Carcere: sovraffollamento e suicidi. Oggi nessuno finge nemmeno più di scandalizzarsi di Stefano Giordano Il Riformista, 4 agosto 2026 Aveva trentadue anni ed era quasi libera. Si è tolta la vita nella casa di reclusione femminile della Giudecca, a Venezia. Vicina al fine pena, dicono le cronache. Il fine pena è arrivato prima, per altra via. I numeri: 64.436 detenuti in istituti che ne conterrebbero 51.000; sovraffollamento reale al 139%, con 73 istituti oltre il 150%. Le stesse cifre che nel 2013 valsero all’Italia la condanna di Strasburgo nel caso Torreggiani: trattamento inumano e degradante, art. 3 Cedu. Tredici anni dopo siamo tornati esattamente lì, con una differenza: oggi nessuno finge nemmeno più di scandalizzarsi. Beccaria scriveva che “non è la crudeltà delle pene uno dei più gran freni dei delitti, ma l’infallibilità di esse”. Duecentosessant’anni dopo abbiamo rovesciato la lezione: pene incerte per i potenti, crudeltà infallibile per gli ultimi. Perché in carcere - dato che nessun ministro ama ricordare - finiscono soprattutto poveri, tossicodipendenti, malati psichiatrici. Quelli per cui la sinistra un tempo scendeva in piazza, prima di scoprire che il giustizialismo rende più voti della pietà. Lo Stato che lascia morire chi custodisce non è severo: è inadempiente. E una Repubblica in cui la pena “deve tendere alla rieducazione” (art. 27 Cost.) ma finisce con un lenzuolo annodato alle sbarre non ha un problema di ordine pubblico. Ha un problema di coscienza. Avevamo abolito la pena di morte nel 1948. Nessuno ci aveva avvertito che l’avremmo reintrodotta a rate. Altri due detenuti trovati morti: è sempre emergenza suicidi di Francesco De Felice Il Dubbio, 4 agosto 2026 Due detenuti morti in poche ore che, secondo i primi accertamenti, si sarebbero tolti la vita. Due episodi diversi, avvenuti negli istituti penitenziari di Teramo e Barcellona Pozzo di Gotto, che riportano ancora una volta al centro dell’attenzione le condizioni delle carceri italiane, alle prese con un sovraffollamento ormai strutturale, un numero elevato di suicidi e una Polizia penitenziaria costretta a operare in condizioni di forte difficoltà. Sulle due morti sono state aperte altrettante inchieste da parte dell’autorità giudiziaria, che dovrà ricostruire le circostanze dei decessi e verificare eventuali responsabilità. A Teramo, nel carcere di Castrogno, un detenuto egiziano di 48 anni, ristretto da alcuni mesi nella struttura dopo essere stato trasferito da un istituto di Roma, è stato trovato senza vita nella propria cella. A riferire dell’accaduto è il Sappe, il Sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Secondo una prima ricostruzione fornita dal sindacato, il detenuto sarebbe stato colpito da un arresto cardiaco, verosimilmente conseguente all’inalazione di gas contenuto in alcune bombolette da campeggio. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi che dovrà essere verificata dagli accertamenti medico-legali. L’autopsia è stata fissata per domani, 4 agosto, alle 15, all’ospedale di Teramo e potrà fornire elementi utili a stabilire con precisione le cause del decesso. Un’altra tragedia si è consumata nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto, nel Messinese, dove un detenuto di 33 anni è stato trovato morto nella sua cella. In questo caso, secondo i primi riscontri investigativi, l’uomo si sarebbe tolto la vita impiccandosi. Anche su questa vicenda la Procura ha aperto un’indagine. I familiari del giovane, assistiti dall’avvocato Gaetano Pino, hanno chiesto l’acquisizione della documentazione utile a ricostruire quanto accaduto, comprese le cartelle cliniche e le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza dell’istituto. Anche in questo caso sarà l’autopsia a chiarire definitivamente le cause della morte. Questi ultimi due episodi si inseriscono in un quadro nazionale particolarmente preoccupante. I dati più aggiornati del ministero della Giustizia, ricavati dalle schede di trasparenza dei singoli istituti e aggiornati al 24 luglio, indicano 64.645 detenuti a fronte di 51.183 posti regolamentari. Ma il dato formale non restituisce interamente la realtà degli istituti penitenziari. Dei posti teoricamente disponibili, infatti, 4.941 non sono effettivamente utilizzabili perché riferiti a sezioni chiuse per lavori o a reparti dichiarati inagibili. I posti realmente disponibili scendono così a 46.242 e il tasso di sovraffollamento effettivo arriva al 139,8 per cento. Una situazione che presenta punte ancora più critiche in numerosi istituti. Sono 75 le carceri che superano il 150 per cento di presenze rispetto alla capienza effettivamente utilizzabile e sette quelle oltre il 200 per cento. Tra i casi più critici figurano Lucca, con un tasso del 243 per cento, San Vittore al 223, Foggia al 218 e Latina al 210 per cento. Su 189 istituti penitenziari, appena 28 restano entro i posti effettivamente disponibili. Numeri che contribuiscono a delineare una condizione carceraria nella quale il sovraffollamento si intreccia con la qualità della detenzione e con il disagio psicologico dei reclusi. Oltre il 60 per cento dei detenuti trascorre in cella quasi l’intera giornata. In questo contesto, il tema dei suicidi assume una dimensione drammatica: nel 2025 sono stati 82 i detenuti che si sono tolti la vita. Nel 2026 i suicidi già registrati sono 36, ai quali vanno aggiunti questi ultimi due, una volta accertata la causa della morte. È proprio il rapporto tra sovraffollamento, condizioni di custodia e suicidi a rappresentare uno degli aspetti più delicati dell’emergenza. A sottolinearlo sono i deputati di Forza Italia componenti della Commissione Giustizia della Camera, Enrico Costa, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis, che hanno annunciato il deposito della richiesta di un’indagine conoscitiva sul sistema carcerario italiano. L’obiettivo, spiegano, è acquisire e valutare in modo organico i dati sul sovraffollamento, sullo stato di avanzamento dell’edilizia penitenziaria, sulle condizioni di lavoro della Polizia penitenziaria, sulle modalità di esecuzione della pena e sull’effettiva applicazione delle norme in materia di sicurezza. Secondo i parlamentari, la situazione attuale rischia di entrare in conflitto con il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato e di non essere conforme alle indicazioni del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti. Il sovraffollamento, inoltre, non incide soltanto sulla vita dei detenuti, ma si ripercuote direttamente sulle condizioni di lavoro degli agenti. Gli istituti devono infatti essere gestiti con organici spesso insufficienti e in un contesto caratterizzato da tensioni, aggressioni e situazioni di emergenza. Nel 2025, secondo i dati richiamati da Forza Italia, sono state circa 1.900 le aggressioni subite dagli operatori della Polizia penitenziaria. Un quadro che trova conferma anche negli episodi di violenza che si verificano all’interno degli istituti in tutta a penisola, compresi gli istituti minorili. L’ultimo caso, particolarmente grave, si è registrato nel carcere di Benevento, dove un gruppo di detenuti di una sezione a media sicurezza ha prima tentato una sorta di spedizione punitiva contro un altro recluso, con il quale poche ore prima era avvenuto uno scontro, e successivamente ha assediato e devastato i locali della sezione. È stato attivato il piano operativo regionale e, dopo ore di forte tensione, l’ordine è stato ristabilito anche grazie all’intervento di operatori provenienti da altri istituti campani e al contributo del “Negoziatore”, senza che fosse necessario ricorrere all’uso della forza. Per Gennarino De Fazio, responsabile della Uil Fp Polizia penitenziaria, quanto avvenuto a Benevento dimostra la necessità di rivedere i protocolli operativi e, in particolare, le procedure per l’impiego del Gruppo di Intervento Operativo e delle sue articolazioni regionali. Nel carcere sannita, ricorda il sindacalista, sono presenti 366 detenuti a fronte di 247 posti, con un tasso di sovraffollamento del 148 per cento, mentre alla Polizia penitenziaria mancano 155 agenti rispetto al fabbisogno, pari al 41 per cento. Secondo De Fazio, nelle situazioni di emergenza le procedure attualmente previste rischiano di essere troppo lunghe e burocratiche. Un paradosso, sostiene, che può verificarsi anche quando operatori del Gruppo di intervento sono già disponibili sul posto, ma vengono attivati prima i piani regionali con l’invio di personale da altri istituti. Una situazione che, oltre a rallentare gli interventi, aumenta i costi e il rischio per gli operatori e per gli stessi detenuti. Per De Fazio, non è accettabile che, di fronte a situazioni di forte criticità, si debbano attendere ore prima di utilizzare personale adeguatamente formato e immediatamente disponibile. Carceri, Forza Italia vuole indagine conoscitiva su sovraffollamento e condizioni detenzione di Dave Hill Cirio L’Identità, 4 agosto 2026 L’indagine conoscitiva proposta alla Commissione Giustizia punta ad acquisire dati certi per intervenire su più fronti. I deputati di Forza Italia in Commissione Giustizia della Camera - Enrico Costa, Davide Bellomo, Tommaso Calderone e Pietro Pittalis - hanno annunciato il deposito formale della richiesta. Chiedono un’indagine conoscitiva ampia e organica sulle condizioni del sistema carcerario italiano. L’iniziativa punta a fotografare in modo oggettivo lo stato degli istituti di pena del Paese. E ad analizzare non solo le criticità strutturali, ma anche le problematiche relative alla sicurezza e all’esecuzione della pena. Il sovraffollamento supera il 139%. Alla base della richiesta avanzata dagli esponenti azzurri vi sono i dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. La popolazione carceraria - Al 30 giugno scorso i detenuti nelle carceri italiane hanno raggiunto quota 64.773 presenze. La densità all’interno degli istituti ha toccato il 139,5%. Secondo i deputati azzurri, questo scenario incide negativamente sulle modalità di espiazione della pena e rischia di porsi in diretto contrasto con la Costituzione. L’articolo 27 stabilisce, infatti, il principio della rieducazione del condannato e il senso di umanità delle pene. Inoltre, la condizione attuale diverge dalle direttive del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti. Ed espone l’Italia al rischio concreto di aprire procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea. Sicurezza, aggressioni ed egemonia criminale tra le sbarre - Nella nota, gli esponenti di Forza Italia mettono in evidenza la stretta correlazione tra il sovraffollamento e le condizioni di vita e lavoro negli istituti. L’impatto sul personale e i suicidi - Il degrado delle strutture e il sovraffollamento alimentano il fenomeno dei suicidi e tentati suicidi tra la popolazione detenuta. Fatti che si ripercuotono gravemente sullo stato di salute e di stress operativo degli agenti della polizia penitenziaria, costretti a lavorare sotto organico. Le aggressioni agli agenti - I dati evidenziano un clima di costante tensione all’interno dei penitenziari, con 1.900 aggressioni subite dagli agenti nel corso del 2025. La certezza della pena e la criminalità organizzata - Le difficoltà nel far rispettare la legge permettono spesso agli esponenti della criminalità organizzata di continuare a gestire affari e impartire ordini all’esterno. Ciò avviene tramite l’introduzione illegale di sostanze stupefacenti, telefoni cellulari e droni. Gli obiettivi dell’indagine parlamentare - L’indagine conoscitiva proposta alla Commissione Giustizia punta ad acquisire dati certi per intervenire su più fronti. Serve - affermano i deputati azzurri - monitorare lo stato di avanzamento dei programmi di edilizia carceraria. In più, verificare l’effettiva applicazione delle norme di sicurezza interne. Ancora, garantire il principio della certezza della pena. Infine, interrompere i contatti illegali tra gli esponenti delle organizzazioni criminali reclusi e il mondo esterno. “Il carcere per i minori deve essere l’ultima spiaggia” di Antonio Alizzi* leurispes.it, 4 agosto 2026 Intervista a Giuseppe Chiodo, Direttore dell’Istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo. C’è un Istituto di detenzione, alla periferia di Roma, che da solo racconta molte contraddizioni della giustizia minorile italiana: è l’unico nel Paese a ospitare sia ragazzi che ragazze detenute, ed è guidato da un Direttore che ha scelto di misurarsi ogni giorno con adolescenti spesso più simili a “naufraghi” che a criminali. Nell’ambito dell’indagine sulla devianza giovanile in Italia, pubblicata a giugno 2026, abbiamo intervistato il Dottor Giuseppe Chiodo, Direttore dell’Istituto penale per i minorenni “Casal del Marmo”, per capire cosa significhi davvero dirigere un carcere per minori oggi: come è cambiata la criminalità minorile, chi sono i ragazzi che abitano l’Istituto, quali reati commettono e perché, che cosa non funziona nel sistema e che cosa si potrebbe cambiare. Ne è nata una testimonianza diretta, lontana dai luoghi comuni e dalle narrazioni televisive. Dottor Chiodo, ci può raccontare il suo percorso formativo e professionale? Grazie intanto dell’opportunità di discutere di giustizia minorile e, soprattutto, di esecuzione penale minorile intramuraria, che è spesso un tema trascurato, in passato relegato molte volte ad appendice dell’esecuzione penale per gli adulti. Il mio percorso formativo e professionale è abbastanza variegato e parte dall’Università. Dopo la laurea in giurisprudenza, ho conseguito un Dottorato di ricerca in Diritto penitenziario e sono stato docente a contratto in scuole di specializzazione; ho insegnato in alcuni master e parallelamente, per non perdere il contatto con la realtà, ho esercitato la professione di avvocato. Al culmine dei miei studi in materia penitenziaria, è stato pubblicato il bando di questo concorso. Ho partecipato alle prove e adesso sono qui a dirigere l’Istituto penale per i minorenni di Roma. È un incarico che, oltre alla preparazione conseguita con i miei studi e a quella del corso di formazione della durata di un anno previsto dalla normativa vigente, richiede una formazione continua in materie anche molto diverse: ad esempio, gli appalti pubblici e la contabilità penitenziaria, che sono materie che tradizionalmente non trovano spazio nei percorsi universitari. Parliamo dell’Istituto penale minorile “Casal del Marmo” di Roma: dimensione, organizzazione, capienza... L’Istituto si estende su uno spazio molto grande di 12mila metri quadri, e ha delle particolarità che forse lo rendono unico nel suo genere: molti spazi verdi assai utili a testare l’autonomia dei ragazzi. Esistono in questo momento tre plessi detentivi in uso: due per la popolazione maschile e uno per la popolazione femminile. Qualunque attività dei ragazzi, eccetto quelle di alimentazione e di riposo quotidiano, si svolge fuori da questi plessi. Quindi, i ragazzi devono uscire dalla propria palazzina per recarsi a scuola o per fare attività sportiva. La permanenza all’interno della palazzina è limitata alle cause disciplinari o sanitarie e, in genere, come dicevo prima, ai momenti di alimentazione e riposo. Due palazzine detentive, destinate ai detenuti di sesso maschile, con una capienza complessiva di 52 posti, e una palazzina femminile molto ampia, oggetto di recente ristrutturazione, con una capienza di 27 posti. Il nostro Ipm è l’unico in Italia, al momento, che ospita sia persone detenute di sesso maschile che di sesso femminile. In questo preciso momento quanti detenuti avete? Stamattina avevamo 49 ragazzi detenuti e 6 ragazze. Non avete dunque il problema del sovraffollamento… Lo abbiamo avuto in altri momenti in passato ma non in questo periodo. Ci dica anche delle varie professioni e della loro distribuzione numerica all’interno dell’Istituto... L’Istituto funziona molto con équipe multidisciplinari, cioè combinazioni di professionalità che seguono i singoli ragazzi. In termini numerici, il comparto più importante è quello della Polizia penitenziaria, quindi di agenti e di un Dirigente (Comandante di Reparto). Poi vi sono i funzionari della professionalità pedagogica, cioè gli educatori, che nel minorile hanno una formazione specifica diversa da quella degli educatori negli Istituti per adulti. Abbiamo poi il personale medico ? che non dipende più dalla nostra Amministrazione ma dall’Asl competente per territorio ? e il personale amministrativo e contabile. Parliamo complessivamente di circa 80 agenti di Polizia penitenziaria, di 19 educatori e di una trentina di persone negli altri comparti. Quali sono le voci di costo maggiore di un carcere minorile? Le voci di costo maggiore sono quelle che riguardano la vita quotidiana dei detenuti: l’alimentazione, i beni di consumo giornalieri, gli arredi, le camere di pernottamento. Negli Istituti minorili si registrano spesso eventi critici e danneggiamenti. Una voce molto gravosa, e altrettanto in sofferenza, è la manutenzione della struttura, del fabbricato e delle aree verdi. Seguono gli stipendi del personale. Direttore, entriamo nei temi della nostra ricerca. Dal punto di vista sociale si ha la sensazione che i reati commessi dai minori negli ultimi anni siano cambiati. È così? La mia esperienza nella giustizia minorile è iniziata l’1 dicembre 2023, quindi il mio angolo visuale è piuttosto ristretto. In questo anno e mezzo, però, ho notato un aumento della violenza nei reati, che restano comunque tipologie tradizionalmente registrate negli anni precedenti: contro il patrimonio, in materia di stupefacenti e altri molto gravi. Anche i reati contro il patrimonio sono oggi connotati da violenza: registriamo, ad esempio, molte rapine commesse in modalità più cruente rispetto al passato. Soffermiamoci sulla distribuzione anagrafica dei ragazzi detenuti... La popolazione detentiva, oggi come negli ultimi anni, è costituita prevalentemente da ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Bisogna ricordare che nei penitenziari minorili si interviene su una forbice molto ampia, dai 14 ai 25 anni, e che all’interno di questa forbice succede di tutto a livello di cambiamenti nella personalità e nel carattere. Lo vediamo nei ragazzi con pene lunghe o recidivi: percepiamo con chiarezza le variazioni anagrafiche e di personalità. Al momento, nel nostro Istituto la popolazione è composta prevalentemente da minorenni e, per il 60% circa, da stranieri. Devo dire che noi riusciamo spesso a lavorare bene anche con i ragazzi maggiorenni, che hanno maggiore ricettività e maturità. In negativo, però, questi ragazzi esercitano una certa leadership criminale sui più giovani, favorendo il proselitismo. A questo proposito il ruolo della Polizia penitenziaria, che partecipa all’osservazione del trattamento, è determinante. Accennava prima alla criminalità comune. Qual è la reale incidenza, invece, delle gang minorili e della violenza organizzata? Per la criminalità maschile, legata al territorio di Lazio, Abruzzo e Molise, non notiamo un’emergenza. Capita raramente che i reati siano commessi da gruppi di ragazzi, ma appaiono aggregazioni occasionali, formatesi solo per commettere quel reato e poi dissolte. Non hanno la strutturalità di vere associazioni criminali. Qual è il suo punto di vista sulla “devianza da benessere”, ragazzi di buona famiglia che, per noia o paura, portano magari un coltello e finiscono per usarlo... La criminalità è un fenomeno trasversale. Spesso nasce dal disagio economico, come nel caso dei minori stranieri non accompagnati, che vivono una “devianza da sopravvivenza”. Tuttavia, qualche caso di devianza da benessere lo registriamo. Più che di benessere, però, parlerei di “devianza da noia”: un eccesso di stimoli porta i ragazzi a spostare sempre più in alto l’asticella dell’adrenalina. E così si arriva a reati con conseguenze irreversibili. A proposito di immigrati, lei citava che il 60% circa della popolazione detenuta è straniera. Contesti e peculiarità? La migrazione è cambiata. Prima partivano i migliori della famiglia, investiti di un incarico e con un progetto di scalata sociale. Oggi, invece, spesso partono ragazzi difficili da gestire, con problemi con la legge, disturbi di personalità, o ragazzi incaricati di guadagnare per la famiglia in qualunque modo. Ciò ci rende deboli sul piano educativo: una “borsa lavoro” offerta dall’Istituto non potrà mai competere con i guadagni di una piazza di spaccio. Il professor Froggio dell’Università Pontificia Salesiana, intervistato nell’ambito di questa stessa indagine, ha detto: “Il legame tra stress e comportamenti delinquenziali è ben documentato. La migrazione è uno di quegli eventi in cui lo stress può raggiungere livelli critici, soprattutto nei giovani può diventare un fattore di rischio, una miccia che, sommata ad altri elementi, può contribuire all’insorgenza di comportamenti devianti anche seri”... Sì, certo. Sono temi comuni. Lo stress nasce dal fallimento del progetto migratorio: i ragazzi partono con il sogno di guadagnare cifre alte in poco tempo, ma spesso i progetti naufragano. Allora per arrivare a fine giornata si ritrovano a commettere reati di sopravvivenza. In molti trovano nel carcere un ammortizzatore sociale: pasti regolari, un tetto sopra la testa, un posto dove dormire e acqua corrente per lavarsi. Quali dinamiche esistono tra gli stranieri e gli italiani all’interno del carcere? Sono spesso dinamiche conflittuali. La distribuzione dei minori stranieri non accompagnati è cambiata: prima erano concentrati negli Istituti del Nord mentre oggi ? in ragione di numeri crescenti e per il fatto che, non avendo riferimenti familiari, non vi sono affettività da mantenere ? vengono distribuiti anche al Centro-Sud. Con i ragazzi italiani si creano convivenze forzate, il che genera dinamiche di scontro importanti, per noi un tema quotidiano. Quale ruolo hanno i social network nei comportamenti criminali dei giovani? Per la nostra utenza, composta prevalentemente da minori stranieri non accompagnati, non percepiamo una particolare influenza negativa da parte dei social network. La vediamo, invece, nei ragazzi italiani, che li usano per promuovere la loro immagine deviante. Alcuni reati sono commessi attraverso i social: violenze sessuali, adescamenti, diffusione di materiali sessualmente espliciti senza il consenso della parte. Esiste un modello ideale di Istituto minorile che funziona? Per la nostra esperienza quotidiana, il modello più efficace è quello con numeri bassi: Istituti piccoli o medio-piccoli. In questi contesti si riesce a garantire meglio la cura della persona, così come il trattamento e il successivo reinserimento. Altrettanto utile si è dimostrato il “governo stabile” dell’Istituto, ossia la continuità delle sue cariche apicali: si pensi agli esempi di Nisida e di Bari. Direttore, quali sono le carenze principali del sistema penitenziario minorile in Italia? Abbiamo carenze quantitative e professionali della Polizia penitenziaria, spesso sotto organico e senza una formazione specifica adeguata. Abbiamo carenze strutturali: scarsa manutenzione ordinaria delle strutture e difficoltà stratificate negli anni. Infine, abbiamo una forte carenza di personale amministrativo-contabile, che i concorsi non riescono a colmare. A proposito di Polizia penitenziaria, De Blasis scrive che il futuro sta nella specializzazione. A che punto siamo? Dal 2009 esiste la specializzazione per il trattamento dei detenuti minorenni. Ha funzionato bene fino al 2015, quando la formazione è passata al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, che gestisce prevalentemente gli Istituti per adulti. Così anche i fondi sono andati in quella direzione. Oggi c’è una criticità: i giovani agenti possono essere assegnati subito al minorile, anche appena dopo il corso. Sarebbe preferibile che maturassero prima un’esperienza negli Istituti per adulti. Spesso capita che i detenuti abbiano la stessa età degli agenti, e ciò riduce autorevolezza nella gestione di personalità in evoluzione. Direttore, lei stesso è un giovane in relazione al suo ruolo di responsabilità... Con i detenuti lo gestisco bene: molti di loro provengono da famiglie dove si diventa genitori poco oltre l’adolescenza, quindi per loro potrei essere addirittura nonno. I colleghi, invece, potrebbero avere un pregiudizio verso i dirigenti giovani. È per questo che bisogna dimostrare sempre il doppio. Per me, in realtà, è uno stimolo positivo, una sfida che mi spinge a formarmi e a lavorare di più. Ritiene che ci sia una sovra-mediatizzazione della criminalità minorile in Italia? Sì, c’è una sovra-rappresentazione della criminalità minorile, pur riconoscendo che è aumentata la violenza nei reati commessi. Serve cautela nella rappresentazione dei fenomeni. Bisogna ancorarsi ai dati, non all’eco di singoli fatti di cronaca. Altrimenti si rischia di influenzare negativamente l’opinione pubblica, e di riversare pressione immotivata sui decisori politici. La serie televisiva Mare fuori ha avuto un forte riscontro di pubblico. L’ha vista? Ho visto i primi sette minuti e ho interrotto la visione: mi sembrava poco rispondente alla realtà. Credo che Mare fuori abbia contribuito a diffondere una narrazione distorta degli Istituti di pena minorile, più da soap che da documentario. È stata negativa per la rappresentazione della realtà detentiva, positiva per aver riportato il tema all’attenzione pubblica. Tre idee concrete per migliorare il sistema da trasformare in disegni di legge... Così, a caldo, direi: la specializzazione degli agenti destinati al minorile, prevedendo una soglia di anzianità di servizio prima dell’assegnazione; l’assegnazione di maggiori fondi per la manutenzione ordinaria degli Istituti: un ambiente salubre migliora il benessere dei detenuti, riduce i conflitti e rende più vivibile il lavoro del personale; rafforzare gli investimenti nella prevenzione: i ragazzi, le famiglie difficili, i minori stranieri non accompagnati devono essere intercettati e sostenuti prima che si compiano reati. Il carcere deve essere davvero l’ultima spiaggia, non la prima risposta. *Giornalista, scrittore, ricercatore dell’Eurispes Con la Svuota-carceri di Nordio liberi anche i rapinatori armati di Antonella Mascali Il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2026 Anche persone condannate per reati gravi potranno uscire dal carcere. A prevederlo è il disegno di legge del governo sui detenuti tossicodipendenti e alcolisti, che potranno finire di scontare la pena in comunità pure quando mancano ben 8 anni. Il provvedimento sta per essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Tra i reati per i quali è prevista la scarcerazione pure la rapina e l’estorsione aggravate, quindi anche con la minaccia delle armi, reati “odiosi” per la collettività, perché mettono a rischio la sicurezza tanto decantata dal governo. Eppure per Giorgia Meloni questa riforma è una legge “più seria, per la sicurezza di tutti, perché con un recupero verificato” del tossicodipendente. Ad approvare la norma in via definitiva alla Camera, il 29 luglio, pure la Lega di Matteo Salvini, recentemente tornato a fare il paladino della legittima difesa a maglie molto larghe, al fianco di Mario Roggero, il gioielliere condannato a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori. A decidere se i detenuti possono andare in comunità saranno i giudici di sorveglianza, già sotto organico e con enormi carichi di lavoro. Previsto il supporto dei pochi addetti all’ufficio del processo. “Un provvedimento epocale - aveva detto Nordio alla Camera - che permetterà la detenzione alternativa di almeno diecimila persone”. Parole a vanvera, secondo le opposizioni (Pd e Avs si sono astenuti, M5S ha votato contro) dato che sono disponibili poco meno di 20 milioni all’anno e quindi su una platea di quasi 15mila detenuti (10.811 tossicodipendenti e 3.772 alcolisti) potranno andare in comunità solo in 500. Lo conferma al Fatto Susanna Marietti, coordinatrice di Antigone, associazione per i diritti dei detenuti: “Quei 10.000 che il ministro indica sono i molto potenziali fruitori guardando ai limiti di pena, al netto del fatto che non sa in quanti casi il reato è collegato alla dipendenza. Non ha neppure fatto alcuna ricognizione dei posti disponibili nelle comunità, che certamente non sono così tanti. E poi la copertura finanziaria che ha disposto basta appena per meno di 600 persone. Inoltre - aggiunge - decide sempre il magistrato di sorveglianza, quindi nulla è automatico come il governo vuole far intendere”. Di fronte all’evidenza lo stesso ministro ha dovuto smentirsi con un comunicato: i numeri dati sono “di prospettiva pluriennale. La legge stessa prevede opportunamente una copertura finanziaria per il 2026 pari a 500 unità. L’auspicio è che la misura possa estendersi negli anni successivi”. Ma come cambia il Testo Unico sugli stupefacenti, che già prevede la possibilità dell’affidamento in prova ai servizi sociali per reati fino a 6 anni di pena? In linea generale (articolo 94 Ter), detenuti tossicodipendenti/alcolisti che devono scontare una pena fino a 8 anni, “anche residua e congiunta a pena pecuniaria” possono chiedere i domiciliari in comunità: a decidere sarà il giudice di sorveglianza. Se hanno commesso reati ostativi ai benefici, il tetto della pena scende a 4. Non, però, se si tratta di rapina ed estorsione aggravate che rientrano nel limite degli 8 anni, pur essendo tra gli ostativi. Quando il detenuto fa domanda di recupero “socio-riabilitativo” deve presentare “a pena di inammissibilità, l’indicazione della correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcol dipendenza e il reato” commesso nonché “la valutazione della effettiva e attuale” di dipendenza da parte di una commissione ad hoc, istituita presso Palazzo Chigi. Il programma terapeutico a cui è ammesso dal giudice di sorveglianza può essere “residenziale”, presso una comunità del Servizio sanitario o accreditata, oppure “semi residenziale”, un programma diurno in un “luogo idoneo”, con rientro a casa la sera, ai domiciliari. Se il giudice di sorveglianza accerta violazioni, al detenuto viene annullato il beneficio, ma se il fallimento del percorso è dovuto a ragioni “terapeutiche”, allora può avere un’altra possibilità, per un massimo di due volte. Se il percorso terapeutico si conclude positivamente il giudice di sorveglianza può concedere al detenuto (dopo la rideterminazione delle prescrizioni) l’affidamento in prova o i domiciliari. Le stesse condizioni valgono poi per l’introduzione di un’altra norma (articolo 94 quater) che prevede un patteggiamento “speciale”: pure l’imputato tossicodipendente può chiedere di accedere al percorso terapeutico evitando il carcere. Ardita: “Potranno uscire persino i mafiosi. Sicurezza dei cittadini a rischio” di Antonella Mascali Il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2026 “Con questa legge soggetti ancora pericolosi fuori dai penitenziari: chi li controllerà?”. Sebastiano Ardita, procuratore aggiunto di Catania, è tra i magistrati più esperti in ordinamento penitenziario: per un decennio (fino al 2011) è stato direttore dell’ufficio detenuti e trattamento del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap). A lui abbiamo chiesto di analizzare la riforma del governo che consente ai tossicodipendenti di scontare la pena in comunità. Dottor Ardita, la premier Giorgia Meloni ha detto che la legge non mette a rischio la sicurezza per il “recupero” del tossicodipendenti che escono dal carcere “è verificato”: è davvero così? Non so cosa sia stato dichiarato d chi l’ha proposta, fatto sta che questa legge può aprire la strada a una rilevante uscita dai penitenziari di soggetti autori di reati gravi e di particolare pericolosità. Oggi il consumo di droga è diffusissimo anche tra associati mafiosi e boss. È facile trovare nel corpo una presenza di stupefacenti: sulla base di questo sarà difficile negare che vi sia una connessione col reato commesso. Così potranno uscire dal carcere persino i mafiosi. L’obiettivo dichiarato è il recupero, condivisibile, di detenuti fragili … Mi viene da fare due considerazioni. La prima è quella che sembra volersi rinunciare allo strumento estremo della detenzione anche rispetto a soggetti oggettivamente pericolosi, ancorché tossicodipendenti. Al netto del concreto pericolo che si ricorra a questo strumento anche da parte dei soggetti che tossicodipendenti non sono, ma che hanno avuto un qualsiasi contatto con la droga, il rischio che qui si corre è più grave. Autori di gravissimi reati, considerati pericolosi dai tribunali in quanto tali ritenuti meritevoli di espiazione pena in carcere, verrebbero rimessi in strutture di cura anche private, anche semiresidenziali. Conseguenze? Questo potrà comportare un’esposizione a rischio senza precedenti per la sicurezza dei cittadini. Soggetti ancora potenzialmente pericolosi, sottoposti a programmi della cui efficacia nessuno può avere un’idea preventiva, uscirebbero dal circuito penitenziario e verrebbero ammessi a queste forme di detenzione esterna, ma con quali controlli e con quali garanzie non siamo ancora in grado di sapere. In secondo luogo, questa riforma dimostra come non sia minimamente possibile operare questa rieducazione dei tossicodipendenti in carcere. Oggi la realtà penitenziaria ci restituisce l’immagine delle carceri divenute piazza di spaccio, in cui vi è una libera offerta di droga e ciò di fatto impedisce l’attuazione di quei virtuosi programmi che hanno portato negli anni precedenti moltissime persone a essere recuperate dopo lunghi periodi di tossicodipendenza sulla base di indescrivibili sacrifici e forza di volontà. Imputabilità dei minori, così lo Stato tradisce il suo dovere di tutela e crea altre disuguaglianze di Vera Cuzzocrea* Il Dubbio, 4 agosto 2026 L’allarme sociale è lo scenario in cui si inserisce il ddl sull’imputabilità minorile. Offrire risposte “adeguate” è l’intento del governo, malgrado quanto previsto sia ampiamente criticato da comunità scientifica e addetti ai lavori. Il provvedimento interviene sull’articolo 98 del Codice penale e sull’articolo 9 del Dpr 448/88, introducendo una presunzione di capacità di intendere e di volere tra i 14 e i 18 anni: una modifica apparentemente banale ma in realtà profondamente sbagliata e pericolosa. Innanzitutto, il ddl cambia la ratio degli interventi: da educativa a punitiva. Come affermato dalla presidente del Consiglio: “Chi aggredisce […] deve pagare. Sempre. Anche se ha 15 o 16 anni”. Questo sembra avvenire in continuità con il percorso già tracciato dal decreto Caivano, che ha previsto un generale irrigidimento nella risposta penale e una riduzione delle possibilità di accesso a strumenti alternativi, come la messa alla prova. Il risultato è che la Corte costituzionale si è espressa dichiarando la parziale illegittimità della norma e sono aumentate del 50% le presenze presso gli istituti penali minorili, con connessi problemi di sovraffollamento, risse e compressione dell’intervento trattamentale. La ricerca suggerisce che in adolescenza la migliore forma di deterrenza della devianza consiste nel coinvolgimento in azioni socialmente positive, attrattive e motivanti, capaci di rafforzare i legami con le comunità di appartenenza e di far sviluppare capacità di socializzazione e controllo. Di contro, punire di default rischia di costruire identità e carriere devianti. Un secondo aspetto riguarda il fatto che si mette al centro dell’interesse il reato e non la persona, assimilando di fatto il minorenne all’adulto. Così lo Stato tradirebbe il suo dovere di tutela. La normativa internazionale converge invece sulla necessità di un approccio individualizzato e capace di non interrompere il percorso di crescita, tanto che il nostro processo penale minorile - apprezzato a livello internazionale - si basa su principi di minima offensività, de-stigmatizzazione, de-istituzionalizzazione e di attitudine responsabilizzante. Immaturità, suscettibilità all’influenza dei pari, propensione al rischio e all’acting-out, ridotta percezione delle conseguenze delle azioni caratterizzano l’adolescenza e contribuiscono a determinare la condotta in senso delinquenziale, insieme ad altre vulnerabilità individuali, familiari e sociali. La consapevolezza di questi aspetti da decenni orienta la risposta di Giustizia verso scelte capaci di modificare la traiettoria deviante a partire dalla valutazione di bisogni e risorse. L’istituto della messa alla prova ne è un esempio efficace: ogni anno gli esiti positivi sono circa l’85%, con conseguente riduzione della recidiva. Vi è poi un errore di fondo: la presunzione di non imputabilità e la conseguente valutazione caso per caso non elimina la responsabilità penale. Nel 2024, su un totale di 14.220 minorenni segnalati, sono stati soltanto 60 i proscioglimenti per immaturità (0,42%). L’imputabilità quindi non solo è già considerata ma anzi “usata” per offrire una risposta penale coerente con le esigenze del caso. È forse stata confusa la “capacità di intendere e di volere”, connessa alla fase evolutiva, con la “responsabilità/responsabilizzazione” quale processo da sviluppare proprio con l’intervento di giustizia che va anzi potenziato, con risorse e servizi. Un’ulteriore criticità è rappresentata dall’inversione dell’onere della valutazione dal pubblico al privato, cioè dai servizi della giustizia alla difesa: il rischio è di aumentare le diseguaglianze sociali, perché chiedere di dimostrare l’incapacità significherebbe che a beneficiare di questa tutela sarà solo chi potrà permetterselo, economicamente e culturalmente, escludendo così proprio chi ne avrebbe più bisogno. L’auspicio è quello di guardare a ciò che serve veramente: investimenti per ridurre le traiettorie di rischio, potenziando i servizi alla persona, la ricerca e i progetti che hanno mostrato efficacia, strategie educative nella scuola e nelle comunità, interventi promozionali di benessere. A fronte dell’aumento dell’insicurezza sociale servono pertanto politiche e azioni in grado di rassicurare, perché la devianza giovanile è una questione di comportamenti individuali e collettivi che si sviluppano in contesti che noi abbiamo la responsabilità di cambiare offrendo opportunità di crescita, socialità e futuro. E lo Stato non può disimpegnarsi davanti a questo. *Psicologa giuridica, già Giudice onoraria presso il Tribunale per i Minorenni di Roma, socia ordinaria di AltraPsicologia Anastasìa: sui minori servono ascolto e inclusione, non nuove sanzioni garantedetenutilazio.it, 4 agosto 2026 Doppio intervento del Garante del Lazio sul dibattito relativo all’imputabilità dei minori e alle politiche della giustizia minorile. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, è intervenuto sul tema dell’imputabilità dei minori e delle politiche della giustizia minorile in due distinti appuntamenti istituzionali svoltisi nei giorni scorsi. Lo scorso 28 luglio, Anastasìa è intervenuto alla conferenza stampa promossa alla Camera dei deputati dall’onorevole Riccardo Magi, dedicata allo schema di disegno di legge approvato dal Governo in materia di imputabilità dei minori. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, il presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane, Francesco Petrelli, e la ricercatrice dell’associazione Antigone Rachele Stroppa. Nel corso della conferenza stampa sono state espresse forti perplessità sull’intervento normativo annunciato dal Governo, ritenuto dagli intervenuti una risposta prevalentemente simbolica e securitaria a fenomeni complessi che riguardano l’adolescenza e il disagio giovanile. È stata inoltre evidenziata la necessità di basare ogni riforma su dati oggettivi e su una valutazione individuale della capacità di intendere e di volere del minore, principio cardine dell’attuale sistema della giustizia minorile. Sul medesimo tema Anastasìa è tornato il 31 luglio, durante la presentazione della sua Relazione di fine mandato, ospitata nella Sala Mechelli del Consiglio regionale del Lazio. Nel suo intervento il Garante ha richiamato l’attenzione sul clima culturale che caratterizza il dibattito pubblico sui minori autori di reato, sottolineando come la crescente rappresentazione dei giovani in termini esclusivamente repressivi rischi di produrre effetti contrari rispetto agli obiettivi di inclusione e responsabilizzazione. Riferendosi in particolare all’esperienza dell’Istituto penale minorile di Casal del Marmo e ai servizi della giustizia minorile, Anastasìa ha evidenziato che non sono gli inasprimenti di pena, l’abbassamento delle soglie di imputabilità o l’introduzione di ulteriori misure sanzionatorie a favorire il recupero dei ragazzi. Al contrario, ha sostenuto la necessità di costruire nuove forme di dialogo, educazione e accompagnamento, capaci di contrastare lo stigma e di offrire concrete opportunità di crescita e reinserimento. Secondo il Garante, i dati e l’esperienza maturata nei servizi minorili mostrano come la risposta ai comportamenti devianti dei minori debba continuare a fondarsi sui principi costituzionali di tutela, responsabilizzazione e inclusione sociale, evitando semplificazioni che rischiano di alimentare ulteriormente esclusione e marginalità. Il magistrato può ordinare al Dap di dare accesso ai motivi del trasferimento carcerario di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 4 agosto 2026 Il no dell’amministrazione se viola diritti soggettivi dei detenuti impone al magistrato di sorveglianza di non arrestarsi dinanzi a tale diniego e di adottare una decisione in contraddittorio senza possibilità di rigetto de plano della domanda. Contro il diniego opposto dal Dap al detenuto di conoscere i motivi sottostanti la decisione dell’amministrazione penitenziaria di trasferirlo in un altro carcere il magistrato di sorveglianza ha il potere di imporre all’amministrazione di “porre rimedio” al proprio diniego quando questo sia lesivo di un diritto soggettivo, come quello alla salute e connesso alla tutela dell’esercizio del diritto di difesa. La Corte di cassazione - con la sentenza n. 29395/2026 - ha accolto il ricorso del detenuto rigettato de plano dal magistrato di sorveglianza adito contro il diniego del Dap cui era stata domandata l’ostensione della motivazione posta alla base della decisione di trasferire il ricorrente in un diverso istituto penitenziario. Insussistenti i presupposti del rigetto de plano - Tenendo conto della limitazione lamentata del diritto di difesa - come dice la Cassazione - il rigetto de plano del reclamo non poteva essere disposto in quanto sussistono, a fronte della lamentata lesione dell’esercizio della difesa, i presupposti per una decisione da assumere in contraddittorio. Affermata quindi la sussistenza delle “condizioni di legge” per un esame in udienza della domanda sub iudice, è da precisare che nel caso concreto non ricorreva neanche l’altra condizione che consente il rigetto de plano ossia la riproposizione di richiesta già rigettata. Evidenziato che la domanda di accesso era sostenuta da un richiamo al diritto di difesa della persona reclusa risultavano superabili le limitazioni poste dall’amministrazione alla conoscibilità dell’atto. E, in tale situazione, il magistrato di sorveglianza avrebbe dovuto procedere a “un giudizio di bilanciamento dei contrapposti interessi da svolgersi in contraddittorio”. Diritti dei detenuti - Sussiste comunque un generale diritto del recluso a conoscere il contenuto della propria cartella personale relativa al trattamento penitenziario impostogli. In particolare poi nell’ipotesi di recluso affetto da patologie, che nel caso deciso erano di segno psichiatrico, il diritto a interloquire con l’amministrazione penitenziaria sulle scelte adottate diviene ancora più penetrante visto che in ballo c’è il bene primario della salute. In conclusione la Suprema Corte cassa la decisione assunta illegittimamente in assenza di contraddittorio dal magistrato di sorveglianza a cui ricorda - tra l’altro - che egli ha il potere di ordinare all’amministrazione di esibire gli atti, completi di motivazione, inerenti al trattamento penitenziario applicato in base al quale risultino coinvolti diritti soggettivi delle persone detenute. Giustizia riparativa: l’accesso non sospende l’appello nei reati procedibili d’ufficio altalex.com, 4 agosto 2026 Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte di appello aveva confermato la condanna di un imputato in ordine ai reati di usura ed estorsione consumata e tentata ascrittigli, la Cassazione penale, sez. II, sentenza 27 luglio 2026, n. 28366 nel disattendere la tesi difensiva che contestava il diniego di accesso al programma di giustizia riparativa - ha affermato il principio secondo cui la richiesta di accesso a un programma di giustizia riparativa formulata nel corso del giudizio di appello da un imputato di reati procedibili d’ufficio non determina la sospensione del processo, né impedisce la definizione del giudizio, essendo la sospensione prevista dall’art. 129-bis, comma 4, c.p.p. esclusivamente per i reati perseguibili a querela soggetta a remissione e soltanto alle condizioni espressamente stabilite dal legislatore. Ne discende, pertanto, che, pur non costituendo il dissenso della persona offesa, di per sé, causa ostativa all’accesso al programma riparativo - potendo quest’ultimo svolgersi anche mediante il ricorso alla cosiddetta vittima surrogata -, tuttavia l’interessato deve prospettare concretamente l’utilità del percorso richiesto rispetto alla risoluzione delle questioni derivanti dal reato. Benefici per i detenuti al 41 bis, il no va motivato di Rocco Muscari Gazzetta del Sud, 4 agosto 2026 La Prima Sezione della Corte di Cassazione, con una sentenza dello scorso aprile depositata nei giorni scorsi, interviene ancora sul delicato tema dei benefici penitenziari ai detenuti condannati per reati di mafia che non hanno collaborato con la giustizia, annullando per la terza volta il diniego opposto dal Tribunale di sorveglianza di Catanzaro nei confronti di Carmelo Liuzzo, condannato all’ergastolo e detenuto dall’aprile del 2000. La decisione, su ricorso dell’avv. Riccardo Errigo del foro di Locri, assume particolare rilievo perché costituisce un’importante applicazione della riforma dell’articolo 4 bis O.P. che ha trasformato la presunzione di pericolosità dei detenuti ostativi da assoluta a relativa. La Suprema Corte censura il metodo seguito dal Tribunale di sorveglianza, ribadendo che la valutazione deve essere concreta, individualizzata e sorretta da un’adeguata motivazione. Il principio cardine della sentenza riguarda la verifica della pericolosità sociale. Secondo la Cassazione non è sufficiente richiamare il passato criminale del detenuto, la gravità dei reati o la persistente operatività del clan mafioso di appartenenza. Occorre invece accertare l’esistenza di elementi concreti e attuali che dimostrino collegamenti ancora esistenti con l’organizzazione criminale o il rischio del loro ripristino. Cagliari. Dramma al carcere, 32enne si impicca in cella e muore dopo il ricovero in ospedale cagliaritoday.it, 4 agosto 2026 Non ce l’ha fatta L. N. il giovane di 32 anni che, ieri pomeriggio nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta, dov’era detenuto, aveva tentato di togliersi la vita impiccandosi. L’uomo, che era stato rianimato dai Sanitari dell’Istituto Penale, è morto stamattina, alle prime luci dell’alba. Le sue condizioni erano gravissime. Nello sgomento generale per la perdita di una giovane vita che poteva essere reinserita socialmente, si chiude un altro capitolo di disperazione nel peggiore dei modi. Nell’esprimere viva partecipazione emotiva ai familiari l’associazione SDR ribadisce l’emergenza nelle strutture detentive isolane e in particolare a Cagliari-Uta”. “I tentativi di suicidio e gli atti di grave autolesionismo, che purtroppo si ripetono con conseguenze nefaste, generano – sottolinea la presidente Maria Grazia Caligaris – sconforto in chi conosce la realtà quotidiana del carcere. Anche se vengono segnalati costantemente sembrano lasciare purtroppo indifferente chi potrebbe intervenire per cambiare la situazione. Tutti gli operatori penitenziari, in particolare gli Agenti e i Sanitari che vivono a stretto contatto con i detenuti, hanno le mani legate senza gli indispensabili supporti. Le carenze di personale sono rese ancora più gravi dal crescente numero di persone che varcano il cancello della Casa Circondariale. Non bastano più provvedimenti tampone. Occorre procedere con il numero chiuso regolamentare e promuovere con provvedimenti di clemenza”. “Il Ministero – sottolinea la presidente di SDR – continua a negare le gravi difficoltà in cui si trova il sistema detentivo ignorando i principi costituzionali che regolano la privazione della libertà e facendo ricadere le responsabilità solo su chi lavora in carcere. Ogni persona detenuta deve essere messa nelle condizioni di rielaborare l’errore commesso e non deve mai perdere la speranza di poter riabbracciare i propri familiari, soprattutto i figli. Oggi invece il sovraffollamento, con la presenza massiccia di persone in doppia diagnosi (250 su 750 a Uta), e il caldo asfissiante rende tutti più fragili facendo ritenere praticabile qualunque via di fuga, anche quella per liberare la propria anima”. “Cresce inoltre la preoccupazione per l’arrivo dei 41bis che – conclude – con queste gravissime carenze di medici e infermieri già allo stremo delle forze comprometterà ulteriormente la quotidiana vita dei detenuti e la loro assistenza sanitaria”. Cosenza. La Procura apre inchiesta sulla morte di un detenuto di 58 anni di Anna Russo Gazzetta del Sud, 4 agosto 2026 L’uomo, detenuto nel carcere di Rossano, è deceduto all’ospedale di Cosenza. I familiari chiedono di accertare eventuali ritardi o negligenze nelle cure. Un rapido peggioramento delle condizioni di salute, il trasferimento d’urgenza in ospedale e una morte arrivata nel giro di pochi giorni. Attorno al decesso di Antonio Solferino, 58 anni, detenuto nella casa circondariale di Rossano, si concentrano ora gli accertamenti della Procura della Repubblica di Cosenza, chiamata a verificare se il percorso assistenziale ricevuto dall’uomo sia stato adeguato o se vi siano state eventuali omissioni o ritardi che possano aver inciso sull’esito della vicenda. La magistratura cosentina ha avviato un’inchiesta dopo l’esposto presentato dai familiari del detenuto. L’obiettivo è ricostruire con precisione quanto accaduto nelle settimane e nei giorni precedenti al decesso, verificando ogni fase dell’assistenza sanitaria prestata all’interno dell’istituto penitenziario e durante il successivo ricovero. Antonio Solferino è morto nei giorni scorsi all’ospedale “Annunziata” di Cosenza, dove era stato trasferito a seguito di un improvviso aggravamento delle sue condizioni cliniche. Secondo quanto riferito dai familiari, l’evoluzione della malattia sarebbe stata estremamente rapida e avrebbe portato al decesso in maniera del tutto inattesa. Con l’esposto depositato in Procura, i parenti chiedono che vengano approfondite tutte le circostanze che hanno preceduto la morte del cinquantottenne. In particolare, gli investigatori dovranno accertare se vi siano state eventuali negligenze sanitarie, ritardi diagnostici o terapeutici oppure se l’assistenza prestata sia stata conforme ai protocolli previsti. L’attività investigativa consentirà di acquisire la documentazione clinica, le cartelle sanitarie e ogni altro elemento utile a ricostruire il decorso della patologia e le decisioni adottate dal personale sanitario coinvolto. Antonio Solferino stava scontando nel carcere di Rossano la pena per l’omicidio della moglie, delitto risalente al 2008. La sua posizione detentiva, tuttavia, è distinta dall’accertamento avviato dalla Procura, che riguarda esclusivamente le cause del decesso e la verifica dell’eventuale correttezza dell’assistenza sanitaria ricevuta. L’inchiesta dovrà ora chiarire se la morte sia stata determinata esclusivamente dall’evoluzione della patologia oppure se vi siano eventuali responsabilità riconducibili alla gestione clinica del caso. Sassari. Bancali, il carcere scoppia: “Il sovraffollamento è del 25 percento” di Luca Fiori La Nuova Sardegna, 4 agosto 2026 La visita della delegazione della Camera penale conferma i problemi dell’istituto penitenziario. Cinquecento sessantotto detenuti rinchiusi in una struttura progettata per accoglierne 454. È il numero che fotografa meglio di qualsiasi altro la condizione del carcere di Bancali e che, a pochi giorni dalla morte di Giuseppe Spanu, il detenuto di 35 anni di Nulvi morto nel reparto sanitario, riporta al centro del dibattito l’emergenza del sistema penitenziario sassarese. Il dato, raccolto durante la visita della Camera penale di Sassari “Enzo Tortora”, certifica un sovraffollamento che supera il 25 per cento e che, secondo gli avvocati, incide ormai su ogni aspetto della vita detentiva: dagli spazi disponibili all’assistenza sanitaria, fino ai percorsi di recupero e reinserimento. La visita si è svolta nella mattina di oggi, 3 agosto, nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane per mantenere alta l’attenzione sulle condizioni delle carceri anche durante il periodo estivo. Un appuntamento che quest’anno ha assunto un significato particolare dopo la tragedia che ha sconvolto l’istituto sassarese. La delegazione, guidata dalla presidente della Camera penale Maria Grazia Sanna, era composta dagli avvocati Maria Teresa Pintus, Gaetano Paoletti, Silvia Ferraris, Massimiliano Tore e Lisa Vaira, con la partecipazione della consigliera dell’Ordine degli avvocati Arianna Denule, presidente del consiglio comunale Mario Pingerna, il consigliere comunale Nicola Ribichesu e della garante comunale dei detenuti Anna Cherchi. “La nostra non è una visita simbolica - spiega Maria Grazia Sanna - ma un atto di responsabilità civile. Entrare in carcere significa verificare direttamente il rispetto della dignità delle persone detenute, il funzionamento dei servizi e raccogliere dati concreti da portare all’attenzione delle istituzioni”. Oltre al sovraffollamento, la delegazione ha riscontrato una cronica carenza di personale sanitario. “L’area medica soffre per il numero insufficiente di medici rispetto alla popolazione detenuta e alla complessità delle patologie presenti. Analoghe difficoltà riguardano l’area educativa, chiamata a seguire centinaia di persone con risorse limitate”. Una situazione aggravata dalla presenza di numerosi detenuti con problemi psichiatrici o dipendenze, spesso in assenza di strutture esterne in grado di accoglierli. Gli avvocati hanno però evidenziato anche l’impegno del personale penitenziario e della rete del volontariato. “Abbiamo trovato operatori che lavorano con grande professionalità nonostante le difficoltà. Molte attività, dalla biblioteca alla scuola calcio, sono possibili grazie alla collaborazione del terzo settore, che rappresenta una risorsa fondamentale”. La relazione elaborata dalla Camera penale confluirà nel dossier nazionale dell’Unione delle Camere Penali Italiane, con l’obiettivo di sollecitare Governo e Parlamento a intervenire su un sistema che, secondo gli avvocati, mostra sempre più evidenti segni di sofferenza. “La recente tragedia di Bancali - conclude Sanna - ha riportato in primo piano il tema dei suicidi in carcere e della gestione dei detenuti con disturbi psichiatrici. La civiltà di un Paese si misura anche dalla condizione delle sue carceri e dalla capacità di garantire che la pena abbia davvero una funzione rieducativa”. Intanto proseguono gli accertamenti sulla morte del detenuto. L’inchiesta, coordinata dalla sostituta procuratrice Camilla Battaglini, dovrà chiarire la dinamica dell’incendio e verificare eventuali responsabilità. Mercoledì 5 agosto, all’Istituto di patologia forense di Sassari, è in programma l’esame autoptico disposto dalla Procura, un passaggio ritenuto fondamentale per accertare con precisione le cause del decesso e ricostruire gli ultimi istanti della tragedia. Cremona. Visita in carcere per la Camera Penale: “Situazione sempre più difficile” Cremona Oggi, 4 agosto 2026 Ieri mattina nell’ambito dell’iniziativa Ristretti in Agosto una delegazione della sezione di Cremona e Crema della Camera penale della Lombardia Orientale è entrata nella casa circondariale di Cremona Presenti Andrea Vigani, avvocato bresciano e componente dell’osservatorio carcere di Ucpi Roberto Saraniti, Micol Parati, presidente della Camera Penale, Michele Ferranti, Raffaella Buondonno e Francesco Cogrossi. Ad accoglierli, il comandante, Letizia Tognali, che ha accompagnato la delegazione a vedere la Gelateria Gelati al Fresco dove un detenuto, insieme a Don Roberto Musa, stava iniziando la preparazione del gelato (gusto cioccolato) che alla fine della visita è stato offerto al gruppo. Prima della visita, la Camera penale aveva inviato un questionario con una serie di domande relative all’istituto. “Siamo saliti negli uffici per avere qualche dato”. È emerso un numero di detenuti pari a 610 a fronte di una capienza regolamentare di 384. “Una situazione che continua a peggiorare” spiega Parati. “L’anno scorso in agosto erano 552, l’anno prima ancora meno, pur superando sempre la capienza. Stiamo assistendo ad un aumento continuo di ingressi e, di conseguenza, ad un peggioramento della situazione”. A fronte di questo, la Polizia penitenziaria “è a regime molto inferiore al previsto per un numero regolamentare di detenuti, si può immaginare come debbano lavorare quando, come ora, i detenuti sono 226 in più, in un momento dell’anno in cui ci si alterna per poter trascorrere qualche giorno di vacanza” sottolinea ancora la presidente. “A questo si aggiunga che ci sono solo due educatori, oltre a un terzo presente due giorni a settimana, proveniente da Mantova. Questo fornisce il quadro di come sia il carcere di Cremona, in cui ci sono ben 478 definitivi, quindi persone che devono fare un percorso rieducativo come prevede l’art 27 della Costituzione”. Come se non bastasse, “nel vecchio padiglione c’è una sezione aperta in cui hanno dovuto mettere una brandina nelle celle da due posti arrivando ad uno spazio di soli 3 mq a persona”. Ma c’è anche qualche nota positiva: “Abbiamo potuto vedere i lavori, in corso, per ristrutturare un’area del penitenziario chiusa da 20 anni, quella delle celle di isolamento. Oggi vengono utilizzate quelle per i nuovi arrivi, ma sono inadeguate. Abbiamo anche potuto vedere i lavori (quasi ultimati) per la “stanza dell’affettività”, dove i detenuti, come presto dalla Corte Costituzionale, possono incontrare, in modo più intimo, le proprie compagne o i propri compagni di vita”. L’esortazione della Camera Penale è quindi quella di tenere alta la guardia: “Tutti noi possiamo e dobbiamo fare qualcosa per non far peggiorare una situazione al limite e per investire nella rieducazione che porta vantaggi a tutti in termini di sicurezza, non solo ai detenuti” conclude Parati. Roma. Formazione a Rebibbia, le competenze dell’edilizia per un nuovo inizio anceromaacer.it, 4 agosto 2026 Due settimane di corsi e 48 ore totali di formazione, per rilasciare a un gruppo di venti detenute e detenuti di Rebibbia un attestato con cui ripensare il ritorno alla propria vita, oltre il carcere. L’iniziativa, realizzata da Formedil Roma e provincia, nasce dalla collaborazione con Seconda Chance, associazione non profit del Terzo Settore fondata dalla giornalista del TgLa7 Flavia Filippi ed è stata interamente finanziata da Ance Roma - Acer. Oltre all’apprendimento di competenze professionali, il progetto ha rappresentato un’importante esperienza di partecipazione, responsabilità e valorizzazione del tempo trascorso all’interno dell’istituto penitenziario. Un risultato reso possibile grazie alla collaborazione tra Seconda Chance, la Direzione e il personale degli istituti di Rebibbia e al lavoro di progettazione, coordinamento e docenza dello staff tecnico di Formedil Roma e provincia, diretto da Raffaele Cuomo. Nel Nuovo Complesso maschile, il corso “Lavorazioni di rifiniture interne ed esterne” ha permesso ai partecipanti di apprendere le tecniche di preparazione delle superfici, realizzazione degli intonaci, rifinitura e tinteggiatura, contribuendo anche alla riqualificazione di alcune aule scolastiche dell’istituto. Nella Casa circondariale femminile, invece, il corso “Tecniche di pittura e decorazione edile” si è concentrato sulla preparazione dei sottofondi, sulle rasature, sulle tecniche di pittura e sull’applicazione di stucchi ed elementi decorativi negli spazi comuni e nelle aule. Entrambi i percorsi fanno riferimento alla Qualificazione di Operatore delle strutture edili prevista dal Repertorio della Regione Lazio e si sono conclusi con il rilascio degli attestati ufficiali di partecipazione da parte di Formedil Roma e provincia. L’azione testimonia ancora una volta l’impegno tangibile del sistema delle imprese edili romane a supporto del territorio e del Terzo Settore, perchè creare competenze qualificate nel settore delle costruzioni significa anche offrire reali prospettive occupazionali e costruire percorsi concreti di reinserimento sociale e lavorativo. Lecce. Mancano i bagnini, arrivano i carcerati. “Aiutiamo le persone e torniamo a vivere” di Valeria D’Autilia La Stampa, 4 agosto 2026 In Puglia il primo progetto d’Italia con 14 detenuti. Gli organizzatori: “Per loro è un’occasione di riscatto”. “Dopo tanti anni che stai dentro, chiuso lì, per la prima volta ti senti utile”. Antonio Vadruccio è entrato in carcere a 23 anni. Oggi ne ha 44. Tra poco finirà di scontare la sua ultima pena. Nel frattempo per lui, così come per altri 13 detenuti, la libertà ha il sapore del mare. Per tutta la stagione estiva e sino a metà settembre saranno assistenti bagnanti. “Significa aiutare le persone in difficoltà, rendermi utile nella società”, dice. È un lavoro vero, a tutti gli effetti. Lungo le spiagge del Salento, dove è stato avviato “Io Salvo”, un progetto delle seconde possibilità. Unico in Italia, punta alla loro rieducazione e al reinserimento sociale e lavorativo. Sono stati assunti con contratto nazionale in 8 lidi privati e in un agriturismo. Dalla cella alla spiaggia. Ogni giorno, prendono l’autobus per raggiungere i vari stabilimenti. San Foca, San Cataldo, Torre Chianca sono alcune delle destinazioni a cui sono stati assegnati. Poi, tutte le sere, fanno ritorno nel carcere di Borgo San Nicola. Uno di loro è stato trasferito a Taranto, in regime di semilibertà. Sentono di aver fatto qualcosa di buono. Antonio ha scontato prima 9 anni, poi è stato nuovamente arrestato con una pena di altri 10. Ha un figlio 17enne. “Quello che più mi pesa è la lontananza da lui e dalla mia famiglia. Ho preso a cuore questa esperienza formativa anche per avere un futuro quando uscirò. Non ho un mestiere e ringrazio davvero chi ci ha dato questa opportunità”, dice rivolto a casa circondariale, prefettura e Confimprese Demaniali. Un’attenta selezione durante un “recruiting day” per scegliere i profili più adatti dei volontari, poi a marzo l’inizio del corso. Hanno fatto lezioni teoriche nel penitenziario, studiando ordinanze balneari, regole della sicurezza, imparando l’utilizzo del defibrillatore. Hanno ottenuto gli attestati di idoneità per assistenti bagnanti e primo soccorso e, da giugno, hanno iniziato a lavorare nei lidi per vigilare sulla sicurezza della balneazione e, due di loro, in un agriturismo con piscina. “Per chi ha offeso lo Stato e commesso crimini pesanti - commenta Mauro Della Valle, presidente di Confimprese Demaniali - è un riscatto molto forte. Oggi lavorano su un bene dello Stato come è appunto una concessione demaniale marittima. E poi mettono anche a rischio la loro vita per l’incolumità dei bagnanti. Questo è riscatto”. Molti, nel giorno libero, raggiungono ugualmente gli stabilimenti per continuare la fase addestrativa. Guadagnano 50 euro al giorno per 36 ore settimanali. Durante la pausa pranzo, ne approfittano per una nuotata. Perché il mare è anche terapia. Qui vivono il contatto diretto con i vacanzieri. Molti conoscono la loro storia e non hanno pregiudizi. Con i bambini hanno instaurato un rapporto di fiducia, con gli anziani sono protettivi e spesso li accompagnano in acqua. Michele Vuolo è entrato in carcere a 18 anni, ora ne ha 37. “Non mi sono mai sentito giudicato dai clienti. Anzi, qualcuno ha promesso di aiutarmi un domani, quando uscirò dal carcere. Partecipare a questo progetto per me significa avere una speranza per il futuro”. In una giornata assolata, nella marina di San Cataldo, ripercorre i suoi errori: “Quello che mi pesa di più è stato perdere la libertà anche semplicemente di uscire la sera. In carcere ho lasciato tutta la mia gioventù”. Nel frattempo, si sta guadagnando la fiducia di tutti e anche l’apprezzamento per come prepara il caffè salentino. “Anche se Michele è barese, lo fa meglio di certi baristi del posto”, confessa il suo datore di lavoro. Adesso si guarda al futuro, per estendere questo modello ad altri settori produttivi che - come quello balneare - registrano carenza di personale specializzato. In particolare in ambito alberghiero e agricolo. Anche in altre realtà italiane. Per il momento, si punta a replicare l’anno prossimo, ampliando magari alle spiagge libere. Ci sono già alcune richieste per esportare il progetto in altre case circondariali. Francesco Loprino ha 63 anni, è stato arrestato per la prima volta nel 2013. “Sono entrato e uscito più volte. Mia moglie è morta molto tempo fa, ho un figlio di 33 anni che lavora. Un ragazzo a posto. Stargli lontano è dura. Ho perso i miei genitori mentre ero qui. Sono chiuso da tanto, questo progetto è di grande aiuto”. Sino ai 50 anni ha sempre lavorato. “Voglio tornare a farlo”, dice con l’orgoglio di aver acquisito una nuova competenza. Fa progetti, mentre aspetta di uscire dal carcere. Conta i giorni, i mesi, gli anni. “A dicembre 2029”. Trento. Istruzione in carcere, la Giunta provinciale rinnova l’offerta formativa per i detenuti provincia.tn.it, 4 agosto 2026 La Giunta provinciale di Trento, su proposta dell’assessore all’istruzione, cultura, per i giovani e per le pari opportunità Francesca Gerosa, ha approvato la definizione dell’offerta formativa rivolta ai detenuti della casa circondariale di Trento, in continuità con gli anni scolastici precedenti. La delibera prevede il rinnovo di un percorso educativo finalizzato a promuovere il diritto allo studio, favorire il reinserimento sociale e rispondere ai bisogni formativi della popolazione detenuta. “Garantire opportunità di studio e formazione anche all’interno della casa circondariale significa investire concretamente sulla costruzione di opportunità per un nuovo percorso di vita. Per questo investiamo dall’anno scolastico 2026/2027 sulle attività di alfabetizzazione, potenziandole con l’assegnazione di ulteriori 12 ore. Con questa delibera confermiamo l’impegno della Giunta a favore di un’istruzione inclusiva e di qualità, capace di favorire il reinserimento e valorizzare le potenzialità di ciascuno”, sottolinea l’assessore Gerosa. L’offerta formativa è definita in collaborazione con la direzione della Casa Circondariale e tiene conto delle caratteristiche della struttura, che ospita detenuti ordinari e “protetti”, una sezione femminile e persone con pene detentive generalmente inferiori ai cinque anni. I percorsi sono progettati per essere sostenibili rispetto ai tempi di permanenza in istituto e, al tempo stesso, spendibili anche all’esterno del carcere, così da garantire continuità ai percorsi di istruzione e formazione. La gestione delle attività è affidata al Liceo delle Scienze Umane “A. Rosmini” di Trento, che opera in collaborazione con l’Istituto di formazione professionale Alberghiero di Levico Terme, per il percorso integrato con il liceo e alcuni corsi specialistici, e con l’IFP “S. Pertini” per ulteriori percorsi di carattere professionale. Per l’anno scolastico 2026/27 la novità rispetto all’offerta precedente riguarda il potenziamento delle attività di alfabetizzazione, con l’assegnazione di ulteriori dodici ore, accogliendo la richiesta formulata dal Liceo Rosmini e dalla dirigente competente, al fine di rispondere in modo ancora più efficace ai bisogni formativi rilevati all’interno dell’istituto penitenziario. Volterra (Pi). Il sogno di Punzo diventa realtà: nasce il teatro stabile del carcere di Gabriele Rizza thedotcultura.it, 4 agosto 2026 Presto una sala nella Fortezza di Volterra dove opera l’omonima compagnia. Il nuovo progetto di un teatro stabile all’interno del carcere di Volterra diventa realtà. Dopo anni di studio e ripensamenti, i vari organismi coinvolti nell’operazione (ministeri, enti locali, lavori pubblici, sovrintendenze, belle arti e via dicendo) hanno dato il via libera. Nulla più osta, nessun cavillo burocratico si frappone alla realizzazione di una sala all’interno della Fortezza medicea dove da quasi 40 anni opera l’omonima compagnia. L’utopia lanciata da Armando Punzo diventa un fatto concreto. Si aspetta la gara d’appalto e il relativo affidamento dei lavori perché il cerchio si chiuda. “Un’idea più grande di me” la dice Punzo che si materializza nella architettura disegnata da Mario Cucinella: un padiglione di 450 metri quadrati per 250 posti. Che la prigione di Volterra sia un caso a sé nel panorama delle strutture penitenziarie della penisola (sempre al centro di denunce, emergenze, carenze endemiche, crisi di sovraffollamento) è cosa nota. La differenza la fanno Armando Punzo e la sua Compagnia della Fortezza. Che da quando è nata, nel 1988, dispiega una “rilettura” della forza del teatro e della condizione di chi la abita “che non sarebbe stata possibile senza la complicità e il sostegno delle istituzioni pubbliche, Comune di Volterra e Regione Toscana in primis” sottolinea Punzo. Disincagliato dalla routine della “normalità” quanto ancorato ai perimetri della “diversità” il corto circuito che puntualmente ogni anno si innesta sotto il sole di luglio, è l’esempio concreto, il paradigma operativo, di un progetto visionario, ai limiti dell’impossibile: quello di una clausura che attraverso la “finzione” dell’andare in scena trova un incontenibile respiro di libertà. Qui l’abusata, e un po’ spiccia formula del “teatro in carcere” come percorso di reinserimento è sì consapevole di questa finalità, ma si distingue per essere prima di tutto un “contenitore” di altre competenze, una polveriera di imperfezioni, sudore e disciplina, in cerca di sé, in nome dell’arte della rappresentazione e della strategia dell’allestimento. L’ultimo tassello di questo mosaico, un luogo di confine che è diventato un “modello” di condivisione che ha fatto scuola e il giro del mondo, ha debuttato nei giorni scorsi (fino al primo agosto) col titolo Il capitale umano. Spiega Punzo: “Quello che vedremo è un assaggio, il primo studio di un allestimento che vedrà la sua forma completa nel 2028, quando la Compagnia festeggerà i suoi primi quarant’anni. Il lavoro prende forma nel dialogo con l’eredità delle grandi utopie moderne e con la necessità di ripensare radicalmente il valore dell’umano”. Si chiede Punzo: “E’ possibile nel disimpegno delle inquietudini contemporanee attivare una grande narrazione?”. La Compagnia della Fortezza ci prova. “Sono molte le parole - conclude Punzo - le immagini e le situazioni che si affollano negli ultimi tempi nella nostra cella-teatro. Il Capitale Umano, con tutte le contraddizioni e fraintendimenti che può generare, intercetta un gruppo di attori che lavora su una diversa idea di comunità, di comunione. A nutrirla sono i campioni delle cause perse, da Don Chisciotte a Gesù, da Spinoza a Giordano Bruno, da Pasolini a Galileo, da Artaud a Angela Davis”. Quello che vediamo è un lavoro in corso di formazione, definizione e assestamento. Una messinscena, tutta orchestrata, montata, spalmata all’interno negli spazi affacciati sul cortile, nell’occasione lasciato libero per la ripresa della Cenerentola dello scorso anno, che difende, col suo stuolo di protagonisti, un ventaglio di “dramatis personae” vagheggiate o solo accennate, capitanate da Louise Michel, figura simbolo della Comune parigina, che vanamente chiese di essere fucilata insieme ai suoi compagni, la prima qui a sfumare oltre il bozzetto nella “interpretazione” agitata di Viola Ferro, che sostiene il diritto alle “cause perse”, parafrasando il celebre libro di Slavoj Zizek che fa da bussola ideale e perimetro scenico. Le stazioni dell’attesa, in questo che Punzo definisce il Grand Hotel Marx (automi del filosofo, barbuti e capelluti, come un coro muto, ci accolgono e ci guidano) sono una favolistica nomenclatura di pensatori (filosofi, scienziati, artisti, scrittori, profeti) dove ciascuno dei qui convenuti viaggiatori (cullati dalle onde sonore di Andrea Salvadori) può trovare la sua sponda. Il capitale umano pensato da Punzo, con tutte le contraddizioni e i fraintendimenti che può generare, siamo noi, a un passo dall’oblio, disillusi e vulnerabili, sconfitti dal peso della contemporaneità e, su tutto, ormai incapaci di incarnare l’idea dell’immaginazione. Siamo al primo stadio. Ricco di spunti e visioni quanto dotato di una sua singolare eleganza compositiva e reminiscenza evocativa. “Le grandi idee vanno nutrite” conclude Punzo. Lo aspetta un biennio appetitoso. Storie di giustizia e violenza, al chiaroscuro della fragilità umana di Silvio Messinetti Il Manifesto, 4 agosto 2026 “Il tempo del male”, un romanzo di Santo Gioffrè pubblicato da Castelvecchi. Ci sono zampilli di lava e fiamme nella copertina dell’ultimo romanzo di Santo Gioffrè, “Il tempo del male” (Castelvecchi, pp. 124, euro 17). Il vulcano potrebbe essere l’Etna ed è nell’area mitologica dello Stretto di Messina che si dipana la storia del dottor Gesualdo Di Giovannantonio. Oppure potrebbe essere Stromboli, dove il protagonista - che attraversa “la sciara del fuoco” - ha svolto il praticantato di medico condotto. Santo Gioffrè si cimenta nel noir con una intensità che attraversa memoria, violenza, giustizia e tormento interiore. Sullo sfondo la Calabria degli anni delle faide, della pervasività della ‘ndrangheta, delle grandi tensioni sociali e politiche, ma anche il dramma di un uomo chiamato a fare i conti con il proprio passato e con il confine sottile tra vendetta e giustizia. Un’opera che intreccia storia, impegno civile e riflessione sull’animo umano. L’autore si incunea con grande abilità nei meandri del giallo politico, nella Messina universitaria degli anni’70 lì dove la militanza assumeva spesso i connotati della violenza e dello scontro a fuoco. E la violenza attraversa tutta la narrazione, non è una prova di potenza bensì l’ingrediente principale che tiene inchiodato il protagonista alla sua fragilità. Gesualdo è un medico che ha lasciato da tempo la Calabria e un passato che credeva sepolto. La lettura casuale di un articolo di cronaca riporta alla luce un nome: Leo D’Amantea, il picciotto di ‘ndrangheta che decenni prima aveva assassinato Enzo Capoferro, il compagno di lotta e militanza di Gesualdo, sulle scale dell’università di Messina. Enzo, infatti, non era solo un comunista ammantato da ideali. Portava un cognome pesante quello di una famiglia di ‘ndrangheta che sulle alture dell’Aspromonte combatteva una lunga guerra per il controllo del territorio contro i D’Amantea. Da quel momento in poi inizia il tormento introspettivo di Gesualdo, tornano i ricordi delle lotte studentesche, dell’amore assoluto tra Enzo e Giulia, della violenza che ha segnato un’intera generazione, elementi che si intrecciano a una tensione interiore che non si è mai davvero placata. Ecco, dunque, la violenza e la vendetta che trasformano i personaggi, li disumanizzano, li fanno cambiare e diventar altro rispetto a ciò che erano. Personaggi alla ricerca continua di una loro giustizia che né gli uomini né le leggi hanno saputo dare. Il tempo del male è un romanzo che indaga quarant’anni di storia italiana, e Santo Gioffrè scava nelle zone oscure della società calabrese per iniziare una riflessione sul contesto sociale di oggi. Nell’analisi introspettiva di Gesualdo, l’autore entra nella fragilità del protagonista, alla ricerca continua del suo male oscuro fino a disegnarne una figura contraddittoria, ma profondamente complessa e dolente, capace di una razionalità ancestrale anche nei gesti più estremi. Un romanzo dello smarrimento e della ricerca assidua del mezzo per sconfiggere la solitudine, le delusioni e le disillusioni. Santo Gioffrè riesce con sapienza a miscelare il giallo politico alla Carlotto con il racconto vivido della ‘ndrangheta profonda, quella pastorale e primordiale, che ricorda i romanzi di Gioacchino Criaco fino a condurci nella introspezione conflittuale del protagonista, con tratti quasi dostoevskiani, con un uomo sconfitto dalla vita che si ritira nelle latebre della propria identità interiorizzante, un luogo oscuro dove la psiche è preda delle sue contraddizioni più forti e delle sue fratture più dolorose. *La presentazione domani alle 21 nell’ambito della rassegna “Parole in Sila” a Camigliatello Silano. Con l’autore dialogherà Stefano Musolino La memoria contro l’odio: chi sta trollando la nostra democrazia di Luca Bottura Il Domani, 4 agosto 2026 Da Bologna a Ceuta, la macchina della disinformazione sui social è sempre in moto. Un sistema di potere postmoderno che crea e sfrutta clamorose manipolazioni. A volte poi i troll si incarnano, cioè il dibattito tossico sfocia in violenza concreta. Luca Ravenna è forse il migliore stand-up comedian italiano per equilibrio tra l’autoanalisi tipica del genere e la satira sociale e politica. In un suo pezzo leggendario e sconsolato racconta della madre, travolta dai social come in un vertiginoso tsunami di cazzate. Di come sia diventata una irredimibile complottista. Di come ritenga che Pearl Harbor, gli americani, se la siano fatta da soli. Organizzandola con una riunione tipo Zoom: “Buongiorno a tutti. Vedo collegato il cliente, il signor Eisenhower. Buongiorno anche al dottor Hirohito”. Mi duole dirlo, ma la mamma di Luca Ravenna è sempre incinta. Di più: la mamma di Luca Ravenna è diventata il pianeta intero nei suoi maggiorenti, persino quelli in buona fede, persino quelli che, in un libello di qualche anno fa, ebbi a definire “Internazionale delle teste di cazzo”: interessi senza conflitto, democrazia liberale venduta al miglior offerente. In mezzo, noi. Come direbbero loro, ci stanno trollando. Per mezzo di un equilibrio isterico a danno dei più vulnerabili. Forgiato in primis da Elon Musk che, come ha giustamente notato Bernie Sanders, ha investito 290 milioni per rieleggere Trump e consolidare un sistema di potere postmoderno che crea e sfrutta clamorose manipolazioni mediatiche come a Ceuta. La vergogna dell’Ue e la Gotham City dei nostri sovranisti A fatti in corso, sul social del padrone di Tesla, avevo commentato con amarezza che nessuno se l’era ancora presa con Matteo Lepore per l’invasione dell’enclave spagnola. Subito la parolina magica - anzi due: Lepore, Ceuta - aveva imbizzarrito l’algoritmo. Centinaia di migliaia di visualizzazioni, insulti a cascata. Moltissimi dei quali provenienti da troll con nomi italiani, poca dimestichezza con la nostra lingua, spesso con volti maschili e generalità femminili. La dimostrazione empirica di un dato emerso nei giorni scorsi grazie a Repubblica: negli attacchi di questi giorni al “mio” sindaco c’era anche farina americana. Per aiutare Il nostro presidente del Consiglio a cucinarsi Bologna. Pochi minuti dopo il mio post, eccone uno di Andrea Stroppa, l’omino di Musk in Italia: “Lepore, prenditi tu i fuggiaschi di Ceuta”. Bingo. La crasi tra reprobi, una triangolazione che si chiude: Trump investe sul Marocco, il Marocco lascia che i migranti diventino una leva politica; i social di complemento fanno il resto. Con una splendida visione glocal. A catena, buon ultimo, ecco il ministro Tajani: il “suo” post, la minaccia di sospendere Schengen che l’Italia praticherà il giorno successivo anche se: 1) Ceuta è in Africa; 2) nessun migrante ha raggiunto la Spagna continentale; 3) i figuranti a loro insaputa stanno già tornando a casa. C’è anche il neo-sovranismo africano dietro l’assalto a Ceuta Cortocircuito Ora: non escluderei che Tajani manco sappia dove si trovi Ceuta. Ma chi ha messo in moto la macchina sì. Meloni chiuderà poi il cerchio, trollando l’Ue. Da quinta e luccicante colonna dell’unica ed evidente strategia americana: distruggere l’Europa. Cioè l’unico Occidente rimasto, con buona pace di chi ancora usa categorie novecentesche come il cosiddetto Atlantismo. Che persino la socialdemocratica danese Mette Frederiksen abbia promosso l’isterica stretta securitaria sui confini meridionali dell’Unione, a vigilare sui quali abbiamo lasciato solo il reietto Sanchez, è il frutto di un cedimento emotivo ma soprattutto elettorale: le mamme di Luca Ravenna sparse per il mondo, esse, votano. E spesso lo fanno sulla base di allarmi inesistenti, creati da qualche testa di legno che ha puntato il dito a caso sulla cartina. In un contesto del genere, finisce che i troll si incarnano, ché il dibattito tossico esprime violenza concreta. Verbale e no. Come a Modena, dove chi bloccò il malato di mente (di seconda generazione) che aveva giocato a bowling con le vite dei passanti è stato pubblicamente contestato a una fiaccolata in memoriam etero-indetta per dimostrare che la sinistra tifa per i migranti sanguinari. Aveva provato a predicare umanità e tolleranza, l’hanno cacciato via. Lui, l’eroe che aveva fermato l’assassino. In una città tra le più civili d’Italia: alla fine basta urlare più forte, no? Perché la destra non sa fare i conti con i suoi fantasmi Ma c’è un microscopico dato in controtendenza: domenica alcuni utili idioti della sinistra autolesionista avevano preannunciato una contestazione “per Fakir” al sindaco di Bologna durante la commemorazione della bomba che il 2 agosto 1980 - per la strategia della tensione non c’erano ancora i social - uccise 85 persone alla stazione di Bologna. Invece è finita tra gli applausi, anche e soprattutto per i familiari di Fakir, vittima di un’operazione di polizia ancora tutta da chiarire, che erano al corteo da bolognesi quali sono. Per una volta, il mondo virtuale ha perso. Forse perché c’erano appunto morti da ricordare, e rispettare. Ecco: anche a Ceuta sono morte decine di persone, inghiottite da un disegno di propaganda globale. Forse dovremmo ricordarci anche di loro, uscire dal meme, contare i troll uno a uno. Con gli atti personali ma politici: quello ci è rimasto. Ché la libertà non si salva coi buongiornissimo caffè. Cannabis light, il Cbd è una droga? Il Consiglio di Stato rinvia la decisione alla Corte di Giustizia Ue di Paolo Dimalio Il Fatto Quotidiano, 4 agosto 2026 Dopo tre sospensioni dei giudici, 6 anno dopo il decreto bipartisan Speranza-Schillaci, la palla passa in Europa. 3mila imprese della canapa resistono alle norme contro il cannabidiolo per azzerare il settore. Firmate dalla destra ma anche dalla sinistra. La guerra dell’Italia alla cannabis light potrebbe fermarsi in Europa, mentre l’Italia non sa dire se il Cbd sia droga oppure no. Oggi il Consiglio di Stato ha pubblicato la sentenza rinviando la questione alla Corte di Giustizia Ue: saranno i giudici a Lussemburgo, sulla base del diritto dell’Unione, a decidere se il cannabidiolo in composizioni orali sia un farmaco a base di stupefacenti, oppure un innocuo composto da acquistare perfino in tabaccheria o nei cannabis shop. Dalla risposta al quesito può dipendere la sopravvivenza di circa 3mila aziende, 30mila posti di lavoro, un mercato in crescita con un fatturato da 500 milioni di euro l’anno, già duramente colpito dal decreto Sicurezza di aprile 2025. L’ordinanza del Consiglio di Stato riguarda un altro provvedimento: il decreto ministeriale Speranza-Schillaci risalente al 2020, a cavallo tra destra e sinistra, governo Meloni e Conte II, perché il fronte contro la canapa è trasversale. Ma le conseguenze del verdetto europeo potrebbero ricadere sul decreto Sicurezza firmato da Meloni. Anche Coldiretti - vicinissima a palazzo Chigi - ha sostenuto il ricorso presentato da IcI (Imprenditori canapa Italia) presso il vertice della giustizia amministrativa. Il legale: “Per i giudici il cannabidiolo non è stupefacente” - Torniamo dunque al Consiglio di Stato. Dopo una battaglia legale durata circa tre anni, palazzo Spada ha ritenuto fondati i dubbi delle associazioni legate alla filiera della canapa, fortemente critiche sul decreto Speranza-Schillaci. Il provvedimento ministeriale infatti vieta la vendita di prodotti da assumere per via orale contenenti cannabidiolo, classificandoli come farmaci a base di stupefacenti. Dunque acquistabili solo in farmacia con l’obbligo della prescrizione di un medico ospedaliero, secondo il dettato del decreto. I cannabis shop invece rivendicano il diritto di mettere in vetrina l’intero catalogo fondato sul Cbd: olio, ma anche alimenti e cannabis light. Da qui è nato il contenzioso: le aziende ribadiscono il carattere innocuo del cannabidiolo, privo di effetti stupefacenti, e la legittimità del loro commercio; il governo Meloni (sospinto da Alfredo Mantovano) considera il principio attivo della canapa come un pericolo per la sicurezza pubblica. Tanto da bandire il Cbd con l’articolo 18 del decreto Sicurezza, al pari di una droga: un colpo tremendo per cannabis shop e agricoltori, con aziende colpite da sequestri, denunce e indagini per droga, che sovente finiscono archiviate. Perché anche le procure nutrono lo stesso dubbio del Consiglio di Stato: il Cbd davvero si può considerare una minaccia per la salute, in assenza di chiare evidenze scientifiche? “Per i giudici di palazzo Spada, al contrario, le prove presentate escludono effetti stupefacenti”, dice l’avvocato Giacomo Bulleri a ilfattoquotidiano.it. Secondo il legale, “il dubbio che ha giustificato il rinvio alla Corte Ue risiede nell’interazione del Cbd con eventuali residui di Thc”. Le toghe di palazzo Spada, con l’ordinanza del 3 agosto, hanno chiesto lumi alla Corte Ue su alcuni punti chiave. Ad esempio: rispetta il principio di precauzione e proporzionalità, il divieto di libera vendita e l’inserimento del cannabidiolo ad uso orale nella lista dei medicinali stupefacenti? Il dubbio è che la letteratura scientifica sugli effetti psicotropi non possa giustificare misure così draconiane, in grado di azzerare un settore industriale con migliaia di lavoratori. Del resto, la cannabis light ricca di cannabidiolo è prodotta e venduta anche in altri Stati Ue. Dunque i provvedimenti italiani, che equiparano il Cbd agli stupefacenti, potrebbero rivelarsi un’indebita restrizione al mercato europeo. Da anni gli esperti mettono in guardia i governi. Eppure la guerra al principio attivo procede senza sosta, non solo da parte delle destre. Il decreto Speranza-Schillaci infatti nasce con il governo Conte II, nel 2020. Vale la pena ripercorrere la sua genesi. L’origine del decreto bipartisan Speranza-Schillaci - Al ministero della Salute sedeva l’esponente dem Roberto Speranza. In piena pandemia, è il suo dicastero ad approvare il decreto per consentire la vendita del Cbd ad uso orale solo in farmacia, come farmaco. Ma il provvedimento viene sospeso dopo poche settimane, senza entrare in vigore. L’ex parlamentare 5 stelle, Matteo Mantero, ha già raccontato la sua versione a ilfattoquortidiano.it: “Il testo del decreto arrivava dall’ufficio stupefacenti, io e altri parlamentari ne abbiamo subito sottolineato l’insensatezza per una sostanza priva di effetti psicoattivi. Abbiamo minacciato di far mancare il numero legale in Aula per altri provvedimenti e poco dopo è stata annunciata la sospensione del decreto Speranza”. A scongelare il decreto messo in freezer è il ministro della Salute Orazio Schillaci, il 27 giugno 2024, con un testo analogo a quello di Speranza. Contro il provvedimento, aziende e associazioni della canapa si rivolgono subito al Tar del Lazio. Arrivano due sospensioni nel 2024: l’11 settembre è l’ordinanza monocratica del presidente di sezione, a fermare temporaneamente il decreto; lo stop è confermato il 24 ottobre, con la decisione del collegio del tribunale amministrativo. Ma il 16 aprile 2025, la sentenza del Tar ribalta la sospensione cautelare: il decreto Speranza-Schillaci è legittimo, secondo le toghe. A questo punto le associazioni Canapa sativa Italia e Imprenditori canapa Italia presentano ricorso al Consiglio di Stato. Che sospende ancora, per la terza volta in via cautelare, il provvedimento bipartisan per equiparare il Cbd a un farmaco stupefacente. Siamo a dicembre 2025. Il 7 maggio scorso si è svolta l’ultima udienza del processo al Tar del Lazio; il 3 agosto è giunta la sentenza per rinviare la decisione alla Corte di Giustizia Ue. Sei anni dopo il decreto Speranza, l’Italia non ha ancora sciolto il dilemma: il cannabidiolo è droga oppure no? “Aziende si ridimensionano, altre fuggono all’estero” - Intanto, il settore della cannabis light stringe i denti. “Le chiusure definitive sono state relativamente poche: la maggior parte delle aziende ha scelto di continuare difendendo il lavoro costruito in questi anni”, dice Raffele Desiante (presidente Imprenditori canapa Italia) a ilfattoquotidiano.it. Tuttavia, le aziende stanno pagando un prezzo salato: “alcune hanno ridimensionato organici, investimenti e punti vendita - prosegue Desiante - mentre altre hanno trasferito all’estero parte delle attività per poter operare in Paesi europei con regole più chiare”. Le associazioni sperano e confidano nei tribunali, per smantellare le norme contro la cannabis light. La Corte di Giustizia Ue dovrà dare una risposta anche riguardo al decreto piante officinali, con i fiori e le foglie della canapa inseriti nell’elenco delle sostanze stupefacenti. Non un’idea delle destre bensì degli ex ministri Stefano Patuanelli (M5s), Roberto Speranza e Roberto Cingolani. Grazie al decreto interministeriale n. 29551 del 24 gennaio 2022 (governo Draghi), la canapa viene letteralmente fatta a pezzi: solo semi e fibra sono classificati sono considerate piante officinali, utili per l’erboristeria, la cosmesi, i vegetali aromatici o per tisane ed estratti. Le altre parti della pianta - infiorescenze e foglie - sono classificate tra gli stupefacenti. Un precedente per il decreto Sicurezza firmato Meloni. Sul provvedimento bandiera delle destre si esprimerà la Corte Costituzionale: udienza fissata il 21 ottobre. La storia dell’Europa mediterranea viene scritta anche dai giudici di Gennaro Grimolizzi Il Dubbio, 4 agosto 2026 Alcune sentenze sono in grado di influenzare la politica interna, in caso di vuoto normativo, con ricadute sul piano internazionale. Lo stiamo vedendo in questi giorni con l’arrivo nell’exclave spagnola di Ceuta di decine di migliaia di persone provenienti dal confinante Marocco. Dal territorio - geograficamente africano, ma politicamente e amministrativamente spagnolo - si è propagata allo stesso tempo l’onda lunga delle preoccupazioni europee con schieramenti opposti, che logorano ancora una volta la coesione europea. Oggi i ministri dell’Interno riuniti nel Consiglio europeo discuteranno sull’eventuale creazione di centri esterni per il rimpatrio di migranti irregolari. Per Ceuta e l’altra exclave spagnola, Melilla, situata più a est, è stata adottata nel 2015 una legge sulla sicurezza pubblica con la quale è stata modificata la legislazione in materia di diritti e libertà degli stranieri, istituendo un regime giuridico speciale per le frontiere delle due città. “Con l’entrata in vigore della riforma - dice al Dubbio Giuseppe Paccione, professore di diritto internazionale umanitario nell’Università “N. Cusano” - è stata introdotta la Decima disposizione aggiuntiva con la previsione del respingimento alla frontiera, secondo la quale i cittadini stranieri individuati al confine, mentre tentano di entrare illegalmente in Spagna, possono essere respinti al fine di impedirne l’ingresso illecito nel territorio spagnolo”. Da tale previsione normativa sono derivati diversi contenziosi anche davanti alle Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel febbraio del 2020 è stato rilevato dai giudici di Strasburgo che il rimpatrio immediato dei migranti al confine di Melilla da parte della Spagna violava il divieto di espulsioni collettive. “Da allora - spiega Paccione -, il quadro legislativo è rimasto invariato e la sua interpretazione giurisprudenziale ha subito pochi ulteriori sviluppi. La sentenza della Corte Suprema spagnola del 29 giugno scorso rappresenta il primo significativo chiarimento del regime giuridico che disciplina il respingimento alla frontiera. Il caso riguardava l’applicazione di tale procedura ai migranti intercettati in mare, mentre tentavano di raggiungere Ceuta a nuoto. In sostanza, la controversia verteva sull’applicabilità della Decima disposizione aggiuntiva della legge sugli stranieri ai migranti intercettati in determinate circostanze. Sebbene la Corte abbia concluso che il regime non si estende ai migranti che tentano di raggiungere il territorio spagnolo via mare, lascia irrisolte importanti questioni relative agli obblighi della Spagna, nel quadro del diritto internazionale”. La Corte Suprema di Madrid ha inoltre evidenziato una netta distinzione tra elementi di contenimento ed elementi di sorveglianza. “I primi - afferma il professor Paccione - sono ostacoli fisici volti ad impedire l’ingresso, mentre i secondi si limitano a facilitare l’individuazione e il monitoraggio degli attraversamenti di frontiera. La stessa qualificazione di droni, termo-camere, sensori e dispositivi simili come sistemi di allerta precoce dimostra che la loro funzione è strumentale e antecedente a qualsiasi atto materiale di contenimento. Di conseguenza, queste tecnologie non possono essere equiparate agli elementi di contenimento e i migranti intercettati, mentre tentano di raggiungere il territorio spagnolo a nuoto, non rientrano nell’ambito di applicazione del meccanismo di respingimento”. Secondo il professore della “N. Cusano”, “la gestione delle frontiere a Ceuta e Melilla non può essere ridotta a meccanismi per il rimpatrio sommario dei migranti intercettati”. “Deve invece fondarsi - conclude Paccione - su garanzie che assicurino l’effettiva tutela dei diritti fondamentali, nel pieno rispetto delle norme dell’ordinamento marittimo internazionale. In questo contesto, gli sviluppi tecnologici possono svolgere un ruolo importante. Anziché essere concepiti unicamente come strumenti di controllo delle frontiere, dovrebbero essere riconosciuti per il loro potenziale di protezione della vita umana in mare”. La fuga dal Marocco dei giorni scorsi, che è costata la vita ad un centinaio di persone, in merito alla quale non sarebbe azzardato pensare all’uso dei migranti come leva politica - o peggio come arma di ricatto - da parte di qualche Paese per fare pressioni o ottenere concessioni dall’Unione europea, mantiene vivo il dibattito sulla necessità di inserire l’accoglienza in un quadro normativo chiaro. Se inesistente o lacunoso, la valutazione dei giudici è un approdo quasi naturale. La storia dell’Europa, soprattutto di quella considerevole parte che si affaccia sul Mediterraneo, con i suoi flussi migratori viene scritta anche con alcune sentenze. Per il nostro Paese in passato, nel caso “Hirsi Jamaa e altri contro Italia” del 2012, la Grande Camera della Corte EDU, si è espressa sulla materia dei respingimenti. Sono stati dichiarati illegali i respingimenti di migranti intercettati in alto mare dalle autorità italiane e riconsegnati in Libia, stabilendo la violazione del divieto di espulsioni collettive e del principio di non-refoulement (divieto di rimpatrio verso Paesi a rischio di tortura). Negli Stati Uniti ha fatto discutere una sentenza della Corte Suprema della fine di giugno che ha dato il via libera all’amministrazione Trump per revocare lo status di protezione temporanea a circa 350mila haitiani e 6mila siriani. Per loro il rimpatrio è inevitabile. Un orientamento ben definito per scoraggiare gli ingressi illegali, che cerca, nella visione trumpiana, di porre rimedio a frontiere penetrabili e ad una convivenza difficile. La “bomba umana” che è arrivata a Ceuta e il peso delle parole di Giuseppe Antonelli Corriere della Sera, 4 agosto 2026 La forma è la stessa da un lato del neologismo “bomba d’acqua”: come se si trattasse di un fenomeno atmosferico, di un imprevedibile disastro naturale. Per definire l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di persone giunte a nuoto dalle coste del Marocco, si è usata spesso - in questi giorni - l’espressione “bomba umana”. Espressione che allude all’ipotesi secondo la quale dietro l’evento potrebbe esserci una precisa volontà politica: una sorta di meccanismo a orologeria. Le parole pesano non solo per quello che dicono, ma anche (a volte di più) per quello che evocano. In questo caso, la forma è la stessa da un lato del neologismo “bomba d’acqua”: come se si trattasse di un fenomeno atmosferico, di un imprevedibile disastro naturale. Dall’altro, ci riporta - più strettamente - a quello “scudo umano” che già dal ‘900 fa purtroppo parte del lessico bellico. Tornando indietro ancora di un secolo, alle persone usate come “carne da cannone”: vittime sacrificabili (più che sacrificali) sull’altare della guerra. Nei primi usi di “bomba umana” questo significato si spostava dalla vittima al carnefice: “Terrorista che si fa saltare in aria durante la deflagrazione”, spiega il Vocabolario Treccani. Nell’uso che se ne sta facendo in questi giorni - e già si è fatto altre volte in occasione di analoghe crisi - è invece l’elemento umano a definire la natura stessa dell’arma. Il ricorso alle migrazioni di massa come armi, d’altra parte, è teorizzato almeno dal 2010. Il risultato è che l’aggettivo “umano” non è più associato a ciò che viene distrutto, ma a ciò che serve a distruggere. E allora ecco il Pontefice che, a poco più di due mesi dall’enciclica Magnifica Humanitas, dopo aver parlato - nel commento al Vangelo - di Gesù come nostro “fratello in umanità”, esprime tutta la sua preoccupazione per la situazione di Ceuta. Perché la vera nemesi dell’umano non sta nell’aspetto inumano di ciò che è artificiale, ma nell’atteggiamento disumano di esseri umani verso altri esseri umani. Una storia di disperazione e di spie di Alberto Negri Il Manifesto, 4 agosto 2026 Quella di Ceuta è una tragedia di migranti e miseria ma anche una storia di spionaggio e tradimenti, con coinvolgimento di servizi marocchini, israeliani, spagnoli e probabilmente americani. E, come sempre, tutto quel che accade in Marocco ruota intorno a re Mohammed VI, massima autorità politica e religiosa. Il Comandante dei credenti, suo titolo ufficiale, possiede con la sua corte il 70-80% dell’economia, della finanza e delle terre arabili. Monarca costituzionale sì, ma senza dubbio padrone assoluto del Paese. Le autorità marocchine della vicenda di Ceuta sapevano già in anticipo. Perché da decenni milioni di marocchini e africani sono le vittime non solo della loro povertà ma di manovre politiche, economiche e di potere. È da metà luglio che centinaia di persone cercavano di entrare nell’exclave spagnola di Ceuta. Fino agli ultimi giorni del mese Rabat ne ha bloccato una parte ma il 30 luglio qualcosa è cambiato mentre a migliaia si sono gettati in mare. La frontiera è collassata, si può dire, sotto gli occhi del sovrano mentre arrivava il festoso messaggio di Trump al re: “Gli Stati uniti sono chiari: riconosciamo la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale”. Nello stesso giorno, quando è iniziata la marea dei migranti, il re infatti si trovava a celebrare la Festa del Trono a M’Diq località a poco più di 20 chilometri da Ceuta, circondato da uno sciame di autorità, compreso Abdelatif Hammouchi capo dei servizi segreti Dgst. Figuriamoci se il re e i suoi uomini non ne fossero informati. Hammouchi è colui che gestisce il software spia Pegasus della società israeliana Nso, utilizzato contro dissidenti, giornalisti e alleati stranieri, e fa parte della collaborazione militare con lo stato ebraico. Secondo i documenti pubblicati dal consorzio giornalistico Forbidden Stories, il Marocco usa Pegasus monitorando segretamente la Guardia Civil di Madrid e gli ufficiali spagnoli che addestrano i servizi di Rabat. A Ceuta è successo qualche cosa che i marocchini sapevano ma non gli spagnoli che pure avevano incontrato Hammouchi settimane prima degli eventi e lo avevano persino insignito della Gran Croce di Malta della Guardia Civil. Questo non è il primo problema tra Madrid e Rabat. Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat. Qui, dove è stata girata l’Odissea di Nolan con i sussidi marocchini, c’è un consolato Usa a Dhakla e un’autostrada dedicata a Trump. La crisi diplomatica tra i due Paesi si era concretizzata in una crisi migratoria orchestrata dai servizi marocchini a Ceuta, sfociando con un drammatico massacro di migranti africani, in questo caso al confine tra Melilla (Spagna) e Nador (Marocco) nel giugno 2022. Dopo gli ultimi eventi di Ceuta il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha evitato lo scontro con le controparti marocchine descrivendo il Paese come un “amico” e un “partner strategico”. Parole mielate poco credibili. Secondo un rapporto dell’intelligence spagnola, l’apertura della frontiera nel 2021 era stata coordinata dal consigliere reale Fouad Ali El Himma insieme al ministro degli esteri Nasser Bourita e ai vertici dei servizi marocchini. L’intelligence di Rabat avrebbe poi spiato allora i cellulari di Sánchez e di diversi suoi ministri con Pegasus. La diffidenza tra Spagna e Marocco è palpabile. Il 20 luglio scorso Sánchez ha ricucito le relazioni diplomatiche con l’Algeria, in crisi dal 2022 per il sostegno spagnolo a Rabat. E questo non è certo piaciuto ai marocchini: dentro si sono infilati gli israeliani, irritati dalle posizioni di Sánchez contro il genocidio a Gaza, e gli americani, furibondi per l’ostilità del premier spagnolo alla guerra contro l’Iran. Usa e Israele se potessero toglierebbe Ceuta, strategica per il controllo dello stretto di Gibilterra, a Madrid per darla al Marocco. Con inaudita sfrontatezza l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon ha scritto: “La Spagna, che non perde mai l’occasione di fare la morale a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta in seguito alla crisi sulla sua politica migratoria. Forse è ora che spieghi al mondo perché mantiene ancora enclavi coloniali in Africa”. Mentre al Congresso Usa in primavera esponenti repubblicani, in una relazione della Camera, avevano definito Ceuta e Melilla come situate “in territorio marocchino”, mettendo in discussione la sovranità spagnola. Se è vero che le migrazioni sono sempre state una valvola di sfogo per Rabat che conta un 40% di giovani disoccupati e oltre la metà sottoccupati, le autorità tengono tutto sotto controllo, dai media, alla dissidenza, alle ondate migratorie. Da Capo Spartel a Tangeri la costa europea di Gibilterra si può quasi toccare tanto è vicina, ma da questo orizzonte, carico per molti di sogni e speranze, si capisce anche quanto l’Europa sia lontana. Quello che si è visto a Ceuta è il simbolo di come miseria e disperazione diventino nel regno del Comandante dei credenti lo strumento di una lotta geopolitica che va dal Medio oriente al Nordafrica al cuore del Sahara. Tunisia. Carceri sovraffollate al 194%: 33mila detenuti per 17mila posti ansa.it, 4 agosto 2026 In due anni 10 mila reclusi in più, allarme per sovraffollamento e assistenza sanitaria. La popolazione carceraria tunisina ha raggiunto circa 33 mila detenuti, quasi il doppio rispetto alla capacità ufficiale del sistema penitenziario, stimata in 17 mila posti. Il tasso medio di occupazione si attesta così al 194,1%, mentre in alcuni istituti supera il 200%. È quanto emerge dagli ultimi dati consolidati disponibili raccolti dal World Prison Brief sulla base delle informazioni fornite dall’Istanza nazionale tunisina per la prevenzione della tortura (Inpt) e rilanciati da diverse associazioni tunisine, tra cui Intersection. Le cifre, riferite a maggio 2025, indicano per la Tunisia un tasso di detenzione di 267 persone ogni 100 mila abitanti. La popolazione reclusa è aumentata di circa 10 mila unità in pochi anni, passando da circa 23 mila detenuti nel 2022 a 33 mila. Il rapporto sulle condizioni di detenzione nel periodo 2022-2025 della Lega tunisina per la difesa dei diritti umani (Ltdh), elaborato sulla base di visite negli istituti penitenziari, segnala tassi di occupazione generalmente superiori al 150%. Nella prigione civile di Mahdia, ad esempio, sono stati censiti 1.522 detenuti per 850 posti, con un tasso del 180%. Secondo Fethi Jarray, presidente dell’Inpt, l’aumento è legato anche alla lentezza dei procedimenti giudiziari e all’esteso ricorso alla detenzione. Le organizzazioni per i diritti umani avvertono che il sovraffollamento incide sull’igiene, sull’assistenza sanitaria, sulla sicurezza e sulle possibilità di reinserimento, con conseguenze anche per il personale penitenziario. La situazione è stata aggravata nelle ultime settimane dalla forte ondata di caldo, dalle interruzioni elettriche e dalle difficoltà nell’approvvigionamento idrico. Il Comitato per il rispetto delle libertà e dei diritti umani in Tunisia ha denunciato il 24 luglio celle prive di ventilazione, accesso limitato alle cure e rischi particolarmente elevati per detenuti anziani o affetti da patologie croniche. Per il 2026 il ministero della Giustizia ha programmato la costruzione di un nuovo carcere a Béja, un reparto femminile a Monastir, l’ampliamento della prigione di Borj Erroumi e la realizzazione di un’unità ospedaliera penitenziaria alla Rabta. È inoltre prevista una maggiore applicazione delle pene alternative e del braccialetto elettronico. Il 23 luglio il presidente Kaïs Saïed ha concesso una grazia speciale a 2.439 detenuti e disposto la libertà condizionale per altri 490. In assenza di nuove statistiche complessive, non è tuttavia ancora possibile misurare l’impatto delle misure sul tasso effettivo di sovraffollamento. Israele. No ai coccodrilli nel fossato del carcere, gli animali si rispettano di Luca Foschi Avvenire, 4 agosto 2026 La Corte Suprema ha sospeso il trasferimento dei predatori dopo il ricorso di un gruppo animalista. Avrebbero dovuto impedire le evasioni da una prigione nel Negev. Sono tutti salvi, per il momento, i feroci prigionieri evasori e gli indifesi coccodrilli. Gloria alla democrazia. Domenica la Corte distrettuale di Gerusalemme ha imposto un’ingiunzione temporanea che impedirà il trasloco di una corposa squadra di zannuti predatori nei fossati già ricavati intorno alla prigione di Ketziot, pregevole struttura detentiva costruita fra i miraggi desertici del Negev. Scopo dell’iniziativa, lanciata dal ministro israeliano della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, principe del sionismo religioso e armato, era quello di affidare la sicurezza di un’ala del carcere occupata dai miliziani palestinesi all’infallibile plotone rettile. Se il bianco lenzuolo annodato alle sbarre fosse sfuggito ai secondini, ai fari delle torrette e all’iper-tecnologia concentrazionaria, coppie di opalescenti occhi a filo d’acqua avrebbero senza dubbio rilevato la presenza degli anomali natanti, i lunghi nasi arpionato l’odore denso del terrore, le mandibole giurassiche messo fine alla fuga. Per fortuna il bistrattato medioevo riesce sempre a mettere una pezza ai fallimenti della postmodernità. Nel malcapitato caso in cui, come la statistica suggerisce, ai palestinesi segregati fosse venuto meno l’ardire, l’acquario sarebbe andato a aggiungersi ai colpi di teatro persecutori di Ben-Gvir, più volte ritratto nel corso dell’ultimo anno durante le sue mediatiche discese infernali, fieramente Cerbero, Minosse e Caronte a un tempo: le minacce a un emaciato, irriconoscibile Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, le immagini di Gaza distrutta appese ai lugubri corridoi carcerari, gli spot girati durante le ispezioni improvvisate alle celle dei miliziani di Hamas, legati, bendati e genuflessi, proprio come gli equipaggi internazionali della Flotilla diretta a Gaza. Lo spettacolo oltre il diritto, la campagna elettorale in forma di girone dantesco. Non tutti però abboccano alla subliminale rappresentazione della vendetta. È stata una petizione del gruppo “Lasciate vivere gli animali” a gettare un sasso nell’ingranaggio. I giudici si sono visti costretti a considerare i coccodrilli specie protetta, inadatta a popolare le insalubri vasche della prigione. Un mese fa, la ministra dell’Ambiente Idit Silman, ignorando il suggerimento dell’Autorità della natura e dei parchi, perplessa per il destino degli animali, dell’ambiente, dei lavoratori e dei prigionieri, aveva riclassificato i rettili come “animali selvatici allevati dall’uomo”, quindi perfettamente a loro agio fra le paludi artificiali. “Le denunce sui possibili danni ai coccodrilli richiedono un approfondimento e giustificano un ordine che blocchi il trasferimento, così come qualsiasi attività volta a individuare o preparare gli animali per lo spostamento”, ha scritto il giudice Avraham Rubin nella sentenza. Ben-Gvir e Silaman sono chiamati a rispondere entro mercoledì, poi la sentenza definitiva. Eppure tutto era pronto, aveva reso noto il ministero della Sicurezza, dalle procedure di assistenza ai rettili alle celle per il loro sacrosanto riposo. Costo totale, appena 7 milioni di dollari. Tempi difficili, se anche la “South Florida detention facility”, meglio nota come “Alligator Alcatraz”, la prigione per migranti statunitense, è stata chiusa il 25 giugno dopo nemmeno un anno di vita. Struttura temporanea, troppo onerosa ed esposta alle recriminazioni umanitarie e ambientaliste. Amari, incomprensibili cedimenti. Nel sito di “Lasciate vivere gli animali” non compaiano tuttavia coccodrilli festanti e insuperbiti, tanto meno palestinesi, soppiantati curiosamente dal pastore tedesco Bronson, che “merita felicità”, e dall’adorabile gattino Rashrash. A loro i migliori auguri per una rapida adozione in una casa calda e accogliente, fornita di un rifugio avulso dal fragore che spargono i tamburi della guerra. Uomini e coccodrilli, com’è noto, si faranno bastare le lacrime.