Detenuti tossicodipendenti: il diritto alla cura c’è, le risorse no di Angelo Palmieri vita.it, 25 agosto 2026 Il 21 agosto è entrata in vigore la legge che prevede, per chi sta scontando una pena legata alla propria dipendenza, la possibilità di curarsi, non solo di essere custodito. Affinché la detenzione domiciliare in comunità funzioni davvero, servono investimenti seri: strutture di accoglienza, personale, assistenti sociali, educatori, operatori sanitari. Senza queste condizioni, una buona intuizione legislativa rischia di restare un’occasione mancata. La legge che è entrata in vigore il 21 agosto, la n. 140 del 5 agosto 2026, parte da un’idea giusta: chi sta scontando una pena legata alla propria dipendenza dovrebbe poter curarsi, non solo essere custodito. Il problema è che, così com’è scritta, temo resterà più una dichiarazione di intenti che una misura in grado di cambiare davvero le cose. Basta guardare i numeri. Il ministero stesso ha ammesso che le risorse stanziate coprono circa 500 persone nel 2026, a fronte di una platea potenziale di quasi 20mila detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza. Le comunità terapeutiche disponibili sul territorio, poco più di 13mila posti in tutto e spesso già sature, difficilmente potranno assorbire un numero significativo di nuovi ingressi. È come aver scritto una norma per 10mila persone e averne finanziata solo una piccola parte. C’è poi una questione che chi lavora ogni giorno con le dipendenze conosce bene: la legge chiede che il reato sia direttamente collegato alla dipendenza, ma ignora tutti quei casi, tutt’altro che rari, in cui la dipendenza nasce o peggiora proprio durante la detenzione. Rischiamo così di lasciare fuori proprio le persone più fragili, quelle che in carcere ci sono arrivate per altri motivi e lì hanno trovato un ulteriore fattore di deterioramento. Il risultato, temo, sarà un provvedimento importante sul piano simbolico - riconoscere il diritto alla cura anche a chi è detenuto - ma con un impatto reale su poche centinaia di persone, senza incidere sul sovraffollamento carcerario e senza garantire percorsi di recupero strutturati e continuativi. Perché la detenzione domiciliare in comunità funzioni davvero servono investimenti seri: strutture di accoglienza, personale, assistenti sociali, educatori, operatori sanitari. Senza queste condizioni una buona intuizione legislativa rischia di restare, ancora una volta, un’occasione mancata. Pregiudizi e pregiudicati di Lidia Ravera La Stampa, 25 agosto 2026 “Finalmente una buona notizia, hai sentito? Gianfranco Sedda, 83 anni, è evaso dai domiciliari. Si tratta di un quadro di punta della malavita del Brenta, quasi sicuramente belloccio e prestante, una carriera di rapinatore alle spalle, ma anche un facoltoso presente di spacciatore su vasta scala. Un tipo intraprendente. L’hanno arrestato mentre se ne stava andando in vacanza, all’aeroporto di Rimini, povero ragazzo, lo sai quante estati restano ancora da vivere a un ultra ottantenne? A occhio e croce meno di dieci!”. La Grande Vecchia mi ronza attorno nervosetta. Sbuffando e tacendo come chi ha una gran voglia di parlare. “Fammela pure la domanda, tanto lo so che me la vuoi fare. Vuoi sapere perché considero questo anziano criminale portatore di una buona notizia? Eccoti servita: quando l’hanno beccato era appena evaso sì, ma da una RSA, cioè da uno di quei tristi ricoveri dove vengono radunati greggi di vecchietti-pecora in attesa della dipartita. Dove sta la buona notizia? Ovviamente nell’età dell’evaso. Uno del 1943 che trova ancora l’energia, l’allegria e la forza di desiderare la libertà e lottare per ottenerla. Lo sai come la penso sulla carcerazione degli over seventy: è scandalosa. Se l’obbiettivo è rieducare il detenuto, è troppo tardi. Se hai svaligiato banche fin da ragazzo non è che a 83 anni scopri una passione per il giardinaggio. Ma tutti gli opinionisti concordano sul fatto che la detenzione, in Italia, è punitiva: celle minuscole e sovraffollate, caldo d’estate, gelo siderale d’inverno. Chi ha trasgredito le leggi viene ridotto un cencio anche se è giovane, figuriamoci!”. La Grande Vecchia mi interrompe, dopo aver messo in scena tutto un campionario di faccine da dissenziente. “Lo vedi che ti sei fatta condizionare anche tu?” “No, da cosa?” “Dal pensar comune”. “Ma non mi dire”. “Invece te lo dico: hai introiettato la tua quota di ageismo. Parli con sufficienza di un uomo più vecchio di te. Trapela disprezzo verso un personaggio che non avrà mai la statura dell’eroe, perché “gli eroi son tutti giovani e belli”. Stai attenta, piccola vecchia, si fa in fretta a peggiorare. L’ageismo permea tutta la nostra cultura, gioca coi disvalori più esposti. Perché l’età dovrebbe essere un fattore che scatena il ridicolo? Un criminale di 83 anni che scappa ti fa ridere uno di 30 no?”. Toh, chi si rivede: le correnti guidano il voto al Csm di Simona Musco Il Dubbio, 25 agosto 2026 I magistrati per il Sì al referendum cercano ora candidati che ne condividano le ragioni, ma tra loro cresce anche la tentazione dell’astensione. C’è un pezzo di magistratura che non sa ancora se andrà a votare. È quello che al referendum ha votato Sì e che, in vista del rinnovo del Csm, vorrebbe trovare sulla scheda candidati che abbiano condiviso quella scelta. Ma, fuori dalle indiscrezioni e da qualche dichiarazione isolata, capire chi siano non è semplice. È uno dei temi della campagna elettorale che precede il voto del 25 e 26 ottobre, partita in sordina ma già attraversata da una domanda destinata a pesare: quanto il referendum riuscirà a ridisegnare gli equilibri dell’autogoverno delle toghe? La scelta, per i fautori del sì, potrebbe ricadere su alcuni candidati di Altra Proposta, selezionati attraverso il sorteggio e chiamati a rispondere “esclusivamente alla legge e alla propria coscienza”, secondo una formula che richiama l’esperienza dell’attuale togato Andrea Mirenda. L’iniziativa parte dall’idea che i magistrati debbano distinguersi soltanto per le funzioni esercitate e che il Csm debba essere un organo di garanzia per l’intera categoria, senza “una funzione politico-rappresentativa”. Sono, dunque, i candidati che più esplicitamente rivendicano l’indipendenza dalle correnti. Ma il sorteggio, osservano alcuni separatisti delle carriere, non è di per sé una garanzia: tra i candidati c’è ad esempio anche chi, come Francesco Lupia, si è esposto pubblicamente per il No. L’agitazione è soprattutto sotterranea. “È una campagna elettorale aspra ma combattuta silenziosamente sulle liste, all’esterno non si fa sapere niente, però dentro sono colpi d’ascia, perfino nella corrente di maggioranza”, racconta una toga. È un’immagine che restituisce bene il clima con cui la magistratura si avvicina al voto. Tra gli indecisi ci sono i dissidenti di Magistratura indipendente e i magistrati più vicini a Bernadette Nicotra, attuale togata del Csm, tra le più votate della consiliatura e da tempo critica sul rischio di un deficit di pluralismo nella corrente. Mi deve fare i conti con le candidature autonome, con quella del suo ex esponente più noto, Cosimo Ferri, e con una frattura interna che alla vigilia delle urne rischia di diventare definitiva. Il caso più evidente è quello di Vincenzo Paolo Depalma, giudice barese che ha scelto di candidarsi da indipendente e per questo è stato escluso da Mi, con l’applicazione, per la prima volta, di una norma statutaria introdotta di recente: perde la qualità di socio chi partecipa alle elezioni in competizione con i candidati designati dall’associazione. La ragione sembra soprattutto elettorale: una candidatura autonoma può sottrarre consenso ai candidati ufficiali e, in un sistema nel quale anche pochi voti possono incidere sulla distribuzione dei seggi, trasformarsi in un problema per l’intera corrente. Dentro Mi ci sono così magistrati che contestano la linea degli attuali vertici e guardano alle candidature alternative. E il ritorno sulla scena di Ferri rende la situazione ancora più delicata. Ex segretario di Magistratura indipendente, ex consigliere del Csm, parlamentare e sottosegretario alla Giustizia, Ferri è inevitabilmente associato, anche in qualità di commensale, alla notte dell’Hotel Champagne e alle vicende dello scandalo Palamara. Un uomo che ha attraversato a lungo il sistema delle correnti e che oggi prova a costruire una candidatura in contrapposizione a quello stesso sistema. La sua forza, però, non sta soltanto nel nome. Ferri conosce i meccanismi del voto e sta costruendo una rete di candidature collegate alla propria. Il sistema elettorale consente infatti di aggregare candidature diverse e di sommare i rispettivi consensi anche ai fini della distribuzione proporzionale di una parte dei seggi. Non è quindi indispensabile costruire una nuova corrente: può bastare mettere insieme consensi che oggi si trovano fuori dai tradizionali recinti associativi. È qui che la candidatura di Ferri può diventare interessante. Può raccogliere una parte del malcontento interno a Mi, intercettare chi considera fallito il vecchio sistema delle appartenenze e parlare a quella parte della magistratura che, dopo il referendum, non si riconosce nella tradizionale contrapposizione tra correnti. Per questo, nonostante il peso del suo nome e il carico di polemiche che porta con sé, gli attacchi frontali nei suoi confronti sembrano per ora più deboli del previsto. Trasformarlo in un nemico significherebbe dargli una collocazione precisa e, forse, aiutarlo a costruire il consenso trasversale di cui ha bisogno. La domanda, allora, non è soltanto se Ferri possa essere eletto, ma da dove arriverebbero i suoi voti. Per il resto, la geografia dell’elezione appare più stabile. Area parte da una posizione solida e punta sulla capacità di tenere insieme il proprio elettorato, pur dentro una competizione interna tra candidature diverse. Il bacino elettorale è in parte lo stesso di Md, che cerca però di ampliare il proprio perimetro attraverso il collegamento con la rete di Autogoverno diffuso, nata da esperienze territoriali e dall’attività consiliare di Roberto Fontana. I promotori la presentano come una convergenza sui contenuti, non come la costruzione di una nuova corrente: al centro ci sono la revisione delle regole sulle nomine, il rapporto tra Csm e correnti e l’idea di dare maggiore peso alla valutazione professionale rispetto alle appartenenze. Il test sarà capire quanto il consenso costruito soprattutto nel distretto di Milano e, più in generale, nel Nord riuscirà a trasformarsi in consenso nazionale. Unicost, invece, sembra giocare una partita più lineare. La corrente centrista punta sui propri candidati e appare intenzionata soprattutto a consolidare il consenso già costruito, senza mettere in discussione gli equilibri di fondo. Nel frattempo, fuori dal perimetro togato, è già partita un’altra partita: quella per i componenti laici del Csm. I partiti hanno cominciato a trattare sui nomi e sugli equilibri della componente non togata del prossimo Consiglio. La trattativa è appena cominciata e potrebbe diventare un altro termometro dei rapporti di forza della prossima consiliatura. Il punto è capire quanto le correnti riescano ancora a trasformare l’appartenenza in voto. Per anni il meccanismo ha funzionato come una filiera quasi naturale: una candidatura, una corrente, un bacino elettorale. Oggi, accanto a quel sistema, crescono candidature autonome, reti territoriali e aggregazioni costruite intorno a singoli temi o a un giudizio sul referendum. È questa la vera incognita del 25 e 26 ottobre. Non tanto se le correnti siano finite: non lo sono. Ma se siano ancora in grado di controllare il voto dei loro stessi elettori. E se, sulla scheda, l’appartenenza continuerà a pesare più delle idee. Ma per chi lascia, come Mirenda, non c’è da essere ottimisti. “All’Ovest nulla di nuovo - commenta -. Anche da parte di chi, pur non disdegnando la designazione, notoria madre di tutti mali, predica poi, con divertente disinvoltura, “non appartenenza ma contenuti”, si ripropone la solita minestra riscaldata. Non era forse questa la parola d’ordine del Movimento per la Giustizia? Magistrati professionisti, dall’alto della loro competenza tecnica, pronti a proporsi come torri d’avorio della società civile. Come è andata a finire, lo sappiamo. Dov’è rimasto, poi, lo spirito di rinnovamento sbandierato dall’Anm durante la campagna referendaria? Superato il palamarismo, torna Ferri?”. Lavori socialmente utili, il condannato deve essere concretamente messo nelle condizioni di svolgerli di Nicolò Fagone La zita Corriere della Sera, 25 agosto 2026 Il 49enne era stato condannato a 8 mesi e 20 giorni, trasformati in 520 ore di lavori di pubblica utilità. La Cassazione: “Ingiusta la revoca della misura, bisogna verificare che sia stato messo in condizioni di iniziare. Era stato condannato a 8 mesi e 20 giorni di reclusione, trasformati in una pena sostitutiva di 520 ore di lavoro di pubblica utilità presso il Comune di Torino. La sentenza, emessa il 2 marzo 2023, prevedeva che l’incarico venisse completato entro il 2 settembre 2024, ovvero entro un anno e 6 mesi dal verdetto. Ma l’uomo, un 49enne, dopo 3 anni, 5 mesi e 22 giorni non ne ha fatta nemmeno una. E così la Corte d’appello ha deciso di revocargli i lavori di pubblica utilità, tornando alla pena detentiva. Il condannato però si è difeso sottolineando come nessuno gli abbia dato indicazioni su quali lavori svolgere e quando. È da questo paradosso che nasce la decisione con cui la Cassazione ha annullato la revoca dei lavori di pubblica utilità inflitta al 49enne: prima di accusare una persona di non aver eseguito la pena, in sostanza, occorre verificare che sia stato concretamente messo nelle condizioni di farlo. Una mancata comunicazione - La sentenza prevedeva una procedura abbastanza precisa: il Comune avrebbe dovuto stabilire modalità e calendario dell’attività e comunicarli formalmente all’interessato, all’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe) e alla Corte. Ma questo, in base a quanto riferito dall’uomo, non è mai accaduto. Così il tempo scorre e solo nel novembre 2025 i carabinieri della Stazione Torino Regio lo contattano al telefono per i controlli. La risposta, messa nero su bianco nell’annotazione finita agli atti, è piuttosto spiazzante: “Non ho mai iniziato”. Per la Corte d’appello è sufficiente. O, almeno, lo è insieme al fatto che nel fascicolo non risultano contatti tra l’uomo e il Comune. Il 9 marzo 2026 arriva così la revoca della pena sostitutiva, riportando in primo piano la pena originaria di 8 mesi e 20 giorni di reclusione. Secondo i giudici, quel mancato avvio rivelerebbe “un atteggiamento di sostanziale indifferenza” verso le prescrizioni dell’autorità giudiziaria. Ma è proprio qui che la vicenda prende una piega diversa. L’uomo decide di ricorrere alla Cassazione. Nel ricorso il suo avvocato ribalta sostanzialmente il punto di vista, evidenziando “l’inerzia degli organi istituzionalmente investiti degli adempimenti necessari” affinché l’uomo potesse effettivamente espiare la condanna ai lavori socialmente inutili. In sostanza, non può “pretendersi dal condannato alcuna particolare diligenza a fronte delle omissioni degli uffici preposti alla predisposizione del programma”. Gli ermellini accolgono le sue istanze e rinviano il caso alla Corte d’appello di Torino. Poco diligente o non informato? - Il motivo è semplice: non basta contare gli anni trascorsi e le ore non lavorate. Bisogna prima accertare che il condannato fosse stato concretamente messo nelle condizioni di cominciare. L’uomo era stato invitato a presentarsi all’Uepe? L’ufficio era stato effettivamente coinvolto? E soprattutto: il Comune gli aveva comunicato quando e come avrebbe dovuto svolgere quelle 520 ore? La Corte d’appello, secondo la Cassazione, non ha verificato questi passaggi. E così il tempo trascorso - per quanto lungo - non può diventare automaticamente la prova dell’inerzia colpevole del condannato. E ora il caso torna a Torino. La Cassazione non ha cancellato la condanna e non ha stabilito che l’uomo fosse esonerato dai suoi obblighi. Ha chiesto qualcosa di più elementare: prima di stabilire che l’uomo non ha rispettato una pena alternativa, riportando in gioco il carcere, occorre essere certi che qualcuno gli abbia davvero fornito tutte le coordinate necessarie. Bancarottieri, linea morbida sulla giustizia riparativa di Dario Ferrara Italia Oggi, 25 agosto 2026 La Cassazione dà disco verde all’accesso al mediatore anche senza parere favorevole del curatore fallimentare: può essere utile per risolvere le questioni che derivano dal reato. Sì alla giustizia riparativa per il bancarottiere, anche se il curatore fallimentare dice no. Il mancato consenso della parte civile nel processo penale non può impedire di per sé l’accesso dell’imputato al centro di mediazione: la procedura va esclusa solo se c’è un pericolo concreto per gli interessati o per l’accertamento dei fatti, mentre conta se l’intervento del mediatore può essere utile a risolvere le questioni che derivano dal reato. L’obiettivo di responsabilizzare l’autore dell’illecito, d’altronde, può essere raggiunto instaurando il dialogo con una “vittima surrogata”, cioè una persona che ha subito un altro reato ma di analoga natura. Così la Cassazione penale, sezione quinta, nella sentenza n. 29030 del 30/07/2026. Sconto di pena e reati fallimentari - È accolto solo uno dei motivi di ricorso proposti dall’imputato condannato per reati fallimentari come amministratore di fatto di una srl: se la bancarotta semplice risulta estinta per prescrizione, diventa definitiva la responsabilità per quella fraudolenta, patrimoniale e documentale. Trova tuttavia ingresso la censura che denuncia la violazione dell’articolo 129-bis Cpp e il vizio di motivazione: sbaglia la Corte d’appello a negare all’imputato l’accesso alla giustizia riparativa per il “dissenso espresso dalla parte civile” (che nella bancarotta può essere anche un singolo creditore o il fisco), “i cui interessi sarebbero stati incompatibili con soluzioni perseguite fuori dal processo penale”. Anzitutto non conta che l’imprenditore sia ormai dichiarato colpevole: se la mediazione penale riferita a reati procedibili d’ufficio si conclude con esito positivo, l’interessato può ottenere uno sconto di pena. Utilità del programma e valutazione del pericolo - La giustizia riparativa può scattare al di là del tipo o della gravità di reato: non serve il riconoscimento di responsabilità da parte dell’imputato o il consenso della vittima, tanto che è stata ritenuta in astratto praticabile anche per il responsabile di abusi sessuali su minori (sentenza n. 8653 del 05/03/2026) o di stalking (sentenza n. 19393 del 28/05/2026), nonostante la contrarietà delle parti offese. E ciò anche se l’autore non confessa né risarcisce. L’obiettivo, spiega in particolare la sentenza 8653/26, è evitare che “il reo venga privato di strumenti utili al reinserimento sociale, solo perché non ha incontrato una vittima pronta al dialogo”. La valutazione del consenso - che deve essere personale, libero, consapevole, informato - è invece riservata al mediatore e risulta sempre ritrattabile senza effetti pregiudizievoli. Il giudice, dal canto suo, deve soltanto accertare se la partecipazione dell’imputato al programma può essere utile o invece crea un pericolo concreto. Composizione del conflitto - La mediazione penale, d’altronde, offre uno spazio neutrale, protetto e riservato, al cui interno le parti possono raccontare l’esperienza vissuta, esprimere i loro bisogni, ascoltare l’altro e confrontarsi sulle conseguenze del reato: il tutto con l’assistenza di un mediatore qualificato, terzo e imparziale. Assoluta la gratuità dell’iter. Parola al rinvio. Sassari. Morto in cella per un incendio a Bancali: “Chiamava la madre e le diceva che stava male, era fragile” youtg.net, 25 agosto 2026 A tre settimane dalla tragica morte di Giuseppe Spanu, il detenuto di 35 anni deceduto in seguito a un incendio appiccato nella sua cella nel reparto sanitario del carcere di Bancali, la Garante regionale dei detenuti Irene Testa è tornata ad accendere i riflettori sulla vicenda rendendo nota una lunga e toccante telefonata avuta con la madre del giovane. Da quanto si apprende le indagini sulla vicenda sono ancora in corso e pochi giorni fa ci sarebbero stati i funerali dopo la restituzione della salma ai familiari. “Oggi ho sentito Elena, la mamma di Giuseppe, morto nel carcere di Bancali dentro una cella rovente”, ha riferito la Garante. “Come sia potuto accadere e quali siano state le responsabilità lo accerterà la magistratura. Giuseppe era un bravo ragazzo, bello, legatissimo a sua madre. Era entrato, come tanti altri, nel circuito penale per piccoli reati, dentro una storia segnata dal disagio psichiatrico e dall’abuso di sostanze. Elena ha pianto per tutta la telefonata, ma è una donna coraggiosa. Non mi ha chiamata per essere consolata, ma perché non riesce a capacitarsi di ciò che è accaduto, di come e perché suo figlio abbia potuto perdere la vita mentre era sotto la custodia dello Stato”. Un dolore che, secondo la garante, ripropone l’annosa questione delle carenze dei servizi sanitari e di supporto sul territorio prima dell’ingresso nelle strutture penitenziarie: “A Elena come a tante altre madri il sostegno è mancato molto prima del carcere. Giuseppe avrebbe avuto bisogno di essere curato, seguito e sostenuto dai servizi territoriali. Servizi che troppo spesso sono assenti, insufficienti o incapaci di intervenire in tempo, al punto che per riuscire ad accedere a una comunità o a un percorso di cura sembra quasi che si debba prima passare dal carcere”. Testa ha poi riportato le drammatiche testimonianze sull’angoscia che Giuseppe avrebbe vissuto all’interno dell’istituto penitenziario sassarese: “Giuseppe chiamava sua madre e le diceva che stava male, che aveva caldo, che in carcere stava impazzendo. Elena lo ha visto anche dopo l’autopsia: mi ha descritto quel corpo con una tenerezza che mi ha spezzato, continuava a parlarmi del suo sorriso, quello che per lei restava ancora lì oltre tutto quello che era accaduto. Me lo ha raccontato tra le lacrime e i singhiozzi, ma con la dignità e la forza di una madre che chiede soltanto che la morte di suo figlio non sia stata vana. Io ho potuto soltanto ascoltare quel dolore profondo, quello che conoscono le famiglie quando un figlio entra in carcere e non torna più a casa”. “Oltre ad accertare le responsabilità sulla detenzione, c’è una domanda che viene prima e che riguarda tutti noi: quante persone fragili finiscono ancora in carcere perché fuori non hanno trovato una cura, una comunità o un servizio capace di prenderle in carico? Quando il carcere diventa la risposta alla malattia, alla dipendenza e all’abbandono sociale, il sistema ha già fallito. E Giuseppe, prima ancora di morire in carcere, era già stato lasciato solo fuori”. Bologna. Dozza, sovraffollamento e caldo: “In cella condizioni inaccettabili. Il Governo deve intervenire” di Mariateresa Mastromarino Il Resto del Carlino, 25 agosto 2026 Lepore e de Pascale in visita in carcere con i rappresentanti della Camera penale: “Tavolo con Nordio. Servono risorse e investimenti”. Mazzacuva: “Ci sono oltre 800 detenuti: capienza superata del 140%”. “Dobbiamo svegliare il Paese, perché sul fronte carcerario bisogna fare molto di più di quello che sta facendo il governo”. Il sindaco Matteo Lepore punta il dito verso Roma, dopo la visita dietro le sbarre della Dozza con l’iniziativa dell’Unione delle Camere penali italiane “Ristretti in Agosto”. Al suo fianco, oltre all’assessora Matilde Madrid, il governatore Michele de Pascale e l’assessora Isabella Conti. Tutti accompagnati nelle varie sezioni dell’istituto penitenziario dai rappresentanti delle Camere penali, tra cui il presidente Nicola Mazzacuva e Luca Sebastiani, responsabile dell’Osservatorio Carcere. Il primo cittadino commenta a caldo il sopralluogo, dal quale emergono, tra le tante, tre problematiche: sovraffollamento, caldo estremo e carenza di organico nella polizia penitenziaria. Poi, le criticità della vita dopo il fine pena, con il reinserimento dei detenuti. In questo contesto, l’affondo va al governo, che “in questi anni ha fatto decreti per dire che occorreva mettere più criminali in carcere, ma ora ne ha fatto uno per svuotarli”, punge Lepore, secondo cui “servono risorse, che il governo non sta mettendo, ad esempio sul recupero di queste persone, sul sostegno alla salute mentale, come abbiamo visto in Emilia-Romagna, è decisiva per gestire le problematiche carcerarie e anche nella società”. L’idea è “un tavolo con il governo e il ministero della Giustizia per risposte concrete e non di propaganda”. Proposte a parte, ciò che c’è di certo è che “il sovraffollamento è inaccettabile”, dice de Pascale: avere “stanze concepite come singole e che ospitano stabilmente due persone è inaccettabile. Il tema più rilevante è ridurre il sovraffollamento”. Di fronte a questo, “tutti ci sentiamo chiamati in concausa nella garanzia di servizi fondamentali, che però sono studiati per i numeri che il carcere dovrebbe avere”. Dunque “non ci sentiamo solo di puntare il dito, cosa che però dobbiamo fare, ma essere parte attiva per migliorare attività e servizi in cui il territorio può collaborare”. Come nel reinserimento sociale: “Con la Regione finanziamo corsi di formazione professionale, che sono incrementati e qualificati”. Mazzacuva traccia lo scenario alla Dozza: “Ci sono 812 detenuti per 500 posti: il sovraffollamento supera il 140%. La situazione carceraria è molto deteriorata”. Parlando anche di suicidi in cella, “chiediamo che si rispettino i principi costituzionali e di umanità della pena, in questa situazione violato”. Fondamentale la “la funzione rieducativa della pena. Si può fare moltissimo anche con la collaborazione della politica a livello nazionale e soprattutto locale”. Sebastiani ricorda che in carcere “fino a qualche settimana fa è mancata anche l’acqua. Qui è difficile fare rieducazione, ma anche lavorare in queste condizioni”. Siracusa. Calore e sovraffollamento: esplode il disagio a Cavadonna di Francesco Nania La Sicilia, 25 agosto 2026 Passeggi possibili solo nelle ore più calde e mancanza di spazi aumentano stress e malumori tra detenuti e agenti. Resta alta la tensione nella casa circondariale di Cavadonna, dove i detenuti del circuito A.S. hanno avviato da qualche giorno uno sciopero della fame. La protesta si inserisce in un quadro di crescente disagio all’interno degli istituti penitenziari siciliani, aggravato dalle elevate temperature e dalle condizioni di sovraffollamento. La notizia dello sciopero è stata confermata da una nota congiunta sottoscritta dai garanti dei diritti delle persone private della libertà di Palermo, Siracusa e Messina: Pino Apprendi, Lucia Arrisicato e Giovanni Villari. I garanti hanno posto l’accento sulle difficili condizioni vissute quotidianamente da detenuti e personale di polizia penitenziaria. “La vampa di calore estivo determina l’estenuazione dei detenuti e del personale di polizia penitenziaria”, scrivono i garanti. Particolarmente problematica sarebbe la possibilità per i detenuti di trascorrere tempo all’aperto: i passeggi, secondo quanto evidenziato nella nota, possono essere effettuati soltanto nelle ore più calde, rendendo ancora più pesante la permanenza all’interno dell’istituto. “Il binomio esiziale sovraffollamento-calura genera picchi di stress e malumori generalizzati”, sottolineano i garanti. A confermare il clima di tensione è anche l’Osapp. L’episodio più recente riguarda il Blocco 20, dove sabato scorso un gruppo di detenuti ha inscenato una protesta dopo aver appreso del trasferimento coatto di uno di loro. “La situazione - spiega Giuseppe Argentino, segretario dell’Osapp - è stata tuttavia rapidamente riportata alla normalità grazie all’intervento del direttore dell’istituto e del personale di polizia penitenziaria”. Sul caso interviene anche Nello Bongiovanni, sottufficiale di polizia penitenziaria in quiescenza ed ex sindacalista, che chiede un confronto tra politica e amministrazione penitenziaria. “Ha ragione il procuratore de Lucia ad affermare che le carceri sono nelle mani dei detenuti - afferma - ma occorre interrogarsi sul perché si sia arrivati a questo punto”. Ieri mattina, intanto, a Cavadonna è arrivato il garante dei detenuti di Messina, Giovanni Villari, che ha descritto una situazione ancora caratterizzata da grande tensione. Al centro delle richieste dei detenuti ci sarebbero soprattutto una maggiore attenzione alle condizioni di vita all’interno dell’istituto e alcune criticità legate all’assistenza sanitaria. Secondo quanto riferito da Villari, nell’infermeria scarseggerebbero persino alcuni medicinali. A esasperare ulteriormente gli animi avrebbe contribuito anche la decisione di bloccare l’ingresso di alcuni cibi e altri prodotti inviati dalle famiglie. Un insieme di fattori che, tra caldo, sovraffollamento, problematiche sanitarie e limitazioni, alimenta un clima di forte disagio e rende sempre più urgente un confronto sulle condizioni detentive e sulla gestione dell’istituto siracusano. Napoli. Viaggio dentro la “croce” di Poggioreale: sovraffollamento, docce contingentate e percorsi di rinascita di Manuela Galletta giustizianews24.it, 25 agosto 2026 La Casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, ha la forma di una croce. Un lungo corridoio collega l’ingresso alla chiesa, utilizzata a volte come teatro e a volte per ospitare piccoli eventi. E dal suo centro si aprono due lunghe braccia. È qui che il carcere mostra il suo volto più duro. Qui ci sono i padiglioni (12), le celle, i corridoi, la vita quotidiana del carcere, che si ripete sempre uguale a se stessa. Qui ci sono le vite spezzate, le colpe, la privazione della libertà, ma anche le speranze che resistono. Ci sono uomini che hanno commesso reati e devono scontare una pena, uomini che aspettano un processo, uomini che cercano di costruirsi un futuro diverso. E, soprattutto, c’è il peso della detenzione, che a Poggioreale ha ancora una misura precisa: fino a nove persone chiuse nella stessa piccola stanza, di 20 metri quadrati, costrette a condividere pochi metri quadrati, un water, un lavandino e lo spazio necessario appena a muoversi. L’anno scorso si è raggiunto anche il tetto dei dieci detenuti in una cella. Basta provare a immaginarlo per sentire mancare l’ari, figurarsi viverci dentro. E, in pieno agosto, la situazione si fa insostenibile: nelle celle - come nelle celle di tutte le carceri italiane - non c’è ovviamente climatizzazione, ci si affida ai ventilatori. Uno per cella. E se il ventilatore si rompe si rischia di rimanere senza, perché le dotazioni sono sempre risicate. Nei corridoi, negli spazi sui quali affacciano le celle e dove sono ubicate le postazioni di controllo degli agenti della Polizia penitenziaria non ci sono nemmeno quelli. Un girone infernale, altro che “stare al fresco” come si suol dire. È da questa croce, e dalle sue braccia, che il 3 agosto è partito il viaggio di Giustizia News24 nel più affollato istituto di pena d’Italia. Un viaggio compiuto partecipando alla visita ispettiva della Camera penale del Tribunale di Torre Annunziata (guidata dall’avvocato Salvatore Barbuto) nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Ristretti in Agosto”, promossa dall’Unione delle Camere Penali Italiane (Ucpi) e dal suo Osservatorio Carceri. Un viaggio che mostra insieme i segni delle ferite di un carcere e il tentativo di curarle. Sì, perché a Poggioreale tra i problemi che si ripetono in un tempo che si dilata fino quasi a fermarsi, c’è anche chi tenta di cambiare le cose e lo fa scendendo nei reparti, parlando con i detenuti, ascoltando senza timore le loro lamentele, raccogliendo le criticità e cercando, una per una, di trovare soluzioni. Giulia Russo ha assunto la direzione della casa circondariale intitolata a Giuseppe Salvia nel novembre 2025, portando con sé l’esperienza maturata in sette anni alla guida del carcere di Secondigliano, che sotto la sua direzione ha intrapreso un percorso di trasformazione fondato sulla speranza e sul reinserimento sociale. Un luogo in cui si è cercato di andare oltre la logica della detenzione punitiva, costruendo giorno dopo giorno percorsi scolastici e universitari, laboratori, attività formative e opportunità di lavoro, nella convinzione che il ritorno alla vita sociale debba essere preparato già dentro il carcere. A Poggioreale Russo vuole piantare lo stesso seme, ma qui il terreno è molto più difficile e la sfida ancora più ambiziosa. Lei, però, è una direttrice che il carcere lo vive sul campo. Non a caso durante la nostra visita ha guidato il percorso nei reparti. La piaga del sovraffollamento - Il sovraffollamento è la pena quotidiana di chi è recluso a Poggioreale. Alla data del 3 agosto c’erano 2.280 detenuti. Tanti in più rispetto a un regime ordinario: con tutti i reparti aperti, la capienza dovrebbe essere di 1.900 detenuti; con un reparto chiuso, di 1.600. E pensare che questa struttura venne concepita per ospitare al massimo 700 persone. Il risultato è che, per fare stare tutti, si è costretti a tenere la “terza branda”, quella che tanto malumore provoca tra la popolazione carceraria. Quando viene superata la normale capienza del carcere, per dare un posto a un detenuto si è costretti ad aggiungere una branda in una stanzetta che a malapena va bene per i primi arrivati. E va considerato che in quella stanzetta, ci sono pure il water, il lavandino e un tavolino. Inserire la “terza branda” significa ridurre, se non cancellare, qualsiasi possibilità di movimento di chi è in cella. Si soffre. In alcuni reparti lo “spazio vitale” lo si conquista grazie all’area sulla quale affacciano le celle. Nel padiglione Torino, ad esempio, c’è un grande slargo dove tutti i detenuti, aperte le celle, possono uscire. Ma non è ovunque così. In altri reparti, davanti alle celle, c’è a stento un corridoio dove passa una persona alla volta. Per cercare di migliorare questa situazione, sono in corso i lavori per l’apertura di un nuovo reparto, che si chiamerà Napoli. La /deadline/ è fissata al 30 settembre. La caratteristica più importante riguarda le stanze e la disposizione dei letti. Non più letti a castello, ma letti disposti come in una camerata, con la testiera appoggiata al muro e il letto perpendicolare alla stanza. Una soluzione già adottata nel padiglione San Paolo, dedicato ai detenuti malati. In questo modo si vuole raggiungere uno standard più alto, per quanto possibile, di vivibilità. Quando Napoli sarà aperto, saranno chiusi i padiglioni Salerno e Italia, che saranno a loro volta interessati da lavori di ristrutturazione. “Procediamo per tappe, non possiamo fermarci”, dice la direttrice Russo. Con i lavori del reparto Napoli dovrebbe migliorare anche lo spazio all’aperto destinato all’ora d’aria e alla socialità. Uno spazio che oggi non offre alcunché se non una sguarnita area di cemento dove i detenuti se ne stanno seduti in terra, o in piedi a parlare tra loro. L’obiettivo è provare a restituire alla detenzione una dimensione più umana. E, insieme, costruire percorsi che abbiano davvero un significato quando la porta del carcere, un giorno, si aprirà. Il lavoro come strada per uscire - È qui che si vede la parte più luminosa del “viaggio”. La direttrice Giulia Russo ha dato nuovo impulso alla tipografia del carcere, introducendo corsi di formazione con un’indennità di 350 euro e un’attestazione finale spendibile nel mondo del lavoro. Vi hanno partecipato 15 detenuti. Il loro percorso è quasi terminato: dovranno sostenere un esame e poi, a scaglioni, inizieranno a lavorare. “Assumerò i primi 5-6”, dice la direttrice. Avranno un regolare contratto e lavoreranno dalle 8.30 alle 14, per un massimo di 24 mesi. Andranno ad affiancare i due detenuti già al lavoro. Poi con il tempo saranno inseriti anche gli altri. Le possibilità occupazionali dipenderanno anche dalla capacità della tipografia di diventare una vera realtà produttiva. Non si lavora soltanto per il carcere di Poggioreale: la tipografia può ricevere commesse anche dall’esterno, attraverso procedure controllate dal ministero. Una prima commessa è già arrivata dalla Corte d’Appello di Napoli guidata da Maria Rosaria Covelli, sempre attenta al recupero e al reinserimento dei detenuti nella società. Viaggia, invece, a pieno regime la falegnameria, un’altra realtà produttiva che non guarda soltanto all’interno dell’istituto. Si producono letti, sedie e tavolini e, in questo momento, si lavora a una commessa imponente: 3.000 tavoli e 1.000 sgabelli destinati agli istituti di pena italiani. I detenuti lavorano senza sosta, sfidano il caldo, imparano e si specializzano. Accanto al lavoro, cresce anche l’offerta formativa. È attivo un corso per pizzaioli di 400 ore e la direzione punta ad ampliare ulteriormente le opportunità, con l’ipotesi di realizzare entro il 2027 un laboratorio odontotecnico. A completare questo quadro c’è la sartoria, che ha già realizzato i tendaggi presenti nel carcere. Certamente è poco, se rapportato alla platea di circa duemila detenuti. Non ci sono attività per tutti, anche se è vero che non tutti sono interessati o nelle condizioni di aderire. Ma sono passi importanti. Sono pezzi di normalità in un luogo dove la normalità non è di casa. Quando anche una doccia diventa una conquista - Qui anche una doccia diventa una conquista. Nel padiglione Torino, toccato dalla visita ispettiva, le lamentele sul punto forti. “Con questo caldo non possiamo neanche lavarci, a meno che non vogliamo farlo con l’acqua ghiacciata”, dicono alcuni detenuti. Le docce sono possibili dalle 7 alle 9 del mattino, perché il sistema di riscaldamento non consente di garantire acqua calda per tutto il giorno a oltre 2mila persone. Con il caldo e le condizioni igienico-sanitarie inevitabilmente complicate, l’impossibilità di farsi una doccia diventa una proibizione importante. Un’altra nota dolente sono gli spazi comuni. Nel padiglione Torino, quando le celle vengono aperte, esiste almeno un grande slargo sul quale i detenuti possono uscire e stare insieme, guadagnando quei metri preziosi che mancano alle loro celle. È uno spazio che consente di respirare. Ma non è così dappertutto. In altri reparti davanti alle celle c’è appena un corridoio, largo abbastanza perché passi una persona alla volta. Restano, in alcune aree, problemi legati alle fogne che non funzionano correttamente. “Lo stiamo risolvendo”, assicura la direttrice. Quando Russo si è insediata, la situazione non era semplice. I topi, raccontano, erano quasi ovunque. Le denunce presentate negli anni passati parlavano della presenza di roditori persino nelle mense. Denunce di diversi anni fa raccontavano di roditori finanche nelle mense. Oggi il problema è stato fortemente arginato, ma non risolto. Anche sul fronte sanitario ci sono luci e ombre: nel carcere di Poggioreale c’è il dentista, ci sono stanze dedicate a visite specialistiche, ma alcuni detenuti - approfittando della visita ispettiva dei penalisti - hanno lamentato un ritardo nell’assistenza, visite che non vengono fissate. Quei principi di responsabilità e cura che si stanno seminando nel carcere - La pulizia è una delle priorità della direzione. Così come il rispetto dei beni presenti nell’istituto. “Chi rompe paga”, è la regola introdotta dalla direttrice. Troppo spesso, ci racconta, c’è stato chi rompeva intenzionalmente gli oggetti “per fare uno sfregio allo Stato”. Adesso chi danneggia paga. La regola non è sempre digerita dai detenuti. Nel padiglione Torino, tra le tappe del nostro viaggio, qualcuno protesta anche per il costo dell’energia utilizzata dai ventilatori: poco meno di due euro a persona al mese. È il principio della responsabilità che la direzione vuole affiancare a quello della cura. Responsabilità per ciò che si rompe, cura per ciò che si può ricostruire. Ed è proprio sulla cura che la direttrice del carcere di Poggioreale sta giocando una parte importante della sua sfida, perché qui i detenuti possono toccare con mano, sulla propria pelle, l’attenzione verso la propria persona da parte dello Stato. Con il suo comando, in mensa è stata introdotta un’importante novità: è stato creato un reparto per la preparazione dei pasti destinati alle persone celiache, sia tra il personale dipendente sia tra i detenuti. Massima attenzione sarà dedicata anche ai detenuti obesi: è in realizzazione una stanza proprio per chi ha severi problemi di peso e dunque di salute. Il particolare letto ergonomico è in via di costruzione proprio nella falegnameria del carcere. La cura dell’altro ha portato la direttrice Russo a coltivare anche un sogno ambizioso: dedicare, all’interno del padiglione Roma, una sezione alle persone omosessuali, per garantire loro condizioni di detenzione più serene e sicure. Un’idea che segue la strada già intrapresa nel carcere di Secondigliano, dove, durante la sua direzione, Russo ha creato una sezione dedicata alle donne transgender. Ma non è solo questo. Per far capire ai detenuti l’importanza di prendersi cura del luogo in cui vivono, la direttrice ha coinvolto alcuni di loro nei lavori di recupero del carcere. In pochi mesi, la parte iniziale di un braccio della struttura è stata tinteggiata proprio dai reclusi. E oggi sono molti quelli che provvedono alla cura delle proprie celle. Quando entriamo nella sezione dell’isolamento, un giovane sta spazzando e lavando la sua cella. Qui tutto profuma di pulito. Di pulito profuma tutta la casa circondariale di Poggioreale. “Il carcere è fatto di odori. O puzza o odora. E da questo si capisce come è tenuto un carcere”, dice con orgoglio Russo. È un inizio. Un punto di partenza importante per trasformare il carcere, ma anche il modo di concepirlo e di percepirlo. Per restituire ai detenuti la consapevolezza che la detenzione non è la loro unica identità possibile. E che dal carcere si può uscire diversi da come si è entrati. Vercelli. 368 detenuti per 229 posti: “Situazione grave” di Gabriele Farina quotidianopiemontese.it, 25 agosto 2026 Particolarmente critica, secondo Blengino e Mellano, è la situazione degli educatori. Sovraffollamento, carenza di agenti della Polizia penitenziaria e pochi educatori. È la situazione denunciata da Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani, e Bruno Mellano, già Garante dei detenuti della Regione Piemonte, al termine della visita alla Casa circondariale di Vercelli. Secondo quanto riferito dai due esponenti radicali, nel carcere vercellese sono presenti 368 detenuti a fronte di una capienza di 229 posti. Un dato che evidenzia un sovraffollamento significativo e che si aggiunge alle difficoltà legate alla carenza di personale. Solo due educatori sui cinque previsti - Particolarmente critica, secondo Blengino e Mellano, è la situazione degli educatori. In servizio ce ne sono due sui cinque previsti dall’organico, ma nelle ultime settimane soltanto uno sarebbe stato effettivamente presente. Una carenza che, secondo i Radicali, rende ancora più difficile garantire ai detenuti quei percorsi di accompagnamento e reinserimento che dovrebbero rappresentare una parte fondamentale della funzione rieducativa della pena. A questo si aggiunge la carenza di personale di Polizia penitenziaria, in un istituto che deve gestire una popolazione detenuta nettamente superiore rispetto ai posti disponibili. Disagio psichiatrico e autolesionismo - Durante la visita è emersa anche la questione del disagio psichiatrico, particolarmente evidente tra la popolazione carceraria più giovane. I Radicali segnalano inoltre episodi di autolesionismo, soprattutto tra i giovani adulti. Un quadro che rende ancora più complessa la gestione quotidiana dell’istituto e che, secondo Blengino e Mellano, richiederebbe maggiori risorse e interventi specifici. “La stragrande maggioranza dei detenuti non fa nulla” - Ma a preoccupare maggiormente i due esponenti radicali è soprattutto la mancanza di attività durante la giornata. “La stragrande maggioranza dei detenuti trascorre le giornate senza fare nulla: pochissimo lavoro e pochissimi corsi, nonostante gli sforzi del personale”, denunciano Blengino e Mellano. Il tema è centrale perché il lavoro, la formazione e le attività educative rappresentano strumenti essenziali per favorire il reinserimento sociale una volta terminata la detenzione e, di conseguenza, ridurre il rischio di recidiva. Secondo i Radicali, invece, la situazione attuale rischia di produrre l’effetto opposto. “Un carcere così non rieduca” - “Un carcere così non rieduca e non riduce la recidiva, ma diventa un’università del crimine”, è la conclusione di Blengino e Mellano. La visita alla Casa circondariale di Vercelli riporta quindi al centro il tema delle condizioni degli istituti penitenziari piemontesi, tra sovraffollamento, carenza di personale e insufficienza delle attività trattamentali. I numeri forniti dai Radicali descrivono un istituto chiamato a gestire quasi 140 detenuti in più rispetto ai posti disponibili, con un organico educativo ridotto e una forte necessità di interventi sul fronte della salute mentale, della formazione e del lavoro. Una situazione che, secondo i promotori della visita, rischia di compromettere proprio quella funzione rieducativa che la Costituzione attribuisce alla pena. Palermo. “Al Pagliarelli 3 detenuti in celle di 9 mq”, la denuncia di Pd e Radicali livesicilia.it, 25 agosto 2026 “Il sovraffollamento nelle carceri italiane non è purtroppo una novità, ma quello che abbiamo visto al Pagliarelli va oltre il dato generale. In almeno 14 celle di circa nove metri quadrati vivono oggi tre persone, nonostante siano destinate a ospitarne una e, in condizioni di necessità, al massimo due”. Lo affermano Donatella Corleo, consigliera generale del Partito Radicale, Mariangela Di Gangi, consigliera comunale del Partito Democratico a Palermo, e il dott. Antonio Dolce, iscritto al Partito Radicale, che ieri hanno effettuato una visita alla casa circondariale “Antonio Lorusso” di Palermo. Al 23 agosto al Pagliarelli risultavano presenti 1.489 detenuti a fronte di 1.166 posti regolamentari, 69 dei quali non disponibili, “ma quello che ci preoccupa ancora di più - aggiungono - è che quanto abbiamo constatato non abbia affatto l’aspetto di una situazione temporanea e che possa, al contrario, ulteriormente aggravarsi. Anche l’andamento delle presenze degli ultimi mesi indica una crescita: erano 1.398 alla fine di maggio, 1.428 alla fine di giugno e sono diventate 1.489 il 23 agosto”. Gli standard indicati dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura prevedono per le celle condivise almeno quattro metri quadrati di spazio vitale per ciascuna persona detenuta, escludendo dal calcolo i servizi igienici. “Per questo chiediamo al Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria e al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria di intervenire immediatamente sulle celle che oggi ospitano tre persone e di ricondurre senza ulteriori ritardi le condizioni di detenzione a standard compatibili con la dignità umana. E chiediamo che si intervenga sul sovraffollamento complessivo del Pagliarelli”. Grosseto. Don Enzo Capitani: “Da quarant’anni si parla di adeguare il carcere, ora servono fatti” ilgiunco.net, 25 agosto 2026 “Occorre andare oltre il silenzio”. È questo il messaggio al centro della lettera aperta che don Enzo Capitani, cappellano della Casa circondariale di Grosseto, ha inviato ai rappresentanti istituzionali e politici del territorio. Una lettera indirizzata ai parlamentari, ai consiglieri regionali eletti nel territorio, all’assessore regionale Leonardo Marras, al presidente della Provincia, ai sindaci della provincia di Grosseto, al presidente del Consiglio comunale di Grosseto e ai consiglieri comunali e provinciali. Il cappellano, che da circa quarant’anni segue la realtà carceraria grossetana, richiama l’attenzione sulle condizioni dell’istituto e sulla necessità di superare quello che definisce il “silenzio dell’indifferenza”. Ecco il testo integrale della sua lettera: “Oltre il silenzio. C’è un luogo fisico nel centro di Grosseto che si trova a breve distanza dalle principali sedi istituzionali della comunità cittadina e provinciale: sono tutte distanti da questo luogo poche centinaia di metri, eppure paiono essere a migliaia e migliaia di chilometri di distanza e soprattutto lontani dalla vita cittadina. Questo luogo è il carcere. Io dico che occorre andare oltre il silenzio perché l’atmosfera che lo circonda è il silenzio dell’indifferenza, rotta solo quando ci sono manifestazioni come le campagne elettorali, le feste di Natale e Pasqua e talvolta qualche visita istituzionale. Penso e affermo queste cose consapevole di non essere strumentalizzato, perché siamo ben lontani dalle elezioni e dal Natale. Occorre rompere il silenzio dell’indifferenza e l’unico modo per poterlo fare è passare dalle parole e dalle promesse di vicinanza e buonismo ai fatti concreti. Per esempio, quelle poche persone che si accorgono dell’esistenza del carcere mi chiedono se questa struttura non possa essere adeguata ai tempi. Io rispondo di sì, che deve essere adeguata, ma che purtroppo se ne parla da almeno quarant’anni, tanto è infatti il tempo che ne sono il cappellano. Sembra come aleggiare una cappa di silenzio sopra a quell’antica fortezza che è il carcere di Grosseto. Sento i nostri concittadini parlare nei bar, nelle vie del centro, delle proprie ansie riguardo alla sicurezza sociale e alla possibile soluzione del problema con un aumento della videosorveglianza. Nessuno pensa che la sicurezza nella nostra città non dipende, se non marginalmente, dagli strumenti di controllo, ma dal progetto educativo e formativo che può essere svolto nel carcere. Se non si stanziano fondi e non si mettono in campo progetti qualificati per favorire percorsi di recupero culturale e lavorativo all’interno del luogo di detenzione, non ci sarà mai il cambiamento di una vita, perché a tutti capita di sbagliare in modo più o meno grave, ma a tutti va riconosciuto il beneficio della cosiddetta seconda opportunità. Se non si opera secondo questa linea, le carceri saranno sempre più luoghi dove il degrado della dignità umana raggiunge il suo apice e ha come conseguenza la violenza a partire da quella autolesionista. Avere consapevolezza, e di conseguenza agire con coscienza, significa operare in maniera concreta e preventiva sulla sicurezza dell’intera collettività cittadina. Che sia così lo testimoniano tutte le realtà carcerarie, purtroppo pochissime, in cui la rieducazione della persona passa attraverso la ricostruzione personale di chi ha commesso il reato con opportunità concrete di lavoro e formazione, che stimolano il cambiamento. Per fare questo occorre aver chiaro cosa sia la prevenzione. Prevenzione significa intuire il futuro ma seminare nel presente frammenti di quel futuro stesso. Nel nostro carcere cittadino il peso di tutto questo lo sostengono il personale di polizia penitenziaria, sempre all’altezza della propria professionalità; la direzione tutta; il personale educativo e sanitario. A loro va la nostra riconoscenza. Quindi mi aspetto un impegno fattivo per la costruzione di un nuovo istituto penitenziario e di un interesse concreto al reinserimento delle persone nel contesto della nostra città, ricordando che la civiltà di una comunità si misura per come è capace di neutralizzare i germi dell’odio e della vendetta. Per favore, non facciamo fare alla possibilità di avere un nuovo carcere la stessa fine che sta facendo l’adeguamento dell’Aurelia. Buon lavoro a tutti, a servizio delle nostre comunità”. Ivrea (To). Visite in carcere e cose non dette di Redazione di Varieventuali rossetorri.it, 25 agosto 2026 A proposito del comunicato stampa sulla visita dell’onorevole Mauro Berruto e dell’assessora comunale Gabriella Colosso alla Casa Circondariale di Ivrea, giovedì 13 agosto. Un comunicato stampa del Comune di Ivrea informa che giovedì 13 agosto l’assessora comunale Gabriella Colosso, con delega alle Politiche per l’integrazione, nell’ambito della quale rientra anche la Casa Circondariale, ha accompagnato il deputato Mauro Berruto in una visita all’istituto penitenziario di Ivrea. L’incontro avrebbe “consentito un momento di confronto con la Direzione e con le diverse professionalità che operano all’interno dell’istituto”. L’onorevole Berruto, come molti ricorderanno, è stato commissario tecnico della Nazionale Italiana maschile di volley, vincendo una medaglia di bronzo ai Giochi Olimpici di Londra nel 2012. Da sempre quindi è vicino al mondo dello sport e sostenitore del valore della pratica sportiva. Va da sé che il primo impegno preso al termine dell’incontro sia stato quello di “valutare la possibilità di strutturare un percorso dedicato alle attività sportive, individuando nell’accesso alla palestra e nella pratica sportiva un importante strumento di benessere per le persone private della libertà e di supporto durante la permanenza in istituto”. Il confronto con la Direzione e con le diverse professionalità - si legge nel comunicato - si sarebbe svolto su “le principali questioni che riguardano la struttura: le condizioni di permanenza delle persone detenute, le esigenze del personale della Polizia Penitenziaria e il lavoro di operatori, educatori, personale sanitario e volontari”. Ma su questi temi, pur riconosciuti “principali”, non emerge alcun impegno da parte della direzione né dell’amministrazione comunale. Sarebbe quindi utile che l’assessora Colosso che “segue da tempo le tematiche legate alla struttura penitenziaria” e, come ricorda il comunicato, “ha sottolineato l’importanza di mantenere un dialogo costante tra l’Amministrazione comunale, l’istituto e le realtà del territorio, favorendo, per quanto di competenza del Comune, occasioni di collaborazione e confronto” raccontasse cosa è emerso dall’incontro sulla permanenza delle persone detenute, le esigenze del personale della Polizia Penitenziaria e il lavoro di operatori, educatori e volontari. E, ancora, come avviene, con che frequenza e con che modalità questo “dialogo costante”. Altrimenti come possono cittadine e cittadini esserne informate/i? Ancora, nel suddetto comunicato, leggiamo che “l’Amministrazione comunale conferma quindi la propria attenzione alle condizioni della struttura e alle esigenze di chi vi opera e vi è ospitato.” E’ troppo chiedere all’assessora e al sindaco di concretizzare, con fatti ed esempi, in cosa consiste e soprattutto è consistita questa attenzione? Perché alcuni fatti smentirebbero l’attenzione dichiarata. Le cose non dette Espressione artistica censurata - Uno spettacolo teatrale realizzato nel 2023 da un gruppo di detenuti della Casa Circondariale (“Della mia anima ne farò un’isola”), replicato più volte, ha portato in carcere centinaia di cittadine/i e studenti, che hanno manifestato vicinanza e un interesse forte verso questa realtà, verso questo luogo, troppo spesso non-luogo. Dallo spettacolo nacque successivamente un podcast. Dopo il podcast fu la volta di un video, girato per due giornate all’interno del carcere. Ad oggi, dopo anni dalla registrazione la diffusione di quel video è ancora inspiegabilmente bloccata senza che alcuna istituzione, né l’assessora né il garante, siano mai intervenuti/e. Chissà se almeno l’onorevole Berruto è stato informato di questa mai motivata censura. La Fenice - Nel gennaio 2025 la Direzione carceraria decise d’imperio di chiudere una esperienza unica, una redazione composta da detenuti: “La Fenice - Il giornale dal carcere di Ivrea”. La Fenice nasce nell’ottobre 2018 da una idea dell’associazione Rosse Torri, editrice di questo giornale, varieventuali.it. “Noi, componenti della redazione, pensiamo che agevolare l’autonomia nel percorso di rivisitazione critica del passato, favorire attività autonome che richiedono l’assunzione di responsabilità, sia personale che collettiva, rappresenti una chiave fondamentale per offrire la possibilità alle persone recluse di imparare a confrontarsi in modo diverso e costruttivo con quanti, della società libera, volessero interfacciarsi con questa realtà, attraverso uno scambio e un confronto costruttivo, privo di sterili pregiudizi” - scrivevano nel primo articolo le persone detenute che avevano aderito al progetto. L’esperienza crebbe e portò grandi risultati. Per le persone detenute andare in redazione voleva dire confrontarsi, parlare della propria condizione attuale, della propria storia, il tutto con naturale beneficio delle stesse persone, ma anche dell’atmosfera generale. I componenti della redazione de La Fenice usarono questa frase dal diario di Anna Frank per esprimere il loro sentimento: “Posso scrollarmi di dosso tutto mentre scrivo; i miei dolori scompaiono, il mio coraggio rinasce”. Poco dopo l’arrivo della dott.ssa Aguglia alla direzione del carcere di Ivrea, la doccia gelata: la Redazione non è più ben vista: “viene data una impressione negativa del carcere” (sic) è stata una delle motivazioni. E così nel gennaio 2025, dopo la morte in carcere dello storico redattore de La Fenice, Andrea Pagani, Vespino, dopo gli articoli di denuncia dei suoi compagni perché Vespino poteva essere salvato se curato per tempo (in proposito venne aperto un procedimento giudiziario dalla Procura eporediese), vennero senza preavviso revocati i permessi di ingresso dei volontari esterni e la redazione smantellata. L’associazione Rosse Torri, editrice di varieventuali (del quale la Fenice era un inserto) è ancora in attesa delle motivazioni (nonostante una formale richiesta di “accesso agli atti” presentata al magistrato di sorveglianza competente sul carcere eporediese) che naturalmente non arriveranno mai, poiché non oggettive, ma conseguenti ad una distorta interpretazione della detenzione, un’interpretazione che dimentica il dettato costituzionale e concepisce il carcere come “pattumiera sociale”. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: recidive sopra al 70%, per dirla chiara: il 70% dei detenuti non si riscatta e rientra in carcere. Anche in questo caso eclatante di chiusura della redazione de La Fenice, una esperienza lunga sette anni, non risulta. né da parte dell’Amministrazione né da quella del Garante comunale alcuna attenzione, sostegno, intervento presso la direzione. L’assessora Colosso avrà parlato all’on. Berruto di queste vicende? Perché è senza dubbio importante lo sport nei luoghi di detenzione per sfogare il fisico e creare spirito di gruppo, ma lo è altrettanto la scrittura e l’analisi critica, per liberare la mente dai pensieri tossici, per elaborare, rivalutare. Prato. Carcere della Dogaia: raccontare serve a non dimenticare, per cambiare di Sara Mazzoncini e Lorenzo Tinagli pratosfera.com, 25 agosto 2026 Durante il mese di luglio ci sono stati vari eventi sul carcere ai quali abbiamo personalmente partecipato e per questo abbiamo deciso di raccontarveli. Lunedì 13 luglio è stata inaugurata, nella Sala Biagi della Provincia, la mostra “La Cella a Palazzo”, promossa dalla CP di Prato, dove è stata allestita una riproduzione di una camera di pernottamento della Casa Circondariale di Prato. La “cella” è stata esposta per un’intera settimana ed è stata l’occasione, per noi autori, di incontrare i cittadini e far “toccare con mano” - anche se attraverso una riproduzione - il “dentro” della Dogaia. Abbiamo partecipato all’evento incontrando enti e associazioni che collaborano con la nostra Casa Circondariale. Martedì 14 luglio è stato il primo giorno dedicato alle visite interne. Assieme all’Associazione Antigone, ad AltroDiritto, alla Garante Michelini, all’assessora regionale Nardini, al sindaco Biffoni e alla consigliera regionale Logli, una delegazione della quale ha fatto parte anche Sara per la Camera Penale ha effettuato una visita ad alcune sezioni. Il quadro emergente dalla visita è apparso subito allarmante: ad oggi la Dogaia conta 633 detenuti, a fronte di una capienza di molto inferiore (537). Se si considera però che la Seconda Sezione risulta chiusa per ristrutturazione (25 camere di pernottamento, quindi 52 posti da non conteggiare sulla capienza), allora il tasso di sovraffollamento della Media Sicurezza sale al 160%, ben oltre il tasso riscontrato a livello regionale e nazionale. Il carcere presenta importanti carenze di organico nella Polizia Penitenziaria, oltre ai già noti problemi strutturali. La situazione della detenzione è di livello emergenziale: camere detentive che dovrebbero ospitare un massimo di 2 detenuti ne ospitano 4, sezioni infestate da scarafaggi e cimici dei letti. Dietro l’ufficio matricola è presente una sezione filtro, costituita da camere di pernottamento con letti in cemento (le prime due) e altre con brande di fortuna. Spesso i nuovi giunti hanno necessità di esservi accolti per mancanza di altri posti letto. Prato, infatti, risulta l’unica Casa Circondariale “ricevente” in questo momento: gli arrestati dei circondari vicini (Firenze, Lucca, Pistoia…) vengono fatti confluire alla Dogaia, complice anche la chiusura delle sezioni di Sollicciano. Nella serata di martedì 14 abbiamo partecipato insieme all’incontro al Circolo Quinto Martini: la serata è stata un momento di riflessione aperto alla cittadinanza. È stata altresì teatro di realtà che si incontrano e che tentano di fare rete, mettendo al centro il percorso interno dei detenuti, che devono essere accompagnati - e rieducati - all’esterno. È auspicabile, infatti, il coinvolgimento di imprenditori e artigiani - oltre a quello del già presente e importantissimo mondo del volontariato - affinché si possano avviare progetti esterni di risocializzazione dei reclusi. Il 31 luglio 2026 abbiamo fatto, di nuovo insieme, nuovamente accesso alla Dogaia, visitando le sezioni VII, VIII, IX e X dell’Istituto. Quello che abbiamo visto è allarmante: la Settima Sezione - dedicata ai sex offenders e agli ex appartenenti alle forze dell’ordine - ha visto aumentare notevolmente il tasso di sovraffollamento, tanto che in molte camere di pernottamento (strutturate per ospitare un massimo di due detenuti) è stato installato il quarto letto. In una delle camere, peraltro, il materasso è posizionato a terra. I detenuti lamentano il sovraffollamento, reso ancor più insopportabile dalla temperatura percepita all’interno delle camere di pernottamento, nonostante l’installazione di ventilatori. L’Ottava Sezione è quella a trattamento intensificato: vi sono ristretti i lavoranti, i detenuti con fine pena lunghi e, in generale, quei detenuti che hanno dato prova di una concreta riabilitazione. In questa sezione non vi sono problemi di cimici dei letti come in altre sezioni dell’Istituto e i detenuti sono ristretti in numero di due per camera di pernottamento. Ci teniamo personalmente a dare spazio alla notizia che nella sezione è nato il progetto dell’associazione Men Evolution, composta da cinque padri fondatori, di cui quattro ormai in libertà e uno ancora detenuto. Il progetto è un unicum nel territorio italiano: un’associazione fondata dai detenuti per i detenuti, al fine di realizzare progetti di reinserimento nella società e di conoscenza delle condotte devianti. La Nona e la Decima Sezione sono dedicate ai detenuti di Alta Sicurezza. Le camere di pernottamento dovrebbero ospitare 2 detenuti, ma spesso sono reclusi in numero di 3. In una camera detentiva, peraltro, è montata la terza branda a castello, molto pericolosa per la sicurezza. Quello che abbiamo percepito è un clima di forte tensione: detenuti che, più che persone, ci sono sembrati sardine in una scatola; un luogo in cui la Polizia Penitenziaria lavora con turni massacranti per carenza di personale, in condizioni inaccettabili. Il bilancio del mese di luglio è preoccupante e negativo: Prato è una polveriera pronta ad esplodere, e noi continueremo a raccontarvelo per sensibilizzare l’opinione pubblica. Continueremo a scrivere per dare voce a chi, perché DENTRO, voce non ha. Perché DENTRO deve diventare un po’ più “fuori”, anche grazie alla nostra penna. Monza. La storia di Jawad: lavorare per reinserirsi di Ilaria Ferrari Gazzettino Metropolitano, 25 agosto 2026 Nel marzo 2024, Jawad inizia a lavorare: “Ero il primo detenuto ad essere assunto in quel punto vendita. Il primo giorno è stato emozionante: conoscere i colleghi e vedere le guardie carcerarie e gli educatori che passavano dal negozio dopo aver fatto la spesa nel centro commerciale, per salutarmi e augurarmi buona fortuna”. Quando la giornata di lavoro in negozio finisce, Jawad riprende il monopattino per percorrere i sei chilometri che separano il centro commerciale dal carcere di Monza. Quando arriva, lascia il cellulare, i libri: non può portare nulla con sé, ‘dentro’. Se rientra in ritardo, il computer lo segnala alle guardie. Jawad ha lavorato per 24 mesi in un negozio di capsule per il caffè di una grande multinazionale mentre scontava la pena. Fa parte di una minoranza: solo il 6% dei detenuti in Italia riesce ad accedere a un lavoro esterno al carcere. Ma la sua rarità, si capisce presto parlando con lui, non sta solo in quella percentuale. Parla di sé e del suo percorso con lucidità, sembra aver capito cosa il sistema chiede a chi vuole reinserirsi e lo ha fatto, punto per punto. Eppure, non è bastato a garantire un vero reinserimento. Per capire il suo percorso e cosa significa lavorare durante la pena in Italia, bisogna tornare all’inizio. La storia di Jawad in carcere inizia nel 2021, quando viene arrestato. Non parla italiano (madrelingua spagnolo) e lo impara nei corsi di San Vittore a Milano, dove resta in attesa della condanna definitiva. È lì che decide come vivere il tempo della reclusione: “Ci sono tanti modi di fare la galera: la puoi fare bene, o la puoi fare in un modo disastroso. L’unica cosa che ho deciso, appena sono entrato, è stata ‘sono qui, devo trovare il modo di uscire, il modo di imparare, il modo di affrontare questa difficoltà. Non ho bisogno di tappeti rossi, devo trovare la strada da solo”. Comincia dai corsi di formazione, poi lavora in cucina: “La cucina non è una cosa che viene affidata a chiunque, ci sono i coltelli, è un lavoro delicato”; Jawad diventa anche supporter per chi è appena arrivato in carcere: “Spesso i nuovi detenuti non accettano la prigione, non conoscono l’italiano, o vivono situazioni di astinenza dalle droghe. Si tratta di tranquillizzarli, aiutarli a capire dove sono e quali sono le regole”. A volte, dice, arrivano senza niente: “Alcuni non hanno nemmeno le scarpe; i supporter portano anche i beni di prima necessità”. Quando la pena diventa definitiva, Jawad viene trasferito a Monza. “È stato uno shock realizzare che avrei lasciato tutti quelli che avevo incontrato fino a quel momento. Conoscevo già suor Alessandra, le educatrici, si conoscono tante persone, anche in carcere”, racconta. Il giorno dopo il suo arrivo nel nuovo reparto a Monza, un’educatrice gli affida il primo compito: organizzare un torneo di calcio tra i detenuti. “Mi ha dato un foglio, mi ha detto: oggi devi fare la formazione delle squadre. Mi sono messo lì a scrivere i nomi dei ragazzi”. Due giorni dopo, saputo del suo percorso in cucina a San Vittore, l’educatrice lo richiama anche per quello. Jawad continua a cercarsi altre occupazioni: un orto per le persone con problemi psichiatrici (a Monza sono quasi trecento) e una palestra di cui diventa responsabile. “Ogni progetto deve essere approvato e autorizzato; ogni iniziativa è stata possibile grazie agli educatori e alle persone che lavorano nel carcere”. A Monza, su 720 detenuti, circa 270 lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, non tutti a tempo pieno (che in carcere equivale a 6 ore e 40 minuti); c’è chi lavora solo un’ora o due al giorno. È il lavoro ‘interno’, che può essere generico (come le pulizie dei locali), oppure specifico (come la cucina o le manutenzioni). In Italia, circa il 30% dei detenuti lavora all’interno delle mura carcerarie. Lavorare all’esterno è più complicato: a Monza sono 38 le persone che accedono a questa possibilità, e Jawad è tra loro. È possibile grazie all’applicazione dell’articolo 21 o al regime di semilibertà (due provvedimenti diversi che permettono entrambi di uscire dal carcere per svolgere un lavoro), quando la pena diventa definitiva: anche se Monza è formalmente una casa circondariale, pensata per custodia cautelare e pene brevi, ospita circa 500 detenuti con pena definitiva sul totale di 720, dato che parla soprattutto del sovraffollamento delle carceri italiane. Un giorno, un’educatrice propone a Jawad un colloquio per un’azienda di caffè in capsule che ha diversi punti vendita in Italia, con cui l’istituto di Monza collabora già. “Eravamo in sei quel giorno, e hanno preso me. Loro leggono un fascicolo, ma poi conta conoscere la persona, e io gli sono piaciuto”. Il fascicolo è il percorso disciplinare e quello di Jawad è immacolato. “Avevano già parlato con gli educatori, avevano letto la mia storia e visto che avevo fatto tre anni di carcere senza rapporti. Ogni volta che sbagli, resta un segno sul tuo cartellino, quello che usi per entrare e uscire: è un po’ come una carta d’identità interna. Se sei pulito, conta molto”. I detenuti che trovano un lavoro esterno lo fanno quasi sempre grazie a una rete familiare, o come nel caso di Jawad, costruita dagli educatori attraverso rapporti che il carcere ha già con alcune aziende del territorio.Nel negozio di Carugate, Jawad lavora otto ore al giorno. Non è la prima volta che l’azienda ospita una persona in articolo 21, era già successo in un altro punto vendita. “Non mi sono mai vergognato di essere un detenuto”, dice. “I miei colleghi non mi hanno mai fatto sentire diverso da loro”. Esiste anche uno strumento pensato per agevolare il lavoro dei detenuti: la legge Smuraglia, che garantisce alle aziende che assumono un detenuto o un ex detenuto uno sgravio fiscale del 95% sui contributi, più un bonus mensile di 520 euro, per un massimo di 18-24 mesi. Un incentivo concreto, eppure, perché resta così raro che aziende e detenuti si incontrino? “Per la gestione del lavoro esterno a Monza esiste uno sportello Afol (Agenzia per la Formazione, l’Orientamento e il Lavoro) - spiega Cosima Buccoliero, direttrice della casa circondariale di Monza -. “L’Afol Monza fa un ottimo lavoro, ci aiuta a capire quali strumenti mettere in atto. Ma i detenuti sono troppi. Gli impiegati dell’Afol vengono una volta alla settimana: ci supporta con le pratiche amministrative per i corsi di formazione finanziati, ma non può fare tutto. Non riusciamo a seguire tutti”. Le aziende, dal canto loro, faticano ad avvicinarsi. “Sono diversi gli elementi che frenano”, continua la direttrice: “la pigrizia mentale dell’inserire una persona nuova, le complicazioni burocratiche, il dover parlare con i dipendenti, il pregiudizio verso i detenuti. Non tutti, poi, conoscono le agevolazioni previste dalla legge. Sono una quindicina le aziende che collaborano con noi, per lo più per conoscenza o passaparola; si tratta di persone che hanno avuto esperienze vicine al carcere, in un modo o nell’altro. Ma non esiste un sistema che garantisca questo incontro”. È esattamente quello che è successo a Jawad: non un sistema, ma un incontro fortunato. Jawad fa un anno di prova, viene confermato per un altro anno, fino ad arrivare al massimo consentito dagli sgravi fiscali della legge Smuraglia: 24 mesi. Jawad prova a spiegare cosa sia successo dopo e come mai il rapporto con l’azienda non sia proseguito, ma anche lui, a un certo punto, fatica a mettere in fila i pezzi. Durante la pena, un documento rilasciato dal magistrato attestava la sua posizione regolare da lavoratore in Italia. Con la fine della pena, quel documento perde validità, e lui, cittadino spagnolo, si ritrova senza un titolo equivalente. Un’associazione di Milano lo aiuta, in seguito, a ottenere un codice fiscale e un conto corrente. Ma per l’azienda, a quel punto, non è più possibile riassumerlo. “È stato un problema burocratico”, spiega Jawad, e nella sua stessa ricostruzione si percepisce quanto sia complicato, anche per lui, capire fino in fondo cosa esattamente non funzionasse. Il responsabile del punto vendita di Carugate, contattato per un commento, ha riferito la non disponibilità dell’azienda a rilasciare una dichiarazione. Anche l’ufficio stampa nazionale, interpellato nelle settimane successive, non ha fornito alcuna risposta. “Finché sono in carcere sono in regola - dice Jawad -. Posso lavorare, posso guadagnare”. Quando finisce la pena, non posso più lavorare: anche se c’è un’azienda che mi vuole, magari non mi può assumere. Quanto pesi la fine degli sgravi previsti dalla legge Smuraglia, quanto la mancanza di documenti, quanto le dinamiche di assunzione della singola azienda, non possiamo saperlo. L’ordinamento penitenziario, dal 1975, stabilisce che il trattamento debba tendere al reinserimento nella società - una società fondata sul lavoro, come recita la Costituzione. Ma anche nel migliore dei casi - Jawad fa parte di quel 6% di detenuti che riesce a lavorare e a farne un’esperienza positiva - a un certo punto il sistema smette di funzionare. Jawad sta finendo di scontare la pena in libertà vigilata. “Ora che ho più tempo libero, faccio tanto volontariato, con i ragazzi disabili, e dovunque serva. Appena finirò di scontare la pena tornerò in Spagna”. Un ritorno a casa che non è tanto una scelta quanto l’unica possibilità reale che ha, nonostante il miglior percorso di reinserimento possibile. Cremona. Non solo sovraffollamento e degrado: l’esperienza di Coop Nazareth di Federica Priori Cremona Oggi, 25 agosto 2026 Nel dibattito sulla Casa Circondariale interviene la cooperativa che da dieci anni attiva percorsi di inserimento lavorativo per persone in esecuzione penale, con azioni virtuose nel settore. Anche la Cooperativa Sociale Nazareth, che da dieci anni porta avanti percorsi di inserimento lavorativo per persone in esecuzione penale, entra nel dibattito che si è aperto di recente sulla Casa Circondariale di Cremona, con diversi episodi di violenza accaduti durante l’estate e a seguire la visita in struttura dei Radicali. Un intervento che intende non contrapporsi bensì aggiungersi alle dichiarazioni già rilasciate sul carcere, per sottolineare anche le azioni virtuose messe in campo nel settore: sono mediamente dieci i detenuti introdotti da Nazareth ogni anno nelle attività di inserimento lavorativo gestite dalla Cooperativa. “Attività nell’Azienza Agricola Rigenera e nel Camping Parco al Po come lavoro extramurario e poi all’interno del laboratorio di trasformazione de I buoni di Ca’ del Ferro quindi lavoro intramurario per i detenuti che non sono ancora messi alle misure alternative. Sono percorsi che iniziano generalmente con il tirocinio di formazione e poi proseguono con il contratto di lavoro a tempo determinato e per molti anche una stabilizzazione con il contratto a tempo indeterminato” spiega Giusy Brignoli, responsabile inserimento lavorativo della Cooperativa. Oltre al fronte occupazionale, vengono seguiti altri aspetti della vita dei detenuti, in stretta collaborazione fra la Casa Circondariale e gli enti del terzo settore. “Nazareth aderisce al progetto Restart di Regione Lombardia, all’interno del quale sono previste delle attività socializzanti e risocializzanti e di integrazione per i detenuti. In particolare ci occupiamo di collegamenti con i Comuni di residenza, regolarizzazione dove e se possibile delle questioni documentali e di tenuta dei contatti con tutta la cerchia lavorativa e familiare dei detenuti” racconta Mara Sperati, agente di rete di Nazareth. Tutto questo però, come precisa Giuseppina Biaggi Direttrice di Cooperativa Sociale Nazareth, non deve prescindere dalla società dove ciascuno può dare il proprio contributo: “Il nostro appello è all’impegno di ciascuno, ciascuno nel proprio ruolo, quindi le istituzioni per la loro parte, il mondo della cooperazione sociale per la sua, ma anche ogni singolo cittadino, perché una persona che delinque pone delle domande su come siamo organizzati o dove ci sono falle nel sistema educativo e di accompagnamento, quindi credo sia compito di ciascuno porsi queste domande e provare insieme a costruire delle risposte”. Livorno. Assistenza sanitaria in carcere. Incontro organizzato da Fials: “Presto interpellanza in Comune” di Monica Dolciotti Il Telegrafo, 25 agosto 2026 “Insieme ai consiglieri alleati Andrea Dinelli di Fratelli d’Italia e Carlo Ghiozzi della Lega (era presente anche Costanza Vaccaro per Alternativa Popolare), ho incontrato i rappresentanti del sindacato Fials Livorno (che ha invitato tutti i gruppi del Consiglio Comunale) per discutere dell’assistenza sanitaria nella casa circondariale Le Sughere. Le segnalazioni raccolte indicano una condizione di crescente difficoltà, aggravata dall’arrivo di ulteriori detenuti provenienti anche da Sollicciano (Firenze) e dalla contestuale insufficienza del personale sanitario”. A riferirlo è Alessandro Guarducci capogruppo di Forza Italia in Consiglio Comunale. “Su questo punto si deve essere molto chiari, la sanità all’interno delle strutture penitenziarie fa parte del Servizio sanitario nazionale - sottolinea Guarducci anche a nome di Ghiozzi, Dinelli e Vaccaro - e la sua gestione ricade sul sistema regionale. Non è accettabile che eventuali carenze di medici, infermieri o assistenza vengano derubricate a un problema carcerario, o scaricate sul Ministero della Giustizia. Il Ministero dovrà rispondere per ciò che riguarda trasferimenti, organizzazione e popolazione detenuta, ma sul versante sanitario la responsabilità è della Regione. Quindi chiederemo che ASL e Regione aumentino il gli operatori sanitari (soprattutto infermieri) a fronte dell’aumento di detenuti. E porterano la questione in Consiglio Comunale”. Lo scorso 6 agosto il vicepresidente della Commissione sanità della Regione ha fatto visita al carcere di Livorno. Con lui c’erano Lisa Perugino, Direttrice Sanità penitenziaria e Tutela della salute in carcere USL Nord Ovest, e Marco Solimano Garante dei diritti dei detenuti di Livorno. Anche in quella circpostanza sono state evidenziare le criticità relative all’assistenza sanitaria a Le Sughere. Ancona. La band maceratese Route 77 porterà la musica a Montacuto di Mauro Giustozzi Corriere Adriatico, 25 agosto 2026 Il concerto sabato 29 agosto. Sollievo e armonia attraverso la musica in luoghi di disagio e sofferenza. Protagonista il carcere anconetano di Montacuto dove andrà in scena sabato 29 agosto il concerto della band maceratese Route77, capitanata dall’avvocato Vando Scheggia, che si esibirà dalle 9 alle 11 in una sala appositamente allestita per accogliere una parte dei detenuti per reati comuni presenti nella struttura. L’iniziativa è nata da un’idea dello stesso Vando Scheggia e subito appoggiata da un altro legale come Giancarlo Giulianelli, qui nella veste di Garante regionale dei diritti della persona e dei detenuti, che ha trovato la piena condivisione del comandante della Polizia penitenziaria di Montacuto e Barcaglione, Nicola De Filippis. “La volontà che ci ha spinto ad organizzare questo evento -ha detto il Garante Giulianelli- è quella di portare alle persone che sono detenute un attimo di leggerezza ma pure di riflessione perché che ci sarà anche uno spazio dedicato alla letteratura con la presenza di Glauco Giostra, professore emerito di procedura penale della Facoltà di giurisprudenza dell’Università Sapienza di Roma, che porterà il suo libro “Se fioriscono le spine”. Copie del libro verranno poi lasciate ai carcerati che potranno leggerlo nelle settimane successive. Va sottolineato come i diritti d’autore del libro verranno devoluti a beneficio dei detenuti”. Al carcere di Montacuto sono reclusi, dati aggiornati al 23 agosto, 345 detenuti su una capienza di 256 posti disponibili. “Io e il collega Giancarlo Giulianelli ci siamo recati assieme a Montacuto in un’occasione per incontrare il comandante della Polizia penitenziaria e parlando è venuta fuori la mia passione per la musica e per il gruppo di cui ho l’onore di far parte i Route 77 -ha ribadito l’avvocato Vando Scheggia- ed è nata l’idea di questo concerto, cui il direttore di Montacuto ha dato il suo ok. Iniziativa arricchita dalla fattiva compartecipazione delle Camere penali delle Marche i cui presidenti saranno presenti all’iniziativa. Sarà presente anche il presidente dell’Ordine degli avvocati, Gianni Marasca, il presidente della Camera penale di Ancona, Giacomo Curzi, i quali accompagnati dal sottoscritto e da Massimo Mazzoni canteranno la canzone ‘Andrea’ di Fabrizio De Andrè. Sono stati invitati a questa mattinata musicale anche tutti i magistrati di sorveglianza del Tribunale”. La Route 77 è composta da Vando Scheggia (batteria), Massimo Mazzoni (tastiere e voce), Pierfrancesco Castiglioni (voce e chitarra), Federico Tiffi (chitarra solista), Massimiliano Peppoloni (basso e cori) ed Elisa Tartabini (voce solista). “Gli istituti penitenziari di Ancona, qui parlo di Barcaglione -conclude Giancarlo Giulianelli- devono vedere un coinvolgimento della comunità esterna in quella che è la vita di chi sta dentro un carcere. Da questo punto di vista ci sarà il 10 settembre la presenza a Barcaglione dei vincitori di Musicultura che faranno un concerto in carcere, che sarà aperto anche al pubblico esterno”. Come farsi del male inseguendo la regressione culturale e politica di Mauro Palma Il Manifesto, 25 agosto 2026 La sinistra, soprattutto nel nostro Paese, non ha bisogno di impostare una riflessione sul programma ripensando a presunti eccessi nella battaglia per i diritti. Dovendo dare una indicazione a un giovane per comprendere il presente non esiterei a dirgli “stay woke”, così riprendendo un originario invito a tenere gli occhi aperti, a comprendere il presente, a leggere le disuguaglianze. A capire come anche la normalità quotidiana abbia il germe della sottomissione dei diritti di taluni alla cupidigia impositiva di altri. Non avrei paura di ubriacarmi, come alcuni sembra abbiano avuto e abbiano tuttora, di eccessiva attenzione a tali diritti soggettivi, perché il contesto è talmente distruttivo dei diritti delle minoranze da non temere eccessi di attenzione unidirezionale. Certamente, nella considerazione di tali diritti soggettivi - ma questo è elementarità dell’analisi dei conflitti all’interno di un panorama liberistico centrato sul profitto e sullo sfruttamento da parte delle classi dominanti della subalternità imposta alla gran parte della popolazione - è insito il loro stretto legame alla essenzialità dei diritti sociali, quale premessa di una loro considerazione che contribuisca al significato stesso di soggettività. Perché non c’è vita, non ci sono diritti al riconoscimento delle piegature della propria vita, se al termine stesso “vita” non si associa l’aggettivo “dignitosa” che la qualifica. E tale dignità non è concetto astratto perché si configura in termini di casa, lavoro, sanità, istruzione, assistenza, distributività del benessere. Mi sembrava finora elementare dare questo messaggio alle generazioni giovanili in un contesto, quale quello del nostro paese, dove ancora vive e periodicamente si rafforza un improprio concetto di “normalità” che relega nel serbatoio della discriminazione chi non vi rientra pienamente. Che ancora considera il genere un concetto astratto e forse pericoloso, ritenendo l’identità personale in colori netti e non in sfumature che ognuno di noi vive e che hanno diritto a essere tutte riconosciute. Che ancora legifera penalmente per target definiti di destinatari, quali minoranze - rom per esempio - preliminarmente individuate come fastidiosamente criminali e, quindi, titolari di diritti minori, anche di essere detenuti sin dalla nascita affinché le loro madri non rubacchino in metro. O che pensa che sia normale che una legge in vigore da quarantotto anni che tutela l’aborto riscontri ancora quasi tre quarti di operatori obiettori e finisca per essere ineffettiva in aree consistenti del territorio nazionale. Infine, che ancora veda un sistema carcerario non in grado di adempiere un servizio sociale utile alla collettività, ma di fatto si pieghi a essere un luogo dove la dignità delle persone non è rispettata e dove alla privazione della libertà si aggiungono le ulteriori penalizzazioni date dalle indegne condizioni materiali e dall’assenza di significatività del tempo che si consuma all’interno di quelle strutture. Mi sembrava un messaggio elementare. Invece mi sono ritrovato a leggere tesi che qualificano tale attenzione, tale richiamo a saper leggere il presente, come una sorta di adesione a situazioni elitarie, eccessive e nominalistiche tipiche di alcune aree di pensiero statunitense - e in parte europeo - che mai hanno riguardato l’attenzione a questi temi nel nostro paese. Quasi fossimo epigoni della cancel culture: proprio noi che ancora conserviamo perfino la scritta “Mussolini” sull’obelisco del Foro italico a Roma. Non è così. Siamo e dobbiamo restare nella tradizione dei movimenti di opposizione del nostro paese, nella diffusione di una socialità che vede nel conflitto l’elemento di propulsione di consapevolezza e democrazia, ben vaccinati rispetto agli eccessi; e non abbiamo bisogno di centrare una urgente riflessione di opposizione all’attuale regressione culturale e politica che imperversa nel nostro paese sul ripensamento a presunti eccessi verso la cosiddetta cultura woke. Piuttosto, dobbiamo ripensare a come si siano affrontati questi temi all’interno delle compatibilità di un sistema di accentuato liberalismo, quasi cercando di trovarne una ricomposizione al suo interno e non considerandoli come temi di radicale opposizione ai paradigmi che tale sistema ha imposto. Dobbiamo discutere di come portarli avanti al di fuori di questi schemi, non certo di come ridurre la loro rilevanza. Dobbiamo farli divenire un programma, proprio a partire da una diversa lettura del moloch della “sicurezza” che sembra essere il tema imposto al dibattito anche a sinistra, privo di quegli insegnamenti che già cinquant’anni fa connettevano la percezione dell’insicurezza avvertita soggettivamente - pur in un contesto di scenario sicuro - alla mancata sicurezza di diritti sociali, anche i più elementari e di mancanza di certezze nel futuro delle giovani generazioni. Ripartire da un programma significa non limitarsi alla descrizione dei temi, come troppo spesso accade: quasi una reiterata contemplazione del disastro. Penso, per esempio, alla descrizione delle condizioni detentive, secondo numeri e esemplificazioni ormai note e che richiedono invece un altro passo. Riconoscendo la funzione impropria che il carcere ha assunto di impossibile supplenza di un sociale irrisolto e di punizione delle marginalità e restituendolo al suo contributo di risposta alla lacerazione che un reato produce nel tessuto sociale, contenuta e limitata, anche attraverso l’aggressione a quel bene inviolabile della persona che è la sua libertà. Penso altresì alla capacità di ricostruire una cultura delle migrazioni come valore e non solo come necessità di forza lavoro che supplisca alla carenza di nascite, pur nella costruzione continua di una convivialità effettiva che non dia spazio alle identità regressive e implicitamente deboli, degli autoctoni e di nuovi arrivati. Temi non semplici, da affrontare con un linguaggio nuovo, non interno al perimetro delle compatibilità imposte, e che richiedono ancor più attenzione, non certo il loro appannamento. Chi decide di cosa dobbiamo avere paura? di Rocco Tralli Il Fatto Quotidiano, 25 agosto 2026 Un Paese spaventato vuole protezione, uno consapevole vuole soluzioni. La paura è una delle emozioni più potenti, semplifica la realtà, cattura l’attenzione e spinge a cercare protezione. Ed è proprio per questo che, nella comunicazione politica e sui social, funziona molto bene. Basta scorrere un feed per trovare una successione continua di aggressioni, furti, risse, degrado e violenze. Episodi reali, naturalmente, ma quando viene mostrata sempre e soltanto una parte della realtà, il rischio è quello di trasformare la cronaca in una percezione permanente di allarme. E così, bastano pochi minuti sui social per darci l’impressione di vivere in un Paese completamente fuori controllo. La politica ha imparato a fare leva sul pericolo immediato, tralasciando le criticità strutturali che incidono davvero sulla vita quotidiana: una scuola fragile, salari insufficienti, la difficoltà dei giovani nel costruirsi un futuro, la violenza sulle donne, l’integrazione mancata, la crisi demografica e la delocalizzazione delle attività produttive. Sono proprio questi i temi su cui la politica dovrebbe costruire attenzione, consenso e, soprattutto, risposte. Quando un’impresa sposta la produzione all’estero non si perde solo un posto di lavoro: si impoverisce un territorio, privandolo di competenze e prospettive. E quando sempre meno giovani riescono a formare una famiglia, non siamo di fronte a una scelta privata, ma a un’emergenza che minaccia il futuro economico e sociale dell’intero Paese. Sicurezza e politiche sociali non sono due mondi contrapposti, ma sono parti della stessa risposta. Forse la politica dovrebbe iniziare a parlare dei problemi sociali con la stessa forza con cui oggi riesce a parlare delle paure. Perché ciò che viene ripetuto ogni giorno finisce per diventare una priorità nell’immaginario collettivo. La domanda, allora, non è soltanto di che cosa abbiamo paura. È anche: chi decide ogni giorno di che cosa dobbiamo avere paura? Perché un Paese spaventato cerca protezione. Un Paese consapevole, invece, pretende soluzioni. Migranti: è scontro sui nuovi Cpr. FdI all’attacco dei governatori di Niccolò Carratelli La Stampa, 25 agosto 2026 Stop di Toscana e Campania. Il presidente dell’Emilia-Romagna prima apre, poi frena. La Germania smorza le tensioni sui dublinanti: “Non c’è alcuna divergenza con Roma”. I nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) sono ancora solo sulla carta ed è molto probabile che ci restino, da qui alla fine della legislatura. Ma continuano ad alimentare la polemica politica, dopo che da destra hanno rilanciato l’obiettivo di costruirli “anche nelle regioni contrarie” (parole di Giovani Donzelli, tra i principali dirigenti di Fratelli d’Italia). Nello specifico, si tratta di Toscana, Campania ed Emilia-Romagna, tutte e tre amministrate dal centrosinistra. E dopo Eugenio Giani e Roberto Fico, entra nel dibattito il governatore Michele de Pascale, che a febbraio aveva aperto all’ipotesi di realizzarne uno a Bologna, come proposto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, salvo poi frenare per le reazioni furibonde dentro il Pd e da parte degli alleati del campo progressista. Interpellato sul nuovo scontro con il governo, il presidente dell’Emilia-Romagna evita di entrare nel merito del progetto: “Se il governo, invece di fare continuamente polemica, si occupasse di aggiornare le normative e risolvere i problemi, sarebbe meglio - dice -. Sono stufo della polemica politica che cerca di speculare sui problemi”. Nessuno stop esplicito al Cpr, come nel caso dei colleghi di Toscana e Campania. Del resto, solo pochi mesi fa de Pascale aveva sostenuto che sul tema del rimpatrio dei migranti irregolari “il centrosinistra può segnare un punto di svolta”, domandando perché i centri “a Brindisi ci possono stare e in Emilia-Romagna no?”. Ma il governatore finisce comunque nel mirino dell’opposizione di destra in Regione, con la capogruppo di FdI, Marta Evangelisti, che critica “l’incoerenza della posizione del presidente”, il quale “in questi mesi ha oscillato, prima con aperture, poi arretrando davanti al fuoco di sbarramento della sinistra della sua coalizione”. Il tema è molto sensibile nei territori interessati e il sospetto è che l’uscita di Donzelli puntasse proprio a riacutizzare le tensioni con cui devono fare i conti i governatori. Anche perché in Toscana, Campania ed Emilia-Romagna le ipotetiche località dove realizzare i Cpr sono già state individuate, con tutto il corollario di proteste da parte di comitati cittadini, associazioni, sindacati. In Calabria, invece, regione amministrata dal centrodestra, il progetto per costruire il Cpr annunciato da Piantedosi pare essere ancora piuttosto embrionale. Il presidente Roberto Occhiuto, esponente di Forza Italia, si è sempre mostrato disponibile a ospitare il centro per i rimpatri dei migranti, tanto che dal suo staff suggeriscono di copiare e incollare una sua dichiarazione di tre anni fa, perché “la sua posizione non è cambiata”. Diceva così: “Questo è il tempo della responsabilità da parte di tutti i territori. Se il governo vorrà aprire uno di questi centri in Calabria, non mi opporrò. E mi auguro che anche nel resto del Paese nessuno si tiri indietro”. Certo, il fatto che tre anni dopo non sia nemmeno stata individuata un’area idonea per realizzare il Cpr, per Occhiuto non è un gran cruccio. Il punto di fondo, su cui si inasprisce lo scontro politico, è l’effettiva necessità di avere più posti nei centri dove sistemare i migranti in attesa del rimpatrio. Il monitoraggio fatto dal Tavolo Asilo e Immigrazioni a fine 2025 aveva fotografato una situazione ben lontana dal sovraffollamento: 546 persone presenti nelle dieci strutture attive in Italia, a fronte di un totale di 1400 posti disponibili. Qui, però, si inserisce la questione dei cosiddetti “dublinanti”, al centro di una disputa tra l’Italia e altri Paesi europei, a cominciare dalla Germania. Parliamo di quei migranti che hanno presentato domanda di asilo in Italia, ma si sono poi spostati in altri Paesi, che ora vogliono rispedirli da noi in base al principio dello Stato competente per l’asilo. In teoria, al loro ritorno potrebbero finire nei Cpr, ma la legge stabilisce che ciò possa avvenire solo se c’è un fondato pericolo di fuga. In attesa del vertice tra Piantedosi e il ministro dell’Interno tedesco, Alexander Dobrindt, previsto per i primi di settembre, da Berlino provano a stemperare gli attriti delle ultime ore. “Non vedo alcuno scontro, Germania e Italia lavorano da partner con reciproca fiducia - assicura il portavoce del cancelliere Friedrich Merz - c’è una stretta collaborazione sulla politica migratoria”. Dura, invece, la nota della Sea-Watch, dopo il fermo di 45 giorni e la multa delle autorità italiane alla nave della Ong tedesca: “Il governo tedesco non può farsi coinvolgere nel gioco politico di un governo italiano, che si trova a pochi mesi dalle elezioni nazionali e vuol guadagnare consenso - attacca -. Deve opporsi con fermezza alla strumentalizzazione del soccorso in mare”. Migranti. Fratelli d’Italia allo scontro con le Regioni del campo largo sui Cpr di Bianca Lattanzi Il Manifesto, 25 agosto 2026 Il meloniano Riccardo De Corato chiede un secondo centro a Milano. Le Ong: “l’esternalizzazione delle frontiere non ferma le partenze ma nasconde le violazioni dei diritti”. Dopo Toscana e Campania, ieri l’Emilia Romagna è tornata a polemizzare con il progetto del governo di imporre un Cpr in ogni regione. Secondo i dati forniti dal rapporto di gennaio 2026 del Tavolo asilo e immigrazione, attualmente i centri di permanenza per il rimpatrio sono dieci con solo la metà dei posti occupati. Se si considera l’incidenza dei rimpatri, raramente la percentuale ha superato il 10%. Il rapporto del Tavolo sull’asilo e l’immigrazione parla di “istituzioni totali” con casi segnalati di suicidi e autolesionismo, oltre all’abuso nella somministrazione di psicofarmaci. Due settimane fa un uomo è morto nel Cpr di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. Il governo in questi giorni è tornato a insistere per aprirne uno in ogni regione. Già a maggio Piantedosi aveva annunciato l’allargamento di alcuni già esistenti e la costruzione di nuovi: “Uno in Campania, due in Trentino Alto Adige, uno in Calabria, uno in Toscana e uno in Emilia Romagna”. Giovanni Donzelli, esponente di primo piano di Fdi, alla Versiliana venerdì ha detto: “Faremo i Cpr anche dove le regioni non vogliono. Con buona pace della sinistra, li faremo anche in Toscana”. La legge che li norma, infatti, prevede l’obbligo di sentire il presidente di regione, ma non prevede il suo consenso. Da mesi diverse città si mobilitano contro la costruzione di nuove strutture e la polemica si è spostata al livello dei rapporti tra governo e presidenti di regione. Prima in Campania, dove di fronte alla volontà di costruire un Cpr a Castel Volturno, il 29 giugno il Consiglio regionale ha approvato una mozione contraria al progetto. Il presidente Fico ha anche evidenziato l’inopportunità da un punto di vista sociale e in più ha dichiarato l’area Zona a protezione speciale per la tutela della fauna e della flora. La prima ribellione in Toscana. Il ministro Piantedosi ha comunicato con una lettera alla regione la decisione di istituire un Cpr a Pallerone, in Lunigiana. Il presidente Giani ha accusato: “Mossa meramente strumentale in vista della tornata elettorale” ricordando che la questione si pone da quattro anni e vede l’opposizione dello stesso centrodestra locale. Ieri il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, si è detto “stufo della polemica politica che continuamente cerca di speculare sui problemi” chiedendo piuttosto un percorso di inserimento lavorativo che regolarizzi i migranti. In questo caso si tratta di un riposizionamento, avvenuto dopo aver aperto parzialmente nei giorni scorsi alla possibilità di un Cpr a Bologna, che però ha visto la netta opposizione del sindaco Lepore. C’è anche chi prova a chiedere nuovi Cpr in regioni dove sono già presenti: Riccardo De Corato, deputato Fdi, ne ha proposto un secondo a Milano. Ci sono invece territori in cui un accordo si è trovato. Il presidente della provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti (Lega), ha firmato un accordo per realizzare un Cpr da 25 posti. La questione potrebbe ulteriormente inasprirsi perché nel nuovo Patto europeo migrazioni e asilo sono previste strutture per le procedure accelerate di frontiera. Il Viminale vorrebbe concentrarle in Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Veneto. Intanto, si consumano nuove tensioni tra le Ong e il governo. L’Italia ha infatti sanzionato la Sea Watch 5, battente bandiera tedesca, con 45 giorni di fermo e 7.500 euro di multa. L’accusa è non avere informato le autorità libiche del soccorso. La Ong ha replicato: “È vero, noi non collaboriamo con criminali e trafficanti. Il governo italiano può dire lo stesso?”. L’equipaggio ha raccontato le minacce subite da parte di attori libici non identificati quella notte. L’appello della Ong all’Ue e al governo italiano: serve una missione di soccorso europea e l’apertura di vie legali e sicure. L’esternalizzazione delle frontiere, avvertono, non ferma le partenze ma si limita a nascondere le violazioni dei diritti umani lontano dagli occhi dell’Europa. Migranti. Bracciante ucciso nel ghetto che il governo non ha chiuso di Luciana Cimino Il Manifesto, 25 agosto 2026 Il quarto morto in pochi mesi a Borgo Mezzanone. Il fratello Nazim e i compagni lo hanno cercato per giorni nelle campagne del foggiano. Lo hanno trovato i carabinieri, cadavere, nel bagagliaio di una delle tante auto abbandonate lungo le strade che collegano i campi di pomodori. Sadam Houssain, bracciante pakistano di 32 anni, è stato ucciso probabilmente la sera in cui è scomparso, il 4 agosto. Lo ipotizzano gli inquirenti, dato che il corpo è stato trovato in avanzato stato di decomposizione. La procura di Foggia ha aperto un fascicolo per omicidio volontario a carico di ignoti. Due le ipotesi al vaglio degli investigatori: una morte sul lavoro (come quella di Satnam Singh a Latina) occultata dai caporali o una vera esecuzione, per aver visto qualcosa o pestato i piedi a qualcuno che gestisce la manovalanza di origine straniera nel periodo della raccolta. L’auto di Hussein era sulla “pista” di Borgo Mezzanone, il ghetto di braccianti più grande d’Europa che è sorto sul terreno di un ex aeroporto militare. Lui però non viveva lì. In Italia da 5 anni, aveva il permesso di soggiorno per protezione speciale e condivideva con altri connazionali un appartamento a Ippocampo, una frazione della vicina Cerignola. Nonostante la posizione delicata, non aveva trovato un altro lavoro e continuava ad arrangiarsi nella raccolta con il fratello per ripagare il debito che la famiglia aveva contratto per permettere loro di emigrare. Anche il giorno della scomparsa era stato con Nazim nei campi di Borgo Tressanti ma non è mai tornato a casa. Ed è stato lui a riconoscerlo dall’abbigliamento e da un anello con una pietra rossa che portava al dito nel bagagliaio della sua Renault. La macchina con la quale, è una delle ipotesi della procura, accompagnava altri braccianti nelle campagne. “Nazim vuole sapere chi ha ammazzato il fratello - ha detto Arshad, coinquilino della vittima - Sadam era una persona onesta, non ha mai litigato con nessuno”. Dall’inizio dell’anno a oggi sono già quattro i braccianti morti nella zona di Borgo Mezzanone, dove le temperature al suolo arrivano, durante l’estate, a 60 gradi mentre d’inverno si subisce il freddo tra lamiere e fango. Un “luogo concentrazionario e malsano che questo governo finge di non vedere”, denuncia la Cgil pugliese. I fondi che il Pnrr aveva destinato al superamento dei ghetti informale (200 milioni di euro, di cui 82 per il foggiano) non sono mai stati spesi. L’esecutivo ha preferito restituire 180 milioni anziché utilizzarli per togliere i braccianti dalle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere e lavorare, a nero, senza documenti e quindi in balia del ricatto dei datori di lavoro. “È evidente che dietro ci sia un preciso disegno perché conviene mantenere i lavoratori in semischiavitù”, spiegano dalla Flai Cgil. “La morte di Houssain non può essere archiviata come una tragedia individuale perché riporta al centro le condizioni di migliaia di persone che vivono a Borgo Mezzanone - ha detto al manifesto il segretario pugliese, Antonio Ligorio - non accettiamo più passerelle, né incontri istituzionali privi di risultati”. Anche Confintesa denuncia: “Il contesto in cui quella morte è maturata non ha bisogno di perizie: migliaia di lavoratori agricoli vivono in insediamenti fuori da ogni perimetro di legalità dove un uomo può sparire senza che nulla si muova. Finché l’unica alternativa alla baracca è un’altra baracca, la collaborazione del lavoratore non è una scelta libera: è un atto obbligato per la sopravvivenza”. Il Sindaco di Manfredonia, Domenico La Marca, nel denunciare l’ennesima morte per schiavismo nel suo territorio ha anche reso noto di aver partecipato, proprio nei giorni scorsi, a un incontro al ministero del Lavoro “per un percorso quinquennale di superamento del ghetto”. Notizia che ha fatto sobbalzare i sindacati che non sono stati convocati. “Si può costruire un percorso credibile senza ascoltare chi quel ghetto lo vive ogni giorno?”, si chiede Logorio. “Cinque anni per superare la baraccopoli, ma non una parola su come farlo e con quali fondi: non è un piano, è un rinvio”. Per la Cgil “bisogna partire da una rivoluzione nelle politiche dei flussi. Ai ministri del Made in Italy, dell’Interno e alla presidente del Consiglio: c’è poco da vantarsi dei nostri prodotti, molti sono sporchi del sangue dei tanti Houssain” Migranti. Sea Watch fermata dal Viminale per 45 giorni (e multa di 7.500 euro) di Teresa Cioffi Corriere della Sera, 25 agosto 2026 L’ong: “Non collaboriamo con i criminali libici”. Piantedosi: “Hanno violato le norme”. La nave aveva soccorso 6 persone, di cui 3 minori non accompagnati in acque internazionali. Resta in porto, a Napoli, la Sea-Watch 5, con 45 giorni di fermo e 7.500 euro di multa. L’accusa è di non aver collaborato con le autorità libiche. La nave era approdata giovedì 13 agosto alle 3 del mattino dopo quattro giorni di navigazione: aveva soccorso 6 persone, di cui 3 minori non accompagnati (“persone provenienti dal Medio Oriente”) in acque internazionali, in SAR libica. “Abbiamo informato l’Italia e i Paesi europei limitrofi - fanno sapere dall’Organizzazione non governativa -. Ma non il cosiddetto centro di coordinamento per il soccorso marittimo libico, un’autorità fantoccio che serve a legittimare e rendere interlocutore accettabile quegli uomini e trafficanti che, poco dopo il soccorso, ci hanno puntato contro un fucile intimandoci di allontanarci dal “loro territorio”. Poi l’attacco al Viminale: “Sono queste le “autorità competenti” a cui si riferisce il ministro Piantedosi? Le stesse a cui l’Italia ha versato un miliardo di euro in navi, fondi e addestramento, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare, e riportarle nei lager gestiti dai trafficanti”. Nella nota diffusa dalla Ong, il ministero dell’Interno viene accusato di continuare “a dare, legittimità e protezione a questi criminali, trasformando il Mediterraneo in un far-west”. Intanto si prepara a reagire: “Pensiamo di essere in tutta la legittimità del caso, quindi prepariamo il ricorso - dicono dalla Ong -. Come è già successo per altre detenzioni precedenti. Sono state innumerevoli e nella maggior parte dei casi si sono sempre risolti a nostro favore”. “L’imbarcazione, battente bandiera tedesca, non ha rispettato ancora una volta gli obblighi di legge previsti per le operazioni in mare”, ha sottolineato su X il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi. “Una grave violazione delle normative: le attività di ricerca e soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle Ong”, ha aggiunto il titolare del Viminale. Calabria, via le baracche, i rom finiscono nel nuovo ghetto di Claudio Dionesalvi Il Manifesto, 25 agosto 2026 Il ghetto dopo la favela. Potrebbe essere questo il destino delle 93 famiglie di origini rom, abitanti da 40 anni nella baraccopoli di Scordovillo, a Lamezia Terme. “La giunta regionale - la denuncia di Giacomo Marino dell’associazione Un Mondo di Mondi - ha deciso di affrontare la negazione del diritto alla casa delle famiglie rom con la negazione di questo diritto sotto altra forma. La legge regionale approvata il 7 luglio scorso rende infatti inapplicabile la normativa in vigore dal 1996”, norma che regola le assegnazioni degli alloggi. “Tutto ciò - ribadisce Fiore Manzo, attivista rom dell’associazione Lav Romanò - cancella le tutele sociali delle famiglie coinvolte e innesca conflitti nel tessuto urbano”. La vicenda di Scordovillo è annosa e tormentata. Nel 2024 il progetto della regione Calabria per il superamento della baraccopoli, dunque per dare un tetto a 440 persone, interventi di inclusione sociale e bonifica della discarica adiacente, prevedeva quello che le associazioni a tutela dei Rom definiscono “un ghetto di alloggi di Edilizia residenziale pubblica del costo di 28 milioni”. Aps Kinema di Catanzaro, Aps Lav Romanò di Cosenza, l’associazione Terra di Confine di Catanzaro, l’associazione Un Mondo di Mondi di Reggio Calabria e la Consulta Intercultura di Cosenza denunciarono “il mancato coinvolgimento delle famiglie rom di Scordovillo nelle scelte che le riguardano”, quindi il rischio segregazione. A fine ottobre 2024 il Comitato Stop Ghetti, il Centro europeo per i diritti dei rom, con un gruppo di parlamentari europei di cinque gruppi politici, hanno inviato una lettera alla Commissione Ue per denunciare che la regione, utilizzando circa 36 milioni di fondi europei, aveva deciso di “realizzare un ghetto di case popolari per superare la baraccopoli di Scordovillo”. La Commissione Ue ha chiesto alla regione spiegazioni sull’utilizzo improprio dei fondi. L’ente ha dovuto modificare il progetto, motivando questa scelta però con una necessità di “azzeramento del consumo di suolo” e non prendendo atto, come più volte ribadito dalle associazioni rom, “che la concentrazione abitativa in un quartiere di tante famiglie a reddito basso e con una storia di emarginazione sociale costituisce un quartiere ghetto”. Il nuovo programma regionale sbandiera un “housing diffuso”, ma di fatto ricolloca le famiglie in “ghetti già esistenti nel territorio di Lamezia Terme”. L’Aterp, nel 2025, ha pubblicato una serie di avvisi pubblici per l’acquisto di alloggi dal mercato privato. Le associazioni rom: “I criteri di scelta degli alloggi privilegiavano l’isolamento delle famiglie rom in contrasto con gli obiettivi di inclusione sociale e la ricerca di alloggi fuori dal comune di Lamezia che comporterebbe il loro sradicamento”. Sono arrivate 73 proposte ma 16 sono state subito ritirate, 19 escluse e delle 38 rimanenti, soltanto 13 sono state valutate positivamente per l’acquisto, dunque 80 famiglie restano fuori. A luglio la regione ha approvato una norma che consente l’assegnazione di alloggi “fuori dalla legge vigente”, nel patrimonio Aterp esistente nei quartieri del degrado. La “cura” inglese: farmaci anti libido per i reati sessuali di Daniele Zaccaria Il Dubbio, 25 agosto 2026 Le autorità britanniche si preparano da ampliare l’uso di farmaci destinati a ridurre la libido nei detenuti condannati per reati sessuali, una misura che viene proposta su base volontaria, ma che oltremanica sta alimentando non poche polemiche. Inizialmente la ministra della Giustizia Shabana Mahmood voleva introdurre un trattamento obbligatorio ma l’ipotesi aveva incontrato l’opposizione di diversi specialisti, preoccupati per il confine tra terapia medica e coercizione penale. Don Grubin, professore di psichiatria forense e tra i principali esperti britannici nell’impiego di cure ormonali, aveva dichiarato pubblicamente che non avrebbe partecipato a un programma obbligatorio, sostenendo che il problema non fosse soltanto stabilire se un farmaco potesse ridurre il rischio di recidiva, ma anche capire quale ruolo avrebbe avuto il medico nel momento in cui il paziente non fosse più libero di rifiutare la terapia. Alla fine il governo ha scelto la via del consenso ma lo zelo con cui sta perseguendo questa strada alimenta il sospetto che dietro vi siano ragioni che vanno al di là dell’emergenza sociale. Le cifre dicono che i condannati per reati sessuali nel Regno Unito hanno tassi di recidiva decisamente più bassi rispetto ad altre categorie di detenuti. Per le persone scarcerate tra gennaio e marzo del 2023 il tasso di recidiva sessuale registrato è stato dell’11,7 per cento, mentre quello relativo ai condannati per altri reati violenti come aggressioni o rapine era del 21,7. La “cura” partirà il prossimo autunno in una ventina di carceri di Inghilterra e Galles e secondo le stime degli specialisti coinvolti nella sperimentazione, potrebbe riguardare circa un detenuto su quattro (quasi 4mila persone). L’obiettivo è intervenire soprattutto nei casi cosiddetti clinici in cui il comportamento sia accompagnato da ossessioni persistenti, eccitazione difficile da controllare e impulsi che la persona stessa riconosce come problematici e che vuole imparare a gestire. Il trattamento combina generalmente farmaci diversi: gli SSRI, antidepressivi come la sertralina, possono ridurre la frequenza e l’intensità dei pensieri sessuali intrusivi e gli anti-androgeni che agiscono invece sul sistema ormonale riducendo la produzione o l’attività del testosterone e, di conseguenza, il desiderio. La psicologa forense Belinda Winder ha raccontato al quotidiano The Guardian il caso di un uomo che prima della terapia trascorreva gran parte della giornata alle prese con immagini sessuali che non voleva avere e che, dopo l’inizio del trattamento, era finalmente riuscito a guardare un film seguendone la trama senza essere continuamente distratto da quei pensieri. Ma non tutti i sex offender appartengono a questa categoria: la riduzione della libido può essere efficace quando il comportamento criminale è associato a stati compulsivi e incontrollabili, ma non ha alcun effetto quando il reato nasce da dinamiche di violenza e dominio. In molte forme di abuso la componente sessuale si intreccia infatti con il bisogno di esercitare potere, di umiliare o controllare la vittima, quasi sempre nel contesto affettivo e familiare del carnefice. Quello che interessa a un sistema penale sano è capire se la diminuzione degli impulsi si traduca effettivamente in un calo dei reati e su questo le prove disponibili sono ancora limitate. L’ultima revisione di Cochrane, un’organizzazione indipendente nota per le sue valutazioni rigorose delle evidenze mediche e sanitarie ha individuato pochissimi studi, condotti spesso su campioni ridotti e per periodi di osservazione brevi, e ha concluso che non ci sono prove sufficienti per stabilire con certezza quanto i trattamenti farmacologici siano in grado di ridurre la recidiva. Anche gli effetti collaterali degli anti-androgeni sono tutt’altro che pacifici; la loro assunzione prolungata richiede un controllo medico, la riduzione del testosterone può provocare una perdita di densità ossea e comportare altri rischi per la salute, mentre stanchezza, alterazioni dell’umore e aumento di peso possono rendere difficile per alcuni pazienti mantenere la terapia nel tempo. Esiste poi un aspetto intrinsecamente ambiguo nel programma: come sottolinea The Guardian quanto può essere davvero volontaria una terapia quando chi la rifiuta sa che, in futuro, la sua scelta potrebbe essere considerata nelle decisioni sulla libertà condizionale o sull’accesso a forme di scarcerazione anticipata? Barattare la libertà con la propria salute non dovrebbe essere un’alternativa praticabile in uno Stato di diritto. Se il trattamento è una terapia, deve poter essere rifiutato senza che quel rifiuto si trasformi, direttamente o indirettamente, in un’ulteriore penalizzazione.