Nelle carceri oltre 65mila corpi ammassati come fossero cose di Claudio Bottan vocididentro.it, 23 agosto 2026 Al 19 agosto l’indice di sovraffollamento nelle carceri è pari al 141,3%, 6,9 punti in più rispetto a un anno fa, come riporta il sito “sovraffollamento carcerario” curato da Marco Dalla Stella che raccoglie ed elabora in tempo reale i dati pubblicati dal ministero della Giustizia “per misurare quante persone vivono negli istituti penitenziari italiani e quanti posti ci sono davvero”. Il dato che emerge non lascia spazio ad interpretazioni: gli ospiti delle nostre carceri sono 65.272 a fronte di 46.192 posti realmente disponibili, pertanto 19.080 persone sono incarcerate oltre la capienza regolamentare. I dati provengono dalle schede di trasparenza dei circa 190 istituti penitenziari italiani, aggiornate con maggiore frequenza rispetto ai bollettini mensili e contenenti informazioni aggiuntive - come i posti non disponibili - che permettono di calcolare il sovraffollamento reale. In 80 istituti il sovraffollamento reale è pari o superiore al 150%: almeno tre persone ogni due posti. Il caso più grave è Lucca, dove l’indice raggiunge il 241,0%. Troppi detenuti. “Ma troppi rispetto a cosa?” si chiedono al ministero della Giustizia con un articolo dal titolo pretenzioso: Sovraffollamento carcerario: cos’è e come si calcola. L’analisi, firmata da Francesco Picozzi , Primo dirigente del Corpo di Polizia penitenziaria, attualmente in servizio presso l’Ufficio legislativo del Ministero della giustizia, cultore della materia “diritto penitenziario” nelle Università di Bergamo e Roma La Sapienza nonché di diritto costituzionale nell’Università di Bergamo”, si inerpica in un ragionamento a dir poco contorto e addirittura sostiene che i risarcimenti ex art. 35 ter O.P. riconosciuti dalla magistratura di Sorveglianza sono frutto della “benevolenza” dei giudici italiani rispetto a quanto previsto dalla Corte Europea. In concreto, stando al suo ragionamento, l’accatastamento di corpi diventa una questione semantica: “L’argomento centrale dei nostri supremi giudici - scrive - è che, tanto in italiano quanto in francese, i sostantivi “mobile” e “meuble” indicherebbero “un oggetto che può essere spostato, che è, appunto, mobile” (nel senso di facilmente amovibile), come “il tavolino, le sedie, i letti singoli”, mentre “gli armadi o i letti a castello” non potrebbero essere definiti “mobili” perché tendenzialmente fissi al suolo”. Tuttavia, prosegue, questa lettura della regola elaborata dalla Corte EDU, per stessa ammissione della suprema Corte italiana, non sarebbe praticabile rispetto alla versione in inglese della sentenza Mursic, che parla in modo chiaro di “furniture”; termine che, avendo radice diversa da meuble, non allude affatto alla possibilità di spostare l’oggetto. Sovraffollamento? Dipende. “Poiché prevede lo scomputo di una parte degli arredi, il criterio elaborato dalla Cassazione finisce per assicurare ai detenuti una tutela più ampia di quella garantita in sede europea: i nostri giudici riconoscono la lesione dei diritti del recluso anche in casi nei quali la Corte di Strasburgo non farebbe altrettanto” scrive Picozzi. “Il numero elevato di risarcimenti da sovraffollamento viene talora addotto come prova della particolare gravità della situazione italiana nel contesto del vecchio continente; ma quel dato dipende, almeno in parte, anche dalla peculiare metrica adottata dai nostri giudici, e non dalle sole condizioni reali delle carceri” conclude l’estensore dell’articolo. 6.539 le ordinanze di accoglimento di reclami ex art. 35-Ter O. P. - “Nelle carceri italiane siamo dinanzi ad una gravissima emergenza umanitaria strutturale, aggravata dalle ondate di caldo di quest’estate, senza che le politiche governative offrano alcuna soluzione efficace e, anzi, andando in alcuni casi ad aggravare le criticità”. Ad offrire questo quadro è il rapporto di metà anno 2026 dell’Associazione Antigone nel quale si legge che nel 2025 sono state 6.539 le ordinanze di accoglimento di reclami ex art. 35-Ter O. P. per le condizioni inumane e degradanti, + 12% rispetto all’anno precedente. Il meccanismo di tutela, introdotto nell’ordinamento Penitenziario a seguito della storica sentenza Torreggiani, prevede la riduzione di un giorno di pena per ogni dieci giorni trascorsi in celle nelle quali non è stato garantito lo spazio minimo vitale oppure un indennizzo economico (8 euro al giorno). Emblematica la situazione in Lombardia. “A Pavia lo spazio vitale è talmente ridotto da costringere i detenuti a spostare temporaneamente i letti all’esterno durante il giorno per recuperare lo spazio calpestabile minimo. Non va meglio a Brescia Canton Mombello: ci sono stanzoni in cui erano presenti 12 persone con un solo bagno. Il sovraffollamento rende carenti anche gli arredi per tenere gli oggetti personali. Monza: nella Sezione 6 viene rilevato che, a causa dello spazio insufficiente, i detenuti sono costretti a cucinare nei corridoi e le brande pieghevoli (terzi letti) vengono spesso posizionate direttamente nei corridoi per consentire il movimento all’interno delle celle. Voghera: nei cameroni sono presenti dieci persone contemporaneamente con tre file composte da tre letti a castello e un letto singolo” si legge nel rapporto di Antigone che riguardo al sovraffollamento conferma “un quadro di detenzione degradante in costante crescita, confermato anche dalle attività di monitoraggio sul campo”. Metro, squadra e livella - “E dunque siamo tornati a metro, squadra e livella: quando altro non si sa fare, in Italia si finisce sempre lì. Stiamo di nuovo a contare i metri quadri, a sottrarre gli arredi inamovibili, a verificare le ore di aperture delle camere, per capire se il modello sardina perseguito più o meno scientemente dal Governo e dalla sua silente amministrazione penitenziaria rispetta i parametri di dignità imposti dalla Corte europea dei diritti umani” scrive Stefano Anastasia, Garante dei detenuti della Regione Lazio giunto alla fine del secondo mandato. La tecnologia arriva in soccorso - “Ciao, sono la prima Intelligenza Artificiale specializzata in Diritti delle persone detenute. Per la detenzione in condizioni disumane e degradanti hai diritto a un risarcimento, la nostra IA può aiutarti a preparare l’istanza”. È questo il messaggio che introduce la possibilità di generare il reclamo ex art. 35-Ter da presentare al magistrato di Sorveglianza. Un sistema intuitivo, semplice e gratuito, messo a punto dall’associazione Movimento Italiano Diritti Detenuti. “In Italia esiste una frattura profonda tra ciò che è scritto sulla carta e ciò che accade dietro le sbarre, dice la presidente Giulia Troncatti. Il paradosso è che lo Stato, nel momento in cui punisce chi ha violato la legge, finisce per violare la propria legge fondamentale”. Comunitalia: “La nuova legge sui tossicodipendenti è un’opportunità, ma va applicata” ansa.it, 23 agosto 2026 “Una legge importante al fine di dare una seconda possibilità a tossicodipendenti e alcolisti che hanno compiuto reati, pur non dimenticando la sicurezza dei cittadini”. La rete Comunitalia, che riunisce numerose comunità terapeutiche impegnate da decenni nella cura, nel recupero e nel reinserimento sociale delle persone con dipendenze patologiche - tra cui la Comunità Papa Giovanni XXIII, San Patrignano e la Comunità Incontro - offre il proprio contributo al dibattito pubblico sulla Legge 5 agosto 2026, n. 140, entrata in vigore oggi 21 agosto in materia di detenzione domiciliare di tossicodipendenti e alcoldipendenti. “L’esperienza maturata nell’applicazione dei regimi alternativi alla detenzione già previsti dal nostro ordinamento, prima fino al limite di sei anni di pena, con la riforma oggi a 8, ha dimostrato come l’inserimento in programmi terapeutici seriamente strutturati e realizzati presso strutture accreditate possa rappresentare uno strumento efficace non soltanto sotto il profilo della cura, ma anche ai fini della prevenzione della recidiva e della tutela della sicurezza collettiva - sottolinea Comunitalia in una nota -. La Legge n. 140/2026 non introduce alcuna forma di liberazione automatica per le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti. L’accesso alla misura presuppone la presentazione di una specifica istanza e richiede un’attenta valutazione della condizione di dipendenza, nonché della correlazione tra tale condizione e il reato commesso”. “L’autorità giudiziaria può accogliere la richiesta esclusivamente qualora ritenga che il programma terapeutico proposto sia concretamente idoneo a favorire il recupero della persona e a ridurre il rischio di commissione di ulteriori reati. La nuova disciplina prevede inoltre criteri applicativi uniformi su tutto il territorio nazionale e valorizza il coinvolgimento delle professionalità appartenenti sia ai servizi pubblici sia agli enti del Terzo settore accreditati. Non si tratta, pertanto, di un percorso privo di verifiche o di controlli - prosegue la nota -. Le strutture chiamate a realizzare i programmi terapeutici sono tenute a documentarne l’andamento e a segnalare all’autorità giudiziaria eventuali violazioni o comportamenti incompatibili con il percorso previsto. La normativa disciplina, inoltre, la possibilità di revoca della misura nei casi di inosservanza delle prescrizioni o di violazione delle condizioni stabilite. Per i reati di maggiore gravità, ricompresi nell’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario, resta fermo il limite di quattro anni. Tutto ciò non significa ignorare le possibili criticità che potranno emergere nella fase di applicazione della riforma. Al contrario, proprio la rilevanza e la delicatezza della nuova disciplina rendono necessario un attento e costante monitoraggio dei suoi effetti”. Per Comunitalia “sarà indispensabile verificare nel tempo la qualità degli accertamenti diagnostici, l’appropriatezza e l’effettiva personalizzazione dei programmi terapeutici, l’idoneità delle strutture chiamate a realizzarli, il rispetto delle prescrizioni imposte dall’autorità giudiziaria, l’eventuale ricorso alla revoca delle misure, nonché gli esiti dei percorsi in termini di riduzione della recidiva e di effettivo reinserimento sociale. La sicurezza pubblica e la cura delle dipendenze non devono essere considerate obiettivi contrapposti. La sicurezza pubblica è certamente centrale e il rischio che la condizione di dipendenza possa essere utilizzata in modo strumentale per accedere a misure alternative rappresenta un aspetto che non deve essere sottovalutato - prosegue la nota -. Tuttavia, la risposta a questo possibile rischio non può tradursi nella rinuncia a percorsi di cura e recupero per le persone affette da dipendenza patologica. Prendersi cura di una persona con una dipendenza patologica non significa cancellare o attenuare la responsabilità per il reato commesso. Significa, piuttosto, intervenire anche sulle cause che possono alimentare il comportamento criminale e il rischio di recidiva, attraverso un percorso terapeutico sottoposto a precise condizioni, verifiche e responsabilità”. Per la rete Comunitalia “la nuova normativa rappresenta quindi un’opportunità che deve essere accompagnata da una rapida e corretta attuazione. È necessario predisporre senza ritardi gli strumenti organizzativi, le risorse e gli investimenti indispensabili affinché le disposizioni introdotte possano tradursi in percorsi realmente efficaci, controllati e qualificati. Solo attraverso un’applicazione rigorosa della norma, un adeguato sistema di controlli e il coinvolgimento di servizi pubblici e realtà accreditate dotate delle necessarie competenze sarà possibile coniugare efficacemente esigenze di sicurezza, responsabilità individuale, diritto alla cura e prevenzione della recidiva”. “Carceri e dipendenze tra i giovani sono priorità che richiedono una nuova alleanza sociale” ansa.it, 23 agosto 2026 Per rilanciare il lavoro nelle strutture penitenziarie è necessario rivedere e riattualizzare la legge Smuraglia. “Le carceri, come la drammatica diffusione delle dipendenze tra i giovani, sono le priorità che con forza si sono poste al centro delle prime riflessioni portate avanti da Cdo Opere Sociali in occasione del Meeting di Rimini ora in corso”, dichiara Stefano Gheno, Presidente di Cdo Opere Sociali. “In occasione dei diversi dibattiti che si sono tenuti è emerso come il fattore educativo sia fondamentale e ineluttabile per affrontare, in maniera compiuta e fattiva, l’abnorme diffusione delle dipendenze tra i giovani. I dati, presentati qui al Meeting, sono chiari e drammatici”, evidenzia il Presidente di Cdo Opere Sociali. “Uno su 4 tra i giovani nella fascia 15-19 anni presentano una dipendenza- dal gioco e scommesse alla costante connessione con i social media. È un dato che parla da solo. Le dipendenze richiedono un’alleanza autenticamente sussidiaria che deve vedere in campo tutti gli attori attivi in ambito educativo, sportivo, sociale in un’autentica dimensione sussidiaria”, rimarca Gheno. “Lo stesso spirito di alleanza sociale è necessario per le carceri; le strutture di reclusione possono essere luoghi di speranza. Alcune di esse lo sono già. Conosciamo bene i problemi drammatici a livello strutturale legati ai penitenziari. È necessario che vengano sempre più valorizzate le diverse realtà - imprese sociali, cooperative, associazioni - attive all’interno delle carceri e che compiono la loro opera a fianco degli agenti di sicurezza. Servono investimenti perché il lavoro all’interno delle carceri si possa sempre più sviluppare Perché ciò avvenga è necessario che la Legge Smuraglia venga rilanciata e attualizzata. È necessario che questo diventi un impegno di tutte le forze politiche che intendono promuovere un cambio di passo riguardo la questione carceri. Lo chiediamo con forza”, conclude il Presidente di Cdo Opere Sociali. L’Ave Maria dietro le sbarre di Riccardo Benotti difesapopolo.it, 23 agosto 2026 Una poesia nata nella sezione femminile del carcere di Lecce trasforma l’Ave Maria in grido di rabbia, pentimento e richiesta di libertà. Tra versi, sovraffollamento e nuove misure alternative alla detenzione, emerge una domanda essenziale: la pena può punire senza cancellare la persona e la sua possibilità di cambiare davvero? “Ave Maria piena di rabbia”. Potrebbe essere il titolo dell’ultimo film di Tarantino. Invece è la poesia scritta da una donna reclusa nella sezione femminile del carcere di Lecce, premiata domenica scorsa a Santa Caterina di Nardò con il premio “Afrodite”. Tre parole bastano a incrinare una formula recitata da secoli: dove ci si aspetta la grazia, arriva la rabbia. Non è una profanazione. È una preghiera. I versi non spiegano, elencano. Il sole che sorge sulla sezione femminile, i rimpianti senza fine, il blindo che si chiude, l’insonnia, “c’è chi prende le gocce e non si vergogna”, la “sezione psichiatria” che non aveva “mai pensato in vita mia”. E un finale che rovescia tutto: “Ave Maria piena di rabbia, mi son pentita, aprite sta gabbia”. Il pentimento non viene esibito come merito. Apre una richiesta, non chiude un conto. C’è, in quel gesto, qualcosa che richiama “La Terra Santa” di Alda Merini. Non per qualità o consapevolezza letteraria, che sarebbe improprio mettere sullo stesso piano, ma per il procedimento: portare il vocabolario del sacro dentro il luogo della reclusione e costringerlo a misurarsi con il dolore psichico, la chiusura, il desiderio di salvezza. Merini sovrappose il manicomio alla terra promessa. Qui l’Ave Maria viene piegata alla misura di una cella. Con il registro popolare, “Le Mantellate” di Strehler e Carpi, incisa da Ornella Vanoni nel 1959, aveva fatto qualcosa di simile: una campana che suona a tutte le ore e la constatazione che “Cristo nun ce sta dentr’a ‘ste mura”. Sessantasette anni dopo, da una cella di Lecce, qualcuno chiama comunque. Leone XIV, il 10 giugno scorso nel centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, ha detto ai detenuti che “essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi e perdonare”. Non è un’assoluzione a buon mercato: il pentimento è un processo, non un certificato. In quei versi la conversione non cancella ciò che è accaduto e non pretende di farlo. Domanda che l’errore non coincida per sempre con la persona che lo ha commesso. Anche Francesco, rileggendo Giobbe, aveva riconosciuto dignità alla preghiera che protesta: Dio accoglie perfino una parola pronunciata nella rabbia contro di lui, mentre respinge la religiosità che pretende di spiegare il dolore con il cuore freddo. “La protesta è un modo di preghiera”, disse. Meglio la rabbia che si rivolge a Dio del moralismo che parla di Dio senza ascoltare chi soffre. È entrata in vigore in questi giorni la legge 5 agosto 2026, n. 140, che apre ai condannati tossicodipendenti e alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni una detenzione domiciliare da scontare, se il programma di recupero è residenziale, in comunità terapeutica. I giornali la chiamano “svuota-carceri”: è un’etichetta, non una categoria giuridica. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di almeno diecimila persone che potrebbero uscire. Le risorse coprono per il 2026 circa cinquecento posti, e le linee guida attuative sono attese entro centoventi giorni. Intanto i detenuti sono 64.741 su 46.343 posti realmente disponibili, con un affollamento del 139,7%. A Lecce quasi 1.500 reclusi per 780 posti. Trentotto i suicidi nei primi sette mesi dell’anno. Quasi un detenuto su due assume sedativi o ipnotici. La statistica e il verso dicono la stessa cosa. Solo che uno dei due nomina la vergogna. Nessuno pensi che una poesia risolva tutto questo. Non aggiunge un posto letto, non finanzia una comunità, non scrive un decreto. Fa un’altra cosa, e non è poco: restituisce un soggetto là dove il sistema conta presenze. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È una norma, non un auspicio. I versi premiati saranno incisi sulla ceramica e collocati sul lungomare di Santa Caterina. Usciranno dal carcere prima di chi li ha scritti. Chi li leggerà, camminando davanti al mare, dovrà decidere se sono la voce di una colpevole o la preghiera di una persona. La Costituzione ha già risposto: sono la stessa cosa. Comincia la corsa al Csm, Ferri può sparigliare tutto di Giulia Merlo Il Domani, 23 agosto 2026 Le correnti storiche sono schierate, a guastare la festa c’è l’ex Mi ed ex politico del caso Palamara. Caccia ai seggi proporzionali grazie al gioco degli apparentamenti. Il Consiglio superiore della magistratura è un organo diabolicamente complesso, non solo quando opera ma soprattutto quando viene composto e, per orientarsi, serve una bussola con più lancette. Per prima cosa bisogna inquadrare il momento. Mancano due mesi al voto - il 25 e 26 ottobre - e l’elenco di tutti i candidati per collegio è stato reso pubblico il 6 agosto sul sito del Csm. Ora la data cerchiata in rosso è quella del 24 settembre, termine ultimo per dichiarare gli apparentamenti. Ovvero quale candidato corre con chi. Con un dettaglio dirimente: per i gruppi associati significa semplicemente confermare i componenti da loro scelti per ogni collegio, mentre per i cosiddetti “indipendenti” è il momento della verità. L’apparentamento, infatti, prevede che i voti degli “apparentati” si sommino al fine di determinare a chi spettano i seggi che vengono distribuiti con meccanismo proporzionale. La legge elettorale Cartabia, infatti, prevede un meccanismo peculiare: sette collegi (quattro di merito e due dei pm su base territoriale; uno di Cassazione su base nazionale) che eleggono con sistema maggioritario 15 candidati, i restanti cinque posti sono assegnati con quota proporzionale, calcolata su base nazionale. Rompicapo Csm: andare in vacanza diventa un lavoro Ferri l’indipendente Capito il meccanismo, si mette a fuoco quanto sia scivoloso il concetto di indipendente. In questa fase di studio reciproco, nessuno parla in chiaro. A microfoni spenti, invece, le dinamiche e gli scontri interni emergono in modo palese. “Indipendente è un’etichetta che piace, ma è divertente notare come serva a colorare molte cose, anche molto diverse tra loro”, spiega un esponente di peso di un gruppo associativo. Per esempio, se il requisito di indipendenza si traduce in una candidatura al di fuori delle correnti, il nome più indipendente di tutti è quello di Cosimo Ferri, che delle correnti ha fatto parte e ora gioca in solitaria. Ex capocorrente dei conservatori di Magistratura indipendente, ex sottosegretario alla Giustizia e deputato, ex partecipante al dopocena dell’Hotel Champagne, già membro del Csm e già anche componente del Consiglio di presidenza della Giustizia tributaria, Ferri ora punta a tornare in Consiglio. “E forse, per paradosso, la sua è davvero la candidatura più indipendente di tutte, ma getta un’ombra particolare sul concetto stesso di indipendenza visto ciò che è stato il caso Palamara”, è l’analisi della stessa fonte. Certo è che la sua discesa in campo ha terremotato la campagna elettorale prima ancora che sia entrata nel vivo. Il suo è un nome ingombrante che riporta alla mente il caso Palamara ma - per quelli con la memoria più lunga - anche la sua grande capacità di catalizzare voti. Per questo la sua candidatura da indipendente significa una spina nel fianco per Mi, che rischia di perdere consensi. Pochi o tanti, lo diranno le urne. Certo è che quella di Ferri è la mente politica di chi si intende di leggi elettorali, intorno al suo progetto “apparenterà” quattro candidati (due ex Mi come Annarita Donofrio e Vincenzo Depalma, oltre a Elisabetta Scolozzi e Giacomo Gasparini) e le porte non sono chiuse: “Siamo aperti con tutti e si lavora sui temi”, ha detto a Domani. E se altri candidati volessero unirsi, la porta è aperta fino al 24 settembre. Obiettivo: vincere nei collegi con il maggioritario, ma anche partecipare alla roulette dei resti proporzionali e ottenere qualcuno dei cinque in palio. I suoi antagonisti, e sono molti, considerano la sua una candidatura se non illegittima quantomeno evocatrice di quella stagione oscura e da rimuovere che è stato il caso Palamara. Insomma un modo per riportare al Csm un metodo di fare politica giudiziaria, che ha sempre avuto una vicinanza specifica con il mondo della politica. Tanto che gli viene attribuita la funzione di catalizzatore per i voti di tutta quella parte della magistratura che al referendum ha silenziosamente votato Sì, nonostante Ferri non si sia mai pubblicamente esposto in favore della separazione delle carriere. Numerosa o meno che sia, quella referendaria è comunque una delle faglie interne che si riverbereranno nella contesa elettorale. Interpellato, il diretto interessato non si nasconde: “La mia è una presenza nello spirito della legge, che incentiva proprio le candidature autonome e trasversali, sopra le correnti”. A riprova di questo, sottolinea il fatto che non ci siano apparentamenti con candidati nel collegio di legittimità (l’unico su base nazionale) né in quelli dei pm. Domanda ovvia, quale è il suo progetto per il futuro Csm? “Un consiglio più moderno e attento alle problematiche dei giovani magistrati. Sono cambiati i tempi e le esigenze”. No alla restaurazione, l’effetto Cosimo Ferri sulle elezioni del Csm Obiettivo giovani Ecco dunque il vero obiettivo trasversale a tutte le correnti: i giovani magistrati, entrati in quasi tremila unità negli ultimi quattro anni grazie ai concorsi banditi dal ministero per coprire i vuoti di organico. Un popolo di magistrati che hanno l’elettorato attivo perché votano, ma non quello passivo perché per candidarsi al Csm serve la terza valutazione di professionalità, quindi 12 anni di ruolo. Questo è il serbatoio di voti a cui tutti puntano, con strategie diverse. Se sul fronte conservatore la novità è il ritorno di Ferri, su quello progressista è l’apparentamento dei tre candidati di Magistratura democratica con cinque candidati della rete Autogoverno diffuso che si rifanno all’esperienza consiliare del togato Roberto Fontana, espressione di assemblee territoriali in particolare del nord Italia e soprattutto del distretto di Milano. Tutti nomi dall’alto standing nei rispettivi uffici ma che non provengono da un percorso di corrente. I critici rispetto a questa mossa la bollano come un maquillage del gruppo progressista per darsi quello che viene definito “un tocco di populismo” anche a costo di perdere in parte la loro natura. I diretti interessati negano e anzi pongono la questione su tutt’altro binario. L’affiancamento di Md con esperienze territoriali non è una novità ma è cominciato nel 2021 - anno della rottura del cartello con Area - e ha già avuto successo nelle elezioni dell’Anm e locali. Inoltre tra i candidati di Md e quelli territoriali c’è convergenza sul programma, dunque viene rivendicata una comune posizione su tutti i temi cruciali, come la battaglia per modificare il testo unico sulle nomine. Nessun maquillage, quindi, ma “un modo per rappresentare le istanze territoriali che si sono strutturate in questi anni e per parlare soprattutto ai giovani magistrati”, viene spiegato. I quali hanno bisogno di rappresentanza ma non hanno il bagaglio ideologico della corrente. Grazie al Pnrr, scoppia la pace tra Csm e ministero della Giustizia I pronostici Le pedine, dunque, ora sono sulla scacchiera e manca solo l’appalesarsi degli apparentamenti. La campagna elettorale, però, è già cominciata sotto traccia e i pronostici si sprecano. Sul fronte progressista, l’attesa è che proprio l’esperimento di Md possa dare buoni risultati, anche se Area - il gruppo che ha più catalizzato il voto progressista e quello con un radicamento più omogeneo sul territorio - ha scelto di correre con candidature forti ed espressione della propria dirigenza, dunque già con un buon bagaglio di riconoscibilità tra gli elettori. Più difficile da leggere è quel che accadrà sul fronte conservatore: Magistratura indipendente ha certamente accusato la candidatura di Ferri e il gruppo sta vivendo un tumulto interno, tuttavia gli stessi avversari non hanno molti dubbi sul fatto che la storica corrente moderata continui a incassare voti. Rimane Unicost, il gruppo centrista che ha dato buona prova di sé nel consiglio uscente e non è rimasto schiacciato tra i due poli, così anche in questa campagna punta a porsi come alternativa credibile. La cartina al tornasole sarà il collegio di legittimità, i cui candidati verranno votati da tutto il corpo elettorale, quasi 10mila teste. Per venire eletti si calcola che servano circa 1300 voti e si gioca la partita più tesa: i candidati sono tutti profili stimati e riconoscibili, ma con alcune sovrapposizioni. Sul fronte progressista, la candidata di Area Egle Pilla potrebbe perdere consensi in favore di Giovanni Nardecchia, il candidato della rete Autogoverno diffuso sostenuto da Md. Su quello conservatore, l’ex segretario dell’Anm Salvatore Casciaro che corre per Mi potrebbe venire insidiato da Luisa De Renzis, espressione del mondo cattolico. Nel mezzo c’è Elisabetta Ceniccola, procuratrice generale di Unicost molto stimata internamente. I posti sono due, gli equilibri instabili e il sistema elettorale alimenta l’incertezza. Giustizia, aumentano le pene pecuniarie e cresce il gettito di Giovanni Negri Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2026 La Relazione della Giustizia misura l’impatto della riforma Cartabia. Incrementano i provvedimenti di sostituzione e l’incasso è in progressiva salita. Segnali incoraggianti arrivano sul versante delle pene pecuniarie con l’applicazione della riforma Cartabia. A metterlo nero su bianco è il ministero della Giustizia nella relazione sullo stato di esecuzione delle pene pecuniarie presentata al Parlamento, la prima che permette di fare il punto con un minimo di solidità sull’efficacia delle novità. La riforma, che si applica ai reati commessi a partire dal 30 dicembre 2022, punta da un lato a incrementare il ricorso alle pene pecuniarie, in una complessiva revisione dell’intero sistema sanzionatorio dove il carcere è meno centrale, dall’altro a sostituire al tradizionale modello civilistico (il credito per pena pecuniaria veniva considerato come generico credito erariale, da incassare attraverso riscossione con ruolo, quindi con emissione di cartella di pagamento da parte dell’agente della riscossione) un diverso meccanismo ricalcato piuttosto su quello dell’esecuzione della pena detentiva. Così, per effetto della riforma, il mancato pagamento della pena pecuniaria, superato il termine indicato nell’ordine di esecuzione del Pm, conduce alla conversione in una misura di limitazione della libertà personale, diversa a seconda che il mancato pagamento sia volontario (colpevole) oppure dovuto a insolvibilità del condannato. La conversione non è quindi più limitata all’ipotesi dell’insolvibilità, e può portare il condannato in carcere, in regime di semilibertà, o, a seconda dei casi, in detenzione domiciliare o al lavoro di pubblica utilità. L’obiettivo è quello di restituire effettività a una tipologia di sanzione penale che storicamente sconta tassi di inefficacia assai elevati. Nel vecchio sistema, infatti, la percentuale di pene pecuniarie riscosse, a fronte di quelle affidate ad Equitalia Giustizia, al netto delle pene sospese, nel periodo 2019-2025 si è sempre aggirata in misura inferiore al 5 per cento. Nel 2025 il trascinamento del vecchio sistema registra una percentuale dell’1,26%, uno dei valori più bassi dell’intera serie, pur in presenza di un volume di carichi affidati sostanzialmente stabile. Ora i dati comunicati dal ministero permettono di verificare il primo impatto della riforma. Innanzitutto con un significativo aumento delle condanne alla pena pecuniaria, dove emerge che sia nel 2024 sia nel 2025 si è totalizzato un numero di condanne (e correlativo importo finanziario) notevolmente superiore al numero di condanne inflitte nel corso di tutto il 2023: le sentenze sono passate da 5.325 a 15.853 e 16.866 e i decreti da 2.804 a 10.481 e 5.834. Il numero di provvedimenti di sostituzione della pena detentiva breve con la pena pecuniaria, negli anni 2024 e 2025, è superiore annualmente al totale dei provvedimenti di sostituzione con altre misure sostitutive come la detenzione domiciliare, la semilibertà, il lavoro di pubblica utilità. Nel 2024, per esempio, le sostituzioni con pene pecuniarie sono state 3.591, mentre quelle con lavoro di pubblica utilità 1.309 (926 le detenzioni domiciliari sostitutive e 9 le semilibertà). Il gettito prodotto dal capitolo relativo alle somme riscosse per pene pecuniarie e sanzioni sostitutive di pene detentive brevi appare poi progressivamente in aumento: nel 2023 è stato pari a 223.724 euro, nel 2024 a 5.000.598, nel 2025 a 10.480.607,08, nel periodo 1° gennaio-17 marzo 2026 è stato di 3.059.095 euro “lasciando così ipotizzare per l’intero 2026 un gettito più elevato rispetto all’anno precedente”. Il numero delle condanne alla conversione della pena pecuniarie in una misura a diverso titolo restrittiva è stato di 265 nel 2023, di 541 nel 2024 e di 83 nel 2025. Avellino. Carceri, nei tre istituti allarme sovraffollamento di Katiuscia Guarino Il Mattino, 23 agosto 2026 Ad Ariano 311 detenuti per 263 posti, a Sant’Angelo Lombardi 190 per 124 posti. Tutti e tre gli istituti penitenziari irpini si trovano a fare i conti con il sovraffollamento. È la fotografia restituita dai dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 20 agosto. A Bellizzi Irpino risultano 683 detenuti per 503 posti, quindi con il 35,8% in più di reclusi; ad Ariano Irpino 311 detenuti per 263 posti, con un sovraffollamento del 18,3%; a Sant’Angelo dei Lombardi si registrano 190 ristretti per 124 posti, con il dato più critico: +53,2%. Il quadro cambia sensibilmente quando, oltre alla capienza regolamentare, si considerano i posti non disponibili. La pressione sulle strutture risulta infatti maggiore rispetto a quella che emerge guardando soltanto alla capienza nominale. I numeri raccontano tre situazioni differenti: Bellizzi Irpino presenta il maggior sovraffollamento in termini assoluti; Ariano Irpino combina un livello di sovraffollamento significativo con un numero particolarmente elevato di posti non disponibili; Sant’Angelo dei Lombardi fa segnare, invece, il livello di sovraffollamento percentualmente più grave. A Bellizzi Irpino i detenuti sono 683 a fronte di 503 posti regolamentari. Le presenze sono quindi 180 oltre la capienza, con un sovraffollamento del 35,8%. I posti non disponibili sono 29. La capienza effettivamente utilizzabile scende dunque a 474 posti. Rispetto a questa disponibilità, i detenuti in più sono 209 e il sovraffollamento raggiunge circa il 44,1%. Quello di Bellizzi Irpino è quindi l’istituto che annovera il maggior numero assoluto di ospiti oltre la capienza, sia rispetto ai posti regolamentari sia rispetto a quelli effettivamente disponibili. Ad Ariano Irpino si contano 311 detenuti per 263 posti regolamentari: 48 persone oltre la capienza, con un sovraffollamento del 18,3%. I posti non disponibili sono 47. La capienza effettivamente utilizzabile scende quindi a 216 posti. Rispetto a questa disponibilità, i detenuti in più sono 95 per una percentuale pari al 44%. È uno degli elementi più rilevanti della situazione dell’istituto: quasi un quinto dei posti regolamentari non è disponibile e questo determina un forte aumento della pressione sulla struttura quando il calcolo viene effettuato sulla capienza realmente utilizzabile. A Sant’Angelo dei Lombardi il quadro è ancora più pesante. I detenuti sono 190 a fronte di 124 posti regolamentari: 66 persone oltre la capienza, con un sovraffollamento del 53,2%. I 9 posti non disponibili riducono la capacità effettiva a 115 posti. I reclusi in più rispetto a questa disponibilità sono quindi 75 e il sovraffollamento sale al 65,2%. È il dato percentualmente più alto tra i tre istituti penitenziari irpini, sia considerando la capienza regolamentare sia quella effettivamente disponibile. Diversa la situazione dell’Icam di Lauro, che ospita 16 persone su 50 posti regolamentari. Ci sono quindi 34 posti liberi e, sulla base dei dati disponibili, non emerge una criticità legata al sovraffollamento. L’Icam, però, ha caratteristiche e funzioni differenti rispetto alle tre strutture penitenziarie ordinarie. Per questo motivo il suo dato va tenuto distinto. Considerando anche l’Icam di Lauro, i quattro istituti arrivano complessivamente a 1.200 persone detenute e 940 posti regolamentari. Per Bellizzi Irpino, Ariano Irpino e Sant’Angelo dei Lombardi sono indicati complessivamente 85 posti non disponibili. Nel complesso, le 1.200 presenze rappresentano il 127,7% della capienza regolamentare. Considerando invece i posti effettivamente disponibili nei tre istituti per i quali il dato è indicato, il rapporto sale al 140,4%. Le percentuali sono elaborazioni effettuate sui dati ufficiali del Ministero della Giustizia. La fotografia più significativa resta quindi quella dei singoli istituti: Bellizzi per il sovraffollamento assoluto, Ariano per il forte impatto dei posti non disponibili e Sant’Angelo dei Lombardi per il livello percentualmente più elevato. Massa Carrara. “Rieducazione a rischio”. Un carcere sovraffollato e il personale è ridotto di Michele Scuto La Nazione, 23 agosto 2026 Capienza per 177 detenuti: sono 307 con 5-6 educatori, un medico e 2 infermieri. L’appello dei Giovani Democratici dopo il sopralluogo nella Casa di reclusione. Gianni Lorenzetti: “Cosi impossibile un servizio adeguato per il reinserimento”. “Questo carcere rischia di perdere completamente il ruolo di rieducazione straordinario che ha sempre avuto”. È il timore espresso da Gianni Lorenzetti, consigliere regionale del Partito Democratico e presidente della IV Commissione toscana, dopo la visita alla Casa di reclusione di Massa organizzata dai Giovani Democratici della Toscana. Un sopralluogo che tiene accesi i riflettori sulle difficoltà di una struttura considerata tra le più virtuose per le attività di lavoro e reinserimento, ma oggi sottoposta a una pressione crescente. Insieme a Lorenzetti c’erano i segretari dei Giovani Democratici regionale, Bernardo Taddei, provinciale, Alessio Fatticcioni, e comunale Ilaria Orlandi, oltre a Michela Votino, Luca Massa e Matilde Coluccini. Era la terza tappa della campagna regionale “Dimenticat3”. La fotografia scattata mostra un sistema sotto pressione: secondo gli ultimi dati del ministero della Giustizia, aggiornati all’11 agosto, a Massa risultano 307 detenuti per una capienza regolamentare di 177 posti. Un sovraffollamento che si ripercuote sul funzionamento della struttura. Lorenzetti punta sulla carenza di personale. “L’aumento del numero dei carcerati sono almeno oltre 100 rispetto alla capienza e la diminuzione del personale”, osserva. Il problema riguarda educatori, sanità e polizia penitenziaria. “Immaginatevi 5-6 educatori nel carcere di Massa che si devono occupare di 300 persone. Solo un medico e due infermieri. Come è possibile un servizio adeguato?” Bernardo Taddei sottolinea come il sovraffollamento incide sulle opportunità di reinserimento. “È una struttura che darebbe la possibilità di lavorare a più di 160 detenuti e invece si trova una situazione di disparità anche tra gli stessi al loro interno”. Durante la visita sono state osservate anche esperienze positive, dalla ludoteca ai progetti con ‘Telefono Azzurro’ e alle attività lavorative. Alessio Fatticcioni riassume l’impostazione della campagna: “Riteniamo che bisogna tenere collegati ben tre principi: certezza della pena, sicurezza e soprattutto rieducazione, come dice la Costituzione”. “Sicurezza e diritti non sono pertanto contrapposti, ma parte del solito disegno complessivo”. Aperto poi il capitolo del Garante comunale dei detenuti, figura che a Massa ancora manca. L’assessora regionale Alessandra Nardini ha di recente sollecitato l’amministrazione comunale a procedere con l’istituzione della figura di garanzia. Per Ilaria Orlandi il Garante avrebbe soprattutto una funzione di collegamento: “È un ponte tra due mondi: quello della popolazione detenuta, ma anche di tutti i dipendenti che permettono lo svolgimento quotidiano e il mantenimento della struttura”. Da qui la richiesta al Comune: “Chiediamo al sindaco, all’amministrazione, che finalmente si proceda”. Taddei insiste sulla necessità di una decisione rapida: “Sono necessari tempi certi rispetto alla nomina di questa figura. Deve partire immediatamente”. La campagna “Dimenticat3” proseguirà nelle altre carceri toscane, con le prossime tappe a Grosseto, Sollicciano e Volterra. “Bisogna ripartire da un investimento nei confronti delle infrastrutture penitenziarie”, sostiene Taddei. Ma significa anche personale, educazione, lavoro e una connessione stabile con il territorio. Il sovraffollamento non è solo una questione di spazi: incide sui tempi e sulla possibilità di costruire percorsi individuali, proprio mentre la struttura avrebbe una forte vocazione al reinserimento e alla rieducazione. La sfida di Massa non è solo gestire un carcere sovraffollato ma evitare che l’emergenza cancelli quelle esperienze che consentono il reinserimento. “Dobbiamo lavorare affinché ci sia la riabilitazione prevista dalla Costituzione”, ha ricordato Lorenzetti. Modena. Il Sant’Anna ospita 604 detenuti a fronte di una capienza di 371 posti tvqui.it, 23 agosto 2026 È entrato in vigore lo “svuota-carceri”, il provvedimento che dovrebbe alleggerire la pressione sugli istituti penitenziari italiani, consentendo ai detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti condannati a pene fino a otto anni di chiedere di scontare la pena in strutture specializzate. Ma i numeri raccontano quanto il problema sia ancora lontano dall’essere risolto. A Modena, nel carcere Sant’Anna, la capienza regolamentare è di 371 posti. E secondo i dati del Ministero della Giustizia, aggiornati proprio alla giornata di ieri, i detenuti presenti sono 604: più di 230 persone oltre la capienza prevista. Un dato che fotografa una situazione di forte sovraffollamento, con conseguenze sulle condizioni di detenzione, sulla possibilità di garantire percorsi adeguati di recupero e reinserimento e, naturalmente, anche sul lavoro della Polizia Penitenziaria. Lo scorso giugno la UIL FP aveva evidenziato nel penitenziario modenese una grave carenza di organico degli agenti: un singolo poliziotto penitenziario poteva arrivare a vigilare su circa 50 detenuti e, in alcuni turni, il rapporto diventava addirittura di uno a cento, senza considerare le assenze per malattia. Oggi, con 604 detenuti a fronte di 371 posti, il dato è ancora più evidente: il problema delle carceri non è soltanto quello di gestire chi deve scontare una pena, ma di farlo garantendo condizioni dignitose, sicurezza e possibilità concrete di recupero. Con oltre 230 detenuti in più rispetto ai posti disponibili, il sovraffollamento resta una vera emergenza. Rimini. Meeting, “La vita oltre il muro” anche a Varese e Busto di Vincenzo Coronetti malpensa24.it, 23 agosto 2026 Parliamo di carceri, anzi, ne riparliamo pur consapevoli che non è tra gli argomenti più popolari, benché sia spesso al centro del dibattito istituzionale e non solo. Una questione riproposta proprio in questi giorni di fine agosto sia da un panel nella prima giornata al Meeting ciellino di Rimini, sia dall’ennesima visita di una delegazione della Camera penale di Busto Arsizio nel sovraffollato istituto di pena bustocco. Due momenti che riaffrontano il tema della vivibilità di questi non-luoghi, lontani della nostra quotidianità, sintomatici di una sensibilità collettiva che tende a marginalizzare il discorso dei penitenziari e del recupero di chi vi è ristretto. Il Meeting, con la partecipazione del vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, ha approfondito il tema partendo da un titolo carico di buone prospettive: “La vita oltre il muro. Come far fiorire speranza in carcere”. Non più sede di disagio e sofferenza, ma piuttosto occasione di riscatto umano e sociale, cifre declinate in una sola parola: reinserimento. Ecco il punto, che in provincia di Varese riguarda le case circondariali in attività, nel capoluogo e appunto a Busto Arsizio. Due realtà al centro dell’attenzione da anni, oramai. Mete di reiterati sopralluoghi di parlamentari, operatori di giustizia, avvocati, associazioni solidaristiche e educative, che ogni volta ribadiscono l’urgenza di mettere mano alle strutture per evitare che la permanenza in cella diventi motivo di rabbia e frustrazione, invece che occasione per ripartire. La Camera penale di Busto, presieduta da Tiberio Massironi, denuncia la difficile, tesa situazione all’interno del carcere e la definisce “insopportabile”. Ma non è una novità. Così come non si scopre nulla di nuovo ai Miogni di Varese, dove il sovraffollamento è forse meno pressante che a Busto ma rimane il problema da affrontare e risolvere. Per la prima volta dopo decenni (stiamo parlando di decenni) è all’orizzonte una parziale soluzione con l’utilizzo dell’adiacente palazzina comunale che ora ospita la polizia locale. Il trasferimento dei vigili in un’altra sede renderà possibile la riqualificazione della struttura detentiva, sopperendo così all’impossibilità o, meglio, alla mancanza di volontà statale di costruire un moderno penitenziario in una località periferica, come si è spesso e inutilmente ipotizzato da almeno tre o quattro decenni. Attenzione, riqualificazione che non rappresenta l’intervento definitivo, ma quanto meno uno sforzo istituzionale, in questo caso della giunta Galimberti che potrà contare su un finanziamento governativo, per mettere una pezza a una seria e annosa lacuna. E a Busto Arsizio? La deputata Manuela Maffioli, presente alla visita con la Camera penale, ha assicurato il suo interessamento in favore dell’intervento degli organismi gestionali a livello romano per avviare un ampliamento. Ministero della Giustizia e Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, conoscono il problema, e non da ieri. Un problema che tocca però l’intero sistema carcerario italiano, mai veramente preso in considerazione. La casa circondariale bustocca finisce così nella complessità di una vicenda che va al di là del singolo caso. Tant’è vero che a Varese s’è mosso per primo Palazzo Estense, non altri. Qui entrano in gioco le priorità del governo, di questo come di quelli che l’hanno preceduto, e le attenzioni politiche che, al di là delle intenzioni dei parlamentari locali, lasciano sullo sfondo il dramma, perché a volte di dramma si tratta, delle carceri italiane. Con buona pace dei richiami alla speranza di chi, al Meeting di Rimini, si è ritrovato a parlarne con intenti commendevoli, destinati - fatecelo dire - a rimanere ancora un tema attorno a al quale dibattere, mai trattato come meriterebbe in un Paese civile e, per questo, irrisolto. Potenza. La Garante D’Anzi: tutelare i diritti della comunità Lgbtq+ anche in carcere ansa.it, 23 agosto 2026 “Se fuori dal carcere la comunità Lgbtq+ vive una condizione difficile, la loro vita all’interno di un penitenziario diventa ancora più afflittiva in quanto spesso oggetto di discriminazione e isolamento”. Lo ha detto Carmen D’Anzi, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della provincia di Potenza, prima della manifestazione che si terrà nel pomeriggio nel capoluogo lucano. D’Anzi ha evidenziato che “tutte le modalità di detenzione oggi applicate risultano inevitabilmente discriminatorie se si considerano gli spazi, le ore d’aria, l’accesso alla scolarizzazione, alla formazione, alle attività lavorativa, alle attività sportive e la mancanza di un adeguato servizio sanitario”. “Partecipo convintamente al Basilicata Pride - ha concluso - per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impatto della detenzione sulle persone Lgbtq+, per mantenere accesi i riflettori sui diritti di questa comunità. Il Basilicata Pride diventa una valida occasione per riflettere sulla vivibilità delle condizioni carcerarie per quanto riguarda la tutela e garanzia dei diritti delle persone transessuali recluse. Scendere in piazza è un nostro dovere morale per rivendicare rispetto della dignità umana, diritto alla non discriminazione, divieto di trattamenti inumani e degradanti, senso di umanità della pena così come prescritto dal dettato costituzionale e il loro benessere psico-fisico con diritti, anche dietro le sbarre”. Foggia. “Ci credo ancora”: un podcast per guardarsi con occhi diversi di Alessandro Pendenza gnewsonline.it, 23 agosto 2026 Prosegue il racconto del dietro le quinte del podcast “Ci credo ancora”. Nell’ultima parte del nostro viaggio, abbiamo intervistato Annalisa Graziano, da tredici anni attiva nel Csv - Centro servizio per il volontariato e da dieci anni volontaria ex art. 78 dell’Ordinamento penitenziario nell’istituto foggiano. Su questa esperienza negli anni la giornalista ha scritto due libri: “Colpevoli”. Vita dietro (e oltre) le sbarre (2017) e Solo Mia. Storie vere di donne (2019), entrambi per Edizioni La Meridiana. L’obiettivo è dare voce alle persone detenute per connettere con il mondo ‘esterno’ i loro pensieri e le loro riflessioni in particolar modo con il mondo della scuola. Questa connessione determina tra i detenuti l’avvio di un percorso di cambiamento personale che si alimenta anche dell’appoggio di famiglie e amici, che riconoscono il loro impegno. Donne e uomini spinti sempre più a continuare sulla strada intrapresa e - ricorda ancora Graziano - a “guardarsi con occhi diversi”, ad andare oltre i propri sbagli, rendendo così sempre più tangibile la finalità rieducativa della pena proprio come la Costituzione prescrive. Per Graziano l’accoglienza positiva di questo progetto tra i detenuti è confermata da una delle voci del podcast in una puntata della prima stagione: “La voglia di guardarsi dentro e costruire uno spazio di dialogo”, a dimostrazione “che è possibile riflettere sul proprio percorso e cambiare”. Da queste voci che rendono ‘vivi’ nelle loro esperienze alcuni articoli della Carta parte un messaggio: c’è voglia di confrontarsi, crescere e di non arrendersi. Il confronto dei detenuti con gli articoli della Costituzione si trasforma in uno sprone per chi realizza il podcast - ma anche per chi lo ascolta - a proiettare quei valori nel proprio agire concreto e quotidiano, scoprendo che non si tratta di concetti astratti e lontani dal vissuto di ognuno. “Le riflessioni dei ragazzi sono autentiche - continua la volontaria -, sono loro a scrivere i pensieri e il mio lavoro è semplicemente quello di rivederli formalmente per costruire una puntata armoniosa. Mi sforzo sempre di rispettare la dimensione autentica del loro vissuto”. Perché intitolare questo podcast “Ci credo ancora”? Graziano racconta come i ragazzi, che hanno scelto il nome, intendessero scuotere le coscienze e non lasciare che questi valori, spesso citati nel discorso pubblico, perdano di significato, perché - come sottolinea uno dei partecipanti - “conoscere la Costituzione serve anche a capirsi e a prendere in mano la nostra parte di responsabilità”. Le responsabilità sui social: ecco come un divieto può educare di Stefania Garassini Avvenire, 23 agosto 2026 Tocca a noi adulti fare il primo passo, mettendo in discussione il nostro uso di smartphone e piattaforme e, se necessario, cambiando anche radicalmente per essere credibili. Se la pura teoria non funziona mai nell’educazione, con il digitale questo è ancora più evidente. Si è molto discusso della decisione della Corte Costituzionale francese di bocciare la recente legge che vietava l’utilizzo dei social media ai minori di 15 anni e che sarebbe dovuta entrare in vigore nel settembre prossimo. Si sono espresse posizioni fortemente polarizzate, che evidenziavano il contrasto tra vietare per legge ed educare a un uso sano da parte degli adulti. Una contraddizione che però nei fatti non esiste: perché il divieto è proprio lo strumento che può accompagnare e sostenere gli adulti nel loro insostituibile compito educativo. Un compito che non viene meno in un ambiente pervaso di tecnologia e dove a volte sembra che i principi su cui si imposta l’azione educativa siano venuti meno. Dove ad esempio si dà per scontato - e spesso sono gli adulti a farlo per primi - che la notifica di un’App sia più importante e urgente di quanto ci sta dicendo il nostro interlocutore in carne e ossa, o che controllare il proprio smartphone appena alzati e come ultima cosa prima di coricarsi sia imprescindibile, o che rispondere in modo impulsivo (e magari sgarbato) a un messaggio sia l’unica scelta possibile. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma non deve per forza essere così: si tratta piuttosto di adattare le regole di sempre all’ambiente digitale, tenendo ben fermi alcuni principi di base, persino scontati, ma oggi messi pesantemente in discussione dall’invadenza della tecnologia, come l’importanza della conversazione faccia a faccia, della condivisione di momenti insieme e la consapevolezza che l’interazione online - per quanto ricca e profonda - non può mai sostituire l’incontro di persona. Nessuna legge potrà prescrivere tutto questo, tocca a noi adulti viverlo e saperlo trasmettere. Siamo noi a dover fare il primo passo, a dover mettere in discussione il nostro uso di smartphone e social e, se necessario, a cambiare anche radicalmente - o almeno a provarci - per essere credibili. Se la pura teoria non funziona mai nell’educazione, con il digitale questo è ancora più evidente perché ci ritroviamo con strumenti - nient’affatto neutrali - che si insinuano in ogni più piccola piega del nostro tempo e delle nostre relazioni. E il modo in cui li usiamo può fare davvero la differenza nei rapporti familiari, di amicizia, di lavoro e anche nella nostra capacità di coltivare una vita interiore, una profondità di pensiero e di riflessione, possibile soltanto se sappiamo rientrare in noi stessi e silenziare ogni notifica. La posta in gioco non potrebbe essere più alta. E noi non possiamo chiamarci fuori. Per questo non aiuta ragionare contrapponendo divieto ed educazione, come dovendo scegliere tra l’uno e l’altra. Questo derby tra tifoserie delle due soluzioni serve soltanto a dilazionare la messa in atto di misure sempre più urgenti, che invece potrebbero essere utili anche a favorire quella presa di coscienza del mondo adulto da molte parti giustamente invocata. Peraltro se non saranno le leggi, discusse democraticamente, a cambiare le cose ci penseranno i tribunali. Lo sta facendo quello di Oakland, in California, dove è appena iniziato un processo a carico di Meta, che potrebbe alterare per sempre il volto dei social media. L’azienda di Mark Zuckerberg, proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp, è accusata da quattro Stati Americani, in rappresentanza di 29 che hanno avviato procedimenti analoghi, di aver mantenuto all’interno dei propri prodotti funzionalità progettate per favorire la dipendenza e l’uso compulsivo da parte dei giovani, ben sapendo quali fossero i rischi e gli effetti di tali funzionalità e di aver utilizzato in modo improprio i dati personali dei minori. La richiesta dell’accusa è il pagamento di una multa di 200 miliardi di dollari (ma secondo Meta la sanzione potrebbe arrivare a 1400 miliardi, poco meno del valore dell’azienda stessa) e l’eliminazione di alcune funzionalità come lo scrolling infinito (la possibilità di vedere sempre nuovi post che rende difficile smettere) e il conteggio dei like. Comunque finirà a Oakland, lasciare che siano soltanto i giudici a pronunciarsi su una questione che è primariamente culturale ed educativa, ha il sapore di una sconfitta: è la sanzione che come società non siamo in grado di stabilire quali limiti sia doveroso darci per preservare un bene - la crescita sana dei minori anche nell’ambiente online - su cui dovremmo essere tutti d’accordo. A volte “limitare serve a liberare”, come recita il titolo di un incontro in programma oggi al Meeting di Rimini, dove si affronterà proprio la tematica dell’uso di smartphone e social. Ed è una libertà chiesta con forza da un’intera generazione di ragazzi, che oggi ha ben chiaro - molto più degli adulti - di aver già pagato nella sua adolescenza un prezzo troppo alto. Come ha ricordato proprio davanti al tribunale di Oakland, il giovane attivista Dawson Kelly, “siamo stati oggetto di un gigantesco esperimento sociale. Per queste aziende noi non eravamo bambini. Eravamo dati”. Migranti. Piantedosi: “Il patto Ue funziona. Meno sbarchi e più rimpatri” di Virginia Piccolillo Corriere della Sera, 23 agosto 2026 Il ministro dell’Interno: “Chi critica non sa di che parla, dal 2023 bloccate 80 mila richieste di trasferimento”. “Un fallo di confusione”. Le chiama così il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, le critiche delle opposizioni sulla politica migratoria del governo. Convinto che non sapendo a cosa appigliarsi il centrosinistra prenda “tre quattro temi a caso, li agiti energicamente, li renda un groviglio indistinto e ne tragga una serie di relazioni causa-effetto, prive di fondamento”. Di critiche ne sono arrivate molte. Il titolare del Viminale le cita tutte per poi demolirle. Per esempio c’è chi ha rinfacciato al governo che “non è vero che il nuovo Patto asilo e migrazione sia vantaggioso per l’Italia”, che “i dublinanti invaderanno il nostro Paese e ci porterà solo danni”; ma anche che “le dichiarazioni degli altri Stati membri di inviarci i dublinanti sono la risposta alla circolare Piantedosi che da tre anni ne blocca i trasferimenti. Anzi, rappresentano il modo per alcuni Stati di esprimere dissenso per il ripristino dei controlli alla frontiera con la Spagna”. Ecco, secondo il ministro dell’Interno si tratta di “mistificazioni che assomigliano più a un tentativo maldestro di confondere, quando non dovuti alla mancanza di conoscenza su ciò di cui si parla”. Per questo rivendica i “risultati” delle politiche migratorie del governo: “Crollano gli sbarchi e raddoppiano i rimpatri perché abbiamo sottoscritto importanti accordi con i principali paesi di origine e di transito dei flussi”. Snocciola le cifre: “Dal 2023 Libia e Tunisia hanno impedito la partenza di oltre 275mila migranti che altrimenti si sarebbero riversati sulle nostre coste”. E quasi 98mila persone “che avrebbero potuto diventare preda di trafficanti sono state rimandate in patria con dignità e sicurezza con programmi di rimpatrio volontario, sostenuti dall’Italia e realizzate in collaborazione con l’Oim (l’organizzazione internazionale per le migrazioni), insieme anche all’Algeria”. Per Piantedosi sono “dati oggettivi che testimoniano l’efficacia delle politiche” del governo e costringono l’opposizione a “critiche senza validi argomenti”. Tra queste annovera gli attacchi sulla sospensione dell’accordo Schengen alla frontiera con la Spagna “come hanno fatto altri governi, contro cui non si sono levati cori di una indignazione a corrente alternata”. Il meccanismo dei dublinanti opera “da oltre 30 anni senza che nessuno lo abbia mai messo in discussione”, rimarca il titolare del Viminale. Ed evidenzia: “I governi precedenti, completamente inerti e subalterni hanno permesso che fossero rimandati in Italia decine di migliaia di migranti, senza batter ciglio. Siamo stati noi, in questi ultimi 4 anni, a dire basta. Abbiamo impedito che tornassero ben 80mila dublinanti”. Secondo i dati aggiornati al 12 giugno “le richieste avanzate da altri Stati membri sono state una cinquantina e sono appena tre i dublinanti che ci risultano giunti in Italia. Lo spropositato numero di 20 migranti l’anno”, ironizza il ministro. Rinfacciando agli “acuti commentatori che non dissero nulla quando tra il 2014 e il 2016 arrivarono oltre 500mila irregolari” e di non tenere conto che interessi personali o familiari avviati in altri Paesi potrebbero indurli a rimanere, o tornare, dove si trovano”. Piantedosi ripete quello che ha già sottolineato in sede europea: l’Italia fornirà massima collaborazione nella valutazione, “ma l’ingresso sul nostro territorio non sarà mai automatico, come nel passato”. Ammette che il governo “avrebbe voluto di più e le nostre richieste erano indubbiamente più alte”. Ma solo con “mistificazione si potrebbe negare che questo nuovo patto rappresenta un cambio di paradigma nel modo in cui l’Ue si rapporta al fenomeno”, sostiene. Perché “gli Stati di primo ingresso non dovranno più, come finora, invocare il sostegno dell’Ue” o “ringraziare per un eventuale limitato interessamento che in passato, talvolta, ha assunto più la forma di una non dovuta concessione che di una reale condivisione dei problemi”. E perché introduce stabili meccanismi di “solidarietà obbligatoria” per dare un sostegno ai Paesi maggiormente esposti, come il nostro, mentre “nei precedenti regolamenti ciò non era espressamente previsto”. Ora, annota, “si va dalla possibilità di ricollocazione alle compensazioni, passando per misure che rafforzano significativamente il controllo delle frontiere esterne della Ue. E questi strumenti non verranno attivati solo in situazioni di emergenza ma, avendo natura permanente e strutturale, troveranno applicazione sempre”. Dunque, conclude il ministro, “sarebbe davvero miope non riconoscere come una parte rilevante del merito di questo importante cambio di passo sia soprattutto del governo Meloni che, fin dal suo insediamento, ha lavorato in ogni sede competente perché il tema della necessità di governare i fenomeni migratori tornasse finalmente al centro dell’agenda europea”. Migranti. Nuovi Cpr, il piano della destra: “Anche senza il sì delle Regioni” di Ernesto Ferrara La Repubblica, 23 agosto 2026 Prima l’annuncio del coordinatore nazionale FdI Giovanni Donzelli, poi la risposta del governatore. L’Emilia Romagna valuta. Cpr ovunque. Anche senza l’ok delle Regioni. Nel bel mezzo del pasticcio con mezza Europa sul ritorno dei migranti e dopo 4 anni di annunci a vuoto la destra riapre il capitolo dei centri per i rimpatri dei clandestini. Scatenando però di nuovo la rivolta dei territori. Intanto la Toscana. Del resto è il fiorentino coordinatore nazionale di FdI Giovanni Donzelli a far scoppiare il caso: “Faremo i Cpr anche dove le Regioni non vogliono, con buona pace anche della Regione Toscana. Li faremo anche in Toscana, sì” annuncia due giorni fa il fedelissimo meloniano, ospite della Versiliana. L’ipotesi del Centro ad Aulla - Va detto che appena 4 mesi fa lo stesso Donzelli e pure il ministro dell’Interno Piantedosi proprio in Toscana, e proprio per mandare in tilt l’odiata “regione rossa”, avevano addirittura individuato un’area per fare il Cpr, un vecchio polverificio nel borgo di Pallerone, una frazione di Aulla in Lunigiana fin qui nota solo per aver dato i natali al politico socialista un tempo più potente di Toscana, quel Lucio Barani senatore e sindaco passato alla storia per l’unica statua d’Italia di Craxi. Bastò tuttavia la sola ipotesi del Cpr a Pallerone a scatenare un putiferio non solo nel Pd toscano, da sempre ostile, ma pure a destra: perplessità da FdI di Massa, scettica la Lega, addirittura sulle barricate Forza Italia. E non se n’è fatto di nulla. Il no della Toscana, l’attacco di Azione - Donzelli ora ci riprova. A pochi mesi dal voto rilancia il progetto di aprire un centro rimpatri in ogni regione anche senza il via libera dei governatori. Il toscano Eugenio Giani scende in trincea: “I Cpr non sono luoghi per trasferire nei loro Paesi d’origine i migranti, ma luoghi di detenzione impropria che non hanno personale adeguato per poter vigilare e anche indirizzare coloro che vi sono poi rinchiusi. Anziché restare lì per un breve periodo in attesa di rimpatrio, queste persone sono soggette a una lunga detenzione con tutto quello che poi comporta” sfida Giani, esponente Pd. Lo attacca Azione: “Se ogni Regione si comportasse come la Toscana il governo Meloni avrebbe buon gioco a dire che serve fare il Cpr in Albania” protesta il deputato calendiano Giulio Sottanelli. Lo scetticismo dell’Emilia Romagna - Pure l’Emilia Romagna però è scettica sul diktat di FdI: “Oggi i Cpr hanno un problema di umanità ed efficacia: si possono rendere umani ed efficaci?” si interroga il governatore Pd Michele De Pascale. Non è comunque un no secco il suo, tiene ad aggiungere: “Abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo pronti al confronto col governo sull’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi”. Migranti. Con la Flotilla in Albania, tra sorveglianza e piazze piene di Detjon Begaj* Il Manifesto, 23 agosto 2026 Il racconto di Detjon Begaj: la partenza da Brindisi dove suo padre sbarcò 35 anni fa, il viaggio sull’Adriatico e l’arrivo a sostegno della rivoluzione dei fenicotteri. Tra polizia di frontiera e protesta. La navigazione di bolina, controvento, delle tre barche della Global Sumud Flotilla, recuperate quasi miracolosamente tre mesi dopo l’abbordaggio dell’esercito israeliano, ci ha portato da Brindisi a Valona nei tempi previsti. A salutare la partenza notturna della missione in sostegno alla Flamingo Revolution c’erano centinaia di persone. Brindisi non è un luogo qualsiasi. Prima della nave Vlora a Bari, fu il primo grande approdo delle decine di migliaia di albanesi che attraversarono l’Adriatico tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo del 1991. Tra loro c’era anche mio padre. Sul lungomare, trentacinque anni dopo, si sono intrecciate ancora una volta le storie delle due sponde: chi quegli sbarchi li ricorda e si impegnò nell’accoglienza, albanesi della diaspora, attivisti palestinesi e realtà del Mezzogiorno impegnate contro devastazione e speculazione. Sono intrecci non casuali: il collettivo albanese Mesdhe, con cui è stata organizzata la missione, si è battuto contro il Cpr di Gjadër nato dall’accordo Rama-Meloni ed è ora impegnato nelle proteste che scuotono il paese. Come il collettivo Palestina e Lirë. Per gli albanesi, il movimento che da 84 giorni attraversa il paese non è soltanto una battaglia contro i progetti di Jared Kushner e Ivanka Trump per costruire resort di lusso sull’isola di Sazan e nell’area di Zvërnec. È una lotta contro un intero modello politico ed economico, per la sanità, la scuola, l’accesso all’acqua. Allo stesso modo, la Global Sumud Flotilla non ha rappresentato soltanto il tentativo di rompere l’assedio di Gaza, ma una pratica contro il colonialismo e l’espulsione delle popolazioni dalle proprie terre. Questi intrecci sembrano non piacere al governo di Edi Rama. Nei giorni precedenti alla partenza si sono abbattute le solite fake news sulla Flotilla e le accuse di essere pagata dalla famiglia Soros, nonostante due settimane fa Alex Soros sia stato fotografato mentre cenava con Rama a Dhërmi. Ma la solidarietà è più testarda delle calunnie. Al molo di Valona ci hanno atteso attivisti e cittadini albanesi. Per le tre barche della Flotilla era stata preparata invece una singolare “accoglienza governativa”: ai controlli della polizia di frontiera ci aspettavano due funzionarie del ministero del turismo, accompagnate da social media manager. Telefoni accesi e un documento politico in italiano alla mano, hanno cercato di spiegarci che Sazan è salva, il progetto è fantastico e i pericoli denunciati dal movimento dei fenicotteri non esistono. Più che un benvenuto, un’operazione di propaganda respinta dagli attivisti. Il video, cucito ad arte, è stato pubblicato sui social proprio da Edi Rama. Un attacco alla Flotilla mentre da nord a sud numerosi incendi bruciano aree verdi del paese e cresce la protesta per i 4,2 milioni di euro pubblici spesi per garantire il pubblico al concerto di Kanye West a Tirana, con un decreto che doveva servire in caso di calamità naturali. La sorveglianza della Flotilla si è vista anche sulla spiaggia di Dalan, a Zvërnec, dove le barche hanno sostato al largo mentre le attiviste preparavano l’accoglienza e gli striscioni in difesa di Narta. Agenti in divisa e in borghese, alcuni nascosti tra la vegetazione, hanno monitorato ogni momento. Ma i metodi repressivi non stanno spegnendo la voglia di manifestare. Venerdì a Valona la Flotilla ha sfilato insieme a centinaia di persone; ieri a Tirana eravamo in corteo con migliaia di manifestanti. Nella capitale le proteste proseguono ogni giorno dal 31 maggio: una maratona di resistenza politica, esistenziale e persino psicologica, che guarda a settembre, alla ripresa dei lavori del Parlamento e alla possibilità che il movimento riprenda vigore. Nel frattempo, sulla spiaggia a cui mi legano ricordi d’infanzia, vicina a dove sono nato, gli albanesi continuano ad andare al mare come sempre. Proprio lì dove a maggio entrarono i bulldozer, comparve il filo spinato e ci furono scontri con i cittadini. Quella rete che entrava per metri nell’acqua della laguna, dal 31 maggio non c’è più. Grazie alla lotta e alla Rivoluzione dei Fenicotteri, che continuano ad abitare poco più in là, nella laguna di Narta. *Consigliere comunale Coalizione Civica Bologna Stati Uniti. Così Trump sposta all’estero i migranti: intese con 37 Paesi di Riccardo Barlaam Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2026 Oltre 23mila persone sono state deportate dagli Usa nelle carceri di Paesi di cui non sono cittadini. Finiscono in una terra di nessuno, detenuti in modo arbitrario senza giusto processo. Gli Stati Uniti hanno firmato accordi bilaterali con 37 nazioni per aprire altrettanti centri di remigrazione in Paesi terzi. Donald Trump, nipote di un immigrato tedesco che nel 1885 scappò dalla Germania per evitare la leva e cercare fortuna negli Stati Uniti, ha fatto della stretta sull’immigrazione uno dei cavalli di battaglia che lo hanno riportato alla Casa Bianca. Per contrastare quella che lui chiama “l’invasione dei migranti”, ha usato l’Alien Enemies Act, una legge del 1789 che in tempo di guerra concede al presidente americano il potere di arrestare e deportare i cittadini di un Paese nemico. Il pugno duro del presidente - Da quando si è insediato, nel gennaio 2025, almeno 540mila persone sono state espulse dagli Stati Uniti, secondo il think tank non partisan, Brookings Institution. Il sito dell’Immigration and Customs Enforcement parla di oltre 350mila persone tra arrestati o espulsi da ottobre 2025, con circa 65mila persone ancora in carcere in attesa dei procedimenti di espulsione. Nessuno sa con esattezza quante persone siano state arrestate e reimpatriate in questo anno e mezzo. Tutta la materia è coperta da un’opacità di fondo e da una mancanza di trasparenza. Gli agenti armati e a volto coperto dell’Ice nelle loro retate hanno operato in media 1500 arresti al giorno tra immigrati, richiedenti asilo e rifugiati irregolari. I raid dell’Immigration and Customs Enforcement sono avvenuti soprattutto nelle cosiddette città santuario, governate da democratici, troppo tolleranti secondo l’attuale amministrazione con i migranti irregolari. Città come Seattle, Washington DC, Las Vegas, Los Angeles, Atlanta, Memphis, Nashville, Philadelphia, Boston, Chicago, Detroit, Indianapolis, New Orleans e Minneapolis. Il ruolo di Palantir nei rastrellamenti - Palantir, la società di Peter Thiel e Alex Karp specializzata nell’analisi dei dati che serve governi ed eserciti di mezzo mondo, è stata accusata di essere complice delle politiche repressive scatenate dall’amministrazione Trump. Ci sono stati scioperi dei dipendenti e proteste nelle piazze e nelle università: la società è finita nel mirino perché si ritiene sia stata lo strumento tecnologico utilizzato dagli agenti armati dell’Ice per facilitare i rastrellamenti e le deportazioni. L’impunità agli agenti dell’Ice - L’amministrazione Trump ha concesso un’immunità assoluta agli agenti dell’Ice. Il 60% degli americani ritiene che gli agenti abbiano abusato dei loro poteri con un uso eccessivo della forza. I raid armati dell’Ice hanno scatenato manifestazioni popolari con migliaia di cittadini americani per le strade. Diversi di loro hanno perso la vita durante le proteste. Come si ricorderà, il 7 gennaio 2026 un’agente dell’Ice, Jonathan Ross, ha ucciso Renée Nicole Good, madre di 37 anni, scrittrice, americana, bianca, che protestava dentro la sua auto contro i raid. L’ufficio del Procuratore generale degli Stati Uniti si è attribuito la giurisdizione sul caso bloccando le indagini sull’omicidio da parte dei giudici del Minnesota. Qualche settimana dopo, il 24 gennaio, sempre a Minneapolis un altro cittadino americano, Alex Pretti, 37 anni, è stato ucciso dagli agenti dell’Ice durante un corteo di protesta. Le autorità federali hanno descritto l’uccisione come un atto di legittima difesa. Ma i video mostrano che il giovane steso per terra dalla polizia è stato ucciso dopo essere stato disarmato. Un terzo degli arrestati senza precedenti penali - Nonostante l’amministrazione Trump rivendichi il fatto che nelle retate anti immigrati vengano presi di mira criminali, un terzo delle persone arrestate non ha precedenti penali. Almeno 32 persone arrestate sono morte mentre erano sotto la custodia dell’Ice nel 2025. La maggior parte degli immigrati espulsi viene rispedita nei Paesi d’origine. Ma ci sono casi particolari che riguardano ad oggi più di 23mila persone che invece sono state deportate nelle carceri di Paesi terzi, secondo il database Third Country Deportation Watch, un progetto di Human Rights Watch e Refugees International sviluppato con l’Università di Berkeley aggiornato con fonti dirette, segnalazione dei parenti dei deportati, ricorsi legali: sono i casi di espulsione di individui dagli Usa verso Paesi di cui non sono cittadini e nei quali vengono inviati con la forza. Persone scomparse nel nulla, costrette a subire lunghe carcerazioni arbitrarie senza avere avuto un giusto processo, reati o condanne. Gli accordi con 37 Paesi terzi - Gli Stati Uniti hanno siglato ad oggi almeno 37 accordi bilaterali per aprire questi centri di remigrazione. Accordi di diverso genere con Stati piccoli o deboli nel Sud del mondo che di solito hanno un disperato bisogno di risorse, spesso governati da leader autoritari che accettano di avviare le strutture detentive in cambio della benevolenza dell’amministrazione Usa, di un’esenzione dai dazi e talvolta di finanziamenti milionari. Gli Usa finora hanno concesso a queste nazioni aiuti per almeno 44 milioni di dollari. Altri incentivi sono indiretti: alcuni accordi sembrano essere legati a investimenti nel settore minerario o al sostegno alla sanità pubblica e ad altri aiuti, sebbene più limitati rispetto a quelli forniti in passato dagli Usa dati i massicci tagli agli aiuti umanitari dopo la chiusura di UsAid. L’amministrazione Usa ha anche dirottato verso questi accordi i fondi del Dipartimento di Stato destinati al sostegno e ai servizi per i rifugiati all’estero, in passato destinati alle agenzie dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) e a quella per le migrazioni (Oim). Una terra di nessuno - Gli immigrati irregolari trasferiti nelle prigioni dei Paesi terzi finiscono nella gran parte dei casi in un limbo amministrativo globale: prive di status legale, documenti d’identità. In molti casi questi arresti, hanno portato a sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e rimpatri illegittimi: le persone vengono rinviate verso la persecuzione nel Paese da cui sono fuggite, direttamente o tramite un Paese terzo. Gli avvocati che seguono i casi di remigrazione forzata nei Paesi Terzi sostengono che quest’ondata di deportati è composta da persone con precedenti penali o immigrati in cerca di asilo, protetti da ordinanze del tribunale che ne impedivano il rimpatrio nei paesi da cui erano fuggiti. In Messico il maggior numero di deportati - Fino ad ora l’amministrazione Trump ha utilizzato questi accordi per inviare più di 23.000 cittadini di Paesi terzi in almeno 26 Paesi (Belize, Camerun, Costa Rica, Dominica, Ecuador, El Salvador, Eswatini, Ghana, Grenada, Guatemala, Guinea Equatoriale, Honduras, Kosovo, Messico, Moldavia, Palau, Panama, Paraguay, Polonia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Sierra Leone, St. Kitts e Nevis, Sudan del Sud, Uganda e Uzbekistan). Ha anche tentato di inviare persone in Libia in violazione di un ordine giudiziario. Va aggiunta anche la Liberia che si è impegnata ad accogliere 1200 deportati dagli Usa: i primi 20 migranti sono arrivati giovedì scorso. La stragrande maggioranza delle espulsioni di cittadini in Paesi terzi è avvenuta verso il Messico, dove dal 20 gennaio 2025 sono state inviate circa 19.000 persone. I centri di remigrazione negli altri Paesi terzi hanno ricevuto solo poche dozzine di persone o meno, su voli di Stato senza una frequenza regolare. Paesi come la Repubblica Centrafricana nel mezzo di una guerra civile. O la Repubblica Democratica del Congo che ha accolto 15 deportati poco prima della recente epidemia di Ebola. Oppure l’Eswatini, l’ex Swaziland, che ha ricevuto 5,1 milioni di dollari nell’ambito dell’accordo bilaterale con l’amministrazione Trump, che è una delle ultime monarchie assolute al mondo. Il maxi carcere di El Salvador per le gang - La questione ha attirato per la prima volta l’attenzione generale dei media quando, nel marzo 2025, il presidente autocrate di El Salvador, Nayib Bukele, accettò un pagamento di 6 milioni di dollari per detenere circa 250 immigrati venezuelani nel fantomatico Cecot, il suo Centro di Detenzione Antiterrorismo, una megaprigione che aveva recentemente costruito per ospitare fino a 40.000 membri delle violente bande criminali salvadoregne. La politica dell’amministrazione Trump punisce gli immigrati e i richiedenti asilo e li priva dei diritti riconosciuti dalla legge statunitense. Le deportazioni verso Paesi terzi fanno parte delle strategie di reimigrazione e prendono di mira esplicitamente le persone negli Stati Uniti a cui è stata riconosciuta la qualifica di rifugiato, che sono perseguitate o torturate se rinviate nei loro Paesi d’origine. L’amministrazione sta facendo sparire le persone, comprese persone che hanno vissuto negli Stati Uniti per decenni, verso località sconosciute prima che i familiari e gli avvocati possano aiutarle, inviandole in questi centri in Paesi terzi. Il maltrattamento nel Paese terzo non viene inflitto per reati commessi lì o negli Stati Uniti, ma perché erano immigrati negli Stati Uniti soggetti a un accordo di trasferimento forzato. I diritti dei rifugiati e le Convenzioni Onu - Secondo Refugees International e Human Rights First l’amministrazione Usa sta utilizzando gli accordi di deportazione verso Paesi terzi per indebolire la protezione dei rifugiati a livello globale e minare l’adesione dei governi di tutto il mondo all’obbligo di non espulsione nei Paesi di origine sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo Statuto dei Rifugiati e dalla Convenzione contro la Tortura adottata dall’Onu nel 1984. Una tegola sulle politiche della Casa Bianca - Una tegola contro le politiche dell’amministrazione Trump sui migranti è arrivata venerdì da un tribunale di New York. Il giudice distrettuale di Manhattan Jeannette Vargas, ha annullato una misura del Dipartimento di Stato di gennaio 2026 che che sospendeva il rilascio dei visti d’immigrazione ai richiedenti provenienti da 75 Paesi, affermando che tale politica superava l’autorità statutaria del Segretario di Stato Marco Rubio. Per la giudice Vargas la misura del Dipartimento di Stato a gennaio è “palesemente illegittima” e contrasta con la legge federale sull’immigrazione, la quale priva esplicitamente il segretario di Stato dell’autorità sull’elaborazione dei visti d’immigrazione da parte dei funzionari consolari. “La misura, che proibisce categoricamente il rilascio di visti d’immigrazione in base alla nazionalità del richiedente, rappresenta una diretta abrogazione di questo impianto normativo”, ha scritto la giudice nella motivazione della sentenza. La sospensione dei visti da parte del Dipartimento di Stato, entrata in vigore a gennaio, ha colpito i richiedenti provenienti da Paesi dell’America Latina come Brasile, Colombia e Uruguay. Nazioni balcaniche come Bosnia ed Albania. Paesi dell’Asia meridionale, come Pakistan e Bangladesh. E numerose nazioni dell’Africa, del Medio Oriente e dei Caraibi. Il Dipartimento di Stato ha affermato che i richiedenti di quei Paesi erano “ad alto rischio” per diventare “un peso pubblico” in termini di spesa “nel ricorrere alle risorse dei governi locali, statali e federali negli Stati Uniti”. La giudice Vargas, nominata dall’ex presidente democratico Joe Biden, ha emesso la sentenza nell’ambito di una causa intentata dai gruppi per i diritti degli immigrati Catholic Legal Immigration Network e African Communities Together. Il presidente Donald Trump ha portato avanti una linea dura sull’immigrazione che, a suo dire, mira a migliorare la sicurezza nazionale. I gruppi per i diritti umani sostengono invece che questa stretta abbia violato la libertà di espressione e il diritto al giusto processo, creando un ambiente poco sicuro soprattutto per le minoranze etniche, che hanno sollevato timori riguardo alla profilazione razziale. Da Miami all’Africa, viaggio senza ritorno - Il New York Time Magazine ha raccontato la storia emblematica di uno di questi migranti stranieri deportati in un campo di detenzione di un Paese terzo. Roberto Mosquera, 59 anni, immigrato cubano che ha passato la sua vita a Miami dove vive da quando aveva 12 anni. Scappato da Cuba con un barchino assieme alla madre e alle sorelle perché erano contrari al regime comunista di Fidel Castro. Mosquera ha precedenti penali, perché quando era ragazzo è stato coinvolto nelle guerre tra le gang latine a Miami ed era finito in carcere per tentato omicidio perché aveva sparato alle gambe di un rivale. In qualsiasi Paese sarebbe stato rimpatriato dopo un reato del genere. Ma Cuba si è sempre rifiutato di riaccoglierlo, perché considerato un oppositore politico assieme alla sua famiglia, come le migliaia di esuli cubani che si sono rifugiati a Miami alla fine degli anni Settanta, “accolti a braccia aperte” dall’allora presidente Jimmy Carter. Uscito dal carcere la sua vita ha preso un’altra direzione. Si è convertito a una chiesa evangelica, si è sposato e ha avuto quattro figlie con un lavoro come caposquadra da idraulico. Un migrante che ha votato Trump - Per uno strano scherzo del destino Mosquera tra l’altro è uno degli immigrati latino americani della classe operaia che ha sostenuto la rielezione di Trump nelle ultime presidenziali. Un anno fa gli agenti federali dell’immigrazione lo hanno arrestato mentre come ogni anno rinnovava il suo permesso di lavoro: il software di Palantir segnalava che aveva precedenti penali, che rientrava nella categoria dei “criminali immigrati”, spesso citata da Trump nei comizi come quella “che appesta il Paese”. E’ finito in un centro di detenzione in Texas, senza poter contattare un avvocato. Da lì poco dopo è stato fatto salire su un jet privato e assieme ad altri 4 detenuti originari di Giamaica, Laos, Vietnam e Yemen, è stato deportato in un Paese di cui non aveva mai sentito parlare, il regno di Eswatini, l’ex Swaziland, piccolo Stato governato da un monarca assoluto vicino al Sudafrica per finire senza sapere perché rinchiuso in una gabbia nel penitenziario di Matsapha, il carcere di massima sicurezza del piccolo Stato. Dopo oltre un anno Mosquera è ancora rinchiuso in quel carcere di massima sicurezza, senza alcuna possibilità di poterne uscire. Nessuna accusa. Nessuna possibilità di appello. Nessun segno che possa mai essere liberato. Cuba non ha manifestato alcuna disponibilità ad accoglierlo e Mosquera non vuole andare lì dove finirebbe in un’altra prigione. L’Eswatini non lo rilascerà, nonostante abbia scontato da decenni la sua pena negli Stati Uniti e non abbia commesso alcun reato in Africa. E’ riuscito a uscire dal nulla e a raccontare la sua storia a un giornalista grazie a un secondino che in cambio di soldi ha accettato di fargli usare il suo smartphone. La storia di Kilmar Abrego García - Le storie come la sua sono tante. Ma non finiscono sui giornali. Un’altra che è diventata simbolica delle battaglie delle associazioni degli immigrati e per il rispetto dei diritti umani contro le politiche dell’attuale amministrazione è quella di Kilmar, 31 anni, fuggito negli Usa a 16 anni da El Salvador per evitare di finire nelle gang criminali. Si è stabilito in Maryland e ha sposato una cittadina americana. Nel 2019 un giudice dell’immigrazione gli ha dato lo status di rifugiato politico, riconoscendo il pericolo che avrebbe corso in patria, concedendogli la sospensione dell’espulsione che gli ha permesso di lavorare e vivere legalmente negli Usa senza rischiare il rimpatrio in El Salvador. Il 12 marzo 2025 è stato fermato dagli agenti dell’Ice ed è stato deportato illegalmente in El Salvador, rinchiuso nel già ricordato carcere di massima sicurezza Cecot, tristemente noto per le durissime condizioni di detenzione. La moglie ha presentato ricorso. La Corte Suprema, composta da una maggioranza di giudici conservatori, ha stabilito che il governo Usa doveva farlo rientrare negli Usa perché l’espulsione aveva violato un ordine giudiziario. In El Salvador, Abrego García è stato sottoposto a “gravi percosse, grave privazione del sonno, nutrizione inadeguata e tortura psicologica”. Casa Bianca vs Corte suprema - Da quando la Corte Suprema ha imposto di riportare Abrego García negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump si è mostrata implacabile nel cercare di punirlo attraverso un’azione penale. Nel giugno 2025 è rientrato negli Usa. Il Dipartimento di giustizia ha presentato un ricorso contro di lui con accuse penali legate a un presunto traffico di esseri umani in Tennessee. Il Dipartimento della sicurezza interna (Dhs) ha inoltre riferito a García che se si fosse dichiarato colpevole dell’accusa penale, sarebbe stato deportato in Costa Rica. In caso contrario, il Dhs lo avrebbe deportato in Uganda. Tuttavia, quando Abrego García ha organizzato la sua partenza per il Costa Rica, il Dhs ha continuato a insistere sul suo trasferimento altrove, chiedendo ai funzionari di Eswatini, Ghana, Uganda e Liberia di accoglierlo. A maggio 2026 un giudice federale ha archiviato il caso penale affermando che le accuse erano state avanzate per motivi politici. Il governo degli Stati Uniti ha continuato ad affermare davanti alla corte la propria intenzione di inviarlo in Liberia. Gli esperti di diritto hanno depositato una memoria sul caso di Abrego García che spiega perché un simile atto costituisca un “esilio punitivo” e violi la clausola del giusto processo e l’ottavo emendamento della Costituzione americana. Laura Guercio: “La sovranità di uno Stato non può tradursi in impunità” di Alessandro De Pascale Il Manifesto, 23 agosto 2026 Intervista all’avvocata delle vittime, dopo le nuove sanzioni emesse dagli Stati uniti contro alti funzionari della Corte penale internazionale. Il 19 agosto gli Stati uniti hanno nuovamente colpito la Corte penale internazionale (Cpi) con sanzioni personali nei confronti della sua presidente, la giudice giapponese Tomoko Akane, e dell’avvocato capo dell’accusa e viceprocuratore senegalese Abdoulaye Seye. È soltanto l’ultimo episodio di una campagna di pressione che negli anni ha già interessato questa istituzione internazionale con sede a L’Aia (Paesi Bassi), del quale abbiamo parlato con Laura Guercio, avvocata delle vittime presso la Cpi, professoressa associata alla Link Campus University, già segretaria generale del Comitato interministeriale per i diritti umani presso il ministero degli esteri italiano. In che contesto arrivano queste nuove sanzioni Usa alla Cpi? Gli Stati uniti contestano alla Corte di esercitare la propria giurisdizione nei confronti di cittadini di Stati che non hanno aderito allo Statuto di Roma, in particolare statunitensi e israeliani. La questione è diventata ancora più evidente con le indagini in relazione al caso Palestina e con i mandati di arresto contro il premier israeliano Netanyahu e l’allora suo ministro della difesa Gallant. Gli Usa sostengono che la Corte eserciti la propria giurisdizione in maniera politicizzata e che la sua azione minacci la sovranità degli Stati. Cosa risponde a tale accusa? Una cosa è contestare giuridicamente la competenza della Corte o le sue decisioni, un’altra è colpire con sanzioni i giudici e gli operatori della giustizia internazionale per le funzioni esercitate. Bisogna distinguere la giustizia internazionale dalla politica internazionale: la Cpi non è stata concepita per sostituire la politica, ma per affermare che politica e potere hanno un limite rappresentato dal diritto. Il diritto internazionale non può essere legittimo quando riguarda gli avversari e illegittimo quando riguarda gli alleati. La giustizia internazionale non deve essere né filo né anti-occidentale, né filo né anti-russa: deve essere fedele al diritto. Quindi lei difende la Corte? Sì, ma difenderla non significa considerarla infallibile: può essere criticata nelle procedure e nel comportamento dei giudici, non attraverso pressioni politiche volte a impedirle di esercitare la propria funzione. Quando un giudice viene sanzionato perché ha preso una decisione sgradita a un governo, il problema non è più solo quella decisione ma l’indipendenza stessa della funzione giudiziaria. La giustizia penale internazionale resta uno dei risultati più importanti della costruzione di un ordine fondato sul diritto: l’idea che gli autori dei crimini più gravi - genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione - rispondano delle proprie responsabilità anche quando gli ordinamenti nazionali non vogliono o non possono farlo è un principio cardine della lotta contro l’impunità. Gli Stati però rivendicano la propria sovranità... Non si tratta di scegliere tra sovranità degli Stati e giustizia internazionale, ma di riconoscere che la sovranità non può costituire uno schermo rispetto all’esercizio della giurisdizione penale internazionale, quando ricorrono i presupposti previsti dal diritto internazionale. Gli Stati restano i principali soggetti delle relazioni internazionali, ma la loro sovranità si esercita all’interno di un ordinamento di norme e principi alla cui formazione essi stessi hanno contribuito. Rispettare gli accordi sottoscritti, le norme sulla protezione dei civili nei conflitti armati e l’indipendenza della giustizia internazionale significa, in definitiva, affermare che anche i rapporti di forza devono misurarsi con il diritto. La sovranità e la potenza di uno Stato non possono tradursi in un’esenzione dalle regole che la comunità internazionale ha costruito, con un lungo e difficile percorso, sulle ceneri della Seconda guerra mondiale. Presso la Cpi lei è avvocata abilitata alla rappresentanza delle vittime. Come si svolge concretamente questo lavoro? Rispetto ai tribunali precedenti, la Cpi ha riconosciuto alle vittime un ruolo processuale attivo, non sono più solo fonti di prova o testimoni, ma soggetti che possono partecipare ai procedimenti tramite i propri rappresentanti legali e, quando ne ricorrano i presupposti, accedere a forme di riparazione. Il lavoro dell’avvocato delle vittime si colloca tra dimensione giuridica e dimensione umana: da un lato richiede un’analisi rigorosa dei fatti secondo il quadro normativo dello Statuto di Roma, dall’altro, la capacità di ascoltare, raccogliere e rappresentare l’esperienza delle persone coinvolte, traducendo la loro voce nel linguaggio e nelle forme proprie del processo. È un lavoro che contribuisce non solo all’affermazione della giustizia, ma anche alla conservazione della memoria delle vittime e delle violazioni che hanno subito. Sistema di ingiustizia: così Israele si assolve dai suoi stessi crimini di Eliana Riva Il Manifesto, 23 agosto 2026 La “verifica operativa” sostituisce le indagini, i ritardi dissolvono le prove, l’esercito tace sui responsabili. E la Corte suprema archivia. Solo i casi più eclatanti conducono a un fascicolo. Che ha vita breve, come per gli abusi di Sde Teiman. “Le prove raccolte non consentono che gli atti oggetto di indagine siano attribuiti a nessun soldato o cittadino. Di conseguenza, è stato deciso di chiudere il fascicolo investigativo”. È una delle frasi più utilizzate nei verbali israeliani per liquidare le - poche - indagini su aggressioni, violenze sessuali, uccisioni di palestinesi. Inchieste aperte solo nei casi in cui vi siano una particolare pressione internazionale, rivelazioni giornalistiche scioccanti, materiale video-fotografico che diffonda la gravità degli atti commessi. E che vengono avviate mesi o anni dopo i fatti, talvolta senza ascoltare i testimoni o quando le persone coinvolte risultano ormai irreperibili. Sono centinaia i casi che confermano l’esistenza di una procedura ricorrente, un meccanismo consolidato che finisce il 93,6% delle volte senza incriminazione. Nonostante l’apparato giudiziario, le indagini interne e i meccanismi formali di controllo siano serviti negli anni a gettare fumo negli occhi poco attenti dell’opinione pubblica mondiale, un sistema di occupazione non può essere, per sua natura, giusto né democratico. È così che atrocità come quelle di Wadi Seeq restano senza colpevoli. Il 12 ottobre 2023 coloni e militari sequestrarono abitanti e attivisti israeliani. Per tre ore i palestinesi, spogliati, bendati e legati, furono picchiati, bruciati con sigarette e coperti di urina. Vi fu anche un tentativo di stupro con un oggetto. Nonostante testimonianze e fotografie, pochi giorni fa l’esercito ha archiviato l’inchiesta senza incriminazioni: non avrebbe identificato i militari, benché il comandante dell’unità e diversi soldati “che hanno preso parte all’incidente” siano stati sospesi. A Khirbet Homsa fu persino peggio. Nella notte del 12 marzo 2026 decine di coloni spogliarono e picchiarono abitanti e attivisti internazionali. Un volontario statunitense assistette alla violenza sessuale su Suhaib Abualkebash, al quale furono strappate le mutande e strette fascette di plastica intorno al pene. Le donne furono costrette in ginocchio, picchiate e minacciate. Lo Shin Bet arrestò 15 persone, oggi tutte libere e mai incriminate. Per Yinon Dardik, sospettato dell’abuso sessuale, chiese solo i domiciliari. Ha trascorso un mese in carcere non per l’attacco, ma per aver violato la misura, che pretendeva di scontare nel suo insediamento illegale. Il ministro della difesa Israel Katz e altri politici gli hanno portato solidarietà in prigione e un tribunale lo ha infine liberato. Vent’anni di dati dell’organizzazione Yesh Din misurano il doppio binario della giustizia israeliana. Dal 2005 al 2025 appena il 6,7% dei casi di violenza dei coloni è arrivato in tribunale e solo il 3,4% ha prodotto una condanna, anche parziale. Quando l’imputato è palestinese, invece, i tribunali condannano nel 96% dei casi. Per i soldati, secondo l’Avvocatura militare meno dello 0,9% delle denunce porta a un’incriminazione. Tra i casi più clamorosi, il processo chiuso contro i soldati accusati dello stupro di Sde Teiman, filmati durante l’aggressione a un prigioniero palestinese, lasciato in fin di vita con lesioni interne e lacerazioni rettali. Anche a Gaza le incriminazioni sono un’eccezione. Action on Armed Violence ha ricostruito 52 episodi, costati oltre 1.300 morti e 1.880 feriti, sui quali l’esercito annunciò indagini tra ottobre 2023 e giugno 2025: uno solo ha prodotto una pena detentiva. Il 19 agosto l’esercito ha dichiarato di aver concluso la verifica preliminare di circa 150 casi, ma ha comunicato l’esito di appena cinque: due indagini penali e tre archiviazioni. Nulla sugli altri 145, che comprendono i massacri più sanguinosi, come i 118 morti della “strage della farina”; i 93 sfollati di Beit Lahia; i 59 palestinesi uccisi per gli aiuti a Khan Younis. Per tutte, Tel Aviv aveva promesso indagini “esaustive”. Archiviato, invece, il fascicolo sui sette operatori di World Central Kitchen, nonostante il riconoscimento di “gravi fallimenti”. E nessuna incriminazione, infine, dalle 57 indagini penali sulle morti di palestinesi di Gaza nelle strutture di detenzione militari. Il sistema israeliano non nega i fatti: li filtra prima che raggiungano un giudice. Le verifiche operative sostituiscono le indagini penali, i ritardi dissolvono le prove, l’impossibilità di identificare il singolo protegge il gruppo e la catena di comando, la Corte suprema convalida l’archiviazione. Lo stesso copione si profila per l’omicidio di Hind Rajab, cinque anni appena, massacrata dai carri armati nell’auto in cui era già stata uccisa la sua famiglia. Dopo due anni di negazioni, depistaggi e menzogne, Tel Aviv ha annunciato che indagherà. Per la Fondazione Hind Rajab, i fascicoli servono a simulare una giustizia capace di perseguire i militari, garantendone invece l’impunità, e potrebbero ostacolare i procedimenti davanti alla Corte penale internazionale e ai tribunali stranieri. Un precedente esiste. Nel 2009 il giudice spagnolo Fernando Andreu invocò la giurisdizione universale per indagare sulla bomba da una tonnellata che nel 2002 uccise a Gaza 14 civili, molti dei quali bambini. L’Audencia Nacional archiviò però il caso, ritenendo che le indagini israeliane - giudicate insufficienti da Andreu - precludessero l’intervento spagnolo. Finì che Tel Aviv non aprì mai un procedimento penale: nessuna incriminazione, nessuna sanzione.