Carcere, dipendenze, Comunità: i numeri a caso del ministro Nordio di Leopoldo Grosso volerelaluna.it, 5 agosto 2026 “Provvedimento epocale”. Così la premier Meloni dopo l’approvazione al Senato del disegno di legge n. 2961, contenente “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti”, riprendendo il proclama del Ministro della giustizia Nordio: “Detenzione alternativa per 10.000 persone”. Il richiamo immediato è all’”Abbiamo abolito la povertà” di Luigi Di Maio all’atto dell’approvazione del reddito di cittadinanza. Enfasi retorica, propaganda, grande bluff, bugia dalle gambe corte? Le associazioni delle comunità terapeutiche hanno reagito con cautela. Il principio a cui si ispira la legge - la cura delle persone tossicodipendenti al posto del carcere - è, ovviamente, condiviso e auspicato, ma le modalità previste dalla legge per realizzarlo lasciano ancora molto a desiderare e richiedono un attento monitoraggio. Il disegno di legge 2961 aggiunge al Testo Unico sugli stupefacenti del 1990 due articoli: l’art. 94 ter secondo cui, quando non ricorrono i presupposti per l’affidamento in prova per l’esecuzione di una condanna detentiva non superiore a 8 anni nei confronti di una persona tossicodipendente o alcoldipendente, si può attivare la detenzione domiciliare in comunità; l’art. 94 quater, poi, prevede il passaggio in comunità anche direttamente dalla fase processuale con patteggiamento speciale, allegando in sentenza il programma della struttura terapeutica che accoglie la persona tossicodipendente appena condannata. Per passare dal carcere alla comunità, o per evitare il carcere al momento della condanna, sono necessarie tre condizioni: 1) la certificazione dello stato attuale di dipendenza; 2) l’indicazione della correlazione tra la dipendenza e il reato compiuto; 3) la valutazione di idoneità del programma di recupero. La detenzione domiciliare può anche prevedere la frequenza di un centro socio-riabilitativo semiresidenziale, “presso un luogo idoneo diverso dalla comunità” non altrimenti specificato. Per tutto il periodo della detenzione in comunità, il responsabile della struttura deve inviare al Ser.d e all’Uepe relazioni semestrali, segnalando eventuali violazioni delle prescrizioni, che possono determinare la revoca del provvedimento e il ritorno in carcere. La relazione finale, che accompagna la conclusione del percorso in comunità, prevede tre tipi di esiti: positivo, per cui il magistrato di sorveglianza può disporre la misura dell’affidamento in prova ai servizi sociali, revocabile qualora si verifichi una recidiva; negativo ma senza violazione delle prescrizioni, per cui la persona tossicodipendente può fruire della possibilità di protrarre il trattamento col trasferimento in un’altra struttura terapeutica; negativo con violazione delle prescrizioni, per cui la persona torna in carcere senza poter fruire di altre opportunità. Non tutte le persone dipendenti possono beneficiare delle misure descritte. Ne sono esclusi: a) coloro che hanno commesso reati ostativi (previsti dall’art. 4 bis della legge 26 luglio 1975 n. 354, fatta eccezione per la rapina e l’estorsione aggravate); b) coloro che sono stati dichiarati delinquenti abituali, professionali o per tendenza o recidivi (con alcune limitazioni). Per quanto riguarda le risorse finanziarie, è prevista l’istituzione di un fondo di 19.436.250 euro a decorrere dal 2026, con la precisazione che “fatto salvo [tale finanziamento] le Amministrazioni interessate provvedono all’attuazione della legge nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e comunque senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Questa disposizione mette a repentaglio la realizzazione delle finalità della legge, ché le risorse messe a disposizione coprono al massimo il trasferimento in comunità di 500 persone ogni anno, sempre che la legge venga automaticamente rifinanziata. Così i funzionari del Ministero della giustizia si sono affrettati a correggere le dichiarazioni trionfalistiche del ministro precisando che l’obiettivo dei 10.000 detenuti in comunità è contemplato in una prospettiva pluriennale, auspicando che il finanziamento possa essere replicato. Anche se ciò avvenisse, peraltro, la dotazione di risorse rimarrebbe assolutamente insufficiente. L’ipotetico trasferimento di 10.000 detenuti nelle comunità terapeutiche comporterebbe un investimento base di 400 milioni (il costo per ogni trattamento in comunità si aggira intorno ai 3000 euro al mese), a cui bisogna aggiungere almeno una seconda annualità, essendo improbabile che un magistrato di sorveglianza voglia concedere l’affidamento in prova dopo un solo anno di comunità. Già si arriverebbe a 800 milioni di euro. Ma la cifra è da prevedersi sul miliardo, se si calcola anche il costo di coloro che approdano in comunità direttamente dalla fase processuale per via del patteggiamento speciale. L’altra grave criticità del disegno di legge riguarda gli esclusi dal beneficio. Come è noto, secondo la definizione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), la dipendenza è una malattia con una precipua caratteristica: la recidiva. Ricadere nella dipendenza per molte persone significa anche ricadere nei reati (per lo più lo spaccio) che ne consentono il sovvenzionamento economico. Escludere i più gravi dall’accesso al trattamento in comunità è contro ogni idea di cura e crea un’incomprensibile e iniqua sperequazione tra i malati. La “doppia” recidiva, nella tossicodipendenza e nei reati droga correlati, è sintomo di gravità dell’addiction, non di irrecuperabilità del malato. Se dal trattamento in comunità si escludono le persone tossicodipendenti “recidive”, si spiega la previsione della platea dei 10.000 candidati a beneficiare della legge, un numero dimezzato rispetto ai circa 20.000 tossicodipendenti presenti oggi nelle carceri italiane. Gran parte dei non beneficiari sono persone tossicodipendenti straniere immigrate, non necessariamente recidive, ma senza il possesso dei requisiti per la domanda di accesso. La maggior parte di loro non ha mai fatto riferimento ai Ser.d, il che rende molto più difficile la certificazione di tossicodipendenza. Inoltre senza il permesso di soggiorno, o con validità scaduta, il trattamento in comunità terapeutica non è quasi mai contemplato tra “le cure essenziali e urgenti, ancorchè continuative”, le sole che sono consentite dal Sistema sanitario nazionale per chi è considerato clandestino. Anche la nuova legge ribadisce l’esistenza di un doppio circuito carcerario, che discrimina rispetto alla fruibilità dei diritti in base alla cittadinanza e al possesso permesso di soggiorno. Contro ogni principio dell’universalità delle cure. La normativa appena approvata presenta inoltre alcuni punti oscuri che necessitano chiarimenti. Il fatto che si contempli il trattamento semiresidenziale amplia le possibilità dei percorsi di cura, diminuendone, in linea di massima, anche i costi. Ma cosa significa la dicitura “l’interessato può chiedere, sulla base di un programma terapeutico socio riabilitativo semiresidenziale, di essere ammesso alla detenzione domiciliare presso luogo idoneo diverso” dalle comunità terapeutiche autorizzate e accreditate)? Nel disgiungere la detenzione domiciliare dal trattamento semiresidenziale, chi si fa carico della residenzialità? L’onere economico può addebitarsi al soggetto stesso, alla sua famiglia, ad altri “privati”? Come viene definito “un luogo idoneo”? Il rischio è che la semiresidenzialità possa diventare appannaggio soprattutto dei più abbienti, diventando privilegio e discriminazione e che si dia adito alla creazione di altre strutture, non accreditate al SSN, come “contenitori” di persone agli arresti domiciliari. Inoltre l’ampliamento da 6 a 8 anni dell’opportunità di accedere al beneficio col patteggiamento speciale per reati molto gravi anche se “droga-correlati”, esula dalla stragrande maggioranza dei reati di spaccio a cui sono solite le persone tossicodipendenti. Bisognerà porre molta attenzione rispetto ai tentativi di strumentalizzazione della legge da parte di chi può disporre di buoni avvocati e risorse economiche. In conclusione. Il funzionamento della legge, con i tempi necessari per il varo dei diversi decreti attuativi che la normativa richiede, non avverrà prima del 2027. Allora inizierà l’iter dell’inserimento in comunità per le 500 persone “coperte” dal finanziamento. Il numero coincide con la capacità di accoglienza dell’attuale sistema delle comunità, che dispongono in totale di 13.276 posti a livello nazionale, benché quasi tutti occupati. Con un buon Accordo tra Stato e Regioni e con un adeguato rifinanziamento annuale si può ipotizzare un piano di sviluppo di accoglienze successive, portato avanti con gradualità, con le dovute garanzie di equità e nel rispetto dei diritti di tutti. È questo il piano realistico su cui le Associazioni nazionali delle reti delle comunità terapeutiche e di accoglienza hanno manifestato il loro consenso al disegno di legge, peraltro migliorato nella sua stesura grazie al loro contributo in fase di confronto. La legge non si configura affatto come un provvedimento “svuota-carceri”. Sotto questo profilo costituisce un tentativo, non riuscito, di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario e della presenza impropria di persone dipendenti, che costituiscono quasi un terzo della popolazione detenuta. Non affrontando la modifica delle norme e delle pene contemplate dalla legge 309, ancora datata al 1990, si rinuncia a percorrere la via maestra per liberare le persone tossicodipendenti dal carcere e il carcere da loro. Legalizzare il consumo di cannabis e prevedere misure riabilitative efficaci per lo spaccio di lieve entità rimangono un tabù per questo Governo, pur a fronte delle ormai numerose esperienze internazionali che dimostrano che altre strade sono percorribili con efficacia. In realtà è l’art. 94 quater del disegno di legge che può consentire nel tempo una graduale deflazione degli ingressi in carcere. Ma per farlo funzionare non è sufficiente il solo impianto previsto a livello centrale presso il Dipartimento antidroga che fa capo alla Presidenza del Consiglio. Il punto chiave, e delicato, è rappresentato dai livelli regionali con la predisposizione di dispositivi locali: dal monitoraggio costante e puntuale del fenomeno alla creazione delle opportunità di trattamento, al sistematico coordinamento tra servizi e magistratura, alla verifica costante del funzionamento della nuova “macchina” e alla valutazione degli esiti. Nel rispetto dei diritti di tutti e senza discriminazioni, oltre lo stigma degli esclusi dal beneficio: le persone tossicodipendenti più gravi di cui la recidiva è un indicatore e gli stranieri immigrati senza permesso di soggiorno. L’impatto caldo nelle carceri, da Rebibbia a San Vittore, a Sassari: la fotografia dell’emergenza di Andrea Carli Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2026 Il sistema penitenziario italiano, mette in evidenza l’Associazione Antigone nel rapporto di metà 2026, ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Le temperature estive gravano in modo significativo sulle strutture detentive, rendendo ancora più dure le condizioni di vita delle persone detenute. Presso la Casa circondariale femminile di Rebibbia, nel reparto Camerotti, situato al primo piano della struttura, le temperature estive soffocanti si sommano a un sovraffollamento sistematico, con presenze che arrivano fino a 5 persone in camere destinate a 3, e alla presenza di detenute affette da patologie pregresse, alimentando costanti fattori di tensione interna. Una dinamica analoga si riscontra alla Casa Circondariale di Milano San Vittore, dove la morsa del caldo si rivela particolarmente accentuata e problematica in corrispondenza degli ultimi piani dell’edificio. Presso la Casa di Reclusione di Bancali, a Sassari, i detenuti sono arrivati a mettere i materassi sul pavimento nel tentativo di trovare un po’ di refrigerio. Nelle carceri livelli di saturazione insostenibili - In generale, il sistema penitenziario italiano, mette in evidenza l’Associazione Antigone nel rapporto di metà 2026, ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Si tratta, ricorda Antigone, di numeri che non si registravano dal 2013, anno della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti. La Puglia guida il primato negativo con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%). Inoltre, nelle 72 visite effettuate da Antigone negli ultimi dodici mesi, è emerso che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. L’inferno estivo - Nei mesi estivi, sottolinea l’associazione, la vita in carcere si trasforma in un’esperienza al limite della sopravvivenza. Oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria. La cronica carenza di ventilatori, preclusi all’acquisto per centinaia di detenuti indigenti, trasforma le camere in veri e propri forni. A questo si aggiunge la direttiva del DAP del 23 aprile 2026, che ha vietato la presenza di frigoriferi all’interno delle celle e dei corridoi, limitandone l’uso agli spazi comuni. Questo impedisce ai ristretti di avere accesso autonomo all’acqua fresca, soprattutto nelle ore notturne, costringendoli all’intermediazione del personale. A queste condizioni si sommano carenze igienico-sanitarie indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi. Salute mentale - In questa situazione, il dramma è dietro l’angolo. Nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità. Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici. Antigone: “Condizioni al limite della sopravvivenza tra caldo estremo e sovraffollamento record” antigone.it, 5 agosto 2026 Nelle carceri italiane siamo dinanzi ad una gravissima emergenza umanitaria strutturale, aggravata dalle ondate di caldo di quest’estate, senza che le politiche governative offrano alcuna soluzione efficace e, anzi, andando in alcuni casi ad aggravare le criticità. Ad offrire questo quadro è il rapporto di metà anno 2026 dell’Associazione Antigone, un appuntamento ormai consueto per fare il punto su quanto avvenuto nei primi mesi dell’anno all’interno del sistema penitenziario italiano. I numeri del sovraffollamento record - Partendo dai numeri in continua crescita, il sistema penitenziario italiano ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. Al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Si tratta di numeri che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti. La situazione è fuori controllo in intere regioni: la Puglia guida il triste primato con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In ben sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%). Inoltre, nelle 72 visite effettuate da Antigone negli ultimi dodici mesi, è emerso che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024. L’inferno estivo e le condizioni di vita - Nei mesi estivi, la vita in carcere si trasforma in un’esperienza al limite della sopravvivenza. Oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria. La cronica carenza di ventilatori, preclusi all’acquisto per centinaia di detenuti indigenti, trasforma le camere in veri e propri forni. A questo si aggiunge la direttiva del DAP del 23 aprile 2026, che ha vietato la presenza di frigoriferi all’interno delle celle e dei corridoi, limitandone l’uso agli spazi comuni. Questo impedisce ai ristretti di avere accesso autonomo all’acqua fresca, soprattutto nelle ore notturne, costringendoli all’intermediazione del personale. A queste condizioni si sommano carenze igienico-sanitarie indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi. Salute mentale, suicidi ed eventi critici - La disperazione porta a conseguenze tragiche: nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità. Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici. Il fallimento delle politiche governative - L’approccio dell’attuale esecutivo, basato su un “populismo penale” e logiche emergenziali, ha moltiplicato i reati e inasprito le pene, ignorando le cause strutturali della crisi. Al di là di alcuni annunci, di concreto non si è registrato nulla. Il piano di edilizia penitenziaria, partito nel 2025, avrebbe dovuto dotare il paese di 10.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Dopo oltre un anno e mezzo sappiamo di per certo, invece, che i posti disponibili sono addirittura diminuiti di 424 unità. Nei giorni scorsi, nell’approvazione di un provvedimento che riguarda i detenuti con dipendenza, il Ministro della Giustizia ha parlato di 10.000 persone che potranno uscire. Tuttavia, al di là dei paletti previsti della legge, al di là della mancanza di disponibilità di tanti posti nelle comunità accreditate, la legge prevede una copertura finanziaria annuale per un massimo di 600 persone. Nel frattempo l’emergenza resta e cresce ogni giorno che passa. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, commenta così i dati: “Il sovraffollamento carcerario che stiamo documentando è l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene. Rispondendo sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale e repressiva, l’esecutivo sta trasformando le nostre carceri in polveriere. Le promesse di svuotamento attraverso le misure alternative sono state completamente disattese: non solo non è uscito nessuno grazie a queste task force propagandistiche, ma nel primo semestre del 2026 le misure alternative sono addirittura calate del 7%. Le uniche misure effettive riscontrate si traducono in soluzioni illegittime, come il surreale invito (poi ritirato) del Provveditorato della Toscana a superare le capienze regolamentari aggiungendo persino materassi a terra pur di assorbire i trasferimenti dal carcere di Sollicciano, recentemente sequestrato per condizioni inumane. Investire sul reinserimento è l’unica via d’uscita per un sistema che, con almeno il 60% di recidivi tra i detenuti, oggi riproduce solo ulteriore marginalità e crimine”. Detenute madri e bambini reclusi, la risposta del Lazio di Sarah Grieco Il Manifesto, 5 agosto 2026 A fine maggio nelle carceri italiane erano presenti trenta bambini. Non detenuti, ma reclusi lo stesso, perché vivono dietro le sbarre insieme alle loro madri. Le tabelle del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria raccontano una crescita costante: 25 madri con i figli al seguito:12 italiane e 13 straniere. Un mese prima, al 30 aprile, erano 20 madri e 24 bambini. In trenta giorni se ne sono aggiunti sei. La crescita si legge istituto per istituto. Ad aprile i piccoli erano a Milano San Vittore, Torino Le Vallette, Bollate e all’Icam di Lauro, vicino ad Avellino. A maggio la mappa si allarga: spuntano Castrovillari in Calabria, con una madre straniera e i suoi due figli, poi Perugia e la Giudecca di Venezia. A San Vittore, dove un mese prima i bambini erano otto, a maggio ne restano cinque. Il totale però non cala, perché altrove aumentano. L’Icam di Lauro, che fino a poco tempo fa risultava inattivo e si diceva destinato a diventare una Rems, è tornato a riempirsi: 13 bambini, il numero più alto d’Italia. Per capire come ci siamo arrivati bisogna tornare alla primavera del 2025. Uno dei tanti decreti sicurezza, il n. 48/2025, ha cambiato una regola che reggeva da anni, dal tempo del Codice Rocco. Prima, una donna incinta o con un figlio sotto l’anno non entrava in carcere: il rinvio della pena era obbligatorio. Ora quel rinvio è facoltativo. Il giudice può negarlo se ritiene che ci sia il rischio di nuovi reati, e in quel caso la pena si sconta in un istituto a custodia attenuata, l’Icam. Sulla carta una struttura più morbida. Di fatto, pur sempre un luogo chiuso dove un bambino non dovrebbe crescere. La detenzione domiciliare e le case famiglia protette, pensate proprio per risparmiare ai più piccoli l’impatto del carcere, restano una scelta non considerata. Poco usata, poco finanziata. Antigone l’aveva previsto. Nel rapporto Tutto chiuso presentato a maggio, ha evidenziato il rapido incremento dei bambini reclusi, collegandolo proprio alla cancellazione dell’obbligo di rinvio. Qualche magistrato di sorveglianza ha provato a resistere, evidenziando la natura sostanziale e non processuale della norma. A Bologna il giudice ha continuato ad applicare la normativa vecchia, ritenendo che quella nuova, più dura, non possa valere per fatti commessi prima della sua entrata in vigore. Al dato nazionale si contrappone una scelta regionale. Con un emendamento alla legge regionale n. 245 del 2 gennaio 2026 (che disciplina i servizi e le strutture socioassistenziali), a firma Marta Bonafoni, approvato in VIII Commissione del Consiglio regionale del Lazio, nasce l’art. 5bis “Case famiglia protette”. Il Lazio riconosce ufficialmente queste strutture come parte della rete socioassistenziale regionale. Dà alla Giunta il compito di definire regole aggiuntive e apre alle Asp, le Aziende sanitarie provinciali, la possibilità di gestirle. Non è una misura simbolica. È l’unico modo - come ha sempre sostenuto la Società della Ragione con la campagna “Madri fuori” - per togliere i bambini dal carcere, senza togliere la pena alle madri: una casa, un asilo, una porta che si apre. Una scelta che, peraltro, risponde anche ad esigenze di bilancio, visto che il costo in casa famiglia per ogni detenuta con figlio al seguito è di circa la metà rispetto a quello in carcere o in Icam. Il decreto sicurezza ha cambiato i numeri, raddoppiando anche la spesa. La rotta si può invertire, come prova fare la regione Lazio. La domanda, ora, è solo una: quanti dei prossimi trenta bambini cresceranno in una casa famiglia protetta e quanti in un Icam o, peggio, dietro le sbarre di un carcere? Minori, il carcere non aiuta il recupero di Ugo Morelli Corriere del Trentino, 5 agosto 2026 Se non c’è, come dicono i dati del Ministero della giustizia, una reale emergenza riguardante l’assoluzione per immaturità dei minorenni, allora a quale emergenza corrisponde il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri la scorsa settimana? L’effettiva emergenza che quel disegno di legge, predicato con violenza verbale e veemenza populista segnala, è una emergenza democratica. Sentire il Ministro della giustizia sostenere che un minorenne arrestato è ritenuto colpevole fino a quando non dimostra di essere innocente, vuol dire avere paura. Il principio della nostra Costituzione e del diritto di ogni paese civile sostiene esattamente il contrario: la presunzione di innocenza fino alla eventuale prova di colpevolezza. Così come ascoltare persone sedute in Parlamento sostenere che la legittima difesa sarebbe il diritto di difendersi direttamente propone una giustizia da far west. Soprattutto se difendersi vuol dire uccidere delle persone che stanno scappando. Ci sembrava che in quel caso si trattasse di chiamare le forze dell’ordine magari prendendo il numero della targa. Qui non è in discussione la reazione emotiva e la rabbia di subire un’aggressione, ma la scelta di civiltà di esprimere la reazione secondo diritto e non con l’occhio per occhio, dente per dente. Abbiamo impiegato secoli e secoli per conquistare forme civili di gestione della giustizia che in poco tempo possono essere distrutte. Distruggendo uno dei capisaldi della democrazia. Tanto più che, secondo il Ministero della giustizia, le sentenze di non luogo a procedere e quindi di assoluzione per accertata immaturità del minorenne sono meno dell’uno per cento e sono in calo da tempo. Non pare proprio un’emergenza nazionale quella dell’imputabilità dei minori, in base alle normative esistenti. Non vi è alcun lassismo della magistratura e questo pone una ulteriore domanda sulle ragioni effettive del sistematico attacco alla magistratura da parte del governo. Leggere poi la fanfara di commentatori che ironizzano su chi critica il disegno di legge, proponendo di assumere psicologi anziché poliziotti, sembra ancora più grave, se fosse possibile. Il proposito del disegno di legge è spezzare la connessione tra gli accertamenti sulla personalità del minorenne e l’accertamento della imputabilità della persona. Come se fosse possibile sviluppare gli accertamenti senza fare riferimento alla personalità, alle sue caratteristiche e ai suoi eventuali disturbi. L’emotività di chi governa, fomentata da obiettivi evidenti di consenso politico, porta a sovvertire il principio costituzionale della pena. Anziché accertare le caratteristiche della personalità come condizione per favorire azioni di redenzione e recupero mediante la responsabilizzazione dell’imputato, si consegnano i minorenni a quelle scuole di delinquenza che sono le sovraffollate e incivili carceri italiane. Nasce la giornata del garantismo, nel nome di Enzo Tortora di Franco Insardà Il Dubbio, 5 agosto 2026 La Camera approva, con l’astensione di Pd, M5S e Avs, la Giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari che sarà celebrata il 17 giugno. Ora il testo passa al Senato. Quarantatré anni dopo l’arresto di Enzo Tortora, la Repubblica istituisce una Giornata nazionale per ricordare le vittime degli errori giudiziari. Un riconoscimento arrivato con un ritardo che pesa, soprattutto perché sul valore della memoria e sulla necessità di difendere presunzione di innocenza, libertà personale e giusto processo in Parlamento c’è sempre stata una quasi unanimità. A rallentare l’iter sono stati gli stop and go legati alla riforma della giustizia e al referendum, in un clima nel quale Fratelli d’Italia temeva che il confronto aspro con l’Anm rischiasse di condizionare l’esito referendario. Ora, digerita la pesante sconfitta, il partito di Giorgia Meloni, ha dato il via libera e la Camera ha approvato il testo con 178 voti favorevoli, nessun contrario e 97 astensioni. La proposta, frutto dell’unificazione dei disegni di legge a prima firma di Davide Faraone, Giuseppe Bisa e Pietro Pittalis, ora passa al Senato. La Giornata sarà celebrata ogni anno il 17 giugno, data dell’arresto di Tortora nel 1983. La sua storia resta il simbolo più potente di ciò che accade quando la giustizia sbaglia. La sua vicenda ha lasciato una ferita profonda nella coscienza civile italiana e ha trasformato il nome di Tortora in un riferimento della battaglia garantista. È proprio sul garantismo che si concentra il significato politico della Giornata. Il testo richiama la dignità della persona, la presunzione di innocenza e il giusto processo, inteso come strumento per accertare la responsabilità penale nel rispetto del contraddittorio e davanti a un giudice terzo e imparziale. Scuole, istituzioni e società civile potranno promuovere iniziative, incontri e momenti di riflessione per mantenere viva la memoria e ridurre il rischio di ingiuste detenzioni e condanne. Per Enrico Costa, presidente dei deputati di Forza Italia, si tratta di una “storica battaglia” liberale e garantista. “La malagiustizia, sostiene, non riguarda soltanto chi viene arrestato e poi assolto, ma anche chi subisce processi lunghi ed estenuanti che diventano una pena pur senza incidere sulla libertà personale. Da qui l’impegno a lavorare a una legge per risarcimenti adeguati alle vittime”. Matilde Siracusano, deputata di Forza Italia e sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, sottolinea invece che “dietro ogni errore giudiziario ci sono vite spezzate, famiglie distrutte e diritti calpestati e richiama anche l’ordine del giorno sulla responsabilità dei magistrati approvato dalla maggioranza”. Ma il ritardo resta il punto politico più delicato. Davide Faraone, deputato di Italia viva - Casa riformista, vicepresidente del partito, primo firmatario della legge parla apertamente di una proposta “approvata tardi per responsabilità della maggioranza e teme che il Senato non riesca a completare l’iter”. Per Faraone il voto positivo “non cancella i nodi irrisolti: responsabilità civile dei magistrati, automatismi di carriera e tutele per gli imprenditori ingiustamente accusati. Questa legislatura è un’occasione mancata”, è la sua conclusione. Maurizio Lupi ha votato convintamente a favore e lega la Giornata alla frase incisa sulla tomba di Tortora: “Che non sia un’illusione”. “Il garantismo, per Noi Moderati, non è uno slogan ma il rispetto concreto della presunzione di innocenza e la pretesa di un processo giusto nei tempi, nei modi e nelle garanzie. La memoria, quindi, deve servire a impedire che gli errori si ripetano”. Sulla stessa linea, ma con una particolare attenzione al valore simbolico, Fabrizio Benzoni, vicecapogruppo di Azione alla Camera, difende il nome di Tortora nella denominazione della Giornata. “Il suo caso, sostiene, deve diventare uno strumento di educazione per le nuove generazioni contro il rischio di un giudizio popolare e mediatico che può sopravvivere anche all’assoluzione. Perché essere assolti dalla giustizia non significa necessariamente essere assolti agli occhi dell’opinione pubblica”. Il Pd non ha votato contro, ma si è astenuto. Rachele Scarpa contesta soprattutto “il metodo con cui il provvedimento è arrivato in Aula, senza un adeguato confronto in Commissione e senza una discussione sufficiente sugli emendamenti”. L’astensione viene però presentata come un’apertura: se al Senato ci sarà un confronto vero, il Pd potrà valutare anche un voto favorevole. Il M5S insiste invece sul fatto che la memoria da sola non basta. Per Valentina D’Orso servono “verità, responsabilità e giustizia, una definizione più chiara dell’errore giudiziario e maggiori tutele anche per le vittime dei reati rimaste senza una risposta di giustizia”. Stefania Ascari richiama il caso dei cosiddetti “mostri di Ponticelli” e chiede che la Giornata sia “soltanto un punto di partenza per strumenti concreti di prevenzione e tutela”. Molto critico sull’astensione il presidente dell’Osservatorio Giustizia liberale della Fondazione Luigi Einaudi, Gian Domenico Caiazza, he su X scrive: “Onore alla Camera per aver approvato la proposta di legge che istituisce, intestandola a Enzo Tortora, la giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari. Penso con emozione a quanto Enzo ne sarebbe orgoglioso. E guardo con sconcerto ai don Abbondio nostrani che si sono astenuti. Ma saprete che questa è solo una delle molte cambiali che Pd, Avs e 5 Stelle sanno di dover pagare alla leadership politica di Anm per la vittoria del No. Ora aspettiamo il voto al Senato”. Sulla stessa linea Matteo Hallissey, presidente di +Europa e Radicali Italiani: “Astensione campo largo su giornata delle vittime della malagiustizia vergognosa, lascia a destra panpenalista un tema fondamentale della malagiustizia vergognosa, lascia a destra panpenalista un tema fondamentale”. È dunque una Giornata che nasce nel segno di una convergenza ma anche di una domanda ancora aperta: quanto vale la memoria se non produce riforme capaci di impedire che gli errori si ripetano? Il 17 giugno non dovrà essere soltanto il giorno dedicato a Enzo Tortora. Dovrà ricordare che dietro ogni errore giudiziario c’è una persona, una famiglia, una reputazione e una vita che possono essere compromesse per sempre. A proposito di Garlasco... e di processo mediatico. Dove eravamo rimasti? di Desi Bruno, Maria Grazia Tufariello, Stefania Pettinacci, Giuseppe Cherubino* Ristretti Orizzonti, 5 agosto 2026 Chi pensava che dopo Garlasco avremmo avuto una pausa nella celebrazione di processi mediatici paralleli, in concorrenza tra emittenti tv e i vari social media, si sbagliava. Abbiamo assistito al processo di revisione mediatico-politico subito dopo la sentenza irrevocabile a carico di Mario Roggero invece che aprire un dibattito serio sulle pene espiate in carcere,in particolare in relazione all’età, la peculiarità della vicenda e l’assenza di pericolosità sociale ( e nel caso di specie forse anche scelte processuali diverse che avrebbero potuto ridurre verosimilmente una pena, che di fatto equivale ad un ergastolo per un uomo di 72 anni) ; un processo mediatico che ha dapprima introdotto la nuova figura della “revisione extraprocessuale” e poi quello della “grazia mediatica”, con la conseguenza di svilire un delicato meccanismo affidato dalla legge al solo presidente della Repubblica e, come se non bastasse, delegato alla estemporanea raccolta di firme nonché, per concludere la carrellata di pseudo rimedi, una inutile e pericolosa proposta di riforma della legittima difesa. Insomma, i codici servono nella misura in cui soddisfano altre esigenze, soprattutto di ordine politico-elettorale, senza curarsi delle conseguenze di quel ne deriva sul piano del rispetto del principio di uguaglianza davanti alla legge, e della certezza delle regole che vanno rispettate, finché ci sono. Nel frattempo, anche la tragica vicenda di Abderrahim Fakir, morto a Bologna a seguito di un intervento della polizia, ha già conosciuto plurime sentenze, sia di assoluzione che di condanna, da parte di coloro che sono intervenuti, Croce Rossa compresa. Si è scatenata una violenza di piazza incomprensibile, favorita da una lungimiranza di taluna politica, forse discutibile, che ha decretato: trattasi di omicidio di Stato. Può darsi, ma al momento sappiamo poco e quel poco è già più di quello che dovremmo sapere. Questa vicenda ha assunto toni inaccettabili, mentre altri fatti, come per esempio la morte del giornalista bruciato vivo, Luca Esposito, da un tunisino irregolare, non ha destato particolare interesse. Ed il tema è questo. L’Italia ha recepito la Direttiva UE 2016/343 con Dlgs 188/2021 che rafforza il divieto per le pubbliche autorità di indicare l’indagato o l’imputato come colpevole quando la responsabilità non è accertata con sentenza passata in giudicato. Ma se questa attribuzione di colpevolezza diventa sentenza, con tanto di motivazione inappellabile, da parte di politici, giornalisti, ex magistrati, e persino alle battute iniziali di un procedimento, come si può arginare questa deriva? Quale serenità si garantisce al giudice terzo, di cui oggi i detrattori del sì al referendum sembrano dubitare, se si sprecano comunicati del tutto inutili sulla necessità che la magistratura sia lasciata libera di operare? Il che appare oltre l’ovvio e, come tale, è affermazione superflua. Del pari, l’avvocatura tutta, nella sua veste di sentinella dei diritti e delle garanzie del giusto processo, dovrà continuare a mantenere alta la guardia per dire basta a questa “ prassi in divenire”, di celebrare i processi fuori dalle aule di giustizia, caratterizzata da uno stile comunicativo fatto di slogan e luoghi comuni che, da un lato, alimenta pulsioni di qualsivoglia natura ed esalta la giustizia “fai da te” e dall’altra evoca la convinzione dell’esistenza di un clima para- militare . E’ pertanto auspicabile, quanto necessario, ribadire con forza in ogni sede, dalle piazze ai social media, i principi del giusto processo, della presunzione di non colpevolezza nonchè della tutela di riservatezza e della reputazione delle persone indagate e imputate, nell’alveo delle garanzie costituzionali e nel pieno rispetto dell’ordinamento giuridico interno e sovranazionale. *Avvocati penalisti del Foro di Bologna Riconoscimento facciale, salta il controllo del gip di Simona Musco Il Dubbio, 5 agosto 2026 L’identificazione biometrica remota in tempo reale, nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, resta agganciata all’autorizzazione delle procure e non a quella, terza e neutrale, di un giudice. La richiesta per attivare le scansioni facciali, firmata dai questori o dai comandi delle forze di polizia, andrà presentata al procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo di distretto nel quale emergono le esigenze di prevenzione o di ricerca. È questa l’impostazione del decreto sul riconoscimento facciale emersa dalle bozze circolate fino a ieri sera e arrivate sul tavolo di un Consiglio dei ministri fiume, ancora in corso mentre andiamo in stampa. Sembra essere caduto, così, il tentativo di mediazione politica maturato 24 ore prima tra Fratelli d’Italia e Forza Italia, che aveva tentato di dare una impostazione più garantista al provvedimento: l’idea di inserire il controllo di un magistrato - espressione generica scelta come punto di incontro tra le due forze politiche e che puntava a recepire le sollecitazioni di chi voleva conformarsi al modello europeo dell’AI Act - è stata superata dal ritorno alla formulazione originaria. È la scelta di dare priorità alle esigenze securitarie rispetto alle cautele garantiste avanzate anche dal Parlamento, che nelle scorse ore aveva fornito pareri che chiedevano un allentamento delle misure. Nel parere approvato dalle Commissioni I e II della Camera, infatti, i relatori di FI avevano messo nero su bianco l’opportunità di affidare al gip, e solo al gip, l’autorizzazione preventiva per l’uso dell’intelligenza artificiale in tempo reale, chiedendo persino di cancellare le procedure d’urgenza basate su semplici comunicazioni orali al pubblico ministero. Il testo sul tavolo del governo sbarrerebbe invece la strada all’ipotesi di un vaglio giurisdizionale preventivo esterno alle procure e più attento, dunque, alle garanzie difensive. Una scelta che, secondo l’Unione delle Camere penali italiane, lascia aperto anche il nodo della verificabilità degli strumenti utilizzati: nella memoria depositata al Senato, i penalisti evidenziano infatti il rischio che il pubblico ministero si trovi a validare l’impiego di sistemi il cui funzionamento interno resta in larga parte opaco. Il riferimento è al problema della cosiddetta “black box” algoritmica: secondo l’Ucpi, un risultato prodotto dall’intelligenza artificiale non può essere equiparato automaticamente a una prova, perché una correlazione statistica non coincide con un elemento dimostrabile nel contraddittorio. Per questo i penalisti propongono di trattare gli output algoritmici più complessi come fonti confidenziali: strumenti capaci di orientare le indagini, ma non di fondare da soli decisioni limitative dei diritti fondamentali. La questione, dunque, non riguarda solo chi controlla l’accesso alla tecnologia, ma anche quali garanzie accompagnino il risultato prodotto dall’algoritmo una volta entrato nel procedimento penale. La richiesta delle forze dell’ordine dovrà indicare nei dettagli le finalità, la durata, l’area territoriale, i nomi delle persone cercate e le banche dati consultate. Per il riconoscimento facciale a posteriori dell’indiziato di un reato - anche solo tentato - gli ufficiali di polizia giudiziaria dovranno invece inoltrare la richiesta entro 24 ore al pubblico ministero, che avrà a sua volta lo stesso tempo a disposizione per autorizzare le operazioni con decreto motivato. Anche su questo snodo l’esecutivo orienta il testo senza recepire le osservazioni dei deputati, che chiedevano di subordinare sempre e comunque il riconoscimento a posteriori a una preventiva autorizzazione del magistrato e di imporre per legge la verifica umana di almeno due operatori su ciascun riscontro algoritmico prima di adottare qualsiasi atto restrittivo. L’impostazione dell’esecutivo mantiene la linea dura anche sull’efficacia del materiale in sede dibattimentale. Laddove le Commissioni parlamentari suggerivano di depotenziare i risultati prodotti dall’intelligenza artificiale - qualificando gli identificativi ad alta complessità algoritmica come semplici elementi di orientamento investigativo, al pari delle informazioni fornite da fonti confidenziali o collaboratori anonimi - la disciplina governativa non ne prevedrebbe il declassamento probatorio. L’architettura dei dati viene così definita: la banca dati di riferimento (articolo 8) dovrà essere creata appositamente per ogni singolo utilizzo autorizzato e potrà contenere esclusivamente i profili biometrici pertinenti ai soggetti ricercati. Informazioni destinate alla cancellazione automatica una volta scaduti i termini dell’autorizzazione, senza possibilità di essere conservate per alimentare archivi permanenti. Il titolare del trattamento dei dati viene individuato nel ministero dell’Interno - Dipartimento della pubblica sicurezza - al quale spetterà effettuare preventivamente la valutazione d’impatto sulla protezione dei dati, consultando il Garante. Le immagini e le informazioni raccolte nelle banche dati locali potranno essere conservate per un massimo di sette giorni, trascorsi i quali scatterà l’eliminazione automatica. I file di log, invece, dovranno essere custoditi per cinque anni per consentire le verifiche sulla liceità dei trattamenti e l’utilizzo nei procedimenti penali. L’articolo 9 fissa infine a carico del titolare l’obbligo di affiancare alla valutazione d’impatto sui diritti fondamentali prevista dal regolamento europeo la Dpia prescritta dal decreto legislativo 51 del 2018. Smart working ai domiciliari, il giudice deve valutare contatti e strumenti digitali di Pietro Alessio Palumbo Il Sole 24 Ore, 5 agosto 2026 Necessario verificare l’impatto del lavoro digitale sul rispetto delle prescrizioni imposte con la detenzione domiciliare. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 26389/2026 - ha chiarito che anche lo smart working svolto da una persona sottoposta agli arresti domiciliari deve essere valutato dal giudice: non come una semplice attività svolta tra le mura domestiche, ma come una modalità lavorativa capace di incidere concretamente sull’assetto della misura cautelare. Il principio affermato - La Quinta sezione penale afferma un principio innovativo: il fatto che il lavoro venga eseguito a distanza non elimina automaticamente la necessità di un controllo giudiziario, perché l’attività da remoto può richiedere contatti, comunicazioni e strumenti tecnologici incompatibili con le prescrizioni imposte. Il giudice deve quindi verificare se il lavoro digitale sia realmente compatibile con le esigenze cautelari, considerando non solo il luogo fisico in cui viene svolto, ma anche le modalità operative attraverso cui si realizza. L’attualità della questione risolta - La decisione segna un passaggio importante nell’adattamento delle regole cautelari alla trasformazione del mondo del lavoro. La Cassazione supera infatti l’idea secondo cui il lavoro da casa sarebbe, per definizione, neutro rispetto agli arresti domiciliari. Anche un’attività svolta davanti a un computer può modificare il regime della misura, soprattutto quando comporta la possibilità di comunicare con soggetti esterni o di utilizzare strumenti tecnologici che il giudice aveva precedentemente limitato. Il caso concreto - La vicenda riguardava una persona sottoposta agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico e con il divieto di avere contatti con persone diverse dai familiari conviventi, dai parenti e dai difensori. La difesa aveva chiesto di poter svolgere attività lavorativa in modalità smart working presso l’abitazione dove veniva eseguita la misura, prevedendo solo in via residuale la possibilità di recarsi per poche ore presso la sede operativa dell’attività. La richiesta era stata respinta perché il giudice aveva ritenuto non dimostrata la condizione economica necessaria per ottenere l’autorizzazione. La Cassazione, pur riconoscendo che la situazione di bisogno rappresenta un requisito da verificare, ha evidenziato una carenza decisiva nella valutazione: il giudice non aveva analizzato se quella specifica attività lavorativa, svolta prevalentemente da remoto, fosse compatibile con le esigenze cautelari. Ed è proprio questo il punto centrale della pronuncia. Secondo la Suprema Corte, lo smart working non può essere considerato automaticamente equivalente a una permanenza passiva presso il domicilio. Lavorare a distanza significa spesso utilizzare piattaforme digitali, strumenti di comunicazione, collegamenti informatici e rapporti continuativi con altre persone. Tutti elementi che possono assumere rilievo quando la misura cautelare sia stata applicata anche per impedire determinati contatti o preservare la sicurezza di una persona coinvolta nella vicenda. Il nuovo elemento da valutare - La sentenza introduce quindi una valutazione nuova: il giudice deve guardare oltre il luogo materiale in cui l’attività viene svolta. Non è sufficiente chiedersi se il soggetto rimarrà fisicamente nell’abitazione; occorre verificare cosa comporterà concretamente l’autorizzazione. Un computer e una connessione internet possono infatti rappresentare, a seconda dei casi, semplici strumenti di lavoro oppure strumenti attraverso cui vengono meno i controlli che la misura cautelare intende garantire. La Cassazione impone così un esame concreto e personalizzato. L’autorizzazione allo smart working non deve essere concessa né negata sulla base di categorie astratte. Il giudice deve valutare il tipo di mansione, le modalità di comunicazione necessarie, i soggetti con cui il lavoratore dovrà rapportarsi, la possibilità di effettuare controlli e l’eventuale necessità di modificare le prescrizioni già imposte. Il principio assume particolare rilievo perché affronta una situazione destinata a diventare sempre più frequente. La diffusione del lavoro agile ha reso possibile svolgere molte attività senza presenza fisica sul luogo di lavoro, ma questa flessibilità introduce nuove questioni anche nel campo del diritto penale cautelare. La tecnologia riduce gli spostamenti, ma amplia le possibilità di relazione e interazione. Il lavoro agile rispetto ai domiciliari - La pronuncia chiarisce dunque che lo smart working non è né un ostacolo automatico agli arresti domiciliari né una soluzione automaticamente compatibile con essi. È una modalità lavorativa che deve essere sottoposta alla stessa rigorosa verifica riservata a ogni altra attività autorizzabile durante la misura. La novità della decisione sta nell’avere riconosciuto che il concetto di “luogo” nella società digitale non coincide più soltanto con lo spazio fisico. Una persona può restare all’interno della propria abitazione e, attraverso gli strumenti tecnologici, entrare in una rete di rapporti esterni molto ampia. Per questo motivo il giudice deve valutare non solo dove si svolge il lavoro, ma quale effettiva libertà di movimento e comunicazione esso consenta. La Cassazione affida così alla valutazione giudiziale il compito di trovare un equilibrio tra due esigenze: consentire, quando possibile, un’attività lavorativa utile alla persona sottoposta alla misura e impedire che la modalità lavorativa prescelta svuoti di contenuto le prescrizioni cautelari. Lo smart working entra quindi pienamente nel sistema delle misure cautelari, non come eccezione tecnologica, ma come nuova realtà da governare attraverso criteri di proporzione e controllo. La pronuncia apre inoltre una prospettiva destinata ad avere rilievo nella prassi giudiziaria: le modalità digitali di lavoro richiedono una nuova attenzione nella costruzione delle prescrizioni cautelari. Il lavoro agile diventa così un banco di prova per una giustizia cautelare capace di confrontarsi con la realtà contemporanea. La Cassazione indica una strada fondata sulla verifica concreta: non vietare ciò che può essere compatibile, ma neppure autorizzare ciò che, attraverso gli strumenti tecnologici, potrebbe rendere solo apparente il controllo imposto dalla misura. Napoli: Si impicca in cella, da poche settimane collaborava con la giustizia di Gennaro Scala Corriere del Mezzogiorno, 5 agosto 2026 La porta della cella si è aperta nella tarda serata di ieri e gli agenti della polizia penitenziaria hanno trovato il corpo senza vita. Costantino Russo, figlio del boss dei Casalesi Giuseppe Russo, detto “Peppe ‘o padrino”, è stato trovato impiccato nella sua cella del carcere napoletano di Secondigliano. Aveva 35 anni. Era detenuto in isolamento da quando, il 16 luglio scorso, aveva deciso di collaborare con la giustizia. Una morte che apre immediatamente un fronte investigativo delicatissimo. Perché Russo non era un detenuto qualunque: era l’uomo che, secondo gli inquirenti, aveva raccolto l’eredità criminale di una delle famiglie storiche della camorra casertana e che, proprio pochi giorni dopo l’arresto, aveva scelto di rompere con il passato iniziando un percorso con la Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Il corpo è stato trovato appeso con dei lacci alla grata della finestra della cella. A dare l’allarme sono stati gli agenti della penitenziaria, che hanno immediatamente chiamato il 118. I sanitari arrivati nel penitenziario hanno tentato a lungo di rianimarlo, ma ogni tentativo è risultato inutile. La salma è stata sequestrata e messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sul posto sono intervenuti il magistrato di turno, il medico legale e gli specialisti della polizia scientifica per i rilievi. Le indagini sono affidate alla squadra mobile di Napoli. La notizia della morte di Russo arriva a meno di un mese dal blitz che lo aveva portato in carcere. Il 7 luglio Dia e Guardia di Finanza avevano eseguito un’operazione coordinata dal procuratore aggiunto Michele Del Prete, nella quale il 35enne veniva indicato come il nuovo reggente della fazione Russo-Schiavone. Con il padre Giuseppe e gli zii Massimo, Francesco e Corrado detenuti, secondo la ricostruzione degli investigatori sarebbe stato proprio Costantino a garantire la continuità operativa del gruppo criminale legato ai Casalesi. Una successione generazionale dentro una delle organizzazioni più potenti della storia mafiosa campana. L’inchiesta aveva raccontato una camorra diversa da quella delle vecchie piazze di spaccio e delle estorsioni violente. Una camorra capace di trasformare il denaro sporco in attività apparentemente legali: bar, gelaterie, locali con raccolta di scommesse, stabilimenti balneari sul litorale domizio. Quattordici aziende tra Casal di Principe, Aversa, Castel Volturno e il Napoletano finite sotto sequestro insieme a beni per circa due milioni di euro, tra contanti, orologi di valore e attività commerciali. Il cuore dell’inchiesta era proprio la capacità del clan di infiltrarsi nell’economia del turismo e dell’intrattenimento. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, dopo il blitz, aveva parlato di un quadro accusatorio “altissimo”, con “tutta la gamma dei tipici reati delle organizzazioni criminali”. Dietro il nome Costantino Russo c’è il peso di una dinastia criminale. Il padre Giuseppe, 65 anni, soprannominato “Peppe o’ Padrino”, è stato uno dei fedelissimi di Francesco “Sandokan” Schiavone. Arrestato nel 1997 dopo una lunga latitanza, è stato condannato all’ergastolo nel maxi processo Spartacus per omicidio, associazione mafiosa ed estorsione. Il cognome Russo, nel territorio di Casal di Principe e dell’Agro aversano, ha continuato negli anni a rappresentare uno dei marchi di potere della camorra casalese. La scelta di Costantino di collaborare con lo Stato aveva aperto uno scenario inatteso: quello di un uomo cresciuto dentro il sistema criminale pronto a raccontarne meccanismi, equilibri e affari. Pistoia. Capecchi in visita al carcere. Sovrannumero e poco personale di Carolina Poli La Nazione, 5 agosto 2026 Anche quest’anno la Camera Penale di Pistoia ha aderito alla iniziativa della Unione delle Camere Penali Italiane “Ristretti in Agosto”, accedendo alla Casa Circondariale di Pistoia nella mattinata di lunedì 3 agosto. A presenziare, in rappresentanza del proprio direttivo, sono stati gli avvocati Daria Bresciani, Lorenzo Cerri, Maurizio Bozzaotre, Sara Battistini e Lorenzo Cardelli, cui si sono uniti il Sindaco di Pistoia Giovanni Capecchi, l’assessore Sandro Giannessi e il Garante dei Detenuti, avvocato Tommaso Sannini. “La situazione che abbiamo trovato è decisamente peggiorata rispetto a quella degli anni scorsi, a causa del sovrannumero dei detenuti: 85 al posto dei 63 che la struttura è destinata ad accogliere - dichiarano i rappresentanti della Camera Penale di Pistoia -. Tutto ciò crea un problema sia di spazi vitali, perché i reclusi sono costretti in celle che secondo i parametri della Cedu dovrebbero ospitarne quasi la metà, sia di gestione della vita intramuraria, riducendo la possibilità di organizzare quelle attività di istruzione e ricreative che l’art. 27 della Costituzione impone laddove prevede che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato”. Il personale amministrativo e di polizia penitenziaria è sotto organico, e ciò contribuisce a rendere ancora più difficoltosa la vita all’interno della casa circondariale. Su un organico di circa 40 agenti, ne mancano all’appello circa una decina. “Quello che abbiamo tristemente riscontrato - chiariscono i rappresentanti dell’associazione - è un netto contrasto tra le intenzioni della direzione, che si muovono nel senso indicato dalla nostra Carta Costituzionale e la oggettiva e duratura carenza di risorse per realizzarle. Il carcere è uno degli specchi della nostra società, non un posto dove abbandonare chi è stato condannato, ma piuttosto un luogo di rinascita: carceri migliori servono a rendere la società un posto migliore”. “La misura civica e morale di una comunità - sottolinea il Sindaco Giovanni Capecchi - si riconosce soprattutto dalla capacità di guardare a chi vive nei luoghi più complessi ed esposti alla sofferenza. La Casa Circondariale è parte integrante del nostro tessuto cittadino e non può essere considerata un mondo a parte o isolato dalla città. Oggi più che mai abbiamo il dovere di riaffermare tre principi fondamentali: l’ascolto autentico, il rispetto della dignità della persona e l’umanità verso tutte e tutti”. A margine dell’incontro i rappresentanti della Camera Penale di Pistoia e dell’amministrazione comunale hanno ribadito come la funzione costituzionale della pena debba sempre tendere alla rieducazione, al reinserimento sociale e al rispetto dei diritti fondamentali della persona, garantendo al contempo condizioni lavorative adeguate e dignitose per tutto il personale penitenziario. “Ho preso un impegno con i detenuti e la direzione, quello di tornare periodicamente alla Casa Circondariale per parlare e confrontarmi con loro. Ascoltare chi vive e chi opera all’interno della struttura - spiega il primo cittadino di Pistoia - significa esercitare fino in fondo il principio della partecipazione sociale. Come amministrazione continueremo a fare la nostra parte, sostenendo progetti di inclusione, formazione e cooperazione culturale che possano offrire prospettive concrete per il futuro. Nessuno deve essere lasciato indietro: l’umanità e la dignità non possono mai venire meno. Perché un sindaco deve occuparsi di tutta la città, non può dimenticare nessuno”. Sostenere, non contenere di Nina Verdelli Vanity Fair, 5 agosto 2026 Dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, siamo stati nel mondo di chi convive con un disturbo psichiatrico. Abbiamo incontrato famiglie sole e personale sanitario allo stremo. Un malessere in drammatica ascesa che necessita di strutture specializzate e cura. Quando una persona con problemi psichiatrici arriva a commettere un reato o a disturbare la quiete pubblica, dovremmo chiederci che cosa è mancato prima. Invece, attorno a casi come quello di Abderrahim Fakir, morto il 19 luglio scorso a Bologna tra le mani delle forze dell’ordine che attuavano su di lui manovre contenitive, il dibattito verte intorno alle curiosità sbagliate: la provenienza geografica, i precedenti, il dovere o meno di immobilizzarlo. Tutti cercano un colpevole: chi punta il dito contro un soggetto pericoloso, chi contro il corpo di polizia protetto dallo scudo penale, chi contro gli operatori sanitari incapaci di soccorrere. La verità è che colpevoli siamo tutti, rei di non vedere il disagio prima che lasci cicatrici, di pensare alla salute mentale come a un problema di ordine pubblico, quando in realtà sarebbe una responsabilità collettiva. La domanda non è come fermare chi soffre, ma come prendercene cura. Dopo la chiusura dei manicomi, avvenuta grazie alla legge Basaglia del 1978, la gestione delle persone con un disturbo psichiatrico è demandata a strutture ambulatoriali sul territorio: i Centri di salute mentale (Csm). Solitamente, però, quando il caso è grave, il paziente viene prima trattato nei reparti di psichiatria degli ospedali, per poi essere trasferito in clinica o in comunità. Lo scopo ultimo sarebbe il rientro in società, con periodiche visite al Csm, colloqui con lo psichiatra, messa a punto della terapia farmacologica e ritorno a casa. Le maglie del sistema, però, sono larghe e in mezzo in tanti si perdono. Selvaggia Wild, psicoterapeuta che per anni ha prestato servizio nei reparti di psichiatria e in comunità, spiega: “Sono rari i casi in cui, se un paziente non si presenta all’appuntamento, ci si preoccupa di capire che fine abbia fatto”. Non è cattiva volontà, è mancanza di risorse. “L’Italia è uno degli Stati occidentali che investe meno nella salute mentale”, sottolinea Guido Di Sciascio, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip). “Dovremmo destinare il 5 per cento del Fondo sanitario nazionale, non arriviamo neanche al 3. La Francia supera il 10, i Paesi nordici ancora di più. Intanto il disagio aumenta e l’età dell’insorgenza scende”. Attualmente il Consiglio superiore di sanità stima che siano 10 milioni gli italiani che convivono con un disturbo psichiatrico. Due milioni sono minorenni, il doppio di dieci anni fa. Secondo l’ultimo rapporto del ministero della Salute, il personale complessivo all’interno delle unità operative psichiatriche pubbliche supera di poco le 33 mila unità. Non stupisce che in tanti decidano di rivolgersi al privato (per il Censis addirittura il 59 per cento). Di Sciascio aggiunge: “C’è poi una forte disparità: i grandi centri urbani sono attrezzati, ma che cosa succede se una persona sta male in un paesino di montagna? Occorrono più fondi per aumentare il personale, implementare i servizi e predisporre un’assistenza capillare sul territorio”. Il problema è anche la gestione dei fondi”, aggiunge Alberto del Collettivo Antonin Artaud di Pisa, un gruppo di ascolto e di divulgazione particolarmente critico nei confronti di alcuni aspetti coercitivi della psichiatria, come la contenzione meccanica. “Nel 2021 l’allora ministro della Salute Roberto Speranza aveva stanziato 60 milioni per superarla. Da una nostra indagine risulta che, in alcune zone della Toscana, sia invece quadruplicata. I soldi andrebbero spesi per aiutare le persone a casa propria, non per aumentare le strutture che funzionano come “manicomietti” dove le visite di amici e parenti sono scoraggiate, ti riempiono di sedativi e ti legano al letto”. Può sembrare un’iperbole, purtroppo non lo è. Lo conferma la fotografa e illustratrice Mel the Sketcher (all’anagrafe, Melissa Ianniello), 35 anni, di origine napoletana, che quei luoghi li ha conosciuti bene. La prima volta nel 2020. Aveva pianificato il suicidio. Una sua amica ha chiamato l’ambulanza. Quello che è avvenuto dopo è stata una rapida sequenza di ingresso al pronto soccorso, “cocktail di benvenuto”, ovvero iniezione con una non ben specificata dose di antipsicotici e antidepressivi, e abbandono: “Mi sono ritrovata stesa seminuda su un letto senza lenzuolo, imbottita di farmaci e con la bava alla bocca”, racconta. A una breve degenza in ospedale, è seguito un mese in clinica. L’anno successivo, Mel è stata riaccolta tra quelle stesse mura bianche, con le sbarre alle finestre e la totale assenza di odori. “O meglio, quando entri non senti niente. Quando ti addentri respiri l’umanità più disperata: c’è chi abusa di profumi scadenti e nauseabondi, chi se la fa addosso, chi non si lava per settimane. Anch’io per un periodo non mi sono lavata. Anch’io ho avuto un cattivo odore”. Laureata in filosofia, pluripremiata fotografa (ha pubblicato su Vogue, The Guardian e l’internazionale), frequentatrice di circoli politici e femministi, Mel all’inizio ha faticato a guardarsi allo specchio: “Scrutavo le altre durante l’”ora del contrabbando”: in clinica c’era una sorta di rituale non scritto secondo cui, a metà pomeriggio, ci si ritrovava per barattare i pochi effetti personali. E così vedevi una donna di 90 chili indossare una T-shirt appartenuta a una di 50, una signora anziana sfoggiare orecchini sgargianti adatti alle ragazzine. Le guardavo e mi ripetevo: “Io non sono come loro. Io non sono come loro”. Finché ho capito che ero esattamente come loro. D’altra parte, ero stata messa lì dentro anch’io”. La diagnosi è doppia: disturbo bipolare e borderline. Nel suo primo libro, Anatomia di me, appena uscito per Eris Edizioni, Mel utilizza la metafora delle montagne russe per descrivere ciò che vive: “Il punto più basso è rappresentato dal cosiddetto “down”. A livelli estremi coincide con la depressione maggiore. Il punto più alto è l’”up”: l’euforia sregolata. In quella fase è come se mi sollevassi da terra, la mia mente si muove veloce, sento di emanare luce. Al contrario, nella fase depressiva la vita scorre, ma fuori di me. Qualsiasi cosa possa accadere, di bello o di brutto, io semplicemente non rispondo”. Viene facile il paragone con gli sbalzi d’umore provocati da sostanze eccitanti come la cocaina: “Io non l’ho mai provata ma so che è esattamente così, solo che le varie fasi possono durare mesi. Quando sei in “down” brami l’”up” come una dose. Quando sei in “up” perdi coscienza del rischio e dei tuoi limiti: io ero allo sbaraglio totale e molte volte mi sono messa in pericolo. Una sera accettai un invito a casa di uno sconosciuto per fumare erba. Mi risvegliai di notte, con lui strafatto sul pavimento. Avrebbe potuto violentarmi, non accadde solo perché fui molto fortunata. Ma allora non me ne rendevo conto”. Alla domanda se qualcuno accanto a lei si fosse mai accorto dei suoi sbalzi d’umore risponde citando un paio di episodi in cui la madre si era lasciata sfuggire un “devi parlare con un dottore”. “Ma io la prendevo come una provocazione”. Mel ha impiegato un po’ per accettare di aver bisogno di aiuto, un altro po’ per abituarsi alla diagnosi (“All’inizio mi è piombata addosso come una ghigliottina”), un po’ di più per realizzare che i farmaci potevano essere suoi alleati. Oggi prende quattro pastiglie al giorno. Gli effetti collaterali ci sono (“Ho i tremori alle mani, il metabolismo a pezzi e le mucose secche, cosa che non aiuta nel sesso o nell’autoerotismo”), ma le prende lo stesso. Quello che ancora Mel non riesce a digerire sono le “storture del sistema”. Punto primo: “Le cliniche, come le carceri, hanno uno scopo contenitivo, non riabilitativo. Il mio secondo ricovero è durato due mesi e per tutto il tempo non hanno saputo fare altro che sedarmi con tre iniezioni al giorno. Avevo il culo che sembrava un colabrodo. Ogni tanto vedevo la psicologa. Mi chiedeva: “Come stai oggi?”. Le rispondevo: “Di merda”. Poi tornavo in camera mia. Appena uscita di lì ho avuto un attacco di panico fortissimo perché nessuno mi aveva preparato al rientro in società”. Punto secondo: “L’atteggiamento del personale sanitario che tende a infantilizzare i malati. Siamo persone che convivono con un disturbo psichiatrico, ma non per questo non abbiamo diritti né dignità. In quei posti, invece, quando entri rinunci a tutto, incluso il contatto con il mondo di fuori: ti lasciano il cellulare un’ora al giorno. Ma che male può farmi telefonare a mio papà o a un amico? Ho visto ragazze giovani senza veri problemi di incontinenza obbligate a indossare il pannolone di notte solo perché una volta, durante una crisi, si erano fatte qualche goccia di pipì addosso: non bastava una traversina sotto al lenzuolo? Ho provato l’umiliazione di sentirmi dire “smettila con le sceneggiate”, quando ho chiamato l’infermiera in preda a un attacco di panico. Ho incontrato anche infermieri gentilissimi, per carità, e non voglio nemmeno puntare il dito contro quelli sgradevoli. Pure loro subiscono la bruttura dell’ambiente. In più sono sottostaffati, costretti a turni massacranti e pagati una miseria: normale che molti siano in burnout”. Quello che non è normale è colpevolizzare il malato. La psicoterapeuta Wild racconta: “Ho sentito dottori invalidare il grido di aiuto di una paziente che raccontava di aver subito un abuso con frasi tipo: “Certo che se vai in giro conciata così…”. Ho visto altri perdere la speranza di un recupero e rifugiarsi nella soluzione più semplice: “Dagli i farmaci, così sta buono”“. Il problema non sta nel singolo operatore sanitario, dotato di una maggiore o minore empatia. “Il problema sta nella grossa barriera che ancora separa la malattia fisica dalla malattia mentale”, precisa Wild. Abbattere questa barriera, a colpi di educazione alla diversità, significherebbe, tra le altre cose, “smettere di trattare i pazienti come imbecilli, quando imbecilli non sono”. Non pare, però, che l’educazione alla diversità sia in cima alle priorità del governo. Nel 2024 Fratelli d’italia ha presentato in Senato un ddl che porta il nome del suo primo firmatario, Francesco Zaffini. La proposta pone l’accento sulla sicurezza delle persone che gravitano attorno al malato, da attuarsi per esempio estendendo la durata del Tso dagli attuali 7 fino a 15 giorni. “Rimedio piuttosto inutile”, commenta il presidente della Sip Di Sciascio, “già ora, in presenza di un’esigenza clinica, il trattamento è prorogabile. Ci si dovrebbe concentrare sulla prevenzione, intervenendo sulle fasce giovanili più a rischio e sulle famiglie fragili”. Wild concorda: “La prevenzione può fare tantissimo: non scongiura l’insorgere della patologia, ma aiuta a gestirne gli effetti collaterali come, per esempio, lo sprofondare nella dipendenza da stupefacenti. Non solo: agire per tempo significa anche preservare le famiglie da quel senso di impotenza che nel tempo le logora. L’ho visto con i miei occhi: se i genitori chiedono aiuto appena il figlio inizia a mostrare i sintomi è un conto, se arrivano esausti dopo anni di autogestione, spesso l’atteggiamento è di resa”. A volte, dove non arriva la volontà politica, arriva il Terzo settore che, con una rete di associazioni, da sempre si prende cura della parte più trascurata del Paese. “Il rapporto con mia figlia Barbara è cambiato da quando ho conosciuto Progetto Itaca”, racconta Valerio Ronconi, 70 anni, consulente finanziario e volontario in questa realtà nata a Milano nel 1999 e ora diffusa in 18 città italiane, con lo scopo di informare e supportare le persone con problemi psichiatrici e le loro famiglie. “Barbara era giovanissima quando il disturbo borderline è entrato prepotente nella sua vita e nella nostra. Io vedevo me stesso su un binario e mia figlia su un altro: mi sforzavo di riportarla sul mio. E, per farlo, ho sbagliato tutto quello che un padre può sbagliare. Poi ho iniziato a frequentare i gruppi di Progetto Itaca che ti insegnano a metterti nei panni del malato. Un esempio? Per molto tempo, ogni sera Barbara mi monopolizzava due ore ripetendomi che non aveva nessuno, che si voleva uccidere. E io la contrastavo, le dicevo che si sbagliava. Poi ho imparato che dovevo semplicemente accogliere il suo dolore. Quando ho cominciato a risponderle: “Capisco ciò che provi. Io per te ci sono”, lei ha smesso con la litania serale. La realtà era quella che avevo di fronte, non quella che avrei desiderato”. Due i corollari di questa consapevolezza. Primo: “Per aiutare Barbara dovevo prendermi cura di me”. È il principio della mascherina di ossigeno in aereo: se vuoi salvare il tuo vicino, devi innanzitutto salvare te stesso. Secondo corollario: “Quando smetti di colpevolizzarti per la malattia di un tuo caro, quando smetti di provare vergogna, la vergogna scompare anche dallo sguardo dell’altro. Lo stigma è dentro di te: più sai, più conosci, più lo debelli”. Abbattere lo stigma che attanaglia le persone con malattie mentali significa innanzitutto accettare che esistono. Mel The Sketcher precisa: “Se ci fate caso, la prima emozione che suscita una persona con disturbo psichiatrico è la paura. Ma mentre parliamo di xenofobia per indicare la paura dello straniero, di omofobia per i gay, non esiste una parola per definire la paura del pazzo. Perché per tanti noi siamo invisibili”. Finché non lo sono più. Per uscire dal cono d’ombra, però, serve qualcosa di clamoroso come la tragedia di Anna Democrito, la mamma di Catanzaro che si è lanciata dal balcone con i figli probabilmente a causa di una depressione non diagnosticata; o ancora la morte di Abderrahim Fakir. Serve il baratro per interrogarsi sul funzionamento delle cure psichiatriche in un Paese che vede i “diversi” solo quando diventano “mostri”. Da allontanare, da contenere. E a volte finisce malissimo. La svolta culturale razzista dietro la parola remigrazione di Mariano Croce* Il Domani, 5 agosto 2026 Nel corso di due millenni, l’identità europea ha vissuto di una continua dialettica con l’altro da sé: dall’elastica intelligenza con cui Roma antica ha saputo appropriarsi delle forme di vita più remote ai movimenti incessanti delle genti che, nella modernità, hanno riscritto la fisionomia di interi popoli. Nel corso di due millenni, l’identità europea ha vissuto di una continua dialettica con l’altro da sé: dall’elastica intelligenza con cui Roma antica ha saputo appropriarsi delle forme di vita più remote ai movimenti incessanti delle genti che, nella modernità, hanno riscritto la fisionomia di interi popoli. Non c’è paese occidentale che sia stato capace di mantenersi in vita senza ibridarsi per tramite dei flussi migratori. Eppure, come per uno sconcertante atto di rimozione psichica, l’Europa tratta oggi la figura del migrante come quell’importuna anomalia il cui definitivo superamento le garantirebbe un futuro di rinnovata prosperità. La remigrazione e l’engagement della violenza: contro di me duecentomila messaggi d’odio in tre mesi Non sorprende, allora, che tra gli indici più rivelatori del cosiddetto regresso democratico vi sia la risposta sfacciatamente nazionalista alla domanda sul “chi siamo” - vale a dire quella riflessione sul sé collettivo attraverso cui un intero popolo definisce la propria identità. In Europa, rinfocolati da un propagandismo che si dimostra amaramente efficace, gli ideologi delle destre più o meno estreme tentano persino di offrire un rivestimento teorico alle più invereconde pulsioni razziste. Si assiste così a una “svolta culturale” del razzismo, che consente di velare ogni riferimento esplicito alla differenza biologica tra popoli per fondare l’opposizione alla migrazione su una presunta originarietà delle radici culturali e delle tradizioni storiche. Si va affermando l’idea, lanciata decenni or sono dall’ideologo della Nouvelle Droite francese, Alain de Benoist, che le culture siano segnate da una irriducibile differenza e che, pertanto, ogni popolo abbia sia il diritto sia il dovere di rimanersene chiuso e isolato nel proprio territorio. A partire da simili intuizioni, la remigrazione viene presentata come un processo di ripristino dell’ordine rispetto al disordine creato dalle politiche scelerate delle sinistre. Secondo autori che avanzano tesi persino più ardite, come il filosofo Marc Jongen, pensatore di punta dell’AfD, i popoli afflitti da indebite espropriazioni culturali sono legittimati a scatenare la loro “collera identitaria” contro l’immigrazione. L’austriaco Martin Sellner si fa cantore di una remigrazione “legale” finalizzata alla sopravvivenza delle democrazie nazionali, la quale esigerebbe la rottura dell’attuale “paralisi identitaria”, che deriverebbe da un disdicevole senso di colpa verso gli ultimi della Terra e che avrebbe inflaccidito l’animo pragmatico e virile degli Stati europei. Dalla difesa della razza alla remigrazione: le radici dell’ossessione identitaria In questa sbornia para-culturalista, ma di fatto cripto-razzista, la migrazione cessa di essere un tema di politica amministrativa e si trasforma in un artefatto problema di “essenza”. Privi di ogni concreto progetto su come realizzare questo delirante piano - che rischierebbe di segnare un declino dei paesi occidentali pari solo a quello che un secolo fa determinò in Germania la fuoriuscita di centinaia di migliaia di ebrei, embricati com’erano nel tessuto produttivo e culturale tedesco - oggi la risposta alla domanda su chi siamo viene tradotta nella ben più inquietante, ma alfine inconcludente, domanda: “Chi è il nemico interno che minaccia la nostra forma di vita?”. Si tratta di uno sbalorditivo arretramento sul piano della cultura politica rispetto al secondo Novecento, quando ci si interrogava sui dilemmi della convivenza tra gruppi etnici senza cedere alle soluzioni da piazzisti imbastite oggi dalle destre. Ancora alla fine del Novecento, Jürgen Habermas definiva l’appartenenza culturale come fondata sulla condivisione di principi costituzionali fondamentali, capaci di superare ogni steccato etnico, religioso e linguistico - detto altrimenti, la partecipazione a un progetto comune di solidarietà tra estranei. Fu forse un’illusione, ma per decenni si credette che la convivenza, difficile quanto si vuole, non richiedesse la professione di fede in presunti tratti originari, perché di originario al mondo non c’è nulla se non la comune precarietà che segna la vita di quel disadattato cronico che è l’essere umano nell’ambiente naturale. Meloni: “Remigrazione? La facciamo già”, la destra afflitta dalla sindrome Vannacci. *Filosofo Il bluff della propaganda che annienta i fatti di Sara Frangini Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2026 Certa politica è merce avariata. La comunicazione è il grande bluff che la vende. Il paradosso? Più il prodotto peggiora, più la confezione seduce. È una propaganda pericolosa. Lo è diventata quando ha smesso di voler convincere e ha cominciato a manovrare il processo con cui si formano le opinioni. La destra radicale e nostalgica ha scelto di comunicare proprio così, facendo della propria narrazione il filtro attraverso cui leggere i fatti. Cambiare un’opinione richiede spessore, cultura e contenuti. Molto più semplice competere sul terreno della viralità. Per chi considera ogni condivisione social un investimento elettorale, il valore di un contenuto non dipende più dalla sua attendibilità, ma dalla capacità di circolare, essere condiviso e ripetersi. È un meccanismo studiato da decenni. Daniel Kahneman ha spiegato come il nostro cervello tenda a fidarsi di ciò che riconosce: un’affermazione ripetuta richiede meno fatica per essere elaborata e, proprio per questo, appare più plausibile. Non perché sia vera, ma perché è diventata familiare. Lo osserviamo ogni giorno nella comunicazione politica digitale. Aprite un social qualsiasi. Prima ancora di imbattervi in un programma politico incontrerete slogan. “La criminalità è fuori controllo”. “L’immigrazione è incontrollata”. A forza di essere ripetuti diventano il perno del ragionamento. Quando è stata pubblicata la classifica delle città italiane con il maggior numero di denunce, molti l’hanno letta come la prova di un’esplosione della criminalità. Eppure, quella graduatoria misurava soprattutto il numero delle denunce presentate: un dato che riflette una maggiore propensione a denunciare e, quindi, una maggiore fiducia nelle istituzioni. Perché, allora, per una parte del Paese l’unica lettura possibile è quella di un’Italia nella morsa della criminalità? Perché la cornice narrativa è già costruita. La confezione è attraente. Gli slogan, ripetuti all’infinito, diventano la lente attraverso cui leggiamo i fatti. Così, quando la notizia arriva, il verdetto è già scritto. È qui che una parte della destra radicale costruisce il proprio racconto. I grandi reati economici, i colletti bianchi e i sistemi di potere scompaiono. Restano i temi più comodi: quelli che indignano rapidamente e sono costruiti per catturare l’attenzione nello spazio di uno scroll. La microcriminalità. Il fatto di sangue. L’immigrazione come emergenza permanente. Tutto ciò che conferma il frame viene amplificato. Il resto semplicemente smette di esistere. Non è solo una diversa selezione delle notizie: è un diverso modo di orientare il giudizio pubblico. George Lakoff, linguista e scienziato cognitivo tra i maggiori studiosi del rapporto tra linguaggio e politica, lo chiama frame: una cornice interpretativa attraverso cui i fatti acquistano significato. Quando il frame si consolida, i dati vengono letti per quello che sembrano confermare. Il caso di Ceuta lo dimostra alla perfezione. Una vicenda giuridicamente e geograficamente complessa è stata rapidamente trasformata nell’ennesima prova di un’Europa assediata dal giovane nordafricano elevato a simbolo di ogni minaccia. Poco importa che Ceuta sia territorio spagnolo in Africa, sottoposto a una disciplina particolare; che l’ingresso nell’enclave non coincida con l’accesso allo spazio Schengen; che i rimpatri siano stati annunciati e poi avviati. Tutto questo rende il racconto più difficile da veicolare. Molto più efficace pubblicare video, fotografie e frasi a effetto capaci di alimentare paura e confermare convinzioni già esistenti. Ancora una volta la complessità perde contro la propaganda. Basta vedere come la criminalità sia attribuita alle politiche della sinistra, nonostante da anni governi il centrodestra. È il segno che il frame continua a funzionare anche quando la realtà cambia. È forse questa la trasformazione più profonda della propaganda contemporanea. Non ci chiede più di credere a una bugia. Ci abitua a guardare il mondo attraverso una lente costruita da altri. E quando quella lente diventa la nostra, non abbiamo più bisogno che qualcuno ci convinca. Saremo convinti di aver maturato un giudizio autonomo, senza accorgerci di quanto quel giudizio sia già stato orientato. Il risultato è una società sempre più divisa in schieramenti che si riconoscono nei propri frame prima ancora che nei fatti. E la storia insegna che dividere il mondo in buoni e cattivi non è mai stata una grande idea. Migranti. Le ombre che muovono i corpi di Alessandro Solidoro Il Manifesto, 5 agosto 2026 Sui social girava la voce che dopo una sentenza del Tribunale supremo spagnolo chi fosse riuscito a raggiungere l’enclave via mare non sarebbe più stato rimandato in Marocco. Cosa accade quando la realtà ci arriva attraverso immagini e racconti scelti da altri? Platone immaginava uomini incatenati in una caverna, convinti che le ombre proiettate sulla parete fossero il mondo. A Ceuta le ombre hanno mosso i corpi. Sui social girava la voce che dopo una sentenza del Tribunale supremo spagnolo chi fosse riuscito a raggiungere l’enclave via mare non sarebbe più stato rimandato in Marocco. La sentenza vietava i respingimenti immediati, non i rimpatri previsti dalla legge. Migliaia di persone hanno tentato l’ingresso lo stesso. Ci sono stati morti. Quella lettura distorta non ha raccontato male la realtà: l’ha prodotta. Per la destra europea e americana Ceuta dimostra il fallimento del governo spagnolo sull’immigrazione. Altri parlano di ritorsione marocchina e richiamano i finanziamenti americani a Rabat e gli interventi dei think tank conservatori. In poche ore gli indizi diventano una trama. Prove pubbliche di una regia di Washington, finora, non ce ne sono. Funziona così ogni volta. Il fatto accade in una notte, i racconti si moltiplicano nelle ore successive, la verifica arriva giorni dopo: quando è pronta, la prima versione ha già indicato i colpevoli e acceso le paure. Chi smentisce arriva sempre secondo. Che fare? Una cura risolutiva non esiste, ma quindici anni di esperimenti qualcosa hanno insegnato, e conviene guardare i numeri invece di ripetere buoni propositi. Il fact-checking serve, soprattutto quando è rapido e ricostruisce come sono andate le cose invece di appiccicare un bollino a una frase. Ha però un effetto collaterale documentato: nei test condotti dall’università di Cambridge sul gioco Bad News, chi impara a smontare le bufale poi giudica meno attendibili anche le notizie vere. Alla propaganda, del resto, non serve convincerci tutti della stessa bugia. Le basta farci credere che mentano tutti. Il “prebunking” prova ad arrivare prima. Non rincorre ogni falsità: smonta gli attrezzi con cui viene costruita. L’immagine tolta dal suo contesto. Il capro espiatorio. La falsa alternativa. L’appello alla paura. Nel 2022, su Science Advances, lo stesso gruppo, insieme a Jigsaw, l’unità di Google che si occupa di manipolazione online, ha pubblicato il test più ampio mai fatto: cinque video da novanta secondi su YouTube, un milione di persone che li guardano, cinque centesimi a visualizzazione, e una capacità di riconoscere le tecniche manipolatorie ancora misurabile diciotto ore dopo. Subito dopo Jigsaw ha portato lo stesso metodo in Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, contro la disinformazione sui profughi ucraini. È il punto che riguarda Ceuta: quando l’Europa ha ritenuto che la posta in gioco fosse alta, la contromisura l’ha finanziata e mandata in onda nel giro di un mese. Sui migranti che muoiono nel Mediterraneo, no. E che la contromisura la finanzi chi guadagna dal problema spiega perché non può restare una scelta aziendale. La protezione, del resto, svanisce. Per questo l’educazione all’informazione non può ridursi alla giornata scolastica contro le bufale: va messa stabilmente nella scuola, nell’università, nella formazione degli adulti. C’è poi un rimedio più semplice: rallentare. Nel 2020 Twitter chiese agli utenti se non volessero aprire l’articolo prima di rilanciarlo, e i link aperti aumentarono del 40%. Bastava una domanda. Nel 2021 Gordon Pennycook e David Rand hanno pubblicato su Nature un esperimento sul campo: un semplice invito a pensare all’accuratezza migliorava la qualità di ciò che veniva condiviso. La conclusione degli autori, però, è la parte che di solito non viene citata: l’attenzione è volubile, l’effetto non dura, tocca alle piattaforme cambiare struttura. Rallentare non è la soluzione. È la prova che la soluzione sta altrove. Sta nell’economia. Le piattaforme premiano ciò che produce interazioni, e l’indignazione rende più della verifica. Chiedere al singolo di ragionare meglio senza toccare questo meccanismo vuol dire curare l’avvelenato e lasciare in funzione la fabbrica del veleno. Qualcosa si muove: dal 29 ottobre 2025 è in vigore l’atto delegato sull’articolo 40 del Digital services act, e i ricercatori abilitati possono chiedere alle grandi piattaforme i dati non pubblici su algoritmi, pubblicità e moderazione. Ma per ottenere un dato bisogna sapere che esiste, e i cataloghi di ciò che esiste li compilano le aziende stesse. Restano da fare le cose serie: audit indipendenti sugli algoritmi, individuazione delle campagne coordinate, soldi tolti a chi fabbrica falsità di mestiere. Non basta però togliere il falso: bisogna rendere disponibile il vero. Nessun ministero della Verità, piuttosto qualcosa che somigli a uno Stato sociale della conoscenza. Giornalismo indipendente e locale, biblioteche, università autonome, istituti statistici, archivi e amministrazioni trasparenti sono infrastrutture democratiche come la scuola e la sanità: producono materiali controllabili e lasciano vedere i passaggi con cui si arriva a una conclusione. Trattarli come un lusso culturale è già una scelta politica. Dalla caverna non usciremo trasformando ogni cittadino in un investigatore solitario. Bisogna rendere riconoscibili quelli che muovono le ombre e impedire che la parete resti proprietà di poche società private. Bonificare l’ambiente informativo non significa stabilire per legge che cosa si debba pensare. Significa smettere di lasciare alla menzogna più denaro, più velocità e più tecnologia di quanta ne abbia la verità. Migranti. Piantedosi: fuori dall’Europa chi chiede asilo di Giansandro Merli Il Manifesto, 5 agosto 2026 Spinta per costruire centri detentivi nei paesi terzi per chi fa domanda di protezione. L’accelerazione serve anche a fare pressione sulla Corte di Lussemburgo che potrebbe bocciare questo tipo di strutture. Intanto il governo assume 500 agenti di frontiera con il dl pubblica amministrazione. Dopo l’accelerazione sui return hub quella sui centri di detenzione dei richiedenti asilo nei paesi terzi. L’Italia continua a rilanciare sulle “soluzioni innovative” anti-migranti. Se è un segno di forza o debolezza, dovuto al bisogno di rimediare al flop dei centri in Albania, lo dirà il tempo. Intanto ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al Consiglio giustizia e affari interni Ue ha dichiarato: “È il momento di mettere in pratica i nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure d’asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri, superando vecchi tabù ideologici”. I “tabù ideologici” sono nient’altro che i diritti fondamentali intesi in senso universale. Tra questi c’è, o forse c’era, l’asilo. Pilastro della costruzione europea dopo la seconda guerra mondiale e principio fondamentale della Costituzione italiana che lo stabilisce all’articolo 10, nel nucleo essenziale della Carta. Questo prevede esplicitamente che il diritto d’asilo vada garantito “nel territorio della Repubblica”. Come tale dettato possa essere compatibile con la costruzione di prigioni per richiedenti protezione internazionale in paesi terzi ritenuti “sicuri” non è dato saperlo. Se l’Italia decidesse di percorrere questa strada sarebbe inevitabile l’intervento della magistratura, Consulta compresa. Ancora prima potrebbe arrivare quello della Corte di giustizia Ue nei due procedimenti pendenti che riguardano l’Albania: non si può escludere che le accelerazioni politiche di questi giorni siano anche un indebito tentativo di fare pressione sul massimo tribunale europeo. Le sue decisioni, attese a breve, potrebbero affossare i centri extra-Ue di qualunque natura. Fino a ieri il governo Meloni aveva battuto soprattutto sui return hub, che sono diversi dalle strutture per richiedenti asilo anche se il dibattito politico e giornalistico fa spesso confusione. I secondi dipendono dal Patto Ue e dovrebbero permettere la deportazione immediata di qualsiasi richiedente giunto nell’Unione: un russo potrebbe finire in Uganda se quello Stato è ritenuto “sicuro” e il paese membro d’arrivo ci ha fatto un accordo. I return hub derivano invece dal nuovo regolamento rimpatri e dovrebbero servire a parcheggiare gli “irregolari” che è impossibile rimpatriare. “Cinque o sei Stati membri stanno collaborando per parlare con i Paesi terzi degli hub di rimpatrio. Un’iniziativa legittima, ma è necessario anche concentrarsi sul concetto di Paese terzo sicuro, con la procedura di asilo che può essere svolta al di fuori dell’Ue”, ha sottolineato ieri il Commissario Ue agli Affari interni Magnus Brunner, popolare che sull’immigrazione si dimostra sempre più in linea con le destre estreme, al termine del vertice interministeriale. Durante l’incontro Piantedosi ha smorzato i toni nei confronti della Spagna, “i controlli di frontiera non sono contro Madrid” e “comprendiamo la pressione che sta vivendo il paese iberico”, ma li ha alzati sul piano delle politiche migratorie. “Dobbiamo agire come un blocco unito, compatto e coeso per fermare le partenze all’origine e rimpatriare coloro che non hanno diritto a permanere sul territorio dell’Unione”. Salvo che il suo stesso governo quattro giorni fa ha isolato la Spagna. Contro la quale è stato il vicepremier Antonio Tajani, quello della destra liberale ed europeista, a rilanciare gli attacchi. “Sui migranti hanno fallito - ha detto al Corriere - Noi abbiamo il dovere di proteggere i confini italiani, che sono 7mila chilometri di confini europei”. Tanti, anche se neanche un metro è vicino a Ceuta. Tajani ha poi puntato il dito contro la sanatoria iberica di 500mila migranti. Tanti, anche se molti meno di quelli che regolarizzò Berlusconi (oltre 630mila nel 2002 all’approvazione della Bossi-Fini, circa 300mila nel 2009 con l’introduzione del pacchetto sicurezza). Nel vortice che trascina tutto sempre più a destra, il generale Vannacci ha attaccato l’esecutivo: “In fatto di rimpatri sta facendo peggio dei governi Renzi e Conte”, ha detto al Foglio. Tornando alla realtà, il segretario di +Europa Riccardo Magi ha annunciato che presenterà una denuncia alla Commissione Ue sulla sospensione italiana di Schengen: “Un atto di autolesionismo dell’Italia, che ha rimediato la peggiore figura d’Europa con una reazione scomposta di pura propaganda che ignora totalmente lo status di Ceuta, già sottoposta a controlli speciali”. Intanto il governo ha posto la fiducia sul dl di recepimento di alcune norme del Patto Ue e inserito l’assunzione di 500 agenti di frontiera nel decreto pubblica amministrazione. Migranti. Effetto Ceuta: tornano gli hub nei Paesi terzi di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 5 agosto 2026 Il vertice di ieri in videoconferenza tra i ministri dell’Interno, la delegazione spagnola, la Commissione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna ha consentito di condividere diverse valutazioni sugli eventi di Ceuta e sulla situazione attuale al confine esterno della città spagnola. Gli Stati membri si sono confrontati sull’importanza della protezione delle frontiere esterne dell’Unione europea alla ricerca di soluzioni concrete e - perché no - alternative. L’arrivo nell’exclave spagnola di 72 mila persone provenienti dal Marocco (di cui 70 mila già rientrate nel Paese nordafricano) ha rappresentato, come evidenziato dal Commissario europeo per gli Affari interni, Magnus Brunner, uno stress test per l’Unione europea su diversi versanti. Tra questi la rapidità di risposta, la solidarietà in favore della Spagna chiamata ad affrontare l’emergenza, ma anche la sua resilienza. “Quando è stato necessario - ha detto Brunner - la situazione è stata riportata sotto controllo”. Con un altro risultato non di poco conto messo in risalto dallo stesso Brunner, probabilmente per ridimensionare le tensioni nell’Ue, vale a dire la conservazione dell’integrità dell’area Schengen grazie alla “cooperazione stretta e costante tra Spagna, Marocco e Commissione europea”. Nella conferenza stampa tenutasi alla fine del vertice, Brunner ha riferito che “gli hub di rimpatrio sono stati menzionati dagli Stati membri che ci stanno lavorando e stanno preparando i negoziati con i Paesi terzi”. Il Commissario europeo per gli Affari interni ha aggiunto che “circa sei Paesi stanno collaborando per parlare con i Paesi terzi degli hub di rimpatrio, è legittimo, ma dobbiamo anche concentrarci sul concetto di Paese terzo sicuro”. Nel corso della sessione di lavoro straordinaria, gli Stati membri e i Paesi associati a Schengen hanno espresso una “forte solidarietà alla Spagna”. I ministri dell’Interno hanno apprezzato la rapidità e l’efficacia degli interventi delle autorità di Madrid nella gestione della situazione a Ceuta e hanno espresso le loro condoglianze per la morte di decine di migranti che hanno cercato di raggiungere il territorio spagnolo via mare con mezzi di fortuna. Gli ultimi aggiornamenti delle autorità spagnole e della Commissione “indicano che la stragrande maggioranza delle persone che hanno attraversato illegalmente il confine è stata rimpatriata e non si sono registrati spostamenti verso la Spagna continentale o altri Stati membri”. Secondo Jim O’Callaghan, ministro irlandese della Giustizia, degli Affari interni e dell’Immigrazione, che ha presieduto la riunione, “le frontiere esterne dell’Ue sono una nostra responsabilità comune e la migrazione richiede una risposta europea unitaria”. Intanto, il portavoce del governo di Ceuta, Alejandro Ramírez, ha lanciato l’allarme in merito ad un appello, diffuso sui social media, a raggiungere di nuovo in massa la città spagnola il 15 agosto. “Dopo quanto accaduto - ha commentato Ramírez -, è preoccupante che si diffondano tali voci sui social media”. Negli ultimi giorni, su TikTok e WhatsApp si sono moltiplicati i post che invitano ad aderire a gruppi di messaggistica creati per coordinare un nuovo tentativo di oltrepassare il confine tra Marocco e Ceuta il giorno di ferragosto. Il vertice di ieri ha fatto emergere la necessità di continuare a combattere senza sosta le reti di trafficanti di migranti, di rafforzare i rimpatri, di consolidare le frontiere dell’Ue, di costruire solide partnership con i Paesi terzi e di migliorare la capacità di previsione. Temi che saranno al centro della prossima riunione ministeriale e del Consiglio europeo in programma ad ottobre. In tale contesto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha illustrato la linea che andrebbe seguita per passare dall’emergenza alla gestione ordinaria dei fenomeni migratori. “Abbiamo creato una nuova cornice legislativa a livello europeo - ha affermato il responsabile del Viminale - ed ora è giunto il momento di mettere in pratica i nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure di asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri, superando i vecchi tabù ideologici del passato”. Inevitabile a tal riguardo il richiamo all’esperienza con l’altra sponda dell’Adriatico. “In questo senso - ha aggiunto Piantedosi -, l’Italia ha fatto da apripista con il protocollo Italia-Albania, che ha suscitato l’interesse di una maggioranza sempre più ampia di Stati membri. Processare le richieste di asilo con procedure di frontiera accelerate ed eseguire i rimpatri direttamente all’interno di strutture gestite in Paesi terzi sicuri costituiscono il più forte deterrente possibile contro il traffico di esseri umani e contro i flussi irregolari”. Piantedosi ha chiarito che la decisione italiana sul ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne aeree e marittime non è stata una misura “contro la Spagna o contro alcun altro partner”, ma una “scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli”. Infine, l’appello da parte del ministro dell’Interno alla coesione europea e alla necessità di coinvolgere i Paesi terzi nella delicata questione dei flussi migratori: “La forza contrattuale di 27 Stati messi insieme è enormemente superiore a quella di ogni singolo Paese e pertanto deve essere l’Unione europea nel suo complesso a negoziare e instaurare rapporti reciprocamente vantaggiosi con i Paesi terzi”. Per potenziare i servizi di controllo delle frontiere e dei flussi migratori sono previste assunzioni straordinarie pari a 500 unità nella polizia di Stato, tra agenti e assistenti, non prima del 1° dicembre 2026. Lo prevede il Decreto legge con disposizioni urgenti per la funzionalità della Pa discusso nel Consiglio dei ministri di ieri. I poliziotti saranno chiamati anche alle verifiche preliminari di identità, di sicurezza e delle operazioni di rilevamento foto-dattiloscopico e segnaletico, svolte dagli uffici di polizia di frontiera e dalle questure. Migranti. Sui social la “chiamata” per Ceuta a Ferragosto: “Questa volta portiamo cibo e acqua” di Alessandra Muglia Corriere della Sera, 5 agosto 2026 I messaggi su Whatsapp: “Fratelli, al tramonto e all’alba del 15 agosto tutti entrano a Ceuta”. “Fratelli, al tramonto e all’alba del 15 agosto tutti entrano a Ceuta”. La chiamata rimbalza da qualche giorno sugli schermi degli smartphone, tra chat di WhatsApp e profili Instagram anonimi in lingua araba. Nemmeno il tempo di archiviare la notte del 30 luglio, quando decine di migliaia di persone hanno aggirato a nuoto la diga frangiflutti di Tarajal per entrare nell’exclave spagnola di Ceuta, che è già comparso un altro appello e una nuova data per “inondare” il confine spagnolo: Ferragosto. Maldita, fondazione spagnola di fact-checking, è da qualche giorno sulle tracce di questo nuovo tam tam digitale. È riuscita a infiltrarsi in gruppi WhatsApp, pagine Facebook e oltre 50 account Instagram dove si prepara il prossimo assalto alla frontiera, e ha scovato una fitta rete di istruzioni logistiche e pericolose fake news. Se Facebook funziona come una vetrina che riunisce e mobilita, WhatsApp sembra agire più come “centro operativo”. Tra i ragguagli logistici, anche istruzioni su come entrare a Ceuta dal punto opposto rispetto al frangiflutti di Tarajal. Su Instagram, molti condividono le proprie foto con la data del 15 agosto 2026 sopra. Per indicare il punto di partenza includono le etichette “Fenideq”, “Fnidaq”, ovvero Castillejos secondo la vecchia denominazione coloniale, la città marocchina più vicina all’exclave spagnola. Molti dei profili hanno iniziato a pubblicare informazioni sulla migrazione tra il 31 luglio e il 3 agosto. I commenti puntano a incoraggiare chi parte a portare cibo e acqua. Stessa raccomandazione nei gruppi WhatsApp: “L’acqua è tutto ed è obbligatoria”, avvisa uno. Diversi audio avvertono anche che fame e sete sono i rischi maggiori, del resto sono stati i motivi che hanno spinto la maggior parte dei migranti a tornare indietro volontariamente nei giorni scorsi. Grande fermento nel gruppo “Haraga Ceuta & Mlilya”. Haraga significa “quelli che bruciano”, e “harragas”, ovvero i bruciati, sono quelli che fuggono dal Paese senza visto o permesso di lavoro. Non a caso la parola chiave della prima mobilitazione, l’hashtag dominante, è “hrig”, alla lettera “bruciare” (i documenti) in darija, un dialetto arabo marocchino, che nel gergo dei giovani che emigrano illegalmente equivale a “partire per l’Europa”. Alcuni chiedono informazioni su quanti si trovano ancora nascosti a Ceuta. Uno risponde: “Sono tutti spariti, non sono nemmeno al centro”. Come a lasciar intendere che hanno trovato la via per l’Europa. Ieri dal vertice Ue è stato confermato che “nessun migrante ha raggiunto la Spagna da Ceuta”. E sempre ieri Madrid ha chiarito che i migranti marocchini rimasti a Ceuta saranno espulsi, e ha aggiornato il bilancio degli ingressi a 72 mila e dei rientri “volontari” a 70 mila. In realtà, già negli ultimi due giorni, molti marocchini erano stati condotti oltre frontiera con la forza. I militari della Legione spagnola, unità d’élite dell’esercito, intercettano i migranti e li scortano fino al punto di raccolta per poi deportarli a gruppi al confine. Al netto dei minori non accompagnati presi in carico e dei cittadini di origini subsahariane, che hanno diritto alla protezione internazionale, si tratterebbe di poche centinaia di persone, costrette a uscire dai loro nascondigli, nei boschi o tra le rocce, per procurarsi il cibo. Per loro la morsa è sempre più stretta. È la fine ufficiale del sogno, di ogni residua speranza. Ma che chance di successo può avere questa nuova chiamata dopo la delusione e l’inganno provati dalle migliaia di migranti già tornati indietro? “Molti avranno paura, ma tanti non sono consapevoli di come stiano davvero le cose”, ci dice Carlos Hernández-Echevarría, direttore di Maldita. “In questi gruppi social dilaga tanta disinformazione: c’è chi sostiene che “la Commissione europea concede asilo a tutti” e chi assicura che “non respingeranno chi sa leggere e scrivere”. Il tentativo di un nuovo ingresso di massa ci sarà, il suo successo dipenderà da tanti fattori, incluso il dispiegamento delle forze dell’ordine da entrambi i lati della frontiera”. Sebbene i tentativi di raggiungere Ceuta siano frequenti, questo episodio è stato diverso per il modo in cui le voci si sono diffuse online, incoraggiando migliaia di persone a dirigersi verso il territorio contemporaneamente. A cinque giorni dal più grande ingresso irregolare in Spagna degli ultimi cinquant’anni - dai tempi della Marcia Verde marocchina per strappare alla Spagna franchista la provincia del Sahara occidentale - si rinforza sempre più il sospetto che si tratti di flussi migratori in qualche modo pilotati, ma non si sa ancora con certezza da chi. In cella a Malta da più di due mesi un 15enne italiano. Il papà: “Condizioni disumane” di Alessandro Fulloni Corriere della Sera, 5 agosto 2026 L’arresto per un falso allarme bomba a scuola. Rinchiuso 96 ore in un carcere per adulti. “Pronto? C’è una bomba a scuola”. Una telefonata, forse per evitare un compito in classe o un’interrogazione, che in una manciata di ore si è trasformata in un “caso” giudiziario pesantissimo. L’autore della chiamata che ha portato all’evacuazione della scuola, il 15enne F. S., che vive con la famiglia a Malta, è stato arrestato dall’autorità giudiziaria de La Valletta. Per il giudice, quella “bravata” adolescenziale si è tradotta nell’accusa di procurato allarme che ha spalancato le porte del carcere al ragazzo, detenuto da 72 giorni. Per 96 ore è rimasto nella sezione per adulti del penitenziario di Corradino dove ha manifestato un crollo psicologico, arrivando a ferirsi. Poi è stato trasferito in un centro di detenzione minorile. Ma la situazione non è migliorata. Arrestato il 25 maggio, per oltre quattro settimane il ragazzo è rimasto in isolamento in una cella con un “lavandino che non funziona” è il racconto dei genitori, Antonio e Daniela, da cinque anni residenti a Malta e che hanno iscritto il figlio in una scuola a Mosta, quella della “bravata”. Per alcuni giorni è stato “costretto a nutrirsi in piedi e con le mani, dato che nessuno gli ha fornito le posate”. Da un mese può guardare la tv, mangiare seduto a un tavolo, ma lontano da tutti, senza contatti con i detenuti e con “un’unica doccia alle 12, quando gli altri riposano”. Non solo. Notte e giorno è guardato a vista da una telecamera sempre accesa “in quella cella da 41 bis”, prosegue la madre, preoccupatissima: “Fino a che punto mio figlio può affrontare questa detenzione? È illegale, viola i principi umanitari”. Per il papà l’unica fortuna è che all’interno del carcere ci siano delle guardie descritte come “persone umane, che non si spiegano perché questo ragazzino sia detenuto in questo modo”. Per il resto, da una procedura partita legalmente, come ricordano i genitori, si è arrivati a condizioni “allarmanti”. Stando a quanto trapela, il ragazzo, in precedenza, sarebbe entrato in contatto con persone poco raccomandabili, una sorta di “setta” e viene ritenuto pericoloso. La Farnesina segue da vicino la vicenda e ha “sollevato il caso con le autorità locali”. A ogni udienza (anche alla prossima, il 19 agosto) è presente il nostro personale diplomatico. Dopo averlo visto il 26 giugno, l’ambasciatrice Valentina Setta lo incontrerà anche stamane.