“Dialogo con l’Anm? Sì, ma niente sconti sul giusto processo” di Valentina Stella Il Dubbio, 12 aprile 2026 La mobilitazione del No ha vinto con appelli alla “pancia dell’elettorato”. ma l’agenda dei penalisti non cambia: priorità a carceri e carriere separate per via ordinaria. Intervista a Francesco Petrelli, Presidente dell’Ucpi. Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere penali, da dove si riparte dopo la sconfitta referendaria? Da un congresso straordinario come chiesto dalla Camera penale di Roma? La sconfitta referendaria è un dato di fatto politico imprescindibile con il quale iniziare una riflessione per il futuro, non solo perché quella della separazione delle carriere era e rimane una battaglia identitaria dell’Unione, ma perché se non si colloca correttamente questo passaggio nella storia complessiva dell’Unione si corre il rischio di disperdere tutte quelle energie che le nostre 129 Camere penali hanno speso per informare i cittadini sul significato e sui contenuti della riforma della giustizia. Che si sia trattato di energie positivamente spese lo dimostra non soltanto l’affluenza ma anche l’altissimo numero dei consensi raccolti. Detto questo, lo spettro degli obiettivi dell’Ucpi è certamente più ampio ed altrettanto impegnativo per cui si tratta di riannodare tutti i temi storici che hanno caratterizzato il nostro impegno e di rilanciarne di nuovi. Ovvio che per far questo è necessario indire in tempi stretti un’assemblea straordinaria, un momento di condivisione serio, ampio e approfondito. Si tratta di una esigenza che è nata immediatamente in seno alla Giunta, nelle interlocuzioni con i nostri past president e nei contatti con i territori. Porteremo questo nostro progetto al prossimo Consiglio delle Camere penali tenendo conto di tutte le richieste e le sollecitazioni che - devo registrare - sono state sempre accompagnate da manifestazioni di sostegno per l’operato della Giunta. Rimprovera qualcosa all’Unione per come ha portato avanti la battaglia? Siamo stati sin dall’inizio ben consapevoli della difficoltà della sfida che ci attendeva perché comunicare con milioni di elettori non è la stessa cosa che raccogliere firme per una proposta di legge, ma sebbene non avessimo mai fatto esperienza in prima persona di una campagna referendaria, tuttavia abbiamo raggiunto obiettivi straordinari sia nella comunicazione social che nella comunicazione porta a porta grazie alla attività capillare dei nostri militanti. Abbiamo sviluppato sinergie con tutti i comitati e le componenti dell’avvocatura ed attivato trasversalmente tutta la sinistra e la magistratura per il Sì. Abbiamo realizzato una inaugurazione, una maratona oratoria ed una manifestazione nazionale, che sono state seguite da tutti i media. Vi siete fidati forse troppo della maggioranza che poi alla fine è andata in ordine sparso? Ucpi la sua partita l’ha sempre giocata su toni e canali comunicativi autonomi. È poi un dato di fatto che nel campo della maggioranza proponente non solo è venuta a mancare la spinta necessaria ma si è determinato un vero e proprio travaso di voti. Sull’altro fronte il No ha potuto contare su forze molto più abituate alla mobilitazione, dalle parrocchie ai sindacati, e su messaggi che non avevano proprio nulla a che fare con il merito ma che colpivano alla pancia dell’elettorato. Cosa pensa delle dichiarazioni di Meloni alla Camera per cui non si può archiviare il problema del correntismo in magistratura? Non basta sostituire la parola correnti con il termine “gruppi”, come va ora di moda, per superare il problema. Che vi sia il condiviso riconoscimento di un problema di distorsione correntizia che influisce sulla qualità delle funzioni proprie del Csm, credo che sia il presupposto dal quale far partire ogni possibile confronto sul tema con tutte le componenti della magistratura associata. Messe da parte le critiche della campagna, è possibile aprire un dialogo con Anm? L’Unione ha sempre dialogato con tutte le componenti del mondo della giustizia. Lo ha fatto anche questa Giunta nel corso del suo mandato. Non c’è dubbio che l’Anm resta un soggetto importante delle nostre interlocuzioni, ma è necessario che al centro di ogni futuro confronto si collochi la difesa e la promozione del Giusto processo e l’abbandono di prospettive antistoriche e di scorciatoie efficientiste a danno delle garanzie del processo. In questo ultimo anno di legislatura cosa suggerisce al legislatore? Di portare a compimento i progetti di riforma del codice di procedura penale di matrice garantista, che sono rimasti già troppo nel cassetto come il ddl Zanettin sul sequestro di dispositivi e sistemi informatici e di tradurre in legge i lavori della “Commissione Mura” per la riforma del codice di procedura penale, frutto di approfondito lavoro di elaborazione e mediazione che ha visto proficuamente impegnati gli Avvocati dell’Ucpi, magistrati e professori. La commissione è stata voluta dal ministro Nordio per tornare allo spirito originario del codice del 1988, tenendo conto dell’esperienza pratica maturata in oltre trentacinque anni della sua applicazione e dei nuovi scenari derivanti dall’avanzare delle tecnologie e in particolare dell’intelligenza artificiale. Resta poi la ferita aperta delle carceri, alla quale questo governo non ha saputo e voluto fino ad oggi dare risposte adeguate. Per questo non c’è più tempo per attendere, la dignità della persona non è negoziabile. Guardando più in là: su quali direttrici occorre muoversi per migliorare il servizio giustizia? La prima imprescindibile direttiva resta e non può essere diversamente, quella della qualità della giustizia. Bisogna mettere mano a riforme ordinamentali che riguardino le valutazioni di professionalità dei magistrati e riorganizzino le piante organiche. Il ministro della Giustizia ha più volte detto che entro la fine del 2026 il numero dei magistrati in servizio corrisponderà all’organico previsto di circa poco più di 11 magistrati, ma attualmente ne mancano circa mille all’appello. Ancora più gravi sono le scoperture d’organico del personale amministrativo e senza queste risorse il sistema non può funzionare. È poi indispensabile portare a termine l’informatizzazione del processo penale nel pieno rispetto dei diritti di difesa. Sarebbe d’accordo anche lei a sospendere la norma sul gip collegiale? L’Anm chiede il rinvio di una norma finalizzata ad assicurare maggior rigore nella valutazione delle richieste di custodia in carcere, fondamentale in considerazione dell’uso abnorme della custodia cautelare e del conseguente elevato numero di ingiuste detenzioni. Dei problemi relativi agli organici la legge se ne è fatta carico. Laddove non risulti sufficiente il numero di magistrati assunti con l’ultimo concorso, si pensi anche al numero dei magistrati fuori ruolo che svolgono la loro attività presso i ministeri, che potrebbero essere richiamato in servizio al fine di consentire l’immediata applicazione di una norma di garanzia rispetto ai diritti fondamentali di libertà del cittadino. Secondo lei ci sono ancora spazi per una separazione delle carriere attraverso una legge ordinaria? È un tema che intendiamo affrontare in una riflessione collettiva, che veda coinvolti gli avvocati dell’Unione e in prima battuta gli altri attori della campagna referendaria per il sì, per poi confrontarci anche con chi ha assunto posizioni contrarie alla revisione della Costituzione, ma non ha negato la necessità di attuare una separazione al fine di rendere consonante il modello ordinamentale al processo di parti che abbiamo scelto di darci nel 1988. Capire il non detto: l’ascolto del minore come incontro e non solo come rito di Giuseppe Spadaro* Il Dubbio, 12 aprile 2026 L’ascolto del minore non nasce nelle aule di giustizia, ma si inserisce in una dimensione più ampia che attraversa la famiglia, la scuola e la società nel suo complesso. Vi sono giornate che, più di altre, impongono a chi opera, come il sottoscritto, nella giurisdizione minorile da molti anni non soltanto di esercitare una funzione, ma di interrogarsi sul senso più profondo del proprio agire e la giornata dedicata all’ascolto del minore celebrata per la seconda volta oggi 9 aprile 2026, entra certamente nel novero di questa categoria. Essa costringe a tornare a ciò che, a mio avviso, dovrebbe essere l’origine stessa del nostro compito di adulti prima ancora che di operatori del diritto, che è quello di dare voce a chi, troppo spesso, voce non ha o non riesce ad esercitarla in modo effettivo. L’ascolto del minore, infatti, non nasce nelle aule di giustizia, ma si inserisce in una dimensione più ampia che attraversa la famiglia, la scuola e la società nel suo complesso, e che costituisce il primo banco di prova della capacità degli adulti di riconoscere nel minore non un oggetto di protezione, ma un soggetto titolare di diritti e tra questi il diritto di essere ascoltato e non solo sentito. È nella famiglia che l’ascolto dovrebbe assumere la sua forma primaria più autentica, quale riconoscimento quotidiano della dignità del figlio, oggi espressamente consacrata dall’art. 315-bis del codice civile, che attribuisce al minore il diritto di essere ascoltato nelle questioni che lo riguardano, ed è nella scuola che tale ascolto si trasforma in strumento di crescita, partecipazione e confronto, contribuendo a formare cittadini consapevoli, mentre sul piano sociale esso si traduce nella capacità delle istituzioni di includere il punto di vista dei più giovani nelle scelte che incidono sul loro futuro. Questo panorama trova il suo fondamento più alto nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, che non si limita a riconoscere al minore il diritto di esprimere la propria opinione, ma impone agli Stati di attribuirle un peso adeguato in relazione alla sua età e maturità, segnando così un passaggio decisivo da una concezione adultocentrica ad una realmente partecipativa dell’infanzia. Quando questo principio entra nel processo, esso assume una valenza ulteriore, perché si colloca all’interno di una struttura regolata da rituali, forme, termini e garanzie, che tuttavia non possono e non devono snaturarne l’essenza. Nel processo civile familiare e minorile, oggi ridisegnato dal d.lgs. n. 149 del 2022 e ss.mm.ii. , l’ascolto del minore è stato espressamente e certamente valorizzato, in particolare mi riferisco alla disciplina contenuta nell’art. 473-bis 4 e 5 c.p.c., quale momento imprescindibile nei procedimenti che lo riguardano, così come nel processo penale minorile disciplinato dal d.P.R. n. 448 del 1988 esso, seppur con finalità diverse dall’ascolto in sede civile, si inserisce in un sistema che pone al centro la personalità del minore e la finalità rieducativa dell’intervento giudiziario. E tuttavia, chi quotidianamente esercita queste funzioni sa bene che l’ascolto del minore non può essere ridotto ad un mero atto processuale tra gli altri, né può essere assimilato ad un mezzo di prova, perché esso non è o meglio non dovrebbe essere diretto ad accertare un fatto, ma a comprendere una persona, non finalizzato alla ricostruzione di una verità storica, ma all’emersione di un vissuto, di un bisogno, di una percezione, di una richiesta di aiuto che il minore spesso fatica a esprimere e che richiede, per essere colta nella sua essenza, competenze che travalicano il sapere giuridico in senso stretto. È qui che emerge con forza la dimensione psicologica dell’ascolto, che impone a chi lo conduce di possedere strumenti adeguati per instaurare una relazione autentica, libera da suggestioni e da condizionamenti, capace di rispettare i tempi e le modalità espressive del minore, evitando il rischio, tutt’altro che teorico, di indurre risposte compiacenti o difensive. Ascoltare un minore non significa porre domande, ma saper leggere anche i silenzi, i gesti, le esitazioni, e richiede una preparazione che non può essere improvvisata, ma deve essere il frutto di un percorso formativo specifico e multidisciplinare, che integri il diritto con la psicologia, la pedagogia e le scienze sociali. Ovviamente l’ascolto del minore non deve neppure tramutarsi in un colloquio clinico sotto mentite spoglie, ma essere semplicemente un ascoltare con le modalità e gli strumenti opportuni per mettere a suo agio il minore filtrando quello che all’apparenza potrebbe trasparire dal suo detto, ma anche dal suo “non detto”. Sotto questo profilo, il Tribunale per i minorenni ha storicamente rappresentato un unicum nel panorama ordinamentale, infatti proprio per la sua composizione mista, che affianca al giudice togato i giudici onorari, portatori di quei saperi “altri” che consentono di leggere la realtà del minore nella sua complessità, e che trovano nell’ascolto uno dei momenti più alti della loro funzione. Non può tuttavia tacersi come la recente riforma del processo civile familiare e minorile abbia determinato, stando alla lettera originaria di tale riforma, una significativa compressione del ruolo dei giudici onorari proprio nell’attività di ascolto del minore. Una scelta che appare, a chi scrive, difficilmente comprensibile e ancor meno condivisibile, perché finisce per sacrificare competenze preziose sull’altare di una lettura eccessivamente formalistica del processo familiare e minorile civile. Tale impostazione afferma una tendenza a ricondurre l’ascolto entro schemi rigidi, assimilando impropriamente tale attività ad un mezzo di prova e, ancor più, confondendo l’apporto del giudice onorario con quello del consulente tecnico d’ufficio, quasi che l’ascolto mediato da una competenza psicologica fosse sovrapponibile ad una valutazione peritale. Ma così non è, e non può essere, perché il giudice onorario non è un ausiliario del giudice, bensì parte integrante del collegio, e il suo contributo nell’ascolto del minore non si esaurisce in una valutazione tecnica, ma consiste nella capacità di instaurare un dialogo che consenta al minore di esprimersi in modo autentico, senza sentirsi oggetto di indagine. Ridurre questa funzione significa impoverire il processo, privandolo di quella dimensione umana e interdisciplinare che ne costituisce la cifra distintiva. Molto opportunamente quindi il legislatore ha apportato delle deroghe sul punto permettendo ancora l’ascolto del minore al giudice onorario presso il tribunale per i minorenni almeno fino all’entrata in vigore del costituendo tribunale per le persone i minorenni e le famiglie, il cui orizzonte di realizzazione sembra ora dilatarsi nel tempo. In definitiva, colgo l’occasione di tale Giornata sull’ascolto del minore che si celebra oggi per affermare il senso che a mio modesto avviso non deve avere l’ascolto stesso e cioè che, in qualunque sede venga esercitato, l’ essere degradato a mero adempimento procedurale, ma deve invece essere riconosciuto per ciò che è realmente, ossia un momento di incontro tra l’istituzione e la persona “in fieri”, un atto attraverso il quale il minore cessa di essere oggetto di decisioni altrui e diventa protagonista delle proprie vicende, anche quando queste gli sono imposte e subite suo malgrado, come nel caso della separazione dei genitori o quando i genitori necessitano di supporto nell’esercizio delle loro funzioni. È questa, in fondo, la sfida più alta che la giurisdizione minorile è chiamata ad affrontare e che impone a tutti gli operatori coinvolti, giudici o avvocati, curatori o assistenti sociali di mantenere viva la consapevolezza che ascoltare un minore non significa semplicemente adempiere ad un obbligo di legge, ma esercitare una responsabilità che è, prima ancora che giuridica, etica e civile. Vorrei che questa giornata rimettesse al centro l’ascolto del minore dando voce a chi prima voce non aveva ma era visto come una semplice appendice di diritti altrui. *Presidente del Tribunale dei minori di Trento Querele intimidatorie ai giornali, una questione di democrazia: il 25 aprile in piazza con i Radicali di Aldo Torchiaro Il Riformista, 12 aprile 2026 Parte dal caso-Scarpinato la sensibilizzazione sulle tante cause alle testate. Tra civile e penale, provano a far tacere l’informazione: in piazza il 25 aprile. Non c’è solo l’ennesima querela di un potente ex magistrato, Roberto Scarpinato, oggi esponente del Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte in Senato. I giornalisti italiani, scivolati nelle parti basse della classifica della libertà di stampa secondo Reporter Sans Frontières, devono fare il loro lavoro di inchiesta quotidiana dribblando continue minacce. Quelle delle querele temerarie e intimidatorie che provano a scoraggiare chi scrive, certo. Ma anche a penalizzare gli editori, costringendoli - come nel caso di Alfredo Romeo, detentore del primato italiano dei risarcimenti giudiziari - ad un esborso dai numeri esorbitanti, con l’intento (non troppo velato) di ridurne la capacità di fare libera informazione. Per rispondere ad un fuoco incrociato che si fa sempre più pesante e difendere le redazioni dalla censura e dall’autocensura si dovrà uscire dalle pagine e scendere in piazza. A partire dal 25 aprile, giorno in cui il Partito Radicale ha assunto l’iniziativa di convocare una manifestazione per la libertà di stampa. Tema tabù, come dicevano Marco Pannella, Massimo Bordin e Leonardo Sciascia, e che nel tempo si è sempre più aggravato. Le querele temerarie non sono più un’eccezione. Sono diventate sistema. Un meccanismo silenzioso ma efficace: non fanno rumore, ma erosione. Rallentano le inchieste, intimidiscono le redazioni, piegano gli editori. E colpiscono al cuore la libertà di informazione, trasformando il diritto in un’arma. È qui che si misura una democrazia. Non nei principi proclamati, ma nella libertà concreta di esercitarli. Il caso italiano è emblematico. E non è isolato. Le azioni giudiziarie contro testate come l’Unità e Il Riformista segnalano un clima che si sta restringendo. Non è più solo un conflitto tra giornalista e querelante. È una torsione del sistema. Un restringimento dello spazio pubblico. In questo quadro si inserisce la mobilitazione del Partito Radicale guidato da Maurizio Turco e Irene Testa, che ha convocato per il 25 aprile una manifestazione nazionale a difesa della libertà di stampa e contro le querele temerarie. Una data simbolica. Non casuale. Perché il 25 aprile non è solo memoria. È campagna di libertà nel presente. E oggi misura anche la distanza tra i principi costituzionali e la loro applicazione. L’articolo 21 della Costituzione resta lì, intatto. Ma rischia di svuotarsi nella pratica. L’appuntamento è alle 11 a Castro Pretorio: la Questura non ha autorizzato il sit-in davanti al Csm, a Palazzo dei Marescialli, ma poco distante. E allora sì: bisogna scendere in piazza. Come chiedono da tempo i sindacati di categoria, dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana a Stampa Romana, insieme a realtà come Giornalisti 2.0 e alla FIEG. Perché il punto è semplice. Brutale. Quando un giornalista smette di scrivere, non perde solo lui. Perdono tutti. Diritto alla salute e 41-bis: accolto il ricorso per il boss Teodoro Crea Gazzetta del Sud, 12 aprile 2026 I giudici di legittimità annullano il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. Si profila un nuovo giudizio dopo il monito della Corte Europea. La Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha rimescolato le carte sul destino detentivo di Teodoro Crea, lo storico boss della ‘ndrangheta di Rizziconi. I giudici di piazza Cavour, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Pasquale Loiacono, hanno annullato l’ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Milano aveva confermato la permanenza del detenuto al regime di 41-bis nel carcere di Opera. Al centro della disputa legale non c’è la caratura criminale dell’uomo, considerato il vertice indiscusso dell’omonima consorteria, ma il bilanciamento tra le esigenze di sicurezza dello Stato e il diritto alla salute. La Suprema Corte ha infatti rinviato gli atti a Milano per un nuovo giudizio, imponendo una valutazione più approfondita sulla compatibilità tra le precarie condizioni fisiche dell’anziano detenuto e il rigido protocollo del carcere duro. La difesa ha da tempo intrapreso una battaglia legale sostenendo che le patologie di cui soffre Crea non siano gestibili all’interno del circuito penitenziario speciale. La richiesta originaria mirava a ottenere il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare. Sebbene il Tribunale di Sorveglianza avesse inizialmente respinto l’istanza, la Cassazione ha ora stabilito che quel diniego va rivisto alla luce di nuovi e più stringenti principi di diritto. La decisione dei giudici di legittimità non arriva nel vuoto, ma segue un precedente internazionale di enorme peso. Lo scorso ottobre, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) aveva già condannato l’Italia all’unanimità. Secondo i giudici di Strasburgo, la permanenza di Teodoro Crea in determinate condizioni detentive avrebbe violato l’articolo 3 della Convenzione Europea, che vieta tortura e trattamenti inumani o degradanti. Il caso torna ora sui tavoli dei magistrati di Milano. Il nuovo collegio dovrà decidere se l’anziano boss possa ancora restare nella struttura di Opera o se, per ragioni umanitarie e di tutela della salute, debba essere trasferito in un regime meno afflittivo. Una decisione che peserà non solo sulla vicenda specifica, ma che si inserisce nel delicato dibattito nazionale sui confini e la legittimità del carcere duro per i detenuti anziani e malati. Belluno. La denuncia del Garante: “A Baldenich carcerati come animali” di Damiano Tormen Il Gazzettino, 12 aprile 2026 Raffaele Riposi: “Quella struttura ha cento anni e non è mai stata migliorata”. Tante le segnalazioni per sovraffollamento e servizi carenti. “Nel carcere di Baldenich le condizioni ambientali sono disastrose. I detenuti sono costretti a vivere in condizioni precarie. Come gli animali, se non addirittura peggio”. È una considerazione amara e insieme una manifestazione di protesta, quella di Raffaele Riposi, che da qualche settimana è il nuovo garante dei diritti delle persone private della libertà personale (una figura istituzionale creata e voluta dal Comune capoluogo). Una dichiarazione che non dipinge una situazione di novità, dato che la casa circondariale di Belluno è da tempo sotto la lente e al centro di polemiche e proteste, sia per il sovraffollamento sia per le difficoltà strutturali del complesso carcerario. Però Riposi ha scelto di parlare espressamente dell’edificio di Baldenich durante la conferenza stampa di presentazione di “Caccia, pesca, natura” (la fiera di scena a Longarone dal 17 al 19 aprile), in veste anche di cacciatore e organizzatore della festa provinciale del mondo venatorio. Insomma, un’uscita che non può non far rumore. “Abbiamo un carcere che ha più o meno cento anni sulle spalle” le parole di Riposi. “E in cento anni la struttura non è mai cambiata: è sempre rimasta uguale a se stessa”. In effetti, il complesso di Baldenich esiste dai primissimi anni Trenta del Novecento. E se negli anni che furono ha ospitato anche una sezione di massima sicurezza in cui erano carcerate figure del calibro criminale di Renato Curcio e Raffaele Cutolo negli ultimi periodi ha ridotto l’aura di attenzione, rivelando crepe che sono state denunciate da più parti. E ieri, sono state denunciate pubblicamente anche dal garante dei diritti dei carcerati. “I prigionieri costretti a Baldenich sono in condizioni precarie ha detto Riposi -. E su questa questione dovremo intervenire”. Nell’estate 2025 erano stati resi noti i dati del Ministero della giustizia, secondo cui la casa circondariale di Belluno ospitava 107 detenuti su 82 posti regolamentari. Il grado di sovraffollamento, secondo gli ultimi dati raccolti da Ristretti Orizzonti, è del 130% (aggiornati al 13 dicembre 2025). E poi ci sono le condizioni strutturali e ambientali: 20 docce, 50 servizi igienici con porta, 40 prese elettriche, 44 stanze; muffa alle pareti, acqua fredda. Una situazione più volte denunciata da associazioni, sindacato delle guardie carcerarie. E adesso anche da Riposi. Che è stato nominato da Palazzo Rosso a febbraio, a conclusione della procedura di individuazione di questa figura, istituita dal Comune capoluogo nel 2013 (procedura che era stata avviata a fine novembre). Riposi è di Borgo Valbelluna e vanta una lunga esperienza amministrativa. Trieste. Carcere al collasso: sovraffollamento, carenza di personale e allarme diritti di Giovanna A. de’ Manzano Il Piccolo, 12 aprile 2026 In occasione dell’anniversario della costituzione del Corpo della Polizia Penitenziaria il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha colto l’occasione per sottolineare “il senso del dovere, la consapevolezza del delicato ruolo affidato e la lealtà nei confronti delle istituzioni”“ che caratterizzano l’opera della Polizia Penitenziaria, il cui compito è tutelare i diritti e la dignità delle persone detenute in un’ottica di funzione rieducativa della pena. Trattasi di un compito particolarmente complesso, reso ancora più gravoso dalle difficili condizioni in cui versano gli istituti carcerari e dalle tensioni che ne derivano, tensioni che, se non intercettate per tempo, sfociano in vere e proprie rivolte, come è successo due anni fa nella Casa Circondariale di Trieste. Il quadro disegnato dal presidente della Repubblica rappresenta perfettamente la realtà che viene vissuta anche nella Casa Circondariale di Trieste: da una parte grandi responsabilità, dall’altra condizioni di lavoro estremamente difficili anche a causa delle condizioni di sovraffollamento (150 posti regolamentari, ridotti sulla carta a 125 causa lavori di ristrutturazione, ma le presenze ad oggi sono attestate in 240 persone detenute!) sia per le condizioni strutturali dell’Istituto e per la carenza di personale (l’organico della polizia penitenziaria operante nella Casa Circondariale dovrebbe essere di 149 unità, ma le presenze effettive in istituto sono di 115 unità). Spiega l’avvocato Elisabetta Burla, garante comunale dei diritti dei detenuti: “L’elevato numero di detenuti e la grave carenza di personale impedisce un’adeguata presa in carico e il monitoraggio dei nuovi giunti. Complicato, se non impossibile, destinare spazi per l’isolamento giudiziario - disciplinare - sanitario (di recente è stato registrato almeno un caso di tubercolosi). Spazi ridotti e assenza di personale rendono complicato assolvere al mandato costituzionale; difficile organizzare e realizzare i corsi”. A ciò si aggiungano i piantonamenti in ospedale o in case di cura: ogni piantonamento in ospedale prevede l’impiego di 8 persone che si alternano nei turni sulle 24 ore: sono risorse sottratte alla necessaria presenza in Istituto. Sono poi necessari gli accompagnamenti delle persone detenute in ospedale per le visite mediche prescritte (due poliziotti penitenziari per detenuto) e l’accompagnamento alle udienze. Con una tale carenza di organico, che costringe la Polizia Penitenziaria a straordinari su straordinari, con un burn out assicurato, in luoghi saturi di un sovraffollamento che è di per sè condizione degradante, inutile dire che la pena cosi proposta non solo non ha nulla di rieducativo per i detenuti, ma diventa una pena anche per chi lì dentro lavora. Rovigo. Carcere minorile: la prima rivolta e tentata evasione di Antonio Andreotti Corriere del Veneto, 12 aprile 2026 Ad appena tre mesi dall’inaugurazione dell’8 gennaio scorso, ieri sera è arrivata la prima rivolta al nuovo carcere minorile “Vivaldi” del Triveneto, in via Verdi in pieno centro città, con tentativo di fuga di cinque detenuti sui 22 anni frustrata dall’intervento delle Forze dell’ordine. La rivolta è scoppiata dopo le 19, promossa da cinque giovani detenuti, un italiano e quattro stranieri. Il quintetto, dopo aver creato disordine rompendo vetri e danneggiando suppellettili, ha cercato di fuggire scavalcando il muro di cinta della struttura che ora ospita 20 detenuti su un massimo previsto di 31. Le urla dei “rivoltosi” sentite fino in strada, fino a notte tutte le strade chiuse attorno al carcere minorile. Il tentativo bloccato dall’intervento degli agenti penitenziari, poi aiutati da personale di Questura e carabinieri. I cinque erano già detenuti al Minorile di Treviso, dove avevano già creato ribellioni. La situazione è tornata sotto controllo all’ora di cena, con rientro nelle celle dei cinque, ma le reazioni sono immediate. Per Gianpietro Pegoraro della Cgil penitenziari “il problema di un carcere minorile in pieno centro città lo abbiamo sollevato subito, senza venire ascoltati. Una struttura pericolosa specie per la presenza di detenuti giovani adulti, fra i 20 e i 25 anni”. Appena martedì scorso la prima visita “ufficiale” dei sindacati penitenziari, che avevano lamentato una scopertura del 22% di agenti. Come spiegato da Marco Gallo, segretario regionale dell’uspp (Unione sindacati di polizia penitenziaria), non ci sono gli agenti previsti per sorvegliare la struttura minorile. “Ora gli agenti sono 37, da pianta organica 47” aveva denunciato Gallo. Così, ha spiegato il sindacalista, “il personale è costretto a molti straordinari, segno che le risorse sono risicate”. Il nuovo Istituto penitenziario minorile (Ipm), che sorge sull’ex Casa circondariale per adulti a fianco del Palazzo di Giustizia, si estende su 7.000 metri quadri, di cui 4.000 destinati agli immobili e 3.000 alle aree esterne. Gli spazi comprendono aree verdi, una palestra esterna e campetti. Palermo. Carcere dei Pagliarelli, formazione per le detenute La Sicilia, 12 aprile 2026 Il progetto mira all’uso consapevole del denaro e dell’accesso al credito. Ha preso il via nel carcere di Pagliarelli il progetto “Riparto dai miei conti e dai miei diritti”, promosso dall’associazione donne giuriste Italia (Adgi) e da Codacons Donna. L’iniziativa è rivolta alle donne detenute e nasce con l’obiettivo di fornire strumenti concreti di conoscenza dei propri diritti, educazione finanziaria e crescita personale, al fine di favorire percorsi di autonomia e reinserimento sociale. Il progetto è coordinato dall’avvocata Federica Prestidonato e si basa su un approccio multidisciplinare innovativo grazie al contributo di una task force composta da esperte dell’area economico finanziaria Anna Maria Garofalo dell’area sociale Chiara Ferotti e Veronica Tranchida, dell’area giuridica avvocate Serena Romano, Alessia Mezzatesta, Tiziana Pantina, Irene Di Stefano, Girolama Cinzia Manzella, Giovannella Licari, Claudia Naccari, Maria Mannino, Alessandra Inguaggiato, Rosa Elvira Dattolo e Rosa Salemi. Attraverso attività pratiche e formative, il progetto fornirà strumenti utili per la gestione del denaro, la pianificazione del bilancio familiare, il risparmio, l’uso consapevole del credito e la conoscenza dei diritti finanziari e dei servizi bancari. L’educazione finanziaria viene così intesa come leva di emancipazione, libertà e ricostruzione personale. Giarre (Ct). Protocollo d’intesa per il recupero dei detenuti La Sicilia, 12 aprile 2026 Una rete interistituzionale creata nel tempo è costellata di molteplici progettazioni di inclusione sociale per l’abbattimento del pregiudizio, la riparazione e la prevenzione della recidiva, come significative finalità espresse nell’art. 27 terzo comma della Carta Costituzionale. In questa direzione si inquadrano i protocolli d’intesa stipulati sull’attività riparativa dei ristretti a favore della società esterna e lo sportello-famiglie, fra l’istituto penitenziario di via Foscolo a Giarre, rappresentato dal direttore Giorgia Gruttadauria, che ospita una sezione a custodia attenuata per soggetti tossicodipendenti, l’ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna (Udepe) con la direttrice Maria Pia Fontana e il Comune di Giarre, rappresentato dal sindaco Leo Cantarella. Nel quadro della convenzione stipulata sono stati individuati i siti e i contesti in cui le persone sottoposte a provvedimenti dell’autorità giudiziaria possono svolgere un lavoro per la collettività. Un’ulteriore deliberazione riguarda, invece, la cura delle relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie e, in particolare, l’assistenza alle famiglie dei detenuti e degli internati e alla situazione di crisi che si verifica nel periodo che segue immediatamente la separazione del congiunto. “Gli accordi sottoscritti tra l’Udepe di Catania, l’Icatt di Giarre e il Comune - afferma la direttrice Maria Pia Fontana - consentono di rinnovare e rilanciare nel futuro, anche alla luce delle innovazioni normative, una collaborazione già molto proficua che ha prodotto negli anni risultati di grande valore per il reinserimento sociale degli autori di reato che manifestano la volontà di un cambiamento. Torino. La storia di Vladimir, da detenuto a dottore in Scienze internazionali di Mattia Aimola Corriere della Sera, 12 aprile 2026 Nato nell’ex Jugoslavia, pallanuotista di Serie A, è stato anche convocato dalla nazionale serba. Poi i problemi con la giustizia in Italia. In carcere ha svolto l’intero corso di studio, oggi coordina un magazzino del Banco alimentare. “Mi ricordo i professori che venivano a fare lezione in carcere. Con il freddo, con la neve, la pioggia, sempre. Era un momento difficile della mia vita, ma quella presenza mi ha fatto capire che potevo ancora avere autostima, che qualcuno credeva in me”. Vladimir Bijelic ha 48 anni e oggi ha le chiavi del magazzino in cui lavora. Le tiene strette come un simbolo: fiducia, responsabilità, seconda possibilità. La storia di Vladimir - La sua storia parte da lontano. Nato nell’ex Jugoslavia, cresce nello sport ad alto livello: pallanuotista di Serie A, convocazioni con la nazionale serba, competizioni europee, esperienze in Italia, da Catania alle coppe continentali. Una carriera promettente, una vita “normale”, come la definisce lui. Poi la svolta. “Nel mio percorso ho incontrato persone che mi hanno trascinato verso guadagni facili”, racconta. Finisce invischiato nel giro della droga. Nel 2008 l’arresto a Milano, la condanna: 18 anni di reclusione. “La vita azzerata”. Dala licenza elementare all’Università - Il carcere diventa il punto più basso, ma anche l’inizio di un cambiamento. Vladimir riparte da dove non avrebbe mai immaginato: dalla scuola. Elementari, medie, poi il lavoro interno tra ristorazione e pulizie. “Ho capito che dovevo fare qualcosa per salvarmi”. Poi si sposta in Piemonte. Il passaggio decisivo arriva a Saluzzo, grazie a un educatore che intravede in lui qualcosa di più. L’iscrizione all’Università, al corso di Scienze politiche e l’arrivo al Lorusso Cutugno di Torino. “All’epoca c’erano solo Giurisprudenza e Scienze Politiche, scelsi la seconda. Quelle lezioni mi hanno restituito dignità”. Studia, prepara esami, costruisce un percorso. Si laurea nel 2016, in anticipo (due anni e mezzo invece che tre), con 99 su 110, con una tesi sulle guerre nei Balcani e sul ruolo dell’Europa nei conflitti internazionali. “Era anche un modo per capire da dove venivo”. La laurea non è un traguardo, ma una svolta. Nel 2017 arriva l’occasione del tirocinio al Banco Alimentare di Moncalieri. Un’organizzazione che recupera e distribuisce cibo alle persone in difficoltà, trasformando lo spreco in solidarietà. Vladimir ogni giorno esce per lavorare, poi rientra in istituto. È un passaggio delicato, ma decisivo. “Lì ho incontrato due persone fondamentali: Vilma Soncin e Salvatore Collarino. Mi hanno cambiato la vita”. Coordinatore del magazzino del Banco alimentare - Da tirocinante a magazziniere a tempo determinato, poi l’assunzione stabile. Oggi Vladimir è il coordinatore del magazzino. “Sono il primo a entrare e l’ultimo a uscire. Gestisco tutto”. Una responsabilità conquistata passo dopo passo, mentre la sua posizione giudiziaria evolve: durante il covid arriva l’affidamento ai servizi sociali, i primi rientri a casa, il graduale ritorno alla normalità. Fino alla fine della pena, nel 2023. Oggi guarda indietro senza nascondere nulla, ma con una consapevolezza diversa. “Non bisogna perdere mai la speranza. Nei momenti difficili la cosa più importante è restare lucidi”. Accenna anche a un percorso accademico lasciato in sospeso, con alcuni esami di sociologia ancora da completare. “Sono iscritto alla magistrale, magari prima o poi la finisco”. Prato. Gli avvocati hanno installato una cella in piazza delle Carceri di Riccardo Tempestini Il Tirreno, 12 aprile 2026 L’iniziativa della Camera penale per sensibilizzare sulla difficile condizione dei detenuti alla Dogaia. Tanti pratesi, alcuni con i figli in carrozzina, ma anche molti avvocati, tra cui Matteo Biffoni e Simone Mangani, hanno visitato la cella carceraria a grandezza reale, allestita oggi, 11 aprile, in piazza delle Carceri, dove sono venuti anche il presidente della Provincia Simone Calamai e l’onorevole Christian Di Sanzo. “La cella in piazza” è un’iniziativa della Camera penale per avvicinare i cittadini alla realtà della detenzione. La struttura riproduce fedelmente una cella del carcere della Dogaia: dodici metri quadrati complessivi, di cui circa dieci calpestabili. All’interno un letto a castello e un letto singolo: lo spazio in cui vivono tre detenuti. E sono tre anche gli ex detenuti che hanno ricostruito la cella, insieme al presidente dell’associazione “Recuperiamoci”, Paolo Massenzi, che ha redatto il progetto all’inizio insieme all’avvocato Melissa Stefanacci. Per gli organizzatori l’obbiettivo è semplice: permettere ai visitatori di entrare fisicamente in una cella, percepirne le dimensioni, sperimentare la sensazione di isolamento e comprendere concretamente cosa significhi scontare una pena all’interno del carcere pratese. Un’esperienza concreta che invita tutti i partecipanti a riflettere sulle condizioni di vita negli istituti penitenziari, sui diritti delle persone detenute e sul principio costituzionale della funzione rieducativa della pena. “Questa iniziativa - spiega Elena Augustin, presidente della Camera Penale - sarà un’occasione importante per provare con mano cosa si prova a vivere in una cella. Da anni la Camera Penale Prato insieme all’unione camere penali segnala l’emergenza carceraria. Siamo stati condannati dalla Cedu nel 2013 per le condizioni disumane e degradanti in cui vivono i detenuti. Oggi la situazione è addirittura peggiorata. Parla per noi l’alto numero dei suicidi. Ormai è evidente che i principi di umanità della pena e rieducazione del condannato, sanciti dalla nostra costituzione, sono ampiamente calpestati. Spero davvero che questa azione nostra di sensibilizzazione arrivi ai cuori di tutti i cittadini”. La cella è stata realizzata nei locali dell’associazione “Recuperiamoci”, in via Cantagallo, una realtà senza scopo di lucro attiva dal 2009 sul nostro territorio per favorire l’occupabilità e il reinserimento sociale di persone precarie e disoccupate. “Il carcere è un pezzo di città - continua il presidente Paolo Massenzi - La nostra esperienza come associazione è iniziata proprio con un viaggio dentro le carceri: negli anni ne abbiamo visitate oltre 120. È fondamentale che la cittadinanza si renda conto di quanto il carcere sia un luogo complesso e difficile. La detenzione è una realtà che chi è libero fatica a comprendere fino in fondo. Per questo dovremmo riflettere su una frase che troppo spesso sentiamo dire con superficialità: “sbattiamolo in cella e buttiamo via la chiave”. Il carcere dovrebbe essere un luogo di riabilitazione, non solo di punizione, perché ogni detenuto, prima o poi, tornerà a far parte della società”. Ma la cella non verrà smontata, perché gli organizzatori hanno intenzione di farla girare nei vari istituti scolastici del nostro territorio, già dal prossimo settembre. Sponsor dell’iniziativa Manifattura Beste, Borraccino trasporti, lanificio Faisa, Art hotel museo, Centro ambulatoriale Angiolini, l’Antigue bric a brac. Catania. Il corto teatrale che racconta la quotidianità e le speranze delle detenute La Sicilia, 12 aprile 2026 Prima un laboratorio di scrittura, poi l’attività teatrale due volte a settimana, infine le riprese e il montaggio di un cortometraggio che sintetizza il lavoro intenso di mesi. Si chiama “Dall’alba al tramonto” ed è stato presentato nei giorni scorsi proprio all’interno della casa circondariale di Piazza Lanza. La regia è di Cinzia Caminiti e i testi delle detenute della sezione femminile. Il tutto è stato realizzato nell’ambito del progetto “Koinè Restart”, di cui è capofila la cooperativa Prospettiva. Si tratta di un “presidio per la Giustizia di comunità della Sicilia Orientale”, cofinanziato da Casse delle Ammende - ente viglilato dal Ministero della Giustizia - e dall’assessorato regionale della Famiglia delle Politiche Sociali e del Lavoro. In oltre tre anni di attività “Koinè”, diretto da Domenico Palermo, ha realizzato laboratori e progetti di reinserimento sociale, con borse lavoro, sostegno psicologico, aiuto economico, mediazione culturale, supporto all’indigenza abitativa per detenute e detenuti, anche in esecuzione penale esterna. Il corto racconta “Una giornata a Piazza Lanza, in forma spesso ironica e a volte poetica”, spiega la regista Caminiti. Al laboratorio hanno partecipato decine di donne, e nel testo si evince “solidarietà e consapevolezza del proprio dolore”. Hanno collaborato Marco Pisano (aiuto regia) e Leandro Perrotta (video editing). Giornali scritti dai detenuti, la tradizione nei Paesi dell’Ue Il Sole 24 Ore, 12 aprile 2026 La vita raccontata da chi la trascorre dietro le sbarre. Nei diversi Paesi dell’Ue nelle carceri vengono pubblicati dei giornali, settimanali, mensili o con altra periodicita’, realizzati dai detenuti. A raccontare questa realta’ e’ un servizio pubblicato su El Confidencial nell’ambito del progetto internazionale Pulse. Il servizio parte dal racconto dal carcere di Villanubla a Valladolid, e dai detenuti che, nella biblioteca dalle pareti gialle, discutono dell’ultimo numero della rivista “Desde el Paramo” (Dalla Terra Desolata). La scrivono da quasi cinque anni e ne hanno pubblicati 16. ‘Da settembre 2021, i detenuti di questo carcere pubblicano una rivista trimestrale con Ediciones Fuente de la Fama, una casa editrice di Valladolid - racconta il servizio -. La rivista viene distribuita non solo all’interno del carcere e in altre prigioni, ma anche in librerie, centri comunitari e organizzazioni ufficiali di Valladolid’. L’idea della rivista, racconta ancora il servizio, e’ nata da un’attivita’ che un’educatrice, Marian, ha implementato nel Modulo Rispetto del carcere’. ‘I Moduli di Rispetto sono programmi volontari, iniziati a Leo’n nel 2001 e successivamente offerti in altre carceri spagnole - prosegue -. Il loro obiettivo e’ quello di permettere ai detenuti di lavorare su aspetti che favoriscano il loro reinserimento nella societa’. Questi spaziano da aspetti personali, come imparare a curare l’igiene, l’aspetto, l’abbigliamento e la cella, ad aspetti sociali, come la manutenzione degli spazi comuni, le relazioni interpersonali e la gestione del tempo’. ‘Desde el Paramo’ (Dalla terra desolata) e’ una delle circa trenta riviste pubblicate nelle carceri spagnole. ‘Dentro ci sono persone che hanno commesso errori e che la societa’ emargina, ma che ne fanno comunque parte - racconta a El Confidencial Victor Camara, coordinatore di ‘La Voz del Patio’ (La Voce del Cortile), un’altra pubblicazione realizzata in un carcere spagnolo - in questo caso, a Burgos. Viene pubblicata ogni quattro mesi dal 2019 da un team misto di giornalisti professionisti e detenuti’. La pubblicazione ha una tiratura di 7.000 copie, distribuite sia all’interno. In Europa, iniziative simili esistono in Ungheria, Grecia, Francia e Italia, dove le riviste carcerarie hanno una lunga tradizione. ‘Generalmente, sono nate come tentativo di informare la popolazione carceraria, ma nel corso degli anni, queste pubblicazioni si sono aperte al mondo esterno, “diventando un ponte tra la societa’ e il carcere’. In Italia, ci sono state decine di iniziative di questo tipo. Una delle piu’ consolidate e’ Ristretti Orizzonti, pubblicata bimestralmente dal carcere di Padova. ‘Anche in Ungheria esiste una pubblicazione di lunga data che informa i detenuti e ne supporta il reinserimento, Bortonujsag (“Diario del carcere”), uno dei piu’ antichi giornali ancora in circolazione nel paese, fondato nel 1898, vent’anni dopo l’adozione del primo codice penale ungherese moderno. Viene pubblicato due volte l’anno, ha 48 pagine, una tiratura di 3.000 copie e costa 239 fiorini (62 centesimi)’. Un’altra pubblicazione consolidata che da’ voce ai detenuti in Francia da 25 anni e’ L’Envolee, che comprende un programma radiofonico settimanale e un giornale militante. Anche in Grecia esistono iniziative editoriali all’interno delle carceri, sebbene non sempre con regolarita’. Axel Honneth: perché la giustizia parte dalle ferite di Vittorio Pelligra Il Sole 24 Ore, 12 aprile 2026 Dalle ferite dell’anima alla grammatica dei conflitti: perché il bisogno di essere riconosciuti dagli altri è la vera base su cui poggia l’intera architettura della società. Che cosa ci fa dire che qualcosa è ingiusto? La tradizione filosofica moderna ha spesso risposto a questa domanda muovendo dai principi e partendo dall’alto dell’astrazione. Come la geometria euclidea muove dagli assiomi per ricavare i teoremi ed avvicinarsi progressivamente alla realtà del mondo, così le teorie della giustizia, in genere, partono dall’enunciazione di diritti e regole e da questi derivano i criteri di equità. La giustizia, in questa prospettiva, è qualcosa che si stabilisce prima e che poi si prova ad applicare, sperabilmente, alla realtà. Non così per Axel Honneth, filosofo tedesco, allievo di Habermas ed esponente di spicco della storica Scuola di Francoforte. Egli, infatti, propone una prospettiva diversa, un vero e proprio rovesciamento di questo schema. Non si parte dai principi, ma dalle esperienze. Non da ciò che dovrebbe essere, ma da ciò che viviamo nel concreto. Per capire cosa vuol dire giustizia dobbiamo, innanzitutto, partire da ciò che viviamo come intollerabile. La teoria critica, nella sua versione honnethiana, nasce così, non come costruzione normativa, ma come articolazione concettuale di un vissuto diffuso, doloroso ma spesso invisibile. È ciò che Honneth chiama l’esperienza del “misconoscimento”. Le ingiustizie non si manifestano innanzitutto come violazioni di norme, ma come ferite dell’anima e delle relazioni. Prima ancora di essere formulate in termini giuridici o politici, esse vengono sentite nella carne viva. Si presentano sotto forma di umiliazione, esclusione, svalutazione. Non sono, almeno in prima istanza, problemi di distribuzione delle risorse, ma di relazioni malate. È da questo punto che prende avvio la svolta di Honneth rispetto a una parte rilevante della filosofia politica contemporanea. La normatività non è esterna alla vita sociale, ma immanente ad essa. Non è un criterio che giudica dall’esterno, ma qualcosa che emerge dall’interno delle pratiche sociali, quando queste vengono meno alle aspettative di riconoscimento che esse stesse hanno contribuito a generare. “La possibilità di un rapporto positivo con sé stessi - sottolinea infatti il filosofo - dipende dalla possibilità di essere riconosciuti da altri” (p. 114). Questa tesi, ereditata da Hegel e rielabora con grande originalità, ha conseguenze filosofiche e politiche radicali. L’identità individuale, per esempio, non può più essere pensata come un dato originario, ma come il risultato di processi intersoggettivi - un dato confermato dalle neuroscienze sociali. Noi diventiamo ciò che siamo solo attraverso relazioni significative con gli altri. Per questo il “misconoscimento” non rappresenta una semplicemente una mancanza, ma una vera e propria lesione, una alterazione menomante, di questa relazione fondamentale. Non essere riconosciuti significa non poter sviluppare pienamente sé stessi. In questo senso la teoria del riconoscimento honnethiana è, quindi, innanzitutto una teoria della vulnerabilità costitutiva dell’essere umano, della nostra socialità, della vita in comune. Possiamo distinguere tre forme fondamentali di “misconoscimento”, che corrispondono ad altrettante dimensioni dell’identità personale: la violenza fisica, la privazione dei diritti e la svalutazione sociale. In ciascun caso, ciò che viene intaccato non è solo una condizione esterna, ma una dimensione interna della soggettività. Questa articolazione è decisiva, perché mostra come le ingiustizie non colpiscano tutte allo stesso modo, ma incidano su livelli differenti della nostra relazione con noi stessi. La prima forma è la violenza fisica, che riguarda il corpo e la sua integrità. Qui il misconoscimento assume la forma più immediata e brutale: il soggetto viene trattato come qualcosa di disponibile, manipolabile, violabile. Non è solo una lesione materiale. È una frattura nella fiducia di base nel mondo. Pensiamo alla violenza domestica, per esempio, ma anche a forme meno visibili di esposizione al rischio. Quello che si corre in ambienti di lavoro insicuri, o a cui ci costringono condizioni abitative degradate, contesti in cui il corpo è costantemente esposto senza protezione. In tutti questi casi, ciò che viene meno è quella sicurezza elementare che rende possibile stare al mondo senza paura. La seconda forma è la privazione dei diritti. Essa è connessa al riconoscimento giuridico. Qui il soggetto non viene negato come corpo, ma come persona titolare di diritti. Viene escluso dalla comunità dei soggetti giuridicamente riconosciuti. È il caso, in forme diverse, di chi non ha pieno diritto di cittadinanza, di chi è discriminato nell’accesso alla giustizia, di chi vede sistematicamente ignorate le proprie pretese legittime. Ma è anche il caso, più sottile, di chi formalmente i diritti li possiede, ma non ha le condizioni effettive per esercitarli. Pensiamo, per esempio, al diritto alla salute e all’accesso alle cure mediche, il diritto all’istruzione o quella al lavoro. In queste situazioni, ciò che viene intaccato è il rispetto di sé, la possibilità di vedersi come soggetti legittimi all’interno di un ordine condiviso. La terza forma è quella della svalutazione sociale. Qui il “misconoscimento” non passa né per la violenza né per l’esclusione formale, ma per la degradazione simbolica. Alcuni modi di vivere, alcune attività, alcune identità vengono considerate inferiori, indegne, irrilevanti: lo straniero, il povero, l’omosessuale, chi professa una religione diversa da quella della maggioranza o semplicemente è nato con la pelle di un colore diverso dal nostro. Ma pensiamo anche al lavoro che non viene riconosciuto socialmente, il lavoro di cura, i lavori manuali, i lavori precari. In tutti questi casi, ciò che viene colpito è il senso del proprio valore. Non si perde semplicemente una risorsa o un diritto, ma la possibilità di considerare la propria vita come degna di essere vissuta. In ciascuna di queste forme di misconoscimento, ciò che viene leso non è solo una condizione esterna, ma una dimensione interna della soggettività: la fiducia, il rispetto, l’autostima. Sono queste, scrive Honneth, le “forme di misconoscimento […] la cui esperienza può influire, come motivazione dell’agire, sull’insorgere di conflitti sociali” (p. 158). I conflitti sociali, infatti, non sono semplici scontri di interessi, ma risposte alle diverse forme di misconoscimento. Essi possiedono una struttura normativa interna. Sono essenzialmente tentativi di ripristinare condizioni di riconoscimento negate. Per questo, come fa Honneth, è possibile parlare di una vera e propria grammatica morale dei conflitti. La teoria sociale, allora, non può essere pensata come separata dalla teoria morale. I processi di trasformazione sociale devono essere spiegati in relazione a pretese normative implicite nelle relazioni di riconoscimento. È questo che consente alla sua filosofia politica di mantenere il suo carattere critico senza ricadere in un normativismo astratto. La conseguenza è decisiva. Se la normatività nasce dall’esperienza del “misconoscimento”, la critica sociale non può limitarsi a misurare la distanza tra realtà e principi. Deve invece interpretare e articolare quelle esperienze in cui tale distanza viene vissuta come ingiustizia. Deve dare forma a ciò che è ancora, per certi versi, informe. Questo spostamento sottrae la critica anche al rischio, sempre presente, del paternalismo. Non è il teorico, l’osservatore esterno, a dover dire ciò che è giusto o ingiusto, ma sono gli attori sociali, attraverso le loro esperienze e le loro lotte, a rivelare le tensioni normative della società. Il compito della teoria è di renderle intelligibili. Oltre la ferita - Il riconoscimento non è il negativo del misconoscimento, come se bastasse rimuovere una ferita per restituire integrità. Non è una semplice condizione opposta, né uno stato che si ottiene per sottrazione. Pensarlo così significherebbe restare ancora prigionieri di una logica derivativa, in cui il positivo non è che l’assenza del negativo. Come osserva Honneth, gli individui si costituiscono come persone solo attraverso il rapporto con altri che li riconoscono. Se prendiamo sul serio questa affermazione, il quadro si rovescia. Il riconoscimento non è ciò che interviene dopo, quando qualcosa si rompe. È ciò che viene prima. È la condizione originaria che rende possibile tanto l’integrità quanto la sua violazione. Non è il misconoscimento a spiegare il riconoscimento, ma il contrario. È perché siamo originariamente esposti a relazioni di riconoscimento che possiamo essere feriti. È perché la nostra identità si costituisce intersoggettivamente che la sua negazione assume la forma di una lesione. In questo senso, il misconoscimento non è il punto di partenza ontologico, ma il punto di accesso fenomenologico. È ciò attraverso cui diventiamo consapevoli di qualcosa che, normalmente, resta invisibile: il fatto che una vita umana, per potersi reggere, ha bisogno di essere riconosciuta. Si tratta di un bisogno fondamentale che non può essere ridotto all’interesse materiale, né a preferenze individuali. È qualcosa di più originario. È ciò che rende possibile la formazione dell’identità e, insieme, ciò che espone gli individui alla possibilità di essere feriti. La società, in questa prospettiva, non è solo un sistema di distribuzione di risorse, ma un ordine di relazioni di riconoscimento. Honneth lo spiega con particolare chiarezza - “Il nesso che sussiste tra l’esperienza del riconoscimento e il rapporto con se? - spiega il filosofo - risulta dalla struttura intersoggettiva dell’identità personale: gli individui si costituiscono come persone solo apprendendo a rapportarsi a sé stessi dalla prospettiva di un altro che li approva o li incoraggia, come esseri positivamente caratterizzati da determinate qualità e capacità. Le proporzioni di queste capacita? e quindi il grado di positività della relazione con sé stessi crescono con ogni nuova forma di riconoscimento che il singolo può riferire a sé stesso come soggetto: cosi? nell’esperienza dell’amore e? contenuta l’opportunità della fiducia in se?, nell’esperienza del riconoscimento giuridico quella del rispetto di se?, e nell’esperienza della solidarietà, infine, quella dell’autostima” (p. 100). Quando queste relazioni funzionano, sostengono la formazione di soggetti capaci di fiducia, rispetto e autostima. Quando si incrinano, producono esperienze di ingiustizia che possono restare latenti o trasformarsi in conflitto. È in questo spazio, tra esperienza e articolazione, tra ferita e rivendicazione, che si colloca la teoria critica di Honneth. Le varie forme di riconoscimento, allora, rappresentano per Honneth i “presupposti di un’autorealizzazione riuscita” (p. 101). Questa affermazione va presa alla lettera. Il riconoscimento non è un’aggiunta esterna alla vita umana, una sorta di premio sociale o di gratificazione simbolica. È una condizione costitutiva. Senza riconoscimento non c’è identità, ma solo una forma fragile e incompiuta di esistenza. Il bisogno di riconoscimento non nasce, dunque, come desiderio secondario, ma come esigenza primaria. È inscritto nella struttura stessa dell’essere umano, nella sua originaria dipendenza da relazioni significative. Noi non abbiamo un accesso immediato a noi stessi, ma ci vediamo, per così dire, attraverso lo sguardo degli altri. È nello spazio intersoggettivo che si forma la coscienza di sé. Questo implica anche che il riconoscimento non può che avere una struttura plurale e stratificata. Non esiste una sola forma di riconoscimento, ma una pluralità di modalità attraverso cui gli individui vengono confermati nella loro esistenza e nel loro valore. Honneth ne individua tre, che corrispondono non solo e non tanto a tre ambiti sociali distinti, quanto a tre modalità attraverso cui si costruisce progressivamente il rapporto con sé stessi. La prima forma è quella dell’amore, o più in generale delle relazioni affettive primarie. Qui il riconoscimento assume la forma della cura, dell’attenzione, della dedizione. È attraverso queste relazioni che si sviluppa quella che Honneth chiama “autoconfidenza”, cioè, la fiducia di base nel fatto che il mondo non è ostile, che si può esistere senza essere costantemente minacciati. Senza questa esperienza originaria, l’individuo resta esposto a una forma costante di insicurezza radicale. La seconda forma è quella del diritto. Qui il riconoscimento non è più legato alla particolarità delle relazioni affettive, ma assume una forma universale. Essere riconosciuti giuridicamente significa essere considerati soggetti titolari di diritti, membri a pieno titolo di una comunità normativa. Da qui nasce il rispetto di sé inteso come la capacità di vedersi soggetti legittimi e portatori di pretese giustificate. Il diritto, in questa prospettiva, non è solo un insieme di regole, ma una forma istituzionalizzata di riconoscimento reciproco. La terza forma è quella della solidarietà e della stima sociale. Qui il riconoscimento riguarda il valore specifico delle qualità individuali, delle capacità, dei contributi che ciascuno può offrire alla vita in comune. Non si tratta più di essere riconosciuti in quanto esseri umani o cittadini, ma in quanto portatori di caratteristiche singolari che hanno un valore per gli altri. È in questo spazio che si forma l’autostima, la possibilità di considerare la propria vita come significativa. Queste tre forme non sono indipendenti. Si sostengono e si rafforzano a vicenda. La mancanza di una di esse può compromettere l’intero equilibrio della persona. È per questo che il bisogno di riconoscimento è così profondo, perché non riguarda un solo aspetto della vita, ma l’intera architettura della nostra identità. La grammatica del conflitto - Il riconoscimento, dunque, non è semplicemente qualcosa che gli individui desiderano. È ciò che li rende capaci di desiderare, di agire, di progettare. Ma proprio perché è così fondamentale, esso è anche esposto ad una fragilità strutturale. Le relazioni di riconoscimento, come abbiamo visto, possono essere negate, distorte, svuotate. Possono funzionare in modo selettivo, includendo alcuni ed escludendo altri. Possono diventare strumenti di dominio, anziché condizioni di libertà. È qui che il bisogno di riconoscimento negato può trasformarsi in conflitto. Non perché gli individui siano semplicemente insoddisfatti, ma perché percepiscono una dissonanza tra le promesse normative della società e la loro effettiva realizzazione. Le società moderne, infatti, sono attraversate da pretese di riconoscimento sempre più ampie - uguaglianza giuridica, dignità, valorizzazione delle differenze - che però non trovano sempre una piena realizzazione nelle pratiche sociali. Il conflitto emerge precisamente in questo scarto diventando quel luogo in cui le aspettative di riconoscimento diventano esplicite, si articolano, si organizzano. È il punto in cui il bisogno, da esperienza individuale, si trasforma in rivendicazione collettiva. Da questa prospettiva, la società appare sotto una luce diversa. Non più soltanto come un sistema di distribuzione di risorse, ma come un ordine dinamico di relazioni di riconoscimento. Un ordine che può funzionare o fallire, includere o escludere, sostenere o ferire. Ed è proprio questa ambivalenza a spiegare la simmetria, solo apparente, tra misconoscimento e riconoscimento. Il primo rivela, in forma negativa, le condizioni della nostra vulnerabilità; il secondo ne esprime, in forma positiva, le possibilità di realizzazione. Ma non sono due facce equivalenti dello stesso processo. Il riconoscimento è logicamente e antropologicamente anteriore. È ciò che rende possibile sia la costruzione dell’identità sia la sua ferita. È in questo spazio, tra esperienza e articolazione, tra ferita e rivendicazione, che si colloca la teoria critica di Honneth. La sua prospettiva non offre una teoria normativa della giustizia perfezionista, nomologico-deduttiva. Ci invita piuttosto ad affinare lo sguardo e a volgerlo lì dove la giustizia è concretamente negata. Non nei principi violati, ma nelle ferite dolenti delle persone reali. Non nelle regole infrante, ma nelle relazioni umane spezzate. Perché è solo a partire da queste fratture che diventa visibile ciò che normalmente resta nascosto. “C’è una crepa, una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce”, cantava Leonard Cohen in Anthem. Ed è proprio da quella crepa, da quella ferita, che comprendiamo quanto una vita umana, per potersi reggere, abbia bisogno di essere riconosciuta. È quella ferita, quella crepa, il luogo da cui può trovare legittimità e forza ogni nostra attesa di giustizia Giulio Regeni. Tutto il male del mondo di Sibilla Ottoni giustiziainsieme.it, 12 aprile 2026 Il 25 gennaio 2011, Piazza Tahrir al Cairo è lo scenario delle proteste contro il regime del Presidente Hosni Mubarak. Cinquantamila persone si riversano nella piazza, destinate a crescere nei giorni successivi fino a raggiungere il milione di manifestanti pacifici, che accusano il regime di non avere a cuore gli interessi della popolazione. La rivoluzione, nonostante i tentativi di repressione nel sangue, conduce l’11 febbraio 2011 alle dimissioni di Mubarak. Il 25 gennaio 2016, cinque anni dopo, Piazza Tahrir, ossia piazza della liberazione (dal Regno Unito che occupava Egitto e Sudan fino al 1919), è blindata. Il Presidente al-Sisi, che dal 2013 con un colpo di Stato militare ha rovesciato il governo Morsi ed ha preso il potere, teme che l’anniversario della rivoluzione porti nuove proteste. Il Cairo pullula di polizia, di militari, di agenti in borghese dei servizi di sicurezza. Quel 25 gennaio, in quel che resta della primavera araba, Giulio Regeni esce di casa per andare ad incontrare il professor Gervasio, con cui deve parlare della sua ricerca sui sindacati indipendenti egiziani per il dottorato che svolge all’Università di Cambridge. Entra in metropolitana e viene inghiottito, non arriverà mai all’appuntamento. Solo il 9 febbraio il suo corpo sarà ritrovato, con addosso evidenti segni di tortura, sul ciglio di una strada alla periferia del Cairo. Il documentario diretto da Simone Manetti parla di quei giorni di prigionia, delle settimane e dei giorni che li hanno preceduti, ma soprattutto dei giorni che li hanno seguiti e della dolorosa, faticosa attività di ricerca di una verità che non è ancora arrivata. Le immagini con cui si apre il film sono immagini della città, e vi compare Giulio, ripreso di striscio da quella che sembra essere una telecamera nascosta indossata dal suo interlocutore. Parlano in arabo, cercano un caffè dove sedersi per poter conversare meglio. Nel corso del film queste immagini ritornano, disturbanti per la sensazione di clandestinità che trasmettono, intervallate dalle parole di Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, di Alessandra Ballerini, la loro avvocata, dalle voci dei testimoni e dalle immagini del processo ancora in corso davanti alla Corte d’Assise di Roma. Attraverso queste testimonianze emerge fin da subito il contrasto tra la posizione ufficiale assunta dal governo egiziano, che inizialmente minimizza sulla sparizione di Giulio e poi sulle ragioni della sua morte, imputandola ad un incidente stradale, e la realtà, evidente nei segni di tortura che Giulio porta addosso. Tortura che il documentario descrive minuziosamente, non risparmiando al pubblico alcuna durezza, attraverso le parole di chi ha visto il suo corpo, il suo viso, irriconoscibili. Tutto il male del mondo è quello che Paola Deffendi vede essersi riversato sul proprio figlio. La storia che Manetti racconta intreccia a doppio filo i fatti ed il faticoso lavoro che è stato necessario per farli emergere e ricostruirli. Scopriamo progressivamente che la telecamera attraverso la quale vediamo Giulio è indossata da Abdallah, un venditore ambulante a capo dei sindacati indipendenti del settore, contatto diretto di Giulio che proprio di quei sindacati si occupava. Ma occuparsi di sindacati indipendenti vuol dire occuparsi dei luoghi in cui nasce l’organizzazione del dissenso, e l’interesse di un ricercatore straniero è visto con sospetto: Abdallah denuncia quindi Giulio ai servizi di sicurezza, ritenendolo una spia, sospettandolo di voler finanziare attraverso i fondi per la ricerca i sindacati ostili alla fratellanza musulmana che sostiene al-Sisi. Dirà di averlo fatto per il bene del suo paese. Scopriamo che i servizi mettono in atto pedinamenti nei confronti di Giulio, che in un’occasione viene anche fotografato, e che vanno a casa sua, fotografano i suoi documenti, parlano con il suo coinquilino, intimandogli di non dire nulla a Giulio, e lui non lo farà. Scopriamo la falsità di un presunto testimone oculare di una lite in cui Giulio sarebbe stato coinvolto. Anche lui dirà di aver mentito per il bene del paese. Scopriamo che i filmati delle telecamere della metropolitana, inizialmente dichiarati non disponibili, sono stati cancellati proprio nei minuti cruciali, quelli in cui è avvenuto il sequestro. Scopriamo che Giulio è stato sequestrato dai servizi di sicurezza egiziani, condotto in un carcere senza alcuna registrazione, interrogato e torturato per giorni. Scopriamo che l’ostruzionismo del governo egiziano vira ben presto in depistaggio, con la grossolana messa in scena di uno scontro a fuoco tra i militari e un gruppo di cinque banditi, raccontati come specializzati in sequestri a fini estorsivi di cittadini stranieri. I cinque banditi muoiono tutti, a casa di uno di loro i militari fanno ritrovare effetti personali di Giulio; tutto ciò accade mentre gli investigatori italiani sono in partenza dal Cairo; tornati immediatamente operativi, svelano agevolmente l’implausibilità della versione egiziana. La storia raccontata è a questo punto anche quella della crisi diplomatica ingenerata da questa plateale mancanza di collaborazione, col richiamo dell’ambasciatore italiano dal Cairo. Ma è anche la storia dell’intreccio di interessi economici che non consentono all’Europa di prendere alcuna posizione netta, che conducono presto l’Italia a tornare miseramente sui suoi passi, ripristinando i rapporti diplomatici con l’Egitto. Del resto, la concessione per lo sfruttamento da parte di Eni del giacimento petrolifero di Zohr è del 2016, e diviene ben presto operativa; la cooperazione energetica è con tutta evidenza più strategica di quella giudiziaria. La storia raccontata è quella di un processo che, nonostante queste difficoltà, riesce a partire, grazie agli elementi raccolti anche dalla difesa della famiglia Regeni: l’avvocata Ballerini parla di molti testimoni anonimi che l’hanno contattata personalmente: alcuni depistaggi, alcune fonti reali e preziose. Di loro, la madre di Giulio dirà: il riscatto di Giulio è anche il loro riscatto. Un tassello alla volta, il cerchio si chiude intorno a quattro alti funzionari dell’esercito egiziano. Gli imputati vengono processati in assenza in quanto irreperibili, poiché ufficialmente mai rintracciati dal governo egiziano; sul punto è intervenuta la Corte costituzionale, sancendo che il processo in questo caso è possibile, trattandosi di crimini contro l’umanità. Il processo è ancora in corso, a seguito della sospensione per un’altra questione di costituzionalità, relativa all’assunzione da parte dello Stato italiano dei costi delle indagini difensive degli imputati assenti. Un passo alla volta, faticosamente, il lavoro corale del fare giustizia va avanti. La storia è quella di una famiglia e della sua difesa che sono riuscite a mantenere accesa l’attenzione, grazie al sostegno cruciale di Amnesty international, della stampa, di molte istituzioni, per settimane e mesi ed anni, chiedendo incessantemente, instancabilmente, verità per Giulio Regeni. La storia è quella di una storia che interessa tutti, che riguarda tutti, e che per questo non è stato possibile archiviare, nonostante i tentativi egiziani di farlo. Interessa chiunque abbia a cuore la libertà scientifica, e chiunque abba a cuore in generale la libertà e la verità. L’avvocata Ballerini riferisce le parole che le ha rivolto un collega egiziano: tu non puoi capire, perché sei nativa democratica. Questo è un regime, e per il regime conta molto poco la vita delle persone. Il regime è paranoico, e nel dubbio agisce di conseguenza. Guardando il documentario, prende forma e cresce la sensazione che Giulio Regeni, nativo democratico, sia stato vittima di un gigantesco malinteso culturale, di due modi così diametralmente opposti di vedere il mondo da non potersi comprendere a vicenda. Giulio è stato drammaticamente frainteso. Se lui avesse compreso in tempo questo, si sarebbe salvato? Non era poi comprendere, quello che cercava di fare col suo lavoro di ricerca? Ma quanto può servire comprendere, quando l’intero sistema in cui viviamo sembra difendere i propri valori con così poca convinzione? La decisione di proiettare il documentario, assunta in questi giorni da oltre 60 sale italiane, è una risposta a questa domanda. Si tratta di una reazione all’esclusione del film dai finanziamenti pubblici erogati dal Ministero della Cultura per le produzioni nazionali, ed in particolare dei contributi selettivi (in percentuale una piccola parte dei contributi pubblici alla cinematografia) destinati a produzioni in cui il valore culturale travalica il comprovato successo di critica, di pubblico o internazionale che costituiscono il criterio per il finanziamento automatico, ed è appunto volto a consentire la realizzazione di opere di autori emergenti, documentaristiche, di animazione. Tutto il male del mondo concorreva nella categoria “film di particolare qualità artistica su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana”. La valutazione della giuria è tecnica, non politica, è vero. È vero pure, tuttavia, che tale valutazione è stata in questo caso particolarmente ingenerosa. Il documentario è composto da immagini di repertorio, l’unico legante narrativo è affidato alle parole e all’intensa espressività di Paola Deffendi, Claudio Regeni ed Alessandra Ballerini; questo non sminuisce però la regia, né la sceneggiatura: al contrario, lavorare su materiale così frammentato e difforme è oggettivamente complesso, e la scrittura di Emanuele Cava e Matteo Billi, così come la regia di Simone Manetti, hanno consentito di sviluppare insieme ed intrecciare i fili delle plurime storie che il documentario racconta. La proiezione del film, l’assunzione di un rischio imprenditoriale diretto, è quindi un gesto di impegno civile. Andare a vederlo lo è altrettanto che scendere in piazza a reggere una candela o un cartello giallo. A questo gesto seguirà quello costituito dall’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà di ricerca”, promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo in collaborazione con la Fondazione Elena Cattaneo, Fandango e Ganesh Produzioni, che porterà per due mesi il documentario nelle università. Ancora una volta, a prescindere dalle scelte dei governi, la società civile dice forte e chiaro che ha a cuore la memoria, la testimonianza, la verità, la libertà. La vera sfida dopo il referendum: ridare voce agli elettori di Angelo Picariello Avvenire, 12 aprile 2026 Il ritorno al voto (dei giovani soprattutto) riporta al centro la partecipazione. Mentre il dibattito sulla legge elettorale e i meccanismi di premio rischiano di comprimere rappresentanza e ruolo del Parlamento, rafforzando l’esecutivo. L’”occasione storica” di riformare la giustizia, lamenta Giorgia Meloni, è stata mancata perché un tema così complesso e delicato è diventato, con il referendum, una contesa tutta politica. In realtà le esperienze pregresse avrebbero dovuto avvertire che ciò era inevitabile, sarebbe quindi servito un accordo ampio in Parlamento che invece non si è nemmeno cercato. Ma il messaggio arrivato da una cospicua fetta di elettorato tornata alle urne (i dati dicono che si è trattato soprattutto di giovani) i suoi effetti li ha già prodotti, a giudicare dal ritorno al centro della scena - come vediamo - delle questioni vitali, con tutto il rispetto per la separazione delle carriere e le funzioni disciplinari dei magistrati, che una politica avveduta e dialogante avrebbe dovuto definire nelle sedi competenti, senza tirare in ballo una popolazione preoccupata in questa fase per temi che mettono a rischio il futuro e creano angoscia soprattutto, per l’appunto, alle giovani generazioni. Segni di un cambio di passo del governo, il primo “no” venuto a Trump sul caso Sigonella e la missione nei Paesi arabi di cui la premier ha riferito ieri in aula. Va detto che invece le opposizioni, con il dibattito piuttosto autoreferenziale scaturito sulle primarie, danno l’idea di non aver ancora colto pienamente la novità. Perché il punto che dovrebbe interrogare tutti, ora, è come consolidare questo inaspettato ritorno alla partecipazione, mentre i segnali che arrivano dal dibattito, o meglio dal dialogo fra sordi, sulla legge elettorale, sembrano andare in tutt’altra direzione. La maggioranza ha depositato una sua proposta e invita le opposizioni a pensarci su, perché - si sostiene, in pratica - un sistema in cui chi vince prende tutto conviene anche a loro. In realtà un assetto del genere conviene solo ai partiti maggiori per alimentare i loro “cerchi magici” ma conviene molto meno ai cittadini elettori, al mondo giovanile, all’associazionismo, che per essere presi in considerazione al momento delle candidature dovranno piegarsi ai vertici attuali dei partiti, poco avvezzi - come si sa - alle regole democratiche interne. La questione, sottovalutata anche da autorevoli studiosi, è che in nome dell’esigenza di garantire stabilità all’esecutivo si finisce per far diventare il Parlamento cinghia di trasmissione di una coalizione, o meglio del leader della coalizione, il cui nome, in base alla proposta attuale, andrebbe depositato prima del voto. Si fa spesso riferimento con superficialità al buon funzionamento dei sistemi di voto adottati per Comuni e Regioni trascurando il fatto che “allineare” le assemblee elettive a sindaci e presidenti di regione è questione meno delicata, non essendoci in ballo il rapporto fra poteri dello Stato, col rischio di rendere uno (il legislativo) succube dell’altro (l’esecutivo). Giova ricordare che le dittature sovente, anche in Italia con la legge Acerbo, sono scaturite non da colpi di Stato, ma da sistemi di voto azzardati e compiacenti. E infatti presenta forti dubbi di costituzionalità un sistema che, come si ipotizza, consenta a una coalizione che detiene appena il 40% dei consensi, di ottenere il 55% dei seggi. Con la conseguenza di mettere nella disponibilità di quella che (tanto più a questi livelli di partecipazione al voto) resta una minoranza ma viene trasformata per legge in maggioranza, anche l’elezione una figura super partes come il capo dello Stato, fondamentale nel sistema istituzionale concepito dai nostri padri costituenti, con un contributo decisivo dei cattolici. Particolarmente azzardata, e anche macchinosa nel nostro sistema bicamerale, è l’ipotesi del ballottaggio, concepita allo scopo di escludere in Italia quel che persino in un sistema marcatamente presidenziale come quello americano è da sempre accettato, che cioè il potere legislativo possa non essere allineato all’esecutivo. È vero che il ballottaggio è in vigore invece in altri sistemi, ma lo è in ragione di un consolidato bipartitismo, che qui invece si vorrebbe imporre per legge, e per legge ordinaria per giunta. Ipotesi peraltro già bocciata dalla Consulta nel 2017 per l’Italicum, indicando motivi di perplessità difficilmente aggirabili. Favorire la stabilità e la governabilità è un’esigenza che si pone, ma non a prezzo di stravolgere criteri di rappresentanza irrinunciabili per un organo chiamato a essere, oltre che legislatore, anche costituente. Ora, se c’è un verdetto chiaro venuto dal referendum, è lo stop ai colpi di mano sulla Costituzione, essendo necessario un ampio accordo in Parlamento. Ma sarebbe allora ben strano se, una volta considerata impraticabile per questa strada la riforma del premierato, si pensasse di introdurla di fatto attraverso legge ordinaria, con un nuovo sistema di voto, ottenendo lo stesso effetto penalizzante per il Parlamento e il Quirinale. Quel che si richiede invece per rilanciare le Camere messe ai margini da una prassi pluridecennale, e per dare una spinta a questa voglia di partecipazione riemersa inaspettatamente, è un ritorno alle preferenze o al sistema dei collegi uninominali, che la proposta attualmente alla base della discussione, intende viceversa cancellare del tutto. Quattro leggi elettorali succedutesi dal 1993 hanno progressivamente precluso al corpo elettorale la possibilità di selezionare la classe dirigente. A parole, ora, tutti si dicono intenzionati a interrompere questo sistema perverso. Ma alla fine è sempre prevalso l’inconfessabile interesse dei leader a selezionare, ognuno in casa propria, i parlamentari, in base a criteri di fedeltà. E difficilmente le cose potranno cambiare, senza una diffusa consapevolezza e un’iniziativa “dal basso”. Migranti. La sindrome della “fortezza Ue” che rischia di lasciare fuori i diritti umani di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 12 aprile 2026 A giugno entrerà in vigore il nuovo Patto, che prevede una nuova visione della gestione dei flussi: il pericolo è che la cosiddetta “difesa delle frontiere” vada a schiacciare la protezione umanitaria. Dopo decenni di tensioni fra le cancellerie degli Stati membri, le politiche migratorie dell’Unione Europea stanno entrando in una nuova fase. Una sliding door, varcata la quale, comunque la si pensi, non sarà semplice tornare indietro. A giugno il Patto su migrazione e asilo - presentato dalla Commissione Europea e approvato da Parlamento e Consiglio nel 2024 - entrerà pienamente in vigore. I dieci fascicoli del pacchetto includono vari regolamenti e una direttiva su una quantità di aspetti: gestione dell’asilo, procedure di frontiera, rimpatri, condizioni di accoglienza, cooperazione con Paesi terzi e sistema informativo Eurodac. L’intervallo d’attesa, nelle intenzioni di Bruxelles, doveva servire ai 27 Stati membri per predisporre i piani di attuazione nazionali. Ma nelle centinaia di pagine del moloch non c’è solo un cambio di passo normativo, quanto una nuova visione della gestione dei flussi migratori. Chi la presenta solo come una riforma “tecnica”, dice una mezza verità. Il timore di molti - enti internazionali in difesa dei diritti umani, organizzazioni non governative, giuristi - è che l’applicazione del Piano finisca per determinare una nuova bussola politica, ridisegnando l’equilibrio tra diritti fondamentali come quelli all’asilo e alla protezione umanitaria e il proclamato perseguimento di una cosiddetta “difesa” delle frontiere europee, coi primi indeboliti a vantaggio del secondo. La sindrome da “Fortress Europe” - Per capire, giova fare un passo indietro. Da trent’anni crisi politiche, conflitti regionali, siccità, carestie e persecuzioni hanno accresciuto i flussi migratori dall’Africa e dall’Asia verso il Vecchio continente. Nel 2023 le domande di asilo nell’Ue hanno superato il milione, il livello più alto dal 2016. E nei due anni seguenti, la tendenza è rimasta tale, per via di una pressione costante lungo le rotte del Mediterraneo, con Italia, Spagna e Grecia fra i Paesi di primo approdo e Germania e Francia più interessate dalle richieste di protezione. A fronte di questo, il numero di rimpatri effettivi di quanti non hanno titolo a ottenere l’asilo non è cresciuto, con un tasso medio di esecuzione dei provvedimenti di espulsione inferiore al 25%. Così, si è fatta strada una narrazione mediatico-politica da stato d’assedio, una sindrome da “Fortezza Europa”, che (nonostante la popolazione complessiva dei Ventisette superi il mezzo miliardo di persone) nella propaganda securitaria riecheggia certi racconti su Roma antica assediata dai barbari. Fra tensioni interne e sovranismi - La Germania, per anni laboratorio dell’integrazione, ha irrigidito le proprie politiche, anche per via delle pressioni legate all’ascesa dell’estrema destra, col cancelliere Friedrich Merz propenso a contrastare i movimenti “secondari” interni e ad aumentare i rimpatri. Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha iniziato a insistere su una “Europa che protegge”. E nello scenario continentale, è cresciuto il peso dei partiti sovranisti, portatori di agende centrate su concetti come sicurezza, identità e controllo. Nel tetris, dal 2022 si è inserita con vigore anche la linea italiana, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni pronta a rivendicare l’urgenza di un cambio di strategia basato su tre cardini: “Fermare le partenze, combattere i trafficanti, aumentare i rimpatri”. Il primo punto si concretizza attraverso la tela di accordi con Paesi del Nordafrica e l’imponente “Piano Mattei” di cooperazione con l’Africa, ben visto anche dall’Ue, che tre mesi fa ha intanto tracciato una nuova strategia quinquennale, fino al 2031, che punta molto sulla collaborazione coi Paesi terzi. Un nuovo setaccio (accogliere o respingere?) Giunta al secondo mandato, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha finito per assecondare quelle pressioni. Così il Patto fissa nuove procedure accelerate alle frontiere, definisce una lista comune di cosiddetti “Paesi sicuri” (i cui cittadini sulla carta non dovrebbero avere diritto all’asilo) e introduce un meccanismo di “solidarietà flessibile” tra Stati membri. Ma genera dubbi il cambio di paradigma, da regole su chi e come accogliere, all’accento sulla necessità di “filtrare” gli arrivi con un setaccio più fitto, che consenta, laddove possibile, di respingere. Nel frattempo, i Paesi dell’Est Europa - dalla Polonia all’Ungheria di Viktor Orbán - continuano a opporsi a qualsiasi obbligo di redistribuzione dei migranti. Il risultato è un compromesso in cui la solidarietà diventa opzionale: chi non accoglie, può contribuire finanziariamente o con mezzi operativi. Pragmatismo della diplomazia, ma che rischia di svuotare il principio stesso di condivisione, insieme a quel concetto di burden sharing che dovrebbe essere fra le pietre angolari della costruzione europea. L’esternalizzazione e il nodo dei diritti - In un tale contesto, l’accordo siglato dall’Italia con l’Albania (che ha previsto la costruzione di centri di trattenimento per migranti sotto giurisdizione italiana ma “esterni al territorio Ue) è diventato un simbolo della new strategy. Un modello esportabile, secondo il Governo Meloni, che conta sulla sponda di una dozzina di Stati Ue. Ma il diritto non può essere accantonato alla bisogna: i trasferimenti di migranti sono stati più volte annullati dai tribunali, dando luogo a ricorsi presso la Corte europea. E le organizzazioni per i diritti umani sono preoccupate. I morti di Cutro e il futuro del sogno europeo - E mentre in Europa si discute, nel Mediterraneo uomini, donne e bambini in fuga da orrori e disperazione continuano ad annegare. L’ondata di commozione collettiva sollevata tre anni fa dai 94 morti nel naufragio a Steccato di Cutro (su cui è in corso un processo per omissione di soccorso), pareva dovesse cambiare qualcosa. Ma non è stato così. E ancora in questi giorni, altre centinaia di migranti hanno perso la vita su una rotta marittima che ha visto 30mila vittime in dieci anni. Ma intanto la narrazione urlata degli sbarchi come “un’invasione”, che fa leva sulle paure nascoste di milioni di europei e dimentica quanto le politiche di integrazione siano una chiave di volta per la crescita dell’Unione, distorce il dibattito pubblico. Ignorando che, per stare al 2025, secondo l’agenzia europea Frontex, gli arrivi via mare in Europa sono stati circa 178mila, un secco 26% in meno dell’anno prima, a fronte però di tremila vittime. Perciò forse, mentre ci si giova del calo delle partenze, un irrobustimento dei meccanismi di ricerca e soccorso - talora lasciati alla sola intraprendenza delle organizzazioni non governative, spesso osteggiate - andrebbe considerato. Il nodo da sciogliere, dunque, non è se occorrano riforme, ma in quale direzione debbano andare. Perché le domande di fondo restano: il Piano metterà davvero in condizione l’Europa di difendere i propri confini senza indebolire i propri valori? E quale Unione uscirà da questa trasformazione? Un’Ue capace di governare i flussi senza rinunciare ai principi, o un’illusoria fortezza che sposta sempre più lontano il confine dei diritti? Le onde del Mediterraneo, che continuano a depositare cadaveri sulle nostre spiagge, ci ricordano purtroppo che non si tratta di interrogativi astratti. Quel mare in burrasca, o i sentieri innevati della rotta balcanica e le foreste alla frontiera Est, sono luoghi in cui le scelte politiche prese a Bruxelles concorrono a determinare conseguenze concrete. A fissare un prezzo crudele che, ancora oggi, si misura in vite umane. Le agenzie umanitarie hanno ancora un futuro? di Edoardo Albinati Corriere della Sera, 12 aprile 2026 L’Alto Commissario Onu per i rifugiati, al termine del suo secondo mandato, traccia un bilancio delle tante emergenze che attraversano il mondo. “Le regole delle Nazioni Unite vanno riviste: perché il sistema tenga, servono maggiori rinunce a una parte di sovranità, il che non mi sembra oggi nelle corde dei singoli stati”. Dialogo con uno scrittore, cinque anni dopo il primo faccia a faccia. Filippo Grandi ha da poco terminato il suo secondo quinquennio come Alto commissario Onu per i rifugiati. Alla fine del suo primo mandato, nel gennaio del 2021, lo avevamo intervistato per il Corriere: sarebbe dovuto restare altri due anni e mezzo soltanto, ma le continue crisi hanno fatto sì che egli fosse in qualche modo obbligato a restare e a completare anche il secondo mandato con l’Unhcr. Gennaio 2021-Dicembre 2025: forse un giorno nei libri di storia verrà ricordato come un periodo di eventi clamorosi, imprevedibili… “Al termine dei primi cinque anni, avevo effettivamente pensato di rimanere ancora mezzo mandato. Ma c’era il Covid, e molte nostre attività avevamo dovuto rallentarle… E poi le crisi più grandi sono arrivate proprio durante il secondo mandato! Perché se tu sommi appunto il Covid, la guerra in Ucraina, la guerra in Etiopia, che era iniziata prima ma è stata seguita da tutta una serie di emergenze, quindi l’Afghanistan nel 2021”. Col ritorno al potere dei talebani dopo vent’anni… “E subito appresso l’Ucraina. Lì la guerra in realtà era cominciata nel 2014 ma la grande invasione con tutto quello che ne è seguito ha avuto inizio nel febbraio del ‘22, e l’anno dopo è scoppiata la guerra in Sudan, un’emergenza enorme di cui si parla troppo poco, quindi Gaza, e adesso abbiamo l’Iran, insomma quasi a scadenza annuale una grande crisi, tante altre meno gravi, più tutte le vecchie che non si sono risolte. Quindi per completare la decisione di Trump di tagliare tutti i fondi umanitari, il che ha avuto un impatto abbastanza catastrofico anche sulla mia organizzazione. Insomma, se si parte dal Covid e si arriva alle tasche vuote, passando per tutte queste crisi, sono stati cinque anni drammatici”. E dove lo mettiamo il Venezuela? “In realtà l’esodo dal Venezuela era cominciato prima, con numeri impressionanti, otto milioni di persone, e lo stesso si può dire del Congo, o della fuga dei Rohingya in Bangladesh… Ma vorrei ricordare anche un evento positivo, cioè il rientro degli ivoriani in Costa d’Avorio, nel 2021. Su 300 o 350mila ivoriani, sono tornati quasi tutti”. Non si considera infatti che il problema non sono solo quelli che lasciano un paese ma anche chi vi fa ritorno e lo trova distrutto. È quel che accade oggi in Siria. Perché, quando uno ritorna, cos’è che trova? “Molto spesso le persone tornano in paesi ancora fragilissimi, l’investimento consiste nel farli reintegrare nella loro società. In Siria il regime è imploso all’improvviso, quando io ho lasciato l’incarico due mesi fa già più di un milione di persone era tornata dall’estero, più tutti gli sfollati all’interno del paese, quindi circa tre milioni di persone che tornavano a casa, per modo di dire, dato che trovavano quasi solo macerie. Il regime di Assad era crollato l’8 dicembre del 2024, io sono andato poche settimane dopo, ad Aleppo, e ho incontrato un gruppo di donne siriane tornate perlopiù dalla Turchia, una trentina. Tu chiedi: “Di cos’è che avete più bisogno?”, loro si sono consultate e una portavoce ha detto “L’elettricità”. E perché, questo? Una ha detto che il figlio deve studiare e senza elettricità a casa non può fare i compiti, un’altra in Turchia gestiva una bancarella di roba da mangiare, al mercato, “sono bravissima,” ha detto con orgoglio, “ma senza elettricità come posso cuocere il cibo?”, mentre un’altra raccontava di essersi abituata in Turchia a uscire di casa senza paura, “e come faccio se qui ora non c’è la luce per strada?”. Sono cose abbastanza ovvie ma questo è il nostro lavoro, provare a soddisfare in modo efficace bisogni primari. Quindi abbiamo contribuito a promuovere la ricostruzione della rete elettrica con i fondi forniti dai paesi del Golfo e da altri donatori tra cui l’Italia. Il mio principale argomento dopo la caduta di Assad era però che l’Europa in particolare e anche i paesi Arabi erano troppo lenti, insomma, avete una circostanza eccezionale, un paese che è stato nemico, che ha prodotto milioni di rifugiati, e di colpo la situazione si rigira, sbrigatevi, se non si fa in fretta a restaurare condizioni minime di vita, il caos ricomincerà daccapo”. In effetti il grosso delle persone costrette a lasciare le loro case non fugge all’estero ma rimane nel suo paese: sono i cosidetti IDP’s, nel gergo umanitario, Internal Displaced People, gli sfollati… “Adesso in Ucraina è così: all’inizio quasi tutti sono scappati all’estero perché pensavano che i russi avrebbero occupato il paese, e invece poi i russi sono stati arginati, ma quelli che restano soprattutto nelle zone vicino al fronte continuano ad avere le case distrutte, l’energia tolta, eccetera. Gli sfollati in Ucraina sono tantissimi”. L’esempio forse più clamoroso, perché lì non potevano proprio andare altrove, è a Gaza... “Lì direi che è un caso ancora più drammatico, perché a Gaza non c’era alternativa, se non sfollarsi all’interno della striscia. E poi era un dilemma irresolubile. Perché se fossero andati in Egitto si sarebbe realizzato il piano di quelli che volevano svuotare la striscia, capito? Gli egiziani hanno tenuto chiusa la frontiera, anche per non diventare complici di una pulizia etnica. Sono stati tirati fuori da Gaza malati, feriti, bambini, studenti. Ma è stata, anche da questo punto di vista, una situazione piena di dilemmi insostenibili”. Secondo te, perché alcune crisi, come quella di Gaza, o prima l’Ucraina, hanno monopolizzato l’opinione pubblica, mentre altre vengono totalmente ignorate? “Perché l’Ucraina è Europa”. Insomma la comunicazione si fa qui e questo implica già una diseguaglianza... “Eppoi era una potenza mondiale che aveva invaso un’altra nazione. E qualsiasi cosa vogliamo pensare del conflitto Israele-Gaza, è al centro della coscienza del mondo quel conflitto. Non so se questo derivi dalla natura stessa della regione, la Terra Santa. Storicamente è piantata nel centro della nostra coscienza. Inoltre, la quantità di attenzione dell’opinione pubblica è limitata, quindi se un tot viene dedicato all’Ucraina o a Gaza ne resta poca per il Sudan, cioè una guerra lontana, e molto complicata”. Sì, per esempio, se provi a capire cosa sta succedendo in Yemen, le forze in campo sono talmente tante che uno non si raccapezza. “In Sudan è una guerra pazzesca, fa più danno quella in Sudan che tutte le altre messe insieme, eppure è stata per noi una battaglia cercare di attirare l’attenzione su quel paese. Insomma, tutte le guerre sono terribili, sono tutte uguali da quel punto di vista, però... Se l’Ucraina fosse stata invasa poniamo dalla Romania sarebbe altrettanto grave, però il fatto che la Russia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, abbia creato questo precedente rimette in discussione la validità dell’intero sistema di controllo dei conflitti che è stato creato nel Dopoguerra con i vincitori della Seconda guerra mondiale. Capisci cosa voglio dire? Lo stesso principio vale per Israele e Hamas, no? Hamas ha commesso dei crimini abominevoli, però, se Hamas è un movimento, diciamo, terrorista, quell’altra è un’entità statuale democratica. Questo è anche il senso delle pressioni che si fanno su Israele”. Le Nazioni Unite sembrano in piena crisi di credibilità... “È un sistema creato nel 1945, basato su regole che ovviamente non funzionano più, è chiaro che bisogna rivederle. Però io non butterei via l’ONU col suo funzionamento, rivedrei piuttosto il funzionamento, per esempio allargando il Consiglio di Sicurezza, eliminando il diritto di veto, e così via. Ma per far sì che questo sistema serva a garantire stabilità e a trovare un punto di dialogo, ci vogliono maggiori rinunce a una parte di sovranità, il che non mi sembra oggi sia nelle corde dei singoli stati”. Già. È il problema anche dell’Europa… “Ma se non si fa questo ragionamento, per così dire, anti-sovranista, è difficile salvare il concetto stesso di Nazioni Unite. Poi, intendiamoci, le Nazioni Unite hanno tanti pezzi che ancora funzionano, e l’UNHCR è uno di quelli, le agenzie che fanno lavoro pratico lo fanno ancora. È chiaro che però se il sistema poco a poco viene soffocato, anche le agenzie alla fine saranno travolte, quindi è importante pensarci anche perché cosa abbiamo come alternativa? Il rischio è di tornare al 1939”. A proposito della guerra all’Ucraina, dimmi onestamente, era qualcosa che tu prevedevi potesse accadere? Come profeta io sono senz’altro scarso, ma ero uno di quelli che diceva: figurati se può esserci un’invasione in Europa, è impossibile! E invece poi è accaduto. Che livello di preparazione avevate? “Fino al 24 febbraio 2022, credo che la maggioranza delle persone la pensasse come te, un’invasione sembrava impensabile. Ma nelle ultime settimane l’intelligence degli stati occidentali, soprattutto americani e inglesi, avvertivano che le tensioni stavano aumentando. Abbiamo avuto un po’ di difficoltà a convincere gli stati a prepararsi. Succede spesso, gli stati sono riluttanti, perché non vogliono dare per scontato e in un certo senso facilitare quello che poi sarà il fatto compiuto. Ricordo, forse una decina di giorni prima dell’invasione, di aver chiesto ai miei colleghi che si occupavano di Ucraina: quali sono gli scenari possibili? E loro hanno proiettato le carte sulla parete. Tutte le possibilità, fino a quella peggiore”. Worst-case scenario… “Esatto. Hanno mostrato come ultima l’ipotesi di un’onda enorme di rifugiati che si rovesciava in Europa e abbiamo deciso di prepararci anche a una tale eventualità, ed è proprio quello che è successo. Anzi è stato persino peggio dell’ipotesi peggiore. Tutto nel giro di quattro o cinque giorni, mai visto un esodo come quello, in Polonia, in Moldavia, le colonne infinite di macchine, di persone, di animali… Sul serio un esodo biblico”. Prendi con le molle la considerazione che mi appresto a fare, ma ce ne sono ormai troppi indizi: e cioè che a mio avviso quasi tutti gli eventi politico-militari degli ultimi anni soffrono di una totale assenza di logica e di strategia. Fino a farmi addirittura immaginare che in chi comincia una guerra più che un impulso, diciamo così, omicida, prevalga piuttosto un impulso suicida, masochistico. Porto l’esempio di Hamas col 7 ottobre, ma anche di Israele con la sua campagna di rappresaglia, che gli ha alienato mezzo mondo, senza raggiungere davvero il suo obiettivo. O penso ai russi, al sacrificio umano mostruoso, e per ottenere cosa? E la guerra con l’Iran, aspettiamo di vedere come va, ma potrebbe trattarsi di un altro di questi casi. Sembra che queste gravi decisioni vengano prese con un lancio di dadi… “Io direi due cose. Una che stiamo superando la riluttanza a fare la guerra. Noi siamo cresciuti in un mondo che era abbastanza prudente, soprattutto dalle nostre parti, c’era la guerra fredda, quindi era molto angoscioso immaginarsene una calda, il che serviva a tenere a bada gli istinti bellicosi. Adesso è come se fosse scattata una molla dentro liberando quegli istinti, e si può dire senza problemi dai, andiamo in guerra! E poi quello che è ancora più grave, non posso essere più d’accordo con te, è la mancanza di strategia. Clausewitz diceva che la guerra è l’estensione della politica con altri mezzi”. Ma qui dove sarebbe la politica? Forse è proprio la politica che è venuta a mancare. “Appunto. Quasi rovesciando lo schema classico, la politica finisce per diventare un’appendice della guerra, una continuazione della guerra con altri mezzi. Il che contribuisce ad aumentare il senso d’angoscia”. Però la mia domanda riguardava piuttosto il tuo lavoro. Per poter approntare contromisure alle emergenze, bisognerebbe ragionare secondo una logica e invece... Quando fai delle proiezioni saranno probabilmente sbagliate poiché la logica razionale che tu hai adoperato non sarà affatto quella che determina gli eventi... “Forse hai ragione. Ma il lavoro che ho fatto io è raccattare i pezzi delle decisioni altrui. Questo è appunto il lavoro umanitario. Sono altri a prendere decisioni politiche, militari, eccetera, e nell’eventualità che ci sia un costo umano, gli umanitari devono affrontarlo comunque. Non sarà molto poetico dirlo, ma bisogna capire che anche in questo sta l’expertise tecnica degli umanitari, e io gliel’ho spiegato agli americani, nei pochi contatti che ho avuto l’anno scorso”. Per “americani” intendi…? “L’amministrazione Trump. Io all’amministrazione rimprovero appunto questo, di aver smantellato la loro macchina degli aiuti. Continuano a dire di volere la pace. Ma non è sufficiente un atto di imperio politico: se convochi a Washington i capi di due paesi in guerra, ad esempio l’Armenia e l’Azerbaijan, e fai pressioni perché firmino, loro certo firmano, ma dopo? La pace è un’operazione di enorme competenza tecnica, e diplomatica, come farla, come arrivarci, ma una volta che l’hai ottenuta devi ancora costruirla, il che comporta pazienti negoziati, aiuti, investimenti. Mettiamo che cada il regime degli ayatollah in Iran, e che sarà sul serio Trump a scegliere la nuova guida del paese… Be’, non basta mica, soprattutto in un paese con cento milioni di abitanti, non è come comprare un pezzo di terra per costruirci un grattacielo! E la pace, dato che oggi si parla così tanto di pace, la pace è anche questo. Gli studenti mi chiedono sempre: ma tu sei d’accordo che noi andiamo in piazza? E io gli rispondo: d’accordissimo, fatelo! Però sappiate che non è sufficiente, una volta che la si è proclamata, magari anche ottenuta, quella pace va costruita. Io l’ho vissuto in Afghanistan, e in tanti altri posti, ed è lì che siamo deboli. Se non costruisci bene la pace ricomincerà la guerra, proprio come in Afghanistan”. Qualche anno fa feci una ricerca nei dizionari e nei manuali di politica e di storia, su quale fosse la definizione di pace. Be’, ho scoperto che non esiste, la pace è solo quando non c’è la guerra, è l’intervallo tra una guerra e l’altra, si riesce a descriverla solo in negativo. E allora ti chiedo, come mai questa rinuncia radicale, non solo per una questione strettamente economica, al cosiddetto soft power? Un tempo gli americani ci puntavano parecchio, tenevano a presentarsi al mondo come un modello positivo, basato su valori, su ideali, eccetera. Forse era un’immagine ipocrita, di facciata, ma come mai è stata completamente abbandonata? “All’America quel ruolo costruttivo non interessa più, interessa la pace nel senso dell’assenza di guerra, perché è prestigioso, perché questo è il messaggio che Trump vuole far passare, io sono un uomo di pace! Datemi il Nobel! Ma un vero uomo di pace va al di là della firma del trattato. Trovo molto interessante quello che ha detto a Davos il primo ministro canadese”. Carney? Be’, stavo per impararmelo a memoria…! “Bisogna un po’ scavare in quel discorso, lui ha messo il dito sulla questione, ha fatto una riflessione su tutti noi, su tutto l’Occidente direi. Era un sistema di valori, democrazia, libertà, prosperità, tutto quello che sappiamo. Ma era molto imperfetto, tant’è vero che oggi ci sono pochi che si ergono a difenderlo, no? Anzi, sembrano andare tutti nella direzione opposta. Dunque, perché quel sistema non ha prevalso alla fine? Perché malgrado le sue pretese universali era molto parziale. Non vorrei sembrare negativo, visto le cose buone che ha comunque prodotto, ma in un certo senso quel sistema era la continuazione del colonialismo in altre forme. Quindi, dice Carney, quell’ordine dobbiamo rivederlo da capo a fondo. Abbiamo bisogno, aggiungo io, ad esempio, che i paesi africani abbiano più voce in capitolo nelle decisioni che si prendono. E da qui torniamo al problema del Consiglio di Sicurezza ONU, che va ampliato, al diritto di veto, che va abolito, per rendere insomma quell’organismo più collegiale che nel 1945. Ecco perché il discorso di Carney è importante, non solo per ribadire i soliti valori. Che ordine mondiale vogliamo? ha chiesto Carney”. Un ordine più equo? “Sì, più equo. Mi rendo conto che è come predicare nel deserto, perché stiamo andando nella direzione opposta adesso. La diplomazia delle cannoniere, siamo tornati al 1910 o quasi”. Sarà anche vero, come dici tu, che oggi è venuto meno il freno inibitore contro la guerra, e che governa solo la legge del più forte… Ma perché, mi chiedo, prima chi è che governava? La legge del più forte ha sempre regolato i rapporti tra gli stati. Non mi sembra dunque una scoperta degli ultimi anni… “Credo che poche categorie professionali al mondo possano essere d’accordo con te più degli umanitari, che le conseguenze della ferocia e della violenza le incontrano ogni giorno. Ma proprio perché l’uomo aggredisce, si sono stabiliti dei sistemi per cercare, non dico di cancellarla, ma almeno contenerla, questa aggressività. Era lo sforzo fatto negli anni Quaranta e Cinquanta, no?”. Scusa, Filippo, ricordo una volta, proprio in Afghanistan, eravamo in cinque in macchina, sai queste lunghe missioni intorno a Kabul, e viene fuori la domanda se l’uomo sia buono o cattivo: be’, io ero l’unico ad avere dei dubbi, gli altri tutti a dire che no, era buono. Intanto passavamo tra le macerie e le distruzioni di trent’anni di guerra, e io dicevo, scusate, ma allora, chi li ha combinati questi disastri? Dove sarebbe tutta questa bontà? “Io proprio non so se l’uomo sia buono o cattivo, forse è entrambe le cose. Diciamo che la cattiveria ha un impatto più vistoso che la bontà. In realtà siamo usciti dalla guerra fredda negli anni ‘90 senza essere preparati a quello che sarebbe venuto dopo. E cioè un mondo multipolare. Anche lì perché non era prevedibile che venisse giù tutto così rapidamente”. Forse si ricorre alla guerra proprio perché la politica si è degradata a un livello primario. Ci sono governi che sembrano davvero formati da dilettanti allo sbaraglio... “Sì, forse sarebbe necessario spiegare e conoscere meglio la complessità, soprattutto in un’epoca di comunicazione basica come la nostra. E non solo per contrastare il populismo. Ma non è sufficiente credere che noi siamo i buoni fra gli uomini cattivi, sono i buoni che devono capire la cattiveria e gestirla. Sai quante volte mi si rimprovera per esempio, “ma tu che predichi tutte queste belle cose, ti abbiamo visto cinque anni fa stringere la mano a Assad!”. E beh, che dovevo fare? Bisognava aiutare i siriani, quindi, o stringevo la mano a Assad o i siriani non potevamo aiutarli sul posto! È questa è la realpolitik degli umanitari, questo è il metodo, questa è la fatica di fare le cose buone, non so se mi spiego. Più che mai penso che sia importante dirlo, non solo a chi, come i populisti, semplifica tutto, tanto loro non ascoltano, ma per chi invece vuole fare la cosa giusta e semplifica anche in quel senso”. Quali sono stati i momenti in cui hai visto plasticamente raffigurato il tuo lavoro, il senso del tuo lavoro? In senso positivo, intendo. “Hai presente quando Trump ha dichiarato di aver terminato otto guerre? Be’ una era quella fra il Congo e il Rwanda. C’erano al tavolo il governo congolese, il governo ruandese e poi i ribelli appoggiati dal Rwanda, sono stati prodotti due documenti, un piano di pace fra Rwanda e Congo e uno fra Congo e i ribelli, e in entrambi hanno inserito l’UNHCR come agente di costruzione della pace, e sai perché? Perché in quella regione la questione dei rifugiati e degli sfollati è essenziale per la stabilità, dato che tutte le parti in causa usano le popolazioni per creare squilibri etnici, quasi come arma, insomma. Per cui sono partito per Kinshasa e per Goma. Chiaro che quando arrivi lì, capisci che quel bagaglio di decenni di guerra è difficile disfarlo non avendo più le risorse e le strutture necessarie, per cui avrebbe fatto molto comodo il contributo di USAID…”. Cioè l’agenzia di aiuti umanitari che lo stesso Trump ha praticamente chiuso! “Appunto. E siamo daccapo. Ma voglio portarti un altro esempio in positivo. A capo del governo colombiano precedente a questo c’era Ivan Duque. Era un governo di destra, molto conservatore. Duque ha avuto una grande intuizione, secondo me. C’era questo enorme flusso di rifugiati dal Venezuela, qualcosa come due milioni o due milioni e mezzo di persone. Be’, lui è andato davanti alla sua opinione pubblica e invece di dire quello che tutti si aspettavano, e cioè che se ne restino a casa loro, chiudiamo la frontiera! ha detto, no, un momento, ragioniamo. Facciamo una legge per cui gli concediamo una protezione temporanea per dieci anni. Grazie alla quale hanno accesso libero a istruzione, sanità e lavoro, cioè le tre cose principali. Ha ragionato su basi pragmatiche, cari colombiani, adesso vi sembra che sia un fardello in più per noi, invece questo contribuirà all’economia, alla stabilità della nostra società. C’è riuscito pienamente? Non lo so, però certo è stato un passo molto importante”. Altri leader che sono stati motivo di ispirazione per te? “Uno per tutti, Mohamed Yunus, il premio Nobel, l’inventore del microcredito. Quando nell’estate del ‘24 in Bangladesh hanno cacciato la prima ministra, Sheikh Hasina, dopo che aveva represso nel sangue il movimento studentesco, è stato messo al suo posto Yunus, un signore di più di 80 anni, un economista, un filantropo... Un grande, Yunus, anche perché aveva ereditato la questione quasi ingestibile del milione di rifugiati Rohingya dal Myanmar. Il dilemma per lui era forte, vedere queste centinaia di migliaia di giovani rifugiati, isolati nei campi, privi di opportunità, e pericolosamente esposti all’influenza di quelli che li vogliono strumentalizzare ideologicamente, col terrorismo, la radicalizzazione eccetera. Quindi dobbiamo trovare delle soluzioni, diceva Yunus. Abbiamo sperimentato con lui tante formule. Ecco, sì, Mohamed Yunus, un uomo puro al potere, a 85 anni in un paese certo non semplice, 200 milioni di abitanti e tensioni politiche pazzesche, che cerca di rimanere fedele ai propri ideali dovendo poi accettare i compromessi che si fanno quando si è al potere. Il suo è davvero un bell’esempio”. Dunque, ve ne sono, di casi positivi… “Nel dicembre scorso, poco prima di concludere il mio mandato, ho deciso di andare in Sudan, dove, trentenne, avevo cominciato a lavorare per le Nazioni Unite. Volevo aprire e chiudere nello stesso posto. Ed è stato un viaggio drammatico, le città devastate dalla guerra, donne e bambine stuprate e uccise, ragazzi sottratti alle famiglie per essere arruolati di forza… Un catalogo di orrori. In un articolo di giornale che commentava quella visita mi hanno definito, con ironia, “l’ultimo umanitario”. Un messaggio chiaro: senza soldi, senza potere, senza reale influenza, il nostro era un lavoro senza futuro… Basta, gettate la spugna, non resta che la brutalità della guerra. E senz’altro, se ci guardiamo intorno, la violenza, la glorificazione del sopruso, il diritto internazionale tenuto in spregio ovunque, da Mosca a Washington… Quella domanda me la pongo anch’io: ha ancora senso fare quello che ho fatto tutta la vita? Ma sono proprio le persone per cui ho lavorato per più di quarant’anni che mi suggeriscono la risposta: i rifugiati, che devono far fronte alla scelta di restare (e rischiare la vita) o fuggire (e rischiarla, in altro modo, lasciandosi dietro tutto quello che gli è caro). Pensando a chi ha avuto il coraggio, spesso eroico, di prendere quella decisione, come posso io, che non sono mai stato costretto a fare la stessa scelta, gettare la spugna?”. Non solo l’assenza di conflitti: la guerra sta cambiando l’identità della pace di Enzo Risso Il Domani, 12 aprile 2026 Complessivamente il 76 per cento del Paese è orientato a una visione costruttiva della pace e va oltre il silenzio delle armi (24 per cento). Per l’89 per cento del paese l’uso della forza da parte delle superpotenze è il vero problema, non la soluzione. I conflitti in corso, dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran al Libano, alimentano un senso di indignazione per le vittime civili, per delle guerre che vedono potenti eserciti scatenati contro la popolazione inerme. Non c’è più neanche la foglia di fico delle vittime collaterali. In tutti i conflitti si bombardano impunemente case, palazzi, ospedali, scuole ecc. Le vittime, i bombardamenti distruttivi alimentano, nel 44 per cento del paese, una profonda contrarietà al conflitto e, nel 33 per cento, alimentano i dubbi sulla legittimità degli attacchi. Non solo. Il 74 per cento del paese, a causa delle guerre in corso, prova un senso di paura o ansia per il futuro, che influisce sulla vita quotidiana e sulle scelte. Secondo i dati dell’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e Ipsos, le principali paure che albergano nella società italiana sono il rischio di una Terza guerra mondiale (45); le conseguenze economiche di medio e lungo periodo (33); il timore che qualcuno usi le armi nucleari (11) e l’accrescersi dell’instabilità sociale alle porte dell’Europa (8). La pace come libertà dalla paura, non si può circoscrivere a interesse nazionale Visione diversa I conflitti in Medio Oriente, in più, alimentano le preoccupazioni per una recrudescenza di terrorismo e attentati (83). Dopo decenni di pace apparente il ritorno della guerra (e in modo così sfacciato, violento e arrogante) muta la stessa visione della pace. Da elemento che si qualifica per negazione (l’assenza di guerra, violenza o conflitto armato), diviene sempre più un atto positivo e costruttivo, uno stato di armonia, giustizia sociale, prosperità e benessere integrale. Una dimensione che include il rispetto dei diritti umani, l’equità nella distribuzione delle risorse, la concordia relazionale e l’integrazione tra popoli. Per il 34 per cento degli italiani la pace è convivenza pacifica tra le comunità; per il 18 per cento è verità e giustizia contro i crimini commessi ai danni delle popolazioni civili; per il 15 per cento è lo stop assoluto alle vittime civili e per il 9 per cento vuol dire anche ricostruzione dei territori distrutti. Complessivamente il 76 per cento del paese è orientato a una visione costruttiva della pace e va oltre il silenzio delle armi (24). Il percorso per arrivare alla pace è vissuto come un processo complesso, dolente, ma indispensabile, che si articola sia nella definizione di un compromesso in cui entrambi cedono qualcosa (31); sia nel sostenere un cambiamento della cultura, aiutando le nuove generazioni a superare l’odio (30 per cento). In pochissimi credono nella possibilità che una delle due parti vinca militarmente (5) e altrettanto pochi sono quelli che confidano nella capacità delle grandi potenze di gestire un accordo con la forza o con le sanzioni (12). Bassa è, infine, la fiducia nelle capacità dell’Onu (22). L’omelia di Pasqua di papa Leone XIV: “Anche in mezzo all’oscurità può nascere qualcosa di buono”. Poi l’appello per la pace Guerra inutile Al fondo la maggioranza dell’opinione pubblica non crede che la guerra sia, a volte, necessaria per ottenere la pace (65) e per l’89 per cento del paese l’uso della forza da parte delle superpotenze è il vero problema, non la soluzione. La pace, per gli italiani, cessa di essere un mero stato di tregua bensì è diventata un ecosistema di relazioni giuste. Non è più definita per negazione (l’assenza di conflitti), ma per qualità positive: armonia, equità distributiva, integrazione tra popoli e riparazione delle vittime. Questa visione della pace si configura come un processo costruttivo. Esige verità storica e giustizia riparativa, perché senza memoria dei crimini non esiste convivenza duratura. È una pace che si incarna nei corpi e negli spazi: stop alle vittime civili, ricostruzione di territori, ospedali e scuole. Rifiuta l’illusione della guerra necessaria e la forza delle superpotenze, ambendo a un neo-multilateralismo diplomatico. In questa visione, la pace non è un orizzonte lontano, ma una pratica quotidiana di limite e cura: il silenzio delle armi è solo l’inizio, il vero lavoro è disinnescare l’odio. La pace è un atto di responsabilità collettiva che non si subisce ma si costruisce come unica strategia di crescita civile, umana, democratica e… anche economica. Riccardi: “Se crolla il Libano rischiamo una guerra senza fine” di Giacomo Galeazzi La Stampa, 12 aprile 2026 Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio: “I regimi non si abbattono con le bombe”. “La guerra ha finito per trasformare l’Iran da oppressiva teocrazia khomeinista in regime repressivo e affaristico. Le alleanze sono diventate minuetti in cui si cambia continuamente partner e nessuno è più in grado di garantire la sicurezza internazionale”, dice Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, promotore dei corridoi umanitari dall’Africa e dal Medio Oriente, già ministro per la Cooperazione internazionale e mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d’Avorio. “La terza guerra mondiale a pezzi sta diventando un’unica guerra globale che mette in pericolo la sopravvivenza dell’umanità”. Chi ostacola ora la pace? “Leone XIV si rivolge ai popoli e a chi li rappresenta. Si appella ai suoi connazionali affinché facciano pressione sul Congresso per frenare l’inaccettabile escalation bellica di Donald Trump. Il pericolo del crollo del Libano è una catastrofe per il Medio Oriente. Il Libano è più grande del Libano come messaggio e la sua distruzione sarebbe un disastro irrecuperabile anche per Israele. Se il Libano crolla diventa impossibile la convivenza nell’intera area. Fare un deserto di altri attorno allo Stato ebraico cancella ogni equilibrio geopolitico e condanna tutti a una guerra senza fine”. Che ne sarà del Libano? “La caduta del Libano sarebbe una sentenza gravissima per il mondo e infatti anche la nuova leadership siriana è subito volata in Germania ed è in contatto costante con Macron. Non c’è stabilità senza le minoranze. Anche i leader musulmani sanno che senza le minoranze saranno trascinati nel fondamentalismo. Serve una grande conferenza per salvare il Libano: con i Paesi del Medio Oriente e le 5 potenze con diritto di veto al consiglio di sicurezza dell’Onu. Una strategia unica di pace dal Golfo a Gaza che abbracci l’Iran e tenga conto della Turchia”. Come si evita l’escalation? “Quello libanese è un dramma di lungo periodo. Ricordo Beirut nel 1982, i campi palestinesi di Sabra e Shatila rasi al suolo dagli attacchi delle falangi sotto lo sguardo dell’esercito israeliano. Ho visto il centro della capitale distrutto e nella cattedrale raccolsi un pezzo dell’iconostasi in frantumi e lo consegnai ai melchiti. Questa immagine di distruzione mi accompagna da allora ma il popolo libanese ha sempre saputo rinascere dalle sue ceneri. Il Libano ha oggi un presidente che ha avuto il coraggio delle proprie responsabilità e che si trova a fare i conti con il gravoso problema del disarmo di Hezbollah”. La situazione peggiorerà? “È un Paese che ha recuperato coscienza e unità. Il Libano come nazione è un segno di come vivere insieme. Sono riusciti finora a convivere nonostante il mezzo milione di palestinesi che dal 1948 sono lì in una situazione irrisolta. C’è poi un milione di siriani in un Paese con meno di sei milioni di abitanti e oggi con i bombardamenti israeliani i libanesi sono profughi nel loro stesso Paese. Sfollati da Nord a Sud. Bisogna difendere il Libano, se crolla significa che non si può più vivere insieme in Medio Oriente tra cristiani e musulmani, sciiti e sunniti, curdi e iraniani, drusi e siriani”. Ma Israele la vuole la pace? “Hezbollah ha fatto parte dell’arco sciita con i suoi tiri mortali su Israele che non ha nulla da guadagnare dalla distruzione del Libano a meno che non voglia il deserto attorno a sé. L’equilibrio raggiunto in Libano non può polverizzarsi. Gran parte degli sciiti, i sunniti e i cristiani difendono insieme l’identità libanese. In questa età della forza il Libano non ha forza militare ma se si perde il Libano è una sentenza grave sul Medio Oriente”. Quanto incide oggi la Siria? “Il nuovo leader siriano Ahmed al-Sharaa è stato in Germania e ha parlato con il presidente francese Emanuel Macron. Anche la Siria come il Libano è un Paese mosaico in cui c’è da rispettare lo spazio delle minoranze, è uno Stato da costruire. Anche in quest’ottica il Libano è fondamentale. Ossia non una grande Siria che si mangia il Libano come aveva sognato in alcune fasi Assad ma una vera stabilità della convivenza nell’area”. Trump è una minaccia? “Molto sta cambiando e abbiamo bisogno di una sicurezza che nessuno Stato da solo è più in grado di assicurare. I pezzi della terza guerra mondiale si stanno mettendo insieme. La vera civiltà è la scelta di vivere insieme e ciò vale per l’intero Medio Oriente. Vivere con le minoranze è una forma di democrazia. Per la sicurezza del Libano serve una conferenza internazionale con tutti i soggetti coinvolti”. Quanto incide papa Leone? “Il Pontefice è stato testimone con il suo primo viaggio di un Libano che risorge. Lancia appelli al mondo ma è anche solo. Interpreta il sentire profondo di chi è colpito dalla guerra ma anche delle opinioni pubbliche europee che assistono interdette a guerre che sembrano rapide ma si eternizzano. A cosa è servito alla Russia il conflitto in Ucraina? A nulla. I bombardamenti in Iran non distruggono il regime ma vite umane. Le guerre oggi non si vincono. L’Afghanistan insegna. Bisogna mettere insieme, negoziare senza condizioni. Le condizioni si pongono nel negoziato per passare dall’età della forza all’età del dialogo. Un pianeta così percosso dai conflitti scoppia”. Cioè una guerra senza fine? “Il mondo soffoca senza il dialogo, per la tracotanza dei grandi poteri. Durante la Guerra fredda c’erano canali di dialogo e ci si parlava riservatamente. Oggi i conflitti sono commentati come il calcio. Tutto è pubblico ed enfatizzato: le parole fanno parte della guerra. Serve la lingua del dialogo. Siamo condannati a vivere insieme, l’altro non si può distruggere”.