Carceri, ultima frontiera della dignità umana di David Allegranti La Nazione, 2 agosto 2026 È arrivato agosto. Temperature altissime, percepite e non. Sembra l’estate del 2003, ma forse è pure peggio. E se soffre la comunità dei liberi, figuriamoci quella dei ristretti. Un pensiero che tuttavia non sembra essere sufficientemente condiviso. Nel carcere di Bancali, a Sassari, è morto un detenuto di 36 anni. Si trovava in una cella del reparto ospedaliero dove era ricoverato. Era affetto da un disagio psichiatrico, era in carcere per piccoli reati. Ha dato fuoco alla cella ed è morto carbonizzato. “Ogni morte in carcere è una sconfitta dello Stato. Occorre chiedersi quali condizioni materiali, psicologiche e sanitarie possano condurre una persona a una simile disperazione. Il carcere non può diventare un luogo in cui la sofferenza annienta la speranza”, ha detto Irene Testa, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Sardegna: “Ma quante altre tragedie dovranno verificarsi prima che la tutela della dignità e della vita delle persone detenute diventi una priorità?”. La domanda, posta sul suo profilo Facebook, suscita compassione, ma purtroppo non nell’animo di tutti. Colpisce infatti la quantità di commenti, offensivi e di giubili, per la morte del detenuto. “Un delinquente in meno”. “Siamo disperati veramente!!! Ogni avanzo di galera l’unica uscita che dovrebbe fare è in orizzontale!!! Comportati bene, si (sic, ndr) rispettoso e onesto e tranquillo e in carcere NON ci vai… Tranquilla che lo Stato ne esce vincitore”. “In Italia i delinquenti hanno solo diritti”. “Per ogni decesso per fortuna si libera un posto per un altro delinquente”. “Poveretto morire mentre faceva volontariato!!!! Ah no, è morto in carcere quindi un angelo!!!”. E via così. “C’è chi, senza il minimo senso di umanità, commenta gioendo e offendendo. Delle offese e delle parolacce, personalmente, me ne frego”, dice Testa: “Quel che non riesco a capire è come si possa arrivare a essere così cattivi da gioire del dolore di un altro essere umano. Una parte di società che fa paura”. Mario Latte, sindaco di Nulvi, paese di cui era originario il detenuto, ha proclamato lutto cittadino. Anche questa scelta è stata contestata: “Condoglianze alla famiglia però vi prego non facciamone un eroe tantomeno un martire una morte certamente terribile che non meritava. Ma questo individuo evidentemente è stato ritenuto da un giudice pericoloso doveva stare in galera o al limite rinchiuso in un istituto se aveva problemi mentali. Massimo rispetto per i familiari che probabilmente sono stati le prime vittime ma lutto cittadino mi pare veramente esagerato perché allora lo pretendo tutti i giorni per ogni morto a piede libero!!!”, scrive uno (l’assenza di virgole è a carico del lettore). La garante ha documentato, nel carcere di Bancali, infiltrazioni, muffa, celle senza termosifoni; a Uta, su 729 detenuti, il 92 per cento è sottoposto a terapia continuativa e quasi la metà a trattamento psichiatrico continuativo. Dalle nostre parti c’è Sollicciano, dove l’umanità è scomparsa da molto tempo. Dalla Sardegna alla Toscana, niente cambia: tutto il carcere è paese. E adesso? Sull’inserimento lavorativo degli ex detenuti di Tazio Brusasco volerelaluna.it, 2 agosto 2026 Da qualche mese non entro in carcere come docente: il mio insegnamento si è concluso a fine agosto 2025, quando ho chiesto di rientrare nella scuola di titolarità. Eppure, quel mondo nella mia mente palpita ancora. Penso a chi ho incontrato. Talvolta chiedo aggiornamenti ai colleghi che mi sono succeduti. Telefonate concrete: loro mi interrogano sugli aspetti organizzativi, io mi informo sulle persone con le quali ho trascorso un triennio. Per fortuna, alcune sono uscite. È di loro che vorrei parlare, partendo da tre domande: quanti, a distanza di pochi mesi dal riottenimento della libertà, sono stati effettivamente riammessi alla società civile? quali ostacoli limitano o impediscono il reingresso? fino a quale grado è opportuno che noi educatori seguiamo le loro vicende anche fuori? Sono interrogativi ampi e condivisi, oggetto di studi e riflessioni. Nella mia esperienza, la risposta alla prima domanda rifulge nitida: nessuno. O quasi. Chi prima aveva una stabilità ha qualche chance in più: l’unico caso positivo che ricordo è quello di un italiano di mezza età, rientrato in famiglia, che ha ripreso la sua attività lavorativa di libero professionista. Tutti gli altri, tutte le altre - mediamente più giovani - sono parcheggiati a casa o in qualche struttura temporanea. Quasi quotidianamente rivolgono anche a noi insegnanti impotenti richieste di aiuto: ambiscono a un lavoro. Tutti. Senza successo. In merito agli ostacoli, rilevo due tipi di cause: cause esogene, tra cui stigma, scarsa formazione professionalizzante ricevuta prima o durante la detenzione, reti sociali frammentate e deboli; cause endogene, tra le quali spiccano fragilità, povertà e soprattutto le dipendenze. In quest’ultimo, frequentissimo caso, la sensazione perenne è quella di avere costruito sulla sabbia. Le persone che dentro sembravano cambiate, fuori sistematicamente ricadono. Lo intuiamo, lo sappiamo. Anche i più bravi a scuola, ai nostri occhi i candidati più forti al riscatto tramite il lavoro, crollano. Gli anni in carcere mi hanno insegnato che il riscatto dalle dipendenze è impresa quasi insormontabile, anche quando si trova un impiego. Eppure, sul fronte legislativo, lo Stato si è dotato di uno strumento valido: l’illuminata Legge Smuraglia (legge n. 193/2000), che prevede crediti d’imposta e sgravi contributivi per cooperative e imprese che assumono persone detenute. Si riequilibra così parzialmente il danno dello stigma, rendendole “appetibili” per i datori di lavoro. La legge Smuraglia ha però un limite strutturale che molte voci attente e attive chiedono da tempo di cambiare: tutela infatti solo chi inizia a lavorare quando sta ancora scontando la pena dentro il carcere; non considera invece chi fruisce delle misure alternative alla detenzione (domiciliari, affidamento in prova ai servizi sociali, semilibertà). Peraltro in Italia è maggiore il numero di persone in questo regime che non quelle ristrette nelle carceri (indicativamente 77mila contro 64mila). Ugualmente, andrebbe incentivato l’ingresso nel mondo del lavoro per chi vi accede appena tornato in libertà e incontra le stesse barriere e difficoltà di reinserimento. La conseguenza di questa falla nella rete del reinserimento è che spessissimo chi esce non ha alcuna prospettiva, condizione che spesso prelude a una ricaduta nella devianza, fosse anche solo per motivi di mera sussistenza. Il terzo interrogativo è quello con le risposte più sfumate e soggettive. Finché lavori dentro e incontri ogni giorno ragazzi e ragazze, scambi e contatti sono ovvi: la pedagogia richiede tempo e presenza. Ma quando escono, sai che la richiesta di aiuto arriverà e a quel punto la scelta è tua. Le risposte estreme sono le più facili da dare, le più difficili da attuare: non puoi aiutare tutti, al contempo non vuoi vedere risucchiate nell’invisibilità persone che hai conosciuto e formato: non ci si può dimenticare degli altri a comando, come quando si spegne un interruttore. A loro manca tutto: una casa, un lavoro, i soldi. Alcuni colleghi hanno nutrito, ospitato, aiutato e io stesso, che inizialmente dichiaravo che il mio lavoro terminava giornalmente non appena varcavo la soglia del penitenziario, mi trovo in questi giorni a bussare alle porte di aziende e cooperative per presentare curricula di alcuni allievi in uscita. In tal senso, almeno una buona notizia: proprio oggi, per la prima volta, un’azienda che si occupa di servizi alla persona ha risposto alla mia mail nella quale proponevo un ragazzo appena liberato: si sono mostrati disponibili e hanno fissato un colloquio conoscitivo. Spero che, almeno per lui, libertà non resti soltanto una parola. Detenuti tossicodipendenti fuori dal carcere. Dove andranno? di Vincenzo Donvito Maxia* imgpress.it, 2 agosto 2026 Ok definitivo della Camera al ddl che stabilisce che i detenuti tossicodipendenti non debbano restare in carcere ma, se aderiscono ad un programma di recupero, debbano scontare la pena agli arresti domiciliari. Il principio è buono. Soprattutto in un sistema carcerario che conta 64.645 detenuti ristretti in celle per 46.242 posti. E che da inizio anno ha fatto registrare 24 suicidi. Un sovraffollamento del 140%. Ma ci sono alcuni problemi che non sappiamo se e come verranno risolti. I detenuti tossicodipendenti sono 19.755 e circa 13.277 i posti letto nelle comunità terapeutiche, in gran parte già occupati. Dove saranno ospitate queste migliaia di persone senza investimenti? La dipendenza va curata con percorsi di cura individualizzati. Del ddl inoltre può beneficiare solo chi è in cura al Serd e non è recidivo: ovvero una minima parte dei detenuti tossicodipendenti. Al momento la legge approvata sembra una bella dichiarazione di principio. Temiamo che i legislatori si auto-complimenteranno per aver approvato questa legge, soprattutto in un periodo di grande attenzione ad un sistema carcerario quasi al collasso e che, nella grande calura estiva, sta per esplodere. Ma passato il caldo, non calato il numero detenuti (tossicodipendenti e non) visto che si moltiplicano le leggi che prevedono la carcerazione anche per pene (nuove e non solo) che potrebbero essere scontate anche fuori del carcere… temiamo che il tutto finisca nel dimenticatoio e nelle pastoie di una ricerca di fondi e posti che parte già male. Non sarebbe la prima volta, visto che le carceri sono considerate e organizzate per essere la fogna violenta della società e non luoghi in cui i rei debbano civilmente scontare la restrizione della libertà. *Presidente ADUC Un quindicenne non è la metà di un trentenne di Giuseppe Bagni volerelaluna.it, 2 agosto 2026 Questo Governo va di nuovo all’assalto dell’adolescenza. Si vuole la punibilità dai 14 ai 18 anni. Non possono votare, non possono lavorare sotto contratto, ma possono andare in galera, ovviamente accompagnati dai genitori o in autobus perché non hanno l’età per guidare una macchina. Visto che sono in obbligo d’istruzione sarà il carcere a farsene carico, certo troveranno ottimi maestri tra i compagni di cella. Fino all’emanazione del decreto Caivano, per i minori che commettevano un reato non c’era, per lo più, la detenzione negli istituti di pena minorili (che oggi esplodono per il sovraffollamento), ma i percorsi di “messa alla prova”: quanti ragazzi ho visto rifiorire nella mia scuola, tolti dai loro ambienti (il quartiere, ma purtroppo spesso anche la famiglia) e accompagnati a scuola dai carabinieri. Dal decreto in poi, per il furto di un cellulare con l’aggravante della minaccia di uno schiaffo si va direttamente dietro le sbarre con tanti saluti ai percorsi di “messa alla prova”, istituto del diritto penale minorile, nostro fiore all’occhiello in Europa. Il Governo si prepara alle elezioni del prossimo anno scommettendo ancora una volta sul sempreverde motto di “ordine e sicurezza”; si inventa l’emergenza delle baby gang quando è un fatto che il nostro paese è tra quelli col più basso numero di reati compiuti da minori (si dirà che comunque sono in crescita, ma nessuno si chiede se sono in crescita i reati o le denunce dei reati). Ma i dati non contano, conta amplificare il fenomeno del bullismo tra i giovani con l’aiuto della stampa amica (ormai quasi tutta), schierandosi poi sempre al fianco dei potenti della terra che del bullismo fanno la propria ragione di vita. Il rischio che la strategia funzioni ancora è forte e fa tremare le vene, perché la società civile è sempre meno civile, in preda alla paura dello straniero, dei giovani che chiedono spazio per vivere, una casa e un lavoro dignitoso. Per questo ogni nuova generazione è “straniera”, ma fatta di stranieri interni, che non si possono fermare alle frontiere e con l’aggravante che i giovani spingono naturalmente per un cambiamento che spaventa chi vorrebbe cristallizzare il presente… Ricordiamoci che il primo decreto sicurezza ha colpito i giovani dei rave, quelli che ballano e sentono la musica a tutto volume, anche se la vera notizia è l’assenza di notizie di incidenti o violenze gravi. Poi i decreti sicurezza si sono succeduti come nuove stagioni di una serie Netflix, ma con l’obiettivo di non farci uscire da questa stagione. La volontà è stata quella di criminalizzare qualunque forma di protesta anche se pacifica, col risultato di diffondere la rabbia, volano di violenza. Ma denunciare questa deriva, che è sotto gli occhi di tutti, non ha grande effetto. D’altra parte tutti sanno che trattare un adolescente come fosse un adulto è sbagliato: un quindicenne non è la metà di un trentenne, non gli assomiglia in nulla e dovrebbe essere aiutato a diventare un trentenne responsabile e consapevole proprio dallo Stato che invece gli prospetta il carcere. Ma sono ragionamenti che fanno poca presa su chi si sente minacciato nelle illusorie sicurezze che sente rimaste. Obiettivi come dare a tutti l’istruzione che serve per scegliersi il proprio futuro, prendersi cura del pianeta e dei beni comuni come patrimonio personale, dare ascolto alle ragioni di chi denuncia condizioni di sofferenza sono giudicati lussi fuori portata. L’articolo 10 della Costituzione al terzo comma sancisce che chiunque sia in fuga da paesi che privano i cittadini di diritti democratici può trovare asilo in Italia. Coloro che lo scrissero erano immersi in un’atmosfera molto diversa dall’attuale. Oggi chi si avvicina alle nostre coste con una tale richiesta può ritrovarsi in Albania o peggio in fondo al mare. Il dominio della paura si è instaurato al passo con le minacce del futuro che ormai si sono insinuate anche nel presente diventando un sentimento difficile da rimuovere. Per riuscire a scalfirlo servirà scendere in profondità fino a toccare gli animi, dandosi tempi lunghi e un pensiero lento. Serve un cambiamento del contesto, il frutto di un atto di coraggio (o di disperazione) che però non può venire da chi teme qualsiasi cambiamento e si illude che la politica della repressione paghi all’infinito. Quell’atto di coraggio è possibile chiederlo a chi più che un presente da difendere ha un futuro da costruire. Sono stati 6 milioni e mezzo i giovani tra i 18 e i 34 anni andati a votare (molti probabilmente per la prima volta) al referendum sulla giustizia, in difesa della Costituzione. Forse nemmeno l’hanno studiata a fondo, ma per loro rappresenta un punto di riferimento, una certezza, la testimonianza di un momento magico del Paese, misto di disperazione e speranza. Sono andati a votare e sono scesi in piazza per dei valori: dubito che lo farebbero con lo stesso entusiasmo per delle coalizioni elettorali. Allora forse è il momento di trovare il coraggio di parole nuove e semplici con cui rimettere al centro i valori e la cultura che ci fanno umani. Abbandonare i balbettii, gli equilibrismi, i distinguo, e quant’altro sa di già sentito. Uno striscione al corteo del 2 ottobre 2025 recitava “Giù le mani dai bambini!”. Non c’era specificato quali (in quel momento non ce n’era bisogno), ma è bello pensare che fosse un messaggio universale: giù le mani da tutti i bambini e le bambine. A mio parere da questi ragazzi e ragazze si può ripartire. Loro possono cambiare stagione e ridare fiducia anche a coloro che votano per salvare il nulla che sta rimanendo. Giù le mani dai bambini significa che a quattordici anni non si è criminali. Mai. Significa che non ci sono “vite di scarto” e che non è giusto avere percorsi di scuola riservati ai futuri scartati. La nostra scuola è ancora classista e la destra spinge sull’acceleratore dando meno anni di scuola e meno scuola in ogni anno a a chi ne avrebbe più bisogno. Ci siamo inventati la povertà educativa che è solo un epifenomeno buono a distrarre dai problemi e responsabilità della scuola. Esiste solo la povertà che si trasforma (chissà perché..) in insuccesso scolastico. Significa giù le mani dal lavoro, che non può essere un’elemosina, privo di diritti e di sicurezza, anche quella di poter condurre una vita dignitosa. Significa giù le mani dal futuro dei bambini e dalla democrazia, la loro migliore garanzia. Imputabilità dei 14-18enni? Perché non funziona di Alberto Perduca La Voce e il Tempo, 2 agosto 2026 Alimentata da recenti fatti di cronaca, la delinquenza minorile continua ad essere trattata dalle forze di governo come emergenza da contrastare soprattutto con il ricorso allo strumento penale. All’inizio del luglio 2026, alla Camera si inizia ad esaminare la proposta di legge volta a ridurre a 13 anni la soglia minima per l’imputabilità. Quest’ultima si fonda sulla capacità di intendere e di volere e in sua mancanza nessuno può essere sottoposto a pena per il reato commesso. Pur elaborato in un contesto autoritario, da quasi un secolo il Codice penale stabilisce un regime differenziato di imputabilità in relazione all’età. In particolare, la esclude per gli infraquattordicenni mentre esige che venga accertata in concreto per coloro che hanno compiuto già i 14 ma non ancora i 18 anni. Nel primo caso si parla di non imputabilità assoluta mentre nel secondo di non imputabilità relativa. La proposta di legge, presentata da Forza Italia, intende limitare ai soli infra-tredicenni la non imputabilità assoluta. Nello stesso mese di luglio, anche il Governo si attiva ed approva un proprio disegno di legge ove si prevede che tra i 14 e 18 anni, la capacità di intendere e di volere va presunta fino a prova contraria. Con un totale ribaltamento della regola in vigore, costoro mutano da presunti non imputabili a presunti imputabili. In un videomessaggio, il Presidente del Consiglio presenta il provvedimento all’insegna della - ennesima- risoluta svolta di politica penale. Stando alle sue parole, radicale è il principio ispiratore secondo cui “chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare. Sempre. Anche se ha quindici o sedici anni”. Ed altrettanto fermo è l’intento di colpire “punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono, perché sanno che tanto non accadrà loro nulla”. Al di là dei toni perentori dell’annuncio, il disegno governativo - al pari della proposta parlamentare -conferma la tendenza alla forte espansione del diritto penale nella legislatura in corso. All’incremento del numero dei reati e all’inasprimento delle sanzioni - non di rado di dubbia efficacia e di incerto equilibrio tra sicurezza e libertà - si aggiunge adesso il proposito di ridurre la platea dei non imputabili in ragione della loro età. Senonché, come già avvenuto per altri provvedimenti, l’auspicata stretta sui minori non si fonda su alcuna verifica di necessità. Come ben ricordato dalla tempestiva presa di posizione dell’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, per i minori tra i 14 e 18 anni la presunzione relativa di non imputabilità rappresenta “una regola necessaria quando si è di fronte ad una personalità in formazione”. Per questo occorre valutare in concreto la maturità del minore per decidere se, in relazione alle peculiarità del reato commesso, sia capace di intendere e di volere. In proposito, la prassi giudiziaria non mostra tracce di indulgenza o lassismo. Nel 2024, sugli 11.846 procedimenti penali celebrati a carico di minori rientranti in tale fascia, “i giudizi definiti per immaturità sono stati lo 0,54% del totale”. In assenza di altre e riscontrabili ragioni, riesce dunque difficile comprendere come 64 casi, in un anno, di constatata non imputabilità di giovani tra i 14 e 18 anni abbiano potuto generare nei “ragazzi” quel senso di “poter fare come vogliono”, così grave e diffuso da indurre il Governo ad intervenire con il disegno di legge. Merita poi preoccupata attenzione quanto affermato dall’Associazione italiana dei professori di diritto penale secondo cui l’accertamento della capacità di intendere e di volere, in quanto condizione essenziale affinché l’autore di un reato possa venirne rimproverato e risponderne, “non tollera schemi presuntivi”. Non solo, ma semplificarne la disciplina dell’imputabilità a fini di deterrenza “significa attribuire all’arma penale una funzione che essa non può svolgere e rinunciare ad affrontare le cause più profonde della devianza minorile attraverso adeguate politiche educative, sociali e di inclusione”. E se, ancora una volta, la priorità della scelta penale si rivelasse rassicurante ma illusoria? “Don Mazzi ci ha salvato in tre. Pretendeva che guardassimo in faccia il dolore” di Elisabetta Andreis Corriere della Sera, 2 agosto 2026 La storia di Matteo, assassino a 19 anni. Nel 2011 il ragazzo, oggi 34enne, ha aggredito due carabinieri dopo un rave provocando la morte di uno. “Don Mazzi è stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa”. L’ultima carezza gliel’ha restituita. “Sono andato a salutare don Antonio Mazzi”. Matteo gli ha passato una mano sul viso, come il sacerdote faceva con lui quando era giovanissimo e aveva sulle spalle una vita senza direzione e un ergastolo appena pronunciato. È stato il suo ultimo grazie. Don Mazzi, morto venerdì a 96 anni “ci ha salvato tutti e tre”, dicono insieme Matteo, sua mamma Irene Sisi e Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli rimasto ucciso. La loro storia comincia la notte del 25 aprile 2011. Un rave in Maremma, un gruppo di adolescenti fermato ad un posto di blocco, l’alcol in corpo, la furia contro due carabinieri. Domenico Marino perde un occhio. Santarelli entra in coma e muore un anno dopo. Matteo ha 19 anni. È in carcere a Grosseto da diciotto mesi quando don Mazzi manda un operatore di Exodus a conoscerlo. Il processo per omicidio è ancora aperto. Il don decide di accoglierlo lo stesso, ottiene di farlo venire a Milano. “Mise subito in chiaro che la comunità non era uno sconto di pena ma un luogo di responsabilità - racconta Irene -. È stato il primo a vedere in Matteo una persona che doveva scoprire se stessa, e non solo un ragazzo che aveva sbagliato seminando dolore”. Matteo vive già dentro Exodus al parco Lambro quando arriva la condanna all’ergastolo. Gli sembra che tutto sia finito: aveva negato la vita a un’altra persona, ora la negavano a lui. Don Mazzi lo guarda e sorride. Un sorriso breve: è soltanto un passaggio, sembra dirgli, ce la farai. Poi arriveranno San Vittore, Bollate, la pena ridotta, due lauree - la seconda in Pedagogia, 110 e lode - e infine, a distanza di quindici anni, la semilibertà. Il lavoro di don Mazzi stava nei grandi precipizi e nei dettagli minuscoli. “A Matteo ricordava nonno Alfeo, con cui era cresciuto: burbero in apparenza ma sempre attento e presente”. Il don lo rimproverava se non faceva bene l’orto o trascurava uno dei piccoli compiti della giornata. Viveva con i ragazzi, vigilava, li conteneva: “Solo dentro i confini gli adolescenti imparano a trovare la propria creatività e sicurezza - continua Irene -. Sono stati i sorrisi inattesi del don, a salvarlo e fargli trovare se stesso. Duravano un attimo e significavano che quella cosa l’aveva fatta bene”. Irene ricorda soprattutto le cene in comunità: Matteo, Mazzi e tutti gli altri ragazzi intorno al tavolo. E i pezzi di peperoncino che il sacerdote mangiava come fossero noccioline. “La prima volta che mi vide, diede una carezza anche a me”. Ma il don non consolava nascondendo: “Non ha mai permesso a Matteo di cercare alibi. Pretendeva che guardasse in faccia il dolore che aveva provocato. Credeva che i suoi giovani fossero forti abbastanza per sopportare tanto e compiere cammini sostanziali. Credeva nella potenza rieducativa della fatica”. Per guardare quel male, serviva incontrare chi lo aveva subito. Irene scrive una lettera a Claudia, le chiede scusa, si avvicina alla sua famiglia. “Matteo era recluso ma doveva guardare in faccia la verità, ascoltare quella sofferenza. Per questo sono diventata i suoi occhi, le sue orecchie”, spiega la mamma. Le due donne - Irene e Claudia - si incontrano una prima volta, si abbracciano, prendono insieme il treno per Milano e vanno ad Exodus. La mamma del ragazzo che ha tolto la vita e la moglie dell’uomo cui quella vita è stata tolta imparano a stare una accanto all’altra senza cancellare nulla. Vanno anche in ospedale dove c’era, in coma, Antonio Santarelli. “Condanno ciò che ha fatto Matteo ma non lo giudico e non voglio la sua pena definitiva”, dirà Claudia. Don Mazzi offre loro le parole per nominare ciò che sta accadendo. Perdono è riduttivo. Giustizia riparativa significa avvicinare mondi spezzati, recuperare dignità senza distribuire assoluzioni. È lui a suggerire a Irene e Claudia di portare quella esperienza anche nelle scuole. Da allora parlano con studenti, detenuti e genitori. Spiegano che aiutare un figlio non significa proteggerlo dalle sue responsabilità. Oggi Matteo ha 34 anni, è educatore e pedagogista, scrive poesie e musiche bellissime. Insieme ad altri ha fondato un’etichetta discografica e poi una cooperativa che lavora nella comunicazione, nella musica e nell’audiovisivo. La capacità di trascinare gli altri, che da ragazzo non sapeva governare, adesso gli serve per lavorare con giovani che riconosce: hanno la stessa rabbia, lo stesso spaesamento, lo stesso bisogno di un confine. Irene e Claudia continuano a entrare nelle scuole e nelle carceri. “Don Mazzi ha salvato tre persone, non una sola”. Le rassicurazioni che dà il diritto penale “fast fashion” durano poco e non tutelano di Cristiano Cupelli Il Foglio, 2 agosto 2026 Il diritto penale ridotto a spot elettorale trasforma la norma in un capo di stagione. Nasce sull’onda dell’allarme, rassicura per un istante, poi si logora. Tra leggi?meme e colpevoli necessari, a rimetterci sono tassatività, garanzie e la tenuta stessa del sistema. Giovanni Fiandaca ha descritto nei giorni scorsi, su queste colonne, i contorni di un diritto penale ridotto a “spot elettorale”: fattispecie incriminatrici che servono al consenso di un istante più che alla tutela di un bene. C’è ormai un modo di fare - e di applicare - le leggi penali che somiglia da vicino a un modo di vestirsi: la norma nasce in fretta, sull’onda di ciò che accade, dura una stagione e poi si ripone nell’armadio degli indefiniti e spesso dimenticati testi legislativi. Si potrebbe parlare, con una formula presa in prestito dalla moda, di “diritto penale fast fashion”: un capo pensato non per durare, ma per essere indossato subito, e per mostrarsi più che per una effettiva utilità. L’idea è antica quanto il proverbio che rovescia. Si diceva che l’abito fa il monaco; qui l’abito non fa più il monaco: fa il meme e si limita a segnalare chi lo porta. E’ la politica criminale camaleontica dell’ipercomunicazione, che muta colore al mutare dell’allarme e affida alla norma il compito di un messaggio. La fattispecie penale perde, poco a poco, la propria funzione tipica di tutela e si fa simbolo: serve a mostrare un’appartenenza e a rassicurare, rispondendo a una domanda di sicurezza che la percezione, più della realtà, rende pressante. Ma la rassicurazione che offre è appunto quella di un capo di stagione: convince finché è nuovo, poi si logora. Che una veste simile si venda con tanta facilità non è casuale né sorprendente. Vi opera la componente vendicativo-ritorsiva che da sempre accompagna la pena: il bisogno di opporre al torto un altro torto e di dare all’allarme un volto su cui posarsi. La norma di stagione asseconda quel bisogno. Ma la richiesta che la muove - un responsabile a tutti i costi, e subito - non si esaurisce nel primo passaggio, quando la legge si scrive: torna a premere nel secondo, quando la legge si applica, assumendo la veste giudiziaria. Nel primo momento, quello della norma, il ciclo si è fatto rapido: tende a nascere sull’onda dell’evento e a esaurirsi con l’attenzione che l’ha generata; la decretazione d’urgenza ne asseconda i ritmi. A rimetterci sono le qualità meno appariscenti e più preziose del diritto penale: la tassatività e la determinatezza, la coerenza del sistema, la capacità del precetto di orientare davvero i comportamenti. Il prodotto di questa sartoria frettolosa è un reato senza confini certi, cucito a maglie larghe perché possa adattarsi a ciò che ancora non si conosce. La moda veloce produce l’usa e getta; la legalità, per sua natura, è una moda fatta di tempi lunghi, e l’intervallo lungo del dialogo e della ponderazione mal si concilia con il ritmo breve dell’attenzione. Nel secondo tempo, quello del processo, il capo non si cuce: si indossa. Davanti a un evento avverso o a un disastro si reclama un responsabile e la ricerca muove spesso dall’alto, prima ancora che dalla regola che si sarebbe dovuta osservare. Prende corpo, così, la figura del vertice onnisciente, dal quale si pretende che tutto sapesse, tutto prevedesse, tutto potesse impedire. Con il senno del poi, e sotto l’ampiezza del dovere di diligenza, una condotta che si sarebbe potuta tenere meglio si rintraccia quasi sempre: e il reato dai confini incerti si lascia allora ritagliare sulla misura dell’evento. E’ il rischio affiorato ad esempio nel caso di Viareggio, allorquando per raggiungere il vertice della capogruppo si è mutato il titolo dell’addebito, dall’omissione alla scelta, e a Genova, nel processo per il ponte Morandi, dove alla condanna di molti garanti ha fatto da contrappunto l’assoluzione di quasi altrettanti: come se la selezione di chi dovesse rispondere, che dovrebbe precedere il giudizio, vi fosse in parte confluita. A ogni evento pare dover corrispondere un colpevole necessario e l’unica incertezza riguarda su chi ricadrà. I due tempi si tengono e si alimentano a vicenda: la domanda di pena genera norme dai contorni vaghi e imputazioni di forte risonanza e la risonanza rilancia la domanda. Il conto, però, non si salda in vetrina: la ricerca del garante produce più prudenza difensiva che prevenzione e agli eventi avversi - che nascono quasi sempre dal concorso di più cause - si aggiunge il rischio di una responsabilità costruita sulla posizione più che sulla colpa, sull’altezza del ruolo più che su ciò che, da quell’altezza, si poteva davvero vedere. La comunicazione fast fashion può conquistare il consenso immediato, ma difficilmente riesce a sostituire la politica criminale: può cambiare abito a ogni occasione; il diritto penale no. Perché di una norma pensata solo per essere esibita resta poco: un capo dismesso e i princìpi di garanzia lasciati per strada. La claudicante verità sulla strage di Bologna di Valentine Lomellini Corriere della Sera, 2 agosto 2026 L’opinione pubblica ha bisogno che lo Stato sia credibile rispetto ai “traumi storici”. Un cittadino, di fronte ad un attentato terroristico, deve sentirsi tutelato. Scrivo di un mistero che non c’è più. Quarantasei anni fa, il 2 agosto 1980, alle 10.25, una bomba esplose nella sala d’aspetto della stazione di Bologna. 85 i morti, oltre 200 i feriti. Tra il 1995 e il 2025, sono stati condannati con sentenza definitiva un commando di terroristi neri come esecutori e Gelli e la loggia P2 come mandanti e depistatori. Quarantasei anni fa, la guerra sulla strage prendeva forma. Una ricerca del Centre for Security Studies dell’Università di Padova mette in luce come, a partire dall’anno seguente al tragico attentato, ogni anniversario sia stato caratterizzato da un profondo e duro momento di scontro politico. A prescindere dal partito al governo o dal rappresentante del potere scelto per la commemorazione, ogni 2 agosto ha significato un’occasione di riflessione, di ricordo delle vittime, ma anche di decisa protesta nei confronti di un potere che è stato accusato di essere complice, di aver coperto, depistato, manipolato i dati di realtà. Di aver nascosto la verità. Qualche dato, a volo d’uccello. Negli anni Novanta, Giulio Andreotti lascia balenare l’idea di togliere l’aggettivo fascista dalla lapide, generando un vespaio di polemiche. A metà di quel decennio, l’allora Presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, denuncia l’omertà dello Stato e il Presidente della Camera, Luciano Violante, chiede che venga rivisto il segreto di Stato sulla documentazione. Nel 2000, sono 20mila le persone in strada per ricordare l’attacco. È l’anno in cui viene fischiato il Presidente del Consiglio Giuliano Amato, poi è il turno del Presidente della Camera Casini nel 2001, del ministro Buttiglione nel 2002, di quelli di Tremonti nel 2005. Gli anni Zero del Duemila sono anche quelli in cui Cossiga rilascia la celeberrima intervista ad Aldo Cazzullo proprio sulle pagine di questo quotidiano, aprendo alla possibilità di una pista internazionale per spiegarne le ragioni. E potremmo andare avanti così a lungo, sino a questo 2026, in cui vengono richiesti nuovi approfondimenti sui resti di un corpo mai reclamato, facendo ribalenare la pista palestinese. Siamo la Repubblica dei processi: dei processi in aula, ma anche dei controprocessi in piazza o sulle colonne dei giornali. La vera domanda che vorrei porre oggi, però, non è relativa alla responsabilità dell’attentato, sul quale abbiamo un punto fermo giudiziario e anche storiografico. La vera domanda è: qual è stato l’effetto del contegno a volte incerto, claudicante, opaco o apertamente omissivo delle autorità pubbliche rispetto alla strage, sulla società italiana? Studi sugli attentati avvenuti in Europa negli ultimi vent’anni ci danno una risposta. Da un’analisi comparata degli attacchi di estrema destra ad Utoya nel 2011, e quelli islamisti di Nizza del 2015 e di Barcellona del 2017, sappiamo che il deficit di credibilità dello Stato rispetto a “traumi storici” causati da eventi terroristici ha un effetto devastante. Sulla qualità della democrazia, ma soprattutto sulla percezione del suo potente valore e sulla capacità di resilienza dei cittadini. Un cittadino, di fronte ad un attentato terroristico, deve sentirsi tutelato. Non c’è fiducia, senza verità. E non c’è democrazia senza fiducia. Sardegna. “Stop al 41 bis e report sulle carceri” sardiniapost.it, 2 agosto 2026 Dopo la morte del detenuto a Bancali Europa Radicale e Nessuno Tocchi Caino chiedono interventi urgenti. L’ultima tragedia nel carcere sassarese, dove un uomo con problemi psichiatrici è morto nello stesso incendio che aveva appiccato dentro la cella. Una relazione urgente al Parlamento sul reparto sanitario di Bancali, la sospensione immediata del piano di concentrazione dei detenuti in regime di 41-bis fino a quando negli istituti non saranno rientrati nella capienza regolamentare e un report mensile dei dati per ogni istituto: sono le richieste presentate da Europa Radicale e Nessuno Tocchi Caino dopo la morte del 36enne di Nulvi nella cella del carcere sassarese. “La Garante regionale per le persone private della libertà personale Irene Testa - si legge nella nota inviata da Federica Valcauda (Europa Radicale) e Gabriele Casanova (Nessuno Tocchi Caino) - ha documentato a Bancali infiltrazioni, muffa, celle senza termosifoni, presentando un esposto in Procura; nella sua relazione annuale rileva che a Uta, su 729 detenuti, il 92% è sottoposto a terapia continuativa e quasi la metà a trattamento psichiatrico continuativo”. La morte di Bancali arriva a pochi giorni dalla conclusione del ciclo di visite negli istituti penitenziari sardi condotto da Nessuno tocchi Caino, dal Movimento italiano diritti detenuti e da Europa Radicale insieme alle Camere penali di Cagliari, Oristano e Nuoro: la colonia penale di Is Arenas, il carcere di Badu ‘e Carros e la colonia penale di Mamone. Alle visite hanno preso parte amministratori locali, avvocati e rappresentanti delle istituzioni territoriali. “A Is Arenas centoquindici detenuti su centoquindici lavorano, ed è un dato raro - commenta Casanova - dimostra che i percorsi di responsabilità e di reinserimento si possono costruire. Eppure, nonostante il lavoro e nonostante il mare, quello che si respira è un tempo sospeso. Uscivamo da quelle visite convinti che il tempo per cambiare ci fosse ancora. Il tempo per un uomo di trentasei anni, dentro il reparto sanitario di Bancali, è finito prima”. “Al 30 aprile 2026, secondo il 22esimo rapporto di Antigone, le carceri italiane contavano 64.436 detenuti per 46.318 posti realmente disponibili - sottolinea Federica Valcauda - con 73 istituti oltre il 150%. Sempre secondo Antigone, tra il 2025 e i primi mesi del 2026 le persone detenute morte per suicidio sono 106; il report del Garante nazionale registra 254 decessi complessivi nel 2025, il dato più alto da decenni”. “La concentrazione del 41-bis in Sardegna è già oggetto di un conflitto istituzionale aperto, con la Garante regionale che l’ha definita una violazione dei diritti umani e la Regione mobilitata contro il piano - concludono i portavoce di Europa Radicale e Nessuno Tocchi Caino - Dalla denuncia del trasferimento nessuno è però passato alla contabilità delle condizioni interne: sono quelle a produrre morti, ed è su quelle che chiediamo atti”. Sassari. Caso Bancali, il cappellano: “Le carceri sono i nuovi manicomi, la politica finge di non vedere” di Luca Fiori La Nuova Sardegna, 2 agosto 2026 “Abbiamo chiuso i manicomi con la legge Basaglia nel 1978, ma in realtà non sono mai scomparsi. Li abbiamo semplicemente spostati dentro le carceri”. Don Gaetano Galia, cappellano del carcere di Bancali da oltre vent’anni, parla quasi con rassegnazione dopo la morte del detenuto di 35 anni nel reparto sanitario della casa circondariale di Bancali. “Oggi negli istituti di pena finiscono persone con gravi disturbi psichici, tossicodipendenti, immigrati con profonde fragilità sociali. Il carcere è diventato il contenitore di tutto il disagio che lo Stato non riesce più a gestire. Ma il carcere non è un ospedale psichiatrico e non può sostituire le comunità terapeutiche”. Per il sacerdote sarebbe però un errore concentrare l’attenzione soltanto su Bancali. “Non bisogna trasformare questa vicenda in un processo a questo carcere. Il problema è nazionale ed è il frutto di decenni di immobilismo. Nessun governo ha avuto il coraggio di riformare davvero il sistema penitenziario, perché il carcere non porta consenso, non porta voti, porta solo dissenso. È un tema scomodo e per questo viene sistematicamente accantonato”. Originario di Arborea, 66 anni, salesiano, psicopedagogista, il sacerdote ed ex insegnante è da moltissimi anni a Sassari, dove opera con grande passione e profonda competenza di formazione, consulenza pedagogica e prevenzione. Cappellano del carcere di Bancali da diversi anni, è il referente della Pastorale penitenziaria in Sardegna. Da quando ha appreso della tragedia in cui ha perso la vita Giuseppe Spanu non riesce a togliersi un pensiero dalla mente. “Ogni volta che accade una cosa del genere ti domandi se avresti potuto fare di più, dire una parola in più, fermarti ad ascoltare una persona qualche minuto ancora. Ma con circa seicento detenuti è impossibile intercettare ogni sofferenza, soprattutto quando il disagio resta nascosto fino all’ultimo”. Don Galia difende anche il lavoro degli agenti della Polizia penitenziaria. “È troppo facile cercare un colpevole tra chi era in servizio quella notte. Gli agenti sono i primi a intervenire nelle emergenze e spesso mettono a rischio la propria vita, come dimostra anche quanto è accaduto a Bancali. Il vero problema è che lavorano da anni con organici insufficienti e senza un adeguato supporto”. Ma le carenze, sottolinea il cappellano, non riguardano soltanto il personale di sorveglianza. “Mancano educatori, psicologi, psichiatri, assistenti sociali e volontari. Le persone più fragili avrebbero bisogno di essere seguite ogni giorno, ascoltate, accompagnate in un percorso di recupero. Invece chi opera all’interno degli istituti è troppo poco rispetto ai bisogni reali”. Il sacerdote punta il dito anche contro il silenzio che, a suo giudizio, accompagna tragedie come quella di Bancali. “Una morte in carcere dovrebbe scuotere il Paese e aprire un dibattito serio. Invece dopo poche ore cala il silenzio. I media nazionali hanno ignorato la notizia - aggiunge don Galia - finché queste vicende resteranno confinate nelle pagine di cronaca, la politica continuerà a non occuparsene”. Ma il suo pensiero è rivolto soprattutto alla vittima e ai familiari. “Sono vicino alla famiglia di Giuseppe e indignato per alcuni commenti che ho letto sui social. Ogni morte in carcere è una sconfitta dello Stato e dell’intera società - aggiunge don Galia - la pena deve servire a recuperare una persona, non a lasciarla sola con le sue fragilità. Se continuiamo a usare il carcere come risposta a ogni forma di disagio sociale e psichico, senza investire nella salute mentale e nei percorsi di recupero, tragedie come questa rischiano di ripetersi ancora” Cosenza. Detenuto domiciliare si lancia dal balcone dopo un controllo dei carabinieri e muore di Enrica Riera Il Domani, 2 agosto 2026 Ilaria Cucchi scrive a Crosetto: “Serve un’indagine ispettiva”. Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, origini tunisine, è morto il 23 luglio scorso a Cosenza dopo essersi lanciato dal balcone del suo appartamento mentre era agli arresti domiciliari per droga. La madre ha raccontato che il giovane si sentiva “vessato dai militari”. La parlamentare al ministro: “Esistono protocolli per la gestione di controlli nei confronti di persone fragili?”. Un fascicolo in procura e ora anche un’interrogazione parlamentare. Pochi minuti che Bessioud precipitasse dal terzo piano del suo stabile, nell’appartamento erano arrivati i Carabinieri per un controllo volto a verificare il rispetto delle prescrizioni imposte dalla misura cautelare. La mamma del giovane, nell’immediatezza dei fatti, ha raccontato che il figlio “si sentiva oppresso dai militari, ne aveva paura” e, ancora, che le sarebbe stato “impedito” di entrare nella stanza durante il controllo. Non solo, dunque, la Procura della città bruzia ha aperto un fascicolo per fare luce sulla vicenda, ma anche la politica ha acceso un faro su questa storia. La senatrice di Alleanza Verdi Sinistra Ilaria Cucchi ha presentato un’interrogazione rivolta al ministro della Difesa Guido Crosetto. Nel documento la parlamentare chiede al numero uno del dicastero di via XX settembre se fosse a conoscenza della vicenda e, ancora, “se il comando dell’Arma dei Carabinieri abbia disposto accertamenti interni o verifiche ispettive sui fatti e quale sia lo stato dei procedimenti”. In base a quanto è emerso Bessioud, che secondo le testimonianze raccolte ha compiuto un gesto volontario, “soffriva di una forma di depressione, e secondo quanto riferito dalla fidanzata ai giornali, il suo stato di malessere sarebbe iniziato dopo un periodo trascorso in carcere”. “La famiglia - si legge ancora nell’interrogazione - avrebbe riferito che Bessioud avesse già tentato il suicidio diverse volte. L’ultimo episodio, risalente al mese di marzo, sarebbe avvenuto in occasione di una perquisizione domiciliare, nel corso della quale, secondo quanto denunciato dai familiari, il giovane sarebbe stato trascinato sul pavimento dai carabinieri. Inoltre la famiglia avrebbe affermato che Bessioud si sentisse perseguitato da due carabinieri, uno dei quali si sarebbe accanito particolarmente contro di lui”. Da qui le richieste di Cucchi. Che vuole anche sapere se “esistano protocolli operativi specifici per la gestione di controlli e perquisizioni nei confronti di persone con accertati disturbi psichici o in condizioni di particolare vulnerabilità e quali siano i principali contenuti degli stessi”. La senatrice chiede infine al ministro della Difesa “se non ritenga opportuno promuovere o rafforzare specifiche linee guida e percorsi di formazione per il personale dell’Arma chiamato a operare nei confronti di persone con disturbi psichici o in condizioni di particolare fragilità, anche al fine di prevenire eventi autolesivi e garantire il pieno rispetto della dignità e dell’integrità della persona”. Sempre da quanto emerso il 25enne, studente all’Università della Calabria e un passato da calciatore, aveva intrapreso un percorso di assistenza nel centro di salute mentale e il SerD della sua città. Pisa. Inferno Don Bosco. Il carcere non regge più di Carlo Venturini La Nazione, 2 agosto 2026 “Il vero problema da cui ne conseguono tantissimi altri è uno solo: il sovraffollamento”: lo dice la garante dei diritti dei detenuti Valentina Abu Awwad durante un presidio davanti al carcere Don Bosco. Il presidio ha coinvolto la maggior parte delle associazioni di volontariato del carcere stesso: Casa della Donna, Controluce, Bambino sarai tu. La garante continua: “Il sovraffollamento fa sì che la clinica interna non possa operare come dovrebbe, la stessa magistratura di sorveglianza ce a mette tutta ma ha bisogno di più organico così come il sovraffollamento crea risse tra i detenuti e di conseguenza mette a rischio la stessa polizia penitenziari”. Awwad ha anche sottolineato l’emergenza sanitaria da infestazione da cimici (la Asl potrebbe intervenire) e la scarsa quantità e qualità del cibo. “Sono problematiche che vengono portate all’unanimità dai detenuti. Le istituzioni intervengano con tempestività”. Renata Quartuccio della Casa della donna tiene corsi di scrittura creativa all’interno del carcere, e oltre a leggere tre testi toccanti redatti da recluse, dichiara: “Esprimiamo fortissima preoccupazione per il peggioramento, in questa torrida estate, delle condizioni di vita della popolazione carceraria, dovuto a: il sovraffollamento al 156% che rende difficile la gestione dell’istituto ed incide su situazioni già inaccettabili si pensi a tre docce per 60 detenuti; le infestazioni da cimici che si insinuano nei mobili e nei materassi e che provocano infezioni e sofferenze quotidiane alle persone ristrette”. Al microfono si alternano altre volontarie e rilanciano: “Ci sono ritardi nella gestione di istanze rivolte alla Magistratura di Sorveglianza di Pisa dovuti a carenze di personale e poi la mancanza di investimenti nel personale e nelle strutture molte celle hanno ancora i bagni a vista che ostacola qualunque tentativo di miglioramento anche da parte della direzione del carcere”. Al presidio c’erano la consigliera regionale Alessandra Nardini ed il consigliere comunale Paolo Martinelli. Padova. In arrivo il primo bebè concepito in carcere di Davide D’Attino Corriere del Veneto, 2 agosto 2026 Non si sa se sarà un maschietto o una femminuccia. E nemmeno chi siano la sua mamma e il suo papà. Ma alla fine non è questo che conta. La notizia, infatti, è che tra qualche mese, all’inizio del 2027, verrà al mondo il primo bimbo concepito all’interno del carcere Due Palazzi di Padova. Un carcere, quello diretto da Maria Gabriella Lusi, che da tempo costituisce un modello a livello nazionale grazie alle tante associazioni di volontariato che vi operano, coinvolgendo centinaia di detenuti (quelli presenti, ad oggi, sono 787, il 53,6% di cittadinanza straniera) in diversi percorsi di reinserimento sociale. Dallo sport alla cucina, passando per il teatro, la musica e lo studio. Per far sì che, una volta fuori, chi ha sbagliato possa comunque ricominciare. Ed è appunto per merito di una di queste associazioni, Ristretti Orizzonti delle sorelle Ornella e Rossella Favero, che ad ottobre 2025, a fianco dell’area destinata ai colloqui tra i reclusi e i loro familiari, è stata aperta la cosiddetta “stanza dell’affettività”, subito ribattezzata “stanza dell’amore”. Cioè un luogo, disponibile per quattro turni giornalieri da due ore ciascuno, in cui i detenuti (fatta eccezione per quelli soggetti al 41 bis e condannati per reati di violenza di genere) possono riscoprire un po’ di intimità con le loro mogli e compagne. Ebbene, il bimbo che nascerà all’avvio del prossimo anno è il frutto proprio di uno di questi momenti di affetto. Di amore. Di intimità. Ognuno scelga il termine che preferisce. E se la direttrice Lusi, per rispetto della privacy, non intende rilasciare alcuna dichiarazione (“Confermo, ma non aggiungo altro”), l’assessora padovana al Sociale, Margherita Colonnello, da sempre vicina alla realtà del Due Palazzi, sorride: “Direi che si tratta di una notizia bellissima. D’altronde la stanza dell’affettività, che non è una stanza a luci rosse, è stata istituita proprio con l’obiettivo di evitare l’imbruttimento dei detenuti, facendo invece in modo che possano continuare a coltivare appunto gli affetti che hanno fuori dal carcere”. La violenza tra linguaggio e costume politico di Riccardo De Vito volerelaluna.it, 2 agosto 2026 C’è un film di Giuliano Montaldo, “Il giocattolo”, del 1979, che sembra parlare dell’Italia di questi giorni. Nino Manfredi interpreta il classico uomo medio che, dopo aver comprato una pistola per sentirsi al sicuro e riscattarsi, scopre che non è lui a possedere l’arma, ma è quest’ultima che finisce per possedere lui. È un film sulla seduzione della forza e i suoi inganni, su come la violenza (e una visione distorta della sicurezza), prima ancora di essere esercitata, possa diventare un modo di guardare al mondo e, per certi versi, un programma esistenziale. Oggi, alcune vicende di cronaca, pur diversissime tra loro per presupposti, contesti e responsabilità, sembrano convergere verso un medesimo punto critico: non siamo più soltanto davanti a un dibattito sulla legittima difesa, sull’ordine pubblico o sulla sicurezza urbana, ma a una progressiva trasformazione della violenza in linguaggio politico e, quasi, in forma di partecipazione del cittadino alla vita pubblica. La vicenda di Mario Roggero è, sotto questo profilo, esemplare. Il gioielliere di Grinzane Cavour, dopo una rapina subita nel proprio esercizio commerciale, ha inseguito all’esterno i rapinatori e, con più colpi d’arma da fuoco, ne ha uccisi due e ferito un terzo. I giudici - ne abbiamo già scritto su queste pagine - hanno escluso la legittima difesa perché, al momento degli spari, l’aggressione era ormai cessata e il pericolo non era più attuale. Eppure, nella valorizzazione politica della vicenda, quella distinzione - decisiva per il diritto, perché separa la difesa dalla vendetta - è stata assorbita dentro un racconto opposto, nel quale il cittadino armato diventa simbolo di una giustizia immediata, più vera e più efficace di quella istituzionale. Non è casuale, allora, che attorno a Roggero si sia persino costruita l’ipotesi di una candidatura politica, giuridicamente impraticabile. Anche se impossibile sul piano formale, quella candidatura funziona sul piano simbolico: segnala che l’uso privato della violenza può essere convertito in capitale politico, e che la forza senza limiti esercitata contro il soggetto già designato come nemico sociale - chi più del criminale? - può diventare titolo di rappresentanza. Saltiamo a un’altra vicenda, che pochi giorni prima ha attraversato le cronache. A San Benedetto del Tronto un militante di Futuro Nazionale si dirige contro un uomo che pare intralciare il traffico e, dopo una breve discussione, lo aggredisce, lo getta a terra, prende a colpirlo con pugni sul volto e lo trascina sul marciapiede. Sappiamo come sono andati i fatti perché è lo stesso aggressore, in seguito, a caricare la ripresa video sui suoi social, accompagnandola con il seguente post: “questo iracheno sono mesi che tormenta la città”. Il caso di San Benedetto del Tronto mostra un ulteriore passaggio. Qui non vi è più neppure l’immediatezza drammatica di una rapina appena subita, ma l’intervento fisico di un privato cittadino contro una persona indicata come fonte di disturbo nello spazio urbano. Un’aggressione filmata, diffusa, commentata, rivendicata. Il punto non è soltanto il fatto materiale della violenza, ma la sua ostensione pubblica, la ricerca di consenso, la trasformazione del gesto nel messaggio: io ripristino l’ordine. In questa dinamica la violenza non è più, una deviazione giustificata, ma un atto civico, esibito come pedagogia muscolare dell’ordine di cui ogni cittadino “dalla parte giusta” si deve far autore. Allo stesso modo di quanto accaduto nel caso Roggero, la tolleranza verso il militante che ha usato violenza, dunque, non appare più soltanto come indulgenza individuale o come calcolo opportunistico, ma diventa disponibilità a delegare una quota della violenza a coloro che condividono l’idea di una direzione dello Stato in cui la forza non abbia più limiti e contrappesi e non si debba più rispettare l’habeas corpus: uno Stato nel quale i corpi del marginale, del migrante, del deviante o del nemico interno diventano la materia su cui scrivere un programma politico fatto di decisione, ordine, sovranità. In questo modo la delega informale della violenza diventa strumento di consenso. Esercitare violenza impunemente diventa così, insieme, premio e vincolo: premio, perché attribuisce a chi la esercita una patente di appartenenza, di coraggio, di militanza; vincolo, perché lo lega a chi quella licenza promette, tollera o assolve. Si diffonde così una cultura delle mani libere che alimenta la promessa di uno Stato affrancato dai vincoli costituzionali, che fidelizza chi vi si riconosce perché offre non solo sicurezza, ma autorizzazione, non solo protezione, ma licenza. Ancora diverso, ma non estraneo a questa traiettoria, almeno sul piano del racconto che ne è stato fatto, il fenomeno dell’influencer romano Simone Ruzzi, noto Cicalone, sul quale Luigi Manconi ha richiamato l’attenzione a proposito della sua presenza a bordo di auto delle forze dell’ordine e della trasformazione degli interventi di polizia in racconto audiovisivo seriale. La fama di Cicalone, ex pugile e yutuber, nasce sull’onda di un sapiente racconto per immagini della microcriminalità e del disagio delle zone più difficili di Roma. In poco tempo, la metropolitana di Roma - spazio pubblico denso, anonimo, attraversato da pendolari e turisti, nonché da borseggiatori veri e presunti (ma nei video quasi sempre stranieri) - diventa il teatro delle sue azioni e riprese. La dinamica dei video non è quella dell’inchiesta giornalistica, ma quella della ronda spettacolarizzata. La troupe percorre stazioni, banchine, vagoni, individua persone sospettate di borseggio, le segue, le riprende, le incalza, le blocca, le espone alla reazione del pubblico presente e di quello digitale. Non è una pratica che si limita a denunciare, ma tende a produrre una forma parallela di controllo sociale. Non esercita una funzione pubblica, ma ne imita i tratti: pattuglia, identifica, accusa, mette sotto pressione. La telecamera dello yutuber, tuttavia, ha compiuto un salto di qualità, poiché il suo canale è diventato un sistema per trasmettere le operazioni delle forze di polizia nei quartieri romani. L’influencer sale a bordo di un auto mobile dei Carabinieri, la sera, e ne riprende per quanto possibile le attività di repressione del crimine. Operazione di trasparenza? Tutto il contrario, come giustamente sottolineano Luigi Manconi e Marica Fantauzzi (La Repubblica, 13 luglio 2026). Le operazioni delle forze di polizia si prestano alla semplificazione del linguaggio da ronda, diventando così “pura pornografia del disagio”, con i “toni trionfanti di sirene e anfibi che marciano sulle strade”, senza “alcuna tutela nei confronti di chi si trova in una situazione di vulnerabilità”. Il tema, dunque, non è la cronaca della sicurezza, ma direttamente la grammatica della convivenza e della democrazia. Il filo che unisce questi episodi, come detto, non è l’identità dei fatti, né l’equivalenza delle responsabilità. Tanto meno la consapevolezza degli attori. È piuttosto la costruzione di un immaginario nel quale la mediazione istituzionale appare lenta, debole, quasi sospetta, mentre l’azione diretta del singolo - armata, fisica, esibita o narrata - viene caricata di un valore politico. La violenza non è più soltanto una reazione, un eccesso, una deviazione: è azione politica. Non nel senso alto della decisione collettiva o della costruzione di uno spazio comune, ma nel senso più degradato, e tuttavia più efficace, della produzione di appartenenza, dell’individuazione del nemico, della manifestazione di fedeltà, della conquista di consenso. La forza esercitata contro il corpo indicato come pericoloso o estraneo diventa così una scorciatoia di cittadinanza. Non serve più a supplire il fallimento della politica, ma si propone come forma surrogata della politica; non più ciò che lo Stato di diritto deve contenere, ma ciò che una parte dell’opinione pubblica è indotta a considerare come risposta naturale, che ci si aspetterebbe anche da parte dello Stato. Il rischio non è soltanto l’aumento degli episodi violenti, ma la loro progressiva legittimazione culturale quale metodo di gestione delle paure che nascono dalla convivenza. Se la politica riguarda il modo in cui una comunità organizza le proprie relazioni, decide chi includere e chi escludere, allora la violenza, quando viene riconosciuta come risposta utile e persino meritoria, diventa essa stessa un metodo politico. Questo fenomeno, peraltro, non resta necessariamente confinato alla violenza privata. Può saldarsi, e forse già si salda, con altre vicende speculari: quelle della forza pubblica che, invece di presentarsi come limite alla violenza sociale, rischia di riprodurne il linguaggio, di apparire essa stessa come forza fuori controllo. Il racconto dello youtuber romano di ci abbiamo detto si abbina alle speculazioni sulla vicenda di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento di polizia mentre veniva immobilizzato a terra. Si pone, nel caso emiliano, questo problema: non rovesciare preventivamente sulle forze dell’ordine un giudizio di colpevolezza, ma ricordare comunque, anche nell’attesa degli esiti delle indagini, che nello Stato di diritto il monopolio pubblico della forza è legittimo solo finché resta visibile il suo vincolo alla necessità, alla proporzione, alla tutela della persona e alla responsabilità. Violenza privata e forza pubblica fuori controllo, anche al di là delle intenzioni degli autori, possono così alimentarsi reciprocamente dentro lo stesso immaginario. La violenza, quando viene esercitata contro chi è rappresentato come pericoloso, deviante o estraneo alla comunità, è metodo lecito. Non conta più, o conta sempre meno, se sia conforme alla legge; conta chi ne è il destinatario. Se colpisce il rapinatore, il molestatore, il migrante, il marginale, chi “tormenta la città”, può essere percepita come manifestazione di virtù civica. Al contrario, è da perseguire inesorabilmente se è espressione di protesta e di ribellione all’ordine esistente. Non siamo nell’Italia dei primi anni Venti del Novecento e proprio per questo sarebbe sbagliato cercare nella storia soltanto le sue copie. Ogni stagione politica costruisce forme proprie di legittimazione della forza. Ma quando la violenza diventa titolo di merito, quando produce consenso, quando il suo esercizio precede e annienta ogni giudizio sulla sua liceità, si mette in moto un meccanismo che una democrazia dovrebbe osservare con particolare attenzione. La legittimazione a priori della violenza è raramente un fenomeno stabile, tende a espandersi. Nasce contro il nemico più facile da isolare, quello che suscita meno solidarietà. Ma, una volta entrata nel linguaggio della politica, può trovare nuovi destinatari, nuove alleanze, nuove forme di autorizzazione. È in queste saldature potenziali che la democrazia diventa definitivamente fragile. Nel finale de Il giocattolo, Nino Manfredi, ormai trasformato dal rapporto con l’arma e con la promessa di potenza che essa porta con sé, domanda chi possa ancora prestare attenzione a uno sparo. È una domanda che oggi torna con una forza inquietante. Il compito di chi si professa democratico, oggi, è anche questo: prestare attenzione e vigilare, prima che la forza, da eccezione, finisca per trasformarsi definitivamente in costume politico. Il razzismo inizia dal linguaggio: perché non usare il termine “maranza” di Marco Aime* Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2026 Già il fatto di chiamare una norma così è indicativo: è come se facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la vita degli individui, non la loro appartenenza. La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato. Le lingue si evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male” diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte. Il fatto che siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”. Molti di questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una legge anti-maranza. Già il fatto di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità: applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in quel caso si applichino le leggi vigenti. L’ossessione securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge razzista, se la risposta è no, è una legge inutile. Le radici storiche della violenza contro le donne di Ferhat ?nam Il Dubbio, 2 agosto 2026 La violenza contro le donne e gli omicidi di donne continuano oggi a rappresentare, in ogni parte del mondo, uno dei problemi sociali più gravi che l’umanità si trova ad affrontare. Dall’Europa al Medio Oriente, dall’America all’Asia, le donne sono esposte a diverse forme di discriminazione, oppressione e violenza. Tuttavia, non è possibile spiegare questa realtà soltanto attraverso i crimini individuali che avvengono nel presente. Alla radice della violenza contro le donne si trovano le relazioni sociali di potere formatesi nel corso della storia e le profonde tracce della mentalità patriarcale. La posizione della donna nella società non deve essere considerata soltanto come una relazione tra i sessi, ma come una delle trasformazioni fondamentali della storia dell’umanità. Perché il dominio esercitato sulla donna rappresenta anche una delle chiavi per comprendere come le società siano state organizzate, come sia stato costruito il potere e come siano state prodotte le disuguaglianze. Nelle prime fasi della storia umana, la donna occupava un ruolo centrale nella continuità della vita e nella produzione sociale. Essendo una delle principali protagoniste della produzione, dell’alimentazione, della crescita dei bambini e della trasmissione della conoscenza sociale, la donna era considerata in molte società come la fonte della vita. Nei periodi in cui la cultura della madre-donna era forte, la donna non aveva un ruolo determinante soltanto all’interno della famiglia, ma anche nella costruzione dell’ordine sociale. Tuttavia, con l’emergere delle società gerarchiche, questo equilibrio iniziò a cambiare. Con lo sviluppo dei rapporti di proprietà, il rafforzamento delle strutture guerriere e la formazione dei poteri centralizzati, anche i rapporti di forza all’interno della società furono nuovamente ridefiniti. La donna fu progressivamente allontanata dal ruolo di soggetto capace di prendere decisioni; il suo lavoro fu reso invisibile e iniziò il controllo sul suo corpo e sulla sua vita. Questa trasformazione non può essere spiegata attraverso le differenze biologiche. L’idea che la donna o l’uomo siano per natura superiori o inferiori non è compatibile con la realtà storica. Il fattore realmente determinante sono i valori creati dalle società e le relazioni di potere. Il sistema patriarcale è diventato un ordine che definisce la posizione sociale della donna e, nel corso del tempo, si è riprodotto attraverso le istituzioni culturali, economiche e politiche. Uno dei problemi più grandi che la donna ha affrontato storicamente è stata la svalutazione del suo lavoro. Sebbene attività fondamentali come il lavoro di cura, la crescita dei figli, la produzione e l’organizzazione della vita, che garantiscono la continuità delle società, siano state svolte in larga misura dalle donne, esse sono state spesso considerate invisibili. La negazione del valore del lavoro della donna non è soltanto un problema economico. È anche un problema di mentalità che determina il ruolo della donna nella società. Perché un individuo il cui lavoro non viene riconosciuto può facilmente vedere messi in secondo piano anche le proprie decisioni, i propri pensieri e la propria esistenza. L’ordine patriarcale ha spesso definito la donna non attraverso la propria identità, ma attraverso il ruolo di moglie, madre o attraverso la sua posizione all’interno della famiglia. In questo modo la donna è stata considerata non come una persona indipendente, ma come un elemento incaricato di svolgere determinati compiti. Questa concezione non è completamente scomparsa nel mondo contemporaneo. Sebbene nelle società moderne le donne abbiano ottenuto importanti conquiste nell’istruzione, nella vita lavorativa e nella sfera politica, il desiderio di esercitare controllo sulla loro vita continua a manifestarsi in forme diverse. L’idea di intervenire su come una donna debba vivere, come debba vestirsi, con chi debba avere una relazione o quali decisioni debba prendere rappresenta la continuazione, nel presente, delle forme di dominio del passato. Il corpo della donna è stato, nel corso della storia, uno dei principali campi delle lotte per il potere. Il controllo esercitato sul corpo della donna, sul suo lavoro e sulle sue scelte di vita è diventato uno degli strumenti fondamentali dell’ordine patriarcale. Un elemento comune osservato oggi in una parte significativa degli omicidi di donne è il mancato riconoscimento del diritto della donna di decidere sulla propria vita. Il rifiuto di accettare una separazione, il senso di possesso, la presentazione della gelosia come forma d’amore e la concezione della donna come un essere da controllare sono tra le principali cause della violenza. Gli omicidi di donne spesso non sono eventi che emergono improvvisamente. Prima di molti di questi omicidi vi sono minacce, pressioni psicologiche, controllo economico, persecuzioni e violenza fisica. L’omicidio è spesso l’ultima fase di un lungo processo di oppressione. Per questo motivo la violenza contro le donne non è soltanto un problema di rabbia individuale Dietro di essa esiste una concezione sociale che non considera la donna come uguale e che attribuisce all’uomo un diritto di superiorità e di controllo. Gli omicidi di donne sono oggi uno dei problemi comuni dell’umanità. Questo problema non appartiene a nessun Paese, religione, cultura o regione. In Europa le donne si trovano principalmente ad affrontare la violenza domestica e quella da parte dei partner; in Medio Oriente, invece, guerre, crisi politiche e pressioni tradizionali influenzano la vita delle donne in condizioni ancora più difficili. Anche nel continente americano e nelle altre regioni del mondo, gli omicidi di donne e la violenza basata sul genere continuano a essere un importante ambito di lotta sociale. La continuazione della violenza contro le donne non dipende soltanto dal comportamento dei singoli responsabili, ma anche dall’atteggiamento degli Stati nei confronti di questa violenza. Quando in una società aumentano gli omicidi di donne, mentre gli autori delle violenze non vengono indagati in modo efficace, i meccanismi di protezione non vengono applicati adeguatamente o i crimini vengono attenuati attraverso diverse giustificazioni, emerge non soltanto una crisi giuridica, ma anche una crisi di fiducia sociale. La percezione dell’impunità è uno dei principali fattori che alimentano la violenza. Quando il responsabile pensa che la propria azione non avrà una reale conseguenza oppure crede che il sistema possa proteggerlo, il ciclo della violenza si rafforza ulteriormente. La responsabilità degli Stati nella lotta contro la violenza sulle donne non consiste soltanto nel punire dopo gli omicidi. La vera responsabilità è prevenire la violenza, proteggere le donne, creare efficaci meccanismi giuridici e garantire il diritto alla vita delle donne. In molte parti del mondo, le donne, pur vivendo sotto la minaccia della violenza, non riescono ad accedere a una protezione adeguata; le minacce e le aggressioni subite in precedenza spesso non vengono prese abbastanza sul serio. Questa situazione dimostra che gli omicidi di donne non sono soltanto il risultato delle azioni dei singoli responsabili, ma anche delle carenze dei sistemi istituzionali. Anche il linguaggio utilizzato dalle istituzioni statali e le politiche da esse adottate influenzano la mentalità sociale. Ogni approccio che normalizza la violenza contro le donne, mette in discussione la vittima o giustifica il responsabile attraverso diverse motivazioni contribuisce alla riproduzione della mentalità patriarcale. Per un cambiamento reale, il diritto non deve essere efficace soltanto sulla carta, ma anche nella vita quotidiana. Le istituzioni a cui le donne si rivolgono devono diventare meccanismi affidabili, rapidi e capaci di garantire protezione. Perché il diritto alla vita è un diritto umano fondamentale che non può essere subordinato ad alcuna giustificazione culturale, tradizionale o sociale. Di fronte agli omicidi di donne, gli Stati non possono rimanere neutrali. Il silenzio, la negligenza e le applicazioni inefficaci possono creare nel tempo un ambiente in cui la violenza continua a riprodursi. Per questo motivo, la sicurezza delle donne non è soltanto una responsabilità degli individui, ma anche una responsabilità fondamentale degli Stati. La lotta contro la violenza sulle donne non è una questione che può essere risolta soltanto attraverso le pene. È necessario applicare efficacemente il diritto, rafforzare l’indipendenza economica delle donne, sviluppare attraverso l’istruzione una concezione basata sull’uguaglianza e mettere in discussione i modelli sociali legati al genere. Allo stesso tempo, è necessario riconsiderare anche la concezione della mascolinità. Al posto di un modello che definisce la forza attraverso il controllo, il dominio e la superiorità, deve essere costruita una nuova forma di relazione fondata sulla responsabilità, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Perché la libertà delle donne non riguarda soltanto le donne. In una società in cui le donne non sono libere, anche gli uomini non possono essere realmente liberi. La disuguaglianza è un problema che coinvolge l’intera società. L’oppressione vissuta dalle donne nel corso della storia rappresenta in realtà la prova dell’umanità davanti all’uguaglianza e alla giustizia. Oggi la lotta contro gli omicidi di donne non consiste soltanto nella difesa del diritto alla vita delle donne, ma anche nella costruzione di un mondo più libero, più giusto e più umano. La libertà della donna è uno degli indicatori fondamentali del livello di libertà di una società. Usati come arma e poi scaricati. I migranti, moderni Ulisse alla mercé dei giochi dei potenti di Domenico Quirico La Stampa, 2 agosto 2026 Melilla come a Ceuta c’è un triplo muro per fermarli costruito con i milioni dell’Europa. Con i migranti sono giunto, dopo anni, alla asciuttezza ideale. Non ho più bisogno di descriverli. Mi basta scrivere il loro nome. Migranti. E basta. Li ho visti morire in mare e nei deserti, perché ho camminato e navigato con loro. Per questo, dal 2011, quando è iniziata la Grande Migrazione, vengono a morire attorno a me infinite onde di malinconia. Ora la specie nuova del millennio, per l’ennesima volta, ci viene addosso di colpo, improvvisamente, fragorosamente. In modi e luoghi che le nostre pigre certezze non immaginavano. Scrivo dunque solo il nome anche per i sessantamila di Ceuta, migranti di un giorno, anzi soprattutto per loro. Perché in una storia così gonfia di sospetti, di manipolazioni, di loschi sfruttamenti ne hanno diritto, pieno e totale: migranti. Tra loro bisognerebbe avventurarsi, il cronista, ma anche il sociologo e l’analista, non solo con la testa, ma con il corpo. L’ho fatto. Per questo ora ho il diritto di non raccontarli. È il mio omaggio, il silenzio: l’unico modo per non macchiare il loro dramma con invocazioni, spiegazioni, maledizioni, accecamenti di destra e di sinistra. Essere onesti con le tragedie degli esseri umani è un gran brutto mestiere. E loro muoiono con la semplicità con cui muoiono gli alberi. Anche i cinquanta annegati di Ceuta (“che sono mai 50 rispetto a sessantamila, suvvia niente” ho sentito dire). La loro morte è una specie di vita covata, perché sono esseri umani in cui sempre miseria e speranza si aggrappano strette dentro l’anima... I migranti e il mare: ecco una vera, moderna Odissea. Molti di loro non l’hanno mai visto, lo toccano, lo assaggiano, ne hanno paura e tentazione insieme. Il Mediterraneo, come il deserto, gli appartiene, perché è un dio a cui hanno immolato i loro morti. Abbiamo passato anni a fantasticare come sarà il terzo millennio: le invenzioni i robot l’intelligenza artificiale i virus (forse) sconfitti... le nuove élite sognano Marte colonizzata come se fosse un’isola esotica, le guerre sono diventate, moltiplicandosi, un’abitudine sonnolenta, che è un modo se volete per annullarle, salvo che per coloro che ne sono vittime; spaventano di più le calure e i temporali estremi… e, invece, ecco, di nuovo, ancora, colonne di esseri umani, non sui barconi stavolta: lo guadano il mare, a bracciate e così aggirano e fanno crollare i reticolati e i muri definiti invalicabili! La migrazione: questa migrazione cambierà il mondo più di Putin e di Trump, pericolose comparse. Ma quando ce ne accorgeremo sarà già in noi. Ceuta e Melilla. La forza dei simboli, se proprio ne avete, un’altra volta, bisogno. Due ridicoli rimasugli dell’impero degli hidalgos e dei re cristianissimi, e, insieme, una terra d’oro perché senza bisogno di traversate e di avidi passeur, per una stramberia della storia, permetterebbe di entrare direttamente in paradiso, in Europa. I migranti li ho incontrati, a Melilla, quando erano per i marocchini “gli africani” di Gourougou. Come se loro fossero altro: africani. È una montagna che ha un nome da mille e una notte, fa sognare folletti e fiabe a lieto fine, abitata da scimmie filosofe e quasi umane. Invece era solo un feroce luogo di sofferenza per un Esodo che premeva invano davanti a questa scaglia di Europa africana. Dalla montagna li spiavano, li sognavano questi dodici chilometri quadrati di case giallastre come le città povere del nostro sud. Come a Ceuta c’è un triplo muro per fermarli, costruito con i milioni dell’Unione europea. Che vi serve di più semplice per smascherare in un colpo quanto c’è di falso e di illusorio nelle nostre convulsioni? E ogni anno lo hanno perfezionato, rafforzato, coccolato per renderlo più micidiale. Non c’è un centimetro dei chilometri di ferro crudele che non porti appesi vestiti, stracci, sacchi di plastica, pelle. Perché per scavalcarlo si facevano lanciare da catapulte umane oltre il muro atterrando, fracassati, sulla terra promessa. Solo qualcuno con un copertone tentava la via del mare, ma a Melilla la distanza era lunga. Così, di colpo, giovedì... Forse c’è dietro una “marcia verde”, specialità del “nostro amico” re del Marocco, in dispetto con Madrid per il Sahara ex spagnolo... la migrazione ibrida dopo la guerra ibrida, questa “parola valigia” che sta smarrendo il suo significato, usata per tutto per non dire niente... forse, come dice Sanchez, un business ciclopico dei mercanti di uomini... forse... la verità , l’unica che mi interessa, è che per l’ennesima volta i migranti sono stati usati, da tutti, come sempre: il re che dedica a Trump autostrade, Sanchez che vuole essere il capo della “Izquierda” chic globale, gli xenofobi in scalmane dell’altra parte del mare… Sento i loro strilli, in Europa e alla casa bianca: ecco l’Invasione! Arrivano! Dilagheranno l’avevamo detto... Li lascio alle parole cotte due volte, ingombre di giravolte appiccicose che sembrano uscire da una bocca piena di saliva, alla sintassi che raschia la gola. Regalo loro l’illusione di aver vinto. Anche stavolta, certo, apparentemente la spunteranno: il Muro non basta, occorre di più, decreti ukaze, emergenze... forse la “Commissione” studierà se usare i coccodrilli e gli squali come guardie della frontiera navale della civiltà occidentale... E anche stavolta gli amici dei migranti, i progressisti, gli illuminati, alla fine, dopo aver agitato a mezz’aria qualche piccola idea sovversiva come quelle di Sanchez, a fini interni per carità! Per far passare la burrasca torneranno alle solite buone, sane convinzioni che sostengono da quindici anni con la tenacia dei vecchi che non vogliono imparare più nulla: aiutiamoli a casa loro, come si dice, riempiendo i forzieri di quei nostri soci d’affari che li costringono a partire. O faranno finta che i migranti non esistono e se si comportano male, beh un po’ di insicurezza tiene sveglie anche le democrazie. Non c’è nulla di più deprimente che capirsi: quando ci si è capiti non c’è più nulla da dirsi... i migranti sono uomini superflui. Nella storia avariata di questo tempo, inconcepibile ormai senza di loro (e questo è fare Storia!) hanno impresso un ritmo accelerato, un respiro superbo che non smette di sconcertarci ogni volta. Non illudetevi di liberarvene. Sono legati a noi da legami invisibili come da radici sotterranee, le loro storie, anche Ceuta, sono i pezzi sparsi del nostro paradiso rotto. Saranno liberi davvero quando rifiuteranno di essere usati, di tacere, cacceranno e puniranno senza pietà i loro domestici scafisti gallonati e i loro sponsor da questa parte del mare. Quando torneranno indietro: ma non per rassegnazione e bastonate. Per giudicare e condannare. Meloni spinge per il “modello Albania” anche in Africa: hub per il rimpatrio in vari Paesi di Simone Canettieri Corriere della Sera, 2 agosto 2026 La partita è appena iniziata. Perché dopo la mossa della lettera, adesso Giorgia Meloni pensa alle proposte. A partire dalla creazione di nuovi centri di rimpatrio “modello Albania” fino a patti economici ancora più stringenti con i Paesi africani. Tutto si è messo in moto nelle ultime 24 ore. L’idea del documento dei 22 nasce da una telefonata venerdì mattina fra la presidente del Consiglio e la prima ministra danese Mette Frederiksen (socialdemocratica, dettaglio non banale). La premier lancia e condivide con la collega l’idea della missiva. Che si può leggere con lenti di politica estera e interna. Le prime: l’Italia è in grado di portare tutta (o quasi) l’Europa a “bordo” sulle sue posizioni, dopo il patto di migrazione e asilo, perché “la difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una responsabilità comune dell’Europa”. La seconda: per Meloni è un modo per dimostrare alle opposizioni (Roberto Vannacci compreso) che “è tutt’altro che isolata”. Mentre la “sinistra pensa al caldo”, è la battuta di Palazzo Chigi riferita all’ultima iniziativa di Elly Schlein. La segretaria del Pd le ricorda però che “ne ha rimpatriati più Sánchez in 48 ore che Meloni in quattro anni”. E il dem Francesco Boccia chiede che la premier riferisca in Aula. Ma come è nata la lettera dei 22? Le prime adesioni sono figlie del formato che da un paio di anni, su spinta di Meloni, si riunisce a Bruxelles prima dei Consigli europei. Si chiama “like minded”. Ed è composto da quindici Stati membri che la pensano alla stessa maniera sul contrasto all’immigrazione clandestina e la lotta al traffico di essere umani. Di questa piattaforma fa parte anche la Germania, che infatti sottoscriverà la lettera con il cancelliere Friedrich Merz, dandole un peso specifico importante. Al contrario della Francia. L’assenza di Parigi è interpretata da Palazzo Chigi come la conseguenza di una “scelta politica”, più che di merito, vista la vicinanza di Emmanuel Macron a Pedro Sánchez. Entrambi - seppure a diversi livelli - sono i grandi “isolati” nell’emergenza di Ceuta, registrano nelle stanze del governo con una malcelata soddisfazione. L’Italia, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, porterà al tavolo del Consiglio europeo convocato per martedì la proposta di creare nuovi hub per il rimpatrio di migranti clandestini modello Albania, ma finanziati con fondi europei e localizzati quasi tutti in Africa. C’è già una lista preliminare di Paesi che potrebbero essere coinvolti. Si tratta, ovvio, di stati terzi alla Ue: Ruanda, Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Uzbekistan, Armenia, Montenegro ed Etiopia. Allo stesso tempo, il governo chiederà l’attuazione stringente del programma “Gsp+”, approvato quest’anno e in vigore dal primo gennaio del 2027. Il sistema lega i vantaggi daziari per i Paesi in via di sviluppo all’effettiva collaborazione nel riammettere i propri cittadini che soggiornano illegalmente nell’Ue. Meloni in queste ore di scontro totale con la Spagna riflette sul “segnale” che è riuscita a dare. Nell’imporre la sua visione “a un numero sempre maggiore di nazioni europee”. Punta ad arrivare a una sorta di grande Piano Mattei europeo per l’Africa. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha contribuito dietro le quinte all’operazione: non ha mai nascosto le critiche al governo spagnolo riguardo le mosse troppo azzardate nelle politiche migratorie. I seicentomila permessi di soggiorno concessi da Sánchez agli irregolari sono stati sempre considerati dal titolare della Farnesina “sbagliati” oltre che “un incentivo al traffico di essere umani”. La reazione muscolare di Roma di sospendere per un mese l’area Schengen nei collegamenti marittimi e aerei con la Spagna per i cittadini extra Ue nasce dal timore di nuova sanatoria che Madrid avrebbe potuto concedere. Il provvedimento scade il 31 agosto: potrebbe durare di meno. Sono in corso valutazioni. La premier sembra aver raggiunto una serie di obiettivi che si era preposta con Ceuta. Interni all’Europa, certo, ma togliendo anche argomenti a Vannacci. Con l’unica “remigrazione” attuabile. Migranti a Ceuta, viaggio tra gli affamati rimasti nell’exclave: “Ci hanno usati come proiettili” di Alessandra Muglia Corriere della Sera, 2 agosto 2026 Scontri per il cibo e c’è chi raccoglie le briciole. Gli annegati sono 84. Spunta una barriera gonfiabile. Il mattino a Ceuta si apre con una bruma che tutto nasconde e quando si alza, ecco che compare il nuovo confine galleggiante tra la città autonoma spagnola e il Marocco. Per alcune ore la foschia ha fatto da sipario naturale per i lavori di costruzione di questa barriera gonfiabile lunga 500 metri, un escamotage per poter respingere subito i prossimi migranti in arrivo a nuoto, rispettando la recente sentenza del Tribunale supremo spagnolo che impedisce di farlo se non è stata violata una barriera fisica. Cerca di mettersi al riparo Ceuta, diventata un simbolo internazionale dei pericoli dell’immigrazione incontrollata. Il flusso dei migranti in uscita continua, pur con un ritmo più lento. Del resto oltre 48.300 delle 50mila persone arrivate in tre giorni nell’exclave spagnola in Marocco se ne erano già andate via venerdì, secondo le stime di Madrid. La situazione sta tornando alla normalità, assicura il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, che in visita ieri a Ceuta ha cercato di tranquillizzare gli abitanti. Alcuni negozi stanno timidamente riaprendo le serrande ma la città è lungi dal recuperare il suo aspetto abituale, con tutti quei soldati in strada, gli abitanti ancora rintanati in casa e i migranti che bevono acqua dalle docce sulla spiaggia, ognuna a forma di tavola da surf verticale, con impresso lo slogan “Ceuta, dove si sentono le emozioni”. Tra gli ultimi a prendere la via di casa c’è Laharizi Nassredine, studente di Economia di Casablanca, 20 anni. Anche lui riferisce di essere stato picchiato dalla polizia spagnola mentre attraversava il confine: “Quella marocchina invece ha chiuso un occhio e ci ha fatto passare, indicandoci pure la strada. Ci usano come pedine per fare pressione, per il resto non valiamo nulla” ci dice deluso ma ora più lucido che mai. La stessa amara consapevolezza esprime Abdul Karrem, 35enne di Tangeri: “Per le autorità marocchine siamo come proiettili in un’arma. Il confronto dovrebbe essere tra governi e non far andare di mezzo i cittadini”, dice mentre bivacca fuori dal Centro di detenzione temporanea per immigrati con altre centinaia di persone per lo più subsahariane. Hanno visto le “porte aperte” dalla “montagna dei migranti” dove risiedono, sul lato marocchino della frontiera, racconta Imad, magazziniere algerino di 22 anni, che si era insediato lì soltanto da una settimana. Lui come gli altri vorrebbe essere ospitato nel centro, che però è al collasso: non c’è più posto per nessuno. Tutti i servizi di accoglienza sono sovraccarichi da giorni e sarà difficile per i migranti trovare una soluzione umanitaria. Sono piegati dalla fame. Quando a un certo punto la ong Luna Blanca inizia a distribuire un po’ di cibo lì fuori, parte una rissa violentissima per accaparrarselo: una calca di una cinquantina di persone si concentra in pochi metri, con urla e spintoni. Solo l’intervento dei militari riesce a riportare la calma. Poi alcuni, sopraffatti dalla fame, si chinano a terra a raccogliere le briciole. Per molti di loro l’unico modo per rifocillarsi è sperare nella generosità dei residenti. Nello stesso quartiere, Benítez, c’è qualcuno che lancia loro pacchetti di cibo dalla terrazza di casa: “Non mi fotografate”, ci urla dall’alto. Vuole agire in incognito, per timore di finire sui social ed essere malvisto dai concittadini. C’è anche chi, con i soldi in tasca, si mette in fila fuori da Super Kiko, uno dei pochissimi negozi rimasti aperti, seppur con la serranda a metà, per evitare l’ingresso degli acquirenti in negozio. Ci inerpichiamo nel famigerato quartiere del Príncipe, una fitta rete di vicoli cresciuta in modo caotico e abusivo e animata da frequenti regolamenti di conti: ricorda un po’ i Quartieri spagnoli di Napoli. Per la sua posizione a ridosso del confine del Tarajal, questo barrio si è ritrovato al centro dell’emergenza, invaso dai migranti, teatro di scontri e risse notturne con i ragazzi che sfogano a sassate e calci la delusione per aver perso la loro scommessa. Ma, dice Ayoub, le gambe scorticate dagli scogli, “non si può lottare contro il proprio destino”. Chiarisce Mustafa, mentre ci fa strada con la sua auto: “Alcuni di loro sono entrati in due case in cerca di cibo ma una era abbandonata e l’altra vuota, i proprietari erano via”. I residenti, per lo più musulmani, molti di origine marocchina, da un lato hanno organizzato delle ronde per proteggersi, dall’altro stanno dando un grande aiuto a chi arriva stremato o ferito. “Questa gente non ha colpa, a Ceuta non c’è lavoro, non c’è niente, sono stati ingannati, è stata una trappola politica”, considera Ibrahim, 26 anni, nato e cresciuto in questo quartiere. Con la sua moto sta portando del cibo da distribuire: “Ci dipingono come un quartiere malfamato, siamo cresciuti con questa nomea ma qui non ci sono solo criminali, siamo anche gente che aiuta. La verità è che le autorità ci hanno dimenticato, stiamo ancora aspettando che aprano un commissariato”. Intanto il mare continua a restituire corpi e il bilancio delle vittime sale di ora in ora. Ai 67 corpi recuperati dalla Guardia civil nelle acque spagnole se ne aggiungono almeno altri 17 ritrovati sulla costa marocchina: è una strage di persone annegate tentando di raggiungere a nuoto il territorio europeo. E si continuano a cercare i dispersi. Non ci sono abbastanza camere mortuarie per comporre i cadaveri. Le due allestite nel vecchio ospedale militare sono piene. Nelle stanze accanto, ci sono i minorenni, almeno 500, che non si possono rimpatriare. Tra loro c’è anche un bimbo di 3 mesi, figlio di nessuno, arrivato a bordo di un canotto di plastica.