Arriva il Decreto Sicurezza. Per le carceri è come una bomba di Stefano Anastasia e Franco Corleone Il Manifesto, 14 aprile 2026 Sparito dai radar, l’ennesimo provvedimento repressivo e di presunta emergenza del governo, è da oggi nell’aula del senato e va convertito in appena dieci giorni. Giovedì scorso la commissione affari costituzionale del senato ha interrotto l’esame del disegno di legge di conversione dell’ennesimo decreto sicurezza per portarlo al voto dell’assemblea del senato oggi pomeriggio, senza averne votato gli emendamenti e senza aver dato un mandato al relatore. Tanto il parlamento nell’epoca di re e regine serve solo ad approvare quel che vuole il governo, in una inversione del rapporto costituzionale che vorrebbe il governo dipendere dalla fiducia del parlamento e non il contrario. Salvo la denuncia del movimento No Kings e la resistenza istituzionale dei gruppi di opposizione, di questo decreto avevamo perso le tracce, e forse le aveva perse anche il governo, preso prima dalla catastrofica campagna referendaria e poi dai tentativi di sopravvivergli. È così che il disegno di legge arriva all’esame del senato ad appena dieci giorni dalla decadenza del decreto che vorrebbe convertire in legge, e dovrà poi essere esaminato dalla camera. Nella alluvionale legislazione penal-populistica del governo Meloni, questo è il decreto che avrebbe dovuto mettere fine alla violenza minorile, ai furti con destrezza e alle rapine aggravate, alle infiltrazioni nelle manifestazioni, allo spaccio di stupefacenti e chi più ne ha più ne metta. Del resto ormai la legislazione si fa così, in modo particolare in materia penale e di sicurezza: si apre un file e ognuno ci mette il suo, a seconda delle rivendicazioni di gruppi e lobbies e del tornaconto che i partiti di governo ne pensano di avere in termini elettorali. Tra le altre cose, oltre al registro separato per le notizie di reato riguardanti gli appartenenti alle forze di polizia, il decreto contiene pericolose disposizioni che consentono “operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari”, attraverso cui gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi della polizia penitenziaria sono esentati dalla responsabilità penale per la commissione di reati commessi durante la loro esecuzione. Ne ha già scritto, su queste pagine, giustamente allarmato, il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella (Non solo topi, ora in carcere arrivano le talpe del 28 febbraio scorso). Al di là della stretta necessità di una misura di questo genere, che realisticamente riguarderà i reati più diffusi in carcere, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti e telefonini (reati che, incidentalmente vale la pena di ricordarlo, sono reati minori, senza vittime e, almeno nel caso del possesso dei telefonini, privi dei necessari requisiti di offensività), il problema è che questa “sciocchezza a fini di sciocchezza” rischia di produrre morti e feriti. La cultura del sospetto che il cattivismo penitenziario ha coltivato in questi anni si impadronirà delle relazioni in carcere, tra gli stessi detenuti. Per ogni dove potrà esserci qualcuno che, sotto mentite spoglie, fa un altro gioco. E il sospetto verso il nuovo vicino di branda potrà generare conflitti assai prima che si scopra se era effettivamente un agente sotto copertura o un altro detenuto qualunque. Se non sarà possibile fare tabula rasa di questo decreto che avanza da una stagione politica ormai decadente, e che non potrà essere esaminato secondo le forme e i principi di una democrazia parlamentare, almeno si cancelli l’ignominia degli agenti sotto copertura in carcere. Rivolgiamo un appello ai senatori perché sia espunta questa norma. Solo degli irresponsabili possono costruire una misura del genere nella situazione di crisi delle carceri, strette tra sovraffollamento e suicidi. Se il nostro monito non venisse ascoltato inviteremo i garanti dei diritti dei detenuti a controllare i registri degli ingressi nelle carceri italiane per monitorare la presenza di infiltrati. Anche gli agenti di polizia penitenziaria dovrebbero far sentire la propria voce perché la loro incolumità non sia messa a rischio. E alla fine anche il presidente della Repubblica dovrà valutare la congruità di un decreto pericoloso che non ha potuto essere esaminato secondo le corrette procedure costituzionali e finalmente utilizzare la prerogativa dell’articolo 74 della Costituzione, chiedendo una nuova deliberazione delle camere con un messaggio motivato. Carceri minorili, il reato di rivolta stavolta non piace a Sangermano di Eleonora Martini Il Manifesto, 14 aprile 2026 Una confederazione di piccole sigle diffonde la notizia di una “rivolta scoppiata nel pomeriggio di sabato”. Il capo del dipartimento della Giustizia minorile nega. Chi di rivolta ferisce, di rivolta perisce. A un anno dall’entrata in vigore della nuova fattispecie che punisce nelle carceri anche chi si oppone passivamente ad un ordine - reato introdotto col decreto sicurezza dell’aprile 2025 su pressing dell’allora sottosegretario Delmastro per compiacere i sindacati di polizia penitenziaria - la stessa propaganda colpisce ora la nuova creatura “modello” del capo Dipartimento di giustizia minorile Sangermano, il carcere minorile rodigino “Vivaldi” inaugurato tre mesi fa. “Non c’è stata alcuna rivolta presso l’Ipm di Rovigo, ma solo l’ostinata volontà di cinque ragazzi neo maggiorenni di non fare rientro in sezione”, ha ribattuto ieri il magistrato all’allarme lanciato nei giorni scorsi da alcune sigle e ripreso dalle cronache locali. “Una rivolta ha connotazioni del tutto diverse - ha precisato Sangermano - mentre si è trattato di un atto di insubordinazione, senza alcun tentativo di evasione da parte di alcuno”. Lo si potrebbe dire in realtà di quasi tutti gli episodi di “rivolta” di cui si apprende dalle fonti sindacali ormai quasi quotidianamente da un paio d’anni a questa parte. Questa volta a fare chiasso è stata una confederazione di piccole sigle, la Con.Si.Pe., che ha diffuso la versione di una “rivolta scoppiata nel pomeriggio di sabato, che ha tenuto sotto scacco la struttura veneta per oltre cinque ore”. Il sindacato parla di “sistema minorile al collasso” e di “fallimento annunciato di una gestione amministrativa che sembra aver smarrito la bussola della sicurezza”. La preoccupazione, naturalmente, è focalizzata sulla “dignità professionale dei nostri agenti” che sarebbe salva solo se si estromettessero dal sistema i giovani reclusi non appena compiuti i 18 anni. Per una volta, però, l’allarme non è funzionale al governo. L’istituto infatti è stato presentato come carcere “modello”: “30 posti detentivi in 7.000 mq di estensione”, secondo la stessa descrizione che ne fece Ostellari quando l’Ipm entrò in funzione il 23 febbraio. Dopo la riattivazione della sede de L’Aquila e l’inaugurazione dell’Ipm di Lecce, con il carcere di Rovigo si realizza il progetto governativo di rilancio complessivo del circuito. UN SISTEMA che scoppia ormai al pari di quello per adulti: secondo Antigone, infatti, a fine 2025 si conta una crescita di reclusi di quasi il 35% rispetto al periodo pre-Caivano. Omicidi in carcere: inchiesta sulle vittime invisibili dei penitenziari italiani di Lorenza Pleuteri osservatoriodiritti.it, 14 aprile 2026 In galera si continua a morire anche per la violenza di altri detenuti. E la domanda di fondo chiede una risposta al più presto: le responsabilità sono solo di chi uccide, o ricadono anche sul sistema penitenziario? Ecco nomi, storie e dati di 5 anni di omicidi nelle carceri italiane. Persone con problemi psichiatrici tenute in celle comuni. Spedizioni punitive. Vecchi ergastolani senza più nulla da perdere. Relazioni esasperate da convivenze forzate, in spazi ridotti, in condizioni che dignitose spesso non sono. L’impossibilità o l’incapacità di prevenire, in strutture caratterizzate cronicamente dal sovraffollamento e con il personale che lamenta carenze d’organico. Nelle carceri italiane, dove ogni anno i suicidi si contano a decine, si continua a morire anche per omicidio. Le statistiche ufficiali sulle persone assassinate in carcere sono sottodimensionate, numeri distanti dai delitti (o presunti tali) di cui si è avuta conoscenza da fonti ufficiali e fonti informali. Dal 2021 al 2024 a Osservatorio Diritti risultano almeno 12 aggressioni mortali dietre le sbarre, detenuti colpiti da altri detenuti. Nel 2025 sono venuti alla luce altri tre casi con esiti letali, tutti ancora da chiarire. Il Garante nazionale per i detenuti rilancia con copia e incolla, senza verifiche incrociate e senza riletture post inchieste, dati vecchi e nuovi forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: il totale del quinquennio si ferma a sette omicidi, a fronte dei 15 desunti da altre fonti, posto che per alcuni sono ancora in corso gli accertamenti medico-legali, le indagini o i processi. Decessi accidentali e numeri oscuri delle carceri italiane - Gli uomini ammazzati in cella - o morti in ospedale dopo le aggressioni - nei cinque anni considerati sono stati l’1,5% del totale delle vittime di omicidio di genere maschile, considerando i casi tracciati, consolidati e no. Altri potrebbero essere sfuggiti. Nelle tabelle riepilogative figurano decine di reclusi deceduti per “cause da accertare” (dai 13 ai 50 l’anno, sempre tra il 2021 e il 2025, per un totale di 133). Restano tutti sotto questa voce, inspiegate, anche a distanza di tempo e al termine delle inchieste. Nessuno a posteriori si assume l’onere di rendere pubbliche le conclusioni delle indagini sui morti classificati inizialmente in questa zona oscura, neppure dove emergano crimini. Il ministero di Giustizia, il Dap e lo stesso Garante, sollecitati a fornire aggiornamenti, non rispondono. Delitti dietro le sbarre, processo e condanne - Le tabelle riepilogative di Dap e Garante, che avrebbero avuto tempo e modo per rettificare i dati, per il 2021 indicano un solo omicidio. Invece ce ne sono stati almeno due, entrambi nella casa circondariale siciliana di Caltagirone. I processi si sono conclusi, i fatti sono conclamati. Giuseppe Calcagno, 46 anni, il 3 gennaio è stato strangolato dal compagno di cella. L’assassino si è visto infliggere 20 anni, pena diventata definitiva. Paolo Costarelli è morto a 58 anni perché il detenuto rinchiuso assieme a lui, reo confesso, gli ha stretto dei lacci attorno al collo. Lo ha fatto il 6 dicembre, venne raccontato all’epoca. Per due giorni ha mangiato e dormito accanto al corpo sepolto sotto un lenzuolo e due coperte, in branda. Gli agenti di guardia e gli operatori dell’istituto non si sono accorti di nulla, Il cadavere è stato “trovato” 48 ore dopo il delitto. Anche per quest’omicida è arrivata una condanna a 20 anni, definitiva. Pure per il 2022 Dap e Garante registrano un solo delitto e pure nel 2022 ce ne sono stati almeno due, conclamati. Il 2 gennaio nel reparto Covid di Poggioreale è stato aggredito Edoardo Chiarolanaza, 47 anni secondo alcuni testate, 59 e 62 per altre. È spirato in ospedale qualche giorno dopo. Aveva ammazzato la madre. Lo ha massacrato a pugni e a colpi di sgabello il compagno di cella. Condannato in primo grado a 24 anni, poi ritenuto incapace di intendere e volere, l’aggressore in appello è stato assolto per vizio totale di mente. È finito nella Rems di San Nicola Baronia, la struttura per detenuti pericolosi in provincia di Avellino. Tre anni dopo ha ucciso ancora, in questo centro, istituito per sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari e tenere sotto controllo le persone problematiche. I precedenti e il profilo erano noti. A botte ha tolto la vita a un altro internato, Pasquale Cannavacciuolo, 59 anni. Detenuti con problemi psichiatrici in celle comuni - Nella notte tra il 26 e il 27 luglio 2022 è finita l’esistenza di Graziano Piana, 54 anni, rinchiuso nel carcere sardo di Bacoli. Lo ha ucciso dal compagno di cella, poi ritenuto totalmente incapace di intendere e volere e pericoloso, assolto e mandato in Rems per cinque anni. Nel 2025 è uscita la notizia di un poliziotto penitenziario indagato per omicidio colposo. Avrebbe violato circolari e direttive che impongono massima attenzione nella sistemazione di detenuti con problemi mentali e la condivisione di informazioni con medici e staff. Il processo inizierà questo mese. I familiari di Graziano si sono attivati per ottenere un risarcimento dallo Stato. Alta sorveglianza solo sulla carta: il caso di Marcos Schinco - Per il 2023 il numero di morti ammazzati ufficiale coincide con quello emerso nel corso dei mesi: tre. Il 19 giugno Marcos Schinco, 43 anni, è stato ucciso a calci e pugni dal compagno di cella del carcere di Velletri, in provincia di Roma. Erano entrambi in un reparto ad alta sorveglianza. L’omicida aveva disturbi psichiatrici certificati, da cinque mesi aspettava di essere trasferito in una Rems. In primo grado è stato condannato a 10 anni, il 6 giugno 2024, con la riduzione della pena per il riconoscimento della seminfermità mentale. La senatrice Ilaria Cucchi aveva presentato un’interrogazione parlamentare, per avere spiegazioni e chiarimenti. “Chi ha gravi forme di disagio - dichiarò - non può essere trattato alla stessa stregua di altri detenuti e non può condividere una cella con altre persone”. Ora, interpellata tramite e-mail, preferisce non fornire aggiornamenti. Omicidi nelle carceri italiane: sovraffollamento e convivenza forzata - Roberto Molinari, un 58enne ristretto nel carcere genovese di Marassi, il 10 settembre era stato malmenato. Non hanno adottato misure a sua tutela. Tre giorni dopo è stato di nuovo picchiato, colpito alla testa con uno sgabello. Il compagno di cella, ritenuto dalla psichiatra del penitenziario “un soggetto con difficoltà a gestire l’impulsività” e già protagonista di risse, è stato condannato in primo grado a 14 anni. I due si erano ritrovati a condividere lo stesso spazio, nel reparto dell’istituto che qualcuno chiama Caienna, “per carenza di posti letto presso le sezioni detentive dedicate ai detenuti appartenenti al circuito della media sicurezza”. Il garante locale aveva presentato un esposto alla procura e sta seguendo l’evoluzione del caso a distanza, tagliato fuori. Detenuto agitato e aggressivo non monitorato - Alessandro Salvaggio di anni ne aveva 49 ed era rinchiuso al Mammagialla di Viterbo. Qualche giorno prima il ragazzo in cella con lui aveva preso a calci armadietti e porte, senza apparente motivo. Lo avevano lasciato lì, non trasferito e non monitorato. Il 19 dicembre con un calzino ha strangolato il compagno. Ai processi di primo e secondo grado è stato condannato a 13 anni, sentenza non ancora definitiva. Potrebbe andare in Cassazione. Per i giudici che lo hanno ritenuto colpevole era pienamente capace di intendete e volere. La moglie ha presentato una denuncia contro il carcere. Dopo due anni ancora non sa se e come abbia avuto seguito. Omicidi in carcere 2024: cinque vittime in un solo anno - Per il 2024 i casi dichiarati sono due, i cadaveri su cui si indaga per omicidio almeno cinque. Antonio Magrini, 67 anni, il 19 aprile è stato trovato senza vita nel carcere milanese di Opera, casa di reclusione di massima sicurezza. A strangolarlo è stato il compagno di cella, all’ergastolo per l’uccisione dell’ex moglie. Avevano litigato per l’uso del telecomando della tv e per le pulizie. Al processo di primo grado l’assassino ha preso, di nuovo, l’ergastolo. Grappa clandestina, liti e violenze in cella - Kalil Trabelsi, 30 anni, stava a Salerno. Il 18 luglio è stato colpito con un oggetto pesante dal compagno di cella, arrivato nell’istituto dopo una lite violenta in un altro carcere, con una stampella in dotazione. L’aggredito è morto il giorno dopo. Il processo è in corso. I testimoni hanno raccontato che i due erano ubriachi. Avevano bevuto la grappa artigianale prodotta macerando e distillando frutta, come da decenni succede in tutte le galere italiane. La comandante della polizia penitenziaria, riferisce l’avvocato della vittima, in aula ha sostenuto di non essere a conoscenza di questa abitudine. La corte d’assise ha escluso il ministero di Giustizia come responsabile civile. Suicidio simulato dietro le sbarre: fu omicidio volontario - La fine tragica di Giuseppe Lacarpia, 65 anni, il 22 ottobre era stata fatta passare per un suicidio, simulato. Era dietro le sbarre, a Bari, per l’uccisione della moglie ed aveva già subito un’aggressione. Le indagini sono state portate avanti sottotraccia, silenziate per più di un anno. La notizia del dell’omicidio per soffocamento, ipotesi da vagliare se e quando si arriverà a giudizio, è stata data solo in occasione dell’arresto del presunto responsabile e dell’indagato per il precedente tentativo di omicidio. L’uomo sarebbe stato ucciso perché dava fastidio ai compagni di cella, parlava sempre, pregava troppo, non voleva sedersi a mangiare assieme agli altri, aveva spiacevoli disturbi della salute. Bellizzi Iripino (Campania): in sette per massacrare un ragazzo - A Bellizzi Iripino, sempre a fine ottobre 2024, una lite tra fazioni rivali è degenerata nel caos e nelle ritorsioni. Due agenti sono stati o sequestrati e picchiati. Paolo Piccolo, 26 anni, ha avuto la peggio. Gli hanno reciso il lobo dell’orecchio, inflitto ferite profonde alla testa con bastoni e oggetti taglienti, rotto un braccio e dato 26 coltellate, sfondandogli infine il cranio. Non si è più ripreso. Un anno dopo, il 17 ottobre 2025, è passato dallo stato vegetativo alla morte. Per la spedizione punitiva e l’assassinio sono indagati in sette, alle soglie del rinvio a giudizio. Picchiato in cella, morto in ospedale - L’antivigilia del Natale 2024 è toccata ad Antonio Nocera, 60 anni, richiuso nel carcere napoletano di Poggioreale, negli anni ‘80 teatro di delitti in serie. Il compagno di cella lo avrebbe preso a botte, riducendolo in fin di vita, indagato. A inizio febbraio 2025 il cuore si è fermato. Il suo legale sta pensando di avviare una causa civile, contro il carcere e contro l’ospedale dove è spirato. E riferisce che a distanza di 13 mesi le indagini non sono ancora terminate. Quegli strani incidenti smentiti dalle indagini - Per il 2025 risultano altre tre inchieste per omicidi in carcere, tutti da vagliare, a fronte di zero casi annotati da Dap e Garante per i detenuti. Adama Compaore, 34 anni, l’11 giugno è stato trovato agonizzante nel carcere di Parma ed è morto in ospedale il giorno dopo. Sono state fatte due autopsie. L’ipotesi iniziale - avrebbe battuto la testa contro una porta - sembra sia passata in secondo piano, stando all’avvocata che si è presa a cuore la vicenda. Le lesioni riscontrate fanno pensare a cause di morte violenta, forse colpi inferti con uno sgabello. Il compagno di cella è indagato per omicidio. Il fascicolo è ancora aperto, in attesa del deposito dei risultati delle analisi sui tessuti prelevati dai medici legali. Uccisioni in carcere anche nei reparti d’isolamento? - Il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, in estate ha dato ufficialmente notizia di un decesso per cause da accertare, avvenuto il 18 luglio nel carcere della Dogaia. Il detenuto morto si chiamava Costel Scripcaru e aveva 58 anni. Stava scontando condanne per diversi reati, compresa una violenza sessuale, ed era in regime di isolamento per scontare una sanzione disciplinare. Un paio di settimane prima aveva capeggiato una rivolta. Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, a caldo aveva commentato l’accaduto parlando di “carceri allo sbando” e di “isolamento usato come strumento ordinario di gestione”. E si era spinta oltre: “È assurdo che un detenuto possa essere ucciso proprio nel regime in cui dovrebbe essere maggiormente controllato”. Otto mesi dopo la procura fa sapere che le indagini non sono ancora chiuse. Si indaga per omicidio preterintenzionale: dal coma alla morte - A giugno, a Rebibbia, era stato aggredito Francesco Valeriano di 46 anni. Aveva denunciato soprusi e un trasferimento punitivo dopo uno sciopero della fame e della sete e dopo i danneggiamenti fatti per protesta. Non è arrivato a fine anno. A dicembre si è arreso. Pare ci sia un’inchiesta per omicidio preterintenzionale. L’avvocato che segue il caso ha più volte sottolineato la necessità di fare piena luce non solo sull’episodio di violenza, ma anche sulle eventuali responsabilità di carattere organizzativo e strutturale del sistema. Il dolore e le richieste di giustizia dei familiari - “Tre mesi senza risposte. Tre mesi - dice un messaggio postato a marzo 2026 sui social - in cui il dolore della nostra famiglia non si è fermato, ma si è trasformato in determinazione: quella di capire cosa è successo davvero e di ottenere giustizia. Non siamo rimasti fermi. Stiamo lavorando con professionisti, raccogliendo documenti, analizzando ogni dettaglio e portando avanti tutte le verifiche necessarie per ricostruire i fatti e accertare le responsabilità. Un percorso difficile e lungo. Ma non abbiamo alcuna intenzione di fermarci. Francesco era una persona, un figlio, uno zio, un padre, un amico. E merita che la verità venga fuori”. Gip collegiale, via Arenula gela l’Anm “Ci confrontiamo prima con il Csm” di Valentina Stella Il Dubbio, 14 aprile 2026 Tensione fra ministero e toghe sulle nuove garanzie per le misure cautelari. La sfida del “sindacato”: “Pronti al dialogo, ma noi non chiediamo udienza”. “Il primo interlocutore del ministero della Giustizia è il Consiglio superiore della magistratura, poi vengono i sindacati. Se l’Anm vuole essere sentita ce lo faccia sapere”: così ci spiega, in maniera quasi tranchant, una fonte di Via Arenula rispetto al dossier sul gip collegiale. Replica il sindacato delle toghe con il vice presidente Marcello De Chiara: “Pronti al dialogo, ma non manderemo richiesta di incontro”. Insomma, seppellita l’ascia di guerra dopo il referendum costituzionale, cominciano ad emergere le prime frizioni tra Via Arenula e le toghe. Breve sintesi delle puntate precedenti: il 10 aprile l’Anm aveva espresso preoccupazione circa l’entrata in vigore il prossimo 25 agosto della norma secondo cui la competenza a decidere sull’applicazione di una misura cautelare personale sarà affidata a un collegio di tre magistrati e non più a un solo Gip. Un modo per innalzare il livello di garanzie ed evitare ingiuste detenzioni il quale però si scontra con una realtà caratterizzata da gravi criticità, relativa alla mancanza di organico, come sottolineato dalla Giunta presieduta da Giuseppe Tango. Immediata la replica del ministero della Giustizia che lo stesso giorno aveva diramato una nota in cui si annunciava che “si procederà a istruire un cronoprogramma di realizzazione, che preveda altresì un reale confronto con il Consiglio superiore della magistratura e con l’Avvocatura, come già auspicato anche in caso di vittoria del Sì al referendum”. Il comunicato aveva suscitato tra le toghe un certo stupore: “Noi solleviamo il problema, ma Nordio invita solo Csm e avvocatura?”, era stata la sintesi delle lamentele che ci erano giunte, dimenticando però che è proprio il Csm ad avere tra le sue funzioni quella di esprimere pareri sulle norme. Tra l’altro, già nel febbraio 2024, l’organo di governo autonomo aveva espresso un anatema sulla previsione normativa contenuta nel più ampio disegno di legge AS n. 808 recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale, all’ordinamento giudiziario e al codice dell’ordinamento militare”. Comunque l’insoddisfazione dei magistrati si è poi cristallizzata nell’intervista del segretario Rocco Maruotti domenica a La Stampa, in cui ha ritenuto “incomprensibile e inapplicabile” parlare di cronoprogramma e dove, stizzito, ha dichiarato che “prendiamo atto” che l’Anm non è tra i soggetti da convocare. Da quanto appreso, al ministero di Carlo Nordio non avrebbero accolto molto bene l’uscita del numero due dell’Anm: “Insomma l’Anm è un sindacato, il primo nostro interlocutore è il Csm”. Quindi, ci spiega sempre la nostra fonte, “parleremo prima con Palazzo Bachelet, poi siamo pronti ad ascoltare anche loro, se vorranno”. Su questo punto abbiamo chiesto un commento al vice presidente De Chiara che ci ha detto: “Non intendiamo presentare una richiesta di incontro al ministero. Ma se ci saranno occasioni di confronto noi siamo ovviamente disponibili ad esprimere la nostra opinione sia appunto sul gip collegiale che sull’ufficio per il processo: entrambe al momento priorità strategiche secondo noi”. Poi, conclude De Chiara, “altre eventuali questioni verranno fuori dall’assemblea straordinaria del 16 maggio a Roma”. Non vi ricorda Fotoromanza di Gianna Nannini, quando cantava “mi telefoni o no? Mi telefoni o no? Chissà chi vincerà”. Nel frattempo, però, altri fonti di Via Arenula non escludono un differimento dell’entrata in vigore della norma: “Al momento tutte le strade sono aperte”, ci dice, anche nell’attesa dei risultati dei concorsi per immettere in ruolo nuovi magistrati. Sembra non essere invece praticabile la proposta mossa dal presidente dell’Unione Camere penali, Francesco Petrelli, di richiamare nei Tribunali i magistrati attualmente fuori ruolo. Soluzione che non trova il consenso neppure del professor Giorgio Spangher: “Si tratta di una provocazione incapace di affrontare il problema delle incompatibilità. Anche ricorrendo ai giudici civili, prima o dopo si presenterà il problema del riesame giudicato da altri tre giudici e poi dai cinque della Cassazione. In totale undici per la misura cautelare”. Scettico sulla norma in generale anche Gian Domenico Caiazza che su X, commentando un post del deputato di Forza Italia Enrico Costa contrario alla posticipazione dell’entrata in vigore, ha scritto: “Enrico, questa volta non sono d’accordo. Il gip collegiale è insostenibile considerati gli organici e le giuste regole sulla incompatibilità. Aggiungo che questo rafforzamento del giudizio cautelare rischia davvero di tradursi in una sentenza anticipata di responsabilità. Stiamo attenti a non far rientrare dalla finestra il giudice istruttore che Vassalli ha cacciato via dalla porta”. Altri avvocati penalisti, invece, ci dicono che “Nordio non dovrebbe fare alcuna marcia indietro su una norma garantista, sarebbe la sua fine dopo la sconfitta al referendum sulla separazione delle carriere”. In realtà proprio Costa si è fatto promotore di una possibile soluzione, partecipata al recente dibattito organizzato dal Dubbio al Capranichetta: “Io il gip collegiale l’avevo previsto in sede distrettuale, ovviamente a distanza, in molte circostanze, rispetto al fatto contestato, al foro dove si giudica proprio per evitare dei rischi di incompatibilità”. Insomma il cantiere è aperto. Il sistema penale alla prova degli obblighi d’incriminazione di Edoardo Mazzanti Il Riformista, 14 aprile 2026 Lo scorso 26 marzo, a margine dell’approvazione della proposta di direttiva UE sull’armonizzazione delle sanzioni penali contro la corruzione, la relatrice on. García Hermida van der Walle confermava che l’Italia sarà tenuta a reintrodurre il reato di abuso d’ufficio, abrogato nel 2024 in un clima di forte contesa politica e giuridica. L’affermazione riaccende i riflettori sul più generale problema, consolidato e complesso, degli obblighi d’incriminazione. Sintetizzando con una domanda: i legislatori nazionali, detentori della sovranità penale, possono essere obbligati a esercitarla? Nel tentativo di sciogliere questo dilemma, è utile abbozzare la fisionomia di tali obblighi, esaminandone fonti, ragioni, portata e implicazioni problematiche. Iniziamo dalle fonti. Gli obblighi d’incriminazione sono disseminati in molteplici settori dell’universo giuridico, accomunati, pur nelle rispettive specificità, dal rango superiore rispetto a quello della legislazione ordinaria. In particolare, si hanno: obblighi costituzionali, confinati, guardando alla nostra Carta, nel solo art. 13 comma 4 (“È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”); obblighi eurounitari, cui l’annunciato provvedimento contro la corruzione è riconducibile, imposti agli Stati membri attraverso direttive adottate ai sensi dell’art. 83 del Trattato sul funzionamento dell’Unione; infine, obblighi internazionali, contenuti in convenzioni finalizzate a contrastare un dato fenomeno criminoso (ad es., Convenzione di Istanbul contro la violenza domestica e di genere). Un capitolo a sé di quest’ultimo settore è rappresentato dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che, forte d’una grande libertà interpretativa, trae dalle genericissime disposizioni CEDU - perlopiù redatte in forma di divieti - autentici obblighi positivi di tutela penale. A seconda dell’origine, mutano le ragioni che giustificano l’imposizione: gli obblighi internazionali in senso lato, ad esempio, si fondano principalmente sull’esigenza di reprimere forme di criminalità a vocazione transnazionale (ad es., cybercrime); certi obblighi eurounitari, da parte loro, sono preordinati a garantire l’efficace attuazione di una politica UE oggetto di previa armonizzazione (ad es., frodi finanziarie); gli obblighi tratti dalla Costituzione e dalla CEDU, infine, poggiano sulla natura fondamentale del bene da proteggere (ad es., la vita). Quanto alla portata, anche l’intensità con cui gli obblighi d’incriminazione vincolano il legislatore nazionale è mutevole poiché, a sua volta, dipendente dalla loro provenienza e dalla sede in cui essi vengono fatti valere. La Corte costituzionale, ad esempio, è astrattamente legittimata a esaminare soltanto supposti inadempimenti sopravvenuti, derivanti, cioè, dall’abrogazione o dalla riduzione di norme penali già esistenti. Si tratta, in ogni caso, di un tipo di intervento molto delicato poiché produttivo, ove la questione sia accolta, di effetti sfavorevoli, fino all’ipotetica ri-espansione dell’area del penalmente rilevante. Ciò spiega perché, pur sancendone l’ammissibilità, la Consulta abbia sinora maneggiato questioni del genere con apprezzabile cautela, respingendo richieste basate su obblighi costituzionali non testualmente previsti (ad es., proprio in materia d’abuso d’ufficio) ovvero su obblighi internazionali espliciti ma formulati in modo sufficientemente ampio da lasciare al legislatore nazionale significativi margini di manovra, eventualmente anche restringendo la portata di una previgente norma incriminatrice (ad es., in materia di traffico d’influenze illecite). Discorso differente vale per la Corte di Giustizia UE e per la Corte EDU, le quali, ciascuna al metro del proprio diritto e con un potere d’influenza diverso, possono sindacare anche eventuali inadempimenti originari, censurando l’inerzia del legislatore nel tradurre in norma interna un determinato input di penalizzazione. Generalmente accolti con favore poiché espressivi dell’impegno dell’istituzione promotrice a “fare sul serio” nel fronteggiare la criminalità, gli obblighi d’incriminazione, agli occhi del penalista, recano varie implicazioni problematiche. A entrare in tensione è, anzitutto, il principio di riserva di legge: che provengano da istituzioni “esterne” (ad es., direttive UE) o che siano “coartati” per mano giudiziaria (ad es., Corte cost. o EDU), tali obblighi, in varia forma e misura, finiscono per comprimere la discrezionalità politico-legislativa del Parlamento, titolare autentico del potere di punire (art. 25 comma 2 Cost.), con ricadute significative in punto di democraticità delle scelte incriminatrici e di separazione dei poteri. Difficilmente, peraltro, organi politici e, soprattutto, corti sovranazionali si spendono in disamine approfondite sulla reale effettività dell’impiego del diritto penale, spesso affidandovisi, piuttosto, con atteggiamenti di fiducia intuizionistica e ad alta carica simbolica. Da non sottovalutare, poi, la centralità che alcuni sistemi - in particolare, la Corte EDU - assegnano alla vittima di reato, ciò che, da un lato, sottende una profonda rivisitazione dei criteri di legittimazione dell’intervento coercitivo di tradizione reo-centrica; dall’altro, sotto le dolci sembianze dell’interesse per la persona, può celare il volto arcigno delle politiche securitarie di lotta al crimine. Al fondo, a suscitare perplessità è la paura da “vuoto” di tutela penale che sospinge la corrente degli obblighi d’incriminazione, col rischio che, non opportunamente contenuta, essa cresca sino a farsi marea, capace di sommergere - non solo metaforicamente - quell’”arcipelago di divieti nel mare della libertà” con cui si è soliti fotografare il diritto penale d’ispirazione liberale. *Ricercatore di Diritto Penale Dal diritto di vietare al dovere di punire. “Così il ruolo del legislatore diventerebbe notarile” di Laura Finiti Il Riformista, 14 aprile 2026 “Qualificare un fatto come reato costituisce l’esercizio di un potere sovrano affidato al Parlamento non perché si tratti di un consesso di sapienti. A legittimarlo al perseguimento discrezionale di finalità politico-criminali, nel rispetto dei princìpi costituzionali, è il suo essere direttamente rappresentativo del corpo sociale. Secondo l’impostazione più diffusa e radicale, gli obblighi di tutela sovranazionali rappresentano il sovvertimento di questo assetto”. Già dal preambolo, si comprende come a Fausto Giunta - avvocato e professore ordinario di diritto penale - stia poco a genio un ribaltamento del piano in nome del Leviatano europeo. “Il cambiamento di prospettiva sarebbe netto. Il legislatore verrebbe espropriato del monopolio concernente le valutazioni in materia di meritevolezza di pena. Il suo ruolo diventerebbe notarile: quello di curare l’attuazione di scelte punitive effettuate aliunde (da altra persona, da altro luogo, ndr). Nonostante la sua immutata rilevanza costituzionale, la riserva di legge vedrebbe svalutata la funzione di garanzia procedimentale che le è propria, per diventare il rivestimento formale dell’incriminazione. Si fa strada l’idea che, in presenza degli obblighi in parola, il legiferare costituisca un’obbligazione di risultato, in relazione sia all’an della rilevanza penale, sia al quantum della sanzione da comminare. Da questa angolazione poco e nulla rimarrebbe del fondamento liberale della legalità, non più limite dello ius puniendi, ma traguardo repressivo destinato a prevalere sull’opportunità del punire e su possibili esigenze di proporzione infrasistematiche”. Si potrebbe obiettare che, anche in una prospettiva liberale, esistono obblighi di tutela irrinunciabili... “Gli obblighi di tutela penale sfuggono a una categorizzazione unitaria. Un discorso a sé merita il vincolo costituzionale espresso. Nel nostro ordinamento il riferimento va a un’unica previsione: la punizione delle violenze su persone sottoposte a restrizioni di libertà, menzionate all’art. 13, comma 4, il cui adempimento, ad opera del codice Rocco (art. 608 c.p.), preesisteva all’avvento della Costituzione. Qui l’incriminazione si giustifica con istanze di garanzia del tutto condivisibili, perché fondate su un solido retroterra assiologico. L’abuso del potere merita di essere fermamente contrastato a prescindere dall’esistenza di un sovraordinato dovere di punire in tal senso”. Mi pare di poter includere nel tuo ragionamento anche il delitto di tortura... “L’introduzione del delitto di tortura (art. 613-bis c.p.) è criticabile quanto a formulazione, ma doverosa riguardo all’obiettivo di tutela. Incriminare la tortura costituisce una garanzia il cui humus valoriale è lo stesso di quello sotteso all’istanza di legalità: sbarrare la strada alle tracimazioni liberticide che albergano, mai sopite, nell’azione repressiva dello Stato. È questo il frutto, oggi vituperato, della modernità, che ci ha insegnato a guardare al diritto penale dall’angolo visuale reocentrico”. Il terreno su cui sbocciano gli obblighi di tutela è prevalentemente quello del diritto dell’Unione europea. Si rischia di passare per sovranisti, nell’aderire alle tue tesi. Ma, concedimi la battuta, sovranisti antiautoritari... “Più delle etichette contano i fatti. Il diritto dell’Unione europea fa un uso dirigistico e poco parsimonioso degli obblighi di tutela penale. Si dischiude una prospettiva ben diversa da quella della nostra matrice costituzionale. Il carattere sovraordinato delle fonti eurounitarie punta ad assicurare l’effettività delle normative e degli interessi eurounitari. È tutta un’altra storia: l’incontro tra una criteriologia verticistica e autoritaria, qual è la gerarchia delle fonti, e la cascata degli obblighi punitivi sovranazionali accresce il sistema di incriminazioni non sempre rispettose della pena come extrema ratio e della proporzione sanzionatoria. L’obbligo di punire supera il modello, da tempo sperimentato, di adattamento “morbido”, che consente al legislatore nazionale di adempiere, sotto la sua responsabilità politica, alla richiesta di tutela scegliendo sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive. Assumono ruoli protagonistici vincoli ben più stringenti che svalutano le istanze di adattamento al contesto normativo. Sono grimaldelli che, per perseguire nel lungo periodo l’unificazione europea anche nel settore penale, intanto scardinano il diritto interno e la sua aspirazione - confidando che la si voglia coltivare - alla coerenza politico-criminale”. Eppure gli obblighi di tutela sembrano moltiplicarsi a vista d’occhio. Sarà un cattivo pensiero, ma meriterebbe approfondimento chi sia ad ispirare tanta ebbrezza di punire... “Gli obblighi di tutela penale vengono avvistati un po’ dovunque. Per non dire degli obblighi impliciti o ritenuti tali: un altro preoccupante aspetto del diritto penale totale di cui parlava Filippo Sgubbi”. La vicenda Taricco ne è l’emblema... “In quel caso l’asserito obbligo di tutela discendeva da un trattato internazionale, ossia dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), in nome del quale il giudice nazionale, a partire dalla Cassazione, si è ritenuto autorizzato a disapplicare una garanzia fondamentale del cittadino: la disciplina della prescrizione del reato per decorso del tempo. La vicenda, si ricorderà, è stata chiusa perentoriamente dalla Corte costituzionale che ha smentito quanti si erano subito lanciati in soccorso dell’orientamento illiberale, favorevole alla disapplicazione della prescrizione”. Oggi, in nome del dovere di punire, si ipotizza di reintrodurre l’abuso di ufficio... “A suo tempo, sulle colonne di questo foglio ho considerato inopportuna l’abrogazione dell’abuso di ufficio, fermo restando che si trattava di una fattispecie non supportata da alcun obbligo di tutela. Non ritengo che oggi il quadro sia destinato a mutare con la proposta di Direttiva approvata dal Parlamento europeo il 26 marzo 2026, la quale, peraltro, non fa espresso riferimento all’abuso di ufficio. Idem per il traffico di influenze illecite, anch’esso abrogato dalla l. 114/2024 e assistito da richieste di penalizzazione non particolarmente stringenti. Se e quando la Direttiva sarà recepita dal nostro legislatore, si porrà il problema della sua reale portata. In ogni caso, e anche prima che ciò avvenga, nulla vieta di riconsiderare la questione dell’abuso di ufficio come libera opzione politico-criminale, volta a tutelare il cittadino dall’esercizio arbitrario dei pubblici poteri”. Hai tracciato un arco che va dal diritto di vietare al dovere di punire. Si può trarre una conclusione? “Che il diritto si evolva è nell’ordine delle cose. Bisogna guardarsi però dal cambiamento che erode il garantismo democratico in nome di un diritto penale ancora più verticistico e tecnocratico. Per quanto in crisi, la riserva di legge è tuttora un principio identitario della cultura penalistica europea che può ammettere margini di relativizzazione, peraltro presenti anche a livello nazionale, ma non può essere sacrificato del tutto in nome del primato della prospettiva sovranazionale. L’integrazione del diritto europeo richiede la collaborazione di tutti i poteri dello Stato nel rispetto delle competenze di ciascuno di essi. Gli obblighi di tutela penale responsabilizzano il legislatore nazionale e la sua insostituibile discrezionalità attuativa. Sarebbe illusorio e a un tempo esiziale pensare di poterne fare a meno, lasciando il nuovo capitolo del dovere di punire nelle sole mani delle fonti sovraordinate e della giurisdizione”. Appello vietato ai pm. La legge di Nordio finisce alla Consulta di Liana Milella Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2026 Sono passati vent’anni. Ma il nuovo tentativo del guardasigilli Carlo Nordio, in un’altra vita pm e procuratore aggiunto, di impedire ai suoi ex colleghi di ricorrere in appello dopo una sconfitta in primo grado, approda di nuovo alla Consulta. Allora furono i giudici di Milano e Roma a incassare la vittoria del 2007 che cancellò la legge di Gaetano Pecorella, l’ex presidente delle Camere penali. Nelle vesti di berlusconiano di ferro, nonché presidente della commissione Giustizia della Camera, aveva firmato la legge per cancellare il diritto del pm di presentare appello se sconfitto in primo grado. L’8 aprile il presidente della quarta sezione penale della Corte d’appello di Milano Vincenzo Tutinelli, coi giudici Manuela Cannavale e Laura Anna Marchiondelli, ha firmato le sei pagine dell ‘ordinanza, in uscita oggi su Sistema penale, per chiedere alla Consulta l’incostituzionalità della legge Nordio. Ricordate? Il 25 agosto 2024 entra in vigore la prima legge Nordio, via l’abu so d’ufficio (che l’Europa ora ci chiede di rimettere in pista), stronca il traffico d’influenze, impone l’interrogatorio preventivo prima dell’arresto, toglie al pm il potere di fare appello in caso di assoluzione per i reati minori che in realtà non lo sono affatto. Basti pensare che tra questi ci sono violenza o minaccia a un pubblico ufficiale, oltraggio a un magistrato in udienza, violazione dei sigilli, rissa aggravata, lesioni personali in strada, ma pure furto aggravato e ricettazione. Nonché appropriazione indebita, contrabbando, evasione aggravata. Per tutti il pm ha le mani legate. Ma eccoci al caso che i giudici di Milano mandano alla Consulta. Una donna di 41 anni è sotto inchiesta per truffa. Con un escamotage è riuscita a ottenere 499 euro il 24 aprile 2021 da chi gestisce un negozio di fiori chiedendo una fornitura per un funerale. Il 21 maggio 2025 il Tribunale di Busto Arsizio decide che non si può procedere perché “il reato è estinto per mancanza della condizione di procedibilità in quanto chi presenta la querela non era legittimata a farlo”. Cioè chi gestiva il negozio di fiori insieme al marito. La procura di Busto non ci sta e già pensa alla Consulta. I giudici di Milano non hanno dubbi. Perché “non pare manifestamente infondato ritenere che la soluzione normativa in esame non sia sorretta da una ragionevole giustificazione nei termini di adeguatezza e proporzionalità indicati dalla giurisprudenza costituzionale”. Già con queste poche righe la legge Nordio viene bocciata. Perché non è “manifestamente infondata la lesione dell’articolo 112”, cioè l’obbligo del pm di esercitare l’azione penale che, sopprimendo l’appello, qui vene penale considerata nella sua interezza”. Nella norma Nordio, i giudici di Milano vedono il rischio che il limite all’impugnazione del pm “finisca per alterare la proporzionalità che la Consulta reputa doverosa affinché non si produca un’asimmetria patologica tra le parti processuali”. Sono convinti che “non è neppure ‘ragionevole’ privare il pm del diritto d’appello soprattutto dopo la riforma Cartabia che ha ampliato l’elenco dei reati dell’articolo 550 inserendovi i delitti di spiccata gravità puniti con la reclusione superiore a quattro anni”. Tra questi falsa testimonianza, intralcio alla giustizia, evasione aggravata, lesioni personali stradali gravi o gravissime, truffa aggravata, frodi assicurative. Non basta. Definiscono “del tutto unilaterale” il limite ai poteri d’impugna - zione del pm perché “riguarda il giudizio ordinario in cui l’accertamento dei fatti è compiuto nel contraddittorio tra le parti”. A Nordio e ai garantisti del governo che vantano il giusto processo ecco la dura contestazione di Milano: il divieto a fare appello contrasta con il 111 della Costituzione che chiede “il contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale”. La norma Nordio all’opposto “non permetterebbe all’accusa di far valere le sue ragioni con modalità e poteri simmetrici a quella della difesa”. Ma non era proprio Nordio, col Sì al referendum, a invocare piena parità tra accusa e difesa? Alla faccia della coerenza. Mafia e appalti, la procura di Caltanissetta chiede l’archiviazione. Ma la pista “regge” di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 14 aprile 2026 I pm non hanno concretizzato le accuse a carico di ignoti, che restano tali, nelle indagini sulla morte di Falcone e Borsellino. La Procura di Caltanissetta ha depositato la richiesta di archiviazione per uno dei filoni d’indagine sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Lo ha fatto per il procedimento a carico di ignoti che riguardava la pista del dossier mafia e appalti, considerata una delle concause che portarono all’uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, insieme agli agenti delle loro scorte. Tale atto va letto contestualizzato, perché rischia di essere fraintesa. La richiesta di archiviazione non mette in discussione l’esistenza di quella pista investigativa. Il filone mafia-appalti è entrato ormai stabilmente in tutte le sentenze pronunciate nel corso di questi trent’anni, ed è considerato parte integrante del quadro che spiega perché le due stragi vennero decise e portate a termine. Il punto è un altro: i magistrati di Caltanissetta, dopo le indagini condotte nell’ambito di questo procedimento specifico, non sono riusciti a dare un nome e un cognome alle persone fisiche, oltre ai mafiosi, che avevano un interesse diretto e personale a far sì che Falcone e Borsellino venissero eliminati. Un interesse che nasceva dalla consapevolezza, condivisa in certi ambienti, che quei due magistrati avevano le capacità e la volontà di portare avanti fino in fondo l’indagine sulla rete criminale di tipo politico-mafioso-imprenditoriale. È una distinzione importante. Non si archivia perché la pista non regge. Si archivia perché, allo stato degli atti, non è stato possibile trasformare in accuse concrete ciò che le sentenze già riconoscono come sfondo di quella stagione di sangue. Restano ignoti, nel senso tecnico del termine, coloro che ebbero un ruolo attivo nell’isolare quei magistrati, nel neutralizzarne l’azione investigativa prima ancora che il tritolo li uccidesse fisicamente. Il reato ipotizzato nel fascicolo comprende, tra gli altri, l’articolo 416 bis del codice penale - associazione di tipo mafioso - e l’articolo 422, la strage, entrambi contestati come commessi in concorso. A spiegare la complessità di questo filone era stato lo stesso procuratore capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, in un’audizione davanti alla Commissione antimafia. De Luca aveva parlato di due “precondizioni” che resero possibili le stragi. La prima fu l’isolamento progressivo di Giovanni Falcone all’interno della Procura di Palermo, cui seguì quello analogo di Paolo Borsellino. La seconda fu la loro sovraesposizione pubblica, che li rese bersagli identificabili e vulnerabili agli occhi di chi voleva fermarli. Due condizioni che non nacquero dal nulla, ma che si svilupparono in un contesto istituzionale preciso, fatto di silenzi, ostruzionismi e omissioni deliberate. Al centro di tutto c’è il dossier depositato il 16 febbraio 1991 dal Ros dei Carabinieri presso la Procura di Palermo. Quel documento era una mappatura dei legami tra mafia, imprenditoria e politica, costruita con metodo e documentazione. Una fotografia, secondo De Luca, della cosiddetta dottrina Falcone: l’idea cioè che per colpire Cosa Nostra non bastasse inseguire i boss, ma occorresse risalire la catena fino ai colletti bianchi, agli imprenditori, ai politici che di quella rete erano parte integrante. Giovanni Falcone capì subito il valore di quel dossier. Lo elogiò pubblicamente, in più occasioni, senza riserve. Era esattamente il tipo di indagine che aveva sempre teorizzato e che avrebbe voluto condurre in prima persona. La richiesta di archiviazione ancora non è stata visionato da Il Dubbio. Sarà quello l’atto da leggere con attenzione, perché è lì che i magistrati di Caltanissetta dovranno spiegare non solo cosa hanno cercato, ma anche cosa hanno trovato - e cosa, nonostante tutto, non sono riusciti a dimostrare in modo tale da sostenere un’accusa. Quel testo potrebbe rivelarsi, paradossalmente, più denso di tante sentenze di condanna. Perché nei procedimenti contro ignoti che si chiudono senza nomi, le motivazioni dell’archiviazione descrivono un perimetro. Indicano dove le indagini sono arrivate e dove si sono fermate. E a volte, tra quelle righe, emerge con più nitidezza il profilo di ciò che si è cercato senza trovare. Milano. Il carcere? Diventi opportunità, conviene a tutti” di Paolo Foschini Corriere della Sera, 14 aprile 2026 Rosalia Marino, direttrice della struttura di Opera: laboratori, avviamento al lavoro e tema casa. “Insieme si crea fiducia”: verso Milano Civil Week. La cosa più difficile? “Costruire comunicazione e dialogo con tutti, dentro e fuori dal carcere”. La più necessaria? “Costruire comunicazione e dialogo con tutti, dentro e fuori dal carcere”. Perché? “Difficile perché il mondo fuori, a parte qualcuno, del carcere non vuole sapere. In certi momenti, e purtroppo questo è uno, i più vorrebbero che per chi sta dentro si buttasse la chiave e stop. Ma parlarne è necessario, perché il carcere non è una storia a parte. E un pezzo di noi. Ogni volta in cui uno che esce torna dentro significa che il carcere ha fallito il suo scopo”. Rosalia Marino dirige da novembre quello milanese di Opera. Tra i più grandi in Italia con circa 1.400 persone detenute in uno spazio fatto per poco più di 800. “Il punto è che quello scopo - dice - nessuno può raggiungerlo da solo. Il dialogo di cui dicevo è in sé plurale. O si fa insieme o non esiste”. Non a caso anche lei parteciperà al panel di Milano Civil Week che il g maggio coniugherà attorno al mondo-carcere e alla finalità della pena il tema generale dell’edizione 2026: “Insieme. di Paolo Foschini La società della fiducia”. Ripartiamo: le difficoltà… “Dirigere un carcere è un’impresa complicata da sempre, ora di più. Maggiori le disuguaglianze, le povertà, i problemi familiari, di salute, di dipendenza. E così fuori e ovviamente è così dentro, dove siamo chiamati a gestire i diritti fondamentali di esseri umani affidati a noi in una condizione di per sé non umana, cioè in privazione di libertà. Servono testa e cuore per costruire relazioni tra persone in uno spazio chiuso. Che comprende il personale. A fronte del sovraffollamento ricordato da lei, rispondo solo alla domanda, mancano a Opera oltre cento agenti e come in tutti gli istituti sono pochi i mediatori culturali, gli educatori, i medici, gli psichiatri... elenco lungo”. Ha ancora fiducia? “Se non ce l’avessi non potrei fare questo mestiere. La parola rieducazione non mi è mai piaciuta, anche se è quella dell’articolo 27 della Costituzione: preferisco dire che una pena ha senso se è una opportunità. E che il carcere dovrebbe essere una soluzione estrema. Credo che la strada sia investire su cultura, formazione, istruzione, lavoro. Intendo non solo soldi, sempre pochi, ma investire energie e appunto fiducia. Su questo ho trovato a Opera un grandissimo patrimonio”. Per esempio? “Le attività sono tante, alcune le mostreremo anche durante la Civil Week: dalla sartoria alla liuteria, l’officina, la digitalizzazione di documenti, e certo non saranno mai abbastanza. Intanto però solo negli ultimi mesi abbiamo autorizzato 34 nuovi articoli 21 per il lavoro esterno”. Su 1400 persone detenute non sembra molto… “Eppure rispetto alle autorizzazioni totali sono tante. Perché il problema è su due lati, e da una parte purtroppo è giuridico: molti hanno un tipo di pena, e non mi riferisco solo ai 41-bis o ai quattrocento in alta sicurezza qui a Opera, che non consente di accedere ad attività lavorative; altri, tanti anche loro, non sanno che la semplice violazione di una prescrizione quando sono fuori, anche solo un mancato rientro in comunità, comporta una sospensione di tre anni - tre anni - da ogni beneficio. Compresi quelli lavorativi. Mi spiego?”. Sì. E l’altro lato? “Sta nel mondo esterno. Le possibilità di lavoro vanno create fuori. Così come le soluzioni abitative. E occorre far capire che questa è una opportunità nell’interesse di tutti. Il 60% degli stranieri in carcere non ha famiglia né casa né lavoro. Solo in Lombardia ci sono 1.500 persone detenute con meno di un anno di pena da scontare, quattromila con meno di due: possono anche essere detenuti-modello, ma restano dentro solo perché fuori non hanno niente. Per questo l’impegno deve essere quello di costruire una rete”. In gennaio nella sua rete è finito anche il maestro Muti… “Un esempio. E non solo per il concerto bellissimo fatto qui, con gli strumenti realizzati nella nostra liuteria partendo dal legno dei barconi, ma proprio per il coinvolgimento di cui parlavo e che grazie alla rete tra istituzione penitenziaria, sponsor privati, imprenditoria, volontariato, Terzo settore, ha consentito di andare oltre l’evento e ristrutturare l’intero nostro teatro: oggi usato ogni giorno. Certo, ci sono anche fallimenti. Ma ogni piccolo traguardo raggiunto è una iniezione di fiducia per puntare al successivo. Insieme si può fare”. Rovigo. Rivolta in carcere, trasferiti 5 reclusi. Ostellari: “In giugno altri poliziotti” di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 14 aprile 2026 Sangermano: “Nessun tentativo di evasione, solo insubordinazione”. Tensione in consiglio. Sono stati trasferiti fuori regione, a Bologna o a Milano, i cinque detenuti del carcere minorile che sabato sera hanno animato una violenta protesta. Due moldavi, un ucraino, un bulgaro e un italiano tra 18 e 24 anni, trasferiti a fine febbraio dal carcere di Treviso, dopo aver rotto vetri e suppellettili, avrebbero cercato di fuggire scavalcando il muro di cinta della struttura, che conta 20 detenuti su un massimo di 31 e 37 poliziotti invece dei 47 in pianta organica. L’istituto mii norile di Rovigo funziona da meno di due mesi, dopo la riqualificazione che lo aveva presentato come carcere modello e pilota in Italia. I cinque detenuti dopo il loro arrivo hanno cominciato a studiarne spazi, orari e turni della polizia penitenziaria, accorgendosi che nel weekend gli agenti sono di meno. E così sabato sono entrati in azione, rifiutando di rientrare nelle celle e poi urlando, infrangendo i vetri delle finestre con sgabelli, distruggendo arredi e tentando la fuga su via Mure, dove il muro di cinta è più basso. Ma è partito l’allarme e alle 23 sono stati bloccati da polizia, carabinieri e vigili. Sull’accaduto interviene Antonio Sangermano, capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità al ministero della Giustizia: “Non c’è stata alcuna rivolta presso l’ipm di Rovigo, ma solo l’ostinata volontà di cinque ragazzi neo maggiorenni di non fare rientro in sezione. La polizia penitenziaria, con il costante coordinamento del direttore Roberta Ghidelli, del comandante Maria Grazia Grasso e del sottoscritto ha ristabilito l’ordine in modo pacifico, senza l’uso della forza. ragazzi hanno accettato di rientrare nelle loro celle senza alcuna colluttazione, nessuno è rimasto ferito. Una rivolta ha connotazioni del tutto diverse, mentre si è trattato di un atto di insubordinazione, senza alcun tentativo di evasione da parte di alcuno”. Ieri in consiglio comunale il sindaco Valeria Cittadin, interrogato da Valentina Noce (Lega), Andrea Borgato (Lista civica per Rovigo) e Cristina Folchini (Misto), ha spiegato: “Episodi simili impongono una riflessione sulle condizioni operative del carcere, ho chiesto più personale di sorveglianza e il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari, mi ha assicurato che a giugno arriveranno altri poliziotti. Il loro aumento è indispensabile a garantire più controllo, prevenire criticità e assicurare condizioni di lavoro adeguate agli operatori”. Critico Ezio Conchi, consigliere di minoranza (Cambia Rovigo): “Quello che risulta più insensato è che sia stato deciso che l’istituto per minorenni dovesse sorgere dove prima si trovava il vecchio carcere di via Verdi, dismesso nel 2016. Insensato perché il vecchio carcere doveva essere ristrutturato per poter ampliare il tribunale, ora dislocato un pò qua e un pò là. Ora si scopre che il carcere minorile presenta delle criticità per la sicurezza, anche perché è in centro storico, che non possono essere risolte solo con aumento del personale”. L’Aquila. Ingeriscono ceramica, gravi due detenuti del carcere minorile di Andrea D’Aurelio Il Centro, 14 aprile 2026 I ragazzi, entrambi 17enni, avevano ingoiato alcuni pezzi per protesta: i medici valutano il rischio che possano perforare organi interni. Sono gravi le condizioni di due dei tre detenuti di 17 anni che nei giorni scorsi hanno ingerito per protesta pezzi di ceramica nel carcere minore dell’Aquila. I due reclusi minorenni restano sotto osservazione nell’ospedale San Salvatore dove i medici mantengono la prognosi riservata. Secondo i sanitari, i corpi estranei ingeriti potrebbero lacerare in modo significativo i tessuti degli organi interni. Per questo la situazione resta particolarmente complessa sul piano clinico. Fuori pericolo invece uno dei detenuti, anche lui 17enne, che sembra abbia ingerito un paio di pile. Il giovanissimo deve comunque sottoporsi a ulteriori accertamenti sanitari per escludere eventuali conseguenze. La protesta e il ricovero dei tre detenuti erano scattati lo scorso venerdì al termine di un gesto dimostrativo messo in atto dietro le sbarre del carcere minorile dove la situazione è diventata esplosiva. I rinforzi mandati lo scorso sabato sono stati già revocati. Il dipartimento aveva infatti inviato sette agenti per dare manforte ai colleghi. Ma dopo due giorni gli stessi sono stati trasferiti a Rovigo, dove il clima è altrettanto pesante. Sono gli effetti della coperta troppo corta a detta almeno delle organizzazioni sindacali. “È proprio vero, non tutti i mali vengono per nuocere”, affermano i segretari nazionali del coordinamento sindacale Giuseppe Merola e Mauro Nardella. “Il fatto che siano stati inviati immediatamente i rinforzi non può che farci piacere anche perché dimostra che ciò che abbiamo da subito sostenuto in merito alla riapertura del presidio penitenziario è che senza sufficiente organico, e non solo quello, non si va da nessuna parte”, spiegano. Un primo passo, dunque, ma non sufficiente. “Riconosciamo in ciò che è stato immediatamente fatto dal Dipartimento per la Giustizia Minorile la giusta attribuzione di attenzione che si doveva dare all’evento. Bene quindi l’intervento adottato ma, attenzione, lo stesso va cristallizzato con politiche definitive fatte di assegnazioni non temporanee ma stanziali. Inviare organici solo per tamponare falle altro non rappresenta che il più classico dei pannicelli caldi” insistono i due sindacalisti. Francesco Tedeschi, Fns Cisl Abruzzo, non è per la chiusura del minorile, “perché per tanti anni (dal 2009, anno del terremoto) la struttura del carcere minorile è stata chiusa e da poco è stata riaperta dando lustro alla città, grazie all’impegno anche delle organizzazioni sindacali unitamente all’attuale politica, ma devono essere risolte le problematiche inerenti alla grossa carenza di organico che costringe il personale a turni massacranti”. Nei mesi scorsi tre agenti penitenziari erano stati aggrediti e trasportati in ospedale. Trieste. Appello di Sbriglia: “Serve un nuovo carcere, per garantire dignità a detenuti e addetti” rainews.it, 14 aprile 2026 Il garante dei Diritti della Persona ricorda che il Coroneo fu costruito nel 1911, ben prima della Costituzione. Mentre procedono secondo cronogramma i lavori di realizzazione del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento, una struttura attesa da oltre 30 anni, e che dovrebbe essere pronta nei primi mesi del 2027, a Trieste Enrico Sbriglia - Garante dei Diritti della persona, in passato a lungo direttore del carcere di Trieste - con una nota stampa “auspica la necessità di realizzare un nuovo istituto penitenziario a Trieste, capace di offrire i servizi pubblici previsti dalle leggi penitenziarie”. La proposta che - sentendo la Regione - non è stata ancora mai materia di interlocuzione formale, diventerà più concreta il 25 maggio quando in Consiglio regionale si terrà un convegno al quale parteciperanno gli ordini degli Avvocati, degli Ingegneri e degli Architetti. Invitato anche il presidente dell’Ance, l’associazione nazionale costruttori edili. “Questa proposta che coraggiosamente il Garante porta avanti - ha commentato il presidente dell’ordine degli Avvocati, Alessandro Cuccagna - trova il nostro sostegno. L’attuale struttura è totalmente inadeguata, lo denunciamo da tempo. inoltre le statistiche lo dicono, il numero di detenuti è destinato a crescere negli anni”. “Da tempo - ci spiega Sbriglia - sto insistendo sulla necessità di costruire una nuova struttura detentiva a Trieste, che non sia mortificante per chi ci lavora e per chi è costretto a viverci in cattività. Il carcere del Coroneo - costantemente sovraffollato - è stato costruito nel 1911, ben prima della costituzione e di tutte le leggi di tutela della dignità umana venute in seguito”. Rispetto alle risorse necessarie per la realizzazione di quest’opera, Sbriglia ha fatto intendere che oltre a risorse regionali, potrebbero essere intercettati finanziamenti nazionali ed europei. Ipotizzando anche un eventuale possibilità di far ricorso al project-financing, una partnership tra pubblico e privato. L’occasione di questa riflessione è stata la visita durante le funzioni religiose pasquali ai detenuti della sezione femminile e maschile del carcere. “Il clima - ha detto Sbriglia - era intenso e sereno insieme, nonostante il carcere sia pieno fino all’inverosimile, con stanze da 4 persone che ospitano fino a 11 detenuti”. “Il merito - ha concluso - va all’approccio umano che tutto il personale sa trasmettere alle persone ristrette”. Siracusa. Una madre disperata: “Mio figlio rischia la morte in carcere” La Sicilia, 14 aprile 2026 “Mio figlio rischia di morire in carcere. Ma questo sembra non interessare a nessuno”. La pachinese Vincenza Campisi, madre del trentaduenne Gianluca Morana, da tempo recluso al carcere di Cavadonna, torna a denunciare la situazione del figlio, a tre mesi di distanza dal suo precedente intervento. “Rispetto a gennaio, le condizioni di salute di mio figlio sono peggiorate e di molto. Sono stata a trovarlo: le sue condizioni di salute sono pietose. Basta guardarlo in faccia. Lo stato di tossicodipendenza lo sta devastando. Cosa mi devo aspettare? Forse la comunicazione che mio figlio è deceduto in carcere? Perché nessuno interviene? La vita di mia figlio non vale niente?”. Un appello disperato, quello di Vincenza Campisi che tre mesi addietro, dalle colonne de La Sicilia, ha chiesto il trasferimento del figlio in una Cta, la Comunità terapeutica di recupero, per poterlo curare e seguirlo in un percorso di uscita dalla dipendenza. “Il Riesame ha disposto il trasferimento di Gianluca al carcere di Barcellona, - prosegue Vincenza Campisi - non gli vengono concessi gli arresti domiciliari perché temono la sua fuga, mentre per il trasferimento in un Cta si parla di uno spostamento in una struttura di Cuneo, in Piemonte. Va ricordato, inoltre, che un medico psichiatra ha evidenziato due aspetti: mio figlio non può andare lontano dalla sua famiglia né può restare in carcere. Il suo stato di salute è peggiorato dopo aver contratto l’epatite C”. Come agire nell’immediato? “Faremo un’altra istanza medica. Ho trovato grandi difficoltà persino a trovare un avvocato che si prende a cuore la vicenda di mio figlio, un caso umano che impone massima attenzione e celerità. Sono disperata, ogni giorno può essere l’ultimo per mio figlio. Come ho già detto qualche tempo fa, non mi rimane che fare appello all’umanità di chi può decidere. Ma occorre fare presto. Siamo sull’orlo del precipizio e io non voglio perdere mio figlio. Le sue condizioni non sono compatibili con il carcere. Fate qualcosa, vi prego”. Bologna. Torna il caseificio dentro alla Dozza, l’inaugurazione con la ministra Calderone Corriere di Bologna, 14 aprile 2026 Dopo uno stop temporaneo nel 2019 per questioni gestionali, grazie a Granarolo si tornano a produrre mozzarelle e formaggi all’interno del carcere della Dozza di Bologna. Il colosso del latte, infatti, un anno fa è entrato a fare parte di Fid, “Fare impresa in Dozza”, un progetto presieduto da Maurizio Marchesini che ha consentito nel 2013 di avviare un laboratorio di lavorazioni meccaniche che rifornisce alcune grandi imprese bolognesi del packaging (Marchesini, Ima, Gd). Lunedì prossimo dunque, è fissata l’inaugurazione del caseificio con il presidente di Fid, Maurizio Marchesini, la direttrice della casa circondariale, Rosa Alba Casella, la ministra del Lavoro e delle politiche sociali, Marina Elvira Calderone, il presidente della Regione Emilia Romagna, Michele de Pascale, il cardinale Matteo Zuppi, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, il sottosegretario al ministero della Giustizia, Andrea Ostellari. Roma. “Vola pensiero mio”: teatro penitenziario e giustizia riparativa di Ivana Di Giugno gnewsonline.it, 14 aprile 2026 Quadri scenici costruiti per stimolare una riflessione su temi inerenti alla giustizia riparativa sono alla base della rappresentazione di Vola pensiero mio, lo spettacolo scritto e diretto da Antonio Turco, ex educatore della Casa di Reclusione di Rebibbia, oggi coordinatore del gruppo di lavoro “Persone private della libertà” del Forum nazionale terzo settore. La performance vede come protagonista la Compagnia Stabile Assai, con la partecipazione musicale della band Mario Donatone & Bluesman Latino e del coro World Spirit Orchestra, diretto dallo stesso maestro Donatone e guidato dalla vocalist Giò Bosco. Sostenuto dalla presidenza del Segretariato Permanente del CNEL per il reinserimento sociale dei detenuti, lo spettacolo, che rientra nella programmazione del Dipartimento delle Politiche sociali dell’Associazione Italiana Cultura e Sport, propone “grida e racconti del carcere dal Tevere al Mississipi”. Come riferisce Turco a gNews, “è uno spettacolo inedito, che si colloca, come le altre produzioni della compagnia, nell’ambito della “drammaturgia penitenziaria”. In ciò risiede il tratto distintivo del gruppo. “Non è semplicemente teatro in carcere. In molti istituti vengono attivati laboratori teatrali e si allestiscono spettacoli con i detenuti, che portano in scena testi del repertorio tradizionale. In questo caso, invece, si tratta dell’elaborazione di testi drammaturgici originali, nuovi”, spiega Turco. Il processo non riguarda solo la messa in scena: è un’operazione che parte dalla scrittura e arriva alla rappresentazione. Ad esibirsi, il 9 aprile scorso, sul palcoscenico del Teatro Tor Bella Monaca - una delle strutture della rete Teatri in Comune di Roma Capitale - sono stati, infatti, i detenuti della storica compagnia della Casa di Reclusione Rebibbia, fondata, dallo stesso Turco, nel 1982, e composta da reclusi, detenuti in semilibertà, ex detenuti, operatori penitenziari e musicisti professionisti. “Un pubblico di 350 persone e standing ovation al termine della performance: un vero trionfo”, dichiara, molto soddisfatto, Turco. Al progetto ha partecipato anche, con il ruolo di attrice e vice regista, Tamara Boccia, impegnata da anni in progetti di inclusione per le persone private della libertà, direttrice di una struttura residenziale per ex detenuti che non hanno una propria abitazione. Teatro sociale, arte della rappresentazione, musica dal vivo convivono nel nuovo spettacolo della compagnia, che si è distinta, negli anni, per le scelte pionieristiche e l’alto livello qualitativo delle produzioni. Il suo ruolo nel panorama penitenziario ed artistico ha fatto sì che si esibisse, durante la sua carriera, anche in sedi istituzionali, come la Camera dei Deputati e il Comune di Roma, e che collezionasse diversi riconoscimenti, tra cui, per due volte, il Premio Massimo Troisi, e la Medaglia d’Oro del Presidente della Repubblica, consegnata da Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. La scelta del luogo della rappresentazione non è casuale. Turco spiega che anche per altri spettacoli della compagnia si è scelto di partire da quel teatro. “Tor Bella Monaca è una linea di confine tra un’area con una forte presenza criminale e modelli comportamentali diversi”. Il teatro di quel quartiere segna, simbolicamente, il punto di passaggio da un ambiente delinquenziale a una cultura di crescita e trasformazione. Attraverso dialoghi e monologhi, alternati a canzoni d’autore, e a brani blues e gospel della tradizione, lo spettatore è coinvolto in un viaggio in cui è invitato a interrogarsi sulla punizione del reo, sulle possibilità di una riparazione da parte dello stesso e sulla opportunità di una riabilitazione del “colpevole”. Centrale è il motivo del perdono, cui il reo aspira, e che la vittima può scegliere di concedere o meno. La questione che domina l’espressione artistica chiama in causa la comunità, perché, in presenza del crimine, ad essere infranto è il patto sociale. Il valore del risarcimento si fonda sull’assunzione di responsabilità da parte dell’autore del reato, sulla volontà di neutralizzare, o arginare, il danno arrecato alle persone, mirando a ristabilire le relazioni interrotte. Turco sottolinea come, accanto a coloro che subiscono l’offesa, ci siano i familiari del reo: “anche loro sono vittime del reato”. E riparare significa ricostruire un tessuto di rapporti incrinati o dissolti. Riferendosi ai membri della Compagnia Stabile Assai Antonio Turco ricorda il percorso di alcuni di loro, oggi ex detenuti, “che hanno vissuto il teatro come strumento per modificare la loro identità”. Apprendiamo dal regista che vengono da un passato fortemente compromesso. “Giovanni Arcuri, condannato a dodici anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti, legato alla famiglia Ochoa e a Pablo Escobar, si è laureato in legge e ha scritto il best seller Nome in codice Icaro”, racconta Turco. “Max Taddeini faceva parte di un’organizzazione di estrema destra ed è stato condannato per partecipazione a banda armata; oggi è titolare di un ristorante sul Tevere”, continua il regista. Sono solo alcuni esempi del potere del teatro a fini rieducativi, del successo della riabilitazione attraverso percorsi partecipativi, di inclusione e integrazione. Allo spettacolo si affianca una mostra fotografica che racconta la storia della Compagnia Stabile Assai, gruppo che, con Vola Pensiero mio, giunge alla sua 1040 esibizione pubblica. Turco ricorda Cosimo Rega, che è stato uno dei membri del gruppo sin dalla sua costituzione, condannato all’ergastolo per reati di camorra, morto nel 2022. “È diventato un grande attore, noto per diverse interpretazioni. Fra le altre, quella di Cassio nel film Cesare deve morire dei fratelli Taviani, vincitore dell’Orso d’Oro, a Berlino, nel 2012. Cosimo faceva notare che in carcere si parla sempre del passato e del futuro, mai del presente”. Ma è il presente a dover essere riempito, se si vuole superare il passato, se si vuole costruire un futuro, attraverso un percorso individuale e collettivo di evoluzione. “Il teatro è il presente”, conclude Turco. Brescia. “Carcere, non muri ma aperture”, inaugurata la seconda Porta della Speranza di Pierluigi Panza Corriere della Sera, 14 aprile 2026 La prima era stata “aperta” in dicembre a Milano, davanti a San Vittore, firmata da Michele De Lucchi. Ora per il carcere Nerio Fischione di Brescia è stata inaugurata la seconda Porta della Speranza, questa volta progettata da Stefano Boeri. Il progetto della Santa Sede su scala nazionale. È stata inaugurata presso la Casa Circondariale Nerio Fischione di Brescia la seconda “Porta della Speranza”, firmata da Stefano Boeri. Fa parte del progetto promosso da Fondazione Gravissimum Educationis, con il patrocinio di Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, in collaborazione con Ministero della Giustizia e altri partner e segue quella di Michele De Lucchi realizzata presso il carcere di San Vittore di Milano alcuni mesi fa. L’intervento di Stefano Boeri si articola in due installazioni, una all’interno del carcere e una in Piazzale Arnaldo. La porta collocata all’interno del carcere diventa un’interfaccia permanente dedicata alle opportunità di lavoro, istruzione e formazione professionale. Una delle ante è trasformata in un grande display digitale, che aggiorna costantemente informazioni su offerte di lavoro, programmi di formazione, tirocini e collaborazioni promossi da imprese locali e cooperative sociali. In dialogo con questa, una porta identica è collocata in Piazzale Arnaldo. Qui la soglia si apre simbolicamente verso la cittadinanza, condividendo non solo opportunità di lavoro ma anche informazioni sulla realtà carceraria: condizioni di detenzione, fenomeno del sovraffollamento, lavoro quotidiano del personale penitenziario, degli operatori sanitari, dei volontari e delle persone detenute impegnate in attività culturali e artistiche. Le porte sono formate da due ante in legno alte tre metri e larghe un metro e mezzo, attivano un doppio movimento - dalla città al carcere e dal carcere alla città - favorendo la circolazione di informazioni, opportunità e progetti oltre i confini istituzionali. “Una porta, non un muro, non una barriera, ma un passaggio, una soglia, un invito”, ha sottolineato l’arcivescovo Carlo Maria Polvani, Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione: “Aprire una porta, anche quando non esiste un muro, significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro”. Chi pratica la poesia rifugge dalle armi di Dacia Maraini Corriere della Sera, 14 aprile 2026 La poesia conosce i segreti più profondi dell’animo umano e li porge alla coscienza con un senso sacro del ritmo e del suono. Chi conosce e pratica la poesia rifugge dal linguaggio semplificato e brutale delle armi. In questi giorni di una Pasqua di guerra vorrei ricordare la forza della poesia, perché dove suonano le parole profonde della poesia non suonano le voci rauche e furibonde delle armi. “Sei ancora quello della pietra e della fionda/uomo del mio tempo”, scriveva Quasimodo rivolgendosi ai suoi contemporanei. “Eri nella carlinga con le ali maligne, le meridiane di morte /ti ho visto dentro il carro di fuoco, alle forche… /...ti ho visto: eri tu con la tua scienza esatta/ persuasa allo sterminio, /senza amore, senza Cristo…”. Quello che diceva Quasimodo è vero anche oggi: i sapiens lavorano sulle tecnologie che diventano ogni giorno più potenti, ma perdono di vista lo sviluppo umano, la capacità di controllare e guidare i nostri più profondi istinti animaleschi come l’aggressività, l’abitudine del più forte di stritolare il più debole, la vendetta al posto della giustizia. “Cerco il principio del male/” scrive Ana Blandiana una magnifica poetessa rumena “/Da bambina cercavo i margini della pioggia/ ma trovavo sempre pioggia da una parte e niente pioggia dall’altra. / Con tutte le forze corro ancora per trovare la linea che separa il male dal bene/ ma sempre il male smette prima /di scoprirne il confine/ e ricomincia prima di capire fin dove arriva il bene…”. In effetti è difficile stabilire i confini fra male e bene anche se sappiamo che il male è la guerra e la pace il suo contrario, ma dove comincia a finisce questo confine se la guerra può essere considerata difesa del territorio e dell’identità di un popolo? Se beni come la libertà e la democrazia diventano male per altri? I valori più importanti sembrano sfuggirci dalle mani, rovesciarsi nel loro contrario. Stiamo perdendo di vista le conquiste fatte nei secoli come la tolleranza e lo spirito civico che regolano la convivenza, la solidarietà, l’attenzione e l’aiuto nei riguardi dei più deboli, la comprensione e il perdono, l’amore per la giustizia al posto della vendetta? “Fatemi fuggire /da questo paese / ve ne prego, fatemi andare lontano!” scrive Annamaria Ortese. “Tutte queste macchine atroci, /queste parole di minaccia/queste scene di beffa/… Dante vide queste cose/settecento anni fa/. Era profeta o grande /cronista del futuro?”. La poesia conosce i segreti più profondi dell’animo umano e li porge alla coscienza con un senso sacro del ritmo e del suono. Chi conosce e pratica la poesia rifugge dal linguaggio semplificato e brutale delle armi. Non ci debbono essere più scuse per le guerre di Carlo Valentini Italia Oggi, 14 aprile 2026 Purtroppo adesso sono giustificate sia pure per opposte ragioni. Ma le vittime delle crisi che stanno insanguinando il mondo non scuotono più le coscienze, diventate impermeabili verso i corpi lasciati sul terreno dagli assalti terroristici (come gli oltre mille uccisi nell’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre), dalle reazioni sconsiderate (come gli oltre 70mila uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, Cisgiordania, Libano), dalle crisi locali (come i 2 milioni, compresi i feriti, che è finora costata ai due contendenti la guerra in Ucraina). La vita sembra non avere quasi più valore, come nel tempo remoto quando i condottieri formavano le legioni e mandavano all’assalto le truppe, quasi incuranti della loro, a volte, decimazione. Oggi che i colpi arrivano prevalentemente dal cielo, i palazzi sventrati e il dramma che vi sta dietro entrano nelle case attraverso i telegiornali senza più suscitare indignazione e, forse ancora peggio, c’è chi giustifica la carneficina se essa avviene da parte di coloro per i quali parteggia. Dopo le ultime due terribili guerre mondiali sembrava che la sacralità (laica) della vita fosse assunta a priorità. Il movimento pacifista degli anni 60 e 70 rifiutava la guerra anche per i costi umani che essa inevitabilmente comporta, coinvolgendo innanzi tutto i giovani. Le crisi geopolitiche dei nostri giorni hanno invece innescato una spirale tremenda: non c’è più rispetto per la vita. Non sono accettabili i ragionamenti di chi plaude alle bombe su Teheran in nome di una pacificazione del Medio Oriente così come chi sventola la bandiera iraniana incurante di quanto accade nelle carceri del Paese, con centinaia di condanne a morte, eseguite, di giovani che hanno semplicemente espresso il loro dissenso verso un regime autoritario. Queste atrocità debbono trovare la condanna senza tentennamenti. Sia in un caso che nell’altro vi sono vittime innocenti che meritano il nostro pensiero e dovrebbero provocare la nostra mobilitazione affinché si ponga fine alle violenze, da qualsiasi parte esse provengano. Non ci possono essere distinguo di fronte a chi perde la vita. Papa Leone ha detto: “Cristo non sta mai con chi lancia le bombe”. Neppure noi. Gli uomini che odiano le donne? Si allenano nella “manosfera” di Antonella Mariani Avvenire, 14 aprile 2026 La misoginia online è diventata una normalità e sempre di più conquista giovani maschi fragili. Ma dietro il ruolo di influencer e algoritmi ci sono soprattutto grandi interessi economici. L’ex poliziotto francese Cédric Prizzon, 42 anni, all’inizio di aprile ha confessato di aver ucciso la ex moglie e l’attuale compagna; una petizione popolare in Francia ora chiede che l’inchiesta venga affidata alla Procura antiterrorismo, perché esistono evidenze secondo le quali l’uomo è stato incitato a compiere il duplice omicidio da gruppi online appartenenti alla cosiddetta manosfera. Già l’anno scorso l’antiterrorismo d’Oltralpe aveva aperto per la prima volta una procedura legata alla galassia incel, incriminando un 18enne sospettato di pianificare aggressioni all’arma bianca contro le donne. Per chi non avesse dimestichezza con l’universo digitale che coinvolge ormai milioni di uomini e che ha preso l’aspetto di una vera e propria subcultura, è necessario specificare che Manosfera indica decine di comunità online accomunate da rivendicazioni maschiliste “giustificate” dall’idea secondo la quale il femminismo deprime la virilità e vuole rovesciare l’ordine millenario basato sulla supremazia del maschio. Chi sono gli incel e cosa predicano - Incel è invece una della tante comunità della manosfera: i “celibi involontari”, esclusi dall’amore femminile o, meglio, incapaci di costruire una relazione, sviluppano teorie misogine nutrendo la loro rabbia verso le donne. Se ne parla da anni e nei giorni scorsi grazie al documentario Inside the Manosphere del giornalista britannico Louis Theroux, rilasciato l’11 marzo scorso da Netflix, gli spettatori hanno potuto conoscere più da vicino il mondo dei principali content-creator che dagli Stati Uniti alimentano la retorica dell’iper-mascolinità e la visione patriarcale e misogina dei ruoli di genere. Qualche nome: Andrew Tate, Harrison Sullivan (conosciuto online come HSTikkyTokky), Amrou Fudl (alias Myron Gaines), Nicolas Kenn De Balinthazy (alias Sneako)… Tra gli strabilianti “credo” di questi uomini-alfa quello più incredibile è la “monogamia unilaterale”: le femmine fedeli ai loro compagni, i maschi liberi di avere tutte le esperienze che desiderano. L’estetica femminile promossa dalla manosfera è di conseguenza quella di una donna ipersessualizzata, passiva e subalterna, che si ritaglia felice e consenziente il ruolo di moglie e madre, purché nel lusso. I temi del maschilismo più feroce si intrecciano con quelli tipici della destra del mondo Maga, e infatti molti degli influencer intervistati da Theroux esibiscono fotografie accanto a Donald Trump. La misoginia come modello di business - Non è solo ideologia, naturalmente, ma anche o soprattutto business. Molti content-creator della manosfera approfittano della fragilità di legioni di giovani maschi in cerca di una nuova identità in tempi così confusi per elargire, accanto a slogan motivazionali, anche consigli su improbabili piani di investimento super-redditizi, spostandosi su Telegram dove le comunicazioni sono più riservate. Se queste sono le espressioni più “alte” e strutturate della manosfera, c’è un universo impressionante e sotterraneo di siti, blog, chat in cui il femminile è fatto a pezzi. Anche l’Italia ha il suo posto di rilievo in questa fenomenologia. L’emersione la scorsa estate del forum online “Phica.eu” con 700mila iscritti e pochi mesi dopo del gruppo Facebook con 32mila iscritti “Mia moglie” hanno scoperchiato un autentico immondezzaio di foto intime rubate e condivise, di immagini manipolate e ipersessualizzate. Ma le denunce e le inchieste non hanno fermato lo sconcio. Alla fine dello scorso marzo una donna ha denunciato alla Polizia di Stato di Catanzaro un gruppo pubblico su Facebook con un titolo esplicito (che non scriveremo) che aveva pubblicato sue foto rubate accompagnate da frasi sessiste. I tempi di reazione sono stati rapidi, questa volta, e Meta dopo pochi giorni ha oscurato il gruppo. Di queste storie le cronache sono piene ogni giorno. Internet non è un posto per femmine? - Ma dunque “Internet non è un posto per femmine”? Questa domanda è anche il titolo di un libro pubblicato all’inizio dell’anno da Einaudi (pagg. 146, euro 15). L’autrice, Silvia Semenzin, teorizza che dietro l’apparente libertà della rete si rafforzano le stesse gerarchie del mondo reale. E non per caso: gli algoritmi imparano dagli stereotipi, le piattaforme monetizzano la violenza di genere, il sessismo diventa intrattenimento. Dal gender trolling (l’uso sistematico di provocazioni, insulti e contenuti offensivi) al cyberflashing (l’invio non richiesto di fotografie di genitali maschili), fino ai deepfakes e ai deepnudes, che nel 99% dei casi sono immagini manipolate di donne, le casistiche dell’odio verso il mondo femminile (e femminista) si moltiplicano. Sociologa digitale, Semenzin nel 2019 ha contribuito all’elaborazione della prima legge contro la condivisione non consensuale di immagini intime (il revenge porn) e oggi collabora con istituzioni internazionali tra cui la Commissione Ue e il Consiglio d’Europa, per elaborare una più efficace governance delle piattaforme digitali. Quando l’algoritmo premia l’odio - “La novità è che la manosfera non è più una nicchia di internet, ma grazie alla collaborazione attiva delle piattaforme social, da TikTok a YouTube, è riuscita a bucare la bolla e a diventare la nuova normalità”, spiega Semenzin. Migliaia di contenuti nelle diverse piattaforme veicolano in maniera spesso virale estetiche maschili ipervirilizzate e femminili ipersessualizzate e inneggiano alla diversità biologica tra uomini e donne per giustificare la supremazia dei primi sulle seconde. Ma in che senso la studiosa descrive la “collaborazione attiva delle piattaforme”? “Semplice: l’algoritmo è pensato per premiare i discorsi d’odio, che generano traffico e quindi profitto. Ecco perché la violenza di genere circola rapidamente e indisturbata nella rete: produce engagement e per le piattaforme è estremamente più conveniente rispetto, ad esempio, a un contenuto femminista”. Big Tech, politica e svolta reazionaria - Uno studio dell’University College London ha rilevato che in soli cinque giorni TiKTok è in grado di quadruplicare la quantità di materiale misogino suggerito agli utenti. E poi c’è l’aspetto politico: i Ceo delle BigTech (tutti uomini) hanno stretto patti con il presidente Trump “abbracciandone - secondo Semenzin - l’agenda reazionaria”, e l’immagine plastica di questa sterzata si è avuta alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca, quando i più importanti rappresentanti del mondo tecnologico americano, Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai ovvero Tesla, Facebook, Amazon e Google, si sono fatti trovare in prima fila, al cospetto del nuovo potere trumpiano. L’impatto sui più giovani - La domanda successiva è: quale effetto ha la misoginia che invade e deturpa la rete? Sociologi e psicologi si interrogano da tempo, soprattutto per quanto riguarda l’impatto sui più giovani. Una risposta forse la si può avere dalla ricerca annuale condotta da Ipsos con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra su un campione di 23mila persone appartenenti alla Generazione Z, cioè nate tra il 1997 e il 2012, le prime “native digitali”, in 29 Paesi del mondo, tra cui l’Italia. Ebbene, un terzo degli uomini e dei ragazzi tra i 14 e i 29 anni pensa che la moglie debba obbedire al marito. Sempre il 33% ritiene anche che l’ultima parola su una decisione importante spetti all’uomo, mentre il 24% è convinto che le donne non debbano apparire troppo indipendenti o autonome. In generale, i giovani uomini mostrano di avere una visione più tradizionale, se non reazionaria, dei ruoli di genere rispetto alle generazioni precedenti. “Credo che tra gli uomini ci sia molto risentimento, molta paura di perdere la propria posizione sociale - ha commentato il professor Heejung Chung, responsabile della ricerca. E c’è un vuoto che viene colmato dalla retorica e dalle voci che cercano di aizzare i giovani contro la parità di genere, contro le giovani donne, contro i migranti”. Le piattaforme social fanno la loro parte. Migranti. “Dobbiamo imparare a riconoscere un’ingiustizia anche quando la vittima non ci somiglia” di Elisabetta Ambrosi Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2026 Intervista a Samah Karaki, biologa esperta in neuroscienze e fondatrice del “Social Brain Institute” a proposito del suo ultimo libro “L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti” (Add editore). “Quando dico che l’empatia non è una bussola morale affidabile, intendo che non si distribuisce in modo uguale. È attratta da ciò che è vicino, simile, visibile e narrabile. Si rivolge più facilmente a un bambino di cui conosciamo il nome che a migliaia di morti anonimi. Per questo reagiamo maggiormente a una vittima individuale rispetto a una massa statistica”. Samah Karaki è una biologa esperta in neuroscienze e fondatrice del “Social Brain Institute”. Nel suo ultimo libro “L’empatia è politica. Regole sociali e biologia dei sentimenti” (Add editore), spiega come sia possibile che alcune persone siano quasi pronte al sacrificio con i propri cari e al tempo stesso tollerino violenze estreme con altri. E come, anche “percepiamo più facilmente la sofferenza del nostro gruppo rispetto a quella di gruppi esterni”. Perché, appunto, l’empatia “non segue spontaneamente l’uguaglianza morale: segue la prossimità, l’identificazione, la narrazione e le gerarchie sociali”. Che ruolo hanno i media nello spostare l’empatia da un soggetto all’altro? I media orientano massicciamente l’attenzione e, quindi, anche l’emozione. Selezionano ciò che diventa visibile, ripetuto, vicino e incarnato. L’empatia dipende molto da questa messa in scena. È proprio per questo che il pubblico reagisce di più ad alcune tragedie rispetto ad altre, ed è anche per questo che la saturazione può produrre l’effetto opposto: ritiro, anestesia, evitamento. Il Reuters Institute rilevava nel 2024 che circa il 39% delle persone dichiarava di evitare talvolta o spesso le notizie, e che la stanchezza nei confronti dell’attualità era fortemente aumentata, soprattutto nel contesto di guerre e crisi ripetute. Inoltre, l’IA generativa può facilitare la produzione di contenuti falsi o fuorvianti. Come si potrebbe agire su questo fronte? Servono carte etiche più rigorose sull’uso di immagini traumatiche, un’etichettatura chiara dei contenuti artificiali, la tracciabilità delle fonti visive e una maggiore responsabilità delle piattaforme nella raccomandazione algoritmica. Inoltre, dal lato del pubblico, è necessaria un’educazione ai media che non insegni soltanto a riconoscere il falso, ma anche a individuare ciò che ci cattura emotivamente. La vera questione non è solo “è vero?”, ma anche “perché mi viene mostrato questo, proprio ora, in questa forma?”. I nostri politici utilizzano le emozioni in maniera strumentale, arrivando a fare leggi sull’onda della cronaca. Avviene anche in Francia? Sì. In particolare, quando alcuni responsabili politici propongono di legiferare “a caldo” dopo un crimine molto mediatico o un episodio di panico morale. È una tendenza più generale delle democrazie mediatizzate, in cui la competizione per l’attenzione premia i racconti emotivamente intensi. Al contrario una democrazia matura non dovrebbe chiedere alle emozioni di governare; dovrebbe chiedere loro di segnalare i problemi, per poi affidare la decisione a procedure più lente e giustificabili. Il ministro dell’Istruzione francese ha proposto di introdurre corsi di empatia nelle scuole. È una buona idea? Non è necessariamente una cattiva idea, ma è una risposta insufficiente e potenzialmente mal concepita se si basa sull’idea che il principale problema morale e politico sia una carenza di emozione. Il problema, a mio avviso, è duplice. Innanzitutto, l’empatia non è automaticamente morale: si può benissimo imparare a comprendere meglio gli altri per manipolarli, oppure riservare la propria empatia ad alcuni e non ad altri. Inoltre, il bullismo, il razzismo o la disumanizzazione non sono soltanto deficit interindividuali di sensibilità; sono anche questioni di norme di gruppo, gerarchie, clima scolastico, rapporti di potere e tolleranza istituzionale. Dunque, se la scuola vuole agire in modo efficace, deve puntare meno su una sentimentalizzazione della morale e più su un’educazione al giudizio, alla gestione del conflitto, alle norme di giustizia, alla parola, al consenso, alla pluralità e alla critica degli stereotipi. La sfida è formare persone capaci di riconoscere un’ingiustizia anche quando la vittima non somiglia loro. Che tipo di scuola servirebbe? Come dicevo, credo sia necessaria una scuola più esigente sui saperi, sul linguaggio, sulla storia, sull’argomentazione e sulla capacità di distinguere esperienza vissuta, racconto mediatico, prova e giudizio. In altre parole, una scuola meno terapeutica nel suo immaginario e più ambiziosa intellettualmente. Le emozioni quindi sono soprattutto un problema? No, l’emozione può segnalare che sta accadendo qualcosa di importante. Può aprire l’attenzione, rompere l’indifferenza, rendere percepibile una violenza che i numeri da soli non fanno sentire. Ma non bastano a produrre una politica giusta. Per questo servono categorie giuridiche, confronti, principi di uguaglianza, istituzioni e la capacità di correggere i punti ciechi della nostra sensibilità. Direi quindi che il problema non è “emozione contro ragione”, ma un’emozione senza contrappeso. Che tipo di empatia ci occorre, dunque? Un’empatia informata, regolata, articolata al diritto e alla ragione pubblica può aiutare a combattere il razzismo e la disumanizzazione, soprattutto se assume la forma di uno sforzo di comprensione e di attenzione, piuttosto che di una semplice contagione emotiva. Ma non si deve pretendere che le vittime diventino “più toccanti” per essere riconosciute. Una politica antirazzista seria non dovrebbe dipendere dalla nostra capacità di identificarci emotivamente con ogni vittima. Dovrebbe basarsi su norme: uguale dignità, uguale vulnerabilità, uguale diritto al lutto, uguale protezione. Altrimenti, si lascia che l’uguaglianza morale dipenda dalla “fotogenia” della sofferenza. Si può cercare di comprendere qualcuno senza pretendere di “mettersi al suo posto”. Bisogna imparare a chiedersi: perché sono toccato qui e non lì? Chi resta fuori campo? Quali interessi vengono serviti quando un’emozione viene attivata? Questo richiede non una impossibile neutralità emotiva, ma una cultura della riflessività. Migranti. Visita di monitoraggio dei Garanti al Cpr di Ponte Galeria garantedetenutilazio.it, 14 aprile 2026 Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, e la Garante dei diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone, giovedì 9 aprile si sono recati in visita di monitoraggio al Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Roma Ponte Galeria. Ad accogliere la delegazione la dirigente della Polizia di stato, Anna Sbardella, e Walter Russo, direttore dell’ente gestore, Ekene onlus. Al momento della visita nel Cpr erano presenti 80 persone trattenute, 75 uomini e cinque donne, che la delegazione ha potuto incontrare nelle rispettive sezioni, iniziando dalla sezione femminile, dove ha incontrato una donna nigeriana in lacrime perché non riusciva a contattare i propri figli, dopo aver saputo che si trovavano in carcere dalla mattina. Come ha spiegato il direttore del Cpr, diverse associazioni di volontariato accedono regolarmente al Centro per prestare assistenza e supporto ai trattenuti e non ci sono particolari criticità con un numero di presenze - come quello attuale - inferiore alle 85 unità. In gran parte i trattenuti arrivano dal carcere, alcuni dal territorio, pochi i trasferiti da altri centri, per lo più in caso di rimpatri andati a vuoto all’ultimo momento. La persona che da più tempo è nel Cpr è un trattenuto del Ghana, da circa 5/6 mesi. Si va poi da una permanenza media dalle poche settimane ai due/tre mesi. Per quanto riguarda la sanità, nel centro è presente un medico cinque ore al giorno e personale infermieristico 24 ore su 24, su turni di 12 ore. Il Centro si avvale delle unità di cure primarie di Fregene e Fiumicino. Nel corso della visita, i Garanti e i loro collaboratori hanno visitato tutti i settori, il campetto di calcio, finalmente riaperto dopo anni di inagibilità, e gli spazi in cui in futuro dovrebbero trovare posto una palestra e una sala cinema, e dialogato con alcuni trattenuti, i quali si sono lamentati della mancanza di alcuna attività, diversamente da quanto accade nelle carceri in cui sono stati in precedenza, la scarsa qualità del cibo e materassi sporchi che, secondo loro, sono all’origine di prurito durante il sonno. La delegazione ha constatato che anche nella sezione femminile sono presenti wc alla turca e nelle stanze da letto mancano comodini o armadietti adatti a contenere le proprie cose. Tuttavia, la situazione rispetto al passato sembra migliorata sia nella struttura che in quanto a clima generale. La delegazione infine ha visitato i cosiddetti “locali idonei”, strutture diverse dai Cpr e idonee nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza previste dal decreto-legge 4 ottobre 2018 n. 113, per trattenere temporaneamente lo straniero espulso destinatario di un provvedimento di accompagnamento alla frontiera, dove al momento della visita erano presenti tre cittadini albanesi, due uomini e una donna, due dei quali, una coppia, l’indomani - anche grazie all’intervento dei Garanti - sono stati rilasciati, avendo titolo di soggiorno in Italia per motivi sanitari.