Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti Ristretti Orizzonti, 7 agosto 2026 Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti siedono tante persone detenute e tanti volontari, e ogni giorno affrontano discussioni profonde sul senso della pena, sulla qualità della vita detentiva, sulla propria responsabilità. Non c’è voglia di cercare giustificazioni, ma di raccontarsi, dare valore alle parole, “disarmarsi” per primi, senza aspettare che siano gli altri a farlo, perché in un mondo particolarmente violento come quello del carcere, vale la pena avere il coraggio di cercare di rinunciare a qualsiasi forma di aggressività, anche a costo di apparire deboli e scoperti. A Ristretti Orizzonti abbiamo finalmente deciso che il punto di vista delle persone detenute deve trovare più spazio, non solo nel giornale cartaceo, che è già ricco di loro contributi, ma anche e soprattutto nella nostra NewsLetter quotidiana. È bello pensare che i nostri lettori potranno leggere più di frequente le nostre “firme”, gli articoli di quelle persone detenute che sanno narrare il carcere andando in profondità e non fermandosi ai luoghi comuni. Quei luoghi comuni che non ci piacciono perché semplificano e banalizzano una realtà che è invece complicata: quella del male provocato dai reati, un male che bisogna conoscere a fondo per non restarne affascinati e per vederne tutte le miserie, il dolore e le illusioni che porta con sé. Da oggi ogni settimana potrete leggere nella nostra NewsLetter le riflessioni dei redattori di Ristretti Orizzonti. Le carceri in mano ai mafiosi? I nostri ragionevoli dubbi di Salvatore Fani, Ristretti Orizzonti Nei giorni scorsi è stato lanciato un allarme da parte del Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, che afferma che le carceri sono in mano ai mafiosi. Io sono un detenuto e ho una mia idea che poi spiegherò, ma prima vorrei capire che valore danno alla parola “mafia” l’Antimafia, lo Stato e anche i cittadini. Questo dibattito in atto mi manda in confusione, vorrei davvero capire. Io vengo da Napoli, da un quartiere disagiato, dove per anni ha regnato il crimine organizzato. Per tanti motivi, uno è l’assenza dello Stato, la camorra ha avuto terreno fertile. Oggi sono detenuto e il carcere per certi versi è uguale ai quartieri del sud Italia. Mi viene da pensare però che se le varie mafie hanno puntato ad avere un dominio sul carcere, che di questi tempi è soprattutto un posto di poveri, tossicodipendenti e depressi, lo Stato dovrebbe brindare se la mafia è diventata questa. Un altro aspetto che viene fuori è che le carceri, gestite dallo Stato, sono comunque un fallimento, ma soprattutto, cosa ancora più grave è dire che non sono più sotto il controllo dello Stato stesso come dovrebbero essere. Io personalmente non credo che le carceri siano in mano a Cosa Nostra, ma vorrei spiegare un po’ la situazione carceraria. Non amo i numeri e non mi piace dare informazioni troppo tecniche, ma sono necessarie per capire come si vive all’interno delle carceri e come in un certo senso tutti quanti hanno fallito. Da inizio legislatura, sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e altri 65 inasprimenti delle pene. Dai dati del Ministero della Giustizia si contano 64.645 detenuti, i posti regolamentati sono 51.183; 4941 di questi posti sono inagibili per lavori. A questo punto i posti disponibili diventano 46.242, con il sovraffollamento al 139,8%; numeri che dovrebbero far vergognare tutti. Il Procuratore Gratteri dice che le carceri sono comandate dalle mafie (Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita…). Lui però ha una visione più “allargata” del suo collega De Lucia, il quale si limita prevalentemente alle carceri siciliane, Dello stesso pensiero di Gratteri è Del Mastro, secondo il quale i mafiosi circolano liberamente all’interno delle carceri. Con una circolare del febbraio 2025, con la motivazione di evitare una supremazia criminale, è praticamente stata cancellata quasi ogni libertà di movimento all’interno dei circuiti già isolati dell’Alta Sicurezza. Questo ha annientato anni di lavoro e progetti di reinserimento rieducativo rivolti agli ex boss mafiosi. Ho sentito che questa discussione sull’Alta Sicurezza interessa un po' a tutti, politica compresa: il centrosinistra difende De Lucia attaccando Nordio, mentre il Governo di centrodestra se la prende soprattutto con la magistratura, senza prendere atto del proprio fallimento rispetto alle politiche carcerarie. Nessuno sembra prendere in considerazione concretamente progetti per risolvere il problema del sovraffollamento che siano efficaci e non pura propaganda. Io sono un detenuto, conosco a fondo la realtà del carcere e non credo certo che le carceri siano in qualche modo in mano al crimine organizzato, ma piuttosto vergognosamente gestite da uno Stato che spesso non rispetta le regole, comportandosi come fanno i delinquenti. Io non ho avuto la possibilità da piccolo di studiare, ma non capisco come fanno tutte queste persone ad avere questi ruoli importanti e non sapere nemmeno chi è che comanda a casa loro. Tutte queste persone “studiate”, come mai non riescono a risolvere i problemi delle carceri? L’inasprimento delle pene mi ha insegnato qualcosa. Il mio pensiero va sempre al rischio di altre chiusure, di più repressione per i carcerati, usando come scusa il fatto di combattere la vecchia, e a mio parere inesistente, mafia degli anni 80. In realtà, nessuno delle Istituzioni sembra aver voglia di sedersi attorno ad un tavolo per provare a risolvere i veri problemi che attanagliano le carceri, cercando di entrare nell’ottica che anche in carcere siamo in un’epoca nuova con generazioni di giovanissimi detenuti, e sforzandosi di non reprimere le nostre sempre più inutili vite carcerarie. Io ho un vissuto in un quartiere disastrato, dove cerchi comunque di prendere sempre il positivo anche da una brutta esperienza, ma in questa vicenda mi viene in mente un pensiero cattivo, ovvero che per fare repressione sul carcere ci vuole un nemico, e se non c’è, qualcuno può pensare di inventarlo. Io non dico che questa vicenda è tutta una farsa per fare sempre più chiusure, anche perché io non ho studiato e non ho le competenze per capire lo scopo di questa discussione sulle mafie che governerebbero le carceri, ma non capisco se questa è un’accusa basata su elementi concreti o una mancanza di assunzione di responsabilità da parte di chi le carceri dovrebbe gestirle democraticamente e non sa farlo. Quindi, se le conseguenze di questa cattiva gestione ricadranno sui detenuti allora il mio pensiero cattivo sarà giusto, ma se chi gestisce le carceri si metterà d’accordo e farà qualcosa per risolvere il sovraffollamento carcerario migliorando le nostre condizioni di vita come qualsiasi Stato onesto e civile farebbe, vi faccio le mie scuse. Il circolo vizioso nell’inferno carceri di Chiara Saraceno La Stampa, 7 agosto 2026 Durissimo il giudizio di Antigone nel Rapporto sulle carceri di metà anno: irrigidimento dei regimi penitenziari, aumento del numero di persone sottoposte a sorveglianza particolare, abuso nell’uso dell’isolamento, scoraggiamento “irrimediabile” della collaborazione con la comunità territoriale, reinterpretazione della vita in carcere come vita in cella, trasformazione degli agenti di Polizia penitenziaria in custodi che devono aprire e chiudere le stanze, militarizzazione della vita interna, progressiva erosione del potere dei direttori di carcere. Si è “chiuso il carcere al mondo esterno e chiuso i detenuti in celle (spesso affollatissime, malmesse e a volte putride) senza speranza di uscita”. Il tasso di affollamento medio è del 139,1%. Ma vi sono 73 istituti penitenziari in cui il tasso di affollamento è pari o superiore al 150%, 8 quelli in cui ha superato il 200%. Solo in 48 istituti su 102 visitati da Antigone quest’anno era garantita una superficie calpestabile di almeno 3 mq per persona. Vi sono celle senza riscaldamento, o senza acqua calda, celle in cui il wc è nello stesso ambiente in cui si cucina. In molte carceri mancano, o sono gravemente inadeguati, spazi comuni per la socialità, per il lavoro, non è possibile fare attività sportive. I regolamenti carcerari, nonostante le norme scritte che dovrebbero essere uniformi, sembrano regolati dall’arbitrio, che si tratti di ciò che si può tenere in cella o della procedura da seguire per le visite. Carcere che vai, norme di fatto che trovi. È forse l’unico potere discrezionale lasciato ai direttori di carcere, avendogli tolto, o ridotto, quello sostanziale di costruire occasioni di integrazione e alleanze con la comunità circostanza. Solo il 9,8% dei detenuti era coinvolto in corsi di formazione professionale, mentre il 27,7% frequentava corsi scolastici. La popolazione detenuta adulta continua a crescere non perché siano di molto aumentati i nuovi ingressi, quanto perché è aumentata la durata delle pene. Ciò dipende da diversi fattori: un irrigidimento delle stesse con i vari decreti sicurezza, la diminuzione, netta nel 2025, delle misure alternative come l’Affidamento in prova ai servizi sociali e la detenzione domiciliare. Ha un ruolo anche il circolo vizioso creato dalle condizioni incivili e disumane, dalla mancanza o insufficienza di attività educative, sportive, culturali, lavorative, che provoca reazioni che possono facilmente portare ad un aggravamento della pena. Mentre crea le proprie occasioni di reato, il carcere, visto l’approccio pressoché esclusivamente punitivo ben al di là del restringimento della libertà, riproduce anche sistematicamente la propria popolazione: il 59,2% dei detenuti non è alla prima esperienza di detenzione e il 13,3% ha esperienze carcerarie plurime. Ciò significa anche che chi, per lo più giovane, entra in carcere per la prima volta si trova a convivere con una maggioranza di persone “esperte” che, in mancanza di attività, rapporti, alternative, rischiano di costituire l’unico riferimento significativo. Particolarmente drammatica è la situazione delle carceri minorili, dove il numero dei detenuti è aumentato a seguito del decreto Caivano, che, oltre ad aumentare i reati, ha anche ridotto le attività con l’esterno e le possibilità di ricorrere all’istituto della messa alla prova, avviando una progressiva assimilazione della giustizia minorile a quella adulta in versione esclusivamente punitiva. Con buna pace delle finalità di rieducazione e prevenzione delle recidive e nessun miglioramento della sicurezza tanto evocata per legittimare questo nuovo approccio. Con il caldo estremo l’estate nelle carceri si trasforma in una pena nella pena di Annalisa Corrado* Il Dubbio, 7 agosto 2026 I cambiamenti climatici sono una crisi che rende tutte le nostre mancanze più visibili. Parafrasando una celebre metafora, la crisi climatica non solo aggroviglia i problemi, rendendo i nodi sempre più fitti e difficili da sciogliere, ma è anche il pettine che li porta allo scoperto. Di fronte ai suoi effetti, ogni nostra mancanza si aggrava e diventa ineludibile. Fra queste mancanze c’è la condizione in cui si trovano le nostre carceri e le persone detenute. Chiunque abbia visitato un carcere non può non preoccuparsi per la qualità della loro vita, soprattutto in questi giorni di temperature estreme. Il caldo che soffoca le nostre città ci fa riflettere sulle disparità sociali: fra chi ha una casa moderna e chi no, fra chi dispone di risorse economiche e chi soffre la povertà energetica. E poi c’è chi non può neanche cambiare stanza, come i detenuti. Come ho avuto modo di ripetere nell’Aula del Parlamento europeo, la crisi del nostro sistema detentivo non nasce oggi: il sovraffollamento estremo è un’ingiustizia in ogni stagione, oltre a un clamoroso errore politico, che rende il carcere un luogo in cui si crea rancore, si rinuncia alla rieducazione delle persone e si crea ulteriore criminalità. Ma quando gli spazi chiusi diventano ancora più inospitali, i dati che ci vengono comunicati, 64.000 persone detenute per 46.000 posti disponibili, diventano ancora più gravi. Le celle roventi acuiscono le difficoltà che i detenuti vivono ogni giorno. Non solo la presenza di molte persone in uno spazio stretto, ma anche problemi apparentemente piccoli, come l’impossibilità di tenere al fresco una bottiglia d’acqua in una cella priva di frigorifero. Persino le ore d’aria si trasformano in un disagio quando vengono concesse nelle ore più calde del giorno. A ciò si aggiunge il tema della salute mentale. Come rileva una ricerca pubblicata da Nature Health, le ondate di calore determinano un aumento significativo dei ricoveri per motivi mentali, anche fra le persone libere. Immaginate quanto questo effetto possa moltiplicarsi quando le conseguenze del caldo si abbattono su ambienti già inospitali come le carceri, dove il 12% dei detenuti, secondo il Rapporto Antigone del 2024, ha una diagnosi psichiatrica grave e un quinto fa uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Le risposte più ragionevoli le hanno suggerite i Garanti: non far svolgere l’ora d’aria nelle ore più calde, garantire controlli sanitari effettivi, ripensare l’organizzazione delle giornate durante le ondate di calore e assicurare dotazioni minime alle persone detenute, a prescindere dal loro potere d’acquisto. Sono misure semplici, che qualsiasi amministrazione potrebbe già adottare, soprattutto considerando che ciò che ancora oggi qualcuno considera un evento straordinario, il caldo estremo, è in realtà una nuova normalità, che richiede nuove risposte. Non si tratta di un premio, ma di un modo per far sì che la pena scontata e stabilita dalla legge non si trasformi in un’ingiustizia consumata nell’indifferenza istituzionale Ovviamente non è una risposta risolutiva. Come la lotta ai cambiamenti climatici non può limitarsi ad adattamenti, ma necessita di azioni che affrontino il problema alla radice, allo stesso modo la risposta all’invivibilità delle carceri in estate richiede interventi più profondi. Ma, finché non agiremo su questo, anche le più elementari misure di adattamento a queste temperature rappresenterebbero una boccata d’aria fresca in un’estate soffocante. *Eurodeputata, responsabile ambiente del Partito democratico “Un’emergenza da risolvere”. Pd e Fi d’accordo sul carcere. Aperta un’indagine conoscitiva di Lorenzo Ottanelli La Nazione, 7 agosto 2026 La richiesta dei deputati Pd Furfaro e Di Sanzio. Fossi: “Si garantisca il rispetto costituzionale”. A settembre l’ispezione di Forza Italia con Marco Stella e gli onorevoli Bergamini e Costa. Ci risiamo, come un mantra che si ripete troppo spesso. Ed è un altro morto all’interno della Dogaia, questa volta per omicidio preterintenzionale, almeno a quanto si apprende dall’avvio delle indagini. E tornano ciclici anche i commenti e gli interventi di ogni parte politica. Serviranno a dare soluzioni concrete per la casa circondariale? O sarà l’ennesima pagina di commento prima che scada tutto di nuovo nell’oblio? Intanto, a livello parlamentare gli iter si muovono. La prima a commentare la notizia, ieri mattina, è stata la deputata di Forza Italia Erica Mazzetti, che ha parlato di “emergenza strutturale” del carcere di Prato, “da risolvere una volta per tutte”. Una situazione che il partito segue “con attenzione e con continuità”. E promette: “a settembre verrà in ispezione una delegazione con il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, con il vicesegretario nazionale Deborah Bergamini, con il capogruppo alla Camera Enrico Costa e il coordinatore regionale Marco Stella”. Ed è proprio Forza Italia a chiedere all’Ufficio di presidenza della Commissione Giustizia alla Camera l’avvio di procedura per l’Indagine conoscitiva sullo stato delle carceri come chiesto dalla vicesegretaria di Fi Deborah Bergamini questa mattina dopo la notizia dell’omicidio di Prato. In una nota Bergamini sottolinea: “L’omicidio di Prato conferma la drammatica centralità di un tema che Forza Italia considera prioritario: le condizioni di sovraffollamento e tensione negli studi penitenziari sono ormai insostenibili”. La necessità di un’indagine conoscitiva diventa fondamentale per “individuare risposte concrete” su “nuovi spazi, personale adeguato, percorsi di reinserimento efficaci”. Di ieri mattina è anche l’intervento del segretario regionale del Partito Democratico, Emiliano Fossi, che identifica il fatto come “di una gravità inaudita”. Ed è proprio Fossi a spiegare che quella di Prato è “una situazione ormai fuori controllo, l’omicidio di un detenuto all’interno di una struttura penitenziaria rappresenta una sconfitta dello Stato e dimostra quanto sia urgente intervenire”. La stoccata è per l’esecutivo: “Il governo non può più limitarsi a rincorrere le emergenze. Servono investimenti, più personale, interventi per riportare legalità e garantire condizioni di detenzione conformi ai principi costituzionali”. Una posizione simile a quella di Forza Italia, per quanto concerne le richieste, ma non per le responsabilità. Fossi continua: “Il Pd continuerà a chiedere che il sistema penitenziario torni a essere una priorità nazionale. Quanto accaduto a Prato è un segnale drammatico che non può più essere ignorato”. E conclude esprimendo “cordoglio e vicinanza ai familiari della vittima. Ogni persona affidata alla custodia dello Stato ha diritto alla tutela della vita e della dignità”. Dello stesso avviso sono anche i compagni di partito Marco Furfaro e Christian Di Sanzio, che chiedono l’intervento del ministro: “Nordio venga a Prato, riferisca in Parlamento e presenti un piano straordinario per la Dogaia”. È la richiesta dei due deputati, che chiedono anche “meno sovraffollamento, più personale, assistenza sanitaria e sicurezza. La pena non può trasformarsi in abbandono, violenza o morte”, spiegano mettendo il punto sul fatto che “da anni denunciamo la carenza di agenti, medici e personale amministrativo, le condizioni insostenibili per chi è detenuto e per chi lavora alla Dogaia. Abbiamo presentato interrogazioni, atti parlamentari e chiesto risorse. Il Governo ha risposto con promesse disattese”. A intervenire è anche l’assessora regionale all’Istruzione, all’Accoglienza e immigrazione, Alessandra Nardini che ha visitato il carcere nel mese di luglio con una delegazione: “Il clima alla Dogaia è reso esplosivo dal sovraffollamento che, col trasferimento di detenuti da Sollicciano, ha raggiunto numeri inaccettabili, un tasso del 160%”. Per lei “è il carcere toscano con più tensione al suo interno. Continuiamo a chiedere al Governo di prendere in mano la situazione, ci dica come intende risolvere la questione”. La consigliera regionale del Pd Marta Logli sottolinea: “Chi si trova sotto la custodia dello Stato deve aver garantita la propria incolumità e la propria dignità”. È, infine, il gruppo consiliare in Comune del Partito Democratico a concludere: “La morte di un detenuto mette in luce il grave quadro di criticità in cui versa la Dogaia. Una situazione che richiede risposte dal Governo”. Insomma, sui temi sono tutti concordi. Sulle responsabilità no. Riusciranno a prevalere i primi sui secondi stavolta? Carceri, al via l’indagine conoscitiva di Forza Italia, Bartolozzi: “Populismo” di Davide Varì Il Dubbio, 7 agosto 2026 “Questa mattina (ieri, ndr), su richiesta di Forza Italia, l’Ufficio di presidenza della Commissione Giustizia ha deliberato l’avvio della procedura per l’indagine conoscitiva sullo stato delle carceri. La proposta ha l’obiettivo di acquisire dati certi sul sistema carcerario italiano: dal sovraffollamento, che a giugno 2026 ha raggiunto, secondo i dati del Dap, un tasso del 139,5 per cento, allo stato di avanzamento del programma di edilizia carceraria; dalle modalità di espiazione della pena al fenomeno dei suicidi; infine, alle condizioni di lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria e di quanti operano nelle carceri. Abbiamo chiesto l’indagine per accendere i riflettori su un tema che attiene al rispetto dei diritti costituzionali, sul quale troppo spesso ci sono state strumentalizzazioni o sterili annunci”. Ad annunciarlo in una nota i deputati di Forza Italia in Commissione Giustizia alla Camera Enrico Costa, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis. “Il sovraffollamento - spiegano i proponenti - incide negativamente sulle modalità di espiazione della pena, che rischiano di confliggere con l’articolo 27 della Costituzione e con le direttive stabilite dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o dei trattamenti inumani o degradanti, esponendo il nostro Paese a procedure di infrazione Ue. Tali condizioni critiche alimentano il fenomeno dei suicidi e dei tentati suicidi da parte delle persone detenute e si ripercuotono sul lavoro e sullo stato di salute di chi opera nelle carceri, a cominciare dagli agenti della Polizia penitenziaria. Le condizioni di sotto organico degli agenti li espongono a situazioni critiche e pericolose: dalle aggressioni subìte allo scenario, emerso in alcune inchieste, nel quale esponenti della criminalità organized continuano a operare dall’interno delle carceri; fino alla diffusione di sostanze stupefacenti”, concludono. A replicare via social ai deputati di maggioranza è stata, in modo singolare, Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministero della Giustizia, criticando apertamente l’iniziativa degli azzurri: “Non si può fare populismo su questi temi attivando indagini conoscitive. Il ministero ha tutti i dati reali e l’onorevole Calderone poteva accertarsene. Altra cosa è cercare, insieme, di individuare le giuste misure”, ha affermato commentando sul suo profilo Facebook il post dell’azzurro sul punto. Bartolozzi ha poi rivendicato l’operato del governo Meloni, ricordando che Via Arenula ha già varato un piano strategico articolato su quattro pilastri: copertura delle piante organiche, riorganizzazione amministrativa, miglioramento infrastrutturale e reinserimento sociale. L’ex capo di gabinetto ha richiamato gli investimenti messi in campo, tra cui i fondi per l’assistenza psicologica e i mediatori (portati a 14,9 milioni), le risorse per l’accesso alle misure alternative (7 milioni), i finanziamenti per i detenuti tossicodipendenti (5 milioni) e i 270 milioni di fondi Ue destinati all’inclusione socio-lavorativa. “Non sarà mai abbastanza - ha concluso -ma questo governo ha certamente fatto moltissimo”. Si riaccende lo scontro tra Forza Italia e Carlo Nordio sulla giustizia di Giovanni Lamberti Il Foglio, 7 agosto 2026 L’indagine conoscitiva sulle carceri richiesta dal partito di Tajani è stata avviata, ma accompagnata da uno scambio polemico tra il deputato azzurro Calderone e Giusi Bartolozzi, ex capo segretaria del ministro della giustizia. Due mesi fa era arrivato il primo avvertimento: una lettera inviata con le firme dei capigruppo Stefania Craxi e Enrico Costa al Guardasigilli Carlo Nordio per far sì che tutelasse quell’altissima percentuale che al referendum sulla riforma dell’ordinamento giudiziario ha chiesto un cambiamento. Ma il ministro di via Arenula, dopo aver fatto saltare una riunione ad hoc, non ha mai affrontato i temi posti da Forza Italia sul tavolo. Riforma della prescrizione, ddl Zanettin che obbliga il pm a chiedere il via libera del gip sul sequestro e l’utilizzo dei dati contenuti nei cellulari, risarcimenti delle vittime della malagiustizia, responsabilità dei magistrati, varie proposte sulla riforma del processo civile: è lungo il cahier de doleance del partito guidato da Antonio Tajani. Che ha deciso di inviare al responsabile della Giustizia un altro ‘messaggio’: da oggi in poi, venuto meno il coordinamento tra governo e partiti sulla materia, ci si muoverà in maniera autonoma. Attraverso gli strumenti parlamentari, ovvero proposte di legge e ordini del giorno. Intanto è di ieri l’avvio dell’iter dell’indagine conoscitiva chiesta da FI sulle carceri. Con tanto di scambio polemico tra l’azzurro Tommaso Calderone e Giusi Bartolozzi, ex capo segreteria di Nordio e ora nello staff del ministro Foti. Il primo ha sottolineato sui social la necessità di intervenire “con una tempestiva indagine che è stata deliberata alla unanimità” dall’ufficio di presidenza della Commissione. La seconda ha risposto in maniera netta: “Forse l’onorevole è passato all’opposizione e non me ne sono accorta…”, ha scritto su Facebook ricordando il piano strategico che sta mettendo in atto il ministero della Giustizia. Dipendenze: caro Ardita, se critica la legge allora dubita dei suoi colleghi di Francesco Petrelli* Il Dubbio, 7 agosto 2026 Interrogato, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, il dottor Ardita ha detto che la legge sul recupero dalle dipendenze “comporta una esposizione a rischio senza precedenti per la sicurezza dei cittadini”, in quanto “può aprire la strada a una rilevante uscita dai penitenziari di soggetti autori di reati gravi e di particolare pericolosità”. Tanto prevale l’impulso carcerocentrico, esclusivamente repressivo e retributivo, come unica risposta ai fenomeni criminali di ogni natura, che al dottor Ardita non pare vero di poter suonare quei tasti securitari che intonano da molti decenni la musica di fondo della legislazione penale di questo Paese. Una risposta che incidendo sul piano della drammatica condizione delle carceri italiane, rende necessaria una duplice riflessione. Ogni volta che il legislatore socchiude la porta di un carcere, introduce una minima garanzia a tutela di diritti sanciti dalla nostra Carta fondamentale, che elimina una sanzione iniqua o una norma ingiusta, si assiste al rito dell’allarme securitario a rime obbligate. D’altronde hanno suonato di recente le stesse note le parole del Procuratore Antimafia Melillo, quando ha affermato che a seguito della riforma delle intercettazioni del 2023 vi è stato un “obbiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata” e un “grave indebolimento degli sforzi di contrasto dei più pericolosi fenomeni criminali” (2026). Si tratta a ben vedere di formule che si ripetono nel tempo, rivendicando all’organo dell’accusa l’esercizio più ampio del proprio potere, insofferente ai limiti, ai controlli giurisdizionali e alle garanzie. Basti pensare che argomenti utilitaristici simili a quelli del vertice antimafia vennero spesi da Piero Grasso, a seguito dell’introduzione del nuovo codice accusatorio, in quanto ritenuto incapace di “individuare e punire gli autori delle più gravi violazioni della convivenza civile” (1992). A ben vedere, Simili argomenti dovrebbero trovare oggi un legislatore più convinto della propria autonomia e capace di dare una risposta nel merito, definitiva e condivisa, ai titolari di così ampi e penetranti poteri investigativi e giudiziari. Ma questo implica una nuova e solida cultura del garantismo, come radice condivisa di ogni progresso democratico. Ma in questo caso vi sarebbe da fare un’altra considerazione, non meno rilevante. Si chiede il dottor Ardita “con quali controlli e con quali garanzie” i condannati tossicodipendenti “uscirebbero dal circuito penitenziario” per essere “sottoposti a programmi di cui nessuno può avere un’idea preventiva”. Ora, si possono legittimamente avere tutti i dubbi e le riserve in ordine alla efficacia di questa legge, ma ciò che francamente stupisce è che un magistrato, da magistrato, ne colga la debolezza esclusivamente sul piano dei requisiti che la legge sottopone al vaglio dei suoi colleghi della magistratura giudicante, i quali sono chiamati a valutare pericolosità, idoneità dei programmi, controlli e garanzie di una corretta esecuzione. La sfiducia, qui, sembra paradossalmente cadere piuttosto che sui limiti della legge, sui limiti della sua applicazione da parte dei colleghi magistrati. E su questo, non il legislatore, ma la magistratura stessa, dovrebbe avere qualcosa da dire. *Presidente dell’Unione Camere Penali italiane Bignami mette al bando le visite in carcere. Giachetti: un dovere di Simona Musco Il Dubbio, 7 agosto 2026 Quella di mercoledì doveva essere “solo” la giornata del voto sulle chat di Andrea Delmastro e l’ex prestanome del clan Senese Mauro Caroccia. Si è invece trasformata, nel finale, in un durissimo scontro sul senso stesso delle prerogative parlamentari e sulla memoria di Oscar Luigi Scalfaro. A incendiare Montecitorio è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami, che prima ha evocato, ancora una volta, Paolo Borsellino, poi ha accusato le opposizioni di prendere spunto “dai mafiosi che avete incontrato al 41 bis” e infine ha attribuito all’ex Presidente della Repubblica la responsabilità di aver “liberato 300 mafiosi”. Sono state soprattutto quelle parole sui detenuti al 41 bis a far esplodere la protesta. E il paradosso non è sfuggito alla minoranza: mentre la Camera si preparava a negare alla procura di Roma l’acquisizione delle chat tra un esponente di Fratelli d’Italia e l’ex prestanome di un clan mafioso, il capogruppo del partito accusava i parlamentari di opposizione di prendere spunto “dai mafiosi che avete incontrato al 41 bis”. Per le opposizioni, Bignami ha finito così per criminalizzare una delle prerogative più antiche del mandato parlamentare: le visite ispettive negli istituti di pena, previste dall’ordinamento e utilizzate da deputati e senatori di ogni schieramento per verificare le condizioni di detenzione, anche nei reparti di alta sicurezza e del carcere duro. Una polemica che era esplosa già nel 2023 e che aveva segnato, paradossalmente, l’inizio dei guai di Delmastro, che all’epoca rivelò al coinquilino e compagno di partito Giovanni Donzelli il contenuto di una relazione della Polizia penitenziaria, arrivata a via Arenula, in cui si dava atto dei colloqui in carcere tra Alfredo Cospito e alcuni boss mafiosi. Rivelazioni per le quali Delmastro è stato condannato a 8 mesi in appello. La polemica, all’epoca, nacque proprio dalla visita di alcuni parlamentari del Pd in carcere, dove incontrarono l’anarchico Alfredo Cospito e tre esponenti della criminalità organizzata, per verificare le condizioni di detenzione. Tre anni dopo, quella polemica riaffiora, confermando una concezione della pena che poco concede all’idea costituzionale del fine rieducativo della pena. Rivolgendosi a Giuseppe Conte, il capogruppo di FdI ha chiesto se le accuse rivolte alla maggioranza sui rapporti tra Delmastro e Caroccia fossero “farina vostra o dei mafiosi che avete incontrato al 41 bis”. Una frase che ha spostato il terreno dello scontro nella fase finale del dibattito. Per l’opposizione, infatti, il messaggio è chiaro: chi entra in carcere per esercitare una funzione ispettiva finisce accomunato ai detenuti che incontra. Il primo a reagire è stato Marco Grimaldi (Avs), che ha definito “assai inquietante” l’intervento di Bignami, contestandone sia l’attacco a Scalfaro sia il riferimento alle visite in carcere. Ma è stato Roberto Giachetti (Italia Viva) a individuare quello che, a suo giudizio, rappresentava l’aspetto più grave dell’intervento. Le parole più “indegne”, ha detto, sono quelle rivolte “nei confronti di una attività che è, non solo per noi, un onore, ma un dovere svolgere, di ispezione all’interno delle carceri per verificare le condizioni dei detenuti. Molti di noi non vanno nelle carceri per incontrare un detenuto per il quale magari si deve chiedere la grazia - il riferimento è al gioielliere Mario Roggero, condannato per duplice omicidio e per il quale la Lega ha invocato l’intervento di clemenza -. Molti di noi vanno nelle carceri a incontrare i delinquenti, i mafiosi, i Cospito, gli Alemanno, tutto il mondo, perché comunque quando stanno lì stanno tutti sullo stesso livello... e io ho il dovere di andare a vedere in che condizioni vivono”. Non per solidarizzare con i detenuti, ma perché “noi andiamo a vedere tutti, dal peggiore dei mafiosi al 41 bis al disgraziato che è finito in galera e che, grazie a un errore giudiziario, si fa qualche mese di galera e poi esce fuori”. Per Giachetti, “questo è politicamente molto più indegno” delle stesse parole su Scalfaro. Sulla stessa linea Debora Serracchiani (Pd), che ha chiesto al presidente della Camera Lorenzo Fontana di intervenire: “Venga e spieghi che cosa significa visita ispettiva”. Un appello rivolto anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio, invitato a ricordare che i parlamentari “vanno, grazie alla Costituzione italiana, in visita ispettiva all’interno degli istituti penitenziari per verificarne le condizioni”. Per questo, ha concluso, “qui c’è una lesione delle nostre prerogative costituzionali”. Alla richiesta si è associata anche la deputata M5S Enrica Alifano. Poi c’è il capitolo Scalfaro. Anche qui, la ricostruzione di Bignami non regge alla prova dei fatti. Il capogruppo di Fratelli d’Italia ha sostenuto che l’allora Capo dello Stato avrebbe “liberato 300 mafiosi” dal 41 bis. In realtà, nel novembre 1993 nessun detenuto venne liberato. L’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso decise di non prorogare 336 decreti di applicazione del carcere duro in scadenza. Soltanto 18 di loro appartenevano alla mafia e per sette di loro, nel giro di poco, il provvedimento venne applicato nuovamente. E non si trattò di scarcerazioni: quei detenuti rimasero in carcere. Conso agì dando seguito a quanto stabilito da una sentenza della Corte costituzionale, la numero 349 del 28 luglio 1993, che imponeva di valutare caso per caso. Una decisione che parte della magistratura ha letto come un cedimento dello Stato, utilizzando l’argomento come base per il teorema della Trattativa Stato-Mafia (avversato dalla destra di governo e, paradossalmente, fatto proprio così da Bignami), ma sulla quale il Presidente della Repubblica non aveva alcun potere decisionale. Insomma, Scalfaro non c’entrava nulla. Le chat sono rimaste coperte. Ma, nel tentativo di difendere Delmastro, la maggioranza ha finito per aprire un altro fronte: quello dell’idea stessa di carcere. Non un luogo sul quale il Parlamento ha il dovere di vigilare, ma uno spazio da chiudere, dimenticare e sottrarre perfino allo sguardo di chi, per legge, è chiamato a controllare che lo Stato rispetti le proprie regole. Carceri al limite, la mossa dei direttori: un architetto per vigilare su strutture e sicurezza di Francesco Viviani triesteallnews.it, 7 agosto 2026 Giovanni Rempiccia, architetto e direttore della Casa circondariale di Vercelli, è stato nominato consigliere nazionale del Coordinamento della dirigenza penitenziaria della FSI-USAE. L’annuncio è contenuto in un comunicato firmato dal coordinatore nazionale Enrico Sbriglia. A Rempiccia è stato affidato il mandato di occuparsi, principalmente sul piano sindacale, delle questioni riguardanti la sicurezza dei luoghi di lavoro e la vigilanza sulle strutture penitenziarie, con l’obiettivo di supportare e orientare l’azione dei direttori degli istituti. Secondo il Coordinamento, questi ultimi continuano a operare in una situazione caratterizzata da gravi criticità strutturali e architettoniche. “È la prima volta assoluta che un sindacato della dirigenza penitenziaria affida a un architetto, che è anche direttore, un’incombenza così importante”, afferma la FSI-USAE. Il nuovo consigliere dovrà proporre al sindacato “soluzioni concrete, cantierabili e percorribili”, da portare nel confronto con l’amministrazione pubblica. Rempiccia svolge da tempo le funzioni di capo d’istituto a Vercelli, una realtà che il sindacato definisce difficile e segnata da carenze strutturali denunciate negli anni. La scelta della FSI-USAE punta quindi a mettere a disposizione del Coordinamento le sue competenze professionali, sia nella gestione penitenziaria sia in ambito architettonico. La nomina si inserisce nella più ampia richiesta avanzata dal sindacato di aprire un confronto tra il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria e le organizzazioni sindacali della dirigenza. La FSI-USAE denuncia un progressivo peggioramento delle condizioni delle carceri italiane e sostiene che molte criticità, se affrontate tempestivamente, avrebbero potuto essere risolte attraverso interventi di manutenzione ordinaria. Nel documento vengono richiamati i casi del carcere di Sollicciano, a Firenze, dove un sequestro giudiziario ha interessato sette sezioni, e della Dozza di Bologna, dove la mancanza d’acqua durante l’estate ha provocato proteste e incendi appiccati dai detenuti. Per il Coordinamento si tratta delle manifestazioni più evidenti di un sistema attraversato da inefficienze e ritardi. Il sindacato sostiene inoltre che i 187 direttori responsabili degli istituti non possano essere lasciati soli nel confronto con il ministero delle Infrastrutture, il Dap e il commissario straordinario, soprattutto perché saranno proprio loro a dover dirigere le strutture realizzate o riqualificate. La FSI-USAE formalizzerà quindi una richiesta d’incontro con il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, per conoscere lo stato reale degli interventi e il cronoprogramma delle opere e delle scadenze. Il Coordinamento chiede anche di sapere quali misure strutturali, organizzative e di rafforzamento degli organici siano previste nel prossimo triennio. Tra i temi indicati figurano la sicurezza del personale, l’aumento della capienza degli spazi destinati ai detenuti in regime di semilibertà o ammessi al lavoro esterno e la situazione degli alloggi collettivi e di servizio, descritti in diversi casi come inadeguati, malmessi o assenti. La sigla auspica infine un’interlocuzione diretta con il commissario straordinario Marco Doglio e chiede al Governo di prendere in considerazione il contributo tecnico e professionale che la dirigenza penitenziaria ritiene di poter offrire sul territorio nazionale. Fiocco (forse rosa) in carcere di Carlo Valentini Italia Oggi, 7 agosto 2026 Sono 17mila i detenuti che avrebbero diritto all’intimità. Per la prima volta un fiocco (rosa o azzurro non si sa, questione di privacy) è appeso sulla porta di un carcere, quello di Padova. Spesso si scrive, giustamente, dei gravi problemi che angustiano le carceri, dove sono stipati 64.857 detenuti pur se la capienza regolamentare ne prevedrebbe 51.221 e i posti davvero disponibili sono 46.313: da anni si attende che proceda un piano carceri che consenta una gestione corretta del problema, ma i governi passano e nulla si muove. Pur in presenza di questa complicata situazione, oggi si può sorridere poiché nasce una vita. Il merito è della Stanza dell’affettività che il carcere di Padova ha messo a disposizione (dal 6 ottobre dello scorso anno) dei reclusi. Lo spazio è arredato con un letto matrimoniale, tavolo, sedie e televisore. Si tratta di una delle prime esperienze di questo tipo. Il regolamento prevede quattro turni giornalieri di due ore ciascuno in cui i reclusi possono rimanere senza essere controllati insieme al rispettivo coniuge, convivente o persona con la quale si può comunque comprovare una relazione stabile. È assicurata l’intimità. Ne sono esclusi coloro che scontano il 41bis, chi è condannato per reati di violenza di genere. chi è stato sorpreso in carcere con sostanze stupefacenti, telefoni cellulari e oggetti atti a offendere. Dice Maria Gabriella Lusi, direttrice del carcere: “Confermo il lieto evento ma va rispettato il massimo riserbo”. Il carcere ospita 787 detenuti, il 53,6% stranieri, 200 in più di quelli previsti. L’identità del detenuto che ha potuto incontrarsi con la moglie è quindi, giustamente, tenuto riservato ma in carcere vi è stata una piccola festa quando è arrivato l’annuncio ufficiale ed è stato posto il nastro ben augurante. La nascita è prevista all’inizio del prossimo anno. Quello di Padova è considerato un carcere-modello, ma non sono mancati eventi drammatici, come il suicidio di due reclusi. Viene fatto il possibile per organizzare la frequenza dei detenuti a corsi di studio (un centinaio frequentano corsi universitari), ma pure stage di cucina, teatro, musica. Vengono facilitate le attività sportive, soprattutto calcio, con una squadra che dal 2014 disputa il campionato provinciale di Terza categoria E i risultati emergono: la recidiva non raggiunge le due cifre. Commenta Margherita Colonnello, assessore comunale al Sociale e quindi con “giurisdizione” sulle carceri: “È bellissimo pensare a questo evento. La Stanza dell’affettività è stata istituita proprio con l’obiettivo di evitare l’imbruttimento dei detenuti, facendo invece in modo che possano continuare a coltivare gli affetti che avevano fuori dal carcere”. L’istituzione di queste Stanze deriva da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha previsto linee guida da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ma in molte carceri non sono state attivate oppure lo sono a singhiozzo a causa delle carenze logistiche. Annota una delle organizzazioni di volontariato più attive nei penitenziari, Antigone: “È un diritto riconosciuto sulla carta ma ancora difficile da esercitare nella pratica per la maggior parte delle persone recluse. Le Stanze attivate sono poche, distribuite in modo disomogeneo sul territorio nazionale, e caratterizzate da regole di accesso spesso restrittive. Intere regioni, tra cui il Lazio, non presentano nessuna stanza attiva. Laddove esse sono state realizzate, la domanda appare sostenuta, a conferma che il bisogno di affettività e intimità è reale e diffuso tra la popolazione detenuta”. Secondo il ministero della Giustizia, sono quasi 17mila i detenuti potenzialmente beneficiari delle Stanze di affettività. Raccontano Ornella e Rossella Favero che insieme ai detenuti realizzano a Padova il giornale Ristretti Orizzonti: “Il futuro padre è un uomo giovane con una pena a media scadenza, un profilo per il quale la nascita di una nuova vita può costituire uno stimolo fondamentale per completare il percorso di riscatto sociale”. E aggiungono: “Un detenuto che ha usufruito del colloquio in intimità mi ha detto che due agenti donne hanno accompagnato sua moglie nella stanza. Lui, dopo l’incontro, era molto contento anche per il modo in cui si è svolto, il personale era stato molto gentile e aveva rispettato la loro privacy, non vi è stato alcun tipo di imbarazzo. La perquisizione non è stata fatta alla moglie ma a lui, all’ingresso e all’uscita. Se si vuole, lo spazio in un istituto di pena per i colloqui in intimità si trova: che sia un locale o un prefabbricato da predisporre. È una questione di volontà”. A confermare l’utilità di tutto questo è una nota dello stesso ministero della Giustizia: “L’impoverimento esistenziale connesso allo stato di detenzione ha a che fare anche con la privazione delle relazioni affettive e sessuali, una condizione di repressione emotiva e di “spersonalizzazione”. Questa circostanza, che si somma alla pena vera e propria, divenendone un’ombra inalienabile, si ripercuote negativamente sulla salute individuale del recluso e sul clima generale dell’ambiente detentivo. L’annullamento di un’esigenza umana primaria, come quella del contatto intimo, crea malessere nel singolo e conflittualità nell’ambiente di reclusione. Far uscire il detenuto dall’isolamento diviene, per il sistema carcerario, una priorità”. Nuovi passi avanti andranno quindi compiuti con una doverosa celerità. Intanto è opportuno festeggiare il primo nato (o nata) in Italia concepito (o concepita) in una Stanza dell’affettività. Un tema poco o niente discusso riguardo al carcere di Adriano Sofri Il Foglio, 7 agosto 2026 Nel ruolo di “educatori” penitenziari le donne sono in larga maggioranza, ma quelle detenute sono tra il 4 e il 5 per cento, contro il 95 e passa per cento di detenuti uomini. Ciascuno, ciascuna, può pensarci su. Oggi voglio porre un problema poco o niente discusso riguardo al carcere, e che rimanda ben più che al carcere, all’intera società e al rapporto fra i sessi - di genere, se preferite chiamarlo così. Com’è noto, il campo della dedizione al crimine e ai reati in generale è quello che registra la sproporzione più scandalosa fra uomini e donne. Le donne detenute sono tra il 4 e il 5 per cento, contro il 95 e passa per cento di detenuti uomini. (Dispute lessicali sono qui superflue, perché le galere si dividono in maschili e femminili, comprese le sezioni protette e i rarissimi reparti speciali per persone trans). Un divario tale che, come ho detto tante volte senza nessun compiacimento del paradosso, per riequilibrarlo un po’ bisogna o che gli uomini riducano drasticamente il numero dei loro delitti, o che le donne ne commettano molti di più - o le due cose insieme. Se le donne commettessero un numero maggiore di reati, e in particolare di reati gravi, quelli che portano in galera (oggi ci finiscono soprattutto per furto o droga o prostituzione) la società farebbe un passo avanti verso l’uguaglianza. Ed è degno di riflessione il fatto che la progressiva “emancipazione” femminile, la crescita relativa di donne nei diversi ruoli pubblici, non si traduca nell’aumento della criminalità femminile, la cui quota resta stabile e vuole apparire, per così dire, “fisiologica”, piuttosto che “culturale”. (Per esempio, le donne magistrate sono ormai da anni la maggioranza, più del 57 per cento, benché siano entrate in servizio solo nel 1965, e nei ruoli direttivi siano, in forte minoranza, una su quattro, ma ancora per poco, il tempo di lasciar morire di vecchiaia la tenace gerarchia ereditata; e la percentuale di donne nel ruolo di direttrici di carcere è cresciuta di molto: oggi sono 85 su 206 istituti penitenziari). Ora, nel ruolo di “educatori” penitenziari (“funzionari giuridico-pedagogici”), che prevede un organico di 1036 persone e ne conta di fatto circa 930, e di psicologi, assistenti sociali e simili, le donne sono in larga maggioranza, superiore al 70 per cento. E nel novero dei volontari nel carcere, insegnanti, animatori culturali, assistenti alle famiglie eccetera, che sono circa 15 mila persone, le donne sono una maggioranza quasi altrettanto rilevante. Una tale inversione fra la quota femminile di detenute e quella di operatrici è meritevole di attenzione; forse qualcuno, o piuttosto qualcuna, gliel’ha dedicata. Ma resta un altro dato da mettere in conto, quello sulla polizia penitenziaria, composta di circa 32 mila agenti. Fra i quali la quota di donne è tra il 10 e il 12 per cento. Analoga cioè, benché minore, alla sproporzione relativa fra detenuti e detenute. Lombardia. Un bagno ogni dodici detenuti e di giorno fuori i letti dalle celle per fare spazio di Federica Pacella Il Giorno, 7 agosto 2026 Nel 44% dei casi ci sono meno di tre metri quadrati a detenuti. Antigone: siamo tornati all’anno delle sanzioni europee. Le ore d’aria previste sono quattro, spesso programmate quando è più caldo e molti rinunciano ad uscire dalle celle. Meno di tre metri quadrati a persona è lo spazio calpestabile che rappresenta il limite minimo vitale stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ma sono pochi gli istituti penitenziari che rispettano questo limite di vita e dignità. I dati dell’Osservatorio Antigone - Lo ha accertato l’Osservatorio di Antigone che, nelle 72 visite effettuate, ha rilevato che nel 44% degli istituti (32 casi) ci sono celle in cui lo spazio minimo calpestabile è inferiore ai 3mq a testa. Fra i casi paradigmatici, ci sono tre strutture lombarde. Al Nerio Fischione di Brescia, “ci sono stanzoni in cui erano presenti 12 persone con un solo bagno. Il sovraffollamento rende carenti anche gli arredi per tenere gli oggetti personali”, si legge nel rapporto di metà anno. I casi Monza e Voghera - A Monza, “nella Sezione 6 viene rilevato che, a causa dello spazio insufficiente, i detenuti sono costretti a cucinare nei corridoi e le brande pieghevoli (terzi letti) vengono spesso posizionate direttamente nei corridoi per consentire il movimento all’interno delle celle”. A Voghera, “nei cameroni sono presenti dieci persone contemporaneamente con tre file composte da tre letti a castello e un letto singolo”. Casi emblematici, ma non isolati, anche perché la Lombardia è al quarto posto per tasso di sovraffollamento, con una percentuale del 157,9%. In ben sei istituti, i detenuti sono ormai più del doppio dei posti disponibili: tra questi, ci sono Milano San Vittore (223,6%), Lodi (209,3%) e Brescia Nerio Fischione (202,7%). “Sono numeri altissimi, da far tremare i polsi - spiega il rapporto -. Numeri che non si vedevano dal 2013, anno della condanna all’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per condizioni di detenzione inumane e degradanti. Numeri che rendono impossibile la vita in carcere, sia per chi è detenuto che per chi ci lavora. E in alcuni casi, la vita, la troncano”. Pavia, spazio ridotto - A Pavia lo spazio vitale è talmente ridotto da costringere i detenuti a spostare temporaneamente i letti all’esterno durante il giorno per recuperare lo spazio calpestabile minimo. Le temperature estive amplificano i problemi logistici preesistente; inoltre, l’applicazione del regime di custodia chiusa rappresenta un fattore di ulteriore afflizione per la popolazione detentiva. Le ore d’aria - Le ore d’aria, stabilite in 4 dall’articolo 10 dell’ordinamento penitenziario, si svolgono spesso nelle ore più calde della giornata, spingendo molti detenuti a rinunciarvi, aumentando così il tempo trascorso in spazi angusti. A peggiorare la situazione, è arrivata anche la circolare del 23 aprile del Dap, che dispone la collocazione dei ‘pozzetti frigoriferi’ esclusivamente in locali dedicati delle sezioni, escludendone il posizionamento all’interno delle camere e dei corridoi delle sezioni per ragioni di sicurezza e prevenzione di condotte illecite. Lombardia. Anche il calore aumenta il disagio: “Una pena ulteriore da scontare” di Federica Pacella Il Giorno, 7 agosto 2026 “Il caldo? Diventa una pena aggiuntiva rispetto a quella originaria”. Lo conferma Calogero Lo Presti, coordinatore regionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria, che evidenzia come le gravi carenze di personale rendano difficile gestire una situazione già estremamente difficile. “In Lombardia abbiamo 3mila detenuti in più rispetto alla capienza degli istituti penitenziari. Ci sono stati dei nuovi ingressi nel personale, ma il gap tra cHi va in quiescenza e chi è attivo è sempre negativo”. La stima del personale che servirebbe? “Mille persone in più a livello regionale, su Brescia almeno 50 tra agenti e sottufficiali”. L’esperienza quotidiana conferma ciò che viene raccontato nel rapporto di Antigone. “A Brescia, grazie alla direzione e alla generosità di terzo settore e privati, i ventilatori ci sono, ma chiaramente metterne uno in una cella con cinque, sei persone, non ha un grande effetto”. Le alte temperature esacerbano problematiche croniche del sovraffollamento e della convivenza di persone con patologie psichiatriche, che avrebbero bisogno di altri percorsi. “La nuova norma del ministro Nordio auspica che i soggetti tossicodipendenti possano andare in altre strutture, ma se non ci sono fondi assegnati sarà difficile che di qui a qualche mese si possa ridurre effettivamente la presenza nelle carceri. Quanto ai nuovi progetti, come quello del padiglione di Verziano, parliamo di iter lunghi anni, sicuramente non si risolve entro fine agosto. Un problema grosso anche per noi, che dobbiamo gestire situazioni cruente, con una carenza di personale endemica che, in estate, viene incrementata dalle legittime ferie”. Per Antonella Vinciguerra, osservatrice di Antigone, il rapporto descrive un quadro impietoso, per detenuti e per chi lavora in carcere. “C’è una questione Lombardia, visto che tre dei sei carceri con record di sovraffollamento sono lì e sono tutte case circondariali, che risentono dei continui ingressi derivanti dall’inflazione di reati. Sono persone che costituiscono lo zoccolo di disperazione, con problemi psichiatrici, uso di sostanze, per i quali è faticosa anche la fuoriuscita, visto che non hanno rete fuori dal carcere”. Prato. Litiga con i suoi compagni di cella, detenuto ucciso nel carcere di Luigi Caroppo La Nazione, 7 agosto 2026 Morto dopo un colpo alla testa, il 32enne nigeriano divideva gli spazi in galera con altre tre persone. Pd: “Una sconfitta per le istituzioni”. Bergamini (Fi): “Le condizioni di sovraffollamento sono insostenibili”. Il 2 agosto il procuratore capo Luca Tescaroli aveva nuovamente lanciato l’allarme sottolineando “l’elevatissimo tasso di illegalità” nel carcere della Dogaia di Prato. Era l’ennesimo monito sottoscritto nel corso del biennio 2025-2026. Ieri, comunicando la notizia del nuovo tragico caso nel carcere pratese, ha evidenziato che “continua l’ondata di violenza in seno all’istituto penitenziario che si caratterizza da un progressivo sovraffollamento (640 i detenuti ristretti in celle che vedono la presenza di numerosi casi di quattro detenuti)”. Si susseguono le visite di politici, amministratori, associazioni, garanti nel penitenziario, ma non cambia niente. È questa l’amara realtà, specchio di una situazione carceraria in Italia di estrema crisi. Anzi, se possibile, la situazione a Prato continua a peggiorare. Non solo perché, paradossalmente alla Dogaia sono stati trasferiti anche 37 detenuti dal carcere di Sollicciano, in parte chiuso secondo le disposizioni di un’inchiesta giudiziaria, ma perché le condizioni sono sempre più invivibili dietro le sbarre. La morte del detenuto nigeriano - Come ha evidenziato lo scenario in cui è avvenuta la morte di un detenuto nigeriano di 32 anni arrivato a Prato dopo essere stato fermato dai carabinieri a Montecatini. Per lui si sono aperte le porte della settima sezione (dove sono recluse le persone ritenute autrici di reati sessuali) della Dogaia. In 15 metri quadrati lui e altri tre detenuti, quattro letti, un minuscolo bagno. Secondo le indagini il trentenne è morto alle 23.18 per un trauma cranico “prodotto verosimilmente da un corpo contundente”. Secondo i primi accertamenti la vittima è stata rinvenuta con un’ecchimosi all’interno del labbro superiore e una ferita lacero-contusa sulla parte sinistra della fronte in seguito a una colluttazione all’interno della cella. La procura indaga per omicidio preterintenzionale: polizia penitenziaria e squadra mobile della questura in azione. Molto significativi saranno i rilievi della polizia scientifica all’interno della cella e le testimonianze degli altri tre detenuti. Secondo ‘radio carcere’ quando il trentenne è entrato in cella si sarebbe acceso subito un diverbio con gli altri detenuti forse per qualche parola di ‘accoglienza’ non gradita. È scoppiata una rissa: il nigeriano avrebbe reagito alle parole. Nella colluttazione il trentenne avrebbe sbattuto violentemente la testa contro la porta blindata. È scattato l’allarme: il detenuto è stato trasferito nell’area 130 per essere curato, ma il medico non ha potuto che constatarne il decesso. L’uomo era stato fermato per furto, rapina e violenza sessuale (secondo le indagini aveva aggredito e molestato una donna che lo aveva scoperto nella sua casa a rubare) dai carabinieri della compagnia di Montecatini. Accertamenti sono in corso da parte della procura anche sulla necessità del trasferimento a Prato e in quella sezione. La sezione cosiddetta ‘sex offenders’ è presente anche nel carcere di Livorno e in altre carceri fuori Toscana. Il procuratore capo Tescaroli vuole far luce anche su questo aspetto. Le reazioni politiche - La tragedia della Dogaia riaccende i riflettori sul carcere pratese e in generale sulla emergenza continua dei penitenziari italiani, come avvenuto già tante altre volte. “L’omicidio conferma la drammatica centralità di un tema che Forza Italia considera prioritario: le condizioni di sovraffollamento e di tensione nei nostri istituti penitenziari sono ormai insostenibili” evidenzia Deborah Bergamini, vicesegretario nazionale di Forza Italia. Annunciata un’indagine conoscitiva del Parlamento e la visita del sottosegretario Francesco Paolo Sisto a Prato. Tuona il Pd: “Morire mentre si è affidati alla custodia dello Stato è una sconfitta per le istituzioni e una ferita per tutta la comunità” sottolineano i deputati dem Marco Furfaro e Christian Di Sanzo. “È evidente che il governo non può più limitarsi a rincorrere le emergenze” evidenzia Emiliano Fossi, deputato Pd e segretario toscano dem. Si polemizza come da copione mentre il carcere pratese è scenario di violenza e morte oltre che di spaccio e uso di droghe in arrivo con i droni. Bolzano. “Il carcere di via Dante è una bomba che sta per esplodere” di Diana Benedetti rainews.it, 7 agosto 2026 Visita nel penitenziario di via Dante per la Camera Penale di Bolzano. Il presidente Alessandro Tonon annuncia l’acquisto di ventilatori per le celle. Quest’anno terza edizione per “Ristretti in agosto”, iniziativa dell’Unione delle Camere penali italiane, a cui ha aderito anche quella di Bolzano. Stamattina una delegazione ha visitato il carcere di via Dante. I lavori di rifacimento della facciata esterna, ultimati l’anno scorso, sono solo una goccia in un oceano. Il carcere di Bolzano è fatiscente e sovraffollato. Sono 110 i detenuti in una struttura con una capienza massima di 88 persone. Anche la polizia penitenziaria e il personale amministrativo fanno fatica, dice il presidente della Camera penale di Bolzano Alessandro Tonon. “Una bomba che sta per esplodere” dice ai nostri microfoni al termine della visita. Nel penitenziario ci sono stati anche atti di autolesionismo. A inizio luglio un detenuto di 68 anni si è tolto la vita. In questa quarta ondata di calore estiva niente aria condizionata nelle celle, ma solo in due uffici. Per questo motivo la Camera penale vuole comprare nuovi ventilatori per i detenuti. L’iter per la costruzione di una nuova struttura è bloccato da tempo. Il vicepresidente della giunta galateo e l’assessore Bianchi, presenti alla visita hanno rinnovato il loro impegno per chiedere al governo interventi concreti. Lecco. Yoga in carcere, nuova esperienza di benessere leccoonline.com, 7 agosto 2026 Ha preso il via a fine luglio un nuovo progetto che ha portato l’Ashtanga Yoga e la meditazione all’interno della Casa Circondariale di Lecco, grazie all’iniziativa promossa da Valentina Castelnuovo, insegnante yoga e fondatrice di Yoga Nilaya. Sostenuto da Lorella Cesana, Assessore allo Sport del Comune di Lecco e figura di riferimento del Panathlon Club Lecco, il progetto è stato accolto con entusiasmo dalla direttrice della Casa Circondariale di Lecco, la Dott.ssa Luisa Mattina, che ne ha reso possibile la realizzazione. La prima lezione sì e tenuta martedì 21 luglio, mentre la seconda si è tenuta martedì 4 agosto, con l’obiettivo di riuscire a trasformare questa esperienza in un’attività stabile e continuativa a partire dall’autunno. Lo yoga può, infatti, rappresentare un importante strumento di benessere anche all’interno di un istituto penitenziario. Dal punto di vista fisico, la pratica offre un’occasione di movimento consapevole, migliorando mobilità, forza, equilibrio e qualità della respirazione, aspetti particolarmente preziosi in un contesto dove le possibilità di attività motoria sono inevitabilmente limitate. Attraverso il respiro, la meditazione e la pratica costante, i partecipanti potranno inoltre sviluppare maggiore consapevolezza di sé, imparare a gestire lo stress e le emozioni, migliorare la concentrazione e ritrovare uno spazio di calma. L’Ashtanga Yoga è un metodo rigoroso e progressivo, fondato sulla costanza, sulla disciplina, sul rispetto delle regole e sulla responsabilità personale. Ogni pratica insegna che il cambiamento richiede tempo, pazienza e impegno quotidiano: valori che non appartengono soltanto allo yoga, ma rappresentano competenze fondamentali per affrontare la vita con maggiore equilibrio e consapevolezza in qualunque tipo di contesto. “La missione dell’istituzione penitenziaria è quella di garantire sicurezza e, al tempo stesso, offrire opportunità concrete di crescita personale e di responsabilizzazione - sottolinea la direttrice della Casa circondariale di Lecco, Luisa Mattina - In questo percorso, iniziative come quella proposta da Yoga Nilaya rappresentano un’importante occasione per favorire il benessere psicofisico delle persone detenute, stimolare la consapevolezza di sé e promuovere competenze relazionali ed emotive che possono contribuire positivamente al percorso trattamentale. La Casa circondariale di Lecco ha accolto con entusiasmo questo progetto in quanto ogni attività capace di valorizzare la persona e di incoraggiare il rispetto di sé e degli altri costituisce un investimento sul reinserimento sociale e sulla costruzione di una comunità più inclusiva. “Le prime lezioni - conclude la Direttrice - hanno suscitato interesse e partecipazione tra i detenuti coinvolti. Alcuni hanno evidenziato come la pratica abbia consentito loro di sperimentare una sensazione di calma e di raccoglimento non sempre facile da raggiungere nella quotidianità detentiva. Altri hanno apprezzato l’opportunità di dedicare del tempo all’ascolto di sé stessi, riconoscendo nello yoga uno strumento utile per gestire stress, tensioni ed emozioni”. Il progetto ha potuto contare sul supporto del personale della Casa Circondariale, partecipando anche a una lezione speciale che sì è tenuta nella shala di Yoga Nilaya in via Fiumicella, nel rione di Castello a Lecco. Un importante momento di condivisione e scambio che ha preceduto l’avvio delle lezioni con i detenuti. Per Valentina Castelnuovo questo progetto rappresenta anche una precisa scelta etica. “Lo yoga viene spesso associato a luoghi esclusivi e contesti privilegiati. Io credo invece che il suo valore più autentico emerga quando raggiunge le persone nei luoghi dove può davvero fare la differenza - sottolinea -. Insegnare yoga significa mettersi al servizio delle persone, senza distinzione. Se questa pratica può offrire anche solo un momento di ascolto, presenza e dignità, allora è giusto portarla ovunque ce ne sia bisogno”. Con questa iniziativa Yoga Nilaya conferma il proprio impegno nel rendere lo yoga accessibile a tutta la comunità, portandolo anche in luoghi dove può diventare un’importante occasione di crescita personale e di riflessione. “Desidero ringraziare la Direttrice Luisa Mattina per la fiducia, la disponibilità e la sensibilità con cui ha accolto questo progetto - conclude Valentina Castelnuovo -. Un ringraziamento speciale lo rivolgo infine a Lorella Cesana, che ha sostenuto fin dal primo momento questo progetto, contribuendo concretamente a trasformare un’idea in realtà”. Il Panathlon Club Lecco prosegue il suo supporto alla Casa Circondariale iniziato lo scorso anno con “Belli dentro”, una presenza discreta nell’intento di dare seguito a tutte le iniziative sportive e di salute che si possono portare avanti a favore di questa struttura. Come rispondere alla violenza di chi reprime di Franco Corleone L’Espresso, 7 agosto 2026 Le reazioni del governo alle manifestazioni sono un’occasione per ragionare sul dissenso. Il governo Meloni in difficoltà sul costo della benzina, sulle intercettazioni e sul riarmo non aspettava altro che le manifestazioni dei NoTav e il corteo per la morte di Fakir, per attaccare strumentalmente la sinistra, accusandola di non condannare con nettezza le violenze di una parte dei manifestanti. Seppur qualcuno si presta per poco senno o ingenuità a rendere più facile la manovra propagandistica del governo, essa tale rimane: un gioco delle tre carte per confondere e distrarre l’opinione pubblica. Per noi, invece, può essere un’occasione per ragionare sulla nonviolenza. Non solo per sottrarre i giovani al dubbio fascino dello scontro fisico, ma per meglio accreditarla verso la società civile e i mezzi di informazione. La nonviolenza, infatti, non ha mai goduto di buona stampa, basta ricordare le filippiche di Pannella sullo spazio riservato a un sampietrino rispetto a un digiuno. Può apparire un esercizio illusorio o ingenuo avendo presenti gli anni torbidi che viviamo, caratterizzati da una voga governativa autoritaria, coi ripetuti decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le pacifiche lotte ambientali e sindacali, criminalizzando addirittura la resistenza passiva e il digiuno usato dei detenuti per affermare i propri diritti. Per non parlare del fermo di polizia, dei blocchi stradali, dell’occupazione sociale di case, degli agenti provocatori in carcere, dello scudo penale per i servizi segreti nel dirigere organizzazioni criminali o terroristiche e infine della carcerazione delle donne incinte: neppure il Codice Rocco era arrivato a tanto. Eppure, e proprio perciò, occorre tentare l’impossibile, inventando forme di lotta che denuncino invece la violenza del potere e del regime e riescano a conquistare il consenso popolare, incrinando il senso comune e la disinformazione. La nonviolenza si può reinventare e attualizzare, recuperando l’esempio e il pensiero di figure come Alex Langer, ma anche mettendo in gioco corpi e inventiva. Per esempio, a Natale scorso, per sollecitare la riforma del carcere a Udine è stato organizzato un corteo di centinaia di persone con una rosa bianca in mano, mentre in Carnia è stato ricamato a mano un lenzuolo bianco lungo 25 metri con i nomi di 18.450 bambini uccisi a Gaza, un sudario commovente ed emozionante, fatto girare in tante città. La fantasia delle giovani e dei giovani di Extinction Rebellion è un altro esempio di alternativa e di allegria. L’ipocrisia della depenalizzazione di manifestazione pacifiche sottoposte però a multe astronomiche è una prova di violenza contro persone assai più grave della distruzione di cose. Così come l’aggressione e le minacce al sindaco di Bologna Lepore rappresentano una prova di attacco alla mobilitazione civile. C’è poi da rimanere stupiti del numero incredibile di feriti denunciati tra i poliziotti in Val di Susa: non vorremmo che anche le cifre fossero piegate alla propaganda. Stupisce anche il numero delle migliaia di manifestanti identificati, anche senza l’utilizzo della minacciata intelligenza artificiale. Più che un’attività di prevenzione, sembra una pratica per intimorire e dissuadere dalla partecipazione pubblica, che è diritto costituzionale. Addirittura, si propone una legge per equiparare i pur deprecabili scontri al terrorismo e prevedere reati associativi a gogo. A queste esasperazioni va risposto con la bellezza della convivenza e il fascino della fraternità. Sicurezza e minori, troppi passi indietro di Vincenzo Morgera e Luigi Isaia* La Repubblica, 7 agosto 2026 Il nuovo Decreto sicurezza sulla punibilità dei minori dimostra ancora una volta che il nostro paese non è in grado di garantire ai suoi figli un futuro. In altre parole non è un paese per i ragazzi. È la cartina di tornasole del fallimento della politica e di conseguenza dello Stato. Un fallimento che non si può addebitare solo alla destra attualmente al governo con i suoi provvedimenti sulla sicurezza indirizzati principalmente alla pancia del paese. Bisogna avere il coraggio, come ha ampiamente richiamato su questo giornale Michele Serra, di responsabilizzare anche la sinistra “buonista e garantista”. Se abbiamo una destra alla ricerca del consenso facile che sforna provvedimenti sempre più repressivi, dall’altra parte abbiamo una sinistra incapace di intercettare l’insicurezza e la paura che vive la maggioranza dei cittadini che si sente vittima predestinata della criminalità minorile e giovanile ma non solo. Paradossalmente la sinistra è ancora più responsabile, poiché negli anni in cui ha governato, non ha saputo rassicurare i cittadini proponendo, su due cavalli di battaglia delle destre come immigrazione e contrasto alla criminalità, soluzioni prima credibili e poi attuabili. Una inadeguatezza che ha finito per alimentare gli stessi fenomeni perché impostata su una lettura deterministica che non legge dentro la loro complessità ma si nasconde dietro la foglia di fico delle disuguaglianze come cause scatenanti dei problemi. Questo giudizio severo con la sinistra è figlio della grande delusione maturata in chi ha creduto che fosse possibile un cambiamento. L’aggravante di questo atteggiamento sta nel fatto che non tiene in conto che il sistema penale minorile possiede al suo interno gli anticorpi per garantire al minore, al ragazzo che diventa visibile alla società con la misura cautelare, di accedere a una serie di opportunità - dalla sanità, alla scuola, alla formazione e allo stesso lavoro - che fino a quel momento gli erano state negate. Ecco: la battaglia della sinistra per distinguersi da una destra forcaiola e repressiva dovrebbe essere fatta per garantire ai ragazzi l’accesso a questi diritti. La sinistra deve smetterla di praticare “l’indulgenza plenaria” nei confronti delle fasce più deboli. Dovrebbe invece iniziare a seminare nel solco dei diritti e dei doveri di cui ogni cittadino di uno Stato democratico deve tener conto e utilizzare, per la tutela stessa di chi entra in conflitto con la giustizia, il concetto di responsabilità. Nel nostro contesto regionale, per superare questa impasse, un gruppo di comunità che accoglie minori dell’area penale si è organizzata come Rete e ha iniziato una interlocuzione con la Regione per affrontare alcuni dei problemi che sono alla base delle difficoltà che le comunità incontrano nel loro quotidiano lavoro per trasformare la misura cautelare in una forma di welfare capace di intercettare i bisogni dei ragazzi in conflitto con la giustizia. In questo tentativo sono stati coinvolti il Cncm, il Cgm della Campania e le autorità giudiziarie dei Tribunali per i minorenni di Napoli e Salerno, ed è stato presentato all’Assessorato regionale alle Politiche sociali un documento programmatico sulle criticità che devono affrontare le comunità nel garantire ai ragazzi che accolgono la qualità del servizio: a febbraio è iniziata una interlocuzione che è ancora in corso. Le emergenze che vivono le comunità necessitano però di una risposta immediata e bisogna dire che, purtroppo, nonostante la buona volontà dimostrata al tavolo aperto in Regione, queste emergenze non possono essere affrontate coi tempi della politica che fa registrare un ritardo grave nelle risposte. Un ritardo che è una iattura per le comunità. Tra le criticità che abbiamo individuato c’è in primo luogo l’attività di vigilanza e controllo della qualità che le istituzioni devono garantire a tutela del servizio che le comunità offrono. In secondo luogo il mancato adeguamento delle rette per il collocamento dei minori in comunità ferme al 2014. Come pure abbiamo segnalato la sperequazione tra le rette che pagano le regioni del nord rispetto a quelle del sud. Una sperequazione che richiama le vecchie gabbie salariali degli anni 60. Oggi purtroppo dobbiamo prendere atto che la logica del mercato ha sostituito la passione che prima spingeva le persone ad avvicinarsi al lavoro sociale e in particolare all’impegno del lavoro in comunità. È di questi giorni la cronaca che racconta della chiusura di strutture, compresa una comunità che accoglieva minori dell’area penale e l’arresto dei responsabili, per diversi reati legati a fondi pubblici e violenza. Tutte queste criticità trovano terreno fertile nelle contraddizioni della politica, di destra e di sinistra. *Gli autori sono rappresentanti della Rete delle Comunità dell’area penale Il 15enne arrestato a Malta e la trappola di Roblox: cosa c’è dietro il metaverso dei videogame di Caterina Malanetto La Stampa, 7 agosto 2026 L’esperto di subculture digitali: “Così i ragazzini vengono fomentati a commettere stragi nelle scuole”. Flavio ha quasi 15 anni e vive da 5 nella piccola città di Mosta, al centro dell’isola di Malta. Abita con mamma e papà, frequenta un istituto professionale. Quando torna a casa da scuola, gioca ai videogiochi. A Roblox, nello specifico, una sorta di metaverso che ospita tantissimi giochi e dove puoi chattare con gli altri utenti. Una vita semplice, un ragazzino normale. Un giorno, però, succede qualcosa di strano. Flavio chiama la sua scuola e avverte: “Ho nascosto una bomba in classe”. Panico, le aule vengono evacuate. Ma non viene trovata nessuna bomba. Sembra una bravata, uno scherzo, un’idea strampalata per saltare un’interrogazione. Ma la polizia maltese non lascia correre. Viene sequestrato il telefono del ragazzo e al suo interno si scopre qualcosa di squallido: materiale pedopornografico, contenuti che inneggiano al nazismo, al suprematismo. L’arresto e il carcere - Flavio viene arrestato con nove capi d’imputazione che includono procurato allarme e associazione con finalità di terrorismo. Il tribunale locale gli nega la libertà su cauzione: il 25 maggio Flavio va in carcere. A 70 giorni dall’inizio della detenzione, i genitori lanciano l’allarme in Italia. “Per quattro giorni è stato in isolamento nella divisione 6 del carcere di Corradino per adulti - denuncia il padre all’Ansa - dove per il forte stress si è autolesionato. Poi ha trascorso 35 giorni chiuso per 22 ore su 24, costretto a mangiare in piedi e per tre giorni a nutrirsi con le mani perché nessuno si è preoccupato di fornirgli delle posate”. Una condizione “simile a quella del 41bis in Italia”, dichiara la madre. Per il padre, è “una fortuna che nel carcere ci siano guardie abbastanza umane, che si chiedono perché un ragazzino sia detenuto in condizioni simili”. Effettivamente, la domanda sorge spontanea: come può un 15enne essere in arresto con accuse simili? E cosa c’entra Roblox? Roblox e la radicalizzazione online - “Roblox è caratterizzato da due elementi: una moderazione ridicola e la possibilità di creare un proprio gioco personalizzato. Proprio questa libertà è il problema: diventa terreno fertile per lo sviluppo di segmenti eversivi, così come avviene su forum come Reddit e 4chan”, spiega Antonio Pellegrino, autore ed esperto di subculture digitale. Pellegrino esplora da anni queste piattaforme - Roblox compresa - e nel suo libro, “Idioti dell’orrore”, ha ricostruito l’ascesa di correnti online che spingono adolescenti soli e insoddisfatti ad alimentare l’un l’altro l’attrattiva per le stragi di massa e i loro autori. Peccato che, da tendenza tipicamente statunitense, il fascino per queste bolle digitali stia arrivando anche in Italia. “Tutti oggi si affrettano a parlare di “terrorismo nichilista” - continua l’esperto - ma già vent’anni fa i sociologi americani, studiando gli school shooter, coniarono una definizione molto più calzante: “terrorismo narcisista”. Compiere un’azione violenta - o minacciare di farlo - non per un’ideologia, ma per diventare famosi, che sia sui media tradizionali o semplicemente all’interno del proprio gruppo online”. Saranno famosi - Nessuna challenge alla “Blue Whale”, nessuna costrizione: più semplicemente, la voglia di contare qualcosa in quella community online. Su Roblox, poi, non è troppo complicato trovare questi sottoboschi: ne sono un esempio i giochi tematici che simulano le sparatorie nelle scuole. “Vengono puntualmente rimossi - spiega Pellegrino - ma gli utenti riescono comunque a ritrovarsi”. E chi muove i fili? “Non dobbiamo cascare nell’idea del ragazzino ingenuo plagiato da un’organizzazione globale - continua Antonio Pellegrino - non ci sono prove di una regia coordinata dall’alto, ma piuttosto di singoli soggetti, spesso adulti, che sfruttano codici e riferimenti per agganciare i giovani e istigarli a compiere reati. Ma quasi mai qualcuno li obbliga: si tratta di ragazzini con tendenze già presenti che trovano in queste comunità online una cassa di risonanza”. L’adescamento - Per come è strutturato, con un’estetica visiva amatoriale e infantile, Roblox attira soprattutto bambini e adolescenti. Per questo la piattaforma è stata spesso teatro di reati legati alla pedofilia. L’adescamento per la radicalizzazione avviene allo stesso modo: “Creo un gioco X - spiega Pellegrino - vedo chi partecipa, aggancio il ragazzino e lo tiro dentro la mia rete. In America, ad esempio, l’organizzazione neonazista Patriot Front ha letteralmente invaso alcuni giochi su Roblox: si presentano con le divise del gruppo, reclutano i giovani utenti e arrivano persino a simulare colpi di Stato virtuali”. Vittima e carnefice - Il 15enne ha anche ricevuto la visita dell’Ambasciatrice d’Italia a Malta che, su istruzione del ministro Tajani, ha sollevato in più occasioni il caso con le autorità locali. Per ora, l’unica cosa che si sa è che Flavio sta bene e la prossima udienza è fissata per il 19 agosto. Ciò che può salvarlo è stabilire se sia stato effettivamente una vittima, ma si tratta di un perimetro che in questi casi risulta un po’ stretto. “È una semplificazione banale - commenta Pellegrino - chi commette un reato o procura allarmi non può essere del tutto deresponsabilizzato, ma trattare un 15enne adescato in rete alla stregua di un terrorista internazionale non mi sembra la misura adatta. Tenere questi ragazzi in massima sicurezza con l’illusione di farsi consegnare i nomi dei “famigerati capi” dell’organizzazione è una follia: dato che in questi ambienti è tutto anonimo, cosa volete che vi dicano? Serve distinguere la responsabilità individuale dalla comprensione reale del fenomeno”.