“Uno in meno, evviva”: l’umanità perduta dietro le sbarre di Adriano Sofri Il Foglio, 22 agosto 2026 Karam è morto in carcere dopo aver dato fuoco al materasso. I commenti di chi brindava alla sua morte e le parole del sindaco di San Vito: “Una persona non coincide mai soltanto con il reato che ha commesso”. Il 18 agosto, in una cella del vecchio carcere-castello di Pordenone - 54 detenuti su 37 posti disponibili - un diciannovenne di origine egiziana, Karam Mamdouh Mohamed Khodair, ha dato fuoco al materasso e si è barricato nell’angusto spazio di cesso lavandino e fornello. È morto il giorno dopo, per l’intossicazione dal fumo. Una caratteristica notizia di agosto, e di un agosto così caldo. Come d’abitudine anche il corredo, la polemica sui materassini che dovrebbero essere ignifughi e non fanno che bruciare senza fiamma aggravando il soffocamento, l’indagine d’ufficio, “a loro garanzia”, su 5 agenti penitenziari per “cooperazione in omicidio colposo omissivo”, un paio di articoli del codice. Mi aveva colpito di più uno strano consenso dei giornali nel definire suicidio il gesto di Karam. Dare fuoco al materasso è uno dei più banali e frequenti gesti di protesta dei detenuti. Per giunta, il ragazzo l’aveva già fatto, nel famigerato Cpr di Gradisca d’Isonzo, insieme ad altri chiusi là. Era in Italia da quando aveva 14 anni, era passato da un carcere minorile all’altro, dal sud al nord, poi a una casa d’accoglienza a San Martino al Tagliamento. La sua avvocata udinese, Sonia Pasca, ha raccontato di lui. “Non riesco a darmi pace. La sua non è una questione giudiziaria, ma di accoglienza. Di momenti di sconforto ne aveva tanti, magari aveva reazioni non consone, ma poi si pentiva. Era molto attaccato alla mamma e al papà. Telefonava sempre alla madre: ‘Avvocato - mi diceva - non ho il coraggio di dirlo alla mamma, mi vergogno’”. Si sta costruendo un nuovo carcere, a San Vito al Tagliamento, che sostituirà Pordenone. Avrà 300 posti: uno scialo, “entro il 2027”. Il sindaco di san Vito, Alberto Bernava, ha scritto una bella pagina. “È morto un ragazzo del 2007. È una tragedia? Sì, lo è. È un ragazzo giovanissimo, è un figlio, forse un fratello, una persona a cui qualcuno, nel mondo, voleva bene. Non posso non rimanere esterrefatto, allibito e intimamente disturbato dai commenti social che ho letto in questi giorni. Quasi non ci credevo. Persone con nome e cognome che scrivono: ‘uno in meno’, ‘tolto dalle spese’, ‘evviva’, ‘si brinda’, ‘peccato per il materasso’. Tanti, tantissimi commenti dal medesimo significato. Non mi capacito e non riesco a farmi scivolare addosso una simile marea di odio. Il post di Alberto Bernava È morto in cella Mamdouh Karam Mohamed Khodar, un ragazzo di 19 anni, arrivato in Italia con un barcone a soli 14 anni. Fuori dai percorsi di integrazione per la sua posizione irregolare, ha vissuto anni di marginalizzazione, tra carcere e comunità, fino alla morte causata dai fumi tossici del materasso a cui ha dato fuoco. Al di là di tutto, è morto un ragazzo del 2007. È una tragedia? Sì, lo è. È un ragazzo giovanissimo, è un figlio, forse un fratello, una persona a cui qualcuno, nel mondo, voleva bene. Non posso non rimanere profondamente esterrefatto, allibito e intimamente disturbato dai commenti social che ho letto in questi giorni. Quasi non ci credevo. Persone con nome e cognome che scrivono: “uno in meno”, “tolto dalle spese”, “evviva”, “si brinda”, “peccato per il materasso”. Tanti, tantissimi commenti dal medesimo significato. Non mi capacito di questo e non riesco a farmi scivolare addosso una simile marea di odio. Da sindaco mi batterò sempre per una detenzione dignitosa e umana, perché sono convinto che una persona non coincida mai soltanto con il reato che ha commesso. In uno Stato di diritto chi sbaglia paga in proporzione al danno generato: abbiamo un codice penale, un codice civile, le leggi e la giurisprudenza che stabiliscono le regole. Siamo il Paese di Beccaria, di Calamandrei, di Bobbio. Siamo il Paese che fonda libertà, diritti e doveri sulla nostra Costituzione. Da sindaco mi batterò per una missione precisa: le persone detenute vanno sostenute nel loro percorso di reinserimento, per rientrare nella legalità, affinché possano costruire il proprio futuro e contribuire al benessere collettivo. La visione è pragmatica: solo così, una volta fuori, non si è più costretti a delinquere per sopravvivere. E la giustizia si occuperà fermamente di coloro che dentro questo patto sociale non ci vogliono stare, ma lo farà secondo le regole e le leggi dello Stato, non inseguendo pulsioni emotive. I tempi della caccia alle streghe, delle impiccagioni in piazza e delle lapidazioni in Italia sono finiti da tempo. Così come voglio rivolgere un pensiero di sincera gratitudine e vicinanza a tutto il personale degli istituti di pena - agenti di Polizia Penitenziaria, educatori, direttori, personale sanitario e amministrativo - che ogni giorno lavora in prima linea, affrontando con grande spirito di servizio ed enorme sacrificio un sistema spesso inadeguato e privo di risorse sufficienti. Nulla può giustificare la morte. Nessun motivo può autorizzare la denigrazione della vita umana, a chiunque essa appartenga. San Vito vuole stare dalla parte del diritto, della dignità e del senso più profondo di umanità. Ecco perché la notizia della morte di un ragazzo di 19 anni è una tragedia che richiede rispetto, civiltà e profonda riflessione. Oltre il muro la sfida della speranza di Franco Insardà Il Dubbio, 22 agosto 2026 Sisto al Meeting: “La grande difficoltà è il sovraffollamento”. Quei 64.741 detenuti indicano un’emergenza che dura ormai da anni e che le misure finora adottate non sono riuscite a ridimensionare. Al 28 luglio, secondo i dati di Antigone, nelle carceri italiane, infatti, erano presenti 64.741 persone a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili, con un tasso di affollamento reale del 139,7%. Un’emergenza che Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, non ha cercato di eludere, affrontandola subito nel confronto alla 47ª edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini. “Il sovraffollamento, parliamoci chiaro, è la grande difficoltà”, ha detto Sisto, intervenuto in videoconferenza al panel “La vita oltre il muro, come far fiorire speranza in carcere”. Nessuna scorciatoia: per affrontare il problema non esiste “la bacchetta magica di Harry Potter”, ma serve “un percorso progressivo, importante, meritocratico”, perché “bisogna meritarli i benefici”. Il viceministro non si è sottratto ai temi più delicati del sistema penitenziario, affrontando sovraffollamento, rieducazione, lavoro, sanità, misure alternative e ruolo degli operatori. Realizzato in collaborazione con Cdo Opere Sociali, al panel, moderato da Adriano Moraglio, presidente de La Goccia di Lube, hanno partecipato Antonio Baldissarri, presidente della cooperativa sociale Cidiesse, Fabio Romano, presidente di Incontro e Presenza, e Iolanda Tortù, Commissario Capo della Polizia Penitenziaria e comandante dell’Istituto penale minorile Beccaria che hanno portato le loro esperienze e i loro rapporti con chi vive in carcere quotidianamente sia da detenuti che da detenenti, come diceva Marco Pannella. Per Sisto il sovraffollamento non si risolve solo aumentando i posti. Ha ricordato il piano di edilizia penitenziaria che dovrebbe portare entro il 2027 a ulteriori 10 mila posti e l’aumento delle misure alternative alla detenzione, che nei primi mesi del 2026 hanno interessato, secondo quanto riferito, circa 12 mila persone. Il punto centrale resta la funzione della pena. Sisto ha richiamato l’articolo 27 della Costituzione e la necessità di valorizzare la rieducazione. “Non si sfratta nessuno per finita locazione o perché non c’è posto”, ha affermato, ribadendo che la privazione della libertà non può significare privazione della dignità. “Oltre il muro” significa allora costruire una continuità fra la comunità esterna e quella carceraria, attraverso un “gioco di squadra” fra governo, ministero, strutture sociosanitarie, volontari, educatori e Polizia penitenziaria. Un ruolo fondamentale spetta al volontariato, che deve operare non soltanto per i detenuti, ma con i detenuti. Sisto ha ricordato esperienze musicali e artistiche realizzate negli istituti. La speranza deve accompagnarsi alla responsabilità. Lo Stato deve offrire trattamento e prospettive; il detenuto deve “accettare questa offerta” e partecipare al percorso. E concreto deve essere anche il lavoro. “La recidiva cala con il lavoro carcerario”, ha detto Sisto, definendolo “terapeutico”. Formazione e occupazione diventano essenziali per preparare il ritorno nella società. Altro nodo è quello della salute. “Non ci deve essere una sanità di serie B”, ha detto Sisto, raccontando di aver incontrato detenuti rimasti per mesi in attesa di risposte alle richieste di assistenza e persone malate oncologiche in difficoltà. La sanità penitenziaria dipende dalle Regioni: anche qui “il gioco di squadra” è indispensabile. Infine, il ruolo degli agenti. “La Polizia penitenziaria, amici miei, sono eroi”, ha dichiarato Sisto, ricordando il loro contributo anche nella prevenzione dei suicidi. Ha sottolineato il lavoro degli operatori, chiamati a garantire sicurezza e a contribuire a fare del carcere un luogo “non di perdizione, ma di speranza”. Il confronto del Meeting lascia una doppia sfida: affrontare un sovraffollamento evidente e, nello stesso tempo, non perdere di vista la persona. Lavoro, salute, educazione e responsabilità, possano condurre dal muro del carcere a un ritorno possibile nella comunità. Tossicodipendenti in comunità, Sisto a Gratteri: “Non è un indulto mascherato” di Valentina Stella Il Dubbio, 22 agosto 2026 Il viceministro alla giustizia respinge l’allarme: “Nessuna scorciatoia per i mafiosi”. Gonnella (Antigone): “È ineffettivo”. Catanzariti (Ucpi): “Riguarderà in astratto circa 550 detenuti”. Ieri è entrata in vigore la legge che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcolisti di scontare ai domiciliari in una comunità terapeutica le condanne residue fino a otto anni di reclusione, quattro in caso di reati più gravi. Ma il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha subito lanciato l’allarme: si tratta di un “indulto mascherato” che “libererà i mafiosi”. In realtà, come ci ha spiegato il vice ministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, “la legge 140/2026 è ancora più rigorosa di quella vigente fino ad oggi”. Prima di proclamare anatemi, per il numero due di Via Arenula, “bisognerebbe leggerla con attenzione, evitando di correre il rischio di diffondere deduzioni creative e suggestive. Questa norma, sia chiaro, non è frutto di improvvisazione, ma l’esito di un dibattito approfondito tra esperti”. E “non è di certo stata pensata come misura clemenziale. La deflazione può essere solo una conseguenza indiretta”. Inoltre, ci dice sempre Sisto, “già il DPR 309/1990 prevedeva il recupero con misure alternative al carcere per condanne fino a sei anni. Ora abbiamo alzato la soglia a otto per evitare che si faccia ritorno in cella dopo la riabilitazione. Il principio che ci ha ispirati è che la tossicodipendenza non può che essere considerata una malattia e come tale va curata”. Rispetto alle altre critiche mosse dal magistrato antimafia, Sisto replica: “Non c’è alcuna possibilità di un uso strumentale della norma. L’ammissione al beneficio è preceduta da una rigorosa istruttoria da parte della magistratura di sorveglianza, segnatamente sul nesso causale fra reato e dipendenza. E basterà una sola violazione delle prescrizioni per abbandonare il programma. Il percorso, tra l’altro, non sarà una passeggiata di salute, richiederà da parte del detenuto impegno e sacrificio”. Infine, per quanto concerne il pericolo di scarcerare i mafiosi, il vice ministro ha concluso: “Come per la legge precedente, anche per quella appena entrata in vigore esiste sempre il limite dei quattro anni se relativo ad una condanna per un reato di cui all’articolo 4 bis Op. Di conseguenza nessun favore sopravvenuto a chicchessia”. A interpretare in maniera opposta rispetto a Gratteri la norma è il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella: “Le nostre osservazioni critiche al testo di legge approvato dal governo sono di ben altra natura. È ineffettivo perché privo di copertura finanziaria adeguata e non servirà a ridurre il peso del sovraffollamento. Al limite ne fruiranno poche centinaia di persone”. È stato infatti lo stesso Dicastero ad ammettere che la possibilità di far uscire dal carcere 10 mila reclusi malati di droga o alcol rappresenta una “prospettiva evidentemente pluriennale”, in quanto con i 19 milioni stanziati nel 2027 potrebbero trovare posto in comunità forse 500 detenuti tossicodipendenti. “È tardivo - ha proseguito Gonnella - in quanto bisognava intervenire prima senza infangare, come ha fatto il governo, il codice penale di tante norme repressive produttive di carcerazione di massa. È potenzialmente rischioso ma solo perché affida parte del meccanismo detentivo a comunità private mettendo a repentaglio il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Detto questo, ha concluso, “oggi ogni scelta di deflazione è essenziale perché serve a riportare le carceri nella legalità costituzionale. Le mafie in carcere approfittano della illegalità diffusa, di manovalanza povera, di persone vulnerabili. Per questo vanno costruiti percorsi sociali verso i detenuti meno strutturati dal punto di vista criminale. Le mafie gongolano grazie al sovraffollamento che è manodopera bisognosa gratuita”. Pure, infine, secondo l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione Camere Penali Italiane, “la paura manifestata dal procuratore Gratteri, per cui la recente riforma su detenzione e tossicodipendenze può costituire un indulto mascherato, mi pare del tutto eccessiva se non paradossale. Mi ricorda la ricorrente ansia, tipicamente agostana, di chi teme, al proprio ritorno dalle vacanze, di ritrovarsi la casa invasa dai ladri e magari, per evitare ciò, rinuncia pure alle vacanze. La tanto strombazzata riforma non porterà, purtroppo, beneficio alcuno alla vergognosa condizione delle carceri, sovraffollate e stracariche di una umanità dolente nell’indifferenza istituzionale e generale, riguardando in astratto circa 550 detenuti. Come si possa voler chiudere gli occhi dinanzi all’uso e soprattutto l’abuso e il misuso in carcere di psicofarmaci e sostanze stupefacenti che rendono i nostri istituti il più grande mercato dello spaccio rimane davvero un mistero tutto italiano, tollerando, così, confini e pratiche sempre più sfumate e influenzate dal forte disagio psichico dei detenuti e dalle assurde logiche di gestione carceraria”. Perché la legge “svuota-carceri” rischia di restare sulla carta: gli ostacoli concreti all’applicazione di Giovanni Pimpinelli civonline.it, 22 agosto 2026 Promette un varco nel sovraffollamento e nella recidiva, ma tra carte, servizi scoperti e tempi giudiziari il passaggio dalla norma alla realtà è molto più accidentato di quanto sembri. Alle prime ore del 21 agosto 2026, mentre nelle carceri italiane si apre un’altra giornata fatta di sezioni piene oltre misura, turni compressi e uffici che arrancano, entra formalmente in vigore una legge che sulla carta ha un obiettivo preciso: sottrarre al circuito penitenziario una quota di detenuti con dipendenza da droghe o alcol, spostandoli verso la detenzione domiciliare collegata a un programma terapeutico di recupero. È la legge 5 agosto 2026, n. 140, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 6 agosto ed efficace, appunto, dal 21 agosto 2026. Il provvedimento, voluto dal governo e approvato in via definitiva dalla Camera dei deputati il 29 luglio 2026 con 153 sì, 42 no e 82 astensioni, è stato presentato dal ministro Carlo Nordio come una riforma capace di unire sicurezza e cura. La promessa politica è ambiziosa: usare la leva terapeutica per ridurre il ritorno in carcere di chi delinque dentro una condizione di dipendenza. Ma tra l’annuncio e l’attuazione si apre il vero terreno del problema. Perché una legge di questo tipo non si applica con un automatismo: ha bisogno di SerD, comunità terapeutiche, Uepe, magistrati di sorveglianza, documentazione clinica, posti disponibili e tempi amministrativi compatibili con l’urgenza penitenziaria. Se uno solo di questi anelli si inceppa, la norma rallenta. Se si inceppano in molti, rischia di restare soprattutto un titolo politico. Il contesto spiega perché l’attenzione sia così alta. Secondo i dati del Ministero della Giustizia aggiornati al 30 giugno 2026, nelle carceri italiane erano presenti 64.773 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 51.180 posti; secondo un’elaborazione su quegli stessi dati, oltre il 76,2% degli istituti ospita più persone della capienza disponibile. Pochi giorni dopo, l’8 agosto 2026, le persone recluse risultavano 65.009. È dentro questa pressione strutturale che la nuova legge arriva, e infatti il dibattito pubblico l’ha subito ribattezzata “svuota-carceri”, anche se il governo respinge questa definizione riduttiva. Che cosa prevede davvero la legge - La norma interviene sul Testo unico stupefacenti e disciplina una forma di detenzione domiciliare legata alla prosecuzione o all’avvio di un programma terapeutico per il detenuto tossicodipendente o alcoldipendente. In base al testo vigente, il beneficio può riguardare pene detentive che, tenuto conto delle circostanze, non superino otto anni, oppure quattro anni in alcuni casi specifici collegati ai reati dell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, con ulteriori eccezioni previste dalla legge. Il giudice può concedere fino a sessanta giorni per produrre la documentazione necessaria; una volta emesso l’ordine di esecuzione con sospensione, il fascicolo passa al magistrato di sorveglianza, che deve decidere entro quarantacinque giorni. Questo punto è decisivo: non si tratta di una scarcerazione automatica, né di una misura concessa soltanto sulla base di una dichiarazione d’intenti. Servono un programma terapeutico formalizzato, la documentazione sanitaria, la verifica giudiziaria e un assetto esecutivo concreto. In commissione al Senato, il provvedimento era stato descritto come uno strumento destinato ad affiancare l’istituto già esistente dell’affidamento terapeutico, giudicato insufficiente a intercettare tutta l’area del bisogno. Il ministro Nordio, il giorno dell’approvazione finale, ha parlato di una misura capace di interessare “almeno 10 mila persone” in una prospettiva pluriennale: una stima politica, non l’effetto immediato del primo giorno di vigenza. Il primo ostacolo: senza servizi per le dipendenze, la misura non parte La legge poggia su un presupposto elementare: che la dipendenza sia certificata e che esista un programma di cura praticabile. Sul portale istituzionale del Dipartimento per le politiche antidroga è scritto con chiarezza che per accedere alle comunità terapeutiche e alle strutture accreditate serve la valutazione e la certificazione rilasciata dai Servizi per le dipendenze patologiche, i SerD, che sono parte del Servizio sanitario nazionale. È sempre il sito governativo a ricordare che, nei casi di pena da scontare, l’accesso alla comunità può avvenire grazie alla collaborazione tra carcere, Uepe e SerD. Insomma: la nuova legge vive o muore dentro questa filiera. Il problema è che la filiera non è omogenea sul territorio. La Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze 2025, riferita ai dati 2024, fotografa una rete composta da 571 SerD e da 951 strutture terapeutiche residenziali e semiresidenziali, per un totale di 13.926 posti. Nello stesso anno i SerD hanno seguito oltre 134.443 persone, mentre nelle strutture terapeutiche risultavano in carico 23.977 utenti. Numeri che, letti da soli, sembrano importanti; letti nel rapporto con la nuova legge, dicono altro: quella rete esiste già, ma è già largamente impegnata nella domanda ordinaria di cura. Ogni allargamento del bacino giudiziario rischia quindi di scaricarsi su servizi che non nascono per assorbire in tempi rapidi un’ondata aggiuntiva di prese in carico provenienti dal carcere. C’è poi un dettaglio che vale quasi come un campanello d’allarme amministrativo. L’elenco pubblico delle comunità terapeutiche e strutture accreditate in Italia disponibile sul sito governativo è indicato come aggiornato a luglio 2022. Non significa che la rete sia ferma al 2022, ma significa che la mappa istituzionale consultabile non è aggiornata in tempo reale. Per una misura che richiede incastri rapidi tra uffici giudiziari, sanità territoriale e strutture residenziali, lavorare con repertori non aggiornatissimi non è un dettaglio burocratico: è un possibile fattore di rallentamento. Il secondo ostacolo: i territori non sono tutti uguali - La nuova legge ha una natura profondamente territoriale. Funziona bene dove i SerD sono accessibili, le comunità hanno posti, i collegamenti con il carcere sono rodati e gli uffici esterni riescono a monitorare i percorsi. Funziona molto meno dove anche uno solo di questi elementi è debole. La stessa documentazione ufficiale sulle dipendenze sottolinea che la rete informativa e assistenziale si costruisce a livello locale, mettendo in rapporto Asl, SerD, comunità terapeutiche, prefetture e carcere. In teoria è il modello corretto; in pratica significa che la riuscita della legge dipenderà da geografie molto diverse tra loro. L’eterogeneità territoriale è un nodo spesso sottovalutato nel dibattito politico. Una misura alternativa può essere riconosciuta dal giudice, ma poi deve trovare una traduzione concreta: un’équipe che valuti il caso, un progetto personalizzato, un luogo adeguato, controlli, relazioni periodiche. Dove il sistema locale è forte, il passaggio può essere relativamente lineare. Dove invece i servizi sono sotto pressione, la legge rischia di produrre soprattutto liste d’attesa, rinvii e istruttorie incomplete. In questo senso, la domanda vera non è quanti detenuti potrebbero teoricamente rientrare nella misura, ma quanti potranno davvero farlo senza mandare in saturazione i servizi già esistenti. Il terzo ostacolo: l’ingorgo giudiziario e amministrativo - La legge disegna una procedura con tempi scanditi, ma quei tempi presuppongono uffici in grado di reggerli. Il giudice può assegnare 60 giorni per integrare gli atti; il magistrato di sorveglianza deve decidere entro 45 giorni. Sulla carta è una scansione chiara. Nella realtà, ogni domanda comporta certificazioni sanitarie, relazioni, verifiche sulla compatibilità del programma, interlocuzioni con il territorio e provvedimenti successivi in caso di opposizione. Il rischio, soprattutto nella fase iniziale, è un accumulo di istanze. Qui entra in scena l’anello meno visibile ma più delicato: gli Uffici di esecuzione penale esterna. Sono loro a presidiare una parte essenziale dell’esecuzione fuori dal carcere e a dialogare con il territorio. Il Ministero della Giustizia ricorda che la rete degli Uepe è articolata in 18 uffici distrettuali, 45 uffici locali e 11 sezioni distaccate. Nelle statistiche ministeriali compare inoltre un capitolo specifico sugli “Adulti in area penale esterna”, segno di un comparto già strutturalmente impegnato. Se il numero delle domande crescerà in tempi brevi, questi uffici saranno tra i primi a misurare il divario tra la norma e la capacità operativa dello Stato. Non è un’obiezione teorica. Negli ultimi anni l’esecuzione penale esterna è stata caricata di nuove funzioni, dalle misure di comunità alla messa alla prova, e la stessa documentazione parlamentare ha segnalato la necessità di rafforzarne organici e professionalità. Ogni nuovo istituto che punta a decongestionare il carcere, se non accompagna l’uscita con un investimento sugli uffici esterni, sposta semplicemente la pressione da dentro a fuori. Con una differenza: il collo di bottiglia diventa meno visibile, ma non meno serio. Il quarto ostacolo: il sovraffollamento corre più veloce della riforma - C’è infine un problema di scala. Anche se la legge funzionasse bene, i suoi effetti non sarebbero immediati né generalizzati. Lo stesso Nordio ha parlato di benefici in “prospettiva pluriennale”. Questo vuol dire che il provvedimento può alleggerire una quota di pressione, ma difficilmente può da solo inseguire l’andamento del sovraffollamento, che continua a crescere. A fine giugno 2026 i detenuti erano 64.773; l’8 agosto erano 65.009. In mezzo ci sono ingressi, scarcerazioni, trasferimenti, ma soprattutto c’è un sistema che resta cronicamente sopra soglia. Per questo il rischio che la legge resti “sulla carta” non va inteso in senso assoluto. Non significa che non verrà mai applicata. Significa, più realisticamente, che potrebbe essere applicata meno e più lentamente di quanto il titolo politico lasci immaginare. Il suo successo dipenderà da fattori extra-legislativi: la rapidità con cui i SerD certificheranno i casi, la disponibilità di programmi e posti, la reattività degli Uepe, il lavoro dei magistrati di sorveglianza, il coordinamento tra Ministero della Giustizia, Servizio sanitario e territori. Senza questo investimento di sistema, la norma rischia di produrre un paradosso tutto italiano: una legge pensata per aprire una porta, fermata non dal principio ma dalla sua meccanica. In altre parole, il punto non è stabilire se la misura sia giusta o sbagliata in astratto. Il punto è capire se lo Stato abbia predisposto il retroterra operativo necessario a farla vivere. Una detenzione domiciliare agganciata a un programma terapeutico può essere uno strumento serio di rieducazione e di riduzione della recidiva. Ma solo se dietro la formula giuridica esiste una macchina pubblica capace di sostenerla. Oggi quella macchina c’è, ma appare frammentata, diseguale, già gravata da carichi elevati. E perciò il destino della legge, più che nell’aula parlamentare dove è stata approvata, si giocherà nelle prossime settimane nei corridoi dei SerD, negli uffici degli Uepe, nelle cancellerie di sorveglianza e nelle comunità che dovranno trasformare un diritto potenziale in un percorso reale. Detenuti ai domiciliari, la legge è solo sulla carta. “Senza fondi è inutile” di Viola Giannoli La Repubblica, 22 agosto 2026 Le reazioni delle strutture terapeutiche all’entrata in vigore della nuova norma: “La riforma non deve essere né celebrata né demonizzata prima di verificarne gli effetti. Deve essere applicata, monitorata e valutata”. Né euforia né depressione. La reazione delle comunità terapeutiche all’entrata in vigore della legge sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti che aderiscono a un programma di recupero è cauta. Il principio a cui si ispira la legge - la cura delle persone tossicodipendenti al posto del carcere - è, ovviamente, condiviso e auspicato. E gli interventi arrivati proprio dalle comunità sono stati decisivi per giungere alle correzioni del testo finale. Il tema - spiega ad esempio il Gruppo Abele - è che “le modalità previste dalla legge per realizzarlo lasciano ancora molto a desiderare e richiedono un attento monitoraggio”. Ma avvisa la SIPaD, cioè la Società italiana patologie da dipendenza, “la riforma non deve essere né celebrata né demonizzata prima ancora di verificarne gli effetti. Deve essere applicata, monitorata e valutata”. E per questo “auspica un confronto istituzionale rigoroso, libero da strumentalizzazioni e fondato sul testo della legge, sulle competenze cliniche e sui dati di applicazione”. Ed evitando al tempo stesso “rappresentazioni secondo cui la nuova normativa determinerebbe, in maniera generalizzata e automatica, l’accesso alla detenzione domiciliare di persone pericolose o appartenenti alla criminalità organizzata”. La legge n. 140/2026 non introduce alcuna forma di liberazione automatica per le persone tossicodipendenti o alcoldipendenti. L’accesso alla misura presuppone la presentazione di una specifica istanza e richiede una valutazione della condizione di dipendenza, nonché della correlazione tra tale condizione e il reato commesso. L’autorità giudiziaria può accogliere la richiesta esclusivamente qualora ritenga che il programma terapeutico proposto sia concretamente idoneo a favorire il recupero della persona e a ridurre il rischio di commissione di ulteriori reati. E le strutture chiamate a realizzare i programmi terapeutici sono tenute a documentarne l’andamento e a segnalare all’autorità giudiziaria eventuali violazioni o comportamenti incompatibili con il percorso previsto che può essere revocato. Per i reati di maggiore gravità, ricompresi nell’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario, resta fermo il limite di quattro anni. Se esistono dei rischi, questo non significa, secondo le comunità, che bisogna gettare la spugna. Anzi. “La sicurezza pubblica e la cura delle dipendenze non devono essere considerate obiettivi contrapposti”, spiega ComunItalia, la rete che riunisce ad esempio San Patrignano, Comunità incontro, Comunità Papa Giovanni XXIII. Anzi, “la nuova normativa - sostengono - rappresenta un’opportunità che deve essere accompagnata da una rapida e corretta attuazione. È necessario - proseguono - predisporre senza ritardi gli strumenti organizzativi, le risorse e gli investimenti indispensabili affinché le disposizioni introdotte possano tradursi in percorsi realmente efficaci, controllati e qualificati. Solo attraverso un’applicazione rigorosa della norma, un adeguato sistema di controlli e il coinvolgimento di servizi pubblici e realtà accreditate dotate delle necessarie competenze sarà possibile coniugare efficacemente esigenze di sicurezza, responsabilità individuale, diritto alla cura e prevenzione della recidiva”. Già, i tempi. Entro 120 giorni dovrà insediarsi la Commissione centrale per elaborare le linee guida della legge, in vigore attualmente solo sulla carta. Con i tempi necessari per il varo dei diversi decreti attuativi che la normativa richiede, spiega il Gruppo Abele, “non avverrà prima del 2027”. Allora inizierà l’iter dell’inserimento in comunità per le 500 persone coperte dal finanziamento previsto per il 2026, quasi 20 milioni. Ha scritto Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele, su Volere la luna, “il numero coincide con la capacità di accoglienza dell’attuale sistema delle comunità, che dispongono in totale di 13.276 posti a livello nazionale, benché quasi tutti occupati. Con un buon accordo tra Stato e Regioni e con un adeguato rifinanziamento annuale si può ipotizzare un piano di sviluppo di accoglienze successive, portato avanti con gradualità, con le dovute garanzie di equità e nel rispetto dei diritti di tutti”. Ecco il rifinanziamento. Il calcolo di Grosso sulle risorse per trasferire e tenere un anno in comunità tutti i 10mila detenuti dalle carceri nelle comunità terapeutiche promesse dal ministro Carlo Nordio arriva a un investimento di 400 milioni. Ma la cifra arriva facilmente a sfiorare il miliardo se si conta che bisogna aggiungere una seconda annualità essendo improbabile l’affidamento in prova dopo un periodo così breve in comunità. Patteggi 8 anni, ma neanche 1 giorno in cella di Antonella Mascali Il Fatto Quotidiano, 22 agosto 2026 È entrata in vigore, anche se per le prossime settimane resterà ancora sulla carta, la “svuota-carceri” di Carlo Nordio, la legge che consente a detenuti dipendenti da droghe o da alcol di lasciare i penitenziari e scontare in comunità terapeutiche pene o persino residui di pene fino a 8 anni, quindi anche per reati gravi come la rapina e l’es torsione aggravata, ovvero con minaccia di armi. È la stessa norma che prevede pure il cosiddetto “patteggiamento speciale”: durante il processo l’imputato tossicodipendente o alcolista può chiedere di accedere al percorso terapeutico, evitando così il carcere se “la pena detentiva non superi gli 8 anni” e se la sua dipendenza è correlata al reato. Quindi, se il giudice accoglie la richiesta, anche in casi di maltrattamenti in famiglia o stalking, se non sono contestate aggravanti. Una riforma che aumenterà il carico di lavoro, già insostenibile, dei giudici di sorveglianza e del personale amministrativo, da tempo sotto organico. Il 29 luglio alla Camera la legge è stata approvata con il sì del centrodestra, l’astensione di Pd e Avs e il no del M5S. Per come è stata concepita potranno esserci “sacche di impunità”, soprattutto in relazione al nuovo patteggiamento, dice al Fatto la deputata M5S, Valentina D’Orso: “Questo provvedimento consentirà a soggetti che si macchiano di reati gravi di non entrare neanche un giorno in carcere. Un messaggio devastante per i cittadini, che potrebbe avere pure potenziali effetti criminogeni. Perché da domani un tossicodipendente potrà pensare di avere una sorta di licenza di delinquere. Per non dire che i tossicodipendenti potrebbero ancor di più divenire manovalanza sfruttata dalle organizzazioni criminali proprio in ragione del successivo trattamento più favorevole loro riservato”. Da ieri, chi è in carcere ed è dipendente da sostanze può fare domanda per andare in comunità, ma non ci sono ancora le linee guida, né l’apposita commissione presso la presidenza del Consiglio. Quando il detenuto fa domanda deve presentare “l’indicazione della correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato” commesso nonché “la valutazione dell’effettiva e attuale” dipendenza da parte della commissione. Spetta al giudice di Sorveglianza accogliere o meno la richiesta. Il provvedimento modifica il Testo Unico sugli stupefacenti, che già prevedeva la possibilità dell’affidamento in prova ai servizi sociali per reati fino a 6 anni di pena. “Un provvedimento epocale che permetterà la detenzione alternativa di almeno diecimila persone”, aveva detto Nordio. Salvo poi essere costretto ad ammettere che potranno beneficiare della norma per il prossimo anno 500 detenuti, dato che sono stati stanziati circa 20 milioni di euro. In totale la norma riguarda una platea di quasi 15 mila detenuti (10.811 tossici e 3.772 alcolisti). Il procuratore Airoma: “La legge svuota-carceri non sarà perfetta ma aiuta chi ha sbagliato” di Conchita Sannino La Repubblica, 22 agosto 2026 Il capo degli uffici di Aversa replica al collega Gratteri sulla norma che libera alcuni detenuti: “Non è un indulto mascherato”. “I dubbi sono legittimi, l’attenzione deve essere alta, certo. Ma la normativa offre una chance concreta ai tossicodipendenti, che sono i detenuti più fragili in assoluto”. Domenico Airoma è procuratore ad Aversa, territorio ad alta densità criminale. Magistrato schivo, cattolico di centro, da ieri è al Meeting di Rimini, anima lo stand del Centro studi Rosario Livatino, di cui è vicepresidente (fondato con il sottosegretario, ed amico, Alfredo Mantovano). E prima di rispondere, avverte: “Non amo le polemiche. E non la farei mai con Nicola Gratteri, collega che stimo e apprezzo”. Il collega, pm-simbolo antimafia, con Repubblica, aveva definito la legge svuota-carceri come “un indulto mascherato”. Procuratore Airoma, ne è sicuro? “Non sarà una legge perfetta. Ma una bocciatura preventiva forse non ci fa fare passi avanti, non ci aiuta come Paese”. Lei conosce le mafie e le loro strategie. Non è lecito ragionare sulle criticità di questa legge? “Certo. Ma noi abbiamo anche bisogno di recuperare chi sta indietro, dobbiamo rimettere la persona al centro. Sempre nella giustizia, senza mai derogare al contrasto radicale delle logiche mafiose. Ma provando a riconquistare chi è caduto. A recuperare tanti, giovani e meno giovani, che non sono nati criminali e non vogliono morire tali. Con un programma terapeutico serio possono integrarsi: è una sfida da giocare”. Ma non trova che il procuratore Gratteri, esaminando i meccanismi attraverso cui le mafie possono approfittare di questa legge, lanci un alert fondato? “Non sottovaluto quello che Nicola dice. Però ricordo che alla domanda di detenzione domiciliare presso le comunità non accede un qualunque criminale che voglia gabbare la legge: ma solo chi può provare di aver commesso un reato legato alla sua dipendenza. E mi fido anche dei magistrati di sorveglianza, degli operatori. Noi stessi come magistrati dobbiamo essere scrupolosi”. Chi vigila su queste detenzioni in comunità? E quante strutture sono in grado di avere approcci rigorosi? “Ripeto, gli interrogativi li capisco. Ma ogni nuova norma che ha segnato una piccola conquista ha comportato qualche rischio. La legge Gozzini, ad esempio, non fu avversata, da destra? Ma è stata importante” Procuratore, qui mancano anche le linee guida... “Che dobbiamo approntare, vero. E le scriveremo in corso d’opera, dovremo monitorare tutto. Ma lasci però che io mi interroghi però sulla visione che dobbiamo mettere al centro, sulla nostra responsabilità di cittadini, prima che di servitori della giustizia. Noi ci facciamo paralizzare dai rischi? O vogliamo mettere in campo ogni misura, ogni investimento e impegno perché questa cosa funzioni?”. Investimenti e risorse che deve mettere il governo. Ma sono esigue, a quanto pare. “Infatti è giusto che si chieda molta vigilanza, che si dotino gli uffici dello Stato di tutte le risorse per approntare verifiche serie, approfondite, con personale sufficiente a smaltire questo lavoro. E poi, non la chiamiamo svuota-carceri. È una legge meditata: non è una norma buttata lì solo per liberare un po’ le celle”. Carceri che comunque esplodono, procuratore... “Condivido, è un dramma da affrontare. Perciò è giusto è partire dai tossicodipendenti che in carcere possono soltanto peggiorare ed esser ulteriormente cooptati dal crimine”. Diranno che difende la norma perché è buon amico della destra, lo sa? “Purtroppo il genere tifoseria non mi appartiene. Può tranquillamente scrivere che di questo governo non apprezzo l’idea di abbassare la punibilità ai dodicenni. Ecco, quella visione carcerocentrica peraltro applicata ai bambini, è totalmente sbagliata”. Il pm Di Matteo: “Parlano di sicurezza, però liberano pure mafiosi, stupratori e spacciatori” di Giuseppe Pipitone Il Fatto Quotidiano Una norma che rischia di “mettere in circolazione un potenziale criminale difficilmente controllabile”. Con effetti sulla sicurezza: “Ci sarà un inevitabile aumento del rischio per l’incolumità dei cittadini”. È così che Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Dna, definisce la norma che consente ai tossicodipendenti di scontare la pena in comunità. Per il procuratore Nicola Gratteri questo provvedimento è “un indulto mascherato”: lei è d’accordo? Certamente, aggiungo che è un indulto nemmeno troppo abilmente mascherato. Mi colpisce che questa legge sia stata approvata da una maggioranza quotidianamente impegnata a denunciare, almeno a parole, il problema della sicurezza. C’è una grande contraddizione tra l’atteggiamento securitario di questo governo e una norma che porterà alla scarcerazione di migliaia di condannati, anche per reati gravissimi: dalla rapina all’estorsione, dallo stupro al traffico di stupefacenti, fino all’associazione mafiosa. Com’è possibile che usciranno pure i mafiosi? La norma prevede soltanto una distinzione relativa alla pena da scontare, che può essere anche solo residua: quattro anni per i reati più gravi, compresi quelli di mafia, otto per gli altri. Viene completamente disatteso il sistema del doppio binario che da almeno 30 anni caratterizza la nostra legislazione: la possibilità di accedere a questa forma di detenzione domiciliare riguarda quindi anche i condannati per reati di mafia. Pur di svuotare le carceri non si fa distinzione. Ma non crede che i detenuti tossicodipendenti debbano essere curati? Qui non stiamo parlando solo del tossicodipendente autore di un furto per procurarsi una dose, ma di criminali che fanno parte di organizzazioni pericolose e strutturate. Non aver fatto alcuna distinzione è un atto significativo anche a livello simbolico: il legislatore non vuole più distinguere tra i reati di tipo mafioso e gli altri. Ma un tempo i mafiosi non toccavano la droga che spacciavano... Fino agli anni 90 le organizzazioni mafiose, in particolare Cosa Nostra, stavano ben attente a non affiliare soggetti che avevano problemi di stupefacenti. Ma la situazione è cambiata: per gestire le piazze di spaccio le mafie assoldano sempre più soggetti con quel tipo di problemi. Lo stesso avviene per i killer: in certi casi le mafie usano tossicodipendenti per compiere reati di sangue. Adesso potranno scontare la pena in strutture di riabilitazione, dove il controllo dello Stato sarà inevitabilmente tenue e affievolito. O persino inesistente. A proposito di controllo dello Stato: come si fa a capire se un detenuto ha commesso il reato solo a causa della sua condizione di tossicodipendente? La legge parla in maniera assolutamente generica di correlazione tra lo stato di tossicodipendenza e il reato, senza specificare che tipo di correlazione possa essere significativa. In questo modo sarà difficile accertare se un reato è stato commesso esclusivamente perché il soggetto era tossicodipendente. Che effetto avrà la legge sugli uffici giudiziari? C’erano già migliaia di istanze di scarcerazione, visto che il testo unico sugli stupefacenti prevedeva comunque i domiciliari per alcuni casi. Adesso immagino che si moltiplicheranno: arriverà una valanga di richieste difficilmente gestibile dagli uffici e dalle procure. Ma quale è dunque la soluzione al sovraffollamento? Costruire nuovi penitenziari che consentano condizioni dignitose a ogni detenuto. Si potrebbero utilizzare tante vecchie caserme dell’esercito dismesse. Invece si continua a puntare su soluzioni tampone, che tra l’altro mettono a rischio la sicurezza dei cittadini, come in questo caso. Sollicciano, simbolo di un disastro annunciato. A Firenze lo stato generale dell’esecuzione penale di Francesco Petrelli Il Dubbio, 22 agosto 2026 Si terrà a Firenze il 19 settembre 2026 l’evento “Lo stato generale dell’esecuzione penale - anatomia di un disastro - analisi e proposte”, con il quale l’Unione delle Camere Penali italiane intende offrire il proprio contributo alla possibile soluzione della crisi che attraversa l’universo carcerario. Lo faremo convocando esponenti dell’avvocatura, dell’accademia, della politica e della magistratura, per una analisi approfondita delle ragioni storiche e delle cause più prossime della patologia. Abbiamo voluto evocare nel titolo, “Lo stato generale dell’esecuzione penale”, ribaltandone il senso, quegli “Stati generali dell’esecuzione penale”, che oramai dieci anni fa ci avevano fatto sperare nell’inizio di una nuova fase, specificando tuttavia che, proprio muovendo dalla ricognizione empirica del contesto, “Anatomia di un disastro”, risulta indispensabile operare una aggiornata valutazione politica e tecnica in ordine alla praticabilità dei rimedi più urgenti, ed alle concrete possibilità di soluzione di una condizione di crisi non più tollerabile: “Analisi e Proposte”. La scelta di Firenze, luogo divenuto emblematico con il sequestro del carcere di Sollicciano, delle più evidenti distorsioni del sistema penitenziario, insieme all’imminente udienza del 22 settembre 2026 davanti alla Corte costituzionale sul tema della tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute, conferisce a questo appuntamento anche un particolare significato simbolico. L’esperienza dell’Unione delle Camere Penali, “Ristretti in agosto”, restituisce un’immagine drammatica del nostro sistema carcerario, soltanto acuita dal periodo estivo, caratterizzata infatti da gravissime e risalenti carenze strutturali, igieniche ed ambientali, incompatibili con l’idea di umanità delle pene detentive. Il tasso di sovraffollamento, che ha superato il limite del 140%, non restituisce ovviamente la illegalità di situazioni locali nelle quali il numero dei detenuti è doppio rispetto alle effettive disponibilità. Nessuna delle risorse impegnate è in grado di compensare adeguatamente il costante incremento della popolazione carceraria, e si rende ogni giorno più evidente la assoluta asimmetria fra il numero dei detenuti e il numero degli operatori necessari per l’assistenza sanitaria e psicologica e per il trattamento, a tacere della gravissima carenza di organici della polizia penitenziaria. Si tratta di una sproporzione che ha molteplici effetti destabilizzanti: rende infatti impossibile ogni concreta assistenza sanitaria e psicologica ed impedisce ogni forma di trattamento personalizzato in favore dei condannati; condizioni che determinano entrambe l’incapacità del sistema di intercettare quelle forme di disagio che concorrono ad incrementare il numero spaventoso dei decessi e dei suicidi che ha contrassegnato questi ultimi drammatici anni. Al tempo stesso il numero dei detenuti, nella persistente carenza degli organici di polizia penitenziaria, ha giustificato l’adozione di politiche securitarie, che si sono risolte nella chiusura degli spazi di socializzazione e in una progressiva criminalizzazione dei profili disciplinari, il tutto con ricadute evidenti sotto il profilo della possibile fruizione del trattamento e delle misure alternative. Un carcere degradato a mero contenitore di marginalità sociale e di disagio psichico, ovvero a pura struttura di restrizione e di retribuzione, in risposta alle mere pulsioni punitive della collettività, è destinato inevitabilmente al collasso e ad accentuare la già inaccettabile condizione di compressione della dignità dei detenuti e dei diritti stessi della persona, vanificando ogni residua speranza di riabilitazione ed ogni attesa di risocializzazione. Occorre, dunque, intervenire rapidamente e ragionare sul fatto che qualunque, pur necessaria, “programmazione di lungo termine”, ogni eventuale “piano strategico” ed “azione unitaria di sistema”, sono destinate a fallire se non si provvede ad una immediata e razionale decompressione e se si insiste piuttosto con l’impostare ogni strategia sulla filosofia della carcerizzazione e sulla militarizzazione degli spazi detentivi, allontanandosi sempre più da una idea razionale e costituzionale della pena. Il carcere per poter essere una soluzione deve essere infatti integrato alla società, la sua istituzione deve vivere all’interno di una cultura costituzionale condivisa, capace di leggere pertanto nella attuale crisi un fallimento della società stessa, le cui conseguenze si pagano in termini di sicurezza, di rapporti internazionali e di immagine dell’intero Paese. È divenuto pertanto improcrastinabile un confronto serio ed approfondito che, muovendo da una articolata ed attenta analisi dell’esistente, coinvolga ognuna delle parti in causa nella ricognizione degli strumenti di intervento già sul tavolo e nella ricerca di nuove concrete e possibili soluzioni alternative, senza rinunciare ad uno sguardo più ampio sui valori che devono inevitabilmente impostare ogni futura politica della pena e del carcere. Sardegna. “Andare oltre l’Isola-carcere” L’Unione Sarda, 22 agosto 2026 Da società civile e terzo settore una proposta per la Sardegna. “La Sardegna non deve essere il luogo in cui il Paese relega i propri problemi penitenziari”, ma semmai “il luogo in cui l’Italia sperimenta una risposta più intelligente, costituzionale e più lungimirante: un sistema in cui la pena non sia solo separazione, ma responsabilità; non solo custodia, ma ricostruzione; non solo costo sociale, ma investimento civile”. Sono le frasi finali del documento diffuso da 26 intellettuali e professionisti sardi, sull’esecuzione penale nell’Isola. Racchiudono il senso della lettera-appello rivolta a tutte le istituzioni (dal Governo, col ministero della Giustizia e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, fino a Regione ed enti locali): “Superare l’Isola-carcere”, per promuovere “un sistema penitenziario capace di sicurezza, responsabilità e sviluppo civile”. Il documento Noi sottoscritti, provenienti dal mondo delle istituzioni, della cultura, dell’università, della giustizia, dell’amministrazione penitenziaria, delle professioni, del lavoro sociale e della società civile, riteniamo necessario aprire in Sardegna una discussione pubblica sull’esecuzione penale. Non si tratta di una questione di settore, riservata agli addetti ai lavori. Il modo in cui una comunità pensa il carcere riguarda la qualità della democrazia, il rapporto tra sicurezza e diritti, il destino dei territori e la capacità delle istituzioni di produrre fiducia. La Sardegna ha conosciuto a lungo una rappresentazione ingiusta e riduttiva: quella di isola-carcere. Per troppo tempo il rapporto tra istituti penitenziari e territori è stato pensato quasi esclusivamente in termini di isolamento, controllo, separazione e peso per le comunità locali. Questa impostazione ha inciso sull’immagine dell’isola, sulle sue politiche pubbliche e sul modo in cui i cittadini hanno percepito la presenza del carcere nei propri territori. Oggi è necessario aprire una fase nuova. Una nuova impostazione - Riteniamo che l’esecuzione penale in Sardegna debba essere ripensata dentro un paradigma diverso: non più il carcere come corpo estraneo, non più gli istituti penitenziari come semplici oneri da sopportare, ma come presenze istituzionali capaci di dialogare con le comunità, di contribuire alla sicurezza, alla legalità, al lavoro, alla formazione, alla cura dei beni comuni e alla crescita civile dei territori. Questa prospettiva non nasce da ingenuità e non nega le esigenze di sicurezza. Un sistema penitenziario serio deve prevedere anche settori destinati alla custodia di persone sottoposte a regimi di alta o massima sicurezza, quando ciò sia necessario. Ma la sicurezza non può esaurire l’intero senso dell’esecuzione penale. La sicurezza più solida è quella che nasce da istituzioni credibili, da percorsi di responsabilizzazione, da opportunità reali di reinserimento e da relazioni positive con il territorio. Un sistema chiuso in sé stesso produce distanza, diffidenza e crescita della criminalità; un sistema capace di dialogare con la società può produrre responsabilità, lavoro, legalità e coesione. La Sardegna come laboratorio nazionale - La Sardegna può diventare un laboratorio nazionale di questa nuova impostazione. La sua storia, la sua insularità, la presenza di istituti penitenziari con caratteristiche differenti, la tradizione delle colonie penali e la ricchezza dei suoi territori consentono di immaginare un modello avanzato di esecuzione penale: più umano, più utile, più sicuro perché più radicato nella società. Il punto non è trasformare il carcere in altro da sé, né ignorare la funzione custodiale che esso è chiamato a svolgere. Il punto è ricollocare l’esecuzione penale dentro una visione pubblica più ampia, nella quale ogni istituto sia chiamato a interrogarsi sul proprio rapporto con il territorio e sulle forme concrete attraverso cui può generare valore sociale. Il modello delle colonie penali - In questa prospettiva, occorre recuperare e valorizzare l’esperienza storica e attuale delle colonie penali, che nell’isola hanno rappresentato e possono ancora rappresentare un modello originale. Esse mostrano la possibilità di intrecciare lavoro, ambiente, agricoltura, difesa e manutenzione del territorio, formazione professionale e responsabilità personale con le esigenze dell’esecuzione penale. Le colonie penali, se rilette con strumenti moderni e con pieno rispetto dei diritti costituzionali, possono indicare una strada concreta: istituti non chiusi in sé stessi, ma capaci di produrre valore pubblico; non enclave separate dalle comunità, ma presidi che partecipano alla vita dei territori; non simboli di marginalità, ma occasioni di rigenerazione sociale, ambientale ed economica. Esse possono contribuire alla cura del paesaggio, alla prevenzione del dissesto, alla manutenzione dei beni comuni, alla valorizzazione di filiere agricole e ambientali, alla formazione di competenze professionali e alla costruzione di percorsi di reinserimento realmente spendibili dopo la detenzione, al contrasto di fenomeni di spopolamento e desertificazione delle zone interne e rurali. Sicurezza, Costituzione e responsabilità - La sicurezza è un bene pubblico essenziale. Ma essa non può e non deve essere contrapposta alla finalità rieducativa della pena, alla dignità delle persone, alla tutela dei diritti e alla prospettiva del reinserimento sociale. La Costituzione chiede che la pena non sia soltanto afflizione, ma possibilità di cambiamento, responsabilità e ritorno alla società. Anche i settori di alta e massima sicurezza devono essere collocati dentro un sistema equilibrato, trasparente e rispettoso dei territori. La loro presenza non può determinare l’identità complessiva dell’esecuzione penale in Sardegna, né riproporre l’idea dell’isola come luogo separato nel quale concentrare problemi decisi altrove. I territori come protagonisti - I comuni, le comunità locali e la Regione Sardegna devono poter partecipare alla definizione delle politiche penitenziarie che incidono sull’isola. La presenza di un istituto penitenziario non può essere subita come imposizione, ma deve diventare parte di un patto istituzionale fondato su trasparenza, corresponsabilità e benefici concreti per il territorio. Gli istituti penitenziari devono essere messi nelle condizioni di collaborare stabilmente con enti locali, università, scuole, imprese, associazioni, cooperative sociali, realtà culturali e soggetti del terzo settore. Il carcere non deve essere un muro che interrompe la comunità, ma una istituzione pubblica capace di assumersi responsabilità verso il territorio in cui opera. Le nostre richieste - Chiediamo al Governo, al Ministero della Giustizia, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, alla Regione Sardegna, agli enti locali e a tutte le istituzioni competenti di aprire un confronto pubblico e operativo finalizzato a: ? definire una strategia regionale sull’esecuzione penale in Sardegna, condivisa con i territori; ? superare ogni logica che riproponga l’isola come luogo di mera concentrazione penitenziaria; ? valorizzare le colonie penali come luoghi di lavoro, formazione, responsabilità, tutela ambientale e utilità sociale; ? promuovere accordi stabili tra istituti penitenziari, enti locali, università, scuole, imprese, cooperative e terzo settore; ? rafforzare i percorsi di istruzione, formazione professionale, lavoro e reinserimento; ? collegare il lavoro penitenziario ai bisogni reali delle comunità e alla cura dei beni comuni; ? garantire che le esigenze di alta e massima sicurezza siano collocate dentro un sistema equilibrato, trasparente e rispettoso dei territori; ? riconoscere alle comunità locali un ruolo effettivo nelle scelte che riguardano la presenza penitenziaria nell’isola. Un appello alla Sardegna e al Paese - La Sardegna non deve essere il luogo in cui il Paese relega i propri problemi penitenziari. Può essere, al contrario, il luogo in cui l’Italia sperimenta una risposta più intelligente, costituzionale e più lungimirante: un sistema in cui la pena non sia solo separazione, ma responsabilità; non solo custodia, ma ricostruzione; non solo costo sociale, ma investimento civile. Per queste ragioni sottoscriviamo questo appello. Per superare l’isola-carcere. Per un’esecuzione penale che dialoghi con i territori. Per una Sardegna capace di trasformare una storia difficile in un modello di giustizia, sicurezza e comunità. L’elenco dei firmatari, in ordine alfabetico, è aperto da Domenico Arena, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria. Molti i sottoscrittori del mondo giudiziario e delle associazioni del settore: la presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, Cristina Ornano, Irene Testa (garante dei detenuti), Carlo Renoldi (magistrato di Cassazione), Matteo Pinna ed Erika Dessì (presidente e referente diritti umani dell’Ordine avvocati di Cagliari), Maria Grazia Caligaris (Socialismo diritti riforme), Daniele Pulino (Antigone), il sociologo Luigi Manconi che a lungo si è occupato di questi temi. Dall’università, il rettore di Cagliari Francesco Mola e ancora Cristina Cabras (criminologa UniCa), Andrea Vargiu (sociologo UniSs), Emanuele Farris (delegato polo penitenziario UniSs). Per il mondo del terzo settore e dell’informazione, Ugo Bressanello (Domus de Luna), Simonetta Selloni (Associazione della stampa sarda), Giuseppe Meloni (Ordine dei giornalisti), Sabrina Mura (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Andrea Pianu (Forum Terzo Settore), Franco Uda (Arci Sardegna). Tra gli esponenti politici, oltre a Todde e Comandini, i sindaci di Cagliari, Sassari e Nuoro (Massimo Zedda, Giuseppe Mascia ed Emiliano Fenu), il presidente della Provincia di Nuoro Giuseppe Ciccolini, il segretario del Pd Silvio Lai. Lecce. L’ora d’aria in gabbia, i pasti in cella, pochi libri e niente sport di Danilo Lupo Il Fatto Quotidiano, 22 agosto 2026 Viaggio nel carcere minorile aperto dopo il decreto Caivano. “Qui è peggio del 41bis”. Nel nuovo Ipm di Lecce, inaugurato a novembre, i giovani detenuti passano in cella 22 ore su 24: mancano spazi per le attività, la biblioteca e persino la mensa. Le operatrici: “Così la pena serve solo a rinchiuderli”. “Questa è la gabbia, solo questa abbiamo per l’ora d’aria”. Formano una strana coppia i due 18enni che ho davanti: uno, che chiameremo Kevin (nome di fantasia, come tutti quelli che faremo in questo articolo), ha occhi celesti e mille tatuaggi sulle braccia bianco latte: mitragliatrici, corone, nomi di donna. L’altro, chiamiamolo Yusuf, ha pelle scura, sguardo ramato e accento salentino. “Nemmeno due passaggi a pallone riusciamo a fare nella gabbia”, dicono, e fanno un tiro alla sigaretta con un sorriso amaro sulla bocca, lo sguardo puntato su quella che effettivamente assomiglia alla gabbia di un canile: un rettangolo stretto più alto che largo, pareti e soffitto di rete metallica già rovente al sole delle 10. “Non avete altro?”, chiedo. “Aspettiamo i campi”, dice Kevin con un gesto del mento, e butta la sigaretta contro la rete. Dall’altra parte, i cantieri dei campi di calcetto e altri sport lasciati a metà, desolatamente fermi e inaccessibili. L’unica attività fisica possibile, oltre alla gabbia che sembra un canile, è uno stanzone con due tapis roulant e qualche attrezzo per la ginnastica. “Qui è peggio del 41-bis”, è la chiosa dei due ragazzi. In cella 22 ore al giorno - Di certo c’è che il decreto Caivano, varato nel 2022, ha riempito di minorenni gli istituti di pena, con la conseguenza di aprire strutture con gravi carenze come questa di Lecce, come denunciato a suo tempo dalla Cgil. I lidi alla moda di Porto Cesareo, il mare turchese di Gallipoli sono a una manciata di chilometri da qui eppure lontanissimi. Al di là delle mura grigie alte sei metri ci sarebbero una pineta, un’area giochi, perfino un maneggio: tutto interdetto per i 12 ragazzini reclusi nell’Ipm in questo agosto assolato, mentre altri 12 sono attesi dopo l’estate. I giovani detenuti, così passano in cella 22 ore su 24; nonostante la trionfale inaugurazione avvenuta nove mesi fa, il 20 novembre 2025, alla presenza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, nell’Ipm leccese perfino la mensa non è ancora pronta. Al momento di andar via, vedremo il carrello dei pasti arrivato dall’esterno dirigersi verso le sezioni di reclusione: il primo piano ne conta due, una per giovani adulti tra i 18 e i 25 anni e una per i minorenni dai 14 ai 17. Proprio come in un canile, ogni ragazzino mangia da solo: colazione, pranzo e cena chiuso in cella. E non c’è da stupirsi se, come cani in gabbia, gli adolescenti reclusi qui sfogano le energie gli uni contro gli altri: e infatti li incontrerò divisi in gruppi, dopo una rissa che il giorno prima li ha portati a azzannarsi. “Siamo noi la baby gang di Bakary” - L’aria all’inizio è tesa. L’introduzione è di Cecilia Maffei e Antonietta Rosato, le due operatrici dell’associazione Fermenti Lattici che stanno costruendo un percorso di incontri con i ragazzi reclusi nell’Istituto penale per minorenni. Percorso che definiscono “una biblioteca vivente”, in mancanza di una biblioteca fisica, anch’essa inaugurata sulla carta ma ancora in via di formazione: stavolta il volume da sfogliare è un giornalista. “Un giornalista? Hai mai parlato di Bakary Sako?”. Brilla di sfida dall’altra parte del tavolo lo sguardo del 16enne che chiameremo Vito, apparecchio ai denti e inconfondibile accento tarantino. Proprio a Taranto, ai primi di maggio, Bakary Sako, un bracciante del Mali che alle 5 di mattina si stava recando al lavoro, venne accerchiato, picchiato e poi accoltellato a morte da un gruppo di ragazzini. “Cercavano uno a caso, non c’è un movente valido” fu la disarmante ricostruzione della procuratrice di Taranto Eugenia Pontassuglia per spiegare l’atto dei quattro 15-16enni, che i media avevano subito ribattezzato baby gang. “Ce li hai davanti. E i giornalisti hanno scritto un sacco di cazzate”, scandisce Vito, con l’aria di sfida. “È vero, un sacco di cazzate” ripete un altro 15enne che sembra davvero un bambino: negli occhi e nell’atteggiamento curvo di chi si aspetta sempre uno schiaffo si legge la paura di questo nuovo mondo che gli è crollato addosso tre mesi fa. Accanto a lui c’è Omar, 16enne alto e ossuto dallo sguardo duro. Apre la bocca e gli altri due tacciono. “Soprattutto non dovevate dire che lo abbiamo fatto tutti insieme. Qualcuno lo ha fatto e qualcun altro no”, sputa fuori, con lo sguardo che si fa triste. E poi chiude il discorso: “Ma di questo non si può parlare perché c’è un processo in corso”, dice, come se recitasse a memoria una formula ripetuta chissà quante volte. “Lo Stato? È questo qua” - Possiamo parlare però del contesto da cui vengono, quella città di Taranto in cui convivono a distanza di pochi metri la borghesia del centro e il sottoproletariato della città vecchia. “Io sono di là e per me è bellissima”, dice Omar, “ma è chiaro che si vive meglio in centro dove le case sono nuove, le famiglie sono buone”. E lo Stato cosa fa per ridurre queste differenze? “Lo Stato? Lo Stato è questo qua”, risponde il 16enne indicando la stanza bianca e grigia con le sbarre alle finestre dove ci troviamo. Sorride e fa di sì con la testa Fabio, un ragazzone gigante dalla barba rossa e dall’accento barese che parla appena e sembra semiaddormentato: come ha rilevato l’associazione Antigone, in alcuni istituti minorili l’uso di sedativi, antidepressivi e antipsicotici è aumentato anche del 400%. Nel 2025 gli episodi di autolesionismo sono stati 188, 17 i tentati suicidi e si è registrato anche il suicidio di un 17enne. Tra i 16 e 18 anni hanno anche i tre ragazzi napoletani che ho davanti: più accortamente rispetto ai loro compagni tarantini, non parlano dei motivi che li hanno portati nel carcere minorile. Qualcuno accenna a Zagaria, il boss camorrista di Casal di Principe. “Io sono appassionato della sua storia, la mia famiglia appartiene a lui”, dice, verità o spacconata che sia. La burocrazia del porno - Di certo c’è che tutti e tre hanno condanne lunghissime da scontare, anche fino a vent’anni. Entrati quasi bambini in carcere, ne usciranno uomini. Cosa vi manca del mondo di fuori? “La pugghiacca (il sesso femminile, ndr)”, risponde di getto Ciro, 18enne occhialuto e disinvolto. Tutti ridono. Ma perfino la sessualità e l’autoerotismo hanno una propria burocrazia nel carcere minorile. “Negli altri istituti ci sono i libri e fumetti porno, qui mancano”, aggiunge il ragazzo, che evidentemente ne ha girati diversi. Cecilia Maffei spiega che la biblioteca è in costruzione e nella lista degli acquisti c’è anche qualche libro a carattere erotico. “Niente di che: 50 sfumature di grigio e cose del genere” specifica. “La commissione che deve approvare gli acquisti, di cui fanno parte la direttrice dell’Ipm e il prete di riferimento dell’istituto, ha però manifestato qualche perplessità, anche su romanzi e saggi sulla criminalità organizzata, ad esempio Gomorra. Poi la magistrata di sorveglianza ha chiarito che non ci possono essere censure sui contenuti: ogni libro pubblicato da una casa editrice può trovare posto in biblioteca”. L’accademia del crimine - L’argomento per lo meno è servito a rompere il ghiaccio, e da qui parte l’elenco delle nostalgie per il mondo di fuori. “Il ragù napoletano”, dice sognante Totò, le guance lisce e due baffetti che cercano di farlo sembrare più grande. “Qui mangiamo sempre pasta con la salsa, cinque giorni a settimana”. E poi, cos’altro? “‘O crack! Che bello ‘o crack!”, sbotta Pasquale, 17 anni, e chiude gli occhi e tende le narici come se sentisse ancora l’odore dello stupefacente ricavato dalla cocaina che fuori di qui moltissimi adolescenti fumano in pipette di plastica. All’incontro assistono due agenti penitenziari e una psicologa, Lucia Ianne. “La verità è che il carcere sembra essere diventata la risposta per tutto, mentre qui ci vorrebbe ben altro” mi dice la dottoressa, alla fine dell’incontro “servirebbero attività reali, una comunità che reinserisca questi ragazzi mentre così la pena serve a pochissimo, solo a rinchiuderli. E anzi sa cosa vediamo? Che coloro che hanno commesso piccoli reati, gli spacciatori magari stranieri, in questi luoghi si avvicinano ai figli di famiglie di un certo spessore criminale, a cui si legano quando escono”. È l’accademia della delinquenza, il contrario di quella funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione che avrebbe un senso ancora più profondo quando a finire dietro le sbarre sono minorenni, nella cui vita tutto è ancora possibile. A cosa serve il carcere? “A delinquere meglio” - Senza telefoni, senza videogame, praticamente senza sport, come passano quest’agosto bollente i ragazzini ristretti nelle celle dell’Ipm leccese? “C’è la televisione ma a mezzanotte bisogna spegnerla”, si stringono nelle spalle Yusuf e Kevin, la strana coppia che abbiamo incontrato all’inizio. “E non c’è niente da fare, sono tutti in ferie”, ride Ciro mentre elenca sulle dita della mano. “C’era un corso per idraulico, ma ora sono in ferie; i corsi di panificazione e di falegnameria, in ferie. Musica e teatro, in ferie. Le ditte che lavorano a costruire i campi, in ferie pure quelle. Tutti in ferie, tranne loro” conclude, rivolgendosi a Rosato e Maffei, le due operatrici di Fermenti Lattici che hanno organizzato questo incontro. Sul quale c’è un’ultima domanda che grava: ma il carcere minorile a che cosa serve? Che cosa hanno capito loro, che ci vivono dentro? “È un percorso per farci capire gli errori che abbiamo commesso e non ripeterli” risponde Ciro, il napoletano più sveglio di tutti, con la scioltezza di chi sa che questa è la risposta giusta, visto che l’ha data decine e decine di volte davanti a psicologi, assistenti sociali e magistrati di sorveglianza. “A capire che nei momenti di difficoltà, oltre alla tua famiglia non ti aiuta nessuno” dice, rivolto più a se stesso che a noi, il 15enne che sembra un bambino. “A imparare a fare più tranquillamente i reati quando esci” dice Omar, il tarantino alto e ossuto, con l’ennesima aria di sfida. “A farli meglio, in modo che non ti prendono”. Lo sguardo è rimasto duro eppure sembra ancora più triste. In fondo agli occhi di questo 16enne, inchiodato a un reato che lo ha fatto diventare adulto nel giro di una notte, emerge qualcosa che non trova le parole. Qualcosa che assomiglia a una disperata richiesta di aiuto. Busto Arsizio. Carcere da incubo: “La politica deve intervenire” di Sarah Crespi La Prealpina, 22 agosto 2026 La visita della Camera Penale e della deputata leghista Manuela Maffioli: “Voglio una relazione dettagliata”. “La situazione, rispetto all’ultimo accesso, è decisamente peggiorata, a oggi i detenuti sono 437 a fronte di una capienza di 240. è necessario che la politica intervenga”: così ha commentato il presidente della Camera penale Tiberio Massironi al termine della visita di questa mattina, venerdì 21 agosto, in carcere a Busto Arsizio. Con la delegazione, di cui facevano parte i penalisti Michela Ghiso, Anna Ielmini, Elisa Rocchitelli, Samuele Genoni, Lorenzo Parachini, Francesca Giamporcaro, Santina Ferro e Katia Broggini, c’era anche la deputata leghista Manuela Maffioli. “Ho chiesto alla Direzione una relazione dettagliata degli aspetti più prontamente affrontabili, di cui intendo farmi carico”, assicura Maffioli. Il giro nel penitenziario si inserisce nell’iniziativa dell’Unione camere penali italiane Ristretti in agosto. L’anno scorso i gironi erano apparsi meno infernali, oltretutto le temperature non avevano raggiunto i picchi degli ultimi tre mesi. “Ora è il momento di organizzare un’assemblea con tutte le associazioni e gli enti che seguono il carcere per studiare interventi integrati ed efficaci”, dice Massironi. Messina. Il dramma del piccolo di 18 mesi nel carcere di Gazzi messinatoday.it, 22 agosto 2026 “Troppo caldo nel nido, serve subito una soluzione”. Il bambino è arrivato ieri con la madre detenuta. Il Garante per l’Infanzia lancia l’allarme sulle temperature nel reparto sotto il tetto, privo di climatizzazione: chiesto un pediatra e avviata la ricerca di un condizionatore portatile. Un bambino di appena 18 mesi è arrivato ieri, 20 agosto, nella Casa circondariale di Gazzi insieme alla madre detenuta. Ma adesso a preoccupare è soprattutto il caldo all’interno del Nido del carcere, dove mamma e figlio dovranno trascorrere la loro permanenza. A sollevare il caso è il Garante dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Comune di Messina, Giovanni Amante, che ha scritto al sindaco Federico Basile, al presidente del Consiglio comunale Massimiliano Minutoli e ai consiglieri comunali per condividere una situazione ritenuta particolarmente delicata. Il Nido della Casa circondariale, spiegano i garanti, è stato più volte visitato e viene descritto come un ambiente “accogliente e ben predisposto” per ospitare i figli delle detenute. Un’attenzione riconosciuta anche al personale dell’Amministrazione penitenziaria, con il quale i garanti affermano di essere in costante interlocuzione. Il problema è il caldo - La criticità riguarda però le condizioni climatiche all’interno del Nido, che si trova sotto il tetto della struttura e non dispone di un impianto di refrigerazione. Le temperature di questi giorni, secondo la segnalazione, stanno creando condizioni di “notevole disagio” per la donna e soprattutto per il bambino, che ha appena un anno e mezzo. Amante parla di una situazione che rende problematica la permanenza di madre e figlio e si è attivato per cercare una soluzione immediata. L’obiettivo è trovare un climatizzatore portatile, considerato però una misura necessariamente temporanea. La ricerca, almeno finora, non è stata semplice: i garanti spiegano di aver contattato diversi centri commerciali, ma le scorte disponibili sarebbero esaurite. La ricerca, comunque, prosegue. Parallelamente è stato richiesto che il piccolo venga visitato urgentemente da un pediatra, anche per verificare le sue condizioni di salute e valutare se l’ambiente sia compatibile con la permanenza del bambino insieme alla madre. Una verifica che assume particolare importanza proprio considerando l’età del piccolo e le elevate temperature registrate in questi giorni. Il Garante sottolinea inoltre il lavoro svolto dal personale della Casa circondariale, con il quale vengono condivise le possibili soluzioni per affrontare l’emergenza. “La comunità deve essere coinvolta” - La lettera è stata condivisa anche con la Garante dei detenuti Lucia Risicato, con la quale il Garante comunale afferma di operare in sinergia sulle situazioni che riguardano la Casa circondariale, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze. Quello del Nido di Gazzi è un tema già seguito in passato dai garanti, anche in occasione di precedenti detenzioni che hanno coinvolto bambini molto piccoli. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire, nonostante il contesto carcerario, condizioni il più possibile adeguate ai minori che si trovano a vivere la detenzione insieme alle madri. Ora, però, il caldo aggiunge un problema concreto e immediato. “Nella qualità di garanti comunali competenti abbiamo sentito la forte responsabilità di condividere con Voi tutti questa situazione”, si legge nella comunicazione inviata ai rappresentanti istituzionali. Per il Garante è necessario che la comunità sia coinvolta, a partire proprio da chi rappresenta i cittadini. La priorità, intanto, è trovare rapidamente una soluzione per rendere più sostenibile la permanenza di una madre detenuta e, soprattutto, di un bambino di appena 18 mesi che, pur non avendo commesso alcun reato, si trova a vivere dietro le mura del carcere. Barcellona Pozzo di Gotto (Me). Carcere: emerse le tante criticità, serve più dialogo tra istituzioni di Benedetto Orti Tullo La Sicilia, 22 agosto 2026 Visita nella struttura del sindaco Scolaro e del Partito Radicale. Prima era una struttura psichiatrica. Quattro le priorità individuate su cui intervenire durante la visita istituzionale. Una rete permanente tra il Comune e la Casa circondariale “Vittorio Madia”, per trasformare il dialogo tra istituzioni in strumenti concreti di solidarietà e inclusione. È questo il messaggio lanciato dalla sindaca di Barcellona Pozzo di Gotto, Melangela Scolaro, al termine della visita effettuata all’interno dell’istituto penitenziario insieme alla delegazione del Partito Radicale. L’iniziativa, che rientra nella tradizionale campagna estiva con cui da circa cinquant’anni i militanti radicali visitano le carceri italiane, ha visto la partecipazione di Silvia De Pasquale e Angelo Catalano, del presidente del Consiglio comunale Raffaella Campo e di Elena Poma, rappresentante del Movimento Città Aperta. Ad accogliere il gruppo sono stati la direttrice Romina Tajani e il comandante della Polizia Penitenziaria Salvatore Parisi. “Ho ritenuto giusto accogliere l’invito del Partito Radicale - ha dichiarato la sindaca -. Il “Vittorio Madia”, già Ospedale Psichiatrico Giudiziario, è una parte importante del nostro tessuto cittadino. Visitarlo è un’esperienza che non lascia indifferenti e che fa riflettere sull’indefettibile funzione rieducativa della pena”. Scolaro ha inoltre annunciato l’avvio di un confronto per definire protocolli capaci di creare “una stabile connessione tra ente comunale e casa circondariale”. Nel corso del sopralluogo sono emerse le criticità che da anni interessano il penitenziario. Una realtà complessa, aggravata dalla cronica carenza di personale e dalla particolare natura dell’istituto, che ospita detenuti comuni, internati e persone con gravi disturbi mentali. “L’obiettivo condiviso - ha affermato Raffaella Campo - è offrire la nostra piena collaborazione per contribuire alla risoluzione delle diverse criticità, nel pieno rispetto dei ruoli e delle competenze”. Al termine della visita, quattro le priorità rilanciate dal Movimento Città Aperta: la realizzazione di una pensilina e di una sala d’attesa per i familiari, una fermata dell’autobus davanti al carcere con collegamenti potenziati verso la stazione, il rafforzamento del reparto psichiatrico e la nomina del garante dei diritti dei detenuti. Massa Marittima (Gr). Visita dei Giovani democratici nel carcere: “59 detenuti per 48 posti” ilgiunco.net, 22 agosto 2026 I Gd Toscana e il parlamentare Simiani con la consigliera Bai sollecitano il Ministero della giustizia: “Recuperare la palestra e sbloccare le assunzioni di polizia penitenziaria”. La delegazione dei Giovani democratici della Toscana ha visitato la Casa circondariale del paese, incontrando la direttrice Valentina Bruno, il personale dell’istituto e confrontandosi con la realtà quotidiana delle persone detenute. Quello che salta all’occhio sono subito i numeri e le condizioni di lavoro e detenzione. “La struttura, che dispone di 48 posti regolamentari, ospita attualmente 59 persone detenute - raccontano i Giovani Democratici. A questo si aggiunge una carenza di personale di Polizia penitenziaria, con 28 unità presenti a fronte delle 36 previste. Restano inoltre criticità legate agli spazi: in alcune camere sono presenti più persone e la palestra dell’istituto, utilizzata anche per altre attività trattamentali e di socializzazione, è inutilizzabile dal 2006”. All’interno dell’istituto sono presenti percorsi scolastici, formativi, lavorativi e di socializzazione. “La possibilità di garantire continuità a queste attività richiede, però, personale, risorse e spazi adeguati”, sottolineano i Gd. Il segretario regionale dei Giovani democratici, Bernardo Taddei, rimarca come la campagna “Dimenticat3” abbia permesso di comprendere che “il sistema penitenziario è un insieme complesso, che non può essere affrontato a compartimenti stagni, ma nella sua totalità”. Taddei (Gd Toscana) “Condizioni complessivamente positive ma con criticità importanti” - Secondo Taddei, Massa Marittima presenta condizioni complessivamente positive, “ma sconta criticità importanti - descrive - dalla carenza di personale alla chiusura della palestra. Il rischio è che una casa circondariale che ospita un’alta percentuale di detenuti con pena definitiva finisca per vedere ridotte le attività dedicate al reinserimento a causa delle difficoltà dell’intero sistema”. “Le criticità di Sollicciano e la redistribuzione dei detenuti hanno avuto ripercussioni anche su Massa Marittima, che ha ricevuto trasferimenti da Porto Azzurro, aumentando la pressione sull’istituto”, aggiunge Taddei. Il segretario dei Gd Toscana ribadisce quindi che “la politica deve tornare a occuparsi delle carceri, per costruire una giustizia che funzioni e ridurre la recidiva”. “In questo percorso - sottolinea - anche l’amministrazione comunale può svolgere un ruolo importante, favorendo attività di reinserimento e rafforzando il collegamento tra istituto e comunità cittadina, garantendo servizi adeguati per raggiungere il carcere e attivando tutti gli strumenti di garanzia e tutela per la popolazione detenuta”. Taddei si dice inoltre certo che “l’attuale amministrazione continuerà a vigilare su questi temi, come dimostrano le attività portate avanti in questi anni”. Simiani: “Necessario intervento concreto e non più rinviabile” - Il deputato della Repubblica Marco Simiani evidenzia invece la necessità di un intervento concreto e non più rinviabile sulla casa circondariale di Massa Marittima. Ricordando l’interrogazione già presentata in passato, Simiani richiama in particolare la carenza di organico della Polizia penitenziaria e la chiusura ormai cronica della palestra, inagibile dal 2006. “Si tratta di uno spazio prezioso - afferma - che potrebbe essere restituito alla comunità penitenziaria e utilizzato per attività sportive, educative e trattamentali”. Simiani sottolinea inoltre la volontà di “lavorare insieme al DAP per individuare le risorse e le soluzioni necessarie a recuperare la struttura e renderla nuovamente fruibile”. Parallelamente, evidenzia la necessità di costruire “percorsi strutturati e continuativi con associazioni, realtà del territorio e imprese”, per aumentare le opportunità di formazione, lavoro e socialità. Bai: “Importante il rapporto tra istituti penitenziari e città” - La consigliera regionale Lidia Bai sottolinea l’importanza di costruire un rapporto positivo e costante tra gli istituti penitenziari e le città che li ospitano. “Proprio dal carcere di Massa Marittima si comprende quanto questo legame possa essere importante per creare condizioni favorevoli al reinserimento, offrire opportunità e mantenere un rapporto con la comunità”, ricorda la consigliera regionale. Bai evidenzia il valore del lavoro svolto dalla direzione e dagli operatori dell’istituto, “che dimostrano ogni giorno attenzione, professionalità e disponibilità a costruire relazioni con il territorio”. Per la consigliera regionale è necessario rafforzare, in generale, il rapporto tra carceri e città, coinvolgendo associazioni, realtà sociali, culturali e produttive: “Aprire gli istituti alle comunità significa aumentare le possibilità di formazione, lavoro e reinserimento - conclude - e investire, allo stesso tempo, nella sicurezza e nella qualità delle nostre comunità”. Garofalo: “Pesa il problema della carenza di organico” - Il segretario dei Gd Grosseto Cosimo Garofalo evidenzia infine come la visita abbia restituito “una realtà molto curata, nella quale si percepiscono l’attenzione e l’impegno di chi lavora ogni giorno nell’istituto”. Proprio per questo, sottolinea, pesa ancora di più il problema del sottorganico, soprattutto nella Polizia penitenziaria. Garofalo richiama la presenza di diversi percorsi trattamentali, dai corsi di italiano per stranieri e di chitarra ai progetti con realtà esterne. “Senza personale sufficiente diventa difficile ampliarli - conclude - Meno trattamento significa meno opportunità di reinserimento e può incidere anche sulla sicurezza interna perché attività, formazione e relazioni contribuiscono a prevenire le criticità”. La visita alla Casa Circondariale di Massa Marittima rappresenta una nuova tappa del percorso promosso dai Giovani Democratici della Toscana negli istituti penitenziari della regione. Con l’obiettivo di ascoltare chi vive e lavora quotidianamente nel sistema carcerario e raccogliere criticità e proposte - ricordano i Gd - l’obiettivo è anche arrivare alla costruzione di una proposta politica per un modello penitenziario capace di tenere insieme dignità, diritti, sicurezza e reinserimento sociale. “Perché investire nella funzione rieducativa della pena significa anche investire nella sicurezza della comunità”. Alla visita hanno partecipato, oltre a Simiani, Bai, Taddei e Garofalo, il consigliere comunale di Grosseto Cristian Marchini, Matilde Coluccini e Madalina Golea della segreteria dei GD Toscana, e Matteo Porta e Matteo Donati della segreteria dei GD Grosseto. Porto Azzurro (Li). Dal carcere creatività, lavoro e inclusione quinewselba.it, 22 agosto 2026 Dal carcere di Porto Azzurro nasce un progetto di lavoro, creatività e integrazione sociale, che confida nel sostegno del territorio elbano. È finalmente online incarcere.it, il sito dedicato al progetto nato da un’idea dell’imprenditrice e designer elbana Simona Giovannetti - titolare del marchio Dampaì che produce accessori moda design - e sviluppato con la collaborazione della direttrice e del comandante della Casa di Reclusione “Pasquale De Santis” di Porto Azzurro. Il progetto prende forma da un oggetto semplice, ma dal forte valore simbolico: due anelli intrecciati che si uniscono e si separano, metafora di relazione e resilienza. Una catena che può chiudere, ma anche liberare. I primi oggetti sono stati realizzati artigianalmente in legno nella falegnameria del carcere e raccontano non soltanto la detenzione, ma anche il lavoro, le capacità personali e la possibilità di costruire un nuovo percorso. La realizzazione di questo oggetto ha già aperto una collaborazione con la Casa di Reclusione di Orvieto, contribuendo ad ampliare il progetto oltre i confini del territorio elbano. I veri protagonisti di “inCarcere” sono i detenuti assunti da Dampaì e coinvolti nella realizzazione e nello sviluppo dell’iniziativa. L’obiettivo è che, con il tempo, possano acquisire sempre maggiore autonomia, diventando capaci di gestire e portare avanti direttamente il progetto. Dopo l’autorizzazione alla pubblicazione del sito, “inCarcere” può finalmente farsi conoscere. Gli oggetti sono attualmente esposti e disponibili nei negozi Dampaì dell’Isola d’Elba (a Portoferraio, Porto Azzurro e Capoliveri), ma l’iniziativa è aperta alla collaborazione del territorio: le realtà commerciali elbane interessate potranno ospitare gli anelli di “inCarcere” ed esporli nei propri spazi, contribuendo concretamente alla diffusione e al sostegno del progetto. La presentazione ufficiale alla popolazione è prevista per il prossimo autunno-inverno. Sarà l’occasione per raccontare il lavoro svolto, le persone coinvolte e gli sviluppi futuri, ma soprattutto per invitare istituzioni, associazioni, imprese, artigiani, commercianti e cittadini a partecipare. “Un progetto come questo non può crescere senza la collaborazione del territorio, - sottolinea Simona Giovannetti - Per diventare una vera opportunità deve essere conosciuto, condiviso e sostenuto dalla comunità elbana”. L’obiettivo, dunque, non è soltanto realizzare e vendere degli oggetti, ma creare nuove occasioni di formazione, responsabilità e lavoro. Tra i prossimi sviluppi c’è la volontà della direzione della Casa di Reclusione di Porto Azzurro di attivare un laboratorio di ceramica all’interno dell’istituto, accompagnato da un percorso formativo. Gli anelli di “inCarcere”, oggi realizzati in legno, potranno così essere prodotti anche in ceramica, ampliando le possibilità creative e permettendo ai detenuti di acquisire nuove competenze professionali. È già stato individuato un professionista disponibile a occuparsi della formazione. “inCarcere” è un progetto appena nato, ma guarda lontano: vuole trasformare il lavoro e la creatività in strumenti di autonomia, dignità e reinserimento, fino a diventare un’iniziativa portata avanti direttamente dai suoi protagonisti, con il sostegno di tutta l’Isola d’Elba. Un ponte tra comunità, carcere, artigianato e design. “Io Salvo - progetto mare libero”: formazione, lavoro e riscatto di Joy Bongiovanni gnewsonline.it, 22 agosto 2026 “Una volta un uomo mi ha confessato che per guardare le stelle doveva chiudere gli occhi e immaginarle”. Inizia così il trailer del docufilm, presentato ufficialmente il 10 giugno, che racconta “Io salvo - progetto mare libero”, il percorso di reinserimento sociale dei detenuti del carcere Borgo San Nicola di Lecce. L’iniziativa, unica in Italia, ha permesso a 13 ristretti di conseguire sia l’attestato di assistente bagnante, in piscina e in mare, sia la certificazione di esecutore di Blsd e Pblsd, interventi di primo soccorso per lattanti, bambini e adulti. Il progetto ha visto la collaborazione tra Prefettura, direzione del carcere, comune di Lecce, Capitaneria di porto e Federazione italiana Nuoto, che ha messo a disposizione gli istruttori per la preparazione dei corsisti. Dopo la formazione teorica e pratica, i detenuti sono stati assunti presso gli stabilimenti balneari di Lecce, Melendugno e Vernole e attualmente svolgono attività ausiliari al salvataggio. Maria Teresa Susca, direttrice della casa circondariale di Lecce, intervista da gNews, racconta il progetto pioneristico che da giugno permette alle persone detenute di riscattarsi e vivere qualche ora in mare, simbolo per eccellenza di libertà. Come nasce “Io Salvo - progetto mare libero”? Il progetto nasce da un incontro con Mauro della Valle, il presidente di Confimprese Demaniali. Durante uno dei tanti incontri tra carcere e realtà territoriali, organizzati dal prefetto Natalino Manno, della Valle sottolineò la mancanza di assistenti al salvataggio in merito ai servizi necessari per l’apertura dei lidi. Immediatamente, insieme al prefetto, abbiamo colto questa opportunità per i detenuti. Qual è la particolarità di questo progetto? Si tratta di un’esperienza innovativa, non solo perché unica in Italia, ma soprattutto perché permette ai ristretti di svolgere una formazione mista. Infatti, una parte del corso, quello teorico, è stata svolta all’interno dell’istituto ma la parte pratica ha permesso loro di trascorrere qualche ora in una piscina nelle vicinanze del carcere. Come hanno reagito i detenuti all’iniziativa? Alla formazione hanno partecipato in tanti, uscire dall’istituto anche solo per qualche ora è stata un’occasione unica. Sin da subito hanno dimostrato di essere molto motivati e appassionati. Data la mole di partecipanti, volevamo far partire una seconda edizione del corso, avevamo già fatto alcune ricognizioni e raccolto altre istanze ma non ce l’abbiamo fatta. Crediamo però che in autunno possa ripartire una nuova edizione. E la comunità aperta? Il territorio leccese è particolarmente sensibile verso la popolazione detenuta, svolgiamo parecchie attività con e nel territorio e questo aiuta anche le persone detenute a lavorare all’esterno. Negli ultimi anni, tramite numerose attività trattamentali, abbiamo cercato di ‘aprire’ il carcere: diversi detenuti, ai sensi dell’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, svolgono attività lavorative presso ditte esterne. In questo caso, devo dire che una grande sensibilità è stata dimostrata soprattutto dai responsabili delle strutture balneari che hanno assunto i neo assistenti bagnanti. Cosa si aspetta per il prossimo futuro? Sicuramente riproporre il progetto per incrementare il numero di detenuti che potranno essere assunti, già dal prossimo anno. Questa attività, inoltre, ci ha permesso di conoscere nuove realtà territoriali, come i responsabili di resort e hotel. Attualmente, alcuni dei detenuti che hanno svolto la formazione lavorano presso strutture della zona. Prossimamente verrà presentato un docufilm che racconta le attività formative e lavorative di “Io Salvo - progetto mare libero”. Mi auguro che questa iniziativa venga alimentata perché il lavoro è lo strumento trattamentale per eccellenza. La nuova legge elettorale e il confronto tra “costituzionalisti” e “costituzionisti” di Andrea Pugiotto* Il Domani, 22 agosto 2026 I secondi tendono a ridurre la Costituzione a un insieme di meccanismi da ottimizzare. I primi mantengono il riferimento ai principi e alle finalità costituzionali, cui gli strumenti del diritto elettorale vanno orientati. Così, se per gli uni l’efficienza della nuova regola elettorale è l’oggetto immediato di discussione, per gli altri il tema vero è quale idea di democrazia parlamentare vogliamo preservare o trasformare. Alla ripresa dopo la pausa estiva, i lavori parlamentari saranno dominati da un tema: la riforma elettorale. Approvato alla Camera il 16 luglio scorso, il testo è già calendarizzato al Senato, con l’intento di arrivare entro il 15 settembre alle dichiarazioni di voto e alla sua approvazione. Una tempistica accelerata, in previsione di un terzo passaggio alla Camera, qualora il testo fosse emendato. Ipotesi molto probabile, se non altro per rimediare ad alcune omissioni normative di dubbia costituzionalità: tra le più critiche, l’assenza di misure di riequilibrio di genere nella rappresentanza parlamentare e la scelta di liste interamente bloccate, senza voto di preferenza. Ipotesi auspicata anche da chi - all’interno di entrambi gli schieramenti - chiede l’introduzione di un ballottaggio nazionale, qualora nessuna coalizione raggiunga al primo turno la soglia necessaria per conquistare il cosiddetto “premio di governabilità”. È la proposta dei costituzionalisti che fanno opinione, per i quali solo a questo sembra ridursi l’orizzonte: evitare una competizione tra coalizioni troppo eterogenee, inclusive di forze estremiste - a destra come a sinistra - utili per vincere, ma inutili per governare. Come se la legge elettorale servisse a risolvere i problemi dell’attuale fase di sviluppo del sistema politico-istituzionale. Il gran caos nella Lega. Ora è a rischio anche la legge elettorale La democrazia che si organizza La legge elettorale, invece, è ben altro. È la democrazia che si organizza. Guarda alla forma di stato, prima ancora che alla forma di governo. Davanti a una riforma elettorale, la questione decisiva non è tanto la qualità dell’ingegneria elettorale, ma il modello costituzionale sottostante. Quando si mette mano al meccanismo di trasformazione dei voti in seggi, dunque, l’interrogativo di fondo da porsi non è se “questa norma è scritta male”, bensì “questa legge è scritta pensando a quale idea di democrazia?” Osservato attraverso tale lente, il dibattito in corso soffre di un marcato riduzionismo funzionalista. Le categorie dominanti sono “decidere”, “semplificare”, “stabilizzare”, “governare”. Tutte categorie importanti. Ma quando diventano preminenti, se non esclusive, la rappresentanza viene percepita come un costo, il pluralismo politico come un ostacolo, la mediazione parlamentare come una perdita di tempo. Eppure, chi studia e insegna diritto costituzionale ha proprio il compito di ricordare che le istituzioni democratiche non servono soltanto a produrre o avallare decisioni. Servono anche a rappresentare conflitti, interessi, identità, minoranze: funzioni che appaiono inefficienze, se osservate con lo sguardo miope dell’ingegnere costituzionale. Il fallimento della legge elettorale è lo sfregio che Meloni non può rimediare i pericoli del Melonellum Questo è il punto. La riforma elettorale in approvazione non è pericolosa soltanto per i suoi discutibili meccanismi interni. Lo è perché considera la rappresentanza politica e la dialettica tra Parlamento e governo ostacoli da contenere, anziché valori da proteggere. Abbandonata l’idea d’imporre - mediante revisione costituzionale - un inedito premierato, ora si mira a due Camere composte a immagine e somiglianza dei vertici di partito, chiamate più a ratificare che a discutere, controllare, criticare. Domina una preconcetta sfiducia verso elettori e Parlamento, tanto più grave mentre cresce il non voto. Meno consenso reale, più artifici elettorali, maggiore distanza tra eletti ed elettori: questo è l’algoritmo che si va elaborando. In questo modo tecnocratico d’intendere il diritto è agevole riconoscere la distinzione tra “costituzionalisti” e “costituzionisti”, polemicamente tracciata da Gustavo Zagrebelsky in un libro di alcuni anni fa (Tempi difficili per la Costituzione, Laterza, 2023). I “costituzionisti” tendono a ridurre la Costituzione a un insieme di meccanismi da ottimizzare: quale sistema elettorale produce governi più stabili? Quale correttivo aumenta l’efficienza decisionale? Sono domande legittime, naturalmente. Ma rischiano di ridurre la Costituzione a una tecnologia istituzionale. I “costituzionalisti”, invece, si domandano preliminarmente: efficienza per che cosa? Governabilità entro quali limiti? Mantengono cioè il riferimento ai principi e alle finalità costituzionali, cui gli strumenti del diritto elettorale vanno orientati. Così, se per i primi l’efficienza della nuova regola elettorale è l’oggetto immediato di discussione, per i secondi il tema vero è quale idea di democrazia parlamentare vogliamo preservare o trasformare. Questa è la luna cui guardare. Il resto è il dito. Legge elettorale, quei leader carismatici in fuga dal “popolo sovrano”. *Costituzionalista dell’Università di Ferrara, condirettore della rivista Quaderni costituzionali La furia di una folla virtuale: il linciaggio collettivo oggi di Raffaele Alberto Ventura* Il Domani, 22 agosto 2026 La morte del professore di Cambridge accusato di plagio ha suscitato un’ondata di indignazione. Vale la pena capire come si spezzano le reazioni a catena delle shitstorm prima dell’esplosione. Il suicidio del professore di Cambridge Jason Arday, accusato di plagi e millanterie, ha suscitato un’ondata di indignazione planetaria. All’affollatissima veglia funebre tenuta lunedì in Trafalgar Square e sui social network, molti hanno denunciato un vero e proprio linciaggio mediatico. Sono stati centinaia i giornalisti di tutto il mondo a dare risalto alla sua storia, che però si difendono: la notizia c’era. Ci siamo abituati, negli ultimi anni, alla fuga delle shitstorm nel mondo reale, con esiti tragici. Tra i suicidi direttamente collegabili alla sovraesposizione digitale, in Italia ricordiamo il caso di Tiziana Cantone, perseguitata da un vecchio video porno, quello di Roberto Zaccaria, accusato di truffa sulla televisione nazionale, e ancora quello della ristoratrice che aveva pubblicato una falsa recensione ed era stata smascherata. Talvolta queste persone non sono innocenti, eppure il castigo che viene loro inflitto dalla furia cieca della folla appare totalmente sproporzionato. Visto che non impariamo mai, l’unica risposta alla gogna di ieri sarà la contro-gogna di domani. I manifestanti alla veglia funebre di Arday scandiscono il nome di Nathan Cofnas, il ricercatore apertamente razzista che ha innescato il caso (e che ora ha scritto di essere stato sospeso dall’Università di Ghent questa vicenda), additandolo come bersaglio di un ulteriore linciaggio. Nemmeno lui probabilmente si aspettava che divampasse un incendio. In rete la responsabilità è distribuita, frammentata, vaporizzata, polverizzata: il male è risultato di tante piccole azioni tutto sommato innocenti. Cambridge, Jason Arday e l’università che non è: da professori a simboli isolati Effetto farfalla Sul caso di Arday magari un commentino, una condivisione, un like, uno sguardo lo hai dato anche tu. Avevi diritto di farlo, forse persino ragione: la sua storia era davvero strana. Poi, però, è finita così. Il problema è quello che gli ingegneri chiamano il carico critico, gli economisti effetto farfalla, i chimici reazione a catena, i fisici effetto domino… Insomma la responsabilità cumulativa determinata dall’accumulo di singole azioni che, prese individualmente, possono sembrare insignificanti, ma che collettivamente hanno un impatto significativo. In questo caso come si distribuisce la colpa? La questione è astratta. Più urgente è capire come possiamo spezzare le reazioni a catena prima dell’esplosione, dove e come intervenire per isolare il contagio. Continuiamo ad applicare vecchie abitudini a un contesto che funziona in modo totalmente nuovo. Ma oggi valgono regole nuove perché l’ecosistema comunicativo digitale ha fatto emergere nuove peculiarità. La prima è la non-linearità. Siamo abituati a pensare ai rapporti tra causa ed effetto, azione e reazione, come lineari e proporzionali. Perciò ci pare assurdo dare peso a eventi minuscoli; eppure questi possono fare leva su vulnerabilità sistemiche a causa della viralità della comunicazione online. Nei sistemi si parla di transizione di fase e oscillazioni caotiche ma è lo stesso meccanismo della tragedia greca. Perché in effetti la non-linearità non è un fenomeno inedito: caratterizza, ad esempio, le questioni di onore, nelle quali una sola parola fuori posto poteva innescare una scalata agli estremi. La civiltà moderna aveva inventato un raffinato sistema di filtri, soglie e dispositivi per neutralizzare queste catene catastrofiche. Non funzionano più. Perché dobbiamo smettere di parlare di “salute mentale” Un contesto nuovo La seconda novità la chiamo iper-pubblicità. Con i social media siamo passati dall’esistere in uno spazio pubblico, nel quale eravamo esposti al giudizio di una sfera ristretta di persone, a una condizione per cui ogni testo rischia presto o tardi di finire sotto gli occhi di qualcuno che non lo capirà o se ne sentirà offeso. Ogni traccia che lasciamo può potenzialmente raggiungere il mondo intero, procurandoci i nostri quindici minuti (almeno!) di gogna pubblica. Terzo, il sovraccarico. È banale ricordare la velocità della comunicazione online. Ma velocità non significa solo che le cose succedono prima, senza lasciarci il tempo di reagire, o che coinvolgono più persone in meno tempo, che già è un bel problema. Significa anche che succedono cose diverse, cose che non accadrebbero se gli stessi eventi fossero distribuiti secondo una temporalità diversa. Come mostrano le epidemie e le corse agli sportelli bancari, i sistemi complessi sono sensibili alla congestione e al sovraccarico, soprattutto se confrontati con progressioni esponenziali. Nel caso delle reti sociali, ogni contenuto viene continuamente riassorbito e amplificato attraverso condivisioni e interazioni, creando l’equivalente di un effetto Larsen, quel fischio fastidioso buttato fuori dall’amplificatore quando reimmetti l’output in input. Rallentare un’epidemia (stando a casa), una corsa agli sportelli (chiudendo la banca) o una shitstorm (regolando il traffico algoritmico) permette di evitare la saturazione del sistema. Tanto tra tre giorni si sarà passati ad altro. Quarto, è aumentata la diversità. I monopoli e oligopoli mediatici del Novecento ci avevano restituito un’immagine uniforme della società, e in una certa misura avevano contribuito a realizzarla. Un modello standard di way of life, di famiglia, di carriera, di umanità. Così quando ci si rivolgeva a un pubblico, si davano per scontate varie cose: un certo livello di alfabetizzazione e di istruzione, una cultura e una sensibilità condivisa, un grado medio di intendimento. Ma la società è molto più varia, e dietro a un avatar digitale potrebbe esserci uno straniero, un minorenne, un neurodivergente, la vittima di un trauma, un attaccabrighe o semplicemente una persona che sta attraversando un brutto momento. Prevedere come interpreterà quello che diciamo è una roulette russa. Com’è cambiata la vergogna nell’età dei social e degli avatar La comunicazione fuori controllo La quinta novità è che non possiamo garantire l’Integrità dei segnali. Tendiamo a considerare che sia nostro diritto essere giudicati sulla base di quello che abbiamo detto e scritto, e non di qualche sua deformazione. Nelle realtà accade esattamente il contrario, perché nei canali digitali nulla oggi garantisce l’integrità dei segni che consegniamo alla circolazione. Insomma gran parte delle polemiche sorge dall’alterazione volontaria o involontaria di un messaggio: elementi decontestualizzati, tagliati, deformati, riassunti… Ognuno di noi deve valutare con grandissima attenzione il canale al quale affida il proprio contenuto, e accertarsi che non subirà deformazioni troppo importanti. Questo significa che bisogna prevedere una codifica “resiliente” alle deformazioni e agli slittamenti di codice. Chi si è posto lo stesso problema prima di noi, cioè gli specialisti di comunicazione aeronautica, ha individuato diversi criteri per minimizzare il rischio di malintesi: chiarezza, ridondanza, standardizzazione, riduzione rumore di fondo... Sesto aspetto, lo spillover. La rete aumenta in modo esponenziale i tre fattori che, in epidemiologia, definiscono la contagiosità di una malattia: la trasmissibilità, l’interconnettività e la persistenza. Alla radice di molte vicende si riscontra frequentemente uno spillover, ossia il salto del virus da una specie all’altra: dal portatore sano - inteso come il creatore del fotomontaggio e il suo pubblico designato - a un pubblico del tutto incapace di cogliere l’ironia intrinseca - o per meglio dire, quella particolare forma di ironia. Oggi siamo tutti esposti al rischio della decontestualizzazione, del fraintendimento, della falsificazione, perché condividiamo in qualche modo lo stesso spazio pubblico, ma non condividiamo i linguaggi e i riferimenti culturali. La settima e ultima (per ora) caratteristica della comunicazione contemporanea è la politicizzazione. Tutto è potenzialmente politico, e se qualcosa può servire efficacemente a un uso politico - perché sembra confermare un frame interpretativo, o perché chi comunica incarna qualche fazione o stereotipo, o più generalmente perché fornisce l’occasione per esprimere qualcosa - allora verrà sottratto alla sua funzione originaria per svolgerne una diversa, che non controlliamo più. Il caso Arday ha subito, assieme a tutti i precedenti effetti, anche quest’ultimo. Una piccola vicenda accademica è diventata un caso mondiale perché sembrava esemplificare un punto che, evidentemente, stava a cuore a molti: gli eccessi delle politiche d’inclusione. Siamo tutti il ragionier Fantozzi. Come siamo diventati classe disagiata. *Scrittore Scuola, Valditara e la matematica della deportazione di Giuseppe Caliceti Il Manifesto, 22 agosto 2026 Il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara ha annunciato che dal prossimo anno scolastico non ci saranno più classi con più del 30 per cento di alunni stranieri. Considerando stranieri anche i bambini e i ragazzi nati in Italia, che spesso hanno già frequentato le scuole dell’infanzia e parlano italiano come un bambino italiano di sei anni. Il tetto del 30 per cento era stato già introdotto nel 2010 dalla ministra Mariastella Gelmini nella sua catastrofica riforma della scuola, ma la legge era stata largamente disattesa. Valditara dichiara che questa volta farà sul serio. Motivazione: “Perché a farne le spese sono gli alunni italiani”. Quello che il ministro non si chiede è perché questa legge sia stata largamente disattesa fino ad oggi. Proverò a spiegarlo. I minorenni che hanno genitori di origine straniera e non sono considerati ancora cittadini italiani, in Italia sono 1 milione e 44mila, circa il 19,3 per cento della popolazione straniera in Italia. Sotto i 6 anni sono il 32 per cento, circa 326mila bambini; tra i 6 e i 12 anni circa il 42 per cento; tra i 13 e 1 17 anni circa il 27 per cento. In modo ancora più specifico, secondo i dati Istat pubblicati nell’ultimo report sulla natalità, i bambini nati da entrambi i genitori stranieri sono stati 50.539 (il 13,7 per cento dei nati) e 30.168 nati da coppie miste (l’8,1 per cento del totale). Complessivamente, i nati da almeno un genitore straniero superano il 21 per cento delle nascite totali. Riassumendo: oggi, in Italia, un bambino su cinque non nasce da genitori che siano entrambi italiani o, possiamo dire, “italiani doc”. Tutto questo, in un momento in cui nel nostro Paese ha raggiunto un nuovo minimo storico di denatalità dal secondo dopoguerra: secondo l’ultimo rapporto Istat, del 2025, le nascite sono ferme a 355mila unità, segnando un calo netto del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente. Questo “inverno demografico” vede il tasso di fecondità scendere ad appena 1,14 figli per donna, ben lontana dalla soglia di un ricambio generazionale, fissata a 2,1 figli. E tutto questo “inverno”, ricordiamolo, nonostante l’apporto di bambini d’origine straniera. Questi dati ci dicono che i bambini e i ragazzi che hanno genitori che non sono nati in Italia, sono già tra noi da alcuni decenni. Non solo: figli di “italiani doc” vivono da decenni in sintonia con loro. Ma la politica, è rimasta indietro rispetto alla realtà. Parla di remigrazione, assimilazione. Cosa vuol dire emigrazione di un bambino nato in Italia. Come ha detto una mia alunna marocchina di otto anni ormai anni fa: “L’Italia è la mia mamma, il Marocco è il mio papà. Ma io mi sento dentro soprattutto italiana, perché lo sento dentro”. Il ministro non tiene conto di come sono distribuiti nel nostro Paese famiglie e minori stranieri. Spesso in gruppo. O in alcuni paesi della provincia. O in alcuni quartieri delle città. Sia perché tendono a formare comunità tra loro, sia per la crescente ghettizzazione. Un esempio. Novellara, a pochi chilometri da Reggio Emilia. La popolazione di nazionalità indiana è il 3,6 per cento della popolazione e il 24 per cento dell’intera popolazione straniera. Nelle classi si arriva a circa il 25 per cento di stranieri, con punte del 40 per cento e più. A Reggio Emilia sono presenti oltre 120 comunità di stranieri, in provincia risiedono circa 65mila stranieri, il 12,3 per cento della popolazione totale provinciale e in città 28.400, pari a oltre il 16,5 per cento dell’intera popolazione urbana. Ciò vuol dire che ci sono paesi della provincia e quartieri della città dove si concentrano le famiglie straniere. Con percentuali di alunni in classe oltre il 30 per cento. Dunque, che farne dei bambini in più? Il ministro Valditara prevede una deportazione di questi alunni da un quartiere o da un paese all’altro della città? E a spese di chi? Comuni? Stato? Genitori? E in ogni caso, sarebbe sensato educare minori in scuole lontane dal loro contesto sociale? Attendiamo risposte dal ministro per risolvere nel modo più pedagogicamente e didatticamente responsabile la situazione che rischia di ingolfare, e fascistizzare, la scuola pubblica statale. I migranti e l’invasione dei populisti di Claudio Cerasa Il Foglio, 22 agosto 2026 Soluzioni o noccioline? Il governo italiano, sulla partita della gestione dei migranti, ha commesso un errore di comunicazione che sta pagando a caro prezzo. La questione è semplice e facilmente comprensibile: se alzi la voce e minacci un paese alleato di rafforzare i controlli alle frontiere quando quel paese è in difficoltà, per dare una nocciolina propagandista ai tuoi elettori, non puoi lamentarti quando gli altri paesi europei, per dare una nocciolina propagandista ai propri elettori, scelgono un approccio simile. In sintesi: se minacci legittimamente di rafforzare i controlli su Schengen, come è successo all’indomani degli arrivi a Ceuta, non puoi indignarti se qualcuno, come è successo in questi giorni, alza altri muri, chiedendo legittimamente ai paesi di primo approdo di non gestire gli arrivi degli irregolari aprendo semplicemente i propri confini verso i paesi confinanti. La polemica estiva sul caso dell’applicazione delle regole di Dublino, con un po’ di pigrizia, la si può leggere così, e non c’è nulla di male, ma se si vuole provare a sviluppare un ragionamento diverso dalla logica del “gne gne gne” si può tentare di fare uno sforzo di riflessione e andare al cuore della grande commedia degli equivoci e delle ipocrisie messa in scena da settimane in modo simmetrico dalla destra e dalla sinistra italiana, che sembrano intenzionate a muoversi sulla scena pubblica, sul tema, con il solo fine di offrire agli elettori non soluzioni ma noccioline, specialità in cui un ex generale molto conosciuto tende ad eccellere più di altri. Il punto cruciale da cui partire, per ragionare sulle ipocrisie diffuse e sulla commedia degli equivoci, è capire se le forze politiche hanno intenzione o meno di impegnare i propri paesi nella lotta contro l’immigrazione irregolare. Se si parte da questo presupposto, occorrerà fare un salto ulteriore ed entrare nell’unica logica possibile per affrontare il tema senza demagogia. Se chiedi responsabilità, devi chiedere più solidarietà. Se chiedi solidarietà, devi chiedere più responsabilità. Se chiedi responsabilità senza solidarietà e se chiedi solidarietà senza responsabilità, stai alimentando un doppio populismo. Da un lato, il populismo dell’irresponsabilità, che promette un’immigrazione senza regole e che genera paura. Dall’altra, il populismo della non solidarietà, che, isolando i paesi più esposti all’immigrazione, genera insicurezza. Chiunque si allontani da questo equilibrio complicato tende ad alimentare la politica delle noccioline, che genera a volte paura, a volte insicurezza, a volte tutto insieme. A destra, il ragionamento implica il dovere di fare i conti con una consapevolezza necessaria: rispettare regole come quelle di Dublino, nate prima di tutto per stabilire chi è responsabile di una domanda d’asilo e per impedire che la distribuzione avvenga casualmente attraverso i movimenti secondari, significa riconoscere che il modo migliore per governare il fenomeno dell’immigrazione irregolare non è fare tutto da soli ma è cercare soluzioni europee per governare i confini, per avere rimpatri più veloci, per cercare accordi con i paesi da cui partono i migranti. A sinistra, il ragionamento implica invece il dovere di fare i conti con un’altra consapevolezza necessaria: se di fronte a una crisi come quella di Ceuta elogi un approccio come quello seguito dal governo spagnolo nella gestione dei migranti, un approccio fatto di misure muscolari, rimpatri severi, controlli rigidi, non puoi considerare ogni tentativo dell’Europa di introdurre regole per governare l’immigrazione illegale come una deriva di destra, come fa per esempio il Pd da anni, denunciando l’estremismo (il fascismo?) di fondo che guida l’Unione europea nel suo declinare il famoso Patto sull’asilo e la migrazione. Meloni, che ieri è intervenuta sul tema, ha ragione a dire che il sistema di Dublino e il Patto sull’asilo e la migrazione sono due cose distanti, ma lo spirito dei due accordi è lo stesso: più responsabilità a fronte di più solidarietà e viceversa (nel nuovo Patto solidarietà e responsabilità sono due facce della stessa medaglia: chi chiede solidarietà agli altri paesi deve rispettare le regole europee sulla responsabilità e sui movimenti secondari, ragione per cui il governo Meloni non può ribellarsi alle richieste dei paesi europei che chiedono all’Italia di riprendersi i richiedenti asilo di sua competenza trasferitisi in altri paesi). Ma per provare a uscire fuori dalla commedia degli equivoci sul tema dei migranti - commedia all’interno della quale le destre, in Europa, hanno molte soluzioni, alcune demagogiche e altre no, mentre la sinistra, in Italia, sembra avere come unica soluzione dire di no alle soluzioni degli avversari, programma di governo di dubbia efficacia - bisogna provare a concentrarsi sulle tre lezioni possibili offerte dalle scazzottate estive. Punto numero uno: la crisi di Ceuta non dimostra che il Patto europeo non funziona, ma dimostra perché un Patto europeo è indispensabile per governare l’immigrazione, prima di tutto quella irregolare. Punto numero due: il principio di Dublino non è un tentativo di scaricare sui paesi di primo ingresso tutta la gestione dei migranti, ma è un tentativo di stabilire quale stato sia responsabile di ciascuna domanda, evitando che siano i movimenti secondari a decidere casualmente come distribuire i richiedenti asilo in Europa, perché se un migrante irregolare arriva in Italia, o in Spagna, non si può pensare di aiutare quei paesi facendo circolare gli immigrati in modo casuale in Europa. Bisogna trovare dei modi per non rinviare la risoluzione dei problemi, accelerando i rimpatri di chi non ha diritto a restare o rendendo più veloci le pratiche per le richieste d’asilo. Punto numero tre: il vero bipolarismo, quando si parla di migranti, non è tra buoni e cattivi, non è tra chi vuole solidarietà e chi vuole responsabilità, ma è tra chi sa distinguere la differenza tra una politica fatta per cercare soluzioni e una fatta per diffondere noccioline. Migranti. Più di 100 mila dublinanti rifiutati in 3 anni. Ora il Patto Ue presenta il conto all’Italia di Marco Bresolin e Eleonora Camilli La Stampa, 22 agosto 2026 Il governo conta su rimpatri più veloci e hub oltre confine, ma pesano i mancati trasferimenti. Con le vecchie regole di Dublino, gli Stati non avevano alcun obbligo di solidarietà verso i dei Paesi più esposti ai flussi migratori. Ma l’Italia, violando le norme, ha sempre praticato una redistribuzione de facto, evitando di riprendersi i richiedenti asilo che si erano spostati in altri Paesi: più di centomila in tre anni, oltre un terzo di quelli sbarcati nello stesso periodo. Ora i paletti del nuovo Patto sono più rigidi sul fronte della responsabilità e la contropartita ottenuta in termini di solidarietà è al momento scarsa. A questo si aggiungono gli ostacoli che già emergono sulle procedure di frontiera che dovrebbero accelerare i rimpatri, ma per ora solo sulla carta. Nei primi tre anni di governo, secondo i dati di Eurostat, l’Italia di Giorgia Meloni ha ricevuto 109.427 richieste di trasferimenti di dublinanti da parte degli altri Stati membri, ma ne ha accolti solo 205, principalmente minori non accompagnati: 60 nel 2023 (a fronte di 42.468 richieste), 60 nel 2024 (a fronte di 42.807) e 85 nel 2025 (su 24.152). L’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più domande, ma - alla luce di un decreto adottato nel dicembre del 2022 - ha deciso unilateralmente di non darvi seguito. Ben due sentenze della Corte di Giustizia europea (nel 2024 e nel 2026) hanno decretato che un Paese di primo ingresso non può rifiutare di riprendersi i migranti entrati nell’Ue attraverso il proprio territorio. Ma ora l’Italia sostiene che, con l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo, le richieste pregresse siano da considerare decadute. Politicamente potrebbe essere così, ma da un punto di vista prettamente giuridico la questione è più complessa. Cosa sia successo ai migranti che hanno varcato la frontiera italiana non è chiaro. “Con tutta probabilità, nella maggior parte dei casi, dopo lo stop alle riammissioni da parte del governo Meloni, le domande dei casi Dublino sono state assunte dai Paesi dove i migranti si sono trasferiti” spiega Gianfranco Schiavone, dell’Asgi. Una quota di queste domande possono, invece, essere ancora oggetto di contenzioso sulla competenza. Sulla questione pesano anche i termini giuridici: lo Stato di primo approdo resta competente per 12 mesi mentre quello che chiede la riammissione deve operare il trasferimento entro sei mesi dalla conferma. Regole in parte modificate dal nuovo Patto con il regolamento Ammr, che di fatto lascia invariato il criterio del primo Paese, ma estende a 20 mesi il periodo di competenza. E rende i trasferimenti più rapidi: basta una comunicazione. La nuova solidarietà - Nel nuovo Patto il bastone della responsabilità per i Paesi di primo ingresso è stato accompagnato dalla carota della “solidarietà obbligatoria”. Tutti gli Stati sono tenuti ad aiutare i più esposti ai flussi migratori, anche se possono scegliere le modalità. Ogni anno, la Commissione stabilisce una quota di migranti che devono essere ripartiti: in alternativa ai ricollocamenti, i governi possono versare contributi finanziari (20 mila euro a migrante), fornire sostegno tecnico-logistico o compensare i cosiddetti dublinanti. I numeri dicono che il rapporto costi-benefici potrebbe non essere affatto vantaggioso per l’Italia. Per il 2026, la Commissione ha indicato Italia, Spagna, Grecia e Cipro come i beneficiari del nuovo meccanismo e ha stabilito una “riserva di solidarietà” pari a 21 mila migranti da ripartire, di cui il 42% (8.820) da Italia e Spagna. Questo vuol dire che, con le nuove regole, l’Italia potrebbe vantare un “credito” di circa 4.000 migranti o un contributo di 80 milioni di euro. Ma i richiedenti asilo non verranno mai effettivamente redistribuiti né i contributi verranno versati perché l’intera quota andrà a compensare i mancati trasferimenti dei migranti, che in realtà sono molti di più. Alla fine dei conti, quindi, l’Italia sarà ancora in debito. Le procedure di frontiera - Sui Paesi frontalieri, compresa l’Italia, gravano poi le nuove procedure accelerate di frontiera riservate ai migranti provenienti da Paesi sicuri o da Paesi il cui tasso di riconoscimento dell’asilo è inferiore al 20%. Dopo un primo screening di sette giorni, la procedura dura 12 settimane (compreso l’eventuale ricorso). Per il primo anno l’Italia dovrà processare 16.032 domande. Secondo il nostro governo questo sarà compensato da rimpatri più veloci, perché i migranti oltre che in quello di origine potranno essere trasferiti anche nei Paesi terzi considerati sicuri, che hanno un accordo con uno degli Stati membri. Nella prassi, la questione è più complicata. Dal 12 giugno diversi tribunali italiani stanno mettendo in discussione l’applicazione immediata della procedura accelerata, ma anche il concetto di Paese sicuro, che va considerato - dicono - caso per caso. I Paesi terzi - L’altra vittoria, che l’Italia rivendica, è che sia passata in Europa la linea Meloni del modello Albania. Nei fatti, il nuovo regolamento sui rimpatri, rende possibile esternalizzare le procedure in Paesi terzi considerati sicuri. L’Italia si è anche fatta capofila di una proposta per creare hub in Africa a spese dell’Ue. Ma Spagna e Francia si sono dette contrarie. Intanto, nonostante il Patto Ue sia in vigore da più di due mesi i centri albanesi continuano a non funzionare