Lettera aperta di Ristretti Orizzonti e Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova A Carlo Nordio, Ministro della Giustizia, Stefano Carmine De Michele, Capo del DAP, Ernesto Napolillo, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento Ristretti Orizzonti, 15 aprile 2026 Alta Sicurezza: percorsi e storie distrutti L’importanza delle declassificazioni “C’è una scelta tra far del carcere la sede di un servizio e farne invece la sede di una severità simbolica, che si impone a chi è dentro le mura.” Sono parole di Alessandro Margara, magistrato di sorveglianza e, per un breve periodo, straordinario capo del DAP: persona nobile e profonda, particolarmente per chi, come noi, si occupa di carcere da decenni trovandosi ora, in tutta evidenza, controcorrente. Lo citano due garanti delle persone private della libertà, Paolo Allemano di Saluzzo e Domenico Massano di Asti in una lettera al dottor Napolillo, direttore Generale dell’Ufficio Detenuti e Trattamento del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, relativa alla mancata autorizzazione di iniziative e progetti teatrali e culturali realizzati nelle sezioni di Alta Sicurezza con il coinvolgimento della comunità esterna, in particolare scuole, “con significativi riscontri positivi e senza problemi di sicurezza negli anni precedenti”. La lettera dice: “Tali iniziative, non solo contribuiscono concretamente alla realizzazione di quella tensione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, ma sono occasioni per parlare di giustizia e legalità ed hanno una preziosa funzione preventiva ed educativa, soprattutto per i giovani, oltreché culturale per la comunità tutta.” Proprio contro questa funzione educativa si muove in questi mesi il piano del DAP in fase di realizzazione di concentramento dei detenuti AS, che “si inserisce in un articolato percorso programmatorio di medio-lungo periodo, volto a razionalizzare l’assetto del sistema penitenziario dedicato alla gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale e ai circuiti di alta sicurezza”. Così Nordio nella risposta scritta all’interrogazione della deputata Rachele Scarpa sui trasferimenti in atto relativi all’Alta Sicurezza. Nella stessa risposta il ministro fa riferimento a Pietro Marinaro, persona detenuta che si è tolta la vita per disperazione a Padova a causa dell’improvviso trasferimento dopo 19 anni, e al suo “gesto anticonservativo” (!!!) e afferma rispetto ai trasferimenti che “è stato assicurato il principio della continuità dell’osservazione scientifica della personalità e del trattamento, espressamente sancito dall’art. 27 del d.P.R. n. 230 del 2000…destinato a operare senza soluzione di continuità anche in caso di trasferimento. I percorsi individualizzati, le attività lavorative, formative, culturali e religiose, così come gli strumenti di mantenimento dei legami affettivi e sociali, sono stati preservati…evitando che le scelte organizzative incidessero negativamente sulla funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27, comma terzo della Costituzione.” Ne è davvero sicuro, gentile ministro, circa gli AS 1 repentinamente trasferiti da Padova alla fine di gennaio? Siamo in contatto con loro via posta e attraverso mogli, compagne, figli etc.: il quadro che ne esce è al contempo di grande dignità nell’affrontare la nuova realtà e di grande disagio e difficoltà, desolazione e rimpianto per gli anni di Padova e per i percorsi spezzati, i rapporti umani interrotti. Alcune frasi possono sintetizzare lo stato d’animo prevalente: “qui è come essere in un binario morto”, “mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”, “sono molto dimagrito e triste”, “adesso sono molto più lontano e difficilmente raggiungibile dalla mia famiglia”, “qui non posso più dipingere”, “questo trasferimento mi ha distrutto, non faccio niente dalla mattina alla sera, qua ti finisce la voglia di continuare a vivere”, “ho chiesto di essere trasferito, qui è un deserto”, “ho dovuto rinunciare alla stanza singola, ed è un trauma dopo tanti anni”, “qui ci sono regole rigide, turni per la doccia perché l’acqua manca”, “qui non ci sono attività”, “frequento tutto quello che c’è, ma è poco o niente rispetto a quello che facevo a Padova”, “mi manca la consuetudine di un rapporto con voi volontari e operatori, la sensazione di essere ascoltato”, “cari volontari , non potete immaginare quanto mi mancate, ….siete stati in questi anni ancora di salvezza…”, “come si spiegano tante incoerenze (dell’istituzione) come questi trasferimenti improvvisi di noi che avevamo lì a Padova un percorso positivo?”…. Il Garante delle persone private della libertà di Padova ha attivato i garanti delle città dove sono stati trasferiti, e in molti casi le notizie sono di malessere dal punto di vista della salute e di sofferenza psicologica, anche spesso per le condizioni degli istituti. In taluni casi le possibilità di contatti telefonici con i familiari sono ridotte rispetto a Padova. “Se lo Stato calpesta anche le proprie vittorie” È la domanda che si fa Sergio D’Elia a proposito dell’AS Filippo Rigamo, senza speranza di benefici dopo 33 anni di percorso eccellente. Ed è la domanda che si fanno non solo il Terzo Settore, ma anche molti operatori degli Istituti di Padova e non solo, educatori e personale della Polizia Penitenziaria. È un lavoro corale di vera condivisione che è stato di colpo spezzato, in nome di un piano di riorganizzazione che, ad esempio a Padova, rispondeva solo alla necessità di liberare spazio per far fronte al crescente sovraffollamento. Ma che significato ha ‘mettere insieme ‘ tutti gli AS in istituti solo a loro dedicati? A noi, sulla base di decenni di progetti e di risultati questa scelta pare priva di logica: i veri cambiamenti in queste persone li abbiamo visti a Padova come a Voghera, a Saluzzo, a Asti, a Parma…solo quando ci sono stati un confronto e un incontro con il mondo reale, con il mondo della scuola, del teatro…Stare tra di loro e partecipare ad attività (quando ci sono) solo a loro dedicate, a queste persone non è utile come invece lo è parlare di legalità con il mondo esterno o semplicemente rispondere alle domande nette limpide e crude degli studenti, come avviene a Padova nel progetto Carcere/Scuole di Ristretti Orizzonti. Questa scelta di separazione rompe e annulla uno strumento di prevenzione formidabile che la sperimentazione di Padova e tutte le altre esperienze in Italia di incontro con il mondo esterno hanno prodotto. Insomma, gli AS restano i ‘cattivi per sempre’, a cui le speranze vengono negate e che senza esitazione possono essere sradicati dopo anni/decenni da carceri in cui stavano ricostruendo sé stessi attraverso una profonda riflessione sul loro vissuto precedente. Il suicidio di Pietro Marinaro come risposta all’improvviso trasferimento resta la sintesi più disperata e drammatica del loro stato d’animo di fronte a Istituzioni che ignorano la loro umanità. E che ne è del diritto alla progressione trattamentale? Noi pensiamo che questi trasferimenti (Padova, Parma…) legati solo a necessità tecniche di ricollocazione della popolazione penitenziaria e a piani di creazione di ‘isole’ di ‘cattivi per sempre’ violino sia l’art. 42 O.P. e l’art. 27 della Costituzione che le Regole Penitenziarie Europee (regola 17, Assegnazione e sistemazione “…le decisioni di assegnazione dovrebbero generalmente essere prese in modo da non creare inutili difficoltà ai detenuti o alle loro famiglie….Il trattamento dei detenuti può esser compromesso dal loro trasferimento….I vantaggi e gli svantaggi di un trasferimento dovrebbero essere valutati attentamente prima di effettuarlo”.) I trasferimenti, così improvvisi e così motivati, violano il diritto alla progressione trattamentale, tale principio costituzionale si fonda sulla necessità di garantire un percorso graduale e personalizzato di reinserimento del detenuto nella società in modo che la pena non sia meramente repressiva ma realizzi la finalità rieducativa sancita dall’art. 27. Era quanto da decenni avveniva a Padova in modo eccellente. Adesso lavoriamo per la declassificazione Prima di disporre il trasferimento sarebbe stato opportuno verificare la possibilità di declassificazione dei detenuti valutando il loro percorso rieducativo e richiedendo un parere del GOT (Gruppo Osservazione e Trattamento). Questo non è stato fatto, ma uno spiraglio in questo senso si è aperto durante l’incontro a Roma del Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova il 18 febbraio con Stefano Carmine De Michele, Capo del DAP, ed Ernesto Napolillo, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento. È infatti emersa l’importante ipotesi di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra DAP e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia. Stiamo lavorando tenacemente per questa ipotesi, perché non siano buttati al vento i percorsi compiuti in lunghi e fervidi anni a Padova e in tutta Italia dalle persone detenute di Alta Sicurezza. Speriamo che il Capo del DAP, con il Direttore Generale Detenuti e Trattamento, dia la spinta necessaria a questa ipotesi per la quale ci stiamo alacremente impegnando. La leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza l’avevamo sbriciolata noi di Tommaso Romeo, Ristretti Orizzonti I detenuti dell’Alta Sicurezza sono molte migliaia, quasi tutti sono di origini meridionali e tutti con storie simili. La maggior parte della loro detenzione si svolge in sezioni chiuse e con poche attività lavorative e culturali, percorsi di reinserimento al minimo, rari incontri con la società esterna e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi. Io sono da 33 anni in carcere e sempre nei circuiti di Alta Sicurezza. Molti detenuti della mia generazione (siamo in parecchi) sono morti in queste sezioni. Eravamo giovani affascinati da un certo tipo di mondo, i nostri idoli li vedevamo girare per le vie delle nostre città attirando la nostra attenzione ed ecco che ci siamo avvicinati, così tanto da bruciare le nostre vite. Dagli anni 70 ad oggi riguardo alla devianza giovanile è cambiato poco, anzi oggi ci sono più giovani in carcere per il reato 416 BIS, giovani appunto affascinati dal mondo del crimine organizzato come lo eravamo noi 50 anni fa. La cosa che più sconvolge è che oggi questi giovani, a differenza di noi, non conoscono i loro idoli, mai incontrati, conoscono solo i loro nomi e le loro condanne, perché sono uomini in carcere da decenni. Per le vie dei quartieri girano solo le loro ombre con leggende costruite a dovere su di loro, che come ragnatele catturano le vite di molti giovani, compito facile perché questi giovani moderni sono convinti che chi è sottoposto ad una lunga e dura detenzione è un uomo forte e di grande onore. Non sono bastate le leggi di emergenza, dal ‘92 esiste il 41 BIS il cosiddetto “carcere duro”, l’ergastolo ostativo, le pene per i reati associativi sono molto alte, ma sui giovani non hanno funzionato. Anni addietro qualcuno al Ministero con una mente “illuminata” aveva dato inizio ad un progetto sperimentale autorizzando alcuni detenuti dell’Alta Sicurezza di Padova a partecipare ad attività insieme ai detenuti comuni; una di queste attività è il progetto “scuole-carcere”, un progetto creato e diretto dal volontariato. Studenti che entrano in carcere per confrontarsi con dei detenuti. Io ho partecipato a questo progetto per più di 10 anni e posso assicurarvi che dalle nostre testimonianze la leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza è stata sbriciolata, perché ne escono fuori uomini con una vita piena di fallimenti, uomini con tante debolezze, con un finale da perdenti. Questo confronto diretto per molti giovani funge da prevenzione, una specie di “spegniattrazione” che hanno verso il crimine. Questo progetto però serve pure ai detenuti perché il contatto diretto con la società esterna li migliora tantissimo; le loro testimonianze sono una forma di risarcimento per la società. Purtroppo questo progetto è stato stroncato perché la sezione AS1 è stata chiusa a Padova. Le ultime direttive, che sono molto restrittive, colpiscono tutte le sezioni dell’Alta Sicurezza. I detenuti di quelle sezioni devono stare sempre più isolati, con minimi contatti con la società e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi, con inoltre poche attività. Queste nuove disposizioni di chiusura e isolamento totale non fanno altro che portare acqua al mulino del crimine organizzato, in quanto nasceranno nuove leggende che, come sponsor pubblicitari, gireranno per le vie delle città facendo sempre più presa sui giovani, spingendoli a diventare i nuovi soldati del crimine. Mi sa che le menti illuminate si sono spente, non ci resta che il buio. Cominciamo a fare scorta di candele. Il decreto sicurezza al Senato senza relatore di Giansandro Merli Il Manifesto, 15 aprile 2026 Corsa contro il tempo per l’esecutivo: la norma va convertita entro dieci giorni, pena la decadenza. Le opposizioni promettono ostruzionismo. Il decreto sicurezza arriva al Senato, la discussione partirà in tarda mattinata e andrà avanti anche giovedì e venerdì. Cancellato il question time previsto domani, bocciata la proposta delle opposizioni di rinviare l’esame alla settimana prossima. Il governo deve affrontare una corsa contro il tempo: il dl va convertito entro il 25 aprile, pena la decadenza. Così ieri ha deciso di adottare una procedura d’urgenza: mandarlo in Aula senza mandato al relatore. “Il presidente ha preso atto che non ci sono le condizioni per concludere l’esame degli emendamenti”, ha detto il senatore Pd Andrea Giorgis lasciando la commissione Affari costituzionali di palazzo Madama. Ne erano stati presentati 1.215. Il dibattito sugli articoli era arrivato al quarto su 33. Prima della riunione dei capigruppo si è svolto un vertice delle forze che sostengono l’esecutivo. “Presenteremo una trentina di emendamenti, alcuni del governo alcuni della maggioranza”, ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani a margine dell’incontro. Le modifiche riguarderanno la norma sui coltelli - serve introdurre delle deroghe per evitare che la misura pensata contro i giovani violenti complichi l’acquisto delle lame a cacciatori, pescatori e raccoglitori - e quelle su turn over degli agenti di polizia e incentivo ai rimpatri volontari. Oltre alla proroga di sei mesi per il comandante della guardia di finanza, Andrea De Gennaro. Dovrebbe cambiare poco o nulla, invece, sul “fermo preventivo” di soggetti che le forze dell’ordine ritengono pericolosi. Potranno essere portati in questura per impedirgli di partecipare alle manifestazioni (la prima sperimentazione è stata fatta a Roma, domenica 29 marzo, contro 91 anarchici prima di una commemorazione funebre). Per il governo questo ennesimo decreto sicurezza è una misura bandiera. Siccome è in difficoltà, prova a scaricare le responsabilità della chiusura del confronto sul centro-sinistra: “C’erano diversi emendamenti delle opposizioni che potevano essere presi in considerazione ma si è preferito l’ostruzionismo, li verificheremo in aula”, ha detto Ciriani. Il ministro ha aggiunto che sul testo non sarà apposta la fiducia. Vedremo se sarà vero, perché dovrà passare anche alla Camera e i tempi sono strettissimi. “Procederemo con l’ostruzionismo, che è una legittima difesa inevitabile dinanzi a un governo che non vuole discutere di niente e procede a colpi di maggioranza con norme puramente propagandistiche”, attacca Peppe De Cristofaro (Avs), presidente del gruppo misto al Senato. “Da parte nostra c’è una totale contrarietà a questo decreto, lo riteniamo un danno molto serio per il nostro Paese. Dovrebbe solo decadere”, ha poi aggiunto. D’accordo Francesco Boccia, a capo dei senatori Pd: “Il governo non ha capito la lezione del 23 marzo. Fanno bullismo istituzionale. Blindano il decreto Pnrr. L’unica cosa che propongono è il pessimo decreto sicurezza che noi abbiamo contestato. Pensano di forzare le regole ma non glielo consentiremo. Sarà ostruzionismo a oltranza”. Fermo preventivo, il Csm avverte: “Libertà a rischio” di Simona Musco Il Dubbio, 15 aprile 2026 Le nuove disposizioni sul fermo preventivo, contenute nel decreto Sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri a febbraio, “pur rispondendo ad un’esigenza di prevenzione di disordini violenti causati nell’ambito delle manifestazioni pubbliche, si muove su un crinale costituzionalmente molto sensibile sicché, ai fini della relativa compatibilità con gli articoli 13, 17 e 21 della Costituzione e 5 della Cedu appare auspicabile che, in sede di conversione, si apportino le modifiche funzionali a conformare il nuovo istituto ai principi costituzionali e sovranazionali esposti”. È quanto rileva la Sesta Commissione del Csm in un parere destinato al plenum di oggi, e già divisivo, al punto da spaccare la stessa Commissione. Il documento solleva criticità su più fronti: dalla tenuta costituzionale del fermo preventivo alle ricadute sull’attività giudiziaria, fino al rischio di compressione delle libertà fondamentali nelle manifestazioni pubbliche. Pur riconoscendo la finalità di prevenzione dei disordini, il Csm invita il legislatore a intervenire in conversione per riportare la disciplina entro parametri di maggiore determinatezza e compatibilità con le garanzie fondamentali. Il punto più sensibile è proprio il fermo preventivo. La norma consente agli ufficiali e agenti di polizia, in occasione di manifestazioni pubbliche, “di accompagnare presso gli uffici di polizia” soggetti ritenuti pericolosi e trattenerli fino a 12 ore. Lo scopo è anticipare la soglia di tutela dell’ordine pubblico e prevenire episodi di violenza. Il pubblico ministero, informato immediatamente, può disporre il rilascio se non ritiene sussistenti i presupposti. Tuttavia, per il Csm, la misura incide “sul nucleo essenziale di alcune libertà fondamentali del singolo”, collocandosi in un “delicatissimo bilanciamento” tra ordine pubblico e diritti costituzionali. La compressione riguarda non solo la libertà personale, ma anche il diritto di riunione e manifestazione del pensiero, fino a configurare “la mortificazione della dignità dell’uomo - si legge - e dunque una forma di restrizione della libertà personale ai sensi dell’articolo 13 della Costituzione”. Da qui la richiesta di garanzie più stringenti: la misura deve rispettare riserva di legge e di giurisdizione, con obblighi di verbalizzazione e motivazione degli atti di polizia, oltre alla consegna di copia del verbale al fermato. Centrale anche il tema della discrezionalità: l’espressione “fondato motivo di ritenere”, unita alla scarsa tipizzazione degli indicatori di rischio, “sembra lasciare tuttavia margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia”, con il rischio di derive verso una prevenzione fondata su presunzioni di pericolosità. Il Csm segnala inoltre la possibile frizione con gli obblighi internazionali di tutela dei diritti umani e chiede una descrizione più tassativa delle condizioni applicative, per “evitare rischi di arbitrarietà”. Critico anche il richiamo ai precedenti penali o alle segnalazioni di polizia come indici di pericolosità, che rischiano di produrre “impropri automatismi fondati su una “colpa d’autore”. Rimane infine indeterminata la finalità del trattenimento, con possibili ampliamenti discrezionali degli “accertamenti di polizia”. Il parere affronta anche la nuova disciplina sull’annotazione preliminare nei casi di possibile causa di giustificazione. L’obiettivo dichiarato è evitare “l’effetto stigmatizzante che oggi è riconnesso all’iscrizione nel registro degli indagati” di appartenenti alle Forze di polizia. Tuttavia, osserva il Csm, la riforma Cartabia ha già rafforzato il principio di presunzione di innocenza, e “l’introduzione di un modello procedimentale differenziato - scrive - sembra presupporre - quantomeno sul piano implicito - una non piena idoneità degli strumenti già previsti”. Le ambiguità sono lampanti: nei casi di scriminante evidente non vi sarebbero i presupposti per l’iscrizione, ma la norma imporrebbe comunque l’annotazione; nei casi dubbi, invece, resterebbe obbligatoria l’iscrizione ordinaria. Il risultato è un sistema che crea un nuovo spazio fra i reati e i fatti non costituenti reato, con incertezze anche sul significato della formula “appare evidente” e sull’eventuale potere del giudice in sede di archiviazione. Ulteriori criticità riguardano l’abrogazione dell’articolo 142 del d.P.R. 115/2002 in materia di patrocinio a spese dello Stato per gli stranieri nei procedimenti di espulsione. Secondo il decreto, l’intervento mira a una maggiore coerenza applicativa e a prevenire abusi. Per il Csm, però, la soppressione può incidere sull’accesso effettivo alla difesa, soprattutto in procedimenti urgenti e caratterizzati da vulnerabilità. Si paventa una “verosimile inammissibilità di ogni richiesta di ammissione al gratuito patrocinio”, con effetti restrittivi sul diritto di difesa. Il nodo non è la possibilità formale di accesso, ma la sua effettività. Per questo la norma abrogata viene considerata non meramente tecnica ma “garanzia sostanziale”, assicurando allo straniero un accesso alla giustizia in condizioni di parità. La sua eliminazione rischia quindi di produrre una lacuna normativa e una compressione delle garanzie processuali, incidendo sul principio di “giustizia accessibile” come elemento dello Stato di diritto. Nel complesso, il parere segnala infine che l’introduzione di nuove fattispecie e di obblighi di annotazione comporterà un aumento significativo dei flussi di notizie di reato, con possibili effetti di saturazione per procure e uffici del giudice per le indagini preliminari. Critiche pacate, ma forti, che arrivano dopo il fallimento del governo al referendum. Il rischio, ancora una volta, è quello che la politica accusi il Csm (che pure è in linea con i dubbi ai tempi avanzati dal Presidente della Repubblica) di voler essere una terza Camera. Basta attendere il plenum di oggi per scoprirlo. “La giustizia non è un potere da allineare” di Valentina Stella Il Dubbio, 15 aprile 2026 Nello Rossi, direttore della rivista di Magistratura democratica, Questione giustizia, da dove si riparte dopo il referendum? “Della vicenda non restano solo il rumore e la furia che hanno contagiato tanti, a partire dalla premier, ma anche preziose indicazioni di fondo. Nel derby tra la “comunicazione” generalista (con la sua tendenza a veicolare, sui grandi media e sui social, messaggi semplificati) e la “partecipazione”, diretta, capillare, puntuale, ha prevalso quest’ultima, realizzata in migliaia di incontri con cittadini curiosi e desiderosi di capire. Nel confronto tra le “cautele” delle grandi organizzazioni a promuovere la raccolta delle firme e la “fiducia” di un gruppo di semplici cittadini nei meccanismi della democrazia diretta, è stato il loro coraggio a imprimere la svolta decisiva per l’esito del referendum. Nell’alternativa tra il riservare attenzione al tema della giustizia come “servizio”, di contro al tema della giustizia come “potere”, unico oggetto di interesse da parte dei fautori del Sì, il popolo ha mostrato di non fidarsi della parte orientata a ragionare solo in termini di potere. Ed è da qui che occorre ripartire”. 12 milioni di italiani però hanno chiesto un cambiamento... Finalmente anche a destra ci si è accorti che le minoranze esistono e che le loro istanze vanno tenute in conto. Inaugurare una nuova politica della giustizia è un dovere nei confronti di “tutti” i cittadini che hanno diritto ad una giustizia che adempia la promessa costituzionale della ragionevole durata del processo. Obiettivo che richiede certamente una “ragionevole” intensità di lavoro dei magistrati italiani (che le statistiche indicano come tra i più laboriosi d’Europa) ma anche lo snellimento di procedure farraginose, l’immissione di innovazione tecnologica, la copertura degli organici e l’inserimento di nuove professionalità nell’amministrazione della giustizia. Meloni ha detto: “La riforma della giustizia resta una necessità”, “la deriva correntizia è un problema”, “la magistratura deve collaborare”... Alla premier si attribuiscono abilità tattica e intelligenza politica. Sarà bene che si decida a far uso di queste doti anche nell’ambito del giudiziario, prendendo atto di alcuni tratti propri di uno Stato di diritto che non sembrano esserle congeniali. Nelle democrazie liberali i giudici esistono per tutelare i diritti (anche degli ultimi della terra) previsti dalle leggi vigenti e non per essere “collaborativi” con l’esecutivo o per remare nella stessa direzione della maggioranza di governo. Ed è a garanzia di questo “modello” di magistratura indipendente che operano il Csm elettivo e le associazioni di magistrati. Le reiterate invettive di Meloni contro la “mala pianta” delle correnti non valgono a cancellare due dati di fondo: la libertà di associazione vale anche per i magistrati e le elezioni (quando non direttamente ispirate, come nel conclave, dallo Spirito Santo) sono un fatto collettivo e comportano necessariamente aggregazioni su idee condivise e interessi professionali, di cui si può volere la trasparenza ma non l’azzeramento. Il Csm tra quale mese dovrà essere rinnovato. Di quali cambiamenti ha bisogno? Il Csm non è solo un “nominificio” ma un organo che organizza, amministra, valuta, consiglia, giudica. Sin qui molto è stato fatto, dalla legge e dalle regole interne del Consiglio, per evitare indebite interferenze o collisioni tra le sue diverse funzioni. Un decisivo passo in avanti sul terreno della democraticità si può ottenere optando per un sistema elettorale proporzionale con voto di lista e preferenza unica nell’ambito di un collegio unico nazionale o di pochi macro collegi. Un tema caldo è anche il gip collegiale... In un recente articolo su QG il presidente dell’Ufficio gip di Milano, Ezia Maccora, ha rappresentato la sostanziale impossibilità di realizzarlo al 25 agosto. E le difficoltà saranno maggiori in uffici giudiziari piccoli e medi. Sarebbe bene che l’Ucpi non si affidasse alla demagogia sostenendo che tutto può essere risolto con il rientro dei fuori ruolo. Occorrerà che qualcuno avverta i vertici delle Camere penali che la campagna referendaria è finita e, con essa, lo spazio per improvvisazioni e artifici retorici. Il vice ministro Sisto ha parlato di “interventi chirurgici” per questo ultimo anno di legislatura. Cosa suggerirebbe? In effetti, dopo il tempo sprecato nell’avventura referendaria rimane solo lo spazio per il piccolo cabotaggio. Si può sfrondare il processo penale da alcune delle superfetazioni e dei subprocedimenti accumulatisi negli anni. Si deve ragionare della c.d. “selezione negativa” in magistratura, ovvero dell’allontanamento dei (pochi) magistrati che per diverse ragioni divengono inidonei allo svolgimento delle funzioni; selezione che oggi è sostanzialmente affidata alla sola giustizia disciplinare e che può essere meglio attuata migliorando le valutazioni di professionalità. Occorre mettere sotto la lente di ingrandimento ruolo e funzioni dell’avvocatura, di cui non si parla quasi mai. Ed infine fare marcia indietro rispetto alla proliferazione incontrollata dei reati, delle aggravanti, degli aumenti di pena cui abbiamo assistito negli anni della destra al governo. Francesco Petrelli auspica l’approvazione della legge Zanettin sul sequestro degli smartphone e la messa a terra dei lavori della Commissione Mura... Sul sequestro degli smartphone - che ormai racchiudono una quantità impressionante di dati - una soluzione, in astratto plausibile, che affidi al giudice la decisione deve misurarsi con l’organico dei gip e il regime delle incompatibilità. Quanto ai lavori della Commissione Mura essi non sono stati resi noti e non sono abituato a ragionare su illazioni. L’Anm esce vittoriosa dalla campagna referendaria, forse più dei partiti. C’è chi sostiene che non vada interrotto il dialogo con la società civile, chi invece teme che così ci si trasformi in sezioni di partito... L’Anm, ovviamente, non è un partito, se non nelle deformazioni polemiche di quanti speravano che svolgesse il ruolo di inerte pungiball nella campagna referendaria. E non è neppure un sindacato dal momento che non contratta le retribuzioni né le condizioni di lavoro, regolate dalla legge o da atti amministrativi. È piuttosto un’associazione che rappresenta e tutela interessi professionali dei magistrati e persegue interessi istituzionali connessi al loro ruolo nella giurisdizione. Più precisamente una “associazione di associazioni” che coniuga una dimensione rappresentativa unitaria, efficace nei rapporti con l’esterno, con una interna articolazione in gruppi, che garantisce pluralismo di idee e di visioni della giurisdizione e dei suoi problemi. Dopo Bartolozzi e Delmastro anche Nordio avrebbe dovuto lasciare? Il ministro ha cumulato una ricca esperienza in materia di referendum sulla giustizia. Ben sei - i cinque abrogativi del 2022 e l’ultimo del 22 marzo - tutti per lui di esito infausto. È perciò mitridatizzato e resterà imperterrito al suo posto. Altro è il bilancio complessivo della sua esperienza ministeriale: da un lato si è supinamente accodato all’iniziativa legislativa di segno autoritario del ministro dell’Interno (il vero artefice del diritto penale della destra) e, dall’altro, ha sponsorizzato il “diritto penale dell’amico” nei confronti dei colletti bianchi promuovendo scelte - come quella dell’abrogazione del reato di abuso d’ufficio - che pongono l’Italia in contrasto con le direttive Ue. Rovigo. Carcere minorile senza pace: detenuto tenta il suicidio di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 15 aprile 2026 Dopo i gravi tumulti di sabato sera, un giovanissimo ha cercato d’impiccarsi in cella. Salvato dalle guardie. Ancora un fatto grave nel carcere minorile “Antonio Vivaldi” in via Verdi. Ieri sera un detenuto minorenne ha tentato di togliersi la vita nella sua cella impiccandosi. A salvarlo gli agenti penitenziari, che si sono accorti subito dell’accaduto. Il minorenne è stato accompagnato all’ospedale cittadino “Santa Maria della Misericordia” dove è stato preso in cura. Il giovanissimo, dalle prime informazioni nella tarda serata di ieri, non rischia la vita. L’episodio segue di poche ore quanto accaduto sabato sera dentro l’Ipm (Istituto penitenziario minorile), inaugurato l’8 gennaio scorso e che sorge nell’ex Casa circondariale per adulti. Cinque detenuti del Minorile avevano dato vita a una forte protesta nella struttura. Due moldavi, un ucraino, un bulgaro e un italiano tra 18 e 24 anni, trasferiti a fine febbraio dal carcere di Treviso, hanno creato disordine rompendo vetri e danneggiando alcune suppellettili. La protesta, iniziata a ora di cena, è rientrata attorno alle 23. Ma sono state ore di tensione tanto che le strade attorno al Minorile sono state chiuse e le urla dei cinque sono state sentite dal vicinato. Il “Vivaldi” ospita una ventina di detenuti su un massimo previsto di 31. Gli agenti in servizio sono invece 37 a fronte di una pianta organica che ne prevede 47. Per Antonio Sangermano, capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità al ministero della Giustizia, lo scorso sabato sera “non c’è stata alcuna rivolta all’ipm di Rovigo ma solo l’ostinata volontà di cinque ragazzi neo maggiorenni di non fare rientro in sezione. Hanno accettato di tornare nelle loro celle senza colluttazioni, nessuno è rimasto ferito. Si è trattato di un atto di insubordinazione, senza tentativi di evasione da parte di alcuno”. L’altro ieri in consiglio comunale la sindaca di Rovigo, Valeria Cittadin, ha spiegato di “aver chiesto formalmente un rafforzamento immediato del personale di sorveglianza. Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, mi ha rassicurato che il prossimo giugno arriveranno nuovi agenti al Minorile, indispensabili per garantire maggiore controllo”. Lecce. Tredici detenuti vicini al brevetto, in estate bagnini nelle marine leccesi lecceprima.it, 15 aprile 2026 Presentato in prefettura il progetto “Io Salvo”: formazione in carcere e inserimento negli stabilimenti balneari. Il modello può essere esteso ad altri settori del territorio. Tredici detenuti della casa circondariale di Lecce sono a un passo dal conseguire il brevetto di assistente bagnanti con la prospettiva di essere impiegati già nella prossima stagione estiva sul litorale del capoluogo. È l’esito del progetto “Io Salvo”, presentato questa mattina in prefettura, che punta a coniugare formazione professionale e reinserimento sociale in un settore alle prese con carenza di personale qualificato. L’iniziativa nasce da una rete interistituzionale che ha coinvolto direzione del carcere, Asl Lecce, capitaneria di porto e operatori del comparto balneare. I 13 detenuti hanno seguito un percorso formativo che li porterà a ottenere un titolo riconosciuto a livello nazionale, grazie anche a una deroga concessa dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Le assunzioni, già prospettate da alcuni imprenditori delle marine leccesi, dovrebbero concretizzarsi a breve. Il prefetto Natalino Manno ha definito il progetto una “best practice” fondata sulla possibilità di riscatto attraverso il lavoro, sottolineando il valore del coinvolgimento diretto delle imprese. Un modello - ha aggiunto - che potrebbe essere replicato anche in altre zone del Paese e in altri comparti nei quali è difficile trovare la manodopera, come il turismo alberghiero e l’agricoltura (ovviamente questo è un tema che ha a che fare anche con le condizioni retributive). La direttrice della casa circondariale, Maria Teresa Susca, ha confermato la centralità del lavoro nei percorsi trattamentali: l’obiettivo è offrire competenze spendibili e ridurre il rischio di recidiva. Hanno partecipato all’incontro anche la garante dei diritti dei detenuti, Maria Mancarella, e la professoressa Marta Vignola, delegata per il polo penitenziario universitario. Il coinvolgimento dell’Asl, rappresentata in conferenza dal commissario straordinario Stefano Rossi, ha riguardato sia il supporto sanitario sia l’ipotesi di ulteriori attività formative. Il progetto, come ha ricordato il presidente di Confimprese Demaniali, Mauro Della Valle, è nato da una giornata di reclutamento organizzata in carcere e ha già attirato richieste dal territorio: il Comune di Melendugno, ad esempio, ha manifestato interesse per l’impiego di ulteriori almeno 20 ulteriori unità. Nei prossimi giorni i corsisti affronteranno le prove pratiche, tra cui l’utilizzo del defibrillatore, e la prova finale a San Cataldo. Monza. “Oltre i confini” da inserto a magazine: il sogno del carcere di Monza di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 15 aprile 2026 La biblioteca del carcere di Sanquirico a Monza è il cuore pulsante della redazione Oltre i confini Beyond borders. Un gruppo tra i 12 e i 15 detenuti, ogni lunedì da ormai 8 anni, si ritrova con la giornalista Antonetta Carrabs (in foto a destra) tra scaffali di libri, per tirare fuori fatti, idee, racconti da mettere in pagina. Uno spazio creativo che è anche una porta al mondo esterno, grazie a incontri con studenti, personaggi della cultura, istituzioni. Il progetto attivo nella casa circondariale lombarda ha un suo marchio speciale nel panorama delle produzioni editoriali nei penitenziari. I redattori detenuti collaborano dal 2018 con la storica testata locale Il Cittadino, curando un inserto trimestrale. “Da allora sono cambiati i direttori del giornale, ma nessuno ha mai cancellato questo sogno”, dice Carrabs a gNews. A questo originale sodalizio giornalistico si aggiunge l’avventura di Oltre i confini magazine, un semestrale che parte nel 2025 e nasce dalla voglia degli stessi redattori di mettersi in proprio. “Mi hanno proposto di registrare una testata in tribunale; io rimasi sorpresa dalla loro conoscenza delle procedure”, prosegue Carrabs. Il terzo numero è stato presentato martedì pomeriggio, durante un incontro aperto ai familiari dei reclusi, alla cittadinanza e alle istituzioni locali. L’esperienza è “nata come una sfida”, dice a gNews la direttrice dell’istituto, Cosima Buccoliero (in foto a sinistra); sfida che si è rivelata “preziosa ed efficace, perché permette alle idee di circolare liberamente”. A scanso di equivoci: Oltre i confini non è un giornalino. La rivista è curata nella grafica e nell’impaginazione dal giornalista Massimo Bernardi, e viene stampata grazie al sostegno economico della Fondazione Monza e Brianza. “Non è solo intrattenimento, ma testimonianza della volontà di impegno e di una maggiore consapevolezza”, tiene a precisare la direttrice della casa circondariale. Nel nuovo numero - il prossimo è in uscita a giugno - ci sono diversi contributi: dagli editoriali della direttrice della testata e della direttrice dell’istituto, ad articoli scritti da giornalisti e operatori del settore giustizia. Poi inizia la sezione dei cognomi puntati: le testimonianze dei detenuti. Carlo V. ricorda il monito del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sul cronico problema del sovraffollamento carcerario. Gli fa eco Andrea P., che parla della questione, sconosciuta a chi vive libero, della convivenza forzata involontaria e dei rapporti di forza, spesso difficili, tra detenuti. Giacomo L. scrive della sua malattia, l’epilessia: monitorata e sotto controllo per un periodo, da quando è entrato in carcere ha ricominciato a manifestarsi nel sonno almeno una volta a settimana. Marco F. fa un’intervista a sé stesso dal titolo “Io il carcere lo toglierei”. Gian Luca R. e Sergio G. firmano un pezzo sulla tossicodipendenza nei penitenziari; e Andrea D. intravede spiragli di speranza perché sta per entrare in una comunità di recupero. Spazio ai fatti di stretta attualità con la riforma Nordio sulla separazione delle carriere: Gian Luca R. parla della difficoltà di capire un argomento così tecnico e della disaffezione ormai dilagante per la politica. Tra le righe fanno capolino le sofferenze, i problemi quotidiani, le angosce; ma è presente quel distacco tipicamente giornalistico di chi riporta con consapevolezza i fatti, anche se li riguarda da vicino. “Ho sempre detto ai ragazzi della mia redazione che il nostro non è uno strumento di denuncia”, dice Antonetta Carrabs. “Il magazine - prosegue - racconta l’umanità del carcere: i redattori scrivono che ci sono le cimici, scrivono del sovraffollamento, ma anche delle cose significative che si realizzano a Sanquirico: dal teatro, alla musica, allo yoga”. La scrittura riscatta, ricuce. E a volte fa rinascere. Carlo V., 42 anni, detenuto da oltre due anni e ora ammesso al lavoro esterno, dice in una lettera a gNews che è un’“emozione scrivere ancora per la rivista, la nostra rivista, quella che sento ancora mia”. Il magazine è stato per lui un’ancora di salvezza e un privilegio. Nella comfort zone della biblioteca di Sanquirico, “non si è impauriti, non si teme il pregiudizio, non ci si sente giudicati”. Carrabs si è sentita dire tante volte “Perché lo fai?”. E la giornalista si sofferma sull’utilità sociale delle esperienze di volontariato nei penitenziari. “Cerchiamo di tutelare il futuro nostro e dei nostri figli; se puoi far cadere un seme qui dentro, eviti che queste persone escano più incattivite”, sottolinea. La scrittura è un metodo per canalizzare la rabbia, le frustrazioni, le angosce. E Carlo V., nella sua lettera, raccoglie l’invito a riscoprire “il buono che esiste in ognuno di noi, lavorando faticosamente sugli errori, anzi chiamiamoli per ciò che sono, sui reati commessi”. È solo con questa nuova consapevolezza, prosegue Carlo, che si può essere “primi, e non più ultimi”, perché “in grado di portare testimonianze di esperienze da evitare a prescindere, sempre e comunque”. Oltre i confini guarda al futuro. In cantiere c’è un podcast che verrà realizzato dai redattori detenuti, in collaborazione con l’azienda Cisco. Bologna. Presentazione di “Mimose”, il libro sulle memorie dal carcere di Anna Zucchini spicgilbologna.it, 15 aprile 2026 Il prossimo 16 aprile 2026, dalle 9.30 alle 12.30, nella Sala Anziani di Palazzo D’Accursio, in Piazza Maggiore 6 a Bologna, si terrà un importante momento di riflessione pubblica dedicato alla storia delle donne, alla memoria democratica e al valore della testimonianza. Al centro dell’iniziativa ci sarà la presentazione del libro “Mimose. 8 Marzo 1955. Le memorie dal carcere di Anna Zucchini”, a cura di Eloisa Betti e Donatella Allegro. Come Spi Cgil Bologna riteniamo che appuntamenti come questo siano preziosi perché tengono insieme memoria, impegno civile e coscienza collettiva. Raccontare oggi la vicenda di Anna Zucchini significa riportare al centro una storia che parla di diritti, partecipazione e libertà, ma anche interrogare il presente attraverso le parole e le esperienze di chi ha attraversato momenti difficili della nostra storia. In questo senso, la memoria non è mai semplice commemorazione: è uno strumento vivo per comprendere meglio il tempo in cui viviamo e per rafforzare una cultura democratica fondata sulla giustizia sociale, sulla dignità delle persone e sulla trasmissione dei valori tra generazioni. L’incontro si inserisce nel percorso “La storia. Cambiamenti tra passato e futuro” e si aprirà con la proiezione del trailer del video “Paura non abbiamo”, elemento che contribuisce a dare ulteriore profondità a una mattinata pensata non solo come presentazione editoriale, ma come occasione di confronto pubblico e partecipato. A discutere dei temi del libro saranno Eloisa Betti, storica UDI, Katia Graziosi, presidente UDI Bologna e figlia di Anna Zucchini, Bruna Rossetti, delegata Fiom Cgil Ducati Motor Bologna, Antonella Raspadori, segretaria generale SPI CGIL Bologna, e Chiara Stellato, rappresentante dell’Unione Universitari di Bologna. Nel corso del dibattito verranno inoltre letti alcuni brani da Donatella Allegro, attrice, speaker e regista. Le conclusioni saranno affidate a Claudia Carlino, della segreteria nazionale SPI CGIL, mentre a coordinare l’iniziativa sarà Nadia Bonora, della segreteria SPI CGIL Bologna. Per noi dello SPI CGIL Bologna questo appuntamento rappresenta anche un modo concreto per costruire un dialogo tra generazioni e sensibilità diverse: il sindacato dei pensionati, il mondo dell’associazionismo femminile, le studentesse e gli studenti, il lavoro organizzato e la ricerca storica si incontrano in uno spazio comune, dove il passato non resta chiuso nei libri ma torna a interrogare il presente. È proprio da questo intreccio tra esperienze, saperi e percorsi di vita che può nascere una memoria capace di parlare ancora alle persone, soprattutto alle più giovani. Invitiamo quindi cittadine e cittadini, iscritte e iscritti, studentesse e studenti, associazioni e realtà del territorio a partecipare a questa iniziativa. La storia di Anna Zucchini e il libro “Mimose” ci offrono infatti l’occasione per riflettere sul valore della libertà, sull’importanza della voce delle donne nella costruzione della democrazia e sul dovere, collettivo, di custodire e trasmettere le memorie che aiutano a leggere il presente e a immaginare il futuro. Milano. La “prima volta” dei detenuti-attori, debutta il Festival di Teatro delle Carceri di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 15 aprile 2026 Compagnie da istituti penali diversi che si incontrano e che offrono spettacoli aperti alla città. Prossime date a Monza e a Bollate. Fare teatro in carcere è complicato. Portare i detenuti fuori lo è ancora di più. Dentro gli istituti ci sono regole, permessi, controlli, laboratori che spesso non sono molto attrezzati. Fuori i problemi sono legati a spostamenti e scorte. Ma mercoledì 15 aprile parte il primo Festival di Teatro delle Carceri. Una rassegna che prima non c’era. Compagnie da istituti diversi che si incontrano. Spettacoli aperti alla città. “È un esperimento dedicato al valore sociale e trasformativo dell’arte e anche un grande attestato di fiducia da parte dei penitenziari”, raccontano a una voce i direttori artistici Serena Andreani e Mauro Sironi, registi di due delle compagnie coinvolte, Le Crisalidi e Geni-attori. Cinque spettacoli, più repliche. Si parte con il debutto dei ragazzi del Beccaria (compagnia Puntozero), in scena mercoledì al Triante di Monza. Biglietti esauriti. Ed era sold out anche lunedì al Dal Verme. Millecinquecento posti tutti pieni, tra platea e balconata. Sul palco, i ragazzi della comunità Kayros, molti transitati dal Beccaria. Storie di rabbia e fragilità rielaborate, cui si cerca di dare un senso. Intanto riempie le sale anche il film “La salita”, all’Anteo. Esordio dell’attore napoletano Massimiliano Gallo alla regia. Mette in pellicola l’incontro tra un giovane detenuto di Nisida e una detenuta del femminile di Pozzuoli, che vivono insieme per la prima volta l’esperienza del teatro. Per molti è il primo incontro con il palco. E il film racconta anche un progetto di quarant’anni fa, quando il leggendario Eduardo De Filippo finanziò la rinascita di un palco in carcere e portò in scena con la sua compagnia il primo spettacolo mai visto dentro un istituto di pena minorile. “Volevo evitare lo sguardo giudicante e mettere invece in risalto la grande umanità e la grande poesia di quei giovanissimi che devono capire se riprendere in mano la propria vita o no”, spiega Gallo. E Andreani: “È fondamentale mostrare al pubblico il lavoro teatrale che viene fatto con i detenuti, in contesti di fragilità estrema. Ma la rassegna nasce anche con l’obiettivo di mettere in contatto tra loro le varie compagnie che operano nelle carceri cittadine”. In giuria, dove siedono esperti di arte e di diritto, c’è anche Michele Di Dedda. Entrò in carcere la prima volta a quindici anni e ne ha scontati 26 di pena, per una serie di rapine finite sui giornali. “L’ultima detenzione, a Monza, è stata quella della svolta. Ho lasciato mio figlio a 20 giorni, l’ho ritrovato a tre anni e in quel tempo ho deciso di farmi aiutare dal teatro - racconta -. Per me è stato una cura, esercita l’empatia perché ti allena a metterti continuamente nei panni dell’altro”. Oggi giudica gli spettacoli. “Io la gente la studio, la guardo... Vedo che tutti, per strada, hanno paura. Ma fanno finta di niente, e allora non sono più veri”, diceva lunedì sera dal palco del Dal Verme Petit, 15 anni, di Kayros. Le parole restano in sala. Mostrare le fragilità vuole dire mantenere un filo aperto “senza chiudersi del tutto”, insegna quell’adolescente. Il festival continua il 22, 23 e 24 aprile dentro il carcere di Monza con “Ancora fermi” (Le Crisalidi). Il 29 arriva “Pinocchio” con Arci Corpi di Bollate. Il 6, 7 e 8 maggio “Momentum” dei Geni-attori, ancora a Monza. Chiusura il 12 maggio al Teatro Binario 7: sul palco i Freedom Sounds, la band dei detenuti musicisti di Bollate fondata da Francesco Mondello, assistente capo di Polizia penitenziaria. Livorno. Nicola e il teatro in carcere. Una scena per “respirare” di Marco Voleri Avvenire, 15 aprile 2026 A volte basta una scena, una parola, un applauso, per ricordarsi che il respiro non si perde per sempre. Neanche dietro le sbarre. In questo caso la nota in tasca è tratta da una canzone di Luigi Tenco. Ci sono luoghi dove il tempo non scorre: si deposita. I giorni si appoggiano l’uno sull’altro come strati di sedimento, e quello che rimane, alla fine, è un peso sordo. Nei corridoi di un carcere il silenzio è il ritmo lento delle ore che non passano, più assordante delle chiavi che aprono e chiudono, più pesante dei cancelli. Poi, a un certo punto della settimana, accade qualcosa. Una porta si apre - non verso fuori, non ancora - ma verso un altrove possibile. Per Nicola quell’altrove ha la forma di un palco. Succede dentro il progetto “teatro e carcere” di Arci Livorno: uno spazio fragile e prezioso, dove per qualche ora alla settimana i detenuti provano a raccontare storie che somigliano, almeno un poco, alle loro. All’inizio è solo una proposta. Un laboratorio, un incontro, un paio d’ore insieme. Ma quando Nicola sente parlare di teatro, racconta, vede improvvisamente “un po’ di luce”. Non era ancora cominciato niente. Eppure la giornata era già diversa. Sapere che quel momento sarebbe arrivato cambiava il ritmo delle ore. Ci si preparava, quasi senza accorgersene. E poi arriva quel momento: si entra nella stanza delle prove, qualcosa si stacca dal resto. Il carcere non sparisce, ma smette di essere l’unico orizzonte. Il teatro - dice Nicola - fa respirare. In un luogo dove spesso si trattiene il fiato, questa è una cosa enorme. Salire su un palco significa tornare a sentirsi persone. Non detenuti, non numeri, non storie archiviate dentro un fascicolo. Persone. Sul palco accade qualcosa di strano: sei chiamato a essere altro da te, e proprio per questo finisci per essere più vero. Nicola ricorda una frase che gli è rimasta addosso: la storia di una nave che cercava i suoi figli perduti e trovava solo un altro orfano. Quando la declamava sentiva che non era solo recitazione, ma qualcosa che parlava anche di lui. Ascoltandolo, mi è venuto in mente De André: quella capacità di stare dentro una storia che non è la tua e scoprire, a metà strada, che invece lo è. Il teatro chiede di esporsi. In un luogo dove ci si protegge dietro una scorza dura, questo significa affrontare una paura nuova: quella di sembrare ridicoli, di sbagliare davanti agli altri. All’inizio la vergogna pesa. Ma quando si supera quello scoglio, succede qualcosa di inatteso: la fiducia. Non solo in sé stessi, anche negli altri. Nel teatro il gruppo nasce quasi per caso. Persone diverse che costruiscono una scena insieme. E piano piano affiora qualcosa di non previsto: una fratellanza. Si scopre che sotto la scorza dura c’è spesso una grande tenerezza. Quando arrivano le repliche e il pubblico entra, l’emozione si fa ancora più intensa. Per un momento il carcere sembra allargarsi. Poi lo spettacolo finisce. Le luci si spengono. Si torna in cella. Fuori tutto resta uguale: stessi corridoi, stesso rumore, stesso ritmo sordo delle ore. Ma dentro qualcosa continua a risuonare. Nicola lo chiama un eco. La nota che tiene in tasca nei giorni più difficili è una convinzione semplice: che tutto quello che gli accade - anche ciò che fa male - in qualche modo gli serve. Luigi Tenco lo sapeva bene: “non son finito sai / non so dirti come e quando / ma un bel giorno cambierà”. Non servono certezze. A volte basta una scena, una parola, un applauso inatteso per ricordarsi che il respiro non si perde per sempre. Neanche dietro le sbarre. “Oltre le sbarre”, Francesco Certo porta la poesia negli istituti di pena quotidianolavoce.it, 15 aprile 2026 “Oltre le sbarre” è una dimensione reale che va oltre l’idealizzazione poetica. Francesco Certo, l’autore della raccolta, sta per toccarla con mano in sette appuntamenti in diverse carceri d’Italia tra aprile e maggio, con l’obiettivo di dare un riscontro definitivo alle sue intuizioni sul tema della reclusione. Nel libro Certo propone l’immedesimazione nella pelle di un detenuto, un uomo che guarda idealmente fuori dalla sua cella e cerca di “evadere”, di entrare in contatto con quella vita da cui è temporaneamente escluso. “La poesia serve a salvare l’anima”, il mantra dell’autore, si riflette sui contenuti delle poesie di questa raccolta. La scrittura in versi si configura come un’opportunità di fuggire dalla quotidianità grigia e di riscattarsi, ma allo stesso tempo di prepararsi al reinserimento nella società, riflettendo sulla vita lì fuori. “Un’idea che mi è venuta, non so esattamente da dove, ma che ho sentito la necessità di concretizzare. Una volta cominciato l’ho lasciata fluire e l’ho portata a termine”, dice Certo, che non ha mai fatto esperienza della vera vita in carcere, se non indirettamente, in maniera fortuita: “Ho incontrato un ragazzo l’anno scorso, con cui ho scambiato due chiacchiere. Mi ha confidato di essere un ex detenuto, ma non è entrato nei particolari della sua esperienza in prigione. È stata una conversazione breve ed è probabile che mi abbia ispirato ma non so dirlo con certezza”, ha raccontato. È proprio “Oltre le sbarre”, la sua diciassettesima raccolta di poesie, che ha dato vita a un progetto più ampio: sette appuntamenti in diverse carceri d’Italia, in cui l’autore incontrerà personalmente i detenuti. “Quest’opportunità la devo al sostegno indispensabile dell’associazione “Seconda Chance” e in particolare alla collega Flavia Filippi”, ha aggiunto Certo. Imminente la visita alla Casa di Reclusione di Civitavecchia, il 15 aprile, organizzata da Anna Buccafusca. Seguirà una settimana di incontri in Piemonte, dal 27 al 30 aprile nelle carceri di Ivrea, Fossano, Alba, Biella e Asti, gestiti da Martina Piazza. Infine, il 15 maggio l’appuntamento è a Prato per l’ultima tappa, mediata da Sara Benvenuti. Una serie di esperienze coinvolgenti, un’opportunità su entrambi i fronti per scambiare prospettive diverse tra chi vive in libertà e chi da recluso, per farle convergere in un rapporto fruttuoso. “Mi piacerebbe che questo progetto si sviluppasse. Sarebbe interessante capire se le sensazioni di queste persone sono quelle che ho descritto nel libro e magari dar vita a una collaborazione con i detenuti per scriverne altri”. Così ha concluso l’autore, esprimendo la speranza di poter portare una boccata d’aria in una dimensione in cui la quotidianità è sempre lenta e ripetitiva. Giornalismo, quelle strane condanne di Vincenzo Vita Il Manifesto, 15 aprile 2026 Qualche giorno fa si è tenuto a Roma un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, organizzato dall’associazione italiana dei giornalisti-videomaker (GVpress). L’iniziativa ha inteso protestare contro il rischio che possa diventare definitiva la condanna di Fabio Butera al risarcimento di 33mila euro per non avere rimosso dei post dalla sua pagina Facebook, considerati offensivi da un collega del Giornale di Vicenza in merito ad un articolo su alcuni richiedenti asilo. Sul caso è intervenuta la stessa federazione della stampa. Dove sta l’aspetto che più colpisce? Il giudice aveva ritenuto legittimo ciò che Butera aveva scritto nel post. A causa della mancata rimozione dei commenti si comminava, però, la suddetta multa. La Corte di Cassazione sembrerebbe vicina a una decisione definitiva. Intendiamoci. Nella recente disputa referendaria è stato giusto e sacrosanto difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ciò vale sempre, trattandosi di un chiarissimo principio costituzionale. Ma, proprio per questo, è indispensabile esercitare il diritto di critica. Del resto, con argomenti assai precisi è intervenuta l’Associazione europea Articolo 19 (numero riferito al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), che è componente del consorzio Media Freedom Rapid Response (Mfrr). Insomma, gli indirizzi che vengono dalle parti di Bruxelles sembrerebbero diversi rispetto a quanto sta accadendo in Italia. Tra l’altro, il Digital Services Act (Dsa) -ovvero il Regolamento della Ue che tratta anche delle responsabilità nell’ambiente della rete- mette in capo ai provider la responsabilità della cosiddetta moderazione. Un conto sono gli apparati di cui dispongono le Big Tech o le competenti autorità di garanzia, un altro le possibilità di un singolo, alle prese magari con enormi quantità di commenti. Difficilmente un pur meticolosissimo gestore di una pagina di Facebook è in grado di operare un controllo puntuale e diuturno, non avendo l’età digitale né tempo né spazio. Non solo. L’immenso panorama della rete è pieno di buchi sotto il profilo delle regole. Ad esempio, malgrado le indicazioni e la moral suasion dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), su Facebook avviene di tutto. Per esempio, nei giorni del silenzio elettorale quest’ultimo è impunemente violato e chi trasgredisce non è colpito neppure da una contravvenzione. E si potrebbe andare avanti a lungo nella casistica dei peccati, palesi o occulti. Non dimentichiamo l’attualissimo caso ci Cambridge Analytica, con la profilazione delle utenze e il mercato dei dati personali. La metafora della pagliuzza e della trave torna sempre in mente. Il rischio, in attesa di una normativa moderna ed efficace, è che si crei un precedente, con le conseguenze giurisprudenziali di una sentenza. Nel rispetto delle scelte della Suprema Corte, ci auguriamo che ci si pensi un momento, onde evitare una punizione discutibile. Ciò non significa avere simpatie verso l’anarco-liberismo che ha connotato la rete nella sua fase iniziale. Quel sogno è diventato poi l’incubo delle piattaforme e del capitalismo della sorveglianza. Se è urgentissimo riprendere con assoluta determinazione il filo della normazione sul piano italiano ed europeo, è auspicabile che non si frapponga un punto di non ritorno. Si tratta di un capitolo cruciale, soprattutto ora che già rullano i tamburi delle prossime elezioni, in cui la rete avrà un ruolo e un peso determinanti. La storia di Fabio Butera va letta pure attraverso il grandangolo dell’infosfera, dove l’ordine degli addendi cambia e l’approccio tipico dell’età analogica -mettendo sullo stesso piano una testata e una pagina social- rischia di portare fuori strada. Con fiducia, vista la sapienza della Cassazione, attendiamo gli esiti del processo e speriamo che tante voci si levino a tutela di un passaggio a nord-ovest che le tecniche ci impongono con le loro sintassi. PS: che fine ha fatto la discussione sulla riforma della Rai, oggi in uno stato di pre-infrazione comunitaria, dopo l’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act? Migranti. “Nei Cpr diritti non tutelati, il parlamento intervenga” di Angela Stella L’Unità, 15 aprile 2026 Mario Serio, Professore Emerito dell’Università di Palermo, membro del Collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, in base al monitoraggio fatto nei Cpr qual è la situazione in generale? Come è noto, sono frequenti le visite che il Garante compie nei centri di permanenza per il rimpatrio disseminati nel territorio nazionale. Quante? Quattro o cinque all’anno in media e altrettante nei locali idonei delle Questure. Lo scorso autunno è stato visitato anche il centro situato in Albania. Limitando, per il momento, lo sguardo all’Italia la situazione è purtroppo molto precaria per una somma di ragioni di ordine strutturale, materiale, psicologico. Il giudizio è stato sostanzialmente condiviso nel rapporto, pubblicato alla fine del 2024, dal Comitato per la prevenzione della tortura istituito presso il Consiglio d’Europa a seguito dell’accesso ad alcuni centri svolto nella primavera dello stesso anno. Si osserva, in primo luogo, che l’architettura dei centri riflette, quasi simmetricamente, quella degli istituti penitenziari ed aggrava anche dal punto di vista strutturale la percezione di uno stato sostanzialmente assimilabile a quello detentivo. Scarsi e di modestissima rilevanza sono gli spazi destinati ad attività capaci di occupare le giornate trascorse dai trattenuti, la cui condizione psicologica di frustrazione per una detenzione cui non corrisponde colpa né responsabilità si aggrava pesantemente. Lo scorso anno una sentenza della Corte Costituzionale aveva stabilito che la detenzione amministrativa dei cittadini stranieri viola i diritti fondamentali e la Costituzione ma aveva chiesto al legislatore di intervenire. Cosa può dirci su questo? La sentenza n.96 del luglio 2025 della Consulta costituisce un punto di svolta in ordine alla condizione giuridica ed al trattamento delle persone detenute in via amministrativa e chiarisce in modo analitico quel che già intuitivamente poteva cogliersi. In sostanza, pur di fronte ad una situazione che obbedisce in pieno ai crismi della privazione della libertà personale, la Corte ha messo in rilievo come, a differenza di analoghe situazioni incidenti su questo bene primario, manchi uno statuto organico della posizione soggettiva di questa categoria di persona. Esse, a differenza, ad esempio, dei detenuti in ambito penitenziario, per i quali opera il fondamentale presidio dell’ordinamento penitenziario del 1975, che ha predisposto una fitta rete di tutele e rimedi, non possono affatto contare su un sistema analogo di riconoscimento del proprio “status”, se non in forma occasionale e frammentaria, per far valere le proprie aspirazioni, come, ad esempio, quella ad una piena libertà di comunicazione con il mondo esterno, non sempre e non senza limitazioni garantita. La sentenza ha sollecitato il doveroso intervento del Parlamento. È assolutamente necessario che questo avvenga in tempi rapidi per porre fine a tale serio vuoto di tutela. Nel dettaglio quali sono le criticità maggiori nei Cpr? La radice dei profili critici è direttamente legata a questa mancanza di piena qualificazione giuridica dello stato delle persone detenute in via amministrativa che, a propria volta, si riflette sulla loro impossibilità di imboccare una definita via diretta verso il riconoscimento di loro specifici diritti, quali quelli relativi a condizioni ambientali e logistiche accettabili, ad un’assistenza sanitaria e psicologica costante e qualificata, a stabili comunicazioni con le persone care e lontane, ad attività di comunità che allevino il peso della detenzione. Fondamentale è, in particolare, l’esigenza di proliferazione delle convenzioni in alcuni casi stipulate tra autorità prefettizie e strutture sanitarie pubbliche per l’assistenza dei detenuti in via amministrativa. In pratica, la fonte regolamentare della permanenza è affidata a disposizioni di rango meramente amministrativo e non primario, come ha chiesto la Corte Costituzionale. Gli ‘ospiti del Cpr’ possono usare i cellulari? Soltanto in alcuni Cpr, due o tre se non ricordo male. A nostro avviso non c’è una solida base giuridica per vietarne l’uso e nei nostri rapporti ne raccomandiamo l’utilizzo. Si riscontra un uso eccessivo della forza da parte degli agenti? Il tema di un impiego eccessivo o, addirittura, indebito della forza da parte del personale impiegato per assicurare l’ordine pubblico è di rilevanza centrale nei rapporti del Garante che, tuttavia, sperimenta crescenti difficoltà amministrative nell’attingere a questi dati essenziali, così rendendosi impossibile la necessaria opera di scrutinio e raccomandazione in conformità al mandato di meccanismo nazionale di prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti. Sulla questione il Garante manterrà una posizione intransigente. Ma al di là di questo, che racconti da parte dei “detenuti” sono stato fatto al Garante? Gli episodi ci vengono raccontati più dai familiari che dagli avvocati perché all’interno si temono ritorsioni. E rispetto all’uso o abuso degli psicofarmaci cosa ha riscontrato? Anche questo è un terreno che merita di essere esplorato in profondità mediante l’accesso al registro degli eventi critici che costituisce il modo trasparente e garantista per accertare eventuali trattamenti inappropriati o incompetenti rispetto alla cui verifica segue sempre un’energica formulazione di raccomandazioni del Garante rivolte all’impiego di personale sanitario e psicologico specializzato: il che non sempre può registrarsi in forma stabile e duratura. Come Garante avete fatto nel tempo delle raccomandazioni poi disattese? Sì. Ad esempio, nel caso del Cpr di Torino, prima di essere chiuso e poi riaperto, avevamo raccomandato di adottare misure di riservatezza nei servizi igienici (il vano Wc è protetto da un muro alto un metro e mezzo) ma non siamo stati ascoltati. In generale come sono le condizioni dei bagni? In quello di Milano, ad esempio, per 24 occupanti erano disponibili tre wc e tre docce. Secondo lei qualche Cpr andrebbe chiuso? Il problema non consiste solo nella chiusura quanto nel costante adeguamento dei centri esistenti agli standard comunemente accettati. Il Cpr di Torino è stato riaperto agli inizi del 2025 ma continua, ad esempio, a non garantire sufficienti e doverosi livelli di decorosa riservatezza nei locali adibiti a servizi igienici con strutture murarie inidonee allo scopo per la loro modestissima altezza. Qual è la situazione invece nel Cpr in Albania? Una delegazione del Garante nazionale ha visitato il centro albanese nell’ottobre dello scorso anno ed ha di recente varato il proprio rapporto, cui è utile rinviare. Va posto in rilievo che a quel tempo era molto contenuta la presenza di persone detenute, una quindicina, ospitate in locali di recente costruzione non sovraffollati. Rinviando ad una lettera dettagliata, qui sinteticamente cosa può dirci della situazione al di là dell’Adriatico? Dal 12 aprile alla data della visita del 2 ottobre risultavano complessivamente transitate nel Cpr di Gjader 192 persone. Nel registro eventi critici tenuto dal gestore risultavano 88 registrazioni, di cui circa una cinquantina relativa a episodi di autolesionismo/tentativi di suicidio, in particolare ingestione di corpi estranei, ferite procurate con materiale improvvisato, tentativi di impiccagione e strangolamento. Alcune persone poi ci riferivano di non essere state preavvisate nel trasferimento nella struttura albanese. Una luce interna alla camera di pernottamento resta accesa anche durante la notte e viene oscurata dai cittadini stranieri con un asciugamano. E invece qual è lo stato di salute delle nostre carceri? La drammaticità della condizione non soltanto degli istituti penitenziari ma, in generale, delle condizioni di vita dei detenuti, con il corteo degli inaccettabili disagi che ne conseguono in termini, soprattutto, di congestione delle presenze in spazi angusti, è fin troppo e tristemente nota. Non si scorgono all’orizzonte segnali concreti ed immediati di miglioramento. Questo è motivo di allarme per il Garante anche per i negativi riverberi sul lavoro e sulla esposizione a rischio del personale della polizia penitenziaria. Manca la scossa politica senza la quale la stagnazione prevarrà sulle ragioni del cambiamento. A proposito c’è una data per la presentazione del Rapporto al Parlamento? Si farà prima dell’estate? Proprio in questi stessi giorni sarà pubblicata la relazione al Parlamento per il 2024 ed inviata alle autorità competenti. Si è già al lavoro per la relazione riferita al 2025. Ma verrà resa nota prima dell’estate al Parlamento e a tutti noi? Non dipende da noi la scelta della data. In questo ultimo anno di legislatura che cosa si può ancora fare per migliorare la detenzione? Un esempio specifico e di relativamente agevole recepimento ed attuazione è quello di una speciale forma di indulto nei termini rappresentati in un appello, che presto sarà convertito in petizione popolare, sottoscritto in occasione del recente Giubileo da oltre un centinaio di autorevoli appartenenti ad una pluralità di categorie professionali attente e competenti al fenomeno dei diritti dei detenuti. Migranti. “Picchiano anche le persone ferite”. “Noi violentate di continuo e ammanettate” di Pietro Barabino Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2026 33 testimonianze raccontano la tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia. Il dossier è realizzato dal team di ricercatori internazionali RR[X] con il sostegno di Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Le interviste sono state raccolte da dicembre 2024 a febbraio 2026. “Vi porteremo in Libia, vi venderemo in Libia”, ridevano le guardie, prima di concretizzare queste loro minacce. Una delle testimoni del nuovo rapporto Women State Trafficking ricorda così i giorni passati in quelle che definiscono “gabbie”, alla frontiera tunisina; tra taser puntati addosso, perquisizioni, insulti e uomini “picchiati fino a quando stavano per morire”. Il report, pubblicato oggi sul sito statetrafficking.net, raccoglie 33 nuove testimonianze sulle espulsioni, le violenze e vendita di donne nere migranti tra Tunisia e Libia. In attesa della presentazione istituzionale prevista mercoledì prossimo al Parlamento europeo, il dossier aggiunge un dettaglio decisivo alla “tratta di Stato” già denunciata lo scorso anno: quel mercato di esseri umani continua, e sulle donne prende una forma ancora più violenta. “Quando siamo arrivati nella loro prigione ci hanno fatto alcune domande. Poi siamo rimasti lì tre giorni. Il terzo giorno ci hanno messo su un autobus per portarci vicino al confine con la Libia. Gli uomini erano nella gabbia per cani. Picchiavano anche le persone ferite”. La testimone che parla è CRN, la cui identità è protetta come quella delle altre persone ascoltate dai ricercatori. Un’altra donna, racconta che una volta ristrette nei centri di detenzione in Libia “non mangiano normalmente, non bevono normalmente” e sono costrette a bere “l’acqua che scorre nei bagni”. L’umiliazione è l’elemento ricorrente di tutte le violenze e descrive un clima di sottomissione e disumanizzazione. Il dossier e le testimonianze - Il dossier è realizzato dal team di ricercatori internazionali RR[X] con il sostegno di Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Le interviste sono state raccolte da dicembre 2024 a febbraio 2026: 19 riguardano donne, tra cui tre minori; 14 uomini, tra cui tre minori. Tredici donne sono madri di bambini piccoli o neonati, cinque erano incinte durante arresto ed espulsione. I ricercatori hanno scelto di restare anonimi per ragioni di sicurezza. Il lavoro di ricerca, documentazione e verifica delle testimonianze è in continuità con il dossier del gennaio 2025, che aveva già ricostruito cinque fasi della filiera: arresti arbitrari in Tunisia, trasporto verso la frontiera, detenzione nei campi tunisini, passaggio a gruppi armati libici, prigionia fino al pagamento del riscatto. Il nuovo rapporto conferma quel quadro e mette a fuoco il particolare accanimento sul corpo delle donne, “la sua svalutazione pubblica e il suo sovrapprezzo nel mercato dello sfruttamento”. Le 59 operazioni di espulsione collettiva documentate dal giugno 2023 al dicembre 2025 permettono ai ricercatori di stimare in almeno 7.400 le persone finite nella “tratta di Stato” tra Tunisia e Libia. Tutti i 33 nuovi testimoni riferiscono di essere stati “venduti come merce umana alla frontiera libica in cambio di denaro, carburante, droga”. È il dato che tiene insieme i due rapporti: “non un abuso collaterale al controllo delle frontiere, ma una filiera che trasforma persone in scambio, debito e profitto”. “Le donne costano di più”, riportavano già alcune testimonianze diffuse nei mesi scorsi. Questo nuovo lavoro di ricerca prova a spiegare perché. Nella tratta “il corpo delle donne assume un valore superiore”, sia nella “vendita all’ingrosso” gestita dagli apparati tunisini sia nella “vendita al dettaglio” dentro l’arcipelago detentivo libico. Le donne sono “merce pregiata”, vengono conteggiate a parte, separate da uomini, mariti e padri dei loro figli, e rivendute meglio perché il mercato finale è quello del lavoro sessuale forzato e della schiavitù domestica. La cattura e le violenze - Il primo anello della catena di “disumanizzazione, violenza e prostituzione” è quella che viene definita “cattura”, dal momento che non può definirsi una procedura di arresto legittima. Questi fermi, basati sul colore della pelle, colpiscono anche persone con documenti, passaporti o protezione internazionale. Vengono sequestrati denaro e telefoni, distrutti i documenti, “tutti vengono perquisiti e trasferiti su autobus o su camion usati per bestiame”. Un minorenne racconta di essere stato caricato in un mezzo “pieno di rifiuti… cacca ovunque all’interno… servivano per trasportare animali, cammelli e bovini”. Un altro testimone, chiuso in un hangar con altre 200 persone, racconta che le guardie hanno lanciato gas lacrimogeni dentro la struttura e poi costretto alcuni detenuti a cantare, ballare o combattere tra loro “come se fossimo dei gladiatori”. Poi vengono le violenze sessuali. Il rapporto le definisce strutturali “in ogni fase del percorso”: negli uliveti attorno a Sfax, nelle intercettazioni in mare, nel porto militare, sugli autobus, nelle caserme tunisine, al confine, nelle prigioni libiche e nei luoghi di sfruttamento successivi. Le donne raccontano stupri durante le retate negli accampamenti e nelle strutture del porto di Sfax. Le perquisizioni intime, scrivono i ricercatori, sono eseguite da uomini in divisa, spesso davanti a tutti, e non risparmiano le minori. Sui bus verso la Libia, molte donne spiegano di essere state ammanettate con fascette insieme ai figli. Nelle caserme della Guardia nazionale tunisina, soprattutto a El Meguissem, le testimonianze parlano di cani, taser, pestaggi, gabbie sotto i tralicci dell’alta tensione. L’assenza di cure - Una parte del rapporto è dedicata all’assenza di cure, scelta come ulteriore “tecnica di coercizione ai limiti della tortura”. Donne incinte restano senza assistenza, dolori addominali e contrazioni vengono ignorati, le richieste di farmaci restano senza risposta, i bambini vivono senza latte, pannolini, visite mediche. Il dossier riporta aborti spontanei, parti senza ostetriche, minori lasciati in spazi insalubri, pianti repressi con le percosse. Una madre racconta che nella prigione in Libia non è mai entrato un medico: “Diciamo che siamo malati, che i nostri bambini sono malati. Io stessa ero malata, ma non ho mai visto nessuno”. Un’altra testimonianza riferisce la morte di un bambino dopo settimane di alimentazione insufficiente. In Tunisia ci sono 25mila migranti senza permesso di soggiorno, 10mila solo a Sfax. La città portuale è il grande imbuto della rotta: accampamenti negli uliveti, retate quotidiane, tende bruciate, affitti vietati ai migranti irregolari, lavori in nero, cure negate, persone bloccate anche per uno o due anni dopo gli accordi tra l’Unione europea e il governo di Kaïs Saïed. Dopo il discorso xenofobo di Saïed del febbraio 2023 che rilanciava in salsa tunisina la bufala razzista della “sostituzione etnica”, “la caccia ai migranti e a chi li aiuta è diventata ordinaria”. La compravendita - Il passaggio successivo è quello che viene chiamato “barnamiche”: la compravendita, la trattativa, il catalogo. Le guardie libiche, scrivono i ricercatori, fotografano e filmano le donne detenute per facilitarne la selezione da parte degli acquirenti. “Le donne acquistate all’ingrosso alla frontiera tunisina vengono così rivendute al dettaglio in Libia”. Dentro le prigioni di al-Assah e Characharah la promessa è sempre la stessa: se non hai soldi per il riscatto, potresti “uscire” lo stesso. Ma l’uscita porta altrove. Una testimonianza racconta: “Qualcuno aveva proposto di farci uscire se non avevamo soldi”. Tra le 19 donne intervistate, sette sono state avviate al lavoro sessuale forzato come condizione di uscita dalla detenzione. Le case di prostituzione, spiega il report, non sono una via di fuga dal sistema detentivo, ma la sua continuazione “sotto altra forma”. In una struttura di Zawia descritta dai testimoni ci sono una cinquantina di stanze, piccoli spazi dove si servono alcolici ai clienti, tende usate come divisori e tariffe fisse: 30 dinari libici per una prestazione, 100 per l’intera notte. Le donne non possono uscire da sole. Alcune sono minorenni. Ci sono bambini piccoli, figli delle stesse donne sfruttate. Una testimone racconta di essere stata venduta in due bordelli diversi mentre aveva con sé la sorella di otto anni: quando si rifiutava di prostituirsi, la minaccia era che avrebbero preso la bambina al suo posto. Per chi non finisce nei bordelli c’è spesso la schiavitù domestica. Gli uomini vengono smistati nell’edilizia e nell’agricoltura, le donne nelle case. Una testimone spiega di dover lavorare quattro mesi per estinguere un debito di 7.000 dinari. Può uscire solo il venerdì, accompagnata. Se si ammala, la portano dai “loro medici”. La libertà, in questo pezzo di Libia, è un diritto relativo, condizionato, ristretto a un giorno e a un orario stabiliti da altri. Resta comunque una prospettiva paradossalmente preferibile, per molte persone migranti, rispetto alla detenzione dalle quali queste ‘vendite’ consentono di evadere. Il ruolo dell’Europa - Il dossier insiste anche sul ruolo politico dell’Europa. La Tunisia, scrive il collettivo di ricercatori, ha costruito dal 2023 un sistema di intercettazioni in mare, arresti ed espulsioni collettive verso la Libia “grazie all’impiego di ingenti fondi europei”. La ricerca vuole riaprire il dibattito sulla responsabilità dell’Unione e dei singoli Stati membri, anche sullo statuto di “Paese terzo sicuro” attribuito a Tunisi. È un nodo che pesa ancora di più alla luce del fatto che, nel febbraio 2026, il Parlamento europeo ha inserito la Tunisia in un elenco di Paesi di origine sicuri, nonostante rapporti e inchieste che descrivono il contrario. Un lungo elenco di organizzazioni non governative e associazioni per i diritti umani contestano questa scelta ricordando il contesto di “repressione degli oppositori, la compressione di magistratura e media e le violazioni sistematiche contro migranti e rifugiati”. Dopo la pubblicazione del primo rapporto, il 7 febbraio 2025, il ministero degli Esteri di Tunisi aveva respinto le denunce parlando di “accuse calunniose” e “notizie false e fuorvianti”. Nella risposta del marzo 2025 alla comunicazione dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, la missione tunisina a Ginevra aveva sostenuto di non avere ricevuto denunce e di non avere quindi avviato indagini. A rafforzare la plausibilità delle testimonianze, i ricercatori citano come anche nel rapporto 2025 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla tratta di esseri umani compaiono “segnalazioni di funzionari che avrebbero ‘venduto’ migranti alle autorità libiche e a gruppi armati noti per sfruttarli nel traffico di manodopera e nel traffico sessuale”. I ricorsi contro la Tunisia - Sul piano giudiziario, qualcosa si muove. Con il supporto legale di Asgi, due ricorsi sono stati depositati contro la Tunisia alla Corte africana dei diritti dell’uomo. Si fondano sulle testimonianze di due sopravvissuti oggi in sicurezza in Italia e mirano a far emergere la responsabilità dello Stato tunisino per “detenzione arbitraria, violenza, espulsione collettiva e vendita di esseri umani a reti di sfruttamento libiche”. Il nuovo rapporto, scrivono i legali, amplia il quadro probatorio e porta al centro “la dimensione di genere delle violazioni”. Nelle raccomandazioni finali il dossier chiede protezione immediata per i testimoni ancora in Tunisia e in Libia, accesso pieno alle strutture della Guardia nazionale al porto di Sfax e tra El Meguissem e al-Assah, un’indagine internazionale indipendente anche sulle fosse comuni e la sospensione di ogni nuovo finanziamento europeo per le politiche di frontiera verso Tunisia e Libia finché non saranno chiarite le responsabilità. Il 22 aprile, a Bruxelles, queste richieste arriveranno al Parlamento europeo con le testimonianze dirette e le voci di ricercatori, giuristi e osservatori di Amnesty. A presentare la ricerca anche Siobhán Mullally, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta di esseri umani. Delle 33 persone ascoltate, a oggi 30 sono ancora in Libia. Una è ancora in schiavitù domestica. Per questo la priorità dei ricercatori è ora garantire un corridoio umanitario sicuro e la dovuta protezione a queste persone che hanno condiviso la loro testimonianza. Droghe, al via il processo di revisione di Leonardo Fiorentini Il Manifesto, 15 aprile 2026 Nel 2025 la Risoluzione 68/6, approvata dalla Commission on Narcotic Drugs dell’Onu (CND) su iniziativa della Colombia, ha istituito un panel di 19 esperti per elaborare raccomandazioni “chiare e attuabili” volte a migliorare il sistema internazionale di controllo delle droghe. Questo processo, promosso in vista della riunione di alto livello sulle droghe prevista nel 2029, ha visto lo scorso marzo la stessa CND completare la composizione del panel di esperti con la nomina dell’ultimo dei due co-chair del consesso. Saranno il canadese Allan Rock, già nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, e Natalie Y-lin Morris-Sharma, proposta da Singapore. Quest’ultima nomina è stata al centro delle trattative diplomatiche dello scorso marzo a Vienna, con gli Usa che, dopo aver verificato la mancanza di consenso sulla propria candidata, sono riusciti in qualche modo a convincere il Marocco a ritirare la candidatura, giovane e progressista, di Khalid Tinasti, mettendo così una pesante presenza proibizionista nella presidenza. Fra gli altri nomi degli esperti che andranno a comporre il panel, va segnalato quello di Pavel Bém, già sindaco di Praga e membro della Global Commission on Drug Policy, nominato dal gruppo regionale dell’Europa orientale. Bém porterà nel dibattito non solo la sua esperienza sul campo, da amministratore locale che ha vissuto gli effetti delle normative proibizioniste nelle proprie piazze, ma anche l’approccio pragmatico e riformatore proprio delle recenti normative introdotte nella Repubblica Ceca. Il bullismo istituzionale di Trump è esondato anche in questa sessione della CND, dove il voto è diventato la normalità. Si è votato su tutto, anche sui punti all’ordine del giorno della sessione, con gli Stati Uniti impegnati a cercare di espungere dalla discussione perfino gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Proprio questa pervicacia censoria, estesa a qualsiasi riferimento all’Oms, genere, sviluppo sostenibile e riduzione del danno nelle risoluzioni in discussione, ha evidenziato da un lato il progressivo isolamento degli Usa, ma anche la loro capacità destabilizzante. Se è finito il “consenso” sul problema globale delle droghe, non è certamente finita la narrazione proibizionista, che proprio nel caos diplomatico scatenato dall’esportazione a Vienna dell’ideologia MAGA ha trovato echi a volte inattesi. L’intervento statunitense nel dibattito in plenaria ha rivendicato la ripresa retorica della “guerra alla droga”, vantandosi dell’uso della forza militare letale con missili nel Mar dei Caraibi e rivendicando la cattura con la forza di Nicolás Maduro. La rappresentante Usa ha poi attaccato frontalmente la Cina, accusandola di fatto di essere il mandante dell’epidemia di fentanyl in Nord America. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul controterrorismo e i diritti umani ha invitato gli Stati membri a distinguere tra terrorismo e traffico di droga, e insieme Norvegia e Finlandia sono riuscite a far approvare una risoluzione che contiene diversi impegni positivi, compreso il riferimento specifico alla riduzione del danno. Nonostante la necessità di alcuni compromessi, è stata adottata con 45 voti a favore, compresa la Cina: solo Stati Uniti e Argentina hanno votato contro. Il Panel indipendente di esperti, entro il 2027, dovrà produrre proposte per la revisione del sistema globale di controllo sulle droghe. Un’opportunità straordinaria per affrontare l’incapacità sistemica di confrontarsi con la realtà. Se il panel saprà affrontare i danni causati dagli approcci punitivi, mettendo in discussione gli assunti ideologici oggi superati nei fatti, ma ancora incorporati nei trattati, potrà offrire percorsi per riallineare questo sistema arcaico con la salute, i diritti umani e la realtà vissuta. La forza del diritto di Ernesto Galli della Loggia Corriere della Sera, 15 aprile 2026 Quando non c’è più un bene comune, le regole vengono stabilite dalla forza. La crisi del diritto internazionale è sotto gli occhi di tutti: con la conseguenza di un sempre più generalizzato e indiscriminato ricorso all’uso dello scontro aperto, alla guerra. Che però tende a dare ragione non a chi ce l’ha ma a chi è più forte, producendo dunque a propria volta un ulteriore aggravamento della crisi del diritto in questione. Se ci chiediamo però perché le regole di questo contano sempre di meno non dobbiamo accontentarci della risposta abituale - perché ci sono dei governi cattivi che non le rispettano - che come si capisce è una finta risposta che non spiega nulla. La verità è che il diritto internazionale non funziona più perché, in mancanza di una forza poliziesca e giudiziaria mondiale capace di imporne il rispetto agli Stati (una forza di questo tipo era ad esempio anche il bipolarismo Usa-Unione sovietica esistente fino a una quarantina di anni fa), è venuta meno l’unica, ulteriore, condizione capace di mantenerlo più o meno in vigore. Vale a dire l’esistenza almeno tra la maggioranza degli Stati di un comune sentire, di un comune tessuto di carattere sostanzialmente culturale, fatto di valori e di principi. È da una tale circostanza storica, infatti, che è nato il diritto internazionale: quando all’interno della “Res publica Christiana”, i regnanti dell’Europa medievale e moderna, si sentirono spinti non solo dal proprio interesse (mantenere la condizione di equilibrio delle potenze creatasi con la pace di Westfalia) ma anche dalla propria fede a osservare un certo codice di regole (benché solo tra di loro: con i Paesi e i popoli non europei era invece ammesso di tutto!). Così è nato, dicevo, il diritto internazionale: ne è un pallido ricordo la consuetudine tuttora in essere di considerare il nunzio pontificio come decano ex officio del corpo diplomatico dovunque accreditato. Alla fine della Seconda Guerra mondiale - seppellita ormai qualunque idea di “Res publica Christiana” - la rifondazione di fatto del diritto internazionale avvenne con la nascita delle Nazioni Unite nel 1945. Allo scopo di “evitare il flagello della guerra” e “affermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo e nel progresso sociale”, com’era scritto nel preambolo dell’organizzazione. Una dichiarazione ove si sente ancora distintamente l’impronta dell’alleanza antifascista vincitrice della guerra, l’eco ideologico dell’antifascismo e dei suoi valori (pur così diversamente intesi come potevano esserlo dalla Russia di Stalin e dagli Stati Uniti di Roosevelt). È stato questo in qualche modo il collante, l’ethos condiviso, che unì allora quella cinquantina di nazioni “unite”: tra le quali, peraltro, le nazioni non europee e non latino-americane si contavano appena sulle dita di una mano. Un numero che però è cambiato rapidamente fino a raggiungere i 193 Stati attuali tra i quali si annoverano gli oltre cinquanta Stati islamici la cui adesione a tutte le “carte dei diritti” e simili prodotte dall’Onu avviene solitamente - la cosa va tenuta a mente - con la clausola “fatta salvo ciò che contrasta con le regole della Sharia”. Di fronte a questa crescita s’impone la domanda: ma che cosa unisce oggi realmente i Paesi membri dell’Onu? A qual fine e in che senso le Nazioni Unite sono unite? Da che cosa? La verità è che dietro la massima assise mondiale del diritto internazionale - così essa viene ancora oggi presentata nel discorso pubblico - dietro l’organizzazione le cui risoluzioni e dichiarazioni vengono ancora oggi solitamente evocate con il segno della “verità” e della “giustizia”, non c’è più alcun retroterra storico, politico, culturale davvero in comune. Nessun valore, nessuna idea condivisa riguardo ciò che è buono o cattivo, giusto o ingiusto, riguardo nulla. C’è solo la politica, il proprio specifico interesse politico e basta. Ma può mai esistere a queste condizioni, mi chiedo, qualcosa che abbia a che fare con la dimensione del diritto, qualcosa che simbolicamente ne dovrebbe essere una massima espressione e che quindi dovrebbe agire con un minimo di imparzialità? Si può credere, ad esempio, all’imparzialità di un’Assemblea come quella dell’Onu che nel 2024 - è solo un esempio tra mille - ha emanato 23 risoluzioni di condanna di cui ben 17 riguardavano un solo Stato, e cioè Israele? Si può credere all’imparzialità delle pronunce della stessa Onu e dei suoi uffici di fronte ai bombardamenti sui centri abitati, sulle popolazioni civili, nel caso di Gaza da un lato e dall’altro sulle città ucraine che durano implacabili da oltre quattro anni? Il diritto internazionale è in crisi, insomma, non già perché in giro ci sia un gran numero di furfanti e di briganti che non lo rispettano (che naturalmente ci sono eccome!) ma perché è venuto meno anche in minima misura il sentire comune circa il bene e il male, il vero e il falso, in troppi di coloro che parlano a suo nome. Giustizia e Pietas calpestate, quando Dio si trasforma in Io di Vito Mancuso La Stampa, 15 aprile 2026 La religione esibisce un’inaspettata forza geopolitica: sembra di essere tornati al premoderno. La situazione è incredibile, al limite del paradosso, forse persino del ridicolo: in piena secolarizzazione, mentre i singoli nella loro vita privata non si curano minimamente dei dettami della religione e ognuno si comporta secondo l’unico vangelo che riconosce, vale a dire il proprio egoistico desiderio, i riferimenti alla religione nella politica mondiale si moltiplicano e diventano punti fondamentali della comunicazione. Dico della “comunicazione” intendendo con essa l’officina del consenso, ovvero il motore vero e proprio della politica contemporanea, la quale è sempre più simile a un’azienda governata dalla logica del marketing, di quanto cioè desiderano gli acquirenti, e non dalla logica del prodotto, di quanto cioè è deontologicamente giusto produrre. Proprio lì, nella comunicazione, la religione esibisce in questi giorni un’inaspettata forza geopolitica. A tratti sembra quasi di essere tornati al premoderno, quando la laicità non esisteva e tutto era religiosamente determinato. È per questo che la polemica tra il Presidente degli Stati Uniti e il Romano Pontefice assume un rilievo che va al di là della semplice cronaca. Di Trump sappiamo tutto. È la quintessenza della patologia contemporanea: il narcisismo. È l’icona vivente della nuova divinità, vale a dire il Dio a cui è caduta la “D” e si è trasformato nell’Io. Attenzione: la modernità si era emancipata dalla prigione della religiosità tradizionale esattamente nel nome dell’Io con il cogito cartesiano che campeggia nell’indimenticabile “Discorso sul metodo” del 1637, scritto in latino: “Cogito, ergo sum”, e prima ancora in francese: “Je pense, donc je suis”. E furono sempre i diritti dell’Io a dare vita alla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” del 1789 che coronò la Rivoluzione francese, così come la luminosa filosofia di Kant che fa dell’emancipazione della coscienza il sigillo della maggiore età raggiunta dal genere umano. E furono sempre i diritti dell’Io a segnare la campagna per i diritti civili che ha contrassegnato la storia migliore del Novecento a partire dalla “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” approvata dall’Onu il 10 dicembre 1948. Nessun rimpianto, quindi, per l’epoca premoderna con quella “D” che spesso mortificava l’io e la sua libertà. Ma qualcosa è andato storto. L’Io senza più la D, che avrebbe dovuto finalmente approdare alla vera democrazia e di conseguenza alla vera giustizia, si è via via dimenticato della completezza della triade rivoluzionaria “Liberté, egalité, fraternité”, per affermare invece solo una libertà vorace e supremamente egoista che ha sistematicamente divorato uguaglianza e fraternità. Questo è, nella sua essenza profonda, il capitalismo contemporaneo di impronta americana: una libertà arbitraria che vuole dominare e strumentalizzare gli altri, altro che fraternité! Ed esattamente questo Donald Trump personifica al meglio. Per questo motivo l’hanno votato, non solo la prima, ma anche la seconda volta: perché vorrebbero essere come lui, perché è lui il profeta, forse persino il messia che instaurerà il mondo che tutti vogliono, Maga: “Make America Great Again”. Non è quindi in gioco solo la politica, c’è anche la religione, intendendo per religione ciò che parla all’animo più profondo di un essere umano, cioè la dimensione irrazionale che concerne la passione, l’amore, l’odio, la paura, il desiderio, la vitalità. Per questo motivo Trump ha istituito un “Ufficio della Fede” (Faith Office) alla Casa Bianca, viene circondato da fervorosi uomini e donne di chiesa che pregano per lui e attorno a lui, e si fa persino raffigurare nei panni di Gesù. E sempre per questo è inevitabile che polemizzi con il Papa, nella misura in cui questi non si unisce a sua volta alla schiera degli ecclesiastici in adorazione. Papa Leone infatti, ben lungi dall’assecondarlo, ha pronunciato parole inequivocabili che non potevano non irritare il Presidente americano, ammonendo a porre “un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo”. Il Papa non ha fatto nomi, ma a chi non viene in mente subito Trump? In realtà vi sono altri politici che esibiscono palesemente un delirio di onnipotenza sempre più aggressivo, mi riferisco al capo del governo israeliano Netanyahu e ai suoi ministri, in particolare la coppia di oltranzisti religiosi Ben Gvir e Smotrich. Papa Leone deve proseguire sulla stessa linea di fermezza e ricordare anche al governo di Israele che “il Nome santo di Dio, il Dio della vita non venga trascinato nei discorsi di morte”. E con lui e ancora più di lui dovrebbero farlo gli esponenti religiosi dell’ebraismo italiano, che invece tacciono e tacendo approvano la politica razzista e predatoria messa in atto dall’attuale governo di Israele. Non hanno molto a che fare con il coraggio della profezia ebraica che seppe sempre opporsi al potere politico quando era necessario farlo, a partire dal profeta Natan contro il re Davide, da Elia contro Acab, da Isaia contro Acaz. Ma se ha un senso la religione, esso è esattamente quello ricordato da queste parole del profeta Michea, anch’egli esponente dell’Israele santo che io amo: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio”. Tre cose quindi: giustizia, pietas, umiltà. Ovvero l’esatto contrario della politica di Trump e Netanyahu. E quanto invece papa Leone sta cercando, con la sua mitezza, di promuovere. In Medio Oriente una tempesta perfetta che ci riporta indietro di mezzo secolo di Fabio Carminati Avvenire, 15 aprile 2026 Il ritorno alle guerre tradizionali, lo stop ai corridoi per le merci, la battaglia per l’autonomia energetica: il conflitto scatenato da Usa e Israele in Iran sta inconsapevolmente segnando la fine della globalizzazione. Se mai ce ne fosse bisogno, in questa guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, nel fronte degli sconfitti c’è n’è uno che ha per la prima volta dimostrato fino in fondo tutte le sue fragilità: la globalizzazione. Mentre si combatte ancora, si bloccano le rotte e i colloqui di pace hanno intenti ben superiori al bene prezioso del dialogo, (lo si è detto) si è scatenata una tempesta perfetta. Che ha riportato il mondo indietro di cinquant’anni. Era pronta da tempo a scatenarsi: aspettava solo un gesto inconsulto per cominciare. Perché da oltre un decennio la geopolitica e le guerre da cui è puntellato avevano dimostrato empiricamente che la risposta del prezzo del petrolio - come l’oro è l’indicatore materiale della tensione globale - era rimasta anelastica: l’ultimo esempio era arrivato dalla fase recente ed esplosiva della crisi ucraina e dall’invasione di Gaza da parte di Israele e il successivo attacco di giugno al nucleare iraniano. Prima ancora, con le primavere arabe e la successiva, interminabile, guerra siriana passando per la tragedia libanese. Nulla di tutto ciò aveva alterato così pesantemente i prezzi del greggio. Neanche l’allucinante periodo del Covid, per certi versi e per gli effetti economici, equiparabile a un autentico conflitto. La tempesta perfetta - Nell’attuale guerra di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu contro l’Iran degli ayatollah si possono trovare, invece, molte somiglianze con il passato meno recente. A cominciare dal problema relativo alla chiusura negli anni Settanta del Canale di Suez che può essere confrontato con la chiusura dello stretto di Hormuz o con l’incertezza relativa su quello di Bab el-Mandeb, (nome arabo dall’inquietante significato: “Porta del lamento funebre o delle lacrime”) snodo tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e, quindi, l’Oceano Indiano. Guarda caso sono i cosiddetti chokepoints (i punti di strozzatura, i colli di bottiglia), citati anche nel documento National Security Strategy pubblicato dagli Stati Uniti nel novembre dello scorso anno, neanche tre mesi prima della guerra scatenata dai due alleati uniti dal sogno-incubo del “Grande Medio Oriente”. Il collo di bottiglia “previsto” - Nel testo, in particolare, gli esperti dell’Amministrazione Usa dichiarano esplicitamente di voler “impedire che una potenza avversaria domini il Medio Oriente e le sue forniture di petrolio e gas e i colli di bottiglia (checkpoints) attraverso i quali essi transitano”. Perché oggi, tra l’80 e il 90 per cento del commercio globale si svolge via mare, grazie a circa centomila grandi navi da carico e superpetroliere. Le rotte, chiaramente, dipendono dalla geografia e non sono né infinite né, soprattutto, libere: passano per alcuni “imbuti”, che assumono, come in passato, un’enorme importanza geopolitica. Questi colli di bottiglia, importanti fin dalla notte dei tempi, sono fondamentali per gestire il commercio mondiale che, a sua volta, impatta sui processi di sviluppo e sulla transizione. I più importanti restano otto, alcuni naturali e altri scavati dall’uomo: il Canale di Panama, che taglia in due l’America centrale; lo Stretto di Malacca, nel sud est asiatico; Gibilterra, tra il Mediterraneo l’Oceano Atlantico; l’accoppiata Bosforo e Dardanelli, punto di passaggio tra il Mediterraneo e il Mar Nero; il Capo di Buona Speranza, sulla punta meridionale dell’Africa; il Canale di Suez, tra Mediterraneo e Mar Rosso. Per finire i due più importanti che ci riportano alla guerra di questi giorni: lo Stretto di Hormuz, fra Golfo Persico e Golfo di Oman quello di Bab el-Mandeb. L’Iran dei pasdaran ha sempre usato Hormuz come una sorta di ponte levatoio medievale: ne ha fatto il centro di ogni manovra navale per declamare la potenza militare persiana e lo ha bloccato in questi giorni dall’Iran come risposta all’attacco israelo-statunitense. Nel punto più stretto misura soltanto 33 chilometri: una striscia di mare conteso da decenni tra la costa meridionale dell’Iran e la punta della penisola dell’Oman. Attraverso quella rotta transita circa il 20% del consumo giornaliero mondiale di petrolio - intorno a 20 milioni di barili ogni 24 ore - insieme a una quota compresa tra il 20 e il 30% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto. Non solo. Il 30% dell’approvvigionamento globale di elio proviene dal Qatar e dipende dalla produzione di gas naturale liquefatto, di cui l’elemento è un prodotto di lavorazione. Quest’ultimo (lo stesso usato per gonfiare i palloncini dei bambini) è essenziale per l’industria dei semiconduttori, ma anche per la diagnostica per immagini. L’impiego è molteplice, compresi i concimi azotati e le materie prime per produrre quelli fosfatici, tutti dipendenti dal gas naturale fossile. Si tratta di produzioni difficilmente surrogabili. Risulta chiaro, quindi, che strangolare un simile traffico comporta inesorabilmente un impatto sui prezzi del petrolio, del gas e dei loro derivati. L’interruzione delle catene di approvvigionamento arriva a minacciare, inoltre, seppure nel medio periodo, anche la sicurezza alimentare mondiale. Il gigantesco risiko - E anche questa, per molti esperti, è stata una rivincita degli eventi estremi e del mercato sui canoni consolidati ormai della globalizzazione. Il controllo materiale degli snodi, come dei territori-chiave, ha portato in auge una concezione basilare nelle guerre “tradizionali”: il controllo del territorio. Con cui Trump sta terribilmente scoprendo di doverci fare i conti: perché schierare navi all’imbocco di Hormuz (come in un gigantesco tavolo del Risiko, dove “un carro armato piazzato sull’Australia ti fa vincere”) non può bastare se non nel brevissimo periodo. La rotta alla fine resta inutilizzabile, da tutti, e i tempi per un’alternativa via terra del trasporto del greggio sono “biblici”. Le cifre aiutano a comprendere a fondo la portata della “tempesta perfetta” che Donald Trump ha scatenato, facendosi trascinare in una guerra dalle conseguenze imprevedibili dall’alleato di ferro israeliano. Sul fronte delle risorse, gli Stati Uniti sono sufficientemente autosufficienti, grazie allo shale oil (il petrolio estratto dalle rocce) e gas che hanno permesso l’incremento della produzione dai 4 milioni di barili del 2008 (crollati dopo il picco del 1971 quando si estraevano 10) ai 13,5 milioni del dicembre dell’anno scorso. Anche per quanto riguarda il gas, gli Usa sono il principale produttore globale, con almeno mille miliardi di metri cubi annui (un quarto del totale globale), seguiti dalla Russia di Vladimir Putin (circa il 16 per cento del totale), Iran (circa 7 per cento), Cina (6 per cento), Canada (5 per cento) e Qatar (5 per cento). Gli esperti ritengono che, in tempi medio-brevi, il contraccolpo ricadrà sulle spalle dei Paesi asiatici e, in una minor percentuale, nei confronti dell’Europa. I principali importatori dal Qatar sono la Cina, con 25,1 miliardi di metri cubi, il Medio Oriente (22), India (15,1), Corea del Sud (12,1), altri Paesi di Asia e Oceania (10), Pakistan (9,3), Taiwan (7,7). Sul fronte europeo, soltanto 12 miliardi (pari al 3,8% del totale) provengono dal Qatar. La gran parte del gas arriva dalla Norvegia (97,2 miliardi, pari al 31,1 per cento del totale), poi gli Stati Uniti coprono circa un quarto delle importazioni (79,4, il 25,4 per cento), a seguire c’è ancora un 13 per cento che arriva dalla Russia, con 40,9. Il Nordafrica copre il 12,7 per cento, il Regno Unito il 4,3 per cento, e l’Azerbaijan il 4 per cento. Anche se si analizzano le quantità, l’Europa non sembra in difficoltà nel breve-medio periodo. Gli stoccaggi della Germania sono al 22 per cento, quelli dell’Italia a un buon 44 per cento. La primavera e l’estate sono, però, le due stagioni in cui si riempiono le cosiddette riserve (anche quelle strategiche): se i prezzi dovessero rimanere alti per il prolungarsi della guerra, in effetti potrebbe diventare molto costoso il rifornimento, soprattutto per la Germania che ha ridotto le importazioni dalla Russia dopo il 2022 ed ha maggior difficoltà a trovare sostituti. Nel frattempo, in ogni caso, a soffrire maggiormente della riduzione degli approvvigionamenti saranno i Paesi asiatici. E la soluzione di nuovi oleodotti, anche verso l’Occidente, in Medio Oriente richiede decenni per realizzarla. “Peggio della pandemia” - Però se la situazione energetica e geopolitica rischia di produrre nel mondo “effetti più catastrofici della pandemia”, come stanno ripetendo da settimane all’unisono le istituzioni finanziarie ed economiche mondiali, una risposta a tutto questo Donald Trump, dopo più di un mese di guerra (che “finirà presto”, oppure durerà “tre settimane” o che “è ormai vinta”), non l’ha mai data. Perché forse, ora, la risposta non la conosce più nemmeno lui. La situazione gli è sfuggita di mano e non sa probabilmente più come uscirne. Nella sua Amministrazione stanno cadendo teste importanti, i “consigliori” sembrano meno infallibili e le conseguenze politiche nubi sempre più scure alla vigilia della metà del suo secondo mandato al 1600 per Pennsylvania Avenue. L’inflazione, che inevitabilmente crescerà, è stata l’arma da lui stesso impiegata prima per far crollare Joe Biden e poi sconfiggere, di poco, Kamala Harris. L’economia in vistosa frenata potrebbe ora privarlo di quel potere assoluto che vorrebbe guadagnare fra otto mesi alle urne per “cambiare” (dicono in molti detrattori) l’assetto dell’equilibrio dei poteri in America. Cui prodest? - Un petrolio quotato oltre i cento dollari da un mese non può, invece, non favorire i suoi grandi elettori texani. Ma soprattutto dà una grande mano chi aveva sofferto per il blocco del prezzo intorno ai 70 dollari voluto dalla Casa Bianca per intercessione degli alleati sauditi: Vladimir Putin. Gli esperti di numeri hanno calcolato che, con un margine di trenta dollari sul prezzo medio del semestre precedente, pagherà abbondantemente un terzo delle spese dello scorso anno per mantenere l’occupazione militare in varie zone dell’Ucraina, il Donbass in particolare. L’arrabbiatura (troppo) di facciata del Cremlino per l’operazione che ha anche portato all’uccisione della Guida suprema Alì Khamenei non è sfuggita a pochi. Nonostante Mosca fosse madre e padre del nucleare iraniano e alleato principe del regime degli ayatollah. Qualcuno è andato ancora più in là vedendo il tutto come una sorta di do ut des del presidente americano allo zar del Cremlino per raggiungere un compromesso su Kiev. E magari non solo: all’orizzonte potrebbe essere una spartizione geopolitica del globo in aree di influenze che includa anche la Cina, spettatore solo apparente. Ma riscontri non si potranno mai avere. Il pantano - Effetti politici dell’operazione in Persia men che meno. Caduto il satrapo Khamenei, il figlio (già messosi in luce con le repressioni del dissenso) ne ha assunto il ruolo senza soluzione di continuità. La possibilità di prevalere sul terreno da parte degli americani (che ribadiscono la teoria del “no boots on the ground” tranne qualche boutade di The Donald a giorni alterni) è molto scarsa. Come la conclusione negoziale di un attacco che è andato ben oltre le motivazioni non suffragate da prove, come la ripresa del programma nucleare o la facile transizione democratica della dittatura. E allora perché? Forse per questo Donald John Trump, da giorni, ha rispolverato la vecchia “macchina del fango” e il sempiterno “wag the dog”, (fai scodinzolare il cane) per distogliere l’attenzione dai guai pesanti che ha causato e tentare di coinvolgere il Papa con una strategia parossistica senza precedenti. Ieri è arrivato a farsi consegnare davanti alle telecamere il suo “junk food” (a base di hamburger, salse e patatine fritte) proprio alla porta dell’Ufficio Ovale che dà sul giardino della Casa Bianca. Sta lavorando senza sosta (ha fatto dire), alla riforma del fisco sulle mance, che in America sono parte obbligatoria del conto. E sui social italiani già qualcuno ha ironizzato sul parallelo con la luce sempre accesa, durante il Tragico ventennio, nella Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia.