Una sfida possibile: fuori chi deve scontare meno di un anno di Tiziana Maiolo Il Dubbio, 26 agosto 2026 La riforma di Nordio sui tossicodipendenti può essere un primo passo per ridurre il sovraffollamento. All’allarme di Gratteri sui boss replica il procuratore di Aversa Airoma. Non c’è neanche bisogno di scomodare le associazioni che da anni lavorano nelle carceri italiane, come Nessuno tocchi Caino o Antigone. È sufficiente ascoltare le parole di un procuratore che non abbia l’ossessione delle manette e della mafia, per capire quanto importante sia la scommessa lanciata dal ministro Nordio e dal Parlamento, perché almeno le persone che soffrono di dipendenza da sostanze psicotiche o alcol possano scontare la fine della pena, a determinate condizioni, in luoghi adeguati. Domenico Airoma è il procuratore di Aversa, ha avuto esperienza anche nel settore dell’”antimafia”. Conosce la differenza tra un boss della criminalità organizzata e chi è in carcere non semplicemente in quanto “anche” tossicodipendente, ma proprio a causa della sua condizione. Sentirlo parlare, nell’intervista resa a Repubblica il giorno successivo a quello in cui Nicola Gratteri aveva lanciato l’allarme di un “indulto mascherato”, fa un po’ ricordare l’ex ministra Marta Cartabia con la sua giustizia riparativa. Mondo cattolico, che problema c’è? E ben venga, insieme a tanti altri mondi, se serve a ragionare e non a limitarsi a chiedere la costruzione di nuove carceri, come fa su un altro quotidiano molto legato a certi procuratori, il pm “antimafia” Nino Di Matteo. La legge è entrata in vigore lo scorso 21 agosto e sarebbe semplificativo ed erroneo limitarsi a definirla una norma “svuotacarceri”. Anche se non va sottovalutato l’allarme sovraffollamento. Perché, se 64.741 persone stanno affastellate nei posti che potrebbero contenerne 46.343, questo vuol dire che quei detenuti non stanno davvero vivendo e che la loro pena non si limita a consistere nella privazione della libertà. C’è una pena accessoria che rischia di toglierti il respiro, in un’estate come questa. Nelle carceri non c’è di sicuro l’aria condizionata, a volte è proprio l’aria che manca, e spesso anche l’acqua. Se soffri di qualche patologia, se hai dipendenze o problemi psichiatrici, la detenzione può anche portarti al peggio. Già nei primi mesi del 2026, ci dice la relazione di metà anno di Antigone, 38 persone si sono tolte la vita nelle prigioni italiane. Salvare qualche vita non ha nulla a che fare con gli allarmi dell’antimafia. E se vogliamo proprio allargare il tiro e a tutti i costi spingere il governo e il Parlamento a osare di più, proponiamo per la prossima occasione un provvedimento che liberi dalle mura del carcere tutti i detenuti definitivi negli undici-dodici mesi precedenti la scadenza del fine pena. Ce ne sono circa 8000, che potrebbero essere collocati ai domiciliari, tanto a quel punto non hanno alcun interesse a scappare, e rischiare il ritorno in carcere. In ogni caso, come dice il procuratore Airoma, proviamo a giocarci questa scommessa. Le comunità terapeutiche sono pronte ad accogliere “…tanti, anche giovani, che non sono criminali, e non vogliono morire tali”. “Con un programma terapeutico serio - dice ancora il procuratore di Aversa - possono integrarsi: è una sfida”. Se è lecito non condividere questi concetti, queste speranze, quel che pare inopportuno, e anche offensivo, è usare argomenti infondati. La norma riguarda pene residue fino a otto anni, ma solo quattro per i reati più gravi. Il famigerato “doppio binario” introdotto 30 anni fa con il famoso “decreto Martelli” è salvo, stia tranquillo dottor Di Matteo. Come si può pensare che qualche ergastolano autore di stragi e omicidi di mafia possa traslocare dall’Ucciardone a San Patrignano su disposizione del ministro Nordio? Il procuratore Nicola Gratteri si esercita in una serie di pseudo-ragionamenti così dietrologici e paradossali da indurre il sospetto che stia usando il suo consueto sarcasmo in luogo della logica. Ecco come immagina, il procuratore di Napoli, la strategia dei capimafia. “Potrebbero affidare i più gravi reati a persone tossicodipendenti, favorirne l’accesso ai programmi terapeutici e presentare quei delitti come conseguenza della dipendenza”. Quindi, per capire il “ragionamento”: Totò Riina avrebbe potuto assoldare un ragazzo strafatto e confuso, affidargli il compito di mettere la bomba a Capaci e poi, dopo l’arresto, farlo mandare in comunità. E poi continuare così all’infinito. Come non ci ha pensato il ministro Nordio? “Quello che ciascun individuo può strumentalmente realizzare per sé - prosegue il procuratore di Napoli -, avviare un programma di disintossicazione, poi drogarsi, poi commettere un reato, potrebbe diventare una strategia di gruppo criminale mafioso con effetti moltiplicativi tanto dei reati quanto delle strumentali uscite dal carcere”. Vasto programma, direbbe qualcuno. La triste verità è che questi magistrati, gli stessi che godono di grande popolarità e di ascolto, come Gratteri e Di Matteo, sono difficilmente recuperabili a una politica di riforme. Della giustizia, prima di tutto, come hanno dimostrato nella campagna politica del referendum costituzionale. Ma qui si tratta di prevedere e programmare comportamenti umani nei confronti di esseri umani. Non sono sufficienti le diverse sanzioni che l’ordinamento italiano ha subito dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo a mostrare che sul carcere occorre cambiare rotta? Possibile che l’unica soluzione accettata da alcuni sia sempre e solo quella di arrestare di più, come se il carcere fosse l’unica soluzione per i comportamenti di trasgressione, anche i meno gravi? Ci sono, anche all’interno della magistratura, due opposti modi di ragionare. C’è quello conservatore, o reazionario, di destra e di sinistra, di chi vuole lasciare le cose come stanno, al massimo assumendo qualche muratore in più, per alzare mura sempre più alte e tenere i problemi fuori dalla vista dei cittadini per bene. E c’è l’altro, e restituiamo di nuovo la parola al procuratore Airoma: “Noi ci vogliamo far paralizzare dai rischi? O vogliamo mettere in campo ogni impegno risorsa e investimento perché questa cosa funzioni?”. Dove siete, progressisti del Pd e di Magistratura Democratica? Tossicodipendenti fuori dal carcere, servono investimenti per la cura di Daniela Barbaresi* collettiva.it, 26 agosto 2026 Le risorse attuali bastano solo per 500 persone detenute. Una misura giusta nei principi, ma troppo limitata nei numeri e senza risorse adeguate. È entrata in vigore la legge 140/2026, recante “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, che introduce la possibilità, a determinate condizioni, di scontare fuori dal carcere una pena o un residuo di pena fino a otto anni, attraverso l’adesione a un programma terapeutico. Il principio alla base della legge è giusto e condivisibile: le persone con dipendenze devono poter accedere a percorsi terapeutici e socio-riabilitativi alternativi alla detenzione. Una dipendenza patologica non può essere affrontata attraverso una risposta esclusivamente penale, ma deve essere riconosciuta come una condizione di salute che richiede cura, presa in carico, riabilitazione e inclusione sociale. Ma proprio perché condividiamo questo principio, riteniamo necessario evidenziare con chiarezza i limiti di una legge che il governo presenta anche come risposta all’emergenza del sovraffollamento carcerario, ma che rischia di avere un impatto molto più ridotto rispetto alle necessità reali. Perché il sovraffollamento non è un fenomeno improvviso né inevitabile. È il risultato di precise scelte politiche e legislative. Dal decreto Caivano ai decreti sicurezza, passando per l’introduzione di nuovi reati, l’inasprimento delle pene e le restrizioni che rendono più difficile l’accesso alle misure alternative, la risposta alle fragilità sociali è stata troppo spesso affidata allo strumento penale. Il sovraffollamento delle carceri italiane ha raggiunto il 140 per cento e continua a rappresentare un’emergenza. In questo quadro non basta annunciare nuove misure alternative: bisogna renderle immediatamente accessibili e concretamente praticabili. La legge, invece, entra in vigore senza che siano ancora definite tutte le condizioni operative per la sua applicazione. È prevista una Commissione centrale, che dovrà elaborare le linee guida per rendere uniforme l’applicazione della normativa e definire anche le modalità con cui accertare l’effettiva e attuale condizione di dipendenza e l’idoneità del programma terapeutico. Per la costituzione della Commissione sono previsti fino a 120 giorni. Questo significa che la legge è entrata in vigore il 21 agosto, ma la sua concreta applicazione rischia di richiedere ancora mesi. Nel frattempo, le persone continuano a rimanere dentro carceri sovraffollate, in condizioni che spesso compromettono la salute e rendono ancora più difficile costruire percorsi di cura e reinserimento. C’è poi una questione decisiva: le risorse. A fronte di una popolazione carceraria nella quale le persone con problemi di dipendenza rappresentano una quota molto significativa - il 33 per cento secondo il Libro bianco sulle droghe 2026 - la copertura finanziaria prevista per l’anno in corso, pari a circa 19,4 milioni di euro, consentirebbe di accompagnare fuori dal carcere al massimo circa 500 persone. È una sproporzione evidente tra i bisogni e le risposte. Il governo parla di una platea potenziale di circa 10 mila persone nel medio periodo, ma nel primo anno le risorse disponibili coprirebbero una frazione minima di questo universo. Una legge che dovrebbe contribuire a fronteggiare il sovraffollamento non può essere finanziata per poche centinaia di persone, quando nelle carceri ce ne sono migliaia con problemi di dipendenza. Ma il problema non è soltanto quantitativo. La nuova disciplina rischia infatti di lasciare ai margini proprio una parte delle persone più fragili: quelle che vivono condizioni di grave marginalità, dipendenza patologica e disagio psichico, spesso caratterizzate dall’assenza di una rete familiare, abitativa e sociale e da percorsi di presa in carico discontinui. La platea dei beneficiari è fortemente selezionata dai requisiti previsti dalla norma, dai limiti di pena e dalle ulteriori condizioni stabilite per alcune tipologie di reato. L’accesso è inoltre legato alla presenza di un programma terapeutico e alla possibilità concreta d’individuare una struttura disponibile ad accogliere la persona. Non possiamo pensare che per accedere a un percorso alternativo al carcere sia sufficiente prevedere per legge una nuova possibilità. Quella possibilità deve essere concretamente esigibile. Una vera alternativa al carcere non può dipendere dalla fortuna di trovare un posto in comunità o dalla capacità della persona di costruirsi da sola una rete di cura. Deve essere garantita da un sistema pubblico di servizi adeguatamente finanziato e organizzato. Ed è qui che emerge una delle principali contraddizioni della legge. Dove sono gli investimenti nei SerD? Dove sono le risorse per le comunità terapeutiche? Dove sono gli operatori necessari per costruire e accompagnare i percorsi? I SerD sono già sottoposti a una forte pressione e a carenze di personale. La nuova normativa rischia di scaricare su servizi già in difficoltà ulteriori attività di valutazione, presa in carico e certificazione, senza un adeguato rafforzamento degli organici. Non possiamo trasformare i servizi per le dipendenze in una sorta di sistema di certificazione finalizzato esclusivamente a stabilire chi può uscire dal carcere. Il SerD deve continuare a essere prima di tutto un servizio sanitario, fondato sulla relazione terapeutica e sulla presa in carico della persona. Lo stesso vale per le comunità terapeutiche. Le comunità non sono e non devono diventare carceri fuori dal carcere. La loro missione deve rimanere terapeutica, riabilitativa e sociale. Non possiamo correre il rischio di snaturare il ruolo delle comunità trasformandole in luoghi di mera esecuzione della pena, comprimendo al tempo stesso l’autonomia e le funzioni degli operatori. E non possiamo ignorare il tema della disponibilità dei posti. Se non esistono strutture sufficienti e adeguatamente finanziate, una misura alternativa rimane semplicemente una possibilità sulla carta. Per questo riteniamo indispensabile un investimento straordinario nei SerD, nelle comunità terapeutiche accreditate, negli Uepe, nei servizi sociali territoriali e negli uffici giudiziari coinvolti, accompagnato da un rafforzamento degli organici e da percorsi individualizzati. La cura deve essere costruita intorno alla persona e ai suoi bisogni, non intorno alla disponibilità del sistema. Il governo non può affrontare il problema del carcere soltanto dal punto di vista dell’ordine pubblico e della sicurezza, né può presentare una misura alternativa come soluzione al sovraffollamento senza costruire tutto ciò che serve perché quella misura funzioni. La vera emergenza non si risolve chiamando “svuota-carceri” una legge che può riguardare poche centinaia di persone. Si affronta con meno carcere dove il carcere non serve, più cura dove c’è una dipendenza, più servizi dove c’è marginalità e, quando necessario, con il coraggio di discutere anche di clemenza. La parola “clemenza” non deve fare paura. In un sistema penitenziario democratico, la clemenza non è impunità e non significa negare la responsabilità per i reati commessi. Significa interrogarsi, alla luce dei principi costituzionali della finalità rieducativa della pena, sull’utilità e sulla proporzionalità della detenzione quando restano da scontare pochi mesi. O siamo capaci di discutere di commutazione della pena solo quando riguarda singoli casi, magari un gioielliere vendicativo, perché non abbiamo il coraggio di discutere di una misura generale e razionale che riguardi migliaia di persone e che permetta di affrontare concretamente il sovraffollamento? *Segretaria confederale Cgil Ciambriello: “Occorre costruire percorsi di cura che funzionino davvero” di Gianni Vigoroso ottopagine.it, 26 agosto 2026 Il Garante campano commenta la nuova legge sui detenuti tossicodipendenti: “Non è un indulto mascherato né un provvedimento epocale. Servono subito strumenti, servizi e risorse”. “È entrata in vigore il 21 agosto la nuova legge sui tossicodipendenti in carcere, presentata dal Governo come un “provvedimento epocale”. Ma, così com’è finanziata per il 2026, potrà riguardare circa 500 persone, a fronte di una popolazione detenuta con problemi di dipendenza che supera le 20mila unità. Siamo quindi poco sopra il 2%. Altro che indulto mascherato”. È quanto afferma Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale e portavoce della conferenza nazionale dei garanti territoriali, commentando l’entrata in vigore della legge 5 agosto 2026, n. 140, che introduce una nuova forma di detenzione domiciliare per persone tossicodipendenti o alcoldipendenti inserite in programmi terapeutici e socio-riabilitativi. “Su questo tema - sottolinea Ciambriello - non bisogna essere né apocalittici né integrati, ma realisti. Non è una misura clemenziale e non è un indulto mascherato: le misure alternative per le persone con dipendenze esistono già da decenni e, fortunatamente, vengono già applicate. L’ammissione al beneficio è preceduta da una rigorosa istruttoria da parte della magistratura competente e presuppone un vero percorso terapeutico e riabilitativo, che può essere realizzato anche sul territorio, attraverso i SerD e le comunità accreditate”. La nuova normativa prevede infatti l’accesso a programmi terapeutici e socio-riabilitativi residenziali o semiresidenziali, con una valutazione giudiziaria sulla concreta efficacia del percorso rispetto al recupero della persona e alla prevenzione della recidiva. La legge istituisce inoltre una commissione centrale chiamata a elaborare linee guida e a favorire un’applicazione uniforme dei criteri sul territorio nazionale. “Avevo già espresso in senso positivo - continua il garante campano Ciambriello - il principio alla base della riforma: riconoscere la tossicodipendenza come una malattia e non come un vizio è un fatto importante, civile e condivisibile. Curare una persona con una dipendenza non significa cancellarne la responsabilità penale, ma significa affrontare la causa del disagio e creare condizioni concrete per ridurre il rischio di recidiva e favorire il reinserimento sociale”. Il problema, ora, è l’attuazione: “La legge è entrata in vigore, ma non può funzionare senza gli strumenti organizzativi necessari. Bisogna costituire rapidamente la Commissione nazionale prevista dalla normativa, definire le linee guida, procedere con gli accreditamenti delle comunità e stabilire concretamente come distribuire e utilizzare i 19,4 milioni di euro stanziati. La stessa relazione tecnica considera, per il 2026, circa 500 posti aggiuntivi finanziabili. È una prima risposta, ma certamente non è sufficiente rispetto alla dimensione del fenomeno”. “Per questo - aggiunge il Garante campano - mi auguro che da gennaio del prossimo anno si possa verificare in modo concreto, controllato e trasparente l’efficacia della misura. Ma per farlo è indispensabile il coinvolgimento dei servizi pubblici, delle Regioni, dei SerD e delle realtà private accreditate, che devono avere competenze, personale e risorse adeguate per costruire percorsi terapeutici realmente efficaci”. Samuele Ciambriello richiama quindi l’attenzione su ciò che già oggi funziona. Meno male che questa dimensione alternativa esiste già. Circa 4.400 persone sono oggi in affidamento terapeutico e molte di loro, grazie ai finanziamenti regionali, ai SerD e alla collaborazione con le comunità accreditate, stanno affrontando il proprio percorso fuori dal carcere. Questo dimostra che la cura e il reinserimento possono essere strumenti concreti di sicurezza sociale. La nuova legge deve rafforzare, non sostituire, questa rete”. Il fenomeno resta particolarmente rilevante anche in Campania. Attualmente infatti, su una popolazione carceraria di 8.046 detenuti, 2.125 presentano problematiche di dipendenza, di cui solo a Poggioreale 841 e a Secondigliano 306. Oggi il garante campano si è recato a Poggioreale per incontrare un folto numero di detenuti tossicodipendenti. “Questi numeri - osserva Ciambriello - raccontano una realtà che non può essere affrontata soltanto con il carcere. A Poggioreale e Secondigliano passano ogni anno centinaia di persone con problemi di dipendenza. Per questo dobbiamo rafforzare i percorsi di presa in carico e rendere realmente accessibili le alternative terapeutiche”. Da qui la richiesta di un potenziamento strutturale dei servizi. Bisogna potenziare i SerD dentro le carceri e fuori dalle carceri, aumentare psicologi, assistenti sociali, educatori e tutte le figure specialistiche necessarie. E bisogna rafforzare gli Uffici di esecuzione penale esterna, della giustizia minorile e di comunità, perché il tema non riguarda soltanto questa nuova misura, ma l’intero sistema delle misure alternative e delle persone in esecuzione penale esterna”. “La tossicodipendenza - conclude il Garante campano Ciambriello - va affrontata prima di tutto come una questione sanitaria e sociale. Se una persona viene presa in carico, curata e accompagnata fuori dal carcere, attraverso i SerD o una comunità terapeutica, si può interrompere il circuito della dipendenza, prevenire nuovi reati ed evitare che quella persona entri o ritorni in carcere. La vera sfida della nuova legge è questa: non annunciare numeri, ma costruire percorsi di cura che funzionino davvero”. Carcere e costituzione. Lo specchio del Paese di Alessandro Prandi Solidea, 26 agosto 2026 In dialogo con Pietro Buffa, saggista e già dirigente del Dap. Nel dibattito pubblico il carcere torna ciclicamente a occupare le pagine di giornali, commenti sui social e discussioni più o meno centrate. Accade quando una persona detenuta si toglie la vita, si verificano abusi, il sovraffollamento raggiunge livelli insostenibili, un agente viene aggredito. Fatti che riportano l’attenzione su un sistema che sembra vivere perennemente in emergenza. È in quei momenti che ricompare anche l’articolo 27 della Costituzione, quasi fosse una formula da evocare ogni volta che la realtà smentisce i principi: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, la domanda appare inevitabile: quanto di quell’articolo è stato realmente attuato? È stata questa la domanda con cui ho iniziato la conversazione con Pietro Buffa, già direttore della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, saggista e da qualche mese consulente dell’Amministrazione comunale con l’obiettivo di riorganizzare i percorsi di inserimento sociale e lavorativo dei detenuti a fine pena o di quelli sottoposti a misure alternative. È da anni una delle voci più autorevoli nel dibattito sull’esecuzione penale. L’intento era parlare di sovraffollamento, di lavoro penitenziario, di misure alternative, di sicurezza. Dopo pochi minuti, invece, stavamo parlando di salari, di sanità pubblica, di globalizzazione e di paura. Non avevamo cambiato argomento. Era la domanda, probabilmente, a essere troppo stretta. “Bisognerebbe chiedersi”, mi dice quasi subito, “quanto la Costituzione, nel suo complesso, sia stata attuata. Quando si fanno ragionamenti sul carcere, sulla pena, sulla dignità e sulla rieducazione non bisogna restringere il campo. Bisogna allargarlo. È un problema molto più vasto, che riguarda l’attuazione della Costituzione nel suo complesso.” È una risposta che obbliga a spostare il punto di osservazione. Siamo abituati a considerare il carcere come un compartimento separato della società, un mondo con regole proprie, nel quale si concentrano problemi specifici da affrontare con strumenti specifici. Buffa capovolge questa prospettiva. Il carcere, sostiene, non è un’anomalia della democrazia italiana. È uno specchio. E, come ogni specchio, riflette ciò che gli sta davanti. Per questo, prima ancora di discutere se l’articolo 27 sia stato rispettato o tradito, propone di guardare al resto della Carta. “Pensiamo al lavoro. La Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro e che la retribuzione deve consentire una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Pensiamo alla solidarietà. Pensiamo alla salute. Oggi discutiamo di salari che perdono potere d’acquisto, di sfruttamento, di persone che rinunciano a curarsi. Allora dobbiamo domandarci quanto la Costituzione sia stata realmente attuata nel suo insieme.” Non è una fuga dal tema del carcere. È, piuttosto, un invito a collocarlo dentro una cornice più ampia. “Lo sento ripetere continuamente questa espressione: torniamo al carcere della Costituzione. Ma qual è questo carcere? E perché ne siamo usciti? Continuare a evocarlo non basta, se prima non capiamo che cosa è accaduto nel frattempo.” La sua non è una lettura pessimistica della storia repubblicana. Al contrario. Buffa individua con precisione una stagione nella quale la Costituzione ha smesso di essere soltanto un testo e ha iniziato a trasformarsi in politiche pubbliche: “La Repubblica diventa effettivamente democratica negli anni Settanta. È lì che arrivano lo Statuto dei lavoratori, il nuovo diritto di famiglia, la riforma sanitaria, la legge Basaglia e anche l’Ordinamento penitenziario. Sono tutte riforme che hanno dato gambe ai principi costituzionali e hanno consentito alla mia generazione di vivere una vita diversa da quella dei nostri padri.” L’espressione che utilizza è significativa: dare gambe alla Costituzione. Una Costituzione, sembra dire Buffa, non vive perché è scritta bene. Vive quando qualcuno la mette in cammino. E, implicitamente, smette di vivere quando quei principi restano affidati alla sola forza delle enunciazioni. È una riflessione che, inevitabilmente, sposta il terreno della discussione. Se il problema non è il carcere ma la progressiva non attuazione della Costituzione, allora anche le criticità del sistema penitenziario smettono di apparire come un’anomalia. Diventano il sintomo di qualcosa di più generale. Non è più soltanto: perché l’articolo 27 è rimasto incompiuto? Diventa, più radicale: quando abbiamo smesso di far camminare la Costituzione? Quasi naturalmente, il discorso si sposta dal piano costituzionale a quello sociale. Gli chiedo se, allora, le criticità che conosciamo non debbano essere lette come il sintomo di qualcosa di più profondo. Buffa annuisce. “Occorre ricollocare quello che qualcuno chiama il fallimento del carcere dentro un dibattito molto più ampio.” Da qui la conversazione prende una direzione inattesa. Non si parla più soltanto di istituti penitenziari, ma della trasformazione della società italiana negli ultimi quarant’anni. “Viviamo in un mondo globalizzato che produce marginalità in modo molto veloce e scarsamente reinseribile nel mondo del lavoro e del consumo. Lo Stato fatica sempre di più a garantire quel benessere che la Costituzione gli assegna come compito. La classe media vede erodersi le proprie certezze e reagisce chiedendo sicurezza.” Mentre lo ascolto mi colpisce un particolare. Buffa non contrappone mai sicurezza e diritti. Piuttosto, prova ad allargare il significato stesso di questa parola. “La sicurezza non è soltanto quella rispetto ai reati. È sicurezza del mantenimento del posto di lavoro, della salute, del cambiamento climatico, delle prospettive di vita. Oggi, invece, tutto viene ricondotto quasi esclusivamente alla paura della criminalità.” Il carcere non esce dall’inquadratura, rimane sullo sfondo, come conseguenza finale di processi che iniziano molto prima. È un pensiero che condivido con lui. Negli anni in cui mi sono occupato di carcere ho visto alternarsi governi di colore diverso, ministri della Giustizia, sottosegretari, capi del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Ogni volta si annunciava un cambio di passo, un nuovo approccio. Eppure, guardando ai problemi strutturali, la sensazione è quella di un sistema che continua a rincorrere le emergenze senza riuscire a modificarne le cause. Buffa non cerca un colpevole. Anzi, diffida proprio delle spiegazioni troppo semplici: “Ogni tanto si dà la colpa alla politica. Altre volte a chi dirige il DAP. Altre ancora al welfare. Ma sono risposte parziali. E qualche volta sono perfino delle non-risposte.” Il punto, secondo lui, è un altro: “Continuiamo a invocare il carcere della Costituzione come se bastasse quella formula per risolvere i problemi. Ma prima dovremmo domandarci perché quel carcere è uscito dalla Costituzione. Cosa è successo?” È una domanda che attraversa tutta la conversazione e che, a ben vedere, supera perfino il tema penitenziario. Che cosa è accaduto a una Repubblica che, negli anni Settanta, sembrava capace di trasformare i principi costituzionali in politiche pubbliche e che oggi fatica a tradurli in realtà? Forse è proprio qui che il carcere torna a essere protagonista. Non perché sia l’origine del problema. Perché ne rappresenta il punto di caduta. “Quando ho iniziato a lavorare”, ricorda Buffa, “nelle carceri c’erano soprattutto criminali professionali. Rapinatori, truffatori, appartenenti alla criminalità organizzata. Oggi il carcere è cambiato profondamente.” Dentro gli istituti penitenziari arrivano sempre più spesso persone segnate da dipendenze, disagio psichico, povertà estrema, migrazioni irrisolte, esclusione sociale. “Il carcere non produce questa marginalità. La raccoglie.” Se è così, chiedere al carcere di risolvere ciò che nasce fuori dalle sue mura significa affidargli un compito impossibile. Anzi, sottolinea Buffa, continuare a pensarlo significa attribuire all’istituzione penitenziaria una funzione che nessuna istituzione potrebbe realisticamente assolvere. A questo punto la chiacchierata compie un altro scarto. Fino a quel momento avevamo parlato di economia, sicurezza, marginalità. Poi, quasi improvvisamente, Buffa porta il discorso sul linguaggio. Potrebbe sembrare una digressione. In realtà è uno dei passaggi più densi dell’intervista. “Negli ultimi decenni”, osserva, “abbiamo cambiato continuamente le parole. Prima parlavamo di rieducazione. Poi di risocializzazione. Poi di reinserimento. Poi di restituzione. Ogni stagione sembra avere bisogno di una nuova parola che comincia con la ‘R’.” Sorride mentre lo dice, ma il tono non è ironico. È critico. “Cambiano le parole, ma il problema resta sostanzialmente lo stesso.” Il lessico cambia più rapidamente della realtà. Ogni riforma, ogni stagione culturale, ha introdotto un termine nuovo, quasi che fosse sufficiente cambiare la definizione per cambiare anche la realtà. Ma le parole, da sole, non modificano i processi. “Io credo”, continua Buffa, “che oggi dovremmo usare un’altra parola.” Quella parola è riassimilazione. Non la propone come un nuovo slogan. Anzi, mette subito in guardia dal rischio di aggiungere semplicemente un’altra “R” alla lista. La utilizza perché sposta il baricentro del ragionamento. La rieducazione riguarda prevalentemente il detenuto. Il reinserimento richiama soprattutto il momento in cui una persona esce dal carcere. La riassimilazione, invece, riguarda la comunità. “Il problema non è soltanto quello che succede dentro il carcere. È capire se una società è ancora capace di riassimilare persone che, per ragioni diverse, ha progressivamente espulso.” La differenza è enorme. Per anni il dibattito penitenziario si è concentrato su ciò che l’istituzione deve fare nei confronti del condannato. Buffa ribalta la prospettiva: la domanda diventa che cosa la società è disposta a fare nei confronti di chi ha escluso. È un cambio di paradigma. Per spiegarsi richiama un’esperienza che, apparentemente, appartiene a un’altra storia: quella di Franco Basaglia. “Di Basaglia ricordiamo giustamente la battaglia contro il manicomio. Ma spesso dimentichiamo un aspetto fondamentale. Basaglia non voleva semplicemente rendere più umano il manicomio. Voleva che quelle persone tornassero a vivere nella società. Non è solo partito dal mettere i comodini nei reparti. È partito dall’idea che quelle persone dovessero uscire da lì.” Anche il sistema penitenziario continua troppo spesso a interrogarsi su come migliorare il contenitore - “che peraltro gestiamo male” - senza chiedersi se il vero problema non sia ciò che accade fuori dalle mura. Più andiamo avanti, più il carcere assume un significato diverso. Non più soltanto il luogo nel quale lo Stato esercita la pretesa punitiva. Piuttosto il punto terminale di un processo di esclusione. Una società produce continuamente marginalità. Produce persone che perdono il lavoro, che non riescono più ad accedere a una casa, che convivono con dipendenze, disturbi psichici, povertà, solitudine. Alcune di queste persone finiscono per commettere reati. E a quel punto il carcere raccoglie ciò che la società non è stata capace di affrontare. Il carcere arriva alla fine, non all’inizio. Prima di salutarci, mi racconta una cosa che, all’apparenza, sembra lontana da tutto ciò di cui abbiamo parlato. Negli ultimi mesi gli è stato chiesto più volte di scrivere la prefazione di libri a tema carcere di libri rivolti all’infanzia. La cosa all’inizio lo aveva sorpreso. Poi ha cambiato idea: “Ho capito che da come raccontiamo il mondo a bambine e bambini dipende la maniera in cui loro proveranno a migliorarlo.” Usciamo dall’intervista con una sensazione inattesa. Eravamo partiti dall’articolo 27. Non abbiamo quasi mai parlato di carcere. Eppure non abbiamo fatto altro. È proprio questo il punto che Buffa ha cercato di spostare fin dalla prima risposta. L’articolo 27 non è un capitolo della Costituzione da consultare quando il carcere entra in crisi. È il punto in cui le contraddizioni del Paese diventano più visibili. Appalti pubblici, le nuove clausole sociali a favore di detenuti ed ex detenuti lentepubblica.it, 26 agosto 2026 Gli appalti pubblici come strumento di inclusione e sicurezza sociale. È questa la prospettiva al centro dell’intesa siglata tra Autorità Nazionale Anticorruzione e Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nata per favorire l’accesso al lavoro di persone detenute o già uscite dal carcere. L’obiettivo non riguarda soltanto l’occupazione: la sfida è trasformare la pena in un percorso concreto di recupero, competenze e ritorno alla vita collettiva. L’iniziativa punta a rendere più frequente l’uso di clausole sociali negli appalti, cioè condizioni inserite nei bandi e nei contratti pubblici che chiedono alle imprese di assumere o coinvolgere categorie fragili. In questo caso, l’attenzione è rivolta a chi sta scontando una condanna, dentro o fuori da un istituto penitenziario, e agli ex detenuti che cercano una seconda possibilità professionale. Appalti pubblici, una leva per il reinserimento dei detenuti - Quando una pubblica amministrazione affida un servizio, una fornitura o la realizzazione di un’opera, non muove solo risorse economiche. Attraverso le proprie gare può orientare il mercato, premiare comportamenti responsabili e produrre effetti utili per il territorio. L’accordo tra Anac e Cnel si fonda proprio su questa idea: i contratti della Pubblica amministrazione possono diventare un canale stabile per sostenere il reinserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti. Il lavoro, in questo quadro, non viene considerato come un’attività marginale o soltanto assistenziale. Diventa invece uno strumento per acquisire professionalità, costruire relazioni affidabili, rispettare tempi e regole, ottenere autonomia economica. Per una persona che esce dal carcere, avere un impiego può significare interrompere l’isolamento e ritrovare un posto nella società. Secondo il presidente dell’Anac, Giuseppe Busìa, la funzione degli appalti non può limitarsi alla realizzazione di infrastrutture o all’acquisto di prestazioni. Le gare pubbliche, se progettate con attenzione, possono contribuire a generare benessere collettivo, inclusione e maggiore sicurezza. Da una parte, le aziende trovano personale e competenze; dall’altra, chi ha scontato una pena può avviare un percorso di formazione e occupazione utile anche alla comunità. Il tema assume rilievo anche sul piano della prevenzione. Anac richiama dati secondo cui la recidiva può scendere fino al 2% tra i detenuti che lavorano, mentre raggiungerebbe livelli molto più alti, fino al 70%, per chi non incontra opportunità di inserimento. Sono numeri che mostrano come l’accesso a un’attività regolare possa incidere non solo sulla vita del singolo, ma anche sulla tenuta sociale dei territori. Il progetto Recidiva Zero e il ruolo del Cnel - L’intesa si inserisce nel percorso avviato dal Cnel con il progetto “Recidiva Zero”. Il programma riunisce iniziative istituzionali e proposte orientate a rafforzare la formazione, l’occupazione e l’inclusione delle persone detenute e di quelle che hanno già terminato la pena. Il punto di partenza è semplice, ma tutt’altro che scontato: il carcere non può essere pensato soltanto come luogo di custodia. La Costituzione italiana attribuisce alla pena anche una funzione rieducativa. Per rendere effettivo questo principio servono però occasioni reali, percorsi professionali spendibili e imprese disponibili ad assumere. Senza questi elementi, il rientro nella società rischia di restare una formula astratta. Da qui nasce la collaborazione con Anac, che ha il compito di vigilare sulla correttezza e sulla trasparenza dei contratti pubblici. Le due istituzioni lavoreranno alla predisposizione di atti tipo, indicazioni operative e provvedimenti generali destinati alle stazioni appaltanti. In pratica, Comuni, Regioni, enti pubblici e amministrazioni interessate potranno disporre di modelli utili per inserire nei propri bandi clausole dedicate all’inclusione lavorativa. L’obiettivo è evitare che ogni ente debba costruire da zero una disciplina complessa, con il rischio di errori, contenziosi o soluzioni troppo generiche. Regole più chiare possono facilitare l’uso di strumenti già previsti dall’ordinamento e rendere le gare più coerenti con i principi sociali del nuovo Codice dei contratti pubblici. Contratti riservati e cooperative sociali: come funzionano le clausole - Uno degli strumenti al centro dell’accordo riguarda la possibilità di riservare la partecipazione a determinate procedure o l’esecuzione di specifici contratti a operatori economici e cooperative sociali che abbiano come finalità principale l’inserimento professionale di persone svantaggiate. In questa categoria rientrano anche detenuti ed ex detenuti. Le amministrazioni possono utilizzare questa strada nell’ambito di programmi di lavoro protetti. Per farlo, occorre che almeno il 30% dei lavoratori impiegati nell’esecuzione dell’appalto appartenga alle categorie svantaggiate previste dalla normativa. Si tratta di una soglia significativa: non basta una presenza simbolica, ma serve un impegno organizzativo concreto da parte dell’impresa o della cooperativa. Quando sceglie di ricorrere ai contratti riservati, la stazione appaltante deve indicarlo in modo esplicito nel bando o nell’avviso. La clausola deve chiarire se la riserva riguarda l’accesso alla gara oppure lo svolgimento delle attività affidate. Trasparenza e precisione sono essenziali, perché consentono agli operatori economici di conoscere in anticipo le condizioni richieste e tutelano la correttezza della procedura. Le clausole sociali possono anche essere costruite come requisiti dell’offerta. In alternativa, o in aggiunta, l’amministrazione può valorizzare l’impegno inclusivo nell’attribuzione del punteggio tecnico. Un’impresa che prevede di coinvolgere un numero maggiore di detenuti o ex detenuti nell’esecuzione del contratto può quindi ottenere una valutazione più favorevole, in misura proporzionata alla qualità e alla consistenza del progetto presentato. Nuovo Codice appalti e dimensione sociale delle gare - La spinta verso appalti più attenti all’impatto sociale si collega alle direttive europee e all’evoluzione della disciplina italiana sui contratti pubblici. Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza che la scelta del contraente non debba dipendere esclusivamente dal prezzo più basso o dalla convenienza immediata. Un appalto ben progettato può produrre valore sotto diversi profili: economico, ambientale e sociale. Può favorire la qualità del lavoro, incentivare l’innovazione, sostenere filiere responsabili e offrire opportunità a chi parte da una condizione di fragilità. In questa visione, le clausole per i detenuti non rappresentano un’eccezione isolata, ma una delle applicazioni più rilevanti della contrattazione pubblica responsabile. Naturalmente, l’efficacia della misura dipenderà dalla capacità delle amministrazioni di tradurre i principi in bandi chiari e verificabili. Serviranno controlli sull’effettivo impiego dei lavoratori dichiarati, dialogo con il sistema penitenziario, collaborazione con le cooperative sociali e attenzione alle competenze richieste dai singoli servizi. La direzione indicata da Anac e Cnel, tuttavia, è netta: investire nel lavoro di detenuti ed ex detenuti significa offrire una risposta concreta a una questione che riguarda la dignità delle persone, la prevenzione dei reati e la qualità delle comunità. Un appalto può così diventare qualcosa di più di una procedura amministrativa: uno spazio in cui l’interesse pubblico incontra il diritto a ricominciare. Gip collegiale: la riforma rischia di bloccare i tribunali perché c’è il nodo incompatibilità dei Gup di Guido Salvini Il Dubbio, 26 agosto 2026 Avrebbe dovuto entrare in funzione in questi giorni il nuovo Gip collegiale, un progetto del ministro Nordio che invece di anno in anno viene differito. L’idea di introdurre un Gip collegiale in sé non è del tutto peregrina. Consideriamo due recenti esempi in indagini di rilievo, di segno opposto nella decisione del Gip a Milano ma con esiti uguali nella loro cancellazione da parte del Tribunale del Riesame. Nel 2023 la Dda di Milano aveva chiesto l’emissione di una novantina di misure cautelari in una indagine, la cd. indagine Hydra, che vedeva mafia, ‘ndrangheta e camorra alleate in Lombardia in una consorteria criminale dedita all’infiltrazione, con ingenti profitti, nell’economia legale. Il Gip aveva respinto quasi tutte le richieste. Il Tribunale del Riesame ha però accolto quasi interamente la richiesta della Procura di annullamento del provvedimento del Gip. Alla fine l’indagine non è risultata certo campata in aria perché già oltre 60 imputati sono stati condannati con rito abbreviato, alcuni imputati hanno scelto di collaborare e nel dibattimento in corso nei confronti di altre decine imputati il compito delle difese non appare facile. La scorsa estate il Gip di Milano aveva emesso ordinanza di custodia in carcere nei confronti di 6 imprenditori accusati di violazioni edilizie tratteggiate, pur all’interno del problema reale dell’edilizia milanese, come una nuova Tangentopoli. Poche settimane dopo il Tribunale del Riesame ha annullato tutti gli arresti. Due risultati certo non brillanti, per una sezione Gip, in indagini di rilievo. Basti pensare che l’inchiesta sull’edilizia ha scosso l’amministrazione comunale in un periodo in cui si stava già avvicinando la campagna politica per il nuovo Sindaco. Certo questi esiti a Milano non solo la regola. Ma sono esempi che fanno certamente pensare, anche all’utilità di un Gip collegiale. Tuttavia in termini empirici, che sono poi quelli che contano, la proposta del Gip collegiale, così come formulata è quasi del tutto inattuabile. Più di 50 Tribunali hanno infatti in organico solo 3 Gip e anche i Tribunali medi ne contano non più di 7 o 8. Nei Tribunali di piccole e medie dimensioni scatterebbe subito la mannaia dell’incompatibilità. Chi avrà fatto parte infatti del Gip collegiale, anche in un solo atto, non potrà infatti, come prevede l’art. 34 c.p.p., svolgere la funzione di Gup con il concreto rischio, se non la certezza, di una paralisi. Sempre dal punto di vista concreto l’introduzione del Gip collegiale, almeno così come prospettata, ha una zona d’ombra che sfugge a chi non conosce il meccanismo concreto delle indagini. In un dibattimento in Tribunale, collegiale, tutti i componenti conoscono allo stesso modo gli elementi del processo. Ma nella fase delle indagini è diverso. Molto frequentemente le richieste di misure cautelari, soprattutto le più complesse, giungono al termine di lunghe indagini che sono seguite da un singolo Gip che nel corso del tempo di solito ha autorizzato intercettazioni accompagnate dalle relative annotazioni della Polizia giudiziaria. Quindi, al momento della richiesta del Pm, già conosce bene il tema dell’indagine. Quando Milano ero Gip ed ero investito della richiesta di una grossa misura cautelare dell’indagine conoscevo già tutto, conoscevo come fosse nata e, per dirla in termini semplici, sapevo di cosa si stesse parlando. Potevo quindi orientarmi facilmente in tempi brevi. Non credo che con il Gip collegiale sarebbe così anche se qualche vantaggio in termini di riflessione comune può esserci. E anche se, lo confesso, ho in genere preferito decidere da solo. Di certo aggiungendo alla fine delle indagini due Gip digiuni dell’argomento vi è una elevata probabilità di una collegialità imperfetta o solo formale in cui un giudice decide e due ascoltano o poco più. Non si comprende nemmeno, nello sbrigativo progetto del Ministro, se il collegio dei Gip dovrebbe costituirsi solo nel momento centrale dell’emissione o rigetto di una misura cautelare o essere stabile cioè occuparsi ad esempio delle successive istanze di libertà, rimanere quindi un collegio immutabile per tutta l’indagine. Questo con ulteriori problemi organizzativi perché basta aver firmato un atto, anche il più piccolo, come componente del Gip collegiale per diventare automaticamente incompatibili dal ruolo di Gup. Quale potrebbe essere una soluzione in concreto praticabile? Si potrebbe pensare a rendere automatico l’intervento del Tribunale del Riesame quando vi sia da parte del Gip l’applicazione di misure cautelari quali la custodia in carcere o gli arresti domiciliari. In tal modo non si porrebbero problemi di incompatibilità e sarebbe garantito un controllo immediato sull’applicazione delle misure più gravi evitando anche che ciò avvenga solo quando l’indagato ha un difensore disposto ad impegnarsi. Forse sarebbe questa la soluzione, non perfetta ma più sensata e praticabile. In alternativa potrebbe prospettarsi una riforma radicale della fase delle indagini preliminari e della loro chiusura. La riforma Cartabia aveva già giustamente ampliato la platea dei reati che, alla fine delle indagini, proseguono più rapidamente con la citazione diretta a giudizio senza la stretta dell’udienza preliminare, ricomprendendovi quelli puniti sino a sei anni. Ha previsto però per essi un’udienza predibattimentale in camera di consiglio, una sorta di udienza di prima comparizione, in cui il giudice, fungendo da filtro, deve valutare se vi siano le condizioni per una sentenza di non luogo a procedere perché gli atti di indagine non consentono una ragionevole previsione di condanna e in cui comunque possono essere chiesti i riti alternativi come il patteggiamento o il giudizio abbreviato. Si può quindi pensare, ampliando questo meccanismo, a una abolizione dell’udienza preliminare trasferendo tutti i reati sulla nuova udienza di comparizione in cui chiedere i riti alternativi con vantaggi anche in termini di velocità dei processi. Del resto l’udienza preliminare e il ruolo del Gup erano stati concepiti come un rapido momento di passaggio ma è accaduto il contrario. L’udienza preliminare secondo il Codice doveva essere fissata entro cinque giorni dalla richiesta di rinvio a giudizio ma non è stato così. Nelle stanze dei Gup, sommerse dai fascicoli, le richieste di rinvio a giudizio giacciono inevitabilmente in attesa di fissazione per parecchi mesi e la fase che intercorre tra la richiesta e la decisione del Gup allunga il processo di un anno e anche più. In questo modo si forma un autentico imbuto e i processi si accumulano già nella fase iniziale, talvolta arrivando prossimi alla prescrizione e consegnando al Tribunale di primo grado reati già vecchi di 4,5, 6 anni. Si tratterebbe in concreto di abolire la figura del Gup, non sembri una bestemmia perché comunque non andrebbe persa alcuna garanzia. Eliminando tale funzione si potrebbe rafforzare, anche numericamente e sul piano organizzativo, in tutti gli uffici la funzione del Gip. In tal modo, venuto meno ogni problema di incompatibilità, potrebbe forse essere concretamente costituito il Gip collegiale. Per il momento è solo una proposta su cui riflettere. Di sicuro prima di lanciare il progetto del Gip collegiale avrebbe dovuto essere condotto uno studio di fattibilità. Ma il Ministro non lo ha fatto. Ha preferito pretenziosi titoli di giornali ad un approccio empirico. Del resto approccio “empirico” nel mondo della giustizia, ideologizzata da una parte e dall’altra, è una brutta parola. E con la fine della legislatura, dopo la sconfitta del referendum, anche questo progetto non porterà il suo nome. Magistratura Indipendente minaccia le toghe in vista delle elezioni del Csm di Ermes Antonucci Il Foglio, 26 agosto 2026 La corrente conservatrice dei magistrati ha intimato ai suoi iscritti di votare i candidati selezionati dal gruppo per il rinnovo del Csm, aggiungendo, in modo grottesco, di credere “in una magistratura libera da ogni condizionamento” e “indipendente da ogni logica di appartenenza”. Siete liberi di votare chiunque, ma ricordatevi che dovete votare i nostri candidati, altrimenti vi cacciamo. È in sostanza questo il surreale messaggio inviato da Magistratura indipendente (Mi), la corrente conservatrice delle toghe, ai suoi iscritti in vista del voto per l’elezione dei nuovi componenti togati del Consiglio superiore della magistratura (in scadenza a gennaio), previsto il 25 e 26 ottobre prossimi. “Si comunica a tutti gli iscritti che i candidati di Magistratura indipendente sono esclusivamente quelli deliberati dall’Assemblea nazionale del 13 giugno”, esordisce un comunicato emesso nei giorni scorsi dai vertici della corrente, Giancarlo Dominijanni (presidente) e Antonio D’Amato (segretario generale). Nel documento si specifica che “non ci sono ulteriori candidature, che, presentate al di fuori del deliberato assembleare, rappresentino la linea e gli intenti di Mi (…). Pertanto, tutti i colleghi iscritti a Magistratura indipendente che sostengano espressamente candidati non designati dal gruppo si pongono in aperto e manifesto contrasto con la linea democratica e con le decisioni assunte dai competenti organi rappresentativi di Mi”. “Tutti gli iscritti sono richiamati alla responsabilità che deriva dal vincolo associativo”, si ribadisce in un successivo passaggio nel comunicato. Una frase che prende la forma di un vero e proprio avvertimento diretto a tutti gli iscritti a Mi: votate i candidati selezionati o vi ponete fuori dal gruppo. Alla faccia della libertà di voto. La chiamata all’ordine risulta ancora più grottesca se si leggono le righe conclusive del comunicato, in cui si sostiene che Magistratura indipendente intende essere “al servizio di un Consiglio superiore della magistratura autenticamente autonomo, indipendente e sottratto a qualsiasi forma di condizionamento politico, di appartenenza o di interesse personale”. Di nuovo: alla faccia dell’autonomia e dell’assenza di condizionamenti. Al comunicato viene allegato il documento con l’elenco dei candidati, introdotto da una manifestazione di impegno in cui, di nuovo, spicca la frase: “Crediamo in una magistratura libera da ogni condizionamento, indipendente dal potere politico e da ogni logica di appartenenza”. In altri termini, dopo aver ordinato agli iscritti di votare per certi candidati si afferma di credere in una magistratura “libera da ogni condizionamento” e da “ogni logica di appartenenza”. Dietro questa vicenda tragicomica si cela il timore dei vertici di Mi di perdere consensi in vista delle elezioni a causa di alcune tensioni interne. A quasi sette anni di distanza dallo scandalo dell’Hotel Champagne, Cosimo Ferri, tra le figure più influenti della magistratura italiana, ex sottosegretario alla Giustizia ed ex deputato prima del Pd e poi di Italia viva, è tornato a svolgere le funzioni di giudice al tribunale di Roma e ha deciso di candidarsi come autonomo per l’elezione del Csm, di cui è già stato consigliere dal 2006 al 2010. La candidatura di Ferri rischia di sottrarre voti proprio a Mi, di cui Ferri è stato a lungo leader (nel 2011 venne eletto segretario generale), prima di uscire dal gruppo dopo lo scandalo Palamara. Anche un’altra ex esponente di Mi, Annarita Donofrio (giudice alla Corte d’appello di Bologna), ha deciso di candidarsi in modo indipendente. Con lei anche Vincenzo Depalma (giudice d’appello a Bari), che a causa di questa scelta è stato espulso da Mi: lo statuto del gruppo, infatti, prevede la perdita della qualità di socio “per la partecipazione ad elezioni come indipendenti in competizione con i candidati designati dall’associazione”. Sul piano formale, visto quanto previsto dallo statuto, l’espulsione di Depalma non fa una piega. Assolutamente privo di ogni fondamento nello statuto, invece, è l’obbligo - richiamato dai vertici di Mi - di votare per i candidati scelti dal gruppo. Non solo, il messaggio appare davvero surreale. Sia perché non si comprende come questo ordine possa essere rispettato (i dirigenti della corrente imporranno ai propri iscritti di inviare una foto della scheda elettorale compilata, come fanno certi gruppi criminali organizzati sul territorio in occasione delle elezioni politiche?). Sia perché la funzione delle correnti dovrebbe essere quella di promuovere il confronto culturale all’interno della magistratura, non di condizionare le procedure di elezione di un organo di rilevanza costituzionale come il Csm. La cosa singolare è che a sostenerlo sono stati proprio i magistrati nella campagna elettorale per il No al referendum. Morte di Elton Bani. I carabinieri smentiti da due testimonianze di Laura Carrer Il Domani, 26 agosto 2026 Il 41enne è morto dopo essere stato colpito col taser. Dei vicini di casa hanno spiegato come si è svolto l’intervento. A uno di loro i militari hanno suggerito di dire che l’operaio era “aggressivo”. E i colpi di taser sarebbero stati 4. Elton Bani era “agitato”. Così lo descrive il primo testimone ascoltato dal giudice del tribunale di Genova durante l’incidente probatorio dello scorso 6 luglio. È un vicino di casa che ricorda come l’uomo fosse “agitato, stava male, ma non era aggressivo”, e che “bisognava portarlo in ospedale”. Un secondo testimone, che ha assistito alla scena da più lontano, conferma uno stato simile: Bani era “nervoso”, “parlava e urlava in italiano e in albanese”. Ma non stava mettendo in pericolo né lui né nessun altro. Cosa è successo - Le deposizioni ripercorrono l’intera vicenda. È il 18 agosto 2025. Davanti al palazzo di Via Enrico Mattei 4, a Sant’Olcese in provincia di Genova, arriva un’ambulanza, chiamata da due abitanti del palazzo. Bani, operaio di origine albanese di 41 anni, è seduto in macchina e parla al telefono. A un certo punto mette in moto e percorre un breve tratto a zig zag, fermandosi poco dopo. Gli operatori del 118 cercano per quindici minuti di calmarlo e convincerlo a farsi accompagnare in ospedale. Non riuscendoci, chiedono l’intervento dei carabinieri. Arriva una prima volante, e i due militari si avvicinano all’uomo. Secondo il primo testimone, che ha assistito all’intera scena, uno dei due carabinieri gli chiede cosa stia succedendo. Poco dopo arriva una seconda pattuglia, che si ferma dietro la prima. A quel punto, racconta il testimone, uno dei militari appena arrivati “ha preso l’acqua che Bani stava bevendo e gliel’ha buttata via”, quindi “l’hanno tirato fuori dalla macchina, gli hanno girato le mani sopra il tetto e lì hanno cominciato a toccare per vedere cosa avesse nelle tasche”. La perquisizione di Bani e dell’auto non porta a nulla. I carabinieri dicono quindi all’uomo: “Se non vuoi andare in ospedale non puoi stare qua, devi andare a casa”. Bani però non intende seguirli. Su questo passaggio emergono due versioni. Secondo il primo testimone, i militari lo prendono di forza per portarlo dentro il condominio. Il secondo testimone, invece, sostiene che Bani sia sceso dall’auto in modo tranquillo e volontario e che, insieme ai quattro carabinieri, si sia diretto verso l’ingresso del palazzo. Da lì in poi non riesce più a vedere la scena - era a distanza di 50 metri circa - ma riferisce di aver sentito un militare dire “O sali o ti faccio scendere”. Il primo testimone, incuriosito da quanto accade, segue il gruppo all’interno del portone. L’intervento, da quel momento, dura circa 15-20 minuti. Bani, che non vuole salire in casa, si aggrappa con la mano destra alla ringhiera della prima rampa di scale. I carabinieri cercano di staccarlo, anche con alcuni colpi. Contemporaneamente, secondo il racconto, lo prendono dalle gambe facendolo scivolare lungo le scale. Una volta a terra, Bani viene colpito con uno schiaffo e un calcio sul fianco. In quattro anni sette persone sono morte dopo l’uso del Taser: tutte le zone d’ombra dell’arma A terra, girato a faccia in giù, i militari riescono ad ammanettargli solo un polso; l’altra mano resta sotto la pancia, dove l’uomo tiene il bancomat, le chiavi di casa e una banconota. È in questo momento che, secondo il testimone, uno dei carabinieri avvisa i colleghi dell’uso imminente del taser: “Attenti, sparo”. Gli altri si allontanano e Bani, che nel frattempo riesce a divincolarsi, viene colpito al busto. Nonostante il colpo, i militari non riescono a immobilizzarlo e decidono di sparare una seconda volta: i dardi colpiscono sia Bani sia la mano di un carabiniere. L’uomo riesce nuovamente a liberarsi, anche se provato. Il taser viene quindi passato a un altro militare e, mentre Bani si trascina verso l’uscita, viene colpito una terza volta alla schiena. La fine - A quel punto i militari riescono ad ammanettarlo. Subito dopo, però, gridano agli operatori del 118 “Non respira, non respira. Venite veloce perché non respira”. Il testimone racconta che, mentre aiuta gli operatori a spostare Bani all’interno del portone, l’uomo perdeva “tanta acqua dalla bocca e liquido giallo”. I soccorritori chiedono di togliere le manette per tentare la rianimazione, ma Elton Bani non si riprenderà più. Poco dopo arriva una terza auto dei carabinieri. Il testimone riferisce che gli viene chiesto se abbia visto la scena, e che i militari gli avrebbero detto “Tu devi stare dalla nostra parte e dire che era aggressivo”. Per il pubblico ministero Paola Calleri, l’incidente probatorio sui due testimoni oculari è rilevante per due ragioni. Da un lato, nelle annotazioni di servizio di quel giorno i militari avevano scritto che Bani fosse molto aggressivo, che cercasse una colluttazione e che tentasse di sottrarre la pistola d’ordinanza a uno di loro: circostanze smentite dalle testimonianze. Dall’altro, i carabinieri hanno dichiarato che il primo colpo di taser che ha raggiunto uno di loro fosse il primo sparato, giustificando così l’esplosione degli altri tre. Anche questo punto è stato contestato dal vicino di casa presente sulla scena, secondo cui i colpi di taser sono stati quattro. Uno al petto di Bani, il secondo sia su Bani sia sulla mano del carabiniere, il terzo non andato a buon fine e l’ultimo alla schiena dell’operaio. Ora la pm dovrà decidere se rinviare a giudizio i quattro militari attualmente iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo e falso ideologico. La morte dell’uomo colpito dal taser della polizia: “Picchiato con bastoni”, tre indagati ma non sono gli agenti Cinque anni in cella senza prove. Ma il sindaco assolto non sarò risarcito di Simona Musco Il Dubbio, 26 agosto 2026 La decisione della Cassazione sul caso di Rocco Femia, accusato di essere un membro del clan. Rocco Femia ha passato 5 anni e 10 giorni in carcere prima di essere definitivamente assolto per non aver commesso il fatto. Ma non avrà alcuna riparazione per l’ingiusta detenzione subita. Lo ha stabilito la Cassazione, respingendo la richiesta del sindaco di Marina di Gioiosa Jonica, arrestato all’alba di un giorno di maggio del 2011 e tornato definitivamente libero dieci anni dopo. Accusato di essere un membro del clan Mazzaferro, Femia era stato condannato a dieci anni nei primi due gradi di giudizio. Poi la Cassazione ha disposto un nuovo processo d’appello, “declassando” l’accusa a concorso esterno in associazione mafiosa. E il giudizio di merito si è concluso con un’assoluzione, sentenza non impugnata dalla procura, a 10 anni dall’arresto. L’amministrazione Femia era stata spazzata via a metà mandato e sulla vicenda si erano accesi, oltre al faro della procura, anche quello della Prefettura. Dieci anni dopo, Femia è stato rieletto sindaco di Marina di Gioiosa Jonica con un voto quasi plebiscitario, chiedendo allo Stato di riconoscergli la riparazione per gli anni trascorsi in carcere, in condizioni detentive indecenti. Eppure, secondo i giudici, l’assoluzione non basta. La motivazione della Cassazione si fonda su un principio diverso da quello utilizzato nel processo penale. Per negare la riparazione - per la quale anche la procura aveva dato parere favorevole - non era necessario dimostrare che Femia avesse commesso il reato per il quale era stato arrestato. Era sufficiente, secondo i giudici, accertare che la sua condotta avesse contribuito, con grave imprudenza, a determinare la misura cautelare. È qui che si concentra il paradosso della vicenda. La Corte d’Appello, nel pronunciare l’assoluzione, era stata molto netta: quello raccolto contro Femia era un “quadro probatorio del tutto privo di significatività ai fini del giudizio di colpevolezza dell’imputato per una contestazione di estrema gravità, quale quella di concorso esterno in associazione per delinquere di stampo mafioso”. Non solo. I giudici hanno passato in rassegna gli atti compiuti dall’amministrazione, giungendo alla conclusione che andavano nella direzione opposta rispetto agli interessi del clan. Erano, si legge in sentenza, attività “finalizzate a contrastare il fenomeno mafioso ed improntate al rispetto della legge, del tutto confliggenti con gli interessi del gruppo criminale”. Tra queste la scelta, compiuta subito dopo l’insediamento, di affidare alla Stazione unica appaltante provinciale tutti gli appalti pubblici, sia quelli sopra i 150 mila euro sia quelli di importo inferiore. Un passaggio che i giudici hanno considerato rilevante nel valutare la condotta dell’amministrazione, perché sottraeva al Comune la gestione diretta delle procedure di affidamento, sottoposte preventivamente anche al controllo della Prefettura. Il Comune aveva inoltre acquistato mezzi idonei a eseguire autonomamente lavori di piccolo importo, così da evitare il ricorso a imprese esterne attraverso la procedura della somma urgenza. Erano stati inoltre sequestrati e affidati in custodia gli animali rinvenuti sui terreni di proprietà dei clan. E tra gli episodi ricordati dalla Corte d’Appello c’era anche l’ordine di demolizione di una stalla costruita abusivamente da un esponente della famiglia Mazzaferro. Per i giudici di secondo grado, dunque, non emergeva una condotta dell’amministrazione riconducibile agli interessi del gruppo mafioso. Il punto decisivo, però, è che non basta una semplice vicinanza agli esponenti del gruppo mafioso né l’accettazione di un sostegno elettorale per parlare di concorso esterno. Reato che richiede un “vero patto” attraverso il quale l’uomo politico, in cambio dell’appoggio elettorale, si impegna a sostenere le sorti dell’organizzazione criminale con un contributo idoneo a rafforzarla o consolidarla. Di quel patto, secondo la sentenza di assoluzione, non c’è alcuna prova. I contatti tra Femia e Rocco Mazzaferro, suo lontano parente, ritenuto capo della cosca locale (anche se incensurato all’epoca dei fatti) non bastano per ritenerlo colpevole delle accuse. Ma bastano, secondo la ricostruzione fatta propria dalla Cassazione, a negare qualsiasi riparazione per i cinque anni trascorsi in carcere: Femia, che per affrontare il processo ha dovuto vendere la propria attività, mentre i figli subivano le conseguenze di quella carcerazione vedendosi sbarrare ogni porta alla quale hanno bussato per costruirsi un futuro, sarebbe stato consapevole del ruolo criminale attribuito a Mazzaferro e ne avrebbe sfruttato l’autorevolezza. Quei contatti erano, insomma, sufficienti a configurare una condotta gravemente imprudente, capace di “contribuire” alla misura cautelare. Eppure, nella stessa sentenza di assoluzione, sono riportate anche le dichiarazioni di alcuni esponenti delle forze dell’ordine che, sentiti durante il processo, esclusero contatti e frequentazioni illecite del sindaco. Sta tutta qui la contraddizione del caso Femia. Giustizia riparativa, il no della vittima non impedisce il percorso di Antonio Alizzi Il Dubbio, 26 agosto 2026 Il rifiuto della persona offesa non basta a impedire all’imputato di accedere alla giustizia riparativa. Il percorso può essere intrapreso anche attraverso una “vittima surrogata”, cioè la vittima di un reato diverso da quello per cui si procede. Chi chiede di accedere al programma deve però indicarne concretamente l’utilità e, nei procedimenti per reati perseguibili d’ufficio, l’istanza non sospende il giudizio. Sono i principi fissati dalla Seconda sezione penale della Cassazione con la sentenza 28366 del 2026, depositata il 22 luglio. La pronuncia, nata da un procedimento per usura ed estorsione, assume rilievo soprattutto nell’interpretazione della giustizia riparativa introdotta dalla riforma Cartabia. Sul peso della volontà della vittima, la Cassazione richiama l’orientamento secondo cui “il mancato consenso della persona offesa non è idoneo a precludere l’accesso del richiedente al programma riparativo”. L’istituto consente infatti di ricorrere alla “vittima surrogata”: la responsabilizzazione dell’autore può essere perseguita attraverso un percorso dialogico, condotto da mediatori qualificati, anche con una persona diversa dalla vittima diretta. I giudici precisano i parametri dell’articolo 129-bis del codice di procedura penale: è ostativa la presenza di un pericolo concreto per gli interessati o per l’accertamento dei fatti; il presupposto positivo è invece l’utilità del programma rispetto alle questioni derivanti dal reato. Ciò non significa che basti una richiesta generica. Nel caso esaminato la persona offesa aveva manifestato totale indisponibilità al percorso. Preso atto del dissenso, spettava all’interessato prospettare concretamente un’alternativa, indicando, ad esempio, l’utilità di una mediazione con i familiari della persona offesa o con la vittima di un altro reato. Chi contesta il diniego deve dunque spiegare quale programma avrebbe potuto essere intrapreso e quale incidenza, almeno potenziale, avrebbe avuto sul procedimento o sulla pena. Indicazioni che, secondo la Corte, nel caso concreto mancavano. L’altro principio riguarda i tempi del processo. Per la Seconda sezione, la richiesta avanzata durante l’appello da un imputato per reati procedibili d’ufficio, anche se finalizzata a ottenere l’attenuante prevista dall’articolo 62, primo comma, numero 6, del codice penale o un trattamento sanzionatorio più favorevole, non comporta la sospensione del processo. La Cassazione richiama l’articolo 129-bis, comma 4, del codice di procedura penale: la sospensione, fino a 180 giorni, è prevista in presenza di specifici presupposti, tra cui che si proceda per un reato perseguibile a querela soggetta a remissione. Per i reati procedibili d’ufficio questa possibilità non è prevista. Chi vuole valorizzare ai fini della pena l’esito di un programma riparativo deve quindi attivarsi con sufficiente anticipo, affinché il risultato possa essere valutato prima del giudicato. L’ammissione al programma, ricorda inoltre la Cassazione richiamando le Sezioni Unite, non garantisce né l’effettivo avvio né la conclusione del percorso entro tempi compatibili con il processo. La giustizia riparativa viene inoltre descritta, alla luce della giurisprudenza costituzionale, come attività che si sviluppa fuori dal processo penale, pur potendo produrre conseguenze giuridicamente rilevanti al suo interno. La Corte esclude così che la semplice richiesta possa determinare, per i reati procedibili d’ufficio, una sospensione non prevista dalla legge e potenzialmente dilatoria. Poiché l’istanza può essere formulata in ogni stato e grado, collegarvi automaticamente l’arresto del processo inciderebbe anche sui termini di prescrizione, procedibilità e custodia cautelare fuori dai casi stabiliti dal legislatore. Il principio è stato affermato in un procedimento nel quale la Corte d’appello di Lecce aveva confermato una condanna per usura, estorsione (consumata) e tentata estorsione. La Cassazione ha annullato senza rinvio limitatamente alla tentata estorsione, dichiarata prescritta, rigettando il ricorso nel resto. Il rinvio a un’altra sezione della Corte d’appello riguarda la rideterminazione della pena e delle statuizioni civili. Pordenone. Giovane detenuto morto in carcere: fatale l’inalazione dei fumi tossici pordenonetoday.it, 26 agosto 2026 A stabilirlo è l’esito dell’autopsia compiuta nella giornata di martedì 25 agosto a Pordenone. A causare la morte del detenuto di 19 anni di nazionalità egiziana nella notte tra lunedì 17 e martedì 18 agosto nel carcere di Pordenone, è stata l’inalazione di fumi da combustione che ha provocato una grave insufficienza respiratoria. A stabilirlo è stata l’autopsia eseguita nella giornata di martedì 25 agosto dal medico legale incaricato dalla Procura di Pordenone, Antonello Cirnelli. All’esame erano presenti i carabinieri, l’avvocato difensore Esmeralda Di Risio e la consulente di parte dei cinque agenti di polizia penitenziaria che in questo momento risultano iscritti nel registro degli indagati per il reato di cooperazione in omicidio colposo omissivo. Stando a quanto si apprende, l’esame autoptico ha evidenziato la presenza di fuliggine nella trachea e nei polmoni del giovane detenuto. Un elemento che andrebbe a confermare una prolungata esposizione ai fumi causati dall’incendio appiccato all’interno della cella del ragazzo. Il prossimo passaggio nell’ambito dell’inchiesta sarà l’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza in modo da ricostruire con precisione i tempi e le modalità dell’intervento dei soccorsi. Il giovane detenuto, a seguito del grave incendio avvenuto nel carcere di Pordenone, è stato affidato al personale medico infermieristico che hanno compiuto le manovre di rianimazione cardiopolmonare per salvargli la vita. Nonostante gli ultimi tentativi, i medici non hanno potuto fare altro che constatare il decesso del 19enne. Nelle prossime ore, riporta l’Ansa, potrebbe esserci il nullaosta alla sepoltura da parte della Procura di Pordenone. Diverse associazioni culturali islamiche stanno lavorando per permettere il rimpatrio della salma nel suo Paese d’origine con l’aiuto del Consolato Generale d’Egitto a Milano. Roma. Ferragosto in carcere di Pier Paolo Segneri L’Opinione, 26 agosto 2026 Questa è una pagina del mio diario personale. La rendo pubblica perché ritengo necessario esprimere qui una mia personale impressione sulle due splendide e struggenti giornate romane, inserite nell’iniziativa del “Ferragosto in Carcere”. Infatti, con una delegazione di Nessuno tocchi Caino, siamo stati il 14 agosto in visita al carcere di Rebibbia (Nuovo Complesso) e il 15 agosto a Regina Coeli. Un ringraziamento va subito agli agenti della polizia penitenziaria che ci hanno accompagnato, alle rispettive Direzioni dei due istituti di pena romani e a coloro che operano nelle due strutture carcerarie. Grazie davvero per il lavoro che svolgete e per la disponibilità dimostrata, oltre che per la professionalità. È una sensazione difficile da descrivere, ma i detenuti di Rebibbia e di Regina Coeli trasmettono energia pulita. Non so come altro definirla. Ma questa è stata la sensazione che ho sentito uscendo dai due istituti penitenziari di Roma. Quello che provo adesso è dovuto a ciò che ho osservato e ascoltato, è un misto di dolore e forza interiore, di sofferenza e di riscatto, di caduta e riabilitazione, d’abbandono e d’incontro, di solitudine e dialogo, disperazione e rieducazione, d’inferno e d’amore. Mi piace l’idea di essere andato in carcere per portare un po’ d’amore in quell’inferno. Insieme. Ed è questo l’elemento determinate: insieme. Con Rita, con Maria, con Filippo, con Barbara, con Clarke, con Giuseppe, con Cecilia, con Angela, con Nessuno tocchi Caino. Ogni volta è un’esperienza che travolge e che stravolge, ma trasmette anche un’energia insospettabile a ciascuno di noi, individualmente. È un’energia strana, che ciascuno con-vive con gli altri componenti della delegazione in modo unico e diverso. La composizione del gruppo cambia la percezione personale. La condizione dei detenuti, malgrado l’impegno quotidiano e lo sforzo del personale penitenziario, malgrado il lavoro immane e generoso di molti che operano in quelle strutture, è una condizione spesso umiliante, umanamente impressionante, forse al momento inevitabile, ma inaccettabile. E credo che, al di là delle strutture carcerarie, al di là del problema evidentemente strutturale del sistema carcerario, quello che conta siano gli esseri umani, le persone, i loro occhi, gli sguardi, le ferite prodotte dagli errori, le paure. Perché è sulle persone in carne ed ossa che si può tentare un recupero, una riabilitazione, un’evoluzione. Con la cura di tutti, uno per uno, con il lavoro in carcere, con il teatro, con le attività laboratoriali, con le attività ricreative, con gli psicologi, con i medici, con gli agenti della polizia penitenziaria, con tutto l’amore possibile. Ho incontrato i diversi, gli ultimi, gli emarginati, i tossicodipendenti, i disperati, i malati psichici, i criminali veri, i ragazzi in attesa di giudizio, qualche innocente, i definitivi, i misti, i fragili, gli anziani, i violenti, gli stranieri, i georgiani, i ladri, gli assassini, i coraggiosi, i lavoranti, i laureati, i professionisti, i dilettanti, gli agenti della polizia penitenziaria e, nel marasma, c’era pure qualche drago. In questo momento, vivo un sentimento di dolore e, allo stesso tempo, sento un’energia positiva che mi pervade ed è arrivata dai detenuti. È difficile spiegare questa particolare miscela di stati d’animo. Andare a vedere le condizioni delle carceri e di chi vive lì dentro ogni giorno, per lavoro o per detenzione, è sempre un’esperienza emotivamente forte, e che ? ogni volta ? vivo in maniera unica e umanamente intensa. Soprattutto per le storie che le persone si portano addosso e che si vedono impresse sulla pelle. Anche quando non parlano, anche quando restano in silenzio. Ringrazio tutti per questa ulteriore e bellissima esperienza d’amore. Sassari. Proposta choc del sindacato della Polizia penitenziaria: “Riaprite il carcere dell’Asinara” La Nuova Sardegna, 26 agosto 2026 La risposta di Maria Grazia Caligaris: “L’isola non può diventare di nuovo un luogo di detenzione”. L’anno prossimo saranno passati trent’anni da quando il Ministero, allora si chiamava di Grazia e Giustizia, avviò le pratiche per chiudere il supercarcere dell’Asinara. Ma qualcuno sembra rimpiangere quei tempi. “Le carceri sono sempre più ingestibili, si valuti la riapertura di Pianosa (nell’arcipelago toscano, ndr) e Asinara per i detenuti ad altissima criticità” è la proposta choc lanciata dal segretario del Sindacato autonomo polizia penitenziaria Donato Capece qualche giorno fa. La proposta è legata ai diversi episodi di violenza e autolesionismo che si registrano da tempo nelle carceri del paese, che affrontano una crisi gravissima fra sovraffollamento e numeri impressionanti legati alle patologie psichiatriche e alla tossicodipendenza. Un problema che, secondo Capece, va affrontato con strutture specializzate, “con piccoli numeri, sezioni autonome, elevato rapporto agenti-detenuti, videosorveglianza moderna, sistemi elettronici di sicurezza, allarmi individuali, comunicazioni radio affidabili, personale formato, assistenza sanitaria e psichiatrica permanente e tecniche di de-escalation e addestramento operativo”. Alla proposta del Sappe replica la presidente di Socialismo Diritti Riforme Maria Grazia Caligaris, una delle voci più attente nell’isola ai problemi delle carceri. “L’aggressività è il più delle volte figlia della tossicodipendenza e delle psicosi. Chi è malato deve essere curato da professionisti in idonei spazi, non relegato e controllato anche “con sistemi elettronici di sicurezza” dice Caligaris che aggiunge come sia “del tutto fuorviante pensare di utilizzare l’Asinara e Pianosa come luoghi di detenzione, seppure per “criticità estreme”. Per ora, in ogni caso, non ci sono segnali ufficiali: la prospettiva di una riapertura del carcere dell’Asinara resta confinata alle polemiche estive. Udine. Carcere, situazione grave: problema principale è il sovraffollamento di Dario Ronzoni rainews.it, 26 agosto 2026 Supera il 200% il sovraffollamento al carcere di Udine, una situazione definita particolarmente difficile dall’associazione Nessuno tocchi Caino, ieri in visita. In ogni carcere che vedo incontro sempre lo stesso delinquente: lo Stato, che non rispetta le sue stesse regole. Lo dice Elisabetta Zamparutti, tesoriera di Nessuno tocchi Caino, dopo la visita dell’associazione al Carcere di Udine, fatta insieme ai rappresentanti della Camera Penale Friulana. Un’iniziativa che ha seguito quella di Pordenone e Tolmezzo, a 10 anni dalla scomparsa di Marco Pannella: “Seguiamo le sue orme cercando di sopperire alla mancanza dello Stato con una presenza, la nostra”. Il problema principale è il sovraffollamento: ora i detenuti sono 163, per 79 spazi effettivi (cinque celle da due, bruciate o devastate, sono fuori uso). La situazione è definita “particolarmente grave”. “È un carcere che indubbiamente ha anche delle parti rinnovate ma finché non c’è una misura di riduzione del carico di dolore nulla mai funzionerà”, afferma Zamparutti. Tra le proposte c’è l’aumento dei giorni di liberazione anticipata da 45 a 75 per i detenuti che mostrano una buona condotta. Un’altra strada invece passa per una questione di legittimità costituzionale sollevata a Firenze per il parere della consulta e di cui si discuterà a settembre, e che potrebbe in teoria bloccare il sovraffollamento. Il presidente della Camera Penale Friulana, l’avvocato Rino Battocletti: “In sostanza chiede di riformulare una norma dell’ordinamento penitenziario per consentire ai giudici di rinviare la detenzione nell’ipotesi in cui non ci siano le condizioni di dignità”. Brindisi. Carcere: afa e altri problemi, seconda visita agostana della Camera Penale brindisireport.it, 26 agosto 2026 Dalla presenza di detenuti con problemi psichiatrici e di tossicodipendenza al “reparto accoglienza”. Nella casa circondariale di via Appia ci sono comunque aspetti positivi. In alcune celle ci sono fino a cinque detenuti. Il caldo afoso di questo ultimo scampolo d’agosto lo soffrono tutti, nelle proprie case o al mare. Figurarsi chi da quella cella non può uscire e non può fruire dell’aria condizionata. L’ora d’aria, poi, la si passa in un cortile. Cemento dentro, cemento fuori: quello dei palazzi nei pressi di via Appia. Una delegazione della Camera Penale di Brindisi “Oronzo Melpignano” ha bissato la visita del 10 agosto scorso. “I dati del sovraffollamento, che sfiorano il 100 per cento, sono in linea con quelli delle altre carceri italiane”, spiega il presidente della Camera Penale brindisina, Ladislao Massari. Si è presentato ieri (lunedì 24 agosto 2026), insieme a una delegazione composta dagli avvocati Roberta Rutigliano, Giacomo Serio (vice presidente), Massimo Murra, Annapaola Caniglia, Euprepio Curto, Gabriella Dell’Aquila e Agnese Guido. Nell’ambito dell’iniziativa “Ristretti in agosto” (dell’Unione delle Camere Penali Italiane), la seconda visita - autorizzata dal Dap - è servita per “completare” la prima. In quell’occasione, era stato fornito un questionario - spiega il presidente Massari - per ottenere dati e informazioni puntali, da far convergere in una rilevazione nazionale. “Il numero dei detenuti con tossicodipendenza o con problemi psichiatrici è alto”, chiosa il penalista. E poi c’è la questione del “reparto accoglienza”, dove vengono destinati i detenuti in attesa di essere assegnati alle varie sezioni. O dove vanno coloro che mettono a rischio la sicurezza o l’ordine all’interno delle carceri. Ecco, quella sezione non è stata ristrutturata. E i servizi igienici risultano inadeguati. Dopotutto, queste “visite” da parte delle Camere Penali servono a sensibilizzare la popolazione sulle condizioni di chi è privato della libertà personale. Poi, ci sono anche gli aspetti positivi, in via Appia, come sottolinea l’avvocato Roberta Rutigliano: “Per fortuna ci sono pochi atti di autolesionismo. E le attività collaterali stanno dando i propri frutti - spiega - Ci sono stati diversi diplomati. Ma i problemi che saltano all’occhio sono quelli medici, specialmente per le visite specialistiche. E il caldo. Alcuni detenuti risolvono acquistando, a proprie spese, ventilatori. Ma non tutti possono permetterselo”, conclude. Locri (Rc). Riflettori su sovraffollamento e dignità dei detenuti reggiotv.it, 26 agosto 2026 Anche la Camera Penale di Locri ha aderito a “Ristretti in agosto”, l’iniziativa promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane. Oggi la visita all’interno della casa circondariale insieme al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luigi Sbarra e al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Irma Conti. Conti ha definito quella di Locri una realtà “virtuosa e preziosa”, sottolineando il lavoro della direzione, della Polizia Penitenziaria e delle associazioni del terzo settore: “La cooperazione istituzionale e associativa è l’unico momento convergente verso il raggiungimento di un obiettivo comune”, ha dichiarato. Sbarra ha evidenziato le diverse attività culturali, formative e lavorative presenti nella struttura, pur richiamando il problema del sovraffollamento: “Una struttura caratterizzata da molte positività. Certo, sconta un problema storico ultradecennale che è quello legato a un leggero sovraffollamento”. Il presidente della Camera Penale Alvaro ha invece posto l’accento sulle condizioni detentive e sulla necessità di intervenire sul sovraffollamento: “La nostra Costituzione prevede che la pena debba consistere nella privazione della libertà, non certo nella lesione della dignità”, ha affermato, chiedendo maggiore attenzione da parte del Governo. Foggia. Selezione per il Garante dei detenuti: nominata la Commissione tecnica immediato.net Il decreto della sindaca Episcopo individua quattro dei cinque componenti chiamati a valutare le candidature. Manca ancora il magistrato di sorveglianza, che sarà indicato dall’ufficio competente. Al termine dell’istruttoria sarà formulata una terna da sottoporre al Consiglio comunale. Prende forma a Foggia il percorso per la nomina del Garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale. Con un decreto firmato il 25 agosto, la sindaca Maria Aida Episcopo ha costituito la Commissione tecnica incaricata di esaminare e valutare le candidature presentate nell’ambito dell’avviso pubblico. La figura del Garante era stata istituita attraverso il regolamento approvato dal Consiglio comunale il 3 dicembre 2025. Successivamente Palazzo di Città aveva pubblicato l’avviso per raccogliere le candidature, con termine ultimo fissato al 26 luglio scorso. Chi farà parte della Commissione - Sono quattro, al momento, i componenti nominati dalla sindaca. Si tratta della professoressa Donatella Curtotti, docente universitaria esperta in materie giuridiche; dell’avvocato Giulio Treggiari, indicato per la sua esperienza in campo giuridico e nella tutela dei diritti; di Daniela Marcone, referente di Libera, in rappresentanza del Terzo settore; e di Serafina Croce, dirigente pubblica con esperienza nel welfare, nelle politiche sociali e nei servizi alla persona. A loro dovrà aggiungersi un quinto componente: un magistrato di sorveglianza o un ex magistrato di sorveglianza. Il nominativo sarà indicato dal responsabile dell’ufficio competente e successivamente recepito attraverso un nuovo decreto sindacale. Solo dopo questa integrazione la Commissione potrà insediarsi e iniziare formalmente i lavori. Dalle candidature alla terna per il Consiglio comunale - Il compito della Commissione sarà innanzitutto quello di verificare la regolarità delle domande e il possesso dei requisiti previsti dall’avviso. Successivamente saranno esaminati curricula, titoli di studio ed esperienze professionali dei candidati. Al termine della procedura dovrà essere predisposta una proposta motivata contenente una terna di candidati ritenuti idonei. Nomi e verbali saranno quindi trasmessi al presidente del Consiglio comunale per i successivi adempimenti e per arrivare alla nomina del Garante da parte dell’assemblea di Palazzo di Città. Il decreto stabilisce inoltre che i componenti dovranno operare secondo criteri di autonomia, imparzialità, trasparenza e riservatezza e dichiarare l’assenza di incompatibilità e conflitti di interesse. L’incarico all’interno della Commissione sarà svolto a titolo gratuito, senza compensi, indennità o gettoni di presenza. Con la costituzione della Commissione entra dunque nella fase operativa l’iter che porterà Foggia a dotarsi del Garante comunale chiamato a occuparsi della tutela dei diritti delle persone private della libertà personale. Lecco. Uno Sportello per il lavoro dentro il carcere di Pescarenico laprovinciaunicatv.it, 26 agosto 2026 Provincia e casa circondariale verso un protocollo triennale per favorire orientamento e reinserimento dei detenuti. Pasquini: “Il lavoro è uno degli strumenti più concreti per restituire dignità, responsabilità e autonomia”. La Provincia di Lecco e la casa circondariale di Pescarenico a breve stipuleranno un protocollo d’intesa per la creazione di uno sportello di orientamento al lavoro all’interno dell’istituto penitenziario di Pescarenico. “Questo provvedimento - commenta Antonio Pasquini, consigliere provinciale delegato e alla formazione professionale - nasce da una convinzione precisa: la pena deve avere una prospettiva di recupero e di reinserimento, e il lavoro rappresenta uno degli strumenti più concreti per restituire dignità, responsabilità e autonomia alle persone detenute. Come Provincia vogliamo contribuire a costruire un ponte tra il carcere e la comunità, perché il reinserimento sociale non può iniziare dopo la pena, ma deve essere preparato durante il percorso detentivo. Lo sportello di orientamento al lavoro va proprio in questa direzione: offrire strumenti, competenze e opportunità concrete per guardare al futuro. È una scelta che parla di sicurezza e responsabilità: favorire il reinserimento significa anche ridurre il rischio di recidiva e rafforzare la coesione della nostra comunità. La prospettiva è quindi quella di un carcere capace di costruire relazioni e seconde opportunità. Recuperare una persona significa restituire valore alla persona stessa e, allo stesso tempo, alla società nella quale tornerà a vivere”. Da un lato villa Locatelli si impegna a garantire personale qualificato per questo nuovo sportello, a coordinare le attività di orientamento e assicurare il rispetto della dignità e della privacy dei detenuti. Dall’altro lato la casa circondariale diretta da Luisa Mattina si impegna a mettere a disposizione degli spazi idonei per lo sportello, facilitare il coinvolgimento dei detenuti e supportare la valutazione del bisogno dei soggetti presi in carico. Lo sportello di orientamento al lavoro per i detenuti verrà organizzato con cadenza bimestrale oppure a seguito di specifica richiesta da parte della casa circondariale. Accanto alle attività offerte dallo sportello, tra cui la presentazione del mercato del lavoro territoriale e la redazione del bilancio delle competenze, verranno organizzati incontri formativi specifici per i detenuti su come affrontare un colloquio di lavoro o su stesura e aggiornamento di un curriculum vitae. Tra gli obiettivi del protocollo d’intesa, che avrà durata triennale, c’è anche quello di “promuovere nella comunità locale una maggiore consapevolezza sui temi dell’esecuzione penale, del reinserimento sociale delle persone detenute, della resilienza e del valore delle seconde opportunità quali elementi fondamentali per la costruzione di una società più inclusiva, coesa e sicura”. Per questo verranno organizzate anche delle iniziative di sensibilizzazione “rivolte alla cittadinanza, e in particolare ai giovani, volte a favorire una conoscenza più approfondita della realtà carceraria, delle opportunità di recupero e dei percorsi di reinserimento sociale promossi dalle istituzioni”. Lucca. Tossicodipendenti fuori dal carcere: “Riforma importante. Ora però strutture e coraggio” di Silvia Barsotti La Nazione, 26 agosto 2026 L’avvocato Marco Treggi, presidente della Camera penale, analizza la nuova legge. Detenzione domiciliare per chi ha dipendenze da droghe e alcol. Cosa cambia in pratica. Niente carcere per i tossicodipendenti. È entrata in vigore il 21 agosto la nuova legge sulla detenzione domiciliare per le persone tossicodipendenti e alcoldipendenti. Ne parliamo con l’avvocato Marco Treggi, presidente della Camera penale di Lucca. Qual è la novità più importante? “È una riforma certamente significativa. La novità principale è rappresentata dal nuovo articolo 94-ter del Testo unico sugli stupefacenti, che introduce una specifica forma di detenzione domiciliare per la persona tossicodipendente o alcoldipendente certificata. Infatti è possibile accedere alla detenzione domiciliare per una pena detentiva, anche residua, fino a 8 anni, limite molto più ampio per la disciplina ordinaria che è di soli 2 anni di pena residua”. E dova va il detenuto? “Il programma terapeutico e quindi la pena, dovrà svolgersi presso una struttura privata accreditata ai sensi dell’art. 117 del T.U. o in una struttura pubblica residenziale del Servizio sanitario nazionale specializzata per la cura e per la riabilitazione dalle tossicodipendenze o l’alcool dipendenze, con un programma residenziale o semi residenziale. In ogni caso l’interessato ha facoltà di richiedere di essere ammesso alla detenzione domiciliare in altro luogo idoneo, salvo eccezioni per i reati più gravi”. Otto anni significano che il detenuto ha automaticamente diritto ai domiciliari? “Non è un automatismo, ma devono ricorrere tutti i presupposti stabiliti dalla legge e, soprattutto, deve esserci un programma terapeutico socio-riabilitativo che dovrà essere approvato dal Tribunale di Sorveglianza il quale dovrà verificarne l’idoneità e la sua capacità di recupero della persona e alla prevenzione della recidiva. La finalità non è quindi semplicemente quella di togliere una persona dal carcere, ma ridurre il rischio che torni a delinquere, tutelando sia il singolo che la collettività. In caso di violazione delle prescrizioni, la legge impone l’esecuzione della pena residua in carcere”. La legge interviene anche sulla fase processuale? “Sì, attraverso una sorta di “patteggiamento” per pene fino a 8 anni di reclusione, ma non si applica lo scomputo di pena previsto per il patteggiamento ordinario. Tale disposizione si applica anche per i processi in corso già in fase dibattimentale prima della sentenza di primo grado. È una novità significativa perché attraverso un programma terapeutico concordato il percorso di recupero agisce fin da subito e la terapia viene concepita come modalità di esecuzione della pena. La risposta sanzionatoria viene collegata a un percorso concreto di recupero e di prevenzione della recidiva”. La riforma interviene anche sul processo di esecuzione? “Sì, la legge modifica anche l’articolo 656 comma 5 del codice di procedura penale, prevedendo la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena detentiva fino a 8 anni, previamente la difesa dovrà fornire il programma terapeutico e la certificazione di tossicodipendenza al pubblico ministero. Senza ritardo, il PM poi trasmetterà ordine di esecuzione e decreto di sospensione unitamente al programma terapeutico al magistrato di sorveglianza”. Qual è allora il principale rischio di questa riforma? “Che rimanga, almeno in parte, una riforma sulla carta quindi occorre intervenire in modo effettivo sfruttando i finanziamenti previsti dall’art. 6 della nuova legge. Soprattutto nel primo periodo, dato che la riforma è già in vigore a far data dal 21 agosto. Infatti attualmente non abbiamo comunità terapeutiche sufficienti, personale qualificato, servizi per le dipendenze adeguati e risorse per seguire i programmi. Bisogna quindi creare le condizioni perché quella legge possa concretamente trovare applicazione. Una comunità terapeutica non può essere semplicemente un luogo nel quale trasferire un detenuto. Deve essere un luogo nel quale si realizza un percorso serio, individualizzato e verificabile”. A Lucca questa riflessione assume un significato particolare per la situazione del “San Giorgio”… “Certamente, la Casa circondariale San Giorgio vive una situazione di significativo sovraffollamento. Gli ultimi dati ufficiali disponibili mostrano una presenza di detenuti superiore alla capienza regolamentare, con una parte dei posti non disponibile. Il sovraffollamento riguarda concretamente i detenuti, ma anche la Polizia penitenziaria, gli educatori, gli operatori sanitari e tutti coloro che lavorano quotidianamente all’interno dell’istituto. Se una parte delle moltissime persone tossicodipendenti ivi detenute può, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, seguire un percorso terapeutico fuori dal carcere, questo può rappresentare anche uno strumento per affrontare il sovraffollamento del San Giorgio”. Una legge svuota-carceri? “Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che la soluzione sia semplicemente “svuotare le carceri”, ma capire quali modalità di esecuzione della pena siano più efficaci nel ridurre la recidiva e risolvere in radice la genesi dei molti crimini che derivano dallo stato di tossicodipendenza”. Perché non riflettere anche sui non tossicodipendenti? “Sì. La nuova legge apre, a mio avviso, una riflessione più generale, dobbiamo effettivamente chiederci se una riflessione analoga non possa essere fatta anche per altri condannati superando il limite dei due anni per la detenzione domiciliare con programmi di recupero personalizzati”. Qual è quindi il suo giudizio complessivo sulla nuova legge? “È una riforma che considero molto positiva per il principio che la ispira, ma ora bisogna renderla effettiva in concreto. Servono, infatti, comunità terapeutiche, risorse, personale qualificato, servizi per le dipendenze, Uepe e personale adeguatamente strutturati e una magistratura di sorveglianza posta nelle condizioni di lavorare efficacemente anche in considerazione del ruolo centrale che sta assumendo”. Bologna. Street art e riscatto: un ponte di colore tra carcere e città di Claudio Succi radiocittafujiko.it, 26 agosto 2026 C’è una parte di Bologna che rimane invisibile agli occhi di tutti. È la città che vive dietro le mura del carcere, ricca di storie, creatività e voglia di crescere ma molto spesso, purtroppo, viene dimenticata. Un patrimonio umano prezioso, che resta escluso dal dialogo con la comunità mentre Fuori, la vita continua a scorrere normalmente. Per superare questa distanza serve qualcosa di concreto che possa riavvicinarle: un segno visibile, uno spazio di connessione, un linguaggio comune. Con il tuo aiuto e insieme al sostegno del Quartiere Navile e di Avoc - Associazione Volontari Carcere, possiamo colmare questa distanza usando la forza dell’arte: Sotto la guida dell’artista Fabio del Monte (in arte Fabieke), un gruppo di detenuti della Dozza realizzerà un’opera murale di 6 metri per 3 destinata al cavalcavia di via Ferrarese, nel quartiere Navile. Il progetto intende costruire un “ponte” visivo e simbolico tra due realtà vicine che chiedono di conoscersi. Il percorso: dal laboratorio al quartiere - Il cuore dell’iniziativa è un percorso formativo di street art dentro la Casa Circondariale, organizzato con la direzione del carcere e i funzionari pedagogici. Durante i quattro incontri previsti, 10 detenuti apprenderanno la tecnica del writing, l’utilizzo delle vernici e dei colori per riuscire a trasformare un’idea in un disegno. Oltre alle competenze tecniche, l’elemento centrale sarà la collaborazione e lo scambio di idee verso gli altri. Il lavoro si articolerà in tre fasi principali: Settembre: selezione dei 10 partecipanti ed erogazione dei primi moduli teorici. Ottobre: avvio delle attività pratiche di disegno e sperimentazione dei materiali dentro la struttura. Novembre: realizzazione dell’opera all’esterno, con i partecipanti che - divisi in gruppi da cinque - usciranno per dipingere direttamente sulle pareti di via Ferrarese. L’impegno di A.Vo.C per la dignità in carcere - A promuovere il progetto, insieme al Quartiere Navile, c’è A.Vo.C. (Associazione Volontari Carcere ODV). Attiva dal 1993 con oltre 80 volontari, l’associazione lavora quotidianamente per garantire rispetto, ascolto e opportunità di reinserimento a chi vive la detenzione. Un’iniziativa come questa dimostra come l’arte possa offrire un’occasione di riscatto e partecipazione attiva. La campagna crowdfunding: come sostenere il progetto - Per la realizzazione del progetto servono in totale €7.500,00. Il Quartiere Navile e Avoc contribuiranno con 1000 € ciascuno. Restano ancora da raccogliere €5.500,00 ed è qui che diventa fondamentale il contributo di ogni donatore. Le risorse serviranno a coprire i costi del workshop, degli strumenti necessari ai detenuti per le giornate di formazione, delle vernici e di tutti i materiali indispensabili per realizzare il murales. Non importa la cifra perché ogni contributo è un piccolo gesto collettivo che permetterà ai detenuti di lasciare il loro segno di bellezza e riscatto attraverso un’opera destinata a cambiare il volto di Bologna. All’ombra del nuovo disordine mondiale, ruolo e storia del pensiero criminologico di Sofia Ciuffoletti Il Manifesto, 26 agosto 2026 Dario Melossi, “Stato, controllo sociale, devianza. Una ricostruzione tra Europa e Usa” per il Mulino. Nell’ormai lontano 2002 (anno della prima edizione di questo testo, uscito al tempo per i tipi di Mondadori), lo spazio politico internazionale era attraversato dalla netta consapevolezza del “ritorno della storia”, all’alba degli attentati dell’11 settembre 2001 e la profezia di una pacificazione globale sotto l’egida della provvidenziale vittoria della democrazia veniva definitivamente spazzata via dal ritorno di una “sorta di incubo ottocentesco, dominato da fanatismi religiosi, nazionalismi e politiche di potenza della peggior specie”. Gli sviluppi che seguirono il brusco risveglio alla fine del secolo breve, in termini di riflessione interdisciplinare e di analisi della “questione criminale”, rendono la nuova edizione del testo di Dario Melossi, Stato, controllo sociale, devianza. Una ricostruzione tra Europa e Stati Uniti (Il Mulino, pp. 344, euro 32) un rinnovato (e necessario) pungolo per il dibattito e l’analisi criminologica e sociologica sulla triade concettuale espressa nel titolo. Un pungolo tanto più denso di prospettive in quanto l’autore non presenta le teorie criminologiche come isole di pensiero, ma tratteggia lo sviluppo storico del pensiero criminologico e della sociologia della devianza, collocandolo all’interno dell’evoluzione dello Stato moderno, della teoria politica e dei meccanismi del controllo sociale. Come nella prima edizione, questo percorso si svolge nella lettura comparata tra Europa e Stati Uniti (i luoghi esperienziali di vita, ricerca e insegnamento dell’autore), nella dialettica tra questi due contesti, nelle distinte ma connesse traiettorie teoriche e pratiche prodotte dalla moltitudine (infederata o infederabile…) europea e dalla fucina federale statunitense. Questo metodo di analisi comparata è capace di restituire le differenze e le reciproche contaminazioni dei formanti sociali, giuridici e politici di Europa e Stati Uniti d’America. E così di decodificarli, come quando Melossi ci ricorda che l’aquis del post-modernismo europeo, del disincanto verso la politica come grande narrativa (e grande semplificazione) del reale, non si discosta di molto dal punto di partenza del pragmatismo americano di inizio del secolo scorso (come dice Rorty: “James e Dewey aspettano alla fine della strada che Foucault e Deleuze stanno attualmente percorrendo”). Insomma, camminare sul crinale della comparazione ci permette di leggere la versione europea dei concetti di Stato, controllo sociale e devianza alla luce e nel dialogo con le teorie criminologiche e sociologiche statunitensi e con la parallela evoluzione degli stessi concetti sull’altra sponda dell’Atlantico (e viceversa). E questo, infine, ci costringe a de-sacralizzare le esperienze, la storia e la retorica dell’eccezionalismo (statunitense o europeo che si voglia). Nel nuovo (dis)ordine mondiale, Melossi affronta, nell’ultima sezione del testo, i temi della migrazione, della razzializzazione, della criminalizzazione e del populismo penale (sostenendo che questi fenomeni siano profondamente interconnessi con crisi più ampie che affliggono le democrazie liberali). Su questo versante, sarà particolarmente rilevante riflettere su un ambito di minorità che si pone al crocevia di populismo, diritto penale del nemico, mass media e controllo sociale, il tutto nella prospettiva dell’irriducibilità patriarcale. La questione criminale oggi deve includere anche (necessariamente) il dibattito sulla devianza minorile e la costruzione mass-mediatica dell’etichetta delle baby-gang in correlazione con l’analisi del fenomeno del trattamento giuridico, e specialmente penale, delle persone minori con background migrante e dei minori stranieri separati o non accompagnati. Infine, una delle più significative prese di consapevolezza della nuova edizione consiste nella correzione dell’ignoranza della prospettiva di genere, tradizionalmente presente (e criticata) anche nella teoria revisionista della pena (da Foucault, allo stesso Melossi con Pavarini, a Garland). Lo sforzo di disvelare il sistema della dominazione patriarcale, sia come “occultamento delle forme di comportamento criminale che hanno come vittime le donne, sia nell’intento di perpetuare un sistema di controllo sociale e quindi di devianza in gran parte relegato all’ambito domestico o comunque pre-penale” merita senz’altro un plauso. D’altra parte, l’ingresso di tale prospettiva ci costringe a riconoscere (o comunque a mettere sul tavolo della discussione) il fatto che non esiste un ragionare sociologico e criminologico che non sia anche un ragionare femminile (e femminista), così come la questione criminale è necessariamente una questione femminile (e femminista). Sara Bennett, vita e sogni di donne dietro e oltre le sbarre di Manuela De Leonardis Il Manifesto, 26 agosto 2026 Parla la fotografa e avvocata penalista che lavora da un decennio al progetto. Autrice del libro “Looking Inside. Women with Life Sentences” sulle condannate all’ergastolo per omicidio. “Avendo fatto l’avvocato penalista per vent’anni non avevo alcun pregiudizio sulle donne in carcere. La macchina fotografica permette di mostrare qualcosa quasi senza commenti, io volevo semplicemente mostrare chi sono queste donne”, afferma Sara Bennett durante la nostra conversazione, nella sua casa di Brooklyn. Autrice del libro Looking Inside. Women with Life Sentences (Kehrer, 2026) - la postfazione è di Judith Clark che ha scontato 38 anni di carcere e ora è direttrice del Survivors Justice Project - realizzato con la borsa di studio Guggenheim 2024, Bennett ha iniziato questo progetto nel 2012, facendosi portavoce della complessità del vivere dentro e fuori dalle sbarre di donne condannate all’ergastolo per omicidio. Ha fotografato Patrice nella palestra nel carcere di massima sicurezza Bedford Hills Correctional Facility e Linda nella sala ricreativa del Taconic Correctional Facility, ma anche Karen in un rifugio per senzatetto, quattro settimane dopo il suo rilascio o Evelyn in un appartamento a Queens condiviso con una coinquilina. Il libro raccoglie anche i pensieri delle detenute scritti a mano. “La gente mi chiede continuamente perché sorrido così tanto”, scrive Judy nel suo 38° anno di reclusione - “Non è che io sia sempre felice. Soffro i dolori della prigionia: separazione dai propri cari, continue umiliazioni quotidiane come essere perquisiti a corpo nudo dopo ogni visita e non poter abbracciare nessuno. Il contatto umano è vietato e amare un’altra donna è illegale. Ogni giorno porto con me il peso della colpa per il mio crimine e per tutto il dolore e la perdita di cui sono responsabile. Non posso cambiare questa situazione. Ma posso decidere come svegliarmi ogni mattina e incontrare il giorno in cui scelgo l’amore, la curiosità, la vitalità. Scelgo di sorridere”. In che modo la professione di avvocato (difensore d’ufficio) ha indirizzato il tuo sguardo di fotografa? Avevo una cliente condannata a 75 anni o all’ergastolo, questo significava che avrebbe trascorso tutta la vita in prigione, perché una condanna del genere implica che devi scontare 75 anni prima di poter beneficiare della libertà condizionale. Stavo cercando di convincere il governatore di New York a concederle la grazia, cosa davvero straordinaria. In pratica, conducevo una grande campagna politica a suo favore. Cercavo di ottenere il sostegno di persone influenti tenendo conferenze su di lei. Una volta, durante un discorso in una sinagoga nell’Upper West Side dove erano presenti probabilmente 200 persone, qualcuno si è fatto avanti dal pubblico e ha detto “Se non fosse stato per Judith” - questo è il nome della mia cliente - “non avrei alcun rapporto con i miei figli”. Poi è arrivata un’altra che ha aggiunto che se non fosse stato per Judith non avrebbe potuto studiare all’università mentre era in carcere, e altre cose del genere. È stato davvero intenso, sembrava quasi che fossi stata io ad averlo inscenato, ma non conoscevo quelle donne. Dopo mi sono avvicinata a loro e ho chiesto chi fossero. Facevano parte di un programma nel Queens, una sorta di alloggio assistito per donne appena uscite dal carcere. Per i sei mesi successivi, ho continuato a chiedermi come poter dare visibilità alle loro parole. Poi mi è venuta l’idea. Vale a dire? Una mia conoscente che era stata in carcere ha portato a casa mia un gruppo di donne, a cui ho chiesto cosa significasse per loro la mia cliente e ho scattato delle foto. Ho messo insieme un piccolo opuscolo - Spirit on the Inside: Reflections on Doing Time With Judith Clark - che poi ho inviato ai legislatori statali, al governatore, a una nuova commissione sul reinserimento. Quando tenevo delle conferenze lo distribuivo, alla fine ne sono state messe in circolazione 1598 copie. Avrei dovuto immaginarlo ma sono rimasta sbalordita dalla reazione della gente, dal fatto che non avessero mai riflettuto veramente sull’umanità dei detenuti. È così che è nato il progetto di Looking Inside Women with Life Sentences. Dopo ho dovuto imparare a usare la macchina fotografica e diventare una fotografa, ma il lavoro ha preso forma fin dal primo giorno grazie al mio background. Avevo intenzione di dedicarmi esclusivamente a persone condannate all’ergastolo che non sapevano se sarebbero mai uscite di prigione, e volevo fotografare solo donne perché nessuno pensa alle donne in carcere. Come è avvenuta la scelta dei soggetti che ha ritratto? La prima persona che ho fotografato si chiama Keila. L’ho trovata grazie a una mia cliente che era in carcere, quella di cui le parlavo. Nel libro c’è anche la foto del primo giorno in cui l’ho incontrata alla Penn Station, cinque settimane dopo il suo rilascio. Quel giorno Keila stava andando a un incontro di ex detenute, così sono andata con lei. Nella sala c’erano una ventina di donne, qualcuna mi ha riconosciuta visto il mio lavoro di avvocato e mi ha chiesto cosa facessi lì. Ho parlato del mio progetto di fotografare donne nel loro reinserimento e tutte quelle che erano nella stanza hanno risposto che volevano farlo. La mia idea, però, era fotografare solo le detenute condannate alla reclusione a vita, perché chi ha l’ergastolo non sa se uscirà mai di prigione. Così ho iniziato a seguire nove donne che poi sono diventate quattro, Keila, Evelyn, Carol, Tracy. Le ho fotografate in prigione, perché volevo mostrare un po’ com’è la vita tra le sbarre, i programmi che svolgono le detenute, i certificati che ottengono, chi le va a trovare. Le ho scelte perché erano quelle più disponibili, ma anche perché ho sentito subito che c’era un forte legame, come con Keila. Mi sono divertita tantissimo con lei! Alcune le ho ritratte anche fuori dalle prigioni, all’interno degli alloggi assistiti pensati per aiutare le persone nel loro processo di reinserimento. Nel libro, insieme ai loro ritratti sono pubblicati appunti scritti a mano, lettere, disegni, polaroid che contribuiscono a restituire una visione reale della vita dietro le sbarre. Di queste donne incarcerate racconta anche i sogni? È una bella domanda. Insomma, credo che alcune di loro raccontino quali sono i propri sogni con la loro stessa calligrafia. Nel libro si nota che c’è differenza tra le donne che sono dentro e quelle che sono fuori. Molte di quelle che sono in prigione si sentono davvero dimenticate e invisibili, e si pongono delle domande. Ad esempio, qualcuna dice: “Morirò dietro queste sbarre?”. Invece, le donne che sono fuori credo che provino una vera e propria sensazione di entusiasmo per il fatto di vivere nel mondo, per quanto difficili possano essere le loro condizioni. Quindi, si percepisce chi sono, i loro sogni e le loro speranze. Nel 2025 ho realizzato On their own: women over 90, un progetto fotografico su donne di oltre novant’anni che vivono da sole e sono ancora autonome, ma è come se si sentissero in carcere con i loro mondi che si restringono sempre di più, dove le persone che le circondavano sono morte. Non uscivano più molto, e quando lo facevano era solo nel raggio di pochi isolati dalla loro casa. Non mi era mai venuto in mente che ci fosse un collegamento tra questi due progetti, ma in realtà credo che ci sia. Droghe, stigmi e paradigmi. Una mappa condivisa di Claudio Cippitelli e Pino Di Pino Il Manifesto, 26 agosto 2026 Negli anni 80, si potevano leggere manifesti del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, che recitavano: “L’erba? Roba da conigli”. Anni dopo, durante la Giunta Alemanno, a Roma comparvero manifesti dell’Agenzia Capitolina Tossicodipendenze che proponevano: “Cocaina? Ma de che! Molto meglio lo zucchero a velo” o che invitavano a preferire il muschio del presepe alla cannabis. Come per “la droga”, per la destra anche le culture legate ai diversi consumi di sostanze psicotrope vengono irrise, ridotte al singolare, alla “cultura del consumo di droga”, di solito rintracciabile prima del famoso “tunnel della droga” e sempre connessa ai lemmi morte, malattia, devianza e crimine. Insomma una cultura del degrado, una seria minaccia alla famiglia e all’ordine sociale. Quindi, una cultura da proibire, anzi una non-cultura: e in questo approccio, le Politiche di Riduzione del Danno vengono tematizzate come una “resa alla droga” o, quando dice bene, come una specie di limbo in attesa della redenzione. E, purtroppo, questo approccio non sempre riguarda solo le destre. Ma le droghe sono diverse e vengono ricercate e consumate proprio per le loro diverse proprietà: non esiste una singola cultura del consumo di droga, ma diverse culture in cui una pratica diventa socialmente appresa, stabile, trasmissibile e regolata all’interno di un gruppo o di un contesto sociale. Per cultura del consumo non si intende semplicemente un insieme di significati simbolici, né soltanto archetipi. Si intende piuttosto l’insieme condiviso di saperi pratici, regole informali, strategie di limitazione del rischio e principi morali che orientano l’uso di sostanze nel tempo. La cultura implica soprattutto significazione, aspettative, dimensione simbolica, identitaria, socializzazione. Sarà pure “roba da conigli”, ma la foglia della Marijuana è un brand conosciuto al pari del baffo della Nike, ed è presente in tutte le espressioni culturali del globo terraqueo, assai più dello zucchero a velo. Una cultura del consumo esiste quando chi partecipa a quella pratica sa, implicitamente o esplicitamente, quanto essa sia protettiva, quali siano le dosi accettabili, i contesti appropriati, i mix da evitare, i segnali di allarme, le responsabilità verso sé e verso gli altri: la cultura organizza ciò che è utile fare, ciò che è rischioso, ciò che è eccessivo; produce criteri di controllo, autoregolazione e apprendimento tra pari, diventando una pratica socialmente ordinata. Per questo è fondamentale ricostruirla nella prospettiva della regolazione delle politiche sulle droghe, e in particolare per la riduzione del danno: riconoscere che il controllo nei consumi di droghe non è solo imposto dall’esterno, ma può essere prodotto dalle culture del consumo che ciascuna sostanza porte con sé. Molte le domande: quale relazione tra contesto e gruppo sociale nel consolidamento di una cultura del consumo? La frammentazione dei legami, erosione dei contesti collettivi stabili, precarietà delle appartenenze, l’appartenenza di classe, il genere e la razzializzazione rimangono fattori determinanti, tanto quanto l’influenza del mercato. Chi lavora nella Bassa Soglia, nei Servizi Ambulatoriali e nella ricerca sa ricostruire le culture del consumo nel loro mutare? Quanto il racconto giornalistico contribuisce a definire il sapere sociale sulle droghe? È possibile stringere alleanze con artisti, giornalisti e altri attori per costruire una rappresentazione sociale che tuteli al contempo le PUD, le persone che usano droghe, e la società? È di questo che si tratterà nella Summer School 2026 promossa da Forum Droghe e CNCA, in programma a Roma dal 3 al 5 settembre 2026, a Testaccio presso la Città dell’Altra Economia e Villaggio Globale. Ultimi posti disponibili, iscriviti su www.fuoriluogo.it/stigmiparadigmi Migranti. Dal Sinodo delle chiese metodiste e valdesi no al Patto europeo di Luca Kocci Il Manifesto, 26 agosto 2026 “L’approccio oppressivo rischia di militarizzare i territori e i Paesi, compresa l’Italia”. Dal Sinodo delle chiese metodiste e valdesi, in corso a Torre Pellice (To) da sabato fino a oggi, arriva una severa bocciatura del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore nello scorso giugno: il Patto - afferma l’atto approvato dal “parlamento” dei metodisti e dei valdesi italiani su sollecitazione delle comunità del meridione dove è in cantiere la costruzione di nuovi Cpr - rafforza il ricorso alla detenzione amministrativa dei migranti da parte degli Stati europei e in generale riduce ulteriormente i diritti delle persone che emigrano, già profondamente erosi. “La mobilità delle persone, ormai sempre più spesso considerate di serie A o di serie B in base al passaporto che possiedono, è a rischio - si legge nella nota stampa del Sinodo -. L’approccio oppressivo rischia di militarizzare i territori e i Paesi, compresa l’Italia”. Bisogna “contrastare la costruzione di nuovi luoghi di detenzione, affinché il futuro delle persone non venga negato da politiche che restringono la libertà delle persone e moltiplicano gli spazi di reclusione”, ha detto in conferenza stampa la pastora Letizia Tomassone. Collegato a questo, il Sinodo ha discusso anche della grave situazione di sfruttamento del lavoro bracciantile agricolo in Italia. E ha approvato un atto con cui viene denunciato lo sfruttamento che coinvolge lavoratori e lavoratrici irregolari, senza residenza, senza una casa, senza permesso di soggiorno e senza contratti, ovvero persone prive di diritti che vengono usate solo per produrre. L’invito e l’impegno delle chiese metodiste e valdesi - già in prima linea in diverse aree del mezzogiorno d’Italia e nell’organizzazione dei corridoi umanitari - è a “collaborare con tutte quelle associazioni che nei rispettivi territori lavorano in rete per un efficace cambiamento delle politiche di accoglienza e integrazione”. Nei giorni precedenti il Sinodo si è espresso sulla tendenza alla legittimazione religiosa dei conflitti. Il pastore Eugenio Bernardini ha parlato delle “visioni sbagliate su Dio” che circolano: “Visioni imperiali, che giustificano guerra, morte e violenze. Da Oriente a Occidente, nel mondo cristiano, ebraico, islamico, induista. Idee sbagliate su Dio, che diventa strumento di potere, religione nazionale e di Stato, giustificazione di odio e sopruso. Pensavamo che con la caduta del dominio nazista e del suo motto “Dio con noi”, fosse finito l’abuso del nome di Dio, e invece è tornato, e con esso i conflitti e le guerre giustificate religiosamente”. Ma “è nostro dovere denunciare questo uso del nome di Dio come un abuso e una blasfemia”. Anche su questo tema, il Sinodo ha approvato due atti. Il primo richiama l’articolo 11 della Costituzione (“l’Italia ripudia la guerra”) e sottolinea la necessità di costruire la pace attraverso diplomazia, giustizia e reciprocità, evitando il ricordo alle armi. Il secondo, sulle disuguaglianze, denuncia un “disordine globale” segnato da riarmo, erosione dei diritti e autoritarismi, e invita le chiese a promuovere inclusione, pace, solidarietà e pluralismo. I lavori terminano oggi, con l’elezione del nuovo moderatore o della nuova moderatora della Tavola valdese, l’organo esecutivo delle chiese che negli ultimi sette anni è stato guidato dalla diacona metodista Alessandra Trotta.