La sicurezza che vorrei di Michele De Pascale* Il Foglio, 3 agosto 2026 La sicurezza non dovrebbe essere affrontata in modo ideologico, né da una parte né dall’altra dello schieramento politico. È una materia che richiede responsabilità di governo, capacità di leggere i fenomeni reali e di adottare soluzioni fondate sui dati, sull’esperienza e sulla valutazione dei risultati. Le comunità non hanno bisogno di slogan contrapposti, ma di politiche efficaci: più prevenzione dove serve, più controllo dove necessario, più inclusione dove possibile. Governare la sicurezza significa partire dall’evidenza dei problemi e misurare concretamente l’efficacia delle risposte. Su questo tema, per troppi anni, nella politica italiana hanno prevalso le scorciatoie. Una parte della destra ha raccontato che bastano pene più severe e più repressione, con frequenti ambiguità discriminatorie. Una parte della sinistra specularmente ha reagito spesso con imbarazzo, come se parlare di sicurezza significasse inevitabilmente accettare una visione chiusa e illiberale della società. Entrambe le posizioni hanno prodotto disastri. La sicurezza deve essere una politica pubblica fondata sull’evidenza: sulla capacità di comprendere i problemi reali, di leggere i dati, di valutare ciò che funziona e ciò che non funziona. È tempo di uscire da questa contrapposizione e di riconoscere che la sicurezza richiede insieme prevenzione e controllo, inclusione sociale e contrasto all’illegalità, cura dello spazio pubblico e presenza delle istituzioni. Perché la domanda di sicurezza che arriva dai cittadini non è una domanda da strumentalizzare. È la richiesta di poter vivere serenamente la propria città. È la richiesta di una ragazza che torna a casa da sola la sera; di un anziano che vuole prendere il treno senza paura; di un commerciante che ogni mattina apre il proprio negozio, di un immigrato regolare che desidera vivere in un quartiere ordinato; di una famiglia che sceglie il trasporto pubblico; di un pendolare che attraversa ogni giorno una stazione ferroviaria. La sicurezza è uno dei presupposti fondamentali della libertà. Se le persone hanno paura, rinunciano a utilizzare gli spazi pubblici. Quando gli spazi pubblici si svuotano, vengono occupati da chi vive nell’illegalità. È un meccanismo noto da decenni in tutte le città del mondo. Per questo motivo il contrario della sicurezza non è soltanto la criminalità. È anche l’abbandono. Le città più sicure non sono necessariamente quelle caratterizzate da una maggiore presenza di apparati di controllo, ma quelle che riescono a mantenere vivi e frequentati i propri spazi pubblici: illuminazione, commercio, servizi, cultura e presenza quotidiana delle persone rappresentano infatti elementi essenziali della sicurezza urbana. La migliore forma di presidio è spesso costituita da una comunità che vive, utilizza e si appropria degli spazi della città. Questa impostazione non implica alcuna sottovalutazione del ruolo della repressione dei fenomeni criminali. Chi delinque deve essere evidentemente perseguito e va sottolineato che le forze dell’ordine svolgono un compito fondamentale che merita adeguate risorse, strumenti e riconoscimento. Sarebbe tuttavia riduttivo ritenere che la sicurezza possa essere costruita esclusivamente attraverso l’intervento repressivo. La sicurezza nasce prima, nelle condizioni sociali e urbane che rendono una comunità più coesa, più ordinata e meno vulnerabile al degrado e all’illegalità. La prevenzione si realizza quando gli edifici abbandonati vengono recuperati, quando le piazze tornano a essere illuminate e frequentate, quando le attività economiche riaprono e quando i servizi sociali e sanitari riescono a intercettare le situazioni di fragilità prima che si trasformino in esclusione e marginalità. È il momento in cui la prevenzione incontra la legalità e le politiche sociali dialogano con gli interventi di sicurezza pubblica. Questa visione non parte da zero. Negli ultimi venticinque anni la Regione Emilia-Romagna ha sostenuto concretamente le politiche locali per la sicurezza urbana e la prevenzione attraverso il finanziamento di oltre 650 progetti promossi dagli enti locali, destinando complessivamente oltre 40 milioni di euro. Un impegno che ha consentito di sperimentare modelli innovativi di collaborazione, riqualificazione e presidio del territorio. Oggi, di fronte alle nuove sfide poste dalle fragilità sociali e dalla sicurezza delle aree più sensibili, la Regione Emilia-Romagna rilancia in modo ancora più significativo questo tipo di investimento, prevedendo uno stanziamento di almeno 20 milioni di euro nel prossimo biennio per rafforzare ulteriormente le politiche integrate di sicurezza urbana, legalità e coesione sociale nelle aree delle principali stazioni ferroviarie. Per questa ragione risultano indispensabili politiche integrate e una forte collaborazione istituzionale. Stato, regioni, comuni, prefetture, aziende ferroviarie, gestori del trasporto pubblico e Terzo settore sono tutti portatori di competenze e responsabilità che devono concorrere a un obiettivo comune. Nessun soggetto istituzionale è in grado di affrontare da solo problemi complessi che richiedono risposte coordinate e multidimensionali. Le stazioni ferroviarie rappresentano il luogo in cui questa esigenza di collaborazione emerge con maggiore evidenza. Questa consapevolezza è resa ancora più urgente da una recente tragica vicenda che ha profondamente colpito le nostre comunità. L’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, avvenuto nel gennaio scorso nei pressi della stazione di Bologna, dovrebbe indurre tutti a superare le letture semplificate del tema della sicurezza: quel fatto ha mostrato come le stazioni ferroviarie rappresentino oggi un banco di prova della capacità delle istituzioni di governare fenomeni complessi. Le stazioni ferroviarie costituiscono spazi nei quali si sovrappongono proprietà, funzioni e competenze differenti e dove, troppo spesso, la frammentazione delle responsabilità ha prodotto ritardi e immobilismo. Occorre invece una strategia condivisa capace di trasformarle in luoghi sicuri, attrattivi e pienamente integrati nel tessuto urbano. In questa prospettiva sarebbe necessario un grande piano nazionale dedicato alle stazioni ferroviarie, concepito non soltanto come programma infrastrutturale, ma come progetto di rigenerazione urbana e civile. Ogni stazione dovrebbe poter contare su presidi adeguati, servizi accessibili, attività economiche vitali, spazi culturali, illuminazione moderna, tecnologie intelligenti, decoro, pulizia e presenza umana qualificata. Una stazione non è semplicemente un nodo di trasporto: è la porta della città e contribuisce in modo decisivo alla percezione della sicurezza e alla qualità della vita urbana. Occorre inoltre superare una contrapposizione spesso artificiale tra inclusione sociale e sicurezza. L’inclusione non è l’alternativa alla sicurezza, ma uno dei suoi strumenti più efficaci; allo stesso tempo, la sicurezza costituisce una condizione indispensabile per l’inclusione. Una persona lasciata nel degrado e nell’emarginazione avrà maggiori difficoltà a costruire un percorso di autonomia, così come una comunità non può accettare che il disagio sociale diventi una giustificazione dell’illegalità. Legalità e inclusione devono pertanto procedere insieme, all’interno di una visione che coniughi responsabilità e solidarietà, fermezza e attenzione alle fragilità. Per queste tante ragioni, la sicurezza delle stazioni ferroviarie e delle aree urbane più fragili dovrebbe diventare un terreno di convergenza tra culture politiche diverse e non l’ennesimo ambito di contrapposizione. Le sfide che riguardano la qualità dello spazio pubblico, la lotta al degrado, la prevenzione delle fragilità sociali e il contrasto alla criminalità interessano indistintamente tutte le comunità e richiedono risposte condivise. È auspicabile che lo Stato e le sue forze di Polizia insieme a regioni ed enti locali sappiano costruire un impegno bipartisan fondato sulla collaborazione istituzionale e sulla continuità delle politiche pubbliche. Perché la sicurezza non appartiene a una parte politica: appartiene ai cittadini e alle cittadine. La capacità delle istituzioni di lavorare insieme per garantire città più sicure, inclusive e vivibili rappresenta una delle condizioni essenziali per rafforzare la fiducia nella democrazia e nelle istituzioni. E oggi la fiducia rappresenta ragionevolmente una delle infrastrutture pubbliche più preziose di cui il Paese abbia bisogno. *Presidente della Regione Emilia-Romagna Strage di Bologna, alla storia segue la magistratura di Giovanni De Luna La Stampa, 3 agosto 2026 Quel giorno, il 2 agosto 1980, la stazione di Bologna era particolarmente affollata. C’era chi tornava dalle vacanze e c’era chi partiva. Una folla festaiola e inerme, inconsapevole e perciò innocente. Quella gente, nel suo anonimato, era il bersaglio ideale per chi, come i fascisti, aveva sempre “sparato nel mucchio” lungo l’arco di tutto il decennio della “strategia della tensione”, inaugurato, non a caso, con i morti e le bombe alla Banca dell’Agricoltura, il 12 dicembre 1969, a Milano. Questa linea è stata storicamente certificata. E la strage di Bologna vi rientra pienamente in tutti i suoi elementi essenziali: gente qualunque come bersaglio; i fascisti come protagonisti oltre che esecutori materiali; apparati dello Stato in funzione di copertura o addirittura di mandanti. Era lo stesso copione che si sarebbe dovuto recitare a Bologna; i depistaggi cominciarono subito (la prima “voce” fu che era esplosa una caldaia) e uno resiste ancora oggi (quello del coinvolgimento dei palestinesi) almeno da come è adombrato nelle parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Ma alla storia è seguita la magistratura, che ha fatto piena luce sugli esecutori, i mandanti e il contesto in cui maturò quel tragico evento e ha evitato che a proposito di Bologna si possa parlare di “strage di Stato” così come si è fatto, giustamente, per piazza Fontana. In questo senso ha ragione Mattarella quando parla di vittoria della democrazia e delle sue istituzioni; però meglio sarebbe stato parlare di “rivincita” dopo la debacle del 12 dicembre 1969. Allora il segreto e l’oscurità privarono gli istituti della nostra democrazia di ogni trasparenza, alimentando nell’opinione pubblica sfiducia e fughe in avanti; dieci anni dopo non fu più così e il nostro sistema politico ebbe la forza di uscire dal pantano in cui volevano affogarlo le forze eversive di destra. Il terrorismo di sinistra era stato già sconfitto dalla magistratura, la stessa che fece piena luce sull’attentato e che si candidò allora a un ruolo di supplenza di una classe politica pronta ad amputarsi di una fetta del suo potere pur di sopravvivere. Bologna fu una mazzata anche per quella destra neofascista che stava faticosamente prendendo le distanze dallo stragismo e dal terrorismo nero. Il suo fascismo era quello intravisto da Pierpaolo Paolini: consumi a gogò, “campi hobbit” e Tolkien come riferimenti culturali per un pizzico di esotismo, e, soprattutto, uno svincolarsi dalle iniziative degli apparati deviati dello Stato. Le 86 vittime e gli oltre 200 feriti della bomba erano troppi anche per chi decantava le virtù pacifiche dei piccoli hobbit. Oltre al troppo intenso odore di marcio che esalava quell’attentato e che rendeva di colpo insicuro il cammino istituzionale intrapreso dai camerati. Cominciò allora un balletto che arriva fino ad oggi: Giorgia Meloni parla di terrorismo rinunciando all’aggettivo fascista che i magistrati hanno invece rilevato nella loro indagine. Ma è ancora una volta la storia a venire in loro aiuto: Bologna era ed è la vetrina di quel comunismo emiliano pragmatico, poco ideologico, molto caro ai ceti medi e alla borghesia imprenditoriale. Colpirla era nella logica dei fascisti. Ma anche qui avevano fatto i conti senza l’oste. Ci ricordiamo tutti il pullman del servizio pubblico, con gli sportelli aperti e il pianale trasformato in ambulanza: simbolo di una città che in quella tragica giornata ritrovò la sua anima e i valori fondanti della sua esistenza collettiva. Barcellona Pozzo di Gotto (Ms). Morto in carcere un 33enne barcellonese, disposta l’autopsia 98zero.com, 3 agosto 2026 L’avvocato Pino: “Accertare ogni eventuale responsabilità”. La Procura di Barcellona Pozzo di Gotto ha aperto un’indagine sul decesso avvenuto nella casa circondariale “Vittorio Madia”. I familiari chiedono di fare piena luce sulla vicenda. Sono state avviate le indagini per chiarire le circostanze della morte di un giovane di 33 anni, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, trovato senza vita nella notte all’interno della propria cella della casa circondariale “Vittorio Madia”. Secondo una prima ricostruzione, si tratterebbe di un gesto volontario. Tuttavia, i familiari della vittima, attraverso il loro difensore, l’avvocato Gaetano Pino, hanno chiesto che vengano svolti tutti gli accertamenti necessari per verificare l’eventuale sussistenza di responsabilità di terzi. Il pubblico ministero della Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto, Emanuela Scali, ha disposto l’autopsia sulla salma, affidando l’incarico al medico legale Elvira Ventura Spagnolo. L’esame autoptico, in programma il prossimo 4 agosto, dovrà accertare le cause del decesso ed eventuali profili di responsabilità. L’avvocato Pino ha inoltre richiesto il sequestro delle cartelle cliniche e delle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti all’interno della struttura penitenziaria. “La tragedia avvenuta la scorsa notte impone una riflessione sia perché ha perso la vita un giovane innocente che per rispetto dei suoi familiari e di tutti i detenuti. L’episodio è avvenuto all’interno della struttura carceraria. Si tratta, pertanto, di un uomo che, come migliaia di detenuti, è affidato allo Stato. È dovere dell’Amministrazione curare il benessere psicofisico delle detenute e dei detenuti ed assicurare la relativa tutela e protezione soprattutto quando sussistono circostanze particolari che ne impongono la massima attenzione e scrupolo nell’ordinaria gestione. Se questi principi non vengono adeguatamente rispettati purtroppo le conseguenze sono tragiche ed a perdere sono sempre i soggetti più deboli che invece devono essere proprio maggiormente tutelati”. Il legale aggiunge che “sono state richieste alla Procura competente tutte le attività investigative al fine di accertare esattamente se vi sono responsabilità di terzi trattandosi di un evento tragico, che con più attenzione ed adeguata cautela, si sarebbe potuto evitare”. Infine, conclude: “L’Autorità Giudiziaria si è tempestivamente attivata per stabilire se sussistono specifiche altrui responsabilità che hanno contribuito a determinarne l’evento tragico. È doveroso sia perché un giovane non può perdere la vita in queste condizioni che per evitare ulteriori episodi tragici che danneggiano i detenuti ai quali, il nostro Stato, deve garantire sempre e sottolineo sempre la massima tutela e tutte le garanzie previste dalla nostra Costituzione”. Teramo. Un detenuto egiziano di 48 anni si è tolto la vita nel carcere di Castrogno piazzarossetti.it, 3 agosto 2026 Dopo la morte di un detenuto di 48 anni nel carcere di Castrogno, a Teramo, il deputato abruzzese di Azione, Giulio Sottanelli, torna a denunciare le criticità dell’istituto penitenziario, chiedendo interventi urgenti al Ministero della Giustizia. Secondo le prime ricostruzioni, ancora al vaglio degli inquirenti e in attesa degli esiti dell’autopsia, il decesso potrebbe essere stato causato da un arresto cardiaco provocato dall’inalazione del gas di una bomboletta da campeggio. Se confermata, sarebbe la seconda morte con le stesse modalità nello stesso carcere in appena due mesi, dopo quella di un detenuto di 25 anni avvenuta il 31 maggio. Sottanelli ricorda come il 20 giugno il sindacato di Polizia Penitenziaria SAPPE avesse lanciato un appello pubblico denunciando una situazione definita insostenibile: 50 unità di personale mancanti, 453 detenuti a fronte di 255 posti regolamentari, un tasso di sovraffollamento del 178%, centinaia di ore di straordinario non retribuite, oltre a problemi legati alla presenza di detenuti con gravi patologie psichiatriche e a episodi di introduzione illecita di telefoni cellulari tramite droni. “Ho raccolto quell’appello presentando un’interrogazione al ministro Carlo Nordio per chiedere il pagamento delle competenze arretrate e il potenziamento dell’organico - afferma il parlamentare -. Da allora sono passati 45 giorni: il quadro è rimasto identico e c’è un decesso in più”. Per Sottanelli, il sovraffollamento, la carenza di personale e l’insufficienza dell’assistenza sanitaria e psicologica impediscono di garantire un controllo efficace della popolazione detenuta. “Gli agenti hanno tentato a lungo di rianimare quell’uomo, come era già accaduto a maggio. Stanno sostenendo un sistema che lo Stato ha smesso di presidiare”. Il deputato annuncia infine di voler chiedere formalmente al Ministero della Giustizia e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria l’invio di ispettori nel carcere di Castrogno e una relazione sulle misure adottate dopo il precedente decesso del 31 maggio in materia di monitoraggio sanitario e sorveglianza. Siracusa. “Caldo estremo, topi e serpenti: è emergenza a Cavadonna” di Francesco Nania La Sicilia, 3 agosto 2026 Il Garante dei detenuti, Villari: la sofferenza è evidente nei volti dei detenuti. “L’istituto penitenziario di contrada Cavadonna necessita di un intervento ispettivo, finanziario e strutturale straordinario e urgente. Non è possibile gestire una massa critica di oltre 720 detenuti in condizioni di surriscaldamento estivo, blocco totale dei sistemi di sollevamento e ridotti presidi di sicurezza e sanitari”. È dura e schietta la relazione del garante dei diritti delle persone private della libertà, ospiti della casa circondariale aretusea. Si tratta dell’ennesima fotografia che mette a nudo le tante criticità della struttura detentiva a cominciare dal “grave e cronico sovraffollamento”. Alla data della visita, avvenuta la scorsa settimana, è stata rilevata la presenza di 724 detenuti mentre nell’ultimo periodo la popolazione detenuta si è mantenuta costantemente sopra la soglia delle 700 presenze. “Questa pressione numerica - si legge nella relazione del garante dei detenuti, Giovanni Villari - amplifica drammaticamente gli effetti della morsa di calore. La sofferenza è evidente nei volti e nei corpi, segnati da una stanchezza strutturale che affligge l’umore e le prestazioni fisiche sia del personale di polizia penitenziaria sia della popolazione detenuta. Quest’ultima è costretta a rimanere pressoché stabilmente stazionata all’interno delle aree di detenzione. Infatti, i passeggi all’aria aperta non vengono fruiti dalla totalità dei ristretti proprio a causa dell’eccessiva calura”. Villari rileva che, a differenza degli anni passati, nelle aree passeggio non sono presenti nebulizzatori d’acqua per mitigare gli effetti termici. “I ristretti più fragili - fa notare Villari - ricorrono massicciamente all’infermeria anche solo per il controllo della pressione arteriosa o per ricevere rassicurazioni sul proprio stato di salute. A questi si sommano i detenuti affetti da patologie croniche certificate”. I detenuti continuano a segnalare il problema delle parassitosi da letto e la diffusa, presenza di ratti, in particolare nelle aree esterne. A ciò si aggiungerebbe la presenza di piccoli serpenti all’interno della zona penitenziaria. Una delle criticità più gravi riscontrate dal garante dei detenuti, riguarda il totale malfunzionamento degli impianti di elevazione. Da diversi mesi gli ascensori fuori servizio sarebbero otto. “Il preventivo stimato per il loro ripristino - è scritto nella relazione di Villari - oscillerebbe sui 30mila euro. L’iter finanziario da attivare prevede che i fondi debbano essere stanziati dall’ufficio regionale del Provveditorato. Tuttavia, questo meccanismo burocratico risulta ad oggi estremamente lento, appesantito anche dall’elevato numero di richieste provenienti dagli altri istituti della regione Sicilia. L’area sanitaria della casa circondariale versa in uno stato di sofferenza anche organica. Il numero complessivo di medici che prestano servizio nella casa circondariale è ridotto a cifre del tutto improponibili per garantire una copertura efficiente. “A causa di questa scopertura cronica - scrive il garante - accade frequentemente che i turni non trovino un cambio puntuale o che i medici montanti non riescano a raggiungere l’istituto per concomitanti e giustificati motivi professionali. Questa dinamica genera uno stato di spossatezza psicofisica del personale sanitario che impatta inevitabilmente sulla prontezza dell’assistenza”. Siracusa. “Ristretti in Agosto”: avvocati penalisti in visita nelle carceri siracusane di Giulio Perotti siracusanews.it, 3 agosto 2026 La Camera Penale “Pier Luigi Romano” di Siracusa aderisce anche quest’anno a “Ristretti in Agosto”, l’iniziativa nazionale promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dal suo Osservatorio Carcere, che ogni anno, nel mese di agosto, porta gli avvocati penalisti all’interno degli istituti penitenziari. Agosto è il mese in cui il carcere diventa più invisibile: si svuotano gli uffici, si diradano le attività trattamentali, si allentano i contatti con l’esterno, mentre il caldo rende ancora più gravose le condizioni di detenzione già segnate dal sovraffollamento. Proprio per questo, l’avvocatura penale ha scelto di essere presente quando l’attenzione pubblica si affievolisce, per osservare, ascoltare e riferire. Le visite non sono un gesto simbolico ma l’esercizio di una responsabilità civile: verificare con i propri occhi il rispetto della dignità della persona detenuta, il funzionamento dei servizi sanitari, gli spazi di lavoro, di studio e di affettività, e restituire alla collettività un’informazione fondata sui fatti. L’articolo 27 della Costituzione impone che la pena non consista in trattamenti contrari al senso di umanità e tenda alla rieducazione del condannato; un principio che va misurato ogni giorno, dentro le mura, non soltanto enunciato. Il programma predisposto dalla Camera Penale di Siracusa copre, come lo scorso anno, tutti e tre gli istituti penitenziari della provincia: Casa di Reclusione di Augusta, venerdì 7 agosto 2026, alle 10; Casa di Reclusione di Noto, martedì 11 agosto 2026, alle 10; Casa Circondariale di Siracusa “Cavadonna”, venerdì 14 agosto 2026, alle 10. Alle visite parteciperanno gli avvocati iscritti alla Camera Penale, insieme a rappresentanti delle istituzioni parlamentari, degli enti locali e della magistratura, che hanno accolto l’invito a condividere questo percorso di conoscenza diretta della realtà penitenziaria. La Camera Penale “Pier Luigi Romano” di Siracusa ringrazia le Direzioni degli istituti e il personale di Polizia Penitenziaria per la collaborazione e rivolge alla cittadinanza un invito a non voltare lo sguardo. Le condizioni delle carceri non riguardano soltanto chi vi è recluso, ma la qualità civile e democratica dell’intera comunità. Del resto, e non a torto, il grado di civiltà di una società si misura dalle sue prigioni. Latina. Il Garante regionale dei detenuti: nel carcere affollamento al 208% news-24.it, 3 agosto 2026 Il carcere di Latina sfiora il 210% di sovraffollamento (208%), primo, in questa non edificante graduatoria, tra gli istituti del Lazio, dove ovunque l’affollamento è da record, con un tasso pari al 149% a fronte di una media nazionale del 139%. Il dato è contenuto nella relazione del Garante dei detenuti Stefano Anastasia resa in occasione del bilancio di dieci anni di attività, al termine del suo secondo e ultimo mandato. Anastasia ha infatti annunciato di non aver partecipato al nuovo Bando della Regione Lazio per la copertura dell’Ufficio. Riferendosi all’affollamento dei penitenziari del Lazio, il Garante ha sottolineato che si tratta di una situazione che aggrava le condizioni di vita e la sicurezza non solo delle persone detenute, ma anche del personale in servizio nelle carceri e ha richiamato l’urgenza di politiche di riduzione della detenzione e di potenziamento delle misure alternative, sottolineando che l’aumento dei posti nelle Rems e nelle strutture penitenziarie non risolverà i problemi di fondo se non si affrontano le cause profonde, come la mancanza di risposte sul territorio e un sistema di salute mentale troppo fragile. Anastasìa ha evidenziato come il sovraffollamento, il personale insufficiente e le condizioni di lavoro precarie contribuiscano ad aumentare i rischi di autolesionismo e suicidi, richiedendo interventi strutturali e risposte più efficaci. Richiamati nella relazione anche i numeri delle istanze individuali trattate dall’Ufficio del Garante, 3600 quelle trattate grazie alle convenzioni attivate : “L’attività del Garante si è intensificata, con oltre 3.600 istanze individuali ricevute nel 2025, 500 in più che nel 2024, 2500 in più di quante ne riusciva a seguire il suo ufficio nel 2023, quando non erano ancora a regime gli sportelli affidati a università e associazioni, focalizzandosi su assistenza sanitaria, trasferimenti, misure alternative e condizioni di detenzione”. Il Garante ha concluso sottolineando l’importanza di un sistema penitenziario orientato al recupero e alla speranza, favorendo opportunità di reinserimento sociale e riducendo le disparità sociali e culturali. Ha ringraziato tutte le persone e le istituzioni che hanno collaborato nel corso degli anni e ha espresso la speranza che il lavoro svolto possa continuare con autonomia e impegno anche nel futuro, affinché la tutela dei diritti delle persone private della libertà sia sempre più vicina alla dimensione di prossimità e di responsabilità democratica. Como. Braga (Pd): “415 detenuti per 225 posti, a rischio diritti e sicurezza” ilsaronno.it, 3 agosto 2026 “Questa mattina ho visitato il carcere del Bassone di Como, uno degli istituti più sovraffollati della Lombardia: 415 detenuti a fronte di una capienza di 225 posti. Qui è presente una sezione femminile tra le più numerose - 51 donne, per fortuna nessun bambino o bambina - ed è l’unica sezione presente in Regione Lombardia per detenuti che stanno affrontando percorsi di transizione. Un sovraffollamento evidente e una situazione aggravata dalla carenza di personale di polizia penitenziaria, educatori, mediatori e operatori sanitari, che rende ancora più difficili le condizioni di vita e di lavoro all’interno della struttura. Il caldo ovviamente non fa che peggiorare le condizioni generali”. Così in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, al termine della visita al carcere del Bassone a Como. “Il Bassone rappresenta una realtà purtroppo comune a molte carceri italiane, dove tensioni e carenza di risorse compromettono sicurezza e percorsi di reinserimento. Il Partito democratico con la campagna ‘Bisogna aver visto’ e la visita periodica dei suoi parlamentari nelle carceri italiane vuole riportare il tema al centro dell’attenzione del Governo e chiede investimenti, assunzioni, misure alternative alla detenzione e un impegno concreto in primo luogo del Ministro Nordio per affrontare l’emergenza carceraria. Il carcere non può continuare a essere terreno di propaganda: è un luogo in cui lo Stato deve garantire insieme sicurezza, dignità e rispetto dei principi costituzionali”, conclude. Novara. Contro il grande caldo ventilatori in dono ai detenuti di Marco Benvenuti La Stampa, 3 agosto 2026 Col caldo estremo di questi giorni anche un ventilatore può fare la differenza. Le temperature estive opprimenti continuano a gravare sugli istituti penitenziari italiani, e la casa circondariale di via Sforzesca a Novara non fa eccezione. Tra cemento, spazi ristretti e criticità strutturali, la gestione dell’ondata di caldo è diventata una vera e propria emergenza per la popolazione detenuta, e non solo. In questo contesto di forte disagio, la Camera penale di Novara ha deciso di intervenire con un’azione concreta e immediata, acquistando e donando dieci ventilatori destinati alle sezioni più esposte all’afa. Il punto con il presidente dei penalisti - Dice l’avvocato Federico Celano, presidente dei penalisti: “Le criticità del carcere sono note. Con questo piccolo ma concreto gesto abbiamo voluto offrire un sollievo immediato a chi vive negli spazi più caldi dell’istituto, ribadendo al contempo l’attenzione della nostra associazione verso la dignità della pena, come previsto dall’articolo 27 della Costituzione”. L’iniziativa, promossa e interamente finanziata dalla Camera penale (analoghe iniziative sono state fatte in questi giorni a Modena, Arezzo, Grosseto, Avellino, nelle Marche), è stata concordata con la direzione della struttura, che ha già provveduto a distribuire i dispositivi nei punti dove il surriscaldamento ambientale risulta più critico. Cento detenuti nel circuito ordinario - Attualmente l’edificio di via Sforzesca ospita circa cento detenuti nel circuito ordinario, costretti a convivere con impianti spesso malfunzionanti, se non del tutto assenti. Non c’è più la sezione 41 bis, chiusa a giugno col trasferimento dei detenuti a Vigevano. “Continueremo a monitorare le condizioni detentive - aggiunge l’avvocato Celano - e a sollecitare le istituzioni competenti affinché intervengano in modo strutturale”. I penalisti rinnovano infatti l’invito alle istituzioni locali e nazionali a un impegno concreto per il miglioramento delle condizioni di vita nell’istituto penitenziario del territorio, e garantisce la propria attenzione all’appello di recente lanciato dal garante comunale dei diritti delle persone private della libertà, Nathalie Pisano, sul destino degli spazi lasciati liberi nell’area un tempo riservata ai detenuti del 41 bis. Il sostegno del garante Nathalie Pisano - Proprio il garante Pisano conferma la difficile situazione di questi giorni: “Teniamo presente che le celle sono dei cubi di cemento. Ma il problema non è solo per i detenuti: penso anche ai dipendenti della casa circondariale, agli agenti della penitenziaria. Vivono tutti nelle stesse condizioni. Anche il cortile è in cemento, la situazione non cambia di molto rispetto all’interno. Fra l’altro la stessa ora d’aria, a causa dell’ondata di caldo, è stata spostata e modulata in momenti più consoni della giornata”. Napoli. Lazzarelle, la coop che dà lavoro alle detenute, resiste e si moltiplica di Vera Viola Il Sole 24 Ore, 3 agosto 2026 Dalla torrefazione del caffè al bistrot, poi il catering, le pulizie e una buvette: le numerose attività di riqualificazione promosse a Napoli. La cooperativa Lazzarelle diversifica e cresce: neanche il sisma nei Campi Flegrei è riuscito a indebolirla. Si tratta di un’impresa sociale che ha avviato nel 2011 la produzione di caffè all’interno del carcere femminile campano di Pozzuoli _ per iniziativa di Imma Carpiniello, laureata in scienze politiche e con forte piglio imprenditoriale _ e ha poi aperto anche un bistrot nella Galleria Principe di Napoli. Obiettivo della cooperativa è dare lavoro alle donne detenute, permettere loro di disporre di un po’ di denaro guadagnato onestamente, dissuaderle dalla recidiva, e imparare un mestiere spendibile quando ritorneranno alla vita normale. Il progetto dapprima incontra resistenze, poi le donne coinvolte si appassionano e trascinano altre. Va a regime e produce senza dubbio effetti positivi. Ma il bradisisma nell’area dei Campi Flegrei, nel maggio 2024, con una scossa di magnitudo 4.4, mette ko proprio l’attività principale, quella della produzione di caffè. Il carcere di Pozzuoli, infatti, che è sede dell’attività di torrefazione, viene danneggiato dal sisma: si aprono crepe nelle celle e in altre parti dell’edificio storico, un ex convento quattrocentesco. Così si rende necessaria l’evacuazione delle circa 140 detenute che prima vengono portate nel cortile per sicurezza e poi trasferite in altri istituti penitenziari della regione. Buona parte di esse viene trasferita in un braccio del penitenziario di Secondigliano, sempre a Napoli. Dove gli spazi disponibili sono pochi. E non vi è nessuna possibilità di trasferirvi anche le attività delle Lazzarelle. Si teme quindi che la coop debba ridimensione o addirittura cessare la propria attività. Invece no. “Ci siamo appoggiate a una torrefazione esterna condotta da amici già impegnati nel terzo settore _ racconta la promotrice _ è una sistemazione provvisoria. Stiamo cercando altri spazi in cui riorganizzare la produzione”. Poi aggiunge: “In verità non ci siamo mai fermate. E lo shock causato dal bradisismo ci ha spinto a fare ancora altro”. In primo luogo viene implementata l’attività del bistrot nella Galleria Principe, di fronte al Mann, il Museo archeologico di Napoli, uno dei più importanti e ricchi del mondo, sempre affollato di turisti. Realizzato nel 2013 grazie al supporto della Fondazione Charlemagne, il Bistrot Lazzarelle vuole essere un luogo in cui, attraverso il cibo, la convivialità, e il piacere di un caffè o di un’insalata, si partecipa attivamente all’empowerment di donne e uomini detenuti ed ex detenuti di molte delle carceri italiane e alla diffusione della cultura del ripensare il carcere da sistema punitivo a luogo di reinserimento sociale. Il bistrot diventa anche un punto di riferimento culturale, viene infatti utilizzato anche per mostre, convegni, incontri, presentazioni di libri. Queste attività si intensificano e cresce il numero di donne che vi lavorano. Poi parte una nuova cooperativa che si occupa di catering, per eventi pubblici, convegni di ogni tipo ed anche eventi e feste private. La cucina è collocata all’interno dei locali annessi alla Chiesa del Pio Monte della Misericordia, altro monumento del centro storico di Napoli, più noto perchè ospita Le sette Opere della Misericordia di Caravaggio. La cooperativa assume una chef e una pasticciera, coinvolge poi 5 donne detenute e così parte un’altra avventura di rieducazione e di economia. Parallelamente, avendo avvertito la necessità di cominciare a fare anche manutenzione dei locali utilizzati nelle varie attività, viene costituita la cooperativa per le pulizie. Questa presto amplia il portafoglio clienti, dai locali in uso alla coop, si aggiungono altri fino ad includere nel portafoglio clienti anche 40 b&b nel centro storico di Napoli. Qui vi lavorano altre 8 donne. Infine, è stata inaugurata recentemente una buvette presso il Consolato francese a Napoli, che è gestita da donne detenute. I progetti in cantiere sono ancora numerosi. Lazzarelle una delle iniziative fiorite a Napoli che fa leva su arte, monumenti, turismo per promuovere la riqualificazione urbana e anche sociale, dal punto di vista economico riesce ad autosostenersi, e poi ai suoi introiti può sommare anche contributi di Fondazione Con il Sud, Fondazione San Zeno: oggi coinvolge più di 20 donne, lavoratrici. Tutte con un regolare contratto di lavoro. Laureana di Borrello (Rc). I detenuti diventano assaggiatori di oli vergini di oliva di Giuseppe Mancini lacnews24.it, 3 agosto 2026 Cerimonia di consegna degli attestati nell’ambito del progetto “Coltivare speranze” coordinato da Anna Rotella (Archeoclub). Fulvia Caligiuri, direttrice Arsac: “La vera rieducazione nasce attraverso l’approfondimento e la professionalità”. Una speranza, un riconoscimento concreto, una tappa da cui ripartire per un futuro migliore. Alcuni detenuti dell’Istituto di custodia attenuata “Luigi Daga” di Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, sono diventati assaggiatori di oli vergini di oliva. L’iniziativa si è svolta all’interno del progetto di agricoltura e formazione “Coltivare Speranze”, già partito da alcune settimane nelle carceri della Calabria. Il corso, tenuto da personale docente dell’ARSAC (Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese), da docenti della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti di Archeoclub d’Italia, è tra quelli previsti nel protocollo di intesa siglato tra la Casa di Reclusione di Laureana di Borrello, ARSAC, l’Ufficio per la Pastorale per la Cura del Creato della Conferenza Episcopale Calabra e l’Archeoclub d’Italia APS. Venerdì 31 luglio si sono svolti gli esami finali e la cerimonia di consegna degli attestati, al termine di un percorso formativo che da settimane vede i detenuti impegnati a lezioni di teoria e pratica. “Si diventa donatori delle chiese e in cambio si ottiene speranza per il futuro - ha spiegato Anna Rotella, archeologa e vicepresidente Archeoclub D’Italia sede di Vibo Valentia, nonché responsabile del progetto “Coltivare speranze” per archeoclub nazionale-. Il progetto si articola su una serie di attività che mirano a dare all’olivo bianco una possibilità di diffusione nel territorio nazionale. Conosciuto anche come “Olivo della Madonna”, era assai diffuso nei secoli passati nelle campagne calabresi, ma col tempo quasi scomparso e dimenticato. Lo stiamo portando presso tutte le chiese in Calabria, grazie alla collaborazione con la conferenza episcopale Calabria. I detenuti, in questo caso, diventano i donatori dell’olivo alle chiese, perché lavorano per la cura e la riproduzione dell’albero all’interno del carcere, e quando è maturo lo donano alle chiese. Così facendo ottengono dall’Arsac la possibilità di ottenere l’attestato di assaggiatori di oli vergini di oliva e di svolgere il corso per il patentino per uso fitofarmaci”. Presente anche il direttore generale dell’ARSAC Calabria, Fulvia Michaela Caligiuri che, con tutto il personale dell’ente, fin dalle prime battute si è prodigata per la realizzazione del progetto: “Tra le nostre attività più importanti ci sono quelle informative e formative, proprio come abbiamo proposto qui nel carcere di Laureana di Borrello. Rappresenta una chance importante per i detenuti. Mi auguro che ci possano essere tante altre iniziative simili, progettualità, perché la vera rieducazione nasce attraverso l’approfondimento e la professionalità”. Molto soddisfatto per l’esito delle prove anche Giuseppe Giordano, agronomo e divulgatore agricolo specializzato, che con Arsac riveste il ruolo di capo panel del comitato d’assaggio degli oli d’oliva e formatore nel settore elaiotecnico: “I detenuti ne sono rimasti entusiasti. Abbiamo trattato tutta la filiera dell’olio, la gestione di un oliveto, la chimica dell’olio, l’abbinamento con i cibi. Hanno acquisito un’esperienza nuova da spendere nel mondo del lavoro”. L’istituto penitenziario di Laureana di Borrello punta fortemente su laboratori e attività artigianali e professionali. La direzione è affidata a Caterina Arrotta e il comando della polizia penitenziaria al Commissario Capo Giuseppe Ramondino, il quale ha affermato: “Il progetto ha visto risultati eccellenti dei detenuti coinvolti, che hanno acquisito un titolo spendibile una volta fuori di qui. Il nostro obiettivo è garantire la speranza di essere riabilitati in società”. La struttura carceraria ospita detenuti a basso indice di pericolosità ed è focalizzata sul reinserimento sociale. Il soggiorno si basa su regole condivise che mirano all’autonomia e alla preparazione al fine pena, come ha spiegato Simona Prossomariti, responsabile area giuridico-pedagogica: “Il nostro è un istituto modello. Nasce con la finalità del recupero e della rieducazione. Quello svolto è stato un corso innovativo. Ci auguriamo di vedere in un ristorante stellato chi ha conseguito l’attestato”. Torino. La Goccia di Lube: il lavoro che restituisce futuro a chi esce dal carcere di Luana Tolomeo interris.it, 3 agosto 2026 Adriano Moraglio racconta l’impegno della Goccia di Lube ETS per il reinserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti, contrastando la recidiva. Adriano Moraglio ha fatto il giornalista professionista lavorando all’Agenzia Ansa e al Sole 24 Ore, svolge l’attività di scrittore (pubblicando più di trenta libri) e da quasi vent’anni è impegnato in attività di volontariato “a favore di detenuti o persone sottoposte a misure alternative al carcere”; guida l’associazione La goccia di Lube ETS che si occupa di chi sta scontando la pena fuori dal carcere seguendone il reintegro nel mondo del lavoro. Un’associazione che opera a Torino dal 2018 “accanto a chi vuole ricominciare nella propria vita con serietà, lealtà e impegno dopo aver vissuto l’esperienza - dura, faticosa, spesso umiliante - della restrizione della libertà: prima in carcere poi al di fuori, con le cosiddette misure alternative”. La goccia di Lube, mira a sensibilizzare la collettività a recuperare chi ha sbagliato nei confronti della società per “una civiltà dell’amore e della giustizia” che “combatte in questo modo la recidiva di ogni reato”. In particolare, di quali categorie di persone si occupa l’associazione La goccia di Lube? “Le persone che seguiamo e alle quali cerchiamo di assicurare un lavoro sono principalmente soggetti che stanno scontando all’esterno la propria condanna (specie nella parte finale della pena) - con l’assegnazione in prova al servizio sociale, o con la detenzione domiciliare, o con la ‘messa alla prova’ invece di essere sottoposte a procedimenti giudiziari per reati minori. Operiamo nel territorio della provincia di Torino e prendiamo in carico adulti o giovani adulti che sono in vario modo sottoposti a restrizioni della libertà per aiutarli, nel loro percorso verso una vita normale, a trovare un posto di lavoro”. Quali sono le difficoltà maggiori per una persona che sta scontando all’esterno la pena residua della sua condanna? “Sicuramente questa è la fase più difficile e rischiosa del ritorno in società che la persona deve affrontare: letto e cibo non sono più assicurati dall’istituto penitenziario ed occorre guadagnarsi da vivere. Parliamo di soggetti particolarmente fragili perché oltre alle restrizioni della libertà devono trovare un lavoro che permetta loro di mantenersi e vivere nella società, con i problemi di tutti i ‘liberi’”. Perché la scelta di occuparti di questa categoria di persone? “Chi sta scontando la pena fuori è gente che vive attorno a noi, nei nostri condomini, che percorre - quando è a loro permesso - le nostre stesse strade, i negozi, le scuole dei figli. Il nostro obiettivo è realizzare progetti per favorire il reintegro di queste persone nel mondo del lavoro. Il lavoro, in quanto strumento principale della realizzazione della persona, costituisce l’aspetto più significativo ai fini della responsabilizzazione dei detenuti. Il lavoro è infatti il mezzo più adeguato, forse l’unico, per costruire una società di uomini liberi e uguali, nel segno dell’art. 3, co. 2° della Costituzione. Il lavoro proprio nella prospettiva del reinserimento della persona nella società diviene un elemento assolutamente insostituibile; il lavoro è il principale strumento per favorire l’abbattimento del fenomeno della recidiva di reati”. Come nasce questo impegno? “Nasce da una ‘azione caritativa’ svolta nell’ambito del circuito penitenziario che sta diventando sempre di più un’opera sociale. Nasce dalle testimonianze di ex detenuti che confermano l’importanza dell’esperienza di lavoro sia dentro l’istituto penitenziario sia all’esterno. L’attività lavorativa consente di impiegare il tempo in modo più proficuo e di progettare un futuro ‘normale’, una volta conclusa l’espiazione della pena. D’altronde, come è noto le opportunità lavorative riducono i casi di recidiva e di ricadute nella devianza. Risultati significativi sul reinserimento degli ex detenuti sono stati raggiunti anche grazie alla formazione professionale che viene svolta all’interno degli istituti penitenziari”. In concreto, quali sono i progetti dell’associazione che mirano ad un autentico percorso di reinserimento sociale? “Nella difficile fase del passaggio dal carcere alla quasi libertà, l’associazione offre processi di accompagnamento, per favorire una società più inclusiva. A fronte del pesante disagio economico e sociale in cui versano queste persone, il nostro obiettivo è quello di fornire un percorso di reinserimento sociale che, attraverso il lavoro, conduca all’emancipazione e alla prevenzione della recidiva. Rientrano in tale ottica, il progetto Impresa Accogliente e le borse di lavoro trimestrali, completamente gratuite per le imprese che si rendano disponibili a ospitare con tirocini in azienda persone in esecuzione penale esterna, con uno stipendio mensile di 800 euro. Si tratta di uno strumento molto agile per mettere alla prova candidati proposti dal progetto e per permettere agli imprenditori di testare le persone”. Stop a inganno e manipolazione: scatta la vigilanza Ue sull’Ia di Gabriele Rosana Avvenire, 3 agosto 2026 Al via da oggi l’attuazione della legge europea su Intelligenza artificiale: scure su chatbot e deepfake E i contenuti prodotti dall’intelligenza generativa dovranno essere “etichettati”. L’Unione europea alza il livello di guardia sull’enorme presenza online di contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Si applica da oggi (2 agosto) una nuova parte dell’AI Act, la prima legislazione al mondo a disciplinare l’Ia. Adottato nel 2024, l’AI Act individua una serie di livelli di rischio nell’uso della tecnologia e prevede un’attuazione a tappe, oltre a multe fino a 15 milioni di euro (o al 3% del fatturato globale annuo) per chi non si uniforma. I primi paletti sono scattati nel febbraio 2025 (con il divieto delle pratiche considerate inaccettabili, come il riconoscimento facciale generalizzato); oggi tocca agli obblighi sulla trasparenza e ai poteri di vigilanza. Per chi usa quotidianamente social network, app di messaggistica e si rivolge ai servizi clienti, il cambiamento sarà piuttosto evidente: vale il principio per cui l’utente deve poter sapere chiaramente se video, immagini o audio sono creati o modificati con l’Ia, oppure ancora se l’assistente virtuale con cui si interagisce è un chatbot e non un essere umano. Insomma, tutti i sistemi di Ia generativa di nuova introduzione dovranno etichettare questi contenuti e servizi con la dicitura “AI” ben visibile. Ciò vale anche per i “deepfake” realistici prodotti interamente dall’intelligenza artificiale riproducendo persone, luoghi o eventi in modo da apparire autentici, e per i testi su questioni di interesse pubblico in assenza di una revisione editoriale umana. Ai sistemi di Ia che sono già presenti sul mercato sono concessi quattro mesi in più di tempo, fino al 2 dicembre, per uniformarsi agli obblighi. In quella data arriverà anche un’altra novità: la messa al bando dell’Ia che spoglia senza consenso creando “deepfake” sessualmente espliciti e materiale di abuso sessuale sui minori. Per Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione europea con delega al Digitale, “stiamo compiendo un passo importante verso un’Intelligenza artificiale che le persone e le imprese possono comprendere e considerare affidabile”. Con l’operatività dei paletti sulla trasparenza, “puntiamo a ridurre inganno e manipolazione, e ad aiutare le persone a fare scelte informate”, aggiungono dall’esecutivo Ue. Sono già circa 190 le compagnie che hanno sottoscritto il codice di condotta sulla trasparenza dei contenuti AI redatto da un gruppo di esperti indipendenti e validato da Bruxelles: tra loro ci sono Big Tech Usa come Google, Meta, Microsoft e grandi società di Ia tra cui OpenAI (che sviluppa ChatGpt) e Anthropic (che sviluppa Claude). Le linee guida prevedono, ad esempio, l’impiego di icone in bianco e nero (“AI”/”generato con l’AI”/”modificato con l’AI”) per etichettare i contenuti di intelligenza artificiale. Ogni azienda potrà, beninteso, sviluppare le proprie. Inoltre, le aziende tech dovranno garantire il rispetto del diritto d’autore e pubblicare un riepilogo dettagliato dei dati usati per l’addestramento dei modelli di Ia. Ccia Europe, l’associazione che rappresenta l’industria digitale, rimane scettica, poiché “un paesaggio in una pubblicità viene equiparato a un discorso politico manipolato. Come accaduto con i banner dei “cookie” nella navigazione online, una volta che le etichette saranno ovunque gli utenti smetteranno di notarle: ciò non tutela nessuno, ma appesantisce l’attività imprenditoriale”. Fin qui le novità immediate per gli utenti. Ma da oggi i cambiamenti riguarderanno anche le istituzioni. In particolare, l’Ufficio per l’Ia della Commissione comincerà a vigilare sui fornitori dei grandi modelli di Intelligenza artificiale generativa, compresi quelli integrati nei motori di ricerca, e su quelli più avanzati che presentano rischi biologici, per la cybersicurezza o i diritti fondamentali. Le autorità nazionali saranno responsabili di sorvegliare tutti gli altri. “È un passaggio storico, siamo i primi a dotarci di un’autorità con pieni poteri per vigilare sui modelli di Ia più avanzati. Ma la Commissione deve dimostrare di saper usare questi strumenti fin dai primi casi”, afferma l’eurodeputato del Pd Brando Benifei, relatore parlamentare dell’AI Act: “Il resto del mondo ci guarda. La credibilità delle nostre regole si misurerà sulla loro applicazione concreta”. Migranti. Sorvegliare e punire: l’Italia cavalca la tragedia di Ceuta di Enrica Riera Il Domani, 3 agosto 2026 Esternalizzare i flussi migratori e creare hub in paesi terzi del nord Africa: è la piattaforma che la premier porterà martedì all’Ue. Frontex smonta la retorica dell’invasione: “Nel 2026 i flussi sono diminuiti”. Papa Leone: “Per i migranti ci vuole giustizia”. E la Guardia civil identifica gli 007 tra i migranti che hanno attraversato il confine. Ordine, difesa, sicurezza. Esternalizzare la gestione dei flussi migratori, favorire i rimpatri in paesi terzi, introdurre norme che criminalizzano la migrazione, rendere più complicato l’accesso alla protezione internazionale, usare la detenzione amministrativa come politica di asilo. E soprattutto stabilire controlli alle frontiere interne. Per Giorgia Meloni il caso Ceuta è stata quasi una benedizione. O almeno il pretesto perfetto, a un anno dal voto, per manifestare, con ancora più forza, le sue idee di politica migratoria. Meloni spacca l’Europa per isolare Madrid. Presunte emergenze - Quella da giocare nelle prossime ore è una partita politica fondamentale per la premier che ha caldeggiato il vertice di (presunta) emergenza di martedì coi ministri dell’Interno dell’Europa e, dunque, per velocizzare l’iter di una pratica che, insieme al suo esecutivo, ha molto a cuore: l’apertura dei return hubs, i centri di rimpatrio nei paesi terzi, sul modello del protocollo Italia-Albania. Come anticipato da diverse testate e confermato a Domani da fonti di Chigi, l’Italia, con il numero uno del Viminale Matteo Piantedosi, domani porterà sul tavolo del Consiglio europeo la proposta di creare i nuovi hub per i migranti irregolari: l’idea è di reperire le risorse dai fondi europei e, inoltre, ci sarebbe già una lista preliminare di paesi da coinvolgere attivamente. Si va dal Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, passando per la Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, fino all’Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia. Paesi con cui chi verrà trasferito non avrà probabilmente alcun tipo di legame. “La direzione giusta” per fermare i flussi, aveva detto la premier sul progetto. “Deportazioni”, avevano replicato le opposizioni. Ma Meloni, forte della crisi dei migranti nell’enclave spagnola, tira dritto, nonostante le critiche piovute dalla minoranza (il Pd le ha chiesto di riferire in Parlamento) e dal leader Sanchez che ha polemizzato sulla scelta dell’Italia di sospendere temporaneamente Schengen. “Non ce n’era bisogno - ha detto sui social il parlamentare di Avs, Nicola Fratoianni - Ceuta è al di fuori dell’area di libera circolazione delle persone disciplinata da Schengen: sostenere che chi l’ha raggiunta in queste ore possa raggiungere l’Europa è impossibile”. Eppure è quello che ha fatto la premier “che - ha aggiunto Fratoianni - la geografia la conosce”. Analoghe le parole dell’altro leader di Avs, Angelo Bonelli, che ha parlato di “operazione costruita a tavolino”. Tra l’altro la Guardia Civil avrebbe anche identificato diversi agenti legati ai servizi segreti marocchini tra gli oltre 60mila migranti che hanno attraversato il confine. “Meloni - ha detto il deputato - ha sfruttato cinicamente la vicenda. Chieda scusa”. E poi il numero uno dell’M5s Giuseppe Conte: “È stata una mossa vannacciana, per non farsi scavalcare da Vannacci”. In base a quanto si apprende l’altra richiesta italiana al tavolo di martedì riguarderà l’attuazione del programma “Gsp+”, approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio del 2027, sistema che associa i vantaggi daziari per i paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Ue. Meloni cavalca l’onda nera. E per affondare Sánchez s’inventa le frontiere chiuse Rigurgiti repressivi È così che, alla luce dei fatti di Ceuta, emerge tutta la deriva securitaria delle politiche, legate alla migrazione, della leader di Fratelli d’Italia. Un vero e proprio rigurgito repressivo. Non solo esternalizzazioni e rimpatri, il modello che il governo intende perseguire è dunque, ancora una volta, quello fallimentare dei Cpr in Albania: la realizzazione di strutture costosissime e di dubbia costituzionalità, in “condizioni fatiscenti ed eccessivamente carcerarie” (secondo il Comitato Onu contro la tortura) e nemmeno utili al loro scopo. Domani aveva raccolto le testimonianze inedite dei migranti rinchiusi a Gjadër, struttura infernale in cui l’Italia ha impiegato quasi un miliardo speso in cinque anni. A fine giugno c’erano meno di cento ristretti: un carcere, quasi sempre vuoto. Un Panopticon dove le telecamere fanno da padrone. “Siamo come cani dentro la gabbia”, avevano detto i reclusi intervistati da questo giornale. Caso Ceuta-Schengen, Meloni innesca divisione in Ue. La vera invasione? Quella Maga I dati Tutto questo, pertanto, per difendere i confini. Argomento, quest’ultimo, assai caro all’esecutivo che urla un’urgenza di difesa dal nemico. I dati, tuttavia, raccontano altro. In un report uscito a luglio, Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, dichiara che nei primi cinque mesi del 2026 il flusso di migranti è diminuito di circa il 40 per cento rispetto al 2025. In Italia, in base agli altri dati, 16.130 arrivi via mare nel 2026, contro i 35.980 arrivi via mare nel corrispondente periodo del 2025. “Meno imbarcazioni stanno partendo verso l’Europa, e questo è il risultato di una cooperazione costante con i nostri partner nella regione. Ma dietro ogni numero c’è una persona, e le persone continuano a morire in mare”, ha dichiarato il direttore esecutivo di Frontex, Hans Leijtens, nella nota allegata al rapporto. Persone, come i migranti di Ceuta - 73mila sono stati riaccompagnati in Marocco - a cui il papa ha rivolto un pensiero. “Seguo con preoccupazione quanto sta avvenendo (i morti accertati a Ceuta finora sono oltre 100, ndr) e chiedo a Dio che si possano trovare soluzioni di pace, stabilità e giustizia”. Soluzioni che forse non combaceranno con quelle sul tavolo in programma domani tra i big dell’Europa. La propaganda continua. Ricciardi (Pd): “Su Ceuta la polemica di Meloni contro Sánchez è finta, hanno la stessa politica delle regolarizzazioni”. Migranti, il ricatto che si autoalimenta di Gianfranco Pellegrino* Il Domani, 3 agosto 2026 Se ogni sbarco diventa un’emergenza nazionale, ogni attraversamento una crisi politica, ogni richiesta d’asilo una minaccia alla sopravvivenza dell’Europa, il rendimento strategico dei flussi migratori cresce enormemente. La destra pensa di reagire al ricatto. In realtà, lo rende sempre più conveniente. Non c’è vittima peggiore di chi accetta il ricatto. Non c’è ricattatore più efficace di chi trova una vittima pronta ad accettarlo. I consiglieri di re Mohammed VI, o di chi nel governo marocchino ha deciso di lanciare dei corpi inermi contro l’Europa, devono aver letto molta teoria dei giochi. Immaginate due automobili che corrono l’una contro l’altra. Vince chi costringe l’altro a sterzare per primo. Ma uno dei due getta il volante dal finestrino. Da quel momento il gioco cambia: l’altro sa di essere rimasto l’unico a poter evitare lo scontro e sarà lui a cedere. Molti ricatti funzionano così. Non perché chi minaccia sia necessariamente più forte, ma perché rende prevedibile la reazione dell’avversario. È una delle idee più celebri di Thomas Schelling in The Strategy of Conflict (Harvard University Press, 1960). L’attacco di Sanchez: “Italia imperdonabile”. La politologa Kelly M. Greenhill ha mostrato che questa logica vale anche per le migrazioni. In Weapons of Mass Migration (Cornell University Press, 2010) documenta decine di casi in cui governi autoritari hanno usato deliberatamente i flussi migratori come strumenti di pressione diplomatica. I migranti diventano così, loro malgrado, un’arma. Non perché siano una minaccia in sé, ma perché chi li riceve reagisce come il ricattatore sperava. I Maga d’oltreoceano, e i loro emuli italiani, Giorgia Meloni e Antonio Tajani in testa, troppo occupati a rincorrere Roberto Vannacci, costruire meme e compulsare sondaggi, libri del genere difficilmente li leggono. Ma anche il dibattito sui giornali migliori sembra fermarsi un passo prima della conclusione decisiva. Si discute delle bugie della destra, della deriva Maga e delle responsabilità del Marocco. Manca però la domanda più importante: se i migranti possono essere usati come arma geopolitica, come si disinnesca quell’arma? La risposta è semplice. Non aumentandone il valore. Se ogni sbarco diventa un’emergenza nazionale, ogni attraversamento una crisi politica, ogni richiesta d’asilo una minaccia alla sopravvivenza dell’Europa, il rendimento strategico dei flussi migratori cresce enormemente. La destra pensa di reagire al ricatto. In realtà, lo rende sempre più conveniente. Lo mostrano anche i numeri. A Ceuta sono arrivate in poche ore circa 60 mila persone: quasi la metà di tutti gli ingressi registrati nell’enclave nell’ultimo decennio. Eppure, decine di migliaia sono rientrate quasi subito in Marocco. Non era una migrazione spontanea destinata all’Europa. Era, con ogni probabilità, una dimostrazione di forza. Proprio per questo il punto decisivo non è quanti migranti arrivino, ma quanto valore politico noi attribuiamo al loro arrivo. Ecco il paradosso. Più la politica europea si allinea alla retorica Maga, più aumenta il valore geopolitico della migrazione come strumento di pressione. Un governo ostile non ha bisogno di provocare grandi movimenti di popolazione: gli basta sapere che anche poche centinaia di persone basteranno a dividere i governi europei, alimentare campagne elettorali e mettere in discussione Schengen. Più alto è il rendimento politico di uno strumento, maggiore è l’incentivo a usarlo. Per questo una politica migratoria razionale è anche una politica di sicurezza. Rafforzare Schengen, creare canali regolari d’ingresso, accelerare le procedure d’asilo, combattere davvero il caporalato e governare l’integrazione significa anche togliere valore al ricatto. La migliore risposta al ricatto non è moltiplicare l’eccezione. È normalizzare il fenomeno. Un migrante che entra attraverso canali regolari, lavora, paga le tasse e contribuisce al sistema pensionistico non è più un’arma geopolitica. È semplicemente un residente. Ceuta, la grande fuga verso il Marocco: l’emergenza rallenta, le polemiche politiche no Le destre invocano continuamente la sovranità, ma finiscono per cederla. Una democrazia è sovrana quando decide autonomamente chi ammettere, nel rispetto del diritto internazionale, delle norme di eguaglianza e non discriminazione che caratterizzano i regimi liberali e dei principi fondamentali di umanità. Se invece lascia che siano le minacce di un regime autoritario a dettare la propria politica migratoria, la sovranità è già passata di mano. Non ai migranti. A chi ha imparato a usarli come arma. Caso Ceuta-Schengen, Meloni innesca divisione in Ue. La vera invasione? Quella Maga. *Filosofo L’ipocrisia e il primatismo, sui migranti gli italiani hanno le idee poco chiare di Enzo Risso Il Domani, 3 agosto 2026 Il 71 per cento riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro Paese, Italia compresa, ma il 44 per cento vorrebbe chiudere interamente i confini italiani. E la protezione da dare ai rifugiati diviene accettabile solo quanto è territorialmente distanziata. L’opinione italiana sui rifugiati non si dispone lungo una semplice alternativa tra apertura e chiusura. Nel 2026, il 71 per cento riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro paese, Italia compresa (cinque punti sopra la media dei 29 paesi rilevati da Ipsos). Il principio dell’asilo conserva, formalmente, una legittimità ampia, ma quando dall’enunciato generale si passa al funzionamento concreto, il consenso si frammenta. Il 52 per cento ritiene che molti stranieri presentati come rifugiati siano in realtà migranti economici (solo il 37 non condivide questa lettura). La sospettosità italiana, pur inferiore alla media globale (61), coinvolge sempre la maggioranza dei cittadini. Una forte tensione emerge, inoltre, sul tema dei confini: il 44 per cento vorrebbe chiuderli interamente ai rifugiati, mentre il 47 è contrario (il 9 è indeciso). I dati mostrano una dinamica di forte polarizzazione. Una traiettoria che ha effetti anche sulle aspettative d’integrazione dei migranti: il 48 per cento prevede un processo di integrazione positivo, mentre il 46 è decisamente scettico. Ice, continua la campagna del terrore. Arresti “a strascico” negli aeroporti Usa Fiducia o scetticismo Se confrontiamo i dati rilevati nel nostro paese rispetto al resto del mondo, l’Italia appare lievemente più fiduciosa della media internazionale sul ruolo dell’immigrazione, ma questo atteggiamento non si traduce in una valutazione favorevole sull’impatto che gli immigrati hanno sul nostro sistema: il 41 per cento attribuisce ai rifugiati un contributo positivo al paese, contro il 49 che lo nega. L’accoglienza dei rifugiati, pertanto, è sostenuta sul piano normativo, molto meno su quello della valutazione sociale. Uno scetticismo che si forma attraverso le informazioni veicolate dai media (35 per cento), dalle esperienze dirette (32), dalle dichiarazioni di politici (25) e dai social media (18). Il quadro complessivo dei dati mostra la presenza nel nostro paese di un universalismo morale condizionato. Il diritto alla protezione è subordinato a una prova di autenticità, alla controllabilità delle frontiere e alla verifica degli esiti integrativi. L’opinione pubblica nazionale mostra, sul tema, la persistente compresenza di posizioni ondivaghe. Le persone mobilitano, singolarmente, differenti ordini di giustificazione di fronte ai rifugiati. Da un lato, ci sono le spinte di una grammatica civica, fondata sull’universalità dei diritti (quando pensano alla persecuzione); dall’altro lato, si smuove una grammatica securitaria, centrata sulla protezione della comunità (quando valutano confini, welfare e convivenza). Il passaggio tra queste grammatiche produce una solidarietà a scartamento ridotto, selettiva e riduttiva: non il rifiuto dell’obbligo umanitario, ma la richiesta che esso sia circoscritto, certificato e, possibilmente, reversibile. Raccontare quelle 23.000 vite salvate nel Mediterraneo Sull’integrazione L’integrazione del migrante, inoltre, viene immaginata come adattamento del nuovo arrivato ai costumi italici e non come una relazione capace di trasformare e arricchire la società ricevente. Il confine simbolico tra noi e loro resta attivo, anche quando il confine giuridico si apre. La protezione da offrire ai rifugiati, infine, diviene accettabile solo quando è territorialmente distanziata: aiutare le persone vicino ai luoghi dello sfollamento, delegando tale ruolo alle organizzazioni internazionali (41 per cento) e alle Ong (26) e solo in ultima battuta al governo italiano (23). L’Italia di oggi, di fonte al tema dei rifugiati, non è tanto divisa tra buoni e cattivi, quanto unita da un’ipocrisia di fondo: si applaude al principio dell’asilo (per avere la coscienza a posto), mentre si nega qualsiasi contributo positivo dei rifugiati. Il nodo non è la sicurezza, ma la difesa di una comunità economica e di un’identità che si crede minacciata, scaricando sui più deboli le paure generate da decenni di politiche neoliberiste che hanno reso precari e poco competitivi gli italiani. Il risultato è un primatismo nazionale soft, che trasforma l’accoglienza in un esame di merito e i rifugiati in ospiti sgraditi da tenere a distanza. Nota Metodologica - Indagine CAWI realizzata da Ipsos Global advisor in 29 Paesi, su un campione di 21.521 intervistati maggiorenni tra il 24 aprile e l’8 maggio 2026. Centri rimpatri all’estero: costosi fallimenti in serie, dal Ruanda all’Albania di Alessia Candito La Repubblica, 3 agosto 2026 La Gran Bretagna per prima ha tentato di esternalizzare in Africa le strutture. La Danimarca ci prova in Kosovo. Finora non ha funzionato. Non ce n’è uno che abbia funzionato. Ogni progetto di creazione di hub in Paesi terzi è finora miseramente naufragato, con a strascico gran spreco di denaro pubblico. Ma dopo la crisi di Ceuta, c’è chi in Europa si mostra più che disponibile alla mossa del governo Meloni, che lavora un’accelerazione sui return hub lontani dalle frontiere dell’Unione, incluso in Paesi che la stessa Ue identifica come “non sicuri”. Un’iniziativa non nuova, ma già in passato bocciata da Corti nazionali e internazionali perché in contrasto con i diritti fondamentali. Il tentativo britannico in Ruanda - A provarci per prima è stata la Gran Bretagna di Boris Johnson, che ha ipotizzato di trasferire in Ruanda chiunque fosse entrato illegalmente in Gran Bretagna. Il progetto è stato bocciato dalla Corte suprema e cancellato all’arrivo dell’ex premier laburista Keir Starmer a Downing Street. Ma in due anni è costato 290 milioni di sterline, versate a Kigali per strutture e allestimenti e solo una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le richieste di “saldo” del Ruanda, ha salvato Londra da un ulteriore esborso di 100 milioni. L’outsourcing danese in Kosovo - Anche la Danimarca ci ha provato, ma cambiando target. Trincerandosi dietro il sovraffollamento nelle carceri, ha ipotizzato di “affittare” l’istituto di pena di Gjilan in Kosovo per trasferirvi 300 detenuti non danesi, tutti da rimpatriare a fine pena. Per le organizzazioni per i diritti umani e agenzie Onu, una violazione palese dei principi di non discriminazione e uguaglianza di fronte alla legge, e un rischio per i detenuti, che perderebbero di fatto le tutele comunitarie perché il Kosovo non risponde alla giurisdizione Cedu. E non sarebbe certo a buon mercato: l’accordo, che Pristina ha approvato solo nel 2024, prevede il pagamento di 200 milioni di euro l’anno, più la ristrutturazione dell’istituto. Solo nelle scorse settimane è stato liberato per dare inizio ai lavori, ma i primi trasferimenti non sono in agenda prima dell’aprile 2027. I tentativi italiani in Albania - Anche l’Italia già nel 2002 aveva provato a seguire la strada dell’outsourcing. L’ipotesi prevedeva il trasferimento a Peqin, in Albania, dei detenuti albanesi in Italia. Un progetto costato 7 milioni di euro e subito naufragato: lo spostamento è possibile solo con il consenso del diretto interessato e nessuno ha accettato. Poco più di vent’anni dopo, con l’Albania di Edi Rama, il governo Meloni ha sottoscritto il protocollo che ha dato vita alla formula ibrida di Shengjin e Gjadër: centri delocalizzati in territorio albanese, ma soggetti a giurisdizione italiana. Un fallimento annunciato: già prima dell’inaugurazione, i magistrati avevano infatti chiarito l’illegittimità delle procedure accelerate di frontiera, che prevedono il rimpatrio di default di chi provenga da un Paese ritenuto sicuro, ribadendo la necessità di valutare caso per caso. Un costoso fallimento - Risultato: tre tentativi di trasferimento da ottobre 2024 a gennaio 2025, 73 persone intercettate in mare e rimaste per alcuni giorni prigioniere in un centro in cui il governo progettava di rinchiuderne tremila al mese, tutti riportati in Italia per ordine dei giudici. Pur di far funzionare i centri, il governo - che per mesi ha attaccato frontalmente la magistratura - ha tentato anche di rimodellare anche norme e procedure. Ma né il nuovo decreto che ha identificato i cosiddetti “Paesi sicuri”, né lo spostamento della competenza sui trattenimenti alla Corte d’appello hanno cambiato la situazione. Un’ostinazione che solo nel 2024, hanno calcolato Action Aid e ateneo di Bari, è costata almeno 114mila euro al giorno. Non meno fallimentare si è rivelata la fase 2, quando in Albania sono stati trasferiti alcuni dei trattenuti nei cpr della penisola. Da maggio 2025 a metà luglio 2026 sono state trasferite 685 persone, di cui meno del 15% è stata rimpatriata. Costo approssimato per difetto: 500mila euro cadauno, se è vero che per il solo 2025 - ha confermato il ministro Piantedosi - la gestione di Gjadër è costata 50 milioni e i rimpatri sono stati 101. Nel frattempo, sono stati registrati almeno 95 tentativi di suicidio e atti di autolesionismo. Parola ai giudici - Action Aid ci ha provato a fare i conti in tasca al governo. Sono saltati fuori esborsi anomali, sprechi e irregolarità su cui adesso toccherà pronunciarsi alla Corte dei Conti, interessata con un esposto, e forse anche l’Anac, cui sono state segnalate alcune possibili irregolarità nell’appalto di gestione. La Corte di giustizia europea (Cgue) dovrà invece presto stabilire la compatibilità delle strutture di trattenimento e delle norme sui Paesi terzi sicuri con il diritto europeo. Si capirà a settembre, quando - salvo udienze straordinarie - dovrebbe arrivare la decisione. Sbarco in Libia? - Nel frattempo, Italia e Ue lavorano anche sull’altra sponda del Mediterraneo. Nonostante nessun Paese ne riconosca il governo, Bruxelles ha di recente approvato i piani per l’istituzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo a Bengasi, nella Libia di Haftar. Una mossa cui le organizzazioni umanitarie guardano con preoccupazione perché potrebbe fare da apripista all’individuazione della Cirenaica prima come “porto sicuro”, poi come “Paese sicuro”. E trasformarla in uno dei migliori candidati per i return hub africani su cui Meloni e la destra europea spingono. L’Europa al bivio rischia un altro regalo ai populisti di Maurizio Molinari La Stampa, 3 agosto 2026 L’assalto di migliaia di migranti marocchini all’enclave spagnola di Ceuta mette l’Ue alla prova e rischia di giovare ai populisti: i 27 partner sono profondamente divisi e senza un accordo nella riunione di domani può aprirsi una spaccatura assai più profonda di quelle già esistenti su energia, difesa o guerra in Ucraina. A descrivere l’entità dello scontro sono i numeri: Italia e Germania guidano ben 22 Paesi a favore della linea dura sui migranti illegali con le eccezioni di Francia, Portogallo, Lussemburgo e Irlanda che sostengono la Spagna di Sanchez, sul banco degli imputati per averne fatti entrare almeno 1,2 milioni negli ultimi anni. È una spaccatura che investe la sostanza stessa del progetto europeo perché contrappone chi considera l’immigrazione illegale un’emergenza da gestire con fermezza e chi la ritiene una questione umanitaria da affrontare con gli strumenti dell’accoglienza. Per comprendere la portata della contrapposizione bisogna partire dal fatto che la crisi di Ceuta non è il prodotto di un collasso spontaneo dei controlli ma di una scelta del Marocco, che ha allentato la sorveglianza della frontiera in risposta al legame privilegiato fra Madrid ed Algeri, principale alleato del Fronte Polisario in lotta contro la sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale. È la conferma di un fenomeno che l’Europa fatica ad ammettere: le migrazioni sono diventate una leva geopolitica per i Paesi di transito e di partenza. La Turchia di Erdogan la utilizzò nel 2016 sfruttando un milione di siriani in fuga dalla guerra civile per ottenere vantaggiosi accordi Ue grazie alla Germania di Merkel. Questa è la novità che Bruxelles, abituata a trattare l’immigrazione come una questione di valori e diritti, deve affrontare: la debolezza dei confini esterni è una vulnerabilità strategica, non solo un vulnus amministrativo. E ogni volta che si manifesta, il conto lo pagano i governi nazionali perché l’immigrazione è spesso il principale banco di prova con i cittadini. Questo spiega perché la crisi Madrid-Rabat è un detonatore per la politica interna in tutta la Ue. In Spagna offre alla destra di Vox un’arma difficile da fronteggiare per un governo già indebolito dagli scandali. In Italia il governo Meloni ha buon gioco nel presentare Ceuta come prova dell’inadeguatezza delle politiche Ue, anche per tentare di arginare la popolarità crescente di Roberto Vannacci. In Germania, il cancelliere Merz si affianca all’iniziativa italiana per tentare di rafforzarsi sull’ultradestra di Afd, primo partito nei sondaggi. In Francia, dove l’immigrazione è al centro della competizione in vista delle presidenziali del 2027, ogni immagine di frontiera violata rafforza il “Rassemblement National”. È una dinamica che evoca la vittoria del referendum inglese sulla Brexit: la crisi alla frontiera giova a chi costruisce il consenso sulla promessa di “riprendere il controllo”. Dunque, più l’Ue è divisa, lenta, più questa narrazione guadagna credibilità presso opinioni pubbliche già logorate da crisi economica e incertezza geopolitica. Ad evidenziare la vulnerabilità Ue è proprio lo scontro in atto a Bruxelles perché tale frammentazione sottolinea l’assenza di una politica comune. Il risultato è un’Ue che affronta ogni crisi come un’emergenza a sé, lasciando che siano i singoli governi a negoziare con Marocco, Turchia, Libia o Tunisia, spesso in competizione tra loro. Ma non è tutto. Ciò che rende la vicenda di Ceuta più insidiosa è il momento in cui avviene. L’Ue è ancora impegnata nel rilancio economico post-Covid, la crescita arranca: un nuovo fronte di divisione sull’immigrazione rischia di logorare la coesione tra Stati quando servirebbe il massimo di solidarietà per varare le riforme. Il rischio è, dunque, che Ceuta finisca per rafforzare le forze populiste che - a destra come a sinistra - puntano su euroscetticismo e soluzioni estreme: chiusura delle frontiere o porte aperte agli illegali. Da qui l’importanza della riunione di domani fra i ministri degli Interni: se i 27 sapranno trasformare Ceuta in un’occasione per rilanciare una politica migratoria comune l’Europa ne uscirà più forte, se invece prevarrà ancora una volta la logica della gestione frammentata ad avvantaggiarsene sarà il populismo di chi preferisce gli slogan alle politiche necessarie per armonizzare sicurezza e diritti.