Ventidue ore senz’aria di Maria Gomiero Avvenire, 6 agosto 2026 Nelle carceri italiane il tasso di affollamento è al 140%. Stiamo tornando ai numeri della condanna della Corte Europea per i trattamenti inumani e degradanti. Fa caldo. Chiudi gli occhi, inspiri, espiri, ma il caldo resta. Non c’è un condizionatore, non c’è un ventilatore, non c’è un frigo per mettere una bottiglietta d’acqua in fresco. C’è però una porta blindata, chiusa, e delle finestre. Con delle sbarre. Sei in questa stanza per ventidue ore al giorno. Quella stanza, che è una cella, è pensata per tre, ma dentro siete in sette. Questa è la descrizione di un momento qualsiasi, anche ora, all’interno di un carcere italiano. A fine luglio le persone detenute erano quasi 65mila mentre i posti disponibili sono poco più di 46mila. Significa che ci sono circa 20mila detenuti in più di quelli che gli istituti penali potrebbero contenere. Il tasso di affollamento è al 140%. Stiamo tornando ai numeri per cui l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2013. Secondo i dati del rapporto Antigone, è aumentato sia il numero dei detenuti sia quello di chi sconta misure alternative e percorsi di reinserimento sociale in comunità. I ragazzi in carico al sistema di giustizia minorile sono aumentati negli ultimi quattro anni del 26%, arrivando quasi a 18mila. Secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio minori di Antigone, siamo di fronte a “un allargamento del controllo penale sui minori”. Il governo dà i numeri sul carcere di Susanna Marietti* Il Fatto Quotidiano, 6 agosto 2026 Si sbandiera al vento l’ennesimo, inutile piano edilizio per una capienza aggiuntiva di 10.000 unità, ma da quando è stato approvato in realtà di posti se ne contano 424 in meno. Il governo dà i numeri. È quel che emerge dal Rapporto di metà anno reso pubblico ieri dall’associazione Antigone, che fotografa il sistema penitenziario nei primi sei mesi del 2026. Con 18.398 persone in più rispetto ai posti disponibili, le carceri italiane stanno esplodendo. Si sbandiera al vento l’ennesimo, inutile piano edilizio, che dovrebbe produrre una capienza aggiuntiva di 10.000 unità, ma da quando è stato approvato dal Consiglio dei Ministri nel luglio 2025 in realtà di posti se ne contano 424 in meno. Il numero magico ritorna nei discorsi del ministro Nordio, che promette di far uscire dal carcere, anche qui, 10.000 persone grazie alla legge da poco approvata sulla detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti. Ma non è vero. Sono numeri in libertà, raccontati da chi è consapevole del fatto che il fact checking è sempre meno forte degli slogan e che il saldo populista continua a convenire. Infatti, i soldi stanziati e le disponibilità all’accoglienza delle comunità per tossicodipendenti faranno uscire al massimo 600 persone. Nel 44% delle carceri visitate da Antigone abbiamo trovato persone che vivevano con meno di tre metri quadri di spazio a disposizione, ovvero al di sotto di quella soglia minima che comporta un trattamento inumano e degradante secondo la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel 2013 l’Italia fu condannata per questo dalla Corte di Strasburgo con una sentenza che fece storia. Oggi stiamo ritornando a quella situazione. Sono stati ben 6.539 - il 12% in più rispetto all’anno precedente - i risarcimenti accordati nel 2025 dai magistrati di sorveglianza italiani a detenuti lasciati vivere in condizioni contrarie a ogni dignità. Oltre il 60% della popolazione detenuta vive oggi in regimi chiusi (era il 20% quando questo governo è entrato in carica). Significa che trascorre l’intera giornata in cella senza impegnarsi in alcuna attività utile. Con il sovraffollamento attuale - il 140% su base nazionale, ma in alcuni istituti fino al doppio della capienza - e con il caldo estivo significa mancanza di aria e spazio vitale per l’intera giornata. Il carcere è oggi un grande reclusore di corpi, incapace di ogni intervento risocializzante. Non sorprende dunque che solo il 40,8% dei detenuti si trovi alla prima carcerazione. Gli altri ne hanno alle spalle una o più (il 10,6% addirittura oltre le cinque e il 2,7% oltre le dieci). Difficile lavorare sulla recidiva quando la pena è intesa solo come vendetta o come neutralizzazione sociale di persone che necessiterebbero interventi di welfare (quasi 20.000 detenuti sono tossicodipendenti, il 9,3% ha diagnosi psichiatriche gravi). Il governo dà i numeri, e ci sarebbe da ridere se non fosse per i numeri che ci presenta invece la realtà. Il Rapporto di Antigone ce ne offre una tragica fotografia. *Coordinatrice Associazione Antigone Antigone certifica: sovraffollamento record e 38 suicidi di Franco Insardà Il Dubbio, 6 agosto 2026 Sovraffollamento, caldo estremo, aumento dei suicidi e carenza di personale: è questa la fotografia che ci restituisce il rapporto di metà anno 2026 dell’associazione Antigone, aggiornato al 28 luglio. Un quadro che, secondo Antigone, ha ormai raggiunto livelli “insostenibili”. Sono 64.741 le persone detenute, a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili, con un tasso di affollamento reale del 139,7%. Numeri in continua crescita, osserva Antigone, che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti. La situazione è particolarmente grave in alcune regioni. La Puglia registra il tasso più alto, pari al 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili: i livelli più elevati si registrano a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%). Le condizioni di vita sono aggravate anche dagli spazi insufficienti. Nelle 72 visite effettuate da Antigone negli ultimi dodici mesi è emerso che nel 44% degli istituti ci sono celle nelle quali lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di tre metri quadrati per persona. Un dato che trova riscontro nei 6.539 reclami presentati nel 2025 alla magistratura di sorveglianza per trattamenti inumani o degradanti, il 12% in più rispetto al 2024. Suicidi e disagio psichico - Nei primi sette mesi del 2026 almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane aveva 21 anni, a Trento; la più anziana 73, a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, rileva Antigone, che segnala una particolare vulnerabilità di questa componente della popolazione detenuta. È in aumento anche l’autolesionismo, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Sul fronte della salute mentale, il 9,3% delle persone recluse ha una diagnosi psichiatrica grave, a fronte di una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. Il 20,5% dei detenuti fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, mentre il 46% utilizza sedativi o ipnotici. In cella con oltre 40 gradi - All’emergenza del sovraffollamento si aggiunge quella climatica. Oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di custodia chiusa e trascorre gran parte della giornata in celle sovraffollate dove, durante l’estate, le temperature possono superare i 40 gradi. In alcuni istituti le finestre sono schermate, limitando ulteriormente il ricambio d’aria. A Rebibbia femminile, nel reparto Camerotti, si registrano presenze fino a cinque detenute in camere destinate a tre persone, insieme a condizioni di forte caldo e alla presenza di donne con patologie pregresse. Situazione analoga a Milano San Vittore, dove il caldo è particolarmente pesante negli ultimi piani dell’edificio. Nel carcere di Bancali, a Sassari, i detenuti sono arrivati a mettere i materassi sul pavimento per cercare un po’ di refrigerio. A rendere ancora più difficile la situazione è la carenza di ventilatori, che centinaia di detenuti indigenti non possono acquistare. Antigone contesta inoltre la direttiva del Dap dello scorso aprile che ha vietato la presenza di frigoriferi nelle celle e nei corridoi, consentendoli soltanto negli spazi comuni. Una decisione che, secondo l’associazione, impedisce ai detenuti di avere autonomamente acqua fresca soprattutto durante la notte. Con le cimici e senza acqua - Il rapporto segnala anche condizioni igienico-sanitarie problematiche, dalle infestazioni di cimici da letto rilevate a Venezia, Monza e Pisa alle carenze idriche. Nel carcere di Milano Opera, un guasto ha provocato l’interruzione del servizio, rendendo necessario l’utilizzo di bottiglie d’acqua fornite dalla Croce Rossa. Durante l’estate, inoltre, il blocco delle attività scolastiche e il rallentamento di quelle organizzate dal volontariato aumentano l’isolamento. Le persone detenute si ritrovano così sempre più sole, in una condizione di “apatia generalizzata” che, secondo Antigone, può rappresentare anche un fattore di rischio per i suicidi. In carcere anche 30 bambini sotto i 3 anni - Cresce anche il numero dei bambini che vivono in carcere con le madri detenute. A metà del 2026 erano 30 i bambini sotto i tre anni, insieme a 25 madri. Nell’aprile 2025 erano 11. Antigone collega l’aumento alle modifiche introdotte dal decreto legge 48/2025, poi convertito nella legge 80/2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o con figli di età inferiore a un anno. La situazione riguarda soprattutto gli Icam: 13 bambini sono presenti a Lauro, con 10 madri; cinque ciascuno a Milano e Torino; tre a Venezia; due nel carcere di Castrovillari e uno rispettivamente a Bollate e Perugia. Dopo il decreto Caivano +50% di minori in carcere - L’emergenza riguarda anche la giustizia minorile. Al 30 giugno 2026 erano 572 i giovani detenuti nei 20 Istituti penali per minorenni, sostanzialmente in linea con i 559 dello stesso periodo del 2025. Ma rispetto alla fase precedente all’entrata in vigore del decreto Caivano, le presenze sono aumentate del 50%. Per Antigone, l’incremento è legato soprattutto all’inasprimento della risposta penale e non a un aumento della criminalità minorile più grave. Cresce infatti anche il numero complessivo di ragazzi e ragazze presi in carico dai Servizi della giustizia minorile: erano 14.151 nell’ottobre 2022, oggi sono 17.833, il 26% in più. Nei primi sei mesi del 2026 sono aumentati di quasi mille unità. Le presenze nelle comunità minorili sono 1.368, mentre 3.611 persone sono coinvolte nella messa alla prova e 566 si trovano in una misura alternativa o sostitutiva alla detenzione, di sicurezza, cautelare o di permanenza in casa. Dei 572 giovani detenuti, 23 sono ragazze e 227 sono stranieri, quasi il 40%. Oltre l’80% di questi ultimi proviene dal Nord Africa, in particolare Tunisia, Marocco ed Egitto. Si tratta soprattutto di minori stranieri non accompagnati che non hanno trovato posto nell’accoglienza esterna e sono arrivati in carcere dalla vita di strada. Il 60% dei detenuti negli Ipm è minorenne, mentre il 40% è costituito da giovani adulti che hanno commesso il reato prima dei 18 anni. Tra i minorenni, appena il 13% ha una condanna definitiva: gli altri sono in custodia cautelare. Per Antigone, il quadro è anche il risultato delle politiche penitenziarie dell’attuale esecutivo. L’associazione parla di un approccio basato su “populismo penale” e logiche emergenziali, con nuovi reati e pene più severe che avrebbero aggravato una crisi strutturale. Il piano di edilizia penitenziaria avviato nel 2025 avrebbe dovuto portare 10mila nuovi posti entro la fine del 2027. Dopo oltre un anno e mezzo, sottolinea però Antigone, i posti disponibili sono diminuiti di 424 unità. Anche sul fronte delle misure alternative, il bilancio viene giudicato negativo. Nel primo semestre del 2026 sono diminuite del 7%. L’associazione ricorda inoltre il caso del Provveditorato della Toscana che aveva invitato, salvo poi ritirare la disposizione, a superare le capienze regolamentari nel carcere di Sollicciano, arrivando a ipotizzare materassi a terra. Per il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, il sovraffollamento è l’effetto di un sistema che continua a rispondere ai fatti di cronaca con una logica emergenziale e repressiva. A rendere più difficile la gestione degli istituti è infine la carenza di personale. La Polizia penitenziaria è sotto organico del 15,39%: sono presenti 32.212 unità, con un rapporto di due detenuti per ogni agente, contro una previsione di 1,5. Per la deputata Pd Michela Di Biase, il rapporto di Antigone mostra il fallimento di una politica fondata sull’inasprimento delle pene e sull’espansione del carcere come risposta principale. “La sicurezza”, sostiene, “si costruisce prevenendo l’esclusione sociale”, attraverso investimenti in educazione, scuola, servizi sociali, giustizia minorile e opportunità per i ragazzi più fragili”. In cella senza respiro, le carceri di Meloni sul punto di esplodere di Eleonora Martini Il Manifesto, 6 agosto 2026 Situazioni “fuori controllo” in almeno 5 regioni e diversi istituti. Condizioni al limite della sopravvivenza: caldo oltre i 40 gradi e sovraffollamento record dal 2013, tra leggi bandiera e promesse tradite. Se perfino il Papa è costretto a cercare rifugio dall’anomala ondata di calore che attanaglia l’Italia, figuriamoci come possa sentirsi in questi giorni chi è ristretto in carcere, dove la temperatura spesso supera i 40 gradi. “Condizioni al limite della sopravvivenza tra caldo estremo e sovraffollamento record”, registra il rapporto di metà anno 2026 presentato ieri dall’Associazione Antigone. In sintesi: celle saturate ai livelli record registrati solo nel 2013, anno in cui l’Italia venne sanzionata con la condanna Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo; scarsità cronica di ventilatori e frigoriferi ammessi dal Dap solo negli spazi comuni; finestre schermate che bloccano il passaggio dell’aria e a volte perfino mancanza di acqua corrente in alcune ore della giornata. Oltre il 60% dei detenuti costretto a “custodia chiusa”, anche per la carenza di polizia penitenziaria che ha raggiunto il 15,39% rispetto alla pianta organica. Infestazioni di insetti e roditori. Sedativi e ipnotici assunti regolarmente dal 46% dei reclusi; 40 suicidi dall’inizio dell’anno, “la più giovane una ragazza di appena 21 anni, il più anziano un uomo di 73”. Quest’anno, più che mai, il fermo immagine estivo catturato da Antigone nei luoghi di detenzione ci dice a quale basso grado di civiltà sia sprofondato il nostro Paese. E, ad un mese esatto dall’allarme lanciato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, che aveva chiesto agli Stati membri interventi urgenti per ridurre l’impatto del cambiamento climatico sulle vite dei detenuti e dei lavoratori penitenziari, il governo Meloni non ha mosso un dito. Prima di tutto i numeri, “in continua crescita”: al 28 luglio 2026, “si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili”, con un tasso di affollamento reale al 139,7%. Che in cinque regioni supera il 150%. Situazioni “fuori controllo” in Puglia, dove in spazi da cento posti vivono mediamente 180,4 detenuti. Segue il Molise con 165,9% di affollamento, la Basilicata (162,5%) e la Lombardia (157,9%). Vi sono poi singoli istituti dove non si era mai arrivati a tanto: a Lucca sovraffollamento al 256,8%, a Milano San Vittore al 223,6%, e così via fino a Brescia Canton Monbello, dove in stanzoni da 12 posti c’è un solo bagno e il tasso di folla è al 202,7%. Posti ricavati con letti a castello e perfino “con brandine pieghevoli posizionate direttamente nei corridoi per consentire il movimento all’interno delle celle”. “Inoltre, nelle 72 visite effettuate da Antigone negli ultimi dodici mesi, è emerso che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 mq a persona”, si legge nel rapporto che, a testimonianza di questa situazione, riporta “i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024”. Condizioni che se d’inverno sono configurabili come trattamenti disumani, in estate diventano “un’esperienza al limite della sopravvivenza”. Spiega Antigone che negli ultimi anni si è tornati indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”, modelli illuminati storicamente applicati nei Paesi del nord Europa ma anche nei circuiti a bassa sicurezza degli Usa e nel Regno unito. Su pressione dei sindacati, invece, oltre il 60% della popolazione carceraria è chiuso in cella per la maggior parte del tempo. E a volte i detenuti rinunciano anche all’ora d’aria perché, in pieno sole, i cortili sono più roventi delle stanze. Manca il personale sanitario mentre abbondano gli psicofarmaci: “il 9,3% delle persone detenute presenta diagnosi psichiatriche gravi, il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici”. Dal Decreto Rave del 2022 all’ultimo dl sicurezza, Antigone ha individuato almeno dieci provvedimenti basati su un populismo penale che risponde “sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale”, moltiplica le fattispecie di reato e intensifica l’uso della custodia cautelare. Con un impatto evidente perfino sugli Ipm, dove le presenze sono “aumentate del 50% con l’applicazione del decreto Caivano” e hanno raggiunto oggi il picco di 572 ragazzi detenuti. Mentre i giovani complessivamente in carico alla giustizia minorile sono aumentati del 26%: “Dai 14.151 nell’ottobre 2022, ai 17.833 di oggi”. “Le promesse di svuotamento attraverso le misure alternative, calate addirittura del 7% nel primo semestre 2026, sono state completamente disattese - riassume il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella - la recidiva è oltre il 60% e l’edilizia penitenziaria resta uno slogan privo di riscontro. Il governo Meloni sta trasformando così le nostre carceri in polveriere”. L’estate nelle carceri italiane è un’esperienza al limite della sopravvivenza di Marika Ikonomu Il Domani, 6 agosto 2026 L’associazione, nel report di metà 2026, denuncia le condizioni drammatiche in cui sono costrette a vivere le persone recluse: le temperature esterne di oltre 40 gradi aggravano un sistema già al collasso, tra le caratteristiche strutturali dei penitenziari e il sovraffollamento estremo. Ma alcune misure sono “il preludio di un’ulteriore stretta punitiva”. Come ogni estate, le attività nelle carceri si interrompono. Il caldo diventa una trappola senza uscita, in celle sempre più sovraffollate, spesso chiuse e prive di ventilatori e frigoriferi. L’estate degli istituti di pena italiani è “un’esperienza al limite della sopravvivenza”, per i detenuti e per il personale. L’associazione Antigone, nel rapporto di metà anno, denuncia ancora una volta le condizioni drammatiche in cui sono costrette a vivere le persone recluse: con le temperature esterne che superano i 40 gradi, “le caratteristiche strutturali dei penitenziari italiani determinano un clima insostenibile all’interno delle sezioni detentive, reso ancora più intollerabile dal sovraffollamento estremo”. E la responsabilità è politica. Sovraffollamento - Se si guardano i numeri, segnala l’associazione, emerge che nelle carceri manca la legalità costituzionale. A 13 anni dalla sentenza Torreggiani, con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato per le condizioni di detenzione inumane e degradanti, il sovraffollamento è altissimo: in base ai posti realmente disponibili, 46.343 - a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti - il tasso medio di affollamento reale è ormai al 139,7 per cento. Al 28 luglio il totale delle persone detenute era, infatti, 64.741. Presenze che non sono omogenee in tutti gli istituti: “In sei i detenuti sono ormai più del doppio dei posti disponibili. Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%), Latina (220,8%), Foggia (219,9%), Lodi (209,3%), Brescia Canton Mombello (202,7%). E sono 25 gli istituti in cui l’affollamento supera il 180 per cento. Numeri che portano le persone detenute a vivere, nel 44 per cento degli istituti, in celle in cui lo spazio calpestabile minimo è inferiore ai 3 metri quadri a testa. Come a Pavia, dove “lo spazio vitale è talmente ridotto da costringere i detenuti a spostare temporaneamente i letti all’esterno durante il giorno”. La tendenza del governo Meloni a rispondere sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale, segnala Antigone, ha portato a un “inevitabile e drammatico aggravamento del sovraffollamento carcerario”. Sono dieci i provvedimenti principali con cui l’esecutivo e la maggioranza hanno moltiplicato le fattispecie di reato e intensificato l’uso della custodia cautelare: dal decreto Rave, a Caivano, dal cosiddetto decreto Cutro ai due decreti Sicurezza, del 2025 e 2026. Fino all’ultimo recente intervento sulla presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per i giovani tra i 14 e i 18 anni. “Anziché prevenire il disagio sociale o contrastare una reale emergenza criminale”, denuncia l’associazione, “preferisce anticipare e allargare il perimetro della punizione penale ai danni di soggetti giovanissimi”. Ma non è finita qui: per l’associazione, alcune misure - come il delitto di rivolta penitenziaria o gli agenti sotto copertura - sono “il preludio di un’ulteriore stretta punitiva”. Per alleggerire il sistema, non si può puntare sulla sola risposta dell’edilizia carceraria, continua Antigone. Che pure non sta andando nella direzione promessa dall’esecutivo. Ma occorre investire nelle misure alternative, che, come nel 2025, continuano a essere in calo: -7 per cento nel 2026 rispetto all’anno precedente. Eppure sarebbero misure che per l’associazione potrebbero contribuire a invertire la rotta sulla recidiva, oggi al 60 per cento. Solo il 40,8 per cento della popolazione carceraria, al 31 dicembre 2025, si trovava alla prima esperienza detentiva. Il 2,7 per cento è stato addirittura in carcere dieci o più volte, il 45,6 ha alle spalle da una a quattro detenzioni. “La recidiva genera ingenti costi per la collettività”, segnala il rapporto: cioè nuove indagini, processi, gestione della detenzione e mancata produttività. È in questo contesto che arriva l’estate più calda di sempre, almeno per ora. In un sistema sempre più chiuso, considerando che oltre il 60 per cento della popolazione detenuta trascorre la maggior parte della giornata all’interno di celle sovraffollate. In un sistema che impone le ore d’aria, quattro al giorno, nel momento più caldo della giornata, “spingendo molti detenuti a rinunciarvi per non esporsi al sole”, “aumentando così il tempo trascorso in spazi angusti”. Le celle si sono trasformate in “forni”. Nell’istituto femminile di Rebibbia, a Roma, l’amministrazione ha dichiarato di aver distribuito un ventilatore per cella. Ma, segnala Antigone, a parte l’insufficienza di un solo apparecchio, ci sono celle “completamente sprovviste”. Alle detenute è anche limitato l’accesso alla fruizione autonoma di acqua fresca. Serve sempre l’intermediazione per accedere al frigorifero comune. Così in molti altri istituti, dove il caldo e le mancate misure si sommano a problemi strutturali. A Milano Opera, ad esempio, al quarto piano del secondo reparto un guasto elettrico alla pompa d’acqua ha causato la totale interruzione del servizio idrico. Rabbia, disperazione, sconforto e senso di impotenza, prodotta dalle condizioni di vita drammatiche, scrive Antigone, portano le persone recluse a protestare senza sosta, anche per il caldo insopportabile, nonostante il nuovo reato di rivolta penitenziaria. “La minaccia della nuova fattispecie penale non ha avuto alcun effetto deterrente”, si legge. È un sistema che ha prodotto un “sensibile aumento degli indici di gesti di violenza etero-diretta”. La media degli atti autolesivi è di 26,5 ogni 100 detenuti. L’anno precedente era di 22,3. Se cala l’indice dei tentati suicidi (2,6 casi ogni 100 persone ristrette), il numero di suicidi è rimasto finora molto alto: dall’inizio dell’anno, al 2 agosto, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La più giovane aveva 21 anni, appena trasferita nel carcere di Trento dal penitenziario di Verona. I minori - Se gli istituti penali per i minorenni erano gli unici a non essere sovraffollati, con il decreto Caivano le presenze sono aumentate del 50 per cento e ora l’impennata è andata a regime. L’incremento drastico, ricorda l’associazione, non è dovuto a un progressivo aumento della criminalità minorile, ma all’inasprimento della reazione penale: “Erano 14.151 nell’ottobre 2022, al momento dell’ascesa in carica dell’attuale governo, e sono oggi 17.833, con un aumento del 26 per cento”. Non solo i minori autori di reato. Anche quelli di età inferiore a tre anni detenuti con le loro madri sono cresciuti: se nell’aprile 2025 erano 11, a metà 2026 erano 30. “Sono numeri estremamente allarmanti”, per Antigone, che fotografa un sistema in cui si ricorre sempre più a un carcere sovraffollato, disumano, che produce esclusione sociale e recidiva. “Sempre meno a misure che garantiscono migliori risultati in termini di reinserimento sociale e hanno un costo più basso per la collettività”. In cella a 40 gradi. Cosa fanno in estate i cappellani delle carceri? Intervista a don Grimaldi di Gigliola Alfaro portalecce.it, 6 agosto 2026 L’estate è un periodo di vacanze e di relax, ma non per tutti. Se aumentano le fasce della popolazione che non possono permettersi di viaggiare per la precarietà economica, c’è chi soffre ancora di più perché vive in carcere. D’estate il sovraffollamento e il diminuire delle attività trattamentali, con l’aggravante dell’afa, particolarmente opprimente quest’anno, rendono la situazione ancora più pesante, come dimostra anche quanto avvenuto nel carcere di Viterbo, con un tasso di sovraffollamento al 170%, dove si sono registrati, nel giro di una decina di giorni, un omicidio per una rissa tra due gruppi etnici, una rivolta con un incendio scatenato dando fuoco ai materassi, un suicidio. Di tutto questo parliamo con don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane. A Viterbo si sono registrati giorni molto difficili… Quello che è successo a Viterbo diventa un po’ la fotografia dei diversi penitenziari italiani, non solo in questo periodo particolare dell’anno che è l’estate. Il sovraffollamento è un problema sempre attuale e non aiuta gli istituti a esercitare bene il lavoro di rieducazione e reinserimento dei detenuti, con un’attenzione particolare alle fasce più fragili. Certamente ciò che è avvenuto a Viterbo ci fa comprendere la difficoltà che gli istituti stanno vivendo e in modo particolare anche la difficoltà della sicurezza. La polizia penitenziaria è molto presente, ma tante volte è anche stanca, tante volte i poliziotti sono motivati ma anche loro sono in difficoltà perché manca il personale e in più - diciamolo francamente - le nuove leve che entrano sono persone che vogliono lavorare ma non hanno esperienza e non hanno ricevuto un accompagnamento. Tante volte i giovani finiscono i corsi e vengono immessi nel sistema. Noi vogliamo stare in modo particolare accanto alla polizia penitenziaria perché sappiamo bene che lavora all’interno con tante difficoltà e con mancanza anche di mezzi. Don Raffaele, a Viterbo ci sono stati scontri tra detenuti di diverse etnie: questa è una nuova emergenza? All’interno delle carceri c’è un sistema di comando anche tra di loro e si creano delle fasce di etnie diverse che vogliono emergere. Tutto questo può far nascere violenze gratuite all’interno degli istituti come può succedere anche fuori, in tanti ambienti. Sicuramente la non comprensione, il non dialogo tra le diverse etnie può sfociare anche in violenza. Il 16 luglio a Viterbo c’è stato anche un omicidio di cui non sappiamo precisamente le ragioni, ma certamente è causato anche dalla presenza delle diverse etnie, quindi, tutto questo non favorisce un clima sereno all’interno dell’istituto. Anche l’incendio e il suicidio del detenuto marocchino a Viterbo indicano la forte esasperazione che si vive in carcere. Tutto questo influisce sul sistema penitenziario che non riesce più a dare quella possibilità di intraprendere un cammino di crescita sia umana sia di comunità. Questa violenza tra gruppi etnici ostili tra di loro è un ulteriore aggravio anche per la polizia penitenziaria? Sì, soprattutto gli agenti devono gestire bene questi gruppi, separando le etnie in reparti diversi, quindi diventa molto più faticoso il lavoro della polizia penitenziaria. Come giudica l’allarme che i boss comandano in galera? Pensa che sia un fatto nuovo? Non è un fatto nuovo, perché ha radici molto più profonde. Adesso con tutti questi immigrati che ci sono ni nostri istituti penitenziari, si sono create, come dicevo prima, proprio delle fasce di comando tra questi gruppi. Prima poteva succedere con la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, adesso queste nuove etnie vogliono emergere all’interno degli istituti penitenziari, quindi si creano, purtroppo, dei gruppi di comando che vogliono essere al di sopra degli altri. In estate il caldo acutizza le problematiche che affliggono sempre il carcere? Il periodo estivo influisce molto sul disagio delle carceri perché il caldo certamente non aiuta: sappiamo bene che le carceri sono fatte di cemento, quindi, sono dei luoghi roventi nel periodo estivo e non è facile viverci reclusi. D’estate diminuiscono anche le attività? Sì, purtroppo il periodo estivo è stato sempre un tempo di grande fragilità, perché la scuola e i corsi finiscono e le diverse attività si fermano tra giugno e settembre, quind,i la mancanza di attività e il caldo non favoriscono la tranquillità dei nostri istituti penitenziari. Tutto questo favorisce lo scaturire anche di violenze, com’è successo a Viterbo. Cosa potremmo auspicare? I nostri istituti hanno bisogno di una maggiore attenzione da parte di tutti, non soltanto da parte del governo ma anche della società esterna, dei comuni di appartenenza, della provincia, perché il carcere appartiene a tutti, alla Chiesa, al governo, alla provincia, ai comuni. perciò, gli stessi comuni e province possono dare una mano con delle attività anche promozionali per favorire all’interno delle carceri momenti di svago, momenti di aggregazione. La comunità esterna deve varcare le soglie del carcere per vivere un rapporto anche con coloro che sono ristretti. Tutto ciò potrebbe essere di grande aiuto nel periodo estivo durante il quale il carcere tante volte viene abbandonato a se stesso. D’estate restano le attività dei cappellani? D’estate ci sono turni di volontari e di cappellani per non far mancare l’assistenza religiosa, ma non mancano difficoltà, perché diminuendo, per i periodi di ferie, il personale penitenziario, molte attività non possono essere svolte per motivi di sicurezza. Quindi, tutte le attività in estate ne risentono. Carceri minorili, cresce il controllo penale sui giovani di Camilla Colombo Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2026 L’ultimo intervento legislativo, che ha riguardato minori e sicurezza, è stato l’annuncio della modifica dell’articolo 98 del Codice penale, con l’introduzione di una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per i giovani tra i 14 e i 18 anni. Un’accelerazione verso un modello securitario che, anziché prevenire il disagio sociale, lo considera come una questione di ordine pubblico, con il rischio di minare il principio costituzionale della funzione rieducativa tramite un automatismo punitivo. A sottolineare questo rischio, dopo gli allarmi lanciati nei giorni scorsi da penalisti e psicologi, è il rapporto di metà anno di Antigone, intitolato “L’estate nelle carceri italiane tra sovraffollamento ed emergenze”. Oltre a una lunga analisi sulla situazione precaria degli istituti penitenziari tra caldo torrido, tassi di affollamento elevati, scarso personale e problemi di salute mentale e di dipendenza dei detenuti, l’Associazione fa il punto sulle carceri minorili. Specialmente dopo che l’esecutivo di Giorgia Meloni ha moltiplicato le fattispecie di reato e intensificato l’uso della custodia cautelare, anche verso i più giovani. Si pensi al decreto Rave dell’ottobre 2022 o al decreto Caivano del settembre 2023 o agli ultimi decreti sicurezza del 2025-2026. Secondo il report diffuso ieri, 5 agosto, da Antigone, erano 572 i giovani detenuti nei 20 istituti penali per minorenni italiani al 30 giugno 2026, sostanzialmente in linea con i dati dello scorso anno (559 al 30 giugno, 572 al 31 dicembre). La crescita nelle presenze in carcere, aumentate del 50% con l’entrata in vigore del decreto Caivano e ora a regime, era, quindi, dovuta all’inasprimento della reazione penale e non a un progressivo aumento della criminalità minorile più seria, come ricordato anche dalle istituzioni e dalle associazioni del Terzo settore che operano sul territorio. Preoccupa il numero dei ragazzi e delle ragazze complessivamente in carico ai servizi della Giustizia Minorile, perché fa trasparire il passaggio da una cultura della presa in carico sociale, dell’accoglienza e del sostegno sul territorio a quella della presa in carico penale. Erano 14.151 nell’ottobre 2022, al momento dell’ascesa in carica dell’attuale governo, e sono oggi 17.833, con un aumento del 26%. Nei primi sei mesi del 2026 sono aumentati di quasi mille unità. L’espansione del controllo penale nei confronti dei minorenni, ricorda Antigone, va di pari passo con una narrazione semplificata e allarmista dei fenomeni minorili, che non trova riscontro nei dati. Le presenze in comunità minorili sono 1.368 (di cui solo 16 in comunità pubbliche), mentre la messa alla prova coinvolge 3.611 persone e 566 persone si trovano in una misura alternativa o sostitutiva alla detenzione, di sicurezza, cautelare delle prescrizioni o permanenza in casa. Dei 572 giovani in Ipm (di cui 23 ragazze), gli stranieri sono 227, pari quasi al 40%. Oltre l’80% di loro proviene dal Nord Africa (in particolare Tunisia, Marocco, Egitto) ed è composto, per lo più, da minori stranieri non accompagnati che non hanno trovato posto nell’accoglienza esterna e sono arrivati al carcere dalla vita di strada. Il 60% dei detenuti è composto da minorenni e il 40% da giovani adulti che hanno commesso il reato prima del compimento della maggiore età. Tra i minorenni, solo il 13% ha una condanna definitiva, mentre gli altri sono in carcere in custodia cautelare. Il 48,6% dei reati ascritti ai giovani detenuti sono reati contro il patrimonio e il 23,6% costituiscono reati contro la persona. Contro il sovraffollamento carcerario che, per la prima volta, ha colpito le realtà minorili, l’azione del Governo è stata duplice: procedere al trasferimento nelle carceri per adulti - nei primi sei mesi del 2026 sono stati 87 - e aprire tre nuovi istituti minorili a L’Aquila, Lecce e Rovigo, confermando un modello contenitivo che non può che costituire una grande sconfitta per la società, denuncia l’associazione Antigone. Gli Stati Generali - In opposizione al cambio culturale e normativo in corso, Antigone, insieme a Libera e Defence for Children Italia, ha dato vita agli Stati Generali della giustizia minorile, che hanno visto l’iscrizione di circa 500 persone tra accademici, magistrati, avvocati, educatori, medici, direttori di Ipm, garanti, assistenti sociali, giudici onorari, psicologi, professori di scuola superiore, studenti. Sei i Tavoli di lavoro (Questione giovanile e reazione penale, Detenzione minorile, Area penale esterna, messa alla prova e comunità minorili, Giovani migranti e sistema di giustizia minorile, Competenze, organizzazione e risorse, Salute e misura di minorenne), le cui attività, iniziate nel mese di maggio, termineranno a novembre, con una conferenza che si terrà a Roma e con la pubblicazione delle relazioni conclusive. “Più controllo penale sui giovani significa rinunciare a educare” di Maria Gomiero Avvenire, 6 agosto 2026 Tra poco, compirà tre anni il decreto Caivano. Il 15 settembre 2023 è stato approvato il decreto legge n 123, per contrastare la criminalità giovanile. “È stato il più grande stravolgimento normativo del sistema della giustizia minorile dal 1988, quando entrò in vigore il codice di procedura penale minorile che aveva reso il nostro sistema un punto di riferimento anche per molti Paesi europei” spiega Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’Osservatorio minori di Antigone. I dati, raccolti nel rapporto di metà anno sullo stato delle carceri italiane, confermano le sue parole. Al 30 giugno nei 20 istituti penali minorili italiani (Ipm) si trovavano 572 giovani detenuti. Un numero che registra un aumento delle presenze del 50% proprio dall’entrata in vigore del Decreto Caivano. “L’impennata però - precisa Marietti - non è dovuta a un aumento della criminalità, ma all’inasprimento della risposta penale”. L’elemento più preoccupante, secondo la responsabile di Antigone riguarda l’allargamento complessivo del controllo penale sui minori. I ragazzi presi in carico dai servizi della giustizia minorile sono passati dai 14.151 dell’ottobre 2022 agli attuali 17.833, con un incremento del 26%. “È una tecnica di ricerca del consenso: creare dei nemici e promettere di difendere la società da quei nemici. È più complesso invece investire nel welfare, creare luoghi di aggregazione, sostenere i minori stranieri non accompagnati” afferma Marietti. Per l’associazione si tratta di cambio di approccio sia pratico sia logico: dalla presa in carico sociale verso la risposta penale contenitiva. “Il nostro sistema era fondato su un’idea educativa - insiste la responsabile dell’Osservatorio minori - al centro c’era il superiore interesse del minore e l’intero sistema cercava il percorso migliore. Oggi invece prevale la reazione punitiva e stiamo rinunciando a giovani che molto spesso hanno un passato faticoso e avrebbero più bisogno di sostegno”. Quasi il 40% dei detenuti negli istituti minorili è composto da stranieri minori non accompagnati, che le strutture d’accoglienza non sono riuscite a seguire. Un altro aspetto, già previsto dal sistema di giustizia minorile, ma accentuato dal decreto Caivano, riguarda la possibilità di trasferire chi compie i 18-25enni dagli Ipm alle carceri per adulti. Nel primo semestre 2026 si sono registrati 87 trasferimenti: “Questo significa perdere da un momento all’altro la relazione educativa che in un carcere minorile si dovrebbe instaurare con gli educatori, i mediatori culturali, il parroco ma anche con la polizia penitenziaria che un tempo addirittura vestiva in borghese” continua Marietti. Privati di un sostegno educativo dedicato “all’improvviso si ritrovano questi ragazzi in un carcere sovraffollato dove nessuno si occupa di loro, dove diventano vite perse, manovalanza per la criminalità che trovano nell’altro carcere”. Nello stesso tempo sono stati aperti tre nuovi istituti penali minorili a L’Aquila, Lecce e Rovigo, strutture che l’associazione ritiene siano state realizzate in modo frettoloso e spesso con spazi inadeguati. Oltre a fotografare lo stato attuale del sistema penitenziario, Antigone ha promosso insieme a Libera e Defence for Children Italia gli Stati generali della giustizia minorile. “Sono coinvolte circa 500 persone tra magistrati, avvocati, educatori, direttori di istituti penali minorili, psicologi, e accademici, riuniti per trovare proposte controriformatrici per affrontare questa drammatica crisi” conclude Marietti. “Nessuno è soltanto il peggio che ha fatto” di Annachiara Valle Famiglia Cristiana, 6 agosto 2026 “I ragazzi che finiscono dietro le sbarre provengono da ambienti nei quali non si valutano gli effetti dei propri comportamenti. Dobbiamo dare a questi “guerrieri” nuove opportunità, volgendo in bene il coraggio e la determinazione di cui hanno dato prova”. A pochi passi dal golfo di Napoli, separata dalla terraferma da un ponte che sembra sospeso tra due mondi, c’è un’isola che, per dirla con Edoardo Bennato, “sembra inventata”. Nisida è mare, è bellezza, è carcere minorile. Da trent’anni Gianluca Guida, il suo direttore, attraversa quel ponte ogni giorno, con la stessa emozione della prima volta, confessa nel suo ultimo libro “Guerrieri” (Il Pellegrino). Un testo che sfida stereotipi e pregiudizi e prova a raccontare ciò che accade tra quelle mura. Quel tentativo non di “salvare i ragazzi, ma di offrire loro opportunità”, ripete. Perché “nessuno di loro è solo il peggio di ciò che ha fatto”. Li chiama “guerrieri” perché ogni adolescente, per crescere, deve affrontare “delle guerre di identità, di riscatto, di autodefinizione”. Nel caso dei ragazzi di Nisida, si tratta di “guerre assai più impegnative”, combattute spesso “dalla parte sbagliata”. Ma, continua, “per stare in guerra servono coraggio, determinazione. Qualità che, se voltate al bene, possono diventare strumenti di riscatto”. Lo Stato poi “in quanto vincitore - perché lo Stato, con una sentenza di condanna, si pone come tale nei confronti del ragazzo - ha un dovere di onore delle armi nei confronti del “guerriero”, di riconoscere il valore del suo combattimento, non per giustificare la gravità della sua battaglia, ma per considerare la forza che ha saputo mettere in campo”. Perché, alla fine, “è molto più importante avere un guerriero in grado di curare il proprio giardino che non un giardiniere che va in guerra. E questi ragazzi hanno bisogno di imparare a curare sé stessi, i propri bisogni, le proprie attese”. Oggi a Nisida ci sono circa 70 ragazzi, la maggioranza dei quali napoletana. La devianza minorile non cresce nei numeri, anche se in carcere finiscono più ragazzi di prima, “ma sicuramente è cambiata nella qualità. Un tempo c’erano due o tre che avevano reati contro la persona, oggi sono un terzo e la metà ha usato violenza, spesso con armi”. Questo “alimenta un allarme sociale” al quale il Governo risponde con provvedimenti sempre più securitari: l’imputabilità che scende a 14 anni, il fermo preventivo per i minorenni. Guida, “da tecnico e non da politico”, spiega che “sul tema della sicurezza e della giustizia, spesso la collettività ragiona di pancia e la politica cerca di assecondare queste attese”. E invece “bisogna tenere in equilibrio i nostri tre cervelli: pancia, testa, cuore. Anche perché, dal mio osservatorio, posso dire che su una certa tipologia di devianza e di criminalità minorile, il restringimento e il carattere generalmente preventivo della punizione hanno un’efficacia limitata. Questi ragazzi vivono in un ambiente nel quale non si guarda agli effetti del proprio comportamento come farebbe un coetaneo che vive in un contesto sano. Hanno un’esistenza impulsiva, emotiva, adrenalinica. La reazione della collettività, anche la più repressiva, non è detto che sortisca l’effetto sperato”. Sono “ragazzi che non hanno maturato la loro identità, se cercano un benessere, una felicità, oppure se - come dicono e cantano anche - vivono in una tale condizione di malessere che la morte non gli toglie nulla”. Sono ragazzi con delle “ferite che precedono il gesto”, come scrive Maurizio De Giovanni, nella prefazione al libro. “Questo è un tema centrale”, sottolinea Guida: “I nostri ragazzi vivono una complessità di ferite che, a volte, hanno un carattere familiare. Queste ferite non ricomposte attivano una serie di meccanismi difensivi che possono generare comportamenti irrazionali”. Come équipe educativa abbiamo dovuto affrontare il fatto che vivono certe esperienze con una tracotanza superiore a quella che caratterizza un normale adolescente. Arrivano a considerare la morte un semplice punto di passaggio, pensano che non hanno nulla da perdere, per cui il fatto che la loro vita possa interrompersi improvvisamente non gli importa. Questo ci deve porre delle domande. Sono “ragazzi cresciuti troppo in fretta, che vivono il presente e non sanno coniugare il futuro”. Ma, osserva Guida, “la percezione del tempo non è qualcosa che noi abbiamo come innata, la impariamo”. Molti di questi ragazzi “non hanno frequentato la scuola materna. Sono arrivati alle elementari già con dei gap culturali, dell’attenzione, senza aver imparato la linea del tempo, la prescrittura, il limite. Inevitabilmente partono un passo indietro agli altri”. La scuola non ha colpe, precisa, ma questo ritardo non si riesce a compensare”. Il lavoro da fare è complesso. E c’è, come scrive il cardinale Mimmo Battaglia nel suo contributo al libro, “l’urgenza di una giustizia riparativa”. Fondamentale, spiega Guida, è l’alleanza che l’arcivescovo di Napoli ha lanciato con “il patto educativo, una sinergia tra gli adulti della comunità, tra le istituzioni verso un obiettivo comune”, per guardare “da qui a vent’anni, a che tipo di comunità vogliamo essere”. Per dare opportunità a questi ragazzi. “All’inizio”, spiega ricordando la prima volta che ha guardato negli occhi uno di loro che aveva ucciso, “nel suo sguardo c’era un atteggiamento difensivo del genere “io non sono quello, non mi riconosco, stai parlando di un’altra persona”. Ma poi, aggiunge, “tante volte quegli occhi li ho visti cambiare, guardarsi dentro, provare dolore e, a un certo punto, anche empatia”. E se è vero che “non ci sono risposte semplici per affrontare la devianza, il dividere il mondo tra buoni e cattivi sicuramente non genera sicurezza né per gli uni né per gli altri”. 30 bimbi sotto i 3 anni vivono in carcere con le madri. Erano 11, il Decreto Caivano li ha triplicati di Andrea Carlino orizzontescuola.it, 6 agosto 2026 Sono numeri che raccontano una nazione sempre più severa con i suoi giovani, ma non per questo più sicura. Il Rapporto di metà anno 2026 di Antigone, l’associazione che da decenni osserva le maglie del sistema penitenziario, restituisce un ritratto inquietante: da una parte i 572 ragazzi rinchiusi nei 20 Istituti Penali per Minorenni, una cifra stabile rispetto ai 559 del giugno 2025 ma che nasconde un paradosso drammatico. Dall’altra il numero dei bambini in carcere con le loro madri è schizzato da 11 a 30 in appena quindici mesi, effetto diretto delle modifiche legislative volute dall’esecutivo. L’analisi non lascia spazio a interpretazioni ambigue. L’impennata delle presenze nei circuiti minorili - “aumentate del 50% con l’entrata in vigore del Decreto Caivano” - è stata assorbita dal sistema senza che i reati gravi fossero cresciuti. La fotografia scattata al 30 giugno 2026 dice che su 572 detenuti, 227 sono stranieri, pari a quasi il 40% del totale. Oltre l’80% di questi ragazzi proviene dal Nord Africa, con una prevalenza di Tunisia, Marocco ed Egitto. Sono in gran parte minori stranieri non accompagnati, passati dalla vita di strada al carcere perché l’accoglienza esterna non ha saputo trattenerli. La cultura della “presa in carico penale” sostituisce il sostegno sociale - Il rapporto mette in fila un fenomeno che cresce in sordina ma con una progressione inarrestabile. I ragazzi complessivamente in carico ai Servizi della Giustizia Minorile sono oggi 17.833, contro i 14.151 dell’ottobre 2022, quando l’attuale governo saliva in carica. Un incremento del 26% in quattro anni, con un’accelerata nei primi sei mesi del 2026 che ha aggiunto quasi mille unità. “L’espansione del controllo penale nei confronti dei minorenni - scrivono i ricercatori - va di pari passo con una narrazione semplificata ed allarmista dei fenomeni minorili, che non trova riscontro nei dati”. La geografia delle misure alternative racconta un sistema in affanno. 1.368 ragazzi sono collocati in comunità (di cui solo 16 in strutture pubbliche), 3.611 sono in messa alla prova, mentre appena 566 persone godono di una misura alternativa o sostitutiva alla detenzione. Tradotto: l’impianto punitivo sta schiacciando ogni tentativo di recupero sociale. Sequestrati bambini per punire le madri: la novità che fa tremare - Il capitolo più doloroso è quello che riguarda i più piccoli. La legge 80/2025, convertendo il decreto 48, ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli sotto l’anno di vita. Un obbligo che, come ricorda Antigone, era stato introdotto addirittura dal codice penale fascista del 1930 e che non prevedeva alcuna impunità, solo un rinvio. Oggi una madre condannata può iniziare subito a scontare la pena portando con sé il neonato. Con conseguenze devastanti. La norma introduce anche un’altra novità storica: la detenuta in custodia cautelare in un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri) può essere trasferita per motivi disciplinari in un carcere ordinario, ma senza il figlio, per il quale scatterà l’allarme ai servizi sociali. “È la prima volta in assoluto - denuncia il rapporto - che si apre alla possibilità di strappare il bambino dalle braccia della madre sulla base di una punizione disciplinare, prevedendo l’istituzionalizzazione forzata dei figli delle donne detenute”. Oggi i bambini in cella sono distribuiti in otto strutture: il numero più alto si registra all’Icam di Lauro con 13 bambini e 10 mamme, seguono Milano e Torino con 5 ciascuno, Venezia con 3, poi Castrovillari, Bollate e Perugia con uno a testa. Trasferimenti tra adulti e nuove carceri: la risposta del governo - La fotografia dell’Antigone mette in luce anche le contromisure messe in campo dall’esecutivo per gestire il sovraffollamento che per la prima volta ha colpito le carceri minorili. Nei primi sei mesi del 2026 sono stati 87 i trasferimenti di giovani verso istituti per adulti, una scelta che per l’associazione rappresenta “una modalità di affrontare a scapito delle vite dei ragazzi” il problema degli spazi. L’altra strada è stata l’apertura di tre nuovi Ipm a L’Aquila, Lecce e Rovigo, inaugurati “precipitosamente e con spazi spesso inadeguati”. Un modello definito “esclusivamente contenitivo”, che “non può che costituire una grande sconfitta per la società”. A conferma che il sistema, nella sua risposta alla complessità adolescenziale, ha scelto la via più breve: quella del muro. I numeri dei reati e il paradosso della custodia cautelare - Entrando nel dettaglio dei reati contestati, emerge che il 48,6% sono contro il patrimonio, mentre il 23,6% riguarda la persona. Il dato più significativo riguarda però lo stato giuridico dei detenuti: solo il 13% dei minorenni ha una condanna definitiva, tutti gli altri sono in carcere in custodia cautelare. Gli ingressi nei primi sei mesi del 2026 sono stati 562, superiori alle presenze finali, segnale di un allungamento delle permanenze. Nel 2023, ultimo semestre pre-Decreto Caivano, gli ingressi erano stati 517 e le presenze finali 409: il confronto è impietoso. Il carcere si governa nei reparti, non negli uffici di Antonio Nastasio* L’Opinione, 6 agosto 2026 Ogni volta che il sistema penitenziario attraversa una crisi si torna a parlare di carenza di organici, sovraffollamento, aggressioni al personale, suicidi e difficoltà organizzative. Si invocano nuove norme, maggiori risorse economiche e interventi emergenziali. Raramente, però, ci si interroga sulla questione centrale: il modello organizzativo attraverso il quale vengono governati gli istituti penitenziari. Il carcere non vive negli uffici della Direzione. Vive nei reparti, nelle sezioni detentive, nei corridoi, nei luoghi dove gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria trascorrono ogni giorno accanto alle persone detenute. È lì che si costruisce la sicurezza, si prevengono i conflitti, si colgono i segnali del disagio e si realizza concretamente la funzione costituzionale della pena. Eppure, proprio il reparto è stato progressivamente privato della centralità organizzativa che dovrebbe avere. L’agente di reparto è spesso lasciato solo ad affrontare situazioni sempre più complesse, mentre i livelli decisionali rimangono distanti dalla realtà operativa. Il risultato è un sistema che interviene quando l’emergenza è già esplosa, invece di prevenirla. Questa riflessione non nasce oggi. Trae origine da uno studio organico sulla riorganizzazione dell’Amministrazione Penitenziaria presentato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e acquisito agli atti del Dap. Già allora venivano evidenziate criticità che il tempo non solo non ha risolto, ma ha reso ancora più evidenti: l’isolamento del personale di reparto, la necessità di una dirigenza presente nelle sezioni e la valorizzazione di nuove competenze professionali. L’idea centrale era semplice: il carcere deve essere governato dove il carcere vive. Per questo veniva proposta l’istituzione di un Nucleo Gestionale di Reparto, non come un nuovo ufficio della Direzione né come un ulteriore livello burocratico, ma come il vero centro operativo dell’istituto. Accanto alle figure tradizionali, occorreva valorizzare nuove professionalità: mediatori culturali e linguistici, infermieri, esperti nella gestione dei conflitti, operatori dello sviluppo locale e altre competenze multidisciplinari capaci di integrare sicurezza, trattamento e inclusione sociale. La costituzione di un Nucleo di Trattamento Gestionale di Reparto, proposta già nell’anno 2018, avrebbe rappresentato una delle innovazioni più significative dell’intero sistema, perché avrebbe ricomposto in un’unica funzione le esigenze della custodia, della rieducazione e dell’umanizzazione della pena. Contestualmente, sarebbe stato necessario superare la rigida separazione tra personale civile e appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, ripensando l’assetto organizzativo e orientando maggiormente le energie dell’Amministrazione verso il rafforzamento delle professionalità operative, piuttosto che verso iniziative prevalentemente simboliche. Il rischio, infatti, è che ogni innovazione venga assorbita dalla struttura amministrativa esistente, trasformandosi nell’ennesimo organismo consultivo. Sarebbe un errore. Il Nucleo Gestionale di Reparto non deve essere collocato accanto agli uffici della Direzione, ma all’interno delle sezioni detentive, accanto al personale che opera quotidianamente nei reparti. Qui dovrebbero essere presenti dirigenti della Polizia Penitenziaria e responsabili di reparto con una preparazione altamente specialistica, capaci di condividere il lavoro quotidiano degli operatori, osservare direttamente le dinamiche della popolazione detenuta, coordinare le diverse professionalità e assumere decisioni tempestive. La vera innovazione consiste nel passaggio da una direzione prevalentemente burocratica a una direzione funzionale di prossimità. Non dirigenti che conoscono il carcere attraverso relazioni scritte, ma professionisti che vivono il reparto, ascoltano il personale, comprendono le criticità e intervengono prima che il problema degeneri. Anche la formazione dovrebbe cambiare profondamente. Il sistema penitenziario del XXI secolo non può essere affrontato con competenze esclusivamente custodiali. Servono conoscenze in psicologia del comportamento, criminologia, mediazione dei conflitti, comunicazione, gestione delle emergenze e tutela della salute. In questo contesto si inseriva un’altra proposta contenuta nello studio presentato al Dap: la formazione di appartenenti alla Polizia Penitenziaria con qualifiche infermieristiche conseguite presso scuole professionali operanti negli ospedali pubblici convenzionati, e non all’interno delle Scuole di Formazione della Polizia Penitenziaria. Le Scuole del Corpo devono continuare a svolgere il loro compito istituzionale: formare il personale alla sicurezza, al comando, alla gestione operativa e all’ordinamento penitenziario. La preparazione sanitaria appartiene invece al sistema sanitario pubblico e deve essere acquisita direttamente negli ospedali, a contatto con medici, infermieri e realtà cliniche. Solo successivamente, attraverso brevi seminari e momenti di confronto organizzati presso le Scuole di Formazione della Polizia Penitenziaria, tali competenze potrebbero essere integrate con le specificità dell’ambiente detentivo, mettendo in dialogo professionisti sanitari, dirigenti del Corpo e responsabili della sicurezza. L’obiettivo non è creare infermieri generici, ma operatori della Polizia Penitenziaria capaci di comprendere il rapporto tra salute e sicurezza. Conoscere una patologia significa spesso interpretare correttamente un comportamento. Distinguere una manifestazione di sofferenza psichica da un atto di insubordinazione significa scegliere l’intervento più adeguato. Comprendere i segnali che precedono un gesto autolesivo o un suicidio significa poter intervenire prima che sia troppo tardi. La letteratura scientifica dimostra che il suicidio raramente è un gesto improvviso. Nella maggior parte dei casi è preceduto da segnali, cambiamenti di comportamento, richieste d’aiuto esplicite o silenziose. Riconoscerli richiede formazione, esperienza e soprattutto presenza quotidiana accanto alle persone detenute. Per questo la sicurezza non può essere ridotta al solo controllo. La vera sicurezza nasce dalla conoscenza, dall’osservazione e dalla prevenzione. Un carcere nel quale il personale è preparato a leggere il disagio è un carcere più sicuro per tutti: per gli operatori, per le persone detenute e per l’intera collettività. Dopo oltre trent’anni, molte delle idee contenute in quel progetto conservano una sorprendente attualità. Non perché fossero semplicemente visionarie, ma perché affrontavano problemi strutturali che non sono mai stati realmente risolti. Riformare il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria significa avere il coraggio di modificare il modo di governare il carcere. Significa riportare la direzione nei reparti, valorizzare le competenze della Polizia Penitenziaria, investire nella formazione specialistica e costruire un’organizzazione capace di prevenire anziché inseguire le emergenze. Il carcere del futuro non avrà bisogno soltanto di più personale. Avrà bisogno di personale più preparato, di dirigenti più vicini ai reparti e di un’Amministrazione capace finalmente di riconoscere che la sicurezza non nasce dietro una scrivania, ma dalla competenza, dalla presenza e dalla responsabilità condivisa. Consilia bona non pereunt: mutant manus, servant viam. (Le buone idee non muoiono: cambiano le mani, ma conservano la loro strada). *Già dirigente generale del Ministero della Giustizia Sardegna. 1,5 milioni di euro per la formazione dei detenuti italpress.com, 6 agosto 2026 Manca: “Il carcere sia un’opportunità di riscatto, non solo di pena”. La Regione Sardegna investe 1.491.305,67 euro per trasformare il periodo della detenzione in un’opportunità concreta di crescita, formazione e riscatto. Con l’approvazione dell’avviso pubblico “Attuazione Modelli di intervento per l’inclusione Attiva dei Detenuti (Ama De) - Progetto Per.S.E.I.De. Percorsi Socio-Educativi e di Inserimento per i Detenuti”, l’Assessorato del Lavoro punta a rafforzare le politiche di inclusione sociale, offrendo ai detenuti strumenti e competenze per costruire un futuro diverso e ridurre il rischio di recidiva. “Il carcere non deve rappresentare soltanto il luogo in cui si sconta una pena, ma anche uno spazio in cui ricostruire il proprio futuro - dichiara l’assessora regionale del Lavoro, Desirè Manca -. La nostra Costituzione affida alla pena una funzione rieducativa e noi vogliamo dare concretezza a questo principio, offrendo alle persone detenute l’opportunità di acquisire competenze professionali spendibili nel mercato del lavoro. Restituire dignità attraverso il lavoro significa creare le condizioni perché, una volta terminata la detenzione, queste persone possano intraprendere un percorso di inclusione e autonomia, riducendo il rischio di ricadere nell’illegalità”. L’intervento, che rientra nell’avviso pubblico “Attuazione Modelli di intervento per l’inclusione Attiva dei Detenuti (Ama De), finanzia percorsi formativi finalizzati all’acquisizione di qualifiche professionali riconosciute, inserite nel Repertorio regionale dei Profili di Qualificazione, con l’obiettivo di favorire il reinserimento socio-lavorativo delle persone detenute e contribuire alla riduzione della recidiva. Finanzia percorsi formativi finalizzati all’acquisizione di qualifiche professionali riconosciute, inserite nel Repertorio regionale dei Profili di Qualificazione, individuate in raccordo con il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e coerenti con i fabbisogni del mercato del lavoro. I percorsi saranno realizzati all’interno degli istituti penitenziari della Sardegna, utilizzando le aule e i laboratori già presenti. Le candidature dovranno essere presentate esclusivamente in modalità telematica attraverso l’area riservata del portale Sardegna Lavoro, entro la finestra temporale compresa tra le ore 15.00 del 29 luglio 2026 e le ore 23.59 dell’11 settembre 2026. “Investire nella formazione in carcere - conclude l’assessora - significa investire nella sicurezza delle nostre comunità. Ogni persona che, grazie a un percorso educativo e professionale, riesce a reinserirsi nella società è una persona che ha una concreta possibilità di costruire una nuova vita”. Prato. Omicidio nel carcere: detenuto di 32 anni ucciso in cella tvprato.it, 6 agosto 2026 Un detenuto nigeriano di 32 anni è stato ucciso nella tarda serata di ieri, mercoledì 5 agosto, all’interno della casa circondariale della Dogaia di Prato. La Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta e procede, allo stato delle indagini, per il reato di omicidio preterintenzionale. Secondo quanto reso noto dalla Procura, il fatto è avvenuto nella camera di sicurezza numero 171 della settima sezione, destinata ai detenuti ristretti per reati sessuali. La vittima condivideva la cella con altri tre detenuti. L’uomo è stato trovato con ecchimosi all’interno del labbro superiore, una ferita lacero-contusa nella zona frontale sinistra e una fuoriuscita di sangue dalle narici. Il medico legale ha accertato un trauma cranico, provocato verosimilmente da un corpo contundente. Il decesso è stato constatato alle ore 23,18. La Procura ha assunto immediatamente la direzione delle indagini. Dagli elementi raccolti finora emerge che la morte sarebbe stata preceduta da una colluttazione. Gli investigatori sono impegnati a ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto, individuare l’autore o gli autori dell’aggressione e chiarire il movente. L’episodio rappresenta l’ennesimo grave fatto di violenza all’interno del carcere della Dogaia, una struttura che da tempo deve fare i conti con il problema del sovraffollamento. Come evidenziato dalla stessa Procura, nell’istituto sono attualmente presenti circa 640 detenuti e molte celle ospitano quattro persone, come quella in cui si è consumato l’omicidio. Le indagini sono coordinate dalla Procura della Repubblica di Prato e vengono svolte con il supporto della Polizia Penitenziaria in servizio nell’istituto, della Squadra Mobile e della Polizia Scientifica, che stanno raccogliendo tutti gli elementi utili per fare piena luce sull’accaduto. Prato. Afa in cella, droghe e cimici. Un ex detenuto alla Dogaia: “Lì non c’è più umanità” di Silvia Bini La Nazione, 6 agosto 2026 Il grande caldo ad oltranza e il sovraffollamento amplifica in queste settimane l’emergenza Dogaia: quattro detenuti in nove metri quadri stipati in celle roventi in tre sezioni, carenze negli organici di polizia penitenziaria - a cui si somma in estate la turnazione feriale -, condizioni igienico-sanitarie gravose, la presenza di un sistema strutturato che la procura di Prato ha definito in più occasioni “di elevatissima illegalità” che garantisce ai detenuti rifornimenti di droga (hashish, cocaina, eroina) e smartphone dall’esterno. Settimanale ormai il tentativo con plichi, involucri e drone con lenze attaccate di approvvigionare i detenuti della casa circondariale. Una fenomenologia confermata anche da una testimonianza rilasciata a La Nazione, dietro anonimato, da un uomo di origine marocchina ai domiciliari, uscito dalla Dogaia con l’affidamento al lavoro dopo una permanenza - non la prima, considerando i suoi precedenti - “traumatica”: “Cimici dentro i muri, letti senza materassi, droghe di ogni tipo, muffe, soffitti gocciolanti - racconta l’uomo -. In carcere deboli e fragili non fanno vita”. L’accento, poi, è posto sul clima di “paura e violenza tra detenuti” che si respira in carcere: “Quando chiamavo le guardie per assistenza - aggiunge l’uomo - spesso mi rispondevano altri detenuti nelle celle accanto alla mia dicendo di “stare zitto perché non avevo diritto di parlare. C’è tanta violenza in carcere quando le guardie non vedono, e in tanti hanno paura a parlare, perché temono di subire vendette: lì non c’è più umanità”. A contestualizzare e circoscrivere la testimonianza ci ha pensato la Garante dei detenuti di Prato, Patrizia Michelini: “Indubbiamente ci sono detenuti prepotenti, persone con problemi psichiatrici difficili da gestire. Ma durante i colloqui non è emerso nessun clima di paura alla Dogaia”. Certo, la fotografia scattata da Michelini è impietosa: “La Dogaia? Un ammasso di disperati che soffrono. Il carcere è sovraffollatissimo - conferma la Garante -, specialmente dalla chiusura di una sezione per una ristrutturazione che non vede mai la fine. Ci sono delle celle che ospitano fino a quattro detenuti. Con questo caldo è terribile. Venerdì scorso ho visitato quattro sezioni: il direttore mi ha detto che sono state fatte le disinfestazioni anti cimici, ci sono stati in passato dei casi eclatanti. E sì, degli scarafaggi si continuano a vedere, ma la situazione è migliorata un po’. Ma davvero, con questo caldo, tutto lì dentro si amplifica. Anche nei passeggi è impossibile stare perché in pieno sole. E negli orari più freschi il transito non è consentito perché i detenuti sono chiusi in cella. Sono stati donati di recente ventilatori e pinguini, ma capite che con quattro detenuti stipati in nove metri quadri, un ventilatore che spara in cella aria calda fa ben poco. Ci sarebbero poi quattro/cinque detenuti malati per i quali i sanitari hanno chiesto l’incompatibilità col carcere, ma sono ancora lasciati lì a soffrire”. Intanto, martedì, un detenuto italiano di 48 anni è caduto dal letto ed è finito al pronto soccorso in codice rosso con un forte trauma cranico, per poi essere dimesso dal Santo Stefano, senza conseguenze. Prato. Il pm Tescaroli: “Servono più controlli e personale nelle carceri, così si prevengono i reati” firenzedintorni.it, 6 agosto 2026 “Occorrono nuovi istituti penitenziari, tecnologie di sicurezza e una riforma dell’ordinamento”. Il procuratore di Prato Luca Tescaroli torna a parlare dell’emergenza carceri, indicando le priorità per affrontare criticità come sovraffollamento, carenza di organici e sicurezza negli istituti penitenziari. “Credo ci sia innanzitutto l’esigenza di una visione a lungo termine, che è quella di avere una politica penitenziaria coerente con la necessità di impedire che le carceri vengano impiegate come luoghi dove si commettono delitti. Servono organici adeguati per la polizia penitenziaria, così come percorsi per favorire l’integrazione dei detenuti stranieri. Quanto al gravissimo problema del sovraffollamento, occorre un aumento significativo degli istituti penitenziari”, afferma Tescaroli. Il magistrato richiama l’attenzione sulla situazione del carcere della Dogaia, dove negli ultimi due anni sono stati sequestrati quasi cento telefoni cellulari e circa quattro chilogrammi di droga, in un contesto segnato anche da suicidi, violenze e casi di overdose. “Pur considerando la detenzione in carcere un’estrema ratio, sarebbe molto importante costruire nuovi penitenziari, in modo che i detenuti vivano in condizioni dignitose e siano davvero accompagnati in un percorso di reinserimento. L’ideale sarebbe che ognuno avesse la propria cella e che gli agenti fossero messi nelle condizioni di svolgere un efficace controllo interno ed esterno. Se una struttura penitenziaria viene lasciata a sé stessa si creano le condizioni per l’incremento dei delitti”, sottolinea. Tescaroli chiede inoltre un rafforzamento delle misure di sicurezza: “Sarebbero opportuni numerosi interventi, dotare tutto l’istituto di telecamere, reti anti-lancio, laser scanner per controllare ciò che entra, jammer per schermare la struttura, controlli radiologici sui detenuti di rientro dai permessi e pattugliamenti continui attorno al carcere. Oltre, naturalmente, a organici adeguati”. Infine il procuratore propone una revisione dell’ordinamento penitenziario: “È una legge fondamentale, ma ha cinquant’anni. Si potrebbe pensare a strumenti che accompagnino il detenuto dal termine della pena al reinserimento nella società e a misure che favoriscano il lavoro, prevedendo percorsi personalizzati e incentivi per le imprese che assumono chi ha dimostrato la volontà di reinserirsi”. Trento. Abrar, suicida in cella a 21 anni dopo i tanti no alle misure alternative di Alessandra Ziniti La Repubblica, 6 agosto 2026 La storia della più giovane detenuta che si è tolta la vita nel 2026. Tossicodipendente, aveva chiesto di essere curata, di poter scontare la pena per furti e ricettazione, in una Comunità. Era una ragazza a cui bastava una speranza per guardare al suo futuro. Ma aveva bisogno di essere curata dalle sue dipendenze, lo aveva chiesto lei stessa. Ma le hanno negato sempre tutto: no alla Comunità, no agli arresti domiciliari a casa dei genitori, no a qualsiasi beneficio. E quando è arrivata la seconda condanna e l’hanno trasferita di carcere, si è uccisa”. Così uno dei legali che l’ha difesa ricorda Abrar Jarrar, 21 anni appena, nata a Cremona da genitori stranieri, la più giovane detenuta suicida di questo 2026. L’hanno trovata che penzolava dalla finestra della sua cella nel carcere di Spini di Gardolo a Trento la mattina del 24 maggio. Quando se ne sono accorti respirava ancora ma è morta due giorni dopo in ospedale. Per lei e per tutti i detenuti per piccoli reati, magari tossicodipendenti, tanto giovani da poter aspirare ad una vera rieducazione e recupero gli avvocati della Camera penale di Verona a giugno hanno fatto tre giorni di astensione dalle udienze. “Un sistema che non dialoga con le reali esigenze delle persone detenute e che frappone ostacoli burocratici insormontabili all’accesso alle misure alternative e non garantisce la funzione rieducativa imposta dalla Costituzione”, la loro denuncia. Abrar doveva scontare una pena di cinque anni per furti e rapine. Era finita in manette due anni fa a Verona in un uno dei quei blitz alle stazioni contro le bande che commettono furti e aggressioni. Nata a Cremona nel 2004, a 18 anni era andata via di casa per seguire un ragazzo di cui si era invaghita ed era finita nel giro della tossicodipendenza e dei piccoli reati che ruotano attorno: furti, rapine, ricettazione. In manette a 19 anni, i due successivi passati in custodia cautelare nel carcere di Verona. Lì aveva chiesto di potere essere trasferita in una comunità per tossicodipendenti, una misura meno afflittiva del carcere. Richiesta respinta. “La sua famiglia era disposta a riprenderla a casa, avevamo preso anche i contatti con il Serd di Cremona, ma le nostre istanze non hanno mai avuto risposta”, ricorda il legale. E poi sono arrivate le sentenze: due da tre anni e mezzo ciascuna, senza il beneficio della continuazione. Condanne definitive e trasferimento nel carcere di Trento, lontano dalla famiglia. Per lei era stato disposto il regime aperto, con la possibilità di trascorrere diverse ore fuori dalla cella. “Voleva diventare gelataia, aveva seguito il corso che avevamo organizzato all’interno del carcere”, ricorda una socia dell’associazione Soroptimist. E invece, la mattina del 24 maggio, ha chiesto di rientrare un attimo in cella, ha tolto le lenzuola da letto e si è impiccata. A soli 21 anni. Treviso. Cgr Young, la giustizia riparativa nelle mani dei ragazzi di Veronica Rossi vita.it, 6 agosto 2026 Mentre il dibattito pubblico chiede risposte più severe ai reati commessi dai minori e si interroga sull’abbassamento dell’età dell’imputabilità, il Crg Young di Treviso racconta un’altra strada: quella di una giustizia riparativa che parte dall’ascolto e dalla responsabilizzazione. Qui i mediatori sono ragazzi formati per aiutare altri ragazzi a trasformare il conflitto in dialogo. Perché la riparazione può essere una forma concreta di prevenzione. Scuola secondaria di secondo grado, classe difficile, pochi insegnanti che riescono a gestirla. L’associazione La Voce viene chiamata per un’attività di ascolto empatico. I ragazzi devono scegliere da una valigia un oggetto che li rappresenti. Uno di loro prende in mano un oggetto e dice: “L’ho scelto perché è con questo che mio padre mi picchia quando sbaglio qualcosa… O quando ha voglia di farlo”. Cala il silenzio. Solo un insegnante ride: pensa che sia uno scherzo. Poi realizza che non lo è. Gli operatori chiedono agli altri alunni quanti abbiano vissuto un’esperienza simile. E più di metà alza la mano. Come si può pretendere che gli adolescenti si interessino all’italiano, alla storia, alla matematica, prima di aver ascoltato il loro dolore e di averlo affrontato insieme? Fare mediazione nelle scuole - È da momenti come questo che si capisce il senso della mediazione umanistica e della giustizia riparativa nelle scuole. Dietro un comportamento difficile, un litigio o una sanzione disciplinare, spesso ci sono ferite che nessuno ha mai avuto il tempo di fermarsi a guardare. Per questo, l’associazione La Voce di Conegliano, in provincia di Treviso, promuove da oltre dieci anni aule di mediazione, tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, in cui studenti e adulti imparano ad affrontare i conflitti attraverso il dialogo e il confronto. Da questa esperienza nel 2024 tra Conegliano e Treviso è nato anche il Centro di Giustizia Riparativa - Cgr young: spazi di incontro in cui i ragazzi mediatori continuano a incontrarsi e a formarsi e ad allenare pratica e cultura della relazione e dell’ascolto, anche al di là della scuola. “Le aule di mediazione sono spazi in cui i ragazzi e gli adulti che vivono la scuola possono confrontarsi quando c’è un’incomprensione, un conflitto o una tensione”, spiega Sara Dall’Armellina, mediatrice e formatrice alla mediazione umanistica e alla giustizia riparativa dell’associazione La Voce. “Non parliamo di casi che hanno a che vedere con fattispecie penali, ma non vuol dire che siano situazioni meno dolorose”. Ad accogliere chi chiede di accedere all’aula di mediazione c’è un’equipe di tre persone. Se si tratta di studenti, ci sono due ragazzi e un adulto mediatore, che può essere un insegnante, ma anche un collaboratore scolastico, o un genitore. Basta essere formati e mantenere l’allenamento. La formazione, per adulti e ragazzi - Per diventare mediatori - sia adulti che adolescenti - c’è un percorso da affrontare. “I ragazzi vengono scelti dai compagni attraverso incontri di sensibilizzazione, normalmente di almeno quattro ore, che si fanno nelle classi”, spiega Dall’Armellina. “Poi c’è la formazione. Prima degli adulti, poi dei ragazzi: i primi partecipano anche ad almeno tre incontri del percorso di 30 ore dedicato ai secondi. Come associazione, è sempre stato importante non “colonizzare” le scuole. Se al primo ciclo di formazione ci sono due dei nostri operatori, dal secondo dei ragazzi inizia a essercene uno solo insieme a un insegnante mediatore dell’edizione precedente. Vorremmo, col tempo, rendere gli istituti autonomi nel trasmettere la mediazione ai ragazzi”. I risultati della giustizia riparativa e della mediazione nelle scuole sono sorprendenti. All’istituto Ies Miralcamp di Villareal, in Spagna, esperienza pilota con un decennio di lavoro in più rispetto all’Italia, nel 2015 erano già passati da 52 a due sospensioni all’anno. È un lavoro che richiede tempo: va preparato il terreno, vanno sensibilizzati adulti e ragazzi. Però, quando un docente comprende il valore della giustizia riparativa, i risultati possono essere straordinari. “In alternativa alla sanzione disciplinare si può proporre l’incontro di mediazione”, spiega la mediatrice. “Se c’è un esito riparativo, che vuol dire che gli studenti si parlano, si ascoltano profondamente - soprattutto rispetto ai vissuti e alle emozioni che hanno provato -, riconoscendo l’altro e trovando un accordo, la sanzione può essere tolta, come accade nel settore penale minorile, dove, per alcuni reati, è prevista l’estinzione del reato a fronte di un esito riparativo del programma. Recentemente, per esempio, un alunno aveva insultato un insegnante. Nel Consiglio di classe straordinario, è stato proposto di sospendere la decisione in merito al provvedimento e proporre la mediazione. Il docente era abbastanza scettico. Dopo, invece, si è ricreduto e ha chiesto di poter raccontare ai colleghi l’esperienza: era rimasto profondamente colpito da quello che entrambi avevano compreso, l’uno dell’altro e anche di loro stessi. La sospensione non è più stata data”. Il Centro di giustizia riparativa Young - Il Cgr young, che raccoglie ragazzi mediatori delle province di Treviso, Trieste, Pordenone, Vicenza e Belluno nasce invece da un bisogno dei ragazzi mediatori: incontrarsi, allenarsi e scoprirsi “accordati”. È un modo per rafforzare gli studenti impegnati in questo percorso, creare delle reti tra di loro, anche quando provengono da scuole distanti tra loro. C’è chi ha iniziato la formazione alle medie, ha partecipato alle aule di mediazione, per poi andare alle secondarie di secondo grado e non trovare lo stesso spazio. È anche accaduto che, quando nello stesso istituto si ritrovano più studenti formati, gli stessi ragazzi hanno iniziato autonomamente a parlarne con docenti e dirigenti e questo ha porto all’avvio di laboratori nelle giornate aperte, in cui continuare l’esperienza di giustizia riparativa. La mediazione umanistica è qualcosa che impatta la vita quotidiana, un valore che va oltre la classe: offre consapevolezza, ascolto, capacità di empatia, senza temere l’incontro con la ferita dell’altro. Mediazione fa rima con prevenzione - Soprattutto, lavorare sulla mediazione umanistica e sulla giustizia riparativa ha un valore preventivo. “Scuola e carcere hanno molti punti di contatto”, commenta Dall’Armellina. “Il primo è che si fondano sullo stesso valore, educazione e ri-educazione. Quando questo salta, chi vive quegli spazi soffre e deve manifestarlo in questo modo. Ho fatto esperienza come mediatrice penale negli istituti penitenziari minorili, sia femminili che maschili, e quello che mi ha sempre colpito è il tasso di recidiva, superiore al 70%. Che poi è simile al tasso di dispersione di chi a scuola comincia a prendere sospensioni e note. Una volta abbiamo fatto un incontro del tavolo provinciale di giustizia riparativa di Treviso, in cui c’erano anche gli agenti del nucleo di prossimità della polizia locale di Torino e la polizia giudiziaria di Padova. Si parlava proprio di questo argomento e si proponeva di organizzare dei tavoli legati alla giustizia riparativa sulla dispersione. A un certo punto uno dei nostri ragazzi mediatori ha preso la parola e ha detto: “Voi parlate tanto di questi ragazzi, ma perché non invitate noi ai tavoli? Perché alcuni di queste persone di cui parlate sicuramente saranno state nostri compagni e amici alle primarie: se avessimo vissuto quello che hanno vissuto loro, neanche noi avremmo avuto il coraggio di andare avanti”. E non si parla solo di comportamenti tra bambini, spesso sono da parte di adulti”. L’associazione La Voce, che da aprile è l’Ente gestore del Centro di giustizia riparativa per il Comune di Venezia, ha avviato diversi programmi per casi in cui sono coinvolti minorenni autori e vittime di reato. “Stiamo immaginando anche percorsi che coinvolgano i ragazzi mediatori e giovani che hanno avuto problemi con la giustizia. E con le vittime, se saranno disponibili”, anticipa Dall’Armellina. I ragazzi, più che di punizioni, hanno bisogno di ascolto. Di spazi dove potersi raccontare, senza giudizio, incontrare, ascoltarsi e dialogare. “Già dalle mie prime mediazioni, ci sono stati degli adolescenti che ci hanno detto che non era mai capitato loro di trovare tre persone che stessero in silenzio, ad ascoltare dall’inizio alla fine, senza dire cosa fare e senza giudicare”, conclude. “C’è molto rispetto per chi arriva. La mediazione è soprattutto un modo per incontrare sé stessi, per conoscersi e comprendere meglio se per poi comprendere l’altro”. Asti. Garante dei detenuti, presentata la relazione annuale: “Cinque impegni per la città” lavocediasti.it, 6 agosto 2026 Circa 160 attività e oltre 100 colloqui nel primo anno di mandato. Sovraffollamento al 138%, criticità strutturali e carenze di personale. Massano: “Dignità, responsabilità, riparazione e speranza”. Giovedì 23 luglio, nella IX Commissione consiliare del Comune di Asti, è stata presentata e discussa la relazione annuale del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, Domenico Massano, relativa al periodo luglio 2025 - giugno 2026. La relazione restituisce il lavoro svolto nel primo anno di mandato e propone una lettura delle principali questioni riguardanti la Casa di Reclusione A.S. di Asti, mettendo insieme l’osservazione delle criticità, la valorizzazione delle esperienze positive e l’individuazione di possibili prospettive di intervento. Un ponte tra carcere e città - Il ruolo del Garante è stato interpretato come una funzione di collegamento tra il carcere e la città: un ponte tra il “dentro” e il “fuori”, chiamato da una parte a entrare nell’istituto per incontrare, osservare e ascoltare le persone detenute, la Direzione, il personale e le realtà che operano all’interno e, dall’altra, a uscire dalle mura per dialogare con il territorio, promuovere occasioni di sensibilizzazione e costruire reti di collaborazione. Nel periodo considerato sono state realizzate circa 160 attività riconducibili al mandato, con una presenza mediamente settimanale all’interno della Casa di Reclusione e oltre 100 persone detenute incontrate per colloqui riservati. L’attività ha compreso anche visite nelle sezioni, sopralluoghi, incontri e un dialogo costante con la Direzione, la Polizia Penitenziaria, le aree trattamentale e sanitaria, le altre istituzioni competenti e la rete dei Garanti. Parallelamente è proseguito il coordinamento del Tavolo Carcere-Città, luogo stabile di confronto e progettazione che riunisce istituzioni, servizi, scuole, volontariato, cooperative e realtà del Terzo settore. Sovraffollamento e criticità strutturali - La relazione evidenzia una situazione complessa. Ad aprile 2026 erano presenti 276 persone detenute, a fronte di 200 posti effettivamente disponibili secondo il dato utilizzato dal Garante nazionale, con un tasso di affollamento del 138 per cento. A questo si aggiungono, nonostante i frequenti interventi di manutenzione ordinaria, problemi strutturali, infiltrazioni, muffe, spazi e servizi igienici inadeguati, difficoltà legate alle ondate di calore. Particolarmente rilevanti risultano inoltre le carenze di personale, che riguardano l’area trattamentale, la Polizia Penitenziaria e gli uffici amministrativi, con ripercussioni sia sulle condizioni di lavoro sia sulla possibilità di garantire le diverse attività trattamentali e sanitarie. La relazione dedica inoltre specifica attenzione alla sanità penitenziaria, alla salute mentale, alle dipendenze e alla prevenzione del rischio suicidario. Il suicidio di Christian Guercio ha rappresentato uno degli eventi più dolorosi dell’anno e ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità delle istituzioni e dei servizi territoriali di riconoscere e accompagnare le fragilità. Accanto alle criticità, sono state valorizzati la disponibilità al dialogo, l’impegno costituzionalmente orientato, gli interventi di miglioramento come l’area verde e lo spazio colloqui con bambini, e le attività lavorative, formative, scolastiche, universitarie e culturali, così come il ruolo del volontariato, delle cooperative sociali e della partecipazione delle stesse persone detenute. Le cinque proposte alla città - La relazione avanza cinque proposte concrete per la Città di Asti. La prima è riconoscere e consolidare il Tavolo Carcere-Città quale luogo stabile di confronto, coordinamento e coprogettazione tra Comune, istituto penitenziario, servizi, scuole, volontariato e Terzo settore. La seconda è migliorare l’accessibilità dell’istituto e l’accoglienza delle famiglie, rafforzando i collegamenti di trasporto pubblico, sostenendo la realizzazione della prevista struttura esterna e predisponendo uno spazio coperto e dignitoso per l’attesa. La terza è promuovere il lavoro e il reinserimento, coinvolgendo imprese, cooperative, associazioni di categoria e parti sociali nella costruzione di opportunità lavorative dentro e fuori dal carcere. La quarta proposta punta a rafforzare la presa in carico della salute e delle fragilità, proseguendo il monitoraggio avviato dalla Commissione consiliare e consolidando il raccordo tra ASL, servizi territoriali, forze dell’ordine e realtà sociali. La quinta è promuovere una cultura costituzionale della pena e la giustizia riparativa, attraverso iniziative rivolte alle scuole e alla cittadinanza e dando continuità al percorso avviato con i Centri di giustizia riparativa di Torino e Bergamo, nella prospettiva di costruire una “Asti città riparativa”. Dignità, responsabilità, riparazione e speranza - Il lavoro svolto è stato orientato da quattro parole: Dignità, Responsabilità, Riparazione e Speranza. “La dignità rappresenta il punto di partenza: ogni persona, anche quando ha commesso un reato ed è privata della libertà, conserva diritti e dignità e non può essere identificata o ridotta esclusivamente al reato commesso” si legge nella relazione. La responsabilità chiama in causa non solo la persona condannata, ma anche le istituzioni e l’intera comunità, mentre la riparazione richiama l’attenzione ai legami spezzati dal reato: con le vittime, con le famiglie, con la comunità. La speranza, infine, è la possibilità concreta che una persona possa cambiare e costruire una vita diversa. “Dignità, responsabilità, riparazione e speranza non riguardano soltanto chi si trova in carcere - conclude la relazione. Riguardano il modo in cui una città interpreta la pena, sostiene il lavoro di chi opera negli istituti, accompagna le persone verso il rientro nella società e costruisce sicurezza attraverso l’inclusione, la responsabilizzazione e il rispetto della Costituzione”. Asti. Quest’anno non si è potuta svolgere la “Partita con mamma e papà”. Ma perché? di Domenico Massano Gazzetta di Asti, 6 agosto 2026 “Papà, hai fatto qualcosa di sbagliato?”. La domanda è arrivata durante una telefonata nel giugno scorso. Una ragazza aveva già immaginato la giornata che avrebbe trascorso con il padre nel campo sportivo della Casa di Reclusione di Asti. Aveva programmato di fare il portiere, di correre con lui, di scherzare e ridere insieme, come l’anno precedente. Il padre ha dovuto invece comunicarle che la partita non si sarebbe potuta svolgere. Lei è rimasta in silenzio. Poi ha chiesto se la cancellazione dipendesse da qualcosa che il padre aveva fatto. Lui ha provato a spiegarle che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva escluso dall’edizione 2026 le persone detenute appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza. La figlia ha cercato di capire con le proprie categorie e le proprie domande, ma il padre non ha saputo come rispondere, perché tradurre la complessità dei circuiti detentivi e delle decisioni amministrative è quasi impossibile. È forse questa scena, raccontata da un padre detenuto, più ancora della partita che ad Asti non si è potuta svolgere, a restituire il significato della vicenda. L’iniziativa si è infatti regolarmente svolta con la possibilità di partecipazione per le sole persone detenute appartenenti al circuito di Media Sicurezza, mentre, per decisione del DAP, ne sono rimaste escluse quelle dei circuiti di Alta Sicurezza. Per molte di queste ultime non è venuta meno soltanto un’attività dal calendario: ci sono figli che hanno perso l’opportunità di trascorrere alcune ore di normalità con il proprio genitore e padri che non hanno trovato le parole per spiegare questa nuova separazione. Molto più di una partita - La “Partita con mamma e papà”, ideata e promossa da Bambinisenzasbarre ETS e realizzata in collaborazione con il Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), rappresenta un’occasione nella quale gli istituti penitenziari si aprono alle famiglie, trasformandosi, anche solo per qualche ora, in luoghi di incontro, gioco e normalità. Sul campo si gioca, si passeggia e si conversa: gesti comuni fuori dal carcere, ma straordinari in un luogo nel quale gli incontri familiari sono inevitabilmente segnati da controlli, tempi prestabiliti, porte e separazioni. L’associazione definisce l’iniziativa uno spazio nel quale il rapporto tra genitore e figlio può esprimersi attraverso il gioco e la condivisione, restituendo un momento di quotidianità. L’iniziativa è giunta quest’anno alla decima edizione. Tra gli istituti che, per effetto della decisione del DAP, non hanno potuto partecipare vi è la Casa di Reclusione di Asti, istituto di Alta Sicurezza, dove negli ultimi anni l’esperienza era stata realizzata grazie al lavoro congiunto della Direzione, dell’Area trattamentale, della Polizia Penitenziaria, di Bambinisenzasbarre ETS e del volontariato. Non era un’attività improvvisata, ma il risultato di un percorso preparato nel tempo. Le testimonianze raccolte dopo le precedenti edizioni ne raccontano il valore. Un detenuto aveva scritto che “le famiglie si sono ricomposte e ritrovate” e che la gioia dei bambini aveva “oltrepassato i muri, le sbarre e tutte le barriere che separano il pianeta carcere dal mondo esterno”. Un altro padre raccontava: “In quelle due ore ci siamo dimenticati del posto in cui eravamo”. La partita non eliminava il carcere e non attenuava la responsabilità per il reato commesso. Creava però uno spazio nel quale la pena poteva convivere con la relazione, il controllo con l’affettività, la custodia con la genitorialità. Lo sguardo dei figli - Dal punto di vista dei figli, la partita non rappresenta soltanto qualche ora in più da trascorrere con il padre. Offre la possibilità di vivere una relazione che non sia interamente definita dal carcere. Durante i colloqui ordinari sono gli spazi, i controlli e i tempi stabiliti dall’istituzione a determinare la forma dell’incontro. Sul campo, invece, i figli possono correre, prendere l’iniziativa, mostrare ciò che hanno imparato e ricevere un incoraggiamento. Non si tratta soltanto di vedere il proprio genitore, ma anche di essere visti da lui. Mostrare una parata, un tiro o una nuova abilità significa mantenere il padre dentro la propria crescita e costruire un ricordo nel quale la sua figura non coincida completamente con la detenzione. Significa poter dire agli amici: “Anch’io ho giocato a calcio con il mio papà”. Perdere questa opportunità significa quindi perdere una rara esperienza di normalità familiare. Sicurezza, trattamento e individualizzazione - I circuiti di Alta Sicurezza presentano esigenze specifiche che non possono essere ignorate. Il punto non è sostenere che qualsiasi attività debba essere autorizzata indipendentemente dal circuito, dalla posizione dei partecipanti o dalle condizioni dell’istituto. La questione riguarda il metodo e i criteri con cui queste decisioni vengono assunte, nonché le finalità che devono orientarle. La Costituzione e l’Ordinamento penitenziario delineano un modello nel quale sicurezza e trattamento non sono obiettivi alternativi. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene devono tendere alla rieducazione. L’articolo 15 della legge 26 luglio 1975, n. 354, nel presentare i vari elementi del trattamento dispone che siano agevolati “gli opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia”. L’articolo 28 aggiunge che “particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie”. Anche la Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti, sottoscritta dal Ministero della Giustizia, dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e da Bambinisenzasbarre, richiama la necessità di preservare il legame affettivo e di considerare le esigenze della relazione genitoriale nelle decisioni che riguardano i figli. L’Ordinamento prevede, inoltre, che il trattamento sia attuato secondo un criterio di individualizzazione, in rapporto alle condizioni e ai bisogni specifici della persona. Queste disposizioni non trasformano ogni iniziativa in un diritto automatico, ma indicano i criteri che dovrebbero orientare le valutazioni amministrative. Le diverse attività e il mantenimento delle relazioni familiari non sono aspetti accessori della vita carceraria: sono strumenti attraverso i quali si realizza il trattamento e si dà concretezza al dettato costituzionale. Occorre inoltre considerare il lavoro della Direzione, dell’Area trattamentale, della Polizia Penitenziaria, delle associazioni e del volontariato, che precede iniziative come la “Partita con mamma e papà”. Questo lavoro non costituisce un semplice elemento organizzativo dell’evento: ne è il presupposto. È proprio attraverso la progettazione, la valutazione delle singole situazioni e la definizione delle modalità organizzative che sicurezza e trattamento vengono concretamente tenuti insieme. Nell’assunzione di decisioni di carattere generale appare quindi importante tenere maggiormente conto delle conoscenze maturate nei singoli istituti, per evitare che, insieme alla mancata realizzazione di un’attività, possa disperdersi un patrimonio di competenze, osservazioni e responsabilità costruito nel tempo. Alla luce dell’esperienza maturata ad Asti nelle precedenti edizioni, senza che fossero emerse particolari criticità, sarebbe importante comprendere quali nuovi elementi abbiano determinato l’esclusione delle persone detenute appartenenti ai circuiti di Alta Sicurezza e se siano state considerate le specificità delle singole realtà e valutate possibili modalità organizzative alternative. Chiedere chiarezza non significa negare la legittimità delle valutazioni di sicurezza. Significa chiedere che, quando una decisione incide su iniziative e percorsi trattamentali consolidati e sulle relazioni tra genitori e figli, le ragioni che la sostengono siano non solo coerenti con il quadro normativo, ma possano anche essere rese conoscibili, e che le eventuali limitazioni risultino necessarie e proporzionate rispetto ai diversi contesti e alle singole situazioni. Il rischio di uno strabismo istituzionale - Quando la sicurezza tende ad assumere un peso prevalente nella decisione e il valore trattamentale dell’attività rimane sullo sfondo, può determinarsi quello che si potrebbe definire uno “strabismo istituzionale”: lo sguardo dell’istituzione rischia di mettere perfettamente a fuoco le esigenze custodiali, perdendo però profondità sul versante del trattamento. Una prevalenza della dimensione custodiale non accompagnata da un adeguato dialogo con quella trattamentale non determina necessariamente una maggiore sicurezza e rischia di favorire un appiattimento dell’esecuzione penale sul controllo dell’immediato, indebolendo la responsabilizzazione, i legami familiari e le prospettive di reinserimento. Allo stesso tempo, nessuna attività trattamentale può essere realizzata prescindendo da adeguate garanzie di sicurezza. La sfida dell’Amministrazione consiste proprio nel rafforzare il dialogo tra queste due dimensioni. La custodia riguarda soprattutto l’oggi dell’esecuzione penale; il trattamento guarda anche al domani della persona e della collettività. Da questo punto di vista, il trattamento non si contrappone alla sicurezza, ma contribuisce a renderla più profonda e lungimirante. Difficoltà già emerse - La mancata realizzazione della “Partita con mamma e papà” si inserisce in un contesto nel quale erano già emerse difficoltà nell’autorizzazione di altre attività trattamentali in diversi istituti, tra cui quelli di Saluzzo e Padova, anche in relazione alle disposizioni adottate con la Circolare del 21 ottobre 2025, che aveva accentrato presso la Direzione generale dei detenuti e del trattamento il rilascio dei nulla osta per gli eventi negli istituti con circuiti a gestione dipartimentale. La successiva lettera-circolare del 6 maggio 2026 ha restituito ai Provveditorati regionali la competenza sulle iniziative destinate alle persone detenute appartenenti al circuito di Media Sicurezza, senza prevedere modifiche per quelle rivolte alle persone dei circuiti di Alta Sicurezza. Ad Asti, in particolare, all’inizio del 2026 il DAP non ha rilasciato il nulla osta alla messa in scena degli spettacoli del progetto “Teatro Oltre” destinati agli studenti, con la conseguenza che un lungo lavoro educativo, artistico e organizzativo svolto dalle persone detenute, dagli operatori e dai soggetti esterni coinvolti non ha potuto giungere alla prevista restituzione pubblica, come nelle precedenti occasioni. A seguito di quanto accaduto, avevo richiesto con una lettera aperta al DAP di avviare un confronto con i soggetti che concorrono a dare attuazione alla finalità rieducativa della pena, per approfondire la situazione delle attività trattamentali e il coinvolgimento della comunità esterna negli istituti di Alta Sicurezza. Il DAP aveva fornito una risposta di carattere generale, alla quale era seguita una replica; la richiesta di un confronto strutturato, tuttavia, non risulta, ad oggi, avere avuto seguito. Non è necessario ricondurre episodi differenti a un’unica volontà restrittiva. Il loro susseguirsi può tuttavia essere letto, sul piano degli effetti, come il possibile segnale di un orientamento più generale nei confronti delle attività rivolte alle persone detenute nei circuiti di Alta Sicurezza. Le decisioni richiamate hanno già avuto, nel corso dell’anno, ricadute rilevanti su iniziative educative, culturali e trattamentali, rendendo opportuno rafforzare il confronto sui criteri di valutazione. È quindi legittimo domandarsi come evitare che scelte di carattere generale possano ridurre la possibilità di tenere adeguatamente conto della conoscenza maturata negli istituti, del lavoro progettuale degli operatori e delle condizioni concrete nelle quali ciascuna attività può essere realizzata. Rilanciare il confronto - La partita che nel giugno scorso non si è potuta svolgere riguarda alcune persone detenute dei circuiti di Alta Sicurezza e le loro famiglie, ma pone all’intero sistema penitenziario la questione di come coniugare sicurezza e trattamento senza sacrificare nessuno dei due. Se è importante sollecitare l’Amministrazione penitenziaria a riconsiderare, in vista delle prossime edizioni, l’esclusione dalla “Partita con mamma e papà” delle persone detenute dei circuiti di Alta Sicurezza, ritengo altrettanto importante affrontare la questione più ampia dei criteri che devono guidare la valutazione delle attività trattamentali nei diversi circuiti penitenziari. Appare quindi opportuno rilanciare la richiesta, già avanzata in passato, di avviare un confronto strutturato con i soggetti che, a diverso titolo, concorrono a dare attuazione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione. Il confronto potrebbe concretizzarsi nella convocazione di un tavolo di lavoro che coinvolga il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, le Direzioni degli istituti interessati, la Polizia Penitenziaria, i Garanti territoriali, gli operatori delle aree trattamentali, il volontariato e le diverse realtà che da anni realizzano progetti negli istituti penitenziari. Non si tratterebbe di un tavolo volto ad affermare che ogni iniziativa debba essere automaticamente autorizzata, ma di uno spazio nel quale mettere a confronto le diverse esperienze, approfondire le criticità emerse e riflettere insieme sui criteri di valutazione, con particolare attenzione alle specificità dei contesti e al lavoro educativo e progettuale svolto nei singoli istituti, nella consapevolezza che il piano custodiale e quello trattamentale costituiscono entrambi dimensioni essenziali. Ascoltare le diverse voci non significa frammentare le responsabilità, ma arricchire il processo decisionale. La ragazza che ha domandato al padre se avesse fatto qualcosa di sbagliato non conosce i circuiti penitenziari o le articolate procedure del Dipartimento. Conosce soltanto la promessa di una partita e la delusione di non averla potuta giocare. Le istituzioni, invece, conoscono la complessità e sono chiamate a misurarsi con essa, cercando, per quanto possibile, soluzioni capaci di tenere insieme sicurezza, trattamento e tutela delle relazioni familiari. Una sicurezza che non valorizzi adeguatamente il trattamento rischia, infatti, di ridursi a una mera logica custodiale. In questa prospettiva, rafforzare ulteriormente il dialogo tra la dimensione custodiale e quella educativa, nel quadro della finalità rieducativa della pena indicata dalla Costituzione, può contribuire non soltanto a rispondere alle esigenze di sicurezza, ma anche a favorire un clima più positivo all’interno degli istituti, sostenere i percorsi di responsabilizzazione e di reinserimento, tutelare le relazioni familiari e concorrere a una maggiore sicurezza per la collettività. *Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Città di Asti Tolmezzo (Ud). Coperte terapeutiche dal carcere alle persone con demenza La Vita Cattolica, 6 agosto 2026 Un progetto che intreccia inclusione, formazione, cura e solidarietà ha trovato mercoledi 29 luglio, uno dei suoi momenti più significativi con la consegna delle prime coperte terapeutiche destinate alle persone affette da demenza presso la “Cjaso a Rigulât” a Rigolato. Le coperte terapeutiche rappresentano uno strumento non farmacologico utilizzato soprattutto nelle persone con demenza in fase medio-avanzata. Realizzate con differenti tessuti, colori, consistenze e piccoli elementi sensoriali da manipolare in sicurezza, favoriscono la stimolazione tattile e occupazionale, contribuendo a ridurre l’agitazione psicomotoria, promuovere il rilassamento, diminuire l’ansia e offrire una modalità di coinvolgimento rispettosa delle capacità residue della persona. Le coperte sono il risultato del corso “Tecniche di sartoria per l’arredo” - realizzato all’interno della Casa circondariale di Tolmezzo, promosso e organizzato da Ires Fvg, ente impegnato nella formazione professionale e nell’inclusione sociale, con la collaborazione e il sostegno del Servizio sociale dei Comuni dell’Ambito territoriale Carnia e della Cooperativa Sociale Itaca. Il percorso, avviato nel settembre 2025 e conclusosi nella primavera 2026, ha coinvolto un gruppo di allievi detenuti della Casa circondariale di Tolmezzo in un’esperienza che ha saputo unire competenze professionali e forte valore umano. Tra i protagonisti coinvolti nel progetto sartoriale vi è il “Cattura i Ricordi”, servizio domiciliare promosso dal Servizio sociale dei Comuni della Carnia e realizzato in collaborazione con Cooperativa Sociale Itaca, che accompagna le persone con decadimento cognitivo e i loro caregiver attraverso interventi personalizzati, adattamenti ambientali, strategie non farmacologiche e sostegno psicologico, con l’obiettivo di mantenere la migliore qualità di vita possibile all’interno del proprio domicilio. Il progetto ha preso avvio con un percorso formativo rivolto ai detenuti dedicato alla conoscenza della demenza: i sintomi della malattia, le difficoltà vissute dalle persone e dai loro familiari e l’importanza degli interventi non farmacologici. Un’esperienza che ha suscitato grande interesse e partecipazione emotiva, nonché numerosi spunti di riflessione tra gli allievi. In seguito i partecipanti hanno progettato e realizzato le coperte terapeutiche all’interno del corso di sartoria. Il percorso si è concluso con un momento di restituzione e riflessione, durante il quale gli stessi detenuti hanno sperimentato le coperte per comprenderne gli effetti e hanno espresso il desiderio di ricevere un riscontro sul loro utilizzo. Un interesse autentico, nato dalla consapevolezza di poter contribuire concretamente al benessere di persone fragili. Proprio con questo spirito, alcune delle coperte sono state consegnate alla “Cjaso a Rigulât”, realtà promossa dalla Cooperativa Vicini di Casa Onlus e dall’Associazione “Le Case di Tino” ets. La struttura rappresenta un innovativo progetto di abitare inclusivo dedicato alle persone anziane, nato per offrire un ambiente familiare, comunitario e fortemente integrato con il territorio. Il decreto giustizia-migranti è legge di Pietro Menzani Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2026 La Camera ha approvato in via definitiva il provvedimento - su cui il governo aveva posto la fiducia - con 165 voti favorevoli e 80 contrari nella tarda serata di mercoledì 5 agosto. L’Aula di Palazzo Madama aveva dato l’ok a fine luglio. La scadenza per la conversione in legge era fissata per l’11 agosto. Il testo interviene in due ambiti strategici, giustizia e immigrazione, e contiene norme che spaziano dalla professione forense al Patto europeo su migrazione e asilo, passando per i controlli nei confronti degli stranieri fermati alle frontiere o soccorsi in mare. Il decreto interviene innanzitutto sulla professione di avvocato: l’esame di stato, con l’approvazione del Dl, si svolgerà in un’unica sessione annuale e si articolerà in tre prove, due scritte (oggi sono tre) e una orale. L’obiettivo è ridurre i tempi della procedura concorsuale. Le prove scritte si svolgeranno sui temi formulati dal ministro della Giustizia con il solo ausilio dei codici annotati con la giurisprudenza, come Codice civile e Codice penale, ma i candidati non potranno avvalersi di testi o scritti, anche informatici, né strumenti elettronici o di telecomunicazione, “pena la immediata esclusione dall’esame disposta con provvedimento del presidente della sottocommissione, sentiti almeno due commissari”. Le due prove scritte consisteranno rispettivamente nella stesura di un parere motivato e di un atto giudiziario su questioni riguardanti una materia scelta dal candidato tra diritto privato, penale e amministrativo. L’esame orale si articolerà in tre parti. Nella prima verrà chiesto agli aspiranti avvocati di risolvere un caso pratico di diritto privato, penale o amministrativo a seconda della preferenza del candidato. Nella seconda si dovrà rispondere a tre quesiti: il primo in materia di diritto processuale, civile o penale, il secondo in materia di diritto sostanziale, civile, penale o amministrativo, e il terzo in materia di diritto costituzionale, commerciale, del lavoro, internazionale, dell’Unione Europea o tributario. In tutti e tre i casi sarà il candidato a scegliere l’ambito del diritto in cui cimentarsi. Nell’ultima parte verrà posta una domanda in materia di ordinamento, deontologia e previdenza forense. Il provvedimento interviene a sostegno della prosecuzione e del potenziamento del processo di digitalizzazione dell’amministrazione della giustizia, autorizzando una spesa di 6,5 milioni di euro per il 2026 e di 17,5 milioni per ciascuno degli anni dal 2027 al 2034. Per la manutenzione e l’assistenza specialistica è invece stanziato un fondo di 12,5 milioni annui a decorrere dal 2027. Sul fronte del funzionamento della giustizia, il decreto proroga al 31 dicembre 2026 l’incarico dei magistrati giudicanti nello stesso ufficio, “al fine di assicurare la piena funzionalità degli uffici giudiziari e il graduale trasferimento ad altro ufficio o ad altra funzione dei magistrati giudicanti che hanno raggiunto il termine massimo di permanenza individuato dal Consiglio superiore della magistratura”. Immigrazione - Per quanto riguarda l’immigrazione, il decreto prevede l’attuazione delle direttive e dei regolamenti europei sulla protezione internazionale, sull’accoglienza dei richiedenti asilo e sugli accertamenti per gli stranieri fermati alle frontiere o soccorsi in mare, introducendo, ad esempio, controlli sanitari e fermo amministrativo. Il Dl prevede poi l’adeguamento delle banche dati, come il sistema Eurodac. Per effetto del provvedimento, aumenta da 60 a 90 giorni dalla formalizzazione della domanda il periodo nel quale i richiedenti protezione internazionale non possono lavorare. Migranti. I deficit del “modello Albania” e quella rischiosa scommessa sugli “hub” di Vincenzo R. Spagnolo Avvenire, 6 agosto 2026 L’Italia e altri Stati Ue premono per esternalizzare la gestione dei flussi migratori, realizzando centri per migranti nei Paesi extraeuropei. Ma l’esperimento albanese finora ha generato costi eccessivi e scarsa utilità. E così i dubbi (anche rispetto alla tutela dei diritti umani) crescono. C’è un filo che lega il cosiddetto “modello Albania” alle ipotesi messe sul tavolo del primo vertice dei ministri dell’Interno dell’Ue nel dopo Ceuta. Quel filo si annoda attorno alla convinzione che, nella complessa gestione dei flussi migratori, basti spostare il potenziale “problema” oltre i confini europei per stimarlo in via di soluzione. Il ministro italiano Matteo Piantedosi ha additato così ai colleghi la possibile exit strategy: “È tempo di mettere in pratica i nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure d’asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri, superando i vecchi tabù ideologici del passato”. I “return hubs” come scommessa, dunque, su cui puntare le fiches dell’Unione dei prossimi anni, con l’Italia che - rivendica Piantedosi - “ha fatto da apripista col Protocollo Italia-Albania”. Nei fatti, però, ad oggi l’accordo con Tirana è il simbolo di un’operazione che non decolla, con 700 persone trasferite dal 2024 (a fronte di una stima di 36mila l’anno) e costi per 800 milioni di euro. Non esattamente un “modello”, dunque. Se comunque l’Ue lo volesse replicare altrove, servirebbero fondi cospicui e intese con gli Stati scelti per gli hub. Ma il caso Ceuta e la crisi tra Spagna e Marocco mostrano una volta di più la fragilità della cooperazione legata ai flussi di migranti, soggetta a bracci di ferro commerciali o a cambi d’umore politico. Inoltre, esternalizzare ha i suoi rischi: senza accordi di riammissione vincolanti coi Paesi d’origine, i nuovi hub potrebbero diventare parcheggi (o, peggio, galere) per i migranti a tempo indefinito, con incognite sul rispetto dei diritti umani. Tre anni fa il milionario Piano Rwanda del Regno Unito fu sonoramente bocciato dalla Corte suprema britannica. Tuttavia, anziché tenerlo a mente, si preferisce sventolare il miraggio di nuovi hub, in una fase in cui la questione migratoria è terreno permanente di scontro politico e ogni iniziativa vale consensi elettorali. Ma la gestione dei flussi migratori non si risolve con operazioni simboliche: richiede approcci multilaterali, ampi canali legali d’ingresso, cooperazione efficace e volontà d’affrontare le cause profonde degli esodi di massa. Altrimenti si scivola nella propaganda, travestita da strategia. E la propaganda è come la marea: prima o poi si ritira, lasciando sulla spiaggia solo i rottami di logore promesse. Migranti. Le ong “bocciano” i Centri di rimpatrio all’estero e chiedono “vie sostenibili” di Daniela Fassini Avvenire, 6 agosto 2026 Le reazioni della società civile sugli hub per immigrati irregolari extra Ue: i migranti sono diventati un’arma di ricatto. Non ha dubbi Filippo Miraglia, esponente di spicco di Arci e portavoce del Tavolo asilo e immigrazione, la rete di organizzazioni della società civile in campo per la tutela dei diritti migranti: “Il modello Albania? È solo propaganda”, ripete. Il tema è quello “caldo” della creazione di centri europei, fuori dai confini comunitari, per il rimpatrio dei migranti irregolari. “Sono circa 100 le persone rimpatriate in poco più di un anno dal centro di Gjader - aggiunge Miraglia. Abbiamo presentato due rapporti in cui spieghiamo che è stata un’operazione totalmente inutile. Nei 10 Cpr sul territorio italiano ci sono 1.300 posti, di cui ne sono attivi la metà, quindi sono sotto utilizzati. Tutte le volte che siamo entrati grazie ai parlamentari abbiamo trovato dei posti liberi”. Anche sul tema caldo degli “hub” europei in Paesi terzi “sicuri”, per il coordinatore del Tavolo asilo si tratta solo di “propaganda”. “Noi pensiamo che sia l’ennesima trovata propagandistica del governo italiano e degli altri governi amici di Meloni. Aspettiamo l’entrata in vigore del regolamento sui rimpatri e poi vedremo cosa diranno tribunali e Corte di giustizia Ue. È un film già visto: in cambio di denaro o affari si cancellano i diritti di persone che scappano da guerre e torture e, siccome a fare questi centri nei Paesi Ue andrebbero a sbattere contro i tribunali, vogliono andare altrove. Pensiamo sia impraticabile, è vietato dal Trattato Ue e dalla nostra Costituzione”. Sulla geografia dei Paesi terzi che potrebbero ospitare i centri di rimpatrio circola un’ampia lista: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Etiopia ed anche Montenegro. Sull’Uganda hanno già manifestato interesse Berlino e Vienna; sul Ruanda, dopo il fallimento dell’esperimento britannico, sta negoziando Copenaghen. E c’è anche il Montenegro, che però a gennaio 2028 diventerà territorio europeo. Ma sul tavolo, al di là della stabilità politica di questi Paesi, c’è il tema dei programmi di rimpatrio e dello screening per evacuare e ricollocare non solo i cittadini di Paesi terzi in fuga da situazioni di crisi verso altri Stati africani, ma anche cittadini provenienti da altri territori. Eppoi c’è anche il tema dei costi e del negoziato economico con il Paese terzo. A parte che non tutti i Paesi sono poi d’accordo nel ri-accettare i propri cittadini. Senza tralasciare la questione della procedura d’asilo. “Le opzioni politiche sul tavolo sono dunque due - fa il punto Gianfranco Schiavone, di Asgi -: da un lato trovare Paesi terzi (extra Ue) con i quali fare degli accordi affinché accettino di prendere in carico ed esaminare le domande di asilo di persone la cui domanda è di competenza di un Paese Ue che intende disfarsi in tal modo dei propri obblighi giuridici, “cedendo” le persone a terzi. Dall’altro trovare Paesi terzi disponibili a divenire mete di destinazione per stranieri espulsi da un Paese Ue, anche se tali persone non sono loro cittadini”. Le due strade investono normative diverse: la prima il sistema europeo sull’asilo, la seconda il nuovo regolamento rimpatri non ancora in vigore. “È estremamente difficile che, al di là delle dichiarazioni politiche molto agguerrite, che ci siano sviluppi in tempi brevi (ovvero si trovino tali Paesi e si facciano gli accordi), ma ciò che è certo è che la Corte di giustizia dell’Unione verrebbe investita di ricorsi di grande peso sulla legittimità di tali accordi”. Non da ultimo, infatti, c’è la questione della Corte di giustizia europea che dovrà pronunciarsi sulla compatibilità delle strutture di rimpatrio e delle norme nei Paesi dove verranno realizzate con il diritto europeo. Decisione che è attesa a settembre. Non entra nel merito degli hub di rimpatrio, infine, padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli, ma punta il dito sui muri e sulla mancata accoglienza di chi fugge dal proprio Paese. “Di fronte a quanto è accaduto a Ceuta e Melilla nei giorni scorsi sarebbe auspicabile non arrivare al tavolo europeo con soluzioni di contenimento preconfezionate e strumentali - invita il presidente del Centro Astalli - ma interrogare la complessità della realtà migratoria, che in alcuni casi è divenuta un’arma di ricatto, per cercare insieme vie possibili e sostenibili da costruire già da oggi. La paura è foriera di cattive soluzioni e cavalcarla è indice di una cattiva politica”. Migranti. I figli dei 20 mila albanesi della Vlora: “Anche noi eravamo l’invasione” di Filippo Femia La Stampa, 6 agosto 2026 L’arrivo della nave a Bari 35 anni fa segnò l’inizio della fuga dal Paese: “A Ceuta rivediamo quello che dissero di noi”. Il mercantile arrugginito è ormeggiato al porto. La banchina è lastricata di uomini e donne, un tetris disperato di carne e sudore, gli occhi affamati di futuro. Dalle stive si affacciano altre centinaia di persone, un vulcano di lava umana in eruzione. Spesso Klea Meksi rigira quella foto tra le mani e si sforza di individuare i genitori. “Impossibile, nemmeno loro si sono mai ritrovati in mezzo a quell’esodo biblico”, sorride. L’immagine è stata scattata la mattina dell’8 agosto del 1991, quando la Vlora sbarcò a Bari con il suo carico di 20 mila albanesi. Nessun bagaglio, se non un misto di disperazione e speranza. Il papà e la mamma di Klea erano a bordo della Vlora e quella storia lei l’ha ricostruita, negli anni, come un mosaico. “Da piccola intercettavo frammenti di discussione e racconti ? ricorda. Per i miei genitori è stato un percorso lungo, erano sopravvissuti a un evento traumatico e forse cercavano di proteggersi”. Oggi lei, studentessa di Storia a Bologna, ha 24 anni, la stessa età di sua mamma quando affidò le sue speranze a quella nave che trasportava zucchero da Cuba e al porto di Durazzo venne assaltata da un popolo ormai libero dalla follia isolazionista di Enver Hoxha. Ogni 8 agosto, anniversario di quello sbarco epico, Klea celebra sui social l’anniversario con un racconto o una testimonianza: “Per me è un orgoglio, fa parte della mia identità. È una storia al tempo stesso personale e universale”, sottolinea. “Sono persone” - Anche Aron Beu è un “figlio della Vlora”. Nel 1991 suo padre Artur era minorenne e venne accompagnato al porto dal papà. “Ho pensato tante volte alle situazioni drammatiche che ha vissuto, sulla nave c’erano bande di criminali e bisognava sopravvivere. All’arrivo, poi, trovò pregiudizi e uno Stato che voleva espellere gli albanesi”, racconta. Alla solidarietà della popolazione di Bari, che ospitò e sfamò alcuni degli sbarcati nelle proprie case, si oppose il pugno di ferro del governo: andavano rimpatriati tutti, al più presto. Il sindaco della città Enrico Dalfino, democristiano di sinistra, provò a far cambiare idea ai vertici della politica nazionale. Era necessaria, sosteneva, un’operazione di protezione civile e non di polizia. “Sono persone, noi siamo la loro unica speranza. Non possiamo rimandarli indietro”, ripeteva sulla banchina del porto. Ma vinse la linea dura. Gli albanesi vennero rinchiusi nello stadio della Vittoria, un catino rovente di cemento. Il cibo e l’acqua venivano lanciati dagli elicotteri. “Vedere quelle immagini mi ha fatto molto male ? confessa Aron ?. Quello è un trattamento che, forse, si riserva agli animali allo zoo”. Tra i commentatori dell’epoca qualcuno azzardò il paragone con l’Estadio Nacional utilizzato nel Cile di Pinochet. Davide Braho ammira il padre, che ha rincorso il sogno di una vita migliore dopo essersi innamorato dell’Italia, spiata nei programmi Rai attraverso antenne clandestine: “Era illegale. Fu davvero coraggioso, è quasi un miracolo che sia vivo: in quella traversata molti sono morti”, sottolinea. Il papà rientrò in Albania con la certezza che ci avrebbe riprovato: anni dopo si stabilì in Emilia-Romagna, dove ha avuto due figli. Una scheggia di futuro - Fu una scheggia di futuro, quella nave sgangherata: ha anticipato di oltre un decennio le migrazioni di massa. Di colpo l’Italia scoprì di essere l’America per chi aveva vissuto in una specie di Corea del Nord, affacciata sull’Adriatico, da cui era impossibile fuggire. In quell’estate rovente del 1991 dopo pochi giorni la maggior parte degli albanesi fu rimandata indietro - spesso con l’inganno -, un migliaio o forse meno riuscì a rimanere in Italia. Qui hanno messo radici, hanno avuto figli, nati e cresciuti nel nostro Paese, e sono stati protagonisti di un’integrazione che non fa più notizia. Il ricordo di quello sbarco, però, non è ancora abbastanza seppiato perché i “figli della Vlora” possano dribblare il fatidico quesito: “Ti senti più italiano o albanese?”. “La domanda stessa nasconde una sciocca volontà di incasellare, con qualche sfumatura razzista - risponde Klea -. Come se non si potessero concepire due identità che coesistono ma si debba per forza sacrificarne una, prevedendo la “vittoria” di una e la “sconfitta” di un’altra”. Guardando le immagini della Vlora di 35 anni fa scatta quasi in automatico l’associazione con i barconi che dalle coste dell’Africa solcano il Mediterraneo inseguendo il sogno europeo. “Spesso c’è una deumanizzazione delle persone - ragiona Klea -. Anche per la Vlora si parlò di “assalto” e di “barbari”, senza pensare che dietro quei 20 mila volti c’erano persone con dietro le loro storie”. Una riflessione resa ancora più attuale dai fatti di Ceuta, che ha rilanciato la narrativa dell’invasione. Cosa si è imparato? A 35 anni di distanza l’Italia ha imparato la lezione dell’accoglienza? “Temo di no - aggiunge la 24enne -. Quando ho sentito per la prima volta parlare di remigrazione ho avuto paura. Purtroppo sui temi dell’immigrazione c’è una polarizzazione sempre più estrema”. Concorda Aron, che oggi studia Giurisprudenza all’Università di Tirana: “Questi argomenti razzisti e intolleranti sono trappole ideologiche utilizzate da politici per avere facile presa su chi non è in grado di esercitare un pensiero critico”. Il sospetto che la lezione della Vlora sia rimasta lettera morta arriva dalle parole di Davide, una laurea alla Bocconi, che non nasconde di essere sedotto dalle idee di Vannacci. Ma come si conciliano con il vissuto paterno di quello storico sbarco? “Semplice, gli albanesi avevano moltissime cose in comune con gli italiani. Quelli che arrivano oggi no, a partire dal colore della pelle”. Malta. Il videogame trappola e poi il ricatto: “Fai scattare l’allarme bomba a scuola” di Giusi Fasano Corriere della Sera, 6 agosto 2026 Così è finito in cella il 15enne italiano. Un gioco-trappola. Il ragazzino abbocca. Entra nella piattaforma guidato dalla sua passione per i videogiochi, e i suoi predatori sono lì ad aspettarlo. Adescarlo è un attimo. Lui smanetta fra i contenuti che la piattaforma offre, interagisce con un gruppo di giocatori e non percepisce la catastrofe che si sta tirando addosso a ogni clic. Loro, ovviamente, capiscono che è la preda perfetta. E non si fanno scrupoli a coinvolgerlo nel loro progetto folle: costringerlo (come fanno sempre con bambini e ragazzini come lui) a commettere azioni sconsiderate. Ricattandolo. Sul telefono di Flavio, così si chiama lui che ha 15 anni ed è italiano, quella gente manda archivi interi di immagini a dir poco ripugnanti. Pedopornografia, suprematismo, satanismo, nazismo... Un catalogo degli orrori. File che Flavio il più delle volte non sa nemmeno bene a cosa si riferiscano. Dopodiché si passa al ricatto, appunto. Il ragionamento è: per il solo fatto che tu hai sul tuo telefonino questa roba hai commesso un reato e noi potremmo farlo sapere a tua madre, a tuo padre, alla polizia... Se vuoi evitarlo devi fare quello che ti chiediamo. Ecco. Parte da questo scenario la storia del quindicenne detenuto a Malta dal 25 maggio separato dagli altri detenuti, con un trattamento paragonabile al nostro 41bis e in condizioni che preoccupano moltissimo i suoi genitori, Antonio e Daniela. Sono stati loro a denunciare all’Ansa, due giorni fa, la detenzione dura - troppo dura - del figlio minorenne che all’inizio era finito in una prigione per adulti e che adesso si trova nella sezione minorile del carcere Coors, controllato h24. I predatori, dicevamo. A un certo punto hanno stabilito che fosse arrivato il momento di mettere in pratica il loro ricatto e chiedere una specie di test al ragazzino: “Devi far scattare un allarme bomba nella tua scuola”, pretendono. E lui lo fa. Alla Lily of the Valley Secondary School di Mosta (dove vive con i suoi da 5 anni) sono costretti a evacuare tutti. Tanto rumore per nulla, per fortuna. Potrebbe essere una bravata ma la polizia non lascia correre. Bastano poche indagini per risalire a lui e al suo cellulare. E cinque giorni dopo il suo quindicesimo compleanno Flavio entra nell’incubo in cui si trova ancora adesso. Lo arrestano con nove capi di imputazione che includono procurato allarme, associazione in organizzazioni criminali e detenzione/diffusione di materiale pedopornografico. Il tribunale locale nega la libertà su cauzione e gli inquirenti si convincono che il materiale ritrovato sui dispositivi elettronici usati dal ragazzino indichino l’affiliazione a un gruppo criminale internazionale, di matrice terroristica. Giuridicamente parlando, uscire da questa situazione non sarà facile per il nostro giovane connazionale. Ieri ha ricevuto la visita dell’Ambasciatrice d’Italia a Malta Valentina Setta che, su istruzione del ministro Antonio Tajani, ha sollevato in più occasioni il caso con le autorità locali. L’ambasciatrice fa sapere di averlo trovato in buone condizioni di salute, solo ma non in regime di isolamento. La prossima udienza è fissata per il 19 agosto e l’unico dettaglio che potrà fare la differenza sarà dimostrare che lui è una vittima, non un carnefice. “I genitori sono disperati” scrive sulle sue stories Instagram Serena Mazzini, social media analyst e docente all’Accademia NABA di teoria e metodo dei mass media. Ha parlato con la madre di Flavio e ha spiegato anche a lei ciò che sta studiando da anni, cioè l’evoluzione della violenza negli spazi digitali. “Il problema è che questo è il primo caso di estremismo violento nichilista a Malta”, spiega. La polizia, sostiene, non ha tenuto conto della potenza e dell’influenza della Rete sui minori come Flavio. “È un paradosso giuridico”, riflette. “Quando i membri di un gruppo vengono arrestati, si arresta al contempo un potenziale terrorista e una potenziale vittima. E il sistema giuridico non è attrezzato per gestire questa contraddizione”. Il ragazzino di cui stiamo parlando sembra sia stato adescato su Roblox, piattaforma di gioco che negli Stati Uniti ha in corso molti guai giudiziari proprio per la mancata sicurezza dei minori che la frequentano (quasi sempre fra gli 8 e i 14 anni, quanti ne aveva lui quando si è iscritto). Sul caso e sui gruppi violenti online sono state depositate ieri due interrogazioni parlamentari della deputata del Pd Rachele Scarpa.