“Trattamento”, una parola da ringiovanire di Mauro Palma treccani.it, 24 agosto 2026 È bene avere sempre molta cautela a utilizzare il termine “trattamento” quando si parla di detenzione e di percorso volto a dare effettività in carcere alla finalità costituzionale della pena. Perché è una parola che è invecchiata male. Nell’ordinamento penitenziario (la legge 26 luglio 1975, n. 354) essa definisce un intero capitolo - il Capo III, rubricato come Modalità del trattamento - che racchiude ben trentacinque articoli, dal tredicesimo al trentunesimo, con tutti i vari inserimenti degli articoli ‘bis’ e ‘ter’ via via introdotti negli anni. Ma la sua connotazione è già nei Principi direttivi del primo articolo che, nell’ultima versione introdotta nel 2018 dopo gli “Stati generali sull’esecuzione penale”, precisano la sua conformità a umanità e al rispetto della dignità della persona detenuta, oltre che all’imparzialità, fuori da ogni discriminazione, nonché la sua finalizzazione “attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale”. Il trattamento, inoltre, deve essere personalizzato, cioè “attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni degli interessati”. Nulla da dire, quindi, sui principi e sul rapporto che il trattamento deve avere con la rieducazione, anch’essa richiamata proprio nella rubrica del primo articolo. Qualche dubbio, che porta a parlare di invecchiamento non sempre positivo di questa parola, risiede nel rischio che l’attuazione del principio che vuole esprimere possa dare spazio a un’interpretazione di tipo correzionale che è invece esterna all’impostazione dell’art. 27 della Costituzione. Perché, come già osservato nell’intervento dal titolo “La sicurezza ha bisogno del bello” (https://www.treccani.it/magazine/atlante/societa/la-sicurezza-ha-bisogno-del-bello.html), il trattamento individualizzato rischia spesso di restringersi a una progettualità che altri delineano per la persona detenuta, quasi relegandola al ruolo di destinataria di un percorso a cui viene richiesta una mera adesione. L’individualizzazione rischia così di sfumare verso due esiti negativi che contraddicono la finalità generale dell’esecuzione penale. Il primo è la minore responsabilizzazione della persona detenuta rispetto alla sua quotidianità e alla capacità di misurarsi con una possibile organizzazione del proprio tempo, quasi una sua ‘infantilizzazione’ che non l’aiuta a costruire la consapevolezza del difficile ritorno all’esterno, al termine dell’esecuzione penale. Il secondo esito rischioso è che l’individualizzazione in un contesto culturale - quale è quello attuale - che tende a separare e a non includere, determini un’accentuata settorializzazione della collettività detenuta in sezioni, circuiti detentivi, tra loro non comunicanti e, di fatto, restringa le possibilità di partecipazione a momenti in cui proprio la molteplicità di esperienze è produttiva di consapevolezza: la partecipazione a iniziative d’istruzione, scolastica o universitaria, alle attività culturali, sportive o di altro tipo. Entrambi questi rischi sono divenuti, purtroppo, realtà nell’impostazione della detenzione da parte di una gestione amministrativa che sembra dare più centralità all’evitare incidenti o problemi che non a sollecitare momenti di assunzione soggettiva di responsabilità da parte delle persone ristrette. Invece, proprio l’affidamento alla responsabilità della persona detenuta di aspetti importanti della sua quotidianità e, più in generale, la titolarità del proprio percorso sono aspetti essenziali perché la parola trattamento non perda il suo originario significato e recuperi un po’ di perduta giovinezza. Così come lo deve essere l’ampia presenza di ‘attori’ istituzionali esterni che diano il loro contributo alla complessiva finalità rieducativa e che non siano visti come ospiti secondari e in fondo soltanto tollerati, ma come compartecipi del ruolo sociale che il carcere deve avere. Quattro ambiti di quel produttivo altrove esterno a cui fanno riferimento i principi elencati nel primo articolo dell’ordinamento penitenziario sono rappresentati dalle istituzioni rispettivamente responsabili del diritto all’istruzione, del diritto alla salute, del diritto alla libera espressione culturale, del diritto alla formazione per il lavoro. Quindi, la scuola, l’università, il sistema sanitario, le istituzioni formative e le istituzioni culturali sono quel riferimento esterno che dà significato a un responsabile percorso trattamentale e non sono - come nel passato - delle specifiche articolazioni operative dell’amministrazione penitenziaria. Nel passato, infatti, fino agli albori degli anni Settanta, la scuola superiore in carcere non era parte del complessivo sistema scolastico nazionale, l’università non era proprio presente, la stessa tutela della salute era gestita in proprio, con medici dell’amministrazione penitenziaria e soltanto meno di venti anni fa è divenuta piena competenza del Sistema sanitario nazionale, come per tutti gli altri cittadini. Se è vero che questa formale corresponsabilità ha di per sé il valore positivo dell’esprimere l’appartenenza della popolazione detenuta alla società nel suo complesso, non costituendo un mondo a parte, è però altrettanto vero che tuttora l’amministrazione penitenziaria continua a misurarsi con queste altre istituzioni in termini di secondarietà del loro apporto e comunque di priorità delle proprie regole e consuetudini. Anche con le istituzioni formative il rapporto non è semplice, perché ancora ci si affida a modelli di attività lavorative che hanno il segno del passato e non si accetta la sfida di nuove impostazioni del lavoro e di nuove necessità di saperi. È deprimente, per esempio, che ogni volta che si parla in occasioni pubbliche di ritorno alla collettività di una persona dopo la detenzione e di necessità del suo pieno reinserimento si senta fare, da parte di chi ha responsabilità istituzionali, il solito riferimento al ‘pizzettaio’ o al ‘manovale’: mestieri degnissimi, ovviamente, ma il fatto che non venga in mente altro, anche rispetto a giovani detenuti che intanto si alimentano - fuori dal carcere - di tecnologie, dà conto di un invecchiamento della parola trattamento, che va invece riscoperta nell’intenzione del suo redattore iniziale. Nel presentare la riforma, il 7 novembre 1973, all’apertura del dibattito in Senato, il ministro di Grazia e Giustizia di allora, Mario Zagari, disse: “[…] Una società come la nostra è naturalmente portata a scoprire nuove dimensioni dei valori di libertà e di democrazia e, quindi, a considerare il carcere non più come una realtà separata, ma, al contrario, come una delle tante formazioni sociali in cui vivono ed hanno bisogno di protezione, anzi di una particolare protezione quei cittadini che, seppure hanno violato la legge penale, non devono per questo, come vuole la Costituzione, sentirsi definitivamente esclusi dal contesto sociale. Correlativamente, anche l’apparato statale non può più assumere verso il mondo del carcere un atteggiamento meramente repressivo, ma deve, invece, cercare di prendere definitiva coscienza dei problemi che travagliano l’esistenza dei detenuti, per portare avanti anche in questo settore una politica di riforme, che si inserisca nel quadro più generale del processo, da tempo in corso, di revisione critica di tutte le strutture della società civile […]”. Allora la parola era ancora giovane. Domiciliari ai tossicodipendenti, partenza flop delle nuove norme di Dario Del Porto La Repubblica, 24 agosto 2026 Ieri primo giorno, ma nessuna istanza. La giudice Cervo (Anm): “Legge spot”. I penalisti: “Sì alla riforma, ma da sola non basta”. Il ministro Carlo Nordio l’ha definita una riforma “epocale”, per adesso però si prospetta una falsa partenza per la legge che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcolisti di scontare ai domiciliari in comunità terapeutica le condanne residue fino a 8 anni di reclusione, quattro in caso di reati più gravi. Le nuove norme sono entrate in vigore ieri, ciò nonostante, fino al tardo pomeriggio, al tribunale di Sorveglianza di Napoli non erano state presentate istanze per ottenere il riconoscimento della misura. Un bilancio potrà essere tracciato nei prossimi giorni. Può aver inciso la giornata estiva, ma si ragiona anche sui numeri concreti: molti detenuti si dichiarano tossicodipendenti al loro ingresso in carcere, una dipendenza effettiva e attuale viene poi riscontrata in meno della metà dei reclusi e tra questi non tutti rientrano nelle condizioni previste per accedere alla possibilità di scontare la pena ai domiciliari in comunità. Tra le toghe prevale lo scetticismo sull’efficacia della riforma. Il procuratore Nicola Gratteri, intervistato da Repubblica, ha avvertito: “Le mafie potrebbero affidare i reati più gravi a persone tossicodipendenti, favorirne l’accesso ai programmi terapeutici e presentare quei delitti come conseguenza della dipendenza”. La giudice Paola Cervo, componente della giunta esecutiva centrale dell’Anm, che ieri era di turno al Tribunale di Sorveglianza, parla di “norma spot. Nel senso che - spiega - in concreto l’impatto non sarà numericamente apprezzabile, non raggiungerà la declamata finalità di svuotare le carceri e dunque non risolverà il problema del sovraffollamento. È una legge manifesto e anche la sua effettiva operatività è differita a quando una commissione centrale avrà deliberato le linee guida nazionali in base alle quali stabilire la correlazione tra la dipendenza e il reato”. Cautela sull’efficacia delle nuove norme anche da parte degli avvocati. “Il giudizio sulla riforma - argomenta il presidente della Camera penale, Marco Muscariello - non può che essere positivo, perché va nella direzione da sempre auspicata dai penalisti ovvero quella di consentire l’accesso alle misure alternative, soprattutto nei confronti di soggetti fragili quali sono i tossicodipendenti. Questo intervento, però - aggiunge Muscariello - non elimina le criticità che una visione “carcerocentrica” del legislatore e spesso della magistratura di sorveglianza, finisce per ampliare, anche in ragione della scarsità delle strutture presso le quali collocare questi soggetti e dei modesti investimenti a queste finalità destinati dal governo”. L’auspicio del presidente della Camera penale “è che il legislatore, ma anche la magistratura di sorveglianza, pongano al centro della loro azione il recupero del detenuto, che passa attraverso un trattamento progressivo che non si attua necessariamente in strutture detentive, perché solo l’accesso alle misure alternative, ove non ci siano casi di pericolosità sociale, riduce concretamente il rischio di recidiva e aumenta nei fatti la sicurezza dei cittadini”. Difende l’impianto della norma il presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato Maurizio Gasparri, di Fi. “Conosco l’attenzione del procuratore Gratteri al tema delle comunità terapeutiche, così come lui conosce il mio impegno. La legge che lui ha criticato non consente scarcerazioni di massa di detenuti tossicodipendenti, ma punta a facilitare percorsi di recupero”, evidenzia, rimarcando che “non c’è alcun automatismo, ma un filtro da parte della magistratura”. La legge prevede espressamente che i magistrati di sorveglianza debbano essere supportati nel lavoro di valutazione delle condizioni necessarie per l’applicazione delle misure dagli addetti all’ufficio del processo. A Napoli però, a fronte di 12 giudici attualmente presenti in organico, sono stati assegnati solo tre addetti, due dei quali sono attualmente in aspettativa, mentre un terzo è adibito a mansioni di cancelleria. “Aspettiamo di vedere in concreto che cosa succederà - conclude la giudice Cervo - ma temo proprio che, quando si sarà spento l’effetto annuncio, nessuno baderà più al fatto che i risultati non sono stati raggiunti”. Riconosciuto l’indennizzo per danno alla salute durante la detenzione di Fabio Fiorentin Il Sole 24 Ore, 24 agosto 2026 Esteso l’ambito del ristoro di norma usato per i reclusi in carceri sovraffollate. Il detenuto che si veda ingiustificatamente negare le cure sanitarie ha diritto a essere indennizzato secondo le procedure di matrice europea. Lo ha stabilito, con una innovativa decisione, depositata il 15 luglio scorso, il magistrato di sorveglianza di Bologna. Il caso affrontato dal giudice riguarda una persona colpita tre volte da ictus, con duplice bypass, alla quale erano state prescritte cure riabilitative, mai effettuate. La questione è stata decisa alla luce degli istituti introdotti nel nostro ordinamento in seguito alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2013 (Torreggiani c. Italia), che presidiano la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute (articolo 35-bis della legge sull’Ordinamento penitenziario, 354/1975) e consentono un indennizzo nel caso di accertata violazione della loro dignità (articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario). Il giudice di sorveglianza - su congiunta richiesta del Pm e della difesa - ha ritenuto che l’amministrazione penitenziaria avesse violato il diritto alla salute del detenuto (tutelato dall’articolo 32 della Costituzione) e la sua dignità personale (articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Cedu), poiché, dopo oltre sei mesi di attesa, non era stato ancora trasferito in un istituto o in un luogo di cura idoneo ad assicurare i trattamenti necessari per la sua patologia. Il magistrato ha quindi accertato la lesione del diritto fondamentale del detenuto a ottenere in tempi ragionevoli le cure e ordinato, in base all’articolo 35-bis dell’Ordinamento penitenziario, il suo trasferimento in un istituto vicino al centro clinico dove avrebbe potuto ricevere il trattamento medico. La decisione affronta anche, con una lettura evolutiva, il tema del risarcimento chiesto dal detenuto per la lesione dell’articolo 3 della Cedu, che vieta trattamenti inumani e degradanti in carcere. Il giudice applica l’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario, che prevede un indennizzo (in forma di riduzione proporzionale della pena ancora da eseguire, o in forma monetaria), se il pregiudizio subito dal detenuto non sia inferiore a 15 giorni e abbia superato la soglia minima di gravità. Questo “rimedio compensativo”, di norma utilizzato per chi è detenuto in carceri sovraffollate (con spazi personali inferiori a 3 metri quadrati), viene ora esteso a un caso in cui la dignità del recluso sia lesa per mancate cure mediche. L’interpretazione è in linea con la giurisprudenza europea, che impone allo Stato di proteggere il benessere fisico delle persone private della libertà personale, che, se disatteso in modo grave e continuativo, comporta la violazione dell’articolo 3 Cedu. La decisione appare, inoltre, coerente con le più recenti pronunce della Cassazione che inquadrano l’indennizzo previsto dall’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario nell’ambito di un giudizio sull’offerta trattamentale complessiva erogata dall’amministrazione penitenziaria, anche a prescindere dal rispetto delle soglie minime di spazio personale nelle celle. L’aspetto risarcitorio, in ogni caso, deve accompagnare ma non sostituirsi all’intervento del magistrato che si avvale dei poteri prescrittivi previsti dall’articolo 35-bis dell’Ordinamento penitenziario per far cessare con immediatezza la violazione dei diritti del detenuto eventualmente accertata. Detenuti violenti, il Sappe ripropone la riapertura di Pianosa e Asinara Il Dubbio, 24 agosto 2026 Capece chiede strutture specializzate e piena applicazione del 14-bis, escludendo automatismi per dipendenze e disagio psichico. Il Sappe chiede al ministro della Giustizia Carlo Nordio di cambiare strategia nella gestione dei detenuti responsabili di aggressioni e gravi eventi critici. La proposta avanzata dal segretario generale Donato Capece è quella di valutare la riapertura degli istituti di Pianosa e Asinara oppure di creare strutture nazionali specializzate, progettate per accogliere un numero limitato di persone ad altissima criticità. Non si tratta, almeno nelle intenzioni dichiarate dal Sindacato autonomo polizia penitenziaria, di introdurre automatismi fondati sul reato commesso, sulla provenienza o sulle condizioni sanitarie del detenuto. Il criterio dovrebbe essere esclusivamente quello dei comportamenti concretamente tenuti durante la detenzione, nel rispetto delle garanzie costituzionali e sotto il controllo dell’amministrazione penitenziaria. “Il carcere non può essere governato dalla legge del più forte”, sostiene Capece, secondo il quale trasferire un detenuto violento da un istituto ordinario a un altro significa solamente spostare il problema, esponendo nuovi agenti e altri reclusi alle medesime situazioni di rischio. Gli strumenti già previsti dall’ordinamento penitenziario - Prima di costruire nuove strutture, il Sappe domanda la piena applicazione degli strumenti già contemplati dalla normativa. Il riferimento è soprattutto all’articolo 14-bis dell’ordinamento penitenziario, che disciplina il regime di sorveglianza particolare per chi compromette la sicurezza o l’ordine degli istituti oppure ricorre alla violenza e alle minacce. Capece richiama anche l’articolo 32 del regolamento di esecuzione dell’ordinamento penitenziario, che consente di destinare a istituti o sezioni apposite i detenuti il cui comportamento richieda particolari cautele. Sono misure differenti dal 41-bis e devono essere applicate attraverso valutazioni individuali, motivate e verificabili. La richiesta del sindacato è quindi di mettere fine alla successione di trasferimenti con cui l’amministrazione tenta frequentemente di gestire le situazioni più difficili. Secondo il Sappe, questa prassi non risolve la pericolosità manifestata all’interno degli istituti, ma la distribuisce sul territorio nazionale. Pianosa e Asinara, una proposta da sottoporre a verifica - Il richiamo a Pianosa e Asinara non equivale a una decisione già assunta dal governo. Capece sollecita uno studio sulla possibilità di utilizzare nuovamente le due strutture insulari, tenendo conto dei costi, delle difficoltà logistiche, dei vincoli ambientali e della necessità di garantire assistenza sanitaria e collegamenti con l’autorità giudiziaria. Qualora questa strada non risultasse praticabile, il sindacato propone di individuare altri siti destinati alla stessa funzione. Le strutture dovrebbero avere sezioni autonome, pochi detenuti, un rapporto elevato tra agenti e persone ristrette, sistemi moderni di videosorveglianza e personale appositamente formato. Dovrebbero inoltre assicurare una presenza sanitaria e psichiatrica stabile, non limitata agli interventi d’emergenza. La destinazione non potrebbe dipendere soltanto dal titolo di reato o da valutazioni generiche. Per il Sappe dovrebbe essere collegata a condotte violente accertate durante la permanenza in carcere e accompagnata da controlli periodici sulla permanenza dei presupposti. Agenti senza strumenti e il rischio degli abusi - Capece denuncia anche le condizioni nelle quali opera quotidianamente la Polizia penitenziaria. Gli agenti, afferma il sindacato, sono spesso chiamati ad affrontare aggressioni senza adeguati strumenti individuali non letali e con il timore che ogni intervento possa trasformarsi in un procedimento giudiziario. La richiesta riguarda dispositivi di protezione, formazione specialistica, protocolli operativi chiari e tecnologie capaci di documentare gli interventi. Il Sappe precisa, tuttavia, che ogni eventuale abuso deve essere accertato e perseguito: il rafforzamento della sicurezza non può tradursi in una riduzione delle garanzie riconosciute alle persone detenute. Dipendenze e disagio psichico non equivalgono alla violenza - Un altro nodo riguarda la presenza nelle carceri di persone con tossicodipendenze o disturbi psichiatrici. Il Sappe avverte che queste condizioni non possono essere automaticamente associate alla violenza. Richiedono piuttosto risposte sanitarie, terapeutiche e sociali che la Polizia penitenziaria non può sostituire. Secondo i dati richiamati da Capece, alla fine del 2025 risultavano 20.767 detenuti con problemi di tossicodipendenza su una popolazione carceraria complessiva di 63.499 persone: quasi uno su tre. Un dato che, per il sindacato, rende indispensabile rafforzare i percorsi di cura e distinguere le esigenze sanitarie dalle condotte che mettono concretamente in pericolo la sicurezza degli istituti. Marco malato non libero di Marcello Pesarini Ristretti Orizzonti, 24 agosto 2026 Marco Bondavalli era uscito dal carcere di Montacuto, Ancona, il 30 dicembre 2025. Una piccola grande battaglia di resistenza che aveva visto lui con la sorella e la madre, e tutti noi di “Morire di carcere” ottenere un risultato ormai insperato. È uscito con la pressione a livelli abnormi, dumping dello stomaco, stepsi, il catetere cambiato ogni 12 ore dai dottori dell’ospedale di Torrette, perché era troppo scomodo per il carcere, il suo ospedale e le 4 residenze adatte alla sua patologia. Il 29 dicembre il magistrato di sorveglianza aveva deciso in suo favore. Al suo fianco c’era stata la parte sana del mondo politico, la senatrice Ilaria Cucchi, il Garante dei detenuti della Regione Marche, la sua avvocata, medici esterni come Vito Totire di Bologna che avevano lavorato gratuitamente per rappresentare la giustizia. È uscito in un anno nel quale sono decedute 238 persone in carcere, di cui 79 per suicidio. Il confine fra morti per suicidio riconosciuto, malattie indotte dalla mala sanità e suicidi indotti o annunciati per mancanza di cure è sempre labile. Avevamo detto assieme al Garante campano Samuele Ciambriello, portavoce anche della conferenza nazionale dei garanti dei detenuti, che i numeri di fine novembre mettono in crisi il sistema penitenziario. “In Italia sono detenute 63.868 persone a fronte di 45.000 posti reali disponibili. La Costituzione è ingabbiata nelle celle” L’aspetto di Marco è quello di molti detenuti, che o dimagriscono moltissimo, oppure sviluppano obesità senza energie, spesso assuefatti ai farmaci. Ma, in una istituzione totale, il 30 dicembre 2025 è stata solo una tappa. Quando si usa questo termine si intende che l’amministrazione penitenziaria è costruita come se dovesse essere sufficiente ai propri compiti da sola. Invece Marco, che col suo nome può rappresentare molti detenuti, ha subito incontrato difficoltà al suo ritorno a Scandiano (RE). Per molte terapie doveva recarsi all’ospedale di Baggiovara (MO), per non incorrere nelle accuse di “simulatore” che si staccava il catetere da solo. In realtà anche nei mesi precedenti lo stesso catetere non rimaneva ancorato causa rottura del palloncino di ancoraggio, ed erano possibili episodi di urosepsi con complicanze affettive, in un soggetto diventato antibiotico resistente e spondilo discoartrosi con lombalgia artritica trattata con Fentanil. Marco è stato arrestato dopo una operazione ai reni dall’esito solo parzialmente favorevole, che aveva deciso di andare a sostenere all’Ospedale di Ravenna. È seguito, dopo un soggiorno altrettanto sofferente al carcere di Piacenza, piantonato da una agente, un provvedimento dell’Ufficio di Sorveglianza di Reggio Emilia del 24.6.26 di nuova sospensione della detenzione domiciliare, ed infine è stato arrestato il 27 luglio mentre si nascondeva in un sottoscala di un palazzo di Modena. “Nessuno tocchi Caino” è il nome di un’associazione fra le più attive in Italia, la cui presidente è Rita Bernardini, già deputata e membro di Antigone. Ma è anche una scelta che non deresponsabilizza i detenuti e i loro cari, bensì un invito alla riconsiderazione umana di chi, sballottato da un servizio come il SAI che non esiste su molti territori, è legato di nuovo al carcere di Modena dal quale si deve muovere fino a tre volte al giorno in direzione di quello di Baggiovara sempre per il catetere, di chi non è adatto alla permanenza in luogo di detenzione causa bypass gastrico, perdita di vista da un occhio, anemia, è costretto in sedia a rotelle, e dovrà attendere il 3 novembre 2026 per la udienza definitiva del Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Così si esprimono i collaboratori dello sportello di “Morire di carcere”, dell’Associazione Yairahia Onlus con Luna Casarotti, l’avvocata impegnata al momento, la deputata Stefania Ascari che presentò in marzo un’interrogazione sulla assurda convivenza del detenuto con le istituzioni che lo hanno visto rinchiuso: ha significato l’accanimento legislativo e burocratico nei confronti di chi si può essere mosso anche insensatamente come preda braccata, oppure ha più significato un permesso di muoversi nella propria Regione, l’Emilia Romagna, alla ricerca di luoghi di cura che stemperino i sentimenti e forse anche le malattie? Falcone, l’estraneo al partito dell’antimafia di Gian Domenico Caiazza Il Foglio, 24 agosto 2026 Combattere Cosa nostra senza venir meno allo stato di diritto: la lezione inascoltata da prima di Capaci. Ora Travaglio prova a screditare il giudice, che fu delegittimato già in vita proprio dal Politburo dell’antimafia, per difendere Ranucci. Non vi è nulla di sorprendente nella sortita con la quale Marco Travaglio, per legittimare le frequentazioni “fraterne” e famigliari tra l’amico Ranucci e Lavitola, ha tirato dentro il povero Giovanni Falcone. Questi, per aver diretto l’ufficio Affari penali del ministero della Giustizia su chiamata del ministro Guardasigilli Martelli nel governo Andreotti, nella logica binaria di Travaglio deve intendersi alla stregua di un fraterno frequentatore del divo Giulio colluso con la mafia, né più né meno come Ranucci con Lavitola in osteria. Ha provveduto Maria Falcone a dire a Travaglio ciò che egli merita. A me interessa sottolineare la assoluta razionalità, la euclidea consequenzialità di questa sortita. Giovanni Falcone, simbolo ed interprete della più virtuosa lotta dello stato contro la criminalità mafiosa, non è mai stato amato dal plumbeo, minaccioso e soprattutto autoproclamato Politburo del P.U.A., Partito Unico dell’Antimafia. Certo, la sua storia personale e professionale, e il suo tremendo martirio, non consentono di espungerlo, come in tanti preferirebbero, dall’Olimpo dei veri eroi civili del contrasto alle mafie. Impossibile. Tuttavia, come bene - e non a caso - ha voluto ricordare la sorella Maria, gli autonominatisi dirigenti del P.U.A., in sinergia con avversari di vario segno, lo hanno in ogni modo contrastato e perfino denigrato già in vita (“il magistrato più trombato d’Italia”, ironizzò con amarezza Maria Falcone). La colpa irredimibile, agli occhi del Politburo antimafia, fu proprio quella cui oggi Travaglio allude velenosamente per difendere Sigfrido, che valse già allora a Giovanni Falcone una astiosa e subdola delegittimazione. L’avv. Alfredo Galasso, uno dei primi e più attivi dirigenti del P.U.A., lo aggredì verbalmente in una memorabile puntata dedicata alla lotta alla mafia, condotta da Maurizio Costanzo e Michele Santoro (“Falcone farebbe bene ad andarsene dai palazzi, l’aria non gli fa proprio bene”), parole accolte dagli scroscianti applausi del popolo bue, mentre il galantuomo cercava di difendere la dignità del proprio lavoro al servizio dello stato, con uno sguardo smarrito e sgomento che ancora oggi, a rivedere quel video (fatelo, per favore), mette i brividi. Poco prima Leoluca Orlando lo aveva accusato di difendere Salvo Lima (ma lui almeno, dopo la strage, se ne scusò pubblicamente). Insomma, in una puntata dedicata alla lotta alla Mafia, Giovanni Falcone assunse paradossalmente il ruolo dell’imputato, messo all’indice da quegli inflessibili censori: una fotografia perfetta di quale aberrante anomalia seppe cogliere Leonardo Sciascia denunziando il “professionismo dell’antimafia”. Meno scomposto, ma non meno velenoso, Corrado Augias (12 gennaio 1992) gli rivolge in tv questa domanda: “Noi forse l’abbiamo un po’ mitizzata… adesso che sta al ministero…non vorrei dire che ci ha un po’ deluso negli ultimi tempi, ma sicuramente è cambiato: Lei ne è consapevole?”. Sei mesi dopo verrà trucidato con moglie e scorta a Capaci. Fu solo quell’incarico al ministero la sua colpa? Macché. Quella davvero imperdonabile, agli occhi del Politburo antimafia e dei manettari di ogni risma, è che Giovanni Falcone seppe dimostrare che si può essere letali ed implacabili nemici della mafia, fino al prezzo della vita, senza venire meno ai princìpi liberali della Costituzione e dello stato di diritto. Le tracce sono inequivocabili, come ha ben ricordato il direttore di questo quotidiano solo qualche giorno fa: “La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”; “A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nell’assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili”. Non solo: fu sostenitore esplicito, sin dal varo della riforma Vassalli, della separazione delle carriere, verità che ovviamente il fronte del No ha istericamente provveduto a negare - e continua a negare, come ancora pochi giorni fa il presidente dell’Anm dott. Tango - con un impegno mistificatorio senza precedenti, contro le più insuperabili evidenze documentali, scritte e in voce. Tra le tante, Repubblica 3 ottobre 1991: “Il pm nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela con il giudice e non deve essere, come invece è oggi, una specie di para-giudice… Avendo formazione e carriere unificate … sono in realtà indistinguibili”, mentre invece essi devono essere “due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nelle carriere”. Quindi, di cosa dovremmo stupirci? Falcone è avvertito come un corpo estraneo, se non addirittura ostile, dal Politburo del P.U.A. Per capirci, Falcone crea a costoro più disagi di quanti non ne possa provocare, chessò, un personaggio come Giorgio Bongiovanni, l’attivista antimafia spesso protagonista di eventi pubblici in compagnia del gotha del Politburo, sebbene egli svolga i suoi focosi interventi con le mani fasciate per coprire le stimmate a suo dire ricevute direttamente dalla Vergine Maria a Fatima nel 1989. Bongiovanni, d’altronde, ci informa di essere in quotidiano contatto con la Madonna e con Gesù, e soprattutto con i vertici di superiori civiltà extraterrestri (si chiamano, ci assicura, Setun Shenar, il fratello Ithacar, Adoniensis e Adonis). Forte di questo background, egli ci assicura che la mafia, alimentata da massonerie internazionali e servizi segreti deviati di ogni fatta, che assumono volti e fattezze di ogni sorta di “poteri forti”, sarà infine sconfitta dalla imminente, seconda venuta in terra di Cristo. E già che si trova, ci ammonisce circa la vera ragione della guerra in Ucraina, e cioè l’accumulo di armi inutilizzate per miliardi di dollari (“lo ha detto anche Gratteri”, precisa premuroso, e quindi ci sentiamo tutti in una botte di ferro), un traffico mondiale che accomuna Putin “per ragioni messianiche”, Trump “per ragioni affaristiche”, e soprattutto Zelensky “fantoccio di tutto il potere mondiale dell’anticristo, traffico di armi, di organi, lo schifo mondiale dell’anticristo” (fonte: intervista ad Arcoiris, 29 agosto 2025). Per poi concludere, ma tu guarda un po’, che per l’intanto dovremmo “riprendere la partnership con la Russia, ricomprare il gas russo”. Un tipino con tutte le credenziali in regola, insomma. Ecco, queste sì che sono frequentazioni giuste, altro che la direzione Affari penali del ministero di Giustizia. Un po’ pittoresche, d’accordo, ma nella sostanza ortodosse, lucide, appassionate, incrollabilmente dalla parte del Bene contro il Male. Antimafia in purezza, senza quelle ambiguità e debolezze garantiste e pseudo liberali sulle quali soleva deragliare, troppo spesso purtroppo, Giovanni Falcone, non certo a caso sodale governativo del Divo Giulio. Con tutto il rispetto per la sua memoria, s’intende. Sicilia. I Garanti dei detenuti: “Situazione drammatica nelle carceri” ansa.it, 24 agosto 2026 “Da Ferragosto a Messina c’è una detenuta con il figlio di 18 mesi”. I Garanti dei detenuti di Messina, Palermo e Siracusa segnalano “nell’indifferenza delle istituzioni, la situazione drammatica degli istituti di detenzione”. Dietro le sbarre della casa circondariale di Gazzi da Ferragosto - dicono - c’è un bambino di appena diciotto mesi, recluso insieme alla sua mamma - dicono - È necessario un intervento immediato da parte delle autorità competenti”. “Un neonato non può vivere in una cella - dicono. La situazione è ancora più grave se si guarda al contesto in cui questo bambino è costretto a crescere. Il sovraffollamento della struttura aggrava ulteriormente i problemi della sanità penitenziaria. Serve un atto di responsabilità immediato per garantire a questa madre e, soprattutto, a questo bambino, condizioni di vera dignità e umanità fuori da una cella”. Pino Apprendi (Palermo), Lucia Risicato (Messina e Giovanni Villari (Siracusa) fanno appello alla magistratura di Sorveglianza, al Dap e al Tribunale per i minorenni di ordinare subito una misura alternativa, il trasferimento in un Istituto a custodia attenuata o l’inserimento in una casa famiglia protetta, togliendo immediatamente il bambino dalle sbarre. “La vampa di calore estivo - spiegano i garanti - determina l’estenuazione dei detenuti e del personale di polizia penitenziaria. Pressoché impossibili sono per i ristretti i passeggi all’aria aperta, che possono svolgersi solo nelle ore più calde. Il binomio esiziale sovraffollamento-calura genera picchi di stress e malumori generalizzati. Nel carcere di Cavadonna i detenuti del circuito A.S. hanno iniziato da venerdì uno sciopero della fame. Disordini si sono registrati anche nelle carceri di piazza Lanza a Catania e nella casa circondariale di Gazzi a Messina”. “La gravità della situazione è confermata da taluni casi - affermano - in cui persone con evidenti fragilità psichiatriche, restano a dormire all’aperto nei cortili o in stanze completamente prive di suppellettili, in condizioni igieniche e personali totalmente disumane. Negli istituti mancano dentisti, oculisti, cardiologi e persino i medici di turno rispetto alle esigenze attuali”. Messina. Il bimbo nel carcere di Gazzi e l’assenza di case-famiglia dove scontare la pena di Marco Olivieri tempostretto.it, 24 agosto 2026 Da anni la legge che prevede strutture di comunità viene ignorata. E il carcere continua a essere considerato solo in termini di emergenza. Ogni tanto si squarcia il velo del silenzio sul carcere. Su quanto sia inadeguato in termini di rieducazione della pena, calpestando i principi costituzionali. La recente vicenda del bimbo di 18 mesi sofferente per il caldo nel carcere di Gazzi è servita pure a riflettere su tante situazioni che spesso ignoriamo. Nel mese di giugno così scriveva sui social l’associazione “Antigone”: “Sono 30 i bambini in carcere con le loro madri. Erano anni che non si registravano numeri così alti. Un anno fa erano 11. Si tratta di un effetto diretto del decreto sicurezza, che ha cancellato il rinvio obbligatorio della pena per le donne incinte o con figli piccoli. Come se la sicurezza del Paese passasse da una manciata di donne. Da anni in Italia una legge prevede la costruzione di case famiglia dove far scontare la pena, evitando così che bambini piccoli debbano iniziare la loro vita dentro un carcere. Ma è una legge senza finanziamenti e senza nessun impegno obbligatorio”. Nel frattempo, in merito alla notizia messinese, Nunzio Signorino, presidente di Genitori per Sempre, sostiene: “Pur apprezzando l’impegno dei Garanti e della comunità locale nel reperire condizionatori portatili per alleviare il disagio, la prima domanda che le istituzioni preposte devono porsi non è come rendere sopportabile la cella, ma se esistano alternative concrete al carcere per il bambino. Ci chiediamo se, prima di confermare l’ingresso del piccolo in struttura, sia stata effettuata una verifica prioritaria sulla presenza, disponibilità e idoneità del padre o della rete familiare genitoriale per accoglierlo”. “Un condizionatore attenua il caldo, ma non trasforma una struttura detentiva in una casa”, prosegue Signorino. “La figura paterna deve essere considerata una risorsa primaria. Ferme restando le opportune e doverose valutazioni dei magistrati sui singoli casi specifici, riteniamo che il diritto di un figlio a crescere in un contesto familiare sano e a mantenere la continuità con il proprio padre debba prevalere su qualsiasi soluzione tampone. Il carcere per un bimbo di 18 mesi deve rappresentare soltanto l’estrema ratio, dopo aver accertato l’impossibilità di ogni altra via”, viene sottolineato. Tuttavia, una soluzione di comunità, come le case famiglia, potrebbe aiutare a far sì che il bambino continui ad avere un rapporto quotidiano con il genitore che deve scontare la pena. Ma la politica è colpevolmente lontana da questi temi, scomodi sul piano elettorale. Al contrario, ci si occupa del problema solo quando si accendono i riflettori sulle violenze in carcere a Messina e ovunque in Italia. Occorre invece una profonda riforma perché, al di là del caso del singolo Istituto, quasi sempre il carcere contraddice i principi della Costituzione, non puntando al recupero di chi è ristretto e non favorendo il reinserimento del detenuto nella società. Queste le recenti parole della senatrice Ilaria Cucchi: “Di carcere si parla poco e se ne parla male. È un tema di cui sento parlare fin da bambina, eppure, da allora a oggi, quasi nulla è cambiato. Lo ripeto spesso: se le persone potessero vedere con i propri occhi quello che vedo io ogni giorno durante le visite e le ispezioni negli istituti, le cose cambierebbero. Se tutti sapessero cosa c’è dietro quelle sbarre, avremmo finalmente un dibattito politico all’altezza della complessità e dell’urgenza che questo tema richiede”. Alba (Cn). “Le Case di lavoro sono una polveriera”: reazioni dopo il ferimento di 5 agenti di Sandro Marotta La Stampa, 24 agosto 2026 Antigone Piemonte: “Rispetto alle carceri ordinarie c’è una grande incertezza dei tempi di permanenza degli internati e questo crea sofferenza aggiuntiva”. Quarantuno persone confinate per anni in un luogo dove in teoria si dovrebbe lavorare, ma in realtà il lavoro manca, e dove le 4 ore a settimana di sedute psichiatriche non riescono a curare un disagio che diventa la norma. È la realtà quotidiana della Casa di lavoro di Alba, dove giovedì, secondo quanto comunicato dalla polizia penitenziaria, ci sono stati episodi di tensione. I fatti: un internato (così si chiamano le persone in Casa di lavoro) ha tirato un calcio a un cancello di una sezione. Alcuni agenti sono intervenuti, ne è nato un momento di strattoni e spinte. Poco dopo i reclusi hanno aperto un cancello di sezione e spintonato gli agenti, 5 di questi sono rimasti feriti. È quanto riferito da una nota del sindacato Osapp, che però non spiega perché sia nato il tutto e nemmeno il contesto in cui è maturato. Dal 2021 Alba è l’unica Casa di lavoro del Piemonte, ospita 41 persone e non è sovraffollata. Si tratta di quelle strutture (9 in Italia) in cui vengono confinate persone che hanno già scontato una pena, ma sono comunque ritenute pericolose per la società. Non sono un vero e proprio carcere, ma nemmeno una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Spesso ci finiscono persone con disturbi mentali o tossicodipendenza. L’obiettivo dovrebbe essere la rieducazione e il reinserimento tramite il lavoro. Le critiche a queste strutture non mancano. “Si parla di una doppia pena degli internati - spiega Daniela Ronco, osservatrice di Antigone Piemonte -, perché rispetto alle carceri ordinarie c’è una grande incertezza dei tempi di permanenza. È vincolata alla valutazione della pericolosità sociale e, se viene riconfermata come spesso accade, la persona rimane lì. L’incertezza causa sofferenza aggiuntiva”. Uno dei paradossi è che “nelle visite notiamo che spesso in questi luoghi il lavoro manca - racconta Ronco -. Perché si fa fatica ad attirare datori di lavoro esterni, poi nel caso di Alba c’è una grossa mancanza di spazi dedicati al lavoro. In più c’è il nodo centrale delle persone da inserire: gli altissimi tassi di patologie psichiatriche, spesso abbinati a storie di dipendenze”. Le cure mediche? “Ad Alba, secondo l’ultima visita a dicembre, c’erano 4 ore di psichiatra a settimana a rotazione, per una cinquantina di internati. Ovviamente il consumo di psicofarmaci era altissimo”. Conclude: “Il clima generale degli istituti penitenziari è teso, tra caldo, sovraffollamento, attività che cessano, colloqui che diminuiscono. La conflittualità è il risultato di una sofferenza diffusa. Nelle Case di lavoro tutto si concentra e le fa diventare una polveriera”. Lecco. Il Garante: “Domiciliari per i tossicodipendenti, una misura che non svuoterà le carceri” di Caterina Franci lecconotizie.com, 24 agosto 2026 Una nuova possibilità per i detenuti con problemi di tossicodipendenza o alcoldipendenza, ma anche molti interrogativi sulla sua concreta applicazione. Entra in vigore la norma che consente, in determinate condizioni, di scontare la pena in strutture residenziali o semiresidenziali dedicate al recupero dalle dipendenze, anziché in carcere. Una misura che punta a favorire percorsi terapeutici alternativi alla detenzione, ma che, anche a Lecco, suscita forti perplessità. Non nasconde i dubbi Lucio Farina, garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Lecco, che conosce da vicino sia la realtà carceraria sia quella delle comunità terapeutiche. “Come la vedo? Sinceramente non la vedo - commenta Farina -. Sono piuttosto scettico. Trovo pericoloso e preoccupante trasformare una fragilità in una condizione premiante”. Napoli. Casoria, uno Sportello per gli ex detenuti nella città aperta al riscatto di Elena Petruccelli Il Mattino, 24 agosto 2026 Voglia di riscatto e di sentirsi utili per la comunità. Sono questi i sentimenti che accomunano il percorso di reinserimento di chi vive o ha vissuto l’esperienza del carcere, avere una seconda possibilità, di quelle che possono davvero salvare il significato della propria vita e ti danno la forza per ricominciare. A Casoria nasce il primo Sportello Reinserimento Detenuti, Spo. R.D., gestito insieme ad istituzioni e Terzo settore. Il frutto di un accordo tra l’assessorato alle Politiche sociali e l’associazione (R)esistenza Anticamorra. Un servizio a costo zero per il Comune, per l’orientamento e la costruzione di percorsi individuali di reinserimento lavorativo per ex detenuti e per chi sta scontano pene alternative al carcere. Un progetto coltivato dall’esperienza ventennale dell’associazione di Ciro Corona e fiorito grazie all’incontro con l’assessore Salvatore Iavarone e l’amministrazione comunale targata Raffaele Bene. Uno strumento sociale finalizzato nel loro impiego in attività di utilità sociale, di bonifica, recupero e valorizzazione di spazi comunali in disuso, come appunto i parchi, ma anche di servizi alla persona. Quest’anno l’attività celebra i 14 anni a Scampia, dove si sta lavorando con circa trenta detenuti, sia uomini che donne, commenta Ciro Corona presidente di (R) esistenza Anticamorra: “Occorreva coraggio politico e Casoria ha risposto subito sì. Se vogliamo puntare al cambiamento dei nostri territori bisogna puntare ad una bonifica sociale e culturale prima di tutto, a dare strumenti concreti e opportunità per chi sceglie di dare una sterzata alla propria vita e impegnarsi per riscattare la propria città. Gli irrecuperabili non esistono e non esistono territori senza speranza. Bisogna restituire alla società civile la responsabilità del cambiamento, attraverso la militanza, partendo dagli “ultimi”“. La prima missione individuata per le persone da reinserire sarà la bonifica del parco Boccaccio, un’area destinata ad attività per bambini disabili, insieme alle loro famiglie. Spiega Salvatore Iavarone, assessore alle Politiche sociali: “Nella nostra visione di Politiche Sociali c’è spazio per tutti e c’è la volontà di non lasciare nessuno indietro. E lo faremo con un progetto che oltre al recupero dei detenuti, pensa a creare spazi per i bambini autistici, un doppio progetto sociale in una sola azione concreta”. Già nei primi giorni di settembre le persone selezionate potranno iniziare a lavorare, partendo dalla bonifica dello spazio verde in via Boccaccio affidato all’associazione Genia, per le attività dei bimbi autistici, come approvato in una delibera dello scorso luglio. Si partirà con detenuti già impiegati nello Spord di Scampia, nell’attesa che possano partire ed essere autorizzate dal Tribunale competente, le richieste dei cittadini di Casoria, che vorranno impegnarsi sul proprio territorio. Le famiglie dei detenuti o gli interessati stessi potranno rivolgersi ad uno sportello per informazioni, per colloqui e adesioni potranno scaricare l’apposito modulo dal sito www.resistenza.net, oppure inviare un messaggio al numero WhatsApp 3805827304. Democrazia, passione per la persona di Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà* Corriere della Sera, 24 agosto 2026 Il vero senso della sussidiarietà: la messa a sistema del contributo di tutti, realtà sociali, istituzionali ed economiche, che coordinano le loro azioni in funzione del bene comune, creando un ecosistema in cui ogni soggetto trova il proprio ruolo. Quest’anno l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà sarà presente al Meeting di Rimini con due incontri: “Il futuro del welfare a vent’anni dal 5x1000” il primo, “La democrazia non va in vacanza. I primi ottant’anni della Repubblica” il secondo. C’è un filo rosso che unisce i due incontri e che da sempre caratterizza la vita della democrazia nel nostro Paese: una passione per la persona, che si documenta nell’attenzione per i più deboli, per i più fragili. È questa l’eredità che ci hanno consegnato le donne e gli uomini dell’Assemblea Costituente, il principio vitale della nostra Carta fondamentale che attraversa e accomuna tutti i partiti, pur nel legittimo e anche duro confronto politico. A ottant’anni dalla nascita della Repubblica questo lascito culturale, questa “tradizione” è anche un compito. Quella di inserire i diritti etico-sociali in Costituzione fu una scelta contrastata, ma — come ha detto il presidente Mattarella — “L’esperienza di ottant’anni ha mostrato la rilevanza di quella scelta: si affermavano i diritti sociali”. La nostra storia, infatti, ci dice che una democrazia compiuta non è solo una questione “della politica” ma una vicenda che riguarda tutti: i singoli, i partiti, i corpi sociali. Per una costruzione sociale e civile che, insieme a quella istituzionale, dia una prospettiva al Paese, il senso della sussidiarietà è tutto qui. La rifondazione della politica potrà realizzarsi solo con una grande ripresa di attività dei partiti politici in dialogo con corpi intermedi che sono quotidianamente esempio di creatività, energia, idee e iniziative, tentativi di risposta ai bisogni dei cittadini incontrabili e verificabili nella loro efficacia. Noi pensiamo che non ci sia democrazia sostanziale senza protagonismo sociale e senza la valorizzazione della pluralità culturale e politica che la nostra società esprime. Da questa convinzione condivisa vent’anni fa è nato il 5x1000, che ha dimostrato di essere molto più di una scommessa, ma si è rivelato invece il riconoscimento di un pilastro della nostra vita comune (ormai ben 18 milioni e mezzo di contribuenti fanno la scelta del 5x1000) tanto da rendere necessario l’innalzamento del tetto del fondo ad esso destinato e il suo adeguamento annuale in base alle scelte operate dai cittadini. Se è vero — come abbiamo detto — che il cuore della democrazia è la passione per la persona, allora noi pensiamo che non ci sia democrazia compiuta senza istruzione, welfare e sanità universali, come documentano i Rapporti annuali della Fondazione per la Sussidiarietà (segreteria scientifica dell’Intergruppo insieme alla Fondazione PwC). Discende da qui la nostra costante iniziativa per una effettiva libertà di educazione, dalla legge Berlinguer del 2000 a quella sulle non cognitive skills del 2025, al riconoscimento del ruolo educativo degli enti del terzo settore, alle iniziative di protezione degli adolescenti dall’invasività del mondo digitale, alla recente istituzione del buono scuola. La lotta allo spreco alimentare in cui molti di noi sono impegnati è un esempio del passaggio da un welfare state a una welfare society che riteniamo sempre più urgente e necessaria. Il riconoscimento e il sostegno delle attività sportive ed educative degli oratori che altri fra noi hanno portato avanti è un’altra testimonianza dell’interazione della politica con la società in vista di un bene comune. La legge, a cui stiamo lavorando, per l’istituzione delle misure di compensazione territoriali per le grandi opere (per capirci: non solo costruire scuole e rotatorie ma anche erogare contributi a realtà sociali, educative e sanitarie operanti sul territorio interessato dall’infrastruttura) è forse il passo culturalmente più significativo dell’abbandono di una visione assistenzialistica del terzo settore, a favore del suo coinvolgimento in una logica di vera cooperazione. È questo il vero senso della sussidiarietà: la messa a sistema del contributo di tutti, realtà sociali, istituzionali ed economiche, che coordinano le loro azioni in funzione del bene comune, creando un ecosistema in cui ogni soggetto trova il proprio ruolo. Per le forze politiche, questo significa riannodare i legami con le comunità intermedie, evitando il progressivo distacco dalla realtà delle persone. Solo un’integrazione tra politica e corpi sociali potrà evitare la deriva della rappresentanza e restituire solidità al sistema democratico. Allora ha senso celebrare gli ottant’anni della Repubblica. *Firmatari: On. Maurizio Lupi, presidente, On. Elena Bonetti, Sen. Guido Castelli, On. Alessandro Cattaneo, On. Ilaria Cavo, On. Alessandro Colucci, Sen. Stefania Craxi, On. Paola De Micheli, Sen. Graziano Delrio, On. Giovanni Donzelli, Sen. Annamaria Furlan, On. Maria Chiara Gadda, Sen. Massimo Garavaglia, Sen. Maurizio Gasparri, Sen. Mariastella Gelmini, Sen. Beatrice Lorenzin, On. Lorenzo Malagola, Sen. Simona Malpezzi, On. Luigi Marattin, On. Marco Osnato, On. Nazario Pagano, Sen. Raffaella Paita, Sen. Stefano Patuanelli, On. Fabio Rampelli, Sen. Massimiliano Romeo, On. Ettore Rosato, Sen. Giusy Versace Élite che peccano d’ignoranza di Angelo Panebianco Corriere della Sera, 24 agosto 2026 Anche chi ha posizioni apicali è a volte superficiale. Con effetti “tossici” sull’opinione pubblica. Ci si lamenta continuamente dell’ignoranza e della superficialità, unite ad eccessi di aggressività e, spesso, di volgarità (che sono le compagne dell’ignoranza e della superficialità) che caratterizzerebbero i nostri tempi, che avrebbero ormai irrimediabilmente infettato la nostra vita pubblica. Di volta in volta, se ne attribuiscono le responsabilità ai social, alle carenze del nostro sistema di istruzione, al sistema della comunicazione, eccetera. Ma, per lo più, ci si dimentica di ricordare il ruolo delle élite, di come certe componenti di tali élite contribuiscano ad infantilire i nostri dibattiti pubblici e ad amplificare quei difetti di cui ci si lamenta. Ci si dimentica del fatto che è fin troppo facile prendersela con l’ignoranza dell’uomo comune. L’ignoranza delle élite, l’ignoranza che in certi casi esibiscono persone che vengono qualificate come appartenenti alle élite, è probabilmente molto più tossica e causa danni maggiori. Se per ignoranza, in questo contesto, si intende l’assenza di conoscenze adeguate su un qualunque oggetto di interesse pubblico unita all’infondata convinzione di possedere quelle conoscenze e se, per élite, in modo del tutto neutro, si intende l’insieme di coloro che occupano posizioni apicali, di vertice, nelle professioni che più influenzano il pubblico, allora qualcosa di interessante al riguardo si può forse osservare. Quando è dell’ignoranza delle élite che ci si occupa occorre considerare che ne esistono due principali tipi o sottotipi. Il primo ha a che fare con un fenomeno banale, banalissimo. Il secondo sottotipo banale non è. Ed è anche quello che forse esercita, sull’opinione pubblica, le influenze più negative. Il primo sottotipo riguarda l’ignoranza di personaggi pubblici vari che hanno il problema di lisciare il pelo ai loro followers. Sono quelli che devono “schierarsi” in favore di qualsiasi nobile causa o presunta tale. Senza avere minimamente approfondito (studiando, documentandosi) l’argomento. Non conosco personalmente Francesco de Gregori anche se ne apprezzo le canzoni. Ho sempre pensato che fosse una persona intelligente. Le sue dichiarazioni di qualche tempo fa sul fatto di non ritenere suo dovere schierarsi su questo o su quell’argomento ne sono una conferma. Tutti quelli che “io sono un artista e dunque non posso non schierarmi” lo fanno, per lo più, per calcolo (“piace al mio pubblico”). Alcuni lo fanno forse per empatia, per affinità culturale con il loro pubblico o, semplicemente, per conformismo. O per una combinazione di questi motivi. Sarebbe fiato sprecato dire loro: “Vuoi schierarti? Benissimo, fallo. Ma, prima, studia a fondo l’argomento”. Il secondo sottotipo dell’ignoranza dell’élite è più interessante. È l’ignoranza del colto, della persona competente, spesso una vera e propria eccellenza, in uno specifico settore e che, forte della sua autorevolezza in quel settore, sputa sentenze su temi su cui competenza non ha. L’aspetto davvero interessante è che quando costui prende posizione su ciò che non conosce esibisce le stesse granitiche certezze che ha il ragazzino sprovveduto quando, sui social, espone i suoi pensieri sullo stato del mondo. Il colto diventa indistinguibile dal non colto. Tranne che per l’eloquio. È un fenomeno di cui dovrebbero occuparsi gli psicologi. Per capire come mai si produca un simile corto circuito mentale. Il colto, specialista di una qualunque disciplina, quando maneggia le cose che sa, lo fa nella consapevolezza della complessità dell’argomento, conosce ciò che ne dicono le diverse scuole di pensiero (talvolta, è lui stesso figura preminente di una qualche scuola), padroneggia ogni sfumatura, è aggiornatissimo sulla letteratura più recente, conosce ogni tesi e, per ogni tesi, le obiezioni e le contro-obiezioni. Ma questo senso della complessità e della problematicità dei temi di cui è uno specialista, troppo spesso, si ferma ai confini della sua specializzazione. Appena varca quei confini, appena si mette a parlare di altre cose, senso critico e senso della complessità svaniscono. In lui convivono il dottor Jeckyll e mister Hyde. Così come si può solo imparare leggendolo quando scrive di ciò che sa, fa cadere le braccia quando si esibisce su temi che sono al di fuori dalla sua specializzazione. Sicuramente l’ignoranza esibita dalle élite influenza il più vasto pubblico. Non è una novità. Nella prima metà del XX secolo, tanto il sociologo Vilfredo Pareto quanto il filosofo José Ortega y Gasset scrissero parole pungenti sulla capacità di intellettuali famosi di influenzare l’opinione pubblica su questioni di cui sapevano poco o nulla. L’interazione fra l’ignoranza dell’elite e quella generata o amplificata dai nuovi modi di comunicazione ha un impatto negativo sulla democrazia, ne infetta i dibattiti pubblici. Tutti, ovviamente, in una democrazia, hanno il diritto di dire la loro su qualunque argomento di interesse pubblico. Ma da chi pretende, per la posizione che occupa, di influenzare l’opinione pubblica, è lecito attendersi sobrietà. Oltre che conoscenze adeguate su ciò di cui parla. È lecito attendersi che egli coltivi il dubbio, che sappia trasmettere a quelli che non dispongono degli strumenti culturali di cui egli dispone il senso della complessità dei problemi pubblici (di tutti i problemi pubblici). L’opinione pubblica ha diritto di non essere ingannata. La inganna chi pretende di venderle ricette semplici su cose complicatissime. C’è un modo infallibile per identificare l’ignorante (quale che sia il suo livello di istruzione o la posizione che occupa). È colui che non ha dubbi, non usa mai formule dubitative, esibisce solo certezze. Nel tribunale dei social una bugia ripetuta diventa normalità: fermarsi e riflettere è già ribellarsi di Raffaele Galardi Il Fatto Quotidiano, 24 agosto 2026 Non condividere subito. Non insultare. Non credere alla prima storia che ci viene raccontata. Fare una domanda. Chiedere una prova. Il vero pericolo non è soltanto il singolo odiatore. È quando la rabbia diventa organizzazione, l’organizzazione diventa consenso e il consenso comincia a sembrare verità. C’è una cosa che sui social abbiamo imparato molto bene: a raccontarla per primi, una storia, spesso si vince. Non importa nemmeno che sia vera. Importa che funzioni. Bastano una vittima, un cattivo, un po’ di indignazione e qualcuno disposto a battere il primo colpo. Il resto viene da sé. La gente legge, si schiera, commenta. Qualcuno mette un cuore, qualcuno aggiunge un insulto, qualcun altro tira fuori una vecchia storia che non c’entra niente, ma che serve a sporcare ancora un po’ la faccia di quello che è stato indicato come il nemico. In pochi minuti una persona può diventare un mostro. Senza processo, senza prove e senza che nessuno si sia preso la briga di chiedere: “Ma esattamente, che è successo?”. È il tribunale dei social. E nei tribunali, si sa, conta molto chi parla per primo. La cosa più perversa è che spesso il carnefice non si presenta come carnefice. Si presenta come vittima. Prima ti colpisco, poi racconto che sei stato tu a farmi male. Prima ti delegittimo, poi dico che mi hai costretto a reagire. Prima costruisco il branco, poi racconto che ho paura del branco. E funziona, perché abbiamo una fame enorme di storie semplici: uno ha ragione, uno ha torto, uno è buono, uno è cattivo. Fine. La vita, però, non funziona così. È piena di sfumature, responsabilità, errori, cose dette male e cose capite peggio. Sui social, invece, la sfumatura dura meno di un secondo. L’indignazione fa clic. E dietro molti di questi linciaggi digitali non c’è nemmeno l’improvvisazione. C’è una chat. Una chat privata, magari piccola, dove qualcuno decide che bisogna far passare un certo messaggio. Uno recupera una vecchia fotografia, un altro uno screenshot, un altro suggerisce cosa scrivere: “Non attaccarlo direttamente”, “Fai passare il concetto”, “Di’ che fa sempre la vittima”. E così il lavoro viene distribuito. Uno pensa, uno scrive, uno pubblica, gli altri arrivano. Il branco è già pronto. La chat è il retrobottega della piazza. Poi, quando il branco scende in strada, sembra tutto spontaneo. Il pubblico vede cinquanta persone che dicono la stessa cosa e pensa: “Se lo dicono tutti, qualcosa di vero ci sarà”. No. Magari c’è soltanto una bugia raccontata cinquanta volte. E una bugia, quando viene ripetuta abbastanza, non diventa vera: diventa normale. Non ti devono convincere che sei colpevole. Devono soltanto fare in modo che gli altri smettano di considerarti credibile. Non discutono quello che dici, discutono chi sei. Se dici una cosa scomoda, sei invidioso. Se reagisci a un’aggressione, sei aggressivo. Se racconti di essere stato attaccato, sei un vittimista. Se provi a difenderti, sei un narcisista. Alla fine non importa più quello che è successo. Importa il personaggio che hanno costruito. È qui che torna Camus: “Io mi ribello, dunque esisto”. Oggi quella frase sembra parlare direttamente a noi. Ribellarsi non significa necessariamente urlare più forte. A volte significa semplicemente dire no. No, questa storia non è andata così. No, non accetto che una folla sostituisca i fatti. No, non accetto che la tua versione diventi vera soltanto perché hai trovato cento persone disposte a ripeterla. Il problema è che anche la ribellione può essere trasformata in una colpa. Se reagisci, sei rancoroso. Se protesti, sei ossessionato. Se continui a parlare, sei un vittimista. Se non lasci correre, “te la sei presa troppo”. È un gioco perverso: prima ti provocano, poi aspettano la tua reazione e infine usano proprio quella reazione come prova contro di te. Basta una frase sbagliata, una risposta dettata dalla rabbia, una parola di troppo. Quella viene fotografata, isolata, condivisa. Tutto ciò che è venuto prima sparisce. Rimane soltanto la tua reazione. Così il carnefice riesce a diventare vittima: non deve dimostrare di essere innocente, deve soltanto riuscire a farti apparire peggiore di lui. E il branco serve proprio a questo. Non soltanto ad attaccare, ma a dare coraggio a chi, da solo, forse non avrebbe il coraggio di fare nulla. È facile insultare quando sai che altri cinquanta stanno facendo la stessa cosa. È facile mettere un like, condividere, ridere e poi dire: “Io non ho fatto niente”. Ma anche il gesto piccolo, quando viene sommato agli altri, diventa qualcosa. Il branco è fatto anche di quelli che osservano, approvano in silenzio, capiscono che la storia non torna ma preferiscono non dirlo, perché è più comodo stare dalla parte della maggioranza. Il vero pericolo, allora, non è soltanto il singolo odiatore. È quando la rabbia diventa organizzazione, l’organizzazione diventa consenso e il consenso comincia a sembrare verità. A quel punto non abbiamo più una discussione: abbiamo una condanna. La chat prima del commento, il messaggio privato prima dell’attacco pubblico, la frase studiata, la vecchia fotografia tirata fuori dal cassetto, la persona che arriva per prima a raccontare di essere stata ferita. E soprattutto quella frase apparentemente innocente: “Venite a vedere cosa ha scritto”. È spesso lì che comincia tutto. Poi il branco fa il resto. E quando hai capito che il branco è arrivato, forse è già troppo tardi. Perché a quel punto non stanno più cercando la verità. Stanno cercando un colpevole. E quando un gruppo cerca un colpevole, la verità è quasi sempre la prima cosa che diventa scomoda. Forse oggi ribellarsi significa anche questo: fermarsi. Non condividere subito. Non insultare. Non credere alla prima storia che ci viene raccontata. Fare una domanda. Chiedere una prova. E ricordarsi che dall’altra parte dello schermo c’è una persona, non un bersaglio, non un personaggio, non il cattivo della storia che qualcuno ha deciso di raccontarci. Una persona. In un mondo che vive di folle, algoritmi e verità confezionate, potrebbe essere già abbastanza per cominciare a uscire dal branco. Alberto Pellai: “Oggi i conflitti in famiglia nascono dall’uso dei dispositivi digitali” di Giovanni Cortesi Corriere della Sera, 24 agosto 2026 Lo psicoterapeuta Pellai: “Ieri i preadolescenti chiedevano il motorino, o di uscire la sera. Se un bambino in età prescolare non tocca mai un libro e gioca una media di due ore ai videogame, farà molta più fatica a leggere e scrivere a causa di danni microstrutturali della materia bianca”. “Negli ultimi 15 anni i preadolescenti sono stati completamente risucchiati nel mondo digitale. In una fase della vita dove il confronto con la realtà è fondamentale per la costruzione del sé”. Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e docente alla Statale, da anni si batte contro l’uso incontrollato dei dispositivi tecnologici fra i più giovani. E, durante le sedute, raccoglie le testimonianze sia dei ragazzi che dei loro genitori. Quali sono i problemi che riscontra più di frequente? “La prima richiesta di aiuto è l’insuccesso scolastico. L’uso eccessivo del digitale ha un impatto negativo sulle capacità cognitive dei più giovani. Un recente studio della Bicocca ha dimostrato un nesso di causa-effetto fra accesso precoce ai social e riduzione del rendimento scolastico. Nei casi più gravi, l’allarme è un altro: lo spostamento dal mondo reale a quello virtuale, la perdita di ogni interesse, motivazione o desiderio. Una dipendenza vera e propria”. Prima non era così? “Niente affatto. Fino a dieci anni fa i genitori dei preadolescenti — fra i 10 e i 14 anni, per intenderci — erano molto attenti a dosare le infinite richieste di uscire, vedere gli amici, prepararsi all’uso del motorino, fare tardi la sera. Oggi il conflitto familiare è sui tempi e le modalità d’utilizzo del mondo digitale”. Cioè? “A volte l’intervento dei genitori per interrompere l’uso degli schermi crea situazioni drammatiche. Ci sono ragazzi che, dopo ore di cellulare o di videogame, davanti alla spina staccata o al telefono requisito hanno reazioni emotive violentissime: figli che picchiano i genitori o minacciano di compiere gesti inconsulti. E bisogna chiamare l’ambulanza. Cose mai viste”. Reazioni paragonabili a crisi d’astinenza... “I circuiti neurobiologici che vengono agganciati e stimolati dallo stare online sono gli stessi di qualsiasi altra forma di dipendenza, anche quella da sostanze. Si chiamano circuiti dopaminergici, e la loro interruzione improvvisa dà luogo a queste reazioni violente”. E i genitori? “Di certo non si devono limitare a togliere il dispositivo dalle mani dei ragazzi. Devono anche farsi ponti fra il mondo digitale e quello reale, proponendo ai figli altre attività coinvolgenti: dal gioco da tavolo al giro in bicicletta nella natura. Ma non vanno lasciati in uno spazio vuoto: non sono ancora pronti a gestirlo, essendo così abituati all’iperstimolazione”. Se ne può uscire? “Certo. All’inizio i ragazzi dovranno sopportare la fatica e la frustrazione dell’astinenza: bisogna che i genitori stiano al loro fianco, in questa fase delicata. Ma il ritorno alla realtà è fondamentale: è con le esperienze concrete dell’amicizia, dell’inimicizia, del primo amore che si cresce. Sono anni di allenamento alla vita che verrà”. Un abuso dei dispositivi digitali può portare a danni cerebrali? “Gli effetti a lungo termine li vedremo nei prossimi 15 anni. Ma le aree che non vengono stimolate perdono gradualmente le loro funzioni: se un bambino in età prescolare non tocca mai un libro e gioca una media di due ore ai videogame, farà molta più fatica a leggere e scrivere a causa di danni microstrutturali della materia bianca. Ma fortunatamente sono anni di forte plasticità del cervello: non è mai troppo tardi per un’inversione di rotta e un miglioramento”. Quanto contano le normative, in questo scenario? “Moltissimo. Verso la fine del 2024 a Milano sono stati redatti i Patti educativi digitali (a cui ha contribuito, ndr) che hanno coinvolto ragazzi, famiglie, insegnanti ed esperti nella definizione di otto raccomandazioni. Lì si ribadisce la norma del Gdpr che vieta l’utilizzo autonomo dei social prima dei 14 anni e l’obbligo Agcom di applicare filtri per i minori di 18 anni”. Migranti. Regioni contro i nuovi Cpr, la Campania segue la Toscana. Ma in Italia sono vuoti 2 posti su 3 di Eleonora Camilli La Stampa, 24 agosto 2026 Un secco “no” alla realizzazione del centro per i rimpatri dei migranti perché “il territorio ha bisogno di ben altri investimenti”. Dopo la Toscana, è la Campania a ribadire la sua opposizione al piano del governo di “un Cpr in ogni regione”. E lo fa direttamente il governatore Roberto Fico. La struttura, nei piani dell’esecutivo, dovrebbe essere realizzata nella zona di Castel Volturno “in un territorio complesso, che verrebbe in questo modo ulteriormente penalizzato” spiega l’ex presidente della Camera. Anche per questo, pochi mesi fa, la sua giunta, con una delibera, ha incluso Castel Volturno e Cancello Arnone tra le nuove Zpn (Zone di protezione speciale) della Campania. “La nostra attenzione su questo territorio è massima: le nuove Zpn sono aree naturalistiche regionali da sottoporre a tutela per ragioni di conservazione di specie, habitat e biodiversità. È questo il futuro che immaginiamo per quel territorio”. Ancora sulle barricate contro la creazione di una struttura di trattenimento nella zona di Aulla, soprattutto dopo le parole di Giovanni Donzelli, esponente di primo piano di Fdi (“Li faremo anche nelle regioni contrarie”) è il presidente toscano Eugenio Giani, che parla di “mossa meramente strumentale in vista della tornata elettorale”. nata elettorale”. Il sito dove costruire il centro, che sarebbe il primo per la Toscana, è stato individuato nella Lunigiana, a Pallerone, nel comune di Aulla. Il ministro Matteo Piantedosi ha comunicato la decisione alla Regione con una lettera. “Di questo Cpr ne parlano da quattro anni, ciclicamente la questione torna, ma sono appunto solo chiacchiere, non ci sono avanzamenti di nessun genere - afferma Giani -. Per quanto mi riguarda ritengo che sia incompatibile con la nostra cultura creare un centro di detenzione impropria, che non facilita certo i rimpatri ma crea solo aree di degrado”. Attualmente i centri per il rimpatrio attivi in Italia sono dieci. Stando ai dati di un report del Tavolo Asilo, realizzato dopo un monitoraggio nelle strutture, a fine 2025 a fronte di una capienza complessiva di 1400 posti erano presenti all’interno delle strutture 546 persone. Nel dossier si sottolinea, inoltre, la continua violazione dei diritti all’interno delle strutture e l’abuso della somministrazione di psicofarmaci. Preoccupanti sono anche gli eventi autolesionisti e i suicidi. Solo due settimane fa un uomo è morto nel Cpr Di Palazzo San Gervasio (Potenza). Per le associazioni del Tavolo asilo “oltre che disumani questi centri sono anche inefficaci”: in dieci anni, dal 2014 al 2024, circa 56 mila persone sono state trattenute in un Cpr. Di questi solo il 41,8% è stato rimpatriato. Una percentuale che scende al 10% se si considera il totale dei 10% se si considera il totale dei provvedimenti di allontanamento adottati. All’attacco del progetto va anche l’opposizione. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, annuncia un’interrogazione al ministro Piantedosi sul tema e parla del tentativo del governo di “distogliere l’attenzione dai fallimenti di Schengen e della linea Meloni a livello in Europa che come si vede era inesistente”. Il deputato ricorda che “fino a qualche anno fa tutto il mondo politico, tra cui diversi prefetti, sosteneva che i Cpr andassero gradualmente chiusi, mentre oggi in assenza di qualsiasi sovraffollamento si parla di rilanciarli. È solo propaganda”. Dal Pd Rachele Scarpa parla di centri “disfunzionali e inefficaci sui rimpatri. Buchi neri di sofferenza e violazioni dei diritti umani”. Eppure, dice, “il governo Meloni ci punta tutto. Perché non uno straccio di altra politica migratoria”. Di parere opposto Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia: “È necessario realizzare un secondo Centro di permanenza per il rimpatrio per Milano e per la Lombardia. Se lo Stato individua uno straniero irregolare da espellere, deve poterlo trattenere nei casi previsti dalla legge e accompagnarlo effettivamente alla frontiera”. Critico da Azione è anche Giulio Sottanelli: “Se ogni Regione si comportasse come la Toscana, in Italia non si farebbe un Cpr da nessuna parte. E a quel punto il governo Meloni avrebbe buon gioco a dire che servire farlo in Albania. Invece il centro albanese è un’operazione di propaganda, inutile”. Ma lo scontro tra governo e regioni sul tema migranti potrebbe arricchirsi a breve di un nuovo capitolo e riguarda le nuove strutture per le procedure accelerate di frontiera, previste dal nuovo Patto europeo sulle migrazioni, entrato in vigore lo scorso 12 giugno. Secondo la ripartizione del Viminale la maggior parte dei centri insisterebbe in poche regioni, tra cui la Toscana, l’Emilia- Romagna, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. Per questo i governatori hanno portato la protesta in conferenza Stato-Regioni. Il ministero ha risposto spiegando che i siti individuati sono proprietà del demanio, permettono cioè di non dover pagare l’affitto di strutture private. Ma la contrarietà questa volta è stata bipartisan, anche da parte dei governatori di destra. E potrebbe farsi più pressante quando i centri saranno completamente operativi. Migranti. Cpr, il Ministero ha sei mesi per rifare il capitolato d’appalto di Teresa Olivieri Italia Oggi, 24 agosto 2026 Lo ha decretato il Consiglio di Stato. Nel territorio italiano esiste un posto dove l’assistenza sanitaria è privata ma viene comunque pagata dallo Stato. Si tratta dei Cpr, centri di Permanenza per il Rimpatrio, che ogni anno costano allo Stato tra i 19,5 e i 22 milioni di euro, di cui l’assistenza sanitaria diretta “interna” ai Cpr costa complessivamente allo Stato circa 5 - 7 milioni di euro all’anno tra personale medico/infermieristico a contratto, fornitura di farmaci (inclusa la forte incidenza di psicofarmaci e sedativi prescritti all’interno) e presidi sanitari. La gestione dei Cpr parte dal Ministero dell’Interno, responsabile delle linee guida e del budget, e passa per le singole Prefetture, che indicono le gare d’appalto e ne controllano l’esecuzione. L’operatività quotidiana e i servizi di base (vitto, pulizia, mediazione e prima assistenza sanitaria) sono affidati all’ente privato vincitore dell’appalto. Nonostante la gestione sia a carico del privato, la cifra sopra indicata non include le spese sanitarie esterne che ricadono sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e sulle Regioni, come i Ricoveri e Pronto Soccorso, quindi gli interventi di emergenza, le ospedalizzazioni e le visite specialistiche esterne a seguito di eventi critici (autolesionismo, tentati suicidi, aggressioni o patologie acute) vengono presi in carico dagli ospedali pubblici locali. Oppure la Sorveglianza e l’emergenza, tutti costi extra che non compaiono nel bilancio del Ministero dell’Interno dei CPR, ma gravano sul SSN. A non comparire ci sono altre spese, come la sicurezza, la custodia e l’ordine pubblico che restano di esclusiva competenza delle forze dell’ordine e dell’Esercito. Ci sono poi costi straordinari di manutenzione (grandi voci nascoste), poiché le condizioni all’interno dei CPR esasperano la popolazione trattenuta, i centri sono continuamente teatro di rivolte, incendi e danneggiamenti delle aree abitative. I contratti d’appalto standard non coprono le ristrutturazioni straordinarie, perciò lo Stato deve continuamente rifinanziare con milioni di euro extra la ricostruzione di intere ali dei centri rese inagibili (come accaduto ripetutamente a Torino, Milano e Roma). Per l’apertura o l’ampliamento di ogni nuovo modulo prefabbricato o centro (previsti dai piani governativi post-Cutro), lo Stato stanzia circa 2 milioni di euro a struttura affidati al Genio Militare. Tra le forti criticità apportate dal d.l. n.124/2023 cosiddetto “Decreto Cutro”, oltre a prolungare la permanenza fino ai 18 mesi per i ‘ristretti’ (persone nei CPR), c’è stata anche quella che ha previsto l’impiego del Genio militare per la progettazione e la realizzazione rapida di nuovi Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Ma i costi lievitano ancora per spese non previste. Emblematico è il caso del CPR lucano di San Gervasio, nella cronaca di questi giorni per la morte di un trentenne marocchino all’interno del Centro. A Palazzo San Gervasio la Prefettura è dovuta intervenire in via surrogatoria a inizio luglio 2026, sborsando 238mila euro (più 30 mila destinati all’impresa di pulizie) per coprire gli stipendi di febbraio, marzo e aprile 2026 mai pagati dalla cooperativa che gestisce il CPR. Nonostante le risorse impiegate, arriva anche un forte monito al Viminale. Il Ministero dell’Interno ha sei mesi di tempo per condurre una mappa dettagliata sulle criticità dei Centri di permanenza per il rimpatrio. Lo ha decretato il Consiglio di Stato con la sentenza n. 5450/2026, accogliendo l’azione legale promossa da Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) e Cittadinanzattiva per sollecitare il rispetto di una precedente decisione giudiziaria. La decisione impone al Viminale di condurre una ricognizione approfondita della realtà dei Cpr, focalizzandosi su sanità, supporto psicologico, competenze del personale e sugli eventi critici registrati negli ultimi cinque anni. Il percorso istruttorio dovrà essere svolto di concerto con il Ministero della Salute e il Garante nazionale dei detenuti, per poi confluire in una determinazione conclusiva pienamente motivata. Il Papa chiede la pace, ma tutti vogliono salvare la faccia di Mario Giro* Il Domani, 24 agosto 2026 Dal Meeting di Rimini è risuonato nuovamente l’appello di Leone XIV. La guerra è vista dalla Chiesa come inutile strage: il conflitto russo-ucraino inoltre si sta esaurendo da un punto di vista strategico. Tuttavia continua perché i leader non trovano una via d’uscita dalla trappola del “face saving”. Lo ha ridetto anche a Rimini al Meeting di Cl: i ripetuti appelli di papa Leone perché si passi finalmente all’ascolto, cioè alla diplomazia e si fermi la guerra in Ucraina non è idealismo ma ragionevole realismo. Per la chiesa la guerra è una “inutile strage” anche perché da un punto di vista strategico è finita. Il fronte è fermo da più di un anno, ci si colpisce da lontano con missili e droni che immancabilmente finiscono sui civili. Ma i leader, ad iniziare con Vladimir Putin, devono salvare la faccia per dare un senso a quest’immensa tragedia. Le responsabilità sono chiare: la Russia ha deciso di scatenare una grande guerra di aggressione in Europa per risolvere i suoi problemi di prestigio e i conteziosi frontalieri che riteneva aperti. Su questo non c’è discussione. Ma la ricerca di una soluzione dovrebbe ormai essere l’obiettivo di tutti, anche degli europei che invece esitano. Il papa lo chiede con forza ma le sue parole vengono considerate ingenue. Si continua a lanciare allarmi e a vedere minacce: un modo per giustificare ex post la trappola bellica da cui non si riesce più a uscire. I russi minacciano la guerra nucleare come risposta al cosiddetto “conflitto esistenziale” della Nato che vorrebbe neutralizzare Mosca. Sono illazioni basate sulla manipolazione della storia. Come si suole dire: “non è il futuro della Russia ad essere imprevedibile, ma il suo passato”. Rileggendo la storia con metodi ultrà e sciovinisti, i dirigenti russi puntano il dito sull’Occidente che da sempre cerca di “accerchiare” la Russia. Ma anche da parte europea c’è molta strumentalizzazione e propaganda, come la mania di attribuire ai russi ogni possibile nefandezza - presente e futura - o la ferma determinazione ad invadere l’Europa. Suona singolare per un paese che non è riuscito nemmeno a domare la piccola Ucraina, ma tant’è. Mosca - sostengono ogni giorno autorevoli politici e commentatori italiani e europei - ha in animo di aprire altri fronti molto presto (qualcuno afferma in autunno) senza nessuna intenzione di negoziare. Si stilano lunghe liste di fatti a sostegno di tale tesi: droni, spie, sabotaggi, intelligence, navi fantasma, vendita di armi ecc. Ma si tratta di cose sempre esistite (forse solo un po’ attenuate negli anni Novanta), addirittura anche tra alleati (ricordate il telefono di Angela Merkel spiato dagli americani con tecnologia israeliana?). Ricordiamo tutti ad inizio secolo i sottomarini nucleari russi avvistati al largo delle cose norvegesi o della Svezia (ancora neutrale) o cose simili. Dove sta la novità? Che si debba ostacolare con un efficace controspionaggio e deterrenza tali attività è evidente da sempre. La trappola - Tuttavia occorre guardare oltre. Anche i russi sono intrappolati dentro questa guerra che hanno sconsideratamente voluto e in cui hanno fatto una magra figura. Come sempre accade vogliono negoziare alle loro condizioni. E tali condizioni vanno contrattate anch’esse: anche qui nessuna novità. Il dramma è il “face saving” dei leader che coinvolge non solo i russi ma anche i dirigenti occidentali costretti a salvare la faccia dopo aver tanto gridato alla vittoria contro la Russia e auspicato una sua inattuabile punizione. Si tratta di coloro che “inventano fantasmi e nemici”, per citare ancora Leone XVI. Ciò che il papa chiede è di risparmiare il sangue perché troppo se ne è già versato e perché, come ha detto a Rimini, “il male non si combatte con il male”. È evidente (ed estremamente doloroso) che non si potrà tornare allo status quo ante ma è pure innegabile che non si può proseguire nella follia di una guerra infinita ormai senza obiettivo. Per questo il papa prega che si volga lo sguardo sulle vittime civili e lo si distolga dai giochi di potere, cessando gli allarmismi utili solo alla reputazione dei leader. L’Europa non ha ancora risposto alla proposta di nominare un suo negoziatore, né lo ha individuato. Negoziare non significa mettersi per forza d’accordo: prima di ogni cosa va effettivamente verificato se la trattativa è possibile. Solo allora si potrà dare un giudizio - non ideologico né prevenuto - su questa fase: riguarda i russi ma anche gli europei. *Politologo Tra estremismo nichilista e il mito di Columbine: la globalizzazione delle sparatorie nelle scuole di Leonardo Bianchi Il Domani, 24 agosto 2026 Quando un adolescente tira fuori un’arma dallo zainetto solitamente è già troppo tardi per intervenire. Il punto cruciale è evitare il prossimo episodio, ovunque si trovi nel mondo. Il pomeriggio del 21 agosto 2026 un 18enne irrompe nel liceo Brinell di Fagersta, una cittadina nella Svezia centrale. Indossa un elmetto di tipo militare e ha con sé una spada, con cui attacca gli studenti tornati in classe dopo la pausa estiva. Ne uccide uno e ne ferisce tre, prima di essere arrestato dalla polizia accorsa sul posto. L’uomo era un ex studente della scuola. Aveva annunciato su TikTok l’intenzione di colpire la scuola superiore. Sul suo profilo comparivano video elogiativi di Anders Behring Breivik - il terrorista norvegese di estrema destra autore del massacro di Oslo e Utøya - e di Anton Lundin Pettersson, il 21enne svedese che nel 2015 ha compiuto una strage scolastica a Trollhättan utilizzando proprio una spada. Tre giorni prima, il 18 agosto, uno studente quindicenne ha iniziato a sparare contro professori e compagni in un liceo privato di Zamboanga, una città nel sud delle Filippine, causando una vittima e due feriti. L’attentatore ha trasmesso il tutto in una diretta su Facebook e poi si è suicidarsi in un’aula del quinto piano dello stabile. Come hanno raccontato diversi studenti, i colpi iniziali erano stati scambiati per un’esercitazione. A metà luglio, infatti, l’istituto aveva organizzato la simulazione di un attacco armato dopo la strage in un liceo pubblico di Tacloban, nelle Filippine centrali. Il 22 giugno due studenti di 14 e 15 anni avevano aperto il fuoco contro i propri compagni e le proprie compagne, uccidendone tre e ferendone sette. Le due sparatorie scolastiche hanno avuto un impatto enorme sull’opinione pubblica del paese, sia per la giovanissima età dei responsabili che per la loro modalità. Il ministro dell’istruzione Sonny Angara ha dichiarato che il governo è “molto preoccupato” da questa forma di violenza, che fino a poco fa era totalmente inedita nelle Filippine. “Non vogliamo replicare la situazione che c’è negli Stati Uniti”, ha poi aggiunto. Thailandia, otto morti e almeno 22 feriti in una sparatoria a scuola Fuori i confini Tuttavia, come dimostra la cronaca recente, le sparatorie scolastiche sono uscite da tempo dai confini statunitensi per diventare un fenomeno pienamente globalizzato e sempre più complesso, in cui si intrecciano dinamiche emulative, la radicalizzazione online e un bricolage ideologico estremamente difficile da decrittare. Lo scorso 7 agosto, ad esempio, uno studente quattordicenne ha ucciso tre professori e quattro compagni in una scuola superiore a Bang Kruai, alla periferia di Bangkok in Tailandia. Qualche mese prima, nell’aprile del 2026, in Turchia ci sono stati due attacchi in rapida successione. Il primo è stato compiuto il 14 aprile da un 19enne in un liceo di Siverek, e ha causato il ferimento di 16 persone. Il secondo è avvenuto il giorno dopo in un liceo di Kahramanmara?, dove ?sa Aras Mersinli - questo il nome dell’attentatore - ha ucciso nove persone e ne ha ferite 13 prima di morire per le conseguenze di una coltellata sferrata da un genitore che cercava di bloccarlo. Le tracce digitali lasciate da entrambi rivelano un’autentica ossessione per il massacro della Columbine High School del 1999 e per i due responsabili, gli statunitensi Eric Harris e Dylan Klebold. Non è un caso: per il giornalista Dave Cullen, autore di uno dei saggi più dettagliati sull’eccidio, a Columbine è iniziata l’era delle sparatorie scolastiche moderne. I due stragisti sono riusciti a provocare “un’ondata di emulazione dopo l’altra”, trasformando quella strage in “uno dei più rivoltanti prodotti americani d’esportazione”. ?sa Aras Mersinli era poi affascinato dalla sottocultura misogina degli incel, i celibi involontari. Nella sua foto profilo su WhatsApp compariva il volto di Elliot Rodger, considerato un “santo incel” per aver ucciso sei persone nel 2014 a Isla Vista, in California. Mersinli aveva poi scritto un manifesto che è circolato su Discord - una piattaforma di messaggistica online utilizzata soprattutto dalle comunità di videogiocatori - subito dopo la sparatoria, diffuso da una persona con cui era in contatto. “Quando leggerete questo testo”, recita il documento, “starò pianificando qualcosa di grosso o lo avrò già fatto”. Canada, la strage degli studenti: dieci morti senza movente apparente. Il mistero dell’assassina Un episodio simile a quello di Kahramanmara? si era verificato a Odintsovo, nella regione di Mosca, il 16 dicembre del 2025. Quel giorno il 15enne Timofey Kulyamov, armato di coltello e spray al peperoncino, ha ucciso un bambino di 10 anni e ne ha feriti altri tre prima di essere arrestato. L’attacco era stato trasmesso sull’app di messaggistica istantanea Telegram, ed era stato preparato nei minimi dettagli. Nei giorni precedenti Kulyamov aveva diffuso delle immagini in cui esibiva la sua attrezzatura, tra cui un elmetto ricoperto di vari slogan neonazisti fatti con un pennarello bianco. La pratica di marchiare le armi è stata inaugurata da Brenton Tarrant, l’attentatore di estrema destra che il 15 marzo del 2019 ha sterminato 51 persone di fede musulmana a Christchurch, in Nuova Zelanda. Proprio come aveva fatto Tarrant, Kulyamov aveva pubblicato online un manifesto di undici pagine intitolato “Moy gnev”, “La mia rabbia”. Il testo si apriva con una citazione dello stragista di Columbine Eric Harris ed esprimeva un odio viscerale nei confronti della scuola e della società in generale. “Le vite non contano e voi, con il vostro disgustoso comportamento nei miei confronti, non avete fatto altro che confermarlo”, ha scritto il ragazzo russo. Lo stesso messaggio campeggiava in inglese (“No Lives Matter”, nessuna vita conta) sulla maglietta utilizzata durante l’attacco. Si tratta di un preciso riferimento all’estremismo violento e misantropico (abbreviato nella sigla M/NVE), che per il ricercatore Bjørn Ihler è “un insieme transnazionale di comunità online, collegate in modo informale attraverso piattaforme di messaggistica criptata e forum non regolamentati”. A livello ideologico, l’estremismo nichilista non ha una vera e propria componente dominante: si possono trovare misantropia, estorsione sessuale, neonazismo, accelerazionismo e santificazione degli stragisti. L’obiettivo finale, chiosa Ihler, è quello di “provocare il collasso della società” e dimostrare che “l’esistenza umana non possiede alcun valore intrinseco”. Un modus operandi molto simile a quello di Kulyamov è stato seguito dal 17enne indonesiano che il 7 novembre ha ferito più di 96 persone in un attentato dinamitardo in una scuola superiore del distretto settentrionale di Kelapa Gading. Il responsabile aveva con sé un fucile ad aria compressa che aveva ricoperto di scritte bianche. Tra queste spiccavano “Natural Selection” (“selezione naturale”, una frase utilizzata anche da Eric Harris), nonché i nomi di Tarrant, Alexandre Bissonnette - l’autore della strage in una moschea di Quebec City nel 2017 - e Luca Traini, il neofascista italiano condannato in via definitiva per la tentata strage razzista di Macerata del 2018. A proposito dell’Italia, anche il nostro paese - come del resto altri paesi europei - non è immune dal fenomeno. Nella primavera del 2026 ci sono stati almeno tre casi di cronaca riconducibili al modello della violenza scolastica globalizzata ed emulativa. A marzo un 13enne ha accoltellato la professoressa di francese Chiara Mocchi in un istituto di Trescore Balneario, in provincia di Brescia. Il ragazzo aveva trasmesso l’attacco su Telegram e aveva pubblicato un manifesto (in inglese) intitolato “Soluzione finale”, dove scriveva di non riconoscersi in “nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia”. Sempre a marzo, un 17enne che frequentava alcuni canali Telegram neonazisti è stato arrestato in provincia di Perugia con l’accusa di voler fare una strage sul modello di Columbine in un liceo artistico di Pescara. Il 29 maggio, infine, un 12enne ha cercato di accoltellare un professore di tecnologia in una scuola media di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani. L’adolescente aveva annunciato l’azione in un post su TikTok, e aveva ricoperto di slogan e nomi di attentatori i coltelli e l’elmetto utilizzato durante l’attacco. Com’è successo altrove, la risposta delle autorità italiane è stata dettata soprattutto dall’emotività e dall’urgenza mediatica del momento. Nel dibattito pubblico si sono così rafforzate le idee di introdurre i metal detector nelle scuole e di vietare i social ai minori di 16 anni. Entrambe le misure - e lo dimostrano le ricerche e le esperienze di altri paesi - non servono però a scongiurare gli attentati scolastici, che vanno intercettate a monte attraverso la prevenzione, interventi legislativi mirati (soprattutto sull’accesso alle armi, la cura della salute mentale e l’educazione digitale, anche e soprattutto dei genitori. Quando un adolescente tira fuori un’arma dallo zainetto, infatti, solitamente è già troppo tardi per intervenire. Il punto cruciale è evitare che il prossimo non lo faccia, ovunque si trovi nel mondo. La richiesta d’aiuto da Panama: “Mio marito sta morendo in carcere. Le autorità non ci ascoltano” di Elia Biavardi Il Resto del Carlino, 24 agosto 2026 Paola Simonini, originaria di Ravarino, racconta il calvario del compagno ottantenne Cosimo Cinque: “Ormai pesa 40 chili, è bianchissimo. Lo vedo un’ora alla settimana e ogni volta mi dice che non ce la fa più”. Da Ravarino a Panama, in questi ultimi due anni la vita di una famiglia si è trasformata in un incubo. A raccontarlo è la moglie di Cosimo Cinque, quasi 80 anni, detenuto nel Paese americano dopo una vicenda giudiziaria risalente addirittura a 20 anni fa. La donna, Paola Simonini, racconta delle condizioni precarie del marito, delle telefonate in carcere e della paura che possa non farcela. “Se hai commesso dei reati devi pagare - racconta - ma che un uomo di quell’età debba essere trattato in questo modo non è giusto. È detenuto a seguito di una condanna italiana a cinque anni per un procedimento di bancarotta risalente al febbraio 2006, per una somma che, secondo gli atti che abbiamo, è di circa 38.000 euro”. Quello che preoccupa di più la moglie sono le condizioni fisiche di Cosimo: “Problemi cardiaci, polmonite, gravissime condizioni generali e il sospetto di una possibile leucemia mieloide cronica. È bianchissimo, non ce la fa. Io ho paura che muoia lì dentro”. Una storia che parte da Ravarino. Lei è nata e cresciuta nel comune della Bassa modenese, mentre Cosimo è originario di Napoli. “Stiamo insieme da trent’anni. Quando l’ho conosciuto aveva un caseificio”. Poi, racconta, “nel 2017 con nostro figlio abbiamo deciso di trasferirci a Panama. Io ho un’impresa di pulizie e qui ho iniziato a lavorare per alberghi, ospedali e altre realtà”. Una scelta che, con il senno di poi, avrebbe cambiato completamente la loro vita. La bancarotta è di vent’anni fa, ma il conto della giustizia sarebbe arrivato solo nel 2021, con un processo - accusa la famiglia - “celebrato anche in assenza dell’indagato e senza che a lungo gli venisse notificato nulla”. “La prima volta che sono venuti a prenderlo (nel 2024, ndr) c’erano quelli dell’Interpol, senza interprete. Ci siamo sentiti impotenti. È stato buttato in carcere assieme ad altri criminali”. Dopo il primo arresto la famiglia è riuscita a ottenere la scarcerazione pagando una cauzione da 25mila dollari. Ma da allora la battaglia non è terminata, anzi, è partita una lunga lotta giudiziaria che sembra non finire mai. “Il 15 maggio di quest’anno, attraverso una semplice comunicazione ricevuta via chat - continua Simonini - fui informata di una nuova udienza davanti alle autorità giudiziarie panamensi. Mio marito è stato nuovamente arrestato e questa volta le sue condizioni fisiche erano già gravemente peggiorate. Sono riuscita a coinvolgere la Defensorìa del Pueblo de Panamà che ha certificato le criticità del penitenziario e insieme abbiamo ottenuto il suo trasferimento all’ospedale Santo Tomàs. Ma circa dieci giorni fa, di notte senza preavviso, mio marito è stato dismesso e riportato nella struttura detentiva di Tinajitas. Lo posso vedere una volta alla settimana, per un’ora. In questi incontri gli posso lasciare solo qualche maglietta e indumento intimo, ma è distrutto. Mi dice: ‘Non ce la faccio più’”. Inutili, ad oggi, le richieste di aiuto: “Ho scritto a tutti, ho pure chiesto per lui la grazia alle istituzioni italiane. L’ambasciata non mi è mai stata d’aiuto, è questa la cosa che mi dispiace di più. Non abbiamo collaborazione”. Il legale della famiglia Vincenzo Alesci conferma la situazione: “Il mio assistito, Cosimo Cinque, non è mai stato messo in condizione di potersi difendere dalle accuse. Se ne sono tutti lavati le mani. Il problema serio è che questa richiesta di estradizione, arrivata dopo tantissimi anni, lo trova in condizioni terribili. Un caso eclatante di assoluta mancanza di rapporti tra istituzioni italiane e panamensi”.