L’ennesimo campanello d’allarme di Stefano Fabbri Corriere Fiorentino, 8 agosto 2026 Chissà se oltre a quello per le temperature record, o per l’esodo degli italiani in vacanza, esiste un bollino rosso anche per la situazione delle carceri? Forse no, visto che la loro situazione è così drammatica che sarebbe necessario marcare di vermiglio quasi ogni giorno. Certo è che l’omicidio di un detenuto nel carcere di Prato è un campanello di allarme, l’ennesimo, che non a caso squilla alla vigilia di Ferragosto di un’estate infuocata. Non è che tutto sia spiegato dal caldo, ma di sicuro le celle trasformate in fornaci non aiutano a mantenere il minimo di lucidità in una convivenza forzata. E affollata. Nella sezione riservata agli autori di reati sessuali, i detenuti sono quattro per cella in luogo dei già non pochi due o tre. Questo vuol dire che quanto indicato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, e cioè tre metri quadrati calpestabili per ogni recluso, è molto più lontano dalla realtà di quanto possa esserlo un sogno. E non si tratta di una prerogativa di quel tipo di sezioni e del carcere pratese, che attualmente detiene il primato della popolazione detenuta dopo la chiusura di alcune sezioni di Sollicciano. Il recente rapporto di Antigone indica la Casa circondariale di Lucca (altro record toscano) come la più sovraffollata d’Italia: circa 90 reclusi dove dovrebbero esserne custoditi poco più di 35. Ma Prato ha dalla sua parte (si fa per dire) la disgraziata forza dei numeri assoluti: 640 detenuti dove al massimo dovrebbero starcene dai 550 ai 580. Investire nel reinserimento sociale dei detenuti di Davide Dionisi L’Osservatore Romano, 8 agosto 2026 Il sovraffollamento record che soffoca le carceri in Italia non è soltanto un problema di numeri e di spazi. È il sintomo di un sistema che, negli anni, ha risposto all’emergenza con logiche emergenziali, investendo poco in ciò che davvero potrebbe invertire la rotta: il reinserimento sociale delle persone detenute. Un reinserimento che, secondo l’avvocato Irma Conti, dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, “non è mai una concessione benevola, ma un diritto della persona e una finalità costituzionale della pena. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: ciò significa offrire percorsi concreti di responsabilizzazione, formazione, lavoro, cura e ricostruzione dei legami familiari e sociali. Allo stesso tempo, il reinserimento è uno dei più importanti investimenti nella sicurezza collettiva. Una persona che esce dal carcere con competenze, riferimenti affettivi, un’opportunità lavorativa e un adeguato sostegno sociale ha maggiori possibilità di non tornare a commettere reati”. Secondo la penalista, inoltre, “la sicurezza non si costruisce soltanto attraverso la custodia, ma anche riducendo le condizioni che alimentano la recidiva. Garantire percorsi seri di reintegrazione significa tutelare la dignità della persona detenuta, ma anche proteggere la comunità nel lungo periodo. Una pena priva di una prospettiva di ritorno responsabile e consapevole nella società” riflette “rischia di diventare soltanto afflizione. Qui avverto una profonda consonanza con il magistero di Papa Francesco, che ha più volte richiamato la necessità di non negare alle persone detenute la possibilità di recuperare dignità, fiducia e opportunità, e con quello di Papa Leone XIV, che ha indicato nello studio, nel lavoro, nella riconciliazione e nella speranza strumenti essenziali del cambiamento. La fede cristiana ci ricorda che nessuna caduta esaurisce il valore di una persona e che giustizia e misericordia non sono alternative: la misericordia non cancella la responsabilità, ma impedisce che la responsabilità diventi una condanna senza futuro”. In questo ambito c’è una sfida culturale e comunicativa: raccontare il carcere senza cedere agli allarmismi né alle semplificazioni, restituendo alla cittadinanza un’informazione equilibrata che rispetti la dignità delle persone recluse e favorisca una percezione più consapevole dell’esecuzione penale. Irma Conti è convinta che “la comunicazione può svolgere un ruolo decisivo, purché sia trasparente, rigorosa e capace di restituire la complessità dell’esecuzione penale. La percezione pubblica è troppo spesso condizionata da una rappresentazione episodica ed emergenziale del carcere. Si parla di esecuzione penale soprattutto in occasione di evasioni, aggressioni, rivolte, suicidi o casi di particolare rilevanza mediatica. Sono molto meno conosciuti il lavoro quotidiano della polizia penitenziaria, degli educatori, del personale sanitario, degli assistenti sociali, dei magistrati, degli avvocati, del volontariato e del terzo settore, così come i percorsi educativi, le attività trattamentali e le esperienze positive di reinserimento, di formazione, lavoro, giustizia riparativa ed esecuzione penale esterna. Comunicare meglio” prosegue “non significa nascondere le criticità, né costruire una narrazione rassicurante. Significa fornire dati comprensibili, spiegare il funzionamento delle misure alternative e mostrare che la tutela dei diritti delle persone private della libertà non è in contrasto con la sicurezza della società. Occorre inoltre evitare sia la spettacolarizzazione della sofferenza sia la stigmatizzazione delle persone detenute. Una comunicazione responsabile” evidenzia “può aiutare l’opinione pubblica a comprendere che l’esecuzione penale riguarda l’intera società e che il modo in cui una persona sconta la pena incide direttamente sulle condizioni in cui tornerà nella comunità. Così come è importante rispettare la riservatezza delle persone detenute, altrettanto importante è rispettare la dignità delle vittime e il diritto dei familiari a non essere esposti”. Parlando del suo lavoro, Conti specifica che “il Garante nazionale ha una funzione essenziale nella comunicazione: attraverso visite, rapporti, raccomandazioni e analisi indipendenti rende visibili sia le criticità sia le pratiche positive. La comunicazione del Garante deve essere autorevole proprio perché non minimizza i problemi, non rincorre l’emotività del momento e non confonde la tutela dei diritti con la difesa corporativa del sistema. La pubblicazione di rapporti analitici sulle condizioni degli istituti, sui decessi e sugli altri fenomeni critici contribuisce a creare una base conoscitiva comune. Ritengo, inoltre, che anche le parole siano una forma di giustizia. Definire qualcuno esclusivamente come criminale, tossicodipendente o malato psichiatrico significa trasformare una condizione o una condotta nell’identità complessiva della persona. La fede mi richiama, invece, alla responsabilità dello sguardo: vedere il reato, la sofferenza della vittima e il bisogno di sicurezza, ma vedere anche l’essere umano che resta oltre l’errore”. Da anni si parla di modernizzazione del sistema: la digitalizzazione dei fascicoli e degli strumenti di lavoro può accelerare procedimenti spesso lentissimi. “L’innovazione tecnologica può offrire un contributo molto significativo, soprattutto nella gestione dei fascicoli, nella circolazione delle informazioni e nel coordinamento tra magistratura di sorveglianza, istituti penitenziari, servizi sanitari e uffici dell’esecuzione penale esterna” riprende Conti. “Fascicoli pienamente digitali, sistemi interoperabili, notifiche tempestive e accesso immediato alla documentazione potrebbero ridurre ritardi che, nell’esecuzione penale, incidono direttamente sui diritti delle persone. Anche le udienze da remoto, quando utilizzate in modo appropriato e senza compromettere il diritto alla difesa e la partecipazione effettiva dell’interessato, possono facilitare alcune attività. In questa prospettiva il Garante è parte attiva di un progetto, unitamente al Dipartimento dell’innovazione tecnologica del ministero della Giustizia, che ha quale obiettivo la creazione del fascicolo digitale delle persone detenute, finalizzato allo snellimento delle procedure e alla riduzione dei tempi di attesa delle decisioni della Magistratura. Siamo consapevoli” precisa “che la tecnologia, tuttavia, non può sostituire la valutazione individuale del magistrato né trasformare decisioni delicate in procedimenti automatici. Gli strumenti di intelligenza artificiale possono supportare l’organizzazione e la ricerca documentale, ma devono essere trasparenti, verificabili e sottoposti al controllo umano. La digitalizzazione deve inoltre procedere insieme alla formazione del personale, alla protezione dei dati e al superamento delle disuguaglianze tecnologiche tra uffici e territori. Altrimenti si rischia di trasferire nel digitale inefficienze già esistenti. La mia riflessione personale è che la tecnologia è giusta quando restituisce tempo alla relazione e alla decisione responsabile. Se velocizza la trasmissione di un documento, consente al magistrato di conoscere meglio la persona; se invece riduce la persona a un punteggio, produce una nuova forma di disumanizzazione”. Dipendenze e doppia diagnosi, ovvero la compresenza, nello stesso detenuto, di un disturbo psichiatrico e di un disturbo da uso di sostanze quali alcol, droghe o farmaci. Una sfida sanitaria e sociale non più rinviabile. Per Conti: “Il carcere accoglie un numero rilevante di persone con bisogni sanitari, psicologici e sociali che richiedono interventi altamente specializzati. La difficoltà principale consiste spesso nella frammentazione delle competenze: servizi sanitari, amministrazione penitenziaria, servizi per le dipendenze, dipartimenti di salute mentale e realtà territoriali non sempre riescono a operare in modo pienamente integrato. Sono fondamentali una valutazione precoce al momento dell’ingresso, la predisposizione di un progetto terapeutico individualizzato e la continuità delle cure durante i trasferimenti e dopo la scarcerazione. La fase del ritorno sul territorio è particolarmente delicata” rileva la penalista, aggiungendo che “l’interruzione dei trattamenti o la mancanza di un’abitazione e di una rete di sostegno possono aumentare il rischio di ricadute, marginalità e nuovi comportamenti illeciti Per molte persone con dipendenze e disturbi psichici, inoltre, occorre verificare con attenzione se il carcere sia realmente il luogo più adeguato. Quando ne ricorrono le condizioni, percorsi terapeutici territoriali e misure alternative possono risultare più efficaci sia sul piano sanitario sia su quello della prevenzione della recidiva. Affrontare la doppia diagnosi” conclude “significa quindi superare una logica esclusivamente custodiale e costruire una presa in carico integrata, stabile e personalizzata. Personalmente ritengo che, in questo ambito, sia particolarmente importante superare ogni giudizio moralistico. La dipendenza non elimina la responsabilità individuale, ma non può essere affrontata come una semplice mancanza di volontà. La persona deve essere chiamata a partecipare attivamente al proprio percorso terapeutico, senza essere abbandonata alla malattia o identificata con essa”. Carceri, il “campo oscuro” dove si sfidano gli alleati di governo di Eleonora Martini Il Manifesto, 8 agosto 2026 Gli azzurri avviano un’”indagine conoscitiva” sul sistema penitenziario. Che è sempre più opaco e chiuso. Nell’ormai consueto tentativo di segnare la distanza dagli alleati di coalizione in materia di garantismo e diritti umani, mentre Matteo Salvini incontra nel carcere di Bollate Milano il detenuto Mario Roggero, il gioielliere che ha ucciso due rapinatori in fuga, Forza Italia mette in moto alla Camera un inutile procedura per l’ennesima indagine conoscitiva sulla condizione delle carceri che provoca la reazione di sdegno di esponenti della maggioranza ormai non più centrali nella compagine di governo come l’ex capa di gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi, e l’ex sottosegretario Andrea Delmastro. Sì, perché che le condizioni di vita nelle prigioni abbiano raggiunto livelli “al limite della sopravvivenza”, e in alcuni casi “fuori controllo” come certifica l’associazione Antigone, è ormai notizia che non si può nascondere a nessuno. Ma guai a farne cenno apertamente, i panni sporchi si lavano in famiglia. “Forse l’on. Calderone è passato all’opposizione e non me ne sono accorta”, scrive sui social Bartolozzi attaccando uno dei deputati azzurri che hanno ottenuto il via libera all’indagine conoscitiva per “accendere i riflettori su un tema che attiene al rispetto dei diritti costituzionali, sul quale troppo spesso ci sono state strumentalizzazioni o sterili annunci”, sostiene FI. In un lungo post sui social, l’ex zarina invece si dilunga minuziosamente sui “quattro pilastri” su cui si fonderebbe l’”azione unitaria” che il ministero di Giustizia avrebbe messo in atto per risanare i mali del sistema penitenziario, lavorando sulle piante organiche del personale, sulla riorganizzazione amministrativa, sulle infrastrutture e sul trattamento dei detenuti. “Non sarà mai abbastanza ma il governo Meloni ha certamente fatto moltissimo”, assicura Bartolozzi mostrando però evidentemente scarsa fiducia in chi dovrà appurarlo. D’altronde da tempo le carceri italiane - e recentemente perfino gli istituti di pena per minori - si sono fatti opachi, chiusi alla visuale esterna, sempre più difficili da monitorare. Al netto di un Salvini che esce da Bollate rammaricato di non poter candidare Roggero ma con il proposito di “allargare i confini della legittima difesa” e “eliminare il risarcimento danni ai parenti dei rapinatori”, ci sono associazioni e partiti a cui è stato ristretto lo spazio di agibilità per monitorare le condizioni di detenzione. Lo testimoniano i Radicali italiani a cui “il Dipartimento per la Giustizia minorile ha impedito di entrare nelle sezioni detentive degli Ipm, sostenendo che fosse necessario per tutelare la privacy dei ragazzi detenuti”. Ieri il segretario Blengino ha annunciato di aver ottenuto una smentita dal Garante della privacy secondo il quale “la riservatezza può essere garantita con misure molto meno restrittive, senza precludere l’accesso alle sezioni”. “La privacy è stata usata come un alibi - attacca Blengino - il Dipartimento deve ripristinare immediatamente il rispetto della legge e consentire un reale controllo degli istituti”. Un’ulteriore indizio sull’idea che il governo Meloni ha delle “patrie galere” arriva dalla vicenda di un agente penitenziario di Torino che è stato sospeso dal servizio per sei mesi - sanzione annullata dal Tar, ma solo perché eccessivamente severa - per aver diffuso una notizia, a dire il vero già di dominio pubblico: il poliziotto, intervistato dal Tg5, aveva paragonato il carcere a “una piazza di spaccio”. Un po’ tranchant, certo, ma contenuto nei toni rispetto, per esempio, al procuratore capo di Palermo De Lucia secondo il quale gli istituti di pena sono “in mano alla criminalità organizzata”. Che sia vero o no, di sicuro il carcere non è in mano allo Stato di diritto. Carceri, Calderone dribbla Bartolozzi: “L’indagine serve” di Simona Musco Il Dubbio, 8 agosto 2026 L’azzurro sull’ex braccio destro di Nordio: “Non le riconosco alcun ruolo. Il carcere è in crisi, non basta leggere le carte: la politica venga a vedere”. Più dell’indagine conoscitiva sulle carceri voluta da Forza Italia, a fare rumore è stata la reazione di chi quel dossier lo ha gestito fino a poche settimane fa. L’iniziativa dei deputati azzurri Tommaso Calderone, Enrico Costa, Pietro Pittalis e Davide Bellomo ha infatti fatto emergere una crepa interna alla maggioranza. A renderla evidente è stato il commento di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto di Carlo Nordio e oggi consigliera giuridica del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti. Condividendo il post con cui Calderone rivendicava il via libera all’indagine, Bartolozzi ha scritto: “Forse l’onorevole Calderone è passato all’opposizione e non me ne sono accorta...”. Una battuta che, nella sostanza, contesta la scelta di un partito di maggioranza di chiedere un’indagine conoscitiva su un settore governato dalla stessa maggioranza. “La signora Bartolozzi non è una mia interlocutrice, non ho nulla da risponderle. È una persona a cui io non riconosco alcun ruolo: è consulente giuridica di un altro ministro, si occupi di quello”, dice al Dubbio Calderone. Che poi vuole passare oltre, parlare del senso dell’iniziativa, e non certo per replicare all’ex capo di gabinetto di via Arenula: l’argomento, ci dice, è chiuso. “È Forza Italia, non Calderone, ad aver chiesto un’indagine conoscitiva, che è stata deliberata all’unanimità dalla Commissione: tutti i partiti, sia di maggioranza sia di opposizione, hanno aderito alla nostra richiesta”, spiega. Insomma, nessuna tensione all’interno, sembra voler dire. Ma a che serve questa indagine conoscitiva? I dati ministeriali forniti da Bartolozzi non c’entrano. “È uno strumento diverso, che si sviluppa su più livelli: per esempio anche le visite sul posto per rendersi conto di persona delle situazioni del carcere, cosa che certamente non si può fare solo analizzando le carte. In questo modo potremo audire il personale della Polizia penitenziaria, gli operatori che ci lavorano, come gli assistenti sociali, le associazioni, la sanità penitenziaria, possiamo capire come funziona il centro clinico, laddove è presente”. Anche perché lo stato dell’arte è chiaro: “Lo chiedo a lei: possiamo dire che le carceri italiane in questo momento godono di buona salute? Possiamo dire che non c’è sovraffollamento? Possiamo dire che la Polizia penitenziaria è a pieno organico? Possiamo dire che le strutture, anche in termini di controlli e sicurezza, sono all’altezza? Possiamo dire che non entrano in carcere telefonini, droga e quant’altro sfuggendo ai controlli, così come condivisibilmente ha detto il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia?”. La risposta è scontata: non possiamo dirlo. “Che le carceri siano in un momento di grandissima difficoltà e che il sistema sia in crisi è un dato obiettivo - aggiunge Calderone -. La politica, oltre a tentare di scrivere leggi, deve rendersi conto esattamente di quello che sta succedendo. L’indagine conoscitiva è proprio lo strumento fondamentale da cui partire, indipendentemente dai numeri, perché andremo a vedere come stanno le cose a tutto tondo”. Quindi è ancora in maggioranza? “Assolutamente sì, sono responsabilmente in maggioranza; non in maniera fideistica o, peggio ancora, ottusa, ma responsabilmente”. La distanza sul tema carcere tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, però, è innegabile. “Il Presidente Berlusconi ci ha indicato la strada, che è la nostra. Noi ci stiamo battendo perché chi ha da scontare una pena la sconti nella migliore maniera e in condizioni di umanità. Credo che questo concetto non sia né di destra né di sinistra. Poi, per carità, in una coalizione con più anime è chiaro che c’è chi ha un’impronta più garantista, ma questo sta nelle cose: Forza Italia non la pensa esattamente come la Lega o Fratelli d’Italia. È una coalizione, non è un partito unico né un pensiero unico. Alla fine però riusciamo a ragionare: su questo testo abbiamo ragionato tutti insieme e siamo arrivati all’unanimità”. Le parole di Calderone arrivano in una fase di crescente attrito tra Forza Italia e Fratelli d’Italia sui temi della giustizia. Dopo un primo confronto tra Carlo Nordio e i capigruppo della maggioranza, il secondo vertice è stato rinviato poche ore prima dell’inizio e non è mai stato riconvocato. Restano aperti i dossier sulle intercettazioni, sulla responsabilità civile dei magistrati, sull’utilizzo degli smartphone e sul riconoscimento facciale, sui quali gli azzurri continuano a rivendicare una linea più garantista. Anche sul carcere le sensibilità non coincidono. L’allarme lanciato dal procuratore di Palermo Maurizio De Lucia sull’influenza della criminalità organizzata negli istituti penitenziari, criticato da Nordio con fastidio, è stato invece condiviso da Calderone, che su Repubblica si era pure chiesto polemicamente: “Perché non si è riusciti ancora a fare niente sulla riforma della custodia cautelare? Il sovraffollamento, in questo momento ci sono 62mila detenuti, crea distorsioni che possono andare fuori controllo”. Insomma, che la gestione delle carceri non sia da considerare un fiore all’occhiello di questo governo è chiaro. Bartolozzi, dal canto suo, non ci sta. “Non si può fare populismo su questi temi attivando indagini conoscitive. Il ministero ha tutti i dati, reali, e l’onorevole Calderone poteva accertarsene. Altra cosa è cercare, insieme, di individuare le giuste misure”, ha scritto, rivendicando gli investimenti già stanziati dal governo per il sistema penitenziario. “Il governo Meloni ha certamente fatto moltissimo”. Segno che il dossier carceri potrebbe diventare uno dei principali terreni di confronto tra gli alleati. “Carcere sicuro”, la grande disillusione: un fallimento annunciato di Antonio Nastasio* L’Opinione, 8 agosto 2026 A due anni dall’approvazione del Dl 92/2024 “Carcere Sicuro”, a un anno dall’annuncio del “Piano Carceri” del ministro della Giustizia, il sistema penitenziario resta senza una vera riforma: nessuna trasformazione strutturale, nessuna nuova organizzazione del sistema, nessun modello operativo in grado di intervenire sulle criticità che da anni attraversano il mondo penitenziario. Le emergenze erano note da tempo. Senza investimenti adeguati, senza personale formato e senza un coordinamento stabile tra amministrazione penitenziaria, Servizio sanitario nazionale, enti locali e realtà del privato sociale, ogni intervento rischia di rimanere confinato nel campo degli annunci. Il carcere italiano non ha bisogno soltanto di essere alleggerito. Ha bisogno di essere ripensato. È necessario chiarire un principio fondamentale: le misure alternative alla detenzione non sono strumenti creati per ridurre semplicemente il numero delle persone ristrette. Sono modalità di esecuzione della pena previste dall’ordinamento penitenziario con una finalità precisa: favorire il reinserimento sociale attraverso percorsi individualizzati e responsabilizzanti. Trasformarle in una risposta esclusivamente emergenziale significa alterarne il significato e trasferire il problema dal carcere al territorio senza aver prima costruito una rete capace di sostenere le persone nel percorso di cambiamento. Chi lascia un istituto penitenziario deve trovare servizi, accompagnamento e opportunità concrete. Oggi, troppo spesso, questo sistema non esiste o funziona in modo frammentario. Eppure una possibile strada era stata individuata già oltre 30 anni fa. Nel 1991 venne elaborato, nell’ambito del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, un progetto innovativo che anticipava molti dei problemi oggi ancora irrisolti. L’idea era quella di utilizzare le case mandamentali dismesse, strutture non più destinate alla detenzione e acquisite dal Dap, trasformandole in centri di prima accoglienza per persone arrestate con problemi di dipendenza, disagio sociale o fragilità personali. Non semplici luoghi di transito, ma veri e propri “pronto soccorso socio-giuridico-penitenziari”. L’obiettivo era intervenire nel momento più delicato: quello iniziale della custodia, quando emergono situazioni di tossicodipendenza, disagio psicologico, marginalità sociale e assenza di riferimenti. In quella fase sarebbe stato possibile effettuare una valutazione completa della persona e individuare il percorso più adeguato: permanenza nel circuito penitenziario oppure inserimento in una comunità terapeutica scelta attraverso un percorso consapevole. Un modello diverso da quello attuale, perché non prevedeva un semplice trasferimento fuori dal carcere, ma un progetto organizzato, integrato e responsabilizzante. Il valore più innovativo di quella proposta, elaborata da capo Dap Amato, Gelmini e Nastasio, era racchiuso in un principio ancora oggi centrale: il recupero non può essere imposto esclusivamente dall’esterno, ma deve coinvolgere direttamente la persona interessata. Il detenuto non doveva essere considerato un soggetto passivo da spostare tra strutture diverse, ma una persona chiamata a partecipare attivamente al proprio percorso di cambiamento. La gestione sarebbe rimasta pubblica e penitenziaria per gli aspetti custodiali e amministrativi, affidati alla polizia penitenziaria, mentre il percorso terapeutico sarebbe stato seguito dagli operatori della comunità individuata, con il sostegno sanitario della Asl competente. Un modello integrato nel quale ogni istituzione avrebbe avuto un ruolo definito. Quella proposta non rimase un caso isolato. Nel corso degli anni furono avanzate ulteriori ipotesi, tra cui l’utilizzo di strutture sanitarie dismesse per affrontare il problema delle persone con disturbi mentali coinvolte nel circuito penale, anticipando in parte la necessità di percorsi oggi affidati alle Rems. Anche queste opportunità, tuttavia, sono rimaste spesso incompiute. Non è sempre mancata la capacità tecnica. Sono mancati soprattutto continuità politica, coraggio amministrativo e capacità di superare logiche legate alle appartenenze. Molte idee non sono state abbandonate perché irrealizzabili, ma perché non considerate prioritarie rispetto agli indirizzi politici del momento. Eppure proprio quelle proposte potrebbero oggi offrire strumenti concreti per affrontare una crisi che continua ad aggravarsi. Il tema delle tossicodipendenze mostra con chiarezza i limiti di un approccio fondato sull’emergenza. Non è mai stato costruito un vero sistema penitenziario basato su reparti specializzati capaci di accompagnare integralmente la persona nel percorso di recupero. La disintossicazione rappresenta soltanto il primo passaggio. Il risultato dipende dalla motivazione individuale, dalla qualità degli interventi e dalla capacità delle istituzioni di offrire percorsi orientati a un cambiamento reale. Pensare che le comunità terapeutiche possano accogliere migliaia di persone semplicemente aumentando i posti disponibili significa non comprendere la complessità del problema. La conseguenza più grave delle riforme annunciate e mai realizzate è la perdita di fiducia. Nel carcere la speranza non è un elemento secondario: è una condizione indispensabile perché una persona possa immaginare un futuro diverso. Quando lo Stato promette percorsi di recupero e reinserimento senza costruire gli strumenti necessari per renderli possibili, produce una forma di abbandono istituzionale. Anche il drammatico fenomeno dei suicidi in carcere deve essere letto in questa prospettiva: non soltanto come conseguenza della sofferenza individuale, ma anche come espressione della mancanza di prospettive concrete. Una situazione che coinvolge anche gli operatori penitenziari, chiamati ogni giorno a lavorare in un sistema che spesso non dispone delle risorse necessarie per affrontare un disagio crescente. In questo contesto si inserisce anche la nuova Direzione generale delle specialità. Una struttura che potrà avere un ruolo significativo soltanto se riuscirà a tradursi in una presenza concreta accanto agli istituti, ai reparti e agli operatori che ogni giorno affrontano la realtà penitenziaria. La qualità di un’organizzazione non si misura dalla sede che la ospita, ma dalla capacità di incidere sui problemi quotidiani. Il carcere non si governa soltanto dagli uffici centrali: si governa nelle sezioni detentive, nei reparti specializzati, nei servizi trattamentali e nei luoghi dove persone detenute e operatori vivono ogni giorno le difficoltà del sistema. La vera sfida sarà costruire una direzione operativa, vicina ai territori e coerente con lo spirito della legge 354 del 1975: trattamento, recupero, responsabilizzazione e reinserimento. La storia del progetto del 1991 dimostra una realtà precisa: le soluzioni sono state individuate. Il problema del carcere italiano non è la mancanza di idee, ma la difficoltà di trasformarle in politiche permanenti. Dopo oltre 30 anni di occasioni perdute, continuare a rispondere alle emergenze con nuovi annunci significa rinviare ancora una volta il problema. Il carcere non ha bisogno soltanto di meno persone detenute. Ha bisogno di più organizzazione, più responsabilità e più capacità di costruire percorsi autentici di recupero. Come ricordava Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo; è perché non osiamo che esse diventano difficili”. Oggi la questione non è più sapere cosa fare. Le proposte esistono, gli strumenti sono stati individuati, le esperienze sono state già sperimentate. La vera sfida è decidere di realizzarle. Perché, come ammoniva Albert Einstein: “Il mondo non sarà distrutto da coloro che fanno il male, ma da coloro che guardano senza fare nulla”. E nel sistema penitenziario italiano non fare nulla significa continuare a lasciare sole migliaia di persone: chi è detenuto, chi lavora negli istituti e una società che attende ancora una riforma capace non soltanto di promettere sicurezza, ma di costruire davvero giustizia. *Già dirigente generale del Ministero della Giustizia Scalfaro, il 41 bis e le false accuse di Bignami sui 300 mafiosi liberati di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 8 agosto 2026 Alcune vicende che hanno caratterizzato la storia del nostro Paese sono spesso usate come clava per attacchi politici. Tre giorni fa, durante la dichiarazione di voto sul caso Delmastro, il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ha tirato in ballo più volte il presidente emerito della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, scomparso quindici anni fa, ricordando la sua elezione al Quirinale con il sostegno sinistra. Oltre a questo richiamo, l’accusa più grave: “Scalfaro liberò 300 mafiosi”. Come ha chiarito più volte sul Dubbio Damiano Aliprandi, massimo esperto della materia carceraria e della cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, il presidente della Repubblica non ha alcun potere sul carcere duro; tutt’al più la competenza sarebbe del guardasigilli. Nel novembre del 1993 il ministro della Giustizia dell’epoca, Giovanni Conso, uno dei più autorevoli studiosi della procedura penale, non prorogò 336 decreti di 41-bis. Soltanto 18 destinatari della misura vennero considerati appartenenti alla mafia e a 7 di loro, nel giro di poco tempo, il regime speciale di detenzione fu nuovamente applicato. Gli appartenenti a Cosa nostra erano pari a meno del 5,5% di tutti i detenuti con decreto in scadenza. E comunque non ottennero la libertà, ma rimasero in carcere. Alla base di questa scelta ci fu una sentenza della Corte Costituzionale - la numero 349 -, depositata il 28 luglio 1993, che imponeva la valutazione caso per caso dell’applicazione del 41-bis. Il corto circuito - volutamente o improvvidamente - provocato dalle parole di Bignami è consistito nell’aver avallato il teorema della “trattativa Stato-mafia” da sempre messo in dubbio, anzi contestato, proprio dalla destra. Una strumentalizzazione deleteria a detrimento della verità storica e giudiziaria. Un approccio altrettanto deleterio per una corretta informazione e per consolidare le fondamenta su cui si basa la coscienza civica di un Paese in riferimento agli attacchi mafiosi ai danni delle istituzioni democratiche di oltre trent’anni fa. Il 41-bis è l’asse portante del teorema della “trattativa Stato-mafia”. A tal riguardo l’iniziativa di due alti ufficiali del Ros, Mario Mori e Giuseppe De Donno, sarebbe stata, a differenza di quanto da loro sostenuto, non autonoma e non volta a catturare i latitanti mafiosi, bensì indotta dall’allora ministro per gli “Interventi straordinari per il Mezzogiorno”, Calogero Mannino. La “trattativa” sarebbe sfociata nella presentazione da parte di Totò Riina del cosiddetto “papello”, che, come è noto, è stato fornito materialmente da Massimo, figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, in copia ai pm nell’ottobre del 2009, in cui in dodici punti si riassumevano le richieste di benefici per Cosa nostra. Riina avrebbe offerto, in cambio dell’accoglimento delle proprie istanze, l’abbandono del piano stragista. Vale la pena ricordare brevemente la storia del “papello”. Il foglietto sarebbe stato consegnato da Vito Ciancimino ai Ros, i quali, in concorso con Calogero Mannino, si sarebbero adoperati per esercitare una pressione sul governo per far approvare provvedimenti in grado di soddisfare le pretese di Riina. Con quale obiettivo? La mancata proroga del 41-bis per centinaia di mafiosi. La sentenza sui rapporti tra pezzi dello Stato e mafia si basa principalmente su questa tesi. Ma in assenza di tale tesi, si sbriciola l’intero impianto della “trattativa Stato-mafia”. L’assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino, il quale scelse di essere processato con un rito abbreviato, ha smontato la ricostruzione appena ricordata. Le motivazioni di assoluzione chiariscono ulteriormente la questione del mancato rinnovo del 41-bis ai 336 detenuti in scadenza a decorrere dal 1° novembre 1993. La vicenda è nata dall’invio di una nota del 29 ottobre dello stesso anno, finalizzata ad aprire, dopo la sentenza della Corte costituzionale che invitava il governo a valutare il 41- bis caso per caso, un’istruttoria con le autorità giudiziarie e di polizia competenti per acquisirne i relativi pareri. Così avvenne. Nelle motivazioni di assoluzione emergono diversi dati oggettivi con i quali si smentisce la tesi per cui l’omessa proroga dei 336 decreti applicativi del 41-bis sia stata l’effetto della cosiddetta “trattativa”. Inoltre, i giudici smontano la prova dell’avvenuta “trattativa”, rilevando la necessità di portare distensione nelle carceri “a tratti, e per lunghi lassi di tempo, luoghi sovraffollati di disumanità”. Un approccio “umanizzante” posto in essere già con il precedente capo del Dap, Niccolò Amato. La distensione da realizzare nelle carceri, aggiungono i giudici, “nulla ha a che fare con il venire a patti con la criminalità, ma che molto ha a che fare con la tutela della dignità dei detenuti, di qualunque estrazione sociale essi siano”. La tesi - per un certo periodo suggestiva, propinata a lettori e telespettatori dai “santoni” dell’antimafia -, secondo la quale l’ex ministro Calogero Mannino non fece alcuna pressione per la revoca del regime di detenzione dura, rappresentando una sorta di annunciatore della minaccia alla base della “trattativa”, cadde definitivamente. Dall’ospedale al carcere: quel primo trauma dei neonati e il dramma delle madri detenute di Franco Insardà Il Dubbio, 8 agosto 2026 C’è un’immagine che dovrebbe scuotere la coscienza di tutti più di qualsiasi dato statistico: è quella di un neonato che, dopo le dimissioni dall’ospedale dove è venuto alla luce, viene accompagnato non a casa, ma in carcere. Quel piccolo non ha commesso alcun reato, ma lo Stato ha stabilito che dalle prime ore la sua vita dovrà essere segnata da cancelli, sbarre e controlli di sicurezza. È quello che succederà ai nascituri di tre madri detenute nell’Icam di Lauro, una delle quali, una trentunenne alla quale sono stati negati gli arresti domiciliari, già ricoverata all’ospedale Moscati di Avellino in attesa del parto. Ne dà notizia Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, che sottolinea che secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31 luglio 2026, in Italia sono presenti 29 detenute madri con 34 figli al seguito. Di queste, 15 donne con 14 bambini sono ristretti proprio nell’Icam di Lauro. Dati confermati proprio in questa settimana dal nuovo Rapporto di metà anno 2026 dell’associazione Antigone e che non possono essere liquidati come una semplice conseguenza dell’esecuzione della pena, ma al contrario, raccontano un arretramento dei diritti che ha un epicentro preciso: la Campania. L’Icam di Lauro, in provincia di Avellino, infatti è oggi la struttura che ospita il maggior numero di detenute madri e bambini di tutta Italia. Per il garante Ciambriello “Questi numeri pongono interrogativi ai quali non possiamo sottrarci. Due delle donne incinte sono ancora in attesa di giudizio, una è definitiva: dobbiamo chiederci se sia stato fatto tutto il possibile per individuare una misura cautelare meno afflittiva e compatibile con la tutela della maternità. La legge stessa considera la custodia cautelare in carcere della donna incinta una soluzione eccezionale”. I numeri parlano da soli. Alla metà del 2026 erano 30 i bambini sotto i tre anni che vivevano in carcere insieme a 25 madri detenute. Poco più di un anno fa, nell’aprile 2025, erano appena 11. Un dato quasi triplicato dopo l’entrata in vigore del decreto legge 48/2025, poi convertito nella legge 80/2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli di età inferiore a un anno. Secondo Antigone, quella modifica ha cancellato una tutela che esisteva addirittura nel Codice penale del 1930. Oggi una donna in gravidanza o che ha appena partorito può essere immediatamente incarcerata, portando con sé il neonato. Ancora più controversa è la norma che consente, per motivi disciplinari, il trasferimento della madre dall’Icam a un carcere ordinario senza il proprio figlio, affidato ai servizi sociali. Per Antigone è la prima volta che il nostro ordinamento apre concretamente alla possibilità di separare un bambino dalla madre come conseguenza di una sanzione disciplinare. Il caso della giovane ricoverata ad Avellino rende ancora più evidente il paradosso.”È accettabile pensare - domanda Samuele Ciambriello - che, dopo il parto e dopo le dimissioni dall’ospedale, il primo luogo nel quale un neonato venga condotto sia una struttura detentiva? La sua prima casa non può essere un carcere. La maternità, la nascita e i primi mesi di vita richiedono protezione, cura e libertà dagli inevitabili condizionamenti dell’ambiente penitenziario”. Parole che chiamano in causa direttamente lo Stato. Perché nessun bambino sceglie dove nascere e nessun bambino può essere trasformato nel destinatario indiretto di una pena che appartiene esclusivamente alla madre. Il Garante campano denuncia inoltre una distribuzione disomogenea delle detenute madri sul territorio nazionale, con alcune donne ancora ristrette in istituti ordinari, privi delle caratteristiche degli Icam, e rivolge un appello al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Chiedo al ministro di occuparsi con urgenza di questa situazione. Non si tratta di invocare impunità per nessuno. La responsabilità penale è personale, ma proprio per questo non può ricadere sui bambini. Lo Stato ha il dovere di eseguire le proprie decisioni giudiziarie senza trasformare l’infanzia in una conseguenza collaterale della pena o della custodia cautelare della madre. Gli Icam rappresentano certamente una soluzione più rispettosa rispetto al carcere ordinario, ma restano luoghi di privazione della libertà. La vera sfida deve essere quella di ridurre il più possibile la presenza dei bambini all’interno del circuito penitenziario, potenziando le strutture territoriali, le case famiglia protette e tutti gli strumenti già previsti dall’ordinamento. Possiamo indignarci per tutto questo? Io credo che non solo possiamo, ma dobbiamo indignarci. Una società civile si misura anche da come protegge i suoi bambini senza colpe, soprattutto quelli che non hanno alcuna responsabilità per le vicende giudiziarie dei propri genitori. Nessun bambino dovrebbe vedere sbarre, cancelli e agenti come parte normale dei suoi primi anni di vita”. La fotografia scattata da Antigone e la situazione dell’Icam di Lauro pongono una domanda che la politica non può più rinviare: quale idea di giustizia è quella che accetta che un neonato conosca il mondo attraverso le sbarre di un istituto penitenziario? Perché uno Stato davvero forte non si misura dalla severità con cui punisce, ma dalla capacità di non far pagare agli innocenti il prezzo delle colpe degli altri. Carcere e riabilitazione, intervista a Gianni Alemanno di Fabrizio Federici L’Opinione, 8 agosto 2026 Nell’interesse della collettività: concentrarsi più sull’aspetto rieducativo della pena che su quello punitivo. Incontriamo Gianni Alemanno, tornato pienamente in libertà il 24 giugno scorso, per parlare obiettivamente e serenamente delle lacune e carenze del sistema carcerario e delle condizioni di vita quotidiana di detenuti e operatori. Le quali, secondo la sua esperienza in carcere, vanno senz’altro migliorate, per renderle anzitutto conformi al dettato della nostra Costituzione. “Dove - ricorda Alemanno - l’articolo 27, terzo comma, stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. A gennaio scorso, ha pubblicato, su Amazon, il libro L’emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane, con prefazione dell’ex-parlamentare radicale Rita Bernardini, presidente dell’associazione Nessuno tocchi Caino, e membro del comitato scientifico del Movimento diritti detenuti. Libro scritto da Alemanno insieme a Fabio Falbo: detenuto “di lungo corso” che in carcere, laureatosi in Giurisprudenza, è da anni attivo nel sostegno dei detenuti che hanno minori strumenti per difendersi. Gianni, come definiresti, complessivamente, la tua esperienza in carcere, durata quasi un anno e mezzo? Ho capito che la situazione carceraria italiana richiede assolutamente interventi di riforma profondi e organici, legati a piani concreti e a medio-lungo termine. Dispiace veramente dirlo, ma oggi, in sostanza, una persona in carcere il più delle volte è messa a “vegetare”, in attesa di scontare la pena, in condizioni di grave sovraffollamento delle carceri (i dati ufficiali lo quantificano al 40 per cento in più rispetto al normale). Con quali problemi quotidiani, sia per i detenuti che per tutti gli operatori carcerari, è facile immaginare. Impietoso, per noi, è il confronto con gli altri Paesi Ue. Eppure, negli ultimi 50 anni, ci sono stati vari interventi di riforma carceraria: a partire dalla legge 354 del luglio 1975... Sì, fu la riforma dell’ordinamento penitenziario, che prese il posto del vecchio regolamento fascista del 1931, e migliorò senz’altro la situazione complessiva degli istituti di pena. Seguì poi la legge Gozzini del 1986, volta a valorizzare l’aspetto rieducativo della carcerazione rispetto a quello punitivo, e che introdusse benefici per i detenuti meritevoli come permessi premio e misure alternative al carcere (affidamento in prova ai servizi sociali per i condannati a meno di tre anni di detenzione, con programmi riabilitativi mediante inserimento nel mondo del lavoro; detenzione a domicilio, eccetera). Infine, la legge Simeone-Saraceni del 1998 (che era stata nel programma del primo Governo Berlusconi): con la sospensione automatica dell’esecuzione della pena detentiva, da parte del pm, quando quest’ultima, anche se residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni (in alcuni casi quattro o sei). Ma come si è giunti, allora, all’attuale situazione delle carceri? Da un lato, prima del 1992 il numero complessivo dei detenuti nelle carceri si era ridotto periodicamente per effetto anche delle varie amnistie e indulti. Ma dal 1992, per fare una legge di indulto o amnistia, serve una maggioranza parlamentare qualificata dei due terzi, e l’unica volta che questo è accaduto è stato 20 anni fa, nel 2006. Dall’altro, l’altra fondamentale funzione della pena, cioè la rieducazione del reo ai fini del suo reinserimento sociale, è stata esplicata poco e male. Per quali cause? Psicologi ed educatori, nella situazione di oggi, possono fare ben poco, con carenze di personale, mezzi, strutture, gravi lentezze della burocrazia, eccetera (a Rebibbia, ad esempio, un educatore deve seguire tra le 200 e le 300 persone). Ma a monte di questo, c’è che il Dap, Dipartimento di amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, che amministra gli istituti penitenziari di tutte le regioni italiane, negli ultimi anni si è concentrato assai più sull’aspetto punitivo e securitario della pena che su quello riabilitativo. Il quale, invece, se ben espletato, a medio e lungo termine, contribuirebbe fortemente a una maggiore sicurezza quotidiana di tutti i cittadini: limitando senz’altro il numero dei recidivi, i tornanti a delinquere dopo aver scontato la pena. Eccoci, quindi, alla situazione degli ultimi anni… Che già nel 2013, ricordiamo, produsse una condanna ufficiale dell’Italia, per tutte queste gravi lacune, da parte della Corte europea dei Diritti dell’uomo. Per cambiare tutto questo, occorre, anzitutto, un intervento di emergenza, che dovrebbe essere la proposta di legge attualmente in discussione alle Camere - la legge Giachetti - sostenuta dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Questa proposta vuole aumentare le possibilità di premi per i detenuti che mantengono buona condotta. I quali, attualmente, hanno diritto ogni sei mesi a sconti di pena di 45 giorni (in Germania, ad esempio, questi sconti sono di 60 giorni). Il governo s’è detto contrario a questa proposta di legge sostenendo che rappresenterebbe una sconfitta dello Stato: ma io direi che la vera sconfitta, che lo Stato purtroppo subisce continuamente, è proprio quello che avviene con la situazione attuale. Di tutti questi temi avete parlato pochi giorni fa, tu e il tuo avvocato Edoardo Albertario, col ministro della Giustizia Carlo Nordio. Secondo quanto reso noto dal Ministero, l’incontro si è concentrato sulle condizioni delle carceri, l’importanza dei percorsi di reinserimento per i detenuti, i problemi legati al sovraffollamento e la verifica dei criteri usati per il calcolo degli spazi all’interno delle celle. Che bilancio si può trarre da quest’incontro? A Nordio ho illustrato tutte queste situazioni. Soffermandomi specialmente sulla linea del Dap, che, come dicevo prima, tende a scoraggiare le attività rieducative dei detenuti: cosa di cui lui stesso, devo dire, era al corrente solo in parte. Lui si è impegnato senz’altro a intervenire su tutte queste situazioni. Prima ancora di promuovere nuove leggi, già con circolari, istruzioni, tutti gli strumenti utili, insomma, a smuovere le lentezze della burocrazia. Mi auguro che le cose, davvero, inizino finalmente a cambiare. L’inammissibilità dell’appello dell’imputato impedisce l’avvio alla giustizia riparativa di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 8 agosto 2026 In caso di appello del Pm contro la condanna e di impugnazione inammissibile del condannato, quest’ultimo - non potendo ottenere mitigazione della pena - può solo dare impulso al giudice affinché provveda all’avvio. In caso di appello del procuratore contro la condanna - e visto l’effetto devolutivo dell’appello - se il giudice dichiara inammissibile quello proposto dall’imputato non può poi accogliere la sua istanza, presentata per la prima volta nel processo di secondo grado, per l’avvio alla giustizia riparativa. Infatti, in tal caso l’imputato non potrebbe ottenere una mitigazione del trattamento sanzionatorio stabilito in primo grado, che è il fine precipuo di un positivo risultato riparativo. La Cassazione penale - con la sentenza n. 30137/2026 - ha respinto il ricorso dell’imputato contro la sentenza di secondo grado, rectius contro il rigetto dell’istanza di avvio alla giustizia riparativa, che il ricorrente aveva avanzato in sede di appello. Il rigetto dell’avvio - La decisione di rigetto dell’istanza dell’imputato era stata illegittimamente motivata dal giudice di appello, secondo il ricorso, per: - la mancata disponibilità della vittima di violenza sessuale a un percorso condiviso con il reo; - l’assenza dell’avvenuta intrapresa di percorso personale emendativo da parte dell’imputato: - la strumentalità della richiesta dedotta dalla circostanza che la richiesta era stata avanzata dopo la condanna di primo grado. La Cassazione pur non aderendo ai rilievi dei giudici di secondo grado ha comunque rilevato la mancanza del presupposto per l’accesso al percorso riparativo in quanto non atto a concretizzarsi in una mitigazione della pena vista l’inammissibilità dell’appello proposto dall’imputato e la validità dell’impugnazione della parte pubblica fondata sul motivo mirato a un’aggravamento del trattamento sanzionatorio. L’avvio richiesto in pendenza del processo - Ma se l’accesso alla giustizia riparativa è perseguibile in via autonoma dalla persona accusata di un reato, va detto che una volta avviato il processo il percorso può iniziare solo se vi acconsenta il giudice. E la parte richiedente è comunque tenuta a esplicare i presupposti di validità di un percorso finalizzato a contrastare o eliminare gli effettivi negativi derivati dalla commissione del reato. Il caso deciso - Nel caso concreto effettivamente non venivano correttamente illustrati gli elementi da porre alla base dell’istanza rivolta al giudice. Ma il vero ostacolo era rappresentato dal fatto che il secondo grado riguardava l’impugnazione di una condanna da parte dell’accusa, ciò che comporta una valutazione perimetrata nell’ambito dei motivi di appello proposti e finalizzati a un aggravio sanzionatorio, vista la contestuale inammissibilità dell’atto di impugnazione del condannato in primo grado. Da tale circostanza è derivata l’inammissibilità anche dell’istanza di avvio al percorso riparativo, che non sempre comporta la sospensione del procedimento, ma che ha come finalità una composizione anche parziale degli interessi contrapposti emergenti dall’avvenuta commissione del reato, con lo scopo ulteriore di giungere a una pena più favorevole. Esito questo precluso dal processo di appello imperniato sul solo atto di impugnazione della parte pubblica. Quindi, in definitiva, in un caso come quello verificatosi l’unico effetto positivo che poteva ottenere il ricorrente in sede di appello ai fini dell’accesso al percorso di giustizia riparativa era quello di indicarne le finalità e sollecitare i poteri officiosi del giudice. Perché rimane fermo il punto sulla proponibilità dell’istanza di avvio presentata dal ricorrente, in quanto è domanda ammessa in ogni stato e grado del giudizio penale, compresa la successiva fase di esecuzione. Prato. Le ombre dietro il delitto del detenuto “esagitato”. Autopsia, oggi l’incarico di Francesco Ingardia La Nazione, 8 agosto 2026 Gli sviluppi dopo la brutale uccisione del 32enne di origini nigeriane. Ai tre presunti autori la procura contesta l’omicidio preterintenzionale. La versione degli indagati ai legali: “Lite violenta, ma non è morto in cella”. Cos’è successo davvero nella cella 171 della settima sezione della casa circondariale della Dogaia poco prima delle 23 di mercoledì 5 agosto? Chi dei tre ristretti condannati in via definitiva per reati a sfondo sessuale (due albanesi di 40 e 44 anni e un italiano di 52) ha sferrato il colpo mortale al detenuto nigeriano di 32 anni appena trasferito? E ancora: chi ha dato inizio al diverbio, qual è stata miccia che ha trasformato una lite furibonda in una colluttazione corpo a corpo, tre contro uno? Ed eventualmente, quale oggetto è stato usato come arma del delitto? La vittima ha sbattuto con violenza la testa contro la cella blindata? O ha subito una testata o un colpo fatale con un corpo contundente? Sono questi (parziali) interrogativi in cerca di risposta che avvolgono il brutale omicidio che si è consumato dietro le sbarre della Dogaia a cui la procura di Prato guidata da Luca Tescaroli sta cercando di dar risposta a stretto giro. Per adesso, “indagini in corso” e massimo riserbo. Riavvolgendo il nastro: nella sezione che ospita persone accusate di reati a sfondo sessuale (la settima, quella dei sex offender), mercoledì nella cella 171 da nove metri quadri arriva un quarto detenuto, un cittadino nigeriano di 32 anni con all’attivo precedenti per tentata violenza sessuale, ricettazione e lesioni personali. L’uomo, dopo l’arresto a Montecatini a fine luglio, era rimasto in custodia per una decina di giorni a Pistoia. Per poi finire a Prato, in cella con altri tre detenuti, a proposito di sovraffollamento carcerario: due albanesi (40 a e 44 anni) e un italiano (di 52). Convivenza tra ristretti non facile, stando a quanto appreso. Con il 32enne “esagitato” e di “difficile gestione” - ad avvalorare la pista dei continui trasferimenti tra istituti penitenziari -, anche per gli altri tre detenuti. I quali, questa la versione che sarebbe stata riferita da loro ai legali, avrebbero effettuato un tentativo di calmare l’ultimo arrivato in cella. Tentativo vano, perché poco prima delle 23, in un frangente in cui non erano presenti gli agenti di polizia penitenziaria scoppia una lite che in pochissimo tempo degenera in una rissa furibonda. Il resto, è già cronaca: decesso del 32 nigeriano constatato alle 23.18. Eppure, sempre secondo la versione fornita ai legali, i tre detenuti avrebbero affermato che la morte dell’uomo “non sarebbe avvenuta in cella, ma dopo”. Il medico legale che ha effettuato il primo esame sul cadavere ha riscontrato - come riportato dalla procura - ferite compatibili con una colluttazione violente: una ecchimosi all’interno del labbro superiore, una ferita lacero contusa sulla fronte, una fuoriuscita di sangue dal naso e un trauma cranico prodotto “verosimilmente” da un corpo contundente. La scena del crimine è stata esaminata dalla Scientifica, con tutti gli elementi ritenuti utili repertati, per ricostruire nel dettaglio l’esatta dinamica sfociata in omicidio. Nell’immediatezza del fatto i tre compagni di cella - assistiti dagli avvocati Paolo Tresca (in sostituzione dei colleghi nominati Melissa Stefanacci e Stefano Camerini) - sono stati interrogati dal magistrato, avvalendosi però della facoltà di non rispondere. Agli indagati, la procura contesta l’omicidio preterintenzionale. Un dettaglio che potrebbe - d’obbligo il condizionale - lasciare intendere che già l’esatta dinamica che ha portato all’uccisione del detenuto nigeriano sia quantomeno piuttosto chiara. In attesa dell’esame autoptico sul corpo. Sul punto, il conferimento dell’incarico è atteso per domattina a favore del medico legale Luciana Sonnellini. Passaggio fondamentale, questo, per chiarire nero su bianco la causa del decesso. Con le difese che procederanno contestualmente con la nomina di un loro consulente finalizzata alla partecipazione in presenza all’esame autoptico. Nel frattempo i detenuti indagati dalla procura per omicidio preterintenzionale sono stati divisi e trasferiti tutti e tre in celle differenti. Padova. Il carcere Due Palazzi nella morsa del caldo record: nelle celle più di 40 gradi di Cristina Genesin Il Mattino di Padova, 8 agosto 2026 Ispezione estiva da parte di una delegazione della Camera penale di Padova: carenza cronica di agenti e nel grattacielo duecento detenuti in sezioni chiuse. Appello dei legali: “Stop alle direttive Dap che rendono critica la situazione”. Quando il muro di cinta non trattiene soltanto la libertà ma intrappola anche un caldo soffocante oltre ogni limite umano, la pena rischia di perdere qualsiasi tratto di civiltà per trasformarsi in sofferenza. È la fotografia scattata al termine della tradizionale visita estiva compiuta da una delegazione della Camera penale di Padova all’interno dei penitenziari cittadini, i “Due Palazzi”. Guidati dalla presidente Paola Rubini e dall’avvocata Annamaria Alborghetti (in rappresentanza anche dell’Ordine degli Avvocati), insieme ai colleghi Paola Menaldo, Mattia Arcolin, Laura Capuzzo, Michele Chiaramida e Mattia Chinello, i penalisti hanno passato al setaccio le carceri, riscontrando un’emergenza climatica e logistica con temperature oltre i 40 gradi. La Casa di reclusione - Il viaggio dell’Avvocatura è partito dalla Casa di reclusione, l’imponente grattacielo riservato a chi sconta pene definitive, dove i numeri tratteggiano un sorta di bollettino di guerra. Il tasso di sovraffollamento sfiora il 160% con 674 detenuti presenti (373 stranieri, 137 protetti, 18 giovani adulti fra i 18 e i 24 anni, un anziano di 85 anni, 56 ergastolani, 33 semiliberi e 12 al lavoro esterno). Gli avvocati visitano le carceri di Padova, ecco cosa hanno trovato - L’organico della Polizia penitenziaria è allo stremo: mancano 100 agenti (gli effettivi sono 254 più 40 dedicati alle traduzioni, cioè i trasferimenti, contro i 392 previsti), mentre regge l’area educativa grazie a 10 educatrici. Il punto più critico riguarda le sezioni chiuse dove si resta sempre fra le quattro mura della cella: 4 sezioni (50 ospiti per piano tra sezione A e B) per un totale di 200 persone costrette all’isolamento quasi continuo. Una strettoia nata da una circolare sulla media sicurezza del Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) risalente all’autunno 2024. L’avvocata Alborghetti annuncia la battaglia imminente delle toghe: “Con altre associazioni chiederemo al Dap di revocare quelle direttive considerando che siamo in una situazione di piena emergenza climatica. La direttrice aveva fatto una richiesta in tal senso e, al momento, non avrebbe ricevuto alcuna risposta. Prima in media sicurezza finivi per un periodo transitorio, ora ci resti”. Nelle sezioni chiuse molti rinunciano all’ora d’aria per l’afa e, su 382 stanze totali, soltanto 100 hanno la doccia in cella (al piano 6 e 7). Negli altri piani si creano interminabili code che lasciano spesso gli ultimi della fila senza potersi lavare. Come testimoniato dall’avvocata Menaldo: “Ci sono detenuti che mettono delle tele per coprire le finestre e le celle restano quasi al buio perché al pomeriggio le temperature sono ben oltre i 40 gradi”. Tra le eccezioni positive figurano l’infermeria ristrutturata, una sala socialità con aria condizionata e la stanza dell’affettività, aperta ad ottobre a seguito del ricorso vinto nel febbraio 2025 da Alborghetti: “L’abbiamo visitata: è stata un grosso risultato, la seconda in Italia. È una stanza spartana, abbastanza grande con un letto, ma ci sono solo i servizi e non la doccia, ed è attiva il lunedì. Una critica? Il Dap ha dettato linee guida molto rigide”. Casa circondariale - La delegazione ha poi varcando la soglia della Casa circondariale, la struttura a sviluppo basso destinata a chi è in custodia cautelare o ha pene brevi. Qui sono presenti 220 detenuti su 188 previsti (76% stranieri), con circa 80 inseriti in attività lavorative. Il nemico principale rimane la calura (per fortuna le docce sono in tutte le celle da 5 o 6 posti) e l’intralcio della burocrazia. Spiega la presidente Rubini: “Abbiamo visitato una sezione: era caldissimo e in molte celle i ventilatori non ci sono. La Caritas ne ha donato un certo numero, ce ne sono 30 ancora da distribuire. La regola imposta è che il ventilatore sia dato a chi ha in conto corrente meno di 100 euro. Il direttore ci ha assicurato tempi veloci nelle verifiche, ma la calura non aspetta la burocrazia”. A ciò si aggiungono le carenze igieniche: la sala socialità è apparsa inutilizzabile, mentre l’ispezione Usl ha promosso la cucina bocciando le docce di sezione prive di requisiti per essere sanificate bene. Il plesso è diviso tra l’Antenore (custodia attenuata) e l’Euganeo, ma l’organico di polizia è fermo al 2006 (129 effettivi su 142, con una scopertura di 30-40 unità). Pur tra mille ostacoli, il lavoro resta un fiore all’occhiello: il panificio produce mille pezzi al giorno tra schiacciate e pinze per la grande distribuzione (2 detenuti, 8 tirocinanti e 2 civili), è in avvio una pensione per cani con 8 postazioni ed è attiva la cucina con 8 detenuti. Resta la sferzata finale ai vertici del Dap da parte di Rubini e Alborghetti: “La mancanza di personale è endemica. Se la situazione resta critica, è perché sono state emanate una serie di circolari destinate ad appesantire le condizioni di vita, mettendo tanti paletti alle iniziative del Terzo settore per limitare le attività di trattamento”. I penalisti sono chiari: senza un intervento immediato per revocare i vincoli del regime chiuso e garantire dignità climatica e logistica, la pena rischia di smarrire la sua funzione rieducativa per regredire a una mera e inaccettabile tortura della carcerazione. Bologna. “Un carcere senza dignità è anche meno sicuro”, si spera in un intervento del ministero bolognatoday.it, 8 agosto 2026 Cosa emerge dalle ultime osservazioni dell’Osservatorio carcere della Camera penale di Bologna. “Un carcere che perde dignità diviene inevitabilmente anche un carcere meno sicuro, nel quale la tensione si sedimenta fino a trovare, talvolta, espressioni violente. La violenza non può essere tollerata e non deve essere giustificata, ma ignorarne il contesto significa rinunciare a comprenderne le cause più profonde”. Il direttivo e l’Osservatorio carcere della Camera penale ‘Bricola’ di Bologna intervengono dopo “l’ennesimo episodio di violenza” verificatosi all’interno della casa circondariale della Dozza. Nella giornata di giovedì 6 agosto, è stata infatti diffusa la notizia di una nuova aggressione a due agenti della polizia penitenziaria. Entrambi sono rimasti feriti e uno dei due dovrà anche essere operato. È stato “significativo che alle preoccupazioni espresse siano seguiti concreti segnali di attenzione istituzionale”: la Regione Emilia-Romagna, ha riconosciuto la necessità di interventi strutturali “per restituire alla Dozza condizioni compatibili con la tutela della salute, della dignità e della sicurezza”. Ed è stata fatta formale richiesta al ministero della Giustizia e al dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di programmare con urgenza gli interventi necessari su rete idrica, condizioni strutturali, sul sovraffollamento e carenze di organico”. Intanto, per il prossimo 24 agosto, la Camera penale di Bologna effettuerà una visita alla Dozza con magistrati e rappresentanti delle istituzioni del territorio, tra cui della Regione. La visita del 24 agosto, “sarà un’occasione per osservare direttamente le condizioni dell’istituto e per avviare una riflessione comune sulle criticità che attraversano il sistema penitenziario, nella consapevolezza che solo uno sguardo condiviso possa tradursi in risposte concrete e durature”. Livorno. Già sovraffollata la nuova ala del carcere di Jacopo Storni Corriere Fiorentino, 8 agosto 2026 Inaugurata il 24 luglio con 134 posti. Con il maxi trasferimento da Sollicciano i detenuti sono 159. Appena inaugurato e già sovraffollato: succede al nuovo padiglione del carcere Le Sughere di Livorno, aperto il 24 luglio scorso dopo una lunga attesa, ma già con un numero di reclusi oltre la capienza regolamentare anche per conseguenza del trasferimento di detenuti dal penitenziario fiorentino di Sollicciano, dove sono state recentemente sequestrate sette sezioni a causa dell’estremo degrado. La situazione viene resa nota dal Comune, con l’assessore al Sociale Andrea Raspanti e col garante dei detenuti Marco Solimano. “Nella nuova ala della casa circondariale - spiega Solimano - ci sono 159 ristretti, di cui 70 provenienti da una sezione chiusa perché fatiscente, più altri da Sollicciano. Ma la capienza prevista è di 134 detenuti, quindi questo padiglione nasce già con un grave problema di sovraffollamento”. In tutto i reclusi a Livorno “ora sono 312 con pochi spazi trattamentali a disposizione, ovvero locali destinati a percorsi di formazione professionale per il reinserimento nel mercato del lavoro e che sono invece vitali all’interno di un carcere, fondamentali per poter poi reinserire i detenuti nella società e ridurre rischi di recidiva”. Raspanti denuncia come l’amministrazione comunale “abbia ripetutamente cercato, senza successo, di instaurare un tavolo di confronto permanente con il Dap per gestire criticità dovute all’aumento esponenziale del numero dei detenuti, quali accoglienza dei familiari e carenza di spazi trattamentali oltre all’insufficienza numerica del personale carcerario”. Intanto si è concluso a Sollicciano il trasferimento dei detenuti nelle altre carceri toscane, mentre è ancora in corso il trasferimento dei reclusi verso penitenziari che si trovano fuori dalla nostra regione. Lucca. Caldo e sovraffollamento: “In cella 3 detenuti anziché 1, porterò la battaglia sino in fondo” di Laura Sartini La Nazione, 8 agosto 2026 Il consigliere regionale Federico Eligi (Commissione toscana sanità) ieri ha compiuto un sopralluogo “Al San Giorgio quasi tutti detenuti per reati minori legati allo spaccio e alla tossicodipendenza”. Non sono giorni facili al carcere di San Giorgio. Non lo sono mai visto che è il carcere più sovraffollato di Italia o almeno della Toscana, come ha potuto constatare di persona ieri Federico Eligi, vicepresidente della commissione sanità della Regione, nella tappa lucchese del suo tour nei luoghi di detenzione. Caldo e sovraffollamento rischiano di essere un binomio infernale neanche in un luogo come questo, dove tutto sommato le mura sono quelle di un antico convento e non mancano verde e zone d’ombra. “Contro il caldo dentro al San Giorgio non c’è niente se si fa eccezione per qualche ventilatore- dice Eligi. Vorrei lanciare un appello alla cittadinanza a compiere un gesto solidale in modo da far sì che tutti i detenuti possano disporre almeno del ventilatore. Tutto questo visto e considerato che stanno vivendo in tre dentro celle che erano pensate per una persona, che i detenuti dovrebbero essere al massimo 37, in una situazione ideale, e che invece sono 92 per un totale del 240 per cento di presenze. Con questi numeri è difficile parlare di progetti, di percorsi di reinserimento. Il carcere rischia di diventare un grande parcheggio fine a se stesso”. Il consigliere regionale dopo la vicenda di Sollicciano ha lanciato un esposto alle tre Asl sulla situazione delle carceri toscane. “Non possiamo più voltarci dall’altra parte, soprattutto dopo l’omicidio avvenuto al carcere di Prato - sottolinea - E il Governo non può continuare a spingere su decreti sicurezza che affollano le nostre carceri, in un momento oltretutto di calo di reati, senza prevederne di nuove. Ma anche consiglio e giunta regionale devono attivarsi per riorganizzare il sistema”. Ieri Eligi ha parlato direttamente con i detenuti del San Giorgio. “Soffrono questa situazione di sovraffollamento. La fortuna è che Lucca non ha ricevuto detenuti dal carcere di Sollicciano. Come mi ha spiegato la direttrice - a cui voglio rivolgere i miei complimenti per come riesce a gestire la casa circondariale di San Giorgio - si tratta soprattutto di detenuti per reati minori legati alla tossicodipendenza, spaccio e reati minori. Spesso escono e poi ritornano, e sono tutti stati arrestati nel comprensorio. Queste sono strutture che hanno un costo importante a carico del cittadino, a maggior ragione bisogna assicurare gli strumenti per farle funzionare nell’ottica del reinserimento nella società”. Nella tappa lucchese il consigliere Eligi ieri era insieme alla dottoressa Perugino dell’Asl. “Un aspetto importante è che il carcere di San Giorgio può contare su un presidio sanitario H24 anche se non è facile portare gli specialisti qua dentro. E viceversa accompagnare il detenuto dallo specialista comporta non pochi rischi. Una battaglia non facile ma che intendo portare fino in fondo”. Belluno. Sopralluogo del Pd a Baldenich: “Servono interventi urgenti su organico e strutture” di Alessia Scarpa lapiazzaweb.it, 8 agosto 2026 La deputata Rachele Scarpa e il consigliere regionale Alessandro Del Bianco in visita all’istituto penitenziario nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Bisogna aver visto”. Sovraffollamento, carenza di personale e criticità strutturali ancora irrisolte. Sono i principali nodi emersi nel corso della visita ispettiva alla Casa circondariale di Belluno “Baldenich”, svoltasi venerdì 31 luglio nell’ambito di “Bisogna aver visto”, l’iniziativa promossa dal Dipartimento Giustizia del Partito Democratico che dal 2024 porta parlamentari e amministratori locali negli istituti penitenziari italiani per verificare direttamente le condizioni di detenzione e di lavoro. Alla visita hanno preso parte la deputata Rachele Scarpa e il consigliere regionale del Veneto Alessandro Del Bianco, segretario provinciale del Partito Democratico di Belluno. Nel corso del sopralluogo la delegazione ha incontrato il personale della Polizia penitenziaria, gli operatori dell’area educativa e quelli del servizio sanitario, raccogliendo testimonianze e approfondendo le principali problematiche della struttura. Inaugurato nel 1933, il carcere di Baldenich dispone di una capienza regolamentare di 86 posti, ma presenta una situazione molto diversificata tra i diversi reparti. Se la sezione dedicata alle persone transgender registra un tasso di occupazione del 57%, nei reparti ordinari il sovraffollamento raggiunge il 157%, mentre il trattamento intensificato si attesta al 150% e la sezione dei detenuti protetti al 137%. A pesare è anche la carenza di organico della Polizia penitenziaria. A fronte di una dotazione prevista di 94 agenti, quelli effettivamente in servizio sono circa 68. Restano inoltre aperte diverse criticità infrastrutturali, tra cui il rifacimento dell’impianto idrico, ancora in corso, interventi di manutenzione rinviati per mancanza di risorse economiche e l’assenza di un sistema di videosorveglianza in alcune aree dell’istituto. “Bisogna aver visto per raccontare la verità delle nostre carceri”, ha dichiarato la deputata Rachele Scarpa. “Baldenich è un istituto storico, portato avanti con grande dedizione dal personale, ma paga il prezzo di anni di interventi strutturali rinviati e di una cronica carenza di organico, aggravata dal sovraffollamento di alcune sezioni. Continuerò a seguire la situazione e a sollecitare in Parlamento risposte concrete per il territorio bellunese”. Sulla necessità di accelerare gli interventi è intervenuto anche Alessandro Del Bianco, che ha ricordato come le criticità della struttura siano già emerse nelle recenti audizioni della competente commissione del Consiglio regionale del Veneto. “I lavori di ristrutturazione sono fermi da mesi per mancanza di fondi e serve un rafforzamento dell’organico”, ha affermato. “Mi ha colpito in particolare la situazione della caserma che ospita gli agenti della Polizia penitenziaria, le cui condizioni abitative risultano molto precarie. Migliorare la qualità del lavoro significa anche garantire spazi dignitosi e favorire una maggiore integrazione tra il personale e la città. Esistono margini di miglioramento, sia dal punto di vista abitativo sia sotto il profilo dei servizi e delle opportunità ricreative, ma è necessario un impegno concreto”. Al termine della visita, la delegazione ha espresso un ringraziamento alla direzione dell’istituto, agli agenti della Polizia penitenziaria, al personale dell’area educativa e sanitaria per la disponibilità dimostrata e per il lavoro svolto quotidianamente in un contesto complesso. Un ringraziamento è stato rivolto anche al Garante comunale dei diritti delle persone detenute di Belluno, Raffaele Riposi, per l’attività di monitoraggio e tutela portata avanti all’interno della struttura. Trapani. “Un carcere che va chiuso, tra detenuti in più e carenze” La Sicilia, 8 agosto 2026 Nella struttura di Trapani l’ala Mediterraneo è con acqua marrone. Il presidente della Camera Penale di Trapani, avvocato Agatino Scaringi, tiene tra le mani un paio di fogli, gli appunti dell’ultima visita dei penalisti nel carcere “Pietro Cerulli”. Ad ascoltarlo a leggere ciò che ha scritto, sembra quasi di sentire il “miserere” de “Il Trovatore”, quelle parole che invitavano a sperare di non dover conoscere “l’infernal soggiorno”. Un quadro di degrado “massimo”, dove l’articolo 27 della Costituzione - “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” - cessa di essere un principio guida per diventare un’illusione. È la realtà spietata del carcere di San Giuliano, una struttura arrivata al punto di collasso logistico, sanitario e umano, in cui la gestione quotidiana della detenzione si è trasformata in una sistematica violazione dei diritti fondamentali. I numeri attestano un’emergenza non più sostenibile: a fronte di una capienza utilizzabile di circa 480 posti, ci sono 570 detenuti, di cui 120 stranieri: per questi mancano i mediatori culturali, incapaci così di far valere ragioni, bisogni e diritti primari. Un sovraffollamento che scarica i suoi effetti più devastanti sul reparto “Mediterraneo”, due piani e un piano terra, dove le condizioni materiali toccano livelli insostenibili: “Una struttura da chiudere immediatamente, un luogo dove la funzione rieducativa della pena è spazzata via da una realtà fatta di degrado, emergenza continua e sofferenza”. Le celle, stipate quasi tutte con 4 o 5 letti, negano del tutto lo spazio minimo calpestabile legale di 3 metri quadrati per persona. Molti sono i detenuti che hanno ottenuto i risarcimenti per vivere in condizioni contrarie alla norma. A rendere la vivibilità un incubo quotidiano si aggiunge un servizio idrico fatiscente: dalle tubature fuoriesce acqua marrone. Nel reparto “Mediterraneo” il tempo si è fermato. I detenuti trascorrono venti ore al giorno chiusi in cella, con le sole quattro ore d’aria a spezzare la giornata. Non esistono una palestra né spazi comuni adeguati, le attività risocializzanti sono quasi nulle, c’è sporcizia presente negli ambienti, “in piena estate la situazione è peggiorata con il blocco di quasi ogni attività, le giornate diventano interminabili, trasformando la pena in una pura e semplice custodia aggravata dal calore e dalla privazione”. L’assistenza medica versa in condizioni critiche. Niente prevenzione solo emergenza. A fronte di 570 reclusi che avrebbero diritto a un confronto costante con i propri difensori, “la struttura dispone soltanto di tre salette per i colloqui con gli avvocati”. A gestire il flusso viene destinata una sola unità di personale, “questo rende difficile l’esercizio del diritto di difesa”. È alto il numero di persone recluse in attesa del primo giudizio: sono più di 60, “a dimostrazione di come la custodia cautelare in carcere continui a non essere applicata come l’extrema ratio prevista dalla legge”. L’organico della Polizia Penitenziaria è ridottissimo. È facile ricordare l’allora sottosegretario Delmastro a Custonaci, per inaugurare i giardini dedicati a Giuseppe Di Matteo e Giuseppe Montalto, sciorinare con disappunto rispetto alle domande dei cronisti, i progetti per rifare le carceri e il numero delle assunzioni di personale, quasi un anno dopo la situazione è cambiata, in peggio: “Il personale non è numericamente in grado di gestire e fronteggiare la popolazione carceraria c’è e a Trapani c’è un carcere da chiudere”. Trento. Iscrizione anagrafica dei detenuti stranieri, incontro tra sindaco e garante vitatrentina.it, 8 agosto 2026 Si è svolto oggi a Palazzo Geremia l’incontro tra il sindaco Franco Ianeselli e il garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale per il Trentino, Maria Giovanni Pavarin, dedicato al tema dell’iscrizione anagrafica dei detenuti stranieri privi di permesso di soggiorno che stanno scontando la pena nella casa circondariale di Spini di Gardolo. Il confronto ha permesso di approfondire una questione che nasce dal diverso orientamento di due disposizioni normative. Da una parte, un parere del Ministero dell’Interno del 2010, rivolto agli uffici anagrafici, esclude l’iscrizione nei registri della popolazione residente degli stranieri privi di un valido titolo di soggiorno; dall’altra, la riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018 prevede che il detenuto condannato privo di residenza anagrafica venga iscritto, su segnalazione del direttore dell’istituto, nel Comune in cui ha sede il carcere. La diversa interpretazione delle due prescrizioni di legge ha determinato, sul territorio nazionale, prassi non uniformi da parte delle amministrazioni comunali. Una situazione che non riguarda soltanto gli aspetti amministrativi, ma che ha ricadute sul percorso di reinserimento delle persone detenute. L’iscrizione anagrafica rappresenta infatti un requisito fondamentale per accedere ai percorsi di rieducazione del detenuto. Nel corso dell’incontro il garante ha ribadito la propria interpretazione normativa e le ragioni che lo hanno portato a richiedere al Comune l’iscrizione anagrafica di questi detenuti. Il sindaco Ianeselli, in sintonia con il garante Pavarin, ha riconosciuto l’importanza di consentire percorsi rieducativi e ha quindi annunciato l’avvio di un confronto con il Commissariato del Governo con l’obiettivo di giungere ad una soluzione condivisa. Torino. “Il carcere ormai è una piazza di spaccio”, agente sospeso dopo l’intervista al Tg5 di Cesare Ferrari Corriere di Torino, 8 agosto 2026 La decisione del Tar . Il Tar ritiene la sanzione alta ma anche se sono state violate le regole di condotta. L’agente della polizia penitenziaria aveva parlato di “piazza di spaccio”. Vietato alle divise denunciare con termini troppo aspri le difficili condizioni delle carceri. Un agente scelto di polizia penitenziaria è stato sospeso dal servizio per avere rilasciato a una troupe del Tg5 delle dichiarazioni su alcune problematiche all’interno della casa circondariale di Torino. L’agente l’aveva paragonata a una “piazza di spaccio”, e il Tar del Piemonte ha annullato la sanzione (sei mesi di stop) solo perché eccessivamente severa: i giudici, infatti, hanno certificato la violazione dei codici di condotta e delle linee guida tale da “minare l’immagine dell’amministrazione” e “ledere il prestigio del Corpo di appartenenza”. Nel 2025 l’agente aveva reso un’intervista nella quale, dopo avere raccontato di una rissa fra detenuti, aveva paragonato il carcere a “una piazza di spaccio” per l’esistenza - disse - di un traffico di sostanze stupefacenti. Il Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) fece scattare i sei mesi di stop. La difesa, nel suo ricorso al Tar, aveva affermato, fra l’altro, che il provvedimento disciplinare fu “una palese ritorsione”, facendo presente che la norma sul whistleblowing protegge chi segnala le violazioni. I giudici sono stati di avviso diverso. L’agente infatti “ha esposto circostanze, relative all’organizzazione e al funzionamento dell’istituzione carceraria alla quale è assegnato, idonee a ledere il prestigio del Corpo di appartenenza”, e la “veridicità o meno” delle sue affermazioni non ha importanza: quando si tratta di accertare eventuali violazioni alle regole di condotta interne alla polizia penitenziaria “assume esclusivo rilievo la circostanza che le dichiarazioni siano state rese e diffuse tra il pubblico”. Ad entrare in gioco sono stati gli “obblighi di condotta” sanciti da un regolamento del 1990 e le linee guida contenute in una circolare del 2009 sul rilascio di interviste e dichiarazioni. Il Tar ha però dato ragione alla difesa dell’agente sulla severità della punizione. Sei mesi sono il massimo della sanzione prevista (il minimo è un mese) e, per questo episodio, sono “contrari al principio di proporzionalità”. Il Dap, come si ricava dalla sentenza, potrà riesaminare il caso ed esercitare nuovamente il potere disciplinare. Resta comunque il fatto che l’agente, come ammettono gli stessi giudici, rese dichiarazioni di “rilevanza pubblica”, dato l’interesse dimostrato dalla stampa sulla situazione del carcere. Bolzano. I detenuti ridanno vita all’archivio di Chiara Currò Dossi Corriere dell’Alto Adige, 8 agosto 2026 “Per noi, il lavoro qui è tempo libero. Abbiamo tirato giù i vecchi intonaci con punta e mazzetta, ripulito e stuccato i sassi delle pareti, rifatto il soffitto e ora tocca al pavimento. È venuto proprio un bel lavoro, e detto da me, che per una vita ho fatto il cubettista”. È un detenuto a spiegare cosa sta succedendo al piano interrato della casa circondariale di via Dante, dove il vecchio archivio è tornato alla luce grazie a un progetto realizzato con Left e Fse. “Per noi, il lavoro qui è tempo libero. Abbiamo la possibilità di muoverci, di stare insieme, di parlare e scherzare. E poi a me, lavorare, piace: vedere com’erano gli spazi prima e come sono diventati adesso è una soddisfazione. Abbiamo tirato giù i vecchi intonaci con punta e mazzetta, ripulito e stuccato i sassi delle pareti, rifatto il soffitto e ora tocca al pavimento. È venuto proprio un bel lavoro, e detto da me, che per una vita ho fatto il cubettista”. È un detenuto a spiegare cosa sta succedendo al piano interrato della casa circondariale di via Dante, dove il vecchio archivio è tornato alla luce grazie a un progetto realizzato con la cooperativa Left e finanziato dal Fondo sociale europeo (Fse). A farci strada, tra i soffitti a volta dei sotterranei, è il direttore, Giovangiuseppe Monti. “Quando ho preso servizio a Bolzano, nel novembre 2023, per entrare qua dentro servivano gli stivaletti in gomma. Il pavimento era nascosto da diversi centimetri d’acqua, le pareti piene di muffa. Tutta colpa delle infiltrazioni provenienti dal cortile passeggi”. L’archivio, insomma, era inagibile. Oggi è pieno zeppo di faldoni polverosi (“alcuni sono stati compromessi proprio dalle infiltrazioni”, puntualizza Monti), tra registri matricolari coi nomi di tutti i detenuti passati per queste mura (“compresi i prigionieri politici di inizio Novecento”) e i documenti relativi alla gestione amministrativa della struttura. Un tesoro che racconta oltre cent’anni di storia del carcere, dalla sua realizzazione, a fine Ottocento, ad oggi. “La cooperativa Left era interessata a fare attività di formazione in carcere - racconta Monti, ci siamo chiesti: perché non pensare a qualcosa che possa dare un valore aggiunto all’istituto?”. È così che ha preso forma un progetto che unisce formazione, rieducazione e attività di restauro murario. “Il primo passo è stato il più difficile - spiega Eleonora Sartor, capoarea trattamentale della casa circondariale -. Che sembra uno slogan, ma non lo è. Nei faldoni c’è tantissimo materiale, con dati sensibili. I documenti più recenti devono restare qui per vent’anni, altri per sessanta, dopodiché possono essere riversati all’archivio di Stato, altri finiscono al macero, previo nullaosta, altri ancora vanno conservati illimitatamente. A fissare i criteri dev’essere un’apposita commissione di scarto: ogni carcere ne ha una, ma a Bolzano era tutto fermo da anni”. La prima fase del lavoro è stata dunque burocratica: la commissione ha fissato le linee guida, poi i faldoni sono stati spostati per essere studiati, di modo da liberare una stanza alla volta e consentire ai detenuti di iniziare coi lavori di pulizia e restauro. “Da marzo - spiega Jessica Armani, rappresentante legale di Left - per due giorni a settimana, due ore al mattino e due al pomeriggio, due squadre composte da otto detenuti ciascuna si occupano del restauro delle otto stanze e dei due corridoi che ospitano l’archivio. La prima è quasi terminata”. Ad affiancarli c’è un artigiano che è anche un educatore: per ogni ora di lavoro, i detenuti ricevono un compenso di tre euro, e, dopo un certo monte ore, ottengono un attestato di qualifica professionale, spendibile all’esterno una volta finito di scontare la pena. Quaranta quelli coinvolti nei primi cinque mesi di vita del progetto, per il quale ci sono altre 20 domande in attesa. “Per me, è una soddisfazione - confessa Monti. Con questo progetto, riusciamo a valorizzare l’istituto attraverso il lavoro dei detenuti, con un’attività formativa orientata al reinserimento sociale”. Un progetto finanziato, per ora, fino al 2027, anche se gli organizzatori stimano che siano necessari altri due anni per completare il lavoro. E per arrivare al tassello finale, ossia la scansione e digitalizzazione del materiale storico Guccini, la nostra ballata del Novecento di Marina Corradi Avvenire, 8 agosto 2026 Ero semplicemente una ragazza senza alcuna certezza. Amavo Guccini perché, benché fosse molto più grande di me, ritrovavo nelle sue canzoni questo smarrimento. Il registratore a cassetta girava, era notte ormai, sulla scrivania c’erano i libri abbandonati sulle pagine che non avevo studiato. Dalle fessure delle tapparelle filtrava la luce della piazza, saliva il clangore metallico dei tram diretti verso il deposito. Non avevo ancora 18 anni ma ero già malinconica. Le giornate mi parevano fuggirmi via fra le mani. Ascoltavo i Rolling Stones e Dylan, ereditati da mio fratello, e andavo scoprendo Guccini. Mi dicevano: allora sei di sinistra (era una fissazione, a fine anni 70: dovevi essere di destra o di sinistra, o altrimenti eri un qualunquista, cioè un nulla). Io, non ero proprio niente. Ma la voce profonda di Guccini, il suo accento emiliano, mi suonavano familiari (mio padre era di Parma). E il mondo che cantava, mi pareva di averlo anche io nelle radici. Radici che affondavano nella grande pianura, generazioni di contadini e allevatori alle spalle, grandi aie piene di bambini e animali, estati torride e inverni sepolti nella nebbia. Dentro una gran nebbia in cui si può immaginare, da piccoli, un’isola che non c’è, come quella della canzone. E continuare poi magari da grandi a pensarci, a quell’isola, ogni volta che stringi in mano qualcosa che hai desiderato e subito scopri che no, nemmeno quello ti basta; che hai addosso una nostalgia e un desiderio, cui non basta niente. Ora questa mancanza la chiamerei nostalgia di Dio, ma allora non ero credente. Ero semplicemente una ragazza senza alcuna certezza. Amavo Guccini perché, benché fosse molto più grande di me, ritrovavo nelle sue canzoni questo smarrimento. O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale La mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare, diceva la Canzone per i dodici mesi. Anche a me lo scorrere del tempo affascinava e spaventava. Anche io, come Guccini in Radici, potevo starmene a guardare una grande casa dove le generazioni si erano succedute, in un silenzio quasi devoto. E quando anche noi ce ne saremo andati? Io, l’ultimo, ti chiedo se così sarà Per un altro dopo che vorrà capire E se l’altro dopo qui troverà Il solito silenzio senza fine E se l’altro dopo troverà il solito silenzio senza fine. Una domanda, cui viene opposto un impenetrabile nulla. Quante volte, da adolescente, mi è accaduto. Poi però amavo il Guccini vigoroso e popolare de La Locomotiva, che racconta di un anarchico che un giorno, preso da una furia di giustizia contro tante oppressioni, sale su una locomotiva e si dirige contro un treno “di signori” proveniente dalla direzione opposta. L’attentato fallisce, ma è un’epopea La Locomotiva, intrisa di vecchie canzoni anarchiche e passione per una apparentemente impossibile giustizia sociale. C’è il sapore in quelle note di tempi in cui non si viveva o moriva solo per sé, ma anche per gli altri, e in queste passioni si poteva giocare la vita. La canzone mi faceva venire in mente il nonno Ferdinando, anarchico a Parma negli anni Venti. Non rubò locomotive ma, credo, agli albori del fascismo e delle spedizioni punitive, rischiò parecchio. Così che La Locomotiva mi è tanto cara che l’ho insegnata ai figli bambini, e poi ai nipoti. Perché c’è un humus profondo in quelle parole. Cose ormai rare a trovarsi. E tutte le canzoni di Guccini mi sembrano, ora, una ballata del Novecento. Tessuta non da un cantautore, ma da uno schivo poeta. Delitti, paura, sicurezza e voto: il diritto alla statistica di Leonardo Becchetti Avvenire, 8 agosto 2026 La cronaca non è un campione casuale della realtà e nessun telegiornale seleziona le notizie estraendole a sorte dall’insieme degli avvenimenti accaduti durante la giornata. Vengono scelti, comprensibilmente, gli eventi più drammatici, insoliti, violenti e capaci di suscitare emozione. Il problema però è che questa selezione, ripetuta quotidianamente, tende ad essere scambiata dagli spettatori per una rappresentazione statistica della società. L’esempio più evidente è quello degli omicidi. In Italia il loro numero non sta aumentando e nel lungo periodo è crollato. Secondo le serie storiche dell’Istat, il tasso annuo era pari a circa 5,9 omicidi ogni 100.000 abitanti nel periodo 1891-1895 ed è sceso a circa 0,6 nel quinquennio 2020-2024. Nel 2024 sono stati registrati 327 omicidi, pari a 0,55 ogni 100.000 abitanti: uno dei valori più bassi nell’Unione europea. Questo non significa che il problema sia risolto. La riduzione ha riguardato soprattutto gli uomini, mentre gli omicidi di donne sono diminuiti molto meno. Il dato aggregato non deve dunque nascondere la persistenza della violenza di genere. Ma proprio questo dovrebbe essere il compito della buona informazione: tenere insieme il singolo episodio, la tendenza generale e le differenze tra gruppi. La percezione pubblica segue invece una traiettoria molto diversa. In un’indagine internazionale pubblicata nel 2026, l’80 per cento degli italiani intervistati riteneva che la criminalità fosse in aumento e il 76 per cento pensava che stessero crescendo i reati violenti. Non si può dedurre dall’andamento degli omicidi che tutti i reati siano diminuiti: frodi informatiche, truffe e alcune forme di violenza non nei confronti della persona possono seguire dinamiche differenti. Resta però evidente lo scarto tra l’andamento di uno dei reati più gravi e meglio registrati e la rappresentazione che prevale nell’opinione pubblica. Il meccanismo psicologico è noto. Tversky e Kahneman lo definirono “euristica della disponibilità”: tendiamo a giudicare frequente o probabile un evento quando riusciamo a richiamarne facilmente alla memoria degli esempi. Un omicidio raccontato per giorni, accompagnato da immagini, interviste e ricostruzioni, occupa nella memoria uno spazio enormemente superiore a quello di migliaia di giornate nelle quali nessun omicidio è avvenuto. Non si tratta soltanto di una congettura psicologica. Uno studio di Mastrorocco e Minale ha sfruttato la diffusione graduale della televisione digitale terrestre in Italia come esperimento naturale. La minore esposizione ai canali che dedicavano maggiore spazio alla cronaca criminale riduceva la preoccupazione per la criminalità, soprattutto tra gli spettatori con più di cinquant’anni. La conclusione del lavoro è che la selezione mediatica delle notizie non riflette semplicemente le paure sociali ma contribuisce a produrle. Il punto centrale è che si può dire il vero sul numeratore (lo specifico fatto di cronaca) e mentire, involontariamente, omettendo il denominatore (il totale degli omicidi in un determinato intervallo di tempo). Questa distorsione ha conseguenze politiche. Le percezioni influenzano il voto, le priorità di spesa, la domanda di sicurezza e la disponibilità ad accettare provvedimenti emergenziali. Una democrazia nella quale i cittadini valutano i problemi sulla base della disponibilità mentale degli esempi, anziché della loro incidenza effettiva, rischia di destinare risorse non ai fenomeni più rilevanti, ma a quelli più televisivi. Per questa ragione sarebbe opportuno introdurre nel servizio pubblico radiotelevisivo una clausola di contesto statistico, che potremmo definire anche “diritto al denominatore”. Dopo il racconto di un fatto di cronaca ad alta rilevanza emotiva - un omicidio, un’aggressione giovanile, un incendio, un incidente sul lavoro - dovrebbe comparire una breve scheda contenente quattro informazioni: l’ultimo tasso disponibile rispetto alla popolazione di riferimento; l’andamento degli ultimi cinque o dieci anni; la fonte e la data del dato; l’eventuale presenza di andamenti differenti per territorio, genere o fascia di età. Il messaggio potrebbe essere molto semplice: “ Quello appena raccontato è un singolo episodio. Nel 2024 in Italia sono stati registrati 327 omicidi, pari a 0,55 ogni 100.000 abitanti. Il tasso complessivo è in forte diminuzione nel lungo periodo, ma la riduzione è stata molto minore per gli omicidi di donne”. Non sarebbe una censura né un tentativo di minimizzare il dolore delle vittime. Sarebbe l’equivalente informativo dell’obbligo di indicare gli effetti collaterali di un farmaco o il costo complessivo di un finanziamento. La notizia conserverebbe tutta la sua rilevanza, ma non sarebbe lasciata priva del quadro necessario per interpretarla. Il contratto di servizio della Rai già richiede completezza, correttezza, equilibrio, verifica delle fonti e responsabilità dell’informazione. La clausola statistica non introdurrebbe quindi un principio estraneo al servizio pubblico: renderebbe operativi e misurabili obblighi già esistenti. Alla scheda quotidiana potrebbe aggiungersi un appuntamento settimanale dedicato alle grandi tendenze sociali: criminalità, salute, povertà, ambiente, lavoro, istruzione, incidenti e qualità della vita. Un telegiornale delle tendenze, nel quale si raccontino con la stessa chiarezza i fenomeni che migliorano e quelli che peggiorano. Il suo scopo non sarebbe rassicurare i cittadini, ma restituire loro la corretta scala dei problemi. La cronaca ci dice che cosa è successo oggi. La statistica ci dice se ciò che è successo oggi rappresenta la normalità, un’eccezione o l’inizio di una trasformazione. Una società informata ha bisogno di entrambe per inquadrare i problemi nella loro giusta dimensione. Un’altra maxi multa a Meta perché “danneggia la salute mentale” dei bambini di Elena Molinari Avvenire, 8 agosto 2026 Un giudice del New Mexico condanna l’azienda a versare quasi 600 milioni di dollari a un fondo per aiutare psicologicamente i più giovani. E il conto rischia di salire nei prossimi giorni. Aldilà della condanna, è il segnale di un cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti affrontano il rapporto tra adolescenti e social network. Un giudice del New Mexico ha ordinato a Meta di versare altri 567 milioni di dollari in un fondo destinato a riparare i danni alla salute mentale provocati dalle sue piattaforme ai più giovani. La cifra si aggiunge ai 375 milioni imposti a marzo da una giuria, portando il conto, solo in New Mexico, a 942 milioni. Il giudice Bryan Biedscheid ha stabilito che la società di Mark Zuckerberg che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp rappresenta un “pericolo pubblico”: pur non essendo l’unica responsabile, ha scritto, le sue piattaforme sono “un fattore significativo dell’attuale crisi di salute mentale tra i giovani”. All’origine c’è la causa intentata nel 2023 dal procuratore Raúl Torrez contro Meta, accusata di esporre i minori allo sfruttamento sessuale e di danneggiarne la salute mentale con software che creano dipendenza. A marzo una giuria di Santa Fe aveva stabilito che l’azienda aveva “consapevolmente” fatto male a migliaia di ragazzi e nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento sessuale sulle sue piattaforme, violando la legge statale sulle pratiche commerciali sleali. Gli algoritmi indirizzavano infatti gli adulti verso i contenuti degli adolescenti, mentre la società occultava le proprie ricerche interne sui rischi di queste pratiche. “Questa causa ha sempre riguardato la protezione dei bambini - ha commentato Torrez -. È una vittoria per ogni genitore che si è preoccupato di che cosa i social stiano facendo ai figli”. Meta ha annunciato ricorso. “Lavoriamo duramente per tenere le persone al sicuro”, ha replicato. La sentenza non si ferma dunque al denaro, di cui tre quarti (420 milioni) andranno alle cure per la salute mentale, il resto a prevenzione e screening in cinque anni. Il tribunale impone infatti a Meta di modificare i prodotti rivolti agli under 18 residenti nello Stato: dovrà nascondere per default il conteggio dei “like”, limitare l’uso combinato di Facebook e Instagram a 90 ore al mese (circa tre al giorno) e sospendere le notifiche notturne e durante l’orario scolastico. Dovrà inoltre tenere i minori di 13 anni fuori dalle sue app, affinare gli strumenti di stima dell’età con l’intelligenza artificiale, cancellare i dati raccolti sugli under 13 e riferire ogni sei mesi sui progressi fatti. Non tutto sarà fattibile, però. Il giudice ha riconosciuto che la legge federale sulla privacy dei minori gli impedisce di imporre verifiche dell’età che raccolgano dati dei bambini. Il caso segna comunque il riconoscimento degli sforzi di centinaia di genitori che per anni hanno denunciato gli effetti di app che spingono all’autolesionismo o ai disturbi alimentari e avvicinano gli adulti ai profili dei ragazzini. La svolta era stata innescata nel 2021 dalle rivelazioni della ex dipendente Frances Haugen che mostrò come Meta fosse consapevole dei danni di Instagram sulle adolescenti. La causa del New Mexico era poi scaturita da un’inchiesta del quotidiano The Guardian che aveva svelato come Facebook e Instagram fossero diventati mercati per la tratta sessuale di minori. Oltre quaranta procuratori statali avevano subito citato in giudizio l’azienda, con il risultato che oggi Meta affronta migliaia di cause negli Stati Uniti, da parte di Stati, distretti scolastici e famiglie. Il conto dunque rischia di esplodere. In un processo che si apre la prossima settimana, California, Colorado, Kentucky e New Jersey chiedono penali potenziali per 1.400 miliardi di dollari, quasi quanto l’intero valore di Borsa dell’azienda. Altri procedimenti sono in corso in Tennessee e a Oakland. Anche l’Unione Europea, a luglio, ha ordinato a Meta di rendere le piattaforme “meno assuefacenti”. Però ora al colosso che nel 2025 ha realizzato circa 60 miliardi di profitti le multe non hanno fatto davvero male, anche se a oggi restano l’unico strumento per mettergli un freno. Le leggi federali infatti sono vecchie e limitate e su tutte incombe la celebre “Sezione 230”, che scherma le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. La vera partita, allora, è un’altra: il Congresso non ha mai fissato limiti forti ai giganti dei social. Il Kids Online Safety Act, approvato dal Senato nel 2024, si è arenato alla Camera, e diverse leggi statali sulla verifica dell’età sono state bloccate in nome della libertà d’espressione. Nel vuoto legislativo, sono ora i giudici e i procuratori degli Stati a cercare di stabilire delle regole, causa dopo causa. “L’America non approverà una legge che vieta i social - riassume il procuratore Torrez -. Ma se aziende come Meta sanno di causare danni con il modo in cui progettano i prodotti, gli Stati stanno finalmente trovando la strada per dire basta”. Una strada opposta a quella scelta dall’Europa, che punta a un’età minima armonizzata (il Parlamento europeo ha indicato i 16 anni) e a strumenti comuni di verifica dell’età. Migranti. Caso Lucano, crolla il processo della Corte dei Conti di Simona Musco Il Dubbio, 8 agosto 2026 Il maxi risarcimento non poteva essere chiesto. Dopo l’archiviazione penale arriva il proscioglimento davanti alla Corte dei Conti: cade anche l’impianto che aveva coinvolto Lucano e decine di amministratori calabresi. L’azione era già prescritta da anni e non c’è prova di accordi illeciti e tentativi di occultamento. La Procura di Catanzaro aveva chiesto e ottenuto dal gip l’archiviazione, escludendo reati. La Corte dei Conti della Calabria, invece, aveva presentato un conto da oltre 5 milioni di euro, con ben 780 mila euro attribuiti al solo Mimmo Lucano, sindaco di Riace, chiamato a rispondere del presunto danno insieme ad altri amministratori locali. Ma l’ultimo capitolo della lunga vicenda giudiziaria sull’accoglienza si è chiuso con un totale ribaltamento: l’azione erariale è stata dichiarata prescritta e nel merito è stata smontata la tesi dell’occultamento doloso e dell’accordo illecito. Che non c’era, come già sancito dalla giustizia penale. Non è stata trovata nessuna prova di una “intesa truffaldina” con il funzionario regionale considerato l’ideatore del presunto sistema. Cosa evidenziata perfino nella sentenza di condanna. Oggetto del contendere, le supposte irregolarità contabili legate alla gestione dell’Emergenza Nord Africa negli anni 2011 e 2012 in Calabria, che in primo grado avevano condotto a pesanti condanne risarcitorie. Al centro della vicenda Salvatore Mazzeo, ai tempi dirigente della Protezione civile della Regione Calabria, delegato alla gestione dell’emergenza profughi. Insieme a lui, diversi sindaci e assessori di comuni come Acquaformosa, Caulonia e, appunto, Riace. Il procedimento contabile traeva origine da un’inchiesta della procura di Catanzaro avviata nel 2017, che partendo da Amantea aveva portato la Guardia di Finanza a scandagliare i conti dell’intera gestione delle convenzioni stipulate durante lo stato di emergenza. Di reati, però, nessuna traccia, da qui la richiesta di archiviazione in sede penale. La magistratura contabile ha invece attivato il secondo binario, contestando una serie di irregolarità nell’affidamento e nell’esecuzione dei servizi: dall’assenza delle previste ricerche di mercato al riconoscimento di corrispettivi ritenuti maggiorati, fino all’erogazione di compensi per posti letto mai occupati. Da qui la citazione in giudizio di tutti i soggetti coinvolti, notificata nell’ottobre 2021, con la richiesta di risarcimento di oltre 5 milioni di euro in favore della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La sentenza di primo grado della Sezione Territoriale aveva ritenuto Lucano e gli altri parte del cosiddetto “sistema Mazzeo”, pur dovendo prendere atto che le indagini penali avessero smentito qualsiasi “intesa truffaldina”. I giudici contabili avevano comunque attribuito agli amministratori la responsabilità per danno erariale. “L’emergenza migranti in Calabria - si leggeva in quella sentenza - era stata oggetto di un accordo illecito tra Mazzeo e i rappresentanti dei soggetti privati o pubblici che - senza effettuare una gara anche informale e senza avere i requisiti a garantire le prestazioni stabilite nei provvedimenti emergenziali - avevano ottenuto l’affidamento del servizio di assistenza ed avevano percepito compensi e remunerazioni non dovuti ed esorbitanti rispetto ai servizi offerti e alle condizioni previste nei diversi provvedimenti emanati per regolamentare la materia”. In questo “sistema”, Lucano, “anche se non c’è prova di una intesa truffaldina”, nella qualità di sindaco “ha fatto parte di questa condotta illecita” in quanto il paese della Locride era il simbolo dell’accoglienza e dell’integrazione. Insomma, una sorta di “colpa morale”, del tutto inammissibile sul piano del diritto. La decisione di secondo grado, tuttavia, spazza via l’impianto d’accusa. Nel merito, come evidenziato dalle difese, era stata la stessa Corte dei Conti a livello centrale a riconoscere e giustificare i maggiori costi connessi ai flussi straordinari. La relazione della Sezione Centrale di Controllo sulla gestione dei fondi d’accoglienza rileva infatti che “lo stanziamento 2017 è notevolmente cresciuto in ragione del consistente aumento di presenze registrato nel Paese e del conseguente incremento degli oneri a carico dei comuni e degli altri enti locali”. Come fatto notare negli atti d’appello dai legali di Lucano, gli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Saitta, la Sezione Centrale ha preso atto, senza muovere alcun rilievo, di rimborsi ordinari fino a 45 euro pro-capite/pro-die (e perfino superiori per le categorie protette), a dimostrazione che il compenso di 46 euro applicato nell’Emergenza Nord-Africa a Riace fosse perfettamente in linea con i costi di mercato nazionali legati al contesto emergenziale. Dagli atti emerge con evidenza la contraddittorietà della condanna iniziale: se il corrispettivo di 46 euro al giorno dovesse costituire un danno erariale per il solo fatto di aver toccato il tetto previsto dall’ordinanza del presidente del Consiglio dei ministri n. 3948/2011, la procura avrebbe dovuto contestare il danno contabile a qualsiasi ente locale o progetto di accoglienza d’Italia attivo durante l’Emergenza Nord-Africa. L’aver perseguito in via del tutto isolata le amministrazioni calabresi, e Riace in particolare, ha rivelato l’infondatezza di una contestazione che ha inteso trattare in modo disuguale situazioni del tutto identiche a livello nazionale. “In definitiva - osservano i due legali - i convenuti hanno fissato un prezzo normativamente previsto, senza “sforarlo”, sicché - in assenza di criteri idonei alla determinazione di un corrispettivo di minore importo e della previsione di oneri motivazionali o della necessità di autorizzazioni preventive - non si comprende in cosa consista l’illiceità della condotta dedotta nella sentenza appellata”. I legali hanno inoltre aggiunto che confrontare la tariffa della gestione emergenziale di Riace con quella di regimi ordinari privi di afflusso straordinario (come lo Sprar a 35 euro) rappresenta un evidente travisamento dei fatti. Ma al netto del merito, la pretesa sanzionatoria non poteva nemmeno proseguire per intervenuta prescrizione dell’azione contabile: in primo grado si era tentato di superare lo scoglio del quinquennio sostenendo che la Presidenza del Consiglio si trovasse nell’impossibilità obiettiva di conoscere le presunte irregolarità e ipotizzando un occultamento doloso. In appello questa ricostruzione è caduta radicalmente. I fatti risalivano al biennio 2011-2012 ed erano stati già ampiamente esteriorizzati ed esaminati dalla Sezione di Controllo della Corte dei Conti della Calabria nelle deliberazioni nn. 119, 120, 141 e 144 del 2012. Richiamando il chiaro orientamento espresso dalla Sezione Centrale d’Appello (sentenza n. 104/2024), la conoscibilità obiettiva delle condotte sussisteva già dal 2012. Poiché le prime notifiche degli inviti a dedurre da parte della procura regionale sono arrivate soltanto nel 2021, ben oltre il limite quinquennale maturato nel 2017, la pretesa creditoria si è irrimediabilmente sgretolata, mettendo la parola fine alla vicenda.