Strutture di accoglienza per detenuti: l’Avviso del Ministero della Giustizia dire.it, 10 aprile 2026 Sostegno al reinserimento sociale e ampliamento delle Misure di comunità: domande entro il 30 maggio 2026. Il Ministero della Giustizia, attraverso il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e l’Ufficio Interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Puglia e la Basilicata di Bari, ha pubblicato lo scorso 30 marzo 2026 un importante avviso pubblico finalizzato alla creazione di un elenco nazionale di strutture residenziali destinate all’accoglienza e al reinserimento sociale delle persone detenute adulte. L’iniziativa, prevista dal Decreto ministeriale 24 luglio 2025, n. 128, rappresenta un passo significativo nel rafforzamento delle politiche di inclusione e nel sostegno alle misure penali di comunità, offrendo nuove opportunità a soggetti in condizioni di fragilità socio-economica e privi di un domicilio adeguato. L’avviso, corredato da tutta la documentazione necessaria - tra cui il modello di manifestazione di interesse, la scheda informativa della struttura, le regole comportamentali per gli ospiti e l’informativa privacy - è disponibile nella sezione “Concorsi, esami, selezioni e assunzioni” del sito istituzionale del Ministero. A supporto degli enti interessati, sono state inoltre predisposte specifiche indicazioni operative per facilitare la corretta compilazione delle domande. Possono candidarsi come enti gestori delle strutture residenziali una vasta gamma di soggetti: enti pubblici, enti locali, enti del servizio sanitario, nonché organismi del Terzo Settore iscritti al RUNTS (inclusi quelli già presenti nell’anagrafe delle ONLUS), purché prevedano nello statuto attività di accoglienza, alloggio sociale, reinserimento socio-lavorativo e riqualificazione professionale. È inoltre ammessa la partecipazione in forma associata tra più soggetti. Le manifestazioni di interesse dovranno essere presentate entro e non oltre il 30 maggio 2026. L’obiettivo dell’avviso è chiaro: ampliare la rete di strutture idonee ad accogliere persone detenute in percorsi alternativi alla detenzione, favorendo così il loro reinserimento nella società e contribuendo a una gestione più efficace e umana del sistema penale. Considerata la rilevanza strategica dell’iniziativa, le istituzioni invitano tutti i soggetti coinvolti a garantirne la massima diffusione sul territorio, affinché l’informazione raggiunga in modo capillare tutti i potenziali interessati. Una collaborazione fondamentale per costruire un sistema più inclusivo, efficiente e orientato al recupero della persona. A questo link la pagina dell’Avviso: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_6_1.page?contentId=SCE1497399# Reinserimento dei detenuti, 10 milioni dal Fondo Repubblica Digitale per la formazione digitale Il Riformista, 10 aprile 2026 Nel 2026 oltre 3.600 persone potranno beneficiare gratuitamente dei 26 progetti selezionati e sostenuti dal Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale con Fuoriclasse. Il bando è promosso e sostenuto dal Fondo, in collaborazione con il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel) e il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. L’obiettivo è favorire il reinserimento sociale delle persone detenute attraverso percorsi di formazione digitale, contribuendo a ridurre il rischio di recidiva, grazie all’assegnazione complessiva dei 10 milioni di euro stanziati. Con il Piano Strategico del Fondo approvato dal Comitato di indirizzo strategico (CIS) a febbraio 2025, è stato infatti incrementato il plafond del bando - originariamente di 5 milioni - a 10 milioni di euro, anche in considerazione dell’elevato numero di candidature pervenute (244). Le attività, che partiranno nei prossimi mesi e che vedono il coinvolgimento di 202 enti e 92 strutture penitenziarie su tutto il territorio nazionale, saranno dedicate a persone detenute e in esecuzione penale esterna, con percorsi di formazione digitale orientati all’inclusione sociale e lavorativa. In Italia la popolazione detenuta ha superato le 63.000 unità nel 2025, con una pressione crescente sul sistema penitenziario. In questo contesto, la formazione rappresenta una leva fondamentale per il reinserimento sociale e la riduzione della recidiva. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, poco più del 30% dei detenuti è coinvolto in percorsi formativi, mentre la formazione professionale interessa una quota ancora più limitata, intorno al 7%. Ancora più marginale è l’offerta legata alle competenze digitali, che rappresentano una parte residuale dei percorsi disponibili. Un divario particolarmente critico se si considera che le competenze digitali sono oggi sempre più richieste dal mercato del lavoro e rappresentano uno strumento chiave per l’inclusione sociale. È in questo scenario che si inserisce il bando Fuoriclasse del Fondo per la Repubblica Digitale, che punta a rafforzare l’offerta formativa in ambito digitale, ampliando le opportunità di accesso a percorsi innovativi e orientati al lavoro. Per Martina Lascialfari, Direttrice Generale del Fondo per la Repubblica Digitale Impresa sociale: “Con il bando Fuoriclasse, promosso in collaborazione con il Cnel e il Dap, abbiamo scelto di intervenire in un ambito in cui il bisogno è ancora molto forte: quello della formazione digitale per le persone detenute. Oggi queste competenze rappresentano una leva fondamentale per il reinserimento sociale e lavorativo, ma risultano ancora poco diffuse nei percorsi disponibili. Con i 26 progetti selezionati vogliamo contribuire al mandato rieducativo costituzionale ampliando in modo concreto le opportunità di accesso alla formazione e a percorsi di riabilitazione, sostenendo iniziative capaci di generare impatto reale dentro e fuori gli istituti penitenziari. L’obiettivo è contribuire a colmare un vuoto e favorire opportunità di trasformazione e autonomia per le persone in carcere, mettendo il digitale al servizio dell’inclusione”. “L’eccezionale risposta dei territori al bando ‘Fuoriclasse’- fortemente voluto dal Cnel nell’ambito delle iniziative previste dal programma ‘Recidiva Zero’ - dimostra l’urgenza di portare l’alfabetizzazione digitale all’interno delle carceri, offrendo ai detenuti gli strumenti oggi più richiesti dal mercato del lavoro”. Queste le parole del presidente del Cnel, Renato Brunetta. “I 26 progetti finanziati per un totale di 10 milioni di euro segnano un’inversione di tendenza molto significativa. Verranno formate oltre 3.600 persone, trasferendo loro le competenze specifiche che le aziende faticano a reperire e costruendo così un ponte diretto verso il tessuto produttivo. Il Cnel opera in prima linea per centrare l’obiettivo ‘Recidiva Zero’. Ogni individuo formato e reinserito con successo nella società garantisce maggiore sicurezza alla collettività e fornisce nuova linfa alla nostra economia. La dignità dell’occupazione resta lo strumento principale per assicurare la tenuta sociale del Paese e favorire un reale percorso di riscatto individuale” conclude Brunetta. La storia di V., detenuto a Uta con grave disabilità psichica di Damiano Aliprandi Il Dubbio, 10 aprile 2026 La garante: “Ha bisogno di cure, non del carcere”. La storia di un uomo rinchiuso nel carcere di Uta. La Garante Testa: “Non può stare qui, serve una struttura”. Ha cinquant’anni, ma la sua mente si è fermata molto prima. In carcere chiede l’orsacchiotto. Non per finta, non come provocazione: Teddy - questo il nome del peluche - era il suo compagno di notte quando dormiva nel letto insieme al padre, nell’appartamento di Cagliari, una casa che già di per sé racconta molto di una vita segnata dalla fragilità. V., questo è tutto quello che diremo del suo nome, è rinchiuso da mesi nella Casa circondariale di Uta, la “E. Scalas”, l’istituto più grande della Sardegna. E la sua storia è diventata una questione che la garante regionale dei detenuti, Irene Testa, non intende lasciare nel silenzio. “Non può assolutamente stare in carcere”, dice la garante Testa. E lo dice con la schiettezza di chi è andata a trovarlo di persona, ci ha parlato, e si è ritrovata davanti a qualcosa che non ci vuole molto a capire. Un uomo di cinquant’anni che ti chiede le costruzioni lego. Che parla dell’orsacchiotto come fosse la cosa più normale del mondo. Che dice “sono come un bambino” e non lo dice con vergogna, lo dice perché è la sua realtà. Le perizie psichiatriche non lasciano spazio a interpretazioni. Il dottor Antonio Canu, medico chirurgo specialista in psichiatria e consulente della procura e del Tribunale Penale di Cagliari, lo ha visitato il 5 gennaio 2026 nel carcere di Uta. Già lo conosceva: nel 2021, insieme all’avvocato Massimo Pacini, si era recato nell’abitazione di famiglia nel quartiere Sant’Elia per valutare le condizioni di vita del nucleo familiare. Quello che aveva trovato andava “oltre ogni immaginazione”, scrive nella perizia: ogni stanza era ingombra di oggetti e rifiuti di ogni tipo, il bagno quasi inutilizzabile, perfino il letto matrimoniale - quello dove il padre e il figlio dormivano insieme - sommerso di ciarpame. Il padre, 70 anni, soffre di un grave disturbo da accumulo patologico e, riferisce il fratello Fabio, spendeva circa trecento euro al mese ai mercatini per comprare oggetti inutili, frugava nei cassonetti, mangiava solo pane e latte e dormiva al massimo un paio d’ore a notte. In quel contesto V. era cresciuto. Nato prematuro, con probabile sofferenza neonatale, madre iperprotettiva, rimandato due volte all’istituto magistrale prima di riuscire a diplomarsi con l’aiuto dei professori. Non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Riformato alla leva militare. Non ha mai avuto una relazione affettiva. Pochissimi amici, perché anche da ragazzo veniva preso in giro per il suo carattere infantile. Di sé ha sempre detto: “Sono come un bambino”. La grave disabilità intellettiva - I test cognitivi eseguiti nel 2021 avevano già evidenziato una disabilità intellettiva di grado lieve, con deficit nelle funzioni di memoria, calcolo, riconoscimento di figure. Ma è la visita di gennaio 2026, dentro il carcere, a restituire un quadro molto più grave. Al Mini Mental State Examination, V. ottiene un punteggio di 5 su 30. Un risultato che il dottor Canu definisce “corrispondente a un deficit mentale gravissimo”. Certo, spiega lo psichiatra, l’ansia e la condizione di detenzione possono aver influito. Ma anche tenendo conto di tutto questo, la diagnosi è chiara: disabilità intellettiva almeno di grado medio-grave, con marcati tratti di immaturità e infantilismo. Non si esclude nemmeno una forma di autismo non diagnosticata in età infantile. A questo si aggiunge un grave disturbo dell’adattamento con depressione e ansia, e possibili acting out autolesivi. Quando il dottor Canu lo incontra in carcere, V. è disorientato nel tempo in modo totale: non sa che giorno è, non sa in che mese siamo, non sa l’anno né la stagione. Parla in modo lamentoso e riferisce di sentirsi “completamente confuso, di scambiare il giorno con la notte, di sentirsi soffocare”. Racconta che appena arrivato in carcere è stato subito colpito in testa con un bastone: quattro punti di sutura. Non sa se gli abbiano fatto una Tac. È stato minacciato con una lametta puntata alla gola. Quando si sporge dalle sbarre, i detenuti che passano lo schiaffeggiano. A volte sente voci che lo minacciano. E poi dice che gli mancano i suoi giocattoli: i pupazzi, le costruzioni, la PlayStation. E Teddy, l’orsacchiotto con cui era abituato a dormire. Tolto dalla cella protetta, restituito agli altri - Per proteggerlo da tutto questo, a fine ottobre 2025 era stato trasferito nel Sai, il Servizio di Assistenza Intensificato, una sezione clinica protetta. Ma il 3 aprile 2026, senza preavviso e senza che potesse parlare con i medici o con gli agenti penitenziari, è stato spostato nel reparto Gallura, dove si trova in una cella con altri tre detenuti sconosciuti. La sua educatrice, la dottoressa Elisa Mascia, gli aveva assicurato che sarebbe rimasto nel reparto ospedaliero. Non è andata così. È Serena Schintu, la sua migliore amica, a scrivere alla garante Testa in preda all’ansia: “V. sta veramente malissimo, spero possa aiutarlo”. La dottoressa Anna Rita Collu, psichiatra del Centro di Salute Mentale di Cagliari, lo aveva visitato per la prima volta in urgenza a febbraio 2025. Anche lei, nella sua certificazione, scrive che per questo paziente “è auspicabile un progetto individualizzato alternativo alla carcerazione”. Le diagnosi convergono, i professionisti che lo hanno in cura o lo hanno visitato dicono tutti la stessa cosa: quella persona non dovrebbe stare in un carcere. Il dottor Canu, nella sua perizia forense, è ancora più netto. “Una persona con queste problematiche mentali non è certamente compatibile con lo stato di carcerazione”, scrive. E aggiunge una considerazione che pesa come un macigno: se all’epoca dei fatti per cui è stato condannato fossero state valutate le sue reali condizioni mentali, è probabile che sarebbe stato giudicato almeno parzialmente incapace di intendere e di volere, se non del tutto incapace. L’avvocato che lo assisteva, sostiene lo psichiatra, non si è evidentemente reso conto di nulla. Non ha richiesto una perizia psichiatrica, nonostante il dottor Canu avesse già segnalato la situazione in una relazione del 2021. Una relazione che, scrive lo specialista con amarezza, “evidentemente non era stata neppure letta”. La conclusione della perizia è una: V. dovrebbe scontare la pena in una struttura terapeutica riabilitativa per pazienti psichiatrici, non in un carcere. O, in alternativa, ci dovrebbe essere una revisione del processo per valutare le sue effettive condizioni mentali all’epoca dei fatti. Irene Testa intende portare avanti questa vicenda. Non è la prima volta che la garante si trova a fare i conti con detenuti con gravi problemi psichiatrici dentro un sistema penitenziario che non sa dove metterli. Ma il caso di V. ha qualcosa di particolarmente stridente. C’è un uomo che ha la mente di un bambino, che chiede un orsacchiotto per dormire, che viene preso a botte dai compagni di cella, e che quasi certamente non capisce nemmeno perché si trova lì. Non nel senso che contesta la condanna: nel senso che probabilmente non riesce a fare quel collegamento logico tra quello che ha fatto e il motivo per cui adesso è rinchiuso. Non lo capisce, perché non può capirlo. La domanda che la sua storia solleva non è solo umanitaria, anche se quella basterebbe da sola. È una domanda sul senso stesso della pena. Cosa si vuole ottenere togliendo la libertà a qualcuno che non riesce nemmeno a elaborare l’esperienza della detenzione? Il carcere, sulla carta, dovrebbe servire anche a rieducare. Ma come si rieduca chi cognitivamente ha dieci anni, e aspetta il suo orsacchiotto senza capire perché gliel’abbiano portato via? Il cantiere giustizia è aperto di Stefano Giordano* Il Riformista, 10 aprile 2026 Ieri la presidente del Consiglio ha definito il No al referendum “un’occasione storica persa per l’Italia”. Ha aggiunto che il cantiere sulla giustizia non sarà abbandonato, e che questo governo è fiero di rappresentare un’anomalia - quella di chi preferisce incidere piuttosto che sopravvivere. Prendiamo in parola la presidente. Perché c’è un numero che nessuno cita, e che dovrebbe essere la bussola del cantiere. 4%. È la percentuale di elettori del No che, secondo l’instant poll YouTrend per Sky TG24, ha votato contro la separazione delle carriere in quanto tale. 4. Non 40, non 30. Il 61% ha votato No per non modificare la Costituzione. Il 39% per contrastare il sorteggio. Il 31% come voto di opposizione al governo. Solo il 4% era contrario alla separazione nel merito. La separazione delle carriere non è stata bocciata. È stata bocciata la strada costituzionale. E la differenza non è un dettaglio. Perché se il problema è la forma - toccare la Costituzione - e non la sostanza, allora la sostanza si può realizzare per legge ordinaria. E non è un’invenzione: è quello che il legislatore può fare già oggi, senza modificare un solo articolo della Carta. Concorsi separati per le funzioni giudicanti e requirenti. Carriere distinte fin dall’ingresso in magistratura. Nessun passaggio di funzione, punto. È sufficiente eliminare del tutto le finestre di transito tra giudice e Pm che la riforma Cartabia aveva già ridotto - ma non azzerato. Ma non basta. Il referendum ha bocciato anche il sorteggio e l’Alta Corte disciplinare. E qui il ragionamento diventa più interessante. Sul Csm, il governo può intervenire in attuazione del proprio programma: ampliare la componente laica, inserendo avvocati con esperienza e docenti universitari. Un Csm dove siedano non solo magistrati e parlamentari, ma anche chi il processo lo vive dall’altra parte del banco, sarebbe un organo più rappresentativo e meno autoreferenziale. Sulla disciplina, il punto è rendere impugnabili i provvedimenti della sezione disciplinare non solo davanti alle Sezioni Unite della Cassazione - che è pur sempre un organo composto da magistrati - ma anche davanti a un giudice terzo. Non serve un’Alta Corte in Costituzione: serve un meccanismo ordinario di controllo che spezzi il circuito dell’autoassoluzione. Si ottiene così una magistratura formalmente unitaria - perché la Costituzione resta intatta - ma con concorsi differenti, percorsi professionali separati e un organo di governo più aperto. È la separazione delle carriere senza toccare l’articolo 104. È esattamente quello che il 61% degli elettori del No non ha rifiutato, perché non gli è mai stato chiesto. La lezione del referendum, se la si vuole leggere senza paraocchi ideologici, è che gli italiani non hanno detto No alla modernizzazione della giustizia. Hanno detto No a una revisione costituzionale percepita come forzatura. I dati di YouTrend sono inequivocabili: il 69% degli elettori dichiara di aver votato sul merito della riforma, ma tra gli elettori del No la componente di voto politico è più marcata - il 34% contro il 21% del Sì. Il che significa che una parte rilevante del No non era un No alla giustizia migliore: era un No a Meloni. Anche questo è legittimo. Ma non è un argomento giuridico. Il vero ostacolo, come sempre in Italia, non è giuridico: è politico. L’Anm festeggia come se avesse vinto una battaglia nel merito, quando i dati dicono che ha vinto una battaglia sulla forma. E l’opposizione cavalca il risultato senza offrire alcuna alternativa riformista, perché in Italia la giustizia è un’arma, non un tema. Ma ieri la presidente del Consiglio ha detto che il cantiere è aperto. Montesquieu scriveva che non c’è libertà se il potere di giudicare non è separato dal potere di accusare. Il 4% indica la strada. *stefanogiordanoepartners.it La stretta securitaria: “Ora 10mila agenti in più” di Michele Gambirasi Il Manifesto, 10 aprile 2026 Nella palude economica in cui è finito l’esecutivo, e con il dramma di rapporti internazionali che dovevano dare lustro alla premier e si sono rivelati un boomerang, per ripartire non restano altro che le certezze. Su tutte, due battaglie identitarie della destra e di Meloni: sicurezza e immigrazione. Il primo annuncio la premier lo ha dato parlando alla Camera: “Intendiamo incrementare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio. Stiamo lavorando per introdurre la figura dell’ausiliario dei carabinieri e delle forze polizia assumendo 10mila unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza e controllo del territorio”. Una misura che Meloni aveva già annunciato a febbraio, visitando il presidio di militari davanti alla stazione di Rogoredo a Milano, e caldeggiata sia dal ministro della Difesa Crosetto che dal comandante generale dei Carabinieri Salvatore Luongo. Scomparso nel 2005 con il congelamento della leva, l’ausiliario è un carabiniere arruolato con una procedura diversa, dai costi più contenuti e in servizio per un periodo limitato di tempo. Il piano del governo sarebbe quindi quello di reintrodurre la figura con una norma apposita, per poi reclutare i nuovi agenti tramite un bando per un periodo di servizio tra i 15 e i 18 mesi, di cui 3 di formazione. Per il dopo, ovvero renderli effettivi, si vedrà, di certezze al momento non ce ne sono. Il ragionamento sarebbe quello di servirsi delle nuove unità anche per sostituire i militari, 6.800 circa, impegnati nell’operazione Strade sicure e che la Difesa vorrebbe riportare nelle caserme. Ma i nuovi ingressi potrebbero anche solo sommarsi a quanti già in strada, aumentando esponenzialmente il numero di agenti schierati sui territori. “Gli ausiliari non colmano le carenze strutturali, rischiano solo di rendere il lavoro più precario e i tempi di formazione annunciati sono del tutto insufficienti” spiega Pietro Colapietro, segretario della Silp Cgil, che con altri sindacati aveva già scritto a Meloni criticando la misura. “Questa figura inserita in un modello fortemente militare rischia di rompere l’equilibrio previsto dalla legge del 1981 sulla sicurezza pubblica, penalizzando le forze di polizia a ordinamento civile e spingendo verso una progressiva militarizzazione” prosegue. L’altro pilastro di Meloni è quello delle politiche migratorie. Anche qui, per la premier la sfilza di provvedimenti presi in questi tre anni e mezzo “è stato un cambio di passo ma non basta”. L’occhio è puntato sul disegno di legge apposito, annunciato e ancora non depositato in Parlamento, che recepirà le nuove norme europee (su cui il governo ha voluto accelerare il più possibile a Bruxelles) e che contiene il “blocco navale”, ovvero il divieto di ingresso nelle acque territoriali in particolari situazioni deliberate dal consiglio dei ministri. Condizioni che se fosse per Meloni ci sarebbero già ora: “La “conclamata necessità” prevista nel disegno di legge potrebbe essere particolarmente realistica nell’attuale contesto internazionale” ha detto ieri parlando in Senato. Tra i risultati ottenuti, per la premier, c’è quello di aver “ridotto i morti nel Mediterraneo”. Un proclama difficile da sostenere se si guardano i numeri dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, che conteggia solo le morti certe. Dall’inizio del 2026 ne ha contate 765, il 150% del 2025 quando erano state, a questo periodo, 460. “Dopo il flop dei centri in Albania, Meloni continua con la sua sadica propaganda smentita clamorosamente dalla realtà” ha detto il segretario di PiùEuropa Riccardo Magi. “Solo nella settimana di Pasqua ci sono stati cinque naufragi, e Meloni non ha detto una parola su questo” ha attaccato la deputata dem Rachele Scarpa. Non guardate ai selfie ma alle libertà calpestate di Vincenzo Scalia L’Unità, 10 aprile 2026 Sin dagli anni Ottanta, fare politica a colpi di casi giudiziari, costituisce una triste rapsodia, che scandisce i tempi del discorso pubblico, contribuendo in modo decisivo a deteriorarlo. Un certo tipo di giornalismo, autodefinitosi di inchiesta punta a recitare un ruolo moralizzatore, non avvedendosi della scivolosità e della pericolosità del terreno su cui sceglie di impostare l’ordine del discorso. Il caso dei selfie del primo ministro con un ex-camorrista, adesso collaboratore di giustizia, reso pubblico da una nota trasmissione televisiva, rientra appieno in questa casistica. Non si tratta di mettere in discussione l’opposizione al governo Meloni. Su questo siamo tutti d’accordo, sia sul piano ideologico che su quello pratico. È il come che ci rende molto perplessi. In primo luogo, il primo ministro, sulla scia della tendenza attuale di inseguire i social, si presta volentieri a farsi ritrarre con chiunque glielo chieda. Lo ha fatto perfino con un ragazzo che le ha detto che avrebbe votato NO al referendum. Un selfie, quindi, non costituisce un indizio giudiziario rilevante. In secondo luogo, la premier si è fatta ritrarre con un collaboratore di giustizia, non con un pericoloso latitante o con un personaggio chiacchierato. Sebbene anche in questo caso vigerebbe il beneficio del dubbio. Soprattutto, la risposta della premier al selfie, ha centrato in pieno alcune delle più rilevanti contraddizioni che animano chi, da anni, confonde la giustizia sociale col giustizialismo. Meloni ha ricordato che sotto il suo governo è stato catturato Matteo Messina Denaro, e sono stati difesi il 41 bis e l’ergastolo ostativo. È precisamente questo il punto: esiste un giustizialismo trasversale a destra e a sinistra, che condivide l’opportunità di fare svolgere alla giustizia penale il ruolo di regolatore dei conflitti sociali. Che considera come dei totem misure afflittive delle libertà civili, messe in discussione più volte da istanze nazionali e internazionali. Che, in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo, ha difeso l’applicazione del 41 bis ad Alfredo Cospito. Su questo punto, i giornalisti che hanno diffuso il selfie della premier, hanno poco da dire, perché si trovano al suo fianco, in prima fila. Tanto che sono stati silenti, se non addirittura compiacenti, sugli sgomberi del Leoncavallo e di Askatasuna, e non hanno messo in discussione i decreti sicurezza e la gestione paramilitare delle piazze. Pronti come sono a rilanciare l’allarme terrorismo. Eppure, se non si è ancora capito, il nocciolo duro di un’opposizione degna di tal nome, dovrebbe proprio essere la giustizia. Sia come tutela delle libertà fondamentali che l’esecutivo attuale fa vacillare ogni giorno di più, sia come opposizione alle politiche repressive, vero e proprio surrogato di un governo privo di progettualità e prerogative. Mao Zedong parlava del dito, della luna, degli stolti che indicano il primo. Sarebbe ora di tornare a vedere la luna. La riforma che ci dirà se è l’Anm a decidere: il “gip collegiale” di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 10 aprile 2026 La tentazione, dopo il confronto-scontro tra il Sì e il No nel referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, è quella di mantenere una certa rigidità. E quindi, da una parte quella di sedersi nel proprio angolo con un po’ di broncio per l’offesa ricevuta dagli elettori, e dall’altra di mostrarsi disponibili sul piccolo cabotaggio ma in realtà mantenersi sordi a qualunque vera ipotesi riformatrice. Parliamo dell’eterno problema di un vero dialogo tra chi, il Parlamento, il governo e i partiti che lo sostengono, ha il compito di mettere a punto le leggi, e coloro, i magistrati, che hanno il dovere di applicarle. Il primo momento di incontro, organizzato dal Dubbio con tre interlocutori fondamentali, il viceministro di Giustizia Francesco Paolo Sisto, il Consiglio nazionale forense con il presidente Francesco Greco e il sindacato dei magistrati con Giuseppe Tango, ha aperto qualche spiraglio. Anche se è vero che la coperta è corta e i tempi molto brevi, da qui al termine della legislatura. Va sempre considerato il fatto che il mondo della politica va di passo lesto, e ti svegli una mattina ed è già ora di andare al voto. L’apertura della campagna elettorale l’ha data il referendum e la campanella di inizio è già suonata. Anche l’intervento alle due Camere di ieri della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato letto dagli osservatori e commentatori politici come l’avvio del prossimo programma di governo. Sarà la giustizia uno dei temi di fondo? O invece il programma di riforme del ministro Carlo Nordio sarà abbandonato come uno straccio vecchio? Ci sono quei dodici milioni e mezzo di cittadini che con il loro Sì alla separazione delle carriere attendono comunque risposte, e che difficilmente potranno rassegnarsi a un futuro di conservazione e di non piena realizzazione del processo accusatorio, simbolo del mondo liberale, e contrapposto a quello inquisitorio, rappresentato nel mondo dei Paesi a regimi totalitari. Ci sono già una scadenza e una data che aspettano il mondo della giustizia, quella del prossimo 25 agosto, e riguardano un tema ultrasensibile come quello della custodia cautelare in carcere. Anche se il nuovo presidente dell’Associazione magistrati Giuseppe Tango ha già messo le mani avanti e detto che in realtà il primo appuntamento a cui deve essere chiamato il governo è di tipo occupazionale ed economico. Il prossimo 30 giugno infatti scadranno i contratti degli addetti all’Ufficio per il processo, che furono reclutati per dare una mano a smaltire gli arretrati degli uffici. Una task-force composta in gran parte di giovani avvocati che in realtà avrebbe dovuto avere una scadenza a termine, vista la sua natura di tipo emergenziale. Il sindacato delle toghe vuole che siano trasformati in dipendenti definitivi? Il presidente Tango, tra il serio e il faceto, ha proposto che il governo usi i fondi che erano stati previsti dalla riforma costituzionale per la duplicazione del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Battute e provocazioni a parte, probabilmente i magistrati, sempre oberati di lavoro, anche se forse i loro orari di reale impegno andrebbero meglio razionalizzati, magari estendendoli anche ai pomeriggi che vedono in gran parte deserti i palazzi di giustizia, saranno accontentati. In giugno. Ma le spine arriveranno in agosto, in piena estate e con la magistratura in ferie. Non sarà proprio l’“ hic Rhodus hic salta” di Esopo, la riforma che va a scadenza, ma forse un nuovo banco di prova sul piano della cultura liberale e riformatrice. Sarà un’occasione per il governo, ma anche per la magistratura. Perché attiene al tema più delicato di tutti sul piano delle libertà individuali. Era il 2024 quando il Parlamento approvò la legge numero 114 che imponeva prima di tutto l’interrogatorio della persona interessata da parte del gip prima di decidere su una misura cautelare in carcere richiesta dal pm. Il secondo punto qualificante della norma prevedeva che la decisione fosse assunta in sede collegiale, da tre gip. I cronici problemi di organico nei tribunali avevano reso necessario un rinvio di due anni di questa seconda parte della norma. In cui è anche previsto, scritto nero su bianco, un aumento di organico di 250 unità di magistrati destinati alle funzioni giudicanti, con procedure di concorso straordinarie. Nelle more e nell’attesa dei risultati dei concorsi, per le sedi dei tribunali più piccoli si potrebbe applicare la proposta di Enrico Costa di fare riferimento alle sedi distrettuali. Ma un problema del confronto con chi, i magistrati, quella norma dovrà applicare, c’è già. Perché il sindacato delle toghe si è già dichiarato contrario. E del resto, quando una norma viene definita da Marco Travaglio con la consueta eleganza come “schiforma”, sappiamo già come la pensano i vertici della Anm. Quindi il punto è: stiamo parlando di organici o di separazione delle carriere? E sì, perché sono proprio i collegi di magistrati, dai Tribunali del Riesame a quelli dei tre gradi di giudizio, che finiscono col rendere giustizia a quasi il 50% delle persone rinviate a giudizio dal gip monocratico. Il quale accoglie in genere almeno il 90% delle richieste della Procura. Considerazione alla base della necessità di sganciare le carriere dei gip da quelle dei pm, sempre più forti e mediatici, come si è visto nella campagna referendaria. Quello che quindi va richiesto oggi ai rappresentanti dei magistrati, soprattutto da parte degli avvocati, da sempre sensibili alle libertà individuali e al problema del carcere, è se, con il completamento degli organici, cesserebbero di opporsi alla riforma. La loro riposta non è secondaria, essendo proprio loro a dover poi applicare la norma. Hic Rhodus, hic salta, quindi? Lo scoglio non è piccolo. Anche perché, dal momento che tutti (anche il presidente Tango ne ha parlato) lamentano la disumanità della condizione carceraria a causa del sovraffollamento, non sarà male occuparsi anche dei motivi che portano in carcere così tante persone, soprattutto in custodia cautelare. Tre giudici sapranno resistere al fascino del pubblico ministero con maggiore fermezza rispetto al singolo, anche in assenza della separazione delle carriere? La prova del budino al 25 agosto. Custodia cautelare, altro che riforma tecnica: qui siamo davanti a una scelta politica precisa di Alberto Iannuzzi* Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2026 Inserire un passaggio preventivo che avvisa di fatto chi è sotto indagine significa sterilizzare proprio quelle esigenze cautelari che la legge dichiara di voler tutelare. Come si fa a non essere d’accordo con la premier Meloni allorquando, in occasione dell’informativa alla Camera sull’azione di Governo, nel commentare l’esito del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, ha auspicato che il tema non venga abbandonato? Meloni ha anche affermato: “I problemi sul tappeto rimangono e abbiamo il dovere di trovare soluzioni concrete, coraggiose ed efficaci, possibilmente in un clima di collaborazione con la magistratura”. Tuttavia, la concordanza con le affermazioni della presidente del Consiglio, sacrosante in linea di principio, subisce una brusca battuta d’arresto quando si esaminano le soluzioni proposte, quelle contenute nel cantiere aperto con la riforma promossa dal ministro della Giustizia. Se la riforma targata Nordio si guarda senza paraocchi e con la lente di ingrandimento della situazione di grave criticità che attraversano gli uffici giudiziari, emergono forti perplessità circa la volontà effettiva da parte di questo governo di indirizzare la politica giudiziaria nella direzione auspicata da tutti i cittadini: assicurare una giustizia più efficiente, e, in particolare, la definizione in tempi ragionevoli dei procedimenti civili e penali. Tuttavia, altre sembrano essere le preoccupazioni che muovono il governo Meloni, laddove si assiste ad una progressiva disarticolazione degli strumenti che permettono allo Stato di contrastare il potere illegale, soprattutto quando questo si annida proprio dove dovrebbe essere più controllato. L’ultima tessera di questo coacervo di modifiche normative è la riforma della disciplina relativa alla custodia cautelare. Sulla carta viene giustificata e propagandata come un rafforzamento delle garanzie: collegialità nella decisione, interrogatorio preventivo dell’indagato. Nella realtà finisce per creare un meccanismo che rischia di incepparsi prima ancora di partire. Nei grandi tribunali forse si troveranno soluzioni organizzative adeguate, ma nei piccoli uffici giudiziari - già al collasso tra carenze di organico e arretrati cronici - la previsione di un collegio di Gip per decidere misure urgenti è un lusso che non ci si può permettere. Non è difficile immaginare quali saranno le conseguenze: tempi che si allungheranno a dismisura, procedure che si complicheranno, interventi giudiziari che salteranno, ovvero si concretizzeranno quando di fatto saranno già cessate le esigenze cautelari che giustificavano l’applicazione della misura cautelare. E la custodia cautelare, piaccia o non piaccia, vive di tempestività. Serve quando c’è il rischio concreto che le prove vengano inquinate, che l’indagato fugga, ovvero che torni a delinquere. Inserire un passaggio preventivo che avvisa di fatto chi è sotto indagine significa sterilizzare proprio quelle esigenze cautelari che la legge dichiara di voler tutelare. È come annunciare un blitz prima di farlo. Il problema è che questa misura non arriva isolata, in quanto si inserisce in una sequenza coerente. Prima l’abolizione dell’abuso d’ufficio, salutata come liberazione dei sindaci - e non solo - ma che ha prodotto un vuoto normativo su comportamenti opachi nell’esercizio del potere. Poi la stretta sulle intercettazioni, sempre più limitate, sempre più difficili da utilizzare, proprio mentre la criminalità organizzata affina strumenti e linguaggi per sfuggire ai controlli. Infine il ridimensionamento del traffico di influenze, altra norma depotenziata fino a diventare poco più che simbolica. Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia tenerli ben aperti: si restringe progressivamente il perimetro entro cui è possibile indagare e perseguire i reati legati al potere, alla corruzione, alle relazioni opache tra pubblico e privato. E ora si assesta un colpo mortale ad uno degli strumenti chiave per intervenire nelle fasi iniziali delle indagini, quando prevenire è ancora possibile. La narrazione ufficiale parla di garantismo. Ma qui il garantismo appare a senso unico: molto accentuato quando si tratta di limitare l’azione dei magistrati, particolarmente nel contrasto ai reati dei potenti; molto meno quando si tratta di garantire i cittadini rispetto a reati che incidono sulla vita quotidiana. Perché indebolire la custodia cautelare non colpisce solo i colletti bianchi: rende più difficile intervenire anche contro la criminalità comune e organizzata, quella che agisce sul territorio, che intimidisce, che si infiltra nei gangli dell’amministrazione pubblica. C’è poi un elemento che sfugge al dibattito pubblico: la distanza tra la norma e la sua applicabilità concreta. Le riforme si scrivono nei ministeri, ma si scontrano con le situazioni critiche e i problemi che vivono i tribunali reali, dal momento che le riforme camminano sulle gambe dei magistrati e del personale giudiziario, e devono fare i conti con le risorse limitate di cui dispone l’apparato giudiziario. Pensare che uffici con pochi magistrati possano garantire decisioni collegiali rapide e disporre misure urgenti significa ignorare - o fingere di ignorare - la realtà. Alla fine resta una domanda semplice, alla quale i cittadini vorrebbero una risposta da parte della politica: chi beneficia davvero di questo insieme di interventi? Perché se l’effetto è rendere più difficile l’accertamento, la prevenzione e la punizione dei reati che destano allarme sociale, allora il prezzo lo pagano i cittadini, mentre qualcun altro incassa il dividendo dell’impunità. Altro che riforma tecnica! Qui siamo davanti a una scelta politica precisa: arretrare sulla capacità dello Stato di intervenire dove il potere devia, non con un provvedimento adottato una tantum, bensì pezzo dopo pezzo, norma dopo norma, come una sorta di medicina mitidratica, che, assunta a piccole dosi, non viene più riconosciuta dall’organismo malato. *Già presidente Corte di appello Potenza Presunzione d’innocenza: possibile la confisca con la prescrizione del reato Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2026 Lo ha stabilito la Corte costituzionale, sentenza n. 49/2026, affermando che ciò non equivale a un’attribuzione di responsabilità penale. Non viola la presunzione di innocenza l’articolo 578-bis del codice di procedura penale, nella parte in cui stabilisce che, quando è stata ordinata la confisca in casi particolari prevista dal primo comma dell’articolo 240-bis del codice penale e da altre disposizioni di legge o la confisca prevista dall’articolo 322-ter del codice penale, il giudice d’appello, nel dichiarare il reato estinto per prescrizione, decide sull’impugnazione ai soli effetti della confisca, previo accertamento della responsabilità dell’imputato. Lo ha affermato la Corte costituzionale, con la sentenza numero 49, depositata oggi, pronunciandosi sulle questioni sollevate dalla Corte di appello di Lecce, con riguardo ad un giudizio relativo all’applicazione di una confisca urbanistica conseguente ad un reato di lottizzazione abusiva estintosi per prescrizione. In linea con la propria sentenza numero 2 del 2026, la Corte costituzionale ha sottolineato che la decisione sull’impugnazione “ai soli effetti della confisca” non si pone in contrasto con il c.d. secondo aspetto della presunzione di innocenza sancita dall’articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, giacché tale decisione non equivale all’attribuzione di una “responsabilità penale” al prosciolto. La Corte ha peraltro rammentato che, nell’applicare l’articolo 578-bis del codice di procedura penale, il giudice dell’impugnazione, chiamato ad accertare la sussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato, non deve adombrare in motivazione che il processo definito con la dichiarazione di estinzione per prescrizione si sarebbe dovuto concludere in modo diverso. Lombardia. “Giocattolo sospeso”, consegnati i regali ai bimbi dei detenuti di Paolo Guido Bassi lombardianotizie.online, 10 aprile 2026 Centinaia di giocattoli sono stati donati da Regione Lombardia alle carceri lombarde per predisporre o migliorare gli ambienti destinati ad accogliere la presenza di minori. L’assessore regionale alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità, Elena Lucchini, ha consegnato i giochi al provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per la Lombardia, Maria Milano Franco d’Aragona, presso l’Arena Experience di Palazzo Lombardia. Hanno partecipato all’evento anche Lia Sacerdote, presidente dell’associazione Bambini Senza Sbarre; Genesio Rocca, presidente di AssoGiocattoli e il sottosegretario regionale con delega a Sport e Giovani, Federica Picchi. I doni sono stati raccolti durante il periodo natalizio attraverso l’iniziativa ‘Giocattolo sospeso’, promossa dal presidente della Regione Attilio Fontana e realizzata in collaborazione con AssoGiocattoli, che ha visto molti cittadini lombardi contribuire con la donazione di giocattoli per i bimbi che vivono situazioni di marginalità e fragilità. Quest’anno, come destinatari sono stati scelti i figli delle persone sottoposte a provvedimenti dell’Autorità giudiziaria. L’intervento si fonda sul riconoscimento della centralità del minore quale soggetto di diritti e sulla consapevolezza che la qualità dell’esperienza relazionale vissuta dal bambino nei momenti di incontro con il genitore in esecuzione penale rappresenta un elemento determinante per la continuità del legame affettivo nel tempo e per la costruzione equilibrata dell’identità personale. In tale prospettiva, il gioco non costituisce mero intrattenimento, ma uno strumento privilegiato di comunicazione simbolica, di elaborazione emotiva e di costruzione della relazione genitore-figlio. “Il ‘Giocattolo sospeso’ - ha dichiarato l’assessore Lucchini - è un’iniziativa giunta alla sua quinta edizione: un gesto semplice, ma dal valore profondo. Significa riconoscere che anche nei contesti più complessi deve essere garantito il diritto dei bambini a vivere una relazione autentica con i propri genitori”. “Come Regione Lombardia - ha continuato - abbiamo scelto di investire con continuità nelle politiche a sostegno della genitorialità e dell’infanzia, anche nell’ambito dell’esecuzione penale, perché crediamo che la qualità dei legami familiari sia un elemento fondamentale per il benessere dei minori e per i percorsi di inclusione. Il gioco, in questo contesto, non è solo un momento di svago, ma uno strumento che facilita la comunicazione, aiuta a esprimere le emozioni e rende gli incontri tra genitori e figli più accoglienti e più vicini ai bisogni dei bambini”. Questa iniziativa, ha sottolineato l’assessore, “rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra istituzioni, sistema associativo e comunità, e dimostra come, anche attraverso azioni semplici, sia possibile costruire interventi capaci di incidere realmente sulla vita delle persone. Non consegniamo solo dei giochi, ma rafforziamo un impegno: quello di mettere al centro i bambini, i loro diritti e il valore delle relazioni familiari”. Presenti all’evento i rappresentanti di tutti gli istituti penitenziari della Lombardia. “La questione dei bambini in carcere in Lombardia, grazie all’associazione Bambini senza sbarre - ha ricordato Maria Milano Franco d’Aragona - è sentita fortemente da tempo, non è una novità di oggi, ci sono trent’anni di lavoro. Quello che ci sta a cuore, è che gli effetti negativi della carcerazione dei genitori non ricadano sui figli. Ringrazio Regione e AssoGiocattoli, per questi doni, che sono bellissimi. E in un ambiente così duro come il carcere, se non c’è bellezza non c’è recupero, non c’è attenzione e non c’è cura. Noi vogliamo invece la cura e questo è un grandissimo gesto di cura”. Lia Sacerdote: importante intervento di prevenzione - Parole cui hanno fatto eco quelle di Lia Sacerdote da sempre attiva nel sostenere i figli delle persone carcerate. “Abbiamo iniziato 25 anni fa - ha raccontato - e allora eravamo soli, perché questo era considerato un tema marginale. Ora invece è diventato centrale e condiviso da tutti, come dimostra la presenza dei rappresentati di tutti gli istituti penitenziari della nostra regione. Lavoriamo insieme in un ambito che rappresenta un intervento di prevenzione importante per scongiurare il rischio che questi bambini possano ripetere la storia dei loro genitori”. Grande soddisfazione per i risultati dell’iniziativa dal presidente di AssoGiocattoli, Genesio Rocca, che ha ricordato come tutto sia partito proprio da Regione Lombardia. “Questo progetto è iniziato cinque anni fa proprio in questa piazza con voi. Siamo partiti con Regione Lombardia, quest’anno copriamo tutte le regioni d’Italia. Siamo arrivati a oltre 500 punti di raccolta e, nel 2025, abbiamo raccolto quasi 60.000 giocattoli. Saremo sempre al vostro fianco per qualsiasi iniziativa di questo genere, perché aiutare i bambini e soprattutto i bambini in difficoltà per noi è una cosa fondamentale”. Presente alla cerimonia di consegna anche il sottosegretario regionale con delega a Sport e Giovani, Federica Picchi: “La semplicità e la piccola gioia di un giocattolo - ha detto - possono diventare un gesto potentissimo in un contesto complesso come il carcere. È qui che si concentra il valore di un’iniziativa che mette al centro le relazioni familiari e i minori, nella fase più fragile e decisiva della loro crescita: l’infanzia, soprattutto quando uno dei genitori è detenuto. Ringrazio l’assessore Lucchini per questa iniziativa davvero di valore”. Viterbo. Detenuto muore a 69 anni. Costretto al carcere nonostante un carcinoma di Filippo Piccolo lafune.eu, 10 aprile 2026 Il fatto ha portato a un intervento di Stefano Anastasia, al secolo garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio, che ha parlato di “condizioni detentive incompatibili con il quadro clinico dell’uomo”. Muore all’interno del reparto di medicina protetta dell’ospedale Santa Rosa un detenuto di 69 anni. Un decesso avvenuto nella notte tra mercoledì 8 e giovedì 9 aprile. Il fatto ha portato a un intervento di Stefano Anastasia, al secolo garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Lazio, che ha parlato di “condizioni detentive incompatibili con il quadro clinico dell’uomo”. “Aveva appena compiuto 69 anni - scrive Anastasia. Entrato in carcere poco più di un anno fa per una condanna in contumacia a due anni e mezzo per truffa e con una grave forma di diabete, in carcere gli è stato diagnosticato un carcinoma alla prostata con metastasi e crolli vertebrali. Infine un ictus gli ha causato afasia ed emiplegia. È stato ricoverato nel marzo scorso a Viterbo. Da allora l’equipe medica ha mandato due relazioni all’autorità giudiziaria, rappresentando la necessità di continui accessi a strutture sanitarie esterne, di fatto incompatibili con la detenzione in carcere. La (pena di) morte ha anticipato di un anno la fine di una sadica pena temporanea”. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sul carcere viterbese (al 31 marzo) dicono che ci sono 672 detenuti (di 290 stranieri) a fronte di una capienza regolamentare di 440. Il tasso di affollamento è del 166%, superiore sia a quello regionale (144%) che a quello nazionale (138%). San Gimignano (Si). La Cassazione: “Nel carcere non ci fu tortura. Nuovo processo d’appello” di Valentina Marotta Corriere Fiorentino, 10 aprile 2026 La Cassazione dopo le condanne a 10 agenti in primo e secondo grado. “Non ci fu tortura nel carcere di San Gimignano”. Così ha deciso la Cassazione che ha annullato e disposto un processo d’appello bis per dieci agenti della polizia penitenziaria accusati di aver preso a botte e umiliato un detenuto tunisino in carcere per droga durante un trasferimento da una cella all’altra, al Ranza nell’ottobre 2018. Un anno fa, la Corte d’appello di Firenze aveva confermato la condanna, inflitta un primo grado in abbreviato, ai dieci poliziotti con pene comprese tra 2 anni e 3 mesi a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Ieri è stata accolta la richiesta del procuratore generale Nicola Lettieri che aveva sollecitato l’annullamento della sentenza “per assenza di elementi sufficienti a pervenire alla certa affermazione di responsabilità” in merito al reato contestato. La vicenda risale all’11 ottobre 2018. Per quattro minuti, ha ricostruito il pg Lettieri, il detenuto, “considerato problematico”, avrebbe subito “minacce e violenze dagli agenti di custodia”. Ma “è incontestato - ha sottolineato il pg - che in quel reparto si respirasse una forte tensione emotiva e che aleggiasse una situazione “esplosiva”. fatta di danneggiamenti all’arredo delle celle, atti di autolesionismo, vocazioni suicide, sistematici insulti nonché continue e gravi minacce tra detenuti e nei confronti degli agenti di custodia”. Una situazione “che poteva, in qualsiasi momento, deflagrare”. Così come “è incontestato” che lo spostamento del recluso fosse “funzionale a neutralizzare possibili scontri verbali o fisici tra i vicini di cella”. Ma per la Procura generale, in questa vicenda diversi elementi fanno “sorgere seri dubbi sulla integrazione di un reato che costituisce un grave crimine contro l’umanità perseguito dal diritto internazionale e giustamente punito con pene severe, ma inidoneo a fronteggiare fenomeni come quello in esame”. Innanzitutto, la “lieve entità delle lesioni accertate che escludono la sussistenza di una grave violenza” e l’assenza di un trauma psichico subito dal detenuto. Poi, la “contenuta durata della condotta” che si è esaurita nella “manciata di quattro minuti”. Anche minacce e insulti “non gravi” erano “usuali e reciproci tra detenuti e agenti”. Ancora: la necessità di “dover usare una forza soverchiante” per il trasferimento del detenuto in considerazione di agire in una “polveriera”. Infine: “la presenza nel gruppo di alcuni agenti” che hanno invitato un collega “a non infierire” dimostra che le condotte di tutti gli imputati non fossero finalizzate al “pestaggio e ad arrecare forte sofferenza”. Roma. Ipm di Casal del Marmo, Pascoli letto ai giovani detenuti di Luca Monaco La Repubblica, 10 aprile 2026 Il progetto “Libri liberi” al carcere minorile con il film sul poeta. Il saluto del ministro Nordio. Tutto questo è per voi - esordisce il capo del dipartimento per la Giustizia minorile del ministero della Giustizia, Antonio Sangermano - è un atto di gentilezza, di dolcezza, perché la letteratura è vita e nella vita c’è anche il dolore. Ma bisogna superarlo attraverso la speranza e noi abbiamo il compito di darvi la speranza”. Nella biblioteca dell’istituto per minorenni di Casal del Marmo ieri la speranza ha preso forma nel sorriso dell’attrice Benedetta Porcaroli, che ha cercato la comunicazione diretta con i circa venti ragazzi e ragazze venuti ad assistere alla proiezione de Il romanzo familiare di Giovanni Pascoli. L’iniziativa è stata moderata dalla caporedattrice di Repubblica Laura Pertici e rientra nel progetto “Libri liberi: i grandi classici raccontati nelle carceri”, promosso dalla Fondazione De Sanctis con il patrocinio del ministero della Giustizia e della Rai. Nel film, Porcaroli interpreta Mariù, la sorella di Pascoli. “Se a scuola mi era potuto sembrare un personaggio complesso, durante la preparazione del film mi sono resa conto dell’assoluta genialità di Pascoli - assicura - Voi la ricordate La cavallina storna?”, domanda alla giovane platea. I ragazzi e le ragazze di Casal del Marmo restano in silenzio. Lasciano spazio alla lettura della poesia, prima della proiezione del film. In prima fila ci sono i rappresentanti delle istituzioni. C’è il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che mette in rilievo come “spesso le pagine più belle della letteratura italiana sono le più semplici - dice ai ragazzi - non bisogna avere paura della cultura”. Prima di lui avevano preso la parola figure di assoluto rilievo come il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari. Accanto a loro Francesco De Sanctis, il presidente della Fondazione De Sanctis. In sala ci sono anche il vicario del questore di Roma, Andrea Di Giannantonio e il comandante dei carabinieri del gruppo Roma, Stefano Tosi. “La cultura contribuisce a sviluppare il pensiero critico - spiega Lo Voi - è un elemento fondamentale per costruire un futuro più giusto, più umano, che non ci faccia dimenticare la libertà”. La sala applaude. “Crediamo profondamente nelle potenzialità di questo progetto - insiste De Sanctis - mette in dialogo il mondo della scrittura e quello del cinema per una missione sociale concreta: offrire strumenti e opportunità che favoriscano crescita, creatività e confronto”. Roma. Nordio inaugura Libri Liberi: “Ragazzi non abbiate paura della cultura” di Catia Paluzzi gnewsonline.it, 10 aprile 2026 Riparte dall’Istituto penale per i minorenni di Roma “Casal del Marmo” la rassegna Libri Liberi, il progetto che porta i grandi classici della letteratura e del cinema alle persone recluse, promuovendo la cultura come leva di crescita e consapevolezza. Dopo le dodici tappe dello scorso anno, l’edizione 2026 si apre con un nuovo ciclo di incontri, inaugurato dal Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, alla presenza del Sottosegretario Andrea Ostellari e del capo del Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità, Antonio Sangermano. Nell’intervento che ha aperto l’incontro, Sangermano, rivolgendosi ai ragazzi, ha sottolineato che “il carcere deve essere un punto di partenza per un oltre che dovrete costruire da soli, ma con noi vicini il più possibile”, e li ha invitati a “coltivare speranze e progetti, costruendo relazioni stabili che vi gettino oltre l’ostacolo”. Il sottosegretario Ostellari, evidenziando il ruolo crescente dell’istituto come spazio culturale, ha precisato che “lo strumento della cultura e dell’arte si affiancano alla scuola, alla formazione e al lavoro”, diventando occasione per “guardarsi dentro” e “imparare qualcosa che aiuti a sperare nel futuro”. Un percorso che, ha aggiunto, punta a creare “non solo luoghi di detenzione ma spazi di vera rieducazione”, con un investimento concreto “nei confronti dei ragazzi che hanno sbagliato e che vogliamo accompagnare in un futuro libero”. “Libri Liberi” Casal del Marmo - Momento centrale dell’inaugurazione è stata l’interpretazione dell’attrice Benedetta Porcaroli della poesia La cavallina storna di Giovanni Pascoli, tratta dai Canti di Castelvecchio (1903), che rievoca l’assassinio del padre del poeta, attraverso il dialogo simbolico tra la madre e la cavalla, unica testimone del delitto. A seguire, la proiezione del film Zvanì - Il romanzo familiare di Giovanni Pascoli, diretto da Giuseppe Piccioni, scelto per la sua capacità di affrontare temi come memoria, responsabilità e crescita personale, offrendo ai giovani detenuti uno spazio di riflessione sul valore della parola e sul rapporto tra passato e futuro. Nel suo intervento, il Ministro Carlo Nordio ha invitato a non trasformare questi momenti in “lezioni accademiche” né a “distribuire il proprio sapere con arroganza”, sottolineando che “quando si fanno incontri come questo è importante non solo quello che si ascolta, ma ciò che si riflette nell’ambito del proprio animo”. Ha quindi ribadito il ruolo centrale della cultura: “Ci sono aiuti che fanno girare il cervello, il cuore, il sentimento delle persone. E questi sono dati dalla cultura”, e rivolto ai ragazzi ha concluso: “non bisogna avere paura della cultura”. All’evento hanno preso parte circa venti giovani detenuti, oltre al vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli, e il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma, Francesco Lo Voi, Presidente della Fondazione De Sanctis, Francesco De Sanctis, il Presidente della Fondazione Lottomatica, Riccardo Capecchi e alcuni rappresentanti istituzionali. Firenze. “Un anno e mezzo da cappellano del carcere di Sollicciano” di Giada Fusi gazzettinodelchianti.it, 10 aprile 2026 Il racconto di don Stefano Casamassima. Il parroco di San Pancrazio descrive questa sua esperienza (“Dovrebbe essere come un ospedale, dovrebbe guarire”). E racconta due prossimi eventi in cui la comunità sosterrà chi vive in carcere. Da un anno e mezzo don Stefano Casamassima, parroco di San Pancrazio, è anche cappellano del carcere di Sollicciano, a Firenze. Un’esperienza forte, complessa, che il sacerdote accetta di raccontare. Un’esperienza a sostegno della quale, in particolare delle profonde povertà che ospita, ha coinvolto e sta coinvolgendo anche la sua comunità, quella di San Pancrazio. Don Stefano, come si vive in carcere ogni giorno, come si aiutano queste persone? “Inizio con il dire che lo sbaglio di giudizio della società è proprio nell’idea di fondo del carcere: il carcere è un luogo di transito, non di permanenza indefinita. Proprio come in ospedale, dove si entra per venire curati e uscire guariti, perché non è la stessa cosa per il carcere? Perché il male che ha abitato queste persone ha colpito anche noi, nel nostro profondo, generandoci distacco, disprezzo e distanza sociale. Queste persone devono invece entrare in carcere per essere guarite. Si parla di “giustizia riabilitativa”: ma se anche la società non viene guarita, non viene educata all’accoglienza e all’ascolto, queste persone non guariranno mai veramente. Senza una riabilitazione sociale al momento della loro uscita, non riusciranno più a mantenersi saldi nel bisogno di bene, e si troveranno di nuovo a dover far fronte alle loro fragilità e ricadranno nel male. Proprio come l’ospedale, il carcere è il segno che tutti abbiamo una sofferenza e tutti dobbiamo essere guariti. Perché dietro ad ogni persona, ad ogni reato, ad ogni gesto, anche il più indicibile, c’è dietro una storia di vita più ampia, fatta di sofferenze, abbandono, povertà sociale ed educativa, di guerra, di violenza. Quelle persone non sono il loro reato e, attraverso la fede, ogni giorno cerco di ricordare loro che su di loro hanno un amore più grande che li spinge a provarci ancora e ancora per uscire dal male dove sono sprofondati”. Chi sono coloro che vivono in carcere? “Parto con il dire che le condizioni del carcere di Sollicciano, come purtroppo la maggior parte delle strutture statali, vivono una condizione di degrado tale che è veramente un’umiliazione per l’essere umano. Sollicciano è un carcere misto, e senza dubbio l’età dei detenuti si è drasticamente abbassata negli ultimi anni. Questo dovrebbe far riflettere però sui motivi che spingono i giovani di oggi a farsi abitare dal male. Non c’è più un’attenzione e manca una misurazione delle conseguenze delle proprie azioni, vince l’istinto, il momento di non lucidità. Detto questo, ci sono tanti tipi di povertà all’interno del carcere, tanti tipi di persone”. Ci spieghi meglio... “C’è un grande numero di poveri senza fissa dimora, divorati dalla tossicodipendenza, dall’alcol e dalla vita di strada che entrano ed escono continuamente. Per alcuni di loro in realtà davvero il carcere diventa una salvezza. Tanti nel periodo in cui restano dentro riprendono a vivere in maniera dignitosa, mangiano tutti i giorni, si lavano, stanno lontano dalle dipendenze, dormono in un letto, ritrovano speranza. Il ritorno fuori per loro è una continua sfida alle loro fragilità: e molto spesso il lavoro fatto, anche grazie all’aiuto di tutto il personale (sanitario e non) che vive il carcere, tornando per strada diventa in poco tempo nullo. E ripetono i vecchi errori. Ci sono poi tante brave persone, che fino al momento prima avevano vissuto una vita dignitosa, con un lavoro stabile, una famiglia, e che in un attimo di totale blackout hanno fatto cose indicibili a persone care, alla propria famiglia. Un eccesso di frustrazione dovuto a mille fattori ha permesso loro di far vivere e vincere il male dentro di loro”. Riesce sempre ad ascoltare chi ha di fronte senza giudizio? “Parto intanto dal presupposto che io sto andando dentro quelle mura perché un altro mi sta chiedendo di essere portato lì. La cosa che poi faccio è di avvicinarmi alle persone, non ai reati che hanno commesso. La maggior parte delle volte non li conosco neanche, li vengo a sapere solo quando loro decidono di dirmeli. Ci sono poi i nomi che leggi sui giornali, di persone che hanno commesso crimini indicibili. Lì ovviamente c’è una fatica maggiore nel non cercare di arrivare con pregiudizi o giudizi. Quando li incontro cerco di vederli, appunto, come persone molto più grandi di quello che hanno commesso, perché in loro c’è una vita prima e una vita dopo. Quando posso incontro anche le famiglie, sia dei carcerati, che di chi è vittima. Attraverso il dialogo si accoglie quello che ti danno”. Don Stefano Casamassima Nel dialogo con il sacerdote secondo lei cosa cercano? “I loro racconti hanno sempre tanto dietro: c’è il senso di colpa verso le vittime, verso i propri cari; c’è la sofferenza per le privazioni del carcere, l’attesa e la speranza. C’è poi il desiderio di bene, di vita che piano piano torna a farsi forte in loro. Alcuni lo sognano come una cosa lontana, che non sai neanche che cos’è. Altri lo sognano come una cosa su cui investire energie, tempo, dedizione. Chi decide di impegnarsi, grazie a percorsi di recupero con psicologi, dottori, psichiatri, oppure attraverso lo studio o il lavoro, e inizia ad affrontare davvero quello che ha fatto. Chi approfondisce di più soffre di più, perché deve rendere per primo conto a se stesso delle proprie azioni, e affrontare una presa di coscienza del reato commesso. La fatica quotidiana, attraverso appunto dei lavori che si possono fare all’interno del carcere, permette di affrontare la pena con maggiore lucidità e con un senso di riscatto. Chi affronta poi questo tipo di percorso vive nel desiderio di riconciliazione con chi è fuori, o con chi ha subito il suo gesto. Nascono quindi delle lettere che rimangono a volte non scritte, perché magari si è in una fase processuale di giudizio e tutto può peggiorare la situazione. Le scuse vengono quindi rimandate e si crea questo stato d’animo di attesa, di dolore e senso di colpa”. E chi ha di fronte lunghe detenzioni? “Cosa posso fare se magari ho oltre 20 anni di carcere davanti a me? Chi decide di impegnarsi in questo processo di cambiamento lo fa anche per lasciare un’immagine diversa alla propria famiglia, oltre il reato. Questo processo è possibile grazie alla passione e alla professionalità di tanti che vivono il carcere: dottori, istituzioni, ma anche tanti volontari che ogni giorno cercano di dare ai carcerati dignità. Ci sono infatti tante situazioni nelle quali la persona che è stata arrestata, per esempio, si trova priva di tutti quelli che sono i beni primari per rimanere in carcere, a partire da vestiti di ricambio o prodotti per l’igiene personale. Spesso però fuori non c’è nessuno da poter chiamare per farseli portare, o semplicemente ne sono sprovvisti anche fuori. Ecco che entrano in campo i volontari, a partire dalla Caritas, che fanno per loro commissioni, che portano loro il necessario per vivere in maniera dignitosa”. Come si esce dal carcere? “Con la consapevolezza che inizia una vita dopo il reato commesso che li metterà alla prova ancora di più; perché se vorranno davvero riscattarsi, dovranno impegnarsi il doppio per dimostrare il loro valore. Per tutti coloro che dovranno accogliere questi individui, come tutti gli “estranei” del mondo che arrivano ad incrociare le nostre vite, ricordiamoci sempre che ogni storia ha una storia più ampia dietro. E soltanto se si cerca di guardare chi abbiamo di fronte, come persona, potremmo riuscire a rialzarci dalla sofferenza che ogni giorno circonda le nostre vite”. Veniamo infine a San Pancrazio, a due iniziative proprio a sostegno dei bisogni di coloro che, poveri, vivono nel carcere di Sollicciano... “La mia esperienza nel carcere di Sollicciano, come tutte le mie esperienze di vita, ritengo che sia fondamentale condividerla con chi mi sta intorno. Questo scambio crea poi dei gesti, delle nuove attenzioni e delle azioni per prendersi cura di chi ha bisogno. Ecco che sabato 11 aprile un gruppo di genitori con i propri figli si occuperà di fare a mano dei tortellini. Chi li ordinerà contribuirà a una donazione per i poveri del carcere. Insieme ai soldi, i carcerati riceveranno anche i disegni e le lettere dei nostri bambini, che potranno raccontare loro perché hanno raccolto quei soldi e che potranno entrare, attraverso i loro piccoli gesti, all’interno delle mura del carcere. Questo è importante per creare un’apertura diverse negli occhi dei bambini. Non essere indifferenti e andare oltre i pregiudizi e le diffidenze sociali, ma soprattutto andare oltre il rancore, per vivere nel perdono e nell’accoglienza. Sabato 18 aprile invece, per chi vorrà, ci sarà una cena su prenotazione qui alla Pieve, con lo stesso obiettivo: raccogliere fondi per i più poveri e avvicinarci a diverse sofferenze. Lo sappiamo, quando si parla di carcere c’è sempre una rigidità sociale, porte che si chiudono e il giudizio che non permette di andare oltre alle azioni commesse, per vedere semplicemente la sofferenza di quelle persone”. Gli adolescenti, la rabbia e quello che la scuola può fare per loro di Giulia Addazi Il Domani, 10 aprile 2026 Dopo l’attentato alla scuola media e l’arresto del diciassettenne di Pescara, il pezzo rap di Trucebaldazzi, che spopolava su Youtube nel 2010, si colora di una luce inquietante. Le storie di esclusione e di traumi non sono un fenomeno raro. Per includere non basta produrre documenti, serve sentirsi davvero parte di una comunità. Era il 2010 e su Youtube spopolava il video di un ragazzo che cantava così: “Odio la scuola e gli insegnanti”, “Vendetta vera non finirò in galera”. Questi versi sono la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho visto la maglietta che il tredicenne della provincia di Bergamo ha realizzato e indossato il giorno del tentato omicidio alla sua professoressa, con la scritta rossa “Vendetta”. E non credo siano venuti in mente solo a me. L’autore del pezzo rap si chiamava Trucebaldazzi ed è diventato un caso su YouTube, un fenomeno. Oggi è nel pantheon di quel web che fu, fatto di citazioni che permangono, personaggi e video che continuano a fare visualizzazioni e che conoscono anche gli studenti di oggi, ma nella dimensione del trash che si fa meme. Ma a risentirlo oggi quel testo, dopo l’attentato alla scuola media e l’arresto del diciassettenne di Pescara che forse progettava una strage in stile Columbine, si colora di una luce inquietante: “A scuola i miei insegnanti infami non mi capivano / I miei problemi, gli insegnanti sono come degli sbirri / Io non finirò in galera perché sputtano la scuola media Rastignano / La mia gente vera è stata la gente negativa / Non me ne fotte un cazzo della gente positiva, che non mi capisce / Ammazzate l’insegnante se vi punisce, sennò non lasciate strisce”. In sottofondo, tra l’altro, si sente il suono cadenzato di un’arma da fuoco che viene ricaricata. Con questo pensiero sono andata a cercare notizie sul destino di Trucebaldazzi - alias Matteo - e ho letto un’intervista rilasciata qualche anno fa al Corriere in cui il rapper di Pianoro raccontava la genesi di quel famoso video, oltre che gli esiti di quella popolarità. È un’intervista a tratti straziante: il trauma della scuola media, l’educatore assegnatogli che non era riuscito a creare una relazione realmente educativa, la rabbia canalizzata nella musica rap, i versi improvvisati, l’inaspettato successo come fenomeno trash, le serate in cui lo chiamavano come fenomeno da baraccone. In particolare, mi ha colpita che abbia deciso di tatuarsi addosso l’espressione “malato mentale”; continua infatti Baldazzi: “Penso di aver subito un vero e proprio disturbo dell’apprendimento. Negli anni delle medie non ho imparato praticamente nulla”. Anche rispetto al tredicenne di Trescore è emersa una questione legata alla neurodivergenza, in particolare a una diagnosi di Adhd che il ragazzo avrebbe rifiutato di accettare e che sarebbe addirittura stata all’origine della decisione di agire il gesto (almeno stando a quanto dichiarato da un’amica del ragazzo e riportato dal Corriere). I punti di contatto sono evidentemente parecchi, ma le storie di esclusione e di traumi legati alla scuola non sono un fenomeno raro, né tantomeno nuovo: ragazzi che la scuola fa sentire isolati, bullizzati, senza voce ci sono sempre stati. Non scopriamo oggi che la rabbia naturale degli adolescenti è ulteriormente esacerbata dal mancato riconoscimento del genere, della classe, della cittadinanza, della neurodivergenza. Docenti che bullizzano studenti ci sono sempre stati e ci sono ancora, questo è bene che si dica. Non è dato sapere cosa poi porti un ragazzo a trasformare la rabbia in azione violenta, ma è importante sapere che una riflessione sul gesto non può essere estemporanea o emergenziale, ma deve ripartire da quello che sappiamo sulla marginalità, sull’esclusione e sulla relazione educativa. Inoltre, potrebbe essere utile mettere a fuoco alcuni cambiamenti che potrebbero trasformare il gesto di un singolo in un fenomeno sociale. In primis, abbiamo a che fare con i frutti della struttura tossica e pervasiva che è stata data volutamente alle piattaforme, come ci ricorda la recente sentenza contro Meta e Google. Ma c’è anche da considerare che, come ha scritto diverse volte Leonardo Bianchi, sulle piattaforme - in particolare Telegram - sono nati degli spazi in grado di organizzare questa rabbia, questo pensiero adolescenziale pieno di risentimento e senso di esclusione. E sono spesso spazi che si collocano nel sottobosco neonazi, incel, accelerazionista. Nello specifico nella puntata della sua newsletter Complotti dedicata al “Nichilismo armato”, Bianchi riporta le parole di Brian Levin - direttore del Center for the Study of Hate and Extremism - che al Guardian ha dichiarato: “Ora la rabbia, il rancore e l’autodistruzione psicologica possono trovare una casa filosofica in una comunità online”. Quello che si tende spesso a dimenticare quando si parla di inclusione è che non basta produrre documenti in cui si predispongono strumenti e misure da un punto di vista didattico, si tratterebbe invece di costruire esperienze positive nelle quali le persone si sentano davvero parte di una comunità: esperienze di successo (sono bravo/a, utile, efficace) e di fiducia in relazione ad altre persone. E questo è particolarmente importante nel caso dei ragazzi maschi, spesso emotivamente compressi in forme di maschile censorie e repressive, che rischiano di strozzare la loro capacità di condivisione dell’insicurezza, della debolezza, del dolore. Il paternalismo e il maternage, il pietismo, la retorica del disagio, la colpevolizzazione dei social, sono strategie che hanno evidentemente fallito e continuano a fallire, anche se ovviamente sono più appetibili dal momento che richiedono meno fatica e minori investimenti. È sicuramente in questa dimensione che occorre lavorare, onde evitare che forme di persuasione e mitologia della strage diventino l’unico luogo accogliente in cui sentirsi unici, speciali e sperare di ottenere giustizia. “Il Governo ritiri la legge sul fine vita!”. Ma il ddl del centrodestra è già sparito nel nulla di Francesca Spasiano Il Dubbio, 10 aprile 2026 L’Associazione Coscioni lancia cento piazze per riaprire il dossier, fermo da mesi al senato dopo il braccio di ferro con le Regioni. Un’altra legislatura si avvia alla fine con un nulla di fatto sul suicidio assistito. Per una volta Marco Cappato e il governo Meloni vogliono la stessa cosa: far sparire la legge sul fine vita che stagna da mesi a Palazzo Madama. Ma per ragioni molto diverse, s’intende. Il primo chiarisce le sue con la mobilitazione nazionale lanciata in settimana dall’Associazione Luca Coscioni, di cui è tesoriere: cento piazze in tutta Italia per dare una scossa sul tema e chiedere all’esecutivo di ritirare il ddl del centrodestra. Quello di cui sono relatori Pierantonio Zanettin (FI) e Ignazio Zullo (FdI) e che ormai - dice l’Associazione - è diventato un intralcio per lo stesso Parlamento, ostaggio di un testo che non convince nessuno. Certo, è parecchio difficile, se non impossibile, che un nuovo tentativo possa vedere la luce in quest’ultimo scorcio di legislatura. Ma nessuna legge è sempre meglio di una cattiva legge, è il ragionamento dalle parti di Cappato. Mentre Palazzo Chigi, probabilmente, preferisce tollerare un quasi diritto che crearne uno intero. Non è un mistero, infatti, che la premier abbia abbandonato da tempo il progetto di disciplinare il fine vita. Il messaggio è arrivato forte e chiaro durante la conferenza stampa di inizio anno, quando Meloni ha spiegato come “il compito dello Stato non sia favorire percorsi per suicidarsi ma semmai cercare di ridurre al minino la solitudine e la difficoltà di chi ha gravi patologie”. Prima ancora c’era stato il monito di Papa Leone XIV, che lo scorso dicembre si era detto “molto deluso” dalla legge sul suicidio assistito licenziata nel suo Illinois. E poi ci sarebbe chi, dentro la maggioranza, una norma nazionale sul fine vita non l’ha mai davvero voluta. Se per un pezzo di strada, il “fronte de no” e alcuni ambienti cattolici si erano convinti della necessità di legiferare per evitare “fughe in avanti” delle Regioni, a cambiare il quadro è stata la sentenza numero 204 della Consulta sul caso Toscana, arrivata a fine anno. Quella decisione, infatti, “salvando” in gran parte la legge impugnata dal governo, ha anche stabilito il perimetro entro cui le Regioni possono fare da sé, limitandosi a regolare modalità e procedure sulla scorta della sentenza 242 del 2019. Si tratta della cosiddetta “Antonioni/Cappato” sul caso di Dj Fabo, che ha sancito quattro criteri per accedere al suicidio assistito: che il paziente sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Non solo macchine a cui staccare la spina, come ha chiarito la Corte con la sentenza numero 135 del 2024, ma procedure necessarie alla sopravvivenza del malato, comprese alcune delle pratiche messe in atto dai caregiver. Questi i confini netti sul fine vita, da cui non si scappa. E su cui non si torna indietro, come pure qualcuno sperava, nel centrodestra, confidando in un nuovo orientamento della Corte dopo l’elezione dei giudici mancanti. Al contrario, la Consulta ha ribadito che resta “intatto il diritto” del paziente, che abbia già ottenuto il via libera al suicidio assistito, di fare affidamento sul Servizio sanitario nazionale per ciò che riguarda il farmaco letale e la strumentazione. Un punto dolente, quest’ultimo, soprattutto per Fratelli d’Italia. Che nel testo base approvato la scorsa estate nelle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali del Senato aveva imposto l’esclusione della sanità pubblica dai percorsi di fine vita, ponendo di fatto lo scoglio più grande sui lavori che per mesi sono proseguiti a rilento, fino a bloccarsi del tutto. Per riprendere in mano il testo servirebbero i pareri del governo, che non sono mai arrivati. Ma di fine vita, in Parlamento, si è smesso semplicemente di parlare. Qualcuno sussurra: che le Regioni facciamo a modo loro. Ma il tema resta, se per esercitare un diritto bisogna scommettere sulla propria Asl di competenza. La cronaca lo racconta spesso: ciò che vale in una parte d’Italia non vale nell’altra. E pure la Società italiana di medicina legale (Simla), mercoledì scorso, ha lamentato con una nota il vuoto normativo in cui si trovano ad operare i professionisti che devono verificare le condizioni previste dalla Consulta. Sullo sfondo resta il monito dei giudici costituzionali al legislatore, rinnovato di recente con le parole del presidente Giovanni Amoroso nell’ambito della relazione annuale sull’attività della Corte. Che ormai sei anni fa aveva chiesto al Parlamento di colmare quel vuoto. Possibilmente con una legge che non restringa “drasticamente i diritti oggi esistenti”, ripete l’Associazione Coscioni. Che fino al 19 aprile sarà presente con banchetti e iniziative in 80 città. “In Italia, grazie alla sentenza della Consulta, 20 persone hanno già ottenuto il via libera dal Servizio sanitario nazionale, in 14 hanno effettivamente avuto accesso all’aiuto alla morte volontaria, spesso dopo lunghi percorsi giudiziari”, ha spiegato Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione. Ma “nessuna di queste avrebbe potuto farlo se la proposta di legge del governo fosse stata in vigore: invece di semplificare, introduce ostacoli che renderebbero l’accesso di fatto impossibile”. Migranti. I numeri smentiscono la “svolta”: più morti, meno rimpatri di Simona Musco Il Dubbio, 10 aprile 2026 “Sull’immigrazione avevamo promesso un cambio di passo e certamente il cambio di passo c’è stato, anche se non ci basta. Abbiamo siglato accordi internazionali che prima non esistevano, abbiamo ridotto gli sbarchi, aumentato sensibilmente i rimpatri, rafforzato il controllo delle frontiere, combattuto i trafficanti di esseri umani e, soprattutto, abbiamo ridotto le morti nel Mediterraneo. E grazie all’Italia è cambiato anche l’approccio dell’intera Europa al governo dei flussi migratori”. Giorgia Meloni lo ha detto guardando i colleghi dritti in faccia, rivendicando una svolta che avrebbe portato a un netto miglioramento della situazione. Un quadro che, però, si scontra violentemente con i numeri e con la cronaca. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), infatti, nei primi quattro mesi del 2026, i decessi nel Mediterraneo centrale sono stati 765, segnando un drammatico +152% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dato è ancora più inquietante se rapportato al volume degli arrivi: la cifra dei decessi è più che raddoppiata rispetto alla leggera diminuzione degli arrivi. Diminuzione che risulta solo apparente: secondo i dati del Viminale, nel 2025 sono sbarcati in Italia 66.296 migranti irregolari, solo 321 in meno rispetto al 2024. Ma è il 2023 a chiarire la portata delle affermazioni di Meloni: nel suo primo anno di governo gli arrivi sono stati 157.651, un aumento significativo rispetto al 2022, quando gli arrivi furono 105mila. Quindi nessuna svolta. Nel 2026, la mortalità nel Mediterraneo ha raggiunto picchi mai visti: ha perso la vita un migrante ogni nove che hanno tentato la traversata. Un’incidenza letale che rende il Mediterraneo un vero e proprio “cimitero invisibile”. Molte di queste vittime, poi, rimangono sconosciute: nessuno sa che fine abbiano fatto. Un dato che, incrociato con le informazioni che invece si hanno sulle partenze, potrebbe spiegare anche i minori arrivi: semplicemente i morti non fanno statistica. La colpa non è solo di eventi climatici estremi, come quelli degli scorsi mesi, a seguito dei quali, non a caso, il mare ha restituito quel che rimaneva di alcuni migranti che avevano perso la sfida con la fortuna. Il problema è anche l’assenza di un sistema coordinato di ricerca e soccorso, ostacolato dalle politiche anti ong del governo Meloni. La strategia del Viminale - fatta di fermi amministrativi per le navi di soccorso e l’assegnazione di porti di sbarco lontani - ha infatti creato un vuoto operativo nei salvataggi. Infine i rimpatri, che questo governo avrebbe aumentato “sensibilmente”, così come aveva già detto a fine anno anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che aveva rivendicato il 55% in più di rientri rispetto al 2022. Secondo i dati Eurostat, però, nel 2025 l’Italia ha rimpatriato 4.780 persone (su circa 21.295 ordini di uscita), molte meno delle quasi 7mila indicate da Piantedosi e molto meno del dato del 2019, quando le espulsioni arrivarono a 6500. Nel 2024 c’erano stati invece 4.480 rimpatri, 2.304 nel 2022 e 4.751 nel 2023 (circa la metà verso la Tunisia). Insomma, altro che cambio di passo: i numeri rimangono gli stessi di sempre. E in tutto ciò, il modello del governo è quello dei centri in Albania, rimasti finora vuoti, con una spesa enorme per le casse dello Stato. Ora, però, l’Italia può contare su “un nuovo regolamento europeo sui rimpatri” per salvare questo approccio. Al quale si aggiunge una nuova norma pensata dal governo: “La possibilità di attivare, in caso di conclamata necessità, un blocco navale temporaneo a largo delle nostre coste - ha ricordato -. Un’altra proposta che portiamo avanti da tempo, che era nei nostri programmi e che abbiamo costruito con pazienza”. Un escamotage, quel riferimento alla “conclamata necessità” che consentirà di impedire i salvataggi con un pretesto, con il probabile intervento postumo della magistratura. Alla quale Meloni dedica un pensiero, essendo proprio quello dell’immigrazione il terreno sul quale più si sono scontrate politica e toghe: “Ora che la campagna referendaria è alle spalle, voglio rinnovare il mio appello affinché tutti i poteri dello Stato facciano la loro parte per garantire il rispetto di queste norme. Spetta alla politica scrivere norme chiare e efficaci. Spetta alle forze dell’ordine, a cui va il nostro applauso e il nostro ringraziamento, verificarne le eventuali violazioni. E spetta in ultimo alla magistratura (nessun ringraziamento o applauso, ndr) assicurarne l’effettiva applicazione. È questo che fa chi rispetta la separazione tra i poteri dello Stato scritta nella nostra Costituzione”. In questo scenario, il 2026 si avvia a diventare uno degli anni più bui per le vittime del mare, una letalità che la retorica di governo non riesce a nascondere. Migranti. Minorenne trattenuto a Sant’Anna, sentenza della Cedu contro l’Italia di Giansandro Merli Il Manifesto, 10 aprile 2026 Accolto il ricorso di un 17enne del Burkina Faso, verrà risarcito con 6.500 euro. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per aver trattenuto di fatto un minore nel Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Sant’Anna, a Isola di Capo Rizzuto nel crotonese, e per averlo costretto a vivere in condizioni inumane e degradanti. Le autorità italiane hanno violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che proibisce la tortura e il 5 che tutela la libertà personale. Il 17enne del Burkina Faso, che ha presentato vari ricorsi ai tribunali nazionali per poi arrivare davanti ai giudici di Strasburgo, era rimasto nel Cara calabrese dallo sbarco dal 24 giugno 2023, subito dopo lo sbarco, al 20 dicembre dello stesso anno. Nell’ambito dell’azione legale ha denunciato “il sovraffollamento (del centro, ndr), la mancanza di separazione dagli adulti e il contatto con essi, la mancanza di strutture adeguate e condizioni materiali e igieniche precarie”. La sua è una delle centinaia di storie di ragazzi stranieri giunti in Italia senza genitori e finiti per giorni, settimane o addirittura mesi in strutture da cui non possono uscire. Una prassi che nel corso del tempo ha generato numerosi atti di autolesionismo, anche gravi, e innumerevoli tentativi di fuga. La motivazione ufficiale delle autorità è che i minori restano in questa condizione in attesa che sia loro trovato un posto in accoglienza. Di fatto, però, si ritrovano privati della propria libertà personale, spesso al termine di viaggi complicati a causa di pericoli, vessazioni e violenze. Decine di casi analoghi sono stati registrati a Cifali, un centro del ragusano riservato ai minori, come a Isola di Capo Rizzuto, dove però sono presenti anche gli adulti. Sebbene agli under 18 sia teoricamente riservata un’area specifica della struttura, inevitabilmente si determinano situazioni di promiscuità con gli altri “ospiti”. Una dinamica duramente criticata dalle associazioni e dalle autorità garanti anche a livello internazionale. Questa pratica è stata sdoganata a livello legislativo con uno dei tanti decreti sicurezza varati dal governo Meloni, il criticatissimo 133 del 2023. Negli ultimi due anni l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) e altre realtà titolate in base alla legge Zampa a difendere i diritti di questa particolare categoria di migranti, che presenta forti elementi di vulnerabilità, hanno intrapreso azioni legali su diversi livelli. Ieri è arrivata la decisione della Cedu che ha condannato l’Italia a pagare 6.500 euro come danno non patrimoniale nei confronti del ricorrente, difeso dall’avvocata Federica Remiddi e dalla collega Lidia Vicchio, e 4mila euro per la copertura delle spese legali. Migranti. Strage di Cutro, l’ammiraglio Carannante svela la catena di omissioni e colpe di Angela Nocioni L’Unità, 10 aprile 2026 “Si sapeva che la stiva era piena di profughi”. Parla l’ammiraglio Carannante, consulente della Procura, e svela una gigantesca catena di omissioni e di colpe. Frontex aveva avvisato Varsavia e Roma. Smentita Meloni. I motoscafi della Finanza tornarono indietro per il mare forte. Ma in quelle condizioni potevano tranquillamente navigare. Tribunale di Crotone. Processo sull’omissione di soccorso al caicco Summer Love schiantatosi all’alba del 26 febbraio 2023 davanti alla costa calabrese, 94 morti e decine di dispersi tra i quali moltissimi bambini. Imputati per gli assurdi ritardi nell’intervento sono quattro militari della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera, accusati di omicidio e naufragio colposo. A ridosso della strage, Frontex - per difendersi dallo scaricabarile delle autorità italiane - ha scritto chiaramente in una relazione ufficiale su quella notte che il suo aereo Eagle1, che aveva da due giorni avvistato il caicco diretto in Calabria lungo la notissima rotta dei migranti partiti dalle coste della Turchia, e lo aveva segnalato alla sede centrale di Varsavia dove erano presenti due ufficiali italiani “in costante contatto con Roma”. Eagle1 aveva anche segnalato “una forte risposta termica dalla stiva”. Che in quella rotta può voler dire soltanto: stiva piena di persone. All’ottava udienza del processo ha parlato l’altro giorno l’ammiraglio Salvatore Carannante, consulente della Procura della Repubblica di Crotone. Nella sua lunga deposizione a un certo punto ha detto: “La situazione era da investigare, il dubbio ci stava anche per la telefonata verso la Turchia. C’era un rilievo termico dal boccaportello di prua. Ma poteva essere qualche stufa. Però era un sospetto”. Sul punto l’avvocato di parte civile, Francesco Verri, riferendosi ad un’annotazione della centrale operativa nazionale della Finanza che riportava ‘barca con migranti alle 23.20’, ha chiesto a Carannante: “Il documento di Frontex è interpretato dalla Guardia di Finanza come barca con stufette o barca con migranti?”. “Barca con migranti”, ha risposto Carannante. Ha anche spiegato che dopo il rientro in porto delle unità navali della Finanza “non è stato chiesto l’intervento di un’altra forza o di altre navi nella zona”. Avrebbero dovuto farlo, nonostante fosse stato ignobilmente deciso si trattasse di un’operazione di polizia e non di una operazione di salvataggio? “Anche se era un’operazione di polizia, la Guardia di Finanza poteva chiedere la collaborazione della Capitaneria, che aveva i mezzi per portare a termine l’attività di law enforcement, che sarebbe stata comunque coordinata dalla Guardia di Finanza” dice l’ammiraglio. Ricordiamoci sempre che per il naufragio avvenuto a causa di una clamorosa omissione di soccorso dell’Italia, nonostante da due giorni si sapesse del caicco Summer Love con la stiva stracolmo di persone, l’Italia ha condannato il meccanico di bordo: Gun Ifuk, 30 anni, turco. Ricordiamocelo sempre. Ricordiamoci anche che quella notte, a Roma e in Calabria, quelli che sapevano della barca tra le onde avvistata e segnalata da due giorni da Frontex hanno aspettato comodi comodi a piedi asciutti che il caicco arrivasse da solo a riva col mare grosso. Ricordiamoci che quando quella stiva carica di persone s’è spezzata contro il fondale scoglioso della costa verso cui era con ogni evidenza diretta, noi, che siamo l’Italia, abbiamo lasciato un pescatore da solo a tirar fuori con le mani i corpi dall’acqua. Ricordiamoci che quando i cadaveri di molti bambini sono stati messi in fila dentro bare di legno marroni molto più grandi di loro perché non c’erano abbastanza bare bianche in Calabria per contenerli tutti, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non è andata a vedere quelle bare e ha detto: “Non siamo stati avvertiti che questa barca stava per affondare, nessuna comunicazione di emergenza ci è arrivata da Frontex”. Smentita e ammutolita da un documento ufficiale da Frontex: “C’erano due funzionari italiani nella sala di Monitoraggio di Frontex, uno della Guardia di finanza e uno della Guardia costiera ed erano in costante contatto con Roma”. Ricordiamoci sempre che per quella strage - per la quale non ci si poteva scagliare sul capitano perché è morto in mare con gli altri annegati - è stato condannato a 20 anni un povero cristo che accettando il rito abbreviato al primo turno aveva detto al giudice: “Io ero solo il meccanico della barca, e ho barattato il pagamento del viaggio con il compito di macchinista per riparare il motore”. Il pm Matteo Staccini ha chiesto delle due unità della Guardia di Finanza: la motovedetta V5006 e il pattugliatore veloce Barbarisi. Due unità che, dopo la segnalazione da parte di Frontex di una barca con “possibili migranti a bordo” la sera del 25 febbraio, levarono l’ancora dal porto di Crotone alle 2.30 del 26 febbraio per intercettare l’imbarcazione poi naufragata, in quella che era un’operazione di polizia, ma tornarono indietro per le brutte condizioni meteo. Dalle relazioni si apprende che quella notte il mare era forza 4 con vento forza 5: “In queste condizioni - ha detto Carannante - le onde diventano lunghe; sono valori che possono rendere difficile la navigazione, ma non pericolosa”. il consulente, in base all’esame delle schede tecniche delle due unità, ha detto: “La motovedetta V5006 della Guardia di Finanza, con le condizioni di quella sera, poteva sostenere in sicurezza una velocità massima di circa 30 nodi. Quindi non è stato coerente aver dichiarato il rientro in porto per condizioni meteomarine avverse, a meno che il comandante dell’unità non avesse altre problematiche per cui riteneva che l’imbarcazione non potesse andare. Questa è una condizione che noi non conosciamo”. Diversa la situazione per il pattugliatore d’altura Barbarisi. “Poteva navigare al limite, ma a circa 15 nodi con mare forza 4. Il comandante del Barbarisi può darsi che abbia valutato il mare superiore a forza 4 e deciso di tornare indietro. Valutazione su cui non posso entrare nel merito. Io sarei andato avanti”. Terribile il passaggio sul radar della Guardia di Finanza, si tratta del radar del Roan della Guardia di Finanza sul versante ionico (Campolongo, Brancaleone e Punta Stilo). Trattasi di un radar molto potente in grado di captare tutto fino a 250 miglia. Quella sera era stato programmato per arrivare a sole 12 miglia. Spiega nella sua deposizione il consulente della Procura: “Il radarista non ha operato per cambiare la scala di portata. Certo, più è lunga la portata meno precisa è la risposta, soprattutto se ci sono condizioni meteo avverse. Però, sapendo che ho un bersaglio segnalato da Frontex, dovevo scoprire quello che c’è con ogni mezzo. Il monitoraggio del bersaglio doveva essere diretto. L’operatore avrebbe dovuto eseguire l’ordine e cercare con ogni mezzo, operando sul radar, per individuare il bersaglio. Il radarista, al momento dell’escussione sul sito, ha detto che non era in grado di fare nulla, era un osservatore che guardava lo schermo. Non era in grado di fare monitoraggio e, poi, quel radar era impostato su una portata fino a 12 miglia, anche se aveva potenzialità più alta. Se non è in grado di manovrare il radar, non siamo capaci di scoprire il bersaglio, che non spunta come un fungo, bisogna cercarlo. La bravura sta nel superare le difficoltà delle condizioni meteo. Si fa operando sulle manopole di controllo del radar. Qualunque radarista ha competenze e conoscenze per ricercare e scoprire bersagli. Quella sera si poteva scoprire il bersaglio. La strumentazione del radar per eliminare gli eventi meteo, se io la vado ad attivare li esclude, ma se io non lo so fare, che ci sia o no questa strumentazione, per l’operatore non ha significato. L’apparizione del target sul radar è stata fortuita e non ricercata. Il bersaglio è uscito fuori all’improvviso”. È il “sistema” che premia il caos (e attenzione all’AI) di Martina Pennisi Corriere della Sera, 10 aprile 2026 Il problema non sono le singole fake news da prevenire o sfatare, ma la maggiore circolazione sulle piattaforme di contenuti che minacciano la democrazia. Gli ultimi 20 giorni di dichiarazioni di Trump sono il perfetto esempio del caos, anche informativo, che stiamo vivendo: attacchi, minacce, dietrofront, pause, ancora minacce. Un rapporto appena pubblicato dal Joint Research Centre della Commissione europea e firmato anche dal docente della Sapienza Walter Quattrociocchi, spiega - senza fare riferimento al presidente Usa - come l’economia dell’attenzione abbia contribuito a portarci fin qui. Il problema non sono le singole fake news da prevenire o sfatare, ma la maggiore circolazione sulle piattaforme di “contenuti che minacciano la democrazia perché l’attenzione umana favorisce informazioni emotive e conflittuali” in un sistema in cui il modello di business premia l’engagement. Nei social, le persone sono finite in eco chambers, in cui sono esposte a contenuti dannosi che rinforzano le loro opinioni. Alcune si sono spostate in “ambienti socio-politici in cui la demografia, i contenuti e le narrazioni sono allineati”. Le echo platforms. È venuto così a mancare un terreno informativo comune, e la democrazia “non può sopravvivere senza un certo grado di realtà condivisa”. Trump appare come un buon testimonial di quello che lo studio definisce “fantasy-industrial complex”, in cui “l’obiettivo non è far credere a determinate affermazioni false, ma distrarre e generare sfiducia”. L’Intelligenza artificiale può peggiorare la situazione: mostra un “compromesso preoccupante, in cui una maggiore persuasività si basa su contenuti meno accurati dal punto di vista fattuale” e può creare “illusione di conoscenza”. Prosegue lo studio: se regolata secondo principi democratici, l’AI può però diventare un antidoto, contribuendo all’accesso alla conoscenza su larga scala. Altri antidoti? La sovranità digitale dell’Europa e interventi su design e algoritmi. Cambiare le condizioni di fondo, innanzitutto. Russia. “Estremista”, cancellata la ong Memorial, premio Nobel per la pace di Raffaella Chiodo Karpinsky Avvenire, 10 aprile 2026 La decisione della Corte Suprema vieta quel che resta dell’organizzazione, già chiusa a ridosso dell’invasione in Ucraina. L’appello: “La società civile si ribelli”. Perquisita “Novaya Gazeta”. Le premesse c’erano tutte: da oggi l’associazione Memorial insignita del Premio Nobel per la pace nel 2022, e fondata dal fisico e Premio Nobel Andrej Sakharov per ricostruire e mantiene la memoria della repressione staliniana, è ufficialmente “organizzazione estremista” e dunque vietata in tutta la Russia. Fu proprio Memorial la prima Ong ad essere chiusa forzatamente a ridosso dell’invasione dell’Ucraina. Fu il presagio del cambio di passo del regime che avrebbe portato alla progressiva repressione con l’adozione di leggi liberticide sempre più mirate a colpire chi si oppone alla guerra e al soffocamento delle libertà. Il pronunciamento della Corte Suprema segue l’istanza del ministero della Giustizia che prima di Pasqua chiedeva di dichiarare Memorial “estremista” per spegnere anche ciò che resta dell’azione degli attivisti, che pur con tutte le difficoltà non solo custodivano la memoria del passato ma anche della repressione attuale. Suona paradossale che chi si occupa di diritti umani e memoria storica sia equiparato a pericolosi criminali. Un altro colpo di un processo che uno dopo l’altro, ha messo al bando il movimento Lgbt, il Fondo anticorruzione di Navalny e molte altre realtà della società civile russa. Migliaia di persone in carcere - La repressione, peraltro in atto anche prima dell’aggressione all’Ucraina, dal 2022 ha portato in carcere migliaia di persone anche per un post o un cartello sui massacri di Bucha o Marjupol. Attivisti e politici, soprattutto di Jabloko, il partito dell’opposizione democratica i cui dirigenti, come il vice presidente Maksim Kruglov e Lev Shlossberg, sono in carcere, ma anche semplici cittadini tra cui minori. Del sostegno a questa lunga lista di prigionieri politici si occupano Memorial e una vasta rete di persone dall’interno del Paese, aiutando i detenuti e loro familiari, assicurando loro di ricevere lettere e medicine, raccogliendo risorse le spese legali o i viaggi che i loro cari devono affrontare per visitarli. Un quadro davvero desolante che oggi mette sempre più a dura prova la resistenza umana e civile dei russi contrari alla guerra. Il provvedimento prefigura la chiusura forzata delle sezioni locali di Memorial, la requisizione degli archivi e la possibilità di perseguire penalmente i suoi esponenti, eliminandone così ogni traccia in Russia e mettendo a rischio chi abbia relazioni anche con Memorial Internazionale fondata a Ginevra nel 2023 dopo la chiusura forzata nel 2022. In un comunicato di Memorial internazionale si fa appello alle istituzioni e alle realtà della società civile invitando a “ribellarsi a questo provvedimento, che colpisce mortalmente un’organizzazione che ha fatto della difesa dei diritti umani e della memoria storica la sua bandiera. Lotte che non si estingueranno con il provvedimento odierno, ma che richiedono la levata di scudi di tutte le persone che hanno a cuore la democrazia e che sono pronte a difendere chi, in Russia, si batte per un futuro diverso”. Perquisizioni alla Novaya Gazeta - In questo clima, procede l’accanimento sulla Novaya Gazeta, fondata da Dmitrij Muratov, Nobel per la Pace nel 2021. Ieri sera il sito del giornale riporta che nella sede è in atto la perquisizione e che l’accesso all’edificio è vietato agli avvocati. Dopo il ritiro della licenza la redazione ha continuato a fare informazione libera con i suoi giornalisti rimasti. La storia di questo giornale è segnata dalla caparbietà dei suoi redattori nel raccontare i fatti, la loro cruda verità qualunque sia la situazione. Non a caso oltre ad Anna Politkovskaja altri 5 collaboratori del giornale hanno perso la vita. L’incursione di ieri delle forze dell’ordine mira proprio a colpire la capacità della Novaya di restare in contatto con i propri lettori e sostenitori attraverso canali alternativi finora e nonostante tutto sopravvissuti.