“La partita della giustizia non è chiusa”. Il coro all’evento del Cnf di Errico Novi Il Dubbio, 13 aprile 2026 L’Anm e i partiti aprono al “tavolo” proposto dal viceministro Sisto. Greco: “Disponibilità da accogliere con favore, l’avvocatura darà il proprio contributo”. Doveva essere uno scenario post bellico. Solo macerie. Il garantismo come sfida persa e impraticabile. Ma non è così, e a dimostrarlo è il dialogo ravvivato questa mattina, all’incontro promosso dal Dubbio e dal Cnf alla Sala Capranichetta di Roma nel quale avvocatura, magistratura e politica hanno risposto a un quesito: “Quale giustizia dopo il referendum”. Alla fine, c’è una certezza: tutte le parti sono pronte a sedersi attorno a un tavolo. “E il ministero potrà essere il luogo del confronto”, assicura il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto. “Il guardasigilli Carlo Nordio promuoverà questa nuova fase, sarà lui a dettare i tempi, e posso dare per scontato che lo farà immediatamente”. Come si spieghi quest’apertura reciproca dopo il duro conflitto sulla separazione delle carriere, è presto detto: lo chiarisce uno dei parlamentari intervenuti al “Capranichetta”, Devis Dori di Avs: “La partecipazione al referendum ci ha ricordato quanto i cittadini sentano i problemi della giurisdizione”. È esattamente così: la battaglia fra il Sì e il No ha cancellato la riforma cara agli avvocati, ma in compenso ha rimesso la giustizia al centro del dibattito pubblico. E ha conferito proprio al mondo forense una nuova centralità. Lo riconosce anche il neoeletto presidente dell’Anm Giuseppe Tango, protagonista con Sisto e con il presidente del Cnf Francesco Greco della prima parte del confronto: “Magistratura e avvocati hanno valori comuni”. E non ci sono equivoci sulla direzione da seguire, come dirà appunto Greco, “padrone di casa” del confronto insieme con il direttore del Dubbio Davide Varì, che ha moderato gli interventi. “Mi pare chiaro che dal dibattito emerga la disponibilità di tutte le parti ad aprire un tavolo sulla giustizia”, è la conclusione di Greco. “Era giusto che questo primo avvio partisse dal Consiglio nazionale forense, ma ho già raccolto la disponibilità di tutte le rappresentanze dell’avvocatura a confrontarsi, e a superare qualunque visione di parte o impostazione legata alle specificità associative associative. Bisogna tornare a discutere di scelte sulla giustizia nell’interesse dei cittadini”. Manca solo un anno al termine della legislatura. Un limite ben presente a tutti. Non solo a Sisto, Greco e Tango, ma anche ai rappresentanti delle forze politiche intervenuti all’incontro: Sergio Rastrelli per FdI, la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani, il vicepresidente forzista della seconda commissione di Montecitorio Enrico Costa, la capogruppo Giustizia del M5S alla Camera Valentina D’Orso, il suo omologo di Avs Devis Dori, che è anche presidente della Giunta per le autorizzazioni, e la presidente dei deputati di Italia viva Maria Elena Boschi. Tutti concordi sulla necessità di accantonare le armi della campagna referendaria e riprendere il filo del dialogo. Perché a dispetto di quanto potesse far temere il naufragio della più garantista fra le riforme, la separazione delle carriere appunto, la straordinaria partecipazione dei cittadini al referendum ha chiarito che proprio la giustizia può riavvicinare i cittadini alla politica. Tango e la linea dell’Anm - Tango parla con un tono aperto, e mette subito in chiaro che “l’Anm non è, non sarà mai e non vuole essere un partito politico”, né “detta l’agenda dei governi: quando è chiamata a offrire un contributo, la magistratura associata interviene solo sul piano tecnico”. È uno schernirsi che susciterà qualche disappunto, nella seconda fase riservata ai partiti, nell’azzurro Costa, per esempio, che non si risparmia dal rinnovare le critiche alla “esposizione” che il “sindacato” dei magistrati ha avuto già per aver dato via a un “comitato per il No, di fatto un soggetto politico”. Ma Tango ben comprende come, incassata la vittoria, alla magistratura non convenga strafare. “Un aspetto ha accomunato il fronte del Sì e il fronte del No: la consapevolezza che la giustizia è malata. Ne sono seguite soluzioni molto diverse. Ma ora dobbiamo trovare quelle migliori tutti insieme”. Certo, il leader dell’Anm ha idee molto chiare sulle “urgenze”: il 30 giugno, rammenta, “scadono i contratti degli addetti all’Ufficio per il processo: ci sono ancora 1.400 unità da stabilizzare, e chiediamo al governo di provvedere con i fondi che avrebbvero dovuto finanziare lo sdoppiamento del Csm e l’Alta corte”. Seconda scadenza: “Il 24 agosto è prevista l’entrata in vigore della norma sul gip collegiale: può essere la causa di una paralisi”. Tango chiude con un appello sulle carceri (“una situazione disumana, una fabbrica di recidive”) e con una certezza: “Non ci sottraiamo al confronto”. La “mission possible” di un tavolo sulla giustizia - Non lo farà neppure il mondo forense, come tiene a ribadire Greco: “L’avvocatura è pronta a sedersi attorno a un tavolo per affrontare, con spirito costruttivo e responsabilità, tutti i nodi che riguardano la giustizia nell’interesse dei cittadini. Mi auguro che sia così per la magistratura, e mi pare vi siano segnali in questa direzione. Della disponibilità della politica prendiamo atto con favore e ne faremo tesoro”. Il vertice della massima istituzione forense può verificare il successo dell’iniziativa. Che conferma quel dato emerso fin dall’immediato day after referendario, la ritrovata centralità dell’avvocatura: nonostante si sia schierato in larga parte per il Sì, il mondo forense diventa interlocutore indispensabile nel dibattito sulla giustizia proprio in virtù dello slancio che il No alle carriere separate ha conferito all’Anm. Naturale anche che il presidente del Cnf abbia priorità non sovrapponibili a quelle di Tango, innanzitutto “il superamento di riforme come la Cartabia, introdotte nella fase pandemica”, e dunque “il ritorno all’oralità nel processo”. Sono ipotesi di nuovo praticabili grazie alla convergenza su una giustizia che abbia il cittadino come obiettivo centrale. Sisto parla, a proposito delle intese sulla giustizia, come di una “mission possible”, a condizione che “si guardi ad alcuni obiettivi chirurgici senza lasciarsi illudere dall’idea delle grandi riforme, che nell’ultimo anno di legilsatura sarebbero velleitarie. Ciò che conta è che si lavori insieme lealmente” e che “la giustizia non sia più terreno di scontro”. Il centrodestra che non rinuncia alla sfida del garantismo - Come la gran parte degli interlocutori politici intervenuti, Sisto è convinto che “la capacità di preservare se stessa mostrata dalla Costituzione nella sfida referendaria rafforzi i princìpi di giustizia affermati dalla Carta”. Lo pensa anche il senatore di Fratelli d’Italia e segretario della commissione Giustizia di Palazzo Madama Sergio Rastrelli: “L’esito del referendum non accantona il nodo di una separazione tra i poteri, né l’urgenza di un giudice davvero terzo e imparziale e di una sovranità che sia davvero in capo al Parlamento”. Bisogna guardarsi, secondo Rastrelli, dalla “deriva di una repubblica giudiziaria”. Enrico Costa rafforza il concetto con il richiamo alla “patologia delle indagini preliminari che, nel processo, lasciano tuttora il pm protagonista mediatico indisturbato: tra le riforme che andrebbero portate a compimento, si dovrebbe dare priorità a tutto quanto assicuri all’indagato innocente di uscire dalle maglie della giustizia con la stessa reputazione che aveva prima di entrarci”. Disponibilità al dialogo anche da parte degli azzurri, aggiunge il deputato di Forza Italia, “basterebbero due sessioni in Parlamento per definire i punti su cui lavorare”. PD, AVS, M5S e le chiusure del governo sulla riforma - Ma la linea del centrodestra, che ha lamentato la sola assenza della Lega, a causa dell’impedimento di Riccardo Molinari, trova le obiezioni del centrosinistra. Di Debora Serracchiani, innanzitutto, stupita per la “mancanza di autocritica da parte del governo”. La responsabile Giustizia del Nazareno nota analogie con “la chiusura al dialogo sulla riforma: non è affatto vero che durante le quattro letture parlamentari noi de Pd, come il resto del centrosinistra, abbiamo avuto un atteggiamento ostruzionistico. Molte delle proposte che l’Esecutivo e la maggioranza neppure hanno voluto ascoltare riguardavano questioni di merito. Dall’Alta Corte al sorteggio, aspetto che, se accantonato, avrebbe potuto forse portare a un esito diverso”. Il Pd è da tempo impegnato a battersi sulle carceri, per misure che limitino il sovraffollamento: “Intanto andrebbe ritirata la circolare Napolillo che impedisce di fatto i percorsi trattamentali”, avverte Serracchiani. La quale apre al dialogo “a condizione che il riconoscimento sia reciproco e che stavolta vi sia ascolto per le opposizioni”. Ha una prospettiva un po’ diversa la capogruppo dei 5 Stelle in commissione Giustizia alla Camera Valentina D’Orso: “Il referendum ha chiarito che per i cittadini le priorità, nella giustizia, sono altre, a cominciare dal civile, ambito che coinvolge assai più di frequente le persone ma che è ignorato quasi sempre dal dibattito”. Bisognerebbe occuparsi di una “giustizia al collasso per l’insufficienza degli strumenti: se il giudice non fosse oberato da un carico di lavoro insostenibile, ne beneficerebbe la qualità della giurisdizione e quindi la fiducia stessa dei cittadni nella magistratura”. Mentre il tema più o meno direttamente evocato da Rastrelli e Costa del “rapporto fra i poteri”, dice la deputata del Movimento, “interessa molto meno”. Però c’è un punto di caduta condivisibile, come ricorda Devis Dori di Avs, ed è appunto l’interesse che, in un modo o nell’altro, l’opinione pubblica ha ritrovato nei confronti della giustizia: “E proprio per la sua centralità, la giurisdizione andrebbe preservata, dal ministro, innanzitutto quando è l’ora di definire le risorse nella legge di bilancio”. Sia Serracchiani che Dori evocano la riapertura di un dossier accantonato da tempo, “l’avvocato in Costituzione”. Può darsi che non vi sia margine per modifiche della Carta, a questo punto della legislatura, ma si possono creare le premesse per riparlarne nella prossima. Un obiettivo che per lo stesso Sisto va invece assolutamente colto ora è la riforma dell’ordinamento forense: tema che, secondo Dori, va ricalibrato con un focus sull’accesso alla professione: “Non possiamo renderlo sempre più complicato”. Il capogruppo Giustizia di Avs vede comunque “un’apertura sincera da parte di tutte le componenti intervenute all’incontro”, ed è così anche per la presidente dei deputati di Italia viva Maria Elena Boschi. La quale, come altri, non esita a ringraziare questo giornale e il Cnf “per un dibattito che però avrebbe già dovuto svolgersi in Parlamento, subito dopo il referendum”. Anche Boschi, come Sisto, mette in guardia “dall’illusione di poter portare a compimento a chissà quanti obiettivi: non possiamo discutere come se fossimo al primo giorno di legislatura”. D’altronde “a essere stato bocciato dal referendum non è stata”, secondo la capogruppo di Iv, “tanto la separazione delle carriere, quanto il metodo con cui il governo ha proposto la riforma”. E poi “bisogna prendere atto che i garantisti autentici, nella stessa maggioranza, rappresentano una cerchia ristretta, di cui Sisto e Costa fanno certamente parte” ma che “ha visto la immediata dissociazione”, osserva con amarezza Boschi, “di molti, nella Lega e in Fratelli d’Italia”, pronti a “ripudiare” la riforma bocciata dal referendum “come una bandiera della sola Forza Italia, che ci si era trovati quasi costretti a sostenere”. E c’è un’altra verità difficilmente confutabile pure ricordata da Boschi: “I garantisti della maggioranza avevano accettato le forzature populiste dei vari decreti sicurezza in vista proprio delle carriere separate, che avrebbero dovuto assicurare un bilanciamento”. Così non è stato, e ora “non possiamo illudere i detenuti con impegni sul carcere che in un anno sarebbe impossibile mantenere: lo dico da un fronte come quello di Italia viva, che con Roberto Giachetti ha inutilmente proposto la liberazione anticipata speciale”. Certo, le battaglie garantiste non sono svanite. Sono state forse indebolite da un voto popolare che, come ricorda Boschi, “un segnale lo ha dato”. Ma pensare che sul campo, fra le macerie, si debbano lasciare proprio le garanzie, sarebbe un errore imperdonabile. E anche su questo, per la prima volta dopo molto tempo, tutte le parti in causa si sono trovate d’accordo. Giustizia, ora proviamo a fare le vere riforme di Antonio Patrono Il Fatto Quotidiano, 13 aprile 2026 Il risultato più soddisfacente dell’esito del referendum è che per parecchi anni almeno non sentiremo più parlare della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, mantra ossessivo di alcuni avvocati convinti che quando i giudici danno ragione ai pm lo fanno perché condizionati da loro, e di alcuni politici convinti che ciò sia anche alla base delle condanne pronunciate contro di loro. E però, poiché tutti, vincitori e non, dichiarano a gran voce che comunque la giustizia ha bisogno di riforme, il che è certamente vero, conviene capire in che direzione debbano andare per essere efficaci nell’interesse dei cittadini. Lascia perplessi la circostanza che l’attenzione continua ad essere focalizzata su riforme future che riguardano non la giustizia ma i magistrati, come se fossero loro il problema. E infatti si continua a parlare di cambiare la legge elettorale del Csm, dei criteri di assegnazione degli incarichi e questioni simili. Tutto ruota attorno alla condanna del correntismo, del quale però si travisa il significato e, soprattutto, si equivocano gli effetti, che non sono la tanto sbandierata politicizzazione che presupporrebbe una connivenza tra correnti e politica come causa di sentenze ingiuste, che in questi termini non esiste, quantomeno come fenomeno peculiare e sistematico. I veri effetti deleteri del correntismo riguardano invece il corretto sviluppo della carriera dei magistrati e, in particolare, i favoritismi per ragioni amicali o di altro genere che, a seconda dei casi, nascono o da accordi spartitori tra correnti o da contrapposizioni ingiustificate. Fenomeno che non credo possa essere risolto da nessun sistema elettorale o criterio valutativo, ma soltanto dalla qualità personale degli eletti e dalla dignità del loro ruolo, e le cui conseguenze, seppur deprecabili ma scarsamente indicenti sulla qualità della giurisdizione, sono state enfatizzate e strumentalizzate in occasione d referendum. Se invece si vuole capire cosa veramente non funziona nella giustizia, quantomeno quella penale, occorre considerare i difetti dell ‘attuale sistema e pensare a modifiche efficaci, senza farsi condizionare da dogmi e pregiudizi. Di questi ultimi il più fuorviante è che il processo penale non sia abbastanza garantista, mentre invece lo è più del dovuto se si considera che è incentrato su ben tre gradi di giudizio e le prove di accusa si formano nel contraddittorio con la difesa. In verità, un problema è proprio l’opposto, poiché il sistema processuale in uso nel nostro Paese ha mutuato tutte le garanzie tipiche del processo accusatorio senza copiarne però anche i contrappesi che ne consentono lo svolgimento in tempi ragionevoli, che nei Paesi di tradizione anglosassone sono la mancanza di un grado di appello agevolmente accessibile, l’inesistenza dell’istituto della prescrizione e la limitazione dei benefici penitenziari, ovverosia tutti i disincentivi ad attuare tattiche dilatorie eliminandone oi convenienza. Addirittura il nostro processo garantisce all’imputato il diritto alla menzogna, sconosciuto agli altri sistemi accusatori che anzi prevedono gravi pene a chi rinunci al diritto al silenzio per mentire dinanzi al giudice, la cui introduzione, nonostante esso sia un caposaldo di quei sistemi, guarda caso da noi nessuno dei tanti suoi sostenitori si è mai nemmeno sognato di invocare. Altri, quindi, sono i veri difetti del processo penale. Uno di essi è la prevalenza data in molti casi all’interesse alla privacy dell’imputato rispetto all’interesse alla vita, all’integrità personale, al patrimonio o ad altri beni egualmente protetti dalla Costituzione e propri delle vittime dei reati. Se si intercettano legittimamente delle conversazioni indagando su un reato non si può procedere per altri reati che pure emergano con chiarezza da esse, se si sequestra uno strumento informatico per trovare prove di un reato non si possono utilizzare prove di altro reato che pur vi si trovino, e in futuro analoghe limitazioni si vogliono proporre per le prove ottenute con i più moderni strumenti biometrici di localizzazione, per cui se si dovesse scoprire dove si trova un pericoloso latitante individuato per caso cercandone un altro questa prova non si potrebbe utilizzare. Un altro difetto estremamente disfunzionale è la farraginosità del sistema per cui, ad esempio, per alcuni reati si applicano certe circostanze e per altri no, l’applicazione della recidiva per alcuni reati è obbligatoria e per altri no, cosicché il calcolo della pena in molte situazioni diventa veramente un problema. E infine, peggiore di tutti, è la lentezza estrema del processo, favorita, come si è detto, dalla mancanza di incentivi a concluderlo rapidamente anche quando l’esito appare scontato in partenza. Per porvi un rimedio, bisognerebbe tornare, ad esempio, ad escludere la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, così da non rendere più conveniente il massiccio ricorso all’appello per far prescrivere il reato. Fuori ruolo, stop (per ora) alla fuga verso il ministero di Simona Musco Il Dubbio, 13 aprile 2026 Decisione rinviata dopo la richiesta del ministero: al centro gli obiettivi Pnrr e le scoperture negli uffici. Via libera per due magistrati del settore penale. Mettete via le valigie: per i magistrati che sognano un posto al ministero della Giustizia la strada si fa in salita. Almeno fino al 30 giugno, data cruciale per gli obiettivi del Pnrr, via Arenula sembra intenzionata a tirare il freno a mano sui fuori ruolo. Il senso del rinvio di cinque pratiche per altrettanti magistrati, per i quali il ministero della Giustizia aveva chiesto il collocamento fuori ruolo presso Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del personale e dei servizi del ministero (Manuela Andretta), il Dipartimento per l’innovazione tecnologica della giustizia (Valeria Spagnoletti), l’Ispettorato generale (Alessandro Cento e Caterina Condò) e il Dipartimento per gli affari di giustizia (Maria Francesca Cerchiara) è tutto qui: non si possono svuotare i tribunali civili mentre l’Europa ci chiede di correre. Non a caso su queste pratiche la Terza Commissione si era divisa, con proposte contrapposte che evidenziavano, con la proposta di diniego, proprio la “fase in cui gli uffici giudiziari stanno producendo uno sforzo senza eguali per il conseguimento degli obiettivi del Pnrr”. Per tale motivo, si legge nelle proposte, il collocamento fuori ruolo “si pone in evidente contrasto con l’azione perseguita da questo Consiglio” per il raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano nazionale, che ha stabilito “un regime straordinario di trasferimento presso le corti d’appello in difficoltà” nonché “applicazioni a distanza di magistrati ordinari”. In tale ottica è da intendersi il tavolo programmato a via Arenula per martedì prossimo per una rivisitazione delle esigenze del ministero stesso e degli uffici, motivo per cui le pratiche sono state rinviate. Un rinvio sollecitato dal nuovo Capo di Gabinetto Antonio Mura, arrivato in sostituzione di Giusi Bartolozzi, dimissionata da Giorgia Meloni dopo il referendum. Approvate, invece, due proposte di fuori ruolo - per le quali non c’erano state proposte contrarie -, quelle dei magistrati penali Anna Tirone, giudice del Tribunale di Napoli destinata al Dipartimento per gli affari di giustizia, e Andrea Stramenga, giudice del Tribunale di Grosseto. Due pratiche rispetto alle quali il Consiglio ha comunque fatto emergere una spaccatura, ancora una volta attorno allo svuotamento di procure e Tribunali in favore di via Arenula, un tema da sempre al centro dell’attenzione proprio per la contaminazione tra politica e magistratura che ne deriva. Se nei plenum passati era proprio il tema politico a infuocare il dibattito, oggi la questione affrontata è più pratica. Nessuna causa di incompatibilità, nessuna ragione ostativa, ma un problema, ha evidenziato Tullio Morello, rispetto alla scopertura degli uffici. L’indipendente Andrea Mirenda, che si è astenuto, ha puntato il dito contro la prassi di usare le percentuali di scopertura come un “naturale lascia passare”. “Manca come sempre una comparazione tra le esigenze dell’ufficio e quello di destinazione amministrativa - ha denunciato - e manca ogni riferimento alla verifica delle competenze del magistrato chiamato in via fiduciaria”. Per il consigliere, la delibera è un paradosso: “In un momento delicatissimo, in cui siamo stati costretti a misure d’emergenza per reperire magistrati, la comparazione è del tutto assente. Assistiamo alla trasformazione di un mero interesse legittimo in un diritto soggettivo, abdicando a quella discrezionalità tecnica che dovrebbe imporci di preferire che i magistrati restino a svolgere la funzione giurisdizionale”. Una comparazione, ha evidenziato il togato Edoardo Cilenti, che “continuerà a mancare sempre, finché non verrà depositata un’ipotetica proposta di integrazione o di modifica della circolare” che, al momento, “non prevede questo tipo di comparazione”. Poco dopo è arrivata la replica di Mirenda: “È proprio il testo della delibera a richiamare il concetto di “comparazione”. Inoltre, ignoriamo il “grido di dolore” del Consiglio giudiziario, organo di prossimità che ha segnalato l’inopportunità di questa scelta”. Isabella Bertolini ha scoperchiato il vaso di Pandora degli esoneri interni, tema equivalente a quello dei fuori ruolo, dal punto di vista della sofferenza degli uffici, ma molto meno “pop”: quasi 700 magistrati, tra referenti informatici e consigli giudiziari, godono di esoneri dal lavoro in aula che vanno dal 20 al 50%. Un’analisi per difetto che però pone l’esigenza di una riflessione. “Probabilmente quando abbiamo affidato le sentenze a magistrati ricercandoli anche negli scantinati qualche cosa in più si poteva fare - ha sferzato la Bertolini -. Lavoriamo sempre un po’, mi permetto di dire, al buio o meglio, non al buio ma con opacità”. A gettare acqua sul fuoco è intervenuto il presidente della Terza Commissione, il togato di Area Marcello Basilico, che ha evidenziato come l’impatto dei due nuovi fuori ruolo sarà “molto ridotto” essendo le due toghe impegnate nel penale, settore “meno direttamente coinvolto dall’obiettivo del disposition time civile”. Una tesi supportata da Marco Bisogni, che ha rivendicato l’efficacia delle misure d’emergenza: “Cercare i magistrati in cantina ha avuto i suoi effetti e noi possiamo dire di avere, spero, raggiunto o comunque molto avvicinato gli obiettivi del Pnrr. Non svilirei quell’attività, perché quell’attività, frutto del sacrificio di molti magistrati, ha avuto un impatto sui dati statistici estremamente rilevante”. In attesa del tavolo al ministero, dunque, il Csm ha approvato le due pratiche superstiti con quattro voti contrari e tre astensioni. Un segnale che la “finestra” sui fuori ruolo, per ora, resta socchiusa. Torino. Il Comune arruola l’ex direttore Pietro Buffa: aiuterà gli ex detenuti a non tornare in carcere di Stefania Aoi La Repubblica, 13 aprile 2026 L’esperienza al Lorusso e Cutugno e in altri istituti penitenziari messa al servizio di Palazzo civico con una consulenza. Favaro: “Contrastare la recidiva e favorire in reinserimento aumenta la sicurezza in città”. Palazzo di Città arruola l’ex direttore del Lorusso e Cutugno, Pietro Buffa. Obiettivo: riorganizzare i percorsi di inserimento sociale e lavorativo dei detenuti a fine pena o di quelli sottoposti a misure alternative. La vicesindaca Michela Favaro spiega a Repubblica: “Troppo spesso i detenuti, una volta fuori, tornano a delinquere. E questa è una questione sociale ed economica e non contribuisce a creare un clima di sicurezza nella nostra città”. Palazzo Civico vuole costruire un piano d’azione più efficace, potenziando le risposte all’emergenza del sistema carcerario, contattando le aziende per creare una rete. Il tempo che si è data l’amministrazione è di qualche mese. Si lavorerà in coprogettazione grazie a un milione di euro per due anni offerto dalla Compagnia di San Paolo. E per farlo è sceso in campo colui che è ricordato tra i migliori direttori che il Lorusso e Cutugno abbia mai avuto. Sessantasei anni, una laurea in Scienze politiche, una specializzazione in criminologia clinica, un dottorato di ricerca in Sociologia del diritto, Buffa ha già iniziato ad offrire la sua consulenza per il Comune in modo del tutto gratuito. Non si parte da zero. Oggi la città realizza diverse attività, come l’accompagnamento al lavoro degli ex detenuti. “Ma riusciamo a seguire un centinaio di persone all’anno, attorno alle quali vengono costruiti percorsi di reinserimento”, racconta Favaro. Solo due giorni fa la vicesindaca ha lanciato, proprio dalla struttura carceraria dove è stato inaugurato l’anno accademico del Polo universitario penitenziario, un appello alla Regione, invitandola a eliminare le tasse universitarie per i detenuti, in modo da consentire loro di laurearsi più facilmente e reinserirsi meglio nella società, una volta fuori. “Oggi sono oltre 300 le persone che studiano in carcere e 50 i detenuti iscritti a studi universitari su 1.500”. Anche il basso tasso d’istruzione rende più difficile per un detenuto trovare spazio in una società sempre più competitiva. “In Italia il 70% di coloro che vengono scarcerati commette un nuovo reato”, spiega la vicesindaca. Per il Comune, restituire la percezione di sicurezza ai cittadini significa agire anche su questo fronte. Gli altri due sono quello della presenza degli agenti di polizia: oggi a Torino ne mancano 120. E di questo aspetto si deve occupare la questura. Mentre un altro fronte è quello della riqualificazione urbana e sociale delle aree degradate. “E qui noi, come amministrazione, stiamo facendo la nostra parte. Nelle periferie abbiamo investito oltre 300 milioni di euro”, dice la vicesindaca. Buffa, torinese, ha dalla sua una lunga carriera iniziata nel 1993. Ha assunto la direzione di diversi istituti penitenziari: Asti, Alessandria, Saluzzo e Torino. Poi ha ricoperto per anni l’incarico di direttore generale del personale nel Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. “Vogliamo - dice Favaro - che ci supporti nella scelta degli strumenti più efficaci per reinserire chi esce dal penitenziario. Oggi le condizioni del carcere torinese non aiutano. L’edificio è carente sotto tanti punti di vista e servirebbe l’intervento dello Stato”. Sovraffollato, il Lorusso e Cutugno è considerato il fanalino di coda tra le carceri italiane, come ammesso dallo stesso sindaco Lo Russo in più occasioni. “Di sicuro - conclude la vicesindaca - ciò che potremo fare come amministrazione, lo faremo”. L’Aquila. Oltre le sbarre dell’Ipm, l’analisi sul disagio dei detenuti e il ruolo del territorio abruzzosera.it, 13 aprile 2026 L’ultimo episodio di cronaca registrato all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni dell’Aquila, dove tre giovani detenuti hanno ingerito pile e frammenti di ceramica, non può essere derubricato a un semplice incidente di percorso o a una protesta strumentale. Il Centro Giustizia Minorile (Cgm) per Lazio, Abruzzo e Molise, con giurisdizione diretta sulla struttura aquilana, ha opportunamente parlato di una “forma di espressione del disagio”, una definizione che, se letta in profondità, apre una voragine di riflessioni sulla natura stessa della detenzione per i minori. Quando la parola viene meno e lo spazio vitale si restringe alle pareti di una cella, il corpo diventa l’ultimo territorio di confine su cui proiettare una sofferenza che non trova altri canali di sfogo. Ingerire oggetti estranei è un atto estremo che rompe il “silenzio” istituzionale per gridare una fragilità che l’ordinaria restrizione della libertà, pur necessaria dal punto di vista giudiziario, rischia di esasperare. In questo scenario, la decisione dell’amministrazione di inviare sei nuove unità di Polizia Penitenziaria a supporto dell’organico esistente appare come un atto di responsabilità doveroso per garantire la sicurezza e la tenuta della struttura. Tuttavia, l’analisi non può fermarsi al piano della vigilanza. La sicurezza, in un contesto minorile, non è fatta solo di chiavi e sorveglianza, ma si nutre della qualità della relazione educativa. È evidente che, accanto al necessario rinforzo della sicurezza fisica, urga oggi un potenziamento altrettanto robusto delle attività trattamentali e del supporto psico-educativo. Senza un’offerta progettuale che sia capace di riempire il vuoto esistenziale dei ragazzi, il carcere rischia di trasformarsi in un “parcheggio esistenziale” dove il tempo non è più strumento di rieducazione, ma incubatore di ulteriore devianza. Il territorio aquilano e abruzzese vanta un tessuto sociale di eccellenza che da decenni opera nel settore della marginalità giovanile. Esistono imprese sociali che da anni si occupano di comunità di accoglienza, centri diurni e associazioni locali specializzate nel recupero di minori in condizioni di fragilità estrema che rappresentano un patrimonio di competenze fondamentale. Queste realtà, che conoscono profondamente le dinamiche del disagio giovanile, dovrebbero essere coinvolte e integrate in modo sistemico e permanente all’interno delle mura dell’IPM. Il terzo settore e l’impresa sociale del territorio non possono essere visti solo come attori esterni, ma come partner strategici in grado di costruire ponti solidi con il mondo esterno, offrendo ai ragazzi prospettive reali di riscatto che vadano oltre la fine della pena. Investire nell’educazione non significa “cedere” sulla sicurezza, ma al contrario, rafforzarla alla radice. Un minore impegnato in un percorso rieducativo serio, seguito da figure di riferimento interne ed esterne alla struttura penitenziaria, che ne sappiano interpretare i silenzi e i gesti autolesivi, è un minore che ha meno ragioni per trasformare il proprio disagio in atti distruttivi. La sfida per L’Aquila oggi è quella di trasformare l’IPM da luogo di mera custodia a laboratorio di cittadinanza, dove il coordinamento tra il Centro Giustizia Minorile, la Polizia Penitenziaria e il mondo del sociale diventi il modello di una giustizia che non si limita a punire, ma si prende cura della persona nel suo momento di massima vulnerabilità. Rovigo. Carcere minorile, nodo sicurezza dopo la prima rivolta: il caso arriva in Prefettura di Marina Lucchin Il Gazzettino, 13 aprile 2026 Il Comitato per l’ordine e la sicurezza è chiamato a valutare le criticità dopo la tentata evasione di sabato. Pegoraro (Cgil): “Promesso un carcere modello senza adulti invece sono stati i primi a essere trasferiti: lo avevamo detto”. Dopo la rivolta di sabato al carcere minorile, il caso approda ora sul tavolo della Prefettura. La gestione dell’ordine pubblico e, soprattutto, l’organizzazione interna della struttura saranno al centro del prossimo Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, chiamato a fare il punto su quanto accaduto e a valutare eventuali correttivi. Il bilancio, al momento, è quello di una sommossa con tentativo di evasione rientrata solo dopo ore di tensione, grazie a una trattativa. Ma a pesare sono le modalità con cui si è arrivati a quel punto, a partire dalla presenza dei cosiddetti “giovani adulti” all’interno di una struttura minorile inaugurata da poche settimane come modello organizzativo. Cinque detenuti tra i 18 e i 24 anni, trasferiti a fine febbraio dal carcere di Treviso, sono stati i protagonisti dell’episodio. Su un totale di 14 ospiti rappresentano il 35,7%, una quota che, secondo i sindacati, ha inciso sugli equilibri interni. È su questo aspetto che si concentra la polemica della polizia penitenziaria. “Quando è stato inaugurato in pompa magna il minorile, con i vip della politica regionale e romana, il sottosegretario Andrea Ostellari, l’ex governatore Luca Zaia e il suo successore Alberto Stefani, ci avevano promesso che sarebbe stato un carcere modello e che non sarebbero stati portati i “giovani adulti” - afferma Gianpiero Pegoraro della Cgil - invece sono stati i primi a essere trasferiti qui. Parliamo di cinque su 14 detenuti, il 35,7%. E a nemmeno due mesi dall’arrivo, abbiamo già avuto un episodio così grave. Lo dicevamo che sarebbe stata una situazione difficile, ma nessuno ci ha ascoltato”. Pegoraro punta il dito anche sulla gestione operativa dell’emergenza. “Per sedare la rivolta sono stati distolti cinque agenti dal carcere per adulti della Tangenziale, lasciandolo scoperto. Esiste il Gio, il gruppo d’intervento operativo, che può intervenire su disposizione del Dipartimento in presenza di eventi critici, e c’è anche il Gir, il gruppo d’intervento regionale. Mi chiedo perché, vista la situazione di sabato, non siano stati attivati”. La questione della dotazione di personale resta uno dei nodi principali. Il tentativo di evasione è maturato nel fine settimana, quando i turni prevedono una presenza ridotta di agenti per garantire i riposi. Una condizione che, secondo le ricostruzioni, sarebbe stata osservata e sfruttata dai detenuti nei giorni precedenti. “Quello che è accaduto ieri nell’istituto minorile di Rovigo non è un incidente isolato, ma il fallimento annunciato di una gestione amministrativa che sembra aver smarrito la bussola della sicurezza” dichiara in una nota durissima Mimmo Nicotra, presidente nazionale del sindacato Consipe. “È inaccettabile che una struttura inaugurata da appena due mesi diventi teatro di una guerriglia urbana a causa di scelte scellerate -incalza Nicotra. Trasferire soggetti di 24 anni, con profili criminali già consolidati e precedenti di rivolta, in un circuito minorile in fase di trasformazione è una provocazione alla sicurezza pubblica e alla dignità professionale dei nostri agenti. Ci troviamo di fronte all’assurdo normativo di adulti che permangono nei circuiti per minori, destabilizzando l’intero sistema e mettendo a rischio i percorsi rieducativi dei più giovani. Il Consipe non resterà a guardare: chiediamo al Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità una revisione immediata dei protocolli di assegnazione e l’allontanamento immediato dei facinorosi verso circuiti detentivi ordinari. Non si può continuare a colmare le lacune del sistema spostando i problemi da un istituto all’altro, sperando che i colleghi della Polizia Penitenziaria, eroi dimenticati, riescano sempre a fare miracoli a mani nude”. Sul piano istituzionale, l’episodio impone ora una riflessione più ampia. Il carcere minorile di Rovigo, riqualificato e riaperto da poche settimane, era stato presentato come struttura pilota, destinata a rappresentare un punto di riferimento anche oltre i confini regionali. La rivolta di sabato, con il coinvolgimento di tutte le forze dell’ordine e la chiusura delle strade attorno all’istituto, riporta invece l’attenzione sui profili di sicurezza e sulla gestione quotidiana della struttura. Resta da chiarire se vi siano state criticità organizzative o carenze strutturali che abbiano favorito il tentativo di fuga. I danni all’interno del carcere sono ancora in fase di quantificazione, mentre proseguono le relazioni di servizio per ricostruire nel dettaglio quanto accaduto. Nel frattempo, per i cinque detenuti protagonisti della rivolta è stato disposto il trasferimento in altri istituti, provvedimento che verrà eseguito già oggi. La loro posizione è al vaglio dell’autorità giudiziaria anche in relazione all’ipotesi di reato di evasione. Crotone. Malato psichiatrico in carcere. “Non può stare lì” di Giacinto Carvelli Quotidiano del Sud, 13 aprile 2026 A Crotone un 22enne con grave patologia psichiatrica detenuto in carcere condizioni considerate incompatibili, l’appello di Nadia Di Rocco, referente di “Quei bravi ragazzi family”. Ha accoltellato un ciclista: condannato per tentato omicidio. “La malattia non si arresta ai cancelli del carcere e lo Stato ha il dovere di farsene carico, soprattutto quando si tratta di soggetti così fragili”. Queste le parole di Nadia Di Rocco, referente dell’associazione “Quei bravi ragazzi family”, a proposito di un ragazzo di 22 anni, affetto da una grave patologia psichiatrica e riconosciuto invalido al 100% con diritto all’accompagnamento, che si trova detenuto nel carcere di Crotone in condizioni che, secondo gli stessi dirigenti dell’associazione, risultano del tutto incompatibili con il suo stato di salute. Nadia Di Rocco, con la sua associazione, segue la vicenda insieme alla famiglia del giovane e ne descrive tutti i passaggi giudiziari e sanitari, sollevando dubbi sulla scelta della detenzione in istituto penitenziario invece che in una struttura protetta. La stessa referente ricorda che il ragazzo è da tempo in carico al Csm del territorio, seguito con terapie e controlli periodici, e presenta un quadro di fragilità tale da non essere in grado di gestire autonomamente la quotidianità: pur avendo 22 anni all’anagrafe, il suo livello cognitivo viene descritto come quello di un bambino di circa 10 anni. Non entra da solo in un supermercato, non è in grado di orientarsi e necessita di un sostegno costante nei gesti più semplici. Proprio per questo gli è stata riconosciuta un’invalidità totale e la necessità dell’accompagnamento. L’episodio che ha portato alla condanna risale al 30 ottobre. Il giovane si trovava in auto, parcheggiata in prossimità di una pista ciclabile, insieme alla madre e a un’amica della donna, mentre il padre era sceso per raccogliere castagne nelle vicinanze. Un ciclista si è fermato e ha iniziato a protestare vivacemente contro il parcheggio della vettura, lamentando un intralcio al passaggio. La discussione, secondo il racconto dell’associazione, si è fatta via via più accesa, con toni che hanno agitato il ragazzo già fragile e molto legato alla figura della madre. In quel momento, nel tentativo di “proteggere” le due donne, il giovane ha preso da uno zainetto presente in auto - usato abitualmente dal padre per le escursioni in montagna - un piccolo coltellino da campeggio. In preda all’agitazione, ha sferrato un singolo colpo al ciclista, provocandogli una ferita poi giudicata guaribile in 30 giorni. Si tratta, sottolinea Di Rocco, di un gesto grave e inaccettabile, ma compiuto da una persona con una diagnosi psichiatrica importante e con una percezione distorta del pericolo e della realtà. Nonostante il referto medico non attestasse lesioni gravissime, l’episodio contestato come tentato omicidio. Il procedimento si è svolto con rito abbreviato; il tribunale ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio che ha riconosciuto al ragazzo la semi infermità mentale. In base a questa valutazione, la pena iniziale di 12 anni è ridotta a 5 anni e 5 mesi. Alla famiglia inoltre prospettato che la rinuncia all’atto di appello avrebbe consentito un ulteriore sconto di pena, ma senza scendere sotto la soglia dei 4 anni, limite oltre il quale non sarebbero comunque state accessibili alcune misure alternative. Dal giorno dell’arresto fino a pochi giorni fa, il giovane aveva scontato la misura cautelare agli arresti domiciliari, dotato di braccialetto elettronico. In questo periodo, spiegano i familiari, era stato possibile garantire una certa continuità terapeutica grazie ai frequenti accessi al pronto soccorso, alle visite specialistiche e ai percorsi strutturati dal Csm. Proprio la necessità di controlli e cure ravvicinate aveva reso necessario presentare più volte istanze al magistrato per ottenere permessi di uscita, autorizzati in ragione della delicatezza del quadro clinico. Nonostante ciò, il tribunale ha ora disposto l’esecuzione della pena in carcere. Per Di Rocco questa decisione non tiene conto né delle certificazioni mediche né della documentazione che descrive il ragazzo come soggetto altamente vulnerabile, incapace di adattarsi a un contesto detentivo ordinario. Il rischio, denuncia l’associazione, è quello di un drastico peggioramento delle sue condizioni psichiche, con possibili ripercussioni anche sulla sicurezza degli altri detenuti e del personale, se non adeguatamente seguito. A preoccupare ulteriormente è la situazione interna della casa circondariale di Crotone. L’istituto è interessato da lavori che ne hanno ridotto la capienza e comportato la chiusura di un reparto, con conseguente redistribuzione dei detenuti nelle altre sezioni. Ciò rende impossibile, allo stato attuale, garantire al giovane una cella singola: è costretto a condividere gli spazi con altri reclusi, nonostante la sua patologia renda estremamente complessa la convivenza. Per l’associazione, questo aumenta il rischio di reazioni improvvise, incomprensioni e conflitti, nella percezione del ragazzo qualsiasi compagno di cella o agente potrebbe essere vissuto come una minaccia, così come accaduto con il ciclista. Sul fronte sanitario, le criticità non sono minori. Secondo quanto riferito da Di Rocco, in carcere non sarebbe presente un presidio medico continuativo nelle ore serali e notturne, con scoperture che rischiano di lasciare senza assistenza tempestiva proprio i detenuti più fragili. Nel caso specifico, si aggiunge la preoccupazione per la mancata trasmissione immediata della cartella clinica del giovane al momento dell’ingresso in istituto: solo successivamente il comandante avrebbe sollecitato la documentazione all’azienda sanitaria, dichiarando di non sentirsi nelle condizioni di gestire in sicurezza un paziente con un profilo psichiatrico così complesso. L’associazione si domanda quindi se, a distanza di giorni dal trasferimento, il ragazzo stia effettivamente assumendo i farmaci stabiliti dal Csm e se il piano terapeutico sia stato correttamente recepito e applicato all’interno del carcere. La sospensione o l’irregolarità delle terapie, sottolinea Di Rocco, potrebbe avere effetti devastanti, con crisi, regressioni e comportamenti imprevedibili che andrebbero ad aggravare ulteriormente una situazione già critica. Monza. Personal trainer in carcere: un aiuto a detenuti e agenti di Dario Crippa Il Giorno, 13 aprile 2026 Osteopata, biologo e massofisioterapista: “Lancio un appello per trovare attrezzi gratuiti di cui dotare la palestra”. Un personal trainer dietro le sbarre. Quando ha deciso di entrare nella casa circondariale di via Sanquirico a Monza per offrire sostegno pratico alla popolazione carceraria, sapeva che non bastava rivolgersi ai circa 750 detenuti rinchiusi lì dentro. Se si volevano fare le cose per bene, bisognava occuparsi anche di chi fra quelle mura trascorre gran parte della propria vita anche se per lavoro. Massimo Messina, “iron man” nel corpo (ne ha già corsi diversi) e nello spirito, un curriculum sterminato come personal trainer, ma anche una laurea in Scienze motorie, preparatore atletico, osteopata, massofisioterapista, biologo nutrizionista. Con grande senso dello sport e delle sfide, dato che è stato preparatore atletico della Nazionale dilettantistica maschile di golf per 12 anni e della Nazionale dell’Azerbaigian di canoa e kayak per 4. Perfino osteopata per cani e cavalli. E soprattutto un cuore grande come una casa ha deciso di mettersi a disposizione anche della polizia penitenziaria. Offrendo le proprie lezioni come personal trainer anche all’altra metà del carcere. Il “Progetto Salute e Benessere in carcere” è partito negli scorsi giorni. “Un progetto ambizioso da parte del mio team - spiega Messina - in collaborazione con la dottoressa Cosima Buccoliero, direttrice del carcere di Monza, che vuole essere un riconoscimento particolare a queste donne e a questi uomini che svolgono un lavoro speciale per la società”. Ecco dunque: “Io e il mio team saremo a disposizione gratuitamente per il personale che frequenta la palestra agenti e la squadra di calcio, attraverso schede di allenamento studiate e personalizzate, ma soprattutto seguite come personal trainer costantemente monitorate e variate per raggiungere l’obiettivo prefissato non solo fisico ma principalmente mentale”. Messina ne approfitta per lanciare un appello, “rivolgendomi personalmente a tutti coloro che possono donare gratuitamente attrezzi sportivi non solo per i detenuti ma soprattutto per gli agenti contattandomi personalmente. Mi rivolgo poi a chi in particolare possa mettere a disposizione la propria competenza e professionalità gratuitamente per sistemare il loro campo di calcio”. Salerno. Il carcere minorile al centro di un incontro al Rotary Club di Aniello Palumbo Gazzetta di Salerno, 13 aprile 2026 “L’Ipm, l’Istituto Penale per i Minorenni, è la misura più grave che può essere comminata a un adolescente. È un tempo, uno spazio, un luogo di custodia dove il minore può permanere quando è stato condannato in via definitiva per un reato che ha commesso o quando è in custodia cautelare”. A spiegare le caratteristiche principali degli Ipm, che a differenza dei carceri ordinari sono focalizzati sul percorso rieducativo dei detenuti, garantendo loro: istruzione, formazione professionale, il mantenimento dei legami affettivi e un trattamento che mira alla responsabilizzazione e alla crescita personale del minore, non solo alla punizione, è stata la dottoressa Eleonora Cinque, Dirigente Penitenziario e Consulente per la Giustizia Minorile e di Comunità - Direzione Generale per la Giustizia Minorile e Riparativa, nata a Bologna, ma di origini salernitane, durante l’incontro organizzato all’Hotel Mediterranea dal “Rotary Club Salerno Picentia”, presieduto dal dottor Lucio Bojano, in interclub con il “Rotary Club Battipaglia” presieduto dall’ingegner Luigi Bisaccia, rappresentato dal Vicepresidente, l’avvocato Vincenzo Cestaro. La dottoressa Cinque ha raccontato di quando, lo scorso anno dirigeva l’Istituto Penitenziario Minorile di Airola, in provincia di Benevento e del lavoro di cui si occupa:” Ho superato, nel 2022, un concorso pubblico per Dirigente Penitenziario. Il Diritto si interessa delle vicende umane e il Diritto Penitenziario è tra quelli che ha più contatto con la realtà: trovo ciò molto interessante, affascinante, fonte continua di apprendimento e arricchimento. Negli ambienti in cui si soffre vi sono vite che hanno delle storie dense che attraversano tante dimensioni. Mi interessa molto l’ambito dell’adolescenza che è estremamente interessante: è pieno di speranze, naturalmente dinamico, in movimento. L’adolescente è una persona in fase di sviluppo che lotta fisiologicamente per diventare sé stesso. Il nostro lavoro è molto difficile anche se dà tante soddisfazioni, soprattutto quando si vedono i frutti del tuo lavoro: anche dei piccoli cambiamenti nei modi in cui gli adolescenti reclusi vedono il mondo rappresentano un risultato importante; se imparano a vederlo in modo un po’ diverso rispetto a quando sono entrati quello è già un grande traguardo. Ogni ragazzo che si riesce a riconsegnare al territorio per essere un cittadino che sa stare insieme agli altri in modo costruttivo per la comunità è il risultato più importante che si possa raggiungere”. La dottoressa Cinque ha spiegato che il carcere deve stare nella società e deve dialogare con essa”. Noi siamo chiamati a custodire, per un tempo, delle persone in formazione che attraversano una fase delicatissima della loro vita. Noi dobbiamo fare in modo che, nel momento in cui riconsegniamo alla comunità queste persone, dopo la misura penale, le stesse vengano reintegrate in un contesto sociale nel quale si riescano a inserire nel modo più funzionale possibile. Il nostro obiettivo è produrre un cambiamento positivo nella personalità del minorenne”. Riguardo al sovraffollamento delle carceri la dottoressa Cinque ha spiegato che ci sono dei cambiamenti in atto:” Quest’anno sono stati attivati nuovi Istituti Penali per i minorenni che hanno garantito nuovi spazi detentivi”. La dottoressa Cinque ama il suo lavoro che fa con passione: “Vorrei continuare a fare del mio meglio per fare responsabilmente il mio lavoro e cercare di fare qualcosa per questi ragazzi che hanno bisogno di essere “visti”, di essere ascoltati. Hanno bisogno di avere delle opportunità”. Nel corso della serata sono stati presentati due nuovi soci del Club: il noto giornalista salernitano Gabriele Bojano, presentato dal Past President Antonello Sada, e il dottor Vincenzo De Simone, esperto di cybersicurezza, presentato dal Presidente Lucio Bojano. Presentate dal Prefetto Rocco Di Riso le autorità presenti: l’Assistente del Governatore Roberto Loconte; la dottoressa Roberta Lakelin, Direttrice dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Salerno; la dottoressa Federica Lavanga, Magistrato presso il Tribunale per i Minori di Potenza; la dottoressa Nelly Alfinito, Magistrato presso il Tribunale per i Minori di Salerno; il dottor Franco Fiore, Magistrato presso il Tribunale per i Minori di Salerno. Parma. Allarme sulla carenza di Oss per il carcere, interrogazione in Regione parmatoday.it, 13 aprile 2026 Il capogruppo della Lega Tommaso Fiazza denuncia la mancanza di operatori socio-sanitari nella casa circondariale di Parma e chiede interventi urgenti. Proposta anche la formazione per i detenuti. “Nel carcere di Parma si registra da tempo la totale mancanza di operatori socio-sanitari e la Regione non può continuare a far finta di niente, perché l’organizzazione dell’assistenza sanitaria negli istituti penitenziari rientra nelle sue competenze”. Così il capogruppo regionale della Lega, Tommaso Fiazza, annuncia un’interrogazione alla Giunta sulla situazione della Casa circondariale di Parma. “Gli oss sono fondamentali per l’assistenza quotidiana, in particolare per detenuti anziani, non autosufficienti o con patologie croniche. Da anni il lavoro che spetterebbe agli oss viene svolto da personale medico o infermieristico e a pagarne il prezzo sono proprio loro, già all’osso come dotazioni organiche”, spiega Fiazza. “Ho chiesto alla Regione quali siano gli interventi che intende mettere in campo per colmare questa carenza. Parliamo di assistenza sanitaria, un servizio essenziale che deve essere garantito anche dentro le carceri e di fondamentale supporto anche alla Polizia penitenziaria, che per esclusivo spirito di servizio si mette a disposizione per compiti non suoi”. Infine, la proposta: “Attivare percorsi formativi per oss rivolti anche ai detenuti: una risposta concreta alla carenza di personale e un’opportunità di reinserimento per chi sta scontando una pena”. Carceri: il teatro non deve morire di Simona Ciaramitaro collettiva.it, 13 aprile 2026 Le restrizioni Dap mettono a rischio le attività in istituti dove vi siano reparti di alta sicurezza. Una recente serie di limitazioni imposte dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) ha creato forti restrizioni alle attività teatrali nelle carceri italiane dove insiste un reparto di alta sicurezza (niente a che vedere con regime di 41bis), con un impatto significativo però su tutti progetti portati avanti. A fare notizia è stato soprattutto il caso del carcere romano di Rebibbia, dove opera il regista, attore, docente universitario, Fabio Cavalli, cofondatore del Teatro Libero di Rebibbia. Cavalli ci spiega come le nuove norme rischino di azzerare il progetto ormai in atto da anni e che ha portato ai detenuti riconoscimenti importanti come il valore sociale e riabilitativo, l’Orso d’Oro al festival del cinema di Berlino e altri di impronta teatrale. Ora i detenuti che lavorano con Cavalli non possono più fare le prove nel loro teatro, per addotti motivi di sicurezza, e sono notevoli i problemi affrontati per fare entrare gli studenti del Dams che da tempo invece facevano parte del progetto. Cavalli spiega in modo dettagliato quanto sta accadendo, la situazione carceraria, i rischi che si corrono con lo smantellamento di tali attività ritenute anche fondamentali per la riduzione delle recidive, ma anche il suo sgomento davanti a decisioni che non sono mai state pienamente spiegate dalle autorità. Qui il podcast: https://www.c/copertine/culture/rebibbia-carceri-teatro-restrizioni-he2deg3d “La Salita”: dove arriva il teatro, inizia la speranza di Maresa Palmacci banquo.it, 13 aprile 2026 Nisida, con il suo carcere, è dipinta come un’enclave, un’isola in cui la bellezza può insinuarsi nella meschinità e nei dolori dell’esistenza e dove la luce può far tornare a splendere il buio, nel film “La Salita”, diretto da Massimiliano Gallo, al cinema dal 9 aprile. Il lungometraggio, prodotto da Panamafilm, F.A.N, Rai Cinema, segna l’esordio alla regia dell’attore partenopeo che fonde la Storia e le storie sullo sfondo di una Napoli di 40 anni fa e del carcere minorile maschile di Nisida, in cui nel 1983 vengono momentaneamente ospitate alcune detenute del carcere femminile di Pozzuoli, chiuso a causa di lesioni dovute al bradisismo. Nello stesso anno, Eduardo De Filippo attua dei progetti a favore dell’istituto penitenziario napoletano, portando il teatro in carcere con gli attori della sua compagnia che metteranno in scena lì con i detenuti, per la prima volta, uno spettacolo teatrale. In questa cornice, personaggi e storie reali si mescolano con personaggi e storie di fantasia, tra cui emergono e si intrecciano quelle di Emanuele (Alfredo Francesco Cossu), giovane orfano che sta per finire di scontare la propria pena, e Beatrice Pane (Roberta Caronia), donna affascinante e dal passato drammatico, vedova di un boss e abitata da una profonda sete di vendetta per la morte del figlio. Tra i due, nasce una particolare intesa, che Gallo tratteggia con maestria e delicatezza, suggerendola attraverso sguardi e dettagli. Un climax di sentimenti e passioni che potrebbero portare a esiti nefasti e drammatici, ma, appunto, per fortuna, c’è il varietà che stanno per mettere in scena, ci sono gli attori, le scenografie, la musica, la poesia, le risate, c’è il teatro che salva, o almeno offre una seconda possibilità. “Dove finisce la noia, inizia la speranza”, recita una battuta del film, infatti, La Salita è una moderna favola con eroi umanissimi, mossi da istinti e passioni, scossi da peripezie e contrasti, fino allo scioglimento di una morale. Le riprese dall’alto ci mostrano una Napoli incantata tra mare e scogliere, in grado di addolcire anche i profili più duri del carcere e dei suoi abitanti, privandola di quella violenza tipica di tante altre pellicole o serie sul tema, impreziosita dalle musiche di un partenopeo doc come Enzo Avitabile che riscrive in una drammaturgia di note, gli ambienti, le situazioni, le atmosfere. Massimiliano Gallo, coadiuvato nella sceneggiatura da Riccardo Brun e Mara Fondacaro, delinea personaggi pieni di anima, tratteggiati con estrema varietà di sentimenti, tutti tangibili, concreti, vibranti. Orchestra un film corale mettendo in pratica, da regista, tutta la sua esperienza da attore, dirigendo alla perfezione un cast variegato dove spiccano Mariano Rigillo, che rilegge un Eduardo tutto suo, senza mai emularlo, dandogli carattere e sensibilità ( toccanti nei titoli di coda le immagini di repertorio dell’Eduardo originale a fare da contrasto), Roberta Caronia, sensuale e intensamente emotiva (memorabile la scena in cui sotto una pioggia che sa di vita e morte canta il suo dolore con “Mi voto e mi rivoto” di Rosa Balistreri), il giovane Alfredo Francesco Cossu, delicato e limpido, fino a Gianfelice Imparato e Maurizio Casagrande. Gallo, realizza un film autentico, sulla potenza salvifica dell’arte e della bellezza in grado di sanare, risollevare, far cambiare sguardo e pensiero, con un focus particolare, in questo caso, sul teatro, arte e mestiere che ci spiega la vita, ci aiuta a viverla, a guardarla da altri punti di vista, fornendoci chiavi di lettura che altrimenti ci sfuggirebbero. Come Hamnet, recente successo cinematografico di Chloe Zhao, dove il teatro lenisce dalle sofferenze della morte, qui La Salita suggerisce quanto il teatro possa curare le ferite di esistenze sfortunate, riabilitare, dare dignità, fornire una seconda possibilità che c’è sempre, anche quando non la vediamo. Un film emozionante, sincero e necessario, che si carica di una forte valenza civile e sociale, indicandoci come sia più che mai necessario, in uno scenario come quello contemporaneo dove è facile perdersi e disperdersi, puntare e investire sulla cultura e sull’arte. Su quella bellezza che può essere scovata in ogni angolo di questa sorprendente salita della vita. I giovani sono una moltitudine che non merita gli stereotipi di Benedetta Cosmi Corriere della Sera, 13 aprile 2026 Generalizziamo sui giovani, facendo credere loro che esista solo un modo di esserlo - essenzialmente frivolo - e pensiamo sia congenito alla modernità il loro distacco dalle istituzioni e dall’associazionismo. Le otto generazioni che (co)abitano in Italia, non ci sono dappertutto. E neanche i giovani del mondo che abbiamo inventato: sempre in vacanza con qualche volo low cost, a scattare selfie, il loro dominio e domicilio sul web, senza impegno o “fatica”, che hanno girato le spalle alle istituzioni del passato. Come mai non li vediamo gli altri? Studentesse iraniane che studiano e lavorano da noi, non possono comunicare con le loro famiglie, sono le famiglie che acquistano in loco pacchetti di telefonate solo via “cavo”, e attendono le chiamate, “internet” non esiste più. I maggiorenni greci su cui pende l’obbligo del servizio militare. Pena il pagamento in denaro di 12 mila euro (neanche poco) che potrebbe salire a 1.500 nei prossimi anni per donne e uomini, per ogni mese di leva. Ma come? Una cosa che ci sembrava così anacronistica, proprio sotto i nostri occhi, nelle isole da sogno, delle vacanze (coi polpi appesi al sole). Mete di avventure di tanti neodiplomati italiani, inconsapevoli che i risparmi di molti coetanei, o l’investimento del loro tempo, inizi diversamente, a così poche miglia nautiche da loro. Per non parlare della vita della più grande generazione della storia, in termini di numeri assoluti, naturalmente in India. Ha meno di trentacinque anni il 40 per cento della popolazione, oltre 356 milioni gli under venticinque. E cosa sta succedendo nell’Africa sub-sahariana, dove oltre la metà della popolazione ha meno di diciotto anni? Attenzione quando generalizziamo sui giovani, facendo credere loro che esista solo un modo di esserlo - essenzialmente frivolo - e pensiamo sia congenito alla modernità il loro distacco dalle istituzioni e dall’associazionismo. Non è così se guardiamo aldilà del nostro irrisorio e infinitesimale osservatorio di giovani. Perché ricordiamoci che l’impatto che i giovani vogliono dare al mondo non passa solo dal digitale. “Nessun gesto criminale è circoscritto. Servono argini da parte dei genitori” di Elisa Forte La Stampa, 13 aprile 2026 La psichiatra Stefania Andreoli e il romanzo sulla violenza giovanile: “La famiglia dialogante ha falle significative”. Le baby gang seminano paura nelle città. Le coltellate sono arrivate in aula, fino ai banchi di scuola. E le famiglie normali? Dalla realtà alla finzione. Vi portiamo in una storia stile Adolescence. Qui, il coltello viene usato in una villetta con il giardino curato, in una famiglia che tutti avrebbero indicato come la migliore del quartiere. Stefania Andreoli, psicoterapeuta dell’adolescenza tra le più ascoltate d’Italia, ha smesso di aspettare e ha scritto un romanzo. Si chiama Un’ottima famiglia (Rizzoli). Ed è più inquietante della cronaca. Perché i Costa, i protagonisti, sono “esemplari”. Non picchiano. Non trascurano. Amano. Male. Perché un romanzo, dopo dieci anni di saggi e sei libri? Cosa può dire in più la narrativa? “Si è trattato di un impulso, una direzione obbligata. L’ispirazione mi venne dopo aver visto Adolescence. O meglio: dopo aver registrato le reazioni del pubblico degli adulti alla visione della serie, dalla quale gli adulti stessi uscivano descritti (correttamente) come inconsistenti, ridicolizzati, fuori tempo e fuori fase. Avrebbe dovuto infastidirci, diamine! Invece leggevo e sentivo ovunque persone sconvolte da cosa i giovanissimi fossero in grado di fare. Empatici con i genitori. Ho pensato: una storia di finzione spaventa meno del saggio di una addetta ai lavori. Da lì, è stato immediato: ci vuole un romanzo”. Quando un ragazzo aggredisce con un’arma, spesso l’analisi si ferma sull’atto. Lei racconta i dieci anni prima. Cosa stiamo sbagliando a guardare? “Nessun gesto criminale può essere mai circoscritto all’atto in sé. Il raptus non esiste, è per questo che con i colleghi insistiamo sulla preziosità della prevenzione e della formazione come i soli orizzonti di futuro possibili: perché il dopo dipende sempre dal prima, mai dal qui e ora”. Guardare indietro spaventa? “Certo. Ci rende parte dello svolgimento. Invece, il nostro strabismo educativo ci fa guardare alla rete, ai social, alle cattive influenze. Noi adulti dove ci collochiamo? Ci siamo, sulla scena dei nostri figli? In che ruolo? Con gesti e battute scritti da uno sceneggiatore da Oscar? O a pronunciare frasi fatte e a puntare il dito contro la scuola, la società, TikTok?”. Nel suo libro i genitori “peggiori” non urlano mai. Come si riconosce una famiglia che fa male ai figli pur sembrando esemplare? “Un’ottima famiglia è sempre difficile da mettere in discussione, anche per i figli stessi, perché si muove su dinamiche subliminali, passivo-aggressive: è la carta d’identità della famiglia contemporanea. Si cerca il meglio per i figli, glielo si dà, si fanno scelte per il loro bene. Peccato che non si sa quale sia. E il nostro bene, fare bella figura con gli altri, avere un figlio che ci dia soddisfazione, lo facciamo diventare il loro”. Cristian, uno dei protagonisti, soffre in silenzio per anni. È invisibile per i genitori, la scuola e i coetanei. Perché si è ciechi davanti al dolore dei ragazzi quando non ha la forma dell’ansia o del ritiro scolastico? “La storia di Cristian ha uno svolgimento quasi banale, per quanto è ricorrente. Parliamo tanto di stereotipi di genere a danno delle donne, ma i cuori dei maschi sono stritolati dalla convinzione e dall’aspettativa che i ragazzi siano “fatti così”, che è normale siano più schivi, che siano meno sensibili delle femmine. Sono sciocchezze che ancora una volta ci occorrono per non veder crollare le nostre teorie”. I videogiochi violenti diventano una prova a carico di Cristian. Come, spesso, nella realtà. L’educazione basta, o a un certo punto serve anche un argine? “Ovviamente serve un argine, ma chiediamoci: se mio figlio tredicenne gioca a Gta quattro ore al giorno, chi glielo ha comprato? Chi glielo permette? Chi ha fatto in modo di arrivarci - ancora una volta - senza pensare prima a come gestire l’uso della console? L’amara verità è che i pusher di device siamo noi: fatti apposta per anestetizzarci e renderci dipendenti, sono un eccellente intrattenimento per i nostri figli mentre noi scrolliamo le nostre timeline”. Concretamente, dunque? “Si stila un patto educativo, prima ancora dell’acquisto del dispositivo. Con clausole chiare di utilizzo e sanzioni eventuali a fronte delle trasgressioni. Con la sottoscrizione di ambo le parti. E poi lo si rispetta. Tutti”. Giulia, la voce narrante, mente in tribunale per senso di giustizia e finisce in messa alla prova. Il decreto Caivano ha acceso il dibattito: i percorsi alternativi alla detenzione per i minori servono davvero o diventano un modo per aggirare la responsabilità? “Sono stata un giudice minorile a Milano, sono il supervisore di diverse équipe che si occupano di penale minorile e tutela minori: il tema lo conosco bene. È complesso dare una risposta sintetica, ma sono convinta che le misure alternative siano dispositivi di valore: mezzi di comprensione, rieducazione, conservazione della dignità umana. Se funzionassero come dovrebbero e ognuno facesse adeguatamente la sua parte”. I suoi saggi hanno raccontato genitori ansiosi, figli fragili, adulti smarriti. Ora la violenza nasce dentro una famiglia normale. È un salto di qualità nel disagio o abbiamo sempre guardato dall’angolazione sbagliata? “Le famiglie sono e saranno sempre luoghi pericolosi, ma non siamo mai stati pronti ad ammetterlo. Così, ci siamo inventati la famiglia di oggi: dialogante, con padri presenti, investita nel suo intento di felicità. Che invece sta rivelando falle significative: i nostri ragazzi stanno sempre peggio, li capiamo sempre meno. L’apparenza è diventata l’ottavo vizio capitale, continuare a fingere non è più un peccato privato o un innocuo meccanismo di difesa. È ormai un agente patogeno, le cui conseguenze sono e saranno disastrose”. Primo censimento delle persone senza fissa dimora in Italia: 10mila persone senza una casa in 14 città di Nicoletta Labarile Il Sole 24 Ore, 13 aprile 2026 Contare per rendere visibile ciò che rimane nell’ombra. Contare per indirizzare le politiche e fare dell’inclusione una pratica concreta. La notte del 26 gennaio più di 6mila volontari hanno contribuito alla realizzazione di “Tutti contano”, il primo censimento delle persone senza fissa dimora in quattordici città italiane. Realizzata da Istat in collaborazione con Fio.Psd-Ets, la federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, la rilevazione segna un primato in Italia e restituisce numeri e storie di chi vive ai margini: uomini, donne e giovani che hanno fatto di un portico, un giaciglio di stracci, un cartone o una tenda la loro casa. I volontari si sono mossi di notte e, dal 26 al 28 gennaio 2026, hanno contato e raccolto storie di vita e testimonianze di chi, vivendo in condizioni di grave povertà, vede ridimensionata la sua esistenza e i suoi diritti: gli “invisibili” che abitano le nostre città sono 10.037. L’Istat ha censito la popolazione degli “ultimi” in 14 Comuni metropolitani e, contare, aiuta a rompere gli stereotipi: “Tenere insieme empatia e metodo significa mettere da parte i pregiudizi che spesso fanno parte dell’immaginario comune e ascoltare con autenticità, senza perdere il rigore dello strumento di ricerca - spiega ad Alley Oop Miriam Petrucci, responsabile di rilevazione di una delle zone interessate a Roma - Così ogni intervista si trasforma in un incontro rispettoso tra persone, prima che in una raccolta di dati”. Contare per conoscere - “Il tema della povertà è visto da angolazioni diverse - sottolinea Federico Di Leo, della direzione statistiche sociali Istat - Alcuni aspetti vengono illuminati ed altri rimangono in ombra: le politiche attorno ai senza dimora tendono a non vederli, è un tipo di povertà meno facile da affrontare. Ben vengono, quindi, le iniziative che aiutino a guardare. Ma soprattutto a contare”. Dal ‘900, spiega Di Leo, gli studi che si sono occupati dei senza dimora sono stati soprattutto qualitativi, affrontano cioè il tema con interviste e storie di vita. Contare, come ha fatto l’ultima rilevazione, è un’operazione nuova e “sfidante” che, continua Di Leo, “porta per la prima volta la dimensione quantitativa, quella del numero: è la prima volta che un istituto di statistica realizza un’indagine del genere”. E, infatti, i numeri raccontano e danno concretezza a quelle che, senza misurabilità, rimarrebbero percezioni. Sono 10.037 le persone senza dimora, di almeno 18 anni di età: 5.563 persone, il 55,4%, sono ospitate nelle strutture di accoglienza notturna, mentre 4.474 persone, il 44,6%, sono state conteggiate in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna. La differenza tra le città, a Roma il maggior numero di persone senza dimora - Guardando ai dati, le persone senza dimora corrispondono a circa lo 0,11% della popolazione residente dei Comuni considerati e si concentrano soprattutto nelle grandi città. In termini assoluti, Roma presenta il valore più elevato (2.621 persone, di cui 1.299 in strada), seguita da Milano (1.641), Torino (1.036) e Napoli (1.029), mentre Reggio Calabria registra la presenza più contenuta (31 persone). Tuttavia, questi numeri riflettono anche la diversa dimensione demografica delle città. Tuttavia, questi numeri sono influenzati anche dalla dimensione delle città. Se si guarda alla distribuzione complessiva del fenomeno, Roma concentra oltre un quarto delle persone senza dimora conteggiate (26,1%), seguita da Milano (16,4%), Torino e Napoli (entrambe al 10,3%). Le differenze emergono anche nella composizione del fenomeno: se a livello complessivo le persone in strada rappresentano il 44,6%, in alcune città la quota è molto più elevata, come a Genova (65,9%), Firenze (59,0%) e Napoli (55,0%), mentre nelle città delle Isole risulta più contenuta, con un minimo a Messina (19,4%). Le strutture di accoglienza, ai limiti di capacità a Genova e Napoli - Diffuso ma non omogeneo e, in molti contesti, già vicino ai limiti di capacità: il censimento fa luce anche sul ruolo e le condizioni delle strutture di accoglienza notturna. Nei 14 Comuni analizzati, oltre la metà delle persone senza dimora (55,4%) è qui che trova casa. L’Istat ha costruito la rilevazione a partire dalle liste delle strutture fornite dalle amministrazioni comunali, concentrandosi sulle strutture emergenziali di primo livello: quelle che accolgono persone provenienti direttamente dalla strada o da sistemazioni di fortuna. Nel perimetro rientrano anche realtà informali, come i posti letto messi a disposizione da parrocchie, e strutture gestite dal privato sociale, restituendo così una fotografia ampia del sistema di accoglienza. Complessivamente, la capacità dichiarata delle strutture è pari a 6.678 posti letto, a fronte di 5.563 persone ospitate: un dato che, pur indicando un sistema ad alta saturazione (83,3%), mostra differenze rilevanti tra i territori. Le grandi città concentrano sia l’offerta sia la domanda: Roma dispone della capienza più elevata (1.591 posti letto) con 1.322 ospiti, seguita da Milano (1.348 posti, 1.040 ospiti) e Torino (770 posti, 664 ospiti). Tuttavia, osservando il rapporto tra ospiti e capienza, emergono dinamiche diverse. In alcune città il sistema appare vicino alla saturazione, come a Genova (92,9%) e Napoli (89,4%). Mentre, in altre, si registrano situazioni più critiche o atipiche: a Venezia i posti risultano completamente occupati (100%) e a Cagliari gli ospiti superano la capienza dichiarata (111%), segnalando una gestione emergenziale con posti aggiuntivi. Al contrario, contesti come Reggio Calabria (56,7%) e Messina (65,4%) mostrano livelli di utilizzo più contenuti, legati però anche a una disponibilità complessiva molto ridotta (rispettivamente 30 e 159 posti letto). Anche la dimensione media delle strutture varia in modo significativo: si passa da realtà più grandi come Milano (circa 54 posti per struttura) a sistemi più frammentati come Genova (18,4) o Reggio Calabria (15,0). Roma, pur avendo il numero più alto di strutture (54), presenta una capienza media più contenuta (29,5 posti), segno di una rete più diffusa ma meno concentrata. Le strutture non sono tutte uguali nemmeno per modalità di accesso e tipologia di utenza: accanto a quelle istituzionali, sono presenti realtà informali - spesso legate al terzo settore - e solo una quota limitata richiede requisiti stringenti come documenti d’identità. Dietro i numeri, quindi, emergono dinamiche più complesse. “Le indagini non sono solo numeri o percentuali, ma processi costruiti con attenzione”, osserva Cristiana Di Pietro, volontaria, sottolineando come il lavoro sul campo contribuisca a restituire una lettura più profonda del fenomeno. Anche l’accesso ai servizi non è sempre uniforme. “Tutti sapevano dove poter andare se avevano bisogno di qualcosa, dal mangiare a un posto dove dormire” specifica Martin Rossi, volontario, evidenziando allo stesso tempo come le condizioni cambino molto a seconda dei territori. Chi sono le persone senza dimora: più giovani al Sud - “Ti rendi conto che sono persone normalissime, con la loro storia, molto diverse da come spesso le immaginiamo” racconta ad Alley Oop Rossi, facendo riferimento alla sua esperienza di rilevazione. Nei numeri, come emerge dalle testimonianze dei volontari raccolte da Alley Oop, ci sono storie, traiettorie diverse, vite che a un certo punto si sono incrinate. Persone che oggi condividono una condizione comune, l’assenza di una casa, ma che arrivano da contesti, età e percorsi molto differenti. Conosciamo parte della loro storia in base ai dati disponibili: le persone ospiti nelle strutture di accoglienza, ad esempio, sono registrate anche per nazionalità. Nel complesso, la componente straniera è prevalente - circa il 70% degli ospiti - ma il quadro cambia osservando i territori: in alcune città del Sud la presenza italiana è più consistente. A Cagliari, ad esempio, circa l’80% degli ospiti è di nazionalità italiana, mentre gli italiani sfiorano la maggioranza anche a Napoli (50,5%) e Genova (51,8%). Al contrario, la presenza straniera raggiunge i valori più elevati a Milano (80,1%) e Bari (78,7%). Anche l’età contribuisce a definire un fenomeno tutt’altro che uniforme. La presenza di giovani tra i 18 e i 30 anni è più alta nelle città del Sud e delle Isole, come Catania (39,3%), Bari (31,2%) e Messina (25,0%), mentre gli over 60 sono più numerosi soprattutto a Roma (33,1%) e Napoli (29,8%). Nel complesso, si tratta prevalentemente di una popolazione adulta, segnata da percorsi diversi ma accomunata da condizioni di fragilità. Una fragilità che spesso si intreccia con la solitudine: “Molte delle persone incontrate sembrano non avere reti familiari o relazioni significative su cui poter contare” dice ad Alley Oop la volontaria Pinuccia Signorello, aggiungendo: “In alcuni casi, si intuiscono anche fragilità più profonde, che rimandano al tema della salute mentale”. Donne senza dimora, invisibili e più nascoste - Le donne senza dimora ci sono, ma si vedono meno. Spesso perché scelgono, o sono costrette, a nascondersi di più, per proteggersi da violenze e situazioni di rischio. Una presenza più silenziosa, che rende il fenomeno in parte sommerso e difficile da intercettare. Anche nei numeri questa invisibilità emerge chiaramente. Dal conteggio realizzato, le donne ospitate nelle strutture sono 1.189, pari al 21,4% del totale: una quota decisamente inferiore rispetto a quella maschile e lontana dall’equilibrio della popolazione generale. Il numero di donne ospitate supera le 100 unità a Roma, Milano e Torino, città che nel complesso accolgono oltre il 60% del totale. Tuttavia, la quota femminile varia sensibilmente da territorio a territorio: si passa dai valori più bassi di Messina e Firenze (rispettivamente 10,6% e 11,3%) ai livelli più elevati di Milano (26,3%), Roma (25,6%) e Catania (23,6%). Dietro questa minor presenza si nasconde una vulnerabilità specifica, fatta di percorsi più frammentati e spesso sostenuti da reti informali di aiuto, che permettono alle donne di evitare, almeno temporaneamente, la strada o le situazioni più esposte. Un fenomeno meno visibile, ma non per questo meno rilevante: “Ascoltare direttamente le storie delle persone significa entrare, anche solo per un momento, nelle loro vite”, racconta Maria Chiara Petrassi, volontaria, evidenziando bisogni spesso invisibili ma urgenti. Il ruolo dei volontari: formazione, metodo e organizzazione - A rendere possibile il primo censimento delle persone senza fissa dimora in Italia è stato un lavoro collettivo fatto di preparazione, coordinamento e presenza sul campo. Nella notte del 26 gennaio più di seimila volontari sono scesi in strada per incontrare chi vive senza una casa, trasformando una rilevazione statistica in un’esperienza di ascolto diffuso sul territorio. Il loro coinvolgimento è stato costruito a partire da una fase di formazione strutturata, aperta anche a chi non aveva mai fatto volontariato di strada. Accanto a operatori del terzo settore, c’erano studenti, ricercatrici, impiegati e professionisti che hanno scelto di mettere a disposizione il proprio tempo per guardare la città da una prospettiva diversa. “Ho scoperto che la coordinatrice della zona era una mia studentessa e che tra i volontari c’erano anche altri studenti - racconta ad Alley Oop Pinuccia Signorello, docente Lumsa e volontaria - E lì quell’esperienza è diventata ancora più significativa: uno spazio condiviso in cui si sono incontrati mondi diversi, che per una sera hanno dialogato tra loro (l’università, i servizi, la formazione, l’intervento) intorno alle persone e alle loro storie”. Dal punto di vista metodologico, la preparazione è stata centrale. “È stato fondamentale lavorare molto nella fase di formazione dei volontari, insegnando prima di tutto a riconoscere correttamente le persone senza dimora e a mettere da parte i pregiudizi”, spiega ad Alley Oop Miriam Petrucci, responsabile della rilevazione nel quartiere Prati-Eroi di Roma. L’obiettivo non era solo raccogliere dati, ma costruire un incontro. “Ho insistito molto sull’importanza di creare uno spazio di vero scambio umano ed emotivo”, racconta. Per questo, ai volontari veniva indicato di partire da una domanda semplice: ““Come stai?”, ma ponendola con un interesse autentico”. È da qui che cambia il senso dell’intervista. “Partendo da questo approccio, il questionario smette di essere una sequenza rigida di domande e si trasforma spesso in un racconto di vita” continua Petrucci. Nei giorni precedenti alla rilevazione, i volontari si sono esercitati proprio per rendere naturale uno strumento complesso, imparando a raccogliere informazioni durante il dialogo e a completare poi il questionario in modo accurato. Anche l’organizzazione sul campo è stata pensata per garantire sicurezza ed efficacia. I volontari sono stati suddivisi in squadre di tre o quattro persone, dotati di pettorine di riconoscimento e assegnati a specifiche aree da esplorare a piedi o in auto, con il supporto di un’app per registrare le informazioni raccolte. “Un elemento centrale è stato creare coppie di volontari che potessero fidarsi l’uno dell’altro - sottolinea Petrucci - Così il lavoro è stato più sicuro ed efficace”. In questo quadro, anche il coinvolgimento della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) è nato da una scelta precisa. “L’ateneo è stato partner dell’iniziativa su mia specifica proposta progettuale” spiega Petrucci, aggiungendo: “Ho ritenuto fin da subito strategico coinvolgerlo come nodo operativo e comunitario del progetto. Gli spazi universitari hanno svolto una funzione fondamentale durante tutte le fasi operative. Dalla formazione, che ha coinvolto oltre cento partecipanti, alla distribuzione dei materiali e al coordinamento delle attività”. In pieno inverno, con temperature rigide e condizioni meteo difficili, l’università è diventata anche un punto di rientro e confronto: “Avere uno spazio caldo e protetto ha fatto la differenza, anche per poter compilare i questionari con maggiore accuratezza”. Il coinvolgimento dell’ateneo ha avuto anche una dimensione formativa e comunitaria. Docenti e studenti hanno partecipato direttamente come volontari, contribuendo alla realizzazione delle attività e rafforzando il legame tra ricerca, territorio e intervento sociale. L’esperienza si è poi chiusa con un momento di restituzione pubblica: il convegno “Contare per includere”, in cui sono state condivise non solo le evidenze quantitative, ma anche le esperienze vissute sul campo. Un lavoro strutturato, ma profondamente umano. “Senza la capacità di stare in relazione quei dati avrebbero raccontato solo una parte della storia - ha sottolineato durante il convegno Signorello - La relazione è parte della conoscenza: non è qualcosa che disturba la ricerca, ma la rende più profonda. Quando entriamo in relazione con una persona iniziamo a capire. Senza capacità relazionale non c’è vera comprensione della realtà”. Ciò che resta, oltre i numeri: “Esserci gli uni per gli altri” - Se i numeri restituiscono la dimensione del fenomeno, sono gli incontri a cambiarne il significato. Per molti volontari e volontarie, la scelta di partecipare nasce da un bisogno personale prima ancora che professionale. “In un tempo storico così complesso, ho sentito il bisogno di fermare per un momento la mia quotidianità e fare qualcosa di concreto, anche piccolo, ma reale - racconta Signorello - Insieme a mio marito e a due amiche avevamo proprio questo desiderio: fare qualcosa di significativo per la città, insieme”. Una spinta che spesso si intreccia con il desiderio di comprendere meglio una realtà poco visibile. “Come cittadina volevo contribuire a rendere visibili persone che nell’immaginario collettivo restano escluse”, spiega Cristiana Di Pietro, volontaria e ricercatrice. “Ma anche, da studiosa, capire come un’indagine così complessa possa essere costruita e realizzata”. È proprio questo intreccio tra esperienza e osservazione che cambia lo sguardo. “Il valore umano, inestimabile, è la decostruzione del senso comune sia sulla specifica popolazione oggetto di osservazione, le persone senza dimora, sia rispetto alle indagini Istat - continua Di Pietro - Che vanno oltre il semplice numero percentuale, ma sono costruite con attenzione, attraverso processi di negoziazione multidisciplinare”. Quello che emerge è una realtà più accessibile e più umana di quanto si immagini. “Tra gli aspetti che mi hanno sorpreso, la facilità di entrare in contatto con le persone, anche solo salutandole - aggiunge la volontaria - Alcune hanno mostrato disponibilità a riflettere sui cambiamenti della società attraverso la loro storia”. Anche per Maria Chiara Petrassi, volontaria, l’incontro diretto ha cambiato le aspettative. “Mi aspettavo forse più diffidenza, invece ho trovato una disponibilità sincera al racconto e una forte umanità, che ha reso possibile creare, anche in poco tempo, una connessione autentica”. Ma è soprattutto nei dettagli che si rompe lo stereotipo. “Una persona mi ha detto che i momenti più belli erano quelli in cui riusciva a lavarsi - racconta Martin Rossi, volontario - Una cosa così banale per noi diventa improvvisamente il momento migliore della giornata o della settimana”. E aggiunge: “Dopo quell’esperienza, anche fare la doccia non è più la stessa cosa: inizi a non dare più per scontati certi gesti”. Le storie raccolte sono diverse, a volte lontane dall’immaginario comune. “C’era chi raccontava di aver scelto di vivere per strada, chi diceva di non stare male, chi invece parlava di solitudine e sfiducia - continua Rossi - I problemi spesso non sono quelli che immaginiamo”. Alcuni incontri restano come domande aperte. “Mi è rimasto impresso anche il rifiuto di una persona che non voleva essere “contata come senza dimora” - racconta Di Pietro - O il racconto di un’anziana che osservava il cambiamento della società attraverso i turisti di Piazza San Pietro”. E poi ci sono le storie che parlano di legami, anche in condizioni difficili. “Mi ha colpito una giovane coppia che viveva in tenda”, racconta Petrassi. “Si erano incontrati in modo casuale, in un contesto non semplice, e avevano scelto di restare insieme nonostante le difficoltà economiche e lavorative. Con la loro determinazione portano avanti il tentativo quotidiano di costruire, passo dopo passo, un proprio spazio e una propria stabilità”. Quello che rimane, oltre il dato, è il valore umano: “Restano le storie, i volti, le persone con cui hai condiviso quell’esperienza - dice Signorello - Resta nel cuore, in modo molto forte, un senso di fratellanza, di esserci gli uni per gli altri, che fa pensare al mondo che sogniamo”. Pena di morte. Da Teheran a Pechino, così il boia seppellisce il dissenso di Francesca Spasiano Il Dubbio, 13 aprile 2026 La pena di morte non muore mai. Anzi: in alcuni stati il numero delle esecuzioni continua a crescere. E si allunga persino la lista di Paesi che applicano la condanna più dura. Da ultimo con la legge appena approvata in Israele, che prevede la pena di morte per i soli palestinesi condannati per “terrorismo”. E prima ancora con il cambio di rotta degli Stati Uniti, che dopo la flessione impressa dall’amministrazione Biden hanno rimesso in moto la macchina della morte appena Donald Trump ha messo piede alla Casa Bianca. Per il presidente americano sarebbe una questione di deterrenza contro i crimini più efferati, anche se nessuno studio ha mai dimostrato che quella capitale sia una pena efficace nel prevenire i reati. Mentre i dati mostrano limpidamente l’impennata a cui gli Usa hanno contribuito nell’ultimo periodo, con l’aumento delle esecuzioni eseguite negli Stati in cui questa è prevista. Nel 2025 ce ne sono state 47, di cui buona parte in Florida. Che da sola ha approvato cinque nuove leggi volte ad ampliare l’uso della pena di morte e a contestare i precedenti della Corte Suprema. Altri sette Stati hanno approvato leggi che aumentano la segretezza, modificano i protocolli e le procedure di esecuzione, estendono i criteri di ammissibilità alla pena di morte e limitando i ricorsi post-condanna. E i metodi utilizzati (plotone, sedia elettrica, gas o iniezione letale) continuano a destare preoccupazione per la loro crescente “crudeltà”, secondo uno studio riportato dal Death Penalty Information Center. Il quale però registra una sempre maggiore riluttanza da parte delle giurie a infliggere condanne a morte e un orientamento sempre più favorevole all’abolizione da parte dei cittadini americani. La pena di morte come arma di repressione - Fin qui i democratici Stati Uniti. Poi ci sono i Paesi che storicamente svettano nella classifica della morte, con la Cina che resta stabilmente al primo posto per numero di esecuzioni: migliaia all’anno secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani, che provano a intercettare numeri e casi tenuti rigorosamente segreti. L’Iran fa tristemente caso a sé, con la gru per le impiccagioni che torna in piazza ad ogni nuova ogni ondata di proteste. Confermando come la pena di morte resti una potente arma di repressione del dissenso. “Una guerra della nazione contro un suo cittadino”, per dirla con le parole di Cesare Beccaria. I dati Amnesty - Secondo l’ultima panoramica mondiale offerta da Amnesty International, gli Stati abolizionisti sono 113; 23 non eseguono condanne a morte da almeno 10 anni o hanno assunto l’impegno a livello internazionale a non ricorrere alla pena capitale; altri 9 stati hanno cancellato la pena di morte per i reati ordinari. In totale, 145 stati hanno abolito la pena di morte nella legge o nella prassi; 54 stati la mantengono in vigore, ma quelli che eseguono condanne a morte sono un terzo. In base all’ultimo rapporto disponibile, pubblicato ad aprile 2025, nel 2024 il numero di esecuzioni a livello globale ha raggiunto il livello più alto dal 2015, con oltre 1500 persone messe a morte in 15 stati. La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Medio Oriente. Ma i dati complessivi non includono la Cina. Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno totalizzato, insieme, 1380 esecuzioni, rendendosi responsabili dell’aumento delle esecuzioni come strumento di repressione sui gruppi marginalizzati (come i curdi, gli afgani e i beluci in Iran o gli sciiti in Arabia Saudita). I numeri aggiornati sul 2025 saranno resi noti prossimamente, ma lo scorso ottobre Amnesty ha fornito una prima stima in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte. “Negli ultimi anni, ancora di più negli ultimi mesi - ha spiegato Amnesty -, l’uso della pena di morte si è intensificato in un contesto globale caratterizzato da insicurezza, instabilità politica ed economica e, in alcuni stati, da operazioni militari. In uno scenario nel quale lo stato di diritto e il rispetto del diritto e degli standard internazionali sui diritti umani si vanno indebolendo, l’aumento delle esecuzioni mostra tanto l’arbitrarietà della pena di morte quanto la politicizzazione del suo uso. Nei primi nove mesi del 2025 le esecuzioni hanno raggiunto livelli allarmanti in alcuni stati: il numero delle esecuzioni registrate nell’intero 2024 è stato superato o è persino raddoppiato”. Solo alla fine di settembre 2025, in Iran erano state superate le mille esecuzioni. Tre stati hanno ripreso a eseguire condanne a morte: Emirati Arabi Uniti, Giappone e Taiwan. “I reati per i quali vengono emesse le condanne a morte, al termine di processi gravemente irregolari, riguardano presunte minacce alla sicurezza dello stato, appartenenza a gruppi terroristi o, nel caso dell’Iran soprattutto dopo la “guerra dei 12 giorni”, lo spionaggio in favore di Israele”. A lanciare l’allarme, per il 2025, è stato anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che lo scorso gennaio ha denunciato l’uso spropositato (e illegale) di condanne a morte per reati legati alla droga. Qualche segnale incoraggiante arriva dal Vietnam, che ha eliminato la pena di morte dal codice penale per otto reati. Mentre in Malesia sono state commutate oltre mille condanne e il governo ha annunciato la proroga della moratoria istituita nel 2018. Pena di morte. Stati Uniti: Trump fa il giustiziere ma i giudici resistono di Emilio Minervini Il Dubbio, 13 aprile 2026 “La pena capitale è uno strumento essenziale per scoraggiare e punire coloro che commetterebbero i crimini più atroci e gli atti di violenza letale contro i cittadini americani”. È così che si apre l’ordine esecutivo pubblicato dalla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 dal titolo: “Ripristinare la pena di morte e tutelare la pubblica sicurezza”. “Eppure”, prosegue, “per troppo tempo, i politici e i giudici che si oppongono alla pena di morte hanno sfidato e sovvertito le leggi del nostro Paese”. Il documento quindi si premura di chiarire che “la politica degli Stati Uniti è quella di garantire che le leggi che autorizzano la pena capitale siano rispettate e fedelmente attuate e di contrastare i politici e i giudici che sovvertono la legge ostacolando e impedendo l’esecuzione delle condanne capitali”. In base a questo indirizzo politico “il Procuratore Generale dovrebbe perseguire la pena di morte per tutti i crimini di gravità che ne richiedono l’uso”. E per tracciare la strada a settembre il presidente degli Stati Uniti ha firmato un memorandum presidenziale con cui ordina ai procuratori federali di chiedere la pena di morte in tutti i casi appropriati nel Distretto di Columbia, che ospita la capitale Washington, in cui le prove e i fatti applicabili giustifichino tale condanna. “La pena di morte a Washington”, ha dichiarato Trump, “uccidi qualcuno o, se uccidi un agente di polizia, un agente delle forze dell’ordine” c’è la “pena di morte. E speriamo che non lo facciano”. “È una pena capitale molto interessante, città capitale. Capitale, capitale, capitale”, ha aggiunto il presidente Usa, a cui ha fatto sponda la Procuratrice generale, Pam Bondi. “Non lo stiamo facendo solo a Washington, DC, ma di nuovo in tutto il Paese”, ha detto Bondi. La procuratrice generale ha proseguito affermando che il Dipartimento di Giustizia sta ricollocando i detenuti, che erano stati spostati dal braccio della morte per essere trasferiti in strutture di massima sicurezza dall’ex presidente Joe Biden, “li trasferiremo in strutture di super massima sicurezza dove saranno trattati come se fossero nel braccio della morte per il resto della loro vita”. Sui 54 Stati degli Stati Uniti 23 hanno abolito la pena di morte. Il primo è stato il Michigan che ha abolito la pena capitale nel 1847, mentre l’ultimo è stato il Colorado nel 2020. Gli altri sono: Alaska, Connecticut, Delaware, Hawaii, Illinois, Iowa, Maine, Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, North Dakota, Rhode Island, Vermont, Virginia, Washington, West Virginia e Wisconsin. Sono 27 invece gli Stati che invece eseguono ancora esecuzioni: Alabama, Arizona, Arkansan, Florida, Georgia, Idaho, Indiana, Kansas, Louisiana, Mississippi, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, North Carolina, Oklahoma, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming. Nei restanti 4 l’applicazione della pena capitale è stata sospesa a seguito di un’azione esecutiva. In California, poco più di due mesi dopo aver assunto la carica di Governatore, il 13 marzo 2019, Gavin Newsom ha firmato un ordine esecutivo che ha imposto una moratoria sulla pena di morte, prevedendo inoltre la revoca dei protocolli di iniezione letale della California e la chiusura immediata della camera delle esecuzioni nel carcere statale di San Quentin. “L’uccisione intenzionale di un’altra persona è sbagliata e, in qualità di governatore, non supervisionerò l’esecuzione di alcun individuo”, ha dichiarato Newsom, “il nostro sistema di pena di morte è stato, sotto tutti gli aspetti, un fallimento”. A Newsom si sono accodati l’ex governatore della Pennsylvania, Thomas Westerman Wolf, che ha sospeso le esecuzioni nel 2023, e il suo successore Josh Shapiro che ne ha prorogato la sospensione e ha incoraggiato il legislatore ad approvare l’abolizione della pena di morte. Similmente è accaduto in Oregon dove la governatrice Tina Kotek ha raccolto il testimone dai suoi successori, Kate Brown e John Kitzhaber, affermando che “deve esserci una discussione più ampia” sulla pena di morte. Mentre in Ohio il governatore Mike DeWine il 13 febbraio 2025 ha annunciato di non prevedere altre esecuzioni durante il suo mandato di governatore. Il Death Penalty Information Center (Dpi), organizzazione no profit che da 30 anni fornisce a media, politici e al pubblico, dati e analisi sulla pena capitale, nel report “The Death Penalty in 2025” indica che lo scorso anno il numero di nuove condanne a morte è sceso a 23 a fronte di più di 50 processi per reati che prevedono l’esecuzione. Il numero di sentenze capitali è in costante diminuzione dopo il picco di 325 registrato nel 1986. Il 2025 è inoltre il quinto anno consecutivo in cui vengono condannate a morte meno di 30 persone e l’undicesimo in cui vengono decretate meno di 50 pene capitali. Le 23 nuove condanne a morte emesse nel 2025 si concentrano in nove stati. In Florida e California i giudici hanno condannato a morte cinque persone, in Alabama ne hanno condannate quattro, tre in Texas, due in Arizona e Carolina del Nord e una sia nel Missouri che in Pennsylvania. La tendenza mostra una crescente riluttanza da parte dei giudici di decidere per la pena di morte, condivisa anche dai procuratori, che oggi richiedono meno sentenze di morte di quanto facessero 20 anni fa. E gli studi del Dpi mostrano anche che quando gli viene chiesto di scegliere, la maggioranza delle giurie raccomanda l’ergastolo rispetto alle condanne a morte. Alla base di questo indirizzo oltre a ragioni etiche ce ne sono anche di economiche. I processi “capitali” sono infatti più lunghi e costosi di quelli in cui non viene richiesta l’applicazione della pena di morte, con esborsi tra le 2.5 e le 5 volte più alti. Con la pena di morte solo per palestinesi Israele scivola nell’apartheid di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 13 aprile 2026 Macabri festeggiamenti si svolti nel Parlamento israeliano due settimane fa quando è stata approvata la legge che autorizza i tribunali militari a ricorrere alla pena di morte con impiccagione per gli atti terroristici commessi (solo) dai palestinesi in Cisgiordania. Nella Knesset la controversa legge ha ottenuto 62 voti a favore - compreso quello del premier Benjamin Netanyahu -, mentre i voti contrari sono stati 48. Un successo per il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir. Il suo partito, “Otzma Yehudit”, si è battuto a lungo per far passare in via definitiva il provvedimento. La legge ha ottenuto il sostegno del partito di opposizione di Avigdor Lieberman. Dopo il voto finale, che ha richiesto circa dodici ore di dibattito, Ben Gvir ha offerto dolcetti e champagne ai colleghi di partito e agli altri componenti della coalizione di governo. In base alla nuova legge, i residenti della Cisgiordania che uccidono un israeliano “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele” verranno condannati a morte. La pena è riducibile all’ergastolo in casi particolari. Le esecuzioni per impiccagione devono avvenire entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello. “Questa legge sulla pena di morte è una vergogna nazionale e viola gli obblighi internazionali di Israele e della sua Costituzione”. David Kretzmer, uno dei più autorevoli giuristi d’Israele e professore emerito della Hebrew University di Gerusalemme, va dritto al cuore del problema. “Il provvedimento approvato nei giorni scorsi - dice al Dubbio Kretzmer - è stato promosso da un politico razzista, Ben Gvir, che nutre idee estremiste, un tempo considerate inaccettabili nella società israeliana. La vera vergogna è il primo ministro Netanyahu, che ha appoggiato questa legge. Non c’è limite a ciò che Netanyahu farebbe pur di rimanere al potere”. Come avvenuto in occasione della guerra di Gaza, la comunità accademica ha preso posizione senza tentennamenti. Più di venti professori universitari si sono espressi con un parere sulle nuove norme che puniscono i palestinesi accusati di terrorismo contro Israele. Nel documento i più importanti giuristi israeliani si soffermano sull’importanza del diritto internazionale, tante volte calpestato da Netanyahu e dal suo governo, riponendo le ultime speranze nella Corte Suprema. “La comunità di studiosi di diritto internazionale presso le maggiori istituzioni accademiche israeliane - scrivono i professori e ricercatori universitari - intende esprimere la propria indignazione e la ferma condanna della nuova legge israeliana sulla pena di morte. Tale legge non è solo immorale e in violazione dei principi più elementari della coscienza pubblica, ma è anche illegale sia in base al diritto costituzionale nazionale sia in base agli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale”. Il documento è firmato, oltre che da David Kretzmer, tra gli altri, da Aeyal Gross (Harvard Law School), Michal Saliternik (Università di Haifa), Eyal Benvenisti (Università di Cambridge e Columbia Law School), Orna Ben-Naftali (Van Leer Jerusalem Institute), Tamar Megiddo (Hebrew University) e Iris Canor (Georgetown Law di Washington). “Israele - ricordano i giuristi - ha aderito al Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Ai sensi del Patto, è vietato reintrodurre la pena di morte una volta abolita ed estendere l’elenco dei reati a cui si applica. Finché la pena di morte è applicabile, i procedimenti legali relativi alla sua imposizione devono rispettare tutte le garanzie del giusto processo, incluso il diritto di chiedere la commutazione della pena, garantito anche dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Inoltre, ai sensi del Patto del 1966, gli Stati devono agire per l’abolizione della pena di morte e in nessun caso questa può essere imposta in modo discriminatorio”. Adalah (in arabo significa “Giustizia”), organizzazione indipendente impegnata nella difesa dei diritti umani della minoranza palestinese in Israele, ha espresso grande preoccupazione per la legge sulla pena di morte. Il suo team legale, insieme con altre associazioni, ha presentato un ricorso alla Corte Suprema israeliana, affinché la legge di morte appena varata venga dichiarata nulla. “La legge - scrive il team legale di Adalah - rappresenta una completa negazione del diritto alla vita e impone una punizione crudele e disumana. Adotta inoltre l’apartheid, dato che stabilisce una netta separazione razziale. In Cisgiordania, le modifiche agli ordini militari si applicano esclusivamente alla popolazione palestinese, mentre la modifica al Codice penale israeliano subordina la pena di morte agli atti di omicidio premeditato commessi “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato”. Questa formulazione è specificamente concepita per escludere gli autori ebrei israeliani di reati simili e per garantire che la legge venga applicata esclusivamente contro i palestinesi”. L’Ordine degli avvocati di Firenze esprime solidarietà ai colleghi palestinesi che hanno criticato la legge della Knesset. Il Coa fiorentino ha ricevuto una missiva dall’Ordine degli avvocati palestinesi che richiama l’attenzione della comunità giuridica internazionale sulla gravissima situazione umanitaria e sulla compromissione dei diritti fondamentali nei Territori, sollecitando una presa di posizione chiara da parte degli operatori del diritto a tutela dello Stato di diritto e dei principi del diritto internazionale. Dalla comunità legale di Firenze è stata espressa profonda preoccupazione per le condizioni denunciate: la centralità del ruolo dell’avvocatura nella difesa dei diritti umani, delle garanzie processuali e della dignità della persona non vanno mai accantonate. “Il rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie dello Stato di diritto - evidenzia Sergio Paparo, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze - non può essere sospeso neppure nei contesti di conflitto ed è compito dell’avvocatura richiamare con forza questi principi universali. Invitiamo la comunità forense, le istituzioni e l’opinione pubblica a non rimanere indifferenti e a sostenere ogni iniziativa volta alla tutela dei diritti fondamentali, al rispetto del diritto internazionale umanitario e alla protezione dei civili coinvolti nei conflitti”. Il Coa di Firenze si è reso disponibile a promuovere momenti di riflessione, approfondimento e sensibilizzazione sul tema, anche in collaborazione con organismi nazionali e internazionali dell’avvocatura. Iran. La Repubblica del Patibolo, l’impiccagione ultima risorsa degli ayatollah di Simona Musco Il Dubbio, 13 aprile 2026 Sin dalla sua fondazione nel 1979, la Repubblica Islamica dell’Iran ha eletto la pena di morte a pilastro della propria architettura politica. Sebbene la Carta fondamentale non la citi esplicitamente, l’articolo 4 della Costituzione stabilisce che la legge islamica sia la fonte suprema di ogni legislazione. È la Shari’a, la “giusta strada”, a tracciare i confini tra la vita e la morte, punendo con il patibolo non solo crimini violenti, ma anche blasfemia, apostasia, adulterio, omosessualità e “cospirazione contro il governo”, qualunque cosa significhi. Oggi, questo sistema ha portato l’Iran a essere il primo boia al mondo, con autorità che mostrano un totale disprezzo per la vita umana. Questa struttura si regge su una magistratura priva di indipendenza: il capo del potere giudiziario è nominato direttamente dalla Guida Suprema, trasformando i tribunali in bracci operativi del regime. I tribunali rivoluzionari, in particolare, operano al di fuori di ogni garanzia procedurale, negando agli imputati il diritto di scegliere un difensore di fiducia e limitandoli a liste di avvocati approvati dallo Stato. Il rapporto della Relatrice Speciale Onu Mai Sato, pubblicato nel febbraio 2026, documenta una realtà agghiacciante: l’uso della pena di morte ha subìto un’accelerazione drastica. Le esecuzioni sono passate dalle 975 del 2024 ad almeno 1.639 nel 2025. Il nuovo anno non ha mostrato segni di rallentamento: solo nel gennaio 2026 sono state registrate almeno 100 esecuzioni. In un contesto segnato da tensioni regionali e conflitti, la media attuale è di circa sette esecuzioni al giorno, che colpiscono prevalentemente la popolazione giovanile. Questa macchina della morte opera nell’ombra. Solo il 7% delle esecuzioni avvenute nel 2025 è stato annunciato ufficialmente dalle autorità. Il resto del lavoro di documentazione ricade sulle spalle delle organizzazioni della società civile (Cso) e delle famiglie, che operano a rischio della propria vita per denunciare quella che Amnesty International definisce una “violazione ignobile del diritto alla vita”. La segretezza è un’arma deliberata: serve a prevenire sanzioni internazionali immediate e a infliggere una tortura psicologica supplementare ai parenti, che spesso scoprono l’esecuzione solo a fatto compiuto. Dalla rivolta “Donna Vita Libertà” del 2022, il regime ha intensificato l’uso dei tribunali rivoluzionari per soffocare ogni sussulto di protesta. La pena di morte viene ora utilizzata per punire reati definiti in termini eccessivamente generici: la moharebeh, inimicizia contro Dio; la efsad-fil-arz, corruzione sulla terra; e la baghy, ribellione armata contro lo Stato. L’arbitrarietà è la norma. La nuova legge sullo spionaggio del 2025 ha ulteriormente allargato le maglie della repressione, includendo nei reati capitali i contatti con media stranieri o della diaspora. La pena capitale in Iran non colpisce tutti allo stesso modo. Esiste una sproporzione drammatica ai danni delle minoranze etniche marginalizzate. Nel 2025, tra i giustiziati si contano almeno 149 baloch, 82 curdi e 28 arabi. Anche la comunità afghana è pesantemente colpita: le esecuzioni di cittadini afghani sono più che triplicate tra il 2023 e il 2024, in parallelo a una recrudescenza di discorsi xenofobi da parte del potere centrale. Circa il 49% delle esecuzioni riguarda reati di droga. È una violazione palese del diritto internazionale (Iccpr), che limita la pena di morte ai “crimini più gravi”, come l’omicidio intenzionale. Spesso, queste condanne colpiscono le fasce più povere della popolazione, prive di risorse per difendersi in processi che Amnesty International definisce “manifestamente iniqui”, basati su torture e confessioni estorte e trasmesse in TV. Un esempio tragico di questo arbitrio è quello di Babak Shahbazi, messo a morte nel settembre 2025 dopo un processo farsa in cui le sue denunce di tortura sono state totalmente ignorate. La condizione delle donne nel braccio della morte rivela la natura brutale del sistema giudiziario iraniano e configura un vero e proprio apartheid di genere. Nel 2024 è stato raggiunto il record di 31 donne giustiziate. Molte di queste condanne derivano dalla legge della ritorsione, il Qisas (la “legge del taglione”): se la famiglia della vittima non concede il perdono o non accetta il “prezzo del sangue” (diya), l’esecuzione è inevitabile. Questo sistema privatizza la vendetta, trasformando il diritto alla vita in una transazione finanziaria che penalizza chi è privo di mezzi. Il dato tragico è che il 70% delle donne giustiziate per omicidio era accusato di aver ucciso il marito, spesso dopo anni di violenze domestiche e abusi mai riconosciuti dai tribunali come circostanze attenuanti. Il caso di Zahra Esmaili è emblematico: vittima di violenza domestica, fu impiccata nel 2021 nonostante avesse avuto un infarto fatale poco prima dell’esecuzione mentre assisteva alle impiccagioni di altri detenuti. Le autorità appesero comunque il suo corpo senza vita. Altrettanto noto è il caso di Reyhaneh Jabbari, impiccata per aver ucciso un ex ufficiale dell’intelligence che tentava di stuprarla. Casi come quelli delle attiviste Pakhshan Azizi e Varisheh Moradi, attualmente a rischio esecuzione, confermano che il corpo della donna è un campo di battaglia politico. Solo raramente la pressione internazionale ottiene risultati, come nel caso di Goli Kouhkan: a 12 anni fu costretta alle nozze con suo cugino. Sei anni dopo lui morì durante una lite. Ora è stata rilasciata dopo che la mediazione ha permesso di raccogliere il “prezzo del sangue”. Oltre alle mura delle carceri, l’Iran continua a praticare le esecuzioni pubbliche (almeno 11 nel 2025). Il metodo preferito è l’impiccagione, che avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione. Queste messe in scena sono progettate per instillare paura e consolidare l’autorità dello Stato attraverso lo spettacolo della morte, esponendo il pubblico - inclusi i bambini - a gravi traumi psicologici. È una vera e propria “pedagogia del terrore”.