Nelle carceri italiane si è al limite della sopravvivenza di Giovanni Caprio pressenza.com, 9 agosto 2026 Il sistema penitenziario italiano ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. È l’ennesima denuncia di Antigone che in questi giorni ha presentato il suo Rapporto di metà anno 2026 sulle carceri italiane, evidenziando le condizioni al limite della sopravvivenza tra caldo estremo e sovraffollamento record e gli inutili gli interventi del governo. I numeri sono impietosi ed indegni di un Paese civile: al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Stiamo parlando di numeri che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti. La situazione delle carceri è fuori controllo in intere regioni: la Puglia guida il triste primato con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In ben sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%). Antigone negli ultimi 12 mesi ha effettuato ben 72 visite, registrando che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024. Carceri che durante un’estate infuocata come questa diventato un vero e proprio inferno, al limite della sopravvivenza: oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria. Per non parlare delle carenze igienico-sanitarie, assolutamente indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi. Le carceri italiane sono luoghi di disperazione, che spingono a conseguenze tragiche: nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità. Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici. Ci sono poi i 572 ragazzi rinchiusi nei 20 Istituti Penali per Minorenni, una cifra stabile rispetto ai 559 del giugno 2025, che ancora una volta mette in evidenza la voglia di “questa Nazione” di essere sempre più severa con i suoi giovani, anche se di fatto non c’è alcuna emergenza. E “scandalo nello scandalo” c’è anche il numero dei bambini in carcere con le loro madri, che è schizzato da 11 a 30 in appena 15 mesi, effetto diretto delle modifiche legislative volute dall’esecutivo. “L’approccio dell’attuale esecutivo, basato su populismo penale e logiche emergenziali, ha moltiplicato i reati e inasprito le pene, ignorando le cause strutturali della crisi, sottolinea Antigone. Al di là di alcuni annunci, di concreto non si è registrato nulla. Il piano di edilizia penitenziaria, partito nel 2025, avrebbe dovuto dotare il paese di 10.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Dopo oltre un anno e mezzo sappiamo di per certo, invece, che i posti disponibili sono addirittura diminuiti di 424 unità. Nei giorni scorsi, nell’approvazione di un provvedimento che riguarda i detenuti con dipendenza, il Ministro della Giustizia ha parlato di 10.000 persone che potranno uscire. Tuttavia, al di là dei paletti previsti della legge, al di là della mancanza di disponibilità di tanti posti nelle comunità accreditate, la legge prevede una copertura finanziaria annuale per un massimo di 600 persone. Nel frattempo l’emergenza resta e cresce ogni giorno che passa”. E Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha commentato così i dati: “Il sovraffollamento carcerario che stiamo documentando è l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene. Rispondendo sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale e repressiva, l’esecutivo sta trasformando le nostre carceri in polveriere. Le promesse di svuotamento attraverso le misure alternative sono state completamente disattese: non solo non è uscito nessuno grazie a queste task force propagandistiche, ma nel primo semestre del 2026 le misure alternative sono addirittura calate del 7%. Le uniche misure effettive riscontrate si traducono in soluzioni illegittime, come il surreale invito (poi ritirato) del Provveditorato della Toscana a superare le capienze regolamentari aggiungendo persino materassi a terra pur di assorbire i trasferimenti dal carcere di Sollicciano, recentemente sequestrato per condizioni inumane. Investire sul reinserimento è l’unica via d’uscita per un sistema che, con almeno il 60% di recidivi tra i detenuti, oggi riproduce solo ulteriore marginalità e crimine”. Carceri italiane al collasso: sovraffollamento e caldo trasformano l’estate in una pena nella pena di Alfonso Bruno mediafighter.com, 9 agosto 2026 Quasi 65 mila detenuti per poco più di 46 mila posti effettivamente disponibili. Celle che superano i quaranta gradi, carenza di ventilazione, attività ridotte, disagio psichico e suicidi. Il sovraffollamento penitenziario non è più un’emergenza: è una condizione strutturale che durante l’estate mostra il suo volto più crudele. E una democrazia si misura anche dalla temperatura delle proprie celle. C’è un momento dell’anno in cui le sbarre sembrano diventare più strette. È agosto. Fuori, le città rallentano. Gli uffici chiudono, le scuole sono vuote, le famiglie partono. Si cercano una spiaggia, una montagna, una finestra aperta nella notte. Dentro un carcere, invece, agosto significa spesso soltanto una cosa: caldo. Caldo nelle celle, nei corridoi, negli spazi comuni. Caldo dentro edifici costruiti in epoche nelle quali la climatizzazione non era neppure immaginata. Caldo dove le finestre sono piccole, talvolta schermate, l’aria circola poco e molte persone condividono pochi metri quadrati. E se il carcere è sovraffollato, il caldo non è più soltanto una temperatura. Diventa una pena supplementare. I numeri hanno ormai smesso persino di sorprendere. Secondo il rapporto di metà anno pubblicato da Antigone il 5 agosto, al 28 luglio 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.741 persone a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili: un tasso reale di affollamento del 139,7 per cento. In Puglia si arriva al 180,4 per cento; in alcuni singoli istituti si supera abbondantemente il doppio della capienza. Non sono numeri elaborati nel vuoto. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia registravano già al 30 giugno 64.773 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.180 posti. E la capienza regolamentare, peraltro, non coincide con quella realmente utilizzabile, perché migliaia di posti risultano indisponibili per lavori, inagibilità o altre ragioni. A Roma basta entrare idealmente a Regina Coeli per capire quanto una percentuale possa diventare carne: a luglio risultavano circa 1.004 detenuti per 572 posti effettivamente disponibili. A Rebibbia Nuovo Complesso erano 1.614 per 1.057 posti. A Bologna, alla Dozza, 828 persone erano ristrette in un istituto dalla capienza regolamentare di 480 posti, peraltro ulteriormente ridotta dai lavori. Tra i problemi segnalati durante una visita di luglio: sovraffollamento, caldo e carenza di ventilatori. A Taranto il sindacato della polizia penitenziaria ha parlato addirittura di oltre 850 detenuti in una struttura con meno di 400 posti, denunciando temperature elevate e, in alcuni momenti, problemi nella disponibilità dell’acqua. Ma il punto non è comporre una geografia dell’orrore. Il punto è chiedersi che cosa stia diventando la pena in Italia. Perché la nostra Costituzione non dice soltanto che chi commette un reato deve risponderne. Dice qualcosa di molto più impegnativo per lo Stato: stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e devono tendere alla rieducazione del condannato. Quel riferimento al senso di umanità non è una concessione sentimentale. È diritto. E soprattutto è il confine che separa la giustizia dalla vendetta. La persona detenuta perde la libertà. Non perde il diritto alla salute, alla dignità, all’acqua, all’aria, allo spazio necessario per vivere. Non perde il diritto a essere considerata una persona. È una distinzione semplice, ma il dibattito pubblico italiano sembra averla dimenticata. Il detenuto è diventato uno dei pochi esseri umani verso i quali è politicamente conveniente mostrare indifferenza. Chi prova a parlare delle condizioni delle carceri viene immediatamente sospettato di essere indulgente verso il crimine, come se chiedere una cella abitabile significasse dimenticare le vittime. È un ricatto retorico. Si possono difendere le vittime e, contemporaneamente, rifiutare che le prigioni diventino luoghi degradanti. Anzi, dovrebbe essere precisamente questo il compito dello Stato. La sicurezza non si costruisce umiliando chi è già stato condannato. Si costruisce facendo in modo che quella persona, una volta uscita, abbia qualche possibilità in più di non commettere altri reati. Un carcere nel quale si vive ammassati, senza attività sufficienti, senza lavoro, senza sostegno psicologico adeguato, con ore interminabili trascorse in cella, non rieduca. Custodisce. A volte deteriora. Poi restituisce alla società persone più fragili, più arrabbiate, più marginali di quando sono entrate. E questo dovrebbe interessare anche chi della questione carceraria non vuole sapere nulla, perché prima o poi la grande maggioranza dei detenuti torna fuori. L’estate esaspera tutto. Secondo Antigone, oltre il 60 per cento della popolazione detenuta si trova in regime di custodia chiusa e trascorre quindi gran parte della giornata nelle celle; durante le ondate di calore, in alcune situazioni vengono segnalate temperature superiori ai quaranta gradi. A ciò si aggiungono la sospensione delle attività scolastiche e la riduzione di molte iniziative del volontariato, proprio quando l’isolamento e l’apatia diventano più difficili da sopportare. Poi ci sono i suicidi. Non possono essere utilizzati come un numero da brandire politicamente, perché dietro ciascuno c’è una vita e quasi sempre una storia irriducibile alle statistiche. Ma ignorare il dato sarebbe altrettanto colpevole. Antigone registra almeno 38 suicidi nei primi sette mesi del 2026 e segnala una forte presenza di disagio psichiatrico e di condotte autolesive. Sono campanelli d’allarme che dovrebbero far entrare la questione penitenziaria nell’agenda della politica molto prima che scoppi una rivolta, avvenga un suicidio o un episodio di violenza finisca nelle cronache. Il Governo qualcosa sta facendo. È stato predisposto un piano per l’edilizia penitenziaria ed è operativo un commissario straordinario; a fine luglio è diventata legge anche la misura sulla detenzione domiciliare per determinate persone tossicodipendenti, presentata dall’esecutivo come uno degli strumenti capaci di favorire percorsi di recupero e ridurre le presenze negli istituti. Ma pensare di risolvere tutto costruendo nuove celle significa inseguire il problema senza affrontarne le cause. Perché se contemporaneamente si moltiplicano le fattispecie penali, si aumentano le pene, si restringe lo spazio delle alternative e si continua a utilizzare il carcere come risposta quasi automatica alle paure sociali, ogni nuovo posto rischia di essere riempito prima ancora di essere inaugurato. Serve edilizia penitenziaria, certamente, soprattutto per chiudere o ristrutturare istituti indegni. Ma servono anche misure alternative per chi possiede i requisiti, comunità terapeutiche, lavoro esterno, affidamento ai servizi sociali, giustizia riparativa, personale educativo, psicologi, psichiatri, magistrati di sorveglianza e agenti di polizia penitenziaria in numero sufficiente. Perché il sovraffollamento punisce anche loro. Un agente costretto a lavorare in un istituto che ospita il doppio delle persone previste non è più sicuro perché ci sono più detenuti dietro le sbarre. È meno sicuro. Ed è forse questo il paradosso più grande della retorica securitaria. Una prigione sovraffollata non produce maggiore sicurezza. Produce tensione. E la tensione prima o poi presenta il conto. Nel 2013 l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, proprio per le condizioni di sovraffollamento delle proprie carceri. Tredici anni dopo siamo tornati vicino a quei numeri. Dovrebbe bastare questo. Invece ogni estate riscopriamo le carceri perché qualcuno muore, perché esplode una protesta, perché arriva Ferragosto e qualche parlamentare decide di visitare un istituto. Poi settembre raffredda le celle. E con le celle sembra raffreddarsi anche la nostra coscienza. Fino all’estate successiva. Forse dovremmo smettere di domandarci se i detenuti meritino pietà. È la domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra: che cosa merita una democrazia? Una democrazia merita prigioni nelle quali la legge venga applicata senza trasformarsi in umiliazione. Merita agenti che possano lavorare senza essere lasciati soli. Merita pene certe, ma anche pene umane. Merita luoghi dai quali un uomo possa uscire diverso da come è entrato, possibilmente migliore e non peggiore. Perché la civiltà giuridica non si misura dal modo in cui trattiamo gli innocenti. Quello è facile. Si misura dal modo in cui scegliamo di trattare chi ha sbagliato. E quando fuori ci sono quaranta gradi e dentro una cella ce ne sono ancora di più, quell’articolo 27 della Costituzione smette di essere una frase stampata sulla carta. Diventa una domanda rivolta a ciascuno di noi: quanta umanità siamo disposti a concedere a chi abbiamo deciso di non vedere? Giustizia, riforme e prediche inutili di Edmondo Bruti Liberati La Stampa, 9 agosto 2026 La pausa estiva del Parlamento suggerisce un bilancio. Quali le linee direttive, la policy della politica del governo su legislazione penale e sicurezza? Tre: inseguimento dell’attualità, riforme epocali (poi ridimensionate) e, soprattutto, manomissione delle parole. Rincorsa all’attualità con i decreti sicurezza (decine di nuovi reati), la cui reiterazione testimonia l’inefficacia. Riforme epocali, ultimo esempio: 10.000 detenuti tossicodipendenti in detenzione domiciliare in apposite strutture, annuncia il Ministro Nordio, ma poi corregge: è previsione su diversi anni, le misure finanziate per il 2026 sono per 500 posti. Manomissione delle parole (copyright bel libro di Gianrico Carofiglio): il catalogo è questo. “Immunità parlamentare” e caso Delmastro. Segretezza della corrispondenza garantisce libertà e riservatezza dell’attività politica ed essendo tutela della funzione irrilevante sarebbe anche la rinunzia del parlamentare. Ma la garanzia per la funzione si estende anche ad attività private che nulla hanno a che fare con quella? “Intercettazioni a strascico”. Il tema riproposto dal Procuratore Nazionale Antimafia è di utilizzare un’intercettazione disposta in un procedimento per aprire altro procedimento, non solo, come oggi previsto, per terrorismo o mafia, ma anche per fatti di corruzione. L’eccezione alla regola dell’inutilizzabilità dettata per quei gravi reati è ragionevole sia estesa anche a reati non meno gravi come quelli di corruzione (vedi il recentissimo Rapporto Anac Autorità nazionale anticorruzione) e di altrettanto difficile accertamento? Altro è contrastare pratiche, queste sì a strascico, di intercettazioni disposte oltre la necessità, pur di raccogliere prove di un’ipotesi di reato (es. traffico di stupefacenti). Per stare nel paragone ittico: se il pesce appena pescato ha in bocca un altro pesce, questo lo teniamo o lo ributtiamo a mare? Di ciò si dovrebbe discutere e non parlare a sproposito di “strascico”. “Scudo penale” per la polizia: avventate assoluzioni sono smentite dalla realtà, come per il poliziotto del bosco di Rogoredo. Insistono i vertici di governo, compreso il Ministro dell’Interno, che, come “ministro della polizia”, avrebbe il dovere della massima cautela, e proclamano tutto corretto nella condotta degli agenti nel caso Fakir. Lo “scudo penale” non preclude le indagini della Procura di Bologna. La coltre di fumo dell’iscrizione nel nuovo registro non cambia nulla per i “non indagati”, che fruiscono di tutte le garanzie degli indagati. 120 giorni per le indagini è un’indicazione di priorità, ma le indagini, se necessario, potranno continuare oltre. “Imputabilità presunta” per i minori tra quattordici e diciotto anni. Non serve e non cambia nulla. I dati del Ministero della giustizia indicano che solo l’1% è dichiarato non imputabile, poiché si applicano misure sanzionatorie intermedie tra carcere e proscioglimento per incapacità. La imputabilità continuerà a dover essere accertata caso per caso. “Difesa sempre legittima” propagandistico, irresponsabile inganno. Nonostante recenti pasticciate aggiunte, i paletti posti dall’art.52 del codice penale “fascista” Rocco sono invalicabili: nel caso Roggero la condanna era dovuta. Lo riconosce il Presidente del Senato, nella Cerimonia del Ventaglio, ma con una contraddizione che non dovrebbe sfuggire all’avvocato La Russa, propone una sorta di estensione dell’”eccesso colposo”, che per definizione, trattandosi di eccesso, presuppone una reazione giustificata. Una “quasi-legittima difesa”? “Grazia” per Roggero. Prospettata ora e subito è interferenza nelle prerogative del Capo dello Stato e insieme delegittimazione della giustizia, dopo la decisione della Cassazione. “Intelligenza artificiale” passepartout. IA straordinaria opportunità, non mito per cui sacrificare garanzie e dignità umana, ci ammoniscono le fonti più autorevoli, a cominciare da Papa Leone. Ci è voluto l’alto là da Bruxelles per fare marcia indietro su quella che poteva essere profilazione generalizzata su chiunque si trovasse in uno spazio pubblico. Sicurezza e sanzioni penali per assicurarla richiedono equilibrio tra repressione e garanzie. E anche una policy coerente che proponga misure efficaci e non parole, men che meno se manomesse. Ma il monito del Presidente Mattarella contro le leggi dettate dall’attualità rischia di iscriversi nel filone delle “Prediche inutili” del suo predecessore Einaudi. L’antimafia non è un mestiere né uno slogan: è una vocazione che educa alla libertà di Rosa Elenia Stravato cosmopolis.media, 9 agosto 2026 Dalle periferie del Mediterraneo alle aule scolastiche, il racconto di un’antimafia che cambia il destino delle persone. Che cosa intendiamo quando parliamo di “mafia”? Cosa ne sappiamo, davvero, sul senso del sistema “antimafia”? Voci di corridoio, dibattiti, letture scomposte al sole. Una patina di superficialità ci avvolge ma scrolliamo le spalle con sdegno quando piombano le immagini di chi, per combatterla, ha perso la vita. La mafia è, prima di ogni altra cosa, un sistema di potere. Non coincide soltanto con un’organizzazione criminale, ma rappresenta una cultura fondata sul dominio, sull’intimidazione, sul controllo del territorio, sulla violenza e sulla sostituzione delle regole democratiche con la legge del più forte. Le mafie prosperano laddove si alimentano il silenzio, la disuguaglianza, l’indifferenza e la povertà educativa, insinuandosi nelle pieghe della società, dell’economia e delle istituzioni. L’antimafia, di conseguenza, non si esaurisce nell’azione repressiva dello Stato né nella pur fondamentale attività della magistratura e delle forze dell’ordine. È un impegno civile, culturale, educativo e sociale che mira a costruire comunità fondate sulla giustizia, sulla responsabilità, sulla partecipazione e sulla dignità della persona. È un’opera quotidiana di liberazione dai meccanismi della sopraffazione, una pratica di cittadinanza che restituisce alle persone la possibilità di scegliere il bene comune contro la logica del privilegio e della paura. In questa prospettiva si colloca “Vocazione antimafia”, pubblicato da ERF Edizioni, un’opera che restituisce all’antimafia il suo significato più autentico: quello di una scelta di vita prima ancora che di un insieme di pratiche o di un’etichetta. Il libro racconta un’antimafia concreta, vissuta, lontana dalla retorica e capace di farsi presenza quotidiana nei luoghi in cui le fragilità sociali rischiano di trasformarsi nel terreno fertile del potere mafioso. Il racconto attraversa geografie che sono al tempo stesso fisiche e simboliche: Bari e Tunisi, unite dal Mediterraneo delle speranze e delle migrazioni; Forcella e Scampia, quartieri troppo spesso ridotti a stereotipi ma abitati da donne e uomini che resistono; Taranto e la Valle d’Itria, territori attraversati da profonde contraddizioni economiche e sociali; la Capitanata, con Foggia e San Severo, dove la violenza delle mafie si intreccia con lo sfruttamento del lavoro agricolo e con le nuove forme di criminalità organizzata. Sono i luoghi dei ghetti dei braccianti, delle carceri minorili, delle periferie urbane ed esistenziali, dei figli delle camorre costretti a confrontarsi con eredità pesanti, ma anche delle donne e degli uomini che affidano al mare, all’educazione e alla solidarietà il proprio desiderio di futuro. A dare voce a questo itinerario sono due protagonisti d’eccezione dell’impegno antimafia: suor Marinella Pallonetto, religiosa salesiana da anni impegnata nell’educazione dei giovani e nella promozione sociale, e Leonardo Palmisano, sociologo, studioso delle mafie e delle trasformazioni del lavoro. Le loro esperienze si intrecciano in un originale diario a due voci nel quale la dimensione autobiografica diviene strumento di riflessione collettiva. Le memorie personali dialogano con l’analisi sociale, mentre il racconto delle esperienze vissute si trasforma in una pedagogia della legalità fondata sull’incontro, sull’ascolto e sulla responsabilità. L’opera mostra come l’antimafia non sia patrimonio esclusivo di magistrati, investigatori o specialisti del fenomeno criminale, ma una vocazione accessibile a ogni cittadino che scelga di mettere la propria professione, la propria fede, il proprio sapere o il proprio servizio al bene della comunità. La suora e il dirigente d’impresa rappresentano due percorsi differenti che convergono nella medesima convinzione: contrastare le mafie significa innanzitutto costruire relazioni autentiche, offrire opportunità, educare alla libertà, sottrarre terreno all’emarginazione e restituire speranza a chi rischia di esserne privato. Vocazione antimafia si distingue così come un testo di alto valore civile ed educativo. Non propone eroi irraggiungibili, ma persone che hanno trasformato la propria vocazione in una responsabilità verso gli altri. Le loro storie testimoniano che la legalità non è un principio astratto, bensì una pratica quotidiana fatta di scelte, di coraggio, di coerenza e di prossimità. È soprattutto nelle scuole che questa testimonianza trova la sua destinazione naturale. Tra i banchi, dove si formano le coscienze e si costruisce il senso della cittadinanza, il libro porta un’antimafia autentica, capace di parlare ai giovani con il linguaggio dell’esperienza e della speranza. Perché è proprio nell’educazione che nasce il più efficace antidoto alla cultura mafiosa: il seme della bellezza, della libertà e della giustizia, destinato a crescere nelle nuove generazioni come fondamento di una società finalmente libera da ogni forma di dominio criminale. Sardegna. Troppe tragedie nelle carceri: “Un’emergenza senza fine” di Matteo Vercelli L’Unione Sarda, 9 agosto 2026 Due detenuti con problemi psichici morti in una settimana: “La politica faccia qualcosa. C’è troppa indifferenza”. La morte di un detenuto nel carcere di Bancali, a Sassari, dopo l’incendio che aveva provocato nella sua cella, e il tentativo di suicidio da parte di un altro detenuto nel penitenziario di Uta, poi purtroppo deceduto. Sono gli ultimi due tragici episodi, in ordine di tempo, avvenuti nelle carceri sarde sempre più in difficoltà soprattutto per la gestione di persone con problemi psichiatrici. Gli appelli alle istituzioni della garante dei detenuti in Sardegna, delle associazioni e dei sindacati della Polizia Penitenziaria sono per ora caduti nel vuoto e la situazione non sembra destinata a migliorare. Dopo l’ennesimo fatto, con un giovane che ha cercato di togliersi la vita nel carcere di Uta per poi purtroppo non farcela, è arrivato l’appello, l’ennesimo, della garante dei detenuti in Sardegna, Irene Testa: “Il 32enne che aveva tentato il suicidio è poi purtroppo morto. Qualche giorno fa lo avevo incontrato. Ho riletto gli appunti di quel colloquio: aveva riferito di aver sospeso l’antipsicotico. Fa male. E fa rabbia”. Ancora una volta viene chiamata a risponderne la politica. Testa non lo manda a dire: “Fa rabbia l’indifferenza della politica, che da decenni non riesce a trovare risposte concrete. Invece di investire nella salute mentale, nelle cure e nelle strutture adeguate, troppo spesso si preferisce chiudere le persone dentro una cella, come se bastasse nascondere il problema perché smetta di esistere. Poi arrivano tragedie come questa. E il prezzo lo pagano sempre le persone più fragili”. Sul quanto accaduto è intervenuta anche Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme: “Ancora un dramma si è consumato nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta. Le condizioni di vita in un istituto sovraffollato, dove domina un caldo asfissiante, non aiutano. La presenza degli operatori sanitari è ridotta all’osso, con 2 psichiatri per 750 persone, non permette di garantire ai detenuti quella attenzione di cui hanno necessità”. L’appello alla politica non è rivolto solo al Ministero della Giustizia ma anche alla Regione: “Le fragilità si acuiscono soprattutto durante l’estate e le problematiche personali assumono dimensioni disperate. Il modo più facile per uscire da una condizione di dolore profondo è quello di pensare a una libertà totale. Non sappiamo cosa può avere scatenato la scelta estrema ma una grande responsabilità ricade su un Ministero che continua a ignorare i veri problemi dei detenuti e dei loro familiari”. Gli interventi su questo delicatissimo tema da parte dei sindacati di Polizia Penitenziaria sono stati innumerevoli. “Quanto accade”, sottolinea sconsolato Giovanni Villa, segretario della Federazione Nazionale Sicurezza (Fns) della Cisl Sardegna, “è una sconfitta per tutti. Denunciamo da anni queste criticità senza aver mai ricevuto risposte concrete dalle istituzioni”. E la vertenza sulle carceri sarde, che va avanti dal 2023, non riguarda solo la carenza di personale nella Polizia Penitenziaria, ma proprio la gestione dei detenuti affetti da disturbi psichiatrici, un problema sempre più sentito nelle strutture penitenziarie dell’Isola. Villa ricorda che “i detenuti con patologie sono sempre più numerosi e, in assenza di strutture specializzate, restano negli istituti penitenziari pur avendo bisogno di percorsi sanitari specifici. In Sardegna c’è solo una Rems destinata ai pazienti con problemi psichiatrici autori di reato, ma i posti sono del tutto insufficienti”. Da anni il sindacato chiede la realizzazione di almeno una seconda struttura, con 20-30 posti, pur sapendo che “neppure questa soluzione sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno complessivo”. Intanto gli agenti di Polizia Penitenziaria, nonostante le gravi carenza di organico, diventano educatori, assistenti sociali e psicologi senza averne il titolo: “La mancanza di figure professionali specifiche porta infatti il personale a svolgere attività che esulano dalle proprie competenze istituzionali”, aggiunge Villa. “Gli agenti cercano ogni giorno di ascoltare e sostenere i detenuti più fragili grazie all’esperienza maturata negli anni. Un impegno che, però, non può sostituire il lavoro di professionisti qualificati e rischia di aumentare ulteriormente il carico di responsabilità degli operatori”. Lombardia. “Della Lega una proposta per la remigrazione dei detenuti stranieri” di Michel Dessì Il Giornale, 9 agosto 2026 “Questa proposta può diventare nazionale”. Dalla Lombardia arriva la prima proposta per la remigrazione. A presentarla la Lega, per mano col suo capogruppo in consiglio regionale Alessandro Corbetta. Avete presentato un ordine del giorno sulla remigrazione. In cosa consiste? “Credo sia il primo atto approvato a livello nazionale in cui si parla di remigrazione con una proposta specifica: quella dei detenuti stranieri. In Lombardia abbiamo circa 6mila posti nelle carceri, ma oltre 9mila detenuti. Su 9.113, ben 4.139 sono stranieri, circa il 45%. Una legge nazionale prevede già la possibilità di commutare gli ultimi due anni di pena in espulsione. Vogliamo un piano strutturato per gli extracomunitari nelle carceri lombarde: espulsione e accompagnamento nel Paese d’origine, anche attraverso progetti di reinserimento. Circa il 50% dei detenuti stranieri è recidivo. Vogliamo evitare che, una volta scontata la pena, tornino nelle nostre città a delinquere. È una proposta apprezzata anche dal presidente Fontana”. Come pensate di convincerli? “Con lo sconto di pena. A chi deve scontare ancora uno o due anni si offre la possibilità di uscire dal carcere e tornare a casa. Un detenuto costa al contribuente circa 55mila euro l’anno. Se spendiamo una cifra inferiore tra viaggio e contributo per il reinserimento, abbiamo anche un beneficio economico. Se poi dovesse rientrare irregolarmente, sappiamo già chi è, sarebbe più semplice espellerlo”. Cosa chiedete al governo? Sconti di pena e ritorno a casa a chi deve scontare ancora 1-2 anni di carcere In Italia gli stranieri sono circa il 10% della popolazione, mentre nelle carceri superano il 30%. È un pezzo di un piano più grande che la Lega chiede da tempo. Il governo ha fatto tanto, ma serve un piano su larga scala per tutelare gli italiani e anche gli stranieri onesti e integrati, che non meritano di essere messi sullo stesso piano di chi delinque”. C’è chi sostiene che la Lega insegua Roberto Vannacci sulla remigrazione... “Sono stato il primo in Italia a parlare di remigrazione il 2 gennaio 2025, dopo i fatti di piazza Duomo a Milano. Credo che Vannacci questo termine l’abbia imparato dalla Lega. La nostra storia parla chiaro: Bossi, Maroni e Salvini. Dai respingimenti in Libia ai porti chiusi. Non rincorriamo nessuno. Altri si riempiono la bocca di remigrazione, ma non vedo proposte concrete. La Lega presenta proposte come quella sulla revoca della cittadinanza per chi uccide o stupra”. Cremona. Detenuto si dà fuoco in carcere: trasportato al Niguarda, è gravissimo di Francesca Morandi Corriere della Sera, 9 agosto 2026 “Veniva da un percorso di disintossicazione”. Il sindacato e la Camera penale: “Dramma del sovraffollamento”. A Cremona la capienza regolamentare è di 384 detenuti, quella effettiva di 610. E ci sono solo due educatori. È ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale Niguarda di Milano un detenuto di origini straniere, S.E., che il 30 luglio scorso si è dato fuoco nel carcere di Cà del Ferro. Il pm Giannangelo Maria Fagnani ha aperto un fascicolo. L’uomo era arrivato a Cremona da Busto Arsizio (Varese). Prima aveva cominciato un percorso in una comunità per disintossicarsi e da lì, era poi stato trasferito in carcere. A Cà del Ferro partecipava a diversi lavori di manutenzione e a mansioni di altro genere all’esterno delle palazzine del carcere, ma sempre dentro le mura. “L’immediato intervento della Polizia penitenziaria ha consentito di prestare i primi soccorsi, mettere in sicurezza l’area e attivare tempestivamente il personale sanitario”, fa sapere il Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) che sottolinea “ancora una volta, la drammaticità delle condizioni operative nelle quali sono costretti a lavorare quotidianamente gli appartenenti al Corpo”. Per Donato Capece, segretario generale del Sappe, “il personale è intervenuto con tempestività e professionalità, prestando soccorso al detenuto e impedendo che la situazione potesse degenerare ulteriormente. A loro va il nostro apprezzamento”, ma “non possiamo continuare a limitarci a ringraziare gli agenti dopo ogni emergenza. Servono risposte concrete e immediate. Organici, sicurezza, formazione, dotazioni e condizioni di lavoro devono essere adeguati alla realtà che il personale affronta ogni giorno. Non è più tempo di annunci: il Governo e l’Amministrazione penitenziaria devono intervenire”. Sulla vicenda interviene anche Alfonso Greco, segretario nazionale del Sappe per la Lombardia: “Quanto accaduto a Cremona è un episodio gravissimo che ripropone la necessità di garantire condizioni di sicurezza adeguate all’interno degli istituti penitenziari lombardi. Il personale di Polizia Penitenziaria è quotidianamente esposto a situazioni di emergenza, spesso in contesti caratterizzati da sovraffollamento, carenza di personale e una crescente complessità della popolazione detenuta”. “La priorità - conclude Capece - resta quella di garantire sicurezza e dignità a tutti, detenuti e operatori. Un carcere nel quale gli agenti sono costantemente chiamati a fronteggiare emergenze senza adeguati strumenti è un carcere più fragile e meno sicuro. E su questo non siamo più disponibili a tollerare ritardi”. Lunedì scorso, nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in Agosto”, una delegazione della sezione di Cremona e Crema della Camera penale della Lombardia Orientale era entrata in carcere. I dati raccolti da Micol Parati, presidente della Camera penale di Cremona e Crema “Sandro Bocchi”, parlavano di sovraffollamento. “La situazione continua a peggiorare - ha commentato Parati -. La capienza regolamentare è di 384 detenuti, quella effettiva di 610. L’anno scorso, in agosto i detenuti erano 552, l’anno prima ancora meno, pur superando sempre la capienza. Stiamo assistendo ad un aumento continuo di ingressi e, di conseguenza, ad un peggioramento della situazione. La Polizia penitenziaria è in numero molto inferiore a quello previsto per un numero regolamentare di detenuti. Si può immaginare come debbano lavorare quando, come ora, i detenuti sono 226 in più, in un momento dell’anno in cui ci si alterna per poter trascorrere qualche giorno di vacanza. A questo si aggiunga che ci sono solo due educatori, con l’aggiunta di uno per due giorni da Mantova e si ha il quadro di come sia il carcere di Cremona, in cui ci sono ben 478 definitivi, quindi persone che devono fare un percorso rieducativo come prevede l’art 27 della Costituzione”. Prato. Omicidio in carcere, due testimoni per cercare la verità sulla morte di Raymond Ikanagbon di Paolo Nencioni Il Tirreno, 9 agosto 2026 Sono stati indicati alla Procura dal legale di uno dei tre indagati. L’autopsia chiarirà se il detenuto era già morto quando è arrivata la polizia penitenziaria. Ci sono due detenuti della settima sezione della Dogaia che potrebbero dare un contributo decisivo alla ricostruzione di quanto è accaduto mercoledì sera (5 agosto) nella cella 171, dove è stato ucciso il trentaduenne Raymond Ikanagbon, nigeriano di 32 anni, dopo un litigio coi tre compagni di cella. Sono due detenuti che stanno nelle celle adiacenti alla 171 e che sono stati indicati come testimoni potenzialmente utili al sostituto procuratore Massimo Petrocchi dal legale di uno dei tre compagni di cella della vittima, ora indagati per omicidio preterintenzionale. I due detenuti, ristretti nella sezione dei “sex offenders”, potrebbero confermare quanto è emerso finora, e cioè che la morte è arrivata al culmine di un litigio nella cella, oppure aggiungere qualcosa. Decisiva sarà anche l’autopsia che sarà affidata oggi dalla Procura al medico legale. Il pezzo di legno in cella - Intanto bisognerà capire, sia dall’esame medico che dalle testimonianze, se all’arrivo della polizia penitenziaria Raymond Ikanagbon fosse già morto. In caso contrario, si dovrà ricostruire quanto è accaduto dopo. Dentro la cella è stato trovato un pezzo di legno verosimilmente usato per colpire Raymond alla testa ed è pacifico che in quella cella, dove oltre al nigeriano c’erano un italiano di 52 anni e due albanesi di 40 e 44 anni, ci sia stato un violento litigio. Se poi la morte sia la diretta conseguenza del litigio oppure no, questo è ancora da stabilire. Il fatto che la Procura abbia indagato i tre compagni di cella con l’ipotesi dell’omicidio preterintenzionale e non per omicidio volontario potrebbe significare che gli inquirenti hanno già un quadro chiaro della dinamica, oppure che lasciano aperta la porta a spiegazioni alternative. I due potenziali testimoni sono rimasti chiusi in cella mentre Raymond moriva. In altri casi di risse le celle vengono aperte per consentire ai detenuti di dare una mano alla polizia penitenziaria. La dipendenza dalla droga - Dal carcere trapela che Raymond Ikanagbon è arrivato mercoledì mattina alla Dogaia già un po’ su di giri. Viene descritto come una persona con una pesante dipendenza dalle sostanze stupefacenti e arriva dal carcere di Pistoia dove ha passato i primi nove giorni di custodia cautelare dopo l’arresto a Pieve a Nievole per aver palpeggiato una donna dopo un tentativo di furto che si trasforma in rapina. Già nell’infermeria della Dogaia si mostra particolarmente agitato, poi lo portano ai piani superiori e non è escluso che sia ancora aggressivo. Se è andata così, i compagni di cella non gradiscono, ne nasce un litigio e poi un pestaggio, forse per reazione. Di fatto è lui che ne paga le conseguenze e ora resta da capire chi si assumerà la colpa. Nessuno dei tre compagni di cella finora si è assunto la responsabilità. La settima sezione - L’unica cosa certa è che la settima sezione della Dogaia, quella che accoglie detenuti in custodia cautelare o condannati per reati a sfondo sessuale, è un posto estremamente sovraffollato oltre che pericoloso. Nelle scorse settimane c’era già stata un po’ di agitazione che non è trapelata all’esterno. Al momento ci sono 81 detenuti in celle di 12 metri quadri dove c’è un televisore e poco altro, con lo spazio vitale ridotto al minimo quando ci stanno in quattro e un caldo soffocante. Nulla di più facile che scoppi una lite per i più svariati motivi. La situazione si è aggravata nelle ultime settimane, da quando il gip di Firenze ha chiuso sette sezioni del carcere di Sollicciano e i detenuti fiorentini sono stati redistribuiti nelle altre carceri della regione. Quelli della settima sezione però possono stare solo lì, perché se venissero messi insieme ai detenuti comuni rischierebbero di essere picchiati. Caldo e sovraffollamento - Anche alla Dogaia la seconda sezione è attualmente chiusa in attesa di lavori di ristrutturazione che dovrebbero iniziare in autunno. Sono 47 posti che darebbero una boccata d’ossigeno alla casa circondariale, che ora accoglie 640 detenuti (cento oltre la capienza prevista), ma che non risolverebbero il problema dei “sex offenders”. Chi ha avuto modo di visitare di recente questa specie di Caienna descrive una struttura fatiscente e racconta che i detenuti si lamentano per il caldo e per il sovraffollamento. Di notte, specialmente in queste notti, non si respira. Dalle porte blindate, quando sono chiuse, non passa un filo d’aria. C’è un detenuto di 73 anni che non si può alzare dalla branda e viene accudito da un compagno di cella di colore che lo tratta come un secondo padre. Ci sono anche scene come queste, che restituiscono un minimo di umanità a detenuti che dall’esterno vengono visti spesso semplicemente come mostri. Prato. Giovani Democratici: “Il carcere non può essere dimenticato. Serve cambio di modello”. reportpistoia.com, 9 agosto 2026 “Quanto accaduto alla Dogaia è una tragedia che ci impone di tornare a parlare delle condizioni del carcere e delle responsabilità della politica. Il tempo dell’emergenza è finito”. La morte di un detenuto di 32 anni, avvenuta nella notte alla Casa Circondariale della Dogaia di Prato dopo una colluttazione in cella, riporta drammaticamente l’attenzione sulle condizioni del sistema penitenziario pratese. La Procura ha aperto un’indagine per omicidio preterintenzionale. L’episodio arriva a poche settimane dalla visita dei Giovani Democratici alla Dogaia, nell’ambito di “Dimenticat?”, il percorso promosso dai GD Toscana per entrare nelle carceri della regione, ascoltare chi le vive quotidianamente e contribuire alla costruzione di un nuovo modello penitenziario. “Non possiamo permetterci di commentare questa tragedia limitandoci all’episodio e aspettando che la cronaca passi. Poche settimane fa siamo entrati alla Dogaia con il percorso “dimenticat?”, abbiamo incontrato il direttore, visitato le sezioni e parlato direttamente con le persone detenute. Abbiamo visto celle con quattro brande, sovraffollamento, una carenza significativa di personale, problemi strutturali e difficoltà nell’attivare percorsi di studio e lavoro. Oggi quelle criticità assumono un peso ancora maggiore. Questo episodio non deve diventare l’ennesimo momento di indignazione destinato a esaurirsi nel giro di pochi giorni: deve essere l’occasione per chiedere con forza al Governo risorse, personale e una strategia per il sistema penitenziario. Con “dimenticat?” continueremo il nostro percorso nelle carceri della Toscana, perché vogliamo ascoltare e costruire una proposta politica capace di superare un modello che oggi mostra tutta la sua crisi”, sottolinea Bernardo Taddei, Segretario regionale dei Giovani Democratici della Toscana. “Quello di cui ha bisogno il carcere ora è di non limitarsi a essere uno spazio circoscritto, di non chiudersi in se stesso. Un sistema che non lascia immaginare come può essere un sé al di fuori del carcere lascia crescere animi irrequieti che sfociano in aggressività. Sappiamo da tempo che punire il male con altro male è un concetto superato e inefficace: dobbiamo iniziare ad affidarci alle evidenze invece di fare giustizia secondo la nostra sensibilità personale. Quando siamo entrati alla Dogaia poche settimane fa abbiamo visto direttamente quella cella e abbiamo incontrato le persone che vivono quotidianamente questa realtà. Oggi, davanti a questa tragedia, sentiamo ancora più forte la necessità di costruire un carcere che non si limiti a contenere, ma che sappia creare condizioni per cambiare, studiare, lavorare e immaginare una vita diversa fuori da quelle mura”, afferma Elena Dottore, dirigente dei Giovani Democratici di Prato. Per i Giovani Democratici, quanto accaduto non può essere separato dalle condizioni complessive in cui opera il sistema penitenziario. Sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà nell’attivazione dei percorsi rieducativi sono questioni strutturali che richiedono risposte politiche e risorse adeguate. “Dimenticat?” proseguirà quindi il proprio percorso negli istituti penitenziari della Toscana, con l’obiettivo di raccogliere esperienze, criticità e proposte e arrivare alla stesura di un documento politico sul nuovo modello carcerario. Un lavoro che i Giovani Democratici intendono mettere a disposizione delle istituzioni come contributo concreto per riportare il carcere al centro dell’agenda politica, non soltanto quando accade una tragedia. Porto Azzurro (Li). “Guerriglia” tra decine di detenuti nel carcere dell’isola d’Elba di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 9 agosto 2026 Una rissa è degenerata in rivolta. Gli agenti: “Da mesi denunciamo che la situazione del carcere di Porto Azzurro è incandescente”. Tra le cause il sovraffollamento dopo i massicci trasferimenti da Sollicciano. Un pomeriggio di altissima tensione quello vissuto venerdì 7 agosto all’interno della Casa di reclusione di Porto Azzurro, dove una violenta rissa tra alcune decine di detenuti, degenerata in una sorta di rivolta, avrebbe provocato momenti di forte apprensione all’interno della struttura penitenziaria. Secondo quanto riferito da Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil Fp Polizia Penitenziaria della Toscana, all’interno del carcere si sarebbero verificati episodi di particolare gravità, con lanci di olio bollente e bombolette di gas nei corridoi e nelle celle. Alcuni detenuti sarebbero rimasti feriti durante le aggressioni, riportando anche tagli al volto e ferite con conseguenti perdite di sangue, tanto da rendere necessario, in alcuni casi, il ricorso alle cure del pronto soccorso. Una situazione che Grieco descrive senza mezzi termini come una vera e propria “guerriglia”, una resa dei conti che avrebbe messo a dura prova gli agenti della Polizia Penitenziaria, chiamati a fronteggiare una situazione estremamente complessa e una massa di persone difficilmente contenibile. “Da mesi denunciamo che la situazione del carcere di Porto Azzurro è incandescente”, afferma Grieco, sottolineando come le criticità siano, a suo giudizio, il risultato di una situazione che si sarebbe progressivamente aggravata. Tra gli elementi di maggiore preoccupazione indicati dal sindacato ci sono i massicci trasferimenti di detenuti verso Porto Azzurro, alcuni dei quali provenienti anche dal carcere fiorentino di Sollicciano. Secondo la UIL, tali trasferimenti non risponderebbero sempre a una precisa logica di circuito penitenziario. “Parliamo di una casa di reclusione - spiega Grieco - dove dovrebbero essere assegnati detenuti definitivi, chiamati a scontare pene superiori ai cinque anni”. A questo si aggiungerebbe, secondo il sindacato, l’arrivo di detenuti con importanti problematiche di natura psichica e sanitaria, per i quali la struttura, a causa della scarsità dell’assistenza sanitaria, non sarebbe nelle condizioni di garantire una risposta adeguata. Al centro delle preoccupazioni della UIL c’è soprattutto la condizione del personale di Polizia Penitenziaria. Gli agenti, secondo Grieco, sarebbero ormai sottoposti a una pressione sempre più difficile da sostenere, sia sul piano operativo sia sotto il profilo umano. “Il personale di Polizia Penitenziaria è stato messo a dura prova e grazie a loro la situazione non è degenerata”, sottolinea il segretario regionale. Ma, avverte, “non sappiamo fino a quando durerà”, se l’Amministrazione Penitenziaria non interverrà con decisione per analizzare il fenomeno, ridurre la pressione sulla struttura e potenziare gli organici. Una richiesta che, secondo la UIL FP Polizia Penitenziaria, viene portata avanti da mesi e che oggi, alla luce degli ultimi episodi, torna con ancora maggiore forza sul tavolo dell’Amministrazione. “Chiediamo da mesi che venga assegnato un comando stabile che abbia una prospettiva di gestione”, conclude Grieco. “Anche questo fa la differenza nel governo di una struttura penitenziaria come la Casa di reclusione di Porto Azzurro”. L’episodio riaccende dunque i riflettori sulle condizioni del carcere elbano e sulle difficoltà denunciate da tempo dal personale. Per il sindacato, quanto accaduto ieri rappresenta un campanello d’allarme che non può essere ignorato: servono interventi strutturali, maggiore attenzione alle assegnazioni dei detenuti, un adeguato supporto sanitario e soprattutto più personale e una guida stabile, prima che una nuova situazione di tensione possa trasformarsi in qualcosa di ancora più grave. Ferrara. Zappaterra (Pd): “Bene due educatori, ma si chiarisca il futuro dell’Arginone” ferraratoday.it, 9 agosto 2026 La consigliera pone l’attenzione sul tema del sovraffollamento: “Non vorrei il raddoppio di fatto”. “Bene l’arrivo di due educatori all’Arginone annunciato dal sottosegretario Balboni, ogni rafforzamento del personale educativo è utile e necessario. Ma questo non basta a rispondere alla situazione del carcere di Ferrara già oggi segnata da sovraffollamento, carenza di organico e condizioni rese ancora più difficili dal caldo torrido di queste settimane”. A dirlo è la consigliera regionale del Partito Democratico Marcella Zappaterra che ha depositato un’interrogazione alla Giunta regionale sul carcere di Ferrara, da anni tra gli istituti più segnati dal sovraffollamento. “I numeri emersi dai dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 31 marzo 2026 - ricorda la consigliera regionale - confermano una realtà non più rinviabile: l’Arginone ospita oltre 400 detenuti a fronte di circa 240 posti regolamentari. Se davvero il Governo c’è allora dica con chiarezza ai ferraresi cosa sta progettando sul futuro del carcere”. L’interrogazione chiede infatti se la Regione sia stata formalmente informata o coinvolta rispetto ai lavori per un nuovo padiglione da circa 120 posti e soprattutto se trovi conferma l’ipotesi di un secondo ampliamento da circa 250 posti, che porterebbe la capienza regolamentare dell’istituto a oltre 600 posti. “Non vorrei che dietro la risposta al sovraffollamento, si stesse preparando il raddoppio di fatto dell’Arginone senza una valutazione seria dell’impatto sulla città - evidenzia Zappaterra -. Costruire nuovi posti non può essere l’unica politica carceraria, bensì servono personale, sanità penitenziaria, salute mentale, dipendenze, formazione, lavoro, misure alternative e percorsi di reinserimento”. Zappaterra richiama anche le precedenti iniziative già assunte in Assemblea legislativa, dalla risoluzione sull’edilizia penitenziaria a Ferrara a quella sulle donne detenute. “Il tema non è solo edilizio ma sociale, sanitario, urbano e istituzionale - afferma infatti -. Un ampliamento di questa portata cambierebbe profondamente il ruolo del carcere di Ferrara nel sistema penitenziario regionale, con effetti sull’organizzazione interna dell’istituto, sui servizi sanitari e sociali, sulla sicurezza, sulla viabilità, sul trasporto pubblico e sull’accessibilità per familiari, avvocati, volontari e operatori”. “Per questo chiediamo alla Giunta di attivarsi con Governo, Ministero della Giustizia, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e Provveditorato regionale affinché venga effettuata una valutazione d’impatto complessiva e sia chiarito se Comune, Prefettura e istituzioni territoriali siano stati coinvolti - conclude Zappaterra -. Ferrara non può scoprire a cose fatte di essere destinata a ospitare uno dei più grandi istituti penitenziari della regione. Servono trasparenza, dati certi, tempi chiari e un confronto vero con il territorio”. Massa Carrara. Sos dalla Casa di reclusione. Allarme sovraffollamento: “Cento in più in un anno” di Francesco Scolaro La Nazione, 9 agosto 2026 La visita di una delegazione di legali e magistrati nella struttura di Massa. Preoccupa lo stato di salute dei detenuti tra caldo e poco spazio per vivere. La camera penale anche quest’anno ha effettuato la visita alla casa di reclusione di Massa. Gli avvocati Claudia Volpi, David Giovanni Cappetta, Alessandro Ravani, Edoardo Nieri, Lorenzo Bruni, Gianmarco Romano, i due giudici Alice Gallo e Clementina Colucci e il pm Dario Minafra hanno percorso tutto il perimetro della grande struttura, a partire dal lanificio e la tessitoria, dove lavorano i detenuti. Hanno poi visitato l’orto e la zona verde dove si trova la casetta di Telefono Azzurro per le visite fra detenuti e figli. La visita è proseguita alla sezione B, dove si trovano i detenuti sottoposti a trattamento avanzato: “La maggior parte di questi lavora ma il sovraffollamento ha portato ad avere tre detenuti per cella al posto di due, com’era fino all’anno scorso. La sezione A, dove si trovano persone in attesa di giudizio, anch’essa con i posti oltre il limite, e la C, su due piani, con celle molto più piccole dove tre persone si trovano a convivere in uno spazio veramente angusto. Fra i due letti, di cui uno a castello, non c’è un metro e nella cella trova posto anche un piccolo tavolino e le sedie. Ad aggravare la situazione anche una quarantina di trasferimenti provenienti da Sollicciano, che portano il numero di detenuti a 307. Undici reclusi si trovano in infermeria, dove, ad occupare lo spazio che sarebbe destinato alle fisioterapie, vi sono detenuti affetti da varie patologie psichiatriche che non possono trovare posto altrove per la pericolosità per se stessi e per gli altri. Purtroppo il problema della malattia mentale in carcere esaspera i rapporti fra detenuti e operatori, questi ultimi non sono in grado di dare risposte adeguate, non è il posto per questo tipo di malati. Abbiamo poi conosciuto il nuovo vice comandare della penitenziaria, che si divide fra Massa e Prato e ci ha parlato della situazione esplosiva di quel carcere, con oltre seicento detenuti. All’ingresso nella sala multimediale abbiamo trovato una ventina di detenuti che partecipavano con interesse ad un corso formativo di Blsd con un’infermiera volontaria. Tutti i partecipanti hanno rimarcato la grave situazione del carcere di Massa, che in circa un anno ha acquisito cento persone in più a discapito della vivibilità e della efficacia dei percorsi educativi che, numerosi, vengono svolti nella struttura, che era considerata una delle migliori d’Italia. Un plauso alla direzione, alla polizia penitenziaria e all’area educativa, che riescono comunque a gestire una situazione che, non per loro responsabilità, è peggiorata per i numeri elevati di detenuti trasferiti da altre realtà carcerarie. Un ringraziamento ai magistrati che hanno voluto condividere con la camera penale un percorso difficile di immersione in una realtà che spesso resta ignorata”. Pisa. Carcere Don Bosco: “Situazione non più sostenibile” di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 9 agosto 2026 Il vicepresidente della commissione Sanità in visita alla casa circondariale di Pisa con la garante dei detenuti. “Una situazione drammatica segnata da condizioni igienico-sanitarie precarie, dalla presenza di detenuti con disagi psichiatrici e da un centro medico molto provato”. È quanto emerso dalla visita al carcere Don Bosco di Pisa del consigliere regionale e vicepresidente della Commissione Sanità del Consiglio regionale della Toscana, Federico Eligi, accompagnato da Valentina Abu Awwad, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Pisa, e da Lisa Perugino, responsabile Asl per la sanità penitenziaria. La visita si è inserita nel calendario organizzato da Eligi ad agosto negli istituti toscani e che, dopo Prato, Livorno e Lucca, proseguirà a Sollicciano, all’istituto minorile di Firenze, a Volterra e a Massa. “Il quadro riscontrato a Pisa - ha spiegato il consigliere - rivela una struttura all’estremo: alla grave infestazione di cimici, con detenuti segnati dalle punture dei parassiti, si sommano servizi igienici fatiscenti, perdite d’acqua, scarichi di fortuna, muffa e umidità. Una condizione di sovraffollamento ulteriormente appesantita dalla chiusura delle 7 sezioni di Sollicciano e dalla conseguente ridistribuzione dei reclusi. Questa spirale di degrado annulla del tutto la funzione rieducativa e di reinserimento che la pena dovrebbe garantire, alimentando tensioni continue all’interno dell’istituto”. Eligi ha poi rivolto un appello alla magistratura di sorveglianza, all’Asl e alla politica: “Contesto inaccettabile non solo per le persone recluse, ma anche per i lavoratori della struttura, dagli agenti di polizia penitenziaria al personale sanitario, costretti quotidianamente a operare in condizioni estreme”. Per il consigliere di Casa Riformista, nel mirino ci sono anche le politiche nazionali del Governo che, “a fronte di una diminuzione dei reati - ha concluso - continuano a inasprire le pene e a introdurne di nuove, aumentando a dismisura la popolazione carceraria”. Pisa. Solidarietà contro il caldo in carcere di Enrico Mattia Del Punta La Nazione, 9 agosto 2026 La sezione soci Coop di Pisa ha donato al carcere Don Bosco, tramite la Caritas diocesana, ventilatori, acqua e beni di prima necessità per far fronte alle elevate temperature di questi giorni. Il caldo sta infatti facendo sentire i suoi effetti anche all’interno delle carceri e quello di Pisa non fa certo eccezione. Una situazione - lo ricordiamo - denunciata anche durante le ultime visite dei rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni, che, oltre alle carenze igienico-sanitarie, hanno segnalato anche il problema delle alte temperature che si registrano nelle celle e negli spazi ad uso del personale di vigilanza all’interno degli istituti penitenziari. Da qui il gesto di solidarietà, con un aiuto per sostenere le persone più fragili nell’affrontare le elevate temperature estive. La sezione soci Coop di Pisa ha infatti consegnato nei giorni scorsi alla Caritas diocesana di Pisa una fornitura straordinaria di beni di prima necessità: 570 bottiglie di acqua da 2 litri, 120 confezioni di bagnoschiuma e 5 ventilatori, ossia l’intera disponibilità residua di apparecchi di ventilazione presenti nel punto vendita, da destinare alla casa circondariale Don Bosco di Pisa. La donazione si inserisce nel solco della collaborazione tra la sezione soci Coop di Pisa e la Caritas diocesana, impegnate in sinergia nel contrasto alla povertà e alle fragilità del tessuto sociale locale. “Desidero esprimere un ringraziamento sincero alla sezione soci Coop di Pisa e in particolare alla presidente Isolina Ravenda per la sensibilità e la prontezza dimostrate ancora una volta verso chi si trova in stato di bisogno - ha dichiarato il direttore della Caritas diocesana di Pisa, don Emanuele Morelli -. L’attenzione a dettagli solo apparentemente semplici, come la fornitura di acqua, prodotti per l’igiene o anche solo un ventilatore per rinfrescare una stanza, fa la differenza nella qualità della vita quotidiana delle molte persone che affollano il carcere: emergenze come il caldo intenso colpiscono sempre per primi i più fragili e questo gesto conferma il valore di una rete solidale forte sul nostro territorio, capace di coordinarsi con prontezza di fronte ai bisogni reali della comunità”. Nuoro. Badu e Carros, procede il cantiere per il 41-bis: “Ma rimangono le emergenze” di Francesco Pirisi La Nuova Sardegna, 9 agosto 2026 Il carcere di Badu e Carros è un cantiere nel pieno dei lavori. Tanto che è imminente la chiusura della cucina, con servizio mensa affidato a un “catering” esterno. La ristrutturazione riguarda innanzitutto le sezioni, che a regime hanno disponibili 230 posti. Modifiche e migliorie per la sicurezza, che sono l’anticamera alla creazione di un’area destinata alla detenzione di chi è sottoposto al 41-bis. Ossia, il regime detentivo applicato a chi è considerato appartenente alle organizzazioni mafiose. Il penitenziario nuorese ospita anche attualmente sei carcerati con quella misura detentiva. Nel recente passato sono stati in numero superiore. I programmi del ministero ne prevedono diverse decine. Considerato che tra Nuoro, Uta e Bancali sarà divisa la quota di 250 detenuti al 41-bis, dei 750 totali da collocare in sette carceri di massima sicurezza del territorio nazionale. Le ultime informazioni sono state rese pubbliche dai responsabili dell’associazione di volontariato “Nessuno tocchi Caino”, che ha visitato la struttura nuorese dieci giorni fa, insieme agli avvocati della locale Camera penale. “Il carcere nuorese va incontro a un cambiamento di fondo” ha spiegato la presidente, Rita Bernardini, dopo aver incontrato con il segretario Sergio D’Elia, i responsabili della casa circondariale, oggi guidata dalla direttrice reggente Daniela Marras. “Ciò che diventerà in concreto, ancora non è chiaro - ha proseguito Bernardini - soprattutto per quanto riguarderà l’articolazione interna, con il dubbio se sarà preponderante la presenza dei detenuti al 41-bis, o comunque permarranno sezioni per i detenuti comuni”. Oggi a Badu e Carros sono presenti appena 47 carcerati. Oltre ai sei con il regime speciale, presente un gruppo che scontano condanne per reati comuni. L’altra fetta sono i 15 tra semiliberi (con lavoro all’esterno) e della categoria Articolo 21, che un lavoro lo svolgono a loro volta, ma all’interno del penitenziario. Condizioni assimilate, queste ultime, tanto che sono ospitati, tutt’insieme, in un cellone. Rispetto alla provenienza geografica e all’età, viene segnalata la presenza di uno straniero e di alcuni cosiddetti giovani-adulti, tra i 18 e i 25 anni. I numeri ridotti ospitati non riducono il peso di alcune carenze, riscontrate proprio nella visita di Bernardini e D’Elia, che sono stati accompagnati dall’avvocato Giovanni Colli, presidente della Camera penale del foro nuorese. Le più avvertite (anche in carcere, dunque) riguardano i servizi sanitari. “I medici di medicina generale sono tre, invece che quattro - ha spiegato Bernardini - e ciò impedisce la possibilità di un’assistenza h/24. Gli specialisti - ha aggiunto - sono limitati al dentista e al dermatologo”. Manca buona parte dell’arco delle specializzazioni, dunque. Si può invece contare sul Serd, il servizio che affronta le dipendenze, a iniziare dal consumo di stupefacenti. “Ma funziona “a chiamata”, ha ricordato sempre Rita Bernardini. La polizia penitenziaria. L’organico di Badu e Carros prevede 217 agenti. Mentre ne sono presenti poco più di 140. Il fatto che vi siano pochi detenuti ospiti delle celle non toglie gravità alla carenza: “È un quesito che ci siamo posti anche noi, durante la vista - ha raccontato la presidente Bernardini - ma proprio dai colloqui avuti con la dirigenza è emerso che la carenza è comunque avvertita. Anche perché alcuni agenti vengono chiamati temporaneamente a svolgere servizi esterni o in altre carceri”. La situazione della casa circondariale rimane sotto l’occhio di controllo sia dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, sia dell’organo che riunisce i penalisti. “Eravamo già stati a Badu e Carros nel 2024 - ha ricordato l’avvocato Colli - e ora si è deciso per questa nuova visita. Segnaliamo sin da ora le carenze emerse, a iniziare da quelle del numero degli operatori sanitarie. Manteniamo la disponibilità - ha aggiunto - per supportare il riconoscimento dei diritti sia dei detenuti, sia dei loro familiari”. Ferrara. Don Pozza: “Il mio viaggio tra i carcerati. Ho imparato che nessuno è mai perduto” di Francesco Diozzi e Laura Guerra Il Resto del Carlino, 9 agosto 2026 Il cappellano del carcere di Padova ospite a Voci dal parco: “La sfida è far conoscere la realtà della prigione per far passare la paura”. Un parco gremito di pubblico venerdì per don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, intervenuto al Santuario della Rocca per la rassegna “Voci dal Parco”. Occasione per parlare con lui di detenzione, libertà e di Uno Bianca. Era già stato a Cento? “No, da qui mi porterò a casa altri sguardi. Quando sento “Cento”, il collegamento che faccio è col Carnevale, poi con Lamborghini, e infine con Castel Maggiore, il paese del mio amico Alex Zanardi”. Come vi eravate conosciuti? “Nel 2005, a un meeting organizzato dalla polizia. Ero arrivato con un po’ di pregiudizi, essendo stato per tanti anni ciclista, ma quando lo sentii parlare nacque un’amicizia durata 22 anni, sempre in sordina, perché la prima cosa che lui mi disse fu: ‘Possiamo fare del bene, lo facciamo, però che nessuno ne sappia mai niente’. Mi ha seguito anche nella mia avventura in carcere. Mi ha insegnato che non bisogna piangere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, ma chiedersi se si ha sete”. Nel suo percorso, ha incrociato Papa Francesco: quale il suo messaggio che applica all’interno del carcere? “Da lui ho capito cos’è la misericordia. I programmi televisivi e i libri sono sono solo una piccola percentuale di un rapporto paragonabile a quello di un nipote con un nonno. Siamo convinti che basti la legge e un carcere pieno per rendere sicura una città: non è così. La legge arriva fino a un certo punto, poi fallisce ed è lì che l’amore riesce certe volte a fare la differenza: per un detenuto che l’ha combinata grossa e che si aspetta un pugno, la carezza è la maniera più inaspettata e pungente di fare giustizia, oltre ad aiutarli a porsi delle domande”. Qual è, oggi, la situazione delle carceri? “L’uomo che ha sbagliato è una scommessa che si può vincere. Il carcere è un incubatore di grandissimi interessi e non bisogna cadere nel tranello di chi promette di ‘svuotare le carceri’: nessuno, men che meno i politici, avranno mai l’interesse a farlo. Il vero problema non è il sovraffollamento ma la disperazione. Che a volte per una carezza usata male, fa partire le botte. La grande sfida è quella di aiutare le persone non a piangersi addosso, chiedere indulti o amnistie, ma a prendere consapevolezza di quello che hanno fatto, e poi decidere se continuare per quella strada o se imboccare la strada opposta, quella del bene”. Le comunità e le associazioni di volontariato, che abbiamo anche a Cento, che ruolo hanno nel dare una seconda vita ai detenuti? “Prima di accoglierli bisogna conoscerli. Il carcere e i carcerati fanno paura. Sono i lupi. Ma se si accetta di rischiare, avvicinarne uno può mostrare lati sconosciuti della luna. La sfida è sempre far conoscere la realtà del carcere per far passare la paura, e scoprire che dentro ci sono persone come noi, a cui nessuno aveva indicato la strada giusta, che a volte escono infinitamente migliori di come sono entrate”. Com’è l’esperienza avuta con Marino Occhipinti e Alberto Savi, due componenti della banda della Uno Bianca? “Li ho incontrati 16 anni fa quando ho iniziato il mio cammino nel carcere. Per me è un privilegio camminare con questi ragazzi. Mi hanno dimostrato che in ogni uomo c’è il bene e c’è il male. Ora, dopo vent’anni di scavo, di lavoro, di umiliazione e di richieste di perdono, mi hanno dimostrato che si può essere l’autore anche del reato più efferato, ma anche essere più grandi di ciò che si ha commesso. La sfida è ricordare a chi ha compiuto gesti deplorevoli, vigliacchi e ingiustificabili la consapevolezza che non hanno esaurito la grandezza che hanno dentro. Oggi, vedere Alberto tornare nel mondo, lavorare, provare a rimettere in piedi una famiglia, mi dà l’evidenza di quello che diceva Don Bosco: ‘Nessuno è mai perduto se lungo la strada trova qualcuno che gli tende la mano’. Ricordarsi che l’assassino può cambiare, è stata una delle pagine più luminose del mio percorso di prete dentro il degrado”. La sfida complessa della criminalità giovanile e i rischi del disegno di legge anti “maranza” di Luca Borzani La Repubblica, 9 agosto 2026 Ancora su minori e giustizia. Perché il nuovo disegno di legge, emblematicamente definito anti “maranza”, mette definitivamente a rischio il modello italiano di giustizia minorile fondato sull’equilibrio tra pena, finalità educativa e recupero del minore. Con la sanzione penale come ultima risposta. Di fatto, sta passando, in un silenzio che rimanda alle tante regressioni culturali e civili che attraversano il paese, un’adultizzazione dei minori nell’ambito giudiziario. Dal decreto Caivano del 2023 e poi con le aggravanti e l’inserimento di nuovi reati nei successivi decreti sicurezza, l’aspirazione sempre più evidente è quella di arrivare alla riduzione della stessa età dell’imputabilità. In nome di un’ossessione tutta ideologica, in cui l’annunciato contrasto alla criminalità scivola anche nella minaccia alla libertà di dissenso, si sta perdendo un discrimine fondamentale. E cioè che per quanto grave possa essere la colpa compiuta da un adolescente è comunque necessario privilegiare la possibilità di un suo cambiamento e l’obiettivo superiore del reinserimento sociale. Già una volta la Corte Costituzionale ha richiamato l’art 27 della Costituzione a fronte della smemoratezza della politica. E non solo quella di governo. Anche l’opposizione pare non si sia resa davvero conto dell’ulteriore vulnus che sta per essere introdotto nel nostro ordinamento giudiziario. La capacità del minore di comprendere il significato delle proprie azioni non dovrà più essere accertata caso per caso dal magistrato ma presunta esistente fino a prova contraria. Un rovesciamento di cui non è difficile prevedere l’esito e il rischio di consegnare la vita di molti all’esclusione sociale perenne e, di fatto, alla ripetitività dei comportamenti illegali. Peraltro, siamo da tempo in uno scenario di aumento della custodia cautelare, della riduzione della messa alla prova, del sovraffollamento degli Istituti penali minorili e delle comunità, così come è per le carceri. I dati Eurostat indicano come il tasso di denunce verso i minori sia la metà della media europea, 363,4 su 647,9 ogni centomila abitanti. Le segnalazioni relative ad atti di criminalità dei giovanissimi, statistiche ministeriali, erano 28mila nel 2010, 32mila nel 2015, 35mila nel 2023 e 31mila nel 2024. In mezzo il big bang della post pandemia. Ma sono dati che valgono come indicatori per richiamare la necessità di non rinchiudersi nel cono d’ombra dell’allarme sociale e della paura mediatizzata. La percezione di un aumento della devianza giovanile corrisponde a dinamiche reali. Al 31 dicembre 2025 i minori in carico al sistema giudiziario sono 17027 con un più 22 per cento rispetto al 2022. Il rapporto “Save the Children”‘ mostra un incremento significativo del numero di 14-17 anni denunciati o arrestati per il reato di rapina: se nel 2014 erano 1.921 nel 2024 se ne registrano più del doppio, 3.968, con un valore prevedibilmente ancora più elevato per il 2025. Così per i reati contro la persona. A livello nazionale nel 2024 sono 4.653 i minorenni denunciati o arrestati per lesioni personali. Quasi raddoppiati rispetto a dieci anni prima. Vale anche per Genova e la Liguria. Sono le considerazioni avanzate dalla Corte di Appello come dal rapporto, sempre di “Save the Children”, che vede la nostra regione nel 2024 con la percentuale più alta, 0,008 per mille, di giovanissimi detenuti per associazione a delinquere e la seconda per rapina, 1,44 per mille. La crescita della criminalità minorile, l’aumento di modalità estremamente violente, rivolte in primo luogo verso coetanei, la diffusione delle armi, a partire dalle “lame”, l’uso dei social come amplificazione e autorappresentazione dell’identità predatoria, non è esorcizzabile né minimizzabile. Ne è qualcosa che è cresciuto all’improvviso. Rimanda all’espandersi di un disagio solido che attraversa le generazioni più giovani, allo svuotarsi delle responsabilità delle famiglie sempre più sostituite dai rapporti con i pari, all’intrecci tra frustrazione e aggressività, a un sistema scolastico segnato da forti iniquità, a modelli sociali concentrati sul consumo. Un futuro sempre meno percepibile alimenta l’assenza del limite, contribuisce a un’adultità insieme precoce e infantilizzata. In un accentuarsi dei percorsi di marginalizzazione delle seconde generazioni che costituiscono ormai il 51 per cento dei coinvolti nel circuito della giustizia minorile. Ma prevale il “meticciato della devianza” tra italiani e stranieri, più o meno poveri, maschi e femmine, a costituire aggregazioni territoriali fluide che moltiplicano aggressività e l’assenza di empatia verso ciò che le circonda. Fotografia estrema di una società concentrata sull’individuo e dove la perdita di responsabilità degli adulti e delle istituzioni sono componenti costitutive del vivere civile. Ecco, la criminalità giovanile rimanda a una sfida complessa nell’età dell’assoluta semplificazione. Sottolinearne la complessità è quanto più lontano da logiche giustificazioniste, astratte come quelle securitarie. Anzi, è all’opposto, il non accettare la debacle dello stato. L’assumere la pena come unica soluzione indipendentemente dalla messa in campo di adeguate e nuove azioni di prevenzione e di rieducazione. Cioè dalla costruzione e ricostruzione di legalità. Invece di sostenerne le esperienze migliori e i risultati ottenuti, si persegue la sola leva repressiva che non può non aggrovigliarsi continuamente su sé stessa e operare da “apprendista stregone” della morbosità sociale. È la lezione di questi anni. Le mancate reazioni al nuovo disegno di legge, all’arretramento civile che produce sono in questo un segnale ulteriormente pericoloso. Un misto di indifferenza e di accettazione che è, appunto, l’altra faccia del fallimento del governo. Ammaniti: “Giovani inconsapevoli fino a 20 anni. I social rendono più facile la violenza” di Mirella Serri La Stampa, 9 agosto 2026 Lo psicoanalista: “Sport, attività e laboratori per dare attenzione e riconoscimento ai ragazzi”. Altro che società della lagna e delle paure immaginarie, le statistiche sulla criminalità giovanile ci dicono che nell’ultimo anno circa il 40 per cento degli studenti, tra i 15 e i 19 anni, ha partecipato a zuffe o parapiglia secondo il recente rapporto Espad del Cnr. Le denunce che vedono protagonisti i minori stanno raggiungendo un livello record. Le risse sono aumentate del 93%, le rapine del 54%, le lesioni del 53% e anche le violenze sessuali vedono un buon incremento, il 29%. La violenza dei giovani è abitudinaria: il 12% dei ragazzi prende parte ad aggressioni di gruppo, quasi sempre dirette contro sconosciuti, e nel 5% dei casi chi dà vita alle zuffe e agli assalti riporta ferite talmente gravi da richiedere cure mediche. Con Massimo Ammaniti, 85 anni, psicoanalista esperto dell’età evolutiva e autore di molti saggi a riguardo, parliamo di quasi un milione di italiani sul fronte del bullismo e della malamovida, combattenti di una guerra paurosamente in aumento. Piccoli criminali crescono e siamo passati, quasi senza accorgercene, dalla società della rivolta giovanile a quella del malessere delle baby gang, del bullismo, del cyberbullismo, e delle aggressioni a scuola. Come è potuto accadere? “Il fenomeno è impressionante. I minori indagati a carico dei servizi sociali sono passati da 20. 263 del 2019 a 23. 862 del 2025. C’è stato un incremento del 15 per cento del disagio minorile. Nelle scazzottate poi c’è un aumento del 93 per cento dell’uso di coltelli e bastoni”. Cosa ha fatto lievitare così i numeri dell’inquietudine? “Il decreto Caivano nel 2023 aveva introdotto norme urgenti per contrastare la povertà educativa. A cosa bisognava rimediare? Dovevamo occuparci della marginalità sociale e dell’assenza di spazi per lo svago e il divertimento. Della mancanza di centri di aggregazione per i ragazzi e di alternative costruttive: tutti fattori che spingono i giovani verso la strada, verso il gruppo come unico luogo di appartenenza. In questi contesti deteriorati si afferma la dinamica del “branco”, la soluzione per ottenere protezione e status proprio dal contesto di coloro che sono simili. Il decreto Caivano ha finito per conseguire il risultato opposto, potenziando incredibilmente le pene. Gli istituti penali per minorenni sono sovraffollati e i loro ospiti sono cresciuti del 100%. E la rieducazione? È inesistente. Mancano esperti, psicologi, cure e attenzioni. Sono scuole di criminalità: i ragazzi quando escono hanno imparato il “mestiere” e si rifanno del tempo perduto entrando in bande criminali organizzate”. A settembre passerà da Camera e Senato il disegno di legge che abbassa l’imputabilità a 14 anni: ma i ragazzi dai 14 ai 18 anni sono veramente in grado di intendere e di volere? “Nient’affatto. Secondo gli studi psicologici e neurobiologici a 14 anni c’è sicuramente l’intenzionalità di aggredire qualcuno ma è un’età in cui la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni è molto limitata e parziale. Faccio un esempio. Negli adolescenti una delle prime cause di morte sono gli incidenti stradali. Come mai un 14 enne in motorino attraversa l’incrocio anche se il semaforo è rosso? È convinto che a lui non succederà nulla. Gli adolescenti che si suicidano, è un altro esempio, vanno incontro a comportamenti pericolosi con notevole incoscienza. A quell’età i ragazzi sono in pieno sviluppo, sono sotto l’influsso degli ormoni, in particolare del testosterone che modula il controllo emotivo e sociale. I ragazzi non hanno coscienza delle ripercussioni delle proprie scelte. Queste zone di consapevolezza maturano completamente dopo i 20 anni”. I nostri legislatori sono a digiuno di nozioni sulla psicologia dei giovani? “Dovrebbero capire cosa realmente spinge a comportamenti devianti i maranza, i gruppi che accolgono i figli di emigrati, di italiani di seconda generazione ma anche di ragazzi italiani che vengono dalle periferie e da zone desolate. Questi ragazzi tendono a farsi valere. Sanno di essere invisibili, di non essere considerati e vogliono apparire, rapinando, puntando il coltello alla gola. Non sono situazioni che si verificano per la prima volta nella storia. Il film Gangs of New York di Martin Scorsese ben racconta, per esempio, il difficile inserimento degli irlandesi e le loro lotte nella Grande Mela. Gli americani per favorire l’adattamento dei giovani poco inseriti e non rispettosi di leggi e regole inventarono le high school, le scuole superiori che garantiscono anche un consistente aiuto ad acquisire i codici della convivenza sociale. Le situazioni devianti poi sono alimentate dall’abuso di sostanze. L’alcol e le droghe trasformano le tensioni in azione, in esigenza di combattere e aggredire. Se non teniamo conto di tutto questo insieme di elementi e prendiamo i ragazzi di 14 anni, li chiudiamo negli istituti già strapieni, torniamo indietro di secoli”. A gettare benzina sul fuoco della violenza giovanile sono anche le piattaforme social? “Le applicazioni on line mandano messaggi estremi, di grande crudeltà che vanno da come praticare il suicidio a come eliminare i propri genitori. Di recente sulla rivista Nature è uscito un importante articolo sull’uso precoce dei social che ostacola e inibisce l’apprendimento della matematica e dell’italiano. I ragazzi dunque non hanno un linguaggio con cui elaborare e buttare fuori le proprie emozioni. L’esposizione costante ai contenuti che vengono dal web contribuisce a una progressiva perdita di rapporto reale con il prossimo. Se il disagio o addirittura il dolore degli altri vengono percepiti come qualcosa di astratto su uno schermo, la realtà di un gesto offensivo si svuota di significato. La nostra società sottopone i più giovani a pressioni e sfide e trasforma l’oltraggio in auto-affermazione che aiuta a uscire dall’anonimato e a sentirsi potenti e autorevoli tramite i filmati delle risse”. La soluzione? “Incrementare l’attività degli insegnanti e portar via i giovani dalla strada. I ragazzi devono essere impegnati con lo sport, in attività varie, in laboratori in cui imparano mestieri. Dove ricevono attenzioni e ottengono riconoscimenti da parte degli adulti. Si stanno facendo molti tagli nel campo dell’educazione e della prevenzione. Potenziare gli istituti di pena non costa ugualmente? Non è meglio mettere da parte il cumulo delle pene e investire nei giovani e nel nostro futuro? “. Islamofobia, come si costruisce il nemico di Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu Il Domani, 9 agosto 2026 La campagna elettorale è iniziata e il linguaggio è sempre più aggressivo. I nemici: Islam, minori, sinistra. “Si vuole costruire una percezione deformata del clima politico-sociale”, spiega l’esperta Simona Ruffino. Con social, Ia e media allineati. Video con l’intelligenza artificiale, profili falsi sui social network, media allineati, fondi Maga per diffondere la propaganda sovranista e discorsi d’odio. La prossima campagna elettorale è una gara a chi va più a destra. Da una parte, c’è il generale Vannacci che alza il livello dello scontro, dall’altra un governo che legifera a suon di decreti legge securitari. Lo strumento: un linguaggio sempre più aggressivo che sembra - secondo i sondaggi - premiare il generale. E i nemici sono già stati individuati: l’Islam, i minori di origine straniera, la sinistra. È un periodo in cui “la violenza viene usata come metodo e la discriminazione come difesa”, spiega Simona Ruffino, umanista ed esperta di comunicazione strategica, specializzata nell’analisi dei meccanismi che orientano la percezione e il comportamento collettivo. Ma non è solo una questione di linguaggio. Queste settimane hanno riportato a galla vecchi meccanismi. “Si è rimessa in moto una macchina simile a quella che Matteo Salvini ci ha fatto conoscere nel 2019 e che abbiamo chiamato “la Bestia”“, prosegue Ruffino, che è stata presa di mira sui social dopo aver criticato pubblicamente un’intervista di Vannacci. “Sono arrivate minacce di morte, stupro e altri messaggi inquietanti. Nel giro di poco tempo mi sono resa conto che, nella maggior parte dei casi, i commenti sono partiti da profili falsi”, racconta. “L’obiettivo è costruire una percezione molto deformata della realtà e del clima politico e sociale del paese”. È il fenomeno dell’astroturfing: un’azione simultanea di attivisti reali, profili ombra e account civetta che sommerge il bersaglio con centinaia di commenti intimidatori, fabbricando a tavolino l’illusione di un’indignazione popolare spontanea. Si produce così l’impressione che una posizione sia maggioritaria quando non è necessariamente vero. “L’architettura interna delle piattaforme si è riflessa sulla nostra architettura esterna di percezione”. Nazione, confini, remigrazione. I mantra del lessico sovranista Gli strumenti La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, l’attentato a Berlino, l’accoltellamento di tre donne a Parigi, l’arrivo di migliaia di persone a Ceuta. Ogni caso che coinvolge persone di origine straniera diventa una “battaglia” e il terreno di scontro è soprattutto sulle piattaforme social dove content creator e pagine “di informazione” fungono da megafono. Il caso più noto è quello di Welcome to Favelas che di recente ha annunciato la sua candidatura al bando “Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience and Rule of Law in Europe” del Dipartimento di Stato Usa, su cui Italia Viva ha presentato un’interrogazione parlamentare. Presentato formalmente come un programma per rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto, è in realtà uno strumento di diffusione in Ue dell’agenda politica MAGA. I finanziamenti sostengono organizzazioni impegnate su temi centrali del trumpismo, come sovranità nazionale, contrasto all’immigrazione, opposizione alla regolamentazione dei social media e denuncia della presunta censura e del “lawfare”. Cioè l’ennesimo attacco alla magistratura. Attraverso ricerche, conferenze e attività culturali, il programma mira a promuovere una comune identità occidentale e una visione conservatrice di diritti e libertà. I progetti vincitori potranno ottenere fino a tre milioni di dollari e inizieranno a settembre. In Europa, c’è già chi la considera un’ingerenza pericolosa per le prossime elezioni, come il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Quando Welcome to Favelas incontra il generale Vannacci Il comune denominatore del linguaggio sovranista è la diffusione di discorsi d’odio. “L’aggressività ha fatto parte della costruzione di una percezione di autorevolezza, che le persone confondono spesso con l’autorità. Vannacci ha utilizzato un linguaggio particolarmente aggressivo per farsi percepire come una persona capace di fornire risposte e soluzioni a problemi che sono invece estremamente complessi”, spiega Ruffino. “Le persone affascinate dalla comunicazione manipolativa tipica dei leader autoritari e fascisti sono cadute nella trappola. Ma parlare in modo violento non significa avere una soluzione”. La comunicazione vannacciana non è la sola. Segue le orme di quella trumpiana. “L’Ia offre una maniera veloce per costruire messaggi particolarmente manipolativi. In Italia, prima di Vannacci, nessuno si era spinto a utilizzarla in questo modo. Anche questa scelta ha un significato politico: fa capire verso quale modello di leadership vuole orientarsi”, continua Ruffino. Nei suoi video, il leader di Futuro nazionale normalizza simbolicamente l’eliminazione dell’avversario e costruisce una mitologia del capo. Costruttori, petrolieri e colossi Usa: Vannacci ruba i lobbisti a Forza Italia e Lega Destra di governo Se Vannacci è stato il primo a usare l’Ia in stile Trump, la sua narrazione non è una novità né è estranea ai partiti della destra di governo. Seppur più limitati dal ruolo istituzionale, Fratelli d’Italia e Lega hanno contribuito a quest’operazione linguistica e culturale, volta alla creazione di un nemico, alla disumanizzazione di una parte di società a cui riconoscono diritti di serie b. Proponendo di inserire nei trattati europei “il riconoscimento esplicito” delle “radici cristiane dell’Europa”, FdI nel suo programma per le europee del 2019 voleva “contrastare il processo di islamizzazione in corso”, con “il contrasto al proselitismo integralista che alimenta il terrorismo” e l’”introduzione del reato di integralismo islamico”. Un obiettivo che alle politiche del 2022 è stato ridotto a “contrasto all’integralismo islamico”. Il programma ha tentato di istituzionalizzarsi, ma non hanno fatto lo stesso i componenti di partito: il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida nel 2023 sosteneva bisognasse “incentivare le nascite” perché “non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica”. Secondo Sara Kelany, responsabile Immigrazione di FdI, in alcune città esiste il separatismo islamico - cioè verrebbe applicata la legge islamica - “che minaccia le fondamenta della nostra civiltà”. O la stessa presidente del Consiglio nel 2024, in campagna elettorale, poneva come priorità la difesa dell’Ue “dall’islamizzazione strisciante”. Senza tornare all’epoca della “Bestia” di Salvini, i fatti di Ceuta per il vicepremier “ci dicono che il pericolo per i nostri figli è l’estremismo islamico”, alludendo in un post al fatto che potesse trattarsi di “invasione organizzata”. L’ha chiamata così l’eurodeputata della Lega Susanna Ceccardi che, con altre due colleghe di partito, si è appellata a Mattarella sostenendo che “l’Islam politico rappresenta un rischio per la tenuta democratica delle nostre istituzioni”. Dunque, se è vero che - come mostra una ricerca dell’università di Salerno sulla macchina propagandistica di Salvini - le emozioni negative (rabbia, tristezza, paura) trainano l’engagement, queste non rimangono solo nel linguaggio, ma plasmano la realtà. “Cittadinanza armata”: così la destra combatte i suoi nuovi nemici Non solo si traducono in proposte di legge per vietare l’uso del burqa, imporre la lingua italiana agli imam, limitare il ruolo delle moschee narrate come pericolo. Ma anche in violenza: negli ultimi mesi gruppi di estrema destra hanno organizzato agguati contro persone di origine straniera o ronde “anti-maranza”. È accaduto alla stazione Termini a Roma, dove volevano colpire gli “inferiori”; o a Bologna dove, scriveva La Stampa, un gruppo voleva “liberare (il territorio) dagli stranieri”. La velocità e la semplificazione della comunicazione social trovano terreno fertile in un paese in cui (dati Ocse) il 35 per cento degli adulti italiani si colloca ai livelli più bassi di literacy, contro una media del 26 per cento della popolazione. “Non è necessario che il contenuto abbia un fondamento - conclude Ruffino - La ripetizione ha prodotto familiarità e la familiarità è stata confusa con la verità”. Migranti. Il giornalismo mediterraneo contro le ipocrisie dei regimi di Christian Raimo Il Domani, 9 agosto 2026 Il paradosso: proprio dove la cronaca è più drammatica (Ceuta), è la stampa indipendente a introdurre la nota più fredda, mentre è la stampa vicina ai governi a cavalcare l’emotività per giustificare misure securitarie. Il confine passa anche dentro le redazioni e una comune cultura mediterranea sta anche nel far crescere media internazionali. Nell’estate 2026 due eventi hanno attraversato il Mediterraneo - la morte di Abderrahim Fakir a Bologna e la crisi di Ceuta - mostrando come la polarizzazione non è tra le sponde del Mediterraneo, ma tra due idee di relazioni tra Europa e Africa, e anche tra due modelli di racconto giornalistico: uno che certifica gli eventi, l’altro che li rilegge come sintomi di un sistema. Il 19 luglio Fakir, marocchino residente in Italia dall’infanzia, muore dopo essere stato immobilizzato dalla polizia. La stampa filogovernativa (in Italia un numero sempre maggiore di media, in Marocco i comunicati diplomatici) tratta il fatto come episodio isolato, in attesa della magistratura: è la linea scelta anche dall’ambasciata marocchina, che ha chiesto alla diaspora di fidarsi della giustizia italiana. Fakir, Roggero e la violenza: se lo Stato diventa più debole Il giornalismo indipendente fa l’opposto: il marocchino TelQuel intervista Karima Moual, che parla di un “immaginario collettivo in cui uno straniero diventa un pericolo”; altre testate richiamano il rapporto Evri sul profiling razziale in Italia e collegano il caso a quello di Ramy Elgaml, mentre in Italia la stampa indipendente denuncia il cattivo stato del diritto e lo scudo penale per proteggere gli agenti coinvolti. Il lavoro del giornalismo nordafricano è prezioso ma poco valorizzato. Le poche testate marocchine davvero indipendenti pagano un prezzo. Di Akhbar Al-Yaoum il direttore Bouachrine è stato incarcerato nel 2018 con accuse pretestuose. Lakome2 ha vari collaboratori processati per finanziamenti stranieri illegali. Yabiladi, popolare tra la diaspora, rischia la chiusura per le nuove leggi sulle licenze online. Sul fronte opposto media come MAP, Hespress, Le360, Medi1 TV sono finanziati anche attraverso pubblicità istituzionale - un meccanismo economico più che di censura diretta, secondo RSF e Freedom House. In Tunisia la situazione è simile. La stampa ufficiale racconta il rapporto con l’Italia in termini di partenariato economico: forum imprenditoriali, oltre mille aziende italiane, interscambio in crescita. Il media indipendente Nawaat invece racconta un’altra Tunisia: il 14 luglio riprende le accuse all’Onu su torture durante le intercettazioni in mare; il 9 giugno aveva smontato la retorica del “ritorno volontario”, documentando 12mila persone sbarcate con la forza sulle coste tunisine dopo essere state intercettate mentre tentavano la traversata verso l’Italia. Fakir, se il civismo di Bologna esalta il peggio della destra Per Nawaat il memorandum Ue-Tunisia ha reso il paese un gendarme esternalizzato delle frontiere europee, e il 25 luglio dà conto del primo ricorso sui respingimenti portato davanti alla Corte africana dei diritti dell’uomo. Ma prevedibilmente la testata ha subito un’indagine finanziaria e una sospensione di un mese nell’ottobre 2025, repressione per vie giudiziarie indirette più che per accusa esplicita di dissidenza - tanto che parte delle sue inchieste vengono pubblicate anche in inglese, per aggirare l’isolamento imposto in patria. Come viene raccontata anche Ceuta? Il 30-31 luglio decine di migliaia di persone attraversano il confine marocchino-spagnolo: 50-60mila ingressi in 24 ore, decine di morti. L’Italia sospende l’apertura Schengen con la Spagna. La stampa filogovernativa italiana la presenta come sicurezza necessaria, quella nordafricana ufficiale come questione di sovranità marocchina, ma alcuni media algerini che accusano Rabat di strumentalizzare la migrazione. L’inviato di Le Grand Continent ribalta per bene la cornice: Ceuta non sarebbe un’emergenza per l’Europa continentale (la Francia ha già chiuso Schengen da anni), e la reazione di Meloni risponderebbe più a “un’opinione pubblica eccitata da immagini dell’estrema destra internazionale” che a un rischio reale. The Conversation la legge come “coercive engineered migration”: uso deliberato dei flussi come leva diplomatica, reso possibile dall’esternalizzazione delle frontiere. Ceuta, Giorgia Meloni unisce i nazionalismi. Ed è così che divide l’Europa La stampa filogovernativa - che sia nordafricana o europea - tratta la migrazione come ordine pubblico o cooperazione bilaterale: solo eventi da amministrare. Il giornalismo indipendente, da Nawaat a Le Grand Continent, rilegge ogni episodio come sintomo di un sistema di esternalizzazione costruito da decenni, di cui l’Italia è tra i principali architetti. Il paradosso: proprio dove la cronaca è più drammatica (Ceuta), è la stampa indipendente a introdurre la nota più fredda, mentre è la stampa vicina ai governi a cavalcare l’emotività per giustificare misure securitarie. Il confine, in questo senso, passa anche dentro le redazioni e una comune cultura mediterranea sta anche nel far crescere media internazionali. Sorvegliare e punire, il piano di Meloni. Così l’Italia cavalca la tragedia di Ceuta Migranti. Un’escalation che può far bene di Marco Bascetta Il Manifesto, 9 agosto 2026 Per quanto ingenui possano essere gli elettori italiani è ben difficile che lo scenario di un imponente flusso migratorio, con tanto di terroristi inclusi, proveniente dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta li preoccupi di più del remoto conflitto di confine tra Tailandia e Cambogia. Per quanto ingenui possano essere gli elettori italiani è ben difficile che lo scenario di un imponente flusso migratorio, con tanto di terroristi inclusi, proveniente dalla Spagna dopo i fatti di Ceuta li preoccupi di più del remoto conflitto di confine tra Tailandia e Cambogia. Conquistare consenso su un simile terreno è cosa ardua. Così il più banale bilancio tra costi e benefici avrebbe sconsigliato al governo italiano di sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna, rinunciando all’occasione di fare un favore agli amici franchisti della premier. Per l’Unione europea la faccenda è comunque spinosa perché tutte le volte che un paese membro mette mano agli accordi comunitari per favorire i suoi meschini interessi di bottega ne evidenzia la fragilità e crea precedenti, destabilizza l’architettura politica dell’Unione. Non a caso a Bruxelles il malumore è evidente. Ma attualmente l’Italia è governata da una caricatura di Trump, il quale è a sua volta una caricatura. Tuttavia il presidente degli Stati uniti con i suoi roboanti proclami senza sostanza e senza seguito, con l’alternarsi frenetico di terrificanti scenari bellici e di paci a portata di mano, specula e fa speculare amici e parenti. Più stupidi e creduloni di qualsiasi elettorato allucinato dalla propaganda sono soltanto i mercati. Altro che “agire razionale” e mani invisibili che garantiscono gli equilibri. I capitali circolano in una combinazione di gioco d’azzardo e superstizione nella quale le giravolte di Trump e la fantascienza di Musk si trovano perfettamente a loro agio. Chissà quale risposta darebbe l’Intelligenza artificiale più avanzata se la si interrogasse sul modo migliore di concludere il conflitto in Medio oriente o di risolvere la questione palestinese. Ma se anche riuscisse a formulare un percorso del tutto differente dalle ipotesi finora messe in campo, c’è da scommettere che non verrebbe seguito da nessuno. Analogamente il governo di Roma avrebbe potuto sottoporre all’IA l’attuale situazione migratoria prima di menarsi la zappa sui piedi, se non fosse che a servirsi dell’Intelligenza artificiale è pur sempre la stupidità naturale. Contrariamente alle impennate di Trump, quelle del governo di Roma non creano scompiglio nel mondo ma danneggiano l’Italia. Quando si gioca costantemente sulle finzioni, sulle emergenze inventate, su fantasmatiche rappresentazioni apocalittiche, si finisce perfino col crederci e si perde ogni capacità di prevedere le conseguenze della messa in scena. Madrid aveva già incassato la solidarietà europea e il governo italiano, affetto da esagerata autostima, si era trovato in una posizione di isolamento. Scegliendo di giocare la parte della fermezza e dell’orgoglio nazionale, Roma ha legittimato la dura reazione di Sánchez che ha esteso la sospensione delle regole di Schengen. Ha così inteso chiarire che non si gioca col fuoco, che le reazioni a catena sono sempre dietro l’angolo. In questo caso la scelta restrittiva può addirittura rivelarsi pedagogicamente salutare per l’Unione europea. Migranti. Guardiamo a Ceuta e ricordiamoci della Vlora di Marco Impagliazzo Avvenire, 9 agosto 2026 C’è un desiderio di futuro che merita attenzione negli approdi sulla spiaggia dell’exclave spagnola, come trentacinque anni fa avvenne quando un mercantile proveniente dall’Albania arrivo a Bari carico di migranti. La vicenda di Ceuta ha portato, puntualmente, il dibattito pubblico a usare espressioni che richiamano le invasioni di altre epoche storiche schiacciando il complesso tema delle migrazioni su un unico binario: quello del pericolo e della minaccia. Non una parola sulla sofferenza di un mondo di giovani africani senza leadership, una generazione che cerca futuro nei propri Paesi ma non lo trova, come spesso i loro coetanei occidentali non trovano futuro. Non una parola sui ricongiungimenti familiari, numericamente più consistenti, poca attenzione sui corridoi umanitari, che ne meriterebbero invece molta come best practice che ha fatto le sue prove assicurando accoglienza e al tempo stesso integrazione. Del resto i termini “sbarco” e “invasione” appartengono al gergo militare e provocano allarme. È facile brandire gli sbarchi dei migranti come una clava con cui percuotere l’opinione pubblica, già provata dalle difficoltà del presente e inquieta di fronte alle incertezze del futuro. In questi giorni in Italia qualcuno ricorda il più grande sbarco di migranti nella nostra storia nazionale che si verificò trentacinque anni fa. Era l’8 agosto del 1991 quando la sagoma del mercantile Vlora comparve all’orizzonte del porto di Bari, con 18.000 albanesi a bordo. Per loro non ci fu altra risposta che quella del respingimento. Pochi mesi prima, era marzo, ben 24.000 albanesi giunsero a Brindisi su varie imbarcazioni, accolti invece con permessi di soggiorno umanitari (i primi mai concessi) che consentirono di cercare lavoro e iniziare una nuova vita in Italia. Per il governo italiano, gli albanesi di agosto erano diversi da quelli di marzo. Il dibattito sull’immigrazione, che si era acceso all’insegna della solidarietà e della condanna di ogni razzismo dopo l’omicidio di Jerry Essan Masslo nel 1989 e il successivo varo della legge Martelli, stava virando verso posizioni di chiusura. Così in quel convulso 1991, nel giro di pochi mesi, gli albanesi passarono da profughi da accogliere a pericolosi invasori da respingere. I 18.000 della Vlora furono tutti rimpatriati. Si trattava di persone salite su quella nave semplicemente perché era stato, d’improvviso, possibile, visto che i poliziotti nei porti non sparavano più su chi assaltava le barche. Persone in fuga dal “paese delle aquile” che la lunga dittatura di Enver Hoxha aveva trasformato in una prigione a cielo aperto. L’Albania sprofondava in una crisi economica drammatica e gli albanesi fuggivano in gran numero. Quanti esattamente affogarono, in quel breve tratto dell’Adriatico, non si saprà mai. Così come non sapremo mai quanti giovani africani e nordafricani sono annegati nel mare di Ceuta. Gli albanesi, che conoscevano davvero poco del mondo e non avevano potuto espatriare per decenni, sbirciavano il nostro paese attraverso i programmi della Rai. Vedevano un’Italia patinata, quella della pubblicità, ai loro occhi ricchissima, comunque distante dalla realtà. L’Italia era la loro America. I 18.000 della Vlora furono rimpatriati ma rimase la paura dell’invasione. Il crollo dei regimi comunisti dell’Europa orientale, la dissoluzione violenta della Jugoslavia, il tracollo economico della stessa Albania, facevano temere esodi incontrollabili. Sui media italiani esplose l’allarme invasione. A qualcuno sembrò che quel grande sbarco di migranti preannunciasse un cataclisma, persino la fine della civiltà occidentale. Ci fu addirittura chi, durante un dibattito parlamentare, affermò che il disastro economico dell’est avrebbe avuto come conseguenza “un’emigrazione verso Occidente di dimensioni colossali, con conseguenze di ordine sociale e culturale che potrebbero mettere addirittura in forse la sopravvivenza della democrazia in Europa”. Trentacinque anni dopo la democrazia in Europa gode di discreta salute, nonostante qualche acciacco. Non c’è stata la paventata invasione, né è crollata la civiltà occidentale. I respinti della Vlora, descritti dai media come selvaggi e impossibili da integrare, sono tornati in gran parte negli anni seguenti. Oggi vivono in Italia migliaia di albanesi, completamente inseriti nel tessuto sociale e produttivo del Paese. Non si possono certo fare paragoni facili tra la Vlora e Ceuta, ma si può scorgere dietro i volti dei giovani albanesi di ieri e dei giovani africani di oggi un uguale, innegabile, desiderio di futuro, cui prima o poi bisognerà dare una risposta che sia vincente per tutti: europei e africani, società con sempre più anziani e paesi ricchi di giovani. Migranti. Il rapporto degli 007: “Il rischio terrorismo a Ceuta è concreto. Regia dietro gli arrivi” di Simone Canettieri Corriere della Sera, 9 agosto 2026 L’allarme terrorismo islamista a Ceuta è concreto. E c’è “una regia” dietro la mobilitazione social. La crisi diplomatica fra Italia e Spagna non è figlia solo dello scontro politico tra il modello socialista di Pedro Sánchez e quello conservatore di Giorgia Meloni. No, si poggia soprattutto sul rischio che l’exclave possa, per la sua storia, essere un centro di “radicalizzazione e reclutamento jihadista, con diverse decine di persone, originarie dell’area, partite in passato per combattere in Siria e Iraq”. È il quadro fornito dai servizi di intelligence al governo. Il dossier è frutto anche delle informazioni condivise dagli 007 spagnoli in queste ore. Inoltre, i servizi segreti italiani stanno monitorando il passaparola in vista della nuova e annunciata invasione di migranti. Che potrebbe accadere prima del 15 agosto, data rilanciata nei giorni scorsi attraverso un tam tam social. “Colpiamoli il giorno 10 e non l’11. Ci sono manifestazioni per il giorno 9”, si legge nelle chat private di WhatsApp condivise dai gruppi Facebook monitorati. Dalle discussioni analizzate “si osserva già una tendenza ad anticipare la data” della nuova migrazione di massa. Nelle informazioni riservate finite sul tavolo del governo sono presenti anche differenti punti di partenza. Chat e social network - È un gioco orchestrato di rimbalzi. Chi rilancia il nuovo esodo sono utenti di Tik Tok - “spesso gestori multipli di gruppi e usuari di numeri telefonici marocchini” - che inviano link WhatsApp a gruppi Facebook. I gestori di queste chat multiple, a differenza della precedente invasione di migranti, non sono anonimi. Nei gruppi Facebook avviene il secondo passaggio. La diffusione del link che rimanda alle chat organizzative avviene da utenti che non condividono altri contenuti. Sono attivi solo su questo fronte. Di più: “Un numero limitato di membri utilizza la stessa utenza in più gruppi”. Attenzione però: secondo il report, i telefoni usati da questi utenti hanno numeri provenienti da diversi Paesi. Come Usa, Egitto, Algeria, Tunisia, Libia e Senegal. Secondo le informazioni a disposizione, i gruppi in questione sono animati da persone “con interessi investigativi, intelligence, giornalistici accademici o personali”. Per la nostra intelligence è in corso “una regia per la campagna” di mobilitazione in vista di un nuovo esodo di migranti verso Ceuta con possibilità, appunto, “che sia anticipata” la data di sabato prossimo. La regia “non è attribuibile per il momento” a un attore specifico. Infine, c’è un altro allarme: i gruppi Facebook monitorati sono sfruttati anche da “trafficanti di esseri umani” pronti a fare business sulla pelle di tanti disperati in questo momento in cui Ceuta è sulla bocca dell’Europa e del mondo nonché al centro dello scontro fra due governi. L’allarme terrorismo - I timori che dietro la migrazione di massa si nasconda anche il reclutamento e radicalizzazione di terroristi è messo nero su bianco. E non sarebbe una novità. In particolare a Fnideq (Castillejos), a pochi chilometri da Ceuta, l’area “è stata spesso soggetta a operazioni di antiterrorismo congiunte tra Spagna e Marocco per disarticolare reti jihadiste transfrontaliere”. I rischi di “sicurezza e di terrorismo per l’Italia” sono stati evocati venerdì nella nota di Palazzo Chigi nella quale si annunciava la decisione di non voler riaprire subito Schengen nonostante l’ultimatum di Madrid. Le mosse della Spagna - Una nuova ondata migratoria verso Ceuta è tenuta in grande considerazione dal governo di Sánchez. Lo fa capire il dispositivo di sicurezza messo in piedi nelle aree di confine in collaborazione anche con le autorità marocchine. Da Madrid fanno sapere a Roma che è stata consolidata la barriera pneumatica galleggiante, di circa 500 metri, posizionata presso il confine marittimo con il Marocco. Non solo: la “Santa Maria” e la “Navarra”, due fregate della Marina militare spagnola, pattugliano la baia. Intanto duemila militari sono presenti nell’exclave a cui si aggiunge il numero - “fortemente incrementato” - della Guardia Civil e della Policía Nacional. L’uso di droni e sorveglianza attiva al confine sono stati messi in campo anche a Melilla. Per il governo spagnolo queste misure sono “adeguate” a sostenere e respingere un’altra crisi. I dispacci del governo marocchino, invece, parlano di una situazione “stabile” al momento a Ceuta e Melilla. I minori non accompagnati arrivati gli scorsi 30 e 31 luglio saranno sottoposti alle procedure di identificazione e, nel rispetto delle leggi spagnole, rimpatriati. La loro presenza non “configura, allo stato, elementi di particolare criticità”. Sebbene queste aree siano utilizzate “come punti di raccolta da parte di soggetti intenzionati a tentare l’attraversamento irregolare della frontiera”. Migranti. Il Ruanda apre al modello Ruanda. Ma l’Italia è ferma al modello Libia di Marco Boccitto Il Manifesto, 9 agosto 2026 Il paese apre al modello Albania, titolavano ieri molti giornali. La verità è che il Ruanda semplicemente apre al modello Ruanda. Il Ruanda apre al modello Albania, titolavano ieri molti giornali. Sarà vero? La vulgata mediatica innescata da una portavoce del governo di Kigali presuppone la primazia delle politiche migratorie italiane sul tema caldo dei return hub. La verità è che il Ruanda semplicemente apre al modello Ruanda. Un sistema inaugurato nel 2014 da un accordo triennale molto poco pubblicizzato, che permise a Israele di trasferire nel paese africano alcune migliaia di eritrei e sudanesi indesiderati, con strascichi di denunce per mancata protezione e nuove persecuzioni. Non fu un successo neanche l’accordo successivo, siglato con il Regno unito di Boris Johnson nel 2022. Qui a silurare preventivamente i sogni di deportazione di massa della destra britannica fu la Corte suprema, prima del naufragio del governo Johnson. Il che rende poco inedite anche le giaculatorie di Giorgia Meloni sulle sentenze ostinate e contrarie che hanno reso impervia la rotta verso i centri in Albania. Ora torna a crescere la domanda e il Ruanda è ben posizionato per offrire questo genere di servizi a pagamento. L’Italia, con dietro buona parte dell’attuale Europa, sembra insistere piuttosto sul modello Libia, pronta com’è a consegnare una formidabile arma di ricatto nelle mani di un regime interessato a schivare le sanzioni internazionali che si sarebbe ampiamente meritato con le sue condotte, per dirne una, nel conflitto che insanguina l’est della vicina Repubblica democratica del Congo. Ma è evidente che governi come il nostro trovino tratti rassicuranti in un profilo come quello di Paul Kagame, l’ex generale, presidente del Ruanda dal 2000, che ha ridisegnato la Costituzione per governare potenzialmente indisturbato fino al 2032. Una classica democratura capace di capitalizzare cicatrici e sensi di colpa occidentali per il genocidio che nel 1994 fece un milione di morti tra Tutsi e Hutu non allineati. Licenza di pugno di ferro con gli oppositori, controllo capillare del Paese, velleità da poliziotto regionale. Tutto grazie alle tecnologie di sorveglianza all’avanguardia, gli scambi di intelligence, le forniture e le interazioni militari che rimandano ancora all’alleanza con Israele. In cambio di qualche voto benevolente alle Nazioni unite, ma soprattutto diamanti e terre rare che il Ruanda preleva dal territorio congolese occupato e controllato dalla milizia M23, la cui affiliazione è largamente documentata. Il modello Ruanda è anche quello del vicino Uganda, altro bastione dell’influenza israeliana nella regione e altro potenziale paese “terzo” pronto a prendersi i migranti che il nuovo regolamento europeo sui rimpatri sta per mettere alla porta, in virtù di un solido expertise legittimato dai due milioni di rifugiati, prodotto di vari conflitti locali, gestiti dentro i suoi confini su mandato Onu. Un Paese non tanto sicuro quanto securitario, verso il quale dirottare un fenomeno che proprio non si vuole gestire, se non per cinici calcoli elettorali. Yoweri Museveni, che dell’Uganda è presidente addirittura dal gennaio 1986, in una progressiva stretta reazionaria ha soffocato ogni opposizione politica e mortificato tutte le aspirazioni dei giovani che rappresentano oltre il 75% della popolazione. Kagame combatté al suo fianco quando era esiliato in Uganda. E oggi sono numerosi i dossier che uniscono i due immarcescibili leader. Degni interlocutori della nuova internazionale remigrazionista che al governo Meloni piacerebbe tanto capeggiare. Migranti. Giuseppe Campesi: “Return hub, profili di illegittimità maggiori dei Cpr in Albania” di Giansandro Merli Il Manifesto, 9 agosto 2026 Intervista al docente dell’Università di Bari esperto di politiche securitarie: “I richiedenti trattenuti aumenteranno, evolverà l’infrastruttura detentiva. Più centri, per quantità e tipo, per la gestione coercitiva dell’asilo”. Giuseppe Campesi è tra i principali esperti italiani di detenzione amministrativa e politiche securitarie. Professore ordinario presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari, è responsabile scientifico del progetto “Trattenuti”, l’osservatorio di ActionAid e UniBa che costituisce una “radiografia del sistema detentivo per stranieri”. Il governo italiano ha usato i fatti di Ceuta per rilanciare la costruzione di centri extra-Ue dove deportare i migranti. È il modello Albania che si fa strada? Sicuramente l’episodio di Ceuta è stato strumentalizzato per accelerare sulla misura del nuovo regolamento rimpatri, entrata subito in vigore a differenza del resto, che permette la stipula di accordi con i paesi terzi per costruire i cosiddetti return hub. Strutture ispirate alla seconda fase del protocollo Albania. Protocollo nato per esternalizzare le procedure d’asilo, ma dopo le bocciature della magistratura è stato ricalibrato per il trattenimento dei soggetti destinatari di un ordine di rimpatrio. Comunque, il parallelo va preso con le pinze: ammesso sia possibile, i return hub hanno dei profili di illegittimità perfino superiori a quelli dei centri di Shengjin e Gjader. Perché? Sono previsti dall’articolo 17 del nuovo regolamento rimpatri, ma la formulazione è estremamente generica. E ciò crea grossi problemi. Intanto le intese con i paesi terzi, premessa necessaria all’invio degli stranieri, sono in qualche modo informalizzate: la norma europea non impone la stipula di trattati, ma parla di “accordi” o “intese”. C’è il rischio che i parlamenti siano scavalcati. Poi non detta alcun criterio su condizioni e tempi di detenzione, tutto viene rimandato agli accordi tra Stati. Per analogia dovrebbero applicarsi le regole generali europee ma ciò non è affatto scontato. Anche perché non è chiaro chi eserciterà la giurisdizione. Ad andare a fondo, poi, non si sa nemmeno se in queste strutture le persone saranno trattenute o meno in attesa del rimpatrio, nel paese di origine o in un altro Stato con cui hanno dei legami. C’è il rischio di forte arbitrarietà. I return hub sono spesso confusi con i centri per richiedenti asilo da realizzare nei cosiddetti “paesi terzi sicuri”... Sì ma sono due cose diverse. Un conto è la gestione extra Ue delle domande d’asilo, sul modello australiano per intenderci. Un altro l’invio di persone irregolarmente soggiornanti in Europa in paesi terzi ai fini del rimpatrio. Con il Patto Ue la detenzione amministrativa viene estesa sistematicamente ai richiedenti asilo, mentre prima riguardava solo gli “irregolari”. È una novità importante? È un cambio di paradigma epocale. In Italia negli ultimi anni c’era stata qualche anticipazione, ma per diversi motivi il trattenimento di chi fa domanda di protezione era rimasto circoscritto. Ora la privazione della libertà personale da eccezione diventa normalità nell’ambito delle procedure accelerate di frontiera. I richiedenti trattenuti aumenteranno ed evolverà l’infrastruttura detentiva. Più centri, per quantità e tipo, diffusi su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo è la gestione coercitiva dell’asilo. Che tipo società incarcera e deporta gli stranieri che chiedono asilo? Una società in cui è a rischio lo Stato di diritto, che ormai viene attaccato esplicitamente e subisce una continua erosione. A partire da capisaldi come l’indipendenza della magistratura o l’habeas corpus. Una società che soffre l’estensione dei poteri di polizia, anche al di fuori del controllo giurisdizionale: per esempio le perquisizioni personali e domiciliari contro gli stranieri permesse dal regolamento rimpatri, in “stile Ice”. L’ossessione anti-immigrati colpisce prima i cittadini stranieri ma riguarda le libertà e i diritti di tutti. E, in ultima analisi, la tenuta stessa dello Stato di diritto.