Sovraffollamento: l’esecuzione esterna è la soluzione ma serve personale di Giovanni M. Jacobazzi Il Riformista, 27 agosto 2026 Per risolvere il sovraffollamento carcerario, è tornato di grande attualità in questi giorni il dibattito sull’esecuzione penale esterna, l’altra faccia del sistema detentivo. Con l’aumento, voluto dalla riforma Cartabia, delle misure alternative (dalla messa alla prova, alle pene sostitutive), il lavoro degli assistenti sociali è diventato allora sempre più importante. Il problema è che anche qui bisogna fare i conti con una cronica carenza di personale. I numeri restituiscono la dimensione del fenomeno. Secondo le statistiche più recenti del Ministero della giustizia, a fine luglio le persone complessivamente prese in carico dagli Uepe erano oltre quota 100 mila. Nella relazione presentata in occasione dell’inaugurazione dell’attuale Anno giudiziario, il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero guidato da Carlo Nordio definisce gli assistenti sociali figure “chiave” per i servizi minorili e per l’esecuzione penale esterna. Nel corso del 2025 ne sono stati assunti 227, attraverso lo scorrimento della graduatoria del concorso per 413 posti. Dei 227 funzionari assunti nel 2025, 53 si sono però dimessi nello stesso anno. Il dato è riportato in una memoria depositata al Senato dall’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia, che richiama la relazione del Ministero. In altre parole, quasi un neoassunto su quattro ha lasciato l’amministrazione nell’arco dello stesso anno. Non è dunque sufficiente contare le assunzioni, essendo dirimente valutare quanti poi restino effettivamente al loro posto. La stessa associazione segnala anche difficoltà nella stabilizzazione degli organici soprattutto nell’area settentrionale, con particolare riferimento alla Lombardia. Il fenomeno assume un significato ancora maggiore se si guarda alla trasformazione della pena e al fatto che una parte crescente della risposta dello Stato al reato si svolge ormai fuori dalle mura degli istituti. L’esecuzione penale esterna non è più quindi un settore marginale, né una sorta di appendice del sistema carcerario. La crescita delle persone affidate agli Uepe non è stata, come detto, accompagnata con la stessa rapidità dalla disponibilità di personale. Al contrario, il governo e il Parlamento hanno continuato a intervenire per rafforzare gli organici. Lo scorso luglio, nell’ambito delle nuove assunzioni del Ministero della giustizia, si segnalano 150 posti per funzionari della professionalità di servizio sociale per gli anni 2026-2028. Non è l’unico intervento. Già nei mesi precedenti era stata avanzata la proposta di autorizzare altre 500 assunzioni negli uffici territoriali del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, proprio per rafforzare l’offerta trattamentale legata all’esecuzione penale esterna e alle misure e sanzioni di comunità. Da una parte, dunque, lo Stato chiede sempre di più all’esecuzione penale esterna: meno carcere, più misure alternative, più percorsi individualizzati, più controlli e più reinserimento. Dall’altra deve ancora rincorrere gli organici necessari per far funzionare quella macchina. Il ruolo degli assistenti sociali è tutt’altro che burocratico. Sono loro a lavorare sulla situazione familiare e sociale delle persone sottoposte a misura, a contribuire alla costruzione dei programmi di trattamento, a mantenere i rapporti con i servizi territoriali e a verificare l’andamento dei percorsi. Gli Uepe, ricorda lo stesso Ministero, intervengono in cinque grandi aree, dalle indagini socio-familiari alla verifica dei programmi di trattamento. Il problema, pertanto, non riguarda soltanto chi sta dentro un carcere, ma anche chi dovrebbe occuparsi di evitare che il carcere diventi l’unica risposta possibile al reato. Se l’obiettivo è ridurre la recidiva e rendere effettivo il principio della rieducazione della pena, bisogna avere qualcuno che segua la persona, ne controlli il percorso, costruisca una rete e verifichi che la misura alternativa non si trasformi semplicemente in una pena senza carcere. Il Partito Radicale diffida il capo del Dap: “Trenta giorni per intervenire sul sovraffollamento” di Franco Insardà Il Dubbio, 27 agosto 2026 Trenta giorni per intervenire sul sovraffollamento delle carceri, rafforzare le misure contro gli autolesionismi e rendere pubblici i dati sulla situazione degli istituti penitenziari. È quanto chiede il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito al capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, con una diffida, firmata dal segretario Maurizio Turco e dalla tesoriera Irene Testa, notificata il 25 agosto e inviata per conoscenza anche al ministero della Giustizia. L’atto non si limita alla denuncia dell’emergenza carceraria, ma punta a trasformare la richiesta di intervento in un vero e proprio procedimento amministrativo. Se entro trenta giorni il Dap non adotterà un provvedimento espresso, il Partito Radicale annuncia il ricorso al Tar del Lazio contro il silenzio-inadempimento dell’amministrazione. La diffida fotografa una situazione definita di “costante sovraffollamento”. Secondo i dati riportati nell’atto, su 190 istituti penitenziari italiani 166 registrano una presenza di detenuti superiore alla capienza regolamentare, con un tasso medio di sovraffollamento del 139 per cento. In 73 istituti il tasso supererebbe il 150 per cento. Tra le situazioni più critiche vengono indicate Lucca, con un tasso compreso tra il 243 e il 254 per cento, Foggia, oltre il 218 per cento, Milano San Vittore, al 208,9 per cento, Brescia Canton Mombello, oltre il 200 per cento, Como, oltre il 195 per cento, Taranto, circa il 195 per cento, e Varese, oltre il 190 per cento. A queste strutture si aggiungono numerosi istituti con percentuali comprese tra il 150 e il 190 per cento, tra cui Lodi, Bergamo, Monza, Busto Arsizio, Verona Montorio, Udine, Trieste, Firenze Sollicciano, Roma Regina Coeli, Latina, Rebibbia Femminile, Napoli Poggioreale, Palermo Pagliarelli e Catania Piazza Lanza. Per il Partito Radicale, condizioni di questo tipo determinano una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta i trattamenti inumani o degradanti. Il riferimento è anche al parametro dei tre metri quadrati netti di spazio individuale, calcolato secondo i criteri indicati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e richiamati nell’atto attraverso la sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione numero 6551 del 2021. Il sovraffollamento produce inoltre, secondo la diffida, un costo rilevante per lo Stato con l’applicazione dei rimedi previsti dall’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario, con una riduzione della pena o un indennizzo economico. Il Partito Radicale richiama la misura di 8 euro per ogni giornata di pregiudizio e parla di milioni di euro annui a carico dell’Erario. La questione centrale riguarda però i poteri del capo del Dap. Secondo il Partito Radicale, De Michele dispone degli strumenti amministrativi necessari per intervenire, attraverso la redistribuzione territoriale dei detenuti, i trasferimenti d’urgenza dagli istituti più congestionati verso quelli con maggiore disponibilità e una diversa organizzazione delle risorse. L’atto richiama anche precedenti interventi del Dap in situazioni di crisi e sostiene quindi che l’attuale emergenza non dipenderebbe da una scelta gestionale. La diffida chiede inoltre di garantire in tutti gli istituti la piena applicazione della circolare del 9 marzo 2026 sulla prevenzione degli autolesionismi, con particolare attenzione alla presenza di personale psicologico e medico e al rispetto dei rapporti quantitativi previsti dalla normativa e dai Lea. Un capitolo specifico riguarda la trasparenza. Il Partito Radicale chiede la pubblicazione, istituto per istituto, dei dati sulle presenze effettive, la capienza regolamentare e il tasso di sovraffollamento, ma anche sul numero di psicologi e psichiatri, sulle ore di supporto psicologico, sui trasferimenti effettuati nell’ultimo anno, sugli importi liquidati per i risarcimenti ex articolo 35-ter, sugli interventi di edilizia penitenziaria e sui bilanci. E Irene Testa, garante regionale delle persone private della libertà, interviene anche sulla proposta del Sappe di riaprire l’Asinara per i detenuti più problematici: “È irricevibile”, ricordando che “le colonie penali occupano oltre 6.000 ettari, oltre la metà dei quali oggi inutilizzati o lasciati in abbandono”. Per i detenuti con dipendenze o gravi problemi psichiatrici, aggiunge, “servono cure, comunità terapeutiche, personale sanitario e specializzato”, mentre nelle carceri occorrono “più agenti di Polizia penitenziaria e più personale, non nuove isole-carcere”. Tornando alla diffida, il termine per il Dap è di trenta giorni dalla ricezione dell’atto entro il quale dovrà riferire per iscritto sulle misure adottate oppure indicare, con un provvedimento motivato, le ragioni che impediscono di accogliere le richieste. Trascorso inutilmente il termine, il Partito Radicale annuncia il ricorso al Tar del Lazio per l’accertamento dell’obbligo dell’amministrazione di provvedere e l’ordine al Dap di adottare un provvedimento espresso. Nell’atto viene inoltre prospettata la nomina di un commissario ad acta in caso di ulteriore inerzia, oltre alle richieste di risarcimento del danno e all’eventuale trasmissione della sentenza alla Corte dei conti. Incendi nelle carceri, l’Osapp apre il fronte delle responsabilità di Alice Caputo giornalelavoce.it, 27 agosto 2026 Il sindacato della polizia penitenziaria chiede di ricostruire l’intera catena della sicurezza, dalla vendita di accendini e cartucce di gas fino ai materiali presenti nelle celle. Gli incendi scoppiati all’interno delle carceri italiane aprono un nuovo fronte sul tema della sicurezza e delle responsabilità. Dopo gli episodi registrati negli istituti di San Vittore, Sassari, Pordenone, Viterbo, Alessandria e Ivrea, l’Osapp, Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria, ha deciso di chiedere accessi civici per approfondire quanto avviene prima, durante e dopo un’emergenza legata al fuoco. Al centro dell’iniziativa c’è la volontà di ricostruire l’intera catena delle decisioni che riguardano la prevenzione degli incendi negli istituti penitenziari, senza concentrare l’attenzione esclusivamente sull’operato degli agenti chiamati a intervenire quando le fiamme sono già divampate. A sollevare la questione è Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, che mette in evidenza quella che il sindacato considera una contraddizione nella gestione quotidiana delle strutture penitenziarie. Attraverso il cosiddetto sopravvitto, sostiene l’organizzazione, vengono venduti ai detenuti prodotti come accendini, fornelli e cartucce di gas, mentre all’interno delle stesse celle sono presenti materassi, lenzuola e altri materiali. “Accendini, fornelli e cartucce di gas vengono venduti dalle Direzioni delle carceri ai detenuti attraverso il sopravvitto. Nelle stesse celle ci sono materassi, lenzuola e altri materiali. Poi scoppia l’incendio e il poliziotto deve entrare nel fumo e arrangiarsi”, afferma Beneduci. È proprio da questo punto che parte la richiesta di approfondimento dell’Osapp. Il sindacato vuole capire quali siano le valutazioni effettuate dall’amministrazione sul rischio incendio e quali decisioni siano state prese a monte degli interventi degli agenti. Nel ragionamento dell’organizzazione, infatti, non basta ricostruire gli ultimi istanti di un’emergenza, quelli nei quali un appartenente alla polizia penitenziaria apre una cella, entra in un ambiente invaso dal fumo e cerca di mettere in salvo una persona. Occorre, secondo l’Osapp, verificare anche tutto ciò che ha preceduto quel momento. “Vogliamo capire cosa c’è a monte prima di cercare responsabilità dei poliziotti a valle”, è la posizione espressa dal segretario generale. Il sindacato chiama quindi in causa l’intera organizzazione amministrativa che sovrintende al funzionamento degli istituti penitenziari. Nella ricostruzione indicata da Beneduci entrano le direzioni delle carceri, i Provveditorati e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, insieme alle procedure che riguardano acquisti, capitolati, certificazioni, valutazione del rischio e scelte organizzative. Per l’Osapp, proprio la presenza contemporanea di possibili fonti di innesco e di materiali che possono essere raggiunti dalle fiamme rende necessario approfondire la prevenzione adottata all’interno delle strutture. “Il rischio incendio non può essere considerato imprevedibile se la stessa Amministrazione autorizza la presenza di ciò che può accendere una fiamma e contemporaneamente fornisce ciò che quella fiamma può raggiungere”, sostiene Beneduci. La questione, precisa lo stesso segretario generale, non viene posta con l’obiettivo di sostituire una responsabilità con un’altra. L’Osapp sostiene invece la necessità di ricostruire il quadro nella sua interezza, valutando sia quello che accade nel momento dell’emergenza sia quanto è stato predisposto in precedenza per prevenire o gestire un eventuale incendio. “Il punto non è togliere responsabilità a qualcuno per attribuirle a qualcun altro. L’obiettivo è ricostruire tutta la catena”, spiega Beneduci. Ed è proprio su questa catena che il sindacato intende concentrare gli accessi civici. Secondo l’Osapp, partire esclusivamente dal comportamento dell’agente intervenuto nella cella rischierebbe di offrire una lettura incompleta di quanto accaduto. “È troppo semplice cominciare dall’agente che apre la cella, entra nel fumo e tenta di salvare una vita. Prima di lui esistono direttori, Provveditorati e Dipartimento, esistono acquisti, capitolati, certificazioni, valutazione del rischio e scelte organizzative”, afferma ancora il segretario generale. Nella nota l’Osapp richiama esplicitamente gli episodi avvenuti a San Vittore, Sassari, Pordenone, Viterbo, Alessandria e Ivrea. Una successione di casi che, secondo il sindacato, dovrebbe portare a esaminare la gestione della sicurezza non soltanto nei singoli istituti, ma nell’apparato penitenziario nel suo complesso. Beneduci sostiene inoltre che, dopo questi incendi, il Dap non avrebbe adottato i correttivi che il sindacato ritiene necessari. È anche su questo aspetto che l’organizzazione punta a ottenere documentazione e chiarimenti attraverso le proprie iniziative. Le istanze non sono state indirizzate soltanto all’amministrazione. L’Osapp ha infatti comunicato di averle inviate anche alle Procure competenti, chiedendo che negli approfondimenti sugli incendi venga presa in considerazione anche la gestione precedente agli episodi. “Vogliamo che insieme a ciò che ha fatto l’agente negli ultimi secondi si sappia anche cosa aveva fatto l’Amministrazione negli anni, nei mesi e nei giorni precedenti”, conclude Beneduci. La richiesta del sindacato sposta dunque l’attenzione dagli istanti immediatamente successivi allo scoppio di un incendio alla più ampia organizzazione della sicurezza negli istituti penitenziari. Al centro restano le condizioni nelle quali gli agenti sono chiamati a intervenire e le misure predisposte dall’amministrazione per affrontare un rischio che, secondo l’Osapp, deve essere valutato considerando l’insieme dei materiali e delle dotazioni presenti nelle celle. Ora, attraverso gli accessi civici e le istanze trasmesse alle Procure, il sindacato punta a ottenere gli elementi necessari per ricostruire cosa sia stato predisposto a livello amministrativo e organizzativo nei casi citati, da Ivrea e Alessandria fino agli istituti di San Vittore, Sassari, Pordenone e Viterbo. “Nelle carceri emergenza democratica, serve la liberazione anticipata speciale” di Irene Testa e Claudio Cugusi sardegnanotizie24.it, 27 agosto 2026 Gianni Alemanno, ex ministro delle Politiche Agricole ed ex sindaco di Roma, due mesi fa è uscito dal carcere di Rebibbia dove si trovava dal dicembre del 2024. “Esco dal carcere da innocente. Ho fatto un anno e mezzo ingiustamente. Ho visto e conosciuto una realtà terribile, che è una vergogna per la Repubblica Italiana, dove perde la faccia. Non viene data la possibilità di rifarsi una vita”, aveva dichiarato dopo essere tornato in libertà. Irene Testa di Radio Radicale lo intervista insieme a Claudio Cugusi sulla vita carceraria e sui possibili rimedi alle condizioni disumane di chi vive oltre le sbarre. L’intervista completa andrà in onda giovedì alle 19 su Radio Radicale, nel programma “Lo stato del diritto”. Qual è il primo provvedimento urgente per affrontare il sovraffollamento delle carceri? La liberazione anticipata speciale proposta da Roberto Giachetti e sposata anche dal presidente del Senato La Russa è l’unica strada per un intervento drastico e immediato. Il provvedimento sui detenuti tossicodipendenti, in teoria, potrebbe consentire l’uscita di diecimila persone, ma senza risorse per finanziare le comunità terapeutiche, se andrà bene ne usciranno 300 o 400. Numeri assolutamente insufficienti di fronte a un sovraffollamento che supera il 140 per cento. E’ un’emergenza democratica della nostra Repubblica. In passato ha sostenuto anche provvedimenti di clemenza come l’indulto. Nel 2006 ero parlamentare e votai, in dissenso dal mio gruppo di Alleanza Nazionale, a favore dell’indulto. Quindi i provvedimenti di clemenza rientrano nel mio ordine di idee. Ma dobbiamo fare i conti con la realtà politica: per approvare un indulto o un’amnistia serve una maggioranza dei due terzi che oggi è totalmente inimmaginabile. Pannella considerava l’amnistia non solo un atto di clemenza ma di buon governo per alleggerire il sistema giustizia... Certamente, ma bisogna essere realisti. Oggi rilanciare una campagna per l’amnistia o l’indulto significherebbe irrigidire ulteriormente il dibattito. La strada percorribile è la liberazione anticipata speciale. Bisogna premiare maggiormente la buona condotta e, con una misura che abbia anche una certa retroattività, si potrebbero far uscire circa diecimila detenuti, riportando le carceri verso una situazione di maggiore normalità. Dopo l’intervento immediato servirebbero comunque riforme strutturali… Certamente. Bisogna rafforzare la magistratura di sorveglianza, depenalizzare molti reati e prevedere maggiormente pene alternative già da parte del giudice di merito. Se non si interviene strutturalmente, fra tre o quattro anni ci ritroveremo nella stessa situazione. Ma il primo passaggio resta la liberazione anticipata speciale. Parlare oggi di amnistia e indulto significa, paradossalmente, rendere ancora più difficile trovare una soluzione. Di liberazione anticipata speciale ha parlato anche con Roberto Vannacci? Sì, ne abbiamo parlato. In Futuro Nazionale c’è un atteggiamento simile a quello presente nel resto del centrodestra, quindi prevalentemente negativo. Ma ci sono anche parlamentari sensibili all’argomento e ne discuteremo in un convegno a settembre a Orvieto. Bisogna convincere tutti i partiti e, in particolare, quelli del centrodestra. Nel centrosinistra c’è maggiore disponibilità, mentre il Movimento 5 Stelle è totalmente contrario. Lei potrebbe essere il “virus garantista” da inoculare in Vannacci e in Futuro Nazionale? Il problema non riguarda soltanto Futuro Nazionale. È lo stesso in Fratelli d’Italia, nella Lega e, un po’ meno, in Forza Italia. In generale i partiti di destra sono contrari a questi provvedimenti perché li interpretano come un segnale di scarsa serietà dello Stato. Ma chi non ha conosciuto direttamente il carcere, perché ci è stato, perché ci è finito un familiare o un amico oppure perché fa l’avvocato penalista, difficilmente si rende conto della follia del sistema carcerario. Quindi la sua è anche una battaglia interna al suo schieramento? È una battaglia trasversale e sono pronto a farla con chiunque. L’ho detto a Vannacci e agli altri: su questo tema non esistono destra e sinistra. Quando c’è un’emergenza, è un’emergenza e basta e va affrontata seriamente. La responsabilità non è soltanto alla destra. Il problema delle carceri dura da decenni... Sono d’accordo, ma a sinistra vedo un altro problema: non viene percepito il “lato magistratura” della vicenda. Una parte rilevante del sovraffollamento nasce dal malfunzionamento della giustizia e dall’inadeguatezza di alcune parti della magistratura rispetto ai processi penali. Se non affrontiamo questo aspetto rischiamo di ridurre il discorso sulle carceri a un astratto buonismo. Cosa intende? Con questa giustizia in carcere può finire chiunque. Ho visto situazioni aberranti: persone con più di ottant’anni oppure gente finita in carcere per reati minimi. Questo è il messaggio che dobbiamo trasmettere. Il carcere è l’estrema conseguenza della crisi della giustizia penale. Caso Papalia, quel fine pena mai e soltanto in punto di morte la libertà e l’affetto dei cari di Franco Insardà Il Dubbio, 27 agosto 2026 “Lo Stato fallisce quando perde l’obiettivo della rieducazione della pena, senza consentire prospettive”. Le parole dell’avvocata Ambra Giovene, storico legale di Domenico Papalia, raccontano più della sua morte di qualsiasi cronaca giudiziaria. Perché Papalia, 81 anni, è morto dopo quasi mezzo secolo trascorso in carcere, gran parte dei quali al 41-bis, e solo quando la malattia era ormai arrivata alla fase terminale ha potuto lasciare la cella e trascorrere qualche giorno accanto ai familiari. Sono state tante negli ultimi anni le richieste di liberarlo da Nessuno Tocchi Caino, ai Radicali ad altre associazioni e quotidiani. “Cinquanta anni effettivamente vissuti in carcere danno purtroppo la misura di quel fallimento”, dice Giovene. Papalia è morto nella notte di ieri all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato dal 17 agosto per un carcinoma alla prostata. Era stato scarcerato a luglio dal Tribunale di sorveglianza di Bologna, che, considerate le gravissime condizioni di salute, gli aveva concesso gli arresti domiciliari. Il 18 luglio aveva lasciato il carcere di Parma dopo 49 anni di detenzione e aveva potuto rivedere i suoi familiari. “È un giorno difficile. Il mio ultimo ricordo di lui - dice all’Agi l’avvocata Giovene - è la videochiamata che mi fece a metà luglio quando tornò libero prima dell’ultimo ricovero. In quella conversazione volle ringraziare me e l’avvocato Franchi. Dopo 50 anni di carcere Domenico Papalia, a causa di una grave malattia, ha potuto chiudere la vita accanto ai propri familiari”, racconta Giovene. “Una lunga battaglia in cui, con l’avvocata Annarita Franchi, si è cercato di dare significato a un ergastolo altrimenti senza speranza”. Ma quella libertà è arrivata quando ormai restavano pochi giorni: “Pochi giorni nei quali ritrovare il senso di una vicinanza ai propri cari che non fosse nel parlatorio di un carcere”. È stata una battaglia decennale quella condotta dalle due legali per ottenere una misura diversa dal carcere per un uomo anziano e gravemente malato. “La detenzione è una croce per chiunque affronti, come lui, gli ultimi anni in carcere stremato da una patologia”, osserva Giovene. “L’amministrazione penitenziaria, aggiunge, lo ha certamente curato sotto il profilo sanitario, ma la possibilità di vivere con i propri cari è arrivata soltanto quando Papalia era ormai sottoposto alle cure palliative”. La vicenda giudiziaria di Papalia è quella di uno dei protagonisti storici della ‘ndrangheta al Nord. Originario di Platì, nel Reggino, insieme ai fratelli Antonio e Rocco era considerato ai vertici del clan Papalia-Barbaro, radicato soprattutto nell’area di Buccinasco e Corsico. Arrestato nel 1977, ha trascorso quasi mezzo secolo in carcere, diventando l’ergastolano con la più lunga detenzione ininterrotta in Italia. Su di lui pesavano condanne definitive all’ergastolo, tra cui quella per l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, a Milano nel 1983, e quella come mandante dell’assassinio dell’educatore penitenziario Umberto Mormile, ucciso nel 1990 a Carpiano. Per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto a Roma nel 1976, era stato condannato all’ergastolo, ma nel 2017 il Tribunale di Perugia lo aveva assolto in revisione con formula piena, “per non aver commesso il fatto”. Era comunque rimasto detenuto per le altre condanne. Papalia si è sempre proclamato innocente rispetto ai delitti contestati. Ma è soprattutto ciò che è accaduto durante la lunghissima detenzione a porre oggi la questione del senso della pena. In carcere ha studiato, ha mantenuto una buona condotta e ha intrapreso un percorso di giustizia riparativa. Un percorso che rappresentava proprio la possibilità di misurare la persona non soltanto attraverso il reato commesso e la condanna ricevuta, ma anche attraverso il cambiamento maturato nel tempo. È su questo che ha insistito Nessuno Tocchi Caino. Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti hanno parlato di una condanna al “fine pena mai” che, dopo mezzo secolo, era diventata anche “pena corporale”. “Ci conforta il fatto che non sia morto nella tomba del “cimitero dei vivi”, qual è il carcere, ma in un luogo diverso, dove ha potuto essere circondato dall’affetto dei suoi cari”, hanno dichiarato. Nessuno tocchi Caino ha sostenuto la necessità di scarcerarlo non soltanto per le condizioni di salute, ma per quella che definisce una diversa forma di “innocenza”: “quella di una persona ormai da decenni diversa dal delitto e tale da non nuocere a nessuno”. Un’affermazione che non mette in discussione le sentenze definitive, ma richiama il principio secondo cui la pena dovrebbe avere un termine e una funzione, non trasformarsi nella cancellazione dell’intera esistenza. Nessuno Tocchi Caino ha ricordato anche la buona condotta di Papalia e le opere di bene compiute durante la detenzione, “a partire dai più deboli”, annunciando che sarà ricordato il 1° settembre nel laboratorio “Spes contra spem”, nel carcere di Parma. La morte di Papalia riporta dunque al centro una domanda che riguarda il carcere italiano e il significato stesso dell’ergastolo: può una pena essere ancora rieducativa quando dura cinquant’anni? E può lo Stato dirsi fedele alla Costituzione se riconosce il cambiamento di una persona soltanto quando quella persona è ormai morente? Per Giovene, la risposta è contenuta proprio in questa vicenda: “Lo Stato fallisce quando perde l’obiettivo della rieducazione della pena, senza consentire prospettive”. Ha avuto la possibilità di uscire dal carcere solo alla fine. La libertà, per lui, è arrivata quando non era più una prospettiva di vita, ma solo la possibilità di morire accanto ai propri cari. Carcere al migrante-scafista, anche se non è un trafficante di Patrizia Maciocchi Il Sole 24 Ore, 27 agosto 2026 Condanna per concorso in immigrazione clandestina alla persona che si presta ad aggiustare i motori in cambio della traversata gratis verso l’Italia. Quattro anni e due mesi di carcere e tre milioni di euro di multa al migrante-scafista, addetto alla riparazione dei motori in caso di guasto, come prestazione di scambio per pagarsi il viaggio, anche se estraneo all’accordo del sodalizio finalizzato al traffico di migranti. La Cassazione conferma la condanna alla detenzione unita a una maxi sanzione per concorso nell’immigrazione clandestina. I giudici di legittimità, basandosi sulle testimonianze di più migranti, che avevano indicato il ricorrente come il soggetto incaricato di intervenire sul motore dell’imbarcazione in occasione dei guasti che si erano verificati durante la traversata, affermano la responsabilità nel reato, a causa del vantaggio indiretto che il “meccanico” aveva tratto dalla sua prestazione: il viaggio senza pagare il biglietto. Il ruolo di meccanico in cambio del viaggio gratis - Un vantaggio decisamente annullato dalla multa stellare che gli viene inflitta, in base alla norma che prevede il pagamento di 15mila euro per ogni migrante che entra clandestinamente, anche grazie alla collaborazione di chi si presta, pur estraneo all’organizzazione del traffico, a favorire l’ingresso illegale degli stranieri. A deporre a sfavore dell’imputato anche la lingua e l’identità araba, al pari dei conducenti dell’imbarcazione, e il fatto incontestato di essere intervenuto due o tre volte durante il viaggio per ripristinare il motore. Un ruolo fondamentale per il buon esisto della traversata, in virtù del quale l’imputato godeva di una libertà di movimento che gli altri migranti non avevano, spostandosi tra la sala motori e la cabina di pilotaggio. La figura del migrante scafista non trafficante - Per la Cassazione non c’è contraddizione tra l’esclusione dell’aggravante del fine di profitto affermata già dal primo e il favoreggiamento, perché il ricorrente si era prestato a ricoprire il ruolo che gli era stato assegnato dall’organizzazione per raggiungere le coste italiane, quale corrispettivo indiretto per il suo intervento. Per la Suprema corte è corretta la decisione impugnata di ricondurre il ricorrente, addetto ai motori, alla posizione del cosiddetto “migrante-scafista-non trafficante”. Un’espressione ormai entrata nel linguaggio giudiziario, che la stessa Consulta (sentenza 120/2026) indica “nel migrante irregolare - del tutto estraneo all’eventuale sodalizio criminale che ha organizzato il trasporto - cui viene assegnato, in via occasionale ed episodica, il compito di condurre il mezzo di trasporto o altro ruolo logistico (ad esempio, di addetto al satellitare, di custode del cibo e dell’acqua, di incaricato dell’ordine a bordo)”. Tre milioni di euro di multa più le spese di giudizio - La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di costituzionalità relativa al trattamento sanzionatorio stabilito dal decreto Cutro che, quanto al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, non fa distinguo e punisce “chiunque, compresi gli stessi stranieri irregolari che, mentre procurano l’ingresso illegale altrui, procurano al contempo il proprio”. Delineando così un reato comune. Per il ricorrente, come se non bastassero i tre milioni di euro di multa, c’è anche la condanna alle spese. Friuli Venezia Giulia. Sanità in carcere, ritardi e incertezze: la denuncia dei medici di Giuseppe Rolli rainews.it, 27 agosto 2026 Il sindacato Snami: compensi parziali per le prestazioni effettuate e scarsa trasparenza, la regione e le aziende sanitarie intervengano. L’assistenza sanitaria negli istituti penitenziari del Friuli Venezia Giulia resta un tema caldo. Nonostante nuovi accordi regionali, i medici denunciano ritardi nell’applicazione delle norme e incertezze sui loro compensi. Secondo il sindacato SNAMI, molti medici non ricevono il giusto riconoscimento economico per ogni paziente trattato, come previsto dagli accordi nazionale e regionali, una situazione che rischia di compromettere la qualità delle cure offerte ai detenuti e la motivazione degli operatori. Secondo Stefano Vignando, presidente regionale dello SNAMI, “ad oggi, nonostante l’entrata in vigore dell’accordo attuativo aziendale e delle nuove tariffe non abbiamo ancora riscontro sull’effettiva applicazione delle norme. I medici di medicina generale che operano nelle carceri spesso ricevono un compenso solo parziale, soprattutto quando durante un intervento vengono trattati più pazienti”. “Noi chiediamo - continua Vignando - che venga riconosciuto il compenso per ogni singolo caso, come previsto dall’ACN e dagli accordi regionali. Inoltre manca trasparenza sui dati: non sappiamo quanti medici siano coinvolti, con quale contratto e quanti interventi vengano effettivamente richiesti. È fondamentale che le istituzioni rispondano e garantiscano condizioni chiare e giuste, sia per i professionisti che per i pazienti detenuti”. Il sindacato SNAMI sollecita la Regione e le aziende sanitarie a fornire risposte rapide e a rispettare gli impegni presi. In gioco c’è “la tutela dei diritti dei medici e la qualità dell’assistenza nelle carceri, un servizio essenziale per la dignità di tutti”. Umbria. Il Garante dei detenuti chiede un Tavolo per attuare la legge sulla detenzione domiciliare ansa.it, 27 agosto 2026 Un tavolo tra Regione, Amministrazione penitenziaria, sanità e gli altri soggetti coinvolti per dare concreta attuazione in Umbria alla nuova legge sulla detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti è una delle prime proposte avanzate dal neo Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, Andrea Pensi, che ha visitato la casa di reclusione di Spoleto insieme alla presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Sarah Bistocchi. Per Pensi si è trattato del primo incontro nell’istituto spoletino dopo la nomina. “Ho apprezzato la solidità e la qualità delle strutture dell’amministrazione carceraria, della polizia penitenziaria e della direzione sanitaria”, ha spiegato Pensi al termine della visita. Il Garante ha incontrato anche alcuni detenuti, raccogliendo segnalazioni su quelli che ha definito “problemi ordinari, ma sui quali si misura la qualità dell’amministrazione” e rispetto ai quali, ha assicurato, ci sarà un’interlocuzione con la direzione penitenziaria. Il punto ritenuto più urgente riguarda però l’applicazione della nuova legge voluta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. “Qui ci sono una quarantina di detenuti tossicodipendenti che potrebbero accedere ai benefici della legge”, ha detto Pensi. Da qui la proposta “di aprire un tavolo tra i vari soggetti coinvolti”, a partire dalla Regione, per coordinare gli interventi e verificare anche le risorse che saranno messe a disposizione. Il Garante ha indicato inoltre tra gli obiettivi quello di rafforzare il rapporto tra gli istituti penitenziari e i territori. Pensi ha chiesto un incontro ai sindaci dei Comuni umbri che ospitano strutture detentive. Il primo sarà il 22 settembre con la sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi. “Ci sono idee per portare alcuni servizi comunali all’interno delle carceri”, ha spiegato. “Dobbiamo fare in modo che queste carceri diventino comunità, nella misura in cui una persona detenuta abbia la possibilità di vivere una vita il più normale possibile, chiaramente nel rispetto della sua condizione e dell’esecuzione della pena”, ha concluso. Umbria. Il Garante Pensi sulla Rems: “Speriamo di vederla realizzata a breve” di Filippo Partenzi Corriere dell’Umbria, 27 agosto 2026 Il Garante dei detenuti ha visitato la casa di reclusione di Maiano con la presidente dell’Assembla legislativa, Bistocchi: “Ipotesi Gualdo Tadino da verificare”. “Ho chiesto un incontro ai sindaci dei territori in cui si trovano le strutture detentive per discutere di alcune idee, tra cui quella di portare una serie di servizi comunali nelle carceri così da farle diventare delle comunità dove il detenuto abbia l’opportunità di vivere una vita più normale possibile, nel rispetto della sua condizione e dell’esecuzione della pena”. Lo ha detto il Garante regionale dell’Umbria per le persone sottoposte a restrizioni o limitazioni della libertà personale, Andrea Pensi, ieri nel corso della visita effettuata, insieme alla presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Sarah Bistocchi, all’interno della Casa di reclusione di Maiano. “Ho apprezzato la solidità e la qualità dell’amministrazione carceraria, della polizia penitenziaria e della direzione sanitaria. Basi di partenza solide, non comuni da trovare in altri luoghi simili”. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di confronto sulle condizioni dell’istituto, sull’organizzazione delle attività trattamentali e sulle principali criticità. “Abbiamo avviato un’interlocuzione - ha affermato Pensi - che ci consentirà di analizzare vari temi: il più sono una quarantina di detenuti tossicodipendenti che potrebbero infatti accedere ai benefici della norma in questione”. Il Garante dopo aver incontrato la direttrice del penitenziario Bernardina Di Mario, la direttrice sanitaria Simonetta Antinarelli, gli agenti e gli educatori ha poi visitato i locali e i reparti della casa di reclusione. Tra le questioni finite sul tavolo, anche la realizzazione di una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) in Umbria. “Abbiamo fatto un approfondimento su questo argomento: l’idea iniziale di aprirla a Gualdo Tadino va verificata ma, nel frattempo, c’è stato un rilancio di tutti gli adempimenti obbligatori per arrivare ad avere questa struttura. Auspichiamo di vederla concretizzata in tempi rapidi”. Un incontro strategico, quindi, da cui partire per risolvere le problematiche esistenti. “Ringrazio Pensi - ha spiegato la presidente dell’Assemblea legislativa Bistocchi - per aver iniziato il suo mandato programmando un giro di visite nelle strutture penitenziarie in Umbria a partire da quella di Spoleto che, più di altre, deve saper coniugare la funzione di luogo di reclusione con attività culturali, di rieducazione, rigenerazione e crescita. I piani d’azione 2026-2029 per l’inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione di pena vanno in questa direzione e annuncio che in queste ore - ha aggiunto - la Regione pubblicherà dei bandi a cui possono accedere le associazioni per attivare dei corsi di formazione riguardanti specifiche professionalità all’interno delle carceri”. Venezia. Carcere “chiuso” per le cimici dei letti. Stop ai detenuti, dirottati a Padova di Monica Zicchiero Corriere del Veneto, 27 agosto 2026 Nuova emergenza dopo quella di un anno fa, celle infestate. Nessun accesso da due settimane. Ci sono di nuovo le cimici dei letti nelle brande del carcere circondariale di Santa Maria Maggiore di Venezia. E da prima di Ferragosto, tutti gli arrestati convalidati dal giudice per le indagini preliminari o dal giudice monocratico per direttissima, quelli presi in flagranza da carabinieri e polizia non trovano più accoglienza in città e vengono mandati al Due Palazzi di Padova. Perché a Venezia non c’è più posto. È ancora presente una infestazione di cimici, conferma il garante dei detenuti Ferdinando Ciardiello, che per decenni è stato educatore nella struttura ed è stato designato a rappresentare i coscritti dalla giunta di Simone Venturini: “In alcune sezioni è programmata la sanificazione. L’anno scorso si era scoperta un’infestazione e l’allora direttore aveva acquistato macchinari appositi che vengono tuttora adoperati. È emerso di recente che da soli non sono sufficienti”. Il momento in cui è stato chiaro alla città che Santa Maria Maggiore era al limite della capienza è stato il 13 agosto, quando un piromane di Roncade reo confesso di aver appiccato quattro incendi nel territorio di Ceggia dal 3 al 13 agosto (“Sono stato io, volevo fare pulizia”, aveva ammesso davanti alla gip Benedetta Vitolo) era stato mandato a Padova perché Venezia era “in overbooking”, stando alle parole del giudice per l’udienza preliminare Alberto Scaramuzza. E da allora è stato un tutt’uno di conferme di custodia cautelare in carcere di ex compagni o mariti violenti. Sono almeno due procedimenti al giorno in aula da codice rosso e per gli incalliti della cattiveria contro le donne il carcere è la regola. Tutti coscritti a Padova. Non a Venezia, perché in città non c’è più posto. “Il numero di detenuti oscilla tra 270 e 290 - informa il garante - Ricordo bene i periodi nei quali erano 350, perché ero operatore sociale, all’epoca. Si mettevano i detenuti a dormire a terra. Fortunatamente da allora le leggi sono cambiate e ad ogni detenuto va garantito uno spazio di almeno tre metri quadri”. L’emergenza cimici era già scoppiata a luglio 2025. Gli insettini che pungono chi dorme, viaggiano con le valigie e i borsoni, vanno il letargo in inverno, sono capaci di stare anni senza nutrirsi ma in estate si risvegliano e pungono. Allora il divieto di nuovi ingressi a Venezia era arrivato dal Provveditorato regionale alle carceri causa emergenza sanitaria. Una condizione che pare si sia replicata anche per questa estate. La nuova direttrice reggente del carcere di Venezia Rosanna Gargano, subentrata ad ottobre dopo Farina, ha preso nuovamente a cuore la questione che è riesplosa a fronte di numerosi ingressi (più di uno al giorno) e della permanenza degli insetti nelle brande. “La giunta Venturini ha mostrato di avere sensibilità per la situazione dei detenuti - informa il garante - Sono stato ieri in carcere per colloqui. La collaborazione è ottima anche con la Camera penale veneziana”. Gela (Cl). Il modello virtuoso della Casa circondariale di Balate La Sicilia, 27 agosto 2026 Nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, promossa dall’unione delle Camere Penali Italiane per mantenere alta l’attenzione sulle condizioni di vita nelle carceri anche nei mesi estivi, il senatore del M5S Pietro Lorefice ha visitato ieri mattina la Casa Circondariale di contrada Balate, insieme a una delegazione della Camera Penale di Gela. Una tappa che, come sottolinea lo stesso parlamentare, assume un valore particolare in un momento in cui molte strutture detentive italiane affrontano livelli di sovraffollamento drammatici, in alcuni casi superiori al 150%, con condizioni di vita al limite della decenza. La realtà di Balate, invece, si presenta come un modello virtuoso. La struttura è in discreto stato, gli spazi risultano dignitosi e sono attive diverse iniziative formative rivolte ai detenuti. Un elemento centrale è l’attenzione al reinserimento sociale un pilastro imprescindibile del sistema penitenziario. Fondamentale, in questo percorso, è il contributo dei volontari che ogni giorno mettono a disposizione tempo e competenze per costruire opportunità concrete oltre la pena. Il senatore, pur riconoscendo gli aspetti positivi riscontrati, ribadisce che non si possono ignorare le criticità diffuse nel sistema carcerario italiano. Proprio per questo, conoscere da vicino le realtà che funzionano deve spingere le istituzioni a pretendere che dignità, diritti, formazione e lavoro siano garantiti ovunque, senza eccezioni. “Il carcere non può essere soltanto un luogo di pena - afferma - ma deve offrire la possibilità di tornare nella società con strumenti nuovi e una prospettiva diversa”. “La visita a Balate - conclude Lorefice - conferma una certezza: quando istituzioni, operatori, volontari e comunità collaborano, il reinserimento non è solo un principio sulla carta, ma una possibilità concreta”. Comprendono rilievi acustici e magnetometrici del fondale, videoriprese subacquee e campionamenti di acqua e sedimenti. Si tratta di una fase preliminare indispensabile per definire il tracciato della futura condotta e verificare la compatibilità ambientale dell’opera, che dovrà garantire un approvvigionamento costante di acqua marina al dissalatore. L’impianto, attualmente operativo con un modulo mobile da circa 96 litri al secondo, è destinato a essere potenziato fino a 192 litri al secondo, diventando uno dei pilastri del piano regionale per fronteggiare la crisi idrica. Al termine dei rilievi, Siciliacque potrà procedere alla progettazione esecutiva e alle successive autorizzazioni, passaggi necessari prima dell’avvio dei lavori di posa della condotta, considerata strategica per migliorare la disponibilità idrica nel territorio gelese. Avellino. Detenuti al lavoro e sportello anagrafe in carcere: doppia intesa per il reinserimento di Renato Spiniello irpinianews.it, 27 agosto 2026 Lavoro per la cura della città e regolarizzazione dei documenti in vista della libertà: sono i due pilastri del patto stretto tra il Comune di Avellino e la Casa Circondariale “Antimo Graziano”. La Giunta Comunale, presieduta dal sindaco Nello Pizza, ha approvato all’unanimità e con immediata esecutività due protocolli d’intesa destinati a favorire il reinserimento sociale dei detenuti, nel solco dell’articolo 27 della Costituzione. Il lavoro di pubblica utilità - Con la delibera n. 56, il Comune manifesta la disponibilità ad accogliere da 1 a un massimo di 10 detenuti, ai sensi dell’art. 20 ter dell’Ordinamento Penitenziario, per interventi di pulizia, piccola manutenzione e restituzione del decoro di spazi pubblici, aree verdi, piazze e cimitero. Le attività si svolgeranno dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 16, con rientro in istituto entro le 16:30, sotto il coordinamento di un tutor dipendente del Comune. Il protocollo prevede regole stringenti: divieto di allontanarsi dal luogo di lavoro, divieto di utilizzo dei social e di pubblicazione di foto o video, divieto di accompagnarsi a pregiudicati, con controlli a campione della polizia penitenziaria e verifiche delle urine al rientro in istituto. La prestazione è volontaria e gratuita, con copertura assicurativa INAIL, e il Comune potrà chiedere l’allontanamento e la sostituzione di chi tenga comportamenti non consoni. Nessun onere graverà sul bilancio comunale. Lo sportello anagrafe dietro le sbarre - Con la delibera n. 55 viene invece approvato il protocollo, composto da nove articoli, per l’apertura all’interno della casa circondariale di uno sportello di servizio dell’Ufficio Anagrafe e di Stato Civile di assistenza verso i detenuti. L’obiettivo è garantire a chi è in via di liberazione la piena titolarità del proprio diritto di cittadinanza: un documento d’identità valido (CIE) e una situazione anagrafica regolarizzata, requisiti fondamentali per un concreto reinserimento sociale. Il servizio sarà a titolo gratuito, con una durata di un anno tacitamente rinnovabile. Gli accordi saranno sottoscritti dal sindaco Nello Pizza e dalla direttrice della Casa Circondariale, Mariarosaria Casaburo. “Il lavoro all’interno e all’esterno degli istituti penitenziari rappresenta uno strumento fondamentale di rieducazione, recupero e reinserimento sociale - si sottolinea nelle delibere - anche come forma di riparazione che il condannato pone in essere a beneficio della collettività”, con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva e recuperare alla comunità chi ha scontato la propria pena. Napoli. Carcere minorile, un ruolo per gli Ets di Andrea Stefani Italia Oggi, 27 agosto 2026 Enti del terzo settore e cooperative sociali in campo per prevenire e gestire i conflitti all’interno degli istituti penali minorili. L’Istituto di Nisida, a Napoli, cerca infatti soggetti non profit a cui affidare la realizzazione del progetto “RiparTiamo - Percorsi di gestione dei conflitti e responsabilizzazione negli Ipm”. A disposizione un budget massimo di 10 mila euro per 330 ore di attività da svolgere tra settembre e dicembre 2026. Le candidature dovranno essere trasmesse tramite Pec entro il 27 agosto. L’avviso, pubblicato dal ministero della giustizia il 19 agosto, è rivolto a enti del terzo settore, associazioni e cooperative sociali. Tra i requisiti richiesti figurano l’iscrizione al Runts e almeno due anni di esperienza nell’esecuzione penale minorile, nella mediazione penale o familiare oppure nella gestione dei conflitti. Gli enti dovranno inoltre mettere a disposizione figure professionali qualificate, come psicologi ed educatori professionali. L’obiettivo è introdurre all’interno dell’istituto una cultura della prevenzione del conflitto, lavorando sull’alfabetizzazione emozionale dei minori e dei giovani adulti detenuti. Le attività comprenderanno laboratori per la gestione delle emozioni e la de-escalation dei conflitti, percorsi di mediazione interpersonale e incontri dedicati alla risoluzione non violenta delle controversie. Previsti anche momenti di confronto con l’équipe educativo-pedagogica e con il personale dell’istituto. Il progetto partirà il 1° settembre e terminerà il 31 dicembre. Dei 10 mila euro disponibili, 9.900 saranno destinati alle figure professionali, remunerate per 330 ore a 30 euro l’ora, mentre 100 euro serviranno per l’acquisto di materiali. Il problema non è il woke, sono i diritti che retrocedono di Michela Ponzani* Il Domani, 27 agosto 2026 Una democrazia non muore soltanto quando vengono cancellati i diritti. Muore anche quando i diritti diventano parole così usurate da non significare più nulla. E se il woke in Italia non fosse mai esistito? Correva l’anno 2020 quando le piazze d’America si infiammavano per l’assassinio di George Floyd, l’afroamericano immobilizzato con un ginocchio sul collo e ucciso da Derek Chauvin, poliziotto bianco di Minneapolis, animato da ben poca pietà. Sarà che l’America razzista wasp aveva tremato, ma da allora i suprematisti bianchi protestanti, riponevano nei cassetti i cappucci del Ku Klux Klan, con tutto il corollario di corde per impiccare e fiaccole da incendio. Rovesciare, distruggere o imbrattare di vernice rossa le statue erette per celebrare i simboli del passato coloniale o in ricordo di schiavisti sudisti, saldava simbolicamente i conti con 200 anni di identità etnica americana, pronta a mandare sulla forca (o alla sedia elettrica) tutti quei migranti di origine non anglosassone, che pure avevano reso grande il Nuovo Mondo. Non solo neri, ma ispanici, slavi, greci e perché no, anche italiani. Pesino Andrew Jackson, presidente americano venerato da Donald Trump, rischiò d’essere buttato giù da Lafayette Square, in una Washington che ancora celebrava la deportazione forzata dei nativi americani dalle loro terre. Era l’America che provava, con enorme ritardo e non senza autoinganni, a fare i conti con se stessa e la sua origine violenta. Non abbandonare lo “smontaggio”. Serve più cultura woke, non meno Una parola magica Poi è arrivato il woke. E in Italia è diventato una parola magica. Una parola buona per liquidare il femminismo, il linguaggio inclusivo, le battaglie contro il razzismo e i diritti delle minoranze. Una parola abusata dalla destra per raccontare una presunta dittatura del politicamente corretto che, a guardare bene, sembra spesso assai più potente nei talk show che nella vita quotidiana. Ma il problema è che l’Italia non è l’America. Semplicemente perché noi, di storia, ne abbiamo un’altra, molto più radicale. A dispetto dell’America individualista che ha prodotto straordinarie conquiste di libertà, ma anche una società profondamente diseguale, la nostra Costituzione non si limita a dire che gli individui sono liberi al punto da essere lasciati soli di fronte alla povertà o alla malattia. Non celebra il possesso, il successo dei soldi, la sicurezza a suon di armi di facile acquisto e la possibilità di curarsi solo se hai dollari in tasca. Dice qualcosa di più ambizioso: la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono alla libertà e all’uguaglianza di essere reali e per tutti. È la differenza enorme tra proclamare un diritto e costruire le condizioni perché quel diritto possa essere esercitato. E allora il problema non è che in Italia abbiamo troppo woke o troppi diritti. È, semmai, che abbiamo ancora troppi diritti proclamati e troppo pochi realmente garantiti. I veri fantasmi - Possiamo discutere per settimane sul linguaggio inclusivo, mentre migliaia di giovani lavorano senza una prospettiva di autonomia. Possiamo scandalizzarci all’infinito per una parola sbagliata e contemporaneamente tollerare disuguaglianze che decidono alla nascita il destino di una persona. Possiamo litigare sulla grammatica dei diritti, mentre una famiglia non riesce a permettersi una casa, mentre un ragazzo nato e cresciuto in Italia (ma dalla pelle diversa) rischia di essere deportato con la remigazione. Questa è la contraddizione che il dibattito sul woke rischia di nascondere. Il vero fantasma non è il woke: sono i diritti che tornano indietro. E se questo accade non siamo più nel territorio delle parole ma del potere. Abbiamo una Costituzione avanzatissima e una società nella quale nascere in una famiglia povera può ancora significare partire decine di metri indietro rispetto a chi nasce nella famiglia giusta. Abbiamo il diritto alla salute e liste d’attesa che possono trasformare quel diritto in una corsa contro il tempo. Abbiamo il principio di uguaglianza e donne che continuano a pagare un prezzo professionale e sociale per la maternità. Abbiamo una legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e (con buona pace di Vannacci e dei patriarchi del suo oscurantista Futuro nazionale) servizi territoriali già pieni di associazioni pro-life, che accolgono con occhiatacce e battute volgari, ogni volta che una donna chiede la somministrazione della RU486 in ambulatorio e a domicilio. I diritti non vengono cancellati soltanto quando una legge viene abrogata. Possono essere svuotati lentamente: attraverso ostacoli burocratici, carenze nei servizi, pressioni culturali, restrizioni nell’accesso. Se woke significa sorvegliare ossessivamente il linguaggio degli altri, trasformando ogni errore in una colpa morale, allora quella cultura può diventare settaria, autoreferenziale, perfino intollerante. Se invece significa accorgersi che il colore della pelle può ancora determinare un diverso trattamento della polizia, che il sesso può ancora decidere una diversa possibilità di carriera, che l’origine familiare può ancora decretare il futuro di un bambino, allora forse dovremmo smettere di vergognarci della parola e tornare a occuparci della cosa. Perché una democrazia non muore soltanto quando vengono cancellati i diritti. Muore anche quando i diritti diventano parole così usurate da non significare più nulla. Il demenziale dibattito sul woke: perché sui diritti Conte è ambiguo *Docente di Storia contemporanea all’Università degli studi di Roma “Tor Vergata” Caso Sea Watch, ovvero la legge contro la giustizia di Vittorio Coletti huffingtonpost.it, 27 agosto 2026 La legge protegge lo Stato, la giustizia protegge l’individuo dalla legge ingiusta. Come due esigenze possono incontrarsi (ma stavolta non lo faranno). Il caso della Sea Watch, la nave della Ong che il governo accusa di non aver rispettato norme che questa ammette di non aver rispettato perché diffida dei libici con i quali doveva rapportarsi in base ad esse, mette in rilievo un grande problema esploso con le migrazioni: quello del rapporto tra legalità e giustizia, tra legge e pietà. Non si tratta infatti del banale caso del mariuolo che giustifica il non essersi fermato all’alt dei carabinieri perché non si fida degli uomini in divisa. È la riproposizione di uno dei temi più antichi e delicati della storia, riassumibile con la famosa vicenda dell’Antigone di Sofocle, la tragedia che racconta della sorella che disubbidisce al re e alle leggi della città per dare degna sepoltura al fratello. La contrapposizione tra legalità e giustizia, tra regole e bene, anima dall’inizio il dibattito politico sulle migrazioni, con una parte che sottolinea le prime ignorando le seconde, perché denuncia l’irregolarità di chi entra senza aver chiesto permesso, e l’altra che fa il contrario, perché sottolinea la precedenza delle ragioni umanitarie di chi bussa alla nostra porta. Succede così che ogni volta si vede solo una faccia della questione, o la legalità o la giustizia, o la regola o la pietà, mentre dai tempi dei tempi il dramma è che sono presenti e importanti tutte e due: Giorgia Meloni vede solo l’infrazione delle norme sull’ingresso in Italia da parte dei migranti e chiede il rispetto della legalità; il Papa vede solo la loro sofferenza e invoca la pietà richiesta dalla superiore giustizia divina; le destre, che spesso sono insofferenti della legge dello stato in nome della libertà individuale, esigono legalità contro i migranti e le sinistre, che spesso fanno della legalità la loro bandiera, la ammainano di fronte alla doverosa giustizia dell’aiuto ad essi. La delicatezza della questione sta nel fatto che hanno ragione gli uni e gli altri. Ma allora come comportarsi, come orientare almeno il proprio giudizio in un dilemma del genere? Innanzitutto, osservando un’importante differenza tra lo spazio della legalità, delle norme positive, e quello della pietà, della superiore giustizia: il primo è definito e delimitato dallo stato attraverso le sue istituzioni e mette al centro la collettività; il secondo ha confini più vasti e meno precisi e mette al centro la persona. Per secoli gli stati hanno fatto riferimento solo alle leggi e anteposto il loro rispetto a quello delle aspettative della persona. Da qualche tempo, il diritto più avanzato, quello internazionale, ha cominciato a precisare i casi in cui la legge degli stati si può sospendere perché lo richiedono superiori esigenze umanitarie delle persone (richieste di asilo da parte di perseguitati, vittime di guerre, di disastri naturali ecc.), ma gli stati hanno sollevato obiezioni e ne sono nati contrasti giuridici e politici. Dietro i due atteggiamenti contrapposti, stanno due soggetti, attivi e passivi, diversi: dietro la richiesta di mettere avanti le leggi, il soggetto è lo stato, che, in quanto istituzione, le fa e, in quanto collettività, le riceve e rispetta; dietro la domanda di mettere avanti le persone, c’è l’individuo o il gruppo che la fa e quello che ne beneficia. Quando le due esigenze possono incontrarsi perfettamente e integrarsi siamo in uno stato felice; utopico, perché probabilmente impossibile e comunque concepibile solo in una dimensione sovranazionale, oggi, purtroppo, in forte difficoltà. Bisogna quindi cercare un compromesso. Che dovrebbe partire, a mio avviso, dal rispetto delle contrapposte ragioni. Chi parla a nome dello stato ha presente soprattutto l’intera collettività e non può che esigere il rispetto delle leggi che essa si è data; chi parla a titolo personale o di gruppo può pretendere il superamento della legge (e sarà pronto a pagarne le conseguenze anche penali) perché considera solo un numero limitato di persone (in questo caso i migranti) e queste, in quel frangente, vengono per lui prima della collettività. Sono due interlocutori diversi, che hanno di fronte realtà umane e sociali non coincidenti, anche se certo non incompatibili. Comprese le rispettive ragioni e differenze, l’Antigone di Sofocle può aiutarci ancora. Antigone disubbidisce alle leggi che ritiene ingiuste per la persona (il fratello), come sostiene di aver fatto la Sea Watch per i suoi migranti, ed è pronta a pagarne il terribile prezzo; alla Sea Watch ne tocca uno modesto, ma non pare tanto disposta a pagarlo. Il re difende la legge dello stato, ma, quando vede che il rispetto di essa ha generato dolore e morte, sprofonda nella disperazione; il governo Meloni si fa vanto dell’uso della forza con i migranti del momento, senza vedere che si condanna alla sconfitta sul lungo periodo. Oggi si desidererebbe uno stato che sappia allentare i vincoli della legge di fronte alle domande primarie della persona, ma anche una persona che non disprezza il diritto- dovere dello stato a fare leggi che tutelino tutta la comunità e non si vanta né pretende impunità se, per quanto con buone ragioni, non le rispetta. Quella politica che vuole cancellare la notte di Andrea Lai Il Manifesto, 27 agosto 2026 Riconoscimento biometrico, decreti anti-rave e decibel bassi: la lotta alla musica fuori dai grandi eventi. Dall’esempio di Thatcher al governo Meloni, i movimenti giovanili da attaccare tra teppa, movida e maranza. Davanti al locale c’è una fila lunghissima. Avanza lenta. La serata è iniziata già da un po’. Le ragazze e i ragazzi, stufi di aspettare, scoprono che basta farsi riconoscere dalla telecamera biometrica per saltare la coda. Dopo qualche esitazione cedono. È un meccanismo che conosciamo che porta a rinunciare alla privacy in cambio di un vantaggio immediato. Potrebbe essere l’ultima trovata tecnologica di una lunga storia di controllo della vita notturna giovanile. In Inghilterra, durante gli anni in cui il neoliberismo svuota le fabbriche, Margaret Thatcher riassume la sua ricetta in poche parole: there is no alternative. Quel T.I.N.A. è l’atmosfera del realismo capitalista di Fisher. Intanto, di quelle fabbriche si impossessa una generazione che smette di essere utile al sistema e balla al suono della techno e dell’acid house, musiche (guarda un po’) afrodiscendenti. Visioni nere del futuro che diventano l’unica alternativa giovanile possibile. Il dissenso di decine di migliaia di corpi che ballano e si organizzano oltre la legge crea il più importante movimento contro musicale paneuropeo: la rave culture. È un fenomeno fastidioso per il governo conservatore inglese che, nel 1994, approva il Criminal Justice and Public Order Act sotto John Major, erede della Signora di Ferro. In Inghilterra il ballo non autorizzato diventa un reato. I giovani che si riuniscono in feste autogestite, fuori dalla griglia del mercato, sono un problema di ordine pubblico. Non è una novità. Da secoli le nuove generazioni, soprattutto quelle delle classi subalterne, vengono trattate come teppa quando elaborano comportamenti sfidanti per sottrarsi alla cultura dominante. Nei locali italiani non ci sono ancora telecamere per la scansione biometrica, ma negli Stati uniti un’azienda chiamata Club Support vende già ai club privati un sistema di riconoscimento facciale. Ai membri non servono tessere o app perché il corpo diventa la credenziale. Tra i vantaggi per il gestore ci sono il controllo e il tracciamento delle entrate e delle uscite. Sul consenso, una sola riga relativa alla foto fornita “volontariamente” al momento dell’iscrizione. Roba da golf club americani, si dirà. Solo che, dal 2023, in Australia l’associazione dei club del Nuovo Galles del Sud ha installato il riconoscimento facciale nelle sale da gioco. Il volto di chi entra viene confrontato con il registro di chi si è autoescluso dal gioco d’azzardo. Finalità dichiarata: proteggere i giocatori seriali da sé stessi. Difficile trovare una causa più difendibile. Poi la stessa lobby ha proposto di usare il sistema per espellere ubriachi, molesti e persone non gradite. Ecco il salto di specie: una nuova infrastruttura di controllo viene metabolizzata come strumento di sicurezza. Il bersaglio di quelle telecamere sono le nuove generazioni che, per il semplice fatto di incontrarsi, rappresentano un problema di ordine pubblico. Oggi ci sono i maranza; ieri i mods, i punk e i teddy boys; negli anni Novanta i raver. Cambiano i generi musicali, ma non la convinzione che i giovani riuniti senza una funzione produttiva siano una minaccia. Nella nostra Italia tardo-rurale il primo atto del governo di Giorgia Meloni, che cita Thatcher nei suoi libri, è stato il decreto anti-rave, seguito da chiusure e sospensioni delle licenze attraverso strumenti amministrativi come l’articolo 100 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, una norma fascista del 1931. La sicurezza dei “nostri ragazzi” diventa così la repressione consensuale (almeno per i genitori) della loro energia di cambiamento. La vita notturna, i movimenti giovanili che si incontrano mentre gli adulti dormono, evidentemente, mettono a rischio la stabilità sociale. Così, se un’esperienza sopravvive alle autorizzazioni, alle commissioni e agli esposti, finisce nel cassonetto della movida. Una parola che in origine indicava il movimento culturale della Spagna postfranchista e che in Italia è diventata sinonimo di vita notturna molesta, ormonale e chiassosa. Movida selvaggia, mala movida, movida violenta. Espressioni da questura e da Tg5, usate per giudicare in anticipo, dentro le quali scompaiono le differenze tra un concerto underground, un locale, un centro culturale e una rissa in strada e restano alcol, rumore e promiscuità. Esiste però un’eccezione alla securitizzazione della notte: i grandi eventi. Centomila persone davanti a un palco diventano un pubblico ordinato dal ticketing, diviso in settori, controllato dalla sicurezza privata e misurato in ricadute economiche. Il grande evento è accettabile perché ha un biglietto, un cancello, uno sponsor, a volte anche politico. Le metropoli italiane si sentono Parigi, Londra, Barcellona e Berlino, adottano parole inglesi e parlano di indotto. Ma dove sono gli spazi in cui nascono generi musicali inediti, nuovi rituali e forme di intrattenimento che non hanno ancora un nome? Dove possono le nuove generazioni mettere in crisi la cultura che hanno ereditato, anche sbagliando, anche entrando in conflitto con i modelli commerciali esistenti? Il ricambio culturale prospera in luoghi marginali, economicamente fragili, difficili da classificare, affidati a giovani aperti alla crisi. Le lucciole nelle tenebre di cui canta Battiato. Energie che vogliono mandare in pensione direttori artistici e addetti alla cultura. Ma non possono fare rumore, disturbare e, soprattutto, avere un luogo. Come scrive Valerio Marchi in Teppa, l’allargamento della repressione non è mai riuscito a neutralizzare le istanze di rinnovamento giovanili: “Il Potere non è mai venuto del tutto a capo di questa sorta di guerriglia giovanile”. Marchi parte dal Cinquecento e arriva a oggi, dai “putti” violenti ai Victorian Boys al coatto di Pasolini. Teppa, movida, maranza, basta trovare un nuovo nome da attaccare. Perché con la parola giovinezza la cultura politica della sicurezza ha un conto aperto. Il fascismo dell’inno Giovinezza quando a quella gioventù ha chiesto di presentarsi alle armi, la risposta è stata una renitenza di massa. L’età media dei partigiani, invece era di ventiquattro anni, erano cresciuti nelle scuole del regime, costretti a cantare Giovinezza in fila per due. Teppa giovanile erano anche i pirati dell’Atlantico, poco più che ventenni che nel Settecento si davano regole proprie fuori dalla legge degli imperi. Sembra che a rompere l’ordine siano sempre giovani pronti allo scontro contro la repressione dei governi. La neutralizzazione delle istanze giovanili passa anche per l’ossessione dei decibel, misurati come se il suono fosse un virus da contenere. I limiti sempre più bassi imposti ai luoghi di ritrovo delle ultime generazioni fanno del rumore una colpa e nessuno distingue più fra un locale che ignora il quartiere e una città incapace a tenere insieme il diritto al riposo e quello di incontrarsi. La città sicura immaginata dalla politica è muta, attraversata da telecamere e svuotata di ogni comportamento imprevedibile. Aspettiamoci allora che qualcuno proponga il riconoscimento facciale nei locali anche in Italia come misura utile a escludere le teste calde. Chi potrà dirsi contrario alla sicurezza? Arriverà così una notte nella quale tutti saranno identificati, il suono sarà silenziato e ogni comportamento normato. Sarà il prolungamento illuminato del giorno: un luogo sicuro per lo status quo, che vuole continuare a dormire e sognare un mondo disciplinato. Fine vita. Primo suicidio assistito gestito in un ospedale di Sara Bettoni Corriere della Sera, 27 agosto 2026 Milano, la scelta di Domenico Zuccarella. Nell’udienza di giugno: “Sono stanco, non ne posso più”. Il 59enne con la sclerosi multipla: donato il corpo alla ricerca. La Regione aveva approvato a maggio un vademecum sul fine vita, in assenza di una legge nazionale o regionale. Il quarto caso in Lombardia di suicidio medicalmente assistito porta con sé un ulteriore passaggio verso il diritto al fine vita. Domenico Zuccarella, 59enne di Giussano (Monza e Brianza) affetto da sclerosi multipla secondariamente progressiva, è morto il 25 agosto in una struttura sanitaria e non a casa sua, come è invece avvenuto per gli altri pazienti che hanno scelto la stessa strada. È la prima volta che accade in Italia, almeno tra le storie finora emerse. Il Servizio sanitario regionale - secondo un iter già seguito in precedenza - tramite l’Asst Ovest Milanese ha fornito il farmaco letale, gli strumenti perché il paziente se lo autosomministrasse, il personale sanitario che monitorasse la situazione. E ha garantito l’intera procedura in un ospedale: il 59enne non ha voluto tornare a casa. D’altra parte già da alcuni anni era assistito in una residenza sanitaria per disabili. Domenico ha inoltre scelto di donare il proprio corpo alla ricerca. Ex imbianchino, aveva dovuto smettere di lavorare nel 2011, un anno dopo la comparsa dei primi sintomi della malattia. Ora riusciva solo a muovere alcune dita della mano sinistra. “Sono oramai quasi del tutto privo di forza, stordito da farmaci che non servono a curarmi, bensì a trattenermi in una condizione di continua, insopportabile e inaccettabile sofferenza...”, raccontava pochi mesi fa, ricordando l’ultima vacanza nel 2009 a Marrakech e i giri in moto a cui era stato costretto a rinunciare da tempo. Quello di Domenico è il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Lombardia dopo l’emanazione, lo scorso giugno, delle indicazioni operative della Regione per la gestione delle domande di fine vita. Una sorta di vademecum per aiutare gli ospedali, in assenza di una legge nazionale o regionale sul tema. Eppure per il 59enne non sono stati seguiti i tempi riportati nel documento (non vincolante). L’associazione Luca Coscioni, che ha seguito il paziente in tutto il percorso, sottolinea che dalla richiesta all’Asst Ovest Milanese dell’8 novembre 2025 all’effettiva attuazione della procedura sono trascorsi 290 giorni, oltre nove mesi, contro i 145 giorni stabiliti dalle indicazioni regionali. Dopo mesi di attesa, solleciti e diffide, a fine maggio il collegio legale di studio e difesa di Domenico, coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale della Coscioni e sua difensora, aveva presentato un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che la procedura fosse conclusa in tempi compatibili con la progressione della malattia. La Commissione medica il 18 maggio aveva accertato a maggioranza la presenza dei quattro requisiti indicati dalla Corte costituzionale per accedere al suicidio medicalmente assistito (irreversibilità della patologia, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli). Nell’udienza del 23 giugno, Domenico aveva espresso direttamente al giudice il peso dell’attesa: “Sono stanco, non ne posso più”. Il 25 agosto, la conclusione. Filomena Gallo con Marco Cappato, tesoriere della Coscioni, sottolineano: “Domenico è morto con la speranza che ciò che aveva ottenuto potesse essere utile ad altre persone nella sua stessa situazione. Oggi in Lombardia esiste dunque un percorso concretamente tracciato. Ma per evitare che la procedura sia condotta in tempi così lunghi è fondamentale che il Consiglio regionale approvi la legge di iniziativa popolare “Liberi subito”“. L’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso contesta però la Coscioni, ricordando la “volontà del paziente, prima della procedura, che la sua morte non venisse strumentalizzata e usata. Possiamo confermare che il percorso si è svolto nel pieno rispetto delle procedure previste dalle indicazioni regionali e in osservanza dei principi stabiliti dalle pronunce della Corte costituzionale”. L’Ia è uno strumento? Sì, come una pistola. Perché servono regole prima che sia tardi di Nicola Lacetera* Il Domani, 27 agosto 2026 Regolare gli usi dell’Ia attraverso istituzioni indipendenti e democraticamente responsabili, non è opporsi al progresso ma impedire che tecnologie presentate come destinate a trasformare l’intera società vengano sviluppate attraverso processi sui quali la società dispone di pochissimo controllo. “Non sono le armi che uccidono. Ma le persone”. “L’intelligenza artificiale (Ia) è solo uno strumento. Le decisioni finali, il giudizio sulla base delle informazioni fornite, spetteranno sempre agli esseri umani”. La prima affermazione riprende lo slogan con cui la National Rifle Association si oppose negli Usa alla regolamentazione dell’uso delle armi: Guns don’t kill people. People kill people. I liberal americani ne hanno contestato per decenni la logica: è ovvio, perché le armi non sparano da sole; fallace, perché una minore disponibilità di armi ridurrebbe il numero di persone in grado di usarle e quindi stragi e incidenti; ideologico, perché trasforma il possesso di armi in un fatto puramente individuale, ignorando istituzioni, tecnologia, condizioni sociali, cultura e interessi economici. Le armi di oggi, per esempio, non sono paragonabili a quelle dell’epoca del Secondo emendamento. E disagio sociale o pressione dell’industria possono amplificare i rischi e condizionare le regole. Le conquiste legislative sono rimaste modeste, ma questa contronarrazione ha avuto un merito: mostrare che la diffusione delle armi non è un dato di natura, bensì il risultato di precise scelte collettive. Lo stesso spirito critico è quasi mancato di fronte alla seconda affermazione, molto in voga in questi anni. Eppure il parallelismo è evidente. Dire che l’Ia è “solo uno strumento” e che alla fine saranno sempre gli esseri umani a decidere elude domande fondamentali: quali esseri umani? Con quali interessi, incentivi e potere? Per rispondere può essere utile descrivere come, e in quale direzione, queste tecnologie si stanno sviluppando. È la prima generazione laureata con ChatGpt. Ora incombe il lavoro. Costi e ricavi - Dal punto di vista tecnico-economico, la caratteristica più saliente sono gli enormi costi di sviluppo e mantenimento di queste tecnologie. Raccogliere ed elaborare i dati che “nutrono” i large language model (Llm) e consentono loro di rispondere alle richieste degli utenti richiede enorme potenza di calcolo, materiale per costruire “data center”, spazio per ospitarli, energia per attivarli, acqua per raffreddarli. E personale qualificato da retribuire profumatamente. L’opinione prevalente nel settore è che per migliorare i modelli sia necessario continuare ad aumentare questi investimenti, insomma che non ci siano economie di scala rilevanti. Ai costi elevati non corrisponde nulla di comparabile dal lato dei ricavi. Le stime più attendibili indicano che, a fronte di oltre 1.500 miliardi di dollari di investimenti complessivi, i ricavi effettivi annui degli Llm, vicini allo zero nei primi anni, sono oggi intorno ai 50 miliardi. Per ogni mille dollari di ricavi, inoltre, le spese operative sono tra i 3mila e i 5mila. Finora questo divario è stato crescente, e non si intravede il momento in cui la tendenza si invertirà, sia per mancanza di idee su come offrire con profitto questi servizi, sia per la concorrenza internazionale che spinge i prezzi al ribasso. La conseguenza è che soltanto poche imprese possono permettersi contemporaneamente investimenti giganteschi e perdite prolungate, nella speranza che il settore si concentri intorno a pochissimi vincitori capaci di ottenere rendimenti sufficienti a remunerare il capitale investito. E per convincere gli investitori di essere il cavallo vincente non basta migliorare i propri prodotti. Bisogna promettere cambiamenti epocali e imminenti. Da qui gli annunci sull’avvento dell’intelligenza artificiale generale (Agi), cioè macchine capaci di riprodurre o superare le capacità cognitive umane; il conio di espressioni come “intelligenza artificiale trasformativa” (di cosa?); la suspense sull’arrivo di modelli talmente potenti da dover essere tenuti segreti per proteggere un’umanità non ancora pronta a riceverli. A dare sostegno accademico a queste favole spesso intervengono (ahimè) anche studiosi di varia fama. In un contesto in cui università, laboratori e singoli ricercatori dipendono sempre più dai finanziamenti delle grandi aziende tecnologiche, è naturale preoccuparsi dei possibili conflitti di interessi di questi “esperti”. Promesse appetibili - Alle iperboli poi si aggiungono promesse di sviluppare queste tecnologie in direzioni appetibili per gli investitori e le imprese che potrebbero adottarle. Una promessa su tutte: ridurre i costi del lavoro, in termini di salari, occupazione, libertà e potere contrattuale. Molte imprese privilegiano la sostituzione del lavoro umano rispetto al suo rafforzamento e miglioramento, insieme a forme sempre più pervasive di sorveglianza dei dipendenti. Da possibilità incorporate nella tecnologia, automazione e vigilanza diventano una scelta che risponde a precisi incentivi economici. E, perché le imprese ottengano questi tagli in fretta e realizzino profitti, i finanziatori accettano spesso strutture societarie che garantiscono scarsa trasparenza o un potere eccezionale ai fondatori. Per riassumere: i modelli di Ia generativa e agentica hanno costi enormi e crescenti; non si vedono soluzioni che rendano il settore profittevole; gli investimenti si concentrano in poche imprese, e ognuna cerca di monopolizzarli; per ottenere questo primato, si promettono rivoluzioni come l’Agi, ma anche e soprattutto automazione e sorveglianza; a fronte di questi prospetti, gli investitori tollerano forme di governo delle imprese opache e con poteri concentrati in pochi individui. Insomma, è pur vero che le decisioni sulle direzioni che prenderà lo sviluppo dell’Ia dipendono da esseri umani. Ma queste persone si contano sulle dita magari non di una, ma di due mani. A loro stiamo delegando, di fatto, la configurazione di questa rivoluzione industriale. Tutti rigorosamente maschi, i membri di questo gruppetto includono suprematisti bianchi che con un click hanno cancellato programmi pubblici di aiuto allo sviluppo provocando la morte di migliaia di bambini, imprenditori che hanno configurato le loro piattaforme di social media per generare dipendenza psicologica e cognitiva, bugiardi seriali che mentono ai propri azionisti, pseudo-intellettuali che straparlano di incompatibilità fra libertà e democrazia, e spingono per un impiego sempre maggiore dell’IA in campo bellico, falsi sostenitori della libertà di stampa che silenziano i giornalisti, frequentatori diretti e indiretti di criminali pedofili. E, tutti o quasi, entusiasti spettatori all’inaugurazione della seconda presidenza Trump (ma anche, in precedenza, sostenitori di presidenti democratici). Sistemi inseparabili - Nel frattempo siamo stati ammaliati dallo scrolling infinito e gratuito sui social media; impegnati nell’esegesi di chi mette un cuoricino a chi; sedotti dalla presunta “abbondanza” di informazione, merci e servizi a prezzi stracciati. Si è finito per banalizzare concetti complessi come efficienza, produttività e benessere, con la complicità di presunti esperti che hanno fatto strame di decenni di pensiero economico e sociale in cambio di un piatto di lenticchie e qualche volo in classe business. Nel diluvio di stimoli continui, è diventato sempre più difficile distinguere fatti e propaganda. Alcune narrazioni si impongono non per la loro validità, ma per la forza economica di chi le impone. E si ignora spesso il pensiero e i moniti di chi da anni descrive i rischi di un ritorno a società oligarchiche e plutocratiche: da Aaron Swartz a Cathy O’Neil, da Meredith Whittaker a Frank Foer, da Jill Lepore a Quinn Slobodian, da Cory Doctorow a Gil Duran e Safiya Noble. Questi autori convergono su un punto fondamentale: non si può separare una tecnologia - siano armi da fuoco o Llm - dal sistema economico, politico e istituzionale nel quale viene sviluppata e dalle direzioni che gli esseri umani decidono di darle. Il problema, quindi, non è se l’intelligenza artificiale possieda una volontà propria. Ovviamente non ce l’ha, così come non ce l’ha un kalashnikov. Il problema è chi la costruisce, ne possiede le infrastrutture, stabilisce gli obiettivi dei sistemi, decide dove applicarli, e ne trae profitto. Aspettare che gli effetti peggiori si manifestino pienamente prima di intervenire potrebbe essere troppo tardi. Regolare gli usi dell’Ia fin dall’inizio, e poi continuamente durante il suo sviluppo, attraverso istituzioni indipendenti e democraticamente responsabili, non è opporsi al progresso. Significa impedire che tecnologie presentate come destinate a trasformare l’intera società vengano sviluppate attraverso processi decisionali sui quali la società dispone di pochissimo controllo ma rischia di subirne tutti i rischi. *Economista Minori senza protezione sui social, Meta patteggia un risarcimento di 16 miliardi di Marco Schiaffino Il Manifesto, 27 agosto 2026 Zuckerberg chiude il processo di Oakland per salvarsi. I testimoni hanno inchiodato l’azienda che così evita la gogna e altri procedimenti. Con un patteggiamento da 16,7 miliardi di dollari, Meta mette fine a un processo che avrebbe potuto costarle molto più caro. Nella causa, promossa da 29 stati dell’unione, l’azienda di Mark Zuckerberg era accusata di non aver protetto adeguatamente bambini e adolescenti iscritti ai suoi social network. Nel mirino il design stesso delle piattaforme, pensate per massimizzare il tempo e il coinvolgimento degli utenti, pur sapendo che potevano favorire un uso compulsivo e danneggiare soprattutto i soggetti più fragili. Non solo: le accuse riguardavano anche la verifica dell’età degli utenti e in particolare il fatto che Meta raccogliesse comunque i dati dei minori di 13 anni senza la necessaria notifica e il consenso dei genitori. Un comportamento vietato dal Children’s Online Privacy Protection Act. L’accusa a Zuckerberg di aver progettato i suoi social con l’obiettivo di “creare una dipendenza” in bambini e adolescenti non è nuova. Il Ceo di Meta aveva già dovuto difendersi dalle stesse contestazioni avanti al congresso e al senato statunitensi, oltre che alla Commissione europea. Occasioni in cui Zuckerberg ha sostanzialmente dichiarato di “fare tutto quanto sia possibile” per proteggere al meglio i minori che frequentano i social network di Meta. Il processo di Oakland, però, si è trasformato in un vero incubo. Le bordate sono arrivate già con la prima testimonianza. Sul banco dei testimoni è salito Arturo Béjar, già collaboratore di Facebook tra il 2009 e il 2015 e tornato nel 2019 come consulente del cosiddetto “Instagram Well-Being Team”. Béjar, particolarmente coinvolto in tutti i processi legati alla tutela del benessere dei minori iscritti ai social network Meta, ha sparato a zero sulle politiche aziendali spiegando che si ispirava a una “cultura che considerava la sicurezza dei bambini secondaria rispetto alla crescita e al coinvolgimento su Facebook e Instagram”. Esattamente il contrario di quanto sostenuto da Zuckerberg in più occasioni pubbliche. Béjar ha anche attaccato il ruolo dello stesso fondatore di Facebook per quanto riguarda l’impegno nella protezione dei minori, che Zuckerberg ha sempre descritto come una sua priorità: “Se Mark definisce qualcosa come una priorità, si spostano montagne in pochi mesi”. Insomma: se Meta non ha implementato sistemi di protezione dei minori, la responsabilità è certa. Dalle successive testimonianze di George Volichenko, Francesco Fogu e Adam Mosseri sono emersi altri aspetti controversi, come alcune “opportune omissioni” nella pubblicazione di dati riguardanti l’impatto negativo di Facebook e Instagram su bambini e adolescenti o la scelta di non introdurre come impostazioni predefinite le funzionalità che visualizzano un avviso che “suggerisce” una pausa nell’uso dei social network. La decisione di optare per una transazione, seppur multimiliardaria, permette a Meta di uscire da quello che si era trasformato in un vero tritacarne mediatico, il cui proseguimento prometteva di portare ulteriori danni a livello reputazionale. L’uscita dal processo ha permesso alla società californiana di evitare l’audizione di Frances Haugen, che molti commentatori consideravano come una sorta di “arma fine di mondo” nella causa e che era iscritta nell’elenco dei testimoni depositato dai ricorrenti. La ex manager di Meta ha infatti denunciato le pratiche dell’azienda già nel 2021, fornendo alla stampa migliaia di documenti che comprovavano il fatto che i dirigenti erano perfettamente a conoscenza dell’impatto che gli algoritmi avevano sulla salute mentale di bambini e adolescenti. La sua testimonianza sarebbe stata senza dubbio il pezzo forte del processo. Per Mark Zuckerberg l’accordo è tutto sommato un buon affare. La causa avviata al tribunale di Oakland coinvolgeva solo California, Colorado, Kentucky e New Jersey, ma era solo la prima di una serie di procedimenti che nel complesso vedevano Meta sottoposta al fuoco di fila di denunce da parte di 47 stati. Con il patteggiamento, evita tutti i processi e soprattutto un’esposizione mediatica di cui l’azienda è ben contenta di fare a meno. Gli oltre 16 miliardi pagati dalla società, come conferma il suo andamento in borsa dopo la diffusione della notizia, sono considerati un “effetto collaterale” tutto sommato accettabile. Non bastano le sanzioni, scardinare il potere delle piattaforme di Marco Liberatore Il Manifesto, 27 agosto 2026 Il punto non è tanto aver riconosciuto che queste piattaforme sono state immaginate per fornire un’esperienza sempre più totalizzante, quanto che debbano essere in parte riprogettate. Cosa ne uscirà, ossia se la toppa sarà peggiore del buco è presto per dirlo. Cosa ce ne facciamo di questa “sentenza storica”? Certo vedere Meta e Google inchiodate per aver causato dipendenza e non avere implementato misure di sicurezza per l’uso da parte dei minori fa un certo effetto. Ma è una vittoria? Forse dovrebbero chiedere consiglio ai nostri di Autistici/inventati che da più di vent’anni offrono servizi alternativi e indipendenti e sono uno dei server più importanti a livello europeo che si batte per la libertà di espressione e i diritti digitali. Invece scopriamo che il dipartimento del Tesoro degli Stati uniti ha imposto delle sanzioni al collettivo italiano che ora è accusato di terrorismo per il supporto tecnico che fornisce alle organizzazioni antifasciste e a quelle di sostegno alla Palestina. Anche questo è tecnofascismo. Insieme ad Autistici/Inventati a molti altri gruppi e collettivi, sin dal 2012 abbiamo indicato nei sistemi di gamificazione di algoritmi e interfacce uno snodo centrale del problema e abbiamo contribuito a disinnescare la narrazione dominante della Silicon Valley sulle nuove tecnologie, creando la cornice teorica necessaria allo sviluppo di riflessioni e tecnologie non egemoniche. Le sentenze che condannano Meta rendono certamente chiara una posizione di monopolio che impedisce qualsiasi forma di alternativa. Se non viene intaccato questo elemento le big tech continueranno a essere nella posizione di imporre tecnologie tossiche a miliardi di persone senza troppo preoccuparsi delle conseguenze. Finché non metteremo in discussione il software proprietario e le strutture centralizzate il piano di confronto sarà sempre inclinato a loro favore. I leviatani digitali esistono perché in assenza di leggi antitrust sono stati assemblati software che non rispettano i requisiti minimi di apertura del codice, architettura distribuita, decentralizzata e federata, possibilità di modificare e riprodurre il software, protocolli di comunicazione comuni. Quindi, da una posizione di forza e privilegio, programmi e piattaforme sono di fatto imposti all’utenza meno smaliziata e consapevole. Certo, nessuno ci punta una pistola alla tempia per usare un servizio anziché un altro, ma è proprio questa la forza dei monopoli: indurre una servitù volontaria data dalla percezione di assenza di alternative. Ma le alternative esistono eccome, oramai da molti anni. Forse conoscerle e iniziare a usarle non è così semplice se non si inquadrano le questioni dalla necessaria prospettiva. Noi ne proponiamo una postumana: la macchina è di fatto un quasi soggetto. Di conseguenza, è più preciso parlare di co dipendenza e non di semplice dipendenza. I dispositivi hanno bisogno di noi, senza il nostro coinvolgimento smettono di produrre senso e dunque denaro. Nei nostri gruppi di ascolto cerchiamo di andare a fondo rispetto al tipo di relazione che la macchina mette in gioco. I saperi antiproibizionisti e i metodi di riduzione del danno acquisiscono nuova rilevanza, come “scalare” lo si decide assieme, senza giudizi né forzature. In questa cornice persone adulte e persone bambine spesso hanno le stesse difficoltà. Per questo quando si lavora con i minori non si può dare per scontato che le persone nel ruolo genitoriale siano perfettamente in grado di problematizzare la dipendenza. Rosa Fioravante: “Nessuna somma di denaro può impensierire le big tech” di Shendi Veli Il Manifesto, 27 agosto 2026 I social possono creare dipendenza. Una consapevolezza ormai diffusa che adesso, negli Stati Uniti, ha anche una misura economica: 17,1 miliardi di dollari. È quanto Meta ha accettato di versare, in dieci rate annuali, a 47 Stati, al District of Columbia e ad alcuni territori statunitensi per chiudere le cause in cui era accusata di aver progettato Facebook e Instagram in modo da favorire un uso compulsivo da parte dei minori. Ma le sanzioni economiche sono davvero efficaci nel contenere l’impatto sociale delle grandi piattaforme? “Siamo in una fase di transizione” spiega Rosa Fioravante, ricercatrice di Digital Ethics al Politecnico di Milano. “Mentre in Unione Europea è prevalso un approccio regolatorio, con iniziative legislative come l’Ai Act o il Digital Service Act, negli Stati Uniti ha prevalso la deregulation, con la magistratura, e i grandi processi, come unico argine. Ora le big tech si trovano a dover scegliere se continuare percorrere la via riparativa, cioè pagare quando multate o quella proattiva, cioè sviluppare modelli con sistemi di safe guard più etici”. I risarcimenti richiesti nei procedimenti giudiziari sono ancora troppo bassi per impensierire le aziende? Non esiste una somma che possa costringere colossi come Meta, X o Youtube a cambiare direzione. Questo per tre motivi: non operano in un’economia di mercato ma in un regime di oligopolio, sono imprese guidate soprattutto dalle logiche dei mercati finanziari più che da quelle industriali. E per concludere hanno un peso incalcolabile nell’economia e nella politica americana, ma anche globale. Le grandi piattaforme social e di intelligenza artificiale sono già too big too fail, come si diceva delle banche nella crisi dei mutui sub prime del 2008. Se venissero sottoposte a sanzioni tali da comprometterne la tenuta probabilmente ci sarebbe un intervento pubblico per salvarle. Quali effetti possono avere allora sentenze, leggi e divieti? Soprattutto un effetto reputazionale e un effetto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. È un corso simile a quello che dagli anni sessanta ha interessato le aziende di tabacco e alcol. Si parte dai minori che sono lo stakeholder più fragile. Limiti, leggi e sanzioni non impediscono veramente l’accesso a questi prodotti ma possono contribuire a creare una percezione del potenziale lesivo. Quello che può modificare l’evoluzione degli spazi digitali è un cambiamento nella domanda. La pressione della società civile ha un ruolo più grande di quello che si pensa. Una domanda ampia e generalizzata di spazi digitali più etici, qualora ci fosse, potrebbe spingere le big a differenziare i loro i prodotti o consentire l’ingresso di nuovi attori nel mercato. I divieti non sono anche un modo per deresponsabilizzare le aziende sulla progettazione dei loro prodotti? Le piattaforme hanno provato in altre sedi legali a scaricare le responsabilità per i danni sui minori sulle figure di controllo come genitori e insegnanti. La linea era: una volta introdotto il parental control la palla passa a chi deve applicarlo. Ma dalla sentenza del marzo 2026 contro Google e Meta questo piano si è ribaltato. Le piattaforme sono ritenute responsabili in prima battuta poiché si afferma che i loro prodotti sono ingegnerizzati per creare dipendenza. È vero? Il funzionamento è per certi versi simile a quello delle slot machine. Le ricompense casuali, come i like o i retwit, sono molto gratificanti per il nostro sistema neurocognitivo. Attivano il rilascio della dopamina che crea soddisfazione istantanea. Il tutto è sempre a portata di mano attraverso lo smartphone, quindi continuiamo a tornare lì in cerca di questa sensazione positiva. Gli algoritmi lavorano anche sull’omifilia, il piacere che deriva dal confronto con persone affini a noi, questo porta alla creazione delle echo chamber, bolle in cui opinioni simili si rafforzano a vicenda. Tendenzialmente sui social vediamo contenuti di due tipi: molto in linea col nostro modo di pensare oppure radicalmente opposti. Infatti anche la rabbia è un grande motore di engagement, di permanenza attiva sulla piattaforma. Cosa faranno le piattaforme per garantire una maggiore tutela dei minori? Limiti di età all’accesso, eliminare la possibilità di scrollare all’infinito. Si parla anche di blocchi all’uso notturno. Sono cose che i regolamenti europei già prescrivono. Poi questo modello di funzionamento si rivela problematico anche per le piattaforme. L’uso è sempre più passivo e i contenuti sono prodotti sempre più frequentemente da account professionali. La vendita e la pubblicità hanno acquisito un ruolo preminente producendo stanchezza negli utenti. Il problema è che si affronta molto questo tema dal punto di vista dei divieti e il focus è tutto concentrato sui minori. È ovvio, i minori sono più esposti, ma le restrizioni saranno sempre aggirabili e il potenziale dannoso degli algoritmi è una questione che impatta fortemente anche gli adulti.