Domiciliari ai detenuti tossicodipendenti: la riforma non risolve il problema di Vincenzo Musacchio* La Notizia, 29 agosto 2026 L’approvazione, da parte della maggioranza di governo, della Legge n. 140/2026 - che introduce la detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti - è presentata come una svolta decisiva. Il provvedimento, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe alleggerire le carceri sovraffollate e riconfigurare la pena come un percorso di recupero. A un esame più approfondito, tuttavia, la misura appare come un intervento prevalentemente simbolico: uno spostamento della problematica “fuori” dagli istituti, senza una contestuale strategia in grado di aggredire le cause strutturali del sovraffollamento né di assicurare una gestione adeguata della salute pubblica. La messa in esecuzione di domiciliari o dell’inserimento in strutture di accoglienza presuppone, infatti, un’infrastruttura territoriale solida, risorse finanziarie commisurate ai bisogni e una rete di assistenza realmente operativa. In Italia, invece, i Servizi per le Dipendenze (SerD) e le comunità terapeutiche sono da anni sottoposti a pressioni crescenti: mancanza di personale, tagli ripetuti e liste d’attesa che dilatano i tempi di presa in carico. In queste condizioni, trasferire migliaia di persone fuori dagli istituti, senza garantire un’assistenza sanitaria e sociale continuativa, equivale a deresponsabilizzare lo Stato rispetto a un bisogno clinico e riabilitativo. Ne deriva un rischio concreto di abbandono, spesso dentro gli stessi ambienti di degrado ed emarginazione che hanno preceduto la commissione del reato. Si tenta, pertanto, di affrontare un problema di salute pubblica attraverso uno strumento meramente esecutivo. La dipendenza non si risolve con una decisione formale del giudice di sorveglianza e non può essere contenuta isolando l’individuo tra le mura domestiche: richiede percorsi riabilitativi personalizzati, supporto psicologico, interventi terapeutici continuativi e un reinserimento sociale effettivo. In assenza di tali condizioni, la detenzione domiciliare rischia di trasformarsi in una misura di gestione emergenziale della pena, incapace di produrre cambiamenti reali e duraturi. La soluzione richiede, inoltre, un ripensamento dell’impianto complessivo delle politiche sulle droghe. È necessario superare l’impostazione proibizionista e procedere alla liberalizzazione e alla regolamentazione delle droghe leggere. La politica tende a ignorare che la radice del problema è proprio l’approccio che criminalizza in modo sistematico comportamenti associati al consumo e alla micro-detenzione. Una parte rilevante della popolazione carceraria italiana è detenuta per reati minori connessi alla normativa sugli stupefacenti. Continuare a perseguire la micro-detenzione e il piccolo spaccio non riduce l’incidenza della dipendenza, ma alimenta le carceri con soggetti che hanno bisogno d’interventi sanitari e riabilitativi più che di misure detentive o d’isolamento. Parallelamente, tale impostazione favorisce l’arricchimento della criminalità organizzata, garantendo al mercato nero rendite elevate e stabili, con ricadute dirette sull’economia illegale. S’ingolfa la macchina giudiziaria - S’ingolfa, inoltre, la macchina giudiziaria, sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate con maggiore efficacia nel contrasto ai reati gravi e alla criminalità organizzata strutturata. In questo scenario, la liberalizzazione e la regolamentazione della cannabis costituiscono una linea d’intervento strutturale: sottrarrebbero spazi alle mafie, libererebbero ingenti risorse economiche, contribuirebbero a ridurre in modo significativo i tassi d’incarcerazione e consentirebbero alle forze dell’ordine di concentrare l’azione su sostanze e fenomeni realmente devastanti per la salute pubblica. Naturalmente, ciò deve essere accompagnato da un investimento sostanziale nella prevenzione e da un rafforzamento dei servizi per le dipendenze. I proventi e i risparmi derivanti dalla gestione statale e legale del mercato delle droghe leggere dovrebbero essere reinvestiti immediatamente nel sistema sanitario e sociale, in modo da rendere sostenibile una strategia complessiva di cura e reinserimento. È indispensabile, altresì, rafforzare i SerD attraverso nuove assunzioni di medici, psicologi, educatori e assistenti sociali, così da assicurare interventi capillari di prevenzione e trattamento sul territorio. I nodi ancora da sciogliere - Occorre finanziare politiche moderne volte a contenere i rischi legati all’abuso di sostanze, superando l’approccio esclusivamente punitivo. Parimenti, è fondamentale sostenere le Comunità Terapeutiche accreditate con risorse adeguate, affinché non siano costrette a gestire un’emergenza permanente dovuta a finanziamenti insufficienti. Trattare le dipendenze come una questione prevalentemente di ordine pubblico e non come una sfida sanitaria e sociale, a parere di chi scrive, rappresenta una scelta miope e controproducente. Finché la risposta istituzionale continuerà a limitarsi a riforme palliative, senza affrontare il nodo politico e organizzativo della legalizzazione e senza garantire risorse stabili ai servizi, la detenzione domiciliare resterà soprattutto una misura tampone: incapace di interrompere il circolo vizioso tra dipendenza, marginalità e carcere. *Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS), Rutgers University of Newark (USA). L’errore giudiziario: l’ingiustizia senza fine di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo L’Altravoce, 29 agosto 2026 C’è un paradosso della giustizia penale di cui si parla troppo poco: l’errore giudiziario non è soltanto un’ingiustizia subita da chi viene condannato senza aver commesso il fatto. Può produrre, a certe condizioni, nuove ingiustizie. Può persino avere effetti criminogeni. L’uomo innocente che entra in carcere non perde soltanto anni di vita, affetti, lavoro, reputazione. Perde, anzitutto, qualcosa di più difficile da misurare: la fiducia nello Stato e nell’idea stessa di una convivenza regolata da norme comuni. Il diritto positivo lo sa: l’art. 643 del codice di procedura penale riconosce che la riparazione per l’errore giudiziario deve essere commisurata non solo alla durata della pena espiata, ma anche alle “conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna”. È un riconoscimento sobrio, quasi burocratico, di una verità antropologica: l’innocente detenuto subisce uno sconvolgimento esistenziale che il denaro non ricompone. La Corte costituzionale, del resto, ha chiarito che il grado di sofferenza di chi, innocente, subisce la detenzione è “in linea di principio amplificato rispetto alla condizione di chi, colpevole, sia ristretto” per la medesima durata. Eppure - come ha evidenziato autorevole dottrina - la strada della riparazione è costellata di massimali, soglie e limitazioni che spesso rendono quella “nuova ingiustizia” solo parzialmente riparata. Quando la legge appare non più come uno strumento di tutela, ma come una macchina cieca o persecutoria, il rapporto con la legalità può incrinarsi. È una delle ragioni profonde per cui il principio di presunzione d’innocenza non è una formula cerimoniale della Costituzione, ma una conquista di civiltà. La tradizione liberale del diritto penale lo ha espresso attraverso la celebre massima di Blackstone - meglio dieci colpevoli impuniti che un innocente condannato - che non è buonismo, ma realismo politico. Chi ha costruito la moderna civiltà penale aveva compreso una verità elementare: il potere di punire è il più delicato tra i poteri pubblici, quello che Sciascia definiva “la terribilità”. Proprio per questo deve essere circondato da garanzie. Una società civile non si misura soltanto dalla capacità di individuare e punire i colpevoli. Si misura anche dalla capacità di non trasformare un sospetto in una condanna. Oggi, invece, il diritto penale viene chiamato a risolvere problemi che spesso hanno origini sociali, economiche, educative o amministrative. A ogni emergenza corrisponde una nuova fattispecie, a ogni allarme una stretta sanzionatoria, a ogni domanda di sicurezza la promessa di una pena più severa. È il panpenalismo, secondo il quale diritto penale non è più extrema ratio, ma prima risposta. Ma più aumenta il numero di indagati, più aumenta la possibilità di sbagliare. E quando l’errore arriva, non finisce con la sentenza. Può continuare nella biografia della persona che lo subisce: spezzare rapporti familiari, espellere qualcuno dal mercato del lavoro, distruggere una reputazione, produrre isolamento sociale. Può persino convincere che rispettare le regole non serve, diventando così criminogeno. Non perché la vittima della giustizia ingiusta sia destinata al crimine, ma perché lo Stato può contribuire a produrre alienazione e risentimento. Il paradosso è tanto più acuto quanto più quella persona era, fino a quel momento, perfettamente integrata nel tessuto sociale. La desocializzazione non è una metafora, ma una conseguenza documentata della detenzione ingiusta, che l’ordinamento conosce e solo in parte prova a riparare. La pena dovrebbe essere l’ultima risposta, non la prima. E la prudenza dovrebbe essere una virtù istituzionale, non un segno di debolezza. Nel dubbio, la civiltà giuridica ha scelto di proteggere l’innocente anche al prezzo, inevitabile, di qualche colpevole non punito. È un prezzo che una democrazia deve essere disposta a pagare. Per questo ha un significato particolare la proposta di istituire la Giornata nazionale “Enzo Tortora” in memoria delle vittime degli errori giudiziari, approvata dalla Camera il 4 agosto e ora all’esame del Senato. Non sarebbe soltanto una giornata dedicata alla memoria di una vittima illustre, ma un’occasione per ricordare che dietro ogni fascicolo c’è una persona, e che una successiva assoluzione non restituisce nulla di ciò che l’accusa ingiusta ha tolto. La memoria, in questo campo, non dovrebbe essere vendetta, ma “prevenzione”, nella sua versione nobile del termine. Ricordare Tortora significa ricordare che la presunzione d’innocenza non è un favore concesso all’imputato. Significa riconoscere che l’errore giudiziario non è soltanto un fallimento individuale, ma - quando diventa sistemico - è un problema della democrazia; è l’avveramento del dilemma di Bockenforde. Perché uno Stato che vuole combattere il crimine deve prima di tutto evitare, per quanto possibile, di produrre sfiducia, rancore e marginalità attraverso il cattivo uso della propria forza punitiva. Tortora dovrebbe ricordarci una cosa semplice e terribile: quando lo Stato sbaglia persona, non sbaglia soltanto una sentenza. Può compromettere una vita. E qualche volta può contribuire a rendere più fragile proprio quella società che aveva il compito di proteggere. Il Governo condannato ad alzare gli stipendi dei magistrati e le paghe degli ausiliari di Ermes Antonucci Il Foglio, 29 agosto 2026 Tar del Lazio e Consiglio di Stato hanno condannato Palazzo Chigi a stabilire adeguamenti triennali delle retribuzioni delle toghe maggiori rispetto a quanto fissato e ad aggiornare i compensi per i consulenti risalenti al 2002. Prevista una spesa di oltre 200 milioni di euro. Prima il caro energia, poi le pensioni. E adesso anche la giustizia. Il cantiere della prossima legge di bilancio si complica ulteriormente per il governo, che sarà chiamato a trovare le risorse per aumentare gli stipendi dei magistrati e i compensi degli ausiliari delle toghe. Non una voce irrilevante, soprattutto se si è alla ricerca di coperture per una manovra dai margini già molto stretti. L’esigenza di intervenire sul fronte giudiziario è stata certificata da numerose recenti sentenze amministrative che hanno visto il Mef soccombere sempre. A inizio luglio il Consiglio di stato, accogliendo il ricorso dell’Associazione nazionale magistrati, ha imposto al governo di rivedere al rialzo gli aumenti stipendiali per i magistrati che erano stati stabiliti da un dpcm per il triennio 2018-2020. Due leggi degli anni 80, infatti, prevedono l’adeguamento triennale degli stipendi dei magistrati “in misura pari alla media degli incrementi realizzati nel triennio precedente dalle altre categorie dei dipendenti pubblici”. Nel caso in questione, gli adeguamenti stabiliti dal dpcm del 6 agosto 2021 erano già stati ritenuti errati sia dal Tar del Lazio sia dal Consiglio di stato, perché basati su calcoli che escludevano alcune componenti del trattamento economico complessivo, non consideravano tutte le categorie del pubblico impiego e privilegiavano una media ponderata che avrebbe penalizzato il risultato finale. Così, di fronte ai ritardi del governo, Palazzo Spada ha dato di nuovo ragione all’Anm, facendo sapere che intanto l’Istat ha già rifatto i conti, portando al 6,22 per cento, dal 4,85 per cento originariamente previsto dal decreto, l’aumento da riconoscere per il triennio 2018-2020. Secondo alcune stime, il nuovo calcolo determinerà una spesa di circa 200 milioni di euro, cioè intorno ai 16 mila euro medi a magistrato. Ma non è tutto, perché il 14 agosto il Tar del Lazio ha annullato anche gli atti alla base del dpcm del 3 giugno 2024 che invece riguarda l’adeguamento degli stipendi dei magistrati per il triennio 2021-2023, ritenendo anche in questo caso sbagliati i calcoli del governo, che pur aveva fissato aumenti del 6,69 per cento. La presidenza del Consiglio, il Mef e l’Istat avranno 90 giorni per riformulare i conteggi, ovviamente al rialzo, col risultato di dover prevedere un altro aumento di spesa. Di fronte a questa sequenza di schiaffoni dei giudizi amministrativi, è facile inoltre ipotizzare che Palazzo Chigi farà slittare l’adozione del decreto relativo al triennio 2024-2026, che dovrà prevedere aumenti stipendiali superiori a quanto immaginato per non andare incontro all’ennesimo contenzioso giudiziario. Una categoria fortunata, quella dei magistrati: fra le poche a godere di un adeguamento periodico delle retribuzioni, ma l’unica a poter imporre alle amministrazioni centrali, con le proprie sentenze, l’immediata e corretta esecuzione di questo adeguamento (alla faccia dei ritardi con cui si rinnovano i contratti pubblici). Di tutt’altra natura è invece la sentenza con cui il Tar del Lazio nei giorni scorsi ha imposto al Mef e al ministero della Giustizia di rivedere entro 120 giorni i compensi previsti per gli ausiliari dei magistrati (consulenti, traduttori, interpreti), che non vengono aggiornati dal 2002, cioè da 24 anni. Un ritardo che ha portato a una situazione ingestibile, con paghe da fame e conseguente difficoltà per gli uffici giudiziari di trovare gli esperti necessari a portare avanti i processi. Giovedì il viceministro Francesco Paolo Sisto ha fatto sapere che Via Arenula “ha già provveduto a inviare il testo di aggiornamento delle tariffe dei consulenti tecnici d’ufficio (Ctu) al dicastero dell’Economia per la bollinatura”, dicendosi convinto che il decreto che rivede le norme del 2002 possa essere emanato “ben prima dei 120 giorni” indicati dalla sentenza del Tar del Lazio. L’impatto più rilevante sulla prossima legge di bilancio è senza dubbio dato dall’adeguamento delle retribuzioni dei magistrati. Spetterà al ministro Giancarlo Giorgetti reperire le coperture finanziarie anche per questo fronte. Al Csm il correntismo cambia nome ma non volto di Carmen Giuffrida* Il Dubbio, 29 agosto 2026 In questa tornata elettorale per il rinnovo del Csm si registra il boom di candidature “indipendenti”. Ma basta leggere alcuni dei loro curricula per chiedersi “indipendenti” da cosa o da ch? Senza contare che quasi tutti loro, non solo hanno votato No, in tal modo ratificando lo strapotere correntizio, ma ci tengono pure a rivendicarlo pubblicamente. È quanto emerge dalla mailing list di Anm dove, alla domanda provocatoria su chi avesse votato il Sì al referendum, gli unici che hanno risposto prontamente ci hanno tenuto a dire di non votarli perché avevano sostenuto convintamente il No. Come non cogliere in questo affannarsi a rispondere, pur non richiesti, una richiesta di perdono alla dirigenza della Anm con un messaggio forte e chiaro: ho votato No, mi ammanto di indipendenza solo perché oggi fa più più chic e dà più chance. Desta curiosità che nessuno abbia risposto pubblicamente “io ho votato Sì”. Ce n’è forse qualcuno? E, in caso affermativo, perché non lo rivendica con altrettanto orgoglio? Per carità, nessun obbligo di dichiararlo pubblicamente, ma qualche dubbio sorge spontaneo. Quanto ai candidati sorteggiati da “Altra Proposta”, alcuni vantano un pensiero più allineato del più convinto correntocrate. Se lo strumento del sorteggio fosse utilizzato per la selezione di tutti i consiglieri, allora sì, avrebbe un senso per sconfiggere il correntismo. Ma, a bocce ferme e dopo il referendum, utilizzare il sorteggio a scopo esemplare ha purtroppo ormai poca valenza. Incuriosisce poi l’accanimento contro Cosimo Ferri il quale, alla fin fine, rispetto ad altri ha la sola colpa di essere stato beccato “a bere champagne” mentre i compagni di merenda se ne sono “ubriacati”, hanno fatto carriera, pontificato per il No e dimostrato doti canore al comando “Bella ciao”. Che lui abbia qualche chance è ben possibile visto che - corrente o non corrente - rimane uomo potente, che conta pertanto sul voto di coloro che vogliono contare su di lui. Non gli manca poi la simpatia e molta faccia tosta. E che dire dell’esclusione da parte di MI di propri iscritti che si presentano da indipendenti? Scandalosa? Certamente! Ma a scandalizzarsi dovrebbero essere solo coloro che hanno lottato per sconfiggere il Sistema. Cosa contestano gli altri a chi si comporta coerentemente con il Sistema difeso a spada tratta dalla Sacra Unione delle Correnti? In fondo, la corrente di destra è sempre stata più coerente nel manifestare apertamente di voler dettare legge. A differenza di quelle di sinistra, che vogliono fare lo stesso ma, siccome sono dure e pure, pretendono per giunta che gli si riconosca la democraticità dei mezzi e dei fini. Proprio una fedele riproduzione di ciò che accade a livello politico. Insomma, alla fine si torna sempre al problema centrale della “doppia morale”, quando la morale non riguarda più i principi ma le categorie di appartenenza, non più i comportamenti ma le persone. *Giudice del Tribunale per i minorenni di Catania Il Gip deve valutare la richiesta di abbreviato secco se nega l’accesso a quello condizionato di Paola Rossi Il Sole 24 Ore, 29 agosto 2026 Non è presupposto richiesto dalla legge che l’istante anticipi nella domanda di rito abbreviato condizionato la domanda alternativa valida in caso di rigetto di quella iniziale. Il diniego del giudice di richiesta di abbreviato secco a seguito del respingimento della domanda di abbreviato condizionato allo svolgimento di specifica attività istruttoria non è un atto abnorme in quanto né è avulso dal perimetro dell’ordinamento giuridico né è causa di stasi del processo. Infatti, la nuova domanda di rito alternativo - una vola negata la forma condizionata - non incontra preclusioni alla proposizione della nuova domanda specifica di accedere all’abbreviato “secco” e ciò può utilmente essere domandato fino all’apertura del dibattimento davanti al giudice che può decidere diversamente dal Gip che inizialmente lo aveva negato. Non è però corretto il ragionamento del giudice che ritenga inammissibile la domanda di abbreviato secco solo perché non inizialmente proposta come alternativa a quella principale di abbreviato condizionato. Così la Corte di cassazione - con la sentenza n. 32113/2026 - da un lato boccia il motivo di ricorso con cui l’imputato lamentava l’abnormità della decisione di rigetto con contestuale decisione di giudizio immediato e dall’altro smentisce il giudice dove riteneva che la parte avrebbe dovuto inizialmente proporlo come alternativa in caso di rigetto dell’abbreviato condizionato. La Riforma Cartabia - La disciplina di accesso al giudizio abbreviato a seguito di emissione del decreto di giudizio immediato è stata novellata dal Dlgs n. 150 del 2022. Attualmente, ai sensi dell’articolo 458, comma 2-bis, del Cpp è espressamente previsto che nell’udienza fissata per valutare la richiesta di rito abbreviato condizionato, in caso di diniego, l’imputato può proporre istanza di rito abbreviato non condizionato o altre domande di definizione anticipata. La norma di procedura che regola l’istanza di abbreviato condizionato prevede quindi che nella stessa udienza disposta per l’esame della richiesta l’imputato può - a fronte del diniego di abbreviato condizionato - proporre domanda per il rito alternativo secco, ossia senza alcuna acquisizione probatoria ulteriore allo stato degli atti. Ciò che era avvenuto, ma che Gip e Pm avevano ritenuto inammissibile in quanto l’iniziale richiesta non contemplava l’alternativa. L’excursus della Cassazione - Sulla questione la Corte parte dall’orientamento da cui ritiene di dover dissentire e che sostiene che la modifica normativa riguarderebbe solo la richiesta di giudizio abbreviato condizionato, poiché il rito abbreviato semplice andrebbe richiesto improrogabilmente entro l’udienza per decidere l’iniziale richiesta. E non come nel caso specifico dopo il rinvio al dibattimento per procedere con giudizio direttissimo. La disposizione, per la sua ampiezza (“ogni altro caso in cui la richiesta di giudizio abbreviato sia stata dichiarata inammissibile o rigettata”), non può ritenersi circoscritta al caso dell’inammissibilità o del rigetto della richiesta di giudizio abbreviato condizionato. Non emerge alcuna ragione per escludere che nell’ampia previsione normativa rientri la legittimità della proposizione della richiesta di diverso rito alternativo - senza limitarlo al caso della dichiarazione di inammissibilità o di rigetto della richiesta di giudizio abbreviato non condizionato - tenuto conto che il giudizio abbreviato condizionato e il giudizio abbreviato semplice sono espressioni che indicano non già due diversi riti alternativi, ma modalità differenziate del medesimo tipo di giudizio. Tanto che all’imputato è riconosciuto dalla Consulta e dalle sezioni Unite penali il diritto al “recupero” della riduzione di pena anche quando - all’esito del dibattimento o nei successivi gradi di giudizio si riconosca che il diniego al rito era stato ingiustificato. Ne consegue che l’imputato poteva - come ha fatto successivamente al rinvio al dibattimento disposto dal Gip - rinnovare l’istanza di accesso al rito abbreviato dinanzi al giudice del dibattimento e, per l’esercizio di tale diritto potestativo, non era necessario attendere la decisione della Corte di legittimità sul ricorso per abnormità avverso l’ordinanza di rigetto già proposto dalla parte. In conclusione, la disciplina di accesso al giudizio abbreviato a seguito di emissione del decreto di giudizio immediato come modificata con la previsione della Novella espressamente stabilisce che nell’udienza fissata per valutare la richiesta di rito abbreviato condizionato, in caso di diniego, l’imputato può proporre istanza di rito abbreviato non condizionato o altre domande di definizione anticipata. Sicilia. Madri detenute con figli, non esistono Icam: “Bambini costretti a vivere in carcere” di Serena Termini ilmediterraneo24.it, 29 agosto 2026 “I bambini e le bambine hanno il pieno diritto a vivere come gli altri loro coetanei anche quando hanno la mamma che sta scontando una pena”. A sostenerlo, da anni, è l’associazione nazionale Sbarre di zucchero che promuove iniziative di sostegno e tutela per le donne detenute con un’attenzione forte ai casi delle madri con figli che scontano una pena. Ad aprire una finestra su un tema - di cui si parla molto poco - è stato il caso di Messina della mamma che si trova presso la casa circondariale di Gazzi con il suo bambino di 18 mesi. A tal proposito, i garanti dei detenuti Pino Apprendi di Palermo, Lucia Risicato di Messina e Giovanni Villari di Siracusa. appellandosi alla magistratura di Sorveglianza, al Dap e al Tribunale per i minorenni, hanno chiesto il trasferimento immediato della donna in un Istituto a Custodia Attenuata o in una casa famiglia protetta per mamma e figlio. Nel frattempo, è arrivata per loro una prima soluzione temporanea grazie a due persone che, in anonimato, hanno donato un climatizzatore. Quali sono, però, le capacità delle istituzioni di garantire autonomamente le condizioni di vita dignitose per le madri con figli all’interno di un carcere? A rispondere, puntando il dito proprio sulle gravi inadempienze dello Stato è proprio l’associazione Sbarre di Zucchero APS. “Partiamo dal presupposto fondamentale ed importantissimo che i bambini e le bambine in carcere non ci devono stare. Naturalmente, ciò non significa toglierli alla madre che deve scontare una pena. Significa creare delle strutture - come la Casa del povero a Roma - che possano accogliere donne con i loro figli/e per espiare la pena in un ambiente sereno e familiare. Il caso di Messina è l’ennesima prova di un sistema totalmente incivile - afferma Monica Bizaj, presidente di Sbarre di Zucchero. Un bambino di 18 mesi deve poter crescere e giocare in maniera serena senza il suono forte dello sbattere di chiavi e cancelli di un carcere”. I casi come questo sono tanti. “La nostra posizione, da anni, è sempre la stessa: la priorità assoluta deve essere il rinvio dell’esecuzione della pena - continua Monica Bizaj -. Un neonato non ha commesso alcun reato e non può stare dietro le sbarre. Se proprio la magistratura ritiene indispensabile una misura cautelare per la madre, la soluzione potrebbe essere il collocamento in una Casa Famiglia Protetta. Il caso di Messina è l’effetto diretto dello scorso Decreto Sicurezza che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il rinvio della pena per le donne incinte e le madri di bimbi/e sotto l’anno di vita. Noi avevamo aderito, fin da subito, alla campagna Madri Fuori per bloccare questa deriva prima che la norma passasse”. Ci sono gli Icam che, però, sono pochissimi in Italia. “In Sicilia non esistono ICAM - aggiunge ancora -. Per risolvere la situazione messinese si dovrebbero ‘impacchettare’ madre e figlio per spedirli fuori regione, magari in Campania o nel Lazio. Significherà sradicarli dal loro contesto, tagliando i ponti con la famiglia di origine, che, spesso, non ha le possibilità economiche per sostenere viaggi e trasferte”. In Italia, gli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri) operativi e attivi sono in tutto 5: Milano (San Vittore), Venezia (Giudecca), Torino (Lorusso e Cotugno), Lauro (in provincia di Avellino, la prima struttura a impronta comunitaria) e Cagliari (Emas). “Lo Stato continua a violare le leggi e i protocolli nazionali ed internazionali di tutela dell’infanzia. Purtroppo, la situazione è sempre più drammatica a causa di precise scelte politiche in cui si mette al centro la cattività della pena - conclude - senza trovare altre soluzioni. Nonostante il carcere venga considerato, sempre di più, una pattumiera umana dove le persone sono costrette a vivere forti stati di povertà ed emarginazione sociale, noi continueremo a batterci, a vario livello e, insieme alle altre realtà che ci credono, per garantire i diritti dei minori e di tutte le persone detenute”. Lecce. Dramma nel carcere di Borgo San Nicola: 24enne si toglie la vita nella cella lecceprima.it, 29 agosto 2026 Il fatto avvenuto il 26 agosto. Per il Sappe, il suicidio riaccende i riflettori sul sovraffollamento, sulla carenza organica della polizia penitenziaria e sul prolungato silenzio delle istituzioni locali. Un giovane detenuto che decide di farla finita nel silenzio e nel buio, il compagno di cella che dorme e che si accorge di tutto solo quando ormai la tragedia si è consumata, l’inutile chiamata per un soccorso in extremis. La tragica sequenza degli eventi si è consumata alle prime ore di venerdì 26 agosto, all’interno del reparto R2 della struttura detentiva di Borgo San Nicola a Lecce. Un giovane di circa 24 anni, originario della provincia salentina e ristretto nel carcere capoluogo con l’accusa di maltrattamenti in famiglia, ha posto fine alla propria esistenza impiccandosi alla sbarra del letto mediante una corda rudimentale ricavata dalle lenzuola della propria stanza. A dare l’allarme, intorno alle 2 e mezza del mattino, come detto, è stato il compagno di cella, il quale ha attirato l’attenzione dell’agente di servizio. Nonostante l’immediato intervento del poliziotto e la successiva attivazione dei soccorsi medici, ogni tentativo di rianimazione si è rivelato purtroppo vano, lasciando di fronte agli operatori uno scenario drammatico. L’ennesimo episodio luttuoso verificatosi tra le mura dell’istituto salentino trascende il pur doloroso dato di cronaca individuale e riporta con prepotenza al centro del dibattito pubblico le condizioni strutturali e operative in cui versa il sistema penitenziario. Sulla vicenda si è espressa con toni di denuncia la segreteria nazionale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), attraverso le parole del segretario Federico Pilagatti, il quale ha evidenziato come la tragedia si sia consumata in un contesto organizzativo compromesso. Nel momento dell’evento, infatti, l’unico poliziotto penitenziario in servizio presidiava contemporaneamente ben quattro sezioni detentive, per un bacino complessivo di circa 260 detenuti. Una condizione di estrema vulnerabilità operativa che, secondo il rappresentante sindacale, solleva interrogativi ineludibili sulla possibilità concreta di intercettare o prevenire tempestivamente simili gesti estremi. Le criticità riscontrate nella notte dell’incidente riflettono uno squilibrio di carattere sistemico che affligge da lungo tempo l’istituto di Borgo San Nicola. A fronte di una capienza regolamentare fissata al di sotto degli ottocento posti, la struttura ospita attualmente quasi 1.500 detenuti, molti dei quali caratterizzati da profili complessi o da pregressi comportamenti aggressivi. A questo spaventoso tasso di sovraffollamento (già denunciato decine di volte da sindacati e associazioni che si battono per i diritti dei detenuti) fa riscontro una scopertura dell’organico della polizia penitenziaria priva di paragoni sul territorio nazionale, al punto che nei turni serali e notturni la sicurezza dell’intero complesso e la vigilanza sulle quasi 2mila persone presenti tra popolazione reclusa e personale affidato è demandata a una guarnizione di appena tredici o quattordici agenti. Tale stato di sofferenza operativa era stato preventivamente formalizzato dal Sappe attraverso plurime iniziative istituzionali, tra cui una dettagliata lettera inviata alle massime autorità politiche e amministrative locali e la presentazione di appositi esposti presso le Procure della Repubblica della regione, inclusa quella di Lecce. Negli atti depositati, il sindacato denunciava l’imminente pericolo per la salute, la sicurezza e l’incolumità sia della popolazione detenuta, sia degli operatori. Particolare rammarico viene espresso nei confronti dell’inerzia degli organi di governo cittadino: nonostante le formali sollecitazioni rivolte alla sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, affinché effettuasse un sopralluogo diretto presso la struttura ed esercitasse le prerogative di verifica in materia di tutela della salute pubblica e della sicurezza previste dal testo unico degli enti locali, non vi sarebbe stato alcun riscontro agli appelli. La riflessione sollevata dall’organizzazione sindacale pone l’accento sul divario esistente tra le dichiarazioni di principio che periodicamente accompagnano il dibattito sulle carceri e l’effettiva assunzione di responsabilità da parte della società civile e delle istituzioni competenti. Evidenziando la distanza tra le garanzie solennemente proclamate dalla Carta costituzionale - a partire dall’articolo 27 sulla dignità della pena e sulla tutela della salute e dell’incolumità individuale - e la drammatica quotidianità operativa delle strutture penitenziarie. Siracusa. Guerriglia dentro il carcere, detenuti sul tetto. Dieci agenti feriti, due gravi di Francesco Nania La Sicilia, 29 agosto 2026 Clima da guerriglia all’interno del carcere di Cavadonna, dove una nuova e violenta protesta ha richiesto l’intervento delle forze dell’ordine in assetto antisommossa per supportare gli agenti della polizia penitenziaria e riportare la situazione sotto controllo. A innescare i disordini sarebbe stato un regolamento di conti tra gruppi di detenuti, dopo la maxi-rissa scoppiata il giorno precedente, costata il ferimento di nove persone, una delle quali trasportata in ospedale. Nonostante il trasferimento in altri istituti penitenziari di circa 80 detenuti coinvolti negli scontri, nel pomeriggio di mercoledì la tensione è nuovamente esplosa. Alcuni reclusi avrebbero devastato le celle e dato vita a nuovi scontri, fino a raggiungere il terrazzo della struttura. Una mezza dozzina di stranieri si è quindi asserragliata sul tetto, con le magliette annodate intorno alla testa a mo’ di bandana, stile Sylvester Stallone in “Rambo”. La situazione è rapidamente degenerata. I detenuti saliti sul tetto hanno danneggiato i pannelli fotovoltaici, colpendoli con pietre e provocando ingenti danni. Non si sarebbero limitati a questo: alcune barre di sostegno dei pannelli sono state divelte e utilizzate come armi contro il personale di polizia penitenziaria intervenuto per ristabilire l’ordine. Gli agenti che hanno raggiunto il tetto sono stati investiti da un fitto lancio di pietre e aggrediti con le barre metalliche. In alcuni momenti, secondo quanto riferito, la situazione sarebbe diventata talmente critica da costringere alcuni poliziotti a lanciarsi dal tetto per sottrarsi alla violenza e mettersi in salvo. Il bilancio è pesante: dieci agenti sono stati costretti a ricorrere alle cure mediche e trasportati in ambulanza nei pronto soccorso degli ospedali di Siracusa e Avola. Tra i feriti più gravi figura un agente che ha riportato una lesione alla mandibola. Un altro, nel tentativo di sfuggire all’aggressione, è precipitato lungo le scale, riportando traumi agli arti inferiori. Per tutta la notte la situazione è rimasta particolarmente tesa all’interno dell’istituto di contrada Cavadonna. Un gruppo di detenuti stranieri ha continuato a creare disordini, arrivando a salire sul tetto della Casa circondariale. Siracusa. Il sindaco: “Scenario allarmante”. Il garante: “Criticità serie, fra caldo soffocante e topi” di Francesco Nania La Sicilia, 29 agosto 2026 È una situazione definita “decisamente allarmante” quella emersa ieri mattina durante la riunione straordinaria del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocata per fare il punto sui recenti episodi avvenuti nella casa circondariale di Cavadonna. A presiedere l’incontro è stata il viceprefetto Marinella Iacolare. Al tavolo, tra gli altri, il sindaco di Siracusa Francesco Italia, il procuratore aggiunto Andrea Palmieri, il direttore dell’istituto penitenziario Giuseppe Russo e due rappresentanti dell’asp. Due ore di confronto per affrontare criticità che, secondo quanto emerso, sono note da tempo ma che nelle ultime settimane avrebbero registrato un significativo aggravamento. Una situazione che ha contribuito ad alimentare il malcontento tra i detenuti, alcuni dei quali hanno intrapreso uno sciopero della fame e inviato una lettera al Provveditore nazionale degli istituti di pena per segnalare le condizioni in cui sono costretti a vivere. “Già nelle settimane precedenti - ha spiegato il sindaco Francesco Italia - in seguito alla relazione del garante dei diritti dei detenuti, da me nominato nel 2019, avevo sentito il prefetto, il commissario Asp e il direttore di Cavadonna. Il quadro emerso nella riunione è decisamente allarmante, sotto svariati profili”. Per il primo cittadino è necessario un intervento immediato da parte delle istituzioni centrali. “Ritengo che una situazione siffatta debba essere al più presto portata all’attenzione del Ministero dell’interno così come di quello della Giustizia - ha aggiunto Italia - perché al di là delle gravi criticità diffuse che riguardano il sistema delle carceri italiane, ritengo si palesino condizioni specifiche tali da richiedere interventi indifferibili e urgenti a tutela dell’istituto, degli operatori e degli stessi detenuti”. A descrivere il clima all’interno del carcere è anche il garante dei diritti dei detenuti Giovanni Villari, secondo cui gli episodi verificatisi in poche ore rappresentano il segnale di una situazione particolarmente delicata. “Prospettano una situazione molto seria - ha affermato - con pressioni difficilmente gestibili a causa della cronica carenza di agenti di polizia penitenziaria”. Alle difficoltà legate alla sicurezza si aggiungono quelle relative alle condizioni di vita dei detenuti. Da alcuni giorni è in corso una protesta legata soprattutto alle temperature elevate. “Lamentano il caldo soffocante, mitigato solo in minima parte dai ventilatori”, ha riferito Villari. A pesare sul malcontento sarebbero anche alcune disposizioni che hanno introdotto restrizioni sui prodotti che i familiari possono inserire nei pacchi destinati ai detenuti. “I pacchi - ha spiegato il garante - non possono più contenere alcuni cibi ed è stato bloccato anche il sopravvitto”. Una questione particolarmente sentita in questi giorni di caldo intenso. “Sarebbe, ad esempio, auspicabile somministrare loro bevande isotoniche che, invece, sono vietate”, ha aggiunto Villari. Tra le altre segnalazioni raccolte dal garante anche la presenza di cimici e topi, che contribuirebbe a rendere ancora più difficili le condizioni all’interno della struttura. struttura e a danneggiare parte degli impianti. All’esterno, il carcere è stato blindato dai contingenti di carabinieri, polizia di Stato e guardia di finanza, schierati per impedire eventuali tentativi di evasione e garantire la sicurezza dell’area. Sul posto è arrivato anche il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria della Sicilia, Maurizio Veneziano, che, insieme al commissario Rizzo, ha assunto la gestione della crisi direttamente sul campo. Sull’accaduto interviene anche il sindacato di polizia penitenziaria Osapp. “Visto quanto avvenuto - afferma il segretario Giuseppe Argentino - esigiamo che venga fatta piena luce sulla gestione dell’evento. Chiediamo di capire se le regole d’ingaggio previste per fronteggiare situazioni così caotiche e critiche siano state applicate correttamente. Riteniamo inaccettabile - aggiunge Argentino - che un numero così limitato di facinorosi abbia potuto determinare un tale livello di violenza e mandare in ospedale ben dieci unità della polizia penitenziaria”. Il Consipe ha indetto per il primo settembre un sit-in di protesta davanti alla casa c circondariale per tutelare gli agenti. “Il penitenziario di Siracusa - afferma Francesco Davide Scaduto, vice presidente della confederazione sindacale - è l’emblema del default organizzativo di tutta l’amministrazione penitenziaria incapace di gestire le carceri, i detenuti ristretti e di tutelare gli appartenenti al corpo di polizia penitenziaria”. La Spezia. “Grave sovraffollamento, il problema non si risolve aumentando gli spazi” cittadellaspezia.com, 29 agosto 2026 Camera penale in visita a Villa Andreino. Una situazione di grave sovraffollamento da risolvere riducendo il ricorso alla detenzione, problemi nella gestione delle sofferenze psichiatriche e delle persone con dipendenze e criticità diffuse sul fronte della sanità penitenziaria. È il quadro tracciato da Fabio Sommovigo, presidente della Camera penale della Spezia, al termine della visita effettuata questa mattina alla casa circondariale di Villa Andreino nell’ambito di “Ristretti in agosto”, l’iniziativa promossa per il terzo anno consecutivo dall’Unione delle Camere penali italiane. L’iniziativa punta a mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita negli istituti penitenziari anche durante i mesi estivi, quando il tema rischia di passare in secondo piano, e a sollecitare politica, istituzioni e opinione pubblica sul rispetto dei principi costituzionali in materia di detenzione. Le visite, alle quali possono partecipare anche parlamentari e consiglieri regionali, proseguiranno fino a metà settembre coinvolgendo le Camere penali territoriali in tutta Italia. La delegazione della Camera penale della Spezia ha incontrato la direzione e verificato le condizioni della struttura. Sommovigo riconosce innanzitutto il lavoro svolto all’interno dell’istituto. “Abbiamo verificato che anche la Casa circondariale della Spezia, pur avendo una direzione particolarmente illuminata, strutture educative e anche nella Polizia penitenziaria una guida molto attenta alle condizioni di detenzione, però si trova in una situazione di grave sovraffollamento, come quello di quasi tutti gli altri istituti italiani”. I numeri, spiega, variano a seconda dei criteri utilizzati per calcolare la capienza e la presenza effettiva. “Siamo, a seconda dei conti che il ministero fa, ci sono 50 detenuti su 200 o in più, o secondo altri conti anche 80 detenuti: siamo oltre i 220, quando dovrebbero essere 150 o 180”. Una situazione che, secondo il presidente della Camera penale, “condiziona tutte le modalità di vita all’interno del carcere”. Il sovraffollamento si somma ad altre problematiche. “Un altro problema significativo che c’è in questo carcere come negli altri è la presenza di sofferenze psichiatriche da gestire, la presenza di tossicodipendenti che non dovrebbero stare dentro un carcere ma altrove”. Per Sommovigo le misure adottate finora dal Governo non sono sufficienti: “Sono del tutto insufficienti, quasi risibili e la situazione continua costantemente a peggiorare”. Il riferimento è anche al tema dei suicidi in carcere. “Continuano ad aumentare i suicidi, per fortuna in questo periodo no, ma la situazione è molto grave”, afferma Sommovigo, secondo il quale manca una risposta politica adeguata. “La scelta politica del Governo, ma devo dire anche un po’ delle opposizioni, è evidentemente quella di non far nulla di veramente significativo per risolvere il problema”. Per il presidente della Camera penale, la strada non passa semplicemente dall’ampliamento delle strutture. “Concretamente bisogna liberare le carceri di tutte le persone che non è assolutamente indispensabile ci stiano”. Da qui la richiesta di una drastica riduzione del ricorso alla custodia cautelare e di interventi sulle modalità di esecuzione della pena. Sommovigo cita “indulto, amnistie” e soprattutto una riorganizzazione delle misure alternative alla detenzione. “Più della metà delle persone che sono qui dentro potrebbero più utilmente eseguire la pena con misure alternative fuori dal carcere, più utili alla risocializzazione”, sostiene. E richiama i dati sulla recidiva: “Le statistiche ci dicono che le misure alternative eliminano o riducono molto significativamente la recidiva, il carcere la mantiene o la decuplica”. A margine della visita si è parlato anche dei lavori nell’ala della struttura detentiva interessata da interventi da anni. Una parte degli spazi è già stata nuovamente utilizzata, ma questo non ha risolto il problema del sovraffollamento. Anzi, sostiene Sommovigo, “via via che si aggiunge una stanza il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria manda il doppio o il triplo dei detenuti che ci stanno”. L’aumento degli spazi, quindi, rischia di non produrre un miglioramento delle condizioni se non viene accompagnato da una riduzione della popolazione detenuta. “È chiaro che il sovraffollamento fa sì che non siano mai adeguate, che ci siano più detenuti nelle stanze, che ci siano problemi per il mantenimento e il funzionamento adeguato dei reparti protetti, dei reparti separati e quindi dell’infermeria”, spiega. Un capitolo particolarmente delicato è quello della sanità. “C’è un problema sanitario importante perché c’è una disponibilità non sufficiente di medici che sono a contratto e quindi che devono dividersi fra il loro studio fuori e il carcere”. Per Sommovigo manca “una vera, seria e definitiva amministrazione della sanità detentiva come sanità detentiva”, che continua invece a essere “sempre promiscua”. La situazione, secondo il presidente della Camera penale, potrebbe essere leggermente migliorata rispetto all’anno scorso, ma il sovraffollamento rende comunque più difficile garantire i turni dei medici. Il risultato è la necessità di ricorrere “al 118 o alla medicina sul territorio con gravi disfunzioni e chiaramente con problemi anche di costi maggiori”. Da qui la convinzione che la soluzione non possa essere semplicemente quella di costruire o rendere disponibili nuovi spazi. “L’aumento dello spazio non può essere la soluzione”, afferma Sommovigo. “La soluzione deve essere riservare l’ingresso in carcere sia nella fase del processo che nella fase dell’esecuzione solo a quei detenuti per i quali nessun’altra possibilità è al momento possibile”. Una condizione che, secondo il presidente, riguarda “un’esigua minoranza” dei detenuti, perché nel corso dell’esecuzione della pena “quel momento arriva quasi sempre”. Il tema si scontra però con un’opinione pubblica che appare oggi maggiormente orientata verso posizioni giustizialiste. “Il giustizialismo culturale è uno dei problemi di questo Paese e riguarda purtroppo la destra, la sinistra con prospettive diverse ma unite nella richiesta di maggiore giustizialismo”. Per il presidente della Camera penale, tuttavia, l’inasprimento delle pene non rappresenta una risposta efficace alla criminalità. “Il giustizialismo produce più crimini, produce più problemi e mai è la soluzione. Le pene alte non diminuiscono i crimini, il numero di azioni criminali diminuisce con una buona misura di misure alternative e di un trattamento adeguato”. Sommovigo conclude richiamando anche l’andamento generale della criminalità in Italia: “Noi siamo un Paese in cui i crimini sono in decrescita costante, in crollo, siamo uno dei Paesi più sicuri al mondo e ci poniamo il falso problema di maggiori pene e di maggiori detenzioni”. Santa Maria Capua Vetere (Ce). “Sovraffollamento al 135% e 326 detenuti tossicodipendenti” casertanews.it, 29 agosto 2026 Il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, ha visitato il carcere di Santa Maria Capua Vetere. All’incontro con numerosi detenuti ristretti sia in reparti di alta sicurezza (reparto Tamigi) sia in quelli di media sicurezza sono emerse, evidenzia il garante, “numerose criticità della popolazione carceraria”. Sono ristretti nella struttura 1.029 detenuti, di cui 53 donne in alta sicurezza, 799 uomini di reati comuni e 177 in alta sicurezza. La capienza regolamentare è di 826 detenuti, da cui vanno detratti 150 posti non disponibili per la ristrutturazione del reparto Tevere e Danubio. Quindi, il sovraffollamento è di circa il 135%. “Per dare una idea reale della situazione - si legge in una nota trasmessa dal garante - nel reparto Nilo ci sono 440 detenuti a fronte di una capienza di 286 posti. Anche i numeri della popolazione tossicodipendente è spaventoso: 326 detenuti. Gli educatori risultano essere 11, ma a settembre uno andrà in pensione, mentre dovrebbero esserne almeno 20. Anche i numeri della polizia penitenziaria fanno riflettere: 412 addetti effettivi, ne mancano almeno 110”. All’uscita dell’istituto, Ciambriello ha evidenziato: “I detenuti hanno lamentato difficoltà nell’essere curati, sia all’interno dell’istituto, sia in strutture specialistiche che ospedaliere. Nel reparto Tamigi è stato aperto da poco un punto infermieristico, così come al reparto Senna, che tuttavia oggi erano chiusi. I ristretti hanno evidenziato che, in questi presidi, vi è solo la presenza di infermieri e non di medici di reparto. È evidente che mancano medici, psicologi, psichiatri, assistenti sociali e mediatori culturali e linguistici”. Pordenone. Sovraffollamento e carenza di agenti: il Pd rilancia la figura del Garante dei detenuti pordenonetoday.it, 29 agosto 2026 Presentata una mozione firmata da Nicola Conficoni e Irene Pirotta. “Istituzione e nomina urgente del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale. Interventi urgenti sulle criticità della Casa Circondariale del Castello di Pordenone”. È questo l’oggetto della mozione depositata dal gruppo dem il Consiglio comunale a seguito dei tragici fatti che hanno colpito la città di Pordenone. A renderlo noto è stato il segretario del Pd provinciale di Pordenone Fausto Tomasello alla luce della morte di un detenuto dopo aver appiccato un incendio nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 agosto al carcere di Pordenone. Il 19enne, cittadino egiziano, ha perso la vita a seguito di una grave insufficienza respiratoria causata dall’inalazione dei fumi tossici diffusi nella sua cella. “Il sindaco Basso con la sua Giunta dovrebbero avviare tempestivamente la procedura per l’istituzione e la nomina del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, mediante la predisposizione e l’approvazione del relativo regolamento e il successivo bando di selezione pubblica”, ha commentato il segretario del Pd provinciale di Pordenone Fausto Tomasello. “Il Comune solleciti il Ministero della Giustizia ad adottare misure urgenti per decongestionare la Casa Circondariale del Castello, rafforzando gli organici e le dotazioni di sicurezza. Anche i recenti tragici fatti confermano che siamo di fronte a una situazione estremamente critica”. Dopo gli atti formali compiuti da Nicola Conficoni in Regione e Irene Pirotta in Comune, il Pd invita inoltre la Giunta Basso “a farsi parte attiva presso la Regione Friuli-Venezia Giulia e il Ministero della Giustizia per superare i blocchi amministrativi e rendere rapidamente operativo il nuovo carcere di San Vito al Tagliamento”. La mozione sottolinea che “la figura del Garante delle persone private della libertà personale rappresenta un organo di tutela indipendente e di prossimità” e richiama le relazioni del Garante regionale, delle organizzazioni sindacali della Polizia Penitenziaria e degli operatori che “evidenziano gravi criticità croniche quali il sovraffollamento, l’inadeguatezza strutturale di un immobile storico e obsoleto, la carenza di percorsi socio-educativi e di supporto psicologico territoriale per giovani detenuti”. “Il Comune di Pordenone ha il dovere morale, civile e politico - concludono i consiglieri dem - di promuovere la legalità costituzionale e la tutela della salute e dignità delle persone recluse sul proprio territorio”. Carinola (Ce). L’agricoltura sostenibile che sa coltivare l’inclusione vita.it, 29 agosto 2026 Si è chiuso a Carinola il progetto di Novamont e Terra Felix dedicato a bioeconomia e reinserimento sociale. Coinvolti cinque detenuti della casa circondariale G. B. Novelli di Carinola (Ce) in un percorso di formazione e lavoro in agricoltura sostenibile. All’open-day hanno partecipato oltre cento studenti. “Bioeconomia per l’inclusione”. Questo il titolo del progetto, dedicato al reinserimento sociale dei detenuti della Casa Circondariale G. B. Novelli di Carinola (Caserta), promosso da Novamont, società di Versalis (Eni), in collaborazione con Terra Felix, cooperativa attiva in Campania su progetti che coniugano integrazione sociale, agricoltura rigenerativa e innovazione ambientale. Concluso lo scorso luglio il progetto ha coinvolto cinque detenuti in un percorso di formazione legato all’agricoltura più sostenibile, con l’obiettivo di favorire l’acquisizione di competenze utili al reinserimento sociale e lavorativo. L’iniziativa che si inserisce nel più ampio impegno di Novamont nel ruolo di Società Benefit a sostegno di progetti sviluppati insieme a realtà locali attive nel sociale e orientate ai valori dell’economia circolare, è parte del piano pluriennale delle Iniziative per il Territorio e le Comunità di Eni, volte a favorire uno sviluppo socio-economico maggiormente sostenibile nei contesti in cui il gruppo opera. Il progetto ha preso il via ufficialmente il 12 novembre 2025 all’interno della struttura penitenziaria. La prima fase ha previsto un’attività dimostrativa “in campo” sulla stesura dei teli per pacciamatura biodegradabili in suolo, svolta insieme a studenti delle scuole agrarie e degli istituti superiori della provincia di Caserta. Nei mesi successivi, i detenuti hanno lavorato nell’area agricola della Casa Circondariale, continuando a maturare competenze operative nell’uso di tecnologie e strumenti innovativi applicati all’agricoltura sostenibile. Un momento centrale del percorso è stato l’Open Day dello scorso 5 maggio, che ha aperto il progetto al territorio e ha visto la partecipazione di oltre 100 studenti degli istituti superiori della zona. Nel corso dell’iniziativa, i partecipanti hanno potuto visitare non solo il tenimento agricolo di Carinola, ma anche i terreni e le serre di Santa Maria La Fossa, dove Novamont e Terra Felix hanno sviluppato negli anni precedenti progetti dedicati alla sperimentazione agricola e alla rigenerazione territoriale, attraverso l’utilizzo di soluzioni che non si accumulano nel suolo, come i teli per pacciamatura biodegradabili in Mater-Bi, le clip compostabili e prodotti fitosanitari Ager-Bi a base di acido pelargonico. Il modello della bioeconomia circolare L’Open Day è stato inoltre l’occasione per approfondire il modello di bioeconomia circolare di Novamont grazie al contributo dei tecnici del Centro Ricerche per le biotecnologie industriali di Piana di Monte Verna. “Come Società Benefit certificata B Corp, crediamo che iniziative quali Bioeconomia per l’Inclusione dimostrino concretamente che mettendo in rete impresa, cooperazione sociale, istituzioni e scuola è possibile creare opportunità reali di formazione, inclusione e rigenerazione, generando un impatto positivo per le persone e i territori”, ha dichiarato Giulia Gregori Responsabile del Pmo Sistemico, della Comunicazione e del Collegamento con gli Affari Istituzionali di Novamont. “Trasferire competenze specialistiche nei percorsi di inclusione lavorativa dei detenuti in uscita dal carcere contribuisce ad accrescere competenze spendibili nel mercato del lavoro. Siamo davvero felici ad avere un partner come Novamont che da sempre è attenta alla crescita sociale del territorio della provincia di Caserta”, ha commentato Francesco Pascale, direttore Cooperativa Sociale Terra Felix. Milano. Prevenzione in carcere: i primi 5 anni di “Salute senza barriere” legatumori.mi.it, 29 agosto 2026 Nato per garantire il diritto alla salute in carcere, il progetto di LILT Milano compie 5 anni. Nel 2026 raggiunte 169 persone, con il primo ingresso nella sezione maschile di San Vittore. Fare prevenzione significa portare informazione, diagnosi e consapevolezza ovunque, senza lasciare indietro nessuno, anche dove l’accesso alla salute è più difficile, come nelle carceri. Dal 2008 la sanità penitenziaria è integrata nel Servizio Sanitario Nazionale, garantendo a chi vive in detenzione il diritto a cure equivalenti a quelle dell’esterno. Tuttavia la prevenzione oncologica, che può evitare fino al 40% dei tumori, richiede informazione e consapevolezza personale. In contesti di fragilità e isolamento, la tutela della propria salute rischia spesso di passare in secondo piano. È per colmare questo divario che cinque anni fa è nata “Salute senza barriere”, che porta visite ed esami gratuiti negli istituti penitenziari della città. Un modello di rete che funziona - Ideato e gestito da LILT Milano, il progetto vive grazie alla collaborazione sinergica con la Direzione della Casa Circondariale di San Vittore, la ASST Santi Paolo e Carlo e al sostegno di Fondazione Reale. L’obiettivo è trasformare la prevenzione in uno strumento concreto di equità e dignità. I numeri del 2026 confermano l’impatto di questo lavoro sul campo: 169 persone detenute raggiunte e 284 prestazioni sanitarie erogate tra incontri di sensibilizzazione, visite ed esami diagnostici. Le attività del 2026: ICAM e San Vittore - Nel corso dell’anno il progetto ha ampliato il proprio raggio d’azione all’interno degli istituti milanesi. Presso ICAM, l’Istituto a custodia attenuata per le madri detenute, e la sezione femminile di San Vittore, oltre 100 donne hanno partecipato agli incontri di sensibilizzazione condotti da una psicologa, seguiti da visite senologiche ed ecografie mammarie. Il 2026 ha segnato inoltre un passaggio fondamentale con il primo ingresso nella sezione maschile di San Vittore, la più popolosa dell’istituto: qui due intere giornate sono state dedicate alla prevenzione del tumore della prostata (la neoplasia più diffusa tra i maschi over 50) e del testicolo attraverso controlli urologici mirati. “Prevenzione per tutti, prevenzione dove fa più fatica ad arrivare: è la missione della nostra associazione - spiega Marco Alloisio, presidente di LILT Milano -. In carcere la salute è spesso l’ultimo dei diritti a farsi sentire, eppure è quello che decide il futuro di una persona”. Il valore di “Salute senza barriere” sta nella rete: l’amministrazione penitenziaria che apre le porte, il servizio sanitario pubblico che garantisce la continuità della presa in carico del paziente, la nostra associazione che mette competenze specialistiche in modo gratuito. “La tutela della salute non può conoscere barriere, nemmeno nei contesti più complessi”, aggiunge Dario Laquintana, direttore socio sanitario ASST Santi Paolo e Carlo. Il progetto “Salute senza barriere” rappresenta un esempio concreto di come la prevenzione possa diventare strumento di equità, promozione della salute e riduzione delle disuguaglianze. L’avventura di “Salute senza barriere” è iniziata nel 2022 all’ICAM, focalizzandosi sulle madri detenute. Nel 2023 il progetto si è esteso alla Casa di Reclusione di Milano Bollate. Lo Spazio LILT Mobile, un ambulatorio su ruote con a bordo ecografo e mammografo, è rimasto per sette giorni all’interno della struttura, offrendo alle detenute e alle operatrici visite senologiche, ecografie mammarie e mammografie con tomosintesi per le over 40. Nell’infermeria del carcere sono state effettuate visite ginecologiche e Pap-test. Quattro incontri di sensibilizzazione condotti da una ginecologa hanno coinvolto 85 donne; complessivamente hanno aderito a visite ed esami 200 donne, pari all’ottanta per cento delle detenute e al novanta per cento del personale femminile dell’istituto. Fin dai primi passi, il modello LILT ha puntato sull’inclusività, avvalendosi di professionisti in grado di superare le barriere linguistiche e culturali che spesso ostacolano l’accesso alla salute per le persone straniere. Il prossimo passo: la formazione degli operatori - Costruire una cultura della prevenzione richiede radici solide e continuità. A novembre il progetto compirà un ulteriore passo con un corso di formazione ECM rivolto al personale sanitario che lavora quotidianamente nelle carceri milanesi, per rafforzare le competenze di chi opera sul campo e far sì che l’anticipazione diagnostica resti un presidio permanente. L’obiettivo è rafforzare le competenze di chi opera sul campo, affinché la cultura della prevenzione e dell’anticipazione diagnostica resti un presidio permanente all’interno degli istituti. Giustizia o vendetta? di Alberto Mittone doppiozero.com, 29 agosto 2026 Recensione del volume: “Quando la difesa è legittima? Il diritto alla paura e la paura del diritto”, a cura di Gaetano Insolera. La recente vicenda giudiziaria del gioielliere che ha sparato a rapinatori in fuga riapre un dibattito destinato a riproporsi ogni volta che si verifica una reazione a un’aggressione: fino a che punto è consentito difendersi? Esistono limiti, e se esistono quali sono? Colui che reagisce è una sorta di Michael Kohlhaas, vittima nel racconto di von Kleist di un sopruso che decide, visti vani i tentativi di avere giustizia, di emettere lui stesso una sentenza nei confronti di chi gli aveva provocato il danno? (Tuzet, “Giustizia a ogni costo? Su Michael Kohlhaas” di H. von Kleist, “Rifrazioni anomale dell’idea di giustizia”, Edizioni Scientifiche Italiane, 2017). Oppure, prendendo spunto dai classici e da pellicole cinematografiche in auge in questi giorni, è una sorta di Ulisse rispetto ai Proci: sovrano esautorato, con la casa occupata da persone che gli hanno sottratto i beni, insidiata la moglie, umiliato il figlio Ulisse, determinato a imporsi con la forza, punisce con un procedimento sommario, senza ascoltarli per eventualmente differenziarne le colpe, assumendo il ruolo di parte lesa, accusatore, giudice e esecutore della sanzione? Ulisse ritenendo di essere nel giusto, trasforma l’offesa nel potere di punire, reclama ciò che gli appartiene senza ricorrere alla giustizia e ristabilisce l’ordine violato. Il tutto rientra nel mito arcaico, chiuso rigidamente in se stesso e senza aperture verso la modernità - come invece talora frettolosamente affermato - la quale nasce proprio per impedire che la giustizia sia patrimonio esclusivo e senza limiti dell’offeso. Ulisse, come osservato da Dacia Maraini (“Il corriere della sera”, 5 agosto 2026), realizza una vera e propria esecuzione sommaria: la strage dei Proci è una rivendicazione che ha un fondamento ma che degenera in vendetta, in una punizione arcaica che non distingue, non gradua, non individualizza. Mito e diritto si trovano così in mondi lontani e non comunicanti: il mito descrive il bisogno di giustizia come forza; il diritto nasce quando quel bisogno, in nome della convivenza sociale, accetta un limite. Ritornando alla domanda iniziale, la difesa privata non solo è legittima ma anche doverosa in quanto nasce dal bisogno di sicurezza che va garantita, svolgendo un ruolo sussidiario rispetto a quella pubblica quando questa non sia tempestiva. Ma, per renderla ammissibile, occorre rispettare e verificare i requisiti che la consentono. La storia della difesa legittima è così il passaggio da una fase in cui un cittadino decide senza controlli a quella in cui l’ordinamento verifica, attraverso un giudice, se quella forza sia stata esercitata legalmente. Non solo: questa situazione è un banco di prova per la cultura giuridica, incaricata di rendere ammissibile una condotta di regola costituente reato, evitando che emozione, paura, indignazione prevalgano. È il conflitto mai sopito tra i “tecnici” della giustizia, percepiti distanti dalle esigenze reali nel tutelare i principi, e gli accusatori della politica, troppo attenta a sentimenti estranei al diritto quali paura o istanze popolari insofferenti. Illuminante al proposito è il saggio curato da Gaetano Insolera (“Quando la difesa è legittima”, Cortina, ristampa 2026): quale il percorso storico della legittima difesa? Pur essendo numericamente limitati i processi in cui entra in gioco (dal 2006 al 2018 solo 50 sentenze di Cassazione), è prevista dall’art. 52 del codice penale. Costruita in epoca fascista è stata ritoccata nel 2006 e nel 2019 (come delineano i saggi del curatore, oltre che quelli di Gallo e di Gamberini). Il quadro comparato delineato da Fornasari si integra con quello di La Spina che indaga il rapporto fra armi in possesso ai privati e numero delle vittime delle armi da fuoco rispetto ad altri ordinamenti, mentre il saggio di Siciliano approfondisce una definizione della legittima difesa che rappresenti la sintesi fra le paure e le pretese individuali da un lato e i principi fondamentali dall’altro. Venendo all’istituto, significativa è la rubrica dell’articolo 52 intitolata “Difesa legittima” e non “Legittima difesa”: non si tratta di una differenza meramente stilistica, ma fornisce uno specifico significato stabilendo che una difesa può essere qualificata lecita solo con requisiti rigidi, per la qualità della vittima, per la gravità dell’offesa o per l’indignazione che suscita. Quel fatto diviene così “non punibile”, pur se in astratto sanzionabile. I requisiti vengono poi verificati dal giudice come richiede la Costituzione: l’articolo 24 garantisce di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, l’articolo 25 impedisce che il cittadino sia sottratto al suo giudice naturale, cioè quello che si individua rispetto al fatto commesso, l’articolo 27 attribuisce alla pena una funzione incompatibile con logiche di vendetta, l’articolo 111 pretende che ogni decisione sia il risultato di una verifica imparziale. Questi principi delineano una convivenza sociale in cui ogni controversia, uscendo dalla disponibilità delle parti, è affidata a un procedimento legale che autorizza o controlla. Scendendo nel dettaglio, il presupposto della difesa legittima è un’offesa diretta contro un diritto proprio o altrui che ponga in pericolo o leda il diritto, e deve essere ingiusta cioè non autorizzata, contraria al diritto e non solo sgradita o minacciosa. Non è ingiusta, per esempio, quella della forza pubblica che esegue un arresto legittimo, mentre lo è l’aggressione fisica con pugni o coltello, il tentativo di rapina o furto con violenza, la violazione dell’integrità sessuale, l’intrusione violenta nell’abitazione per commettere reati contro la persona o il patrimonio. Il soggetto deve essere costretto a difendersi, nel senso di trovarsi nell’alternativa tra reagire o subire l’offesa con una valutazione oggettiva, evidente per un osservatore esterno alla luce delle circostanze di luogo, persona e modalità dell’aggressione. Il pericolo deve essere attuale, presente, in corso o così prossimo da non poter attendere l’intervento dell’autorità, e quindi non è tale un rischio congetturale, l’offesa ormai esaurita oppure preventiva, per risentimento, per ritorsione o per uno scopo punitivo. Una condotta nata all’interno di una situazione realmente aggressiva può perdere così la sua qualificazione difensiva quando l’aggressore desiste, fugge o non dispone più della possibilità di proseguire l’offesa. Il pericolo deve essere imminente, cioè presente anche se il danno non si è ancora verificato, e perdurante cioè in corso pur non esaurito. Quando l’aggressione è ormai cessata e l’aggressore non rappresenta più un pericolo, la reazione non è ammissibile perché si trasforma in vendetta, cioè punizione ingiustificata. La minaccia deve presentarsi come concretamente probabile, imminente e vicina nel tempo, non come eventualità remota. Non è sufficiente un generico clima di pericolosità, per esempio vivere in una zona ad alta criminalità, per giustificare una reazione violenta preventiva. Il pericolo va valutato non solo sulle percezioni dell’agente, ma sui dati conoscibili, in quanto decisivo è che nel momento del fatto esistesse effettivamente un pericolo presente o imminente. Di particolare rilevanza è il requisito della costrizione, cioè il non poter aversi una diversa reazione con una condotta lecita, alternativa in grado di proteggere con pari efficacia. La reazione deve quindi essere necessaria, il pericolo non evitabile e il mezzo impiegato in grado di arrestare l’offesa. Quando esiste una via alternativa tempestiva ed egualmente efficace oppure quando l’intervento dell’autorità può essere richiesto senza sacrificare il diritto minacciato, l’autotutela non è più legittima. La proporzione non consiste in una meccanica equivalenza tra i mezzi adoperati, come se a un’arma dovesse necessariamente rispondere un’arma dello stesso tipo o a un colpo un colpo di pari intensità. Il raffronto deve investire gli interessi contrapposti quali la gravità del pericolo, l’intensità dell’aggressione, le modalità della reazione e l’esito ragionevolmente prevedibile. La sproporzione emerge quando il sacrificio imposto all’aggressore risulti manifestamente esorbitante la stessa salvaguardia del diritto minacciato. Infine la valutazione deve essere ex ante, cioè la situazione vissuta dall’agente deve collocarsi idealmente nel momento dell’azione, considerando le circostanze percepibili, la concitazione, la rapidità degli eventi e le effettive possibilità di scelta. Max Weber scriveva nel 1919 che lo Stato è quella comunità che entro un determinato territorio rivendica il monopolio dell’uso legittimo della forza perché senza impedire la diffusione incontrollata della violenza nessuna convivenza è possibile. Il costituzionalismo ha mostrato però che il monopolio della forza non è di per sé garanzia di libertà in quanto detenuta anche dagli Stati totalitari con eserciti, tribunali, polizie e apparati repressivi. Esisteva il monopolio della forza, ma erano assenti il limite e l’eccezione. La legittima difesa rappresenta un esempio di questa impostazione: non attribuisce al cittadino una porzione di sovranità, non gli conferisce il potere di amministrare la giustizia, ma gli consente soltanto di impedire, nell’immediatezza incombente, che un diritto fondamentale venga sacrificato quando lo Stato non può intervenire. È una supplenza, una parentesi, non una sostituzione di sovranità. E così si delinea la differenza tra forza e diritto: la forza tende a espandersi mentre il diritto vive soltanto entro limiti. La domanda è ancora attuale: come impedire che la forza, nata per proteggere il diritto, finisca per sostituirsi ad esso? La Costituzione si propone di rendere la forza giuridicamente responsabile per cui ogni suo esercizio non è à la carte, ma deve essere ricondotto a requisiti legali sindacabili da un giudice. Lo Stato detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza e accetta anche di sottoporre la forza al giudizio del diritto. Non è più forte quando autorizza un uso più ampio della forza, ma quando riesce a conservarne il controllo anche nei momenti in cui la paura spinge ad abbandonare il limite. Perché il limite non è il contrario della forza, ma la forma più pregnante della sua legittimazione democratica. Requiem per Rai Scuola: un altro disastro della politica culturale e italiana di Angelo Zaccone Teodosi* Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2026 Quel che è sempre mancato ad un canale come Rai Scuola è un collegamento organico con il sistema scolastico nazionale, che pure di tanta “educazione digitale” avrebbe necessità. La notizia della chiusura del canale Rai Scuola (dal 1° ottobre non sarà più offerto sul digitale terrestre) è sintomatica di quel deficit della politica culturale e mediale italiana che da decenni segnalo - anzi denuncio - nella mia attività di ricercatore specializzato, anche come Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult: la decisione Rai è stata criticata da molti (ci sono già petizioni con decine di migliaia di firme, oltre 80mila su Change.org nell’arco di pochi giorni), mentre alcuni hanno commentato che si tratta in fondo di un canale che si è caratterizzato per audience da nanoshare (il che è oggettivamente vero, poche decine di migliaia di spettatori nel minuto medio), e quindi non se ne deve piangere granché la perdita… Ma in verità quel che è sempre mancato ad un canale come Rai Scuola è un collegamento organico con il sistema scolastico nazionale, che pure di tanta “educazione digitale” avrebbe necessità. Non è mai stato sviluppato un “sistema integrato” (una struttura stabile e permanente) di comunicazione e interazione tra il servizio pubblico televisivo e i dicasteri competenti, in primis quello che dal Governo Meloni si chiama Ministero dell’Istruzione e del Merito, e anche il Ministero dell’Università e della Ricerca… Il problema è certamente più ampio e riguarda il complessivo “deficit digitale” della scuola italiana: è sufficiente dare un’occhiata ai siti web delle istituzioni scolastiche pubbliche (in totale si tratta di circa 7.500), per avere conferma della povertà, della arretratezza, della inefficacia (fatte salve rare eccezioni) nella capacità di utilizzare il web come strumento di comunicazione (e finanche di educazione), sia verso gli studenti sia verso i genitori. Alcuni siti web di scuole pubbliche italiane sembrano impostati da dilettanti improvvisati: provocano una sensazione di grande sconforto. Il Ministero ha cercato di dettare delle linee-guida in materia ma le stesse scuole non sono mai state dotate delle risorse adeguate, professionali ed economiche (anche se ci sarebbero state specifiche risorse dal Pnrr), per poter sviluppare siti web decenti, che vengono spesso affidati all’impegno volontaristico di un qualche docente. La morte annunciata di Rai Scuola (verosimilmente trasferita su RaiPlay) si accompagna alla annunciata nascita di un nuovo canale, denominato “Italiana”, che vorrebbe moltiplicare la promozione delle culture del territorio, sviluppando l’esperienza di trasmissioni storiche come “Linea Verde”. Non è dato sapere qual è il budget di questo canale, e non è ben chiaro quale sia esattamente il suo target. Anche questa è la riprova di un (mal) governo delle politiche mediali, che è per lo più basato su improvvisazione e nasometria. Posso segnalare un’esperienza personale-professionale: anni fa, un “contratto di servizio” Rai (per il periodo 2018-2022, approvato sotto il Governo Gentiloni) aveva previsto un canale per l’internazionalizzazione, anche in lingua inglese (iniziativa prevista anche nel “piano industriale” della tv pubblica per il triennio 2029-2021): un pubblico potenziale enorme, ben oltre la comunità di oltre sessanta milioni di italofoni all’estero. IsICult fu coinvolto in una preliminare fase di esplorazione, incarico che fu poi affidato ad altri: avevamo subito segnalato a Viale Mazzini che, per realizzare una iniziativa seria, sarebbe stato necessario un budget adeguato, per evitare velleitarie intraprese… Il canale è stato “in gestazione” per almeno due anni, e, concluso il periodo “contrattuale”, cambiato il Governo e cambiato il Consiglio di Amministrazione Rai, è svanito nel nulla. Rimosso. Mai andato in onda. Dimenticato. Anche se ha assorbito comunque qualche milione di euro del canone. Ci si augura che la gestazione del neo-canale “Italiana” sia stata impostata con adeguate ricerche di scenario e seri studi di fattibilità. O si andrà incontro ad un ennesimo flop. Questo “modo di fare” è tipico della politica culturale e mediale italiana: basterebbe ricordare anche la penosa deriva della piattaforma di streaming (servizio digitale on demand ed in parte live, accessibile via web ed app) cara all’ex Ministro dem Dario Franceschini, “It’s Art”, che voleva ambire a divenire “la Netflix della cultura” (annunciata nell’aprile 2020, lanciata nel maggio 2021, messa in liquidazione a fine 2022). Ambizione surreale e ridicola, sfumata nel nulla nell’arco di un paio di anni, nonostante avesse assorbito qualche decina di milioni di euro di risorse pubbliche (messi a disposizione sia del Ministero della Cultura sia da Cassa Depositi e Prestiti - Cdp). Fui uno dei pochi analisti ad aver denunciato tante volte il carattere demenziale di una simile iniziativa, priva di qualsivoglia serio studio di sostenibilità. La questione è la stessa che si riproduce, ovvero quello che definisco il “vizio sistemico”: governo nasometrico delle risorse pubbliche, assenza di studi previsionali, deficit di valutazioni di impatto. E, quando esistono, queste “valutazioni” vengono prodotte in versione neutra, acritica, edulcorata, come nel caso della “valutazione di impatto” della Legge Cinema e Audiovisivo, che, dal primo anno di entrata in vigore della Legge Franceschini (il 2017), ha prodotto dei rapporti al Parlamento asettici e semi-clandestini. Perfettamente inutili ai fini del buon governo. Perfettamente funzionali, però, a rinnovare la discrezionalità autocratica del Principe di turno. Basti ricordare che in nessuna delle edizioni della “valutazione di impatto” è stata mai segnalata la dinamica del deficit determinato dalla gestione incontrollata del “tax credit” cinematografico e audiovisivo. Ed in questo caso non si è trattato di pochi milioni di euro, ma di centinaia e centinaia (secondo alcune stime lo “splafonamento” ha superato 1,5 miliardi di euro nell’arco degli ultimi anni). Il requiem per “Rai Scuola” aggiunge un altro deprimente capitolo ai tanti disastri della politica culturale e dell’economia mediale dell’Italia. *Presidente IsICult, esperto di politiche culturali Bloccato il sito di A/I, il collettivo italiano sanzionato dagli Usa di Emanuela Del Frate e Chiara Sgreccia Il Domani, 29 agosto 2026 Il Pd prepara un’interrogazione al parlamento Ue. Gli hacker fanno sapere di aver ricevuto anche una telefonata da Banca etica che chiuderà il loro conto. Bloccato anche l’account Paypal e i servizi di posta elettronica. Sarebbero conseguenze delle sanzioni americane. Benifei: “L’azione degli Usa colpisce un intermediario di servizi in modo indiscriminato, associandolo senza prove a eventuali usi illeciti di terzi. Errore. Impossibile raggiungere il sito: “Impossibile trovare l’indirizzo Ip del server”. È dalla mattina del 28 agosto che chi prova a visitare www.autistici.org, il sito del collettivo Autistici/Inventati visualizza soltanto questo messaggio. Ma non soltanto il sito internet. A non funzionare sarebbero anche i servizi di posta elettronica, l’account PayPal utilizzato dal gruppo per raccogliere le donazioni, strumento importante per A/I che è formato unicamente da volontari uniti dall’idea di voler mantenere internet uno spazio di libertà dove le persone possono comunicare liberamente, senza dover sottostare agli interessi delle aziende. E perfino il loro conto su Banca etica sta per chiudere: “Siamo appena stati informati telefonicamente da Banca etica che presto chiuderanno il nostro conto. Ci stiamo attivando con i nostri avvocati per fare una diffida. E stiamo anche cercando di capire se per caso c’è ancora la possibilità di prelevare e pagare i servizi, come i server, che dobbiamo mantenere”, fanno sapere a Domani gli hacker del Collettivo dopo aver spiegato quali, a loro parere, sarebbero le ragioni del mancato funzionamento di autistici.org. Come raccontato dal nostro giornale, infatti, il Collettivo due giorni fa è stato inserito, dagli Stati Uniti, nella lista dei Specially designated global terrorist, cioè dei soggetti sottoposto a sanzioni per terrorismo internazionale. Perché avrebbe fornito “un’ampia gamma di servizi - tra cui chat ed email criptate, hosting web, videoconferenze e streaming sicuri, strumenti per l’anonimato - a gruppi marxisti, anarchici e ad altre organizzazioni estremiste di sinistra negli Stati Uniti, in Europa e altrove”, si legge nella nota del dipartimento di Stato americano. Tra le conseguenze della designazione americana c’è sia che tutto il patrimonio del Collettivo negli Usa viene bloccato e a cittadini e imprese americane è vietato fare transazioni che coinvolgono A/I. Ma anche il rischio di sanzioni (secondarie) per le istituzioni straniere che interagiscono con loro, come nel caso di Banca etica. Al Collettivo, della designazione Usa come Specially designated global terrorist non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale, hanno appreso la notizia, senza diritto a ricevere alcuna spiegazione, dal post su X del segretario di Stato Marco Rubio. Da subito, però, sono arrivate le conseguenze. “Da questa mattina il dominio autistici.org non è più utilizzabile, in quanto la risoluzione Dns fallisce. Secondo le Request for comments (Rfc) che abbiamo potuto leggere, la nostra unica forma di informazione al momento, abbiamo capito che questo tipo di sospensione può nascere solamente da un top-level domain. Quindi pensiamo che .org, che è il top-level domain di autistici.org, gestito da Public Interest Registry, sia all’origine del motivo per cui autistici.org non funziona più”, spiega a Domani uno degli hacker del Collettivo. Nonostante il linguaggio complesso il punto sembra chiaro: Public Interest Registry, che gestisce il dominio .org su cui ha sede anche il sito di A/I, ha sede negli Stati Uniti ed è un’organizzazione americana tenuta ad adempiere agli obblighi imposti dal governo americano e quindi ha dato subito seguito alla richiesta del proprio governo, anche se - si capisce dalla General License 36 pubblicata dal Dipartimento del Tesoro americano - ci sarebbe stato tempo fino al 25 settembre per chiudere i rapporti in essere con il Collettivo italiano che, nel frattempo, fa anche sapere che procederà per vie legali e “proverà a far funzionare i servizi con un altro dominio e in un altro modo”. Le reazioni - “Al di là delle accuse molto gravi che vanno approfondite dalle autorità competenti e su cui va fatta subito piena luce a 360 gradi, penso che se sono state le sanzioni americane a generare effetti concreti diretti sull’operatività di servizi digitali in Italia le nostre autorità dovrebbero dirci come sono state informate e coinvolte”, commenta il deputato del Pd e vicepresidente della commissione Trasporti della Camera Andrea Casu. Mentre l’europarlamentare del Partito democratico, membro di S&D, Brando Benifei fa sapere a Domani di star preparando un’interrogazione al Parlamento Ue per fare chiarezza sulla vicenda: “L’azione del governo statunitense colpisce un intermediario di servizi in modo indiscriminato, associandolo senza prove a eventuali usi illeciti di terzi, la questione va portata all’attenzione della Commissione Europea, che deve attivarsi per tutelare questa realtà sulla base dei principi del Digital Services Act”. “L’AI ci costringe a ripensare che cosa significa pensare” di Davide Imeneo Avvenire, 29 agosto 2026 L’IA ci spinge a ripensare intelligenza, coscienza, educazione e libertà. Ne parliamo con Giovanni Salmeri, docente di Filosofia morale a Roma Tor Vergata: “La parola intelligenza ha un significato intuitivo che usiamo in molte occasioni, ma darne una definizione precisa è difficile. Potremmo per esempio dire che essa è la capacità di analizzare in maniera simbolica e astratta la realtà, e grazie a questa analisi trovare soluzioni a problemi vecchi o nuovi. Molti sarebbero grosso modo d’accordo con una descrizione di questo tipo, ma utilizzarla per distinguere che cosa sia intelligenza e che cosa non lo sia non è facile. Evidentemente proprio l’informatica contemporanea ha costretto a ripensare a tale questione. Forse dobbiamo ricordare che anche una cosa tanto semplice come calcolare un’addizione è stata tradizionalmente considerata espressione di intelligenza tipicamente umana, perché richiede la capacità di concepire quell’entità astratta che chiamiamo “numero”: ma allora anche una semplice macchina per fare addizioni è intelligente? Io non avrei nessun problema a tirare questa conclusione: se non troviamo terribile il fatto che un’automobile “cammini” come un essere umano, e anzi molto più velocemente, non dovremmo neppure giudicare terribile il fatto che una calcolatrice sia “aritmeticamente intelligente” quanto e più di noi. Rimane però sempre aperto il problema della coscienza, dell’interiorità, di quella capacità di dire “io” che noi spontaneamente attribuiamo a noi stessi e agli altri esseri umani, ma non ad una macchina artificiale. Io però preferirei distinguere questa capacità (la cui comprensione può richiedere una prospettiva spirituale se non addirittura religiosa) dall’intelligenza in senso stretto. Cambiare continuamente la definizione di intelligenza e renderla sempre più esigente in maniera da poter trionfalmente concludere “solo gli esseri umani sono intelligenti!” non mi pare molto utile, sembra anzi talvolta un modo per evitare problemi più urgenti. Nel suo lavoro su Turing lei affronta anche il tema delle “emozioni artificiali”. Una macchina può simulare emozioni: ma può davvero provarle? E soprattutto, perché questa domanda è importante per capire l’essere umano? Ecco, questa è esattamente una domanda che tocca il problema dell’interiorità. Il punto è che quando parliamo di intelligenza intendiamo un processo che ha un qualche risultato, che quindi posso delegare ad un’altra persona e anche ad una macchina (anziché calcolare io un’addizione, affido il noioso compito ad una calcolatrice e raccolgo la somma). Quando invece parliamo di emozioni non pensiamo ad un risultato, ma ad un’esperienza personale. Ad una persona posso chiedere: “Scusa, puoi fare questo calcolo al posto mio?”, ma non: “Scusa, puoi essere felice al posto mio?”. Tanto più questo vale per una macchina. Se qualcuno, quindi, vuole dire che il segnale di batteria carica in un computer è la sua “gioia”, può anche farlo: ma è un po’ futile, perché non c’è nessun risultato di “gioia” che noi possiamo utilizzare (anche se, ovviamente, un computer carico ci è utile). È per questo che appena parliamo di emozioni giustamente pensiamo subito al fatto che esse siano “vere” quando c’è un soggetto cosciente che le prova, che insomma esse possono appartenere solo ad un essere umano o almeno ad un essere vivente. La tradizione cristiana ha spesso legato l’intelligenza al logos, alla ragione, alla capacità di verità. Che cosa mette in crisi l’IA di questa visione, e che cosa invece potrebbe aiutarci a riscoprire? Questa è una domanda difficile, anche perché le concezioni di intelligenza sono state molto varie lungo la storia del cristianesimo: è sempre esistita per esempio una tendenza a diffidare dell’intelligenza (anche oggi è presente). Certamente gli sviluppi dell’IA in una certa misura rafforzano questa tendenza: perché vantarsi tanto dell’intelligenza umana se anche delle macchine possono ottenere gli stessi risultati, o anche migliori? Questo può essere un bagno di umiltà, e l’invito a cercare l’essenziale dell’umanità in qualcosa di diverso. Dall’altra parte il discorso può essere capovolto, e spesso giustamente lo è: riuscire a costruire macchine “intelligenti” (qualsiasi cosa questa espressione significhi) è sicuramente un grande risultato, una delle cose più grandi che siano state fatte lungo la storia. Forse persino lo stupore del salmo 8 potrebbe essere letto con una convinzione nuova: “gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”. Qual è il rischio più grande: credere che le macchine siano umane o iniziare a trattare gli uomini come macchine prevedibili e profilabili? Mi sto convincendo sempre più che entrambe sono semplificazioni non utilissime. O per meglio dire, sono rischi reali sì, ma non c’è bisogno dell’IA per concretizzarli: Aristotele già teorizzava gli schiavi come macchine che accidentalmente avevano anche un’anima (un’idea che peraltro può essere applicata anche a qualsiasi lavoratore libero e stipendiato!), e anche l’umanizzazione delle macchine non è esattamente una novità, ne parlava già Sherry Turkle negli anni 80 del secolo scorso. Anche ciò che si dice sulla mentalità “tecnocratica” è sì giustissimo, ma rischia di cadere facilmente in una retorica un po’ vacua: perfino Kant riconosceva che è inevitabile trattare gli altri esseri umani anche come un mezzo, ciò che è decisivo è non trattarli solo come un mezzo. Io in questo momento vedo i rischi più gravi, già ampiamente concretizzati, in una rapida alterazione della struttura della società umana a causa di una crescente delega della propria intelligenza all’intelligenza meccanica. Il caso più clamoroso è la scuola: se una percentuale altissima di studenti ormai “fa i compiti con ChatGPT”, come si usa dire, ciò significa che non usa più la propria testa. Che cosa accadrà quando in Occidente tra una ventina d’anni avremo un’intera gioventù non più in grado di ragionare? Continuare a dire “la tecnologia non può essere tenuta fuori dalla scuola, bisogna insegnare ad usarla!” mi pare in teoria giusto, ma in pratica disastroso. L’IA rischia di accentuare diseguaglianze tra chi possiede dati e potenza di calcolo e chi invece subisce le decisioni algoritmiche. È anche una questione di giustizia sociale? Certamente è una questione di giustizia sociale: il calcolo è una risorsa come tutte le altre. Tuttavia credo anche che bisogna essere cauti nel pensare che l’IA dia davvero sempre un vantaggio decisivo. Da molti punti di vista il panorama è ancora incerto, c’è chi tra i possibili scenari immagina il crollo di una speculazione che ora pare eccessiva (non sarebbe la prima volta nella storia della tecnologia, basta ricordare la clamorosa bolla “dot-com” all’inizio degli anni Duemila!). Per tornare al problema dell’istruzione: e se tra vent’anni gli unici giovani in grado di pensare fossero quelli dei paesi più poveri, che avranno imparato a scrivere a mano con la penna anziché fare taglia e incolla con ChatGPT? È difficile prevedere gli scenari. Ma soprattutto la cosa più importante non è fare previsioni, ma impegnarsi per far accadere gli esiti positivi. Nell’università, l’IA è vista spesso come un problema. Come sta cambiando l’idea stessa di formazione? Certamente spesso viene vista come un problema, come una novità difficile da gestire, soprattutto tenendo conto dei tempi di reazione delle grandi istituzioni. Dall’altra parte sono anche in corso sperimentazioni e studi per capire se l’IA può aiutare le pratiche formative. In generale non ho nulla in contrario: la tecnologia, dall’invenzione della stampa in poi, ha svolto un grande ruolo positivo nella diffusione della cultura. Alla metà del secolo scorso si immaginò anche che le macchine (non ancora i computer!) potessero svolgere un ruolo importante per adattare le modalità di insegnamento al singolo studente: era l’idea della cosiddetta “istruzione programmata”. Detto questo, è anche importante sottolineare però che non qualsiasi innovazione è buona, e soprattutto bisogna stare attenti a non modificare surrettiziamente gli obiettivi. Per fare un esempio ovvio: certamente l’IA può aiutare moltissimo gli studenti a preparare migliori tesine e tesi di laurea, ma ciò il più delle volte significa semplicemente che il lavoro non viene fatto da loro, e che quindi i veri obiettivi educativi sono completamente mancati. Prima quindi di promuovere l’uso di una certa tecnologia perché essa permette “risultati” migliori devo aver chiaro quale risultato voglio: una persona intelligente, colta ed esercitata che mi consegna una discreta tesi, o un ebete che mi consegna una bellissima tesi? Da questo punto di vista la tradizione educativa cristiana penso che avrebbe molto da dire, se solo lo volesse fare. Lei sostiene il software libero… perché? Il software libero è in generale quello distribuito in maniera tale da permettere a qualsiasi persona competente di essere esaminato, studiato e modificato e ridistribuito. Ci possono essere diversi motivi per sostenere la superiorità del software libero (i sostenitori litigano tra loro su quale sia il motivo decisivo!), ma credo che tutti possano essere d’accordo almeno su una cosa: il software libero assomiglia a ciò che è avvenuto in molti altri campi nella cultura umana. Se compro un romanzo, ho il diritto di leggerlo, di studiarlo, di lasciarmi ispirare dalle sue idee, dal suo stile, ho anche il diritto di imitarlo: tutto questo non viene toccato dalle pur esistenti leggi sul diritto d’autore. Se io ascolto una musica, ho il diritto se ne sono capace di esaminarla fino all’ultima nota e l’ultima sfumatura. Mi pare che l’evoluzione dell’umanità abbia funzionato prevalentemente sempre in questo modo: gli oggetti intellettuali e spirituali sono stati un bene per tutti, che può e deve essere condiviso. La segretezza pure ha svolto un ruolo, ma molto minore e discutibile. Il problema del software è che esso permette molto facilmente la segretezza: basta distribuire solo l’incomprensibile codice “compilato”, cioè quello eseguibile dal computer, anziché il codice “sorgente”, quello cioè effettivamente scritto dal programmatore. Il programma sarà allora sì utilizzabile, ma come una scatola nera misteriosa. Questo è un problema enorme, destinato a diventare sempre maggiore. Spesso parlando di IA viene invocata la “trasparenza”: bisogna sapere che cosa un sistema faccia e in base a quali procedure! Giustissimo: ma chi sostiene questo per coerenza dovrebbe sostenere anche l’idea di software libero, perché non esiste nessun altro modo in cui un sistema possa essere trasparente se non dando a tutti la possibilità di essere esaminato. Migranti. Meloni ha trasformato l’Europa in una somma di egoismi nazionali di Vitalba Azzollini* Il Domani, 29 agosto 2026 Per anni la destra italiana ha costruito la propria identità in contrapposizione all’Unione europea. Bruxelles era il luogo nel quale l’Italia perdeva sovranità, subiva decisioni prese altrove e vedeva sacrificati i propri interessi. Ma quando Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi, la narrazione politica è diventata un’altra. Non bisognava più liberarsi dell’Europa, bensì cambiarla. E soprattutto dimostrare che l’Italia la stava cambiando. Armi, benzina e migranti: l’autunno caldo di Meloni in vista delle elezioni L’immigrazione L’immigrazione è stata il terreno sul quale questa narrazione ha funzionato meglio. Il governo ha rivendicato più volte di avere spostato l’Ue verso le sue posizioni - protezione delle frontiere esterne, rimpatri, contrasto agli ingressi irregolari - anche se quella convergenza dipendeva soprattutto dall’affermazione di governi di destra in molti Stati, più che dall’influenza di Meloni. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato nel maggio 2024, fu esibito come la prova della svolta. Poi, dal 12 giugno scorso, il Patto ha cominciato ad applicarsi davvero. Ed è emerso ciò che la retorica dell’esecutivo aveva lasciato in ombra. Il collegamento tra lo Stato di ingresso e la responsabilità dell’esame della domanda di asilo non è stato superato. Né viene garantita una redistribuzione automatica dei migranti arrivati nei Paesi di frontiera, come l’Italia. Anzi, alcune nuove regole aumentano gli oneri proprio su questi Paesi, e talora ne prolungano la responsabilità. Ma è soprattutto la vicenda dei cosiddetti “dublinanti” che ha minato il racconto del governo. Sui migranti Meloni abbandoni la strada del sovranismo scenografico I “dublinanti” Germania, Austria e altri Paesi hanno chiesto all’Italia di prendere o riprendere in carico richiedenti asilo dei quali, secondo le regole europee, il nostro Paese è responsabile. Dopo aver vantato l’approvazione del Patto come un successo, il governo ha cominciato ad accampare ragioni pretestuose per evitare di applicarne alcune norme: quelle che lo obbligano a occuparsi dei “dublinanti” di propria competenza. Da ultimo, esponenti dell’esecutivo hanno invocato una “compensazione” tra le persone che la Germania vorrebbe rimandare in Italia e quelle sbarcate nel nostro Paese dopo essere state soccorse da Ong tedesche, sostenendo una presunta responsabilità dello Stato di bandiera. Responsabilità che però non trova fondamento nel Patto: a seguito di operazioni di ricerca e soccorso, la competenza spetta di regola allo Stato in cui avviene lo sbarco. Non è la prima volta che il governo sceglie di sottrarsi proprio alle disposizioni europee sui “dublinanti”: alla fine del 2022 aveva sospeso i trasferimenti verso il nostro Paese. Ma la Corte di giustizia dell’Unione europea, proprio con riferimento alla condotta dell’Italia, nel 2024 e nel 2026 ha stabilito che uno Stato non può unilateralmente liberarsi delle responsabilità che gli attribuisce il diritto dell’Unione. Lo scontro Italia-Germania sui migranti, la “compensazione” non c’è Il rischio di perdere la solidarietà Oggi, tramontata la narrazione di un’Europa al traino di Meloni, il governo sembra porsi di nuovo contro l’Ue. Lo si è visto con Ceuta, quando l’Italia ha ripristinato i controlli alle frontiere con la Spagna, mettendo in discussione quella libera circolazione interna che è uno dei pilastri dell’integrazione europea. Lo si vede ora nel rifiuto dei trasferimenti dei “dublinanti”, che rischia di pregiudicare il corretto funzionamento del sistema comune d’asilo. A quest’ultimo riguardo, Giorgia Meloni dovrebbe fare molta attenzione: una norma poco conosciuta del nuovo Patto stabilisce che, se la Commissione accerta che uno Stato presenta carenze sistemiche nell’applicazione delle regole sulla responsabilità, tali da compromettere gravemente il sistema, gli altri Stati non sono tenuti ad attuare nei suoi confronti gli impegni di solidarietà. In altre parole, il rifiuto dei “dublinanti” potrebbe trasformarsi in un boomerang per Meloni: l’Italia rischia di perdere proprio quel sostegno europeo in materia di immigrazione che la presidente del Consiglio ha reclamato per anni. E proprio su questo profilo l’Italia è già sotto esame della Commissione. Nella prima valutazione sull’applicazione del nuovo Patto, nel luglio scorso, Bruxelles ha affermato che servono “passi concreti” da parte dell’Italia affinché i trasferimenti dei “dublinanti” avvengano effettivamente. Dunque, lungi dall’aver riunificato l’Europa sulle sue posizioni, il risultato per Meloni è un tutti contro tutti: ciascun governo sovranista difende il proprio interesse. È l’esito che la presidente del Consiglio non aveva previsto: la somma degli egoismi nazionali non fa un’Unione. Tra rischi sanitari e polemiche politiche. “Così a Ceuta diamo dignità ai migranti” *Giurista Minorenni dipendenti dai social: ecco perché Meta ha patteggiato di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 29 agosto 2026 In un documento interno del 2020 un dipendente di Meta riporta una discussione avuta con alcuni colleghi sviluppatori sui metodi impiegati dal gruppo per aumentare gli utenti delle piattaforme social. Si parla dei nuovi algoritmi e delle funzioni di scrolling e il tono è allarmato perché è chiaro a tutti che inducono dipendenza con un meccanismo che viene accostato a quello delle slot machine; si parla delle “ricompense intermittenti” come su Instagram dove ogni apertura del feed può portare qualcosa di nuovo: un video interessante, un like, un commento, una notizia o un contenuto che cattura l’attenzione. Il documento è stato citato anche nel corso del procedimento giudiziario che ha portato Meta a patteggiare con la giustizia americana la cifra monstre di 18 miliardi di dollari che saranno versati nei prossimi dieci anni nelle casse di 47 Stati (ad esempio la California riceverà 2,5 miliardi); l’accordo è arrivato mentre il processo era ancora in corso. I singoli Stati sostenevano che Meta avesse progettato le proprie piattaforme per favorire un utilizzo compulsivo da parte di bambini e adolescenti, pur conoscendo i rischi associati a determinate funzioni. Tra le contestazioni anche la raccolta dei dati dei minori e le modalità con cui l’azienda avrebbe affrontato i problemi di sicurezza e salute mentale segnalati dagli utenti. In cambio della chiusura del procedimento, Meta dovrà introdurre nuove limitazioni per gli utenti più giovani. L’intesa prevede, tra le altre cose, un limite predefinito di due ore al giorno per l’utilizzo di Facebook e Instagram, un blocco notturno, la sospensione delle notifiche durante l’orario scolastico e maggiori strumenti per il controllo dei genitori. Sono previste anche modifiche ai sistemi di verifica dell’età e la possibilità per gli adolescenti di scegliere un feed cronologico, senza le raccomandazioni dell’algoritmo. Le accuse si concentrano soprattutto su un aspetto: Meta non avrebbe semplicemente reso Instagram e Facebook più coinvolgenti e attrattivi, ma avrebbe progettato appositamente alcune funzioni per aumentare la frequenza con cui gli utenti tornano sulle piattaforme e il tempo che vi trascorrono. E, come rende esplicito il documento acquisito dai giudici, era perfettamente consapevole degli effetti di dipendenza che avrebbe creato. Oltre alla ricompensa intermittente sotto accusa c’è anche il cosiddetto scrolling infinito: a differenza di una pagina web o di un giornale, sulle piattaforme social il feed non finisce mai, terminato un contenuto, l’algoritmo ne propone immediatamente un altro, scelto in base ai gusti e alla cronologia delle interazioni dell’utente, scompare così un punto naturale in cui interrompere la navigazione e si va avanti per ore e ore perdendo la nozione del tempo e dell’autocontrollo. Un altro punto critico riguarda il sistema delle notifiche, rumorose e invadenti: ogni interazione diventa un pretesto per tornare sull’app: un nuovo like, un commento, un messaggio, una menzione, la segnalazione che qualcuno ha pubblicato qualcosa o semplicemente un “suggerimento”. La notifica interrompe le attività che si stanno svolgendo e riporta l’attenzione verso la piattaforma, alimentando lo stesso meccanismo di controllo ossessivo del telefono descritto nel documento interno. A questo si aggiungono le funzioni che sfruttano la paura di perdersi qualcosa, il cosiddetto fear of missing out , le Storie, per esempio, scompaiono dopo 24 ore e rendono conveniente controllare in continuazione cosa hanno pubblicato gli altri. Nel corso delle udienze sono stati citati anche degli studi mirati del gruppo per profilare le attività e le abitudini degli adolescenti in modo da aumentare artificiosamente l’engagement e tenerli più a lungo incollati allo schermo. L’ex dipendente George Volichenko ha dichiarato che all’interno di Meta alcune proposte per rendere automatiche determinate funzioni di protezione sono state cestinate perché avrebbero diminuito il tempo di utilizzo delle app. Gli avvocati di Meta hanno contestato queste ricostruzioni, sostenendo di aver migliorato i sistemi di sicurezza, che i propri prodotti non siano stati progettati per creare dipendenza e che il rapporto tra social network e problemi di salute mentale sia molto più complesso di quanto suggeriscano le accuse. Anche il patteggiamento non costituisce un’ammissione di colpa: Meta ha scelto di chiudere il procedimento giudiziario impegnandosi a pagare evitando così il rischio di un verdetto, ma senza riconoscere di aver violato la legge. Danni da social: sicuri che la dipendenza dalla “piastrella” riguardi solo i minori? di Roberto Giampietro Il Fatto Quotidiano, 29 agosto 2026 Un tempo in metrò si vedeva gente che leggeva il giornale, persone che si parlavano, chi ascoltava musica o un audiolibro. Guardate una vettura del metrò nel 2026: sembra il finale dell’Invasione degli Ultracorpi: quasi tutti, in piedi o seduti, in silenzio, col collo piegato sulla “piastrella”, con il pollice che da “opponibile” sta diventando un tentacolo fatto di tendini involontari. Meglio pagare 16,7 miliardi con un patteggiamento, che rischiare l’obbligo di dover correggere algoritmo e design dei social network per proteggere la salute mentale dei minori. Parliamo di Meta, la casa madre di Facebook e Instagram, rinviata a giudizio dal tribunale federale della California dopo le denunce firmate dai procuratori generali di 29 Stati americani. Trascurando il dettaglio che 16,7 miliardi di dollari di patteggiamento per Meta sono come se io pagassi 4 euro e cinquanta per patteggiare un omicidio stradale con omissione di soccorso, ciò che mi lascia perplesso è la questione della dipendenza creata da certe app a danno (solo) dei minori fino all’adolescenza. Ho smesso di girare e usare e (questo è importante) anche solo guardare certi social (come Facebook o Instagram) diventati un catino brulicante di cattiveria gratis (avevo scritto “me**a” poi ci ho ripensato) che produce miliardi per i “patteggianti”. Soprattutto quando ho capito non ci sono solo i minori, esposti e resi dipendenti dalla luce di una “piastrella” (quella che una volta era un telefono), sarebbero da considerare i danni fatti alla salute mentale di milioni di “minorati di ritorno” che hanno ben più di 18 anni, fino anche a 75 anni e oltre (e votano), che sono nella stessa condizione dei minori per i quali, giustamente, c’è tanta preoccupazione. Quella della tecnologia avanzata, fruita dall’umanità, è diventata una catastrofe sociologica, antropologica. Un tempo in metropolitana si vedeva gente che leggeva il giornale, persone che si parlavano, qualcuno leggeva persino un libro, chi si guardava intorno, chi ascoltava musica o un audiolibro con le cuffiette. Guardate una vettura del metrò nel 2026: sembra il finale dell’Invasione degli Ultracorpi. Quasi tutti, in piedi o seduti, in silenzio, col collo piegato sulla “piastrella”, con il pollice che da “opponibile” sta diventando un tentacolo fatto di tendini involontari. Il silenzio rotto da una voce: “prossima fermata: Duomo”. L’antiwoke genera mostri di Simonetta Sciandivasci La Stampa, 29 agosto 2026 Abolire il movimento culturale che è stato accusato di essere diventato una dittatura potrebbe portare a qualcosa di peggio: in America è successo. Che rinnegare, estirpare e dimenticare il woke sia ciò che è giusto fare a fini elettorali è chiaro e ovvio. Lo è per la sinistra americana, prima di tutto, dal momento che una delle ragioni della sconfitta contro Trump alle presidenziali è stato detto (più detto che dimostrato) che sia stata la vicinanza dei democratici alle istanze della woke culture (che, tecnicamente, si fonda sulla consapevolezza delle ingiustizie sociali, e si estrinseca nella lotta per abbatterle: negli ultimi anni, uno dei metodi di quella lotta è stata una problematica discriminazione di chi discriminava, che è valsa al woke trasversali accuse di essere degenerata in polizia del pensiero, dittatura dei giusti). Va letto in questa cornice di opportunismo politico, vista l’imminenza delle elezioni di midterm, il dietrofront di Alexandra Ocasio-Cortez, la deputata socialista che ha sancito: “La fase uno del woke era una follia”. Si tratta della medesima cornice entro cui si sono mossi i democratici italiani del campo largo, approfittando della ghiotta e doppia occasione: prendere la distanze da qualcosa di sinistra, da sinistra, accodandosi a una giovane promessa della sinistra mondiale, per mostrarsi come l’alternativa valida non solo alla premier Meloni, che dello sprezzo per i diritti Lgbtq+ (la minoranza per eccellenza del wokismo) e in generale i diritti sociali ha fatto un suo tratto identitario, e il fondamento del suo presunto pragmatismo, ma pure alla segretaria del Pd Schlein, che invece a quei diritti è sempre stata attenta, e che non ha mai ceduto alle facilonerie sulle presunte dittature che il processo per il loro ottenimento avrebbe ingenerato. Ora, negli Usa il woke c’è stato, si è trasfigurato, talvolta ha generato mostri (licenziamenti troppo facili, boicottaggi di opere e artisti, gogne pubbliche), e ha condizionato tanto la politica quanto la cultura, uniformandole a un codice di condotta e talvolta rendendole codice di condotta. E però, e non da ieri, negli Stati Uniti, il woke è anche finito. Ha perso, sta ai margini, non condiziona, non influenza: non è più il carro su cui saltavano i personaggi in cerca di fama. “Go woke, go broke”: il Guardian intitolavacosì, l’anno scorso, un articolo sui flop inanellati da film che si ispiravano al woke o che ne rispettavano i principi (uno tra tanti: i ruoli di personaggi transgender devono essere affidati a persone transgender), un filone che nelle sempre immaginifiche ricostruzioni da questa parte dell’oceano era dato per egemonico. Insomma, la vittoria trumpiana ha contribuito a indebolire il woke e a renderlo sempre meno appetibile. Finite le istanze, finite le rivolte, finiti gli attivisti che ci guadagnavano sopra. In Italia non è mai successo niente del genere. Qui, per un breve periodo, c’è stata una fascinazione per le teorie woke, e le case editrici hanno fatturato pubblicando transeunti eroi dei social network che usavano i medesimi per diffonderle e, in certi casi, per impiegarne i più feroci metodi inibitori e persecutori. Quei transeunti eroi erano soprattutto eroine. Avevano centinaia di migliaia di seguaci che gli editori avevano immediatamente pensato si sarebbero trasformati in lettori. E così, hanno “prodotto tanti piccoli scrittori tutti in fila a ritirare il loro assegno alla banca del conformismo”, ha scritto pochi giorni fa Paolo Repetti, direttore editoriale di Einaudi Stile Libero, una di quelle case editrici che sul woke non si può dire non abbiano fatturato. Ma Repetti, con notevole italianità, è stato bene attento a specificare di riferirsi alla “letteratura americana”. Nella quale, però, in questi anni sono successe cose che, per quanto odiose, sono state importanti. Nel 2020, quando Jeanine Cummins pubblicò il romanzo Il sale della terra, una storia di immigrazione dal Messico agli Stati Uniti, venne travolta dalle polemiche perché quella storia in mano a una scrittrice bianca e statunitense fu recepita come un crimine di “appropriazione culturale” (affluente del wokismo, che indica l’appropriarsi, da parte di una cultura dominante, di tratti e storie di una cultura marginalizzata). Si urlò alla fine di tutto: della letteratura, dell’intelligenza, della libertà di espressione. Il libro, tuttavia, continuò a vendere in tutto il mondo. L’anno scorso, Cummins ha raccontato in un’intervista di aver beneficiato di quelle polemiche, di averle ascoltate profondamente, anche se non assunte, e di essere a lavoro su un nuovo libro che da lì partiva. Il woke non è stato indolore. È stato arrogante e stupido e violento, a volte, ma importante e, non di rado, ha avuto ragione. Ora che si gareggia allo sbarazzarsene e al prenderne le distanze (evito la lista di intellettuali italiani che, quando imperversava, ne erano intransigenti sostenitori e che adesso sono abiuranti riluttanti), però, è giusto chiedersi, per chi non è produttore cinematografico, editore italiano, politico post berlusconiano che ha appreso la lezione del resuscitare nemici morti (il woke per Trump e pure per Ocasio Cortez è ciò che per Berlusconi fu il comunismo), per chi quindi non abbia ragioni opportunistiche di sopravvivenza che noi osservatori, nella nostra infinita ma un po’ provata misericordia, comprendiamo, e insomma per chi abbia a cuore la vita culturale e cerebrale dell’umanità: abbattere il woke serve? Lo scrittore Walter Siti, che ne è stato un critico fermo, ha scritto su Domani: “Di cultura woke, cioè di attenzione analitica ai meccanismi materiali che ci fanno pensare come pensiamo, non ce ne vuole di meno ma di più; le sue non sono esagerazioni da mitigare ma piuttosto mancanze da denunciare, perché ogni fideistica semplificazione è mancanza (di contesto)”. Ieri, il New York Times ha pubblicato un articolo di David French, avvocato esperto di libertà d’espressione e a lungo presidente della Foundation for Individual Rights and Expression, che ha raccontato di essere stato sempre molto critico verso il woke, e di essere stato felice quando, alcuni anni fa, molti intellettuali firmarono una lettera su Harper’s Magazine in cui ricordavano che libertà e giustizia non potevano essere in contrasto, ma dovevano restare condizione una dell’altra e scrivevano: “Il modo per sconfiggere le cattive idee è attraverso la denuncia, il dibattito e la persuasione, non cercando di metterle a tacere o di farle sparire”. Da lì, il movimento antiwoke ha preso piede e però, dice French, si è subito trasformato in qualcosa di peggiore di ciò che voleva combattere: “Ha preso tutti gli eccessi del wokismo, li ha assorbiti nel Partito Repubblicano e li ha trasformati in un’arma, dando vita all’amministrazione più repressiva e inadeguata per la libertà di parola di tempi di Woodrow Wilson”. French racconta come la destra repubblicana abbia difeso, facendone eroi per i propri militanti e poi propri militanti, non le vittime delle epurazioni woke, ma chi quelle epurazioni le meritava: molestatori, razzisti, cospirazionisti, antisemiti, omofobi. E così è successo che, abbracciando i fanatici, la destra americana è diventata più fanatica dei fanatici: è orgogliosa di odiare (Vance: “La nostra gente odia le persone giuste”), ha trasformato la regola di Reagan di non parlar male di nessun repubblicano, in “non parlar male di nessun fascista”. Non è qualcosa di molto simile al processo che ha portato all’ascesa di Vannacci? Davvero vogliamo credere che il reclutamento della feccia, di cui Futuro Nazionale è fiero, sia una esacerbata risposta agli eccessi del woke o al “buonismo” della sinistra? Cerchiamo di non sbagliare gli avversari da individuare. E nemmeno le domande da farci. Giacché gli opposti si annullano, la così chiamata cultura della cancellazione non la supereremo con un’altra cultura della cancellazione: forse, possiamo trovare un modo di usare la prima a nostro vantaggio, per arginare la feccia. L’Europa e l’ambiente cancellato di Francesca Santolini La Stampa, 29 agosto 2026 Le controrivoluzioni raramente si annunciano come tali, preferiscono il lessico della semplificazione, delle deroghe e delle procedure accelerate. È in questo linguaggio apparentemente neutro che, negli ultimi due anni, si è consumato uno dei più profondi cambi di rotta della politica europea sull’ambiente. Dal ritorno di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea, sono già state approvate venti misure di deregolamentazione ambientale e sanitaria e altre trenta sono in preparazione. Lo documenta un rapporto di dieci organizzazioni francesi, che descrive uno smantellamento progressivo del Green Deal, il piano con cui la stessa Commissione aveva promesso di portare l’Ue verso la neutralità climatica entro il 2050. A renderlo possibile è una nuova geografia politica: l’asse tra destra ed estrema destra, rafforzato dalle elezioni europee del 2024, che ha trovato nella competitività il nuovo mantra e nella deregolamentazione il suo strumento privilegiato. Un arretramento che attraversa settori diversi: dalla responsabilità delle imprese alla tutela delle foreste, dall’agricoltura alle emissioni di metano, fino alle norme sull’acqua e alla disciplina delle sostanze tossiche e dei pesticidi. Molti di questi interventi arrivano attraverso gli Omnibus, pacchetti legislativi esaminati con procedure accelerate. Uno strumento pensato per affrontare situazioni eccezionali che rischia di diventare ordinario. L’argomento che accompagna questo cambio di paradigma è sempre lo stesso: alleggerire i vincoli per rendere le imprese europee più competitive. Ma il rapporto invita a osservare anche ciò che questa narrazione lascia fuori campo. Rinviare la lotta alla deforestazione significa aumentare le emissioni di gas serra e ridurre le superfici forestali capaci di assorbire anidride carbonica. Indebolire la tutela dei prati permanenti significa perdere biodiversità, compromettere il ciclo dell’acqua e ridurre la capacità dei territori di resistere alle ondate di calore. Allentare i controlli su pesticidi, cosmetici e qualità delle acque significa spostare in avanti il conto ambientale e sanitario. Ma, come osservano le organizzazioni, è una prospettiva di breve periodo, perché non considera il costo dell’inazione climatica, né quello prodotto da continui cambiamenti delle regole per le stesse imprese. E finisce per favorire chi rinvia gli investimenti nella transizione ecologica, penalizzando chi ha già scelto di affrontarla.