Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti. “Il caldo dietro le sbarre” di Marino Occhipinti* Ristretti Orizzonti, 28 agosto 2026 Chi non ha mai vissuto il carcere forse può difficilmente capire cosa significhi aspettare la notte e scoprire che, invece di portare sollievo, diventa il momento peggiore della giornata. Non avevo mai pensato che il caldo potesse diventare così difficile da sopportare. Prima del carcere, quando arrivava l’estate, cercavo semplicemente un posto all’ombra, una finestra aperta o una stanza più fresca. Qui dentro, invece, non sempre puoi scegliere. Devi rimanere dove sei, aspettando che passino le ore. Ricordo bene l’estate del 2003 nel carcere di Padova, dove mi trovo tutt’ora. In quegli anni i blindo, cioè i portoni blindati esterni al cancello della cella, venivano chiusi alle 23.30 e rimanevano serrati fino al mattino. Durante la notte l’aria nella cella diventava pesante, immobile, e il caldo sembrava aumentare invece di diminuire. Non avevamo ventilatori, non avevamo frigoriferi: c’era soltanto la speranza che arrivasse un po’ di fresco dall’esterno, ma spesso non arrivava nulla. La notte era il momento più difficile. Ci si sdraiava sul letto già stanchi, ma dormire era quasi impossibile. Il materasso in gommapiuma tratteneva il calore, il sudore non dava tregua e le ore sembravano non passare mai. Si guardava il soffitto, si ascoltavano i rumori lontani del carcere e si aspettava il mattino. Ancora oggi, quando il caldo diventa insopportabile, e questa è stata un’estate terribile e davvero faticosissima, mi capita di cercare qualsiasi modo per riuscire a dormire. A volte finisco per dormire davanti al lavandino, nel piccolo bagnetto che allo stesso tempo fa anche da cucinotto. Mi siedo su uno sgabello e provo a prendere sonno in quella posizione, con le braccia immerse nell’acqua corrente fino ai gomiti e i piedi dentro una bacinella piena d’acqua. È difficile chiamarlo dormire: è più che altro cercare un po’ di sollievo, trovare un modo per resistere fino al mattino. Oggi, però, c’è una differenza importante rispetto al 2003: oggi sono cardiopatico. Il caldo, quindi, non rappresenta per me soltanto un disagio o una notte insonne. Lo vivo con una preoccupazione diversa, perché so di avere un cuore che ha (avrebbe) bisogno di particolare attenzione. E così, quando la temperatura sale e il corpo fa fatica a trovare sollievo, la sensazione di vulnerabilità diventa ancora più forte. Mi assale la paura di non riuscire ad arrivare al mattino successivo. Oggi, almeno, qualcosa è cambiato rispetto a tanti anni fa. Nelle celle, quasi in tutte in questo carcere, ci sono ventilatori e frigoriferi, strumenti che rispetto al passato rappresentano sicuramente un miglioramento. Ma quando l’aria è bollente, anche il ventilatore spesso sembra spostare soltanto aria calda. Il sollievo è minimo e il problema rimane, soprattutto durante la notte, ma è già qualcosa. E allora mi viene spontanea una domanda: come fanno quelli che si trovano negli istituti dove ventilatori e frigoriferi non ci sono? Come affrontano quelle notti interminabili, quando il caldo non lascia dormire e non c’è nemmeno la possibilità di trovare un angolo più fresco? Chi non ha mai vissuto il carcere forse può difficilmente capire cosa significhi aspettare la notte e scoprire che, invece di portare sollievo, diventa il momento peggiore della giornata. Fuori puoi alzarti, uscire, cercare aria, fare una doccia, andare in un’altra stanza. Qui dentro le possibilità sono poche e spesso devi arrangiarti con quello che hai. Per me, quel lavandino, quello sgabello, l’acqua corrente sulle braccia e la bacinella con i piedi immersi nell’acqua sono diventati una sorta di letto improvvisato. Non è una scena che avrei mai immaginato di vivere, eppure nei momenti di caldo estremo diventa una delle poche soluzioni possibili. Il caldo in carcere, quindi, non è soltanto una questione di temperatura. È la sofferenza di una notte passata senza dormire, è il corpo che cerca disperatamente un po’ di sollievo, è la consapevolezza di non poter semplicemente aprire una porta e andare dove l’aria è più fresca. Ogni estate mi torna in mente quel 2003 caldissimo - anche se all’epoca ero nella cella 8 mentre oggi sono poco più avanti, alla 13 dello stesso corridoio - quei blindo chiusi dalle 23.30 fino al mattino e quelle notti senza ventilatori né frigoriferi. Oggi, con il mio problema cardiaco, quell’esperienza assume un significato ancora più pesante. E penso a quanto poco serva, a volte, per rendere una notte appena più sopportabile: un po’ d’aria, dell’acqua fresca, la possibilità di respirare. E penso soprattutto a chi oggi quelle possibilità non le ha ancora. *Redazione di Ristretti Orizzonti La deriva forcaiola che dimentica Costituzione e umanità di Emilia Corea* cosenzachannel.it, 28 agosto 2026 Capita spesso di leggere, sotto gli articoli che parlano di carcere, commenti che non lasciano spazio a molte sfumature. “Buttate via la chiave”. “Devono marcire dentro”. “Devono stare chiusi a vita”. È un linguaggio che ormai non sorprende più. È il segno di un clima che sembra avere smarrito la misura e che potremmo definire, senza troppi giri di parole, una deriva forcaiola. Il problema è che il carcere non è un luogo lontano da noi. Non è un pianeta abitato da una specie diversa. In carcere, per una ragione o per un’altra, potremmo finirci tutti. Chiunque di noi. Nessuno è esente dalla possibilità di essere sottoposto a un procedimento penale, a una misura cautelare, a una condanna. E soprattutto nessuno dovrebbe dimenticare una cosa elementare e cioè che dentro un carcere non ci sono soltanto persone definitivamente riconosciute colpevoli. L’articolo 27 della Costituzione dice una cosa semplice e gigantesca: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. E dice anche che le pene “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e devono tendere alla rieducazione del condannato. La presunzione di innocenza non è una formula da citare nelle aule universitarie e poi dimenticare davanti a un titolo di giornale. È una garanzia che riguarda tutti. E riguarda anche chi oggi viene indicato come colpevole, ma domani potrebbe essere assolto. Gli errori giudiziari esistono. Le assoluzioni esistono. Le revisioni dei processi esistono. Esistono persone che entrano in carcere e poi ne escono senza una condanna definitiva. Per questo bisogna stare attenti alle parole. Perché quando si invoca il carcere come risposta a tutto, quando si chiede di “buttare via la chiave”, si dimentica che dietro quella porta potrebbe esserci anche una persona che non ha commesso il fatto per cui è stata privata della libertà. E poi c’è una domanda ancora più semplice. Molti di quelli che invocano il carcere a vita, che vorrebbero gettare le chiavi e non vederle mai più, la domenica vanno a messa. Entrano in una chiesa, ascoltano un sacerdote, recitano preghiere. Coloro che credono, ascoltano anche quelle parole antiche che invitano a non scagliare la prima pietra. “Chi è senza peccato”. Quanti sono davvero immacolati? Chi può dire, con assoluta certezza, di non avere mai sbagliato? Chi può essere sicuro che nella propria vita non ci sia stato un gesto, una scelta, una debolezza di cui un giorno potrebbe dover rispondere? Non si tratta di mettere sullo stesso piano un reato e un errore qualunque. Si tratta di ricordare che la giustizia dello Stato non può diventare una gara a chi chiede la punizione più dura. Perché il carcere non è il luogo dove lo Stato deve vendicarsi. La pena è la privazione della libertà. Non è la malattia. Non è l’abbandono. Non è il caldo soffocante di una cella. Non è dormire in una stanza sovraffollata. Non è aspettare mesi per una visita specialistica. Non è essere lasciati soli davanti a una patologia grave. Quella sofferenza ulteriore non è una pena aggiuntiva prevista dal giudice. Quando supera i limiti della dignità umana, diventa altro. Lo ha detto con chiarezza anche la Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Torreggiani: condizioni detentive caratterizzate da grave carenza di spazio e da altre condizioni materiali inadeguate possono integrare una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta i trattamenti inumani o degradanti. La soglia dei tre metri quadrati di spazio vitale per detenuto è diventata uno dei simboli di quella condanna. Sono passati tredici anni. E oggi siamo tornati pericolosamente vicini a quei numeri. Al 28 luglio 2026, secondo i dati riportati dal rapporto di metà anno di Antigone, nelle carceri italiane c’erano 64.741 detenuti a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili: un tasso di sovraffollamento reale del 139,7 per cento. In Puglia il dato arrivava al 180,4 per cento. In alcuni istituti si superava il 200 per cento. È difficile non vedere il paradosso. Nel 2013 l’Italia veniva condannata dalla Corte europea per le condizioni delle proprie carceri. Oggi il sistema penitenziario torna a muoversi su livelli di sovraffollamento che ricordano proprio quegli anni. Non è soltanto una questione di numeri. Dietro ogni percentuale ci sono letti, materassi, bagni, corridoi, ore d’aria. E persone. Le carceri sono una polveriera. Una polveriera fatta di sovraffollamento, tensione, solitudine, dipendenze, disagio psichico, carenza di personale e assistenza sanitaria insufficiente. Il sistema sanitario penitenziario è formalmente parte del Servizio sanitario nazionale e la normativa impone che garantisca servizi adeguati alle esigenze di cura dei detenuti. Ma tra ciò che la legge stabilisce e ciò che una persona riesce concretamente a ottenere dietro le sbarre può esserci una distanza enorme. Intanto si continua ad aggiungere pressione. Questo Governo ha scelto, in questi anni, una politica penale fortemente orientata alla sicurezza e all’inasprimento della risposta punitiva. Il decreto-legge n. 48 del 2025, poi convertito nella legge n. 80 del 2025, ha introdotto nuove fattispecie di reato e aggravato diverse risposte sanzionatorie, intervenendo anche sull’ordinamento penitenziario. Già il pacchetto sicurezza del 2023 prevedeva nuovi reati e aumenti di pena, compresa la nuova fattispecie relativa alla rivolta negli istituti penitenziari. Ogni volta che si decide di aggiungere una pena detentiva bisogna anche chiedersi dove quella pena verrà eseguita. Perché il carcere non è un concetto astratto. È un edificio. E quell’edificio oggi è pieno. È in questo contesto che è arrivata la nuova legge sulla detenzione domiciliare per detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti, la legge 5 agosto 2026, n. 140, entrata in vigore il 21 agosto. La norma consente, in presenza dei requisiti previsti, l’accesso alla detenzione domiciliare presso strutture terapeutiche o, in determinate condizioni, presso un luogo idoneo diverso dalle strutture residenziali, per condanne fino a otto anni, con un limite di quattro anni in alcune ipotesi relative ai reati di cui all’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario. Nordio ha parlato di una misura destinata a consentire l’uscita dal carcere di almeno 10mila persone. Ma qui arriva il problema. Le premesse finanziarie e organizzative non sono rassicuranti. Per il 2026 la copertura indicata dal Ministero riguarda circa 500 persone; lo stesso Ministero ha spiegato che l’obiettivo dei 10mila va inteso in una prospettiva pluriennale. E poi ci sono le comunità. Se i posti non ci sono, la misura rischia di restare sulla carta. Se le comunità sono piene, il detenuto rimane in carcere. Se mancano risorse, personale e strutture, non basta approvare una legge per trasformare una porta blindata in una porta aperta. È qui che il provvedimento rischia di rivelarsi un’occasione mancata: non perché l’idea di curare la dipendenza invece di limitarsi a punirla sia sbagliata, ma perché una buona idea, senza strutture sufficienti, rischia di diventare soltanto un’altra promessa. Intanto nelle celle si continua a vivere. Si continua a morire. Si continua ad aspettare una visita medica. Si continua a stare in pochi metri quadrati. Si continua a convivere con la sofferenza psichica. Si continua a dormire in istituti che, in alcuni casi, hanno più del doppio delle persone che potrebbero ragionevolmente ospitare. L’articolo 27 della Costituzione non dice che la pena deve essere piacevole. Dice che deve essere umana e che deve tendere alla rieducazione. È una differenza enorme. Perché la sofferenza non è la pena. La pena è la reclusione. Tutto ciò che viene aggiunto senza essere necessario all’esecuzione della pena - l’abbandono sanitario, il sovraffollamento intollerabile, la degradazione, l’umiliazione - non rende la giustizia più giusta. La rende soltanto più crudele. E allora forse, prima di scrivere “buttate via la chiave” sotto l’ennesimo articolo sul carcere, sarebbe sufficiente fermarsi un momento. Pensare che dietro quella porta c’è una persona. Pensare che potrebbe essere innocente. Pensare che potrebbe essere malata. Pensare che potrebbe avere una madre, un padre, un figlio che la aspettano. Pensare, soprattutto, che lo Stato che oggi tratta con disprezzo la persona detenuta sarà lo stesso Stato chiamato domani a garantire i nostri diritti e quelli dei nostri figli. Perché in carcere, davvero, potremmo finirci tutti. *Garante comunale di Cosenza per i diritti delle persone private della libertà personale Lavoro in carcere, cercansi imprenditori sensibili di Ilaria Dioguardi vita.it, 28 agosto 2026 Quasi mille offerte di lavoro attivate a persone detenute ammesse a lavorare all’esterno. È il risultato raggiunto finora da Seconda Chance, associazione che dal 2022 mette in contatto imprenditori e ristretti. È stata creata dalla giornalista Flavia Filippi: “Cerchiamo aziende sensibili. Sono ormai tante centinaia le richieste di lavoro che non siamo riusciti a soddisfare”. “Sono oltre 950 le offerte di lavoro attivate finora alle persone detenute da Seconda Chance grazie all’adesione di aziende di ogni dimensione e settore. Ma siamo sommersi dalle richieste”. A parlare è Flavia Filippi, giornalista del Tg La7. Nel 2022 diede vita all’associazione non profit, che fa conoscere alle imprese la legge Smuraglia, che offre agevolazioni a chi assume detenuti ammessi al lavoro esterno. Con una solida struttura nazionale, con referenti regionali e collaboratori in molte città, Seconda Chance opera direttamente sul campo cercando adesioni attraverso un attivo “porta a porta”, nella consapevolezza che solo una sistematica azione artigianale può sconfiggere i pregiudizi. Secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia, al 31 dicembre 2025, sul totale delle persone detenute lavoranti, l’85,6% lavorava alle dipendenze dell’amministrazione (18.580 su 21.709 totali lavoranti), circa il 29,3% della popolazione ristretta complessiva. Solo 2903 ristretti (su un totale di 63.499 persone recluse) erano lavoranti non alle dipendenze dell’amministrazione. Filippi, come lavorate in Seconda Chance? Siamo in stretto contatto con tutte le carceri italiane. I nostri collaboratori locali accompagnano gli imprenditori e i referenti delle risorse umane ai colloqui con i candidati preselezionati sulla base delle esigenze specifiche. Continuiamo a supportare le aziende anche nei procedimenti amministrativi che seguono i colloqui, fino all’inserimento dei lavoratori in azienda. Grazie alla legge Smuraglia (193/2000) le imprese possono ottenere agevolazioni anche per contratti part time o a tempo determinato. Hanno aderito finora molte aziende: da Primark a Terna, MyChef, Cirfood, Gruppo Cremonini, Autostrade per l’Italia. E anche il Vaticano, Autogrill, Illycaffè, McDonald’s, Burger King, l’Istituto Superiore di Sanità, Acqua Vera, Gruppo Palombini, Arcaplanet, Nespresso, Kfc.Il team di Seconda Chance è formato da persone operative in ogni regione, che impiegano molte ore della loro giornata per cercare aziende disponibili ad aderire al progetto. Siamo in continua crescita e siamo sostenuti dalla stima non solo dei detenuti, delle famiglie, degli avvocati, ma anche del ministero della Giustizia, delle sue articolazioni regionali e degli imprenditori di ogni angolo d’Italia. La popolazione detenuta scrive continuamente a info@secondachance.net, sempre a quest’indirizzo ci scrivono molti imprenditori per proporsi. Ma ovviamente avremmo bisogno di molte più proposte di lavoro, le richieste sono enormemente più numerose delle offerte: per 10 mail dei detenuti ce ne sarà una di un’impresa, avremmo bisogno del contrario. Come vi approcciate alle aziende? Alle aziende diciamo che non devono sposare una persona detenuta, possono provare a farla lavorare quattro-sei mesi, così salvano veramente una vita, aiutano un uomo che è in ginocchio. Chiediamo loro di venire a vedere con noi, di darci la possibilità di dimostrare loro. Ci sono anche delle agevolazioni fiscali, però è l’insieme del progetto che l’imprenditore deve apprezzare. Ci sono ancora delle resistenze, delle paure, anche per questo sarebbe importante allargare la squadra di Seconda Chance, per avere la possibilità di spiegare bene alle aziende di cosa si tratta. Quante sono le richieste delle persone detenute e quante siete riusciti a soddisfare? Sono oltre 950 le offerte di lavoro procurate finora da Seconda Chance grazie all’adesione di aziende di ogni dimensione e settore. Ma sono centinaia e centinaia, forse ormai migliaia, le richieste che non siamo riusciti a soddisfare. Abbiamo un protocollo d’intesa con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, da poco rinnovato per un altro anno, e altri protocolli, tra gli altri, con Fipe Confcommercio, con Ance, con la Biennale di Venezia, con l’Associazione veneziana degli Albergatori. Facciamo conoscere agli imprenditori anche la possibilità di fare impresa in carcere: li portiamo negli istituti a visionare i capannoni e i locali inutilizzati che le direzioni concedono in comodato d’uso gratuito: lavanderie industriali, sartorie, officine, falegnamerie, call center, biscottifici… I costi del personale sono vantaggiosi. Abbiamo inaugurato da poco un call center nel carcere di Porto Azzurro. Sono molte le attività commerciali che si possono avviare in carcere sfruttando una manodopera a costi agevolati e regalando tante seconde possibilità ai detenuti non ammessi a lavorare fuori. Inoltre, le aziende formano on the job le persone. In passato, con Bosch Italia abbiamo formato nel carcere di Ancona 20 detenuti futuri impiantisti di climatizzatori. Con Ikea abbiamo trasformato e arredato una parte del carcere di Frosinone. La Federtennis ha donato un campo a Rebibbia Nuovo complesso e la Federbasket un campo a Secondigliano (Napoli), dove abbiamo appena inaugurato una fantastica Cittadella dello Sport con campo da calcio e campi da padel a disposizione dei 1500 detenuti. Con Orienta organizziamo corsi di logistica. Facciamo un passo indietro. Come inizia l’avventura di Seconda Chance? Seconda Chance nasce ufficialmente il 7 luglio 2022, quando io già da un anno e mezzo mi occupavo del progetto, da sola. Poi ho registrato il logo, il marchio e sono partita, da Roma. Ho visto che via via mi chiedevano aiuto persone da altre città d’Italia; ho iniziato a lavorare con le aziende a distanza, per telefono, da Milano ad Agrigento. Piano piano ho capito che si doveva creare una squadra nazionale, sono tuttora impegnata nel completamento, abbiamo poche risorse: cinque persone in Lombardia, tre in Piemonte, due in Liguria, tre in Veneto, una in Friuli-Venezia Giulia, due in Emilia-Romagna. Sono poche, siamo sommersi dagli appelli dei detenuti, delle persone in detenzione domiciliare, degli affidati in prova, degli ex detenuti. È un lavoro enorme. Perché è un lavoro enorme? Non ci limitiamo a portare l’azienda in carcere. Noi rispondiamo al telefono e alle mail ai detenuti, li cataloghiamo, li accompagniamo ai colloqui. Parliamo con i direttori delle carceri, con gli educatori, coi consulenti aziendali, con gli avvocati dei detenuti, con le loro mogli e figli. È un’onda travolgente. E le situazioni sono molto complesse. È un lavoro pieno di soddisfazioni ma anche con qualche delusione. Faccio un esempio. Quando riusciamo a convincere faticosamente un ristoratore ad assumere una persona, se siamo nel mese di maggio, ora che organizziamo i colloqui con i candidati e vengono in carcere a conoscerli, fanno la richiesta e viene accolta, il detenuto inizia a lavorare quando ormai è novembre-dicembre. Oppure, ci sono i rigetti. O ancora, ci sono le persone che ogni tanto hanno una ricaduta oppure ci sono le aziende che le sfruttano. Poi ci sono le aziende che offrono i part time, che sono provvidenziali ma con 800 euro al mese queste persone come fanno a sostenere le loro famiglie? Anche gli impieghi a tempo parziale sono, ovviamente, importanti per queste persone. Di recente, Primark ci ha offerto oltre 50 posti di lavoro con detenuti che lavorano da Torino a Catania, stiamo avviando adesso dei contratti con Tiger. Nella ristorazione, a volte, è difficile perché c’è necessità anche di turni serali e se una persona deve tornare in carcere non può lavorare di sera. Oppure, se troviamo un posto di lavoro in un’azienda agricola, che è mal collegata, il detenuto non sa come arrivarci dall’istituto di pena. Di cosa c’è urgente bisogno? Abbiamo la consapevolezza che abbiamo bisogno di fondi, abbiamo necessità di persone che lavorino per Seconda Chance. Siamo una trentina di persone, potremmo essere di più: molti psicologi, criminologi vorrebbero collaborare con noi. Ma ovviamente cercano un vero lavoro e noi abbiamo poche risorse economiche, grazie a bandi e a finanziamenti, ad esempio, della Fondazione Azimut, della Fondazione Alia Falck. In passato, ci hanno sostenuto Intesa Sanpaolo e Fondazione Roma. In Italia ci sono 189 carceri, le richieste delle persone arrivano da tutti gli istituti di pena, molti ergastolani escono in permesso premio e ci chiamano per chiedere aiuto. Come si fa ad avere una squadra di persone formate, di professioniste e semi professioniste, che però lavorano gratis ad un progetto così impegnativo e delicato? Se una persona si dedica 8-10 ore al giorno ad un progetto è un vero lavoro, non si tratta di rimborsarle il costo della benzina. Con noi collaborano persone che hanno investito tempo nella formazione, che vanno a parlare col detenuto che è in un momento di crisi, con l’imprenditore che non vuole rinnovare il contratto, in continuazione sono impegnate in video call, nelle grandi città viaggiano da una parte all’altra. Io sono contentissima di Seconda Chance, sono molto fiera e orgogliosa dei miei compagni di avventura. Però ritengo che siamo letteralmente abbandonati dalle istituzioni. Qua non si tratta di un semplice incrocio di domanda ed offerta. Ci spiega meglio come funziona, in pratica, il vostro lavoro? Noi cerchiamo le aziende. Dopo averci parlato, se ci danno la disponibilità di alcuni posti di lavoro, fissiamo gli appuntamenti nelle carceri tra le persone detenute e i referenti delle risorse umane delle imprese. A Roma Rebibbia IIIª casa, nei mesi scorsi abbiamo trovato lavoro ad un carpentiere, ad una persona che è andata a lavorare in un autonoleggio, a due camerieri, a un termoidraulico. Ma io ho un senso di frustrazione: ad un ragazzo di 30 anni è più semplice trovare lavoro, ma a persone di 70 anni è ovviamente molto più difficile. E siamo pieni di richieste di persone non giovani. Si ricorda la prima persona che è riuscita ad aiutare? Si chiama Gennaro, è di Napoli. È stato il mio orgoglio all’Istituto Superiore di sanità-Iss, che mi aveva detto che poteva offrire tre posizioni. In quel caso, il carcere ha scelto queste persone e le ha mandate all’Iss. Questa è stata l’unica volta, tutte le altre siamo andati in carcere a fare noi i colloqui ai detenuti insieme ai referenti delle risorse umane. Mi ricordo Marcello, assunto in un ristorante di Roma, che durante l’incontro aveva spiegato come preparava le lasagne, creava la crosticina con un fornelletto. Di Palermo, quest’uomo era in carcere da 21 anni e quando è uscito, camminava traballando: in tutto quel tempo non era mai uscito. Era entrato quando c’erano ancora le lire e non c’erano ancora i cellulari. Anche lui mi ha dato un sacco di soddisfazioni, è un ottimo cuoco. Il mio obiettivo è che tanti miei colleghi arrivino a fare questo lavoro, come molti stanno già facendo, a tempo pieno, non si può fare diversamente. Non esistono ferie, anche ad agosto siamo stati presenti, per le persone che ci cercavano dalle carceri e fuori. E non esistono orari. In tanti le chiederanno: “Chi glielo fa fare?” Io non conosco un altro modo di fare le cose, devo sapere che ho fatto di tutto per poter fare bene, anche se fallisco e sbaglio, però mi ci sono impegnata. Ribadisco, mi piacerebbe finire di costruire la squadra di Seconda Chance perché soltanto in questo modo si può veramente fare qualcosa di importante sul territorio. Devi dialogare con l’azienda e col carcere, devi prendere per mano l’uno e l’altro e avvicinarli. A distanza non si può fare. Risarcimento per ingiusta detenzione: quando l’assoluzione non basta. Confronto con gli altri Stati di Alessandro Parrotta* Il Dubbio, 28 agosto 2026 Cinque anni e dieci giorni di custodia cautelare, un’assoluzione definitiva per non aver commesso il fatto, nessuna riparazione. Il caso di Rocco Femia porta allo scoperto una delle asimmetrie meno difendibili del nostro ordinamento: la stessa condotta che, nel processo penale, si è rivelata priva di significato probatorio diventa, nel giudizio riparatorio, la ragione per cui lo Stato nulla deve. Non è un errore dei giudici: è il modo in cui la legge è scritta. Gli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale costruiscono un indennizzo, non un risarcimento. Presuppongono l’assoluzione con formula di merito ma escludono il diritto quando l’interessato abbia dato causa alla detenzione con condotta dolosa o gravemente colposa; il tetto è fissato in 516.456,90 euro, tradotto dalla giurisprudenza in circa 235 euro per giorno di ingiusta detenzione. La clausola di esclusione ha una logica autonoma rispetto all’accertamento penale ed è proprio questa autonomia, in astratto legittima, a produrre l’esito paradossale quando la grave imprudenza viene individuata non in un contegno processuale ma in relazioni personali e parentali che la sentenza di merito aveva espressamente ritenuto inidonee a fondare alcunché. La comparazione aiuta a collocare il punto di rottura. In Francia l’articolo 149 del code de procédure pénale riconosce a chi ha subito detenzione provvisoria conclusa con non-lieu, relaxe o acquittement definitivi il diritto alla riparazione integrale del pregiudizio morale e materiale, senza alcun massimale legale. Le cause di esclusione sono tassative: irresponsabilità ex articolo 122-1 del code pénal, amnistia successiva alla misura, prescrizione sopravvenuta alla liberazione, contemporanea detenzione per altra causa, autoaccusa volontaria per coprire il vero autore. Nessuna clausola di colpa grave. Decide il primo presidente della corte d’appello, con ricorso entro dieci giorni alla Commission nationale de réparation des détentions istituita presso la Cour de cassation (articolo 149-3). La Germania adotta il modello opposto quanto al quantum e affine al nostro quanto ai filtri. Il paragrafo 7, comma 3, dello StrEG liquida forfettariamente 75 euro per ogni giorno iniziato di privazione della libertà, importo elevato nel 2020 e oggi oggetto di un progetto di riforma; il paragrafo 5, comma 2, esclude l’indennizzo per chi abbia causato la misura con dolo o colpa grave. Ma la grobe Fahrlässigkeit è ancorata a condotte processuali determinate, come dichiarazioni mendaci o silenzio su circostanze discolpanti, non a una valutazione diffusa delle frequentazioni dell’indagato. La Spagna ha vissuto una parabola istruttiva. L’articolo 294 della Ley Orgánica del Poder Judicial limitava l’indennizzo a chi fosse assolto per inesistenza del fatto contestato. Con la sentenza 85/2019 del 19 giugno 2019 il Tribunal Constitucional ha dichiarato incostituzionali quell’inciso e quello ad esso collegato, per contrasto con gli articoli 14 e 24.2 della Costituzione: distinguere fra inesistenza oggettiva del fatto e mancata prova della partecipazione significa fondare il diniego su un giudizio che intacca la presunzione di innocenza. Inghilterra e Galles rappresentano l’estremo restrittivo. La section 133 del Criminal Justice Act 1988, come modificata nel 2014, riconosce la compensation solo se un fatto nuovo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il richiedente non ha commesso il reato: soglia che nella prassi respinge la quasi totalità delle istanze. La Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Nealon e Hallam contro Regno Unito dell’11 giugno 2024, ha escluso la violazione dell’articolo 6, paragrafo 2, ritenendo decisivo soltanto che la motivazione del diniego non imputi al richiedente una responsabilità penale. Negli Stati Uniti il canale federale, disciplinato dai paragrafi 1495 e 2513 del titolo 28 dello United States Code, richiede un certificate of innocence e impone un tetto di 50.000 dollari per anno di detenzione, elevato a 100.000 per il braccio della morte. Vi si legge una clausola familiare: il richiedente deve provare di non aver provocato il proprio processo per misconduct or neglect. Il quadro che ne emerge non è quello di un’Italia isolata. Quasi tutti gli ordinamenti conoscono un filtro soggettivo e l’articolo 5, paragrafo 5, della Convenzione europea impone una riparazione effettiva per la detenzione illegittima, non un indennizzo automatico dopo ogni assoluzione. La differenza è di tecnica normativa prima che di sensibilità: dove il filtro è tipizzato, per condotte processuali determinate o elenchi chiusi, esso seleziona; dove è affidato a una clausola generale applicata ex post, può riassorbire l’assoluzione e svuotarla dall’interno. Il caso Femia mostra il costo della seconda opzione. Un sindaco assolto, riconosciuto dal Collegio d’appello come autore di atti amministrativi frontalmente ostili al clan, resta senza ristoro perché quei rapporti che il giudice penale ha ritenuto non provare nulla bastano, altrove, a provare tutto. Se una riforma è pensabile non passa dall’abolizione della colpa grave (che una sua ragionevolezza la conserva) ma dalla sua tipizzazione e dal divieto di fondarla su elementi che il giudizio di merito abbia espressamente valutato e disatteso. Altrimenti la riparazione resta ciò che oggi appare: una promessa costituzionale che l’ordinamento riconosce in linea di principio e recupera, quasi sempre, nel momento in cui dovrebbe pagarla. *Avvocato, Direttore Ispeg Sassari. Morto a Bancali, la madre: “Non doveva stare lì” di Franco Insardà Il Dubbio, 28 agosto 2026 Dal 21 agosto è legge la riforma voluta dal ministro Nordio che prevede la possibilità, a determinate condizioni, per i detenuti tossicodipendenti di scontare la pena ai domiciliari o in comunità di recupero. È una riforma che arriva mentre nelle carceri italiane il problema della dipendenza continua a intrecciarsi con quello della salute mentale, del sovraffollamento e della carenza di percorsi terapeutici. E arriva, in Sardegna, mentre una madre piange la morte del figlio di 35 anni, Giuseppe Spanu, deceduto alla fine di luglio nel carcere di Bancali dopo l’incendio appiccato nella cella del reparto sanitario. A tre settimane dalla morte del 35enne di Nulvi resta aperta la domanda su quanto accaduto nelle ultime ore di vita del giovane. La Procura sta ancora svolgendo gli accertamenti per ricostruire la dinamica dell’incendio e stabilire eventuali responsabilità. A riportare nuovamente l’attenzione sulla vicenda è stata la garante regionale delle persone private della libertà, Irene Testa, che ha raccontato una lunga telefonata avuta con Elena, la madre di Giuseppe. Una testimonianza che restituisce soprattutto il dolore di una famiglia e le difficoltà affrontate dal giovane prima e durante la detenzione. “Oggi ho sentito Elena, la mamma di Giuseppe, morto nel carcere di Bancali dentro una cella rovente”, ha scritto Testa sui suoi social. La garante ha precisato che saranno la magistratura e le indagini a stabilire “come sia potuto accadere e quali siano state le responsabilità”. Ma dietro l’inchiesta giudiziaria, ha sottolineato, c’è la storia personale di un ragazzo segnato da fragilità psichiche e problemi di dipendenza. Secondo il racconto riferito dalla garante, Giuseppe era molto legato alla madre. Era entrato nel circuito penale per piccoli reati, all’interno di una vicenda personale caratterizzata dal disagio psichiatrico e dall’abuso di sostanze. Una condizione di fragilità che, secondo Testa, avrebbe richiesto soprattutto interventi sanitari e sociali prima ancora dell’ingresso in carcere. È proprio questo uno degli aspetti sui quali la madre continua a interrogarsi. Elena, racconta la garante, non riesce a comprendere come suo figlio abbia potuto morire mentre si trovava sotto la custodia dello Stato. “Non mi ha chiamata per essere consolata - ha riferito Testa - ma perché non riesce a capacitarsi di ciò che è accaduto”. Nel racconto della madre ci sono anche le telefonate ricevute dal figlio durante la detenzione. Giuseppe le avrebbe più volte detto di stare male, di avere caldo, di non riuscire più a sopportare la permanenza in carcere. “Mi diceva che stava male, che aveva caldo, che in carcere stava impazzendo”, è il senso delle parole che Elena avrebbe riferito alla garante. Sono frasi che, alla luce della tragedia, assumono un peso ancora maggiore. Il giovane si trovava infatti nella sezione sanitaria dell’istituto quando, secondo una prima ricostruzione ancora al vaglio degli inquirenti, si sarebbe barricato nella cella, avrebbe ostruito l’ingresso e dato fuoco al materasso e agli arredi. Gli agenti della Polizia penitenziaria intervenuti per soccorrerlo si sarebbero trovati davanti a una situazione estremamente difficile, con fumo e fiamme che impedivano di raggiungere rapidamente il detenuto. Quando sono riusciti ad accedere alla cella, Giuseppe si sarebbe rifugiato nel bagno. Nove poliziotti sono rimasti ustionati o intossicati durante le operazioni di soccorso. L’autopsia, affidata al medico legale Jessica Sanna, non sarebbe però stato sufficiente da sola a chiarire ogni aspetto della morte e sarebbero necessari ulteriori accertamenti. Saranno quindi gli esami medico-legali e l’attività investigativa a stabilire con precisione le cause del decesso e la sequenza degli eventi. Intanto, per la famiglia, resta il dolore per una morte arrivata dopo un percorso segnato dalla sofferenza. Elena ha potuto vedere il corpo del figlio dopo l’autopsia. Un momento che, secondo il racconto di Testa, è rimasto impresso nella sua memoria. La donna avrebbe continuato a parlare del sorriso di Giuseppe, cercando di riconoscere nel volto del figlio quella persona che conosceva prima della detenzione e delle difficoltà. È soprattutto attraverso la voce della madre che emerge la dimensione umana della vicenda. “Giuseppe era un bravo ragazzo, bello, legatissimo a sua madre”, ha raccontato la garante. Un ragazzo che, prima di arrivare in carcere, avrebbe avuto bisogno di cure e di un percorso di accompagnamento adeguato alla sua condizione. Da qui la riflessione più ampia sollevata da Testa sulle risposte offerte alle persone con problemi psichiatrici e di dipendenza. Secondo la garante, troppe volte il carcere finisce per diventare il luogo nel quale arrivano persone che, prima, non hanno trovato fuori dalle mura penitenziarie una comunità, un servizio sanitario o una rete sociale in grado di occuparsi di loro. La vicenda di Giuseppe si inserisce così in un quadro più generale di difficoltà del sistema penitenziario sardo. La relazione annuale, presentata dalla garante sarda alla fine di maggio, aveva evidenziato, in particolare, la forte presenza di detenuti con problemi psichiatrici, dipendenze e necessità di terapie continuative. A Uta, su 729 detenuti presi in esame, il 92% risultava sottoposto a terapie continuative; il 48,56% assumeva terapie di tipo psichiatrico, mentre il 34,29% presentava patologie psichiatriche conclamate. L’8,64% seguiva invece una terapia metadonica. Anche Bancali deve fare i conti con un numero di detenuti superiore alla capienza regolamentare. La struttura, progettata per 458 posti, ospita circa 572 persone secondo le rilevazioni citate, con un livello di occupazione che supera il 100%. Nel carcere sassarese è inoltre presente una sezione dedicata al regime di 41-bis, con oltre 90 detenuti. In questo contesto, la morte di Giuseppe riporta al centro non soltanto le responsabilità da accertare per quanto avvenuto nella cella, ma anche il tema della presa in carico delle persone più fragili. La madre, attraverso il dolore per la perdita del figlio, pone una domanda che va oltre il singolo caso: perché Giuseppe non sia riuscito a trovare prima un percorso di cura capace di sottrarlo alla spirale della dipendenza, della sofferenza psichica e dei problemi giudiziari. “Quante persone fragili finiscono ancora in carcere perché fuori non hanno trovato una cura, una comunità o un servizio capace di prenderle in carico?”, è la domanda posta dalla garante. Per Elena, ha raccontato Testa, l’unica forma possibile di giustizia passa ora dalla verità. Trento. Un detenuto su quattro ha meno di 5 euro sul conto di Simone Casciano e Lucia Ori iltquotidiano.it, 28 agosto 2026 Nella lista dei bisogni rasoi e assorbenti (che non sono garantiti). La Caritas interviene ogni mese per garantire almeno 10 euro a circa un centinaio di detenuti e nel 2025 ha distribuito oltre 800 pacchi di aiuti. In carcere a Trento la vita costa ed è a carico dei singoli detenuti, almeno quello che serve per avere un po’ di sollievo da condizioni per nulla semplici, il lavoro è poco e i soldi sono ancora meno. È questo quello che emerge dall’analisi della situazione reddituale delle persone detenute, dalla loro situazione lavorativa e dai costi relativi alle spese sopravvittuarie. I dati dicono che quasi un detenuto su 4 ha meno di 5 euro sul proprio conto corrente e che metà delle persone detenute non riesce a lavorare perché mancano i fondi per retribuirli. In questo contesto è fondamentale l’impegno della diocesi che attraverso la Caritas ogni mese si impegna a far si che tutti i detenuti abbiamo almeno 10 euro sul conto, contribuendo per coloro che non raggiungono quella cifra, che corrispondono a circa un centinaio di persone. “Non solo, forniamo anche pacchi di aiuti: vestiti, prodotti sanitari e quello di cui hanno bisogno - racconta Raffaele Michelotti della Fondazione Caritas diocesana - Nel 2025 abbiamo distribuito alle persone detenute più di 800 pacchi, mai così tanti e il bisogno sarebbe anche maggiore”. Lavoro e reddito - La possibilità per i detenuti di lavorare, e quindi di poter guadagnare uno stipendio alla fine del mese, diventa centrale se si pensa che circa il 60% delle persone detenute ha origine straniera e non ha necessariamente una famiglia alle spalle sul territorio che possa fornire un supporto economico e materiale durante il periodo di detenzione. A Spini di Gardolo, secondo i dati forniti dalla Casa circondariale, sono 24 i detenuti semiliberi che svolgono attività lavorativa all’esterno, anche se non tutti risultano necessariamente retribuiti. Sono invece 105 le persone impiegate in attività lavorative intramurarie, con una retribuzione media di circa 447 euro al mese. A questi si aggiungono 37 detenuti che lavorano con cooperative sociali, tra cui Kaleidoscopio e Le Venature, e 59 persone impegnate in attività di formazione retribuita. Resta però una parte consistente della popolazione detenuta esclusa dal lavoro: sono 176 le persone che non svolgono alcuna attività lavorativa. La motivazione indicata dalla stessa amministrazione penitenziaria è la “carenza di posti disponibili”, dovuta in gran parte alla carenza di risorse sul capitolo di spesa destinato al pagamento delle retribuzioni. Una situazione che pesa anche considerando che circa un centinaio di detenuti dispone di meno di 5 euro sul proprio conto. E, almeno per quanto riguarda l’amministrazione penitenziaria, “non esiste alcuna misura strutturata a motivo di sostegno economico per i detenuti indigenti” La lista dei bisogni - La disponibilità economica permette ai detenuti di affrontare anche spese che, fuori dal carcere, potrebbero sembrare ordinarie: ricaricare il telefono per poter parlare con il proprio legale o con i propri cari, comprare prodotti per l’igiene personale, un giornale o semplicemente qualcosa in più rispetto ai pasti forniti dall’amministrazione. Attraverso il cosiddetto “modulo 72” è possibile scegliere da una lista di prodotti, i cui prezzi vengono calcolati sulla base di quelli praticati nei supermercati vicini alla Casa circondariale. Si va dagli alimenti, come caffè, pasta, frutta e verdura, fino ai prodotti per l’igiene personale e ai giornali. Il carcere garantisce tre pasti al giorno, che rientrano nel cosiddetto “mantenimento quotidiano”, per il quale il detenuto è comunque tenuto a pagare, salvo le eccezioni legate alla propria condizione economica. Tutto ciò che va oltre, però, dipende dalla disponibilità individuale e contribuisce a creare differenze molto concrete tra chi può permetterselo e chi no. Un esempio è il ventilatore: durante l’estate può essere acquistato dai detenuti al costo di 30 euro, perché non viene fornito dall’amministrazione penitenziaria. Si tratta, per altro, di una possibilità inserita di recente, visto che, secondo il segretario di Radicali Italiani Filippo Blengino, nel mese di giugno, i detenuti potevano acquistare solo piccoli ventilatori portatili. Lo stesso vale per alcuni prodotti di uso quotidiano. Tra questi ci sono rasoi e assorbenti: questi ultimi devono essere messi a disposizione dal carcere, con “un pacchetto di assorbenti al mese” richiedibile in base alle esigenze della singola donna. In alternativa, è possibile acquistarne uno autonomamente, al costo di 3,69 euro. L’impegno della Caritas - In questo contesto l’impegno della Caritas e della diocesi è più che prezioso. A raccontare l’impegno di Caritas è Raffaele Michelotti. “I detenuti segnalano i problemi economici al cappellano e alle suore che entrano in carcere. Noi poi facciamo un versamento sui conti ogni mese per fare in modo che abbiano almeno 10 euro. Quello che serve per una ricarica telefonica per sentire l’avvocato e poco altro”. Questo il lato economico, ma poi c’è molto altro. “Hanno tanto bisogno di vestiario, quello che riusciamo glielo diamo con le donazioni, ma per calzini, mutande, asciugamani e ciabatte compriamo nuovo, ci sono una ventina di volontari che se ne occupano. E poi occhiali, cancelleria e tanto altro”. Caritas integra anche la fornitura di beni primari. “Assorbenti, prodotti di pulizia intima, non sono mai sufficienti ma facciamo il massimo”. Che il bisogno sia cresciuto Michelotti lo ha visto direttamente. “Un anno fa abbiamo preparato 800 pacchi per detenuti, mai così tanti e il bisogno è ancora maggiore”. Ferrara. “Basta sovraffollamento, oltre 400 detenuti quando la capienza è poco meno di 250” di Claudia Fortini Il Resto del Carlino, 28 agosto 2026 “Basta sovraffollamento, oltre 400 detenuti quando la capienza è poco meno di 250”. Sopralluogo ieri mattina del capogruppo del Partito Democratico in Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, Paolo Calvano, e della capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, Simona Larghetti. “Oltre 400 detenuti in una struttura che potrebbe ospitarne poco meno di 250. Numeri che raccontano con grande evidenza la situazione di sovraffollamento del carcere di Ferrara e le difficoltà che questa condizione determina quotidianamente, sia per le persone detenute sia per chi lavora all’interno della struttura”. A dichiararlo sono Paolo Calvano, capogruppo del Partito Democratico in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, e Simona Larghetti, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, che oggi hanno effettuato un sopralluogo presso la casa circondariale di Ferrara. “Il sovraffollamento - spiegano Calvano e Larghetti - incide inevitabilmente sulla vivibilità degli spazi e rende ancora più complesso il lavoro della direzione del carcere e degli agenti di Polizia penitenziaria. Anche il personale, infatti, è numericamente ben al di sotto di quello che sarebbe necessario per garantire il corretto funzionamento della struttura e affrontare una situazione così complessa”. Alle criticità strutturali e di organico si aggiunge in queste settimane anche il problema delle alte temperature. “La Direzione - proseguono - si è attivata per affrontare l’emergenza attraverso ventilatori e altri sistemi alternativi al condizionamento. Ma è evidente che non possono essere solo soluzioni temporanee a risolvere un problema che riguarda le condizioni di vita e di lavoro all’interno della struttura. Servono interventi strutturali e risposte adeguate da parte del Ministero”. Treviso. La rabbia si può imparare a gestire, nel carcere c’è un progetto per fermare la violenza trevisotoday.it, 28 agosto 2026 Trentadue detenuti del penitenziario di Santa Bona a Treviso hanno partecipato ai primi due cicli di “Coraggiosi, non violenti”, il percorso promosso dall’Ulss 2 per lavorare su emozioni, impulsività e relazioni. L’iniziativa andrà avanti per altri due anni. La violenza, prima di diventare un gesto, passa spesso da un’emozione che non si riesce a riconoscere, da una rabbia che sfugge al controllo, da una relazione che si spezza. È da questo punto che parte “Coraggiosi, non violenti”, il progetto avviato alla Casa Circondariale di Treviso-Santa Bona per aiutare i detenuti a comprendere ciò che accade dentro di loro e a trovare strumenti diversi per affrontare tensioni, conflitti e rapporti con gli altri. L’iniziativa è promossa dall’Ulss 2 Marca Trevigiana insieme a Volontarinsieme ODV e sostenuta per tre annualità dalla Fondazione BCC Pordenonese ETS. Finora sono stati completati due cicli, che hanno coinvolto complessivamente 32 detenuti. Il primo, avviato dopo una fase di valutazione nel luglio 2025, aveva individuato 19 partecipanti, divisi in due gruppi da 10 e 9 persone. Tra settembre e dicembre dello stesso anno ciascun gruppo ha seguito dieci incontri di due ore. Il secondo percorso, invece, si è svolto tra gennaio e luglio di quest’anno e ha coinvolto altri 13 detenuti, sempre attraverso dieci incontri. Nella mattinata di oggi 27 agosto nel penitenziario di Santa Bona a Treviso sono stati consegnati gli attestati di partecipazione, a conclusione dell’esperienza. A condurre il lavoro sono state le psicoterapeute Valentina Cincotto, Veronica Zaninotto e Miriam Bordignon, professioniste esperte nell’approccio del Neo-Funzionalismo. Non un corso teorico sulla violenza, dunque, ma un percorso costruito attraverso esercizi, attività esperienziali e laboratori pensati per intervenire sui meccanismi che possono alimentare comportamenti aggressivi. Al centro degli incontri sono finite emozioni e modalità di relazione. Si è lavorato sull’allentamento del controllo, per permettere ai partecipanti di esprimersi in maniera più autentica, sul contatto con se stessi e con gli altri, sulla “Forza calma”, cioè sulla possibilità di trasformare la rabbia in un’energia consapevole anziché lasciarla diventare aggressività. Spazio anche alla tenerezza, al rispetto dell’altro e alla capacità di riconoscere l’energia aggressiva senza necessariamente trasformarla in violenza. Un altro passaggio ha riguardato le convinzioni personali sulla violenza e quegli automatismi che possono rendere apparentemente inevitabili determinate reazioni. L’obiettivo è stato metterli in discussione e costruire modalità differenti di affrontare le situazioni conflittuali. “Per l’Ulss 2 la realizzazione di “Coraggiosi, non violenti”, progetto corale per il quale ringrazio tutti i partner coinvolti, dimostra che la cura e la sicurezza della comunità possono camminare insieme”, spiega il direttore generale dell’Ulss 2 Giancarlo Bizzarri. “Non abbiamo offerto dei semplici momenti di confronto ai detenuti ma un percorso scientifico strutturato per fornire loro strumenti concreti di gestione emotiva e controllo degli impulsi”. Secondo quanto riferito dalle professioniste e dai coordinatori, i due cicli hanno registrato una partecipazione significativa e risultati ritenuti soddisfacenti, con progressi nella capacità di riconoscere le emozioni, gestirle e affrontare in maniera più funzionale le dinamiche con gli altri. Per Bizzarri, il lavoro ha prodotto anche “il crollo dell’ansia e il riscatto dell’autostima”, elementi che assumono un peso particolare quando il percorso di detenzione deve preparare anche al ritorno nella società. “La scienza ci dice che un uomo con una migliore autostima e una visione critica della violenza è un uomo che, una volta libero, avrà molte meno probabilità di delinquere”, aggiunge il direttore generale, indicando nella continuità dell’intervento uno degli obiettivi per il futuro. Il progetto rientra nelle attività dell’Unità operativa semplice a valenza dipartimentale di Sanità Penitenziaria dell’Ulss 2, che si occupa della salute e del benessere psicofisico delle persone detenute e da anni sviluppa interventi individuali e di gruppo dedicati anche alla prevenzione delle aggressioni e dei comportamenti autolesivi. “Sosteniamo con profonda convinzione questo progetto triennale perché crediamo fermamente che il ruolo di un’istituzione come la nostra sia anche quello di promuovere l’inclusione, la coesione sociale e il valore del recupero della persona”, sottolinea Mauro Verona, presidente della Fondazione BCC Pordenonese ETS. “Investire sulla capacità di gestire le proprie emozioni significa non solo migliorare la qualità della vita all’interno dell’istituto penitenziario, ma anche investire sulla sicurezza e sul benessere dell’intera comunità”. Sul valore della rete insiste anche Anna Corò, presidente di Volontarinsieme ODV. “La prevenzione della violenza passa innanzitutto dalla possibilità di riconoscere le proprie emozioni, comprendere i propri comportamenti e imparare a gestire le situazioni di conflitto in modo diverso”, afferma. Per Corò, però, il punto decisivo è la continuità: “Percorsi di questo tipo hanno bisogno di essere strutturati e non episodici, perché il cambiamento richiede tempo, accompagnamento e la possibilità di consolidare quanto appreso”. Ed è proprio sulla continuità che si concentrerà la prossima fase. “Coraggiosi, non violenti” proseguirà infatti per altre due annualità, con nuovi gruppi di detenuti coinvolti a Santa Bona. L’idea è portare avanti un lavoro nel quale prevenzione e riabilitazione procedano insieme: ridurre le situazioni di conflitto dentro il carcere, ma anche fornire alle persone strumenti che possano tornare utili una volta terminata la detenzione. Perché la scommessa del progetto è che la sicurezza non passi soltanto dal controllo dei comportamenti, ma anche dalla capacità di cambiare ciò che li precede. Venezia. “Corpo libero” cerca sostenitori: raccolta fondi per l’attività fisica dei detenuti Gente Veneta, 28 agosto 2026 L’obiettivo è trasformare il tempo della pena in un percorso di riscatto e dignità, portando istruttori qualificati, attrezzature e programmi di allenamento strutturati all’interno dell’istituto penitenziario maschile veneziano. In un contesto spesso segnato dal sovraffollamento e dalla sedentarietà forzata, l’attività fisica diventa così molto più di un semplice passatempo: è uno strumento fondamentale per abbattere lo stress, prevenire i conflitti e restituire equilibrio a chi sta cercando di ricostruire il proprio futuro. La raccolta fondi lanciata dall’associazione “Il granello di senape” va proprio in questa direzione, alla luce del successo riscontrato dal primo ciclo d’incontri proposto nella Casa circondariale di Santa Maria Maggiore la primavera scorsa in stretta sinergia con il presidente del Cus Venezia, Massimo Zanotto, affiancato da due professionisti nel settore. “In quell’occasione - spiega Maria Voltolina, presidente dell’associazione che opera all’interno e all’esterno degli istituti di pena cittadini per favorire il reinserimento sociale dei detenuti e sensibilizzare sul mondo del carcere - abbiamo beneficiato di un bando regionale. È stata una bella opportunità per i ristretti, che hanno tanto bisogno di movimento, anche perché al momento a Santa Maria Maggiore i giovani sono molti. Quando è uscito il bando della Fondazione di Venezia dedicato alle fragilità, ho pensato che sarebbe stato interessante proporci con il nostro progetto, che vorremmo far partire a settembre e concludere a giugno dell’anno prossimo. Progetto a cui ha lavorato anche Zanotto e che abbiamo poi presentato alla Fondazione: lo ha finanziato in grossa parte e noi ne siamo contenti”. “Il granello di senape” cerca comunque altri fondi preziosi da destinare all’iniziativa, anche perché andranno acquistate nuove attrezzature - chiaramente quelle consentite all’interno della Casa circondariale - per poter svolgere l’attività fisica, come nel caso dei tappettini da yoga (per chi volesse offrire il proprio contributo è possibile visitare il sito web “Rete del dono” e scrivere nel motore di ricerca “Il granello di senape”). “Ogni anno partecipiamo al charity program della Venicemarathon - prosegue Voltolina - e anche per la prossima edizione avremo al nostro fianco i ragazzi di Stella Rossa Venezia, che correranno per l’associazione. Ci hanno già destinato un’importante donazione, di cui siamo grati. Il progetto dedicato all’attività fisica in carcere, che abbiamo chiamato “Corpo libero”, consisterà in incontri bisettimanali guidati dagli esperti del Cus. Contiamo di poter sfruttare anche gli spazi all’aperto, cosa tuttavia non semplice in termini di sicurezza. Il titolo scelto dà proprio l’idea di cos’è davvero la libertà: il fatto di allenare il corpo in maniera sana è sinonimo di tornare a volersi bene e di avere cura di sé. Un concetto che va ben oltre il metter su muscoli per una pura questione estetica. L’obiettivo è quello di proporre un’attività che aiuti a stare meglio non solo il corpo, ma pure la mente. In primavera hanno insegnato ai ristretti anche degli esercizi che possono essere svolti in spazi piccoli, come le celle. Alla teoria seguirà soprattutto tanta pratica; ne hanno bisogno, altrimenti trascorrere la giornata è dura”. Voltolina ringrazia sin da ora quanti vorranno sostenere l’iniziativa e ricorda come l’associazione, oggi, stia restaurando la biblioteca e stia portando avanti il laboratorio di lettura e scrittura. Carinola (Ce). Detenuti avviati al lavoro agricolo, concluso progetto Novamont-Terra Felix ansa.it, 28 agosto 2026 Si è concluso il progetto “Bioeconomia per l’inclusione”, dedicato al reinserimento sociale dei detenuti del carcere di Carinola (Caserta), promosso da Novamont, società di Versalis (Eni), in collaborazione con Terra Felix, cooperativa attiva in Campania su progetti di integrazione sociale, agricoltura rigenerativa. Il progetto ha coinvolto cinque detenuti in un percorso di formazione legato all’agricoltura più sostenibile, con l’obiettivo di favorire l’acquisizione di competenze utili al reinserimento sociale e lavorativo. Il progetto, partito nel novembre 2025 all’interno del carcere, si è sviluppato attraverso un’attività dimostrativa “in campo” di stesura dei teli per pacciamatura biodegradabili in suolo, svolta insieme a studenti delle scuole agrarie e degli istituti superiori della provincia di Caserta. Nei mesi successivi, i detenuti hanno lavorato nell’area agricola del carcere, continuando a maturare competenze nell’uso di tecnologie e strumenti innovativi applicati all’agricoltura sostenibile. Un momento centrale del percorso è stato l’Open Day del 5 maggio 2026, che ha aperto il progetto al territorio, con tanti cittadini che hanno potuto visitare non solo il tenimento agricolo di Carinola, ma anche i terreni e le serre di Santa Maria La Fossa, dove Novamont e Terra Felix hanno sviluppato negli anni precedenti progetti innovativi di agricoltura sostenibile, attraverso l’utilizzo di soluzioni che non si accumulano nel suolo, come i teli per pacciamatura biodegradabili in Mater-Bi, le clip compostabili e prodotti fitosanitari Ager-Bi a base di acido pelargonico. Per Francesco Pascale, Direttore Terra Felix, “trasferire competenze specialistiche nei percorsi di inclusione lavorativa dei detenuti contribuisce ad accrescere competenze spendibili nel mercato del lavoro”. Soddisfatta anche Giulia Gregori, dirigente di Novamont, secondo cui tale iniziativa dimostra come “mettendo in rete impresa, cooperazione sociale, istituzioni e scuola è possibile creare opportunità reali di formazione, inclusione e rigenerazione”. Monza. Nel carcere ci sono 115 persone in attesa di giudizio e il detenuto più anziano ha 88 anni monzatoday.it, 28 agosto 2026 Mercoledì 26 agosto la Camera Penale di Monza ha effettuato un sopralluogo in carcere. Al termine della visita è emersa la necessità di incrementare la giustizia riparativa. Non è solo un problema di numeri con un’alta percentuale (quasi la metà) di detenuti con serie fragilità di salute mentale. Nel carcere di Monza è necessario incrementare la giustizia riparativa. Questo quanto emerso al termine del sopralluogo organizzato nella giornata di mercoledì 26 agosto dalla Camera Penale di Monza. L’iniziativa - chiamata “Ristretti in agosto” - è stata promossa a livello nazionale dall’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi) e si svolta grazie alla piena disponibilità della direttrice di Sanquirico, Cosima Buccoliero. Alla visita hanno partecipato anche l’assessora Andreina Fumagalli e il consigliere comunale Paolo Piffer (Civicamente) che conosce molto bene le criticità all’interno della struttura e che più volte le ha portate anche all’attenzione del consiglio comunale. Chi sono i detenuti del carcere di Monza - I problemi all’interno della casa circondariale brianzola sono noti da tempo, in primis il sovraffollamento: a fronte di una capienza regolamentare di 413 posti, oggi ci sono 740 detenuti. Di cui 553 con condanna definitiva; 115 in attesa di primo giudizio; 51 appellanti e 17 ricorrenti. L’età media si attesta sui 40 anni: il più giovane ha 18 anni, il più anziano 88. I detenuti che svolgono attività lavorative sono 294. Allarmi aggressioni e tentativi di suicidio - Il problema più grave riguarda l’alta percentuale di detenuti con seri disagi psichiatrici. I numeri sono allarmanti: nel corso del 2026 sono stati 93 gli episodi di autolesionismo, 13 i tentativi di suicidio, 10 le aggressioni contro il personale e 68 quelle tra detenuti. Al di là delle analisi dei numeri e dell’emergenza strutturale, la visita è stata soprattutto un momento di profonda riflessione politica, giuridica ed umana sul tema della la giustizia riparativa. “La vera svolta è la giustizia riparativa” - Su questo tema la Camera Penale di Monza e i rappresentanti istituzionali presenti hanno inteso porre una forte e specifica enfasi. Parlare di carcere e di pena non può infatti esaurirsi nel binomio “custodia e sicurezza” o nella mera esecuzione della sanzione: la vera sfida costituzionale consiste nel ricomporre le fratture generate dal reato. “La giustizia riparativa rappresenta la vera chiave di svolta - hanno spiegato al termine della visita -. Un paradigma capace di mettere al centro l’ascolto e la tutela delle vittime, garantendo loro uno spazio di ascolto e riconoscimento, e al contempo di offrire alla persona detenuta un reale percorso di responsabilizzazione, consapevolezza e reinserimento sociale. Soltanto investendo sul dialogo, sulla mediazione e sul legame con la comunità esterna è possibile trasformare il tempo della pena in un’opportunità di riscatto e di vera prevenzione della recidiva”. Lo sportello all’interno del carcere - Nel carcere monzese è attivo uno sportello dedicato alla Giustizia riparativa. Nei prossimi mesi sono in programma iniziative condivise con le realtà locali al fine di implementare la conoscenza del servizio e dare alla cittadinanza strumenti di conoscenza dell’istituto. Castelfranco Emilia (Mo). Palla ovale in campo per i detenuti: “Il rugby un’occasione di riscatto” di Elia Biavardi Il Resto del Carlino, 28 agosto 2026 Castelfranco Emilia, è nata ad aprile “Placcare il passato, costruire il futuro”: iniziativa di reinserimento sociale. Gli allenatori: “La soddisfazione più grande è dare stimoli positivi a ragazzi che vengono da situazioni difficili”. Una palla dalla forma insolita e da imparare a domare, due appuntamenti alla settimana, un’ora e mezza per sessione. Da aprile a luglio scorsi il campo della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia si è trasformato in uno spazio di crescita e disciplina grazie al progetto ‘Placcare il passato, costruire il futuro’, promosso dalla Casa di Lavoro di Modena con il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria di Emilia-Romagna e Marche, sostenuto da Fondazione di Modena e realizzato con la partnership operativa del Modena Rugby 1965. L’iniziativa, a partecipazione volontaria, ha riscosso grande successo: “La risposta è stata ottima - spiega Matteo Pilati, ex giocatore del Giacobazzi Modena e referente tecnico del progetto -. Siamo partiti con numeri più bassi, ma piano piano l’attività ha intrigato anche i più dubbiosi, fino al consolidamento di un gruppo di 8-10 ragazzi. Essendo un’attività volontaria, il fatto che abbiano garantito continuità e ci abbiano già chiesto se il progetto proseguirà anche a settembre è positivo: dimostra che hanno apprezzato l’esperienza”. La prima parte di allenamenti si è conclusa a luglio per la pausa estiva, con l’obiettivo di ripetersi a settembre per un’intera stagione fino a maggio prossimo. “Molti ragazzi non conoscevano per nulla questo sport - continua Pilati -. Siamo partiti da una fase formativa sulle regole e sui fondamentali, proponendo via via esercizi più complessi congrui alle loro abilità. Alla fine degli incontri c’è stato l’allenamento insieme ai ‘Veterans’ del Modena Rugby, persone con esperienze importanti alle spalle che hanno giocato coi detenuti. È stato bello”. E per Pilati, che sta completando il percorso per diventare allenatore, l’impatto va oltre alla tecnica: “Questa esperienza mi sta arricchendo molto. Allenare persone che hanno passato mommenti di difficoltà e che sono in un percorso di recupero ti mette di fronte a stimoli che ti fanno crescere parecchio sul piano umano. È un’attività realmente virtuosa e tra i ragazzi ho trovato educazione, gentilezza e disponibilità. L’obiettivo a lungo termine è consolidarci, coinvolgere sempre più detenuti e arrivare a fare una squadra come quella del carcere di Dozza: sarebbe davvero un grande risultato”. L’iniziativa nasce da un’idea di Domenico Pasquariello, già magistrato del Tribunale di Bologna ed ex giocatore del Modena Rugby: “La Casa di Lavoro di Modena ospita detenuti in sezione media sicurezza, spesso caratterizzati da difficoltà di reinserimento sociale, carenza di occasioni di socializzazione e attività riabilitative strutturate. Il rugby è uno sport che veicola valori come il rispetto, la disciplina, il lavoro di squadra, la gestione delle emozioni e la resilienza, aspetti fondamentali per supportare la riabilitazione e l’inclusione sociale. Il percorso che abbiamo iniziato all’interno del centro detentivo di Castelfranco intende migliorare le competenze sociali e relazioni dei partecipanti, e promuovere sani stili di vita”. Valori educativi confermati anche dalla direttrice dell’istituto penitenziario, Maria Ardovino: “Il rugby ha un valore che va oltre la mera pratica sportiva: rappresenta uno strumento capace di promuovere responsabilità, rispetto delle regole e capacità di confronto. Inserito nei percorsi trattamentali già in corso, consente alle persone detenute e internate di sperimentare dinamiche di gruppo positive. Il campo diventa così un luogo di confronto e di crescita, nel quale imparare a gestire le emozioni, rispettare l’altro e assumere un ruolo all’interno di una squadra”. Catania. Le borse di Sant’Agata dei giovani detenuti donate ai convegnisti CEI ancoraonline.it, 28 agosto 2026 Nel kit congressuale consegnato ai circa 300 delegati provenienti da tutta Italia per la 76ª Settimana liturgica nazionale, che si terrà a Catania fino a giovedì, c’è anche il lavoro di alcuni ragazzi dell’Istituto penale per minorenni (Ipm) di Bicocca: le borse di tela con l’effigie di Sant’Agata realizzate nell’ambito del progetto Jobel coordinato a Catania dalla Caritas diocesana. L’iniziativa, promossa a livello nazionale da Caritas italiana, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è realizzata in diversi istituti penitenziari minorili italiani. A Catania il progetto è guidato dalla Caritas diocesana, che lo segue all’Ipm di Bicocca in accordo con la direttrice Maria Covato. Il direttore di Caritas italiana, don Marco Pagniello, a Catania in questi giorni per la Settimana liturgica nazionale, ha spiegato che il progetto nasce per “tornare a dare speranza ai tanti giovani e alle tante ragazze e ragazzi che si trovano ristretti in questi istituti”, offrendo loro “un’opportunità concreta per ripensare la propria vita, per rielaborare quanto commesso e per guardare con speranza al futuro”. Jobel, ha aggiunto Pagniello, “parte dall’identità di ciascuno” e punta a mettere in risalto le risorse positive che i ragazzi “per primi hanno dichiarato di avere, insieme ai tanti sogni” che portano con sé. Il progetto, ha proseguito il direttore di Caritas italiana, si costruisce “a partire dall’incontro con i giovani”, coinvolgendo poi la comunità esterna e le sue risorse “per avviare nuovi processi”. Le borse distribuite in questi giorni, ha sottolineato Pagniello, “sono il frutto di un lavoro, anche di progettazione: un modo concreto per offrire la possibilità ai ragazzi di pensarsi in maniera diversa una volta usciti dagli istituti”, un progetto che “vuole organizzare una speranza”. Il lavoro di cucito che ha dato vita alle borse, spiega Valeria Pisasale, commissario dell’ente gestore della Caritas diocesana e coordinatrice del progetto a Catania, è solo una delle strade che l’équipe percorre insieme ai ragazzi di Bicocca. “Il nostro piano progettuale è pensato, in accordo con la direzione dell’Ipm, per accogliere le esigenze dei ragazzi e soprattutto per indirizzarli nell’ottica di una piena ripresa della loro esistenza da tutti i punti di vista”. A questo proposito, spiega Pisasale, “accanto alle borse di studio e ai corsi di formazione, ci sono i laboratori che offrono competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro, come quello di cucina, e altri ideati per offrire una maggiore consapevolezza rispetto alle proprie scelte: dal fotogiornalismo alla lettura, senza tralasciare anche le strade formative che questi percorsi culturali innescano e che possono condurre a opportunità lavorative”. L’effigie che compare sulle borse è una libera interpretazione di Sant’Agata realizzata dagli stessi ragazzi dell’istituto e il progetto si è intrecciato quest’anno con un’altra ricorrenza cittadina: il IX centenario della traslazione delle reliquie della santa da Costantinopoli a Catania, le cui celebrazioni si sono chiuse lo scorso 18 agosto. La Settimana liturgica nazionale, che si tiene ogni anno in una diocesi diversa d’Italia e che quest’edizione ha scelto come tema “Una Chiesa che genera. Liturgia e Iniziazione cristiana”, è promossa dal Centro di azione liturgica e rappresenta il principale momento di confronto nazionale su liturgia e vita delle comunità cristiane. Trapani. Musica e poesia in carcere: “La pena non spenga lo spirito” tp24.it, 28 agosto 2026 Musica, poesia e scrittura creativa dietro le sbarre. Non per cancellare la pena, ma per evitare che la detenzione diventi anche una condanna dello spirito. È il senso di “L’arte che libera”, il progetto realizzato durante l’estate nella Casa circondariale “Pietro Cerulli” di Trapani dall’associazione Azione X Odv. L’iniziativa, nata dalla collaborazione con l’avvocato Francesca De Caro, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Erice, ha coinvolto i detenuti della sezione “Mediterraneo” in un percorso di musica e scrittura creativa. Un’esperienza costruita in accordo con la direzione dell’istituto e pensata soprattutto per i mesi estivi, quando le attività all’interno delle carceri rischiano di diminuire e l’isolamento può diventare ancora più pesante. I partecipanti, raccontano dall’associazione, hanno risposto con entusiasmo. Dal laboratorio sono nati testi di poesia e si è cominciato anche a lavorare all’idea di un coro, che potrebbe esibirsi in occasione del prossimo Natale. Il progetto, però, ha dovuto fare i conti anche con una realtà ben più concreta: la carenza di personale dell’istituto penitenziario, resa ancora più difficile dal periodo estivo. Le attività hanno subito riprogrammazioni e gli incontri sono stati meno regolari di quanto previsto. “Se guardiamo alla regolarità formale, l’iniziativa non è riuscita come avremmo voluto - spiega Rosaria Bonfiglio, presidente di Azione X Odv - Le lezioni non si sono potute svolgere regolarmente e sono state meno del previsto. Ma dal punto di vista del percorso è stata un’esperienza straordinaria”. Ed è proprio qui che si concentra il significato dell’iniziativa. Per i volontari, il carcere non può essere soltanto il luogo della privazione della libertà, ma deve conservare spazi dedicati alla persona, alla relazione e alla possibilità di recuperare la propria identità. “Al centro deve esserci sempre la tutela dei diritti umani, dunque la vita, e non l’appiattimento totale della persona - continua Bonfiglio - Il carcere non deve essere una “pena di morte” dello spirito”. Il progetto si inserisce in un tema più ampio, quello delle condizioni di vita negli istituti penitenziari e del rischio di isolamento dei detenuti, particolarmente evidente durante l’estate. Azione X Odv ringrazia la direttrice della Casa circondariale di Trapani, Margherita Gennai, per la disponibilità, insieme all’area psicopedagogica dell’istituto e, in particolare, alla dottoressa Castiglione. Un ringraziamento anche alla Garante dei detenuti del Comune di Erice, Francesca De Caro, che ha promosso la collaborazione tra le diverse realtà. Al progetto hanno lavorato il professor Roberto Fontana, docente di italiano ed esperto di creatività artistica, Giorgia Cino, esperta in materie giuridiche e diritti umani, la criminologa Ariangela Cucchiara e il professor Ben Donateo, esperto in arte creativa. Tra difficoltà organizzative, pochi incontri rispetto a quelli programmati e problemi legati alla carenza di personale, il bilancio resta dunque positivo. Perché anche una poesia scritta in una cella, una canzone costruita insieme o il progetto di un coro possono rappresentare qualcosa che va oltre il laboratorio: un modo per ricordare che, dietro la pena, continua ad esserci una persona. Woke e altro, la strana guerra dei diritti di Maurizio Ferrera Corriere della Sera, 28 agosto 2026 Non esistono “due sinistre”: identità, inclusione e redistribuzione stanno insieme. Come può la sinistra riformista rispondere alle domande di parità delle identità discriminate senza smarrire la propria vocazione egualitaria e universalista? Nate nel Partito democratico americano, queste domande sono ormai entrate anche nel dibattito europeo. Sulla scia delle critiche di Conte agli eccessi della cultura woke, nell’ultima settimana si è acceso anche in Italia un confronto che ripropone lo spettro delle “due sinistre”: una più sensibile ai diritti civili, alle identità e all’inclusione; l’altra alle disuguaglianze materiali, alla redistribuzione e ai diritti sociali. La contrapposizione è fuorviante per almeno due ragioni. Primo, perché i partiti progressisti hanno ormai compreso, sia pure con accenti diversi, che universalismo sociale e riconoscimento delle differenze vanno tenuti insieme. Secondo, perché la sfida è in realtà più ampia: aggiornare l’idea di giustizia di fronte alle nuove domande di uguaglianza, non discriminazione e autonomia individuale di una società sempre più diversificata. Per la sinistra la dimensione socio-economica resta centrale. Il mercato del lavoro, la famiglia e la demografia sono cambiati profondamente e con essi rischi e bisogni. La lettura “classista” della sinistra del Novecento va quindi ripensata. La nuova questione sociale è sempre più “situazionale”: rischi e opportunità dipendono dalla combinazione di lavoro, famiglia, territorio, servizi, reti sociali, fase della vita e condizioni personali. Alle persone più deboli servono garanzie di reddito, ma anche nuove capacità: lo Stato deve sostenerne la formazione attraverso un ambizioso programma di investimenti sociali. Accrescere la prosperità condivisa richiede inoltre un raccordo fra politiche sociali ed economiche, così da non compromettere condizioni e incentivi alla crescita. La concezione della giustizia deve però allargarsi ad altre due dimensioni. La prima riguarda l’emancipazione di gruppi storicamente svantaggiati: donne, minoranze etniche, persone con disabilità, immigrati, persone Lgbtq+. Non discriminazione e parità devono essere parte integrante dell’agenda progressista, nel solco della tradizione liberale. Va però evitato il rischio denunciato da Conte: le politiche di “riconoscimento” possono generare nuovi conformismi e intolleranza verso il dissenso. L’esperienza degli Stati Uniti mostra che le degenerazioni woke tendono a provocare contraccolpi in direzione opposta. Uno dei primi provvedimenti di Trump è stato il ridimensionamento delle politiche federali per “diversità, equità e inclusione”. In Italia la dinamica è più complessa: alla crescente sensibilità verso le discriminazioni si contrappone un discorso ostile verso alcune minoranze (gay, immigrati: pensiamo alle posizioni di Vannacci), prima ancora dell’introduzione di nuovi diritti civili. La seconda dimensione riguarda la crescente domanda di autodeterminazione individuale: la possibilità di decidere liberamente della propria vita, del proprio corpo e delle relazioni personali. Libertà riproduttiva, diritti delle coppie, privacy, autodeterminazione sessuale, suicidio medicalmente assistito. Qui non siamo di fronte alla richiesta di riconoscimento di una particolare identità collettiva, ma a una domanda, profondamente liberale, di autonomia personale. L’Italia è ancora in ritardo su molti di questi temi: anche su questo fronte i progressisti devono fare di più. Le tre dimensioni dell’ingiustizia - disuguaglianza materiale, discriminazione e limitazioni dell’autodeterminazione - non riguardano elettorati diversi. È fuorviante contrapporre i ceti urbani e istruiti, più sensibili ai temi delle identità e dell’autodeterminazione, ai ceti popolari interessati soltanto al reddito e al welfare. Una giovane donna con un lavoro precario vive insieme il problema del salario, della conciliazione fra lavoro e famiglia e della parità di genere. Un giovane omosessuale può avere insieme problemi di casa e di lavoro e subire discriminazioni. La realtà sociale è fatta di situazioni più sfaccettate delle categorie politiche con cui spesso la rappresentiamo. Del resto, l’allargamento dei diritti civili non è una novità per il riformismo di sinistra e liberale. L’Italia ha conosciuto una stagione decisiva già negli anni Settanta: divorzio, riforma del diritto di famiglia, parità nel lavoro, interruzione volontaria della gravidanza. Furono conquiste di libertà ed emancipazione intrecciate alle grandi trasformazioni dell’epoca e accompagnate dall’introduzione di nuovi diritti sociali. È su queste esperienze che le formazioni progressiste potrebbero costruire oggi una nuova agenda: rafforzare il welfare e, insieme alla protezione sociale, perseguire la non discriminazione, la tutela delle differenze e l’autodeterminazione individuale. Non sarebbe un tradimento dell’universalismo, ma la sua evoluzione. Già secondo la concezione novecentesca della cittadinanza, l’eguaglianza dei diritti era una condizione necessaria perché tutti potessero partecipare pienamente alla vita della società. Oggi quella intuizione va aggiornata: alle tradizionali disuguaglianze economiche si sono aggiunti nuovi ostacoli alla partecipazione. Sembra un ossimoro, ma ciò che serve è un universalismo “differenziato”: che non ignori le differenze, ma garantisca a tutti la possibilità di partecipare alla società come pari, disponendo di risorse, capacità e autonomia adeguate per realizzare i propri progetti di vita. Spingere l’Italia oltre la paura di Igiaba Scego La Stampa, 28 agosto 2026 D., un amico di lunga data, sta per lasciare l’Italia per sempre. Sono andata giorni fa a salutarlo con una mia cugina. Sprizzava energia e progettualità da tutti i pori. Dopo 16 anni lontano da casa, questo novello Odisseo, ora ha deciso di tornare nella sua Itaca, Mogadiscio. E come Odisseo tornerà a casa cambiato. D. è arrivato in Europa con il barcone, dopo tre anni in una prigione libica dove è stato torturato e dove la sua famiglia è stata ricattata dalle mafie delle migrazioni per rilasciarlo. Dopo quell’inferno una volta affrontato il Mediterraneo e approdato a Lampedusa, la sua unica voglia era rifarsi del tempo perduto. D. è sempre stato un ragazzo pieno di energia. Ma anche dotato di una grande rettitudine morale, era scappato dalla Somalia, lui che è stato pescatore, per non finire reclutato dai pirati che facevano il bello e il cattivo tempo. Ma una volta qui ha faticato a trovare corsi di lingua, di formazione e per un anno è stato senza far niente. Poi è stato indirizzato a un corso di lingua gratuito e ha studiato da un lato per diventare apicoltore e dall’altro ha fatto svariati corsi, pagati di tasca propria con lavoretti estemporanei, sulle erbe officinali. Ed è arrivato un contratto, un lavoro in una cooperativa e tanto miele. D. ama l’Italia, sente che qui è riuscito a diventare l’uomo che sognava di essere, di classe media, ma allo stesso tempo, come molti con background migratorio, sente che l’Italia è diventata diffidente, più di quando è arrivato. Mi ha detto: “L’Italia è fantastica, ma la stanno facendo vivere troppo dentro la paura. Non se lo merita, è un paese meraviglioso”. Lo stesso concetto l’ho ritrovato in un importante saggio di Carlo Bonini e dell’ex capo della polizia Franco Gabrielli, “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”. La vera sicurezza, dicono gli autori, non è data da una paura muscolare, performativa, ma da diritti e doveri egualmente distribuiti. La migliore sicurezza è togliere le persone da situazioni di estrema vulnerabilità, sfruttabili dalle mafie, dando diritti, creando ponti. Purtroppo la retorica della “remigrazione” o parole come “rastrellamento” stanno portando l’Italia a essere un’isola di solitudine, vecchia e senza energia. Davvero è questa la sicurezza che vogliamo? D., salutandomi, mi ha detto che l’Italia ha bisogno di futuro, di qualcuno che la spinga a guardare avanti. Oltre la paura. Terrorista è la piattaforma di Mario Di Vito Il Manifesto, 28 agosto 2026 Il collettivo italiano Autistici/Inventati sanzionato dagli Usa: “Aiutano gli Antifa”. Per uscire dall’elenco dei cattivi deve fare abiura. Uscire dalla lista statunitense delle organizzazioni terroristiche non è difficile. Basta compilare un modulo online e lì dichiararsi ravveduti del proprio comportamento. Bizzarrie legate all’assurdità intrinseca della guerra che l’amministrazione Trump sta facendo agli “Antifa” e in generale a tutti quei gruppi “di sinistra” ritenuti responsabili di chissà quali violenze nel paese. Autistici/Inventati, in questo contesto, è accusato di offrire infrastrutture digitali a questi “gruppi violenti”. Da qui la sua messa al bando, che prevede il congelamento di tutti i suoi beni patrimoniali che si trovano sotto la giurisdizione degli Usa o comunque a entità e società statunitensi e il divieto di effettuare qualsiasi transazione. Di mezzo ci vanno le persone che legalmente rappresentano la piattaforma, cioè gli appartenenti all’Associazione Investici che rappresenta il collettivo per questioni legali e burocratiche. A questo proposito, l’Ofac (l’agenzia del Dipartimento del tesoro che gestisce e applica le sanzioni economiche e commerciali) ha emesso una General License n. 36, che autorizza fino alle 00:01 del prossimo 25 settembre 2026 (ora della costa Est) le operazioni ordinariamente necessarie per chiudere ogni rapporto esistente. In Italia, sul piano legale, Autistici/Inventati non rischia nulla: dal Viminale fanno sapere che, trattandosi di misure unilaterali decise dagli Stati Uniti, qui non c’è alcun obbligo di applicare sanzioni di qualsivoglia genere. Così è stato in effetti anche negli ultimi due casi simili, quello famoso di Francesca Albanese e quello della Federazione anarchica informale. Certo, non risulta nemmeno che il governo italiano abbia mai protestato per queste situazioni, e anche stavolta a prevalere è il silenzio più totale. La settimana prossima dovrebbero comunque arrivare alcune interrogazioni parlamentari da Avs e dal M5s. Il collettivo, ad ogni modo, ha tutte le intenzioni di difendersi: verrà trovato un avvocato in grado di interfacciarsi con gli Stati Uniti, poi è possibile il coinvolgimento dell’Eff, la Electronic frontier foundation, un’organizzazione non profit di San Francisco che si occupa dei problemi legali connessi alla difesa dei diritti digitali. “Respingiamo al mittente tutte le accuse - scrive il collettivo Autistici/Inventati in un comunicato - e allo stesso tempo riaffermiamo con forza il nostro impegno nel fornire una piattaforma di strumenti di auto-difesa digitale per permettere ad attivisti, singole persone, gruppi e associazioni di comunicare liberamente”. E ancora: “Non ci fermeremo e continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, opponendoci in ogni modo alle accuse false costruite da un’amministrazione politicamente disperata che ha il solo scopo di distrarre le persone e i media dalla propria violenza e dal proprio desiderio di guerra. L’antifascismo e l’anticapitalismo non sono terrorismo. Protestare non è terrorismo. E tutti hanno il diritto di prendere parola e di lottare per tutta l’umanità”. Sin dalla sua nascita, nella primavera del 2001, Autistici/Inventati ha dovuto attraversare diverse vicende giudiziarie di vario ordine e grado. Era il 15 giugno del 2004 quando la polizia postale, su ordine della procura di Bologna che stava indagando su alcuni collettivi anarchici, si presentò alla serverfarm di Aruba a Soci, in provincia di Arezzo. Il personale presente acconsentì allo spegnimento momentaneo del server di Autistici/Inventati per permettere agli agenti di copiarne il contenuto. Soltanto un anno dopo, quando l’inchiesta si arenò davanti al gip, il collettivo venne a sapere che erano state violati circa 5.000 caselle mail, centinaia di siti e liste con decine di migliaia di partecipanti. Aruba non si era preoccupata di avvertire nessuno, anzi in un primo momento aveva parlato di un guasto tecnico per giustificare lo spegnimento, e così Autisciti/Inventati decise di varare il “Piano R*”, cioè la dislocazione dei suoi server in più paesi. Qualche anno dopo, siamo nel 2009, a seguito di una querela presentata da Casapound, la procura di Avezzano emise una serie di rogatorie internazionali verso Norvegia, Olanda e Svizzera, ottenendo una nuova clonazione dei server. Anche qui l’operazione intaccò i dati di migliaia di utenti, ma nel giro di poche ore, grazie proprio al Piano R*, Autistici/Inventati riuscì a riattivare i propri servizi nel giro di poche ore. Ancora oggi un gran numero di blog, italiani e non solo, si appoggiano alla piattaforma di autodifesa digitale nel nome dello slogan che l’accompagna da sempre: “Socializzare saperi, senza fondare poteri”. Vietato sganciare la comunicazione dal marketing di Andrea Capocci Il Manifesto, 28 agosto 2026 Cosa avrà fatto mai il collettivo Autistici/Inventati per guadagnarsi la “designazione speciale di terrorista globale”? Le accuse del Dipartimento di Stato Usa parlano di antifascismo, l’ultimo spettro della destra Maga: “il Collettivo A/I offre i suoi strumenti e servizi solo a soggetti appartenenti alla sinistra radicale”. Tuttavia, come il lettore sa bene, è facile imbattersi in antifascisti veri e presunti anche in piattaforme commerciali come Instagram, Facebook o X, eppure Mark Zuckerberg ed Elon Musk non sono sanzionati per i servizi offerti. Utilizzare una infrastruttura online per diffondere posizioni dissidenti o comunicare atti illegali, ben più odiosi di quelli addebitati al movimento antifa, non ha mai portato a simili conseguenze. I precedenti non mancherebbero: basti pensare ai numerosi massacri trasmessi in diretta social dai killer stessi. Qual è dunque il vero delitto commesso dal collettivo Autistici/Inventati? Quando dai nostri account ci dichiariamo in disaccordo con Trump, Meloni o Netanyahu, le piattaforme non rischiano nulla perché, in fondo, ospitare il dissenso è un simbolo del loro successo e anche della loro utilità per il potere politico. Un’opinione affidata a un social network infatti non è paragonabile a un volantino distribuito davanti a una fabbrica o a un manifesto clandestino: viene analizzata, indirizzata, amplificata o silenziata dagli algoritmi a scopo pubblicitario e, alla bisogna, giudiziario. Gli schieramenti politici, anche i più urticanti, possono essere preziosi per individuare gruppi di affinità e nuove nicchie di mercato, al pari delle foto delle vacanze o delle band preferite. Solo questa massiccia attività di tracciamento giustifica l’apparente libertà con cui i nostri preziosi pensieri viaggiano in rete. La piattaforma sviluppata in venticinque anni da Autistici/Inventati invece tutela la privacy degli utenti, ne garantisce l’anonimato, non propone contenuti commerciali. Le notevoli capacità tecniche del collettivo sono state messe a frutto per rendere questa anomalia il più robusta possibile, non per affinare le strategie di marketing. Questa è la vera differenza rispetto alle Big Tech. E per questo oggi il collettivo viene punito da una superpotenza mondiale sulla base dello stesso dispositivo messo a punto a suo tempo per colpire Osama bin Laden. Oggi, sganciare la comunicazione - attività che Homo sapiens pratica da centomila anni - dal marketing è un crimine assai più grave che accalappiare minorenni e generare dipendenza da storie e reel fino a indurre al suicidio diversi adolescenti. Per tacitare queste accuse, due giorni fa la società Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, ha accettato di pagare una multa di ben diciassette miliardi di dollari. Conseguenza: il titolo azionario dell’azienda ha guadagnato il 3%. L’ammenda, per quanto pesante, non ha infatti messo in discussione il dogma del libero mercato dei dati personali e gli investitori ne sono stati rassicurati. Se questa interpretazione della vicenda di Autistici/Inventati è corretta, la sanzione del Dipartimento di Stato riguarda le regole vigenti nell’intero sistema mediatico, compreso questo quotidiano. Per il nostro particolarissimo giornale i lettori sono allo stesso tempo una comunità politica e indispensabili acquirenti e sostenitori. Il nostro sito tuttavia non profila gli utenti e anche il modo in cui siamo in rete e nei social network punta a essere meno invasivo possibile. Ma la sfida di informare senza generare profitti (“socializzare saperi senza fondare poteri”, come recita il motto di Autistici/Inventati) in un panorama tecnologico in rapidissima evoluzione non è mai vinta e ogni giorno si ripresenta in forme nuove. Se Autistici/Inventati vincerà la sua battaglia, avremo tutti una risorsa in più per combattere la nostra. A Milano cade l’ultimo “tabù” sul fine vita: la politica alla prova della realtà di Francesca Spasiano Il Dubbio, 28 agosto 2026 Fino al 1978, quando l’aborto in Italia era ancora illegale, le donne abortivano lo stesso, di nascosto, mettendo a rischio la propria vita. Ora che in Italia morire per scelta è legale solo un po’, cioè non sempre è punibile per chi ti aiuta, le persone scelgono di morire lo stesso. Ma spesso devono andarsene altrove, oppure ci riescono qui, ma ci mettono molto più tempo, passando per tribunali e sofferenze di troppo. Questo non vuol dire che dovremmo abolire ogni divieto, anche se i divieti non aiutano quasi mai. Ma vuol dire che i diritti sono fatti così: spesso si affermano nella società prima che la politica riesca a sancirli. A dimostrarlo sono i casi, le storie di vita vera che anticipano o negano le leggi scritte. Sul fine vita non si è mai riusciti a farne una, ma le regole ormai sono abbastanza chiare: le ha stabilite la Consulta nel 2020 con la sentenza 242 Cappato/Dj Fabo, secondo la quale può richiedere il suicidio assistito il paziente che sia affetto da una patologia irreversibile, che sia in grado di autodeterminarsi, che reputi le proprie sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, che dipenda da “trattamenti di sostegno vitali”. Da qui non si torna indietro. Anzi, ogni storia è un passettino in avanti verso l’applicazione di questi criteri, che da principi astratti si trasformano in procedure possibili. L’ultimo passetto lo ha fatto Domenico il 25 agosto a Milano: affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, il 59enne è morto tramite suicidio assistito dopo aver ottenuto l’assistenza del Servizio sanitario regionale lombardo, che ne ha gestito interamente il percorso. Questo significa che l’ASST gli ha fornito il farmaco letale, la strumentazione e il personale necessari. Ma vuol dire anche che Domenico, a differenza di tutti gli altri prima di lui, non è morto a casa sua, ma nella stanza di un ospedale. E il dettaglio non è di poco conto, nella cornice di un dibattito parlamentare che si aggroviglia puntualmente sul nodo della sanità pubblica. Sul punto ci torniamo tra poco, ma prima bisogna ricordare che il caso di Domenico è anche il primo dopo l’emanazione delle linee guida firmate lo scorso maggio dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso, che prevedono un iter di 145 giorni, anche se Domenico ne ha impiegati 290. Dunque la Lombardia non ha una legge sua, come ce l’hanno la Toscana, la Sardegna e l’Emilia Romagna, ma ha una prassi. E presto potrebbe lavorare anche a una norma, quando la proposta di iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni tornerà sul tavolo dopo la prima bocciatura nel 2024. Di sicuro, la settimana prossima, ci proverà il Veneto. Che pure tenterà il bis dopo aver affossato l’iniziativa dell’allora governatore Luca Zaia. Insomma, se fino ad oggi per la maggioranza si è trattato di tenere d’occhio le “Regioni di sinistra”, ora l’incognita del Nord inchioda il centrodestra alla realtà: quanto si potrà ancora rimandare un dossier che procede lo stesso? Difficilmente il Parlamento riuscirà a dotare l’Italia di una norma nazionale entro la legislatura. E chi ha seguito i faticosi lavori svolti negli ultimi due anni al Senato, ormai conosce bene gli ostacoli. Tra cui uno su tutti: chi non vuole una legge, nel centrodestra, non vuole che si affermi l’idea di un diritto a morire. Né l’idea che l’ospedale che cura sia anche l’ospedale che “serve” la morte. È un po’ il tabù che i francesi, che ora una legge ce l’hanno, chiamano “rottura antropologica”, cioè il rischio di arrendersi alla malattia e abbandonare i più fragili alla morte. Come l’hanno superato? Con una forte volontà politica.