Nelle carceri l’emergenza sanitaria è diventata strutturale di Teresa Olivieri Italia Oggi, 31 agosto 2026 Negli Istituti penitenziari si registra un rapporto di 1 infermiere ogni 600 detenuti (rispetto a 1 ogni 80-100 di Francia e Spagna). “La sensibilità dell’avvocatura sta cambiando: il processo non finisce con la sentenza. C’è la necessità assoluta di tutelare i diritti umani anche nella fase dell’esecuzione penale”, così Gianpaolo Catanzariti, Responsabile dell’Osservatorio Carcere UCPI - Unione Camere Penali Italiane - in merito alla pubblicazione di “Ristretti in Agosto”. Un programma capillare di visite e sopralluoghi che vede impegnati avvocati penalisti, parlamentari e consiglieri regionali in decine di istituti penitenziari da Nord a Sud: da Poggioreale a Secondigliano, da Genova Marassi a Cagliari-Uta, fino ai complessi di Teramo, Pavia e Siracusa. L’iniziativa, giunta al terzo anno consecutivo, nasce dall’esigenza dell’Osservatorio Carcere dell’UCPI di stimolare le 133 Camere Penali territoriali a monitorare le carceri proprio nel periodo estivo. Agosto è la fase più critica: mentre il Paese si ferma, il sovraffollamento e le carenze sanitarie si inaspriscono e l’attenzione mediatica scema. “Vediamo persone con patologie gravi attendere mesi per una visita specialistica”, sottolinea Catanzariti che definisce l’emergenza sanitaria uno dei veri e propri “buchi neri” informativi. La regionalizzazione della sanità crea gravi difformità territoriali di base, ma tra i detenuti si registrano attese di molti mesi per visite specialistiche di grave urgenza. “Senza dimenticare che a causa del sovraffollamento vediamo detenuti con malattie infettive, come la scabbia, vivere a stretto contatto con chi non è stato (ancora) contagiato”. Il commento dell’avvocato è netto: “L’emergenza non è più una parentesi ma una condizione strutturale permanente”. Catanzariti precisa che l’iniziativa non ha un intento punitivo verso il personale penitenziario o i medici (i quali lavorano in condizioni di sotto-organico e con turni massacranti). Sul fronte sanitario si registra un rapporto di 1 infermiere ogni 600 detenuti (rispetto a 1 ogni 80-100 di Francia e Spagna) e circa 4.500 aggressioni annuali ai danni degli operatori sanitari. Secondo il Prison Health Framework dell’OMS, un sovraffollamento superiore al 200% annulla l’efficacia dei protocolli di profilassi, con un rischio di esposizione a patogeni (TBC, HIV, Epatiti) quadruplicato e la riemersione di malattie legate al degrado igienico come la scabbia. Infine, le piante organiche denotano forti scoperture: la Polizia Penitenziaria registra una carenza di 2.503 agenti (31.667 impiegati su 34.170 previsti), mentre il personale amministrativo segna un deficit di 849 unità. Il report conclude dimostrando il fallimento delle sole politiche edilizie: tra il 2020 e il 2026, a fronte di un aumento dei detenuti del +25,2% (+13.198 persone), i posti reali disponibili sono diminuiti del 2,1% (-1.001 posti). La relazione poi mette a nudo una grande opportunità mancata: vi sono 20.894 detenuti con una pena residua compresa tra 0 e 3 anni che avrebbero i requisiti legali per accedere alle misure alternative. Al contrario, il 60,2% dei ristretti (38.528 persone) viene trattenuto in regime di chiusura totale. C’è quindi anche questo paradosso per cui il 69,4% della popolazione detentiva sta scontando una condanna definitiva, ma c’è un 23,4% che si trova in custodia cautelare (con un 14,3% in attesa del primo giudizio). Detenzione inumana, l’indennizzo si compensa con la pena pecuniaria di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 31 agosto 2026 Non è rilevante il fatto che i due importi riguardino titoli differenti. È possibile compensare la somma riconosciuta al detenuto come indennizzo per la reclusione in condizioni disumane e degradanti con l’importo da lui dovuto come pena pecuniaria. Lo ha deciso la Cassazione, con la sentenza 31532/2026 del 18 agosto, disattendendo le motivazioni con cui il Tribunale di sorveglianza aveva ritenuto ostativo alla compensazione il fatto che gli importi riguardassero titoli diversi. La vicenda trae origine dalla condanna dell’amministrazione penitenziaria a pagare a un detenuto la somma di 2.504 euro come indennizzo (previsto dall’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario, legge 354/1975) per la detenzione in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Il magistrato di sorveglianza aveva respinto l’eccezione dell’amministrazione di compensazione dell’indennizzo con il controcredito dello Stato per pena pecuniaria e spese di mantenimento in carcere. Anche il Tribunale di sorveglianza aveva confermato la decisione del primo giudice, ritenendo ostative alla compensazione la diversità tra il titolo in esecuzione all’epoca di presentazione del reclamo per l’indennizzo e quello cui si riferiva la pena pecuniaria e l’omessa quantificazione delle spese di mantenimento in carcere. La Cassazione, ribaltando la decisione dei giudici di merito, ha ritenuto fondata l’eccezione di compensazione sollevata dal ministero, sia pure in relazione al solo controcredito per la pena pecuniaria irrogata al ricorrente con sentenza definitiva. La Suprema Corte ha affermato che l’obbligazione dello Stato a versare l’indennizzo riconosciuto al detenuto può essere compensata con l’obbligazione che grava sul detenuto, nei confronti dello Stato, per la pena pecuniaria cui sia stato eventualmente condannato. Alla compensazione non può ostare la diversità tra il titolo cui si riferisce la pena pecuniaria e quello in esecuzione all’epoca di presentazione del reclamo del detenuto. Questo elemento non rientra infatti tra i presupposti della compensazione, che sono esclusivamente la liquidità, la certezza e l’esigibilità del credito opposto in compensazione. Nel caso esaminato, queste condizioni esistevano tutte: il credito scaturente dalla condanna a pena pecuniaria era certo, in quanto fondato sulla sentenza divenuta irrevocabile, liquido, perché determinato nell’ammontare, ed esigibile, poiché non erano state poste condizioni al pagamento. Neppure è di ostacolo, secondo la Cassazione, la natura giuridica del credito, perché la pena pecuniaria costituisce una mera entrata patrimoniale dello Stato: per operare è necessaria soltanto l’eccezione di parte. La compensazione non opera invece per le spese di mantenimento in carcere, fino alla conclusione del procedimento di remissione del debito previsto dal Dpr 115 del 2002. L’antimafia dei fatti e quella delle chiacchiere di Claudio Cerasa Il Foglio, 31 agosto 2026 Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica di Palermo, ha scritto un libro che è anche un atto d’accusa contro il processo mediatico modello Report. Magistrati che fanno e magistrati che parlano: scegliere da che parte stare non è poi così difficile. Report o non Report. Ranucci o non Ranucci. Lavitola o non Lavitola. Sondaggio o non sondaggio. Alla fine però il tema di fondo è quello: come si fa a cercare un’alternativa al modello del circo mediatico-giudiziario, fondato sulla gogna, sulla cultura del sospetto, sulla prevalenza delle allusioni sulle prove? Non sappiamo che direzione prenderà il Report del futuro ma sappiamo che chiunque andrà a condurre, in Italia o dal Mozambico, la trasmissione che fu di Gabanelli e poi di Ranucci dovrebbe ripartire dalle basi e dovrebbe provare a ragionare, prima di ogni altra cosa, su una differenza sostanziale che esiste nel mondo della giustizia, da cui i follower del modello Ranucci in questi anni hanno attinto a piene mani. Una differenza che esiste in molti ambiti ma che esiste soprattutto tra due categorie distinte di magistrati: quelli in lotta contro la mafia, contro i sistemi criminali, contro le cosche. Ci sono magistrati che, solitamente, si fanno riconoscere per quello che dicono, e che fanno impazzire di gioia i follower del modello Report. E poi ci sono magistrati che si fanno riconoscere per quello che fanno, e che vengono osservati con più diffidenza. La prima categoria di magistrati tende a dire molto, a chiacchierare molto, a offrire ai giornali molti titoli per far parlare di sé e tende a puntare molto su ciò che dice, piuttosto che su ciò che fa, anche per evitare che poi, osservando ciò che fa, si possa avere la contezza del tipo di magistrato di cui si stia parlando: molte chiacchiere, pochi fatti. La seconda categoria di magistrati, invece, tende a parlare poco, ad apparire poco, a non frequentare i salotti televisivi, a non rendere la propria voce riconoscibile, a non rendere il proprio volto virale, e tende a puntare molto sui fatti e poco sulle parole. La prima categoria di magistrati, quella composta da soggetti settati per funzionare più nelle sale dei talk-show che nelle aule di tribunale, comprende numerosi volti che è persino inutile elencare: basta accendere la tv. La seconda categoria di magistrati, che è quella prevalente in Italia, tende spesso a nascondersi, a non apparire, a preferire, comprensibilmente, la modalità dell’antimafia dei fatti, che poco piace ai salotti tv, piuttosto che la modalità dell’antimafia delle chiacchiere, che invece piace da impazzire ai follower del modello Report. Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica di Palermo, che ha coordinato, senza troppe fanfare né ospitate televisive, le indagini culminate nell’arresto di Matteo Messina Denaro, ogni tanto, come alcuni suoi colleghi, sceglie di uscire timidamente dall’anonimato per rifilare qualche abbuscatina, come si direbbe a Palermo, all’antimafia delle chiacchiere. De Lucia, che negli ultimi giorni è finito al centro del dibattito pubblico per un grido d’allarme disperato per le condizioni delle carceri italiane in cui lo stato non sempre fa quello che dovrebbe fare, pochi giorni fa ha dato alle stampe un libro interessante, scritto con Salvo Palazzolo, su un tema apparentemente generico, “La mafia che cambia”. Ed è sufficiente sfogliare rapidamente le pagine del volume per capire che, con garbo, tra le righe, De Lucia ha offerto al pubblico un manuale formidabile per provare a distinguere l’antimafia della fuffa, o dei “soloni”, come da celebre citazione di Ninni Cassarà, con circo mediatico al seguito, dall’antimafia dei fatti. La tesi del libro, tesi che potrebbe tornare utile a chiunque voglia costruire nel futuro una qualsiasi trasmissione fondata sulle prove e non sulle chiacchiere, è che l’antimafia seria parte dai fatti e arriva al racconto, mentre l’antimafia-spettacolo parte dal racconto e cerca poi fatti che possano sostenerlo. De Lucia scrive che, in questi anni, “in tanti settori abbiamo visto figure che hanno fatto dell’antimafia una bandiera, solo per creare carriere e privilegi”. Sostiene che Leonardo Sciascia aveva ragione a definire questi soggetti i “professionisti dell’antimafia”. Ribadisce che “l’antimafia che dà per davvero fastidio alla mafia è quella che incide sulle cose reali, non quella che fa proclami”. E ricorda, come sosteneva il giudice Rosario Livatino, che “il giudice deve offrire di sé l’immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile… se si manterrà integro e imparziale non tradirà mai il suo mandato”. De Lucia, a un certo punto del ragionamento con Palazzolo, in modo indiretto arriva a demolire anni e anni di antimafia chiodata, fatta di chiacchiere e di allusioni, parlando del caso Scarantino. Scarantino è stato un pentito a cui avevano creduto molti magistrati che, scegliendo di considerare come veritiere le sue parole, portarono alla condanna all’ergastolo, poi annullata, di sette persone innocenti che non avevano avuto alcun ruolo nella strage del 19 luglio 1992, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Scrive De Lucia: “Il caso Scarantino è stato di certo il caso più eclatante: le dichiarazioni di un balordo di borgata trasformato in un provetto collaboratore di giustizia hanno addirittura retto al vaglio di più giudici, come se fossero ricostruzioni pienamente riscontrate”. Il non detto di De Lucia, pensiero che si ritrova perfettamente nel solco dell’impostazione che aveva sull’antimafia Giovanni Falcone, il cui approccio non a caso è stato demonizzato recentemente dal principe dei mozzorecchi, sul Fatto Quotidiano, è che tra coloro che credettero a Scarantino vi furono fior di magistrati dell’antimafia delle chiacchiere. Il capo della procura di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, morto nel 2017, insieme ai pm Ilda Boccassini e Carmelo Petralia, che autorizzarono i poliziotti del gruppo di Arnaldo La Barbera allo svolgimento dei colloqui investigativi con Scarantino. Gian Carlo Caselli, all’epoca procuratore capo di Palermo, che nel 1995, quando la moglie di Scarantino accusò La Barbera di avere fatto torturare il marito per farlo parlare, intervenne in difesa del superpoliziotto, parlando di “una campagna di delegittimazione contro i collaboratori di giustizia”. I pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, che ritennero attendibili le rivelazioni di Scarantino persino quando quest’ultimo, nel 1998, decise di ritrattare, denunciando le pressioni dei poliziotti. Stessa storia, scrivono De Lucia e Palazzolo, per il caso Massimo Ciancimino, altro mito dell’antimafia delle allusioni e della stampa specializzata a propalare fango quotidiano, “mai entrato nel programma di protezione, ma diventato una sorta di supertestimone, protagonista non solo delle aule di giustizia, ma anche dei talk-show, sempre pronto a fare rivelazioni nuove e a consegnare documenti del padre che sosteneva fossero inediti”, e la cui storia “è davvero significativa: anni dopo l’arresto, è rimasto un fenomeno mediatico, osannato da un pezzo di antimafia”. Il libro elogia Leonardo Sciascia, contro i professionisti dell’antimafia, tranne quando Sciascia criticava Borsellino, ed elogia anche Maria Falcone, sorella di Giovanni, non in senso assoluto, non in senso retorico, ma su un tema specifico, che riguardava l’ondata populista che vi fu allora, in occasione della scarcerazione di Giovanni Brusca, ovvero il mafioso che fece saltare in aria il fratello. Maria Falcone, oggi come allora schierata contro il partito delle manette facili, disse che la legge sui collaboratori va rispettata, che i sentimenti devono restare un passo indietro rispetto al beneficio collettivo. Messaggio chiaro: l’antimafia delle chiacchiere non la si combatte solo smascherando i suoi follower, ma anche mostrando come vi sia chi, in nome dell’antimafia, per avere un po’ di consenso in più, sacrifica le garanzie solo per avere un tornaconto personale. Meno processo mediatico uguale meno titoli e più lotta alla mafia. Modello Report o modello De Lucia? Scegliere da che parte stare non dovrebbe essere così difficile. Biella (To). Detenuto s’impicca con le garze ricevute per medicare delle ferite Corriere di Torino, 31 agosto 2026 Aveva 23 anni, era egiziano e si trovava detenuto nel carcere di Biella. Ieri a mezzogiorno è stato trovato senza vita nella sua cella. Avrebbe scelto di farla finita usando un cappio ricavato da alcune garze, ricevute per medicare delle ferite che si era provocato in precedenti atti di autolesionismo. E, quando è stato rinvenuto, per lui non c’era più nulla da fare. “Con il 30 per cento di polizia penitenziaria in meno negli istituti rispetto a quanto servirebbe, continueremo ad assistere a drammi inaccettabili - sostiene Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp. Le carceri italiane sono ormai al completo sfascio e nella più totale disorganizzazione, servono interventi immediati”. A confermare la tesi quanto successo nel carcere di Torino giovedì, poco dopo le 13, dove un litigio tra due gruppi di detenuti è finito con quattro persone aggredite e un ricovero in ospedale. Uno scontro tra albanesi e marocchini che ha visto coinvolti anche gli agenti della polizia penitenziaria, spinti e strattonati a più riprese. “In troppi casi i detenuti non riconoscono più l’autorità e le regole dell’istituto - commenta Beneduci - non stiamo parlando di una semplice lite tra detenuti. Un gruppo di persone ha superato dei cancelli, ha spinto e strattonato il personale e ha raggiunto un’altra sezione, dove altri detenuti sono stati violentemente aggrediti. Uno di loro è finito in ospedale. È una situazione che non può essere normalizzata, siamo preoccupati. La violenza che si è scatenata e l’arroganza dimostrata in questa circostanza avrebbero potuto avere conseguenze ancora più drammatiche: poteva scapparci il morto”. Roma. Detenuta 23enne trovata morta a Rebibbia: indagini in corso, forse è suicidio di Alessia Rabbai fanpage.it, 31 agosto 2026 Indagini in corso sulla morte di una detenuta 23enne nel carcere di Rebibbia. Trovata senza vita nel letto della cella con macchie di sangue sul cuscino, è stata disposta l’autopsia. Una donna di ventitré anni è stata trovata morta in cella nel carcere di Rebibbia a Roma. I fatti risalgono a ieri, domenica 30 agosto. Da quanto si apprende la detenuta era distesa sul letto priva di vita e c’era del sangue sul cuscino. Sulla salma è stata disposta l’autopsia, per chiarire le cause del decesso. Al momento tutte le ipotesi sono al vaglio, anche il gesto volontario. A diffondere la notizia è stato il sindacato polizia penitenziaria Cnpp-Spp, che ha spiegato come, nel caso venga confermato il suicidio, si tratterebbe del cinquantesimo caso dall’inizio del 2026. Secondo quanto ricostruito finora la donna è stata trovata dal personale di turno dell’istituto penitenziario ormai morta. Era distesa sul letto della cella e c’erano delle macchie di sangue sul cuscino. Ancora da ricostruire la dinamica dell’accaduto. I risultati degli esami autoptici serviranno a fare chiarezza sui fatti. Il sindacato di polizia penitenziaria torna a ribadire l’emergenza sovraffollamento nelle carceri italiane e le difficoltà che vivono quotidianamente detenuti e personale. All’interno della sezione femminile di Rebibbia si trovano 370 detenute a fronte di 272 posti disponibili. Da gennaio scorso a oggi gli agenti di polizia penitenziaria che hanno dovuto ricorrere a cure mediche a seguito di aggressioni o incidenti durante il turno di lavoro sono circa 3.800. “Non possiamo più parlare di singole emergenze o di episodi isolati” commenta Aldo Di Giacomo, segretario Cnpp-Spp. “Quello che sta accadendo è lo specchio fedele del fallimento del sistema penitenziario italiano. Lo Stato ha perso il controllo delle carceri”. Recenti, oltre alla ventitreenne di Rebibbia, i casi di due detenuti trovati morti nelle carceri di Biella e Ferrara. A dicembre del 2025 una detenuta cinquantanovenne è morta per overdose nel carcere di Rebibbia, mentre a settembre sempre dello scorso anno un’altra detenuta cinquantaduenne si è tolta la vita, mentre aspettava l’esito della valutazione Inps per la pensione d’invalidità. Ferrara. Inala il gas della bomboletta: detenuto muore nella notte di Fabio Terminali La Nuova Ferrara, 31 agosto 2026 Tragedia nella notte tra sabato e domenica nel carcere di via Arginone. Un detenuto tunisino di 25 anni intorno alle 4 è morto a causa dell’uso improprio del gas delle bombolette con cui i detenuti cuociono il cibo. A renderlo noto è stato Roberto Cavalieri, garante regionale delle persone private della libertà, il quale ha evidenziato la pericolosità di tali sostanze se utilizzate al di fuori della loro funzione prevista, potendo causare purtroppo conseguenze fatali. Il giovane era arrivato nella casa circondariale ferrarese dal carcere di Reggio Emilia, dove era stato sfollato per ordine e sicurezza da quello di Modena. Qui era tornato in cella dopo aver infranto le restrizioni di una misura alternativa alla detenzione. A quanto risulta, non presentava un rischio suicidario nonostante avesse tentato dei gesti autolesionistici in cella. Avrebbe dovuto scontare un altro anno di reclusione. L’uso e la detenzione delle bombolette di gas da campeggio da parte dei detenuti all’interno delle carceri italiane è un tema estremamente delicato e regolamentato, al centro di forti dibattiti legati alla sicurezza e alla salute pubblica. I sindacati di polizia penitenziaria e i garanti dei detenuti sollevano da tempo notevoli preoccupazioni legati a questo strumento. Il problema più grave è il cosiddetto “sballo”: molti detenuti inalano intenzionalmente il gas per ricercare uno stato di euforia o alterazione artificiale, abuso che può provocare casi di intossicazione grave e decessi per arresto cardiaco o asfissia. In via Arginone (presenza media di 410 detenuti a fronte di 244 posti regolamentari) nello scorso maggio un detenuto di 45 anni era morto a causa di un malore fatale improvviso nella propria cella, in marzo invece il decesso di un 55enne per soffocamento causato da un pezzo di carne durante i pasti. Siracusa. “Carcere nel caos”. La testimonianza di un agente della Polizia penitenziaria: di Laura Valvo La Sicilia, 31 agosto 2026 Il carcere Cavadonna sembra ormai viaggiare sul filo del rasoio. Struttura sovraffollata con oltre 700 detenuti a fronte di 545 posti regolamentari, e con un organico della Polizia penitenziaria che conta poco più di 200 effettivi rispetto ai 310 previsti. In questo scenario, il susseguirsi di rivolte, aggressioni e momenti di forte tensione alimenta una domanda che non può più essere elusa: chi governa davvero il carcere quando un reparto viene occupato, le chiavi sottratte a un agente e per ore sono necessari rinforzi provenienti da altri istituti? La sensazione è quella di uno Stato costretto troppo spesso a rincorrere l’emergenza mentre gli agenti vengono lasciati a lavorare in condizioni sempre più difficili. A parlare di struttura “ostaggio dei detenuti” è un agente della Polizia penitenziaria che chiede a La Sicilia la garanzia dell’anonimato. “L’istituto negli ultimi giorni era nel caos e la guerriglia è stata gestita male. Tutto è partito - racconta l’agente - dalla richiesta dei sette detenuti stranieri che dopo lo scontro con altri detenuti italiani dovevano essere trasferiti. Avevano trascorso la notte nei locali passeggi e il giorno dopo dovevano partire; il rinvio di questo trasferimento ha acceso la scintilla e la situazione è degenerata. Le condizioni in cui lavoriamo sono assurde, siamo sotto organico; quando esce il servizio con le turnazioni giornaliere l’ordine di servizio indica sempre un numero inferiore ai livelli minimi di sicurezza previsti e, nonostante ciò, viene vidimato dal comandante, il quale dovrebbe parlare con l’ufficio preposto ma non lo fa”. Le segnalazioni di una situazione così delicata sono cadute nel vuoto. “L’aspetto più difficoltoso - aggiunge l’agente di Polizia penitenziaria - è dover effettuare il turno in totale deficit: c’è un blocco detentivo strutturato in 4 piani con 70 detenuti a piano. Quasi giornalmente dovrebbe montare un collega per piano e, invece, lavora un solo collega per circa 280 detenuti. Una situazione impossibile da gestire con un organico ridotto al minimo e con i detenuti esasperati da condizioni igieniche inadeguate, aggravate dal caldo, dalla presenza di ratti e serpenti. La totale assenza delle istituzioni e l’inadeguatezza dell’attuale direttore, non in grado di gestire l’emergenza, rendono la situazione esplosiva”. Cavadonna insomma è allo sbando e lo Stato sotto scacco anche per la pessima gestione del personale a dire dell’agente penitenziario che anche a nome dei colleghi chiede di riportare sicurezza, autorità e dignità dentro quelle mura. Roma. “Torture nel carcere di Casal del Marmo”, il giudice sospende tre agenti penitenziari di Andrea Ossino La Repubblica, 31 agosto 2026 La procura accusa dieci agenti di aver commesso violenze nei confronti di dodici detenuti minorenni. In tre sono stati interdetti per un anno dal servizio. Tre agenti sospesi dal servizio per un anno. E un giudice che, per la prima volta, mette nero su bianco ciò che le indagini avevano già restituito: a Casal del Marmo dodici detenuti minorenni sono stati torturati. L’ordinanza con cui tre agenti della polizia penitenziaria sono stati interdetti dal servizio per dodici mesi è stata notificata lo scorso 17 agosto. È nelle pagine di quel provvedimento che il gip parla di tortura. Non sulla base di un solo elemento, ma attraverso una ricostruzione che tiene insieme testimonianze, immagini, denunce, relazioni di servizio e referti medici che testimoniano “ecchimosi con escoriazione sul costato sinistro”, “ecchimosi alla spalla destra”, “ferita all’occhio sinistro”, “lividi sul petto e gamba”, “arrossamento dell’occhio”. Ci sono i racconti degli operatori del penitenziario minorile, che descrivono “una realtà totalmente allo sbando”. E ci sono le due denunce firmate dal capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, Antonio Sangermano. E poi l’esposto della Garante dei detenuti. E ancora le relazioni di servizio, i filmati delle telecamere interne al carcere, i referti medici e gli atti dell’indagine condotta dalla pm Rosalia Affinito. Ma a pesare sulla testa dei secondini indagati sono soprattutto le dodici testimonianze delle vittime - tutti stranieri, quasi sempre egiziani, tra i 15 e i 19 anni - cristallizzate attraverso altrettanti incidenti probatori. Racconti di pestaggi, minacce, umiliazioni, violenze. Torture. “Animale mi ha lanciato addosso dei libri e mi hanno fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip e mi hanno minacciato di tagliarmi le palle. Poi hanno preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo e li pregavo di smettere e poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”, è una delle testimonianze. Al centro dell’inchiesta ci sono dieci agenti della polizia penitenziaria. Due sono indagati per tortura, altri cinque per lesioni, tre per falso. Sono difesi da Marco De Carolis, Rosario Singon, Domenico Naccari e ad altri principi del foro. Nelle carte firmate dalla pm Rosalia Affinito e dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, tornano i soprannomi con cui i detenuti indicavano alcuni degli agenti: Pugile, Animale, lo sceriffo, Shrek. È su questo materiale che il gip costruisce una valutazione che va oltre la semplice contestazione delle singole condotte. Parla di “comportamenti incongrui, inurbani e delittuosi”. E chiarisce che quelle condotte non possono essere giustificate dalle “condizioni di degrado educativo in cui nel 2025 versava il carcere minorile di cui si discute, né alla conseguente necessità per l’amministrazione penitenziaria di inviare personale più esperto”. La misura non riguarda tutti gli agenti coinvolti nell’inchiesta. La sospensione dal servizio è stata disposta nei confronti di chi “sfruttando la propria rete di contatti, conoscenze od altro, possa reiterare la condotta criminosa, anche in veste di concorrenti, morali o materiali”. Una valutazione che, scrive il giudice, “non possono essere lasciate alla libera sensibilità dell’amministrazione penitenziaria (e dei suoi, peraltro mutevoli, vertici) ma vanno orientate, vista la descritta situazione di ripetute violenze”. Affinchè non possa più accadere quanto patito, ad esempio, da Jamal: “Sono venuto da un Paese dove mi hanno torturato, mi hanno fatto di tutto, rapito. Un Paese dove non c’è legge, dove non c’è Stato. Ho detto: vengo in un Paese (l’Italia, ndr) dove c’è la legge, dove c’è il diritto, dove c’è lo Stato e vengo trattato così?”. Sciacca (Ag). L’ex capo del Dap Petralia: “Chiudere il carcere, posti fruibili solo per 20 detenuti” di Giuseppe Pantano risoluto.it, 31 agosto 2026 “Non farei più la battaglia per il carcere che ho condotto tanti anni fa. Piuttosto che lasciarlo così sarebbe meglio chiuderlo e si lascerebbe una struttura molto bella alla fruizione del territorio. Sciacca è vicina a Castelvetrano ed Agrigento dove ci sono già due Istituti penitenziari”. Lo ha detto Dino Petralia, che per anni ha guidato il Dap, dopo essere stato anche procuratore della Repubblica di Sciacca, intervenendo a Seccagrande alla presentazione del suo libro “Grammatica emozionale, viaggio dentro le parole”. Petralia in passato ha difeso il carcere di Sciacca nel quale spesso, negli anni, sono emersi problemi riguardanti la climatizzazione, gli impianti, la necessità di interventi di ristrutturazione. Il suo impegno ha riguardato anche la possibilità di realizzare una nuova struttura penitenziaria. Adesso è aperta parte di una sezione e altre due sono chiuse in attesa dell’avvio dei lavori. È così già da parecchio tempo e la struttura ospita da 20 a 30 detenuti, un numero certamente esiguo rispetto al passato. Oltre un milione di euro disponibili per la progettazione e gli interventi da eseguire nella Casa circondariale di Sciacca. Queste le ultime notizie comunicate. L’obiettivo è che terminata la fase attuale di progettazione il 2026 possa essere l’anno della realizzazione dei lavori che consentano la riapertura di due delle tre sezioni, chiuse ormai da molto tempo, e l’esecuzione di una serie di ulteriori interventi anche per migliorare l’impiantistica dell’istituto. Il carcere di Sciacca è ospitato in un ex convento risalente al 1200, con all’interno un chiostro in stile gotico di grande valore artistico. Questo lo rende unico nel suo genere. L’architetto Giuseppe Cattano, ispettore onorario ai beni monumentali, ha curato, negli anni, diversi studi finalizzati a valorizzare e svelare le ricchezze artistiche e storiche custodite all’interno della casa Casa circondariale di Sciacca. Cuneo. I testi dei detenuti diventano canzoni: torna Art.27-Expo di Rachele Crosetti La Fedeltà, 31 agosto 2026 Musica, teatro ed economia carceraria animeranno il centro città. Sul palco anche agenti della Polizia penitenziaria e detenuti-attori. e parole scritte nel silenzio di una cella trovano una nuova vita e una voce grazie alla sensibilità di quattro giovani cantautori, e la complessa realtà del carcere si svela al pubblico attraverso gli occhi di chi vi lavora ogni giorno come agente e di chi vi sconta una pena. Dall’11 al 13 settembre Cuneo ospita il Festival Art.27-Expo, una manifestazione che affianca al suo storico focus sull’economia carceraria un ricco e innovativo programma culturale tra via Roma e lo Spazio Varco. Attraverso i linguaggi universali della musica e del teatro, l’evento punta a trasformare il carcere in un luogo di incontro reale con l’intera comunità cittadina. I testi dei detenuti diventano musica - Il primo grande filo conduttore della manifestazione sarà “Per Chi Crea - Parole Liberate”, festival musicale organizzato dall’etichetta Baracca & Burattini di Paolo Bedini con il sostegno del Ministero della Cultura e di SIAE. Tutti gli artisti hanno partecipato o parteciperanno a “Parole Liberate”, progetto che trasforma in canzoni i testi scritti dalle persone detenute grazie all’incontro con musicisti e interpreti. I primi due album hanno ottenuto il Premio Lunezia e il Cremona Award e si sono classificati secondo e terzo alle Targhe Tenco nella sezione album a progetto. Il terzo volume uscirà entro fine anno e comprenderà proprio i quattro artisti under 35 che si esibiranno gratuitamente a Cuneo, in via Roma, dalle 18 alle 20: Venerdì 11 settembre: sul palco si alterneranno Dimaggio (nome d’arte del cantautore leccese Riccardo Roma, classe 2003), noto per una scrittura che si muove tra malinconia e ironia, e i Perla-Chaise, trio livornese poco più che ventenne che propone un mix di alternative rock, psichedelia e cantautorato. Domenica 13 settembre: si esibiranno Alvise Nodale, cantautore e polistrumentista carnico che canta principalmente in friulano (già finalista alle Targhe Tenco 2025), e L’Isola dei Cipressi Viventi, progetto dark elettronico fondato dal cantautore veneziano Giovanni Fruzzetti. Nelle serate di venerdì e sabato, i riflettori si sposteranno allo Spazio Varco per due spettacoli gratuiti che affrontano il tema del carcere da due punti di vista speculari e complementari. Venerdì 11 settembre (ore 21): andrà in scena “Agenti”, uno spettacolo scritto e diretto da Mimmo Sorrentino e prodotto da TeatroIncontro. A calcare il palcoscenico non saranno attori professionisti, ma nove reali agenti di Polizia penitenziaria della Casa di reclusione di Vigevano. Attraverso il racconto in prima persona di turni, perquisizioni, scorte ed emergenze, lo spettacolo porta alla luce la loro “guerra nascosta”, mostrando la complessa rete di relazioni umane costruite quotidianamente dietro le sbarre. Sabato 12 settembre (ore 21): la scena sarà per la compagnia Voci Erranti con lo spettacolo “Non calpestare l’erba”, diretto da Grazia Isoardi. La produzione vede come protagonisti gli attori della Casa di reclusione di Saluzzo, testimonianza di un laboratorio teatrale permanente che da oltre vent’anni lavora all’interno della struttura penitenziaria per costruire un solido ponte con il territorio. L’ingresso a entrambi gli spettacoli è gratuito, ma la prenotazione sul sito ufficiale del Festival è obbligatoria, fino a un massimo di 250 posti. Un festival per connettere il carcere e il territorio - Il festival non si esaurisce sul palco: durante i tre giorni, il centro storico ospiterà l’Area Expo con circa quaranta organizzazioni impegnate nell’esposizione e nella vendita dei prodotti dell’economia carceraria, oltre a incontri professionali tra imprese e Terzo Settore e alla Piazza dell’Inclusione. Come ricorda Davide Danni, presidente dell’Associazione Articolo 27: “Vogliamo che Art.27-Expo sia un luogo nel quale il carcere incontra davvero la città. Il lavoro resta il cuore del Festival, ma musica e teatro ci permettono di raccontare persone e percorsi con linguaggi diversi, capaci di raggiungere anche chi normalmente è lontano da questi temi. Perché il reinserimento non riguarda soltanto chi è detenuto: riguarda la comunità nella quale tornerà a vivere”. Cuneo. Scrivere rap per far sentire la propria voce: arriva Kento di Rachele Crosetti La Fedeltà, 31 agosto 2026 Come possono le parole rompere le barriere che abbiamo dentro e far sentire la nostra voce al mondo? A Cuneo arriva una risposta concreta attraverso “Fare breccia con le rime”, un laboratorio gratuito di scrittura rap aperto ai ragazzi dai 15 ai 25 anni. L’iniziativa offre ai partecipanti l’opportunità di lavorare a stretto contatto con Francesco “Kento” Carlo, rapper, attivista e scrittore reggino che dal 2009 conduce laboratori di scrittura e musica nelle carceri minorili, nelle scuole e nelle comunità di recupero per ragazzi a rischio. Il percorso si articolerà in 4 appuntamenti gratuiti che si terranno il 15, 17, 24 e 25 settembre, dalle 17 alle 19, alternando due incontri online e due dal vivo. I partecipanti non si limiteranno a studiare la teoria: il 26 settembre registreranno in studio il brano composto insieme a Kento e, il 27 settembre alle ore 18:30, si uniranno al suo concerto programmato presso ESSECI. Le parole come strumenti di precisione - Il titolo del laboratorio evoca una metafora legata alla città piemontese: il cuneo, infatti, ha il duplice scopo di tenere ferma una struttura o spaccare un blocco per vedere cosa c’è dentro. L’obiettivo è usare la tecnica del rap per dare fondamenta solide ai pensieri e rompere la barriera tra il proprio mondo interiore e l’esterno. Portando la cultura di strada all’interno delle mura storiche di Palazzo Santa Croce, le suggestioni della città verranno trasformate in una traccia rap originale, rendendo Cuneo un vero e proprio “cuneo” per far sentire la propria voce. L’impegno sociale di Kento - Oltre alla sua produzione musicale, Kento è noto per il suo costante lavoro sociale con le fasce giovanili più fragili. Un impegno che gli è valso il premio Cultura Contro le Mafie nel 2014, oltre ai premi assegnati da Casa Memoria Impastato e dall’ANPI nel 2017. L’iniziativa è realizzata all’interno del progetto Young Based Community, sostenuto dall’ANCI. La partecipazione è interamente gratuita, ma l’iscrizione è obbligatoria al seguente link e valida per l’intero ciclo di incontri. I posti possono essere prenotati online. Per ulteriori informazioni, è possibile scrivere a info@scrittorincitta.it o contattare il numero di telefono 0171.444822 Trani (Bat). Reinserimento detenuti, parte progetto da quasi 400.000 euro ilgiornaleditrani.it, 31 agosto 2026 “Trasformare il periodo della detenzione in un’occasione concreta di crescita personale e professionale”. È l’obiettivo di “Oltre le mura: competenze digitali per ricominciare”, il progetto avviato alla casa circondariale di Trani, finanziato dal Fondo per la Repubblica digitale - Impresa sociale nell’ambito del Bando fuoriclasse, per un valore complessivo di 389.355,80 euro. Il percorso, della durata di diciotto mesi, coinvolgerà cento persone detenute attraverso centosettanta ore di formazione per ciascuna delle cinque edizioni, suddivise fra competenze digitali - dall’alfabetizzazione informatica fino a cloud computing, sicurezza informatica e intelligenza artificiale - e competenze trasversali, come comunicazione, gestione delle emozioni e lavoro di squadra. È previsto anche il conseguimento di una certificazione informatica riconosciuta a livello internazionale, l’Ecdl o l’Eipass, e un’indennità di 3,50 euro per ogni ora frequentata. Il progetto, uno dei ventisei selezionati a livello nazionale dal Bando fuoriclasse promosso con il Ministero della Giustizia e il Cnel, prevede anche un hub territoriale per il reinserimento, che unirà cooperative sociali, imprese ed enti del terzo settore per creare opportunità occupazionali a chi esce dal percorso detentivo, in raccordo con l’Ufficio di esecuzione penale esterna. Capofila è Ifor Pmi Prometeo Puglia Ets, insieme a Node, Confcooperative Bari-Bat, Terre Solidali e la Casa circondariale di Trani. Vasto (Ch). Le campanelle dei detenuti del carcere alla Fiera di Sant’Egidio piazzarossetti.it, 31 agosto 2026 La casa circondariale di Lanciano sarà presente in due dei momenti più significativi delle Feste di settembre, nell’intento di esprimere il senso di appartenenza alla comunità lancianese e di condividere un momento particolarmente importante della vita cittadina, fatto di fede, storia cultura e tradizioni che si tramandano da generazioni. In particolare, il 31 agosto, in occasione della tradizionale Fiera di Sant’Egidio - con il suo significato simbolico e il suo forte legame con la tradizione popolare - è prevista l’esposizione e la vendita, nello stand della Croce rossa italiana, delle campanelle realizzate dalle persone detenute nell’ambito del progetto di modellazione dell’argilla supportato e coadiuvato dalla stessa organizzazione di volontariato, che devolverà il ricavato a finalità benefiche. L’iniziativa rappresenta un momento significativo di valorizzazione dell’attività laboratoriale svolta in istituto e consente di dare visibilità, in un contesto esterno e socialmente partecipato, al lavoro svolto dalle persone ristrette, favorendo la percezione concreta del percorso di impegno, acquisizione di competenze e responsabilizzazione intrapreso. La partecipazione esprime anche la volontà di apertura e di dialogo con il territorio, nella consapevolezza che il percorso di rieducazione e reinserimento passi anche attraverso la possibilità di sentirsi parte della comunità e di riconoscersi nelle sue radici, nella sua storia e nelle sue tradizioni. In occasione della tradizionale festa del Dono l’8 settembre, espressione di fede e devozione, che rappresenta l’occasione preziosa per condividere sentimenti di speranza, fraternità e vicinanza, i detenuti allestiranno un carro allegorico all’interno del quale saranno contenuti i prodotti coltivati nell’orto del penitenziario e alcune pietanze preparate dagli stessi detenuti da offrire in dono alla Madonna. La partecipazione è resa possibile dalla disponibilità e collaborazione di don Massimo Storelli e della comunità parrocchiale di Villa Stanazzo che accompagnerà i detenuti nelle fasi preparatorie. La Casa Circondariale di Lanciano, con la Direzione, il personale e i detenuti, desidera quindi unirsi alla cittadinanza in questo appuntamento, contribuendo con la propria presenza a rafforzare quel senso di comunità che rende le Feste di settembre un patrimonio condivìso. Un gesto semplice, ma significativo, per ribadire che anche attraverso le tradizioni, la cultura e la partecipazione è possibile costruire ponti tra il carcere e il territorio, promuovendo valori di inclusione, rispetto e appartenenza. Fate attenzione, la storia passa dall’angolo cieco di Concita De Gregorio La Repubblica, 31 agosto 2026 La gente vuole sicurezza, non gliene importa niente dei gay - dicono. La gente non vuole gli stranieri che ci invadono, figurati cosa gliene frega dell’identità di genere. Le unioni civili, la procreazione assistita, l’aborto: sono diritti di lusso. Devi essere ricco, per avere quei bisogni lì, la gente invece è povera. Vuole un lavoro, una casa, vuole stare tranquilla - dicono. Vuole qualcuno che rimetta le cose in ordine. La gente vuole sicurezza e avrà un duce. Perché serve un duce, no?, a riportare ordine e sicurezza: questo pensa la gente che la sinistra, baloccandosi con questioni inessenziali, ha perso di vista. Serve qualcuno che sappia riportare a com’erano prima quando tutto era più semplice e chiaro: chi comanda, chi è comandato. Facile. Un duce, un caudillo è sempre stato questo, nel tempo e nello spazio: qualcuno che ha prosperato nella povertà, che si è fatto grande delle altrui miserie, che ha lucrato sulle paure alimentandole, nel consenso di popolo: il celebre legame con le masse popolari. Non di rado quando torna la democrazia o, nella democrazia, la sinistra al governo, le masse lo rimpiangono: quando c’era lui. La mappa del Sudamerica è una carta geografica ogni volta più nitida: Abelardo de la Espriella in Colombia, Nayib Bukele in Salvador, Javier Milei in Argentina, Antonio Kast in Cile. Con l’eccezione di due grandi paesi, Brasile e Messico, è diventata il laboratorio mondiale delle destre nella variante Maga: tutti alleati di Donald Trump, ispiratore del ritorno alla grandezza antica, di conseguenza alleati del governo di Netanyahu, un criminale genocida. Tutti paesi in cui la distanza fra ricchi e poveri è immensa, la mortalità infantile altissima, l’abbandono scolastico è la norma, la condizione delle donne spaventosa. E dunque: un caudillo. Certo, l’Italia non è la Colombia né il Salvador. Però la gente è povera, sì. Sempre più povera: di soldi, di prospettive, di speranze, di salute, di conoscenze. Povera di memoria. A dispetto dei proclami di governo: dei dati che mostrano, nelle conferenze stampa che mandano in onda in tv - è cosa loro, la tv pubblica. La gente però lo sa, che non può pagare l’affitto, la spesa, un’ecografia nel privato perché nel pubblico c’è da aspettare mesi, anni, e intanto lo vede in tv, la gente, che gli altri, i ricchi, quelli che una clinica se ne hanno bisogno quasi quasi se la comprano, viaggiano con gli animali di compagnia in prima classe e affittano stanze principesche per i loro cani, negli hotel dedicati. Sapete che ascolti fanno in tv i programmi che mostrano la vita dei ricchi? I picchi della curva, sempre. E i canali social che mostrano il lusso? I più seguiti. Dunque la gente si ribellerà, scenderà in piazza, chiederà giustizia sociale? No, niente affatto. La gente applaude colui che verrà - credono - a salvarli. Uno sempre nuovo, uno più deciso e duro del precedente, che ha deluso. Persino Salvini, pensate, ha deluso: una mammola. Qui serve qualcuno che sappia come si manda avanti una caserma. Un paese-caserma per stare al riparo dal caos che l’eccesso di libertà ha prodotto: chiudere bisogna, non aprire. Punire, non educare. Io non lo so, se sia una preoccupazione esagerata quella che comincia a serpeggiare rispetto al tronfio proclama elettorale del generale Vannacci. Non so nemmeno dire se i sondaggi che lo danno in crescita vertiginosa siano fondati, se davvero abbia un consenso proporzionale alla tribuna che trova sui giornali, in tv, in rete. Certo, l’eventuale rimedio non è sicuramente ignorarlo, come qualcuno propone: non è rompendo il termometro che sparisce la febbre, non è voltando la testa che ciò che non ti piace svanisce. No, non è “colpa” di chi parla di Vannacci se Vannacci esiste. E non è nemmeno ridicolizzandolo, ridendone che si disinnescherà il pericolo. Vannacci esiste perché c’è chi lo vuole, e sono tanti. L’8 per cento? Ma potrebbe arrivare al 10, anche oltre: vedrete, vedrete. Intercetta un bisogno - dicono. Merita di essere esaminata con grandissima attenzione l’incredibile sequela di spropositi contenuti in quel programma elettorale. Anche solo per l’indifferenza con cui è sostanzialmente accolta: non vedo reale allarme democratico, qualche timida voce, vedo più che altro lo spavento di chi pensa che possa sottrargli voti. Dovrà allearsi con lui, infine, Meloni. Dovrà cambiare la legge elettorale - dicono. Quindi vediamo: non si sa da cosa partire nell’elencare quello che non è un progetto di ritorno al Medioevo, come alcuni dicono, ma al fascismo. Proprio al fascismo storico: a quella cultura lì, a quel tipo di società, ordine e disciplina, alla censura e alla repressione, all’italianità - qualunque cosa voglia oggi dire - come bandiera. Ma attenzione, perché parlare di fascismo è un tic della sinistra, è controproducente - dicono. Va bene. Se preferite chiamiamolo Ugo. Ugo vuole le donne a casa, con i figli, gli uomini che procacciano cibo e protezione, che non mostrano debolezza. Il bel patriarcato mediterraneo, se poi lui ti picchia sopporti, se ti ammazza vabbè, capita. Andrà in prigione. Le concubine. I gusti lesbici: anche il linguaggio è spaventoso. No all’aborto, no alle unioni civili, educazione militare a scuola, una scuola di italiani. No alla cittadinanza per chi non è nato in questo paese naturalmente, no per chi ci è nato da genitori stranieri. Fuori tutti, remigrazione: rimandiamoli tutti nei lager che abbiamo finanziato, incoraggiato, deportiamoli. No alle parate gay, no ai gay in tv prima di una cert’ora. Per ora, poi vedremo. In fondo possono guidare, cosa vogliono. Taglio delle tasse dunque evviva: giubilo ed esultanza. Come? Lo capiremo, intanto eliminando tutti quei servizi alla cittadinanza sostanzialmente inutili, non vedete che la società è decadente? Intanto smettete di bestemmiare e disonorare i morti, siamo un paese di tradizione romana e cristiana. Pregate e tacete. Va letto bene, il programma, nelle parti che riguardano giustizia e sicurezza. Perché poi magari era un falso allarme. Magari tutta questa popolarità di Vannacci è un abbaglio mediatico, non è vero che la povera gente lo acclama - la gente dei quartieri popolari dove nel secolo scorso vinceva la sinistra e ora la destra, che la sinistra è rimasta nelle ztl. Però intanto dare un’occhiata più attenta forse vale la pena. Che non sempre la storia la capisci mentre accade. Passa dall’angolo cieco, alle volte. Chiedere potere: questo fa paura nel dibattito woke di Vanessa Roghi La Repubblica, 31 agosto 2026 Domandare rappresentanza e spazio per chi non ne ha è una battaglia di uguaglianza che non danneggia altre giuste lotte. Stavo ancora finendo di fare, mentalmente, l’elenco delle cose che non condivido, nel merito e nel metodo, riguardo al dibattito sul woke per come si è sviluppato su questo giornale nelle settimane scorse, da Conte a Renzi, da Valerio a Cornelio, quando il 25 agosto Travaglio, dalle pagine del Fatto quotidiano, se ne è uscito con un attacco contro la stessa Valerio così scomposto da ricordarmi in un istante, senza bisogno di grandi esempi, perché sia tutt’altro che superata la necessità di essere woke, cioè attenti, proprio a partire da quel linguaggio che spesso viene indicato come l’ultimo dei problemi. In quel pezzo Travaglio definiva “la supercazzola di Chiara (si fa per dire) Valerio” come “una colata di piombo”. Ora questo è stato a lungo tipico: trasformare una donna che prende parola in una figura ridicola. È accaduto a Laura Boldrini, è accaduto a Michela Murgia, a Vera Gheno, guarda caso sempre quando parlavano di linguaggio e di diritti. Accadeva negli anni Settanta alle donne del movimento femminista che non a caso avevano inaugurato sul mensile Effe una rubrica dal titolo Un antifemminista al mese, dove si analizzavano i discorsi ostili e misogini di insospettabili (vedere per credere, è tutto online). Grazie a Travaglio, dunque, la discussione sul woke appariva improvvisamente utile per un’eterogenesi dei fini che francamente non mi aspettavo, date le premesse squisitamente politiche da cui è scaturita (come notava Massimo Giannini, la polpetta avvelenata sul piatto di Elly Schlein). Mentre da un mese c’è chi si chiede se l’attenzione al linguaggio, agli stereotipi, alle discriminazioni abbia prodotto eccessi, e chiaramente la proporzione fra quelli che può aver prodotto e la violenza del potere patriarcale è sotto gli occhi di tutti, basta pochissimo perché riemerga, intatto, quel linguaggio “rimpianto”, di quando si poteva dire tutto. Quando una donna che prendeva troppo spazio poteva essere pazza, isterica, da neuro; e tutto questo veniva chiamato polemica, magari pure divertente. Tornando al dibattito mi pare che su queste pagine in molti siano stati concordi nel dire che un po’ di woke va bene, ma non esageriamo. E grazie a Massimo Giannini e aLuigi Manconi che hanno detto meglio di cosa dovremmo parlare: ma quando mai abbiamo esagerato? Di cosa stiamo parlando? Giulia Blasi, giornalista femminista, ci ha ricordato come “il woke”, trattato come un movimento unitario, sia in gran parte una costruzione dei suoi avversari. Una parola nata dentro la cultura e le lotte antirazziste afroamericane, progressivamente risemantizzata fino a diventare un contenitore nel quale infilare tutto ciò che viene percepito come un’indebita invasione da parte di chi prima avrebbe dovuto aspettare educatamente il proprio turno per parlare. Il femminismo, l’antirazzismo, i diritti delle persone Lgbtqia+, la riflessione sul linguaggio, la critica del canone, la richiesta di una maggiore rappresentazione di persone che storicamente ne sono state escluse. Messe tutte insieme queste cose diventano “woke”. Per chi non le condivide o le osserva dal di fuori, ma prese una per una sono battaglie diverse, che possono incontrarsi o andare ognuna per la sua strada, come infatti è accaduto. Non esiste un movimento woke. Sarebbe come immaginare un movimento progressista, qualunque sia il senso che attribuiamo a questa parola (come del resto a woke). Igiaba Scego è stata fra le prime a notare come anche questa discussione risponda a un meccanismo già visto sul modo in cui il dibattito americano viene importato da noi: a cominciare dalla famosa frase Woke is wack, che in realtà non è di Alexandria Ocasio-Cortez: nell’intervista ad ABC del 9 agosto AOC riprende un’espressione del consigliere comunale di New York Chi Ossé e riflette su cosa si deve fare oggi dopo una fase storica ormai superata, una fase precisa della politica statunitense, nella quale una stagione importante di consapevolezza sul carattere sistemico delle discriminazioni avrebbe finito, in alcuni casi, per perdere radicalità scivolando nel purismo, nella censura e in battaglie linguistiche fini a sé stesse. Ma da noi? Pensiamo davvero che il woke si esaurisca nell’usare lo schwa in qualche circolare, mentre aumenta ogni giorno l’intolleranza verso le persone trans e non possiamo parlare di genere a scuola, genere come lo intendeva nel 1973 Elena Gianini Belotti, non qualche università del Kansas oggi. Mentre la GPA è reato universale e si continua a dire che è un capriccio delle coppie gay e non l’ultima spiaggia anche per le coppie eterosessuali. Mentre non abbiamo ancora una legge sulla cittadinanza e le persone razzializzate continuano a essere pochissimo rappresentate nei luoghi in cui si decide e si discute, anche in questo dibattito, fateci caso. E soprattutto non si capisce perché diritti civili e diritti sociali debbano essere messi ancora una volta in concorrenza. Un vizio antichissimo nella storia della sinistra: Clara Zetkin dovette battersi perché la specificità dell’oppressione femminile trovasse organizzazione autonoma dentro il movimento operaio di fine Ottocento. Così come vizio antico e ricorrente è la pretesa di parlare a nome di tutti. Andiamoci a rileggere quello che Sojourner Truth disse alla Convenzione per i diritti delle donne di Akron nel 1851, quando chiese “Ain’t I a Woman?”, non sono anche io una donna? O lo sono solo le donne bianche. E potremmo fare altri esempi, storie diverse, attraversate però da una domanda comune: chi può parlare per chi? Il movimento delle persone con disabilità l’ha condensata in una formula perfetta: “niente su di noi senza di noi”. È una questione di spazio e di potere. E non è una semplice questione di identità o di egoismo ma un’assunzione di responsabilità. Quando il femminismo ci ha insegnato che il personale è politico non ci ha detto che il nostro orticello è il più importante di tutti. Ci ha insegnato che l’io modifica il noi, che nessuno parla da un luogo neutro e che proprio per questo nessuno può pretendere di parlare a nome di tutt?. C’è una parola bellissima che ci permette di liberarci proprio da questa gerarchia delle priorità: intersezionalità. Non viene prima il lavoro e poi il cosiddetto politicamente corretto. Non viene prima la classe e poi il genere. Non vengono prima i salari e poi la lotta contro il razzismo. Su questo mi sembra particolarmente utile l’intervento di Oiza Q. Obasuyi, studiosa di razzismo sistemico e migrazioni. Chi dice “basta woke, pensiamo ai lavoratori”, osserva Obasuyi, dovrebbe prima chiedersi chi siano oggi i lavoratori e le lavoratrici. Ci sono lavoratrici e lavoratori migranti per i quali il lavoro, il permesso di soggiorno, l’accesso alla cittadinanza e l’esposizione al razzismo istituzionale non sono problemi separati da mettere ordinatamente in fila. Sono condizioni che si determinano a vicenda. Per molte persone straniere il diritto al soggiorno e quello al lavoro sono concretamente intrecciati, e la precarietà dell’uno può aumentare la ricattabilità nell’altro. Ecco perché contrapporre diritti sociali e diritti civili non è soltanto politicamente discutibile ma rischia proprio di impedirci di vedere come funziona in concreto la disuguaglianza. Naturalmente il sistema economico in cui viviamo è perfettamente in grado di trasformare in un brand ogni battaglia, persino quelle nate per contestarlo. Jennifer Guerra su questo ha scritto Il femminismo non è un brand, leggetelo è molto chiaro. Ma, ci ricorda Guerra, la capacità del mercato di appropriarsi di una rivendicazione non dimostra che quella rivendicazione sia sbagliata. Come ha osservato Andrea Fabozzi intervenendo su questo dibattito su Il manifesto, non ci sono battaglie da abbandonare. Anche perché, e questo riguarda l’ambito che ho più a cuore, cioè quello educativo, come ha notato Simone Giusti, docente di letteratura italiana a Siena: che cosa facciamo quando le condizioni economiche ci permettono possibilità di intervento limitate? Quando ci rendiamo conto che non possiamo subito abbattere il neoliberismo ma intanto possiamo rendere migliore la vita delle persone che abbiamo vicine? Continuiamo a comportarci come si è sempre fatto in attesa che sorga il sol dell’avvenire o lavoriamo in tutte le direzioni? Un altro vizio antico: quando il maestro Mario Lodi rivoluzionò dall’interno la vita nelle sue classi fu accusato di tradire le battaglie grandi per quelle piccole, di essere un kennediano, oggi si direbbe woke. Le persone sono tutte intere, lo scriveva Luigi Manconi, vorrei ribadirlo: sono fatte di desideri e di corpo, di storia e di speranza. Per questo ieri come oggi vogliamo il pane, ma anche le rose. Tutto qui. A scuola niente ghetti né liste nere: i nuovi cittadini si formano in classe di Rahma Nur* Il Domani, 31 agosto 2026 La visione di scuola del ministro Valditara è moralistica e securitaria, non aiuta ad integrare come dice lui, ma a dividere i bambini in studenti di serie C e ghettizzarli dal punto di vista culturale e costituzionale. Tra le temperature record e le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, quest’estate 2026 ha avuto ben poco di riposante. Il tetto al 30% di alunni stranieri annunciato il 4 agosto 2026; rischio di revoca del permesso di soggiorno per chi non manda i figli a scuola; i mille docenti di L2, italiano per stranieri; la proposta di rendere obbligatorio lo studio dell’italiano per i genitori stranieri espressa davanti alla platea del Meeting di Rimini. Siamo all’inizio del quarto anno scolastico in regime valditariano e ho trascorso i mesi estivi a cercare di digerire le sue idee di istruzione. Io sono una delle maestre nere che lavorano nella scuola italiana; sono stata una bambina nera e straniera che non parlava una parola di italiano quando sono giunta in Italia a cinque anni. Sono trentatré anni che insegno italiano, storia, la Costituzione, l’arte e la poesia ai miei alunni e alunne. L’italiano spesso diventa la prima lingua anche per quei bambini con genitori stranieri; nessuna prova scientifica dimostra che lo disimparino se a casa parlano la loro lingua madre. Queste idee retrograde e prive di una visione pedagogica hanno portato me e le colleghe a confrontarci e a concludere che un ministro rispettoso della Costituzione dovrebbe tener conto che la società è cambiata, si è trasformata grazie a quella pluralità di persone che continua a essere demonizzata, usata come capro espiatorio per paura di perdere consensi. Un ministro dell’istruzione non dovrebbe farsi influenzare dai pregiudizi e dagli stereotipi ma dovrebbe dialogare e conoscere le varie realtà scolastiche. Queste dichiarazioni sono la chiara dimostrazione di come una certa politica non sia preparata ad accogliere le diversità. È importante validare le soggettività dei nostri studenti senza volerli omologare, perché essi prendono forma anche dalla storia di provenienza, dalle lingue parlate a casa. Nei suoi interventi pubblici non c’è mai stato un accenno alla pedagogia, né alla transculturalità che si focalizza sui valori universali che ci uniscono, al di là delle origini, delle geografie e delle storie per ritrovarci in un’appartenenza globale. Non si può parlare di società omogenea, perché la società è in continuo divenire. Questo condannare i genitori stranieri perché non mandano i figli a scuola oppure non parlano in italiano a casa, è una forma di alta discriminazione e di paternalismo. Le famiglie straniere hanno difficoltà con la lingua, è vero, ma i corsi di L2 sono poco diffusi sul territorio, e poi dimentichiamo il disagio che provano quando si trovano davanti alle istituzioni alle quali si affidano, senza sapere come vengono trattati i figli né come sostenerli. Ci sono modi per aiutare i genitori a comprendere la scuola, a supportarli nell’imparare la lingua italiana senza revocare loro il permesso di soggiorno. La scuola deve essere luogo di apprendimento, di tutela dei soggetti fragili, noi docenti insegniamo, non creiamo liste nere. Eppure esistono iniziative nelle scuole per coinvolgere i genitori. In Italia abbiamo tantissime associazioni che svolgono un lavoro fantastico e fanno da ponte tra le famiglie e la scuola. Le scuole stesse cercano di approntare strumenti di comunicazione in più lingue proprio per raggiungere tutti. Qualcosa di simile accade in Francia, dove c’è il programma Ouvrir l’école aux parents per permettere ai genitori di conoscere il sistema educativo francese. Come si fa a mettere il tetto agli studenti stranieri in scuole che sopravvivono proprio grazie a questi alunni, quando ci sono classi con studenti che provengono da più di 20 paesi differenti? Come si fa a mandare i bambini che eccedono nelle scuole di prossimità se queste sono in un altro comune ad esempio? La visione di scuola del ministro è moralistica e securitaria, non aiuta ad integrare come dice lui, ma a dividere i bambini in studenti di serie C e ghettizzarli dal punto di vista culturale e costituzionale. Ci dice che integrazione è “la condivisione dei valori fondanti su cui poggia la nostra società e la nostra Costituzione”, dimenticando che è proprio ciò che insegniamo e che reiteriamo in quelle 33 ore di educazione civica spalmate su tutte le discipline. Con la differenza che “integriamo” ascoltando anche le storie dei nostri alunni, le loro tradizioni, imparando a conoscere i loro costumi, perché senza conoscenza, non c’è rispetto e non c’è condivisione di intenti. La scuola monolitica e assimilazionistica che persegue Valditara è una scuola che vuole replicare i sistemi di oppressione e di dominio linguistico e culturale, quando invece dovremmo trasformare l’aula in luogo di resistenza, di riflessione critica contro le discriminazioni, il colonialismo e il razzismo. Lo scrisse James Baldwin nel 1963 nel suo saggio A talk to Teachers “Cominciamo col dire che stiamo vivendo un periodo molto pericoloso. Incontrerete la resistenza più fantastica, più brutale e più determinata. Non ha senso fingere che questo non accadrà”. La scuola è fatta di docenti e studenti e alcuni di essi hanno un’origine, una lingua e tratti somatici diversi. Sono diventata la maestra che sono grazie alla scuola pubblica, democratica, aperta e pronta ad accogliere tutte le diversità del suo tessuto sociale, perché è questa la funzione della scuola. *Ex bambina straniera, insegnante da 33 anni Migranti. Vertice di governo per decidere su Ceuta: l’ipotesi di prorogare il blocco di Schengen di Eleonora Camilli La Stampa, 31 agosto 2026 Piantedosi: “Situazione tutt’altro che migliorata, ci sono ancora 10mila persone non compiutamente identificate”. I controlli alle frontiere per chi arriva in Italia dalla Spagna andranno avanti. Il governo ha intenzione di prolungare lo stop al trattato di Schengen con Madrid. La decisione finale sarà presa, però, soltanto oggi, 31 agosto, quando la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il titolare della Farnesina, Antonio Tajani si sentiranno per fare il punto e valutare la situazione nell’exclave spagnola di Ceuta, analizzando sia i rapporti di intelligence che le interlocuzioni diplomatiche avute in queste settimane col governo di Pedro Sanchez. L’intenzione, da quanto si apprende, è quella di andare avanti, anche se non è chiaro per quanto tempo: se, cioè, il prolungamento sarà solo di una settimana, cioè fino al 7 settembre quando scadrà anche il termine dei controlli voluti dalla Spagna, oppure se si proseguirà ancora per un altro mese. È stato lo stesso Piantedosi, parlando da Ceglie Messapica, a ricordare che il quadro è “complicato” e che “a Ceuta la situazione è tutt’altro che migliorata”, perché ci sarebbero ancora tra i cinquemila e i diecimila migranti “non identificati o non compiutamente identificabili”. Non solo, ma per il titolare del Viminale ci sarebbe anche un “allarme” da parte delle agenzie di intelligence spagnole per “soggetti con una caratterizzazione jihadista”. D’altronde, ha ricordato Piantedosi, la decisione di ripristinare i controlli non sarebbe stata presa, il mese scorso, per andare allo “scontro con il governo spagnolo” considerato “Paese fraterno” ma oggi da Ceuta arrivano notizie di una crisi umanitaria e di tensioni con la popolazione locale. Parole che lasciano intendere l’inevitabilità di continuare, anche se dalle risultanze di queste settimane, dei controlli agli aeroporti non è emerso un legame diretto con quanto accade nell’excalve. Non risulterebbe, infatti, che migranti, entrati a Ceuta nella notte tra il 30 e 31 luglio scorsi, siano arrivati in Spagna e poi da qui transitati in Italia. A essere fermati sono state soprattutto persone con documenti non in regola. In molti casi con un visto turistico o un permesso di soggiorno scaduti. Oppure cittadini con precedenti penali già segnalati dalla polizia. Intanto, dalle indicazioni che arrivano dall’Italia, la Spagna teme che lo stop possa durare a lungo, anche oltre un mese come sottolinea il quotidiano La Vanguardia. Se il modello seguito e più volte evocato, dovesse essere quello dei controlli ai confini con la Slovenia, lungo la rotta balcanica, infatti, gli stop alla libera circolazione potrebbero esseri cronici a secondo dell’emergenza. Nel caso spagnolo, però, il confine fisico non c’è quindi una soluzione di questo tipo potrebbe essere ancora più complicata. Per proseguire con la sospensione l’Italia dovrà comunicare la decisione che verrà presa oggi a Bruxelles. Qualche giorno fa era stato il ministro degli esteri spagnolo Manuel Albares, a parlare del ripristino dei controlli tra i due Paesi come un “affronto ingiustificato e ingiustificabile alla dignità degli spagnoli”. Un’ulteriore proroga, dunque, potrebbe contribuire a peggiorare ulteriormente i rapporti, già tesi, tra Roma e Madrid. Sempre sul dossier migranti, nei prossimi giorni, è previsto l’incontro tra Piantedosi e l’omologo tedesco Alexander Dobrindt dopo le prime richieste di riammissione dei cosiddetti “dublinanti” dalla Germania all’Italia, anche alla luce dell’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulle migrazioni e l’asilo. Alla richiesta di Berlino era seguita quella di altri Paesi, come Olanda, Svizzera, Austria e Finlandia. Solo la Francia e la Spagna hanno comunicato l’intenzione di non rimandare indietro persone verso il nostro Paese in nome della “solidarietà europea”. Un principio che nella decisione di oggi potrebbe cedere di nuovo il passo alla necessità di mostrare il pugno duro sul controllo dei confini nazionali a pochi mesi dalla campagna elettorale.