Due storie di violenza nelle carceri. Due criteri diversi di valutazione di Patrizio Gonnella Il Manifesto, 11 aprile 2026 Due storie di violenza nei confronti di detenuti, due decisioni che vanno in direzione opposta. La Cassazione ha annullato la sentenza nei confronti di dieci agenti di Polizia penitenziaria condannati con rito abbreviato per concorso in tortura per fatti accaduti nel carcere di San Gimignano nel lontano 2018. Il Consiglio superiore della magistratura ha sanzionato disciplinarmente due pubblici ministeri della Procura di Viterbo per non aver dato seguito all’esposto del Garante regionale dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, su presunte violenze nel carcere viterbese nei confronti di un detenuto egiziano, poi suicidatosi. Anche qua i fatti risalgono al lontano 2018. In entrambi i casi le storie, complicate dal punto di vista dell’andamento giudiziario, sono ancora aperte. Partiamo da San Gimignano. La decisione della Cassazione ha riguardato dieci agenti che avevano avuto un ruolo collaterale rispetto alle violenze commesse nei confronti di un detenuto straniero e per questo avevano scelto il rito abbreviato. In primo e secondo grado erano stati condannati per tortura, così come i cinque protagonisti delle violenze brutali per le quali si attende la decisione finale della Corte di cassazione. Non abbiamo le motivazioni della sentenza ma abbiamo letto la requisitoria del sostituto procuratore generale che da un lato critica il modo in cui il legislatore nel 2017 ha definito la tortura, dall’altro minimizza i fatti accaduti, circoscrivendoli a soli quattro minuti di violenze e offese. Ecco invece come sono stati raccontati i fatti dai giudici di primo grado nella sentenza di rito ordinario che riguarda i cinque agenti condannati per tortura e che vedrà probabilmente il suo concludersi in Cassazione entro la fine dell’anno: il detenuto “è stato ripetutamente percosso con molteplici calci inferti in più parti del corpo… è stato poi rialzato a forza e, quindi, lasciato privo di vestiti… ed è stato compresso e schiacciato per più di quaranta secondi dall’imputato X, che con… sadismo ha posto le proprie ginocchia all’altezza della zona sottoscapolare e della schiena del detenuto… tramite il suo soverchiante peso pari a centotrentacinque chili… Poco dopo, con ulteriore brutale violenza, ha subìto una grave torsione ad un braccio… per essere poi violentemente scaraventato… nel reparto isolamento, dove è stato di nuovo percosso da oltre cinque agenti per più di due minuti; infine è stato lì lasciato senza vestiti e con indosso nient’altro che le mutande… Quanto emerso… corrisponde ad un ripugnante e disinvolto esercizio di violenta disumanità e di ostentato disprezzo nei confronti di una persona detenuta, praticato per giunta in assenza… del benché minimo indice o cenno di atteggiamento violento o aggressivo da parte di quella persona”. I giudici parlano di un’aberrante e perversa forma di “pedagogia carceraria”, emersa grazie alle immagini della videosorveglianza. Se non è tortura questa, cosa può essere definita tortura? Aspettiamo adesso la sentenza della Cassazione per i cinque protagonisti dei fatti sopradescritti, anche per non doverci rassegnare di fronte alla considerazione che esistono vittime di serie A e vittime di serie B. E arriviamo a Viterbo. Hassan Sharaf muore suicida nel carcere della città nel 2018. Il garante aveva da subito presentato un esposto per le violenze subite dal ragazzo prima del gesto suicida. Indagini lente, processi che non partivano, sentenze contraddittorie negli esiti. Finalmente il Csm riconosce che due pubblici ministeri hanno operato “in violazione del dovere generale di diligenza a seguito del deposito dell’esposto da parte del garante per i detenuti del Lazio nel quale venivano riportate le dichiarazioni di diversi detenuti nella casa di reclusione Mammagialla”. Veniva così indebitamente rifiutata l’iscrizione nel registro delle notizie di reato e “si arrecava un indebito vantaggio agli autori delle violenze denunciate e ingiusto danno per le persone offese”. Una decisione di grande rilievo simbolico. In entrambi i casi le vittime sono straniere e in entrambi i processi Antigone è stata parte del procedimento penale. In entrambi i casi ci riserviamo il sacro dovere in una democrazia di criticare o commentare decisioni della magistratura. Infine, va ricordato che la prossima settimana l’Italia sarà sotto le lenti del Comitato Onu contro la tortura. Per i ragazzi detenuti una libertà possibile, tra impegno e riscatto di Fabio Pinelli* Avvenire, 11 aprile 2026 Entrare in un carcere minorile non è mai un gesto formale. È sempre un incontro che interroga, che chiede attenzione, che richiama una responsabilità condivisa. Il carcere minorile è un luogo in cui la parola, ogni parola, non è mai scontata. Proprio per questo diventa preziosa. La parola scambiata, ascoltata, messa in discussione è ciò che permette di fermarsi, di riflettere, di guardare la propria storia senza esserne vittima. La giustizia minorile, almeno nelle sue intenzioni più profonde, nasce dal riconoscimento che ogni storia non è mai conclusa, che una persona non coincide con l’errore che ha commesso, che il futuro non può essere cancellato da una sentenza o da una cella. La nostra Costituzione affida alla pena una funzione rieducativa. Ma quando si tratta di minori - di ragazze e ragazzi che stanno costruendo la propria identità - questo principio diventa un impegno ancora più pregnante: non interrompere i percorsi di crescita, non spegnere le domande, non chiudere gli orizzonti. La detenzione non deve cancellare la dignità della persona, né spegnere il suo diritto a cambiare. Si possono e si devono cambiare i nostri comportamenti nel corso della vita. Non necessariamente il carattere. Il carattere segna ognuno di noi, disvela la nostra unicità. La felicità è fare cose per gli altri, essere protesi al bene. Lo si capisce tardi, ma lo si capisce. Il diritto penale moderno non deve limitarsi a punire, ma ha il dovere di rieducare e restituire alla società individui consapevoli. Ogni giovane detenuto non è solo il proprio errore, ma anche il proprio potenziale: un cittadino in divenire, capace di riscrivere il proprio futuro. Questo significa offrire strumenti, non solo imporre limiti; costruire possibilità, non solo accertare colpe. Studiare, riflettere, comprendere il valore delle regole e della convivenza civile: sono questi i veri pilastri della giustizia. Il tempo può diventare occasione. Non per dimenticare ciò che è stato, ma per trasformarlo in consapevolezza. Perché la giustizia più alta non è quella che chiude una porta, è quella che, con responsabilità e impegno, insegna come riaprirla. Sappiamo bene, però, che esiste uno scarto profondo tra i principi e la realtà. Tra ciò che le norme affermano e ciò che ogni giorno si riesce concretamente a realizzare. È uno scarto che genera frustrazione, rabbia, senso di abbandono. Ed è uno scarto che non può essere ignorato. Dobbiamo pensare a questo. Da liberi si sceglie lo spazio dove abitare. In carcere, no. È necessario, allora, avere la capacità di riconvertire questo spazio in tempo non vuoto. Renderlo un luogo in cui è possibile raccontarsi, ascoltare, riconoscere i conflitti, dare un nome alle emozioni, immaginare alternative. La riflessione, in questo senso, non è evasione. Diviene consapevolezza, luogo in cui la persona torna a essere soggetto, e non soltanto oggetto di decisioni altrui. È ciò che consente di non essere ridotti al silenzio, di non essere definiti una volta per tutte. A tutti i ragazzi detenuti vorrei dire, con rispetto e senza retorica, che nessun percorso di crescita è privo di fatica. Ma il confronto, la riflessione, il dialogo possono aprire uno spiraglio, possono far nascere una domanda nuova, possono far sentire che non si è soli nel proprio smarrimento o nella propria ricerca. Credeteci, il riscatto è sempre dietro l’angolo, anche quando non lo vediamo, anche quando sembra impossibile. Alle donne e agli uomini delle istituzioni, agli operatori, ai cittadini adulti spetta una responsabilità altrettanto grande: non smettere di credere che educazione, cultura e relazione siano strumenti essenziali di giustizia; non confondere la sicurezza con la chiusura; non dimenticare che la dignità di una persona non viene meno, nemmeno quando la libertà è limitata; che la dignità non si acquista per merito e non si perde per demerito. Il futuro non è una ipotesi e non è cancellato. È fragile, questo sì, e richiede fatica, ascolto, alleanze. Ma esiste. Esiste nel corso di una vita, un tempo che lascia traccia. Proviamo a trasformare il tempo della pena in un tempo che abbia ancora senso, veda il futuro e sia motore di speranza. *Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Videogiochi e corsi di programmazione per reinserire i detenuti nella società di Chiara Di Benedetto Avvenire, 11 aprile 2026 Il Fondo Repubblica digitale stanzia 10 milioni per la formazione tecnologica negli istituti penitenziari. Il progetto in collaborazione con il Cnel e il Dap. Favorire il reinserimento sociale dei detenuti attraverso percorsi di formazione digitale: è questo il progetto “Fuoriclasse”, promosso e sostenuto dal Fondo Repubblica digitale, in collaborazione con il Cnel e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia. Nel 2026 oltre 3.600 persone potranno beneficiare gratuitamente di 26 iniziative selezionate dal Fondo con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva tra i carcerati. In Italia, dove la popolazione degli istituti penitenziari ha superato le 63mila unità nel 2025, soltanto il 30% dei detenuti è coinvolto in percorsi formativi, mentre la formazione professionale interessa una quota ancora più limitata, intorno al 7%, per non parlare poi dell’offerta legata alle competenze digitali. È in questo scenario che si inserisce il bando “Fuoriclasse”, che vede il coinvolgimento di 202 enti e 92 strutture penitenziarie su tutto il territorio nazionale. Il numero di candidature pervenute è stato talmente alto che il plafond del bando - originariamente di 5 milioni di euro - è stato portato a 10 milioni. “L’eccezionale risposta dei territori al bando dimostra l’urgenza di portare l’alfabetizzazione digitale all’interno delle carceri, offrendo ai detenuti gli strumenti oggi più richiesti dal mercato del lavoro”, spiega il presidente del Cnel, Renato Brunetta. Si va da progetti come lo “Smart Restart” della Comunità di Sant’Egidio, che combina alfabetizzazione digitale e accompagnamento al lavoro con laboratori di progettazione di app e arte digitale, a iniziative come “Step-up: Il digitale oltre le mura”, della Fondazione S. Carlo onlus, che punta su un modello innovativo di apprendimento train the trainer, in cui detenuti già formati diventano a loro volta formatori in ambiti come cybersecurity, videomaking e assistenza tecnica. Poi c’è il progetto “Digitag”, promosso dalla Fondazione Casa di carità arti e mestieri onlus, che introduce un approccio esperienziale alla formazione attraverso l’utilizzo dei videogiochi; oppure l’iniziativa “Ctrl+alt: riavvia il sistema!” di Formazione e comunione, che integra alfabetizzazione digitale e programmazione includendo moduli su linguaggi come Python. O ancora il progetto “Wind of Change”, promosso da Mestieri Campania, che sfrutta la realtà virtuale e aumentata, trasformando la formazione in un’esperienza coinvolgente attraverso simulazioni di contesti reali. “Oggi le competenze digitali rappresentano una leva fondamentale per il reinserimento sociale e lavorativo, ma risultano ancora poco diffuse nei percorsi disponibili - spiega Martina Lascialfari, direttrice generale del Fondo -. Con i progetti selezionati vogliamo contribuire al mandato rieducativo costituzionale ampliando in modo concreto le opportunità di accesso alla formazione e a percorsi di riabilitazione, sostenendo iniziative capaci di generare impatto reale dentro e fuori gli istituti penitenziari”. Con la speranza che qualcuno si accorga anche degli agenti penitenziari di Anna Paola Lacatena L’Unità, 11 aprile 2026 Il personale di Polizia penitenziaria non si occupa solo di assicurare il mantenimento dell’ordine e della sicurezza all’interno degli istituti di detenzione, partecipa attivamente anche al trattamento rieducativo dei reclusi. Tra i “detenenti”, i componenti del corpo sono gli unici sempre a contatto con i detenuti nell’arco delle intere 24 ore, acquisendo significativa conoscenza delle dinamiche di gruppo. Il lavoro in contesti dove la tensione è alta, il sovraffollamento sempre più insostenibile, i turni di servizio massacranti, sono fattori che incidono sulla salute psico-fisica degli agenti. Il tasso di suicidi tra di loro è, infatti, notevolmente più alto della media nazionale (1,30 per mille). Diversi studi hanno evidenziato come la qualità delle relazioni agenti-detenuti incida direttamente sulla qualità del lavoro quotidiano e sul benessere organizzativo. Spiegare alle persone ristrette, con chiarezza e coerenza, le regole e le decisioni che le riguardano, servendosi di un approccio empatico, contribuisce a migliorare la convivenza, ottimizzando la sicurezza e l’ordine interni. Le Indagini sulla Polizia Penitenziaria in Lombardia (PolPen-XXI) e in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta (PolPen-XXII), hanno invece rimarcato tra gli agenti: un alto grado di delegittimazione istituzionale, nei termini, soprattutto, di percezione di mancanza di supporto da parte dell’Amministrazione Penitenziaria; difficoltà relazionali nella loro quotidianità lavorativa, sia con la popolazione detenuta, sia con i superiori; difficoltà nella comprensione dei limiti che distinguono l’uso della forza legittima da quella illegittima. Ne dovrebbe conseguire una maggiore attenzione ai modelli organizzativi e formativi di quanti si occupano quotidianamente di sicurezza all’interno delle carceri. Dopo una fase di maggiore apertura all’esterno, l’orientamento politico appare ora quello di una maggior chiusura e in una direzione più autoritaria. In tal senso sembrano muoversi le più recenti disposizioni normative, volte quasi esclusivamente al potenziamento del controllo e della repressione. Il Disegno di Legge “Carcere sicuro” del 2024 e il Decreto Sicurezza del 2025 introducono, infatti, nuove fattispecie di reato al fine di reprimere anche le forme non violente di resistenza passiva. Il tentativo di interpretare le crudeltà e la violenza, riportate dalle cronache giudiziarie, negli ultimi mesi, non può prescindere, pena l’incompletezza dell’analisi, dal contesto, dalle dinamiche di gruppo, ma anche dalle riforme, dalla applicazione in concreto delle norme costituzionali, dalla sensibilità sociale e dalla cultura (più o meno) democratica della società. La violenza è una scelta individuale, nondimeno collettivamente e ideologicamente incoraggiata. La violenza in carcere come risposta punitiva e come conseguenza dell’asimmetria di potere disegnata dai ruoli sociali (agente-detenuto) - dopo un controverso esperimento di psicologia sociale, condotto presso l’Università statunitense di Stanford nel 1971 - ha preso il nome di Effetto Lucifero. Philip Zimbardo e il suo team hanno provato a confutare la tesi secondo la quale comportamenti violenti e antisociali dovrebbero essere attribuiti esclusivamente alla personalità dei singoli, senza riconoscere ai condizionamenti e alle influenze del milieu un peso non di poco conto. La forza dell’ambiente, del gruppo, dell’influenza sociale, per Zimbardo, può spiegare la perdita di consapevolezza e di autocontrollo. Già prima dello studioso americano, Gustave Le Bon, fondatore della Psicologia delle masse (1895), sosteneva che quando le persone sentono di appartenere a un gruppo, confondono la propria identità, abdicando con più facilità alla propria responsabilità e scelta personale. In più, la cosiddetta massa - generalmente impulsiva, influenzabile, incostante, acritica - diventa ancora più mutevole e inaffidabile in contesti in cui campeggiano simboli di potere (divise, sbarre e manganelli) ed è offerto anonimato e senso di (insana) appartenenza. Sarebbe importante, dunque, interrogarsi sulla carenza di personale, sulla qualità della relazione agente-detenuto, su quella tra polizia-penitenziaria e amministrazione carceraria, sul senso di solitudine, di modesta valorizzazione a fronte di un importante carico di lavoro da districare tra custodia e rieducazione. Sarebbe altrettanto utile e pertinente soffermarsi anche sulla rappresentazione sociale del carcere, sulla narrazione comune del detenuto, sulle percezioni e le aspettative modellate dalla società, dalle Leggi e dai decisori politici. Il motto ufficiale del Corpo di Polizia Penitenziaria è “Despondere spem munus nostrum” (Garantire la speranza è il nostro compito) … con la speranza che qualcuno si accorga anche del bisogno di sostegno degli stessi agenti penitenziari. L’Anm: “Il Gip collegiale è insostenibile” di Mario Di Vito Il Manifesto, 11 aprile 2026 Dal prossimo 24 agosto, le udienze preliminari non vedranno più soltanto un giudice chiamato a decidere il da farsi, ma un collegio di tre. L’entrata in vigore della legge sul gip collegiale? “È necessario sospenderla subito”, secondo l’Anm. Dal prossimo 24 agosto, le udienze preliminari non vedranno più soltanto un giudice chiamato a decidere il da farsi, ma un collegio di tre. Questo, secondo l’Anm, “paralizzerà i tribunali medi e piccoli, provocherà in quelli grandi un aumento dei tempi del processo, senza alcun reale beneficio. 39 uffici gip/gup hanno un organico inferiore a tre magistrati e 28 ne hanno tre. In tutti questi uffici, la metà del totale, sarà necessario applicare altri giudici, con scopertura degli altri settori”. Da qui la richiesta “al legislatore” di fare “una riflessione urgente” sul tema. A stretto giro di posta è arrivata la risposta del ministero della giustizia. “Nei prossimi giorni - si legge in una nota -, nel solco di un fattivo ritrovato spirito di collaborazione, si procederà a istruire un cronoprogramma di realizzazione, che preveda altresì un reale confronto con il Consiglio superiore della magistratura e con l’avvocatura, come già auspicato anche in caso di vittoria del Sì al referendum”. Dal mondo dell’avvocatura, il presidente dell’Unione delle camere penali Francesco Petrelli si è dichiarato “pronto a dare una mano”. Da diversi ambienti uno slittamento dell’entrata in vigore della misura viene dato come possibile, anche alla luce del fatto che il governo conta di colmare il gap sugli organici entro la fine dell’anno. Non è chiaro però se una proroga di questo tipo possa bastare perché, spiegano alcuni magistrati, “per garantire la piena operatività del gip collegiale servirebbe un decisivo aumento del personale, oltre i numeri attualmente previsti”. Camorra forte? No, più debole è la politica di Sandro Ruotolo Corriere del Mezzogiorno, 11 aprile 2026 Napoli attraversa una fase che non può più essere letta come una semplice emergenza criminale. È qualcosa di più profondo: una crisi sociale e democratica. Gli ultimi fatti di sangue - l’uccisione di un ventenne a Ponticelli, le sparatorie in pieno giorno - non sono episodi isolati, ma segnali di un equilibrio che si sta spezzando. Il punto, però, non è dire che la camorra sia diventata più forte. Il punto è riconoscere che la politica è diventata più debole. È qui il cuore del problema. Perché la camorra non è solo un’organizzazione criminale: è un sistema. Un sistema che vive e prospera quando trova spazi vuoti, quando le istituzioni arretrano, quando la politica rinuncia al suo ruolo. Pensare di affrontarla solo con il diritto penale è un errore antico e ricorrente. Non basta riempire le carceri per svuotare le piazze dalla violenza. La storia ce lo insegna: la camorra ha radici profonde, attraversa i secoli, si adatta. Colpisce dove trova fragilità - economiche, sociali, educative - e si infiltra dove il confine tra legale e illegale diventa sfumato. Per questo l’idea che basti “inasprire le pene” è non solo insufficiente, ma illusoria. Il cosiddetto Decreto Caivano, nato sull’onda emotiva di un fatto gravissimo, risponde a una logica emergenziale che rischia di produrre più consenso che risultati. Più carcere per i minori può essere necessario in alcuni casi, ma non può essere la strategia. Perché quei ragazzi non nascono criminali: diventano criminali dentro un contesto che lo consente, quando non lo favorisce. I numeri parlano chiaro: nel distretto di Napoli i tentati omicidi sono aumentati del 200% in un anno. Nel 2025 abbiamo avuto 8 procedimenti per omicidio a carico di minorenni, 40 per associazione camorristica, 468 per reati legati alle armi, perfino 4 per terrorismo. E le sparatorie tra giovanissimi non sono più un’eccezione. Sono diventate ricorrenti, anche in quartieri come la Sanità o i Quartieri Spagnoli, che troppo spesso raccontiamo come “liberati” dalla camorra. La verità è che la strategia securitaria della destra non sta funzionando. Abbiamo carceri minorili sovraffollate, cresce la repressione ma non abbiamo risolto la questione criminale. Perché il problema non si risolve solo con le manette. Il problema si affronta prima. Serve prevenzione. Servono assistenti sociali, psicologi, sostegno alle famiglie. Serve scuola, serve lavoro, serve combattere davvero la povertà educativa e culturale. Perché senza prevenzione non ci sarà mai sicurezza, ogni vittoria sarà temporanea. Il vero terreno della sfida è un altro: è quello educativo, sociale, culturale. Serve sostenere le famiglie, spesso lasciate sole, incapaci di esercitare un ruolo genitoriale in contesti difficili. Serve restituire ai ragazzi tempo, spazi, alternative. Perché un quindicenne che sta in strada alle tre di notte non è solo un problema di ordine pubblico: è un fallimento collettivo. Ma c’è un’altra Napoli che soffre, ed è quella che non spara e non delinque. È la Napoli dei giovani che studiano, che si laureano, che vorrebbero restare e invece sono costretti ad andare via. È una perdita silenziosa, ma devastante. Perché ogni talento che parte è un pezzo di futuro che si spegne. Da una parte i ragazzi che entrano nel circuito della violenza, dall’altra quelli che abbandonano la città. In mezzo, una politica che fatica a costruire opportunità e a garantire diritti. È questo il vero corto circuito. E poi c’è la responsabilità della cosiddetta “città bene”. L’indignazione non basta, se non è accompagnata da scelte coerenti. Perché la camorra non vive solo nelle periferie: vive anche nei circuiti economici, nelle professioni, nei rapporti opachi tra impresa e illegalità. Quando si accettano quei compromessi, quando si chiudono gli occhi, si diventa parte del problema. L’indifferenza oggi è complicità. La legalità non è solo un principio astratto: è una pratica quotidiana. È fatta anche di cose apparentemente semplici: strade illuminate, spazi curati, edilizia popolare dignitosa. L’arredo urbano è sicurezza. La manutenzione è presenza dello Stato. Il degrado, al contrario, è terreno fertile per il controllo criminale. Ma tutto questo non basta senza una politica che torni a essere credibile. Che esca dalle logiche di appartenenza e torni nei territori, tra le persone. Che ascolti, che costruisca, che si assuma responsabilità. Perché la verità è semplice, anche se scomoda: la camorra arretra solo quando la politica è forte. Quando la politica è debole, la camorra riempie il vuoto. E Napoli, oggi, questo vuoto lo sente tutto. Per Cospito ancora “carcere duro”. Si va verso la proroga del regime di 41 bis di Manuela Messina Il Giornale, 11 aprile 2026 L’anarchico è sottoposto al carcere duro da due anni, in virtù di un decreto ministeriale che scadrà il 4 maggio prossimo e l’intenzione sarebbe quella di confermare tale misura. Per Alfredo Cospito si prospetta una proroga del regime del 41 bis. L’anarchico è sottoposto al carcere duro da due anni, in virtù di un decreto ministeriale che scadrà il 4 maggio prossimo e - a quanto si apprende da fonti di governo - l’intenzione sarebbe quella di confermare tale misura. Nessun atto è stato ancora formalizzato - viene precisato - ma nelle prossime settimane dovrebbe concludersi l’istruttoria per verificare la persistenza dei presupposti per la detenzione al 41 bis a carico di Cospito. Chi è Alfredo Cospito - Pescarese, classe 1967, Alfredo Cospito è stato collegato alla Fai-Fri, la Federazione anarchica informale-Fronte rivoluzionario internazionale, responsabile di attentati esplosivi in Italia. Nel 2006 partecipò a un attacco con ordigni davanti alla scuola allievi carabinieri di Fossano, senza provocare vittime, ed è stato condannato in via definitiva a 23 anni di carcere (a 17 anni e 9 mesi è stata condannata la coimputata Anna Beniamino). L’agguato vide l’impiego di due ordigni, uno di minore portata - da far esplodere come richiamo - e un altro, a tempo, ad alto potenziale. Cospito ha sempre dichiarato che si trattava di “due attentati dimostrativi in piena notte, in luoghi deserti, che non dovevano e non potevano ferire o uccidere nessuno”. Nel 2012 gambizzò l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi. Lo sciopero della fame - Cospito, primo anarchico sottoposto alla detenzione in regime del carcere duro generalmente riservato ai mafiosi, è noto anche per il suo sciopero della fame, una protesta estrema durata diverse settimane. La sua condanna è stata confermata nel 2024 dalla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha anche motivato la conferma del regime di carcere duro (41-bis) cui Cospito è sottoposto, sostenendo che la sua “estrema pericolosità” - legata al ruolo di vertice nell’area anarchica Fai-Fri - è ancora “attuale” e la frangia anarchica ancora pericolosa. Il suo avvocato Flavio Rossi Albertini aveva presentato un reclamo alla Suprema Corte sostenendo che il regime avesse “ormai solo un carattere punitivo, come suggerito anche dalla Direzione nazionale antimafia secondo la quale la sua pericolosità si era ridotta”. Agente penitenziario che avvisa i detenuti: favoreggiamento anche senza risultato concreto di Giancarlo Caporaso* studiolegaletmc.it, 11 aprile 2026 La Cassazione chiarisce i confini del reato e consolida i principi sul controllo di legittimità in materia cautelare. Può configurare il reato di favoreggiamento personale la condotta di un agente della polizia penitenziaria che avvisi i detenuti dell’esistenza di intercettazioni in corso all’interno della casa circondariale, anche se non risulta dimostrato un vantaggio concreto per i soggetti favoriti? La risposta della Corte di Cassazione, Terza Sezione Penale, con la pronuncia n. 11012/2026, è netta: sì, e il ricorso proposto dall’indagato per contestare le misure cautelari applicate è stato dichiarato inammissibile. La vicenda trae origine da un’indagine svolta all’interno di un istituto penitenziario, nel corso della quale emergevano prove dell’esistenza di rapporti di confidenza tra un agente di polizia penitenziaria e alcuni detenuti - tra i quali uno risultava indagato per introduzione illecita di stupefacenti nel carcere. Il compendio indiziario, costituito principalmente da conversazioni intercettate, documentava come l’agente avesse avvertito almeno un detenuto della presenza di strumenti di captazione attivi nell’istituto, riferendosi esplicitamente alle microspie posizionate in determinati ambienti. Il Tribunale della Libertà di Palermo, in riforma dell’ordinanza del GIP che aveva escluso la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e di esigenze cautelari, aveva applicato all’indagato la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per due giorni alla settimana, congiuntamente alla sospensione dall’esercizio dell’ufficio di agente penitenziario per un anno. Il favoreggiamento personale: una fattispecie più ampia di quanto si pensi - Per comprendere l’importanza di questa pronuncia occorre soffermarsi sul reato contestato. L’art. 378 del codice penale punisce chiunque, dopo la commissione di un delitto, aiuti il colpevole a eludere le investigazioni dell’Autorità o a sottrarsi alle ricerche di questa. Si tratta di un reato cosiddetto “di ostacolo”, che non richiede il raggiungimento del risultato sperato: è sufficiente che la condotta sia idonea a compromettere il regolare svolgimento delle indagini. La Corte, nel richiamare un orientamento già consolidato (in particolare Sez. 6, n. 13143 del 01/03/2022, Rv. 283109-01; Sez. 6, n. 9415 del 16/02/2016, Rv. 267276-01), ribadisce che il favoreggiamento personale è integrato da qualunque condotta, attiva o omissiva, che provochi una negativa alterazione del contesto fattuale all’interno del quale le investigazioni sono già in corso o si potrebbero iniziare. Risulta pertanto irrilevante che l’azione dell’agente non abbia concretamente permesso ai detenuti di sfuggire alle indagini: ciò che conta è che la condotta fosse oggettivamente idonea a farlo. Parimenti irrilevante è che l’indagato non fosse a conoscenza del preciso fatto di reato presupposto: la norma richiede soltanto la sua sussistenza obiettiva, non la sua specifica conoscenza da parte del favoreggiatore. Nel caso in esame, la difesa aveva sostenuto che la comunicazione dell’agente fosse ambigua, polisémica, non univocamente riferibile a un’attività di avvistamento delle intercettazioni. La Cassazione ha però escluso qualsiasi vizio logico nella motivazione del Tribunale del riesame, che aveva correttamente letto le conversazioni intercettate nel loro contesto complessivo, valorizzando la rete di rapporti tra l’indagato e i detenuti, nonché la coincidenza temporale e contenutistica degli scambi comunicativi emersi dalle captazioni. I limiti del ricorso per cassazione in materia cautelare - Un secondo profilo di grande interesse pratico riguarda i confini del sindacato di legittimità sui provvedimenti relativi alle misure cautelari personali. La Corte ribadisce con chiarezza - richiamando le Sezioni Unite (S.U. n. 11 del 22/03/2000, Audino, Rv. 215828) e la giurisprudenza successiva (Sez. 2, n. 27866 del 17/06/2019, Rv. 276976-01; Sez. 2, n. 9212 del 02/02/2017, Rv. 269438) - che il ricorso per cassazione avverso i provvedimenti cautelari è ammissibile soltanto quando denunci la violazione di specifiche norme di legge ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento impugnato. Non è invece consentito proporre censure che si risolvano in una diversa ricostruzione dei fatti o in una diversa valutazione delle circostanze già esaminate dal giudice di merito. Questo principio ha una ricaduta molto concreta: se la difesa si limita a sostenere che il giudice del riesame ha interpretato in modo erroneo le conversazioni intercettate, senza però individuare alcun vizio logico nella motivazione, il motivo è inammissibile per aspecificità. E lo stesso vale se, invece di un’argomentazione giuridica puntuale, ci si limita a riprodurre lunghi stralci di precedenti della Corte senza raccordarli alle specifiche censure che si intendono muovere al provvedimento impugnato. In tema di intercettazioni, poi, la Cassazione conferma che l’interpretazione e la valutazione del contenuto delle conversazioni costituisce questione di fatto, rimessa in via esclusiva al giudice di merito, e censurabile in sede di legittimità solo quando si fondi su criteri inaccettabili o sia manifestamente illogica (Sez. 1, n. 25939 del 29/04/2024, Rv. 286599-01; Sez. U, n. 22471 del 26/02/2015, Rv. 263715). Il pericolo di recidiva: nessun obbligo di indicare occasioni specifiche - La sentenza n. 11012/2026 affronta anche il tema delle esigenze cautelari, con particolare attenzione al pericolo di reiterazione del reato previsto dall’art. 274, comma 1, lett. c), c.p.p. La difesa aveva sostenuto che tale pericolo fosse insussistente - o comunque privo di attualità - atteso il carattere asseritamente episodico e marginale del coinvolgimento dell’indagato nelle vicende contestate. La Corte respinge questa impostazione e, con un passaggio di notevole interesse sistematico, segnala l’esistenza di un recente orientamento che appare aver superato un indirizzo interpretativo più restrittivo. Le pronunce Sez. 5, n. 22344 del 05/03/2025, Rv. 288197-01 e Sez. 1, n. 26618 del 11/07/2025, Rv. 288476-01 affermano che ai fini della sussistenza del pericolo di recidiva non occorre la previsione di specifiche occasioni di recidivanza, superando l’orientamento espresso da Sez. 6, n. 11728 del 20/12/2023, Rv. 286182-01, che richiedeva invece elementi indicativi di un’occasione prossima. Nel caso di un pubblico ufficiale che opera quotidianamente a contatto con i detenuti, le future occasioni di contatto con la criminalità detenuta sono del tutto plausibili già per il solo fatto del reintegro in servizio. Si aggiunge, infine, che lo stato di incensuratezza non è di per sé sufficiente a escludere la sussistenza delle esigenze cautelari, specie quando la gravità dei fatti sia tale da giustificare le misure applicate (Sez. 1, n. 30405 del 13/06/2025, Rv. 288567-01): un chiarimento importante, anche in considerazione del fatto che per la scelta delle misure non custodiali l’incensuratezza era già stata valorizzata. Le implicazioni pratiche: cosa cambia per i professionisti del settore - Questa pronuncia offre spunti di rilievo su più fronti. Per chi esercita la difesa penale in materia cautelare, la sentenza ricorda che il ricorso per cassazione non è la sede per riproporre valutazioni di merito: ogni motivo deve essere ancorato a un vizio logico specifico e verificabile della motivazione, oppure a una violazione di legge puntualmente individuata. La semplice allegazione di materiale probatorio - come avvenuto nel caso in esame, con la produzione di una pen drive contenente audio e video delle intercettazioni - non è né sufficiente né pertinente, trattandosi di iniziativa estranea ai canoni dell’art. 165-bis disp. att. c.p.p. Per i funzionari e gli agenti delle forze dell’ordine e dell’amministrazione penitenziaria, la sentenza rappresenta un avvertimento chiaro: qualunque forma di comunicazione non autorizzata con i detenuti, anche se di tenore apparentemente vago o ambiguo, può integrare la fattispecie del favoreggiamento personale qualora avvenga in un contesto investigativo attivo. Non è necessario che l’agente conosca i dettagli del reato presupposto, né che la sua condotta abbia prodotto un effettivo risultato favorevole al detenuto. Per i cittadini, infine, questa sentenza conferma che le misure cautelari - anche quelle non custodiali come l’obbligo di presentazione e la sospensione dall’ufficio - possono essere applicate anche in assenza di un reato “completo” e accertato, essendo sufficienti i gravi indizi di colpevolezza e la sussistenza delle esigenze cautelari, che il giudice deve valutare con motivazione adeguata, logica e coerente con le risultanze processuali. Il nostro studio è a disposizione per approfondire le questioni legate alle misure cautelari, ai reati commessi da pubblici ufficiali e alle strategie difensive in sede di legittimità. Contattaci per una consulenza personalizzata. *Avvocato Campania. Ciambriello: “La salute mentale merita risposte organiche e strutturali” avellinotoday.it, 11 aprile 2026 Le dichiarazioni del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania. Da oltre un decennio, i volontari dell’associazione “La Mansarda” portano avanti con costanza e dedizione un impegno settimanale presso la Casa Circondariale di Secondigliano, in particolare nel reparto dell’Articolazione per la Tutela della Salute Mentale (Atsm), dove attualmente sono ristretti 18 detenuti. Nella giornata di oggi, in occasione delle festività pasquali, il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello, insieme ai membri dell’associazione, ha promosso e organizzato un pranzo pasquale all’interno del reparto. All’iniziativa hanno preso parte anche Padre Carlo De Angelis, sacerdote volontario presso il carcere di Secondigliano, e Padre Pasquale Mauro, della parrocchia di Scisciano, che ha voluto omaggiare ciascun detenuto con un kit doccia. Il pranzo si è svolto in un clima di condivisione e calore umano: antipasto pasquale con salumi e formaggi, uova sode, pizzette, pennette allo scarpatiello, arista di maiale, colombe e uova pasquali e, a seguire, momenti ludici con giochi a premi. Emergenza salute mentale - Le Atsm rappresentano sezioni sanitarie presenti in alcuni istituti penitenziari italiani, dedicate alla gestione di detenuti affetti da gravi patologie psichiatriche. Si tratta di una realtà complessa che pone interrogativi profondi sulla reale capacità del sistema penitenziario di garantire cure adeguate. All’uscita del carcere, il Garante Campano Ciambriello ha dichiarato: “La salute mentale in carcere rappresenta una grave emergenza. Circa il 12% della popolazione detenuta (circa sei mila detenuti) è affetto da diagnosi psichiatriche gravi. Le risposte attuali sono rappresentate dalle articolazioni per la salute mentale, sezioni a gestione sanitaria: 32 in Italia, di cui 3 in Campania - Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere e Salerno. Tuttavia, è evidente che il carcere non è un luogo idoneo per queste persone. Continuiamo a sollecitare una maggiore presa in carico da parte dei servizi territoriali, affinché si possano garantire trattamenti adeguati fuori dal carcere. Esistono anche le Rems, strutture fondamentali in questo percorso”. Le strutture Rems in Italia - Attualmente in Italia risultano operative 31 Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), per un totale di 631 posti letto. In Campania se ne contano due, con una capienza complessiva di 40 posti: 20 a Calvi Risorta (CE) e 20 a San Nicola Baronia (AV). “Nonostante la legge preveda il ricovero in REMS come misura estrema e temporanea” ha aggiunto Ciambriello “nella pratica molte persone con gravi patologie psichiatriche restano di fatto ‘illegalmente’ in carcere, senza cure adeguate, oppure vengono lasciate libere senza un adeguato supporto socio-sanitario. È una situazione che richiede interventi urgenti e strutturali”. Torino. Record di laureandi in carcere, triplicati i detenuti che studiano di Mattia Aimola Corriere di Torino, 11 aprile 2026 La rettrice Prandi: “Portare l’università qui dentro significa offrire una possibilità”. “Il valore di una laurea presa qui è incommensurabile. È una festa. Qualche settimana fa ce n’è stata una e ci siamo ritrovati tra questi corridoi, senza metterci d’accordo: volevamo esserci”. Nelle parole di Rocco Sciarrone si coglie il senso più autentico di una giornata che va oltre il rito. Dentro le mura della casa circondariale Lorusso e Cutugno, l’inaugurazione dell’anno accademico del Polo universitario penitenziario diventa un momento di comunità, riscatto e possibilità concrete. Sciarrone, delegato della rettrice per il Polo, è tutt’altro che una figura simbolica. “Sto seguendo un tesista ai domiciliari, speriamo arrivi presto alla laurea”, racconta, restituendo l’immagine di un’università che entra nelle pieghe più fragili delle biografie. Un impegno che si riflette nei numeri: dai 39 iscritti del 2017 ai 172 del 2026 e almeno 4 laureati all’anno, una crescita che rende il polo torinese tra i più rilevanti in Italia. Oggi l’offerta formativa conta 22 corsi di laurea. Tra i più scelti c’è Diritto per le imprese e le istituzioni, con una quarantina iscritti. “Dopo tanti anni qui voglio capire meglio le leggi, anche per comprendere cosa mi sta succedendo”, racconta uno degli studenti detenuti. Seguono Scienze politiche e sociali e il Dams, mentre cresce l’interesse per percorsi più professionalizzanti come Scienze motorie. Studiare, però, spesso significa anche condizioni migliori: “Nei blocchi si sta in stanze molto piccole, è difficile concentrarsi. Qui almeno abbiamo spazi adeguati”, spiega un altro detenuto. Il punto centrale resta il valore dello studio come strumento di inclusione. “Non è solo un principio costituzionale - sottolinea Sciarrone - ma un investimento reale sul reinserimento”. Torino, in questo, ha fatto da apripista: spazi dedicati, strumenti, una didattica costruita su misura. “È uno dei pochi contesti universitari in cui il percorso è davvero personalizzato”. Una visione condivisa dalla rettrice Cristina Prandi: “Portare l’università in carcere significa offrire non solo un diritto, ma una possibilità. Questi studenti fanno parte della nostra comunità”. Accanto ai risultati, restano però alcune criticità. La più rilevante riguarda la tassa regionale per il diritto allo studio. “Versiamo circa 35 mila euro l’anno - spiega Sciarrone - per servizi di cui i detenuti non usufruiscono, come le mense universitarie”. Risorse che potrebbero essere destinate a tutoraggi o borse. “In regioni come la Lombardia è la Regione a farsene carico. Qui c’è apertura, anche dal presidente del Consiglio regionale Davide Nicco, ma nessuno sembra voler assumere una decisione”. Una cifra contenuta per l’ente pubblico, ma significativa per un progetto che vive grazie a un equilibrio tra fondi esterni e risorse dell’ateneo. Dentro il carcere, intanto, le aspettative restano alte. “I nostri errori ci hanno portato qui, ma la conoscenza non può essere imprigionata”, dice Antonella, rappresentante delle studentesse. Ivan rilancia: “Temiamo di essere dimenticati. Vorremmo più lezioni online e più scambi con l’esterno. Quando succede, è utile per tutti”. Torino. Appello alla Regione: “Via le tasse universitarie per i detenuti” di Chiara Comai La Stampa, 11 aprile 2026 Dietro ogni laurea ci sono docenti volontari. Il polo nel penitenziario: “La Regione ci esenti dal pagare per servizi come mense e trasporti di cui loro non possono fruire”. “Qui non mi sento un individuo da tenere lontano dalla società. Qui, quando studio, quando sostengo un esame, sono solo uno studente universitario. È vero che la conoscenza rende liberi. Non solo: rende uomini, persone migliori”. Ha frequentato gli stessi corsi di laurea delle persone libere, studiando dagli stessi libri di testo con gli stessi programmi. Lui, però, è un detenuto del carcere Lorusso Cutugno di Torino. Uno dei 172 reclusi che hanno scelto di dare un’altra possibilità alla propria vita, di sfruttare il periodo di privazione della libertà nel modo più costruttivo: studiando. Iscrivendosi all’università. Sorveglianza attenuata - Il suo nome non si può dire per privacy, ma le sue parole arrivano chiare nell’aula magna del Padiglione E, quello a sorveglianza attenuata, dove le celle restano aperte, ci sono i pc a disposizione e c’è anche una libreria dove concentrarsi e studiare in silenzio. Nella sezione dedicata al Polo universitario penitenziario, con lui, ci sono altri 22 detenuti che risultano immatricolati all’università. Gli altri si trovano negli altri padiglioni, a seconda della pena a cui sono sottoposti. Boom di iscritti - A prescindere dalla condizione detentiva, la novità è che negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio boom di iscritti: a oggi sono 172. Nel 2019 erano appena 46. “Per noi fanno parte della comunità di UniTo esattamente come gli altri studenti” è ua delle prime cose che dice la rettrice Cristina Prandi all’inaugurazione dell’anno accademico penitenziario. E rilancia: “Ci impegneremo ad ampliare il numero di corsi e di studenti”. I corsi più gettonati - A oggi, i detenuti - tra coloro che sono già diplomati, si intende - possono scegliere tra 22 corsi di laurea. I più gettonati sono Giurisprudenza, Scienze politiche, Dams, Storia. Da due anni è stata introdotta anche la laurea in Scienze motorie: è molto gettonata perché consente, poi, di avere un titolo “professionalizzante”, cioè subito spendibile nel mondo del lavoro. D’altronde, il reinserimento nel mondo lavorativo è uno degli obiettivi principali di chi iscrive. Per la vice sindaca Michela Favaro è “un impegno di tutte le istituzioni”. Parole che si aggiungono all’appello del sindaco Lo Russo di qualche giorno fa, in cui aveva ribadito la necessità di investire di più nei processi di rieducazione civica, sottolineando come a Torino il numero di recidive sia più alto che altrove proprio per mancanza di opportunità all’interno del carcere. Scienze motorie conta già 23 iscritti. Uno di questi è Massimo, 45 anni, che l’ha scelta come seconda laurea. La prima? Giurisprudenza. Per imparare i linguaggi della legge, capire di cosa parlano gli avvocati. Lui adesso, dopo aver studiato falegnameria e anche Scienze motorie, Giurisprudenza la consiglia a tutti. I laureati - Ogni anno in media si laurea una decina di persone, al netto dei trasferimenti. Ci sono stati casi in cui l’Università ha seguito il percorso di qualcuno anche in altre carceri, pur di non vanificare tutti gli sforzi. E c’è chi ha scelto di concludere gli esami e laurearsi anche dopo aver scontato la pena. “Ogni laurea ottenuta qui è una fatica”, dice Rocco Sciarrone, delegato della rettrice per il Polo universitario penitenziario. L’appello alla Regione - Dietro ogni singolo titolo ci sono docenti volontari - ma presto le ore di lezione verranno riconosciute come didattica “normale” pagata -, trasferimenti, difficoltà personali. Ed è in questo contesto che lancia un appello alla Regione Piemonte: “Che prenda la decisione politica di esentarci dalle tasse sui detenuti”. Perché per ogni immatricolato, l’università deve versare una quota per i servizi destinati agli studenti. “Sono circa 35 mila euro per servizi di cui i detenuti non possono usufruire, come la mensa o i trasporti” spiega Sciarrone. Da qui la richiesta di esonero. “È una cifra piccola per il bilancio regionale, mentre a noi consentirebbe di pagare dei tutor in più che farebbero la differenza”. Quelle tasse rappresentano il 25% dei fondi- aumentato negli anni- che Compagnia di San Paolo ha stanziato per questo progetto. La richiesta, già presentata dal Pd e bocciata, ma potrebbe tornare sul tavolo della nuova assessora Torino. Detenuti senza voce: in carcere si studia, ma non si può raccontare (ai giornali) di Sara Sonnessa torinocronaca.it, 11 aprile 2026 Vietato ai giornalisti intervistare studenti e studentesse nel giorno della cerimonia del Polo Universitario Penitenziario. Studiano, sostengono esami, progettano un futuro. Ma non possono raccontarlo. Nel carcere Lorusso Cutugno si inaugura l’anno accademico 2025-2026 del Polo Universitario Penitenziario, mentre fuori resta il silenzio imposto sulle loro storie. Sono circa 50 gli studenti detenuti iscritti all’Università di Torino, su una popolazione carceraria di 1500 persone, con un sovraffollamento che fa paura. I posti regolari sono circa mille. In tutta la regione gli universitari in cella sono 172, in crescita costante: erano 46 nell’anno accademico 2019-2020. Numeri che raccontano un percorso in espansione, ma anche un equilibrio fragile. La cerimonia si è svolta questa mattina all’interno della casa circondariale. Il progetto, attivo già dagli anni 80, garantisce il diritto allo studio anche a chi è privato della libertà personale. Ma proprio nel giorno che dovrebbe celebrare l’apertura e il confronto, arriva uno stop netto: impossibile intervistare i detenuti. Indicazioni del Ministero. I presenti hanno firmato liberatorie solo per immagini e video, non per le parole. Niente storie, niente voci. Le foto possono andare sul giornale. Le storie, no. Così Massimo resta senza spiegazione sulla scelta di studiare Diritto. E Salvatore, 74 anni, senza un perché pubblico sulla sua iscrizione. Le restrizioni non si fermano qui. Negli ultimi mesi, racconta un’insegnante, è diventato più complicato organizzare progetti con le scuole. “Prima bastava l’autorizzazione dell’amministrazione giudiziaria di Torino. Da ottobre passa tutto da Roma. Da marzo i minorenni non possono più entrare in carcere per attività come le partite di calcio con i detenuti: non era mai successo in vent’anni”. Una linea confermata anche dalla garante comunale delle persone private della libertà personale, Diletta Berardinelli, che segnala crescenti difficoltà nel portare iniziative negli istituti. Dentro, però, qualcosa si muove. Durante la cerimonia parlano due studenti detenuti. Tra loro anche una delle pochissime donne iscritte: sono sette in tutto il Piemonte. Nel Lorusso Cutugno le detenute sono circa 120, contro 1500 uomini. Antonella studia Diritto per le istituzioni e le imprese. Parla di seconde possibilità e usa l’immagine del Kintsugi, l’arte giapponese che ripara gli oggetti mettendo in evidenza le crepe con oro o argento. “Anche noi possiamo tornare insieme”, dice. Non nasconde le fratture, le mette in mostra. Ivan, iscritto a Comunicazione interculturale, sposta il discorso sui diritti concreti. Chiede più collegamenti con l’Ateneo, la possibilità di partecipare a incontri da remoto o di ospitare altri studenti. E soprattutto l’accesso agli strumenti che collegano università e lavoro, come il job placement: trasformare lo studio in un’uscita reale, non solo simbolica. Negli ultimi quattro anni è stato attivato anche il corso in Scienze e tecniche delle attività motorie e sportive, oggi il più frequentato. “È un corso professionalizzante”, spiega Rocco Sciarrone, delegato della rettrice per il Polo Universitario Penitenziario. L’obiettivo è ampliare l’offerta con percorsi spendibili nel mercato del lavoro. Resta però il nodo delle risorse. Il Polo è sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, ma una parte dei fondi - circa un quarto - finisce alla Regione per servizi di cui i detenuti non usufruiscono, come mense e alloggi. Sciarrone chiede di rivedere il meccanismo: circa 35mila euro l’anno che, per il progetto, farebbero la differenza. Nel 2024 il Consiglio regionale aveva approvato un documento per eliminare questa quota, su proposta del consigliere Domenico Rossi, ma senza seguito. “La comunità universitaria comprende anche loro”, dice la rettrice Cristina Prandi. E qui c’è chi alza un sopracciglio. Perchè a una qualsiasi cerimonia scolastica uno studente maggiorenne può parlare. Può raccontare il proprio percorso. “Il diritto allo studio è fondamentale e va garantito ovunque”. Sulla stessa linea la vicesindaca Michela Favaro: Torino città universitaria, anche dietro le sbarre. Intanto, sei studenti hanno già proseguito e concluso gli studi una volta usciti. Ventitré vivono nella sezione dedicata del Padiglione E, mentre gli altri studiano dagli altri blocchi, dove le condizioni sono più difficili. In Piemonte sono 84 gli studenti detenuti in regime di alta sicurezza. “Figli nostri”, il podcast che dà voce ai giovani detenuti negli Ipm italiani di Tommaso Ponzi Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2026 Un viaggio in cinque puntate dentro gli istituti penali minorili attraverso le voci dei ragazzi detenuti, degli educatori e degli operatori. Tra prevenzione, carenze strutturali e percorsi di reinserimento, emerge il ritratto di un sistema complesso e spesso invisibile. Raccontare un mondo troppo spesso deformato da narrazioni parziali, restituendone invece la complessità: storie di caduta e di rinascita, dentro e fuori le mura degli istituti penali minorili. È questo il cuore di “Figli nostri”, il podcast originale di Radio24 che attraversa gli Istituti Penali per i Minorenni (Ipm) italiani, dando voce agli adolescenti e ai giovani adulti che hanno commesso un reato. Il progetto si sviluppa in cinque puntate costruite sulle testimonianze dirette dei ragazzi detenuti, degli educatori e degli operatori del sistema penitenziario e delle comunità. Un racconto corale, che prova a illuminare ciò che resta spesso invisibile. A guidare l’ascolto sono le giornaliste e conduttrici di Radio 24 Livia Zancaner e Maria Piera Ceci, che accompagnano il pubblico oltre cancelli e porte blindate, dentro luoghi raramente accessibili allo sguardo esterno. Napoli, Bologna, Milano, Roma e Palermo diventano così le tappe di un itinerario fatto di storie personali, silenzi e dati, necessario per comprendere chi sono davvero questi giovani e per interrogarsi sulle responsabilità collettive. Perché, in fondo, sono anche loro “figli nostri”. Il confronto alla comunità Kayros - Presentato giovedì 9 aprile a Vimodrone, alle porte di Milano, presso la comunità Kayros, il podcast è stato al centro di un confronto che ha coinvolto operatori della giustizia, istituzioni e mondo educativo. Con le autrici hanno discusso don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros e cappellano dell’Ipm Cesare Beccaria di Milano; Paola Ortolan, presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano; Luca Villa, procuratore presso lo stesso tribunale; la senatrice Simona Malpezzi e i rapper Francesco “Kento” Carlo e Luca “Lucariello” Caiazzo. Il rap come strumento educativo - Da anni impegnati in laboratori di scrittura rap all’interno degli Ipm italiani, Kento e Lucariello hanno raccontato il valore della musica nei percorsi di reinserimento. “Il rap è mettere in mano una penna a chi spesso non l’ha mai usata”, ha spiegato Kento. “Lì ci sono ragazzi uguali ai nostri figli: pieni di energia, di sogni, di voglia di fare. È un lavoro che ci restituisce più di quanto diamo”, ha aggiunto Lucariello, che nei mesi scorsi ha realizzato un singolo con due giovani detenuti dell’Ipm di Benevento. Giustizia minorile tra prevenzione e carenze strutturali - “Il sistema fallisce perché non si fa prevenzione”, ha osservato Paola Ortolan, presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, sottolineando come gli interventi dovrebbero partire fin dall’infanzia, attraverso un’educazione di qualità e relazioni affettive più solide. Nel dibattito è emerso anche il tema dell’aumento dei reati commessi da minori, a cui non corrisponde un adeguato incremento di posti nelle strutture e di personale educativo. “Il sovraffollamento crea una situazione complessa nelle carceri minorili”, ha spiegato Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano. Le criticità riguardano anche il sistema esterno: “Mancano le comunità e sono sempre più lontane - ha aggiunto - con il rischio che i minori vengano collocati anche a migliaia di chilometri”. Sul piano normativo, è stato infine richiamato il decreto Caivano: “Non ha fatto diminuire i reati, a dimostrazione che le politiche securitarie non producono automaticamente una riduzione della criminalità”. Ascoltare i giovani per prevenire - Cogliere il disagio prima che sfoci nel reato resta una delle sfide più complesse. “Non è così scontato riuscire a intercettare i ragazzi prima che finiscano in un carcere minorile”, ha osservato don Claudio Burgio. La prevenzione, ha spiegato, passa innanzitutto dalla capacità degli adulti di riconoscere i segnali, spesso silenziosi, che emergono nei contesti quotidiani: nelle classi, nei gruppi, nelle relazioni tra pari. “Quello che possiamo fare è essere presenti, attenti alle dinamiche che si creano”. Un richiamo diretto alla responsabilità educativa degli adulti, dentro e fuori la scuola: “Fondamentalmente - ha concluso - noi adulti dobbiamo esserci”. Documentario su Regeni, zero trasparenza nelle Commissioni ministeriali per il cinema di Angelo Zaccone Teodosi* Il Fatto Quotidiano, 11 aprile 2026 Tra i nomi dei 27 esperti “altamente qualificati” e di “comprovata esperienza” (questo recita la legge), si osserva una buona parte di consiglieri che non può dimostrare né qualificazione né esperienza. Quel che è accaduto nei giorni scorsi non deve sorprendere, se non per la tardività della “scoperta” - da parte di osservatori non granché attenti del sistema culturale italiano - che il lavoro di valutazione e di selezione dei film e dei festival che lo Stato sostiene non si caratterizza per quella meritocrazia invocata a gran voce da Meloni quando era in campagna elettorale, ormai oltre tre anni e mezzo fa. Veramente viene da evocare che “il Principe è nudo”, citazione della fiaba di Andersen che ho fatto mia, come slogan - metodologico prima che ideologico - anche rispetto all’istituto di ricerca indipendente che ho fondato oltre trent’anni fa e che presiedo, l’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult. Da tempo e su più testate (da Key4biz a il Riformista, da il Manifesto a L’Altravoce, e con questo blog su il Fatto Quotidiano), IsICult denuncia i deficit di trasparenza e di tecnocrazia (e meritocrazia) nella gestione delle risorse pubbliche a favore della cultura. Quel che potremmo definire una incredibile versione cinematografica del caso Regeni (cattiva gestione politica ed istituzionale della terribile vicenda del ricercatore ucciso da esponenti dei servizi segreti egiziani; cattiva gestione da parte del Ministero della Cultura del progetto di docufilm sul ricercatore, Giulio Regeni - Tutto il male del mondo…) ha consentito di far accendere i riflettori su come i danari dei contribuenti vengono assegnati. Questa “piccola” vicenda (in termini numismatici, i produttori avevano chiesto un contributo di 131mila euro su un budget di 328mila) è ben lontana dalle dimensioni del budget complessivo del sempre più controverso credito di imposta a favore del cinema e dell’audiovisivo (ben 441 milioni di euro nel 2026, sul totale di 696 milioni del totale del Fondo Cinema e Audiovisivo): se il credito d’imposta funziona con meccanismi automatici (di fatto, viene concesso a tutti i produttori), in questo caso la delicata materia è quella dei cosiddetti “contributi selettivi”. Sovvenzioni “selettive” (circa 80 milioni di euro) che vengono decise da una “eletta” schiera di 27 (presunti) super-esperti: 15 per la “produzione” e 12 per la “promozione”. Persone scelte dal Ministro della Cultura con una logica totalmente autocratica: discrezionalità assoluta, totale assenza di pubblicità nelle procedure selettive. Non è semplicemente scandaloso che sul sito del Ministero della Cultura non vengano nemmeno pubblicati i curricula di questi 27 commissari?! Non è incredibile che sul sito della Direzione Cinema e Audiovisivo (guidata dall’estate del 2025 da Giorgio Carlo Brugnoni) non vengano pubblicati nemmeno i verbali delle riunioni di queste commissioni? Trasparenza zero. Eppure la direzione consorella, la Direzione Spettacolo del Mic (guidata da Antonio Parente), non si limita a pubblicare le graduatorie, ma anche i verbali. Se si analizzano i nomi dei 27 esperti “altamente qualificati” e di “comprovata esperienza” (questo recita la legge), si osservano senza dubbio persone di buon livello professionale, ma anche una buona parte di consiglieri che non possono dimostrare né qualificazione né esperienza. Scelti soltanto col criterio dell’”intuitu personae” del Ministro, che non deve rendere conto a nessuno, nemmeno alle commissioni parlamentari competenti. Ci sono consiglieri che col cinema e l’audiovisivo poco (se non addirittura nulla) hanno avuto a che fare. Un paio di esempi: Ivan Cardia, già nello staff della Sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni, zero esperienza nel cinema, ma apprezzato come “menestrello” della Lega Salvini; Benedetta Fiorini, nessuna esperienza nell’ambito di cinema e audiovisivo nemmeno lei, ma già deputata prima di Forza Italia e poi della Lega Nord (anche lei nelle grazie della ex collega Borgonzoni) nella XVIII Legislatura 2018-2022… Peraltro ieri nominata dal governo nel consiglio di amministrazione dell’Eni, e ciò basti: suvvia… dal cinema all’energia, che salto di qualità! Il Ministro sceglie autocraticamente, ma il Principe qualche suggerimento verosimilmente lo riceve: dal partito senza dubbio e da una rete di lobbisti, comunque sempre col rischio di subordinare la valutazione qualitativa al rapporto fiduciario. Sempre latente, quindi, il rischio di clientelismo, di lottizzazione, di amichettismo. Da anni IsICult denuncia queste pratiche basse, nel silenzio dei più. Incluse le principali associazioni di categoria (dai produttori agli autori), che ora insorgono, ma che troppo spesso sono state silenti e conniventi (forse soddisfatte della propria “fetta” della “torta” decisionale). Almeno l’ex Ministro dem Dario Franceschini aveva comunque promosso un avviso pubblico a presentare candidature: i suoi successori, nemmeno questa parvenza di trasparenza. Mercoledì 8 una dinamica surreale (anzi quasi comica): Borgonzoni dirama un comunicato stampa nel quale dichiara che la scelta sul docufilm su Regeni “non rispecchia in alcun modo la linea del Ministero” e invita i commissari a dimettersi; il suo Ministro Alessandro Giuli al question-time poche ore dopo dichiara invece, à la Ponzio Pilato, che le decisioni assunte dalle commissioni - che pur non condivide - sono assolutamente libere e indipendenti, e che commetterebbe un reato se le influenzasse… Contraddizioni interne alla maggioranza?! Fino ad oggi si sono dimessi solo tre esperti: Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti, Ginella Vocca. Se le due commissioni vedranno dimissionari rispettivamente almeno 8 dei 15 membri (commissione “produzione”) e 7 dei 12 (commissione “promozione”), verranno a decadere “d’ufficio” e il Ministro dovrà subito rinominarle: come, alla luce di questo piccolo grande scandalo? IsICult ha proposto una soluzione semplice: anzitutto promuovere un avviso pubblico a presentare candidature con precisi pre-requisiti, candidature che andranno selezionate sulla base di terne proposte dalle principali associazioni di categoria: autori, critici, produttori, tecnici, lavoratori… E pubblica analisi comparativa dei curricula. Si tratta di una soluzione non perfetta, sempre a rischio di consociativismo, ma certamente migliore dell’attuale, che vede un mix patologico di commissari qualificati e altri scelti solo per logiche di lottizzazione e amichettismo. *Presidente IsICult Com’è difficile declinare la libertà di Mauro Magatti Corriere della Sera, 11 aprile 2026 Serve una politica che miri a creare le condizioni sociali per relazioni più responsabili. Era l’inizio degli anni Novanta quando Zygmunt Bauman salutava la “postmodernità” - termine poi caduto in disuso - come l’alba di una nuova epoca di libertà. Caduti gli ordini sociali rigidi (religiosi, politici, familiari), l’Io sembrava finalmente sul punto di acquisire il potere di decidere per sé. Non più suddito di norme imposte da autorità esterne, ma soggetto capace di giudizio autonomo. Secondo il sociologo polacco, si trattava dell’occasione per liberare la responsabilità dal conformismo e restituire all’individuo la propria irriducibile “responsabilità morale” considerata “come la più personale, la più inalienabile delle proprietà umane e il più prezioso dei diritti umani”. Già alla fine di quel decennio, nel libro che lo rese famoso (Modernità liquida), Bauman aveva capito che le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Da un lato, la capacità del capitalismo di strumentalizzare l’individualizzazione ridotta a consumo e competizione permanente. Dall’altro lato, la spinta culturalista della libertà postmoderna, con l’erosione progressiva della trama delle obbligazioni sociali, rimaste ormai senza fondamento. È stata la perdita della tensione tra libertà e legame a far deragliare le speranze nate con la caduta del Muro di Berlino. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ma una cosa è chiara. Nella policrisi, la libertà arretra: le disuguaglianze aumentano, la gestione algoritmica del consenso guadagna terreno, le violenze e le discriminazioni di genere continuano, l’autoritarismo sembra più attrezzato della democrazia nel gestire il cambio d’epoca. In fondo, la policrisi altro non è che un grande caos entropico scatenato proprio da quella perdita di tensione di cui aveva parlato Bauman. La libertà e la giustizia arretrano perché per troppo tempo si è coltivato - a destra ma anche a sinistra - un’idea profondamente individualistica - non relazionale - della libertà. Abbiamo cioè immaginato che essere liberi significhi essere sciolti da ogni legame. Dove libertà e legame sono alternative. Il problema è che non è possibile sciogliere questa tensione e così il legame negato ritorna in forma perversa: come dipendenza, come tribù chiusa, come populismo, come sistema tecnocratico del controllo, come logica amico/nemico, come guerra. La cultura politica di questa fase storica è profondamente segnata da questo ritorno perverso. Viviamo in una sorta di ritardo cognitivo. La libertà ha certamente una dimensione emancipativa: essere liberi significa avere la possibilità di uscire da relazioni oppressive, violente o ingiuste. Questa conquista rappresenta uno dei grandi progressi della modernità. Ma una volta che ci siamo liberati, la questione diventa un’altra: quali relazioni scegliamo, accettiamo e, soprattutto, quali relazioni facciamo esistere. È la scienza (fisica quantistica, biologia, neuroscienze) che lo dice ormai da un secolo. La libertà non si esaurisce nello spezzare le catene; si realizza nella capacità di generare legami nuovi in cui la libertà di ciascuno può esprimersi. Come scrive Mandela: “Essere liberi non significa solo sbarazzarsi delle proprie catene, ma vivere in un modo che rispetta e valorizza la libertà degli altri”. Il tema non è certo nuovo: da molto tempo sappiamo che la democrazia vive non solo di libertà da, ma soprattutto di libertà per e con. Il che significa: non libertà contro il legame, ma libertà attraverso il legame. La questione, ovviamente, non è individuale, ma politica. Nella transizione in cui siamo, serve, weberianamente, un nuovo “spirito” - cioè un nuovo mito attorno al rapporto libertà e legame - peraltro già presente in tante energie vitali della società. Che però non hanno una cornice di riferimento in cui ritrovarsi. In una situazione di caos e paura, di ristrutturazione degli assetti capitalistici, serve una politica di visione e progetto. Come lo sono stati la società dei consumi prima e il neoliberismo poi. Entrambe prima pensate e poi implementate. Serve una politica che miri a costruire le condizioni sociali, economiche e istituzionali che rendono possibile una convivenza plurale fondata su relazioni libere, cioè responsabili. Il che concretamente si traduce in una diversa gestione della questione demografica e del lavoro di cura; del nodo tassazione/evasione; delle regole del mercato del lavoro. Tanto per fare qualche esempio. Di questo nuovo spirito in Italia c’è un urgente bisogno. In una recente rilevazione del Pew Research Centre, la percentuale di chi pensa che ci si possa fidare degli altri in Italia è del 27%. Quando negli USA siamo al 37, in Germania al 42, in Canada al 47, in Cina al 62 e in Danimarca al 74. Solo la Francia fa peggio di noi, al 26. Il paradosso della libertà è che è una questione individuale e al tempo stesso un progetto collettivo. Come dice Hanna Arendt, la libertà non è un fatto individualistico. Essa al contrario si realizza nell’azione condivisa, nello spazio che si apre tra gli esseri umani quando agiscono insieme. Nel Paese che non fa più figli la politica si occupi dei giovani di Matteo Lancini La Stampa, 11 aprile 2026 Nella società della semplificazione e della radicalizzazione delle posizioni, spero che nessuno abbia l’ardire di individuare un unico fattore causale della denatalità. “Non credo ci siano verità assolute ma tante”, è una delle frasi tratte dal dibattitto accesosi tra i lettori de La Stampa, a seguito degli articoli usciti sul quotidiano nei giorni appena trascorsi. Una frase che dovrebbero ripetere come un mantra ogni giorno, alcuni adulti malinformati e sconsiderati che attribuiscono in modo ossessivo la sofferenza e la violenza giovanile all’utilizzo dei social da parte delle nuove generazioni. I cambiamenti intervenuti nella nostra società negli ultimi decenni sono talmente numerosi e significativi che è impossibile farne un elenco. Quello che è certo è che oltre a fare meno figli, le nuove generazioni dimostrano un crescente disinteresse per la sessualità e si muovono secondo galatei del tutto nuovi rispetto alla costruzione del rapporto di coppia. Gli imperativi della nostra contemporaneità, “vietato soffrire” e “prima di tutto se stessi e la propria autonomia”, credo c’entrino qualcosa perché hanno come corollari il divieto del contradditorio, della possibilità di far convivere differenti posizioni restando comunque all’interno di un legame. La negazione dell’intimità, del bisogno e della dipendenza dall’altro come elementi costitutivi dell’essere umano ha delle ripercussioni non banali sulla costruzione e sulla manutenzione della coppia generativa. Peraltro, si tratta di elementi sovranazionali, se è vero che le statistiche demografiche degli ultimi anni rilevano, per la prima volta nella storia dell’umanità, una decrescita della popolazione a livello mondiale non attribuibile a eventi naturali o violenti. Una situazione che in Italia ha delle sue declinazioni specifiche, con dati preoccupanti sulla condizione giovanile, caratterizzata da un’alta incidenza dei Neet, cioè di giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono ingaggiati né in un percorso scolastico e formativo né in quello lavorativo. Detto questo, credo che ci giunga in aiuto l’intervento di un lettore: “Non sarebbe il caso di prendere in considerazione anche il fatto che gli stipendi e il potere d’acquisto diminuiscono sempre più? Che i costi per una casa dove costruire una famiglia invece crescono sempre più? Il fatto che ovunque ti giri c’è un conflitto militare o una crisi ambientale/climatica? Che siamo governati da gente che non è capace di dare una prospettiva o un futuro rassicurante? Molto più semplice criticare i giovani, invece di pensare che forse il problema è appunto che comprendono la responsabilità di mettere al mondo una nuova vita, e non si fidano a farlo in un mondo rovinato dalle generazioni precedenti e che sembra destinato a peggiorare sempre più”. E un altro ancora: “Non si tratta di desiderio di libertà ma di sfiducia nel futuro”. In queste parole si condensa qualcosa che non può essere liquidato con la consueta retorica sulla sindrome di Peter Pan, sul narcisismo e sulla superficialità giovanile. Si tratta di qualcosa che non afferisce solo all’innegabile fattore economico, ma ad una rappresentazione identitaria e del proprio futuro. Generazioni non viste, non pensate, limitatamente e fintamente ascoltate. Come testimoniato periodicamente dalla politica, che oltre a disinteressarsi completamente del futuro dei giovani del nostro Paese, tratta i nostri figli e studenti da criminali o dipendenti da internet, pensando sempre e solo a come punirli e privarli di qualche connessione, invece di aggiungere opportunità relazionali alla loro realtà quotidiana, togliendo finalmente qualcosa a noi adulti votanti. La verità, meno visibile e più profonda, è che oggi fare un figlio implica un investimento simbolico che molti giovani non riescono più a sostenere. Mettere al mondo una figlia o un figlio significa credere che esista un futuro immaginabile, un dopo abitabile, che valga la pena di esserci per poter legittimare le proprie emozioni e quelle degli altri. Ma come si costruisce questo sentimento in un mondo percepito come instabile, attraversato e minacciato da guerre in cui si uccidono i bambini, crisi ambientali e relazioni sempre meno autentiche? Non si tratta solo di paura, è una forma di disillusione più radicale. C’entra con il rapporto che i giovani hanno con il desiderio, la propria identità e la realizzazione personale. Diventare genitori non è più un destino, né un dovere sociale. Per la prima volta nella storia dell’umanità è una scelta che può essere presa anche individualmente, senza la necessità di unire il proprio corpo a quello dell’altro. Il desiderio di portare avanti la vita può essere coltivato se anche il Sé sente di avere diritto e possibilità di esistere, altrimenti esercitare la speranza diventa impossibile. Almeno che gli adulti non riescano nel miracolo di riportare al centro dell’umanità l’altro e la collettività. Cioè i propri figli, i propri studenti, i giovani e il loro futuro. Migranti. Blocco navale solo con rispetto dei trattati internazionali di Ivan Cimmarusti e Lina Palmerini Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2026 Bollinato e firmato dal capo dello Stato il disegno di legge varato l’11 febbraio: recepiti i vincoli del Colle. Piantedosi: nel 2025 -37% di sbarchi sul 2022 Un inciso che fa la differenza. Il blocco navale, ossia la temporanea interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, potrà essere deciso con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno, soltanto “fatto salvo il rispetto dei trattati e degli accordi internazionali”. Trattati e accordi che, come si sa, hanno valore costituzionale. La clausola, assente nel testo varato dal Governo l’11 febbraio, è stata introdotta nel disegno di legge sull’immigrazione dopo il passaggio al Quirinale, dove ieri è stato firmato da Mattarella di ritorno da Praga. Del resto, quello dei Trattati è stato un punto dirimente nell’interlocuzione con il Colle che quasi ogni giorno si spende per il rispetto del diritto internazionale e non poteva non farlo osservare anche in un provvedimento che andrà all’esame del Parlamento. La ragione è quella di evitare applicazioni difformi e rendere chiaro quali siano i vincoli a cui l’Italia è tenuta. Un’aggiunta che quindi segnala l’attenzione al rispetto di accordi sgombrando il campo da ambiguità. Va però detto che la firma di ieri - dopo la bollinatura della Ragioneria dello Stato - è solo l’inizio di un percorso legislativo. Come sempre accade, il via libera definitivo del capo dello Stato c’è al termine dell’esame delle Camere quando il testo viene di nuovo esaminato dagli uffici presidenziali prima dell’entrata in vigore. Se l’articolato sarà varato dal Parlamento, il blocco navale potrà essere disposto per 30 giorni, prorogabili fino a sei mesi. Misura bandiera del centrodestra, era stata rilanciata giovedì nell’informativa alle Camere dalla premier Giorgia Meloni, che aveva definito “particolarmente realistica” la possibilità di attivare l’interdizione alla luce dell’attuale contesto internazionale. Quattro i casi che, secondo l’articolo 2, qualificano la “minaccia grave”: il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale; la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini; le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale; gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza. Non è l’unica modifica apportata rispetto alla versione originaria: è stata anche cancellata la stretta sull’accesso senza autorizzazione dei parlamentari ai centri di permanenza per il rimpatrio. Vano, dunque, il tentativo di consentirla “limitatamente alla facoltà di colloquio con gli stranieri presenti nei centri che ne fanno richiesta”, tentativo che era stato subito contestato dalle opposizioni e in particolare da Riccardo Magi (+Europa), che lo aveva bollato come “gravissimo”. Per il resto, come anticipato su queste pagine, i 17 articoli del Ddl contengono la delega per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, in vigore dal prossimo giugno, e dei sette relativi regolamenti: rimpatri, accoglienza, qualifiche, procedure, gestione asilo e migrazione, crisi e forza maggiore, accertamenti alle frontiere esterne ed Eurodac. Con una indicazione netta: nel caso di clausole opzionali, si dovrà prediligere l’opzione di maggiore severità. Obiettivo: contrastare “l’abuso di protezione internazionale”. L’intenzione generale è recepire a pieno titolo nell’ordinamento interno il concetto di “Paese terzo sicuro” mantenendo l’elenco nazionale dei “Paesi di origine sicuri”. Un assist all’operazione Albania. Il via libera del Quirinale arriva mentre Matteo Piantedosi riemerge in pubblico, con addosso ancora l’eco delle rivelazioni dell’ex fidanzata Claudia Conte. E il 174° anniversario della Polizia di Stato, in Piazza del Popolo a Roma, si trasforma subito nel palcoscenico della rivincita politica del titolare del Viminale. Piantedosi rivendica tre anni e mezzo di governo come una stagione di stretta: più controllo sui flussi migratori, più capacità di espulsione, più pressione alle frontiere. I numeri, sostiene, starebbero dalla sua parte. “Siamo riusciti a diminuire gli sbarchi del 37% rispetto al 2022”. E, a suo dire, anche il 2026 starebbe seguendo la stessa traiettoria: nel primo trimestre dell’anno si sarebbe registrata un’ulteriore flessione di oltre il 40% rispetto ai primi tre mesi del 2024. Il ministro attribuisce una parte di questi risultati anche alla rete diplomatica costruita negli ultimi mesi, citando i rapporti rafforzati con Bangladesh, Pakistan e Costa d’Avorio. Così, il bilancio che consegna è quello di un crollo degli arrivi: “Più che dimezzati, se non crollati del tutto”. E lo stesso schema, secondo il ministro, varrebbe anche per i rimpatri: aumento superiore al 50% nel 2025 rispetto al 2022, con un’ulteriore crescita del 20% nell’anno in corso. Poi allarga il quadro e chiama in causa l’Europa: “Confido che il nuovo quadro normativo europeo, che riconosce la bontà di soluzioni anticipate con coraggio da questo Governo, dia ancora più forza alle nostre scelte politiche”. Migranti. Il “blocco navale” molla gli ormeggi. Il ddl verso l’aula di Giansandro Merli Il Manifesto, 11 aprile 2026 Bollinato il giorno dopo il discorso di Meloni al Parlamento, il testo ora andrà al Senato. Restano tutte le ambiguità legali. All’indomani dell’informativa al parlamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la ragioneria generale dello Stato ha bollinato il disegno di legge con le “disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l’attuazione del patto Ue su migrazione e asilo”. Il provvedimento era stato licenziato dal consiglio dei ministri l’11 febbraio scorso, insieme all’ennesimo decreto sicurezza. Poi se ne erano perse le tracce. All’interno c’è anche il famigerato “blocco navale”, definito dalla premier “un’altra proposta che portiamo avanti da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza”. Nel testo definitivo del ddl rimangono le ambiguità presenti nelle bozze. L’interdizione all’ingresso nelle acque territoriali potrà essere disposta in quattro circostanze: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. Si torna alla strategia del Conte 1 e dei decreti sicurezza firmati dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una strategia già naufragata per la disobbedienza delle ong e per le norme del diritto internazionale. Stavolta avrà declinazioni ancora più vaghe, sia rispetto ai casi che ai tempi. Il blocco potrà essere decretato per 30 giorni rinnovabili sei volte. Potrà anche continuare a catena, semplicemente modificando le ragioni che lo sostengono. Giovedì Meloni ha detto che “la “conclamata necessità” prevista nel disegno di legge potrebbe essere particolarmente realistica nell’attuale contesto internazionale”. Il riferimento è alla guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran, ma simili dichiarazioni confermano i timori sull’eccessivo potere discrezionale attribuito al governo: a ieri gli sbarchi 2026 erano meno di 7mila, in forte calo rispetto agli anni precedenti. L’unica emergenza sono i morti in mare: si sono moltiplicati, anche se la premier sostiene il contrario. La norma sul “blocco navale”, discussa anche con gli uffici del Quirinale, sarà probabilmente limata. Naturalmente, infatti, dovrà essere subordinata ai trattati internazionali sul diritto del mare. Più che una risposta alle bombe su Teheran e Beirut, la vera posta in palio è l’approvazione del testo prima dell’entrata in vigore del Patto Ue su migrazione e asilo, prevista per giugno. Il blocco potrà riferirsi solo alle ong, non certo ai barconi, per cui il disegno di legge prevede la possibilità di sbarco in paesi terzi come l’Albania o forse perfino la Tunisia. È evidente che le organizzazioni non governative non daranno seguito a imposizioni in contrasto con il proprio mandato umanitario. Verranno fuori nuovi bracci di ferro, che il governo magari auspica per mettere all’indice i soliti “nemici della difesa dei confini”. E provare così a guadagnare consenso. La vera novità del testo definitivo, comunque, è contenuta nell’articolo 7, che istituisce le “sezioni stralcio” per smaltire i procedimenti d’asilo pendenti. A decidere saranno 350 giudici onorari, quelli non di carriera che svolgono la funzione a tempo determinato per sgravare la magistratura del carico di lavoro. Già adesso, in alcuni casi, i giudici onorari si occupano di protezione internazionale, ma le loro sentenze sono soggette alla firma dei togati. Con il nuovo ddl potranno invece decidere in composizione monocratica, ovvero autonomamente. Anche se è previsto che a queste figure sia “assicurata adeguata formazione” in materia, inevitabilmente sarà compromessa la qualità di pronunce che riguardano un diritto fondamentale, come quello alla protezione. Concretamente, poi, è difficile credere che questa mossa possa risolvere gli oltre 130mila ricorsi pendenti davanti alle sezioni specializzate in immigrazione, cui si aggiungeranno prima o poi le 170/180mila impugnazioni dei dinieghi delle commissioni territoriali. Negli anni del governo Meloni il tasso di rigetto delle domande d’asilo si è impennato. Il provvedimento, che sarà trasmesso al Senato, contiene anche un’ampia delega al governo per l’introduzione delle norme necessarie a recepire il Patto Ue. Nonostante i paletti imposti dai regolamenti europei andrà verificato se tale delega è fin troppo estesa, su questo fanno fede i principi stabiliti dalla Corte costituzionale. Altre norme riguardano l’ulteriore compressione dell’accesso per i migranti alla protezione complementare, stabilita su base nazionale nei casi che esulano i permessi per asilo o sussidiaria, e la disciplina dei modi della detenzione nei Cpr. Su questo salta la misura che restringeva i colloqui dei parlamentari ai soli trattenuti che ne fanno richiesta, ma rimane la limitazione dell’accompagnamento di deputati e senatori ai soli assistenti “incardinati nell’ufficio”. Un modo per far fuori medici e avvocati necessari a verificare le violazioni in campo sanitario e legale. Migranti. Morti in mare in aumento, ma Piantedosi esulta: “Abbiamo frenato gli sbarchi!” di Angela Stella L’Unità, 11 aprile 2026 Il ministro dà i numeri sull’arrivo dei profughi e sostiene la linea Meloni. In realtà i dati dicono che la tragedia è sempre più grande: l’assenza di soccorsi aumenta i naufragi mortali. “Abbiamo ereditato una situazione complicata, ma siamo riusciti a ridurre gli sbarchi del 37% rispetto al 2022” ha detto ieri il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel suo discorso in occasione del 174esimo anniversario della fondazione della polizia di Stato. Il responsabile del Viminale ha aggiunto: “E i numeri di questi primi tre mesi dell’anno ci confermano un’ulteriore diminuzione di più del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Siamo sulla strada giusta. Mi sono impegnato personalmente, tra l’altro recandomi in Paesi come Bangladesh, Pakistan e Costa d’Avorio, per instaurare proficue collaborazioni, tanto che ad oggi gli arrivano da quei Paesi sono più che dimezzati, se non crollati del tutto”. Ha poi concluso: “Anche sul fronte dei rimpatri i numeri parlano chiaro: nel 2025 oltre il 50% in più rispetto al 2022. E quest’anno cresciamo ancora del 20%. E confido che il nuovo quadro normativo europeo, che riconosce la bontà di soluzioni anticipate con coraggio da questo Governo, dia ancora più forza alle nostre scelte politiche”. Parole perfettamente in linea con quelle pronunciate dalla premier Giorgia Meloni nella sua informativa alla Camera due giorni fa: “Sull’immigrazione avevamo promesso un cambio di passo. E certamente il cambio di passo c’è stato”. Ma la situazione è così rosea come la si dipinge? Secondo l’Oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) nel Mediterraneo centrale, circa 722 persone hanno perso la vita per annegamento dall’inizio del 2026, oltre 426 in più rispetto allo stesso periodo del 2025. È il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. Il dato è ancora più allarmante se correlato al volume degli arrivi: il numero dei decessi è, infatti, più che raddoppiato rispetto alla leggera diminuzione degli arrivi. Insomma le rotte diventano più pericolose e mortali come sottolineato pure dall’Oim: “Nonostante il calo degli arrivi, il numero delle vittime continua a crescere. In Italia, nel 2026 si registrano circa 6.200 arrivi, contro i 9.400 nello stesso periodo del 2025” si leggeva in una nota del 7 aprile. Invero, secondo i dati del Viminale, nel 2025 sono sbarcati in Italia 66.296 migranti irregolari, solo 321 in meno rispetto al 2024. Ma nel 2023, primo anno del governo di destra-centro, gli arrivi sono stati 157.651 con 2459 morti in mare, un aumento significativo rispetto al 2022, quando gli arrivi furono 105mila e i morti 1.308. Per quanto concerne i rimpatri, invece, secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno, nel 2025 ce ne sono stati 6.097, a cui si aggiungono 675 rimpatri volontari assistiti, 5.414 nel 2024 e 4.751 nel 2023. “Una media di 5.420 rimpatri l’anno - ha dichiara il deputato del Movimento Cinque Stelle Alfonso Colucci - ovvero il 20 per cento in meno rispetto ai 6.549 rimpatri eseguiti con il governo Conte nel 2019, prima del Covid che bloccò i trasferimenti dei migranti”. Guardando a tutto il quadro ha concluso il parlamentare pentastellato: “Questi sono i numeri, il resto è solo propaganda”. Comunque pure secondo l’elaborazione dei dati di Eurostat, nel 2025 le persone rimpatriate dall’Italia sono state 4.780 su circa 21.295 ordini di uscita. Quindi di meno di quelle annunciate dal Ministro. In generale il nostro Paese punta quasi esclusivamente su rimpatri forzati. A scanso di equivoci, aveva sottolineato il sito Altreconomia, “è bene sottolineare che i dati comunicati dall’Ufficio statistico dell’Unione europea hanno sempre una discrepanza con quelli dichiarati dal Viminale. Nel 2024 per esempio era di circa mille persone”. Insomma una guerra di numeri su cui si gioca la nostra politica migratoria. L’Italia ora può contare su un nuovo regolamento europeo sui rimpatri per salvare l’approccio delle porte chiuse ai migranti. Al quale si aggiunge una nuova norma pensata dal governo: “La possibilità di attivare, in caso di conclamata necessità, un blocco navale temporaneo a largo delle nostre coste - ha ricordato pure la Meloni -. Un’altra proposta che portiamo avanti da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza”. Questo non è più il mio Occidente di Mauro Magatti Avvenire, 11 aprile 2026 Dopo le tragedie del Novecento avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto. Oggi questa promessa è stata tradita. L’Europa riparta da quattro limiti. Questo non è il mio Occidente. Non lo è quando si presenta con il volto della distruzione, quando intere città, a Gaza come in Libano, vengono ridotte in macerie, quando la vita civile viene spezzata sotto il peso di una violenza che sembra non conoscere più limiti né misura. Non è il mio Occidente quello che, in nome della sicurezza preventiva, attacca altri Paesi fuori da ogni idea di legalità, ignorando o aggirando le istituzioni nate proprio per evitare il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Dopo le tragedie del Novecento, avevamo promesso che la forza sarebbe stata subordinata al diritto, che nessuna ragione di potenza avrebbe potuto giustificare la violazione sistematica delle regole comuni. Ma oggi questa promessa è platealmente tradita, in una deriva che ci trascina indietro nel tempo. Non è il mio Occidente quello che usa parole violente e sprezzanti, che disumanizzano gli avversari definiti come “animali” e “pazzi bastardi”. Che dichiara di voler radere al suolo un’intera civiltà. Perché il linguaggio non è mai irrilevante: prepara l’azione, la giustifica, la rende accettabile. Quando la parola si corrompe, facendosi strumento di odio e di esclusione, la politica perde la sua capacità di mediazione e si riduce a pura contrapposizione. È in questo slittamento semantico che si sviluppano i germi della barbarie. Non è il mio Occidente quello che usa la violenza contro i migranti, che trasforma la vulnerabilità in colpa, che considera la dignità umana una variabile secondaria rispetto alla sicurezza o al consenso politico. Le donne e gli uomini che attraversano il mare o le frontiere non sono numeri, né problemi da gestire: sono persone, portatrici di diritti, di storie, di speranze. Trattarli come scarti significa tradire non solo i principi giuridici, ma la radice umanistica su cui si fonda la nostra civiltà. Non è più accettabile assistere passivamente a questo sfregio quotidiano. Non si tratta di singoli episodi, ma di una deriva profonda che investe il modo in cui l’Occidente si pensa e si presenta al mondo. Un Occidente che si riduce a potenza, che si legittima solo attraverso la forza, che smarrisce la propria vocazione universalistica, nega se stesso. La sua credibilità, già messa a dura prova dalle contraddizioni interne, rischia di dissolversi definitivamente. In questo contesto, l’Europa ha una responsabilità storica. Non può limitarsi a seguire, ma deve ritrovare la propria voce, definendo con chiarezza i limiti entro cui intende operare. Limiti non come segni di debolezza, ma come espressione di una forza diversa: quella che nasce dalla capacità di autolimitarsi, di riconoscere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto. Il primo di questi limiti è l’opzione preferenziale per la pace. Non una pace ingenua o retorica, ma una pace costruita attraverso la fatica della politica: negoziazione, compromesso, ricerca di soluzioni condivise, costruzione di patti. La pace non è mai data una volta per tutte; è un processo fragile che richiede intelligenza, pazienza, capacità di ascolto e di proposta. Rinunciare a questa via significa consegnarsi alla spirale della violenza, in cui ogni azione genera una reazione e ogni conflitto tende ad allargarsi. Il secondo limite è il rispetto della legalità internazionale e il rafforzamento delle istituzioni che la incarnano. In un mondo sempre più interdipendente, nessuno può pretendere di agire come se fosse al di sopra delle regole. Senza un quadro condiviso, il rischio è quello dell’anarchia globale, in cui la forza torna a essere l’unico criterio. Rafforzare le istituzioni internazionali non è un atto di ingenuità, ma una necessità storica per evitare di precipitare verso scenari sempre più instabili e pericolosi. Un terzo limite riguarda il linguaggio. Chi ha responsabilità pubbliche non può permettersi un uso sconsiderato delle parole. Le dichiarazioni, i discorsi, le prese di posizione contribuiscono a plasmare il clima culturale e politico. Uno stile misurato non significa debolezza, ma consapevolezza del peso delle proprie parole. Significa evitare la semplificazione aggressiva, il ricorso a stereotipi, la costruzione di nemici assoluti. Significa mantenere aperto lo spazio del dialogo, anche quando il conflitto è duro. Infine, il quarto limite è il rispetto dei diritti umani, da rafforzare attraverso politiche concrete contro il razzismo, l’odio sociale, le disuguaglianze radicali. All’interno dei singoli Paesi così come nelle relazioni internazionali. Non può esserci credibilità esterna senza coerenza interna. E viceversa. Questo è il mio Occidente: non una fortezza assediata né una potenza arrogante, ma uno spazio politico e culturale capace di tenere insieme libertà e responsabilità, diritto e umanità, forza e limite. Un Occidente che non rinuncia alla propria storia, ma la interpreta in modo critico, aprendosi alla possibilità di cambiare anche attraverso il dialogo con l’altro. Solo percorrendo questa via l’Occidente può ancora offrire un contributo credibile alla costruzione di un mondo più giusto e più umano. Prigionieri di questa diplomazia bugiarda di Domenico Quirico La Stampa, 11 aprile 2026 Stringere la mano non è una invenzione del galateo: è un accorgimento di sopravvivenza, perché serve, in epoche feroci, a dimostrare reciprocamente al nemico che in mano non stringi il pugnale. E che quindi si può trattare. Per archiviare le grandi mischie tra le nazioni, per voltar la pagina della pace di questa briciola, ormai ci accontentiamo per non coltivare pensieri spengleriani: che i nemici di ieri si stringano la mano soprattutto davanti alle telecamere esibendo un sorriso più o meno impacciato dopo aver promesso di affaccendarsi a praticare i piaceri della coesistenza pacifica. Insomma noi per credere a un futuro provvidenzialmente gaio vogliamo una fotografia, un selfie, una immagine. È nata, da questa pratica dell’istantaneo, una nuova diplomazia della bugia, della riserva mentale, del mischiar le carte. Direte: non è novità, poiché regnano immanenti dee oscure e la luce si affievolisce nell’aria. Già. Ma oggi si negozia proprio soltanto per quello, per nascondere la realtà. E tutto diventa posticcio, provvisorio, teatro e talora avanspettacolo. Chissà se a Islamabad, non a caso un Paese proprietà di servizi segreti feroci subdoli e onnipotenti, virtuosi del doppio e triplo gioco, alleati inaffidabili e nemici maligni, il vicepresidente americano Vance e l’iraniano Qalifab la stringeranno davvero questa benedetta mano, ovviamente con la solita retorica politica, adatta a discorsi inaugurali. Nel caso intravedo titoli: miracolo, capolavoro, svolta epocale, inizia una nuova era... e sì viviamo in tempi meschini. Tra queste due mediocri comparse si erge una montagna: da quando la prima rivoluzione politica in nome di dio cacciò lo scià corrotto e pasticcione ci sono 47 anni di odio sincero e di lotta apparentemente perpetua. Ancora una volta gli Stati Uniti sembrano rassegnati, dopo tre settimane di “vittorie”, per non esser trascinati in acque ancora più profonde, ad allungare la mano al demonio di turno dopo aver spergiurato che l’avrebbero annientato. I precedenti parlano chiaro: sono una galleria di celebri strette di mano, concentrato in miniatura del declino americano, una esibizione di impotenza mascherata da attività. 27 gennaio 1973, Parigi: Kissinger, il Metternich del Novecento, il maestro della diplomazia della navetta, e Le Duc Tho, un maledetto comunista, firmano l’accordo per il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe americane dal Vietnam e la liberazione dei prigionieri. Ai due protagonisti verrà come ricompensa il premio Nobel per la pace (che il politico vietnamita non ritirerà mai). Spente le telecamere, completati i riti della giornata storica iniziò la prosa del dopo. L’accordo non fu mai rispettato e appena due anni dopo i vietcong e i nordvietnamiti entrarono a Saigon. L’America guardò il tutto in tv. Si diceva di Kissinger che non fosse un bugiardo: altrimenti in diplomazia avrebbe rapidamente perso ogni credibilità. Semplicemente, come il suo modello austriaco, utilizzava un abilissimo modo di dire soltanto una parte della verità. La stretta di mano copriva pudicamente la necessità per l’America di uscire da una guerra in cui aveva perso migliaia di giovani, dilapidato miliardi e mostrato che omini asiatici in sandali nel loro maligno reticolo di risaie e argilla rossa potevano sconfiggerla usando astuzia e pazienza. Non era questione di bombe e tecnologia, era un altro modo per portare a conclusione una guerra con altri mezzi. Ma la parola “asimettrica” non era ancora di moda. Doha, hotel Sheraton, 29 febbraio 2020: chi conosce la storia di quanto accadde in Afghanistan dal 2001, da quando Bin laden dal suo rifugio di Kandahar diede il via all’attentato del secolo, pensò alle scene di un film di fantascienza. Si stringevano la mano facendosi le fusa un inviato della Casa bianca, Khalizad, e un barbuto in turbante dall’aspetto pretesco, Abdul Ghani Baradar. L’americano era una comparsa, spedito da Trump (sempre lui) a fare la figuraccia. L’afghano era uno dei fondatori, insieme al mullah Omar, dei feroci talebani, i fanatici della sharia e del burqa. Era l’incarnazione di un incubo americano, un uomo che aveva protetto e stretto amicizia con Bin laden. L’avevano tirato fuori dalla galera per trattare il ritiro americano e la riconsegna di Kabul ai vecchi padroni. Trump era allora isolazionista: quella guerra non gli apparteneva, non poteva gloriarsene. Per assistere alla impossibile stretta di mano si accalcavano rappresentanti di 36 Paesi e organizzazioni internazionali. Nella delegazione afghana c’erano facce fino al giorno prima nell’elenco di ricercati vivi o morti, cinque tra loro potevano scrivere libri sull’inferno dei terroristi, Guantanamo, come Mohammed Mazlom, ex capo dell’esercito talebano, e Noorullah Noori, il signore di Mazar-i-Scharif. L’accordo prevedeva il ritiro degli americani entro 14 mesi e in cambio la promessa dei guerriglieri di non offrire più appoggio ad Al Quaida. E il governo “democratico” del nuovo presidente Ghani, e gli afghani che avevano creduto nell’aiuto degli Stati Uniti? Una disinvolta omissione come la sorte dei sudvietnamiti nel 1973, altri “amaleciti” direbbe la Bibbia, outsider destinati a esser sacrificati. Come purtroppo gli iraniani che sognano il cambio di regime. Il 5 marzo Trump si congratulò per telefono con l’ex terrorista Baradar. Il 15 agosto del 2021 tutto il mondo è di nuova davanti alla tv. Ma questa volta non ci sono storici allacciamenti, c’è solo la disperazione di una folla di afghani che cerca di salire su uno dei giganteschi aerei della fuga americana. Mentre i giovani talebani, kalashnikov in pugno, passeggiano tra le vie di kabul. Ventun anni di guerra e una stretta di mano per arrivare a tutto questo! E allora? Islamabad sarà un’altra Parigi o Doha (e Camp David altro esempio di una stretta di mano inutile, che nascose incrociate e tenaci volontà di sabotaggio)? Dopo l’ennesima guerra sbagliata dove non c’era eroismo da sprecare per cose come la patria, l’onore e obbiettivi militari. Al contrario di Kissinger, che era un diplomatico senza principi morali, Trump è semplicemente un affarista bugiardo. È pronto a scavalcare tutto con un pugno di falsi slogan emotivi. Questa volta a chi telefonerà per congratularsi della Pace? Forse al figlio di Khamenei se è sopravvissuto. Perché non riusciamo a fermare le guerre di Graziano Pintori manifestosardo.org, 11 aprile 2026 Le immagini delle devastazioni causate dalle guerre scorrono senza soluzione di continuità sui video, in cui morte e distruzione appaiono come un continuum: Iran, Gaza, Libano e altre decine di guerre sparse nel mondo, si presentano con lo stesso scenario di morte, distruzione, dolore. Durante gli scempi bellici molte vittime oltre a subire gli effetti funesti, sono destinate a sopportare altri oltraggi più profondi e dolorosi sia nel corpo e sia nell’anima. I palestinesi di Gaza dal 7 ottobre 2023 patiscono un massacro quotidiano dagli oppressori israeliani, un’escalation delle atrocità che in questo periodo, esclusivamente per loro, è stata instaurata la pena di morte tramite impiccagione. Molti commenti sui media riferiscono che il capestro sia un mezzo per accelerare la sparizione fisica dei palestinesi detenuti, di solito condannati a una morte lenta per fame, malattie e torture vigenti nel silenzio e nel buio delle carceri israeliane. Nella sostanza il patibolo riservato al solo popolo palestinese sancisce l’apartheid, ossia il metodo brutale con cui gli israeliani celebrano l’istituzionalizzazione della supremazia del sionismo nei confronti dei nativi. A fronte dei misfatti bellici infieriti contro il popolo inerte e la crudeltà del premier fascista e sionista Netanyahu, definito, dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, criminale di guerra, non possiamo non denunciare le ulteriori ferite che la maggioranza dei governi del mondo occidentale causano a questo popolo. Ovverosia il tentativo di nascondere i misfatti degli occupanti israeliani praticando l’oscuramento dell’informazione e reportage vari, e, in molti casi, ricorrendo al restringimento degli spazi democratici per criminalizzare il dissenso degli antifascisti e dei “pro-pal”. Provvedimenti che denotano il fallimento e la complicità internazionale delle diplomazie europee con il governo razzista e fascista presieduto dal criminale di guerra Netanyahu. Una diplomazia palesemente incapace di fermare l’orrore del genocidio perpetuato nei confronti di questo popolo. Anche molte donne sono doppiamente vittime nei tanti teatri di guerra, perché oltre a subire gli effetti nefasti dei conflitti, sono vittime di violenze e stupri per il semplice fatto di essere donne, cioè madri, sorelle, figlie di uomini. Al contrario, altri uomini già padri, figli, fratelli di donne sottopongono a sevizie e stupri altre donne, ed esporle come trofei di una guerra che s’immortala sui corpi delle violentate. Non a caso, secondo studi specifici, lo stupro è considerato connaturale a qualsiasi tipo di conflitto. Infatti, in tempi di guerra lo stupro innesca non solo la sottomissione fisica della donna ma anche il terrore e un certo dominio psicologico, che umilia e mina la morale e la dignità della comunità cui appartiene la vittima sottoposta ad abuso. Sicuramente lo stupro è un’azione tra le più abiette che la guerra alimenta in spregio della donna e della civiltà umana. Picasso nel Guernica indica il cavallo come simbolo dell’umanità innocente che soffre a causa della brutalità della guerra. In questo modo l’artista ha voluto rappresentare, nel monumento universale per la pace, che l’umanità innocente non si riferisce solo e soprattutto ai bambini, agli anziani e malati inermi, ma anche agli animali poiché esseri senzienti. Esseri che l’uomo ha sempre sfruttato nel lavoro, sacrificati e torturati negli allevamenti intensivi, utilizzati come cavie nei laboratori, o essere valletti a quattro zampe per spezzare la solitudine degli umani o divertire bambini. Molte di queste creature, come asini, muli e cavalli, nelle guerre sono state eroine silenziose, pazienti e resistenti, e tuttora le notiamo all’opera nel martirio di Gaza. Anche cani e delfini sacrificano, con disinteressata fedeltà, la propria vita per gli umani nell’individuare le mine nemiche, ed eventualmente saltare per aria fatti a brandelli. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che durante i conflitti anche gli animali sono sottoposti agli stessi stress, paure e altre sensazioni nocive vissute dagli umani, e in molti casi condividono lo stesso destino crudele riservato ai bambini, agli anziani, ai malati incapaci di autogestirsi e sfuggire alle trappole mortali della guerra. Da qualsiasi punto si osservi la guerra è sempre frutto della disumanizzazione dell’essere umano. Come tale alimenta l’invisibilità delle persone che nei campi di guerra non s’identificano più come nemiche o amiche: la brutalità dei conflitti, delle armi, delle inutili violenze e crudeltà cancellano qualsiasi significato all’esistenza. Cancellano il fatto che il corpo di qualsiasi essere vivente contiene una vita che, comunque sia, vale la pena di essere vissuta. Sempre. Lezione di storia dai Balcani: il passato senza pregiudizi di Francesca Ghirardelli Avvenire, 11 aprile 2026 Un progetto riunisce studiosi dell’Europa sud-orientale che hanno prodotto materiali didattici comuni con fonti plurali. “Joint History Workbooks Project” ha realizzato 6 volumi per le superiori della regione mettendo a confronto versioni opposte degli eventi. “Provate a pensare ai vostri libri di storia a scuola, quando eravate ragazzi. Come venivano descritti i popoli vicini e i nemici del vostro Paese? La vostra nazione era sempre la migliore?”. Le domande sono rivolte a una platea di persone di provenienza diversa, riunite in una capitale dei Balcani. “Molti studiosi hanno analizzato le ragioni della violenza interetnica e il ruolo svolto dalla pesante ombra della storia nelle guerre. I testi scolastici sono stati individuati come uno dei potenziali motivi di intolleranza tra le nazioni”. Lo spiega Christina Koulouri, professoressa di Storia moderna e contemporanea e rettrice della Panteion University of Social and Political Sciences di Atene. È lei che coordina un eccezionale team di studiosi in rappresentanza di tutti i Paesi della regione balcanica, un centinaio tra accademici e professori di storia che negli ultimi trent’anni sono riusciti a realizzare un’impresa quasi impossibile. Quella di scrivere, insieme, una storia comune dell’Europa sud orientale, dalla Slovenia fino a Cipro, iniziando a farlo quando ancora gli echi delle guerre jugoslave si sentivano forti e chiari. L’iniziativa si chiama “Joint History Workbooks Project” (Jhp) e finora ha prodotto sei preziosi volumi, pronti all’uso nelle scuole superiori della regione. Coprono un lungo periodo storico, dall’Impero Ottomano fino al 2008, e non sono libri di testo classici, ma una selezione di fonti, tra testimonianze, foto, documenti ufficiali, articoli di giornale e persino fumetti, da tutti i Balcani. Materiali autentici che offrono punti di vista molteplici sugli stessi eventi, per stimolare domande, esercitare il pensiero critico e per comprendere che il passato è complesso e che società diverse possono ricordarlo in modi non sempre uguali. “Non è solo un prodotto editoriale, ma l’esempio di una collaborazione tra professionisti di nazioni considerate rivali e nemiche”, spiega ad Avvenire la professoressa Koulouri. “Più o meno coetanei, rappresentanti della generazione che ha vissuto quelle guerre, siamo riusciti a superare ricordi amari parlando il linguaggio della disciplina storica. Solo una ricerca di alta qualità può fungere da scudo per proteggere le società dalla creazione di stereotipi sull’altro e dallo sviluppo di nazionalismi ciechi”. Avviato alla fine degli anni Novanta dal “Center for Democracy and Reconciliation in Southeast Europe” di Salonicco, dopo una battuta d’arresto per mancanza di fondi nel 2019, il “Joint History Workbooks Project” è stato rilanciato nel 2023 grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri tedesco e al Fondo Europeo per i Balcani, con sede a Belgrado. Il progetto ha ottenuto, a marzo in Albania, il Premio Cespic del Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione, promosso dalla Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana in collaborazione con l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa. In questi anni migliaia di insegnanti, in tutta la regione, hanno ricevuto gratuitamente i libri, scaricabili anche online in Pdf. L’obiettivo primario era e resta quello di portare i volumi nelle classi. “Il passaggio storico degli anni ‘90 è stato il più discusso, non solo perché si è trattato di un decennio traumatico, controverso e delicato, ma anche perché i ricordi erano vivi negli insegnanti stessi”, prosegue Christina Koulouri. “Ad esempio, abbiamo incluso un capitolo sull’assedio di Sarajevo, che le persone hanno vissuto in prima persona. Come poterlo insegnare in classe?”. Nello stesso volume c’è anche un paragrafo sulla battaglia di Vukovar, assediata nel 1991 per ottantasette giorni. Vi si presentano due articoli di giornale, uno dalla prospettiva serba, tratto dal quotidiano di Belgrado Politika con il titolo “Vukovar finalmente libera”. L’altro dal punto di vista croato, intitolato “Chi manipola la tragedia di Vukovar”, pubblicato dal Vjesnik di Zagabria. Una volta letti entrambi, gli studenti devono confrontarli e individuare quali dati sono identici e quali si contraddicono, e quali motivi potrebbero spiegare le differenze nel numero di vittime dell’Armata Popolare Jugoslava (Jna) nelle fonti serba e croata. In un altro passaggio del workbook, si propone invece un lavoro fotografico. Un primo scatto mostra una colonna di sfollati che lasciano proprio Vukovar. In una seconda foto è la popolazione serba che abbandona la Croazia dopo l’Operazione Tempesta. Una terza immagine immortala profughi kosovari espulsi nell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. C’è poi l’aggiunta di un articolo sulle difficoltà delle autorità rumene al confine con la Serbia a fronte delle numerose richieste di asilo da parte di serbi, dopo l’intensificarsi dei bombardamenti Nato. “Cosa significa essere un rifugiato di guerra?”, viene chiesto alla classe, al termine dell’attività didattica. “Prima non esisteva nulla del genere - prosegue Christina Koulouri -. Si tratta di materiale originale tradotto da nove lingue. Dunque, uno studente in Serbia o in Croazia può consultare un documento in arrivo da Grecia, Albania o Cipro”. Chiediamo se esistano esperienze simili in giro per il mondo. “C’è stata un’iniziativa tra Francia e Germania negli anni 60. Ma si trattava di due soli Paesi, e di due narrazioni parallele, che invece noi non vogliamo. C’è stato poi un tentativo tra israeliani e palestinesi, senza successo”, aggiunge la storica. Per imparare a usare i testi, ai docenti vengono proposti workshop. Capita che, al primo contatto con colleghi di altri Paesi, emergano pregiudizi. “La reazione iniziale è di sorpresa. L’interazione fisica tra loro per noi è importante, si stringono amicizie. Con la convivialità si crea una comunità. C’è chi non cambierà mai idea, ma spesso assistiamo a una modifica di atteggiamenti e mentalità”, conclude la professoressa. Intervenendo alla cerimonia del premio Cespic a Tirana, la sua collega e direttrice del “Joint History Workbooks Project” Zvezdana Kova? ha parlato anche di una “dimensione psicologica” dell’iniziativa. “Molti giovani dei Balcani occidentali, anche quelli nati dopo le guerre, mia figlia compresa, portano l’eredità di traumi irrisolti. Comprendere in che modo le narrazioni storiche plasmano identità, emozioni e percezioni è fondamentale per un futuro più pacifico. La pace non può essere preservata senza l’istruzione. Solo individui istruiti e di mentalità aperta, disposti a porre domande, ad ascoltare punti di vista diversi e a riflettere in modo critico sul passato possono diventare garanti della pace”. Proprio gli uomini e le donne di cui oggi c’è un gran bisogno. “Il nostro obiettivo è semplice, ma ambizioso”, conclude la direttrice Kova?. “Quello di aiutare i ragazzi a comprendere che la storia non deve essere usata come un’arma, ma come uno strumento di empatia. La pace richiede coraggio e immaginazione. Richiede società disposte a guardare con onestà al proprio passato, ad accettare la complessità. E a insegnare alle nuove generazioni che la convivenza non è una debolezza. È una forza”.