“Le carceri italiane sono un’emergenza democratica” di Pietro Cifarelli affaritaliani.it, 30 agosto 2026 Sovraffollamento, garantismo e correnti al centro del confronto sul futuro della giustizia tra governo, magistratura e opposizioni. Carceri, garantismo, correnti della magistratura e funzionamento della giustizia. Sul palco de La Piazza 2026 il confronto moderato dal direttore di Affaritaliani Marco Scotti mette insieme Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, Claudia Eccher, presidente della VII Commissione del Csm, Piercamillo Davigo, già magistrato e già componente del Consiglio Superiore della Magistratura, Vittoria Baldino, deputata del Movimento 5 Stelle, e Gianni Alemanno, già sindaco di Roma. Alemanno: “Le carceri italiane sono un’emergenza democratica” - “Grazie di questo invito e grazie per la possibilità di parlare di una situazione che purtroppo chi non tocca con mano ignora, non la vede, non la sente. Oggi secondo me le carceri italiane sono un’emergenza democratica, qualcosa che deve riguardare non una parte politica ma tutta la realtà politica”, afferma Alemanno. L’ex sindaco di Roma punta il dito contro il sovraffollamento e contro un sistema che, a suo giudizio, ostacola proprio chi prova a reinserirsi: “Sono un’istituzione al contrario: creano enormi problemi a quelli che vogliono redimersi, rieducarsi, reinserirsi e invece lasciano campo libero a chi vuole continuare a delinquere anche dentro il carcere. Il carcere deve avere una funzione rieducativa, deve avere una funzione che porti a ridurre la recidiva. Questo oggi nel carcere italiano non esiste. Non è possibile ricostruire la giustizia in Italia senza fare interventi seri anche sull’aspetto carcerario”. Alemanno richiama anche il tema della custodia cautelare: “Col funzionamento della giustizia penale che c’è oggi in Italia chiunque può finire in galera. Non è solo un problema di fasce emarginate, oggi è una realtà che può accadere a tutti. Credo che tutte le forze politiche dovrebbero prendere atto di questa situazione e fare un intervento di emergenza sulla realtà carceraria”. Davigo e Alemanno si dividono sui numeri del sovraffollamento - Davigo interviene sui dati relativi alla capienza degli istituti penitenziari: “Se qualcuno si prende la briga di andare su Internet a controllare sul Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria il numero dei detenuti e la disponibilità di posti, scopre una cosa singolare”. Secondo Davigo, il calcolo della capienza tiene conto delle metrature previste per le civili abitazioni: “Quei 46mila posti sono calcolati usando nove metri quadrati per il primo occupante e cinque per gli altri. Questo dice il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria”. Alemanno contesta però la distanza tra i dati teorici e ciò che accade realmente negli istituti: “Quelle che sono queste cose teoriche vengono naturalmente disattese, perché nelle carceri la gente sta una sopra l’altra. Bisogna vedere la realtà”. Davigo richiama anche la possibilità, prevista da accordi internazionali, di scontare la pena nel proprio Paese: “Quasi tutti gli italiani detenuti all’estero chiedono di venire in Italia a scontare la pena. Gli stranieri detenuti in Italia non chiedono di andare nel loro Paese”. Eccher: “Chi aveva votato sì al referendum sarebbe stato espulso dalle correnti” - Claudia Eccher torna sulla battaglia referendaria e sul ruolo delle correnti nella magistratura: “Io insieme a un’altra consigliera del Csm, forse per la prima volta nella storia di questo Paese, dopo aver chiesto l’autorizzazione al presidente della Repubblica, siamo state socie fondatrici del comitato Sì Riforma. Purtroppo sappiamo tutti che gli esiti referendari non sono andati come speravamo, ma credo che ci sia stato proprio un errore di comunicazione fondamentale. Il Csm sembra un ente metafisico, lontano dalla vita dei cittadini, invece è un’istituzione di cui tutti i cittadini dovrebbero interessarsi”. Eccher denuncia poi il clima interno alle correnti: “I magistrati sono in piena campagna elettorale e in questo momento c’è una guerra che non ho paura di definire quasi fratricida tra le correnti. Le correnti sono profondamente rafforzate, anzi hanno diramato un comunicato secondo cui tutti coloro che erano iscritti alle correnti all’interno dell’Anm e avevano votato sì al referendum sarebbero stati espulsi. Credo che questo non faccia bene alla vita democratica di questo Paese. Questa pagina non fa onore alla magistratura e non fa onore a questo Paese”. Per Eccher il problema investe anche il rapporto tra magistratura, comunicazione e reputazione: “Abbiamo dato delle linee guida in ragione delle quali il magistrato non potrà più fare le conferenze stampa mettendo il mostro in prima pagina. Il danno reputazionale è l’unico danno irrisarcibile di questo Paese”. Davigo: “L’ideologia almeno rende più trasparente la posizione” - Davigo replica sul ruolo delle correnti: “Certamente ci sono soggetti singoli e soggetti associati che hanno un’ideologia. Ce ne sono altri che non ne hanno. Io non so cosa sia peggio, perché almeno l’ideologia rende un po’ più trasparente la loro posizione”. L’ex magistrato sposta però il punto sulle dinamiche di carriera: “Quando invece si va alla ricerca di posti e di valutazioni di professionalità in vista di futuri posti, le cose sono preoccupanti”. Ricorda quindi la propria esperienza al Csm: “Quando qualcuno veniva a parlarmi per dire che non era stato valutato nel modo giusto, per carità, se uno lamenta cose oggettive lo si sta a sentire. Ma quando cominciava a scivolare sul terreno del ‘la penso come te’ oppure ‘siamo amici’, gli dicevo: prima di andare avanti, leggi”. Baldino: “Questo è il garantismo dei garantiti” - Vittoria Baldino attacca la politica del governo sulla giustizia: “Abbiamo visto una riforma della giustizia tentata, per fortuna solo tentata perché poi i cittadini italiani l’hanno respinta, che in qualche modo minava, a nostro avviso, l’indipendenza della magistratura”. La deputata del Movimento 5 Stelle contesta soprattutto quella che considera una contraddizione nell’uso del garantismo: “Abbiamo assistito a un governo che ha messo mano molte volte alle fattispecie di reato, introducendo ampliamenti di fattispecie già previste e nuovi reati. Da una parte si predica il garantismo, però soltanto magari per i reati dei pubblici ufficiali o dei colletti bianchi. Dall’altra parte, se sei un ragazzo che protesta per strada, un migrante o una persona che non ha questo tipo di potere, allora non c’è garantismo ma c’è panpenalismo. Il garantismo è tutela del cittadino dall’arbitrio dello Stato, è tutela del diritto di difesa, della presunzione di non colpevolezza, garanzia di un processo giusto e di una ragionevole durata. Questa è una giustizia di serie A, garantismo per i potenti e meno tutele per chi potente non è. Questo è il garantismo dei garantiti e non è il garantismo previsto dalla Costituzione. Per rispettare la Costituzione dobbiamo fare tutto l’opposto rispetto a quello che ha fatto questo governo”. Sisto: “Il processo non serve a punire, serve ad accertare la responsabilità” - Il viceministro Francesco Paolo Sisto replica al Movimento 5 Stelle: “Buongiorno a tutti. Voglio innanzitutto ringraziare Gianni Alemanno per questa presenza. Rimettersi in discussione dopo quell’esperienza gli fa soltanto onore”. Poi l’affondo politico: “Noto che i 5 Stelle sono garantisti da sempre. Quando hanno abolito la prescrizione hanno inserito una serie di ostacoli alla giustizia pensando che il processo sia uno strumento punitivo. Il processo non serve a punire, serve ad accertare la responsabilità secondo le regole e secondo la presunzione di non colpevolezza. Questo è un Paese che i padri costituenti hanno costruito sulla presunzione di non colpevolezza. Si è colpevoli solo con una sentenza definitiva. Così è scritto e così deve essere”. Sisto rivendica poi l’azione del governo sulle carceri: “Abbiamo assunto nella Polizia penitenziaria quasi dieci volte di più rispetto ad altri governi, abbiamo completato i ruoli della magistratura di sorveglianza, fatto investimenti sugli ausiliari, abbiamo un piano sull’edilizia penitenziaria di assoluta rilevanza. Fra il carcere e fuori dal carcere non ci deve essere una barriera. L’articolo 27 dice con chiarezza che la pena deve tendere alla rieducazione. Puoi perdere la libertà ma non la dignità”. Il viceministro si dice anche “personalmente favorevole alla liberazione anticipata implementata e meritata”: “Se un detenuto ha dato buona prova di sé, negli ultimi due anni può godere secondo me di una maggiore ampiezza della liberazione anticipata. Noi lotteremo perché questi principi possano essere attuati”. Eccher: “Un magistrato che ti condanna ingiustamente ti fa vivere morendo tutti i giorni” - Eccher torna sul sovraffollamento e sui suicidi in carcere: “Il rischio suicidario più alto si ha nel momento in cui c’è l’ingresso in carcere, ma anche nel momento in cui si sta per uscire”. La presidente della VII Commissione del Csm sottolinea il rafforzamento degli organici della magistratura di sorveglianza e delle cancellerie, chiedendo adesso un’accelerazione sulle pratiche: “Non c’è più la possibilità per la magistratura di dire che non abbiamo gli organici, non abbiamo le strutture, non abbiamo gli amministrativi”. Poi il passaggio più netto: “So esattamente quello che succede nelle famiglie e in tutto il tessuto sociale di una persona che viene suo malgrado coinvolta in un processo penale. Un medico sbaglia la diagnosi e uno muore, ma un magistrato che ti condanna ingiustamente ti fa vivere morendo tutti i giorni”. Alemanno: “Futuro Nazionale vuole portare una ventata di novità” Alemanno lega la battaglia sulle carceri al suo impegno politico con Futuro Nazionale: “Futuro Nazionale sta facendo uno sforzo per portare una ventata di novità all’interno della politica italiana ed è l’unico fatto nuovo di questi ultimi tempi. Per noi il principio meritocratico è un principio chiave per regolare tutta la società, anche nel carcere. Se c’è un carcere che non riesce a premiare chi vuole fare un percorso, è un carcere fuori da questo principio”. Alemanno insiste: “L’emergenza carceraria è un’emergenza democratica della nostra Repubblica. Non è né di destra né di sinistra, va affrontata e basta guardando la realtà”. Racconta quindi un episodio vissuto durante la detenzione: “In cella con me c’è stata per sei mesi una persona condannata a sei mesi di carcere perché era un barbone, un homeless, ed era stato trovato vicino a un parchimetro dove mancavano sei o sette euro. Si è fatto sei mesi di carcere per sette euro. Questa è una realtà che ho documentato e dimostra come funzionano la giustizia penale e le carceri italiane”. Baldino a Sisto: “Liberali, ma a ogni fatto di cronaca introducete un nuovo reato” Baldino torna a rivolgersi direttamente al viceministro: “Devo replicare un attimo al viceministro. Non replico alla sua visione caricaturale del garantismo perché il garantismo e la tutela della legalità sono due facce della stessa democrazia. Bisogna essere garantisti e difensori della tutela della legalità. La vera contraddizione è definirsi liberali e poi rispondere a ogni fatto di cronaca introducendo un nuovo reato. Certo che le carceri sono sovraffollate se noi minacciamo sempre un nuovo reato”. Sul rapporto con le altre forze del centrosinistra, Baldino aggiunge: “Non bisogna ingannare i cittadini dicendo che una coalizione abbia le stesse idee su tutto, perché altrimenti sarebbe un unico partito. Sul rispetto della Costituzione, dei diritti e sull’efficienza della macchina della giustizia credo che abbiamo un programma comune e lo realizzeremo quando andremo al governo l’anno prossimo”. Davigo: “Abbiamo la metà dei magistrati e il doppio degli avvocati” Davigo chiude il confronto riportando il tema sui numeri del sistema giudiziario: “Vorrei parlare in generale del funzionamento della giustizia in Italia. La giustizia, qualunque riforma si faccia, non può funzionare per una ragione numerica. Abbiamo, rispetto alla popolazione, la metà dei magistrati rispetto alla media europea. In compenso abbiamo il doppio degli avvocati. Questo fa sì che inevitabilmente ci sia una domanda di giustizia che non può essere fronteggiata con questi mezzi”. Carceri, il Sappe difende la posizione su Pianosa e Asinara Corriere Toscano, 30 agosto 2026 Il sindacato: “Non tutti i detenuti possono essere gestiti nello stesso modo. Abbiamo parlato di strutture del 2026, non di riaprire cancelli impolverati. Una nuova replica nel dibattito sulle modalità di gestione e contenimento dei detenuti violenti all’interno degli istituti di pena italiani. Donato Capece, segretario generale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), ha risposto alle polemiche sorte attorno alla proposta dell’organizzazione sindacale per contrastare gli episodi di aggressione e vandalismo nelle sezioni ordinarie. Nella sua nota, il rappresentante sindacale fa riferimento anche alle analisi di Giovanni Battista de Blasis pubblicate sul portale PoliziaPenitenziaria.it, relative all’esigenza di superare la prassi dei continui trasferimenti e di applicare appieno le disposizioni previste dall’ordinamento, con riferimento all’articolo 14-bis dell’ordinamento penitenziario e all’articolo 32 del Dpr 230/2000. “Ci viene contestata una proposta, una impostazione di fondo, che il Sappe non ha mai fatto. Non abbiamo chiesto di riaprire nostalgicamente le vecchie supercarceri di Pianosa e Asinara, non abbiamo invocato l’isolamento permanente dei detenuti e non abbiamo mai pensato di ‘buttare la chiave’ - chiarisce Capece - Abbiamo posto una domanda concreta: come deve reagire lo Stato davanti a quella minoranza di detenuti che aggredisce ripetutamente poliziotti Penitenziari e altri reclusi, incendia celle, devasta sezioni e continua a seminare violenza, magari passando semplicemente da un carcere all’altro?”. L’organizzazione sindacale rigetta l’interpretazione di chi accusa la proposta di voler ripristinare modelli passati: “Qualcuno ha preferito combattere contro uno spaventapasseri costruito ad arte piuttosto che confrontarsi con ciò che abbiamo realmente scritto. La nostra proposta è semplice: utilizzare concretamente gli strumenti già previsti dall’ordinamento, a partire dall’articolo 14-bis e dall’articolo 32 del Dpr 230 del 2000, realizzando una rete limitata di istituti o sezioni specializzate per quei soggetti che, per il loro comportamento concreto durante la detenzione, richiedono particolari cautele”. Sul tema del recupero delle storiche strutture insulari, il segretario precisa: “Le super carceri degli anni Ottanta e Novanta non devono tornare. Quello che merita di essere recuperato è il principio organizzativo della differenziazione. Non tutti i detenuti possono essere gestiti nello stesso modo e negli stessi luoghi. Abbiamo parlato di strutture del 2026, non di riaprire cancelli impolverati da trent’anni”. La misura proposta prescinde dall’appartenenza a circuiti di criminalità organizzata o dal regime del 41-bis: “Parliamo della pericolosità operativa che si manifesta quotidianamente nelle sezioni ordinarie. Un detenuto può non appartenere alla mafia e tuttavia aggredire ripetutamente agenti e compagni, incendiare materassi, distruggere celle e impianti e destabilizzare un’intera sezione. Questa realtà esiste e negarla significa voltare le spalle a chi lavora ogni giorno nelle carceri. Il criterio non deve essere la diagnosi, la nazionalità, la tossicodipendenza o il reato commesso, ma esclusivamente il comportamento concretamente tenuto durante la detenzione. Comprendere le cause di un’aggressione non può significare ignorarne le conseguenze. Se una persona necessita di cure, lo Stato deve garantirle. Ma deve contemporaneamente proteggere Poliziotti Penitenziari, altri detenuti e operatori”. In merito alle caratteristiche operative del sistema ipotizzato dal Sappe e alle richieste indirizzate ai vertici istituzionali, Capece aggiunge: “Sicurezza e trattamento non sono nemici. La sicurezza è la condizione perché il trattamento possa esistere. Al ministro Nordio e al capo del Dap De Michele chiediamo una ricognizione nazionale sulle aggressioni e sull’applicazione degli articoli 14-bis e 32, un tavolo tecnico e un piano operativo per strutture specializzate. Potranno essere realtà insulari logisticamente compatibili oppure altri luoghi più idonei: non difendiamo una scelta geografica, ma un principio. Le vecchie supercarceri non devono tornare. Deve però tornare la capacità dello Stato di distinguere, organizzare, curare e, quando necessario, contenere”. Bologna. Viaggio alla Dozza, il pm: “In carcere non si respira” di Chiara Gabrielli Il Resto del Carlino, 30 agosto 2026 Pubblico ministero Marco Imperato, il 24 agosto era nella delegazione in visita alla Dozza assieme all’Osservatorio della Camera Penale. Uscito, ha detto: “Lì non si respira”. “Non mi aspettavo nulla di diverso. Ma un conto è conoscere un problema in modo astratto, altro conto è toccarlo con mano. Vedi queste persone sedute, immobili, lo sguardo nel vuoto. È qualcosa che distrugge. Possibile, viene da chiedersi, non ci sia un modo migliore di impiegare il tempo? Il tutto in un contesto di sovraffollamento e degrado. Se lo scenario è questo, come possiamo pensare che, quando i detenuti finiscono di scontare la pena, possano uscirne ‘migliorati’ e poi reinserirsi nella società, come ci chiede l’articolo 27 della Costituzione? Chiunque uscirebbe prostrato da una simile esperienza. Per non parlare del clima di disinteresse o insofferenza che si percepisce sui social verso i carcerati”. Perché questo disprezzo? “Io non so chi sia il detenuto. Posso solo conoscere la sua colpa, non lui. Noi magistrati - va chiarito - non giudichiamo le persone, ma i fatti. Dai social, invece, vengono fuori rabbia, giudizi e pregiudizi. La gente è spaventata e disorientata, vuole ‘il colpevole’, ‘il chi’, vuole puntare il dito, quando bisognerebbe piuttosto chiedersi ‘il come’ e ‘il perché’ sia avvenuto quel reato: queste sono domande che aiuterebbero a fare prevenzione. C’è una grande frustrazione anche verso le istituzioni che si interessano alla realtà-carcere, non si capisce che è proprio e solo grazie a questo interessamento, necessario, che possiamo fare rete e offrire concrete opportunità di rieducazione e reinserimento. In altre parole, lavorare sulla dignità del carcere non è solo la cosa giusta da fare: è un investimento nell’interesse della società”. Cosa può fare il magistrato? “Nei percorsi cautelari e sanzionatori, i meccanismi legislativi hanno talvolta una rigidità che non lascia margine di gestione e scelta agli operatori coinvolti - avvocato, pm, giudice -, quando invece bisognerebbe puntare a percorsi di recupero personalizzati. Questa attenzione viene scambiata per buonismo e debolezza, ma è un equivoco. Credibilità ed efficacia delle sanzioni non sono in contrasto con proporzionalità e rieducazione: una pena più giusta e che offra occasioni di reinserimento aumenta la sicurezza della collettività perché avvia un percorso di cambiamento e sviluppo positivo”. Un esempio? “La cura del procedimento è a mio avviso persino più importante del risultato finale. Ad esempio, in un caso di maltrattamenti verso moglie e figli abbiamo subito tutelato le vittime e ottenuto che l’imputato erogasse fondi ai familiari. A quel punto, abbiamo cercato un accordo che evitasse la detenzione, così che non si interrompesse il percorso virtuoso e lui continuasse a dare soldi alla famiglia”. Bologna è una città sicura? “Non posso rispondere, ci vorrebbe uno studio dei numeri e dei fenomeni. Quello che so, invece, è che sulla mia scrivania arrivano moltissimi casi di codice rosso, una quantità incredibile di truffe online da migliaia di euro, che colpiscono non solo gli anziani e che fanno pensare a un grande bisogno di prevenzione e di educazione economica. E, ancora, moltissimi reati commessi sul web, tramite i social, come adescamenti di minori e pedopornografia. Di cui, purtroppo, emerge solo la punta dell’iceberg, quel poco che riusciamo a intercettare grazie alle segnalazioni. Ecco, posso dire con assoluta certezza che per un minore oggi è molto più pericoloso chiudersi in camera con il telefonino in mano piuttosto che uscire in strada a Bologna”. Quanto al codice rosso? “L’emorragia prosegue, purtroppo. Ma si racconta sempre dell’albero che cade, perché fa rumore, e mai della foresta che sta crescendo. Si raccontano i casi che finiscono male, mai quelli sventati. Abbiamo fatto passi da gigante in strumenti legislativi e specializzazione, occorre generare fiducia nelle vittime che oggi possono rivolgersi a molte realtà dove essere ascoltate e accolte”. Siracusa. Carcere di Cavadonna in emergenza, la Camera Penale chiede interventi di Francesco Nania La Sicilia, 30 agosto 2026 L’allarme di Gurrieri: “I disordini non sono violenza isolata, servono provvedimenti strutturali”. Forte preoccupazione per la sequenza di gravi episodi di violenza e tensione registrati all’interno della Casa circondariale, in contrada Cavadonna, e la richiesta di un confronto istituzionale permanente per affrontare le criticità del sistema penitenziario. È questa la posizione espressa dall’avvocato Giuseppe Gurrieri, vicepresidente della Camera Penale “Pier Luigi Romano”. “Seguo con enorme interesse e sincera preoccupazione la scia di gravissimi eventi violenti e tensioni verificatisi all’interno dell’istituto afferma Gurrieri, ricordando che in Prefettura, si è svolta una riunione straordinaria del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. In questa occasione, la Camera Penale ha ribadito la propria disponibilità a partecipare a un tavolo di confronto istituzionale. L’obiettivo, spiega Gurrieri, è duplice: “Indagare a fondo sulle reali ragioni che hanno innescato tali manifestazioni violente e individuare strumenti concreti per evitare che simili scenari possano ripetersi”. Secondo la Camera Penale, il ruolo dell’avvocatura all’interno del carcere è fondamentale. “Il difensore rappresenta il primo e spesso l’unico canale istituzionale attraverso il quale la sofferenza del detenuto può tradursi in un fatto legalmente conoscibile dalle autorità”. Da qui la necessità di garantire il diritto di difesa e il rispetto dei principi costituzionali anche all’interno degli istituti penitenziari. La preoccupazione riguarda, in particolare, quei detenuti che, pur partecipando al percorso trattamentale e contribuendo al proprio reinserimento sociale, finiscono per subire le conseguenze delle condotte violente di pochi. “Nella convivenza forzata propria del carcere - sottolinea Gurrieri - tali dinamiche risultano inevitabilmente esasperate”. Una situazione che coinvolge anche le persone detenute più fragili e quelle con problemi di salute, oltre al personale penitenziario. La Camera Penale invita, quindi, a evitare letture semplicistiche del fenomeno. “È un errore ritenere che i disordini siano imputabili a una presunta natura violenta dei ristretti. Se episodi così gravi non sono isolati, significa che alla radice esistono problematiche profonde, croniche e irrisolte, che richiedono interventi strutturali”. Non manca un messaggio di solidarietà alla Polizia Penitenziaria. “Gli agenti non possono essere lasciati soli”, afferma il vicepresidente, evidenziando le croniche carenze di organico e il peso delle aggressioni fisiche e morali subite durante il servizio “occorre un’analisi seria delle cause dei disagi - conclude Gurrieri - perché senza affrontare le criticità alla radice sarà impossibile costruire una soluzione realmente duratura”. Aosta. Nel carcere di Brissogne 21 ore di rivolta: celle distrutte, fiamme nei corridoi di Nicolò Fagone La Zita Corriere della Sera, 30 agosto 2026 Prima il fuoco, le celle devastate, le bombole di gas lanciate contro gli agenti nel carcere di Brissogne, ad Aosta. Poi, a Novara, i pugni alla testa durante una telefonata. Le tensioni nelle carceri tornano a esplodere e i sindacati parlano di una situazione fuori controllo. Due episodi diversi, accaduti a poche ore di distanza, raccontano la stessa difficoltà: quella di chi si trova ogni giorno a gestire detenuti violenti in condizioni sempre più precarie. A Brissogne l’emergenza è durata quasi 21 ore. I disordini sono iniziati alle 22.30 del 27 agosto per terminare soltanto alle 19.30 del giorno successivo. Nel reparto B2, secondo quanto riferisce l’Osapp, una cella è stata praticamente sventrata: abbattuto persino il muro del bagno, con l’ambiente trasformato in un unico spazio. Altre tre celle sono state danneggiate. “In pratica - osserva con amara ironia il segretario generale Osapp, Leo Beneduci - una cella è diventata un open space: peccato che non ci sia stata alcuna ristrutturazione, ma solo la devastazione del reparto”. Sono stati divelti lavandini, water, tavoli e termosifoni. Poi gli incendi, dentro le celle e nel corridoio. E per ore il lancio di oggetti contro gli agenti, compresi calcinacci e bombole di gas incendiate. Nessun poliziotto è rimasto ferito, ma il personale ha dovuto affrontare turni arrivati a 12 ore consecutive, in alcuni casi anche oltre. “Non parliamo solo di disordini - dice Beneduci - ma di una situazione che ha sfiorato la rivolta. Un inferno durato quasi 21 ore. Il personale non può essere lasciato solo”, insiste, chiedendo interventi al ministro della Giustizia Carlo Nordio. E se ad Aosta si contavano i danni, a Novara andava in scena un’altra aggressione. Giovedì, intorno alle 12, un detenuto italiano sottoposto al regime 41-bis ha aggredito gli agenti durante le operazioni per una telefonata. Dopo l’apertura della cella si sarebbe scagliato contro il personale, colpendo ripetutamente alla testa un poliziotto. Per gli agenti sono state necessarie cure mediche, con prognosi da 4 a 7 giorni. “Non è normale essere presi a pugni mentre si svolge il proprio dovere - commenta Vicente Santilli, segretario nazionale Sappe per il Piemonte - non possiamo continuare a considerare le aggressioni come un rischio professionale inevitabile”. “Non chiediamo solidarietà dopo ogni aggressione - protesta il segretario generale, Donato Capece - servono fatti”. Verona. Montorio, 633 detenuti per 335 posti. Trevisi: “Servono risposte su organici e sanità” di Matteo Scolari veronanetwork.it, 30 agosto 2026 Il consigliere regionale del Pd Gianpaolo Trevisi richiama i dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 24 agosto: il tasso di affollamento sfiora il 189%. “La pressione ricade su sicurezza, personale, cure e reinserimento”. N carcere di Montorio risultano 633 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 335 posti, con un tasso di affollamento vicino al 189%. A richiamare i dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 24 agosto, è il consigliere regionale del Partito Democratico Gianpaolo Trevisi, presidente della IV Commissione. Rispetto alle 614 presenze registrate all’inizio di luglio, secondo i dati riportati da Trevisi i detenuti sono aumentati di 19. In ogni posto regolamentare vivono ormai quasi due persone”, afferma il consigliere. “Questa pressione ricade sulla sicurezza dell’istituto, sulle condizioni di lavoro del personale e sulla possibilità di garantire cure, attività educative e percorsi di reinserimento”. Focus su organici, aggressioni e assistenza sanitaria - IV Commissione regionale ha già dedicato un ciclo di audizioni alla situazione delle carceri venete, affrontando in particolare i temi del sovraffollamento, delle carenze della Polizia penitenziaria e delle difficoltà nell’assistenza sanitaria e psichiatrica. lla luce dei nuovi numeri, Trevisi annuncia ora un nuovo approfondimento sulla situazione veronese. Mi sentirò con la direttrice dell’istituto di Montorio per fare un aggiornamento generale”, spiega, indicando tra i temi da affrontare gli organici, l’andamento delle aggressioni e degli atti di autolesionismo, i tempi delle visite specialistiche e la capacità di presa in carico delle persone con disturbi psichiatrici. Il quadro regionale - situazione di Montorio, osserva Trevisi, si inserisce in un contesto regionale più ampio. Il consigliere richiama anche quanto riferito dal Garante comunale dei detenuti sul carcere maschile di Santa Maria Maggiore a Venezia, che non riceverebbe nuovi ingressi da prima di Ferragosto a causa di un’infestazione di cimici e della mancanza di posti disponibili. li arrestati destinati a Venezia, secondo quanto riportato, verrebbero trasferiti al Due Palazzi di Padova. Quanto sta accadendo a Venezia conferma che le criticità di un istituto si trasferiscono rapidamente sugli altri”, sottolinea Trevisi. “Se gli ingressi vengono dirottati verso carceri già sotto pressione, serve conoscere il numero dei trasferimenti, la durata del blocco e le conseguenze sulla struttura di destinazione”. “Responsabilità diverse tra Stato e Regione” - Trevisi distingue infine le competenze istituzionali. “Allo Stato e all’amministrazione penitenziaria competono la gestione delle presenze, gli organici della Polizia penitenziaria e le strutture. La sanità in carcere rientra invece nel Servizio sanitario regionale ed è assicurata a Montorio dall’Ulss 9”. Per il consigliere servono ora risposte puntuali sui provvedimenti adottati e sui tempi degli interventi. “Il sovraffollamento rende più difficile il lavoro degli agenti, aumenta le tensioni e riduce le possibilità di cura e reinserimento. Dopo le audizioni svolte servono risposte verificabili: quali impegni sono stati attuati, quali sono rimasti senza seguito e quali misure immediate saranno adottate per Montorio e per gli altri istituti veneti in difficoltà”. La Spezia. Carcere e nuovi orizzonti: “Una realtà da riscrivere” di Massimo Merluzzi La Nazione, 30 agosto 2026 Visita all’istituto di Villa Andreino degli avvocati della Camera penale spezzina. L’importanza dei percorsi rieducativi e di spazi riservati a situazioni di disagio. Numeri in eccesso e difficile convivenza in cella tra detenuti affetti da disagi psichici oppure dipendenze. Anche l’istituto penitenziario di Villa Andreino non è immune da problematiche comuni alle altre carceri italiane anche se il disagio è decisamente contenuto e di minore impatto. Una realtà che gli avvocati della Camera penale spezzina hanno nuovamente verificato con mano aderendo al progetto nazionale “Ristretti in Agosto” promossa dall’Unione della Camere Penali Italiane. Anche l’istituto circondariale di via Fontevivo non fa eccezione nei numeri in eccesso. A fronte di una capienza regolamentare di 153 detenuti, sono presenti in istituto 220 persone. La delegazione della Camera Penale della Spezia guidata dal presidente uscente Fabio Sommovigo e dalla vice presidente Raffaella Nardone è stata accompagnata nella visita dal garante comunale spezzino dei diritti delle persone private della libertà personale, Agostino Codispoti e dal presidente dell’Ordine degli avvocati della Spezia, Daniele Caprara. Dai colloqui è emerso come anche a Spezia esista realmente il problema delle sofferenze psichiatriche, presenza di tossicodipendenti ai quali dovrebbero essere riservate misure differenti dal carcere. Difficoltà non certo dipendente dalla linea voluta dall’istituto spezzino ma che paga le misure non sufficienti del Governo che sul tema dell’emergenza carceraria deve ancora muover passi importanti. La visita, che rientra nel periodico focus che la Camera penale nazionale orienta sul sistema carcerario, sulle condizioni di detenzione, sul tragico fenomeno dei suicidi organizzando incontri e iniziative nel corso dell’anno ha quindi avuto come obiettivo quello di ribadire la vicinanza alla popolazione detenuta e agli operatori del mondo carcerario, sollecitando la politica, le istituzioni e l’opinione pubblica a un impegno concreto per riportare il sistema penitenziario italiano dentro i confini della legalità costituzionale. I legali si sono poi confrontati con la direttrice Maria dell’istituto Cristina Bigi e il comandante della polizia penitenziaria Marco Pugliese e la responsabile dell’area socio-educativa Licia Vanni ribadendo la necessità dell’adozione di misure dirette al potenziamento del personale educativo, sanitario e di supporto psicologico, e una revisione delle politiche penali tese a sostituire la detenzione con misure trattamentali alternative. L’Aquila. Emergenza nell’Istituto penale minorile. Nardella: “Bisogna intervenire subito” di Marta Rosati abruzzolive.it, 30 agosto 2026 “Le notizie e le immagini che arrivano delle carceri italiane sono davvero impietose e raccontano di un sistema allo sbando totale. Feriti tra i poliziotti penitenziari si contano, o meglio, non si contano più, da Siracusa ad Aosta. Video di devastazioni giungono da ogni dove”. A dichiararlo è il segretario nazionale Cnpp-Spp Mauro Nardella. “Nei giorni scorsi abbiamo più volte parlato di Pescara e di un istituto che conta in media un evento critico al giorno - prosegue Nardella - Stante quanto riferito da fonti autorevoli direttamente provenienti dal carcere cittadino, non meno pesante è la situazione che si vive all’istituto per minori dell’Aquila. Qui a un timido miglioramento avutosi dal punto di vista delle progettualità trattamentali, stanno facendo da contraltare sistematici episodi di autolesionismo, evidentemente prodotti da un sovraffollamento carcerario oramai conclamato, aggravato dall’arrivo di detenuti violenti per lo più trasferiti da altri istituti laddove hanno lasciato il segno in termini di devastazione”. “Sono 28 i detenuti presenti allo stato attuale presso l’IPM aquilano, a fronte di un numero massimo di posti che non supera le 25 unità. - spiega il segretario nazionale- Celle contemplate per 3 persone vedono la presenza sistematica di 4 soggetti, a quanto pare non certo raccomandabili visto che spesso e volentieri si producono tagli sul loro corpo. Giunge addirittura voce di un detenuto costretto a dormire in bagno per mancanza di spazio”. Aggiunge poi: “Non meno bella, a quanto pare, sarebbe la condizione dell’organico di Polizia Penitenziaria. Presso l’istituto Minorile aquilano a dir la verità sarebbero anche arrivati nuovi agenti ma un buon 50%, da quello che è dato sapere, quasi subito sarebbe stato destinato altrove giacché inviati in distacco e per i più disparati motivi. Insomma se nel contesto per adulti si può parlare oramai di “guerra” dichiarata dai detenuti nei confronti dello Stato, in quello riservato ai minori non si percepiscono segnali migliori, anzi”. Da qui la denuncia del Cnpp-spp: “Cosa aspetta lo Stato a intervenire? Aspetta forse che si contano morti anche tra i poliziotti penitenziari visto che tra i detenuti già si viaggia su dati esorbitanti? Eppure lo andiamo dicendo da mesi se non da anni. Il sistema è oramai collassato. Bisogna prendere serie decisioni come quelle di dichiarare lo stato d’emergenza delle carceri utilizzando tutte le giuste formule per porvi rimedio”. Nardella afferma: “Riaprire istituti sulle isole, quali quelli di Pianosa, Capraia, Ventotene, Asinara e ivi portarci i detenuti più violenti, compresi i minorenni, potrebbe rappresentare un buon inizio; correggere il modello operativo del Gruppo di Intervento Operativo, di fatto sinora quasi del tutto “inutilizzato” (il tutto malgrado i disastri che troppo spesso oramai si vanno dislocando qua e la perdita l’Italia), prevedendo il loro utilizzo proprio in quegli istituti isolani che chiediamo di riaprire, rappresenterebbe il secondo punto da mettere in pratica; non disegnare, nelle more che vengano, si spera, assunti i 20.000 agenti mancanti, l’utilizzo dell’esercito potrebbe rappresentare un terzo elemento da considerare; prevedere, come si fece ai tempi delle brigate rosse, l’istituto di un Prefetto per le carceri, come lo fu il generale Dalla Chiesa, potrebbe rappresentare un altro importante traguardo”. “Insomma bisogna fare presto - conclude- se non si vorranno contare danni irreparabili e, si spera mai, irreversibili. Il tutto, ovviamente, Nordio e l’attuale Governo permettendo, sinora assai deludenti viste le aspettative oramai perdute che molti, tra gli addetti ai lavori, riponevano in loro”. Ancona. Concerto con i detenuti a Montacuto: “Il rock per andare oltre le sbarre” Il Resto del Carlino, 30 agosto 2026 Esibizione in carcere per il gruppo Route 77 con l’avvocato Scheggia e il capogruppo FdI Castiglioni. L’ipotesi di un penitenziario a Macerata o Camerino, il comandante De Filippis: “Ci stiamo lavorando”. Il rock ha spezzato le barriere, per una mattina, nel carcere di Montacuto. Una cinquantina di detenuti ieri hanno ascoltato il concerto del gruppo Route 77 e il professor Glauco Giostra e uno di loro, in carcere dal ‘99, si è ritrovato a suonare con il presidente dell’Ordine degli avvocati di Ancona. All’inizio qualcuno era poco entusiasta, qualcuno proprio ostile: “Ci portate la musica, ma non sapete in che condizioni viviamo qui”. Ma alla fine è stata un’ovazione per la musica e le parole, “perché la musica - come ha detto il comandante della polizia penitenziaria Nicola De Filippis - ci aiuta a uscire da queste sbarre e a superare le prigioni che abbiamo dentro di noi”. E si è parlato anche dell’impegno per il nuovo carcere di Macerata. L’idea del concerto è nata dal comandante De Filippis, dal garante Giancarlo Giulianelli e dall’avvocato Vando Scheggia, batterista della band Route 77 nella quale suonano anche l’ex preside Pierfrancesco Castiglioni (capogruppo di Fratelli d’Italia in Comune a Macerata), Massimo Mazzoni, Massimiliano Peppoloni, Federico Tiffi e la cantante Elisa Tartabini. In più, nell’occasione si sono aggiunti il presidente dell’Ordine di Ancona Gianni Marasca e l’avvocato Giacomo Curzi. Presenti anche i rappresentanti delle Camere penali delle Marche Donato Attanasio, Marco Baietta, Nives Galatucci, Simone Mancini e Paolo Giustozzi. “Al di là dell’applicazione dei compiti che i padri costituenti, all’articolo 27, con rara e illuminata saggezza ci hanno affidato, l’obiettivo è arrivare a un cambiamento di personalità di chi viene qui - ha commentato il comandante De Filippis -. Dobbiamo umanizzare il carcere, portare dignità e contenuti, evitare l’ozio”. Montacuto ha 345 persone, contro le 256 che potrebbe accogliere. “Alcuni - ha continuato - sono in attesa di giudizio, arrivati da Macerata e Ancona, altri 90 sono in alta sicurezza. Ognuno ha la sua storia, ma per fare questo lavoro è fondamentale sospendere il giudizio: abbiamo padri che hanno ucciso i figli e figli che hanno ucciso i padri, pedofili, violentatori, ma noi non possiamo pensare ai reati, pensiamo solo alla persona che abbiamo davanti. E per tutti loro, il problema è quando escono, perché sanno che avranno poco spazio per reinserirsi nella società. Ecco perché ogni iniziativa nel carcere è importante”. Per il sovraffollamento sarebbe utile una struttura in provincia di Macerata: “Ci stiamo lavorando”, ha detto il comandante. A quanto sembra, ci sono i nulla osta di tutti gli enti interessati, l’unico problema resta la collocazione: Camerino vorrebbe riaverlo, a Macerata c’è una contrarietà nel pregiudizio che il carcere porti criminalità. Tuttavia, la sede del tribunale e della corte d’assise è Macerata, e dunque è il capoluogo che dovrebbe avere una struttura. Il progetto a Camerino sarebbe per 400 detenuti in media sicurezza, dietro l’ospedale, una collocazione ritenuta poco funzionale per l’amministrazione della giustizia, se non nell’ottica di investire nell’entroterra. Il professor Glauco Giostra, docente emerito della Sapienza di procedura penale e a capo della commissione che nel 2017 elaborò la riforma penitenziaria, ha lasciato le copie del suo romanzo “Se fioriscono le spine”, che racconta la storia di un detenuto. “L’impegno è tornare per parlarne con chi lo ha letto, per confrontarci e discuterne, partendo da tutte le criticità della situazione carceraria italiana”. Vicenza. Meditare in carcere: l’anteprima di “Liberi dentro”, il documentario con Daniel Lumera telenuovo.it, 30 agosto 2026 Cosa accade quando le porte di un carcere si aprono al perdono, alla meditazione e alla consapevolezza? Com’è possibile costruire una società più sicura “fuori” guardandosi “dentro”, lavorando dentro di noi e dentro il carcere? Da questi interrogativi ha preso le mosse il film documentario “Liberi Dentro” con Daniel Lumera, per la regia di Thomas Torelli, che verrà presentato in anteprima assoluta giovedì 10 settembre alle ore 20.30 a Vicenza, al Cinema Patronato Leone XIII. Il cortometraggio (Italia, 2026, 25’) intende raccontare con uno sguardo dall’interno l’impatto della pratica meditativa negli istituti penitenziari ed è prodotto da Percorsi My Life Design e dall’associazione La Lumera O.d.V., che da anni coinvolge persone detenute, educatori e operatori penitenziari, mostrando come la consapevolezza possa diventare uno strumento reale di trasformazione personale, responsabilità e reintegrazione sociale. Dopo la proiezione il biologo naturalista e riferimento internazionale di meditazione Daniel Lumera terrà una conferenza di approfondimento sulle tematiche cuore dell’opera cinematografica. Il documentario, infatti, stimola una riflessione profonda. Non è solo il racconto di quanto accaduto in un istituto penitenziario, nella fattispecie la Casa Circondariale di Monza, durante un ritiro di consapevolezza di cinque giorni condotto da Lumera a febbraio di quest’anno, insieme a Nico Caiazza, presidente di La Lumera O.d.V., Luca Demian Gonzatto, autore e amministratore unico di Percorsi My Life Design, e Manuela Zavan, mentor esperta, al termine del quale è stata inaugurata la Stanza della Meditazione permanente, la seconda in Italia dopo la Casa Circondariale Pagliarelli di Palermo, rivolta sia alle persone detenute sia a operatori, operatrici e personale di polizia penitenziaria. È anche e soprattutto una presa di coscienza, che avvicina ciascuno di noi alle persone detenute per similitudine. Se andiamo al di là della colpa e della pena, e ritroviamo l’essere umano, ci accorgiamo che tutti noi viviamo rinchiusi ogni giorno dietro le sbarre invisibili della nostra mente, le sbarre della rabbia, delle ferite mai guarite, dei rancori accumulati, di tutto ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio di perdonare. In questo cortometraggio Thomas Torelli racconta il respiro, il silenzio, la presenza e il perdono che hanno permeato quell’esperienza. E davanti alla macchina da presa si sono aperte storie di vita vera, di chi ha perso un padre, una moglie, la propria salute dentro quelle mura. Dodici uomini che sembravano imperturbabili, ma che sono scesi in profondità nel dolore del reato commesso e delle più profonde ferite interiori, probabilmente alla radice della devianza; che, guardandosi negli occhi, sono riusciti per la prima volta a pronunciare le parole più difficili: ti chiedo perdono, mi perdono, grazie. Dichiara Daniel Lumera: “In un Paese dove la recidiva sfiora il 70%, dove quasi sei detenuti su dieci sono già stati in carcere almeno una volta e il sovraffollamento supera in media il 139%, con istituti che vanno oltre il doppio della capienza prevista, punire non basta più. E come può contribuire la meditazione? Aiutando a far pace con se stessi e spegnendo quella rabbia esplosiva che molte volte è la principale causa di violenza. Ripensare il sistema, quindi, non è buonismo, ma una questione di sicurezza per tutti, perché abbassare la recidiva significa creare una società più sicura per ogni cittadino. “Liberi dentro” ci mostra che un’altra strada esiste, perché la libertà, prima che un luogo, è uno stato dell’essere”. “Il mio lavoro in prigione: il dramma della direttrice suicida e il papà di Ciccio e Tore” di Pierfrancesco Albanese La Repubblica, 30 agosto 2026 Intervista a Elda Amoruso, ex guardia penitenziaria a Venezia, Lecce, Altamura e Bari, oggi volontaria negli uffici della Procura del capoluogo. Ha raccolto le storie vissute e ascoltate in questi anni nel suo libro “Confini invisibili”. In venticinque anni di lavoro dietro alle sbarre, Elda Amoruso, barese classe ‘61, ne ha raccolte tante di storie sul carcere. Per la prima volta ci è entrata nel ‘93, dopo aver abbandonato il posto in una concessionaria d’auto in cui non si sentiva rispettata. Da allora ha vissuto a stretto contatto con i reclusi degli istituti di Venezia, Lecce, Altamura e Bari, dove è nata e risiede. E dove collabora da volontaria negli uffici della Procura, dopo la pensione. Intanto quelle storie raccolte nei penitenziari le ha intrecciate alla sua di storia: quella di una persona trovatasi a lavorare in carcere all’improvviso. Scoprendo che “la vera prigione, a volte, è fuori: nei luoghi dove non possiamo essere noi stessi, dove si vive solo per abitudine”, come scrive nel suo libro Confini invisibili. Come si è avvicinata al mondo del carcere? “All’inizio avevo una paura incredibile. Inevitabilmente ti chiedi: come faccio a stare a stretto contatto con una persona che ha ucciso?”. Eppure, ci ha trascorso 25 anni. E ne ha fatto un libro. Da dove nasce l’esigenza della scrittura? “Il nostro è un lavoro particolare. Sentivo l’esigenza di raccontare un’esperienza che non è comune. Te ne rendi conto subito. Un ragazzo era entrato un sabato sera per una canna: guardandolo pensavo che poteva essere mio figlio. Si vedeva che era un ragazzo perbene che aveva fatto una cavolata ed era finito nei guai”. A proposito di confini che si assottigliano, una volta ha incontrato in carcere i suoi vicini di casa... “Non sapevo che fosse recluso questo ragazzo col quale da piccola giocavo e facevo anche le scuole. Un giorno mi trovai a fare la perquisizione alla madre e alla sorella. Non ci dicemmo niente”. In casi come questo, quant’è difficile mantenere un equilibrio tra empatia e professionalità? “Si impara col tempo. In carcere acquisivo una certa padronanza di me stessa e venivo rispettata. Avevo il compito di prendere le istanze dei detenuti e le prendevo tutte. Pensavo: non sono io che ti devo giudicare, ma l’autorità giudiziaria. Mentre altri colleghi liquidavano le richieste dicendo che senz’altro il giudice non le avrebbe mai accettate. Si può trovare il giusto equilibrio, tutti mi chiamavano l’espertissima del modello 13 (il modulo per le istanze)”. C’è un incontro che l’ha segnata? “Quello con la direttrice del carcere di Sulmona. Una persona rigorosa ma molto empatica con tutti gli operatori del penitenziario. Purtroppo, è morta suicida nel 2003 per il dolore dovuto alla morte del marito, un educatore ucciso da un detenuto a cui lei stessa aveva concesso un permesso”. Qualcosa che l’ha segnata invece in negativo? “Mi hanno segnato in negativo più i rapporti con certi colleghi che non con i detenuti. Alcuni agenti si lasciavano prendere dalla cattiveria, ma non mi sono lasciata influenzare. Nel mio lavoro ho sempre messo molta umanità”. Di umanità parla anche a proposito della donna in carcere con la figlia di due anni... “A Venezia. La madre era accusata di omicidio, ma seguiva la figlia con occhi teneri. Non a caso scrivo che nella maternità recuperava la sua umanità”. Ha avuto a che fare anche con il padre di Ciccio e Tore... “L’ho immatricolato io insieme a un collega. Ci disse: mi devo fare la galera perché non posso dimostrare la mia innocenza. In realtà, tutti in carcere sostengono di essere innocenti. Ma il mio collega, un agente con tanta esperienza, sosteneva di avere visto una luce diversa nel suo sguardo. Quando fu scarcerato andò via dicendo: vi avevo detto che non c’entravo niente, non avrei mai fatto del male ai miei figli”. Il carcere ha problemi annosi: il sovraffollamento, la carenza di agenti. Come si può migliorare? “La cosa migliore è non entrarci mai. Sono rarissimi i casi in cui i detenuti vengono rieducati. Quando si varca una certa soglia è difficile tornare indietro”. Trollare non è solo una strategia: perché le falsità in politica vincono di Letizia Pezzali Il Domani, 30 agosto 2026 Dalla post-verità alla post-politica, il Verosimile ci governa. Una falsità richiede dieci secondi per essere pronunciata e ore per essere verificata, contestualizzata, smentita, e anche chi lavora contro il contenuto finisce per lavorare per l’infrastruttura. Il troll esternalizza i costi di gestione sulla collettività. Tiene per sé, invece, il rendimento: attenzione, dati, visibilità, capitale politico. Ci sono entità che riescono a decidere di che cosa parlerai oggi senza avere bisogno che tu sia d’accordo con loro. Funzionano un po’ come certe specie invasive: modificano l’ambiente e, una volta insediate, costringono tutto ciò che non ha a che fare con loro a vivere nell’ambiente che hanno trasformato, secondo una certa forma. Queste entità funzionano bene anche se odiamo quello che favoriscono. Perché non sono politiche: sono infrastrutturali. Partirò da un libro uscito quest’anno: “Muskismo” di Quinn Slobodian e Ben Tarnoff (Einaudi). Non parla di Elon Musk. Cioè sì, però no. Parla del terreno su cui Musk si forma e prospera, e dei terreni che a sua volta crea. Di cosa è sintomo, Musk? Come abbiamo avuto il fordismo, oggi abbiamo il muskismo. Disinnescare la propaganda sovranista? A sinistra la sfida è non finire in trappola Il muskismo Il libro nomina anche quella che ormai consideriamo una tecnica politica delle estreme destre contemporanee: “trollare”. Nel muskismo, trollare significa produrre deliberatamente dichiarazioni politiche ostentate, oltraggiose, assurde al fine di spostare il confine di ciò che è pubblicamente accettabile, abituando le persone a digerire l’estremismo (in Italia, pensate per esempio a quel che dice Vannacci). Sulla finestra di Overton e le estreme destre è già stato scritto di tutto: non ci torno. Mi interessa invece il fatto che, nel muskismo, trollare non è soltanto una strategia di comunicazione politica. È un’infrastruttura. Mi interessa concentrarmi su questo termine, “infrastruttura”. Voglio esplorarlo e per farlo userò una lente economica. La finanza infrastrutturale esiste da decenni e muove capitali enormi. Sarà pure uno schema descrittivo che posso usare. No? Partiamo. Cos’è un’infrastruttura? Non è un orpello. Non è una sostanza. È la strada, la tubatura, il ponte, il cavo. Determina il luogo attraverso cui qualcosa deve passare. Per esempio è il percorso sul quale finiscono per viaggiare tutti i contenuti, anche quelli prodotti da chi con le estreme destre non c’entra nulla e magari vorrebbe combatterle. La differenza è importante. Se Musk (o Trump o Vannacci o chi volete) dice una cosa assurda e io passo la giornata a spiegare perché è assurda, non sono fuori dall’infrastruttura: ci sto viaggiando sopra. Non sto regalando soltanto attenzione, sto concedendo il potere di imporre la forma della conversazione, e nel farlo pago pedaggi figurati e non. Costi marginali - Userò qui il lessico della finanza infrastrutturale, quella con cui si valuta un aeroporto o un’autostrada. Lo userò retoricamente, dunque con licenze. Primo, c’è una specie di domanda anelastica: il disprezzo per le dichiarazioni estreme non riduce il traffico, lo alimenta. Anche una reazione negativa è consumo. Secondo: ci sono effetti di rete e lock-in. Una volta che la provocazione è diventata la forma della competizione politica, non adottarla può costare più che adottarla. Chi risponde la diffonde, chi la imita nei toni ne consolida il metodo: l’infrastruttura organizza così il comportamento di chi le è contrario. Terzo: ci sono costi fissi enormi e costi marginali bassi. Erigere l’infrastruttura del trollare richiede un investimento. Musk si è comprato X, nel caso di Vannacci la costruzione rapida di un personaggio pubblico e il successo di un libro hanno richiesto lavoro e risorse. Ma una volta montata la macchina, ogni provocazione successiva costa poco. Una frase di venti parole mette al lavoro gratuitamente masse di persone che reagiscono. Ed è forse questa la caratteristica simil-economica più interessante del trollare: il costo marginale della provocazione è privato e minuscolo, il costo della sua elaborazione viene distribuito su tutti gli altri. Una falsità richiede dieci secondi per essere pronunciata e ore per essere verificata, contestualizzata, smentita, e anche chi lavora contro il contenuto finisce per lavorare per l’infrastruttura. Il troll esternalizza i costi di gestione sulla collettività. Tiene per sé, invece, il rendimento: attenzione, dati, visibilità, capitale politico. Si può reagire trollando a propria volta, e magari trionfare. Ma è difficile sottrarre rendimento all’infrastruttura originaria. A prescindere da chi sembra vincere la discussione del giorno, l’estrazione di valore è a monte. Questo avviene anche perché le infrastrutture sono beni di lunghissimo periodo: una volta costruite, stanno. L’infrastruttura del trollare non si giudica sul momento, ma sulla capacità di restare il canale attraverso cui si continuerà a passare. Chi combatte dentro l’infrastruttura contribuisce ad aumentarne il valore nel lungo periodo. L’infrastruttura ha già vinto quando la discussione passa di lì. Il basso livello culturale? Non è di destra né di sinistra di Paolo Di Stefano Corriere della Sera, 30 agosto 2026 La polemica Bonaccini-Meloni. Il tema non è se l’ignoranza è di destra o di sinistra. Il tema non è come riuscire a catturare gli analfabeti di andata e di ritorno. E soprattutto: perché ci siamo ridotti a tanto? La più classica delle travi nell’occhio: non tanto il fatto che i ceti popolari votino a destra o a sinistra, ma il basso livello culturale del nostro Paese (in tutti i ceti), che secondo gli ultimi dati Ocse (indagine PIAAC) è a dir poco drammatico e che dovrebbe preoccupare i governanti e l’opposizione in pari misura. Il 35% degli adulti non è in grado di comprendere frasi semplici e mostra gravi difficoltà nel decifrare il mondo contemporaneo. Solo il 3-4% si colloca al livello superiore, “quello che permette di affrontare la complessità e la riflessione critica”. È sorprendente notare, nella polemica tra Stefano Bonaccini e la presidente del Consiglio, come tutto si riduca sempre, appunto, a polemica elettorale. Anche quando i temi sarebbero ben più ampi e impegnativi e urgenti. Certamente Bonaccini ha peccato di elitismo se ha detto ciò che riportano i giornali. Ma poco importa. Quel che interessa (e stupisce) è la discussione (si fa per dire) che ne è seguita. Anzi, che non ne è seguita. Una occasione mancata di affrontare l’argomento forse cruciale dell’Italia d’oggi. È Antonella Agnoli, sociologa della lettura ed esperta di biblioteche, a lanciare l’allarme su “Pubblico”, la newsletter della Fondazione Feltrinelli. Ci stiamo avviando verso “una società dominata da testi molto brevi, discontinui, ovviamente intermediati da piattaforme e compresi in maniera assai diseguale”. Il tema, in tutta evidenza, non è se l’ignoranza è di destra o di sinistra. Il tema non è come riuscire a catturare gli analfabeti di andata e di ritorno. Il tema è: perché ci siamo ridotti a tanto? Quali sono i rimedi? Perché i numerosi festival non hanno nessun impatto positivo? Perché i libri sono considerati un lusso? E perché non si moltiplicano le biblioteche pubbliche, fresche anche e accoglienti, luoghi di incontro, di cultura, di discussione, persino di riparo sociale? Perché queste domande per la politica sono tabù? Le domande di Agnoli non sono aggirabili ma sono regolarmente aggirate. Da destra e da sinistra. Così l’AI ci cambia la vita di Danilo Taino Corriere della Sera, 30 agosto 2026 Dal lavoro alle relazioni: come l’intelligenza artificiale cambierà la nostra società e perché la politica deve discuterne ora. Se due genitori si turbano per la figlia che sta con un immigrato irregolare, come reagiranno a un figlio che ha una “fidanzata AI”, creata dall’Intelligenza Artificiale? Sì, succede già che ragazzi di “innamorino” di un o una chatbot. La domanda è stata posta dallo storico Yuval Norah Harari intervistato giorni fa dalla direttrice dell’Economist. Lo storico israeliano ha immaginato questo caso per sostenere che l’immigrazione sulla quale i governi si scontrano e si rompono la testa è destinata in breve tempo a essere di gran lunga superata da un’immigrazione ben più potente e pervasiva, l’”immigrazione AI”. Harari è massimamente preoccupato dagli sviluppi che l’Intelligenza Artificiale avrà sull’umanità, pensa che, se non si reagisce subito alla sua forza dirompente, tra un decennio ne saremo vittime. E in questo canale di pensiero mette in secondo piano la portata dei problemi creati dalle migrazioni fisiche qui e ora, sorvola sul destino di migliaia di migranti (si può sperare che sia l’AI stessa a dare loro una prospettiva diversa). Ma coglie un vuoto disorientante nelle discussioni e nelle politiche dei governi: la mancanza di una conversazione seria e urgente su quella che probabilmente sarà una delle maggiori e più profonde trasformazioni affrontate dall’umanità, appunto l’espandersi dell’Intelligenza Artificiale a tutte le attività. Le tre grandi preoccupazioni che suscitano gli immigrati fisici - dice Harari - sono il timore che prendano i nostri lavori, che cambino la nostra cultura, che non siano politicamente leali. Ma l’onda di “AI migrants” arriva dagli Stati Uniti e dalla Cina “alla velocità della luce nei nostri computer, nei nostri smartphone e nei nostri cervelli”, senza bisogno di visto o di fragili imbarcazioni: “Prenderà i nostri lavori, molti lavori, cambierà la nostra cultura e i nostri valori. E a chi sarà politicamente leale?”. Non ai nostri governi, risponde Harari, “ma ad alcune corporation e potenzialmente a governi al di là degli oceani”. Non dovremmo passare il nostro tempo a occuparci dell’immigrazione tradizionale: “Se vuoi preoccuparti dell’immigrazione, preoccupati degli “AI migrants”“, dice. Il dato di fatto è che l’onda dell’AI è ormai un problema politico, probabilmente il maggiore da ora per i prossimi anni. I governi, però, fanno una fatica immensa ad affrontarlo: come un po’ tutti noi, sono disorientati; inoltre, parlare di futuro, per quanto incombente e costellato di incertezze, non è argomento che porta voti, per ora. In realtà, gli elettori sembrano essere un passo più avanti dei politici, almeno negli Stati Uniti. Al momento, nel quaranta per cento delle campagne per le elezioni di mid-term di novembre la questione dell’Intelligenza Artificiale si sta imponendo: soprattutto per le opposizioni popolari ai data center che consumano grandi quantità di energia e di acqua ma anche riguardo ai cambiamenti profondi che l’AI promette o minaccia. Non si tratta di discussioni generali, gli elettori americani avanzano domande concrete: cosa pensano i candidati dell’esistenza degli “AI boyfriends”, vanno vietati? Come affrontano la possibile perdita di un gran numero di posti di lavoro, se ci sarà? Intendono lasciare correre la diffusione capillare della sorveglianza di massa? Come si regolano con la produzione di video falsi che facilmente ingannano (lo stesso Harari ha faticato per cinque minuti a riconoscere come falso il video di un suo discorso che non aveva mai pronunciato)? E così via: le domande che l’Intelligenza Artificiale solleva sono centinaia e ruotano attorno a questioni che hanno la potenzialità di trasformare radicalmente le nostre vite. Gli elettori, almeno negli Stati Uniti, iniziano a fare domande: il problema non è solo loro, riguarda tutti, l’AI arriverà ovunque. L’Artificial Intelligence Act dell’Unione europea è un tentativo di affrontare la questione ma è stato criticato da chi ritiene che sia troppo rigido e limiti gli sviluppi positivi dell’AI e da chi lo ritiene imperfetto e facile da aggirare. Come spesso accade a Bruxelles, anche le regole mosse dalle migliori intenzioni sono scritte ed emanate senza il coinvolgimento dei cittadini. E i governi nazionali, alle prese con elezioni in cui di AI non si parla, sul tema sono silenti oppure ricorrono a slogan. La nuova frontiera scientifica e tecnologica cambia il mondo, il nostro mondo: non è responsabile non farne oggetto di un dibattito anche politico che coinvolga la popolazione. E non è responsabile scalciare la lattina giù per la discesa: tra pochissimi anni - come conferma Elon Musk - l’AI ci sarà sfuggita di mano. Non si tratta di cercare di mettere una camicia di forza agli sviluppi folgoranti dell’Intelligenza Artificiale, operazione tra l’altro impossibile. Il Premio Nobel Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, ha proposto in America un comitato tra tutti i laboratori di AI e il governo che si riunisca periodicamente per valutare i rischi. Forse qualcosa del genere non può bastare, solo le persone possono alzare il loro argine contro i rischi che già si creano. Si tratta di stabilire cosa la società civile è disposta ad affrontare in cambio di avanzamenti potenzialmente straordinari nella medicina, nell’istruzione, nei trasporti, nella maggiore crescita dell’economia e del benessere. E di evitare un takeover su una grande parte dell’attività umana. Questo può essere solo fatto con un enorme sforzo di politica democratica, almeno in Occidente. Che fidanzarsi rimanga umano. Minori. Invece di più repressione torniamo a parlare di scuola di Maurizio Montanari* Il Fatto Quotidiano, 30 agosto 2026 La scuola dovrebbe tornare a insegnare che cosa significa vivere dentro una legge: quali sono i diritti, quali i doveri. Le reazioni alla proposta del governo di modificare la disciplina dell’imputabilità dei minori sono, in molti casi, la dimostrazione di quanto il dibattito pubblico sia ormai prigioniero dei pregiudizi ideologici. Una parte della sinistra sembra temere, più di ogni altra cosa, di essere accusata di rincorrere le posizioni della destra. Così finisce per opporsi in modo quasi automatico, senza interrogarsi fino in fondo sul problema. La destra fa la destra: privilegia la dimensione della responsabilità e della sanzione, lasciando sullo sfondo il tema del recupero e del riscatto. Ma rispondere che il governo vuole “punire tutti indiscriminatamente” significa semplificare il problema fino a svuotarlo di ogni contenuto. È una lettura ideologica che rivela non solo un certo analfabetismo politico, ma anche una profonda distanza dalla realtà delle nostre città. Sarebbe stato molto più utile cogliere l’occasione per avanzare proposte alternative capaci di coniugare sicurezza, responsabilità e recupero. Perché è evidente che il carcere minorile non può rappresentare la risposta ordinaria. La detenzione, salvo casi eccezionali, non risolve il problema: spesso lo aggrava. La clinica, tuttavia, ci insegna anche un’altra cosa: il fenomeno delle baby gang non è una semplice emergenza mediatica. È il sintomo di una trasformazione profonda del legame sociale. Si è abbassata la soglia del rispetto della legge, del limite e della responsabilità. La violenza è stata progressivamente sdoganata come modalità di affermazione personale, di appartenenza al gruppo e di esercizio del potere sull’altro. Non è un’impressione: è un dato che chi lavora quotidianamente con gli adolescenti incontra sempre più spesso. Chi non vede questo vive una realtà alterata, artefatta. Non scende in città alle 8 di sera. Forse nemmeno sa che esiste una sera. La questione che il legislatore deve affrontare, senza cadere in spicce e brutali sirene repressive, ma nemmeno indugiando in filippiche auto accusatorie che mettono sempre e comunque la famiglia sul banco degli imputati, è il fatto che molti di costoro non hanno mai davvero introiettato il concetto di reato, limite e, dunque, della punizione che ne può conseguire. ‘Non credevo fosse un reato’ è la frase che molti appartenenti alla baby gang ripetono ad inquirenti attoniti quando sono colti in flagrante a spaccare vetrine o strappare il telefono ad un passante. Se lo sospettano, non pensano sia così davvero grave, dunque non si capacitano del fatto che la legge li debba perseguire. Da qua la manifesta strafottenza da molti ostentata. La riflessione psicoanalitica sull’evaporazione del limite sociale, sulla sua dissoluzione, aiuta a comprendere ciò che oggi vediamo nelle strade. Quando il limite perde consistenza, cresce l’illusione che tutto sia possibile. La perversione, il sadismo, la sopraffazione e la violenza diventano modalità legittime di relazione con l’altro. A cosa serve la legge? La legge serve a desiderare, delimitare, contenere. Senza un quadro contenitivo, c’è la pulsione pura. Serve innanzitutto a delimitare ciò che una comunità considera accettabile e ciò che non lo è. Serve a proteggere le vittime e a contenere chi considera la violenza e la sopraffazione l’unico linguaggio possibile. Che fare, allora? Mettere tutti in carcere? Certamente no. È una gigantesca boiata. Evocare leggi che puniscano i quattordicenni? Esistono già: non è infatti vero che un ragazzo di quell’età possa godere di un’impunità illimitata. La legge stabilisce che: ‘Il minore che ha compiuto 14 anni è imputabile se possiede la maturità psichica e la capacità di comprendere il valore delle proprie azioni.’ E questo ci fa ricadere a piè pari nel vulnus precedentemente descritto: un quattordicenne che ritiene la sua legge della strada prevalente e superiore a quella che regola il legame sociale, tanto da ascrivere a regolamenti di conti quelli che sono reati anche gravi, di fatto vive nell’idea di poter violare una legge che non riconosce come tale. È altrettanto miope è continuare a negare il problema, attribuendolo esclusivamente alle famiglie, alle difficoltà educative o a una generica “mancanza di ascolto” da parte degli adulti. È necessario che questi gruppi violenti incontrino la legge. Il punto nodale sta qua. Se io non vedo e riconosco altra legge che la mia, se la sola regola possibile è la violenza, perché dovrei ‘pentirmi’ quando i carabinieri mi fermano dopo aver distrutto le vetrine? In fondo non lo considero un reato. È per questo che considero sbagliata sia la scorciatoia repressiva sia il buonismo inconcludente. La prima immagina che il carcere possa educare; il secondo finge che basti comprendere per risolvere. Nessuna delle due strade affronta davvero il nodo centrale. E forse è proprio qui che occorre tornare a parlare della scuola. Non soltanto come luogo nel quale si trasmettono conoscenze, ma come uno dei pochi spazi pubblici nei quali una società può ancora rendere intelligibili le proprie regole. La scuola dovrebbe tornare a insegnare che cosa significa vivere dentro una legge: quali sono i diritti, quali i doveri, dove finisce la libertà dell’uno e comincia quella dell’altro, che cosa significa commettere un reato e quali conseguenze può produrre. Non si tratta di trasformare gli insegnanti in poliziotti, né di affidare alla scuola il compito di correggere ciò che famiglia e società non sono riuscite a trasmettere. Si tratta di restituire alla scuola una funzione che non è affatto secondaria: rendere comprensibile il patto sociale. Prima ancora di chiedere a un ragazzo di rispettare la legge, dunque, dobbiamo assicurarci che sappia che cosa sia una legge. Che sappia distinguere una bravata da un reato, una provocazione da una violenza, una rissa da un’aggressione, la trasgressione da una condotta che produce una vittima. Che sappia, soprattutto, che ogni azione compiuta contro l’altro entra in uno spazio nel quale la comunità ha stabilito dei confini. *Psicoanalista Migranti. Dublinanti, Ceuta e Albania. Le crepe del modello Meloni di Youssef Hassan Holgado Il Domani, 30 agosto 2026 La premier rivendica il calo degli sbarchi e la svolta europea sui dossier migratori. Ma tra Patto Ue, tensioni con gli alleati e il Cpr di Gjadër la gestione è un disastro. La gestione della crisi di Ceuta, il ritorno dei dublinanti, un Patto Ue che rischia di trasformarsi in un contraccolpo per il governo italiano e il fallimento del Cpr in Albania. Le politiche migratorie sono tra i risultati più sbandierati da Giorgia Meloni e dai suoi ministri. Ma dietro il calo degli sbarchi rispetto alla grande ondata del 2023 il quadro è molto più controverso: scelte contestate sul piano giuridico, scontri diplomatici con paesi amici e, nel caso del Protocollo con Edi Rama, un impiego di denaro pubblico difficilmente compatibile con i risultati (inesistenti) ottenuti. Senza contare la collaborazione con regimi autoritari come quello tunisino o il rinnovo del tanto criticato Memorandum con la Libia. Ma il prossimo 4 settembre, quando Giorgia Meloni festeggerà a Bari il traguardo del governo più longevo della Repubblica italiana, tutto questo passerà in secondo piano. “L’Albania non è in vendita”: la piazza smaschera Rama e i progetti degli Albanian Files Dublinanti e Schengen C’è un “successo”, però, riconoscibile all’esecutivo meloniano: è riuscito a spostare l’Unione europea a destra. Ma proprio questo spostamento - alimentato anche dalla crescita di partiti e movimenti più estremisti - ha innescato una serie di posture politiche da parte dei paesi membri che la premier rischia di pagare caro a livello diplomatico, come ha sottolineato anche il settimanale tedesco Der Spiegel. Questa lunga estate ha riportato in auge la questione dei dublinanti, che diversi paesi europei hanno annunciato di voler rispedire in Italia, ma soprattutto ha visto una lunga serie di tensioni con nazioni tradizionalmente amiche come Spagna e Germania. E gli scontri rischiano di allargarsi anche all’Ungheria, che ha già annunciato di non voler accettare alcun dublinante. Venerdì, invece, il governo polacco ha fatto sapere che non ci sono casi impellenti di dublinanti con l’Italia, ma “qualora la situazione dovesse cambiare” il governo “chiederà alle autorità italiane di effettuare i trasferimenti in conformità con le nuove disposizioni”. L’aria non è delle migliori per Meloni che sul tema migratorio è stata superata a destra dal generale Vannacci. La decisione di sospendere Schengen nasce proprio dal tentativo di recuperare terreno nei confronti di Futuro nazionale. Ma, come ha anche detto ieri il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, “la demagogia e il tentare di ottenere vantaggi partitici su una questione di tale gravità”, come la vicenda di Ceuta, “non è responsabile ma nemmeno è politicamente redditizia”. E la questione dei dublinanti lo ha dimostrato. Nel suo intervento in Parlamento, il capo della diplomazia spagnola è tornato ad attaccare il governo italiano accusato di aver compiuto una scelta “arbitraria”. Albares non le ha mandate a dire neanche agli alleati spagnoli di Meloni, ovvero ai leader del Partido popular e Vox: “Gli avete chiesto perché sono stati imposti controlli indegni agli spagnoli?”. E ancora: “Gli avete chiesto quando smetteranno di ostacolare che il catalano, il basco e il galiziano diventino lingue ufficiali in Ue?”. Ci vorrà del tempo prima di far tornare le relazioni alla normalità e molto dipenderà dalla scelta di Chigi se proseguire o meno con la sospensione di Schengen con la Spagna, misura che scadrà il prossimo 31 agosto. Se la situazione non rientrerà, il governo socialista ha annunciato che si riserverà il diritto di proseguire a sua volta con i controlli nei confronti degli italiani che arrivano nel Paese. “Navighiamo controvento per sfidare le politiche razziste”, in viaggio con Amnesty verso i Cpr in Albania Fallimento Albania L’altro grande cavallo di battaglia di Meloni è la costruzione dei centri in Albania. Un progetto nato male, che ha subito diverse modifiche sul piano del diritto, ma che continua a essere rivendicato come un grande successo. Altri paesi europei stanno seguendo la stessa linea, dice il governo, e Bruxelles ha approvato l’istituzione di return hub nei Paesi terzi. Tuttavia i progetti, benché possono sembrare simili, hanno una differenza sostanziale. Il Centro per il rimpatrio costruito a Gjadër è sotto la giurisdizione italiana, l’intesa firmata con Rama non ha esternalizzato la responsabilità a Tirana. Se una persona inviata nel Cpr non può essere rimpatriata, questa deve quindi essere riportata in Italia. Negli hub previsti dalla nuova normativa europea, la responsabilità viene invece ceduta totalmente al paese con cui si conclude l’accordo, ponendo grandi dubbi sul piano delle garanzie dei diritti. Al di là dei tecnicismi, i dati mostrano il fallimento del progetto. Il governo aveva preventivato inizialmente una spesa al ribasso nell’ordine dei 650-680 milioni di euro nei primi cinque anni. Ma per ActionAid e il Tavolo asilo e immigrazione il conto può arrivare a circa 800 milioni se si tiene conto dei costi aggiunti e dell’evoluzione del progetto. Ovvero circa 170 milioni l’anno. A fronte di tale spesa, ingiustificata dal numero degli sbarchi in Italia, quante persone sono state effettivamente portate a Gjadër? Stando all’ultimo accesso agli atti eseguito dall’europarlamentare del Partito democratico Cecilia Strada, in seguito alla visita eseguita il 29 giugno scorso, da quando la struttura è diventata Cpr, fino a metà luglio, sono transitati 685 migranti. Di questi, più della metà sono stati dimessi: 379 per mancata convalida dei tribunali; 42 per motivi sanitari; 30 per mancata proroga del giudice di pace; 12 sono stati trasferiti in altri Cpr sul suolo italiano. I rimpatriati totali sono stati 101. Le strutture, nonostante i successi vantati dal governo, continuano a operare largamente al di sotto della capacità per cui erano state progettate. Senza contare, anche qui, le criticità sul piano dei diritti delle persone e il loro stato di detenzione. Nei primi mesi di attività del Cpr sono stati documentati almeno 21 episodi di autolesionismo o tentato suicidio, riferibili ad almeno nove detenuti. Una recente inchiesta di Altreconomia ha riportato i dati del registro degli eventi critici: nei primi 48 giorni sono stati ben 54. Lo scorso giugno, invece, una delegazione di eurodeputati ha riferito di sei tentativi di suicidio dalla metà di maggio. Cpr, l’Albania spaventa Meloni: “L’accordo finisce nel 2028”. Stati Uniti. Mezzo milione di arresti in un anno: l’assalto dell’Ice in cifre Il Dubbio, 30 agosto 2026 L’impennata nella stretta all’immigrazione si è registrata a luglio, con 50mila fermi in un mese: il confronto con l’era pre Trump. I numeri sono impressionanti: gli agenti dell’Ice, l’ormai famigerata agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione, hanno arrestato 500.000 persone nell’ultimo anno, di cui 50.000 solo a luglio. A rivelarlo è il Washington Post, dopo aver analizzato i dati del dipartimento degli Interni. Quasi il 40% di queste persone non aveva precedenti penali: la Casa Bianca - scrive il quotidiano - ha ripetutamente affermato che la campagna di espulsioni è diretta contro i “peggiori tra i peggiori”, ossia migranti irregolari responsabili di reati violenti o recidivi, ma i dati mostrano un aumento degli arresti di persone accusate soltanto di violazioni amministrative delle norme sull’immigrazione e prive di condanne o procedimenti penali pendenti. Il totale di 49.571 fermi registrato il mese segna il dato mensile più alto registrato dall’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, con un incremento del 15% rispetto ai 43.021 del mese precedente e un aumento del 70% rispetto ai 29.241 di febbraio, periodo successivo all’intensificazione delle operazioni di controllo dell’amministrazione in Minnesota. E’ la ripresa della linea dura, già certificata dai dati diffusi dall’Associated Press e raccolti dal Deportation Data Project dell’Università della California Berkeley. L’impennata delle operazioni mette in luce la continuità programmatica dell’esecutivo federale sul terreno delle deportazioni di massa. Un obiettivo perseguito malgrado il cambio di strategia tattica imposto all’inizio dell’anno, quando l’amministrazione aveva temporaneamente smorzato i blitz ad alta visibilità nelle grandi metropoli - finiti al centro delle polemiche dopo i drammatici fatti di gennaio in Minnesota - per privilegiare interventi capillari e meno esposti alla luce dei riflettori, rivelatisi tuttavia altrettanto dirompenti sul piano sociale e dei diritti. L’aumento degli arresti coincide con il forte potenziamento delle capacità operative del dipartimento per la Sicurezza interna, reso possibile dagli oltre 170 miliardi di dollari di finanziamenti aggiuntivi approvati dal Congresso lo scorso anno. L’amministrazione ha assunto migliaia di nuovi agenti dell’Ice e della Border Patrol, acquistato tecnologie di sorveglianza e aperto ulteriori centri di detenzione. La traiettoria dei numeri descrive plasticamente la parabola della strategia migratoria della Casa Bianca. Nelle settimane precedenti l’insediamento di Donald Trump, gli arresti mensili si attestavano attorno alle 8.000 unità, alimentati prevalentemente dal trasferimento di detenuti stranieri da carceri statali e locali verso i centri di detenzione federale. Con l’avvio della presidenza e lo sblocco di ingenti finanziamenti miliardari a favore dell’Ice, accompagnato dall’allentamento dei vincoli operativi sui luoghi e sui soggetti passibili di fermo, la curva dei provvedimenti era rapidamente schizzata verso l’alto, superando quota 40.000 già a dicembre. Il trend aveva subito una frenata all’inizio dell’anno in seguito alle due sparatorie mortali avvenute in Minnesota nel mese di gennaio, episodi che avevano provocato proteste generalizzate e un duro scontro istituzionale con i parlamentari democratici. In quella fase, il rallentamento aveva stabilizzato temporaneamente i fermi intorno a quota 30.000. Tuttavia, superata la fase di maggiore tensione politica, l’apparato federale ha progressivamente ripreso slancio operativo, culminando nel record estivo di luglio e riaprendo il dibattito sulle garanzie e sui confini delle politiche di sicurezza interna.