbe rendere le operazioni con infiltrati all’ordine del giorno. Si tratta di un provvedimento inedito, che allarma molto le associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti. E non entusiasma i sindacati di Polizia penitenziaria. “Il rischio - spiega a HuffPost Alessio Scandurra di Antigone - è quello di avvelenare ulteriormente un clima che non era mai stato così velenoso. Il carcere vive un sovraffollamento drammatico, i detenuti sono 64mila contro i circa 46300 posti disponibili. Ma neanche quando il sovraffollamento era addirittura maggiore si registravano così tanti momenti di tensione, tentativi di suicidio, aggressioni, atti di autolesionismo come quelli a cui assistiamo oggi”. In questo panorama così complicato la figura del poliziotto infiltrato rischia di essere una miccia ulteriore. Perché, argomenta Scandurra: “In carcere si crea un meccanismo di sopravvivenza, di solidarietà reciproca tra i detenuti. Con questa misura sarà sostituito da un meccanismo di conflitto e diffidenza. Perché avere il timore che il tuo compagno di cella sia un infiltrato peserà molto sul clima. Bisognerebbe smontare le tensioni, non alimentarle”. Secondo Scandurra questa misura è anche un segnale negativo che il governo lancia alla polizia penitenziaria: “È come se stessero insinuando che non sa fare il suo mestiere nell’ordinario”. Tra gli agenti penitenziari c’è chi inizia a esprimere forti perplessità sul provvedimento. Gennarino De Fazio, segretario della Uilpa Polizia penitenziaria spiega a HuffPost: “Una figura del genere avrebbe potuto avere senso in un sistema funzionale, solo se limitata a specifiche circostanze. Il problema è che il carcere vive una situazione disfunzionale. E questa novità, oltre a depauperare organici già in difficoltà, va solo nel senso della repressione. Non è questa la mission della Polizia penitenziaria, che deve curarsi anche della rieducazione del detenuto. E deve avere l’articolo 27 come faro”. L’introduzione dell’agente infiltrato, chiosa De Fazio, “aggiunge caos in una situazione già esplosiva. Creerà un’atmosfera di diffidenza negli istituti. Nessuno si fiderà più di nessuno”. Intanto dai Garanti locali dei detenuti arriva un nuovo allarme per il sovraffollamento. Secondo Stefano Anastasia, garante di Lazio e Umbria, i detenuti presenti nelle carceri italiane a fine marzo (63997) sono “478 in più dall’inizio dell’anno, per un tasso di crescita in tre mesi dello 0,8%. Rispetto alla stessa data dello scorso anno la popolazione detenuta è cresciuta di circa 1.696 unità (+3%). Il tasso di affollamento è del 138%. Nel marzo del 2025 era del 132%”. Secondo i dati pubblicati da Antigone il 31 marzo, “sono 66 gli istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, mentre in 8 istituti è superiore al 190%. Si tratta di Lucca (243%), Foggia (220%), Brescia Canton Mombello (208%), Lodi (207%), Busto Arsizio (200%), Latina (199%), Milano San Vittore (197%) e Udine (191%)”. Il Consiglio d’Europa: “Aumenta violenza fisica e verbale sui detenuti, anche prima del carcere” di Emanuele Bonini eunews.it, 16 aprile 2026 Il Comitato per la prevenzione della tortura chiama in causa anche l’Italia: “Situazione preoccupante in tutta Europa, abusi soprattutto al momento dell’arresto e durante gli interrogatori informali. Cresce l’impunità”. In Europa gli abusi su fermati e detenuti aumentano, con insulti e percosse anche prima del loro ingresso in penitenziario. Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa lancia l’allarme: dentro e fuori le carceri la situazione sta precipitando, con l’Italia chiamata in causa. La relazione annuale 2025 è stata stilata al termine di visite che hanno visto la delegazione dell’organizzazione internazionale anche nelle carceri di Avellino, Foggia, Firenze Sollicciano, Genova Marassi, Santa Maria Capua Vetere (Caserta). Pur non essendoci una specifica scheda Paese e pur mancando richiami diretti e specifici, viene tracciata una situazione generale che finisce inevitabilmente per ricomprendere anche l’Italia. “Il Comitato per la prevenzione della tortura continua a segnalare denunce di maltrattamenti fisici da parte del personale delle forze dell’ordine, soprattutto al momento dell’arresto e durante gli interrogatori informali”, recita il documento di oltre 90 pagine. E’ qui che si segnala come gli abusi avvengano anche nella fase pre-carceraria. “Anche le denunce di uso eccessivo della forza e di abusi verbali o insulti vengono frequentemente presentate alle delegazioni”. Da questo punto di vista vengono registrati “segnali preoccupanti in tutta Europa, dove i maltrattamenti hanno iniziato a riemergere” contrariamente a quanto registrato negli anni precedenti. Nella relazione, il comitato esprime anche “preoccupazione per i regimi di detenzione preventiva e di massima sicurezza”. In diversi Paesi, i detenuti in attesa di giudizio sono spesso confinati nelle loro celle per oltre 22 ore al giorno, in una situazione che può protrarsi per mesi, risultando “particolarmente dannosa”. Il Comitato, pur riconoscendo “le sfide poste dalla criminalità organizzata”, sottolinea comunque “la necessità di garantire adeguate garanzie e controlli” per evitare che i regimi di massima sicurezza si traducano in isolamento di fatto e restrizioni eccessive. Agenti irriconoscibili e il nodo impunità - La recrudescenza di episodi di violenza fisica e verbale a danno di persone sottoposte a custodia si deve a un generale indebolimento delle tutele per chi finisce in manette e dietro le sbarre. Il Comitato del Consiglio d’Europa denuncia che “l’efficacia di diversi meccanismi di controllo è diminuita e si diffonde un senso di impunità per le azioni abusive”. Da qui nuove richieste per “un sistema di identificazione visibile degli agenti e per l’istituzione di solidi meccanismi di denuncia”. Un suggerimento è il ricorso a sistemi di videosorveglianza interna, assieme a telecamere da indossare, quali strumenti preventivi di sicurezza. Il sovraffollamento delle carceri, elemento che non aiuta - Il fenomeno della violenza fisica e verbale è il risultato di due diverse problematiche: la perdita del controllo istituzionale, “unita a infrastrutture inadeguate”. Vuol dire, in sostanza, che “nelle carceri il sovraffollamento sta compromettendo il funzionamento di queste complesse strutture ed è necessario trovare soluzioni, altrimenti aumenterà il rischio di un collasso dell’intero sistema di giustizia penale”. Per il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa “anche la carenza di personale e la mancanza di formazione adeguata rappresentano gravi punti deboli, che esercitano ulteriore pressione su contesti già instabili”. Il sovraffollamento, viene denunciato, non solo compromette il funzionamento degli istituti penitenziari ed espone potenzialmente gli individui a trattamenti inumani e degradanti, ma favorisce anche le attività criminali all’interno del carcere, corrode i rapporti tra personale e detenuti e “aumenta il rischio di violenza, tensione e deterioramento della salute mentale sia dei detenuti che del personale”. In questo contesto, fa notare ancora l’organismo internazionale, “la rinnovata propensione dei governi, negli ultimi anni, a esternalizzare le carceri in altri Paesi sarà seguita con attenzione”. Alla luce di questa situazione, “i ??governi dovrebbero dimostrare la volontà politica e adottare misure risolute per sradicare il sovraffollamento carcerario e garantire il rispetto della dignità umana delle persone detenute, compresi un regime, un’assistenza e condizioni di vita adeguati”, sottolinea Alan Mitchell, presidente del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa. Combattere il sovraffollamento senza fare nuove leggi di Gianni Alemanno e Fabio Falbo Il Dubbio, 16 aprile 2026 È passata una settimana da Pasqua, tre dal Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, è tempo di riaprire un tavolo di confronto sulle emergenze della Giustizia italiana e tra queste anche su quella a più grave impatto umano: l’emergenza del sovraffollamento delle carceri italiane. Sono trascorsi anche 9 mesi dal Consiglio dei Ministri del 22 luglio 2025 specificatamente dedicato, per volere del Presidente Meloni e del Ministro Nordio, agli interventi contro il sovraffollamento delle carceri. Da quel giorno non un solo nuovo posto in cella è stato creato del Commissario straordinario per il “Piano carceri” dott. Marco Doglio, mentre il sovraffollamento è passato dal 130% all’attuale 138%. Non si è vista traccia del preannunciato Decreto del Presidente della Repubblica che doveva rendere più fluida l’applicazione della Legge 199 (quella che permette ai detenuti non pericolosi di scontare gli ultimi 18 mesi della loro condanna in detenzione domiciliare), né del Disegno di Legge che doveva aumentare il numero di detenuti tossicodipendenti da trasferire dal carcere alle Comunità terapeutiche. Anche la task-force con i Presidenti dei Tribunali di Sorveglianza, presieduta dall’allora Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, non è riuscita a rendere più celere la concessione dei benefici di pena previsti dalla legge. Un fallimento totale. Un fallimento totale anche rispetto agli obiettivi che il Governo stesso si era posto, obiettivi che dovevano essere un’alternativa alla proposta di legge - appoggiata anche dal Presidente del Senato La Russa - per premiare la buona condotta delle persone detenute con una liberazione anticipata speciale. Prendere atto, prima che sia troppo tardi, di questa situazione, significa interrogarsi su cosa si possa concretamente fare. Un Comitato promotore, coordinato dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo dott. Mazzamuto con Rita Bernardini come portavoce, sostenuto anche dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), si sta muovendo in questo senso. Noi, conoscendo la pervicace posizione di questo Governo contro ogni intervento di legge che possa sembrare di “clemenza”, mettiamo sul tavolo anche una semplice proposta per ridurre il sovraffollamento con un semplice provvedimento amministrativo, senza fare nessuna nuova legge. Di che si tratta? Cerchiamo di spiegarlo con parole semplici. Quando nel 2013 l’Italia fu condannata per il sovraffollamento carcerario con la Sentenza Torreggiani, il Parlamento italiano corse ai ripari introducendo l’art. 35 ter all’Ordinamento penitenziario. Questo articolo prevede lo sconto del 10% della pena, oppure il risarcimento di 8 euro per ogni giorno in carcere, quando la detenzione avviene “in condizioni inumane e degradanti”, quali appunto quelle causate dal sovraffollamento. Solo che queste previsioni da allora sono state applicate in modo del tutto insoddisfacente dalla magistratura di sorveglianza. Perché? Perché quando una persona detenuta avanza un’istanza per applicare l’art. 35 ter O.P. il magistrato chiede all’Amministrazione penitenziaria di avere una relazione tecnica sulle effettive condizioni di detenzione di questa persona. Questa relazione viene scritta utilizzando un software chiamato ASD (Automazione Spazi Detentivi) che dovrebbe calcolare automaticamente se le condizioni di detenzione sono al di sotto dei parametri minimi di vivibilità, ma che maschera la realtà con dati capziosi. Questo programma è stato sbugiardato anche durante la visita a Regina Coeli del 12 agosto 2025, effettuata dall’On. Giachetti e dalla Presidente di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini, con la presenza della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma dott.ssa Marina Finiti, visto che venne verificato che una cella di 9 metri quadrati con 3 persone risultava “in regola” solo per il software ministeriale, ma era in palese violazione dei parametri stabiliti dalla Corte di Cassazione e dalle norme europee. Ebbene, sarebbe sufficiente che il Ministro Nordio, o il suo nuovo Capo di Gabinetto, dott. Antonio Mura, ordinasse al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) di correggere questo software, tenendo conto delle condizioni invivibili in cui si trovano tutti i penitenziari italiani, per ottenere la liberazione, subito e secondo le norme vigenti, di almeno 5.000 persone detenute. Non solo, sarebbe anche un modo per ottenere risparmi significativi nei costi del sistema penitenziario. Facciamo un esempio: per una persona da 20 anni in espiazione, lo Stato spende circa 1.095.000 euro per il mantenimento, 150 euro al giorno (!!). Riconoscere il corretto sconto di pena per inumanità della detenzione farebbe risparmiare alla collettività 167.900 euro, ovvero il costo del mantenimento per il 10% di taglio della pena (2 anni, pari a 730 giorni, 150 euro X 730 giorni = 109.500 euro) più l’esborso per i risarcimenti (8 euro X 730 giorni = 58.400 euro) a cui l’Amministrazione potrebbe essere condannata con un ricorso alla Corte di Cassazione. Questi sono freddi numeri, ma dietro questi numeri ci sono persone in carne e ossa, che vivono in condizioni in cui non dovrebbero vivere. Qualche esempio? Emiliano e Marco sono due “cellanti” di Gianni. Dopo lunga opera di persuasione, oggi finalmente si sono convinti ad andare a Messa con lui nella Cappella del Reparto. Al termine della funzione queste due uomini duri e tosti avevano le lacrime agli occhi. Marco ha detto: “se ho sbagliato è per far vivere bene la mia famiglia. Ma mia figlia di 22 anni mi ha ammonito: preferisco mangiare pane e cipolla, purché tu torni a casa con noi e non sbagli più”. Emiliano gli ha replicato: “mia figlia, che ha 12 anni, mi ha detto la stessa cosa.” Emiliano e Marco vivono (con Gianni) in 6 persone in una cella che secondo regolamento dovrebbe ospitare al massimo 4 persone. Sono delle bestie che non hanno diritto allo sconto di pena previsto dalla legge? Preferire qualche storia più cruda? Eccola. Vi avevamo già accennato in un altro Diario di cella che il nomare Zoran era stato detenuto in una cella singola con bagno a vista insieme a un’altra persona, adesso Zoran da circa un mese vive in una cella singola in condizioni inumane. La cella è senza il WC e senza il lavandino (entrambi mandati in frantumi durante una crisi isterica dello stesso Zoran) e quindi è costretto a defecare senza acqua nel buco dove doveva esserci il WC, mentre le temperature stagionali si stanno alzando e le propagazioni di malattie sono concrete a danno non solo di Zoran ma di tutte le altre persone detenute nel reparto. Naturalmente per il sovraffollamento non c’è nessuna altra cella disponibile, ma secondo il software ministeriale la detenzione di Zoran non avviene in condizioni disumane e degradanti. Sono due storie che parlano del modo con cui vivono le oltre 63.000 persone detenute in Italia. Vogliamo continuare a chiudere gli occhi? Percorsi inclusivi nella giustizia minorile: i progetti del bando “Cambio rotta” di Francesca Fulghesu Il Domani, 16 aprile 2026 Diciassette progetti, 3.000 ragazzi, 370 enti del terzo settore insieme agli Uffici di servizio sociale per i minorenni e i servizi sociali territoriali, per un importo complessivo di 14,5 milioni. A Roma il convegno sui risultati del bando “Cambio rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile” promosso da Con i Bambini. Nel lessico familiare di Elena Ferrante c’è un termine che dà il titolo anche a un suo saggio: la parola che sua madre pronunciava per descrivere le impressioni contraddittorie che a volte fanno sentire lacerati. La “frantumaglia” è il deposito del tempo senza l’ordine di una storia, di un racconto. L’insieme di frammenti a cui non si riesce a dare un senso. Lo smarrimento che si prova quando ci si affaccia sull’insensatezza del proprio mondo interiore. E secondo il criminologo Adolfo Ceretti, ospite al convegno “Cambio rotta: percorsi inclusivi nella giustizia minorile”, è ciò che prova anche un adolescente che ha commesso reati. L’evento - nato dall’omonimo bando promosso da Con i bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, in collaborazione con il dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità - è stata un’occasione di confronto pubblico sulle modalità di intervento e recupero dei giovani. Al centro, i risultati raggiunti da 17 progetti che hanno coinvolto oltre 3.000 ragazzi segnalati dall’Autorità giudiziaria minorile e già in carico agli Uffici di servizio sociale per i minorenni (Ussm) o ai servizi sociali territoriali, in particolare per reati di gruppo, oppure in uscita da procedimenti penali o amministrativi. C’è chi ha imparato a riparare le bici, chi ha raccolto il nettare e pulito un’arnia, chi ha fatto un cammino a piedi, chi ha costruito un’area giochi o aiutato gli anziani del proprio quartiere a usare un computer. I 17 progetti, sostenuti da uno stanziamento complessivo di 14,5 milioni, prevedono l’inserimento dei ragazzi in percorsi che li facciano sentire utili, ascoltati, coinvolti. Come sottolinea uno dei referenti, mansioni che facciano scoprire loro cosa significa ricevere fiducia. Proprio per questo le iniziative in cui vengono coinvolti i minori coprono vari ambiti, da quello formativo a quello sociale, da quello lavorativo a quello familiare. Con l’obiettivo di far comprendere il senso del limite, il valore del recupero e il potere trasformativo della comunità. Perché i problemi comportamentali dei giovani, come sottolinea il presidente di Con i bambini Marco Rossi-Doria, riguardano tutti e tutte. E tutti e tutte dovrebbero occuparsene: educatori e legislatori, familiari e concittadini. Un principio ribadito anche dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo. Durante il convegno è stato presentato e consegnato al capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità il documento con gli orientamenti di policy frutto dell’esperienza del bando. Il documento è l’esito di un percorso di partecipazione rivolto agli enti di terzo settore dei partenariati dei progetti. Le realtà coinvolte, tramite laboratori comuni, hanno individuato alcune sfide che la giustizia minorile deve affrontare. Gli autori hanno definito i protocolli operativi territoriali fondati sulla multi-professionalità e sulla collaborazione tra enti del Terzo settore e l’Ufficio di servizio sociale per i minorenni. Nel documento vengono inoltre illustrati i modelli educativi sperimentati negli anni: dalla musica al teatro, dalla scrittura all’arte, fino a esperienze in natura, attività agricole, percorsi residenziali, cammini e progetti di rigenerazione urbana. Con l’idea comune che per combattere le ingiustizie sociali si debba agire collegialmente. Perché per crescere un bambino serve un villaggio, per educare un adolescente serve una comunità. Se ha terminato di scontare la pena, come fate a dire: “evaso”? di Sergio Segio L’Unità, 16 aprile 2026 La caccia a Elia Del Grande. Mai come in questi anni in Italia il giornalismo mainstream sta dimostrando il suo punto più basso. Non è solo questione di asservimento, autocensura, pressapochismo: è proprio la propensione a scrivere e commentare (e giudicare, etichettare, additare, esecrare, mobilitare i peggiori sentimenti) senza sapere e senza documentarsi. Nel caso di Elia Del Grande, che ha riempito per giorni e giorni telegiornali e pagine di quotidiani in un crescendo di allarmismi, per evitare imprecisioni o vere e proprie sciocchezze sarebbe stato sufficiente avere memoria e leggere qualcosa. Non necessariamente corposi libri, come il fondamentale “Un ossimoro da cancellare,” a cura di Giulia Melani, con scritti di Franco Corleone, Katia Poneti e Grazia Zuffa (edizioni Menabò, 2023). Sarebbero bastati i brevi ma illuminanti articoli scritti dagli stessi Corleone e Melani in occasione del precedente e identico avvenimento che aveva visto il 2 novembre dello scorso anno Del Grande allontanarsi dalla Casa-lavoro di Castelfranco Emilia nella quale era stato collocato dopo aver scontato la pena a 26 anni di reclusione cui era stato condannato per un grave delitto. Allontanamento reiterato il 5 aprile scorso dalla nuova struttura in cui era stato spostato, quella di Alba. In entrambe le occasioni Del Grande è stato ripreso dopo pochi giorni, durante i quali media e forze dell’ordine si sono scatenati in una vera e propria “caccia all’evaso”, con utilizzo persino di droni. Evaso non per sottrarsi alla pena definita e inflitta nel processo, ma a quella pena ulteriore, da lui ritenuta ingiusta e intollerabile, dovuta all’imposizione della misura di sicurezza nella Casa di lavoro che può protrarsi all’infinito. Non ha, cioè, un termine previsto e stabilito, proprio come l’ergastolo. In questo caso, un “ergastolo bianco” che, a discrezione del giudice, porta in una colonia agricola o in una casa di lavoro “persone che sono entrate per sei mesi, avendo l’unica colpa di non avere una dimora e una famiglia e vi sono rimaste internate per anni e anni”, come ha scritto Del Grande, ovvero “coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza”, come recita l’articolo 216 del Codice penale. Tale definizione basta a suggerirci da quale cultura e periodo storico derivi la norma, ovvero dal positivismo lombrosiano e dall’archeologia criminale del Codice fascista Rocco, come titola un altro volume curato ancora da Corleone, che attraverso la “Società della Ragione” da lui fondata con Grazia Zuffa è una punta avanzata delle battaglie per i diritti e le garanzie (Archeologia criminale, Consiglio Regionale della Toscana, Fondazione Michelucci Press, 2019). Che ci possano essere persone che delinquono in modo ripetuto, se non proprio ricorrente, ce lo mostrano in effetti le statistiche sulla recidiva - che, a loro volta, dovrebbero però interrogare sull’enorme distanza esistente tra la pena detentiva attuale e quella indicata dai padri costituenti; così pure è obiettivo che si possa riscontrare una certa professionalità, pur criminale, nell’esecuzione di taluni delitti. Ma dovrebbe risultare del tutto inaccettabile in una cultura democratica quanto previsto dall’articolo 108, che qualifica “delinquente per tendenza chi, sebbene non recidivo […], riveli una speciale inclinazione al delitto, che trovi sua causa nell’indole particolarmente malvagia del colpevole”. Viene da pensare che proprio da lì, dai codici fascisti e da culture ottocentesche, traggano alimento e trovino radici i tempi cupi e autoritari in cui stiamo vivendo; che potremmo con causa definire di tecnofascismo, con il proliferare di leggi da Stato di polizia quali i ripetuti decreti “sicurezza” dell’attuale governo (nonché di alcuni dei precedenti, anche di diverso schieramento politico) e con la concreta sperimentazione di misure preventive e restrittive nei confronti pure di chi non ha commesso alcun reato. La “polizia predittiva” verso cui siamo incamminati non si richiama e ispira alla fantascienza di Minority report ma al peggior passato e allo strapotere e all’impunità in divisa dei regimi dittatoriali. Per rimanere agli ultimi giorni, e non solo in Italia, il fermo preventivo - in virtù delle nuove norme introdotte dal governo Meloni - di 91 persone, che a fine marzo intendevano partecipare ai funerali degli anarchici Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, non è in nulla differente dalla prassi in voga durante il ventennio mussoliniano di trattenere precauzionalmente in cella gli oppositori in occasione di manifestazioni pubbliche del regime. Il diciasettenne arrestato a Perugia il 30 marzo in un’operazione antiterrorismo, semplicemente, non aveva ancora commesso quei reati che prevedibilmente si accingeva a realizzare. Una variante, complementare, è quella di colpire non chi potrebbe commettere un reato ma addirittura chi non ne prenda le distanze o lo giustifichi. Persino un’eurodeputata, Rima Hassan di La France Insoumise, a inizio aprile è stata arrestata e trattenuta per un giorno, a seguito di denunce da parte di organizzazioni ebraiche e di estrema destra, con l’accusa di “apologia del terrorismo” per un post su X relativo a un attentato risalente al 1972 (sic!). Infine, se proprio il reato non esiste si può sempre inventarlo e introdurlo, come nel caso delle 523 persone arrestate a Londra l’11 aprile nel corso di una manifestazione, e, più in generale, della messa al bando in diversi paesi di associazioni propal e antifa. Nell’orwelliano stato di polizia globale e incipiente in cui ci troviamo a vivere in questa fase storica, insomma, chi disturba o contesta mostra per certo pericolosità sociale, inclinazione al delitto e indole malvagia. Se in passato il positivismo lombrosiano pretendeva di correggere gli individui giudicati portatori di tali caratteri, oggi, nel ritrovato tempo dei Re e delle Regine, si preferisce reprimerli in via preventiva, oppure escluderli e internarli come misura di sicurezza e attraverso di essa. E, indubbiamente, da questo punto di vista, la pena indefinita e infinita dell’ergastolo bianco è uno strumento perfetto, non consente replica, fuga o difesa. La vicenda di Elia Del Grande e la sua enfatizzazione in chiave securitaria possono e debbono perciò trasformarsi in occasione per riflettere in modo ampio sulla crisi della democrazia e sulla progressiva demolizione del sistema di diritti e garanzie. In tal senso occorre riprendere la proposta di legge a firma di Riccardo Magi e ferma alla Camera (Modifiche al codice penale in materia di abolizione delle misure di sicurezza detentive per soggetti imputabili e di disciplina della libertà vigilata, n. 158, presentata il 13 ottobre 2022) e rilanciare l’ampio movimento che si era mobilitato contro le leggi sulla sicurezza. Anche perché dopo i Del Grande e i “delinquenti abituali”, dopo le Hassan, gli anarchici, i No Tav e gli Askatasuna, i propal, gli antifa e gli antirazzisti, gli occupanti abusivi e i maranza, gli attivisti ambientalisti e gli operatori delle navi umanitarie, verranno a prendere anche tutti noi. E non ci sarà più nessuno a poter protestare. Tra Senato e Palazzo Bachelet, il dl Sicurezza accende lo scontro di Valentina Stella Il Dubbio, 16 aprile 2026 Dall’Aula del Senato a quella del Csm: ieri le polemiche sul dl sicurezza si sono duplicate tra Palazzo Madama e quella che in molti definiscono la Terza Camera. Partiamo proprio da Palazzo Bachelet chiamato ad esprimere in plenum un voto sul parere fornito dalla Sesta Commissione (tre voti favorevoli - Cosentino, Papa, Laganà - due contrari - Nicotra e Porena - una astensione - Cilenti). Il provvedimento, come già spiegato nell’articolo di due giorni fa su questo giornale a firma di Simona Musco, solleva criticità su più fronti, come illustrato dal relatore di Unicost Laganà. Dalla tenuta costituzionale del fermo preventivo alle ricadute sull’attività giudiziaria, fino al rischio di compressione delle libertà fondamentali nelle manifestazioni pubbliche. Il punto più attenzionato è proprio il fermo preventivo. La norma consente agli ufficiali e agenti di polizia, in occasione di manifestazioni pubbliche, “di accompagnare presso gli uffici di polizia” soggetti ritenuti pericolosi e trattenerli fino a 12 ore. Lo scopo è anticipare la soglia di tutela dell’ordine pubblico e prevenire episodi di violenza. Il pm, informato immediatamente, può disporre il rilascio se non ritiene sussistenti i presupposti. Tuttavia, per il Csm, la misura inciderebbe “sul nucleo essenziale di alcune libertà fondamentali del singolo”, collocandosi in un “delicatissimo bilanciamento” tra ordine pubblico e diritti costituzionali. La compressione riguarda non solo la libertà personale, ma anche il diritto di riunione e manifestazione del pensiero, fino a configurare “la mortificazione della dignità dell’uomo e dunque una forma di restrizione della libertà personale ai sensi dell’articolo 13 della Costituzione”. La discussione è iniziata con Bernadette Nicotra (Mi) che ha confermato il voto contrario soprattutto sul piano del metodo: “Il parere in questo caso non è stato richiesto dal ministro” e anche per questo “non avrebbero dovuto esseri sollevati profili di incostituzionalità”, ha stigmatizzato la consigliera togata. Sul piano del merito ha aggiunto: “Il parere in molti punti presenta uno sconfinamento oltre l’aspetto tecnico”. Critica anche la laica di centrodestra Claudia Eccher che non ha condiviso le critiche di incostituzionalità al provvedimento e “bisogna smettere di criticare una legge per un aumento del carico di lavoro” considerati i nuovi innesti negli organici della magistratura e per l’aumento degli episodi di accoltellamento. Per Eccher, infine, la questione tocca anche il cuore del problema, ossia “la trasformazione di un organo di garanzia in un centro di pressione politica che incrina la fiducia nella neutralità della giustizia”. Di diverso avviso la consigliere togata di Md Mimma Miele: “L’articolo 10 della legge del ‘58 non prevede che il parere venga emesso solo a richiesta di altri organi costituzionalmente rilevanti. Sovente è accaduto che il parere non sia stato richiesto e comunque fornito. Si è espresso un parere non per stigmatizzare un provvedimento ma nell’ambito della doverosa collaborazione istituzionale”. Nel momento in cui scriviamo è ancora in corso la discussione in plenum, ma si ipotizza che il parere venga approvato al termine della seduta. Spostandoci a Palazzo Madama, il provvedimento è giunto ieri all’attenzione dell’emiciclo del Senato senza il mandato al relatore, visto che la commissione Affari Costituzionali non è riuscita a terminare l’esame a causa dell’alto numero di emendamenti presentato dalle opposizioni. La maggioranza ha fretta di chiudere in quanto il dl dovrebbe essere approvato intanto al Senato e va convertito in legge entro il 25 aprile, compreso il passaggio alla Camera, pena la decadenza. Tuttavia le opposizioni non indietreggiano e promettono ostruzionismo, confermando di aver ripresentato i mille emendamenti già depositati in Commissione: “Per noi possono arrivare a domenica o lunedì, non abbiamo limiti di tempo. Siamo qui. Sul dl sicurezza è l’ennesimo atto di arroganza istituzionale”. La maggioranza, al contrario, ha messo sul tavolo trentasette proposte di modifiche, segno della necessità di intervenire comunque sul decreto, a cominciare dall’articolo 1 sui coltelli. E di evitare di porre la fiducia. All’intervento iniziale della senatrice del M5S, Barbara Floridia che guida la commissione di Vigilanza Rai, ha replicato la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli che stava presiedendo l’Aula, dicendo che la questione non era all’ordine del giorno. A quel punto si sono alzati i toni e alcuni hanno contestato il modo di condurre l’aula da parte di Ronzulli, per cui alla fine l’aula è stata sospesa per 5 minuti. Ripresi i lavori, sono state respinte le questioni pregiudiziali sollevate dalle opposizioni con 62 voti favorevoli e 84 contrari. Poi inizio alla discussione generale. Il senatore Andrea Giorgis, capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali, ha criticato: “Le disposizioni contenute nel decreto sono ormai in vigore da più di un mese e mezzo ma, come dimostra anche la cronaca più recente, la situazione non sembra migliorare, anzi, perché con la demagogia, l’improvvisazione, la moltiplicazione dei reati e l’inasprimento delle pene, senza alcun investimento culturale e sociale, e senza la valorizzazione del personale, sempre più esiguo, delle forze dell’ordine, è difficile prevenire e contrastare le forme di violenza che investono la nostra società. Contro questa politica illiberale noi ci opporremo”. Ha replicato il senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo: “La sicurezza non è un’ossessione della destra, ma un tema fondamentale su cui questo provvedimento, insieme a quelli che lo hanno preceduto, interviene con misure anche di prevenzione”. L’esame del dl sicurezza riprende stamattina alle 10. L’obiettivo del centrodestra è di chiudere comunque domani. Decreto a tappe forzate, sulla repressione nessun ripensamento di Alessandra Algostino Il Manifesto, 16 aprile 2026 Il disegno autoritario di repressione e criminalizzazione del dissenso non risente dell’onda lunga del No al referendum. Prova ne è la corsa, senza rispetto alcuno del dibattito parlamentare, a convertire l’ennesimo decreto (23/2026) in materia di sicurezza pubblica. Sicurezza intesa, ça va sans dire, come ordine pubblico. Un decreto che, come il precedente (ora legge 80 del 2025), è incostituzionale nella forma e nella sostanza. Ancora una volta, la violazione dei presupposti è resa palese dai riferimenti tautologici che non motivano la necessità e l’urgenza; ad acclarare la loro mancanza interviene, inoltre, il lungo lasso di tempo che intercorre tra l’annuncio in consiglio dei ministri (5 febbraio) e l’adozione (23 febbraio). Per inciso la ripetizione dell’abuso della decretazione d’urgenza, lungi dal sanarla, manifesta come, anche senza riforma della giustizia e del premierato, la verticalizzazione del potere continui imperterrita. Le modifiche, presumibilmente frutto dell’interlocuzione con il Quirinale, non impediscono di rilevare la presenza di specifici profili di incostituzionalità, a partire dalle incoerenze sottolineate nel parere approvato ieri dal Consiglio superiore della magistratura, nonché in particolare un attacco al diritto di manifestare. Nel testo, non sempre facile da decifrare, tra rinvii e modifiche di singole parole (con quanto ne consegue in termini di diritto alla comprensione, alla pubblicità, riconducibile alla stessa sovranità popolare), domina la nuova tendenza in materia di ordine pubblico: l’amministrativizzazione della sicurezza. Come si legge nel parere del Csm: “Il decreto legge si pone in linea di continuità con un più ampio processo di progressivo rafforzamento degli strumenti di prevenzione personale e di controllo amministrativo del territorio”. “Amministrativizzare la sicurezza” (daspo urbano, foglio di via, obbligo di firma, zone rosse, sanzioni pecuniarie) racconta di un percorso che, oltre ad erodere il terreno del legislatore, incide sui diritti con provvedimenti apparentemente più “leggeri” rispetto all’universo penale, ma in realtà espressione di una prevenzione fondata sul mero sospetto e caratterizzati da alta discrezionalità e basso controllo giurisdizionale. Si estendono categorie come la pericolosità sociale, si introducono variegate forme di “confino”, per territori e persone: il tutto attraverso l’ampliamento di poteri, dagli ampi margini discrezionali, di prefetto e questore (alias dell’esecutivo). Un particolare accanimento, come anticipato, riguarda il diritto di manifestare, già vulnerato dall’introduzione di reati come il blocco stradale: dalla normalizzazione delle zone rosse (“a vigilanza rafforzata”), con la creazione di aree sottratte al dissenso, ai divieti di accesso ad personam. Il divieto di accesso ad alcuni luoghi disposto dal questore (sulla base anche della sola denuncia) o il divieto di partecipare a riunioni o assembramenti disposto dal giudice, contengono un duplice attacco al diritto di manifestare: da un lato, fra i loro presupposti, vi è la precedente partecipazione a manifestazioni (sottintendendo che manifestare è un sintomo di pericolosità, una “aggravante”), dall’altro, si veicola una restrizione dei diritti su base meritocratica, con violazione dell’uguaglianza e della pari dignità sociale. Dopo il daspo urbano utilizzato come strumento di espulsione sociale e politica, il daspo dall’esercizio dei diritti. Connesso alle manifestazioni è anche il fermo preventivo, dove in questione è inequivocabilmente la libertà personale: come il laboratorio migranti insegna, basta inserire un passaggio, quale che sia, di fronte ad un giudice, e l’arbitrarietà della polizia (la norma manca di tassatività e determinatezza) è salva. Lo svuotamento del diritto è quindi evidente nelle misure che depenalizzano il mancato rispetto delle modalità di esercizio di diritto di riunione, ma di fatto esercitano un grave effetto dissuasivo e intimidatorio rispetto all’esercizio del diritto stesso, laddove introducono delle pesanti sanzioni pecuniarie (da mille a diecimila euro) per i promotori (o desunti tali anche da chat private; in violazione della libertà e segretezza della corrispondenza), in caso di mancato preavviso o di deviazione dall’itinerario, o sanzioni (da 500 a tremila euro) per chi, oltre le ipotesi di reato, “turba il pacifico svolgimento di una riunione o il regolare espletamento del relativo servizio d’ordine” (ovvero, quando la polizia si ritiene turbata?). Sempre più evidente è come dei diritti non rimane che la proclamazione, mentre il loro contenuto è eroso; sotto l’involucro, un profluvio di reati, misure di prevenzione, sanzioni, divorano l’essenza del diritto, impedendo l’espressione del dissenso e del conflitto senza i quali la democrazia stessa non è che mero strumento di gestione del potere. Nordio separa la Polizia. Un capo soltanto per la Penitenziaria di Eleonora Martini Il Manifesto, 16 aprile 2026 In arrivo il testo ministeriale che istituisce una nuova gerarchia per gli agenti del carcere: non saranno più dipendenti dal capo Dap. Il provvedimento modifica il Dpr del 2025. Serracchiani: “Va ritirato”. Un corpo di Polizia penitenziaria dotato di una propria autonomia, con una struttura gerarchica formata da personale in divisa proveniente dai medesimi ranghi, come avviene per la Polizia di Stato. Agenti che operano all’interno delle carceri ma non più sottoposti al controllo del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (generalmente un magistrato) e dei direttori civili degli istituti. È questo l’obiettivo del nuovo decreto ministeriale firmato dal guardasigilli Nordio la cui bozza sarebbe già in fase avanzata di discussione e avallata dal Gabinetto di Via Arenula. In questo quadro sembrerebbe più chiaro il motivo per cui il governo ha deciso di non sostituire l’ex sottosegretario con delega al personale Delmastro, che di fatto agiva come un capo della PolPen. E addirittura - secondo fonti di via Arenula - sarebbe proprio sua l’idea di questa inedita disarticolazione. Il provvedimento, infatti, disciplina in modo non tradizionale l’assetto organizzativo delle due Direzioni generali, quella delle Specialità e quella dei Servizi logistici e tecnici del Corpo, che erano state istituite con il DPR del 21 novembre 2025. In sostanza si stabilisce ora che il Gruppo operativo mobile (Gom), il Gruppo di intervento operativo (Gio, le “teste di cuoio” create nel 2024 per sedare le rivolte in carcere), l’Ufficio per la sicurezza e la vigilanza, e il Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria operino d’ora in poi alle dipendenze della nuova Direzione generale delle Specialità a cui finora veniva solo affidato il coordinamento di queste attività, considerate tra le più “sensibili” del Corpo. “Ognuna di queste specialità comunque rimaneva dipendente dal Capo del Dipartimento e soltanto coordinata da questa nuova Direzione generale, e così è sempre stato ribadito nei vari decreti ministeriali riguardanti ciascuna di esse: ovunque è affermata la dipendenza diretta dal Capo del Dap. La differenza tra essere coordinati da e dipendere da non credo sfugga a nessuno”, spiega Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd che, insieme ai componenti dem della Commissione giustizia della Camera Gianassi, Lacarra, Scarpa e Di Biase, ha depositato un’interrogazione al ministro Nordio per chiedere chiarimenti sull’operazione che considera pericolosa e da ritirare. “Dal momento che la differenza tra coordinamento e dipendenza gerarchica non è solo formale, ma produce effetti concreti sull’organizzazione e sulla catena delle responsabilità. In questo modo infatti - puntualizza la deputata - non c’è più alcuna differenza tra “controllore” e “controllato”. Serracchiani si dice anche stupita del fatto che “il Gabinetto non abbia osservato che un decreto ministeriale non può determinare funzioni superiori a quelle stabilite da una norma di rango superiore come è il Dpr”. In ogni caso, sostituire un magistrato - quale è De Michele, l’attuale capo Dap - con un poliziotto, al vertice di queste articolazioni, è senz’altro un passo indietro nel bilanciamento tra diritti e sicurezza. Il 28 aprile prossimo, presso la sede di Largo Daga, il vice capo Dap ha convocato le organizzazioni sindacali, la direttrice generale del personale Rita Russo e il dirigente generale di PolPen Zaccariello (il poliziotto che potrebbe rivestire per primo il ruolo di nuovo capo del Corpo) per “un confronto” sulla bozza del nuovo regolamento. Per completezza di informazione va detto che ancora ieri Pd, M5S e Avs hanno chiesto a Nordio di rispondere anche sulla presenza di gran parte dei vertici del Dap nella Bisteccheria d’Italia insieme a Delmastro e Bartolozzi. Tornando alla nuova gerarchia del Corpo, va detto che i sindacati di polizia penitenziaria sono stranamente divisi, al riguardo, con più di qualche sigla che storce il naso. “Prima di proporre nuovi Dipartimenti sarebbe opportuno far funzionare ciò che già esiste. Governare non significa dividere, moltiplicare le scatole o creare nuove etichette”, dichiara ad esempio l’Osapp che tende a sminuire il provvedimento considerandolo poco più che un regolamento organizzativo interno. Al contrario, la Uilpa chiede di accelerare la transizione e di lasciare fuori la polizia penitenziaria dalle “polemiche” che hanno investito Delmastro e che, a suo dire, possono delegittimare anche uno degli uomini a lui più vicini, Zaccariello, il “primo dirigente generale della storia”. Mafia-Appalti: l’atto che scuote il passato delle toghe di Palermo di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 16 aprile 2026 La procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione per l’inchiesta che cercava di capire come era stato gestito il dossier mafia appalti e il suo “doppione” di Massa Carrara, ritenuto tra le cause dell’accelerazione della strage di via d’Amelio. Ma quello che i magistrati nisseni hanno scritto tra le righe, in quasi 400 pagine firmate dal procuratore Salvatore De Luca con il procuratore aggiunto Pasquale Pacifico e i sostituti Nadia Caruso, Davide Spina e Claudia Pasciuti, è una condanna morale e professionale per un intero sistema di potere dell’allora Palazzo di Giustizia di Palermo. Il quadro che emerge dal documento depositato è quello di un isolamento scientifico, quasi chirurgico, di un uomo che stava cercando di finire il lavoro del suo amico Giovanni Falcone e che si è ritrovato circondato da silenzi, omissioni e manovre di corridoio. La parola che ricorre di più nell’atto giudiziario è “anomalia”. Il procedimento al centro di tutto è il numero 2789/1990, iscritto presso la Procura di Palermo a partire da un dossier monumentale del Ros dei Carabinieri consegnato il 16 febbraio 1991. Quel rapporto descriveva un sistema unitario di gestione mafiosa degli appalti in Sicilia, che Falcone aveva definito “una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l’assegnazione degli appalti e soprattutto l’esecuzione degli appalti medesimi, con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali”. Un’indagine che Falcone aveva seguito fino al suo trasferimento al ministero, e che Borsellino continuava a tenere d’occhio con interesse esplicito e documentato. Il sistema di anomalie - La richiesta di archiviazione della procura nissena individua tre precondizioni delle stragi: l’isolamento di Falcone e Borsellino all’interno della procura; il notevole aumento della loro esposizione agli occhi di Cosa Nostra e di ambienti politico-imprenditoriali, legato al modo in cui il procuratore Pietro Giammanco gestiva le indagini; e la conduzione discutibile del filone mafi-appalti nel periodo in cui Giammanco esercitò le sue funzioni. Vale la pena riportare, punto per punto, cosa - secondo la procura nissena - non tornò in quella stagione investigativa. E non tornò nulla fin dall’inizio. Tutto è stato documentato grazie all’indagine capillare della polizia giudiziaria, in particolare il Gico, reparto d’élite della Guardia di Finanza specializzato nel contrasto a mafie, criminalità economica complessa e riciclaggio. La prima anomalia riguarda le fughe di notizie. Il gip nisseno Gilda Lo Forti aveva già stabilito nell’ordinanza del 15 marzo 2000 che era “assolutamente certo” che l’informativa del febbraio 1991 fosse stata illecitamente divulgata prima degli arresti di luglio 1991. Chi avesse diffuso le notizie non fu mai accertato. Quello che fu escluso è che le fughe fossero da imputare ai Carabinieri: la cosiddetta teoria della “doppia informativa”, con cui la procura di Palermo cercò di scaricare la responsabilità sull’Arma, non resse all’esame del gip. Il secondo nodo riguarda un conflitto di interesse mai affrontato apertamente. Francesco Pignatone, padre del magistrato Giuseppe, uno dei titolari dell’indagine, era presidente dell’Espi, l’unico socio azionista della Sirap, la società al centro dell’inchiesta. Nonostante questo, Pignatone rimase titolare del procedimento e firmò provvedimenti che riguardavano direttamente la Sirap, incluse le proroghe delle intercettazioni sulle sue utenze. Il gip nisseno fu preciso: “Una più attenta valutazione di opportunità” avrebbe dovuto spingere il magistrato a non occuparsi di quella vicenda. Prima di consegnare l’informativa ai giudici del riesame, circa un terzo del rapporto venne omissato. Lo ha confermato Lo Forte in una dichiarazione del 2025: “Un terzo dell’informativa del febbraio 1991 venne omissato, prima del deposito degli atti al riesame, da me e Pignatone con l’ausilio del cancelliere”. Il problema però è quello che rimase leggibile: nelle parti depositate al riesame erano visibili le posizioni di Antonino e Salvatore Buscemi, comprese le loro cointeressenze con il Gruppo Ferruzzi. I Buscemi non erano tra gli arrestati. Nessuno dei titolari del procedimento è riuscito a spiegare per quale ragione quella parte non fosse stata coperta. Il gip aveva già rilevato nel 2000 che quella scelta aveva avuto “la conseguenza, diretta ed immediata, di sminuire le possibili aspettative di futuri e concreti sviluppi investigativi”, avendo messo sull’avviso soggetti ancora indagati. Nel 2024 l’ex ufficiale Umberto Sinico, sentito il 18 aprile, raccontò di aver relazionato personalmente a Pignatone dei legami tra il gruppo Ferruzzi e i Buscemi, e di aver avanzato richiesta di perquisizioni nei confronti di Siino, Lipari e Buscemi. La richiesta non fu accolta. E spiegò che il suo gruppo aveva chiuso le proprie attività investigative perché, intercettando la segretaria di Siino, aveva appreso che quest’ultimo “aveva saputo in procura di essere intercettato”. Una frase che, nel contesto di quella stagione, pesa come un macigno. Il countdown verso Via d’Amelio - L’anomalia più clamorosa, quella che lo stesso Pignatone avrebbe poi definito un reato, riguarda però il procuratore Giammanco. Il 6 agosto 1991, un giorno dopo le udienze al riesame in cui era stata depositata la versione parzialmente omissata, Giammanco trasmise all’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli la versione integrale dell’informativa del Ros. Non con una nota ufficiale: il rapporto era accompagnato da un appunto non sottoscritto e da un biglietto manoscritto indirizzato alla “Carissima Livia”, presumibilmente Livia Pomodoro, con i saluti per le ferie estive. Non solo il dossier, ma anche tutti gli allegati e la lista di alcuni onorevoli attenzionati dall’indagine. Martelli restituì tutto al mittente, “nel rilevare la singolarità dell’inoltro” di atti coperti da segreto. Falcone era furioso: disse che Giammanco “aveva trascurato o insabbiato quell’indagine” e che, “anziché sviluppare le indagini devolveva l’intera questione al mondo politico”, non solo al ministro della Giustizia, ma anche a quello degli Interni e alla Presidenza della Repubblica. Lo stesso Pignatone, interrogato nel luglio 2025, fu categorico: “Se era tutto il rapporto mandato al ministero, era un reato”. Come ricostruito dalla procura nissena, la circostanza era diventata nota all’interno dell’Ufficio già nel 1991, certamente prima della strage di Capaci, alla ristrettissima cerchia di magistrati vicini a Giammanco. Eppure nessuno di loro ne riferì nulla al Csm nell’estate del 1992. Nel frattempo il procedimento veniva sistematicamente smembrato: posizioni di indagati stralciate e trasmesse a Marsala, Trapani, Caltanissetta, Agrigento, Roma, Udine. Quella visione unitaria che Falcone aveva immaginato, la centrale unica, l’approccio integrato a mafia, politica e imprenditoria, si dissolse in tronconi sparsi. Il 13 luglio 1992 arrivò la richiesta di archiviazione del procedimento mafia-appalti. Tra i soggetti archiviati c’erano i Buscemi, Pino Lipari e altri mafiosi. I collaboratori di giustizia Siino, Brusca e Cancemi riferiranno che i Buscemi “hanno usufruito di un trattamento giudiziario e processuale “particolare”. Dichiarazioni che non avevano però “mai raggiunto la dignità di prova”. Il giorno dopo, il 14 luglio 1992, Giammanco convocò una riunione generale della procura. Paolo Borsellino era presente. Chiese chiarimenti sul fascicolo mafia appalti, si interrogò su alcune carte assenti e ottenne di rinviare la discussione. Come riportato nell’atto da poco depositato, dalle dichiarazioni rese al Csm da più colleghi presenti, non emerge che si sia parlato della richiesta di archiviazione redatta il giorno prima. Cinque giorni dopo, esattamente il 19 luglio 1992, Borsellino fu ucciso in via D’Amelio. La richiesta di archiviazione di mafia appalti giunse al gip il 22 luglio. In meno di un mese, l’allora giudice La Commare archiviò in due righe. Il resto è Storia. Ma che rimane tuttora non chiarita fino in fondo. Rovigo. Carcere minorile, rivolta e tentato suicidio: “Nordio deve intervenire subito” di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 16 aprile 2026 Interrogazioni di Pd e FI in Parlamento. Trasferiti i cinque autori della protesta. Arrivano in Parlamento i gravi fatti degli ultimi giorni al carcere minorile Antonio Vivaldi, dalla protesta di sabato al tentato suicidio dell’altra sera. Intanto, sono stati trasferiti ieri in un’altra struttura fuori regione i cinque responsabili della protesta. Si tratta di due ragazzi moldavi, un ucraino, un bulgaro e un italiano tra 18 e 24 anni, arrivati a fine febbraio da Treviso. Sempre ieri è stato dimesso dall’ospedale il detenuto minorenne che ha tentato di impiccarsi in cella venendo salvato dagli agenti penitenziari. Fatti questi che hanno spinto la deputata Pd Nadia Romeo a presentare un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Romeo di recente ha visitato l’istituto: “Nel corso della visita - scrive - è emerso come l’istituto sia di fatto ancora un cantiere: alcune aree risultano incomplete, diversi lavori non sono stati ultimati e mancano ancora infrastrutture essenziali per il pieno funzionamento della struttura”. Ci sono poi le criticità sul fronte del personale, continua Romeo, “a fronte di una dotazione prevista di circa 45 unità, risultano in servizio circa 37 agenti: è assente una mensa per il personale e la caserma attualmente in uso appare insufficiente ad accogliere ulteriori unità di polizia penitenziaria. Sotto il profilo sanitario, manca un presidio stabile di sanità penitenziaria: il medico assegnato risulta ancora in carico alla casa circondariale ed è l’unica unità disponibile, mentre il personale infermieristico viene reperito dalla medesima struttura. Anche i farmaci sembrano essere forniti attingendo alle disponibilità della casa circondariale di Rovigo”. Inoltre, denuncia la dem, “manca un piano di sicurezza pienamente operativo. In occasione degli episodi di tensione, non risulterebbero attivati il Gruppo di intervento operativo (Gio) o il Gruppo di intervento regionale (Gir), dotati di specifica formazione e attrezzature per tali situazioni”. Nordio è chiamato in causa anche da Piergiorgio Cortelazzo, deputato forzista. “A seguito degli ultimi accadimenti avvenuti presso il carcere minorile di Rovigo, in giornate diverse, sono a segnalare come nel 2018 evidenziai la scelta sbagliata nel collocare l’istituto in centro città. Come parlamentare chiedo al ministero della Giustizia un vero ed importante aumento dell’organico dello stesso carcere, al fine di garantire l’assoluta incolumità e libertà non solo dei residenti del centro, ma chiunque frequenti il centro città”. Dall’opposizione consiliare rodigina, Diego Crivellari (Pd) e Palmiro Tosini (civica democratica e inclusiva) avanzano alcune proposte, ossia per il Vivaldi va adottato “tempestivamente un piano per la sicurezza, prevedendo eventualmente l’uso di persone appartenenti al Gruppo d’intervento organizzato regionale. Servono infermieri in pianta stabile e medicinali per uso esclusivo del minorile, va limitato a un massimo di quattro la presenza di detenuti dai 18 ai 25 anni e serve un piano di affiancamento del personale con la presenza attiva di agenti dotati di maggiore esperienza e formazione sul campo”. Milano. Nuove lettere dal carcere di Opera, i detenuti chiedono le dimissioni del Garante di Giulia Ghirardi fanpage.it, 16 aprile 2026 Nuove lettere dal carcere di Opera nelle quali si denunciano nuovi presunti abusi e si contesta l’operato del Garante di cui si chiedono le dimissioni. I detenuti chiedono trasparenza, prove e interventi immediati. C’è una distanza evidente, quasi abissale, tra le parole istituzionali e quelle che arrivano dalle celle del carcere di Opera. Da una parte dichiarazioni prudenti, fatte di formule note come “verifiche in corso da parte dell’autorità giudiziaria”, dall’altra accuse dirette di violenze e abusi dei più basilari diritti umani. Questo divario emergerebbe dalle nuove lettere dei detenuti che Fanpage.it ha ricevuto negli ultimi giorni. Una, in particolare, sembra configurarsi come una replica frontale alle parole che il Garante dei detenuti di Milano, Luigi Pagano, aveva rilasciato dopo la pubblicazione della nostra inchiesta con la quale, insieme all’associazione Quei Bravi Ragazzi Family, abbiamo denunciato i presunti pestaggi che si sarebbero verificati nella sezione C del carcere di Opera la scorsa vigilia di Natale, che, tra l’altro, avrebbero portato diversi detenuti a essere spogliati e quindi trasferiti nudi in altri carceri. Il Garante aveva ridotto il quadro a “sempre gli stessi problemi”: sovraffollamento e carenza di personale, aggiungendo che per il resto - presunte aggressioni, abusi, violazione dei diritti umani - si dovrà “attendere l’esito delle verifiche dell’autorità giudiziaria”. Una posizione che, tra le mura di Opera, è suonata come un modo per prendere tempo, e i detenuti lo hanno scritto senza filtri: “È venuto a verificare? Ha chiesto i video dei corridoi e delle celle di isolamento? Sono stati ascoltati i detenuti? Quante visite ha fatto?”, hanno chiesto nella lettera. Domande incalzanti che mettono in discussione l’efficacia del ruolo di garanzia svolta da Pagano. La richiesta è netta: pubblicare relazioni e rapporti. E il sospetto dei reclusi, altrettanto esplicito, è che ciò non avvenga perché il Garante - di fatto - sarebbe più vicino alla direzione che ai detenuti stessi. “Non lo riconosciamo come nostro Garante”, hanno quindi rincarato a Fanpage.it, ma rivolti a Pagano, chiedendo le sue dimissioni. Il bersaglio, però, non è solo il Garante. Nel mirino finisce anche la direzione del carcere che, secondo i detenuti, opererebbe con una “mentalità restrittiva e negazionista”, inserita in un sistema che “peggiora di anno in anno” e che viene gestito con una logica repressiva. Parole pesanti, anche perché si inseriscono in un contesto già segnato da altre testimonianze e denunce: racconti di presunti pestaggi, di detenuti lasciati nudi in cella, impossibilitati persino a pulire il sangue dopo le presunte violenze. Episodi che, se confermati, configurerebbero violazioni gravissime dei diritti umani. Contattato da Fanpage.it, il Garante non ha voluto replicare. A questo punto, però, al di là della fondatezza o meno delle accuse - cosa che spetta alla magistratura - non si può non interrogarsi sul cortocircuito evidente tra chi denuncia e chi dovrebbe vigilare. Da una parte c’è chi chiede verifiche immediate, accesso ai video e ascolto diretto. Dall’altro c’è chi invita alla cautela, rimandando ogni giudizio anche di fronte a fatti “gravi”. Nel mezzo, però, rimane una domanda che è difficile da ignorare: quanto tempo serve per accertare fatti che, secondo chi li denuncia, sarebbero sotto gli occhi di tutti? Anche perché, dopo l’interrogazione parlamentare depositata dall’On. Franco Mirabelli, le presunte aggressioni sono diventate di dominio pubblico, eppure nessuno sembra aver fatto ancora nulla per cambiare la situazione. Firenze. Avvocati e diritti della persona: riunione delle associazioni specialistiche forensi di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 16 aprile 2026 Il coordinamento delle associazioni specialistiche forensi ha organizzato a Firenze un convegno intitolato “I diritti della persona. Il contributo del coordinamento delle Associazioni Specialistiche Forensi”. Appuntamento domani presso l’Auditorium del nuovo Palazzo di Giustizia con inizio alle 9.30. I lavori, che proseguiranno fino alle 18.30, saranno aperti dal presidente del Cnf Francesco Greco. Seguiranno i saluti istituzionali di Sergio Paparo (presidente dell’Ordine degli avvocati Firenze) e di Tatiana Biagioni (presidente Agi), Claudio Cecchella (presidente Ondif) e Anton Giulio Lana (presidente Uftdu) in qualità di componenti del coordinamento. È prevista anche la lectio magistralis, dedicata ai diritti della persona dinanzi alle Corti, della prima presidente emerita della Corte di Cassazione Margherita Cassano. La seconda parte del convegno sarà riservata agli interventi di tutti i rappresentanti del coordinamento. “Le specializzazioni forensi - afferma Tatiana Biagioni, presidente di Agi-Avvocati giuslavoristi italiani - sono una leva decisiva per la tutela dei diritti. L’articolo 14 del Codice deontologico stabilisce il Dovere di competenza, un principio fondamentale volto a garantire la qualità delle prestazioni professionali e a tutelare l’affidamento dei cittadini e delle cittadine nel nostro operato. In un contesto normativo sempre più complesso e in continua evoluzione, quindi, la competenza specialistica consente agli avvocati di garantire un’assistenza sempre più qualificata, mirata ed efficace, contribuendo al tempo stesso al buon funzionamento della giurisdizione”. In questa direzione, spiega l’avvocata Biagioni, “si colloca anche la nascita del Coordinamento nazionale delle associazioni specialistiche forensi italiane, che rappresenta un passaggio strategico sul piano del dialogo con le istituzioni forensi e politiche, e per una visione più moderna dell’avvocatura”. Parallelamente, Agi sta anche costruendo una rete di relazioni con le associazioni di giuslavoristi europee. “Condividere esperienze e conoscenze - aggiunge la presidente di Avvocati giuslavoristi italiani - è imprescindibile per affrontare con consapevolezza il percorso delle specializzazioni. Siamo impegnati nella realizzazione del primo evento europeo con spagnoli e greci, che si terrà a Madrid il prossimo 26 giugno: un’opportunità concreta per avvicinare i giovani alla professione e promuovere un nuovo modo di essere avvocati, più competente, aperto e orientato al futuro”. Anton Giulio Lana (presidente Uftdu-Unione forense per la tutela dei diritti umani) sottolinea l’importanza del lavoro delle “specialistiche”: “Tutte le diciotto associazioni operano in maniera coesa. Ne consegue che gli avvocati possono affrontare al meglio le sfide della professione, a partire dall’impatto che sta avendo la sempre maggiore presenza dell’IA nel lavoro di tutti i giorni. L’incontro del Coordinamento a Firenze si soffermerà sul tema della tutela dei diritti della persona declinato sotto diversi punti di vista, verrà dedicato spazio al diritto internazionale e ai diritti umani. Nel mio intervento parlerò della tutela dell’ambiente nella giurisprudenza della Corte europea. Ci sono delle sentenze particolarmente importanti: penso, per esempio, a quella sulla “Terra dei fuochi” con la quale l’Italia è stata condannata a causa di una situazione che si protrae da tanti anni in termini di impatto sull’ambiente, ma anche delle gravi conseguenze sulla salute delle persone che abitano nelle zone interessate dai roghi”. Claudio Cecchella , avvocato, professore di Diritto processuale civile nell’Università di Pisa e presidente Ondif (Osservatorio nazionale sul diritto di famiglia) , rileva che, dopo il convegno del 2025 sul tema della specializzazione dell’avvocato, “a Firenze si discuterà sui diritti della persona esaminati nelle diverse prospettive delle varie materie di specializzazione. In tal modo - commenta Cecchella - la funzione sociale dell’avvocatura emerge in tutta la sua evidenza, quale baluardo e difesa dei diritti fondamentali delle persone nelle varie materie di specializzazione. Il Coordinamento delle associazioni specialistiche riconosciute dal Cnf, in rappresentanza di oltre sessantamila avvocati, oltre a porsi come interlocutore dello stesso Consiglio nazionale forense, dell’Organismo congressuale forense, nonché delle istituzioni, sui temi della specializzazione dell’avvocato, e oltre a coordinare le iniziative formative delle Scuole di alta specializzazione, ai fini del conseguimento del titolo di specialista, promuove iniziative di studio e ricerca sui grandi temi dell’avvocatura specialistica. L’iniziativa di Firenze lo dimostra a pieno”. Il Coordinamento delle “specialistiche” è composto - oltre che da Agi, Uftdu e Ondif - anche da Aiaf (Associazione italiana avvocati per la famiglia e per i minori), Associazione italiana avvocati dello sport , Uncc (Unione nazionale Camere civili), Ami (Associazione avvocati matrimonialisti italiani), Ucpi (Unione Camere penali italiane), Camera degli avvocati internazionalisti , U.a.e. (Unione avvocati europei), Unione nazionale Camere minorili ; Unaa (Unione nazionale avvocati amministrativisti), Uia (Unione internazionale degli avvocati), Cammino (Camera nazionale avvocati per le persone, per i minorenni e per le famiglie), Unam (Unione nazionale avvocati per la mediazione), Uncat (Unione nazionale Camere avvocati tributaristi), Siaa (Società italiana avvocati amministrativisti). L’evento di domani dà diritto a 6 crediti formativi. Iscrizioni sulla piattaforma “Sfera” del Coa di Firenze. Padova. Nel carcere aprirà un rifugio per gatti che stanno male o non possono essere adottati di Mattia Cecchini dire.it, 16 aprile 2026 Lo costruiranno i detenuti per accogliere i felini che non possono tornare alle colonie o trovare una casa. Il Comune stanzia i soldi, i veterinari ringraziano. Un rifugio per gatti al carcere di Padova: una struttura per ospitare almeno 60 felini, in particolare gatti adulti con problemi sanitari che non possono tornare alle colonie feline o non possono essere adottati; una struttura organizzata con spazi adeguati agli animali al personale e agli interventi veterinari. Il tutto grazie ad una collaborazione fra Comune di Padova, direzione del carcere, Servizi veterinari dell’Ulss 6 e l’associazione Granello di Senape. Conclusa la progettazione tra istituzioni e terzo settore, lunedì il Consiglio comunale discuterà la variazione di bilancio che stanzia le risorse per realizzare il rifugio e metterlo in funzione: circa 280.000 euro per la prima struttura di questo tipo che ‘risolve’ la gestione a dei gatti randagi e offre un’occasione “preziosa” di volontariato, tirocinio o altre forme di lavoro in carcere. A Padova ci sono circa 80 colonie feline e circa 800 gatti monitorati da volontari, mancava un rifugio per mici. Si concretizzerà con fondi dell’amministrazione. Nella costruzione del rifugio il carcere e i detenuti saranno coinvolti a seguito di percorsi professionalizzanti. “Recuperiamo più di 200 gatti all’anno, la maggior parte dei quali hanno lesioni che impediscono la vita libera, magari a seguito di incidenti. Per questi animali il periodo di ricovero può essere lungo e trovare qualcuno disposto a prendersene cura o a prenderli in affido non sempre è possibile. Lavorare in sinergia con le amministrazioni, che non sono obbligate da alcuna legge a fare investimenti di questo tipo, che comportano ingenti quantità di risorse, è per noi molto importante. Questo progetto evidenzia una sensibilità per la quale un ringraziamento è doveroso”, dice Aldo Costa, direttore Servizio Veterinario di igiene urbana dell’Ulss 6. La direttrice della casa circondariale Maria Gabriella Lusi commenta: “L’adesione a questo progetto è stata immediata da parte nostra: lo abbiamo fatto con convinzione perché un’oasi felina nelle nostre strutture risponde ai nostri obiettivi di educazione pedagogica e rappresenta un’ulteriore possibilità per i detenuti”. Prendersi cura degli animali e curare la relazione con loro, aggiunge, “favorisce l’insegnamento della cura e in questo senso il progetto coniuga la necessità di soddisfare un’esigenza pubblica e collettiva con quella dei singoli detenuti che beneficeranno di questa attività”. Parla di “progetto concreto che risponde a esigenze diverse partendo dalla cura”, anche l’assessora alle Politiche sociali Margherita Colonnello. “Prendersi cura degli animali fa bene anche alle persone e questo credo sia il valore aggiunto di questo lavoro al quale il nostro Settore Ambiente ha dedicato impegno e passione con l’obiettivo di migliorare la gestione e le risposte ai bisogni dei nostri animali”, fa eco l’assessore all’Ambiente Andrea Ragona. “Impiantare un’oasi felina nelle nostre strutture rappresenta un beneficio a favore di entrambe le istituzioni” e abbiamo in programma nel medio periodo anche la realizzazione di un ricovero per cani. Quest’iniziativa conferma la vocazione della città di Padova come città solidale e innovativa, che si occupa dei più fragili”, dice il direttore della casa di reclusione Anastasio Morante. Infine, Francesca Rapanà (Granello di Senape), conclude osservando che l’iniziativa è “importante anche per riavvicinare il carcere, che è anche fisicamente lontano, alla città con servizi per la città. Un progetto innovativo”. Lecco. Silea e carcere: un progetto di educazione ambientale rivolto ai detenuti leccotoday.it, 16 aprile 2026 In cosa consiste l’iniziativa green che sta proseguendo nella Casa circondariale. Prosegue e si rafforza la collaborazione tra Silea e la Casa circondariale di Lecco per promuovere pratiche ambientali anche all’interno dell’istituto penitenziario di via Cesare Beccaria. Il progetto ha preso il via nel 2025 con la realizzazione di laboratori pratici dedicati al riuso dei materiali, affiancati da interventi mirati al miglioramento dell’organizzazione della raccolta differenziata nella struttura. A queste proposte si è recentemente aggiunto un ulteriore momento formativo: un incontro di educazione ambientale durante il quale gli operatori di Silea hanno coinvolto i detenuti in una lezione articolata e partecipata sui temi dell’economia circolare e della corretta gestione dei rifiuti. Le buone pratiche quotidiane - Nel corso della lezione sono stati affrontati in modo approfondito i principi della raccolta differenziata, le modalità corrette di conferimento e il funzionamento del ciclo integrato dei rifiuti, con un focus specifico sul destino dei materiali nei diversi impianti di trattamento e riciclo. Particolare attenzione è stata inoltre dedicata alle buone pratiche quotidiane. “L’educazione ambientale è, a tutti gli effetti, educazione civica - sottolinea la presidente di Silea, Francesca Rota - Queste iniziative si distinguono per il grande valore educativo e sociale, contribuendo a rafforzare la consapevolezza ambientale anche in un contesto complesso come quello carcerario, dove l’acquisizione di competenze e comportamenti virtuosi può rappresentare un importante elemento nel percorso di crescita personale e di reinserimento nella società. L’economia circolare, la sostenibilità e la tutela dell’ambiente sono valori universali che vogliamo promuovere in ogni ambito, senza esclusioni”. Savona. Il Garante dei detenuti Saracino incontra il Liceo Della Rovere ivg.it, 16 aprile 2026 Evento nell’ambito del progetto della Diocesi di Savona-Noli “Oltre le mura”. Domani, giovedì 16 aprile, alle ore 9 al Liceo Della Rovere il garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive delle libertà personali Doriano Saracino incontrerà gli alunni. L’evento si terrà nell’ambito del progetto della Diocesi di Savona-Noli “Oltre le mura”, finalizzato alla sensibilizzazione degli studenti e della cittadinanza ai problemi delle carceri. Le classi che parteciperanno seguono lezioni di diritto nei loro programmi di formazione. In particolare le classi 1Y e 2Y del Liceo del Made in Italy stanno approfondendo lo studio dell’economia e del diritto, dedicando attenzione anche alle scienze matematiche, fisiche e naturali e all’analisi degli scenari storici, geografici, artistici e culturali che sono alla base del tessuto produttivo italiano. Altre classi del Liceo delle Scienze umane - opzione economico-sociale, che parteciperanno all’incontro con il garante, stanno approfondendo invece la conoscenza del sistema sociale attraverso lo studio della sociologia, del diritto e dell’economia. “Sarà un’importante occasione proposta agli allievi per acquisire utili informazioni sul sistema carcerario italiano, sulle condizioni di vita dei detenuti e di tutte le persone sottoposte a misure restrittive - dicono gli organizzatori - Sull’argomento l’opinione pubblica conosce pochissimo: i mezzi di comunicazione e i social media spesso riportano solo brevi flash di tali realtà. Desideriamo ringraziare sinceramente Doriano Saracino per la sua disponibilità ad incontrare gli alunni.” Napoli. “Lavoro e disciplina” Conte parla in carcere di Ciro Troise Corriere del Mezzogiorno, 16 aprile 2026 Qualche ora tra gli ultimi, i detenuti del carcere di Poggioreale per portare la propria esperienza dentro il progetto “Pensieri di libertà” promosso dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Campania Luigi Vanvitelli. Nessun commento sul suo futuro o sull’interesse della Nazionale ma uno sguardo umano molto intenso con le risposte sia agli studenti che a rappresentanti dei detenuti dei padiglioni Firenze, Milano e Genova. Antonio Conte è partito dalla sua infanzia, quando giocava sui campi della periferia di Lecce con suo padre insieme ad altri coetanei che avevano talento, voglia di emergere e c’erano le sirene della strada da cui non farsi ammaliare, poi ha spesso usato il calcio come metafora della vita per dirla alla Jean Paul Sartre. Nel suo credo calcistico, la resilienza, la capacità di non mollare mai, di non farsi abbattere dalle difficoltà rappresentano dei valori solidi, Conte ne ha parlato creando un legame anche con l’esperienza dei detenuti. “Il fallimento non è qualcosa da rimuovere ma da attraversare” è uno dei concetti più significativi perché interiorizzare il percorso è fondamentale per avere una consapevolezza diversa e non ripetere gli errori. Ad una domanda sul significato della parola vittoria, ha ricordato il nome di sua figlia proprio per testimoniare il valore profondo che gli attribuisce non come soddisfazione effimera ma per il cammino da compiere. “Vincere si costruisce nel tempo, attraverso il lavoro quotidiano”, ha testimoniato così il valore del sacrificio per portare a casa il successo, una ragione di vita, una missione che, infatti, poi condiziona anche le sconfitte. La vittoria s’insegue attraverso la disciplina, un valore cardine del pensiero di Conte perché forma le condizioni per avere continuità, un paradigma indispensabile dell’avventura sportiva. L’ha individuata come la risorsa che gli ha consentito di avere successo sia come calciatore che da allenatore, mentre altri, pur dotati di talento, si sono fermati proprio perché nei momenti più complessi non hanno avuto la forza per superare quelle fasi in cui ogni scelta pesa di più. Conte ha portato la sua esperienza, lo status, il modo di guidare una squadra che racconta anche nel suo libro e trova traccia anche nelle due stagioni al Napoli. Mancano ancora sei partite e Conte vuole disciplina e continuità anche in questo rush finale per portare a casa il secondo posto e la soddisfazione di confermare il ruolo di principale avversaria dell’Inter, dopo lo scudetto vinto nella scorsa stagione. Sabato al Maradona arriverà la Lazio, in tribuna potrebbe esserci anche il presidente De Laurentiis che nei prossimi giorni dovrebbe rientrare da Los Angeles. Ieri intanto si è tenuta la prima udienza al Tribunale di Roma riguardo al presunto reato di falso in bilancio, l’avvocato del club di De Laurentiis Lorenzo Contrada ha eccepito una nullità assoluta del decreto che ha disposto il giudizio, il 20 novembre scorso, e tutti gli atti successivi per mancata notifica sollecitando la remissione degli atti al Gup. Una richiesta ritenuta fondata dal pm Lorenzo Del Giudice, sulla quale ci sarà la decisione del Tribunale il prossimo 20 maggio, il processo quindi potrebbe finire nelle mani di un altro Gup. Rieducare con gli scacchi in carcere: il gioco come metodo terapeutico di Rachele Donnini Il Domani, 16 aprile 2026 Attraverso questo sistema di allenamento cognitivo, i detenuti riflettono sui movimenti giusti, nel gioco e nella vita. Juan Antonio Montero, psicologo e presidente del Club Magic Extremadura: “Non si impara solo a muovere le pedine, ma si formano autostima, pazienza, lavoro in squadra”. Un approccio esportato in Messico, ma anche a Foligno: “Non è un passatempo né vogliamo formare dei campioni, ma fornire basi utili per il reinserimento nella società”. Dal 2021 gli scacchi in carcere sono anche parte di una competizione internazionale. Juan Antonio Montero si trova davanti a una scacchiera a muro, posta al centro della stanza, e indica con una mano le 64 caselle. Oggi si trova nel carcere di Badajoz, in Estremadura, con cui collabora da 15 anni, tenendo due sessioni settimanali da un’ora e mezza. Ai detenuti, seduti davanti alla scacchiera, viene chiesto di collaborare con alcuni esercizi: imparare a memoria le posizioni dei pedoni, spostarli di casella e riposizionarli dove erano prima. Quando il cavallo viene mosso al centro, Montero dà avvio a un dibattito: “Perché, sia negli scacchi che nella vita, è importante occupare una posizione centrale?”, chiede. Oppure mentre posiziona una torre a protezione del re: “Perché nella vita è importante fare come la torre, identificare i nostri punti deboli e proteggerci?”. Nella sala, prima timide e poi sempre più sicure, si alzano diverse mani. Ogni detenuto sembra avere qualcosa da dire. Psicologo e direttore del Club Magic Extremadura, associazione leader europea negli scacchi sociali e terapeutici, Juan Antonio Montero lavora da vent’anni con le scacchiere, portandole nelle carceri della regione attraverso il programma Nuestro Ajedrez Reinserta. Finanziato dalla Fondazione Jóvenes y Deporte, lo scopo del progetto è unire il potenziale strategico degli scacchi al metodo ECAM (Entrenamiento cognitivo a través del ajedrez), ideato dallo stesso Montero. “Il gioco degli scacchi non ha alcun beneficio riparativo”, spiega Montero. “Cosa c’è di terapeutico nel muovere dei pedoni in carcere? All’inizio osservavo come giocavano i detenuti. Uno faceva una mossa sbagliata, perdeva, si arrabbiava e voleva iniziare subito un’altra partita. Arrivavano a giocarne 80 in una sola mattinata. Un atteggiamento del genere non trasmette valori. Così ho deciso di progettare il metodo ECAM”. Scacchi, un fenomeno globale: dopo la serie Netflix, il libro di Sally Rooney La regola dei tre secondi Con questo sistema di allenamento cognitivo, i detenuti vengono introdotti agli scacchi con una modalità diversa da quella tradizionale, che li porta a riflettere sulle mosse giuste da fare, sia sulla scacchiera che nella vita. “Lo scopo è unire un’ottica metacognitiva, strategica e di attenzione selettiva”, spiega Montero. “Inizialmente i detenuti sono scettici. Loro vogliono giocare a scacchi come hanno sempre fatto. Poi, col tempo, insegno nuove regole da applicare al gioco, come quella dei tre secondi. Prima di ogni mossa, il detenuto deve aspettare almeno tre secondi prima di agire. Oggi mi capita di parlare con ex detenuti che raccontano come quella regola continua ad aiutarli nella vita, a pensare prima di prendere decisioni sbagliate e non agire d’istinto”. Secondo Montero gli scacchi innestano nella mente del detenuto delle modalità di azione opposte rispetto a quelle che lo hanno caratterizzato in passato. “Gli scacchi aiutano ad avere pazienza, a pianificare a lungo termine le mosse successive. Col nostro metodo se sbagli una mossa non inizi subito una nuova partita. Prima metabolizzi l’errore, così da usarlo come insegnamento e non ripeterlo nella partita successiva”. A oggi Montero e il Club Magic Extremadura hanno lavorato con circa duemila detenuti, ricevendo la medaglia al merito sociale e penitenziario per i benefi ci riscontrati dall’utilizzo del metodo ECAM. Benvenuto Gukesh D, l’età nuova degli scacchi finiti in mano ai teenager Il programma Chess 4 Life L’esperimento di Montero non si limita alle carceri di Badajoz o di Cáceres. Anche in Italia, a Foligno, l’associazione Chess 4 Life, fondata dall’istruttore di scacchi Mirko Trasciatti, ha avviato nel 2015 il programma Chess 4 Prison, Scacchi per la Libertà, che ha permesso l’introduzione di attività scacchistiche in carceri come quelle di Spoleto e Terni. “Collaboriamo da tempo con il Club Magic Extremadura, soprattutto attraverso il programma Erasmus Icarus, diventando così i primi ad inaugurare in Italia il metodo ECAM”, spiega Trasciatti. “Nelle carceri cerchiamo di lavorare sui benefici che gli scacchi apportano a 360 gradi. Non entriamo mai nei penitenziari per creare un passatempo o formare dei campioni. Dobbiamo fornire loro delle basi utili per il reinserimento nella società, che potranno poi applicare anche in ambito lavorativo”. Grazie ai fondi di Sport e Salute, nel 2025 Chess 4 Life è riuscita a espandersi ad altre realtà, come la casa di reclusione di Tempio Pausania e la casa circondariale Mario Gozzini di Firenze. “In Sardegna, con il programma Scacco al tempo, stiamo unendo gli scacchi alla batteria, esplorando il concetto di tempo, un elemento cruciale da gestire in carcere. A Firenze, col progetto Checkmate By(t)e, sviluppiamo attraverso gli scacchi le doti informatiche. Ottenendo competenze digitali, i detenuti sperimentano una forma di emancipazione. Bye vuol dire anche questo: dire addio al passato che li ha portati lì”. Il senso (e il genere) degli scacchi La competizione Chess For Freedom Dal 2021 gli scacchi in carcere sono diventati parte di una competizione internazionale, la Chess For Freedom, ideata dalla FIDE (Fédération internationale des échecs). La gara si svolge in modalità online nel mese di ottobre e, tra i vari paesi, anche l’Italia, capitanata da Trasciatti, parteciperà nel 2026 per la sesta volta. Il direttore della competizione Mikhail Korenman visita ogni anno le carceri non ancora coinvolte nel programma, con l’obiettivo di mostrare i risultati raggiunti: “In molti istituti abbiamo riscontrato una riduzione dei tassi di depressione e di comportamenti violenti”, spiega Korenman. “In Brasile, ad esempio, si è registrata una diminuzione della recidiva del circa 30% da quando il programma è stato avviato. In Messico, dal 60 al 20 per cento”. “La competizione si svolge garantendo l’anonimato dei detenuti, che, davanti a uno schermo, giocano per la vittoria della propria nazionale”, prosegue Korenman. “La gara si svolge su sei turni e a ogni turno entra un nuovo giocatore”. “Qui in Messico non è facile portare insegnanti nelle carceri, tantomeno in presenza. Le carceri sono lontane dal centro e servirebbero più risorse statali. Ma dal 2021 siamo riusciti a programmare almeno una classe settimanale coi detenuti, così da arrivare pronti alle competizioni”. Inoltre, la FIDE ha dichiarato il 2025 come anno degli scacchi sociali, intensificando così le visite dei collaboratori nelle carceri. “Non ho mai visto un senso di collettività così grande come quando li vedo giocare”, afferma Korenman. “I detenuti si aiutano tra loro, spronando i nuovi arrivati a partecipare”. Come spiega Montero, il vero metodo per trarre benefici dagli scacchi è giocare e parlare, fare una mossa e riflettere. “Nelle carceri bisogna usare la scacchiera per parlare della vita fuori. Non a caso il pedone è per me il pezzo più importante da spiegare”, conclude Montero. “Se lo muovi da solo, se ti muovi da solo, cadi con facilità. Ma in gruppo, al contrario, crea forza”. Anche se li guardiamo su Netflix gli scacchi non sono cultura di massa. Facciamo finta che l’adolescenza non esista: quale sarebbe il nostro capro espiatorio? di Alessandro Tolomelli* Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2026 Ogni volta che un fatto di cronaca mette in scena la violenza agita da ragazzi molto giovani, il dibattito pubblico imbocca quasi sempre la scorciatoia più rassicurante: dare la colpa all’adolescenza. A parte il fatto che la scelta di inchiodare gli autori di reati a un’unica categoria comune, è una scelta mediatica che ne nasconde altre. Gli autori di questi reati sono infatti quasi sempre maschi, oltre che giovani. Ma la scelta di stigmatizzare e generalizzare una caratteristica ricade sempre sull’aspetto anagrafico, mentre molto più raramente ci si concentra sui modelli di mascolinità egemoni in cui l’aspetto della prevaricazione e della violenza giocano un ruolo determinante. L’adolescenza diventa così una parola-ombrello buona per spiegare tutto e, proprio per questo, incapace di comprendere davvero qualcosa. Adolescenza come età della fragilità, della rabbia, della depressione, dell’eccesso, della perdita di controllo. Adolescenza come problema da contenere, da diagnosticare, da correggere in fretta. Ma siamo sicuri che questa categoria, usata in modo così automatico, ci aiuti davvero a capire chi abbiamo davanti? Forse dovremmo provare a introdurre una provocazione teorica e civile: fare finta, per un momento, che l’adolescenza non esista. Non perché non esistano i cambiamenti del corpo e del cervello, le inquietudini della crescita, il bisogno di misurarsi con il limite, con il rischio, con il desiderio. Tutto questo esiste, eccome. Ma esiste sempre dentro una storia singolare, dentro una rete di relazioni, dentro un contesto sociale e culturale preciso. Non esiste mai come etichetta sufficiente. Quando diciamo “gli adolescenti sono violenti”, “gli adolescenti sono fragili”, “gli adolescenti sono chiusi”, non stiamo descrivendo delle persone: stiamo costruendo un’immagine collettiva che serve soprattutto a noi adulti. Serve a ridurre l’angoscia, a dare un nome semplice a fenomeni complessi, a coltivare l’illusione che basti classificare per poter controllare. È il meccanismo del capro espiatorio: di fronte a eventi che feriscono la sensibilità pubblica, si cerca un bersaglio su cui depositare paura e bisogno di ordine. E l’adolescenza, in questo senso, è perfetta: è abbastanza vicina da inquietarci, abbastanza lontana da permetterci di osservarla come fosse un mondo altro. Ma il punto è proprio questo: i ragazzi non sono un’altra specie. Non arrivano da un pianeta oscuro. Sono figli delle immagini, dei linguaggi, dei modelli di potere e di successo che gli adulti producono e rilanciano ogni giorno. Se nella competizione sociale continuano a valere forza, dominio, visibilità, prestazione, sopraffazione dell’altro, perché ci stupiamo quando alcuni giovani incorporano tutto questo nella forma brutale del gesto violento? Perché puntiamo il dito sull’età e non sulle culture che educano, implicitamente o esplicitamente, a certe forme di maschilità, di affermazione, di relazione? Sospendere la categoria di adolescenza non significa negare il disagio. Significa, al contrario, prendere sul serio il soggetto. Vuol dire passare dall’etichetta alla persona, dalla generalizzazione all’incontro, dalla diagnosi frettolosa alla comprensione. Ogni ragazzo porta con sé una traiettoria unica: desideri compressi, ferite taciute, risorse invisibili, tentativi confusi di diventare qualcuno nel mondo. Se vogliamo che l’intervento educativo abbia un senso, dobbiamo smettere di agire sulle astrazioni e ricominciare a sostare presso le vite concrete. L’educazione, infatti, non cura le categorie. Non si incontra “l’adolescenza” nelle strade delle nostre città ma si incontrano ragazzi e ragazze: corpi, sguardi, silenzi, resistenze, domande differenti. E in quell’incontro non funziona la logica dello stigma. Funziona, piuttosto, la relazione come spazio in cui una persona può essere vista senza essere ridotta a ciò che ha fatto, a ciò che mostra, a ciò che gli altri si aspettano da lei. È dentro una relazione significativa che il disagio può essere nominato senza trasformarsi in condanna, che il rischio può essere pensato senza diventare destino, che il desiderio può tornare ad avere una forma. Forse è proprio questo che ci manca: la capacità di riconoscere che l’identità non è un’etichetta ma una costruzione relazionale. Lo sguardo dall’altro ha una funzione estremamente importante per determinare chi siamo o crediamo di essere. Se vediamo gli adolescenti solo come problema, finiranno per abitare quella definizione. Se li pensiamo come cittadini incompleti, come soggetti in difetto rispetto all’adulto, li condanniamo a vivere la crescita come mancanza. Se invece li incontriamo come persone, cioè come presenze originali e irriducibili, allora possiamo aprire uno spazio diverso: uno spazio di parola, di esperienza, di responsabilità e di possibilità. Dire allora che “l’adolescenza non esiste” non è uno sterile esercizio retorico. È un modo per sottrarre i giovani al tribunale degli stereotipi e restituirli alla loro complessità. È un invito rivolto agli adulti: smettere di usare le categorie per difendersi e cominciare a mettersi in gioco nella relazione. Perché educare non significa normalizzare chi devia da un modello. Significa creare le condizioni perché ciascuno possa dare senso alla propria fatica, immaginare un futuro, sperimentare forme più umane di soggettività. Forse, allora, la domanda giusta non è più: che cosa hanno oggi gli adolescenti? Ma: quale mondo stiamo consegnando loro, quale sguardo stiamo posando su di loro, quali occasioni di riconoscimento stiamo costruendo? Finché continueremo a parlare dell’adolescenza come di un problema in sé, non vedremo i ragazzi. E finché non vedremo i ragazzi, nessuna cura educativa sarà davvero possibile. *Docente di Pedagogia generale, sociale e della devianza, UniBO Immigrazione, Salvini il patriota: “Padroni a casa nostra” di Nina Fresia La Stampa, 16 aprile 2026 Con il ddl immigrazione, la Lega chiede una stretta ai ricongiungimenti familiari ed espulsioni più veloci: “Se un minore straniero commette un crimine deve cessare l’accoglienza”. “Padroni a casa nostra”. È lo slogan con cui la Lega, sotto l’ombrello dei Patrioti europei, scenderà in piazza sabato 18 aprile a Milano. Anche se la manifestazione ha ora assunto anche altre sfumature (su tutte, la richiesta di una pace in Medioriente e caro energia), è da quando è stato annunciato che si prefigura un evento incentrato su sicurezza e contrasto all’immigrazione. Tanto che inizialmente si usava il nome “Remigration Summit” per riferirsi alla piazza leghista. Termine, quello di “remigrazione”, che continua a far storcere il naso al centrosinistra milanese, con il sindaco Beppe Sala a contestare “il lessico” scelto dal Carroccio. Per Matteo Salvini le accuse di “razzismo, xenofobia e islamofobia” sarebbero solo “isterie della sinistra”. L’idea del segretario della Lega è di una piazza da cui partire per promuovere la linea del partito in ambito immigrazione. In arrivo in Parlamento c’è infatti un disegno di legge sulla materia, bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato lo scorso 10 aprile e già approvato dal Consiglio dei ministri a febbraio. Salvini, presentando durante una conferenza stampa l’evento milanese, ha ricordato che molte proposte della Lega sono incluse nel testo. La prima riguarda la limitazione dell’utilizzo del gratuito patrocinio, cioè la possibilità di avere garantita l’assistenza legale gratuita per le persone non abbienti. “Gli italiani pagano la difesa a migliaia di immigrati irregolari, senza nessun limite o controllo: non sarà più così”, ha commentato Salvini. È poi prevista una stretta ai ricongiungimenti familiari, limitandola ai parenti di primo grado: “Ospitare chi fugge dalla guerra è doveroso e giusto, ma non possiamo accogliere anche altri cinquanta parenti che arrivano di conseguenza. E che sono poi a carico dei cittadini italiani”, aggiunge il segretario leghista. Se far riunire famiglie diventerà più difficile, a essere semplificate saranno le espulsioni, con “l’introduzione di provvedimenti volti a velocizzarle”. Il testo di legge prevede anche l’introduzione del blocco navale, con l’interdizione delle acque territoriali a navi in presenza di minacce gravi per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Salvini, quando rivendica le posizioni leghiste all’interno ddl, parla anche di violenza tra giovanissimi: “Per i minori stranieri, si prevede la cessazione dell’accoglienza per comportamenti gravi e pericolosi. Io ti ospito, ti mantengo, ti garantisco un futuro. Se commetto un crimine, smetto”. Il fenomeno della violenza minorile è definito da Salvini come “dilagante, tra italiani e tra stranieri”. E, ricordando il recente omicidio di Massa, la colpa per il leader leghista non ricade solo sulle istituzioni: “Bisogna lavorare soprattutto a casa, non solo a scuola. C’è una assoluta mancanza di controllo, educazione e rigore da parte di genitori assenti”. Pedro Sanchez va controcorrente e regolarizza 500mila immigrati di Daniele Zaccaria il dubbio, 16 aprile 2026 La massiccia sanatoria di Madrid tra diritti umani e necessità economiche: il piano da realizzare entro la fine di giugno. In un’Unione europea sempre più orientata al controllo e alla restrizione dei flussi migratori, la Spagna sceglie una strada diversa, del tutto controcorrente. Il governo guidato dal socialista Pedro Sánchez ha infatti annunciato un vasto piano di regolarizzazione straordinaria che potrebbe coinvolgere fino a mezzo milione di persone prive di documenti, segnando una delle sanatorie più ambiziose nell’ultimo scorcio di storia europea. La regolarizzazione è stata approvata dal Consiglio dei ministri sotto forma di decreto reale. A differenza di altri Paesi dell’Ue, Madrid prende atto di una realtà già esistente, ovvero centinaia di migliaia di migranti che vivono, lavorano e contribuiscono quotidianamente alla vita collettiva. “Questa misura è prima di tutto, un atto di normalizzazione”, ha scritto Sánchez in una lettera ai cittadini, sottolineando come queste persone facciano ormai parte integrante del tessuto sociale spagnolo. Il piano, che entrerà operativamente in vigore nei prossimi giorni con una prima fase online seguita da procedure in presenza, dovrebbe concludersi entro la fine di giugno. A precisarlo è stata la portavoce del governo, Elma Saiz, che ha delineato un calendario rapido e strutturato, pensato per rendere la procedura accessibile e capillare. Al di là della dimensione umanitaria, la linea del governo spagnolo è influenzata anche da ragioni economiche e demografiche: Madrid, quarta economia dell’Eurozona e tra le più dinamiche del momento, deve fare i conti con un progressivo invecchiamento della popolazione. In questo quadro, la regolarizzazione viene presentata come “una necessità”, uno strumento per sostenere il mercato del lavoro e garantire la continuità del sistema produttivo. Non si tratta dunque solo di riconoscere diritti, ma anche di investire in una risorsa già presente. Allo stesso tempo Sánchez non ignora le criticità e le possibili ricadute politiche di fronte a un’opinione pubblica divisa: “Le migrazioni pongono sfide difficili, ed è irresponsabile negarlo”, ha spiegato il premier iberico, insistendo però sulla necessità di una gestione responsabile e giusta del fenomeno. La sua visione si fonda sull’idea che la migrazione possa essere trasformata in prosperità condivisa, se accompagnata da politiche di integrazione efficaci e da un riconoscimento giuridico chiaro, al contrario il proibizionismo non farebbe che alimentare il circolo vizioso dell’illegalità. Non è la prima volta che la Spagna si pone all’avanguardia nell’accoglienza degli immigrati; nel corso dei suoi oltre quarant’anni di democrazia, diversi governi, inclusi alcuni di orientamento conservatore, hanno adottato provvedimenti di regolarizzazione di massa. Tuttavia, l’attuale iniziativa si distingue per ampiezza e per il contesto politico in cui si colloca, segnato da una crescente polarizzazione e dall’opposizione netta delle forze di destra, in particolare del Partito Popolare e dell’estrema destra di Vox che grida all’invasione straniera, al pericolo islamico e alla sostituzione etnica. Anche il partito popolare, principale formazione di centrodestra si è schierato contro il decreto, anche se con toni meno apocalittici e riconoscendo la necessità di offrire un percorso di integrazione più chiarop e ordinato per i lavoratori extracomunitari. Dal punto di vista formale, il ricorso al decreto reale consente all’esecutivo di aggirare l’ostacolo del Parlamento, dove non dispone di una maggioranza stabile. Si tratta di uno strumento previsto dalla Costituzione, che garantisce rapidità nelle decisioni ma che, al tempo stesso, alimenta il dibattito politico sull’opportunità di una scelta così rilevante. A rafforzare la legittimità dell’iniziativa contribuisce però anche la forte mobilitazione della società civile; la riforma arriva infatti dopo una petizione popolare che ha raccolto oltre 600mila firme, sostenuta da circa un migliaio di associazioni, a testimonianza di una società attenta e attiva sul tema dei diritti dei migranti. Geograficamente, la Spagna rappresenta una delle principali porte d’ingresso in Europa, insieme a Italia e Grecia, con flussi significativi provenienti soprattutto dall’Africa occidentale attraverso le isole Canarie. Questa posizione rende il Paese particolarmente esposto alle dinamiche migratorie, ma al tempo stesso lo pone in una posizione privilegiata per sperimentare modelli innovativi di gestione. In un’Europa che tende a chiudersi come una fortezza assediata, la Spagna di Pedro Sanchez prova al contrario ad aprire le sue porte, puntando su integrazione, realismo e pragmatismo economico. Resta da vedere se questo approccio riuscirà a produrre i risultati sperati e, soprattutto, se potrà rappresentare un modello replicabile altrove. In ogni caso, il segnale è chiaro: un’altra politica migratoria è possibile, anche nel cuore dell’Europa contemporanea. Se le guerre ripetono gli errori del passato di Gabriele Segre La Stampa, 16 aprile 2026 I conflitti sono come polmoni: si espandono, si contraggono, si infiammano. A volte sembrano sul punto di collassare, altre di esplodere. Da sette settimane il Medio Oriente intero tossisce sangue. La polmonite geopolitica innescata dagli attacchi americani e israeliani si è rapidamente estesa oltre il focolaio iniziale, propagandosi nella regione con riverberi globali sempre più intensi e pericolosi. Come in ogni crisi seria, il decorso resta incerto: tra escalation improvvise e tregue intermittenti, choc energetici e blocchi navali degni di un Risiko giocato male, restiamo sospesi a osservare ogni rantolo del conflitto, chiedendoci una cosa sola: si contrarrà, o continuerà ad espandersi? I segnali sull’asse Washington-Pechino non autorizzano una prognosi troppo ottimista. Secondo l’intelligence americana, la Cina starebbe valutando l’invio all’Iran di sistemi di difesa aerea. Pechino smentisce, come da manuale, mentre Trump reagisce con la sua consueta delicatezza: “La Cina avrà grossi problemi”, minacciando dazi del cinquanta per cento contro chiunque armi Teheran. Non esattamente una cura ricostituente per la stabilità globale. Che la notizia sia confermata o meno, una cosa è evidente: la Cina ha smesso di fare da semplice spettatrice, per quanto interessata. Pechino non ha alcuna intenzione di trasformare il Medio Oriente in un campo di confronto diretto con gli Stati Uniti - non oggi, almeno, e non in questi termini. Ma questo non significa restarne fuori. Tra chip militari e ricambi per i missili iraniani, copertura diplomatica all’Onu e peso politico speso per favorire la tregua, la Cina è già dentro fino al collo. Con l’Iran non esiste alcuna alleanza formale, ma una convergenza di interessi strutturale, fatta di investimenti, cooperazione strategica e di una comune allergia verso l’ordine internazionale a guida americana. Se la pressione su Teheran dovesse aumentare, gli interessi del Dragone sarebbero colpiti in modo diretto, e il polmone del conflitto rischierebbe di espandersi oltre ogni margine di controllo. Certo, non siamo davanti ad alcuno scenario da terza guerra mondiale in diretta streaming. Ma la storia ha una predilezione perversa per l’escalation involontaria: la stratificazione silenziosa di piccoli atti ostili - che presi singolarmente non fanno una guerra - messi insieme finiscono per prepararla. D’altro canto, non sarebbe la prima volta. Alla vigilia della Prima guerra mondiale, molti tra i pensatori più lucidi d’Europa erano convinti che, in un mondo divenuto multipolare ed economicamente integrato, un conflitto tra grandi potenze fosse impossibile. Poi arrivò l’estate del 1914, e con essa la scoperta - pagata a un prezzo disumano - che anche l’irrazionale può seguire una logica ferrea. I paralleli storici sono sempre imprecisi, ma a volte ci azzeccano con fastidioso tempismo. Oggi ci troviamo in un sistema non identico - ma inquietantemente simile - a quello di allora: multipolare, con tensioni che si sommano anziché compensarsi. Le alleanze, pensate come strumenti di deterrenza, funzionano piuttosto da detonatori, proprio perché sono diventate opache e ambigue nell’istante della verità. Il risultato è una spirale di sospetto che trasforma ogni crisi locale in un potenziale innesco globale. Anche adesso le grandi potenze non hanno alcuna intenzione dichiarata di entrare in guerra tra loro. Il problema è che rischiano di finirci dentro lo stesso, loro malgrado: a un certo punto il costo di restarne fuori diventerà più alto del rischio di entrarci. È la logica paradossale del “momento massimo”: l’idea che oggi sia l’ultimo istante utile per agire, perché domani potrebbe essere tardi. Una logica che accorcia i tempi, azzera il dubbio e trasforma ogni crisi in una finestra spalancata sulla catastrofe. Tanto più che la velocità tecnologica ha compresso a pochi minuti i tempi di reazione che un tempo consentivano almeno di dormirci sopra. Il conflitto nel Golfo è, in questo frangente, il polmone più affaticato del sistema. Ma non è certo l’unico. Taiwan resta la miccia più corta del pianeta, la penisola coreana una variabile che nessuno controlla davvero, l’Artico un nuovo Far West strategico dove le regole devono ancora essere inventate. E poi c’è l’Ucraina, che ha già mostrato quanto velocemente un conflitto possa avvicinarsi al punto di non ritorno. Lì il polmone si è già gonfiato fin quasi all’irreversibile, sfiorando lo scontro diretto tra Russia e Nato, per poi contrarsi nel momento in cui Trump ha chiarito di preferire le ragioni dell’amico Putin alle sorti dell’alleato ucraino. Pessime notizie per Kiev e per un’Europa rimasta con il cerino in mano, ma, paradossalmente, un po’ di ossigeno contro l’Armageddon globale. Almeno per ora. Il punto è che non esiste alcuna garanzia che questo movimento di contrazione si ripeta ogni volta. Nessuna legge naturale impone ai conflitti di fermarsi prima che effettuino il salto di categoria. Anzi, la storia suggerisce che si espandono proprio quando tutti sono convinti che non lo faranno. Ecco il vero paradosso: siamo la prima generazione nella storia che si crede abbastanza matura e consapevole da non ripetere gli errori del passato. Ed è esattamente per questo che rischiamo di soffocare. Usare la religione per consenso è tema anche per i nostri politici di Lorenzo Dellai Avvenire, 16 aprile 2026 La presa di distanza della presidente del Consiglio Meloni dal presidente americano è un fatto positivo. Ora i nostri rappresentanti in Parlamento devono chiarire bene che non perseguono trame identitarie legate alla strumentalizzazione della fede per farsi propaganda. La premier Meloni e tutti gli esponenti della destra italiana hanno preso le distanze dall’inaudito attacco rivolto a papa Leone dal presidente Trump. Bene. Sarebbe stato clamoroso se non lo avessero fatto. Ma è legittima una domanda. Hanno preso le distanze dal “modo” inaudito col quale Trump si è espresso oppure dalla sostanza vera delle sue dichiarazioni e dalla loro radice di pensiero? La domanda non è poi così peregrina e merita un approfondimento. Trump sarà anche psicologicamente instabile, come molti affermano, ma pare perseguire una sua logica. Perché ha attaccato così il primo pontefice americano? Lo ha fatto perché il magistero di Leone (in coerenza con i suoi predecessori) mina alla radice il presupposto di fondo sul quale Trump e la destra mondiale che a lui si ispira, basano il loro progetto e la loro ricerca del consenso popolare. Mi riferisco all’idea che l’istanza “religiosa” (ridotta ad un patto tra “trono e altare” e impoverita di ogni profilo di spessore spirituale) possa essere la trama identitaria attorno alla quale costruire un cemento “post democratico” di cifra difensiva sul piano nazionale - contro i “nemici esterni” e le “stanche” liturgie della democrazia liberale - ed assieme la prospettiva di un assetto internazionale fondato sulla sola potenza militare e tecnologico-finanziaria, in alternativa ai principi del multilateralismo e del diritto internazionale. La posizione di papa Leone non confligge con quella di Trump solo sul pur essenziale tema dell’uso sistematico della guerra, ma principalmente su quello della concezione stessa della politica e - in fin dei conti - della democrazia. Rivendicare Dio per giustificare la propria politica di potenza, peraltro, associa di fatto Trump ed i suoi sostenitori delle sette “cristiane” americane alle posizioni dei vertici della Chiesa ortodossa russa (che hanno benedetto la guerra contro l’Ucraina in forza della loro idea nazionalista di cristianità); a quelle del fondamentalismo islamico che evoca la lotta contro gli infedeli per giustificare le proprie strategie di potere teocratico; a quelle dell’ultradestra israeliana che rivendica, per motivi anche religiosi, un grande Israele “dal Giordano al Mare”. Ringraziamo Dio per il fatto che il nostro Papa parla invece del Vangelo; non ha paura dei nuovi potenti; esorta alla pace; richiama tutti all’idea della politica come laico servizio al bene comune e come strumento di liberazione dal giogo della povertà e della prevaricazione. Quanti tra coloro che hanno ruoli politici, anche in Italia, osando sbandierare la propria identità popolare e cristiano sociale, sono consapevoli che lo scandalo non riguarda solo i toni irrispettosi di Trump contro il Papa, ma la sostanza stessa di una idea di società, di mondo e di democrazia? E ne saranno coerentemente conseguenti, anche sul piano della proposta politica? La resistenza iraniana vive nelle carceri di Elisabetta Zamparutti L’Unità, 16 aprile 2026 Ogni martedì i detenuti politici nel braccio della morte fanno lo sciopero della fame, da questo luogo nascosto inizia il processo di liberazione. Come in Sudafrica con Mandela, in India con Gandhi. Per non parlare della resistenza in Europa. Dove vive oggi la resistenza iraniana? Dove è sempre vissuta la resistenza: innanzitutto in carcere. La resistenza iraniana vive oggi nel braccio della morte dove ogni martedì i detenuti politici conducono una straordinaria azione nonviolenta di sciopero della fame contro le esecuzioni giunto proprio ieri alla sua 116ma settimana e che si è esteso a 56 prigioni di fronte alle ormai quasi 650 esecuzioni compiute in Iran da inizio anno secondo il monitoraggio di Nessuno tocchi Caino e alle oltre 2.000 dell’anno scorso. Mi affianco anche io ogni martedì a questo sciopero della fame dei detenuti iraniani perché sono convinta che il processo di liberazione parte da questo luogo nascosto, dimenticato, il carcere. È accaduto per la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, con Nelson Mandela che proprio dal carcere matura una forma di lotta orientata alla riconciliazione. Oppure per la liberazione dell’India dal colonialismo britannico con il Mahatma Gandhi che durante i periodi di detenzione rafforza l’idea di Satyagraha per cui la lotta politica deve basarsi sulla forza della verità e sulla resistenza nonviolenta all’ingiustizia. Apprendo della presenza a Roma di Reza Pahlavi, il figlio dello Scià. Leggo di suoi incontri con parlamentari italiani e dei consueti appelli alla “liberazione dell’Iran”. Liberazione! Una parola che viene da liber, che in latino significa “libero”, cioè “non schiavo”, “non soggetto a dominio”. La liberazione è restituzione di libertà a chi non ce l’ha. È un processo che si avvia attraverso la presa di coscienza di una condizione di oppressione, cresce attraverso una sua estensione tramite azioni di mobilitazione collettiva e porta a un’elevazione tale da cambiare il potere e trasformare le istituzioni. La liberazione non può dunque mai consistere nella sostituzione di un potere con un altro: nello specifico iraniano, nella sostituzione del turbante dei Mullah con la corona dello Scià. Reza Pahlavi ripiega ora su Roma, non essendo andata in porto una sua audizione al Parlamento europeo. Arriva dopo aver fatto tappa a Stoccolma dove è stato contestato e dove ha liquidato così le domande sul passato regime monarchico di suo padre: “non sono qui per parlare di eventi accaduti 50 anni fa”, rivendicando però al contempo con orgoglio il proprio nome, la propria eredità. La liberazione è un percorso molto impegnativo che richiede innanzitutto memoria di ciò che è accaduto, responsabilità e la capacità di costruire cambiamenti senza riprodurre le logiche del passato, tanto più se è un passato di oppressione. E in proposito penso che le reazioni violente a un post in cui rivendicavo una posizione semplice, “né con i Mullah né con lo Scià”, non erano solo dissenso ma una vera e propria campagna di delegittimazione. Reazioni che non erano solo insulti. Erano un progetto politico. Mi viene in soccorso Marco Pannella quando ripeteva che “la durata è la forma delle cose”. Perché è proprio in Iran che questa frase trova un suo senso concreto e attualissimo dal momento che esiste una resistenza al regime dei Mullah che è in piena continuità con quella al regime dello Scià. Esiste la resistenza iraniana incarnata oggi da Maryam Rajavi che da quasi mezzo secolo non dismette l’impegno, strutturato, organizzato e radicato nella sofferenza reale della gente, per una liberazione del popolo iraniano dall’oppressione. In lei non c’è l’immediatezza dell’evento ma una durata, come scelta politica e morale che si costruisce giorno dopo giorno, per una forma che trova espressione nel suo programma in dieci punti ispirati allo Stato di Diritto, dall’abolizione della pena di morte alla laicità dello Stato. Cosa ben diversa dagli eredi e discepoli dello Scià, nostalgici di un regime passato che pretende di essere alternativa al regime presente. Ma se ancora esistono dubbi su questo, aggiungo una considerazione alla massima pannelliana appena citata. Aggiungo che il vissuto è la forma delle cose. Dove vive oggi la resistenza iraniana? Dove è sempre vissuta la resistenza: innanzitutto in carcere. La resistenza iraniana vive oggi nel braccio della morte dove ogni martedì i detenuti politici conducono una straordinaria azione nonviolenta di sciopero della fame contro le esecuzioni giunto proprio ieri alla sua 116ma settimana e che si è esteso a 56 prigioni di fronte alle ormai quasi 650 esecuzioni compiute in Iran da inizio anno secondo il monitoraggio di Nessuno tocchi Caino e alle oltre 2.000 dell’anno scorso. Mi affianco anche io ogni martedì a questo sciopero della fame dei detenuti iraniani perché sono convinta che il processo di liberazione parte da questo luogo nascosto, dimenticato, il carcere. È accaduto per la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, con Nelson Mandela che proprio dal carcere matura una forma di lotta orientata alla riconciliazione. Oppure per la liberazione dell’India dal colonialismo britannico con il Mahatma Gandhi che durante i periodi di detenzione rafforza l’idea di Satyagraha per cui la lotta politica deve basarsi sulla forza della verità e sulla resistenza nonviolenta all’ingiustizia. E poi, rispetto alle dittature militari latinoamericane, ci sono le reti di resistenza che hanno preso avvio dalle carceri e i centri di detenzione contro le sparizioni forzate. Per non parlare della resistenza in Europa quando oppositori ai regimi, pensiamo ai nostri padri costituenti, hanno concepito idee e fatto politica di liberazione proprio in e dal carcere. Per non dimenticare i dissidenti del blocco sovietico che pur privati della libertà hanno contribuito alla formazione di movimenti di liberazione dalle dittature. Tutto questo ci spiega che i processi di liberazione autentici e credibili non possono nascere nei palazzi scintillanti del potere tra strette di mani levigate, ma dove la libertà viene negata, in spazi invisibili, dove la parola “liberazione” diventa corpo, tempo, resistenza. Come Nessuno tocchi Caino lo sappiamo bene toccando quasi quotidianamente con mano, nelle visite che facciamo, come proprio in carcere la speranza prenda forma quando tutto sembra negarla. Perché è il carcere che conserva la memoria dell’ingiustizia e nella storia ha dimostrato che nessun potere è definitivo se esiste chi continua a resistere.