Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti Ristretti Orizzonti, 21 agosto 2026 Intorno al tavolo di Ristretti Orizzonti siedono tante persone detenute e tanti volontari, e ogni giorno affrontano discussioni profonde sul senso della pena, sulla qualità della vita detentiva, sulla propria responsabilità. Non c’è voglia di cercare giustificazioni, ma di raccontarsi, dare valore alle parole, “disarmarsi” per primi, senza aspettare che siano gli altri a farlo, perché in un mondo particolarmente violento come quello del carcere, vale la pena avere il coraggio di cercare di rinunciare a qualsiasi forma di aggressività, anche a costo di apparire deboli e scoperti. A Ristretti Orizzonti abbiamo finalmente deciso che il punto di vista delle persone detenute deve trovare più spazio, non solo nel giornale cartaceo, che è già ricco di loro contributi, ma anche e soprattutto nella nostra NewsLetter quotidiana. È bello pensare che i nostri lettori potranno leggere più di frequente le nostre “firme”, gli articoli di quelle persone detenute che sanno narrare il carcere andando in profondità e non fermandosi ai luoghi comuni. Quei luoghi comuni che non ci piacciono perché semplificano e banalizzano una realtà che è invece complicata: quella del male provocato dai reati, un male che bisogna conoscere a fondo per non restarne affascinati e per vederne tutte le miserie, il dolore e le illusioni che porta con sé. Pubblichiamo oggi alcune riflessioni di Tommaso Romeo, detenuto in Alta Sicurezza a Oristano, ma anche redattore di Ristretti Orizzonti. Perché mi sento più “fortunato” di tanti detenuti di Alta Sicurezza di Tommaso Romeo, Ristretti Orizzonti Mi sento più fortunato di tanti altri: sentire dire questa frase da un ergastolano con alle spalle più di 30 anni di detenzione, può suonare strano. Ma per me è proprio così, perché la mia grande fortuna è stata quella di diventare padre prima del mio arresto. Oggi sono pure nonno di cinque nipoti, gioie della vita che molti ergastolani non hanno potuto provare. L’altra fortuna è stata quella che dopo un lungo periodo al regime del 41 bis, sono arrivato nella Casa di reclusione di Padova; qualcuno può dire “un carcere come gli altri”. Ma è diverso, prima di tutto perché in quel carcere entra davvero massicciamente la società civile (studenti, volontari, imprenditori ecc…). Per il detenuto, e in particole per i condannati per mafia, è vitale confrontarsi con la società civile perché lo porta a migliorarsi e lo fa riflettere sui suoi errori. L’altra cosa importante del carcere di Padova è che ha dato a detenuti come me la possibilità di partecipare ad attività di un grande spessore culturale, come il progetto “Carcere e scuola: Educazione alla legalità”. Ho partecipato a questo progetto per 10 anni, ho portato la mia testimonianza a più di 30 mila studenti. Il confronto con loro mi ha dato una visione reale della società e mi ha stimolato in positivo nel seguire la via del reinserimento. Ho potuto fare tutto questo per mia fortuna, perché il periodo era quello giusto, in quanto al Ministero vi erano persone illuminate e che credevano nel reinserimento di tutti i detenuti, senza esclusioni. Aggiungo che io sono stato purtroppo trasferito da Padova ad Oristano per una indagine, che si è di recente conclusa con l’archiviazione*. Oggi, con l’ultima circolare sull’Alta Sicurezza, in concreto il percorso di reinserimento per i detenuti A. S. diventa pressoché impossibile, pieno di divieti e con quasi nessun contatto con la società civile. Come è successo giorni addietro qui ad Oristano, noi detenuti AS1 dovevamo fare due incontri: uno con Fiammetta Borsellino, che è stato autorizzato; un confronto genuino e dal forte impatto emotivo. L’altro si basava su un incontro con 5 papà di Oristano, persone incensurate per un confronto sull’argomento della genitorialità, negato dal DAP. Nel carcere di Oristano ho conosciuto un giovane detenuto, si chiama Mario. Mi ha raccontato che è entrato in carcere a 22 anni, ne ha fatti 20 di detenzione dei quali 15 al regime chiuso del 41-Bis. Uscito da quel regime arriva ad Oristano, carcere dove già prima della circolare restrittiva per l’Alta Sicurezza non entrava molto la società civile. Perciò, oggi, il percorso di reinserimento di Mario è pieno di restrizioni e divieti, lento e con lunghe soste strapiene di noia, paragonabile all’autostrada Salerno-Reggio Calabria, che per fare pochi chilometri ci voleva un’eternità per tutte le interruzioni e deviazioni. Non mi stancherò mai di ripetermi, il reinserimento del detenuto e in particolare di quelli condannati per mafia, è una vittoria sostanziale per uno Stato democratico. In più, questo nostro reinserimento è l’esempio positivo per molti giovani, che si può uscire da un passato pieno di scelte sbagliate e diventare persone diverse. Mario potrebbe essere un esempio positivo per molti giovani della sua città, Napoli. *NdR; L’esperienza di Tommaso Romeo a Padova si è purtroppo in parte conclusa quando Romeo quasi tre anni fa è stato trasferito a Oristano per una indagine, che si è di recente chiusa con l’archiviazione. Diciamo “in parte” perché Tommaso Romeo ha continuato a collaborare con Ristretti Orizzonti e a mandarci suoi articoli e riflessioni, tutti caratterizzati da una forte capacità critica nei confronti di sé stesso, delle sue passate scelte criminali e del ruolo che lui stesso ha avuto con le giovani generazioni, che forse costituisce il più grande motivo di cruccio per aver usato la sua intelligenza per attrarre tanti giovani nel mondo della criminalità organizzata. Approfittiamo dell’occasione per ripubblicare un suo articolo particolarmente significativo. La leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza l’avevamo sbriciolata noi di Tommaso Romeo, Ristretti Orizzonti I detenuti dell’Alta Sicurezza sono molte migliaia, quasi tutti sono di origini meridionali e tutti con storie simili. La maggior parte della loro detenzione si svolge in sezioni chiuse e con poche attività lavorative e culturali, percorsi di reinserimento al minimo, rari incontri con la società esterna e nessun contatto con i detenuti di diverso regime. Sono da 33 anni in carcere e sempre nei circuiti di Alta Sicurezza. Molti detenuti della mia generazione (siamo in parecchi) sono morti in queste sezioni. Eravamo giovani affascinati da un certo tipo di mondo, i nostri idoli li vedevamo girare per le vie delle nostre città attirando la nostra attenzione ed ecco che ci siamo avvicinati, così tanto da bruciare le nostre vite. Dagli anni 70 ad oggi riguardo alla devianza giovanile è cambiato poco, anzi oggi ci sono più giovani in carcere per il reato 416 BIS, giovani appunto affascinati dal mondo del crimine organizzato come lo eravamo noi 50 anni fa. La cosa che più sconvolge è che oggi questi giovani, a differenza di noi, non conoscono i loro idoli, mai incontrati, conoscono solo i loro nomi e le loro condanne, perché sono uomini in carcere da decenni. Per le vie dei quartieri girano solo le loro ombre con leggende costruite a dovere su di loro, che come ragnatele catturano le vite di molti giovani, compito facile perché questi giovani moderni sono convinti che chi è sottoposto ad una lunga e dura detenzione è un uomo forte e di grande onore. Non sono bastate le leggi di emergenza, dal ‘92 esiste il 41 BIS il cosiddetto “carcere duro”, l’ergastolo ostativo. Le pene per i reati associativi sono molto alte, ma sui giovani non hanno funzionato. Anni addietro qualcuno al ministero con una mente “illuminata” aveva dato inizio ad un progetto sperimentale autorizzando alcuni detenuti dell’Alta Sicurezza di Padova a partecipare ad attività insieme ai detenuti comuni; una di queste attività è il progetto “scuole-carcere”, un progetto creato e diretto dal volontariato. Studenti che entrano in carcere per confrontarsi con dei detenuti. Io ho partecipato a questo progetto per più di 10 anni e posso assicurarvi che dalle nostre testimonianze la leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza è stata sbriciolata, perché ne escono fuori uomini con una vita piena di fallimenti, uomini con tante debolezze, con un finale da perdenti. Questo confronto diretto per molti giovani funge da prevenzione, una specie di “spegniattrazione” che hanno verso il crimine. Questo progetto però serve pure ai detenuti perché il contatto diretto con la società esterna li migliora tantissimo; le loro testimonianze sono una forma di risarcimento per la società. Purtroppo questo progetto è stato stroncato perché la sezione AS1 è stata chiusa a Padova. Le ultime direttive, che sono molto restrittive, colpiscono tutte le sezioni dell’Alta Sicurezza. I detenuti di quelle sezioni devono stare sempre più isolati, con minimi contatti con la società e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi, con inoltre poche attività. Queste nuove disposizioni di chiusura e isolamento totale non fanno altro che portare acqua al mulino del crimine organizzato, in quanto nasceranno nuove leggende che, come sponsor pubblicitari, gireranno per le vie delle città facendo sempre più presa sui giovani, spingendoli a diventare i nuovi soldati del crimine. Mi sa che le menti illuminate si sono spente, non ci resta che il buio. Cominciamo a fare scorta di candele. Detenzione domiciliare detenuti tossicodipendenti. Il 98% non ne fruirà di Vincenzo Donvito Maxia* imgpress.it, 21 agosto 2026 Oggi entra in vigore la legge sulla detenzione domiciliare per i detenuti con problemi di dipendenza da droghe o alcol, una misura definita “epocale” dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e criticata dal procuratore Nicola Gratteri come un “indulto mascherato”. La legge consente a una determinata categoria di detenuti di scontare la pena in strutture terapeutiche residenziali o semiresidenziali. In generale, la pena residua non può superare gli otto anni, limite che scende a quattro per alcuni reati più gravi. Per accedervi occorre documentare la dipendenza, presentare un programma terapeutico e dimostrare il collegamento tra questa e il reato commesso. Il tribunale deciderà considerando se il percorso possa favorire il recupero e ridurre il rischio di nuovi reati. I criteri per accertare la dipendenza dovranno essere definiti da una commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio, mentre potranno accogliere i detenuti strutture private accreditate e centri pubblici specializzati del Servizio sanitario nazionale. La domanda per accedervi potrà essere presentata anche nell’ambito di procedimenti e processi ancora pendenti, purché non sia già intervenuta una sentenza di primo grado. Fin qui le buone intenzioni. Che, però, si scontrano con la realtà. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio sono poco più di 10mila i detenuti che potranno beneficiare di un’alternativa al carcere; e questo dovrebbe avere anche un impatto significativo sul sovraffollamento carcerario (al 31 luglio i detenuti erano 64.793, oltre 13mila in più rispetto ai 51.221 posti ufficiali). Il fondo disponibile è di 19,4 milioni, che basterà però per circa 500 persone l’anno (il costo di un percorso riabilitativo è di 106 euro al giorno), circa il 2% dei 10mila potenziali beneficiari. Questo in un contesto di strutture di recupero e accoglienza che, come lamentano le specifiche strutture (Cnca), sono già in situazione critica. Da oggi cosa succederà? Abbiamo una certezza matematica che non succederà praticamente nulla. E che il clamore della buona volontà espressa da chi ha proposto e votato la legge, sarà l’unico beneficio… non certo per i 9.500 tossicodipendenti (su 10mila) che resteranno fuori dei benefici e le carceri che continueranno ad essere sovraffollate. *Presidente ADUC Ci sono pochissimi soldi per la legge sui domiciliari ai detenuti con tossicodipendenze di Luca Sofri ilpost.it, 21 agosto 2026 È entrata in vigore e il governo l’ha presentata come un “provvedimento epocale”, ma così com’è basterà per poche centinaia di persone. Oggi, venerdì 21 agosto, è entrata in vigore la legge per concedere i domiciliari ai detenuti con dipendenze da sostanze e da alcol, facendoli così uscire dal carcere. Fa parte del piano del governo per risolvere il problema del sovraffollamento in carcere ed è stata approvata a fine luglio: almeno per ora però ha a disposizione pochi soldi, ampiamente insufficienti per garantire la detenzione domiciliare alle persone che secondo il governo dovrebbero goderne. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio lo ha definito “un provvedimento epocale” e ha detto che dovrebbe permettere di far uscire dal carcere circa 10mila persone, ma non si sa in che tempi e con quali soldi: per ora nella legge sono stati messi 19 milioni di euro all’anno, sufficienti secondo lo stesso ministero alla detenzione domiciliare di circa 500 persone. In Italia ci sono oltre 60mila detenuti su circa 40mila posti disponibili, con un tasso di affollamento che ha raggiunto quasi il 140 per cento. Secondo i dati contenuti nella documentazione della stessa legge, i detenuti con tossicodipendenza sono quasi 20mila, circa il 32 per cento del totale. In base alla legge la detenzione alternativa non avverrà in un’abitazione indicata dal detenuto, ma in una struttura terapeutica residenziale o semiresidenziale pubblica o privata, in cui si dovrebbe favorire il recupero delle persone con dipendenze. La mancanza di fondi comunque non è l’unico problema. Per poter accedere alla misura ci sono diversi requisiti che di fatto escludono moltissimi detenuti che hanno problemi di tossicodipendenze, anche gravi. La legge per esempio prevede che possano accedere alla detenzione domiciliare i detenuti condannati per reati correlati alla loro dipendenza: è un requisito che non tiene conto del fatto che molte dipendenze, con tutti i relativi problemi, si sviluppano in un momento successivo al compimento del reato, una volta entrati in carcere. L’adesione al programma da parte dei detenuti è volontaria. Uno dei requisiti per fare richiesta è avere una pena da scontare (totale o residua) non superiore agli otto anni, quattro nel caso di alcuni reati considerati più gravi. La richiesta va presentata al tribunale di sorveglianza, quello competente per la gestione della pena che i detenuti scontano in carcere: alla domanda va allegata, oltre a una documentazione che certifichi la correlazione tra il reato per cui si è in carcere e la dipendenza, la documentazione relativa alla dipendenza, il programma terapeutico che si intende iniziare e la documentazione relativa alla sua idoneità per quel detenuto. Non è ancora chiaro chi valuterà l’idoneità o meno dei detenuti. La legge dice che i requisiti sul tipo di dipendenza, la sua correlazione col reato e l’idoneità del percorso saranno valutati da una commissione istituita dalla presidenza del Consiglio con un apposito decreto: non è ancora stata formata e il governo ha quattro mesi di tempo per istituirla (quindi fino a fine dicembre: significa che di fatto le domande non inizieranno a essere prese in considerazione prima della fine dell’anno). Una volta valutata la domanda, il tribunale accetta la richiesta se ritiene che il programma possa contribuire al recupero della persona detenuta e a prevenire il compimento di altri reati. Una volta iniziato il programma, chi gestisce la struttura di recupero dovrà trasmettere agli Uffici di esecuzione penale esterni (organi territoriali del ministero della Giustizia dedicati a chi sconta le pene fuori dal carcere) una relazione sull’andamento del programma. Il tribunale di sorveglianza potrà valutare di revocare la detenzione domiciliare e far rientrare il detenuto in carcere se il programma non funziona, oppure, se si conclude positivamente, assegnare al detenuto la detenzione domiciliare o l’affidamento in prova al servizio sociale per facilitarne il reinserimento nella società. Un altro problema della legge sono le strutture in cui dovrebbero essere trasferiti i detenuti. Spesso i posti nelle comunità sono insufficienti: commentando la legge quando fu approvata, Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che si occupa dei diritti delle persone detenute, ha detto che è molto difficile che nelle comunità terapeutiche italiane ci siano 10mila posti liberi. Gratteri: “Tossicodipendenti ai domiciliari, così le mafie possono sfruttare la riforma” di Dario Del Porto La Repubblica, 21 agosto 2026 Entra oggi in vigore la legge che consente ai detenuti tossicodipendenti o alcolisti di scontare ai domiciliari in una comunità terapeutica le condanne residue fino a 8 anni di reclusione, quattro in caso di reati più gravi. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio è una riforma “epocale” di cui potranno beneficiare circa diecimila reclusi. Non è d’accordo invece il procuratore di Napoli Nicola Gratteri che parla di “indulto mascherato”. Nel suo ufficio, all’ottavo piano del grattacielo del Centro direzionale, il magistrato da più di trent’anni sotto scorta per le sue indagini sulla ‘‘ndrangheta sfoglia il testo con le nuove norme e avverte: le mafie potrebbero sfruttarle a proprio favore. Procuratore Nicola Gratteri, perché definisce la legge “un indulto mascherato”? “La riforma introduce la possibilità sistematica di ricorrere ad uno strumento di uscita dal carcere, quindi in linea teorica non sappiamo quanti lo chiederanno e quanti potranno ottenerlo. Sappiamo però che la legge si rivolge a una platea enorme di soggetti che hanno commesso gravi reati. E per molti di questi, in modo reale ovvero artificioso, ma difficile da smascherare, potranno porsi le condizioni per la concessione del beneficio”. Le carceri però sono oggettivamente sovraffollate: oltre 64700 detenuti in tutta Italia, più di ottomila dei quali in Campania, oltre duemila solo a Poggioreale. Un intervento era necessario, non trova? “Sì, ma non liberando i mafiosi ai quali si applica espressamente questa normativa. Vi è la questione della criminalità organizzata. Le mafie sanno adattarsi rapidamente a ogni cambiamento normativo”. E in questo caso in che modo, secondo lei? “Potrebbero affidare i reati più gravi a persone tossicodipendenti, favorirne l’accesso ai programmi terapeutici e presentare quei delitti come conseguenza della dipendenza. Quello che ciascun individuo può strumentalmente realizzare per sé, avviare un programma di disintossicazione, poi drogarsi, poi commettere un reato, potrebbe diventare una strategia di gruppo criminale mafioso, con effetti moltiplicativi tanto dei reati quanto delle strumentali uscite dal carcere. Così una fragilità umana rischia di trasformarsi in uno strumento in mano alle organizzazioni criminali. E questo sarebbe un prezzo che lo Stato non può permettersi di pagare”. Perché a suo avviso esiste il rischio che possano lasciare il carcere anche condannati per reati gravi? “I livelli delle pene rispetto ai quali possono essere concessi i benefici sono altissimi. Otto anni di pena o addirittura di residuo pena per una pena maggiore, fanno presumere che chi l’ha commessa ha travolto la vita e l’integrità fisica di altri cittadini. Quindi è evidente che questa legge si rivolge ad un potenziale pubblico di gente pericolosissima. Si tratta peraltro di soggetti per i quali già è stata valutata dagli organi giudiziari la presenza di gravi esigenze cautelari, o ragioni di pericolosità, che impongono il ricorso al carcere”. Chi e come stabilirà se un detenuto è tossicodipendente? “Per individuare questi criteri oggettivi di applicazione si parla di commissioni che ancora dovrebbero essere costituite, mentre la legge entrerà in vigore subito. Dunque subito potrà essere applicata. In ogni caso, a prescindere da ogni commissione, esistono problemi insuperabili”. Quali? “Il meccanismo di applicazione del beneficio potrebbe produrre un effetto paradossale. Chi è realmente affetto da tossicodipendenza o alcoldipendenza può ottenere l’esecuzione della pena fuori dal carcere anche per reati molto gravi e, in alcuni casi, concordare fin dal processo un percorso terapeutico destinato a sostituire la detenzione. Il rischio è che la dipendenza, invece di rappresentare soltanto una condizione da prevenire e curare, finisca per essere percepita come un elemento utile nella strategia difensiva di chi delinque. Potrebbe esserci chi avvia appositamente programmi di disintossicazione, per poi drogarsi e commettere reati ottenendo i benefici”. In questi giorni di agosto che impatto avrà la riforma sugli uffici giudiziari? “Come tutte le riforme estive, effettuate senza preparazione, senza confronto e senza valutazione di impatto e dei rischi, questa legge creerà l’ennesima emergenza di cui non si sentiva il bisogno. Dovremo attrezzarci come meglio potremo per far fronte ad una larghissima quantità di istanze”. La Procura di Napoli come si sta organizzando? “Abbiamo già creato un meccanismo interno per rispondere alle istanze dei detenuti e rappresentare in modo sintetico alla magistratura di sorveglianza argomenti analoghi a quelli di cui abbiamo discusso adesso”. Sisto: su carceri, sicurezza e minori l’opposizione metta via i preconcetti e collabori con noi di Federico Ferraù ilsussidiario.net, 21 agosto 2026 Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto difende l’operato del governo Meloni sul tema delle carceri, sia sul piano dei nuovi spazi di reclusione sia su quello del reclutamento del personale penitenziario. E cita un incremento delle misure alternative pari a 12mila unità nei primi mesi del 2026. Il problema semmai riguarda la sanità carceraria, che “una parte non secondaria delle Regioni considera una sanità minore, di serie B”. Sisto interverrà oggi al Meeting di Rimini sul tema “La vita oltre il muro. Come far fiorire speranza in carcere”. Il Sussidiario ha parlato con lui anche di femminicidio, imputabilità dei minori, confronto con la magistratura, nuove riforme e sicurezza. Sisto respinge l’accusa di una stretta securitaria non dettata dalla realtà, perché “siamo di fronte a un drammatico aumento della delinquenza minorile. I numeri sui reati in calo ci danno ragione”. Il governo sta facendo ampi investimenti nella ristrutturazione delle carceri esistenti. Sembra invece esserci un pregiudizio verso le iniziative del privato sociale, sia di assistenza sia di sostegno psico-educativo... È un’obiezione infondata. Prima, però, partirei dal tema in generale. Posso affermare che siamo il governo che si è occupato più di ogni altro, da Renzi in giù, del problema carceri, e con particolare e fattiva attenzione. Lo dicono, innanzitutto e con chiarezza, gli incrementi epocali dei numeri degli organici. Soltanto nella polizia penitenziaria abbiamo praticamente decuplicato le presenze rispetto ai precedenti governi. È o no un segnale di sensibilità concreta? Aumentare i ranghi degli “eroi” della polizia penitenziaria vuol dire garantire maggiore sicurezza attiva e passiva, per il detenuto e nella struttura. Per quanto riguarda l’edilizia carceraria? Il commissario Doglio sta lavorando alacremente. Entro il 2027 si prevede l’ottimizzazione degli ambienti esistenti, insieme alla creazione dei primi nuovi spazi per combattere il sovraffollamento. La domanda iniziale riguardava il lavoro carcerario... Sappiamo benissimo che il lavoro abbatte la recidiva al 2%. Consapevoli di tanto, abbiamo innovativamente costituito presso il DAP un ufficio specificamente dedito alla gestione del lavoro penitenziario, interno ed esterno, incrementando considerevolmente le convenzioni con soggetti imprenditoriali. Senza omettere di segnalare che, in parallelo, nei primi mesi del 2026 abbiamo avuto un incremento delle misure alternative: più di 12mila. Sono numeri importanti, che non possono non testimoniare l’impegno: poi, sia chiaro, nessuno ha la bacchetta di Harry Potter. Sul fronte dei suicidi e delle tossicodipendenze che cosa state facendo? Abbiamo avviato un piano anti-suicidi, con specifiche istruzioni per il personale, che comincia a dare i primi frutti; e, anche se ogni gesto autolesivo o eterolesivo resta gravissimo, registriamo una diminuzione percentuale dei casi, che però non deve assolutamente rassicurare, anzi deve moltiplicare ulteriormente gli sforzi. È stata, ancora, appena varata la legge 140/2026 sulla tossicodipendenza e ci sono già i primi 500 detenuti che potranno essere inseriti in comunità o comunque in luoghi di espiazione diversi dagli istituti carcerari. Il limite per l’accesso alla misura è stato portato a otto anni di pena, con una prospettiva di alleggerire le presenze carcerarie nei prossimi anni di circa 10mila unità. Va detto che noi di Forza Italia non saremmo contrari a una liberazione anticipata ampliata per pene residue di lieve durata, per soggetti comunque meritevoli. Una bonifica... No, per noi è esattamente il contrario: è un dovere. Il tossicodipendente va trattato diversamente dal detenuto comune, con un’ansia rieducativa di cui uno Stato valoriale, ispirato dai principi costituzionali, non può non farsi carico. Per chi poi, come me, ha fede, si tratta di una scelta naturale, obbligatoria, connaturata all’appartenenza a un partito come Forza Italia, forte delle indicazioni liberali di Silvio Berlusconi. Sul fronte sanitario, qual è il problema principale che lei vede negli istituti? Una premessa è d’obbligo. La sanità carceraria dipende dalle Regioni e non dal ministero della Giustizia. Ho visitato molti istituti e non voglio generalizzare, ma ho verificato che una parte non secondaria delle Regioni considera la sanità carceraria una sanità minore, di serie B. Questo non va bene, non è consentito proprio dal perentorio disposto degli articoli 3, 27 e 32 della Costituzione. Una sanità carente legittima uno dei due pericoli all’interno delle carceri. Quali sono? Il primo è lo sdegno: vivere una situazione igienica, sanitaria o logistica non consona alla necessaria dignità, a prescindere dalla giusta privazione della libertà, è sicura fonte di quel disagio che poi sfocia in pericolose tensioni. Va ribadito a caratteri cubitali: privare della libertà non può voler dire privare della dignità. Il secondo rischio è la depressione, situazione che affonda le radici nella mancanza di prospettive rieducative, di futuro post-carcerario. Se non vedi la fiammella in fondo al tunnel, il rischio di gesti autolesivi si incrementa. Sdegno e depressione, condizioni igienico-sanitarie e prospettive riabilitative sono fronti, a mio avviso, assolutamente decisivi. C’è anche il problema dei detenuti affetti da malattie psichiatriche, per i quali i tempi di attesa per il ricovero nelle REMS sono molto lunghi e in carcere non esiste un’assistenza psichiatrica dedicata... È una fonte di grave disagio soggettivo e oggettivo, che oltretutto aumenta i rischi per la sicurezza interna degli istituti. Stiamo tentando di affrontarlo e i dirigenti delle carceri sono impegnati al massimo. Vero è che si possono scrivere tutte le migliori norme del mondo, ma alla fine le persone sono quelle che contano: e di persone dedite all’adempimento del proprio dovere, dai dirigenti agli agenti, dai funzionari ai responsabili dei servizi, ne abbiamo davvero tante. La recente legge anti-femminicidio 181/2025 prevede nuove aggravanti. Tuttavia il femminicidio di Tania Terrin ha aumentato l’indignazione collettiva e sono molti a dire che “lo Stato ha fallito”, che serve una nuova cultura improntata al rispetto. Nessuna legge sembra sufficiente. Lei cosa dice? È una mia battaglia di sempre: prevenire vale almeno quanto combattere, sul piano legislativo come nella quotidianità. Il rispetto della vita altrui non può nascere da un’imposizione, ma da una profonda convinzione. Se fin dalla più tenera età facessimo comprendere ai bambini che i saperi e la cultura, naturalmente improntati alla legalità e produttivi di rispetto, sono il modo migliore per crescere e difendersi, avremmo una base individuale diversa. Bisogna partire molto presto: a 10-12 anni può essere già tardi. Il governo ha approvato un ddl per modificare la presunzione di imputabilità del minore sotto i 18 anni. Le opposizioni vi accusano di volere “i minorenni in galera”. Cosa risponde? Chi ha esperienza di giustizia minorile sa che nella fascia tra i 14 e i 18 anni i casi di incapacità di intendere e di volere sono rarissimi. Con la nuova norma si grava il minorenne dell’onere di provare la propria incapacità, quale ulteriore risposta all’aumento dei fenomeni di “delinquenza minorile autonoma”. Eravamo abituati al maggiorenne che reclutava, in autoprotezione, correi minorenni; oggi non è più così: i minorenni sono protagonisti, e senza necessità di tutori, anzi con preoccupante disinvoltura. Quindi? Alla sinistra delle proteste “a prescindere”, dico che restano in vigore tutti i meccanismi di tutela propri della giustizia minorile, che continua a essere diversa da quella dei maggiorenni. Come commenta il consuntivo del ministero dell’Interno sulla sicurezza? Poiché i numeri mostrano che i reati sono in calo, qualcuno ha scritto che la “stretta securitaria” del governo è infondata e risponde a un allarme solo “percettivo”... Alcuni provvedimenti sono stati resi necessari da preoccupanti fenomeni percepiti dalla collettività sulla propria pelle. Non siamo intervenuti per mostrare i muscoli, ma per responsabile stato di necessità. E se la diminuzione accertata dei reati fosse dipesa, almeno in parte, dalle scelte del governo, dal rinnovato clima di fiducia che abbiamo creato nei confronti delle forze dell’ordine? Secondo l’Associazione Antigone, dal Decreto Caivano in poi la popolazione delle carceri minorili è aumentata del 50%... Siamo di fronte a un pacifico e drammatico aumento della delinquenza minorile, dato che non può non avere inciso sul fenomeno in questione. Su questi delicati temi mi piacerebbe comunque un’opposizione collaborativa: la sicurezza dei cittadini non ha colori di maglie, si deve giocare nella stessa squadra, sempre. Il referendum è stato una batosta per il governo. C’è qualcosa in cantiere per quanto riguarda l’assetto della magistratura ordinaria? Il referendum è stato una grande prova di democrazia. Noi abbiamo lavorato nella convinzione che quella fosse una riforma giusta e 12 milioni e mezzo di italiani hanno detto di essere dalla nostra parte. La Costituzione non è stata “ridotta”, prerogative e diritti restano intatti ed è in nome di quei princìpi che bisogna continuare a lavorare sulle riforme ordinarie che possano rendere la giustizia migliore. Bisogna volerlo in due... Se si riferisce all’ANM, con il presidente Tango abbiamo instaurato rapporti di cordialità. Va però detto che l’esito del referendum non cambia l’art. 101 della Costituzione. Le leggi le scrive il Parlamento e la magistratura le applica. Ci si può confrontare civilmente, ma senza pretese di veti e nemmeno di condizionamenti: il Parlamento mantiene, a ragione, la sua autonomia e la deve difendere. Quali sono i provvedimenti su cui state lavorando? È in dirittura di arrivo il provvedimento sul sequestro degli smartphone, per il quale servirà l’autorizzazione del Gip, non più del solo Pm, e il ritorno a una prescrizione di tipo sostanziale. È in cantiere avanzato la riforma del Dlgs. 231/2001, che punta a consentire agli enti e alle società di adeguare utilmente i propri assetti alle indicazioni dell’Autorità giudiziaria e, a determinate condizioni, di avere una seconda chance. In pole position la riforma della responsabilità medica, che riconosce il valore sul piano giuridico del sanitario che rispetta linee guida o buone pratiche, mi auguro seguita da un’ormai irrinunciabile riforma della sicurezza sul lavoro. Sono interventi disparati... No, c’è un principio che li accomuna, quello dell’adempimento premiante: se fai prevenzione, fai quello che devi per proteggere il paziente, il lavoratore o la società, questo non può non avere un peso nel trattamento giudiziario. La prevenzione è, tra l’altro, una profilassi su cui correttamente si muovono i ministeri della Sanità e del Lavoro: così si evitano inutili contrapposizioni e tutti salgono sullo stesso carro, con il comune interesse a evitare pregiudizi per l’utenza. Grazia e disgrazia. La Costituzione e i colpi di clava di Franco Corleone L’Espresso, 21 agosto 2026 Un paese devastato, senza senso morale, in cui l’istituto della grazia invece che come segno di umanità, di generosità e di riconciliazione, viene usato come una clava con lo scopo evidente di picconare le istituzioni e in particolare la presidenza della Repubblica. Il caso Minetti si era fortunatamente risolto senza sconquassi, ma ora la vicenda del gioielliere Roggero è esplosa in maniera sgangherata e incontenibile. La richiesta ultimativa di una grazia irrituale da parte non della famiglia (che sarebbe comprensibile) ma di Salvini, Vannacci e compagnia cantando non sorprende perché è iniziata la gara a chi la spara più grossa; colpisce la rivendicazione della presidente del Consiglio, ad avere spinto il ministro della Giustizia a un passo contro la prerogativa esclusiva di Mattarella. Nordio è stato chiamato al Quirinale per ricevere un richiamo al rispetto della Costituzione. È evidente che la molla che spinge i trogloditi dei social non è certo la condizione legata all’età del gioielliere pistolero (o meglio pestatore di testa di un morente), altrimenti potrebbero mobilitarsi per i 1.348 detenuti sopra i settanta anni. Il confronto sul potere di grazia, prerogativa del presidente della Repubblica o responsabilità congiunta con il ministro della Giustizia si manifestò venticinque anni fa su iniziativa di Marco Pannella e mia in relazione alla vicenda processuale e detentiva di Adriano Sofri. Per superare lo stato di impasse scegliemmo la via legislativa dando attuazione chiara e non equivoca all’art. 87 della Costituzione. Il testo fu elaborato dal professore Ernesto Bettinelli e presentato alla Camera dei deputati il 30 luglio 2003 come proposta di legge (n. 4237) con la prima firma di Marco Boato. Prevedeva una norma assai semplice, che eliminava alla radice il potere duale attribuendo la competenza, anche istruttoria, al presidente della Repubblica, con un compito servente del ministro della Giustizia e la controfirma del presidente del Consiglio, cancellando l’art. 681 del Codice di procedura penale. L’impotenza della politica e la inanità del Parlamento spinsero il presidente Ciampi al conflitto di attribuzione con il ministro Castelli, sciolto dalla Corte costituzionale con la sentenza 200 del 2006 che ha affermato la titolarità sostanziale del potere di grazia al presidente della Repubblica: resta la competenza del ministro in merito allo svolgimento dell’attività istruttoria. La Corte ha poi individuato i “presupposti costituzionali che giustificano l’esercizio del potere di grazia”: debbono sussistere “straordinarie esigenze di natura umanitaria, non tutelabili tramite gli ordinari strumenti penali, sostanziali e penitenziari”. Viene il dubbio che la decisione duale, uscita dalla porta, sia rientrata dalla finestra. Infatti, l’art. 681 prevede ancora che la domanda di grazia, diretta al presidente della Repubblica, venga presentata al ministro della Giustizia. Nordio probabilmente si appiglia a questa previsione trascurando il fatto che la sentenza della Corte al punto 7.2.1 fa riferimento all’iniziativa da parte del presidente della Repubblica e non viene citato il ministro. Senza dubbio per evitare equivoci e conflitti istituzionali sarebbe opportuna una riforma legislativa. Le carceri aspettano clemenza. La liberazione di almeno 1.300 persone con una pena inflitta sotto un anno di carcere e di 7.900 con una pena residua sotto un anno renderebbe accettabile una commutazione della pena per il gioielliere vendicatore. La sicurezza senza diritti rischia di diventare stato di polizia e controllo di Fabrizio Costarella e Cosimo Palumbo* Il Dubbio, 21 agosto 2026 C’è un confine che una democrazia costituzionale non dovrebbe mai smettere di presidiare: quello tra la sicurezza e il controllo. Un confine che diventa ancora più delicato nel momento in cui lo Stato dispone di strumenti tecnologici capaci non soltanto di osservare ciò che accade, ma di identificare, classificare e selezionare le persone attraverso enormi quantità di dati. La polizia predittiva rappresenta uno degli esempi più significativi di questa tendenza. Attraverso sistemi informatici capaci di incrociare una quantità enorme di informazioni, l’obiettivo dichiarato è individuare fattori di rischio e prevenire determinati fenomeni criminali. La letteratura e il cinema hanno da tempo immaginato questo futuro. Minority Report, il racconto di Philip K. Dick e il successivo film di Steven Spielberg, rappresentano una società nella quale la polizia può intervenire prima che il reato venga commesso, sulla base della previsione che qualcuno lo commetterà. È una distopia, certo. Ma le distopie hanno spesso una funzione: non necessariamente prevedere il futuro, bensì mostrarci quali conseguenze possono derivare dalla progressiva perdita dei limiti. Il nostro sistema costituzionale nasce da un principio fondamentale: la libertà personale non può essere sacrificata sulla base di una semplice valutazione amministrativa o di una previsione algoritmica. L’autorità giudiziaria svolge, proprio per questo, una funzione essenziale di garanzia. Le attività investigative più invasive sono sottoposte a regole, presupposti e controlli. È il principio della riserva di giurisdizione, che non rappresenta un ostacolo burocratico all’efficienza investigativa, ma una delle condizioni attraverso le quali il potere dello Stato rimane compatibile con lo Stato di diritto. Il rischio che si intravede nell’attuale evoluzione è però quello di una progressiva inversione di questa logica. Si sta infatti delineando una progressiva sostituzione del processo penale non soltanto, come ormai accade da anni, attraverso il procedimento giurisdizionale di prevenzione, ma anche mediante una forma di azione preventiva rimessa alla competenza esclusiva delle forze di polizia. Uno degli esempi più significativi di questa tendenza è il fermo di polizia, recentemente reintrodotto nel nostro ordinamento. Ma, prima ancora, occorre ricordare la nutrita schiera di misure preventive amministrative, come le cosiddette “zone rosse”. Fa parte di questa tendenza anche il ricorso sempre più massiccio alle misure di prevenzione amministrativa nei confronti delle imprese, una tecnica particolarmente diffusa nella prassi milanese. Lo schema di decreto legislativo con il quale il governo intende dare attuazione alla delega contenuta nella legge 9 settembre 2025, n. 114, presentato come un intervento di adeguamento dell’ordinamento italiano all’AI Act europeo, rappresenta, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’ultimo tassello di questo progetto. La prevenzione non si limita più, dunque, a sostituire il processo penale: rischia di arrivare a sostituire anche la prevenzione giurisdizionalizzata con una sorta di pre-prevenzione di polizia, attraverso meccanismi di schedatura e raccolta dei dati sottratti al controllo dell’autorità giudiziaria, come il riconoscimento facciale biometrico. Un meccanismo che, in nome della sicurezza pubblica, consente alle forze di polizia un potere investigativo a tutto campo e mette sotto pressione le libertà individuali. Il riconoscimento biometrico rende particolarmente delicata la possibilità di raccogliere dati relativi a una pluralità indistinta di persone presenti in luoghi pubblici. Pensiamo a una manifestazione politica, a un grande evento, a uno stadio. Migliaia di persone possono trovarsi nello stesso luogo senza avere alcuna relazione con un reato. Se i loro volti vengono trasformati in dati biometrici e successivamente confrontati con banche dati, il cittadino non viene più osservato perché esiste nei suoi confronti un sospetto concreto. Può accadere l’esatto contrario: può diventare oggetto di attenzione proprio perché è stato cercato all’interno di una banca dati. La videosorveglianza tradizionale registra un’immagine. Il riconoscimento biometrico, invece, trasforma il volto in un insieme di informazioni matematiche, in un vero e proprio modello digitale dell’identità personale, che può essere confrontato automaticamente con altri archivi. L’immagine documenta un evento; il dato biometrico costruisce una chiave di ricerca sull’identità. L’algoritmo può così contribuire a individuare, tra migliaia di persone, quelle che meritano di essere ulteriormente osservate e a costruire il percorso che conduce una persona all’interno di un’indagine. La tecnologia, quindi, non è il problema in sé. Il problema è il potere che, attraverso la tecnologia, può essere esercitato, da chi può esercitarlo e da chi ne controlla l’esercizio. Il controllo giudiziario successivo rischia di essere una inutile foglia di fico. Se, in una situazione di urgenza, la polizia può acquisire determinati dati e chiedere successivamente la convalida dell’autorità giudiziaria, il controllo del giudice interviene quando l’ingerenza nella sfera individuale si è già verificata. Ecco così perfezionato il controllo preventivo di polizia e, con esso, lo spossessamento delle garanzie che soltanto l’autorità giudiziaria può assicurare. La successiva cancellazione del dato può eliminare l’informazione dall’archivio, ma non può cancellare il fatto che quella persona sia stata sottoposta al trattamento. Il volto, che per secoli ha rappresentato il segno irripetibile dell’identità personale, rischia di trasformarsi in una password permanente: una password particolare, perché non può essere cambiata quando viene compromessa. Uno Stato di diritto non può punire un fatto che non è stato commesso e non può trasformare una probabilità statistica in una responsabilità personale. La questione, dunque, non riguarda soltanto la privacy, ma la libertà personale, la presunzione di innocenza, la dignità dell’individuo e, soprattutto, il rapporto tra cittadino e potere pubblico. Legalità, necessità, proporzionalità e riserva di giurisdizione non sono ostacoli all’efficienza investigativa. Sono le condizioni che rendono quell’efficienza compatibile con la democrazia e che distinguono lo Stato di diritto dallo Stato di polizia. La sicurezza è un diritto. Ma lo è, ancor di più, la libertà. E quando un popolo rinuncia alla libertà in cambio della sicurezza, non merita né l’una, né l’altra (B. Franklin). *Osservatorio Misure di prevenzione e patrimoniali dell’Unione Camere Penali Italiane Il femminicidio Terrin fa scattare l’allarme. E riparte il tam tam politico di Francesca Spasiano Il Dubbio, 21 agosto 2026 Continuano le polemiche dopo la morte della 39enne uccisa a ferragosto, Nordio valuta di mandare gli ispettori a Venezia. E la Lega lancia “Ponte sicuro 72 ore”. Soltanto da Ferragosto, in Italia, si contano sei casi di donne uccise per mano del proprio partner o dell’ex. Ma è la morte di Tania Terrin, la 39enne strangolata nella notte di metà agosto dall’ex compagno, a diventare un fatto politico. E ad innescare le polemiche attorno al fenomeno del femminicidio, che non è più soltanto una parola ma un reato autonomo per il quale è previsto l’ergastolo. Negli ultimi mesi se ne è parlato tanto, e non soltanto per le uscite del generale Vannacci, che vorrebbe abolire la nuova fattispecie e rifare il “patriarcato mediterraneo”. Anche tra i giuristi c’è chi dubita della legge, che però, cinque anni dopo, si aggiunge alle norme che avevamo già, con il Codice Rosso, e che ora finiscono sotto accusa con una domanda: cosa avremmo potuto fare per salvare la vita di Tania Terrin? Se e perché non è stato fatto abbastanza per tutelarla, applicando le adeguate misure? Le risposte potrebbero arrivare presto sul tavolo del ministero della Giustizia, che starebbe pensando di inviare gli ispettori nell’ufficio della procura di Venezia. La valutazione sarà effettuata dal guardasigilli Carlo Nordio, che nei prossimi giorni deciderà se è necessario accertare cosa eventualmente non abbia funzionato nel sistema di protezione della vittima. Da quanto è emerso negli ultimi giorni, infatti, la donna aveva denunciato il suo ex Dino Keber lo scorso aprile, riportando due episodi di violenza. Due precedenti messi nero su bianco nell’ammonimento emesso a giugno dal Questore di Venezia nei confronti dell’uomo, ritrovato impiccato nella sua abitazione a Dolo nelle stesse ore in cui la vittima giaceva senza vita nella propria casa a Camponogara. Mesi prima Tania Terrin, sul cui corpo domani verrà effettuata l’autopsia, aveva raccontato ai carabinieri come l’uomo l’avesse aggredita al collo facendole perdere i sensi, prima di accompagnarla in ospedale. Ci era uscita con due giorni di prognosi. E ancora prima, a dicembre 2025, aveva subito un’altra aggressione, presa a schiaffi dall’allora compagno: in quel caso il referto registra una contusione occipitale con una prognosi di cinque giorni. Ad aggravare il quadro ci sono le denunce di compagne precedenti, che risalgono fino al 2002, e che sono state tutte ritirate. La madre della vittima Marinella Forner ha raccontato al Corriere che la famiglia ha denunciato Keber “sette o otto volte”. Ed è delle ultime ore la testimonianza sul Gazzettino di una ex compagna dell’uomo, che Tania avrebbe contattato ad aprile per confidarle che aveva paura. “Sono finita al pronto soccorso tre volte. L’ho denunciato soltanto una. E nemmeno volevo farlo - racconta la donna - sono andata dai carabinieri per tutelarmi da una sua eventuale denuncia che minacciava avrebbe sporto. Sono arrivata in caserma per avvisare i militari che se Dino fosse andato da loro dicendo che avevo cercato di distruggergli la casa, in realtà mi stavo solo ribellando alle sue percosse. Così è scattata la denuncia d’ufficio per violenza domestica”. Poi tutto è finito nel nulla. E nel mirino finisce il sistema di tutele che la legge già prevede: a partire dalla corsia preferenziale per la persona che denuncia, che secondo il Codice Rosso deve essere ascoltata entro tre giorni, fino alla valutazione delle misure da applicare, che vanno dall’allontanamento al divieto di avvicinamento con il braccialetto elettronico fino alla custodia in carcere. “Ci sono ritardi, spesso c’è anche una sottovalutazione e vengono applicate misure blande”, dice la senatrice leghista Giulia Bongiorno, che quella legge l’ha voluta. Dunque gli strumenti ci sono, ma bisogna saperli usare, ripetono in queste ore anche le senatrici dem, che presenteranno un’interrogazione parlamentare annunciata da Valeria Valente. Per la quale non occorre inasprire le pene, ma applicare le regole che già esistono e “rafforzare e diffondere la formazione di tutti gli operatori affinché la violenza maschile sia riconosciuta”. Sulla stessa linea la senatrice di Italia Viva - Casa Riformista Silvia Fregolent, che chiede a Nordio e Piantedosi di riferire in Aula. Ad accusare il governo di “silenzio” sulla strage di donne è la senatrice del M5S Mariolina Castellone, mentre per Fratelli d’Italia risponde alle critiche il vice capogruppo alla Camera Alfredo Antoniozzi. Che dice: “I numeri ci dicono che c’è un forte calo (dei femminicidi, ndr) e tutti vorremmo che si arrivasse a zero. Ma voglio ricordare che il record appartiene alla Scandinavia”. L’ultima, nel pomeriggio, arriva invece dalla Lega. E in particolare dal Dipartimento Pari Opportunità Nazionale del Carroccio, guidato da Souad Sbai, che propone “una nuova misura per garantire protezione immediata alle donne nelle ore successive alla denuncia”. Si chiama “Ponte Sicuro 72 ore”, un percorso si attiverebbe su “segnalazione, denuncia o accesso al Pronto Soccorso” entro tre giorni, garantendo accoglienza d’urgenza in un luogo sicuro e valutazione del rischio. “Basta slogan. Alle donne serve una rete che intervenga subito”, dice Sbai. Nelle stesse ore in cui, fuori dal tam tam della politica, le donne si ritrovano in piazza a Vigonovo, il paese di Tania che fu anche di Giulia Cecchettin, per fare un po’ di “rumore”. Femminicidi: e se i media smettessero di parlarne? di Giovanna Cosenza* Il Fatto Quotidiano, 21 agosto 2026 Di fronte all’ennesima dimostrazione dell’incapacità di raccontare la violenza di genere senza cadere nella pornografia del dolore, la mia proposta è drastica: smettere di parlarne. Sei donne uccise in pochi giorni, dal Veneto a Roma, dalla Calabria alla Sardegna. E anche stavolta, purtroppo, come accade per ogni femminicidio, il luna park mediatico ha azionato le solita giostra: dettagli morbosi sull’aggressione, interviste da cui emerge che “sembrava una persona tranquilla”, l’immancabile saccheggio di foto sui social. Di fronte all’ennesima dimostrazione dell’incapacità di raccontare la violenza di genere senza cadere nella pornografia del dolore, la mia proposta è drastica: smettere di parlarne. Suggerire un blackout mediatico non è provocazione gratuita, ma poggia su solide basi sociologiche e criminologiche. Il racconto reiterato e ravvicinato di questi delitti, infatti, con un linguaggio che, nonostante anni di deontologia teorica, continua a indulgere alla romanticizzazione (“delitto passionale”, “raptus”, “troppo amore”) e alla vittimizzazione secondaria (quando si fruga nella vita della donna uccisa), rischia di produrre devastanti effetti di emulazione in persone affette da controllo patologico, narcisismo ferito, tendenze violente. Il rischio del silenzio, però, è altrettanto grave. Cancellare queste notizie, infatti, rispedirebbe la violenza di genere nell’ombra del “fatto privato” e toglierebbe stimoli preziosi (e continui) a chiedere conto alla macchina giudiziaria e statale delle denunce ignorate, dei braccialetti elettronici che non funzionano, dei ritardi nell’applicazione del Codice Rosso. Senza contare che la visibilità del tema, pur maldestra, spinge molte donne a riconoscere il pericolo e chiamare il 1522. Come uscire da questo dilemma? Il problema non è informare, ma cosa si sceglie di raccontare. La mia proposta è dunque perentoria: dichiarare morta la cronaca nera voyeuristica, per fare spazio al giornalismo d’inchiesta istituzionale. Il che significa abbandonare una volta per tutte i retroscena sentimentali e i dettagli macabri, per trattare ogni femminicidio non come una tragedia privata da rotocalco, ma come un fallimento della sicurezza pubblica. Occorre insomma spostare i riflettori dall’intimità violata delle case ai tavoli delle procure, delle questure e dei servizi sociali. Se l’informazione non è capace di questo, allora sì: non resta che il silenzio. Sarebbe meno dannoso (e più etico) del frastuono attuale. *Docente universitaria di Semiotica 41 bis, negato il libro su San Benedetto al boss: si riapre il caso di Valentina Stella Il Dubbio, 21 agosto 2026 La Cassazione ha rinviato gli atti al magistrato di sorveglianza di Bologna dopo il no del carcere e del giudice. Aveva richiesto un libro curato dai Monaci benedettini di Montecassino, “La medaglia di San Benedetto” (Editrice Shalom), ma il direttore del carcere di Parma ha negato il permesso. Protagonista è Antonio Piromalli, boss della ‘ndrangheta detenuto al 41bis, che dopo essersi visto negato la richiesta ha presentato ricorso tramite il suo legale al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia. Il giudice però, come riferito dal Corriere della Sera, aveva dato ragione al carcere e torto a Piromalli, “non riscontrandosi un pregiudizio all’esercizio dei diritti del detenuto e rilevandosi nel provvedimento dell’autorità penitenziaria congrua motivazione in ordine al rischio che il detenuto potesse coltivare i contatti con l’organizzazione avvalendosi di riferimenti a simboli e a testi sacri come aveva fatto in passato”. Qualche giorno fa la Cassazione, dopo aver classificato l’istanza come reclamo, ha rinviato gli atti e la decisione al magistrato di sorveglianza di Bologna “affinché valuti la fondatezza del prospettato pregiudizio ad un diritto soggettivo, e la legittimità del provvedimento limitativo dell’amministrazione penitenziario”. Non è la prima volta che Antonio Piromalli è costretto a subire un diniego dalle autorità. Nel 2025 aveva chiesto di poter cucinare i suoi piatti preferiti, tipo la “struncatura ammollicata con le acciughe”, dopo le 22. Anche in quel caso prima la direzione, poi il Tribunale di Sorveglianza prima, e infine piazza Cavour avevano ribadito che il regime di 41 bis non consente deroghe e che i fornelli si spengono alle 20. Proprio un mese fa vi avevamo raccontato sul Dubbio il caso di un detenuto a cui è stato vietata di acquistare il nostro giornale perché ci sarebbe stata “la possibilità di veicolazione, tramite esso, di messaggi occulti di non agevole decifrazione”. A scriverlo nero su bianco era stata una magistrata di Sorveglianza di Novara, Marta Criscuolo, che ha respinto la richiesta di un detenuto in regime di 41-bis di poter acquistare queste pagine in quanto veicolo potenziale di messaggi cifrati. Seconda la magistrata “la Direzione ha altresì rappresentato la possibilità di veicolazione tramite esso (il Dubbio, ndr), di messaggi occulti, di non agevole decifrazione, che potrebbero sfuggire ai controlli degli addetti alla censura, e il cui controllo richiederebbe all’A.P. quindi un dispendio di risorse umane e tempo per accurati controlli del contenuto, dal momento che in esso trovano ingresso rubriche con lettere inviate dal carcere e comunque dall’esterno, che potrebbero prestarsi a veicolare informazioni da e all’esterno, tra detenuti in 41 bis o.p. e affiliati”. Google diventa custode delle prove: il magistrato potrà ordinare la consegna di email e chat di Riccardo Tripepi Il Dubbio, 21 agosto 2026 Google potrà essere chiamata a custodire una prova destinata a un processo penale quasi come farebbe un appuntato dei carabinieri. L’immagine è volutamente semplificata, ma descrive bene la novità entrata in vigore nell’Unione europea. Dal 18 agosto è applicabile il regolamento Ue 2023/1543 sull’e-Evidence, la prova elettronica. In pratica, un magistrato o un giudice di uno Stato membro, grazie alle nuove norme, potrà rivolgersi direttamente alla società che conserva e-mail, messaggi o altri dati digitali, anche se questa si trova in un altro Paese dell’Unione. Google resta un’impresa privata, priva di poteri investigativi propri e della qualifica di organo di polizia giudiziaria. Può però ricevere un ordine europeo che le impone di “congelare” determinati dati, evitando che siano cancellati o modificati, oppure di consegnarli all’autorità procedente. Lo stesso vale per le altre piattaforme, per i servizi di posta e messaggistica, per le società che offrono spazi cloud e per chi gestisce servizi internet o registra nomi di dominio. Finora, quando i dati utili a un’indagine erano conservati all’estero, si doveva necessariamente attivare la cooperazione giudiziaria e coinvolgere le autorità dello Stato del fornitore. Con tutta evidenza una procedura troppo lenta per ottenere una prova che può essere cancellata in pochi secondi. Ora, invece, un’autorità italiana potrà inviare l’ordine direttamente alla sede o al rappresentante designato dal servizio digitale in un altro Paese europeo. Gli strumenti utilizzabili sono due. Tramite l’ordine di conservazione la società è obbligata a mantenere disponibili i dati per sessanta giorni, prorogabili di altri trenta. Attraverso l’ordine di produzione si può imporre alle stesse società di trasmetterli entro dieci giorni o, nelle emergenze, entro otto ore. La disciplina comprende i dati identificativi dell’utente, il traffico, gli indirizzi Ip e, nei casi previsti, il contenuto delle comunicazioni. Gli ordini possono essere emessi soltanto in procedimenti penali, in presenza dei requisiti di necessità e proporzionalità, e restano circoscritti ai casi previsti dalla norma, senza tradursi in un accesso generalizzato agli account. Per i dati più invasivi, come il traffico e il contenuto delle comunicazioni, valgono condizioni più rigorose: l’ordine deve essere emesso o convalidato dal giudice per le indagini preliminari, mentre per i dati identificativi e per gli ordini di conservazione è sufficiente il pubblico ministero. A garanzia ulteriore, il regolamento prevede che lo Stato in cui si trova il fornitore possa opporre motivi di rifiuto o riesame a tutela di immunità, privilegi, libertà di stampa e diritti fondamentali. Si prova a tenere insieme velocità e garanzie. E-mail, conversazioni e documenti online possono ricostruire in modo penetrante la vita di una persona. La consegna diretta rende decisivo il controllo sulla legittimità dell’ordine, sulla pertinenza dei dati e sul diritto della difesa a contestarne acquisizione. Sul fronte dell’attuazione, il quadro italiano si colloca tra i più avanzati in Europa. L’Italia rientra nel gruppo di Stati che hanno adottato per tempo i decreti legislativi di recepimento della direttiva 2023/1544, individuando le procure competenti a ricevere le notifiche e i canali per l’esecuzione degli ordini. La Cassazione, con la relazione n. 25/2026 dell’Ufficio del Massimario, ha già offerto una prima lettura del quadro attuativo nazionale. Il quadro europeo resta invece disomogeneo. Durante lo scorso mese di marzo la Commissione ha aperto procedure di infrazione contro ventidue Stati membri per il mancato completamento della trasposizione. L’applicazione concreta della nuova normativa, tuttavia, non sarà subito uniforme. Autorità nazionali e imprese devono completare designazioni, procedure interne e collegamenti tecnici; il sistema informatico decentrato europeo avrà un ruolo crescente, ma nella fase iniziale sono previste soluzioni transitorie. Il cambiamento giuridico è però già definito: per ottenere una prova elettronica conservata in un altro Paese dell’Unione, l’autorità giudiziaria potrà rivolgersi direttamente al fornitore senza dover necessariamente attivare le tradizionali procedure di cooperazione tra Stati. Pordenone. Detenuto morto dopo incendio in cella: indagati cinque agenti di polizia penitenziaria Messaggero Veneto, 21 agosto 2026 Il ragazzo ha perso la vita nella giornata di martedì in ospedale, dopo che nella serata di lunedì aveva dato fuoco al materasso della sua cella. L’ipotesi di reato è quella di cooperazione in omicidio colposo omissivo. Cinque agenti di polizia penitenziaria sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Pordenone, in relazione alla morte di Karam Mamdouh Mohamed Khodair Mamdouh, il detenuto di 19 anni morto martedì all’ospedale cittadino dopo aver dato fuoco a un materasso nella sua cella nel carcere del Castello. L’ipotesi di reato è quella di cooperazione in omicidio colposo omissivo, prevista dagli articoli 113 e 589 del codice penale. La tragedia si è consumata nella serata di lunedì in piazza della Motta: il giovane è morto in ospedale a causa del fumo inalato. Evacuato per alcune ore il primo piano del carcere, intossicati due detenuti che si trovavano nella stessa ala. La Procura ha spiegato che l’iscrizione è stata decisa dopo una prima valutazione degli atti arrivati in giornata: le relazioni di servizio della polizia penitenziaria e dei vigili del fuoco intervenuti, le videoregistrazioni acquisite, le sommarie informazioni raccolte dai compagni di detenzione della vittima e il sopralluogo effettuato subito dopo i fatti dal sostituto procuratore di turno. Gli inquirenti devono ora procedere in tempi rapidi all’autopsia. È proprio in vista di questo passaggio che i cinque agenti sono stati iscritti nel registro degli indagati: un atto dovuto, spiega la Procura, per permettere loro di esercitare fin da subito tutte le facoltà difensive previste dalla legge durante l’accertamento. Chiesa e Camera Penale condannano l’accanimento social. Il direttore lamonaca: “Dispiace per il ragazzo giovanissimo, il personale ha agito con prontezza”. Il provvedimento, sottolinea l’ufficio, non implica dunque un giudizio di responsabilità, ma è il presupposto tecnico-giuridico necessario perché gli agenti possano nominare un consulente di parte e assistere alle operazioni peritali. La Procura ha precisato che ogni ulteriore decisione richiederà un approfondimento delle indagini, già avviato. Lecco. Celle roventi e sovraffollate nel carcere di Pescarenico di Daniele De Salvo Il Giorno, 21 agosto 2026 La visita all’istituto di reclusione del consigliere regionale Dem Gian Mario Fragomeli. La prigione ospita 93 detenuti rispetto ai 53 posti regolamentari. Sovraffollato e caldo. I reclusi nel carcere di Pescarenico di Lecco sono quasi il doppio di quanti dovrebbero essere. Sono 93 rispetto ai 53 che dovrebbe essere in base ai posti regolamentari disponibili. Inoltre le celle e gli altri ambienti in cui sono confinati sono roventi: aggravi di pena assolutamente non dovuti e inaccettabili per detenuti che tra l’altro in molti casi non sono stati condannati in via definitiva perché in attesa di giudizio. Non dipende da chi lo gestisce, ma appunto dal numero di detenuti e dalle limitazioni strutturali dell’edificio adibito a casa circondariale, che è un ex convento di inizio Novecento convertito poi in penitenziario. A rivelare le condizioni in cui sono costretti i detenuti lecchesi è il consigliere regionale dem Gian Mario Fragomeli, al termine dell’ultimo sopralluogo compiuto nei giorni scorsi. Rispetto alle precedenti ispezioni ha comunque notato dei miglioramenti. “Non è certo la prima volta che mi reco nella casa circondariale di Lecco, anzi, ci vado con una certa frequenza - riferisce il consigliere lombardo del Pd -. Al netto del sovraffollamento che non mi aspettavo, addirittura al doppio della capienza, devo dire che comunque, anche grazie alla direttrice Luisa Mattina, ho notato dei miglioramenti, soprattutto per quanto riguarda la socializzazione e le attività formative”. Gli agenti di Polizia penitenziaria sono 45, a pieno organico, come i 2 educatori, mentre gli amministrativi sono la metà, cioè 7 invece che 14. “Raddoppiare le presenze porta maggiori difficoltà per chi lavora a Pescarenico - prosegue il dem -. Non solo nel carcere di Lecco, ma ovunque, se medici, educatori e operatori in genere sono tarati sulla capienza e non sui numeri reali, le difficoltà ci sono”. I miglioramenti però appunto ci sono: l’implementazione degli spazi comuni, di quelli all’aperto, della palestra, dell’area per gli incontri e i colloqui con i familiari; è stato tutto ritinteggiato, sistemato e reso visivamente più gradevole. Spazi più gradevoli e accoglienti, socializzazione e formazione tuttavia non bastano. “Certamente, con il caldo la vivibilità è al limite, il sovraffollamento più il grande calore fanno sì che non bastino i ventilatori - denuncia Gian Mario Fragomeli -. Quanto meno, ho rilevato che i tempi di apertura diurni delle celle permettono ai detenuti di spostarsi nei corridoi, nella palestra, in altri spazi e questo con le temperature così alte aiuta”. I detenuti a Pescarenico sono molto giovani, poco meno della metà sono stranieri. “Mi ha colpito la grandissima presenza giovanile - aggiunge il consigliere regionale -. Non mi stupisce, perché sono in aumento i reati predatori e di strada di cui i giovani sono protagonisti e che provocano anche una maggiore carcerazione”. Cuneo. Il carcere ha troppi detenuti: sovraffollamento oltre il 100% di Sandro Marotta La Stampa, 21 agosto 2026 Ai detenuti già presenti si sono aggiunti quelli provenienti da Genova e Torino. Diminuiscono i posti disponibili anche a causa dello smantellamento del 41-bis. Il carcere di Cuneo è sovraffollato, per la prima volta nella sua storia recente. Su 311 posti disponibili, le celle del Cerialdo ne ospitano 377, ovvero un tasso di sovraffollamento del 121%. I dati sono stati confermati dall’amministrazione penitenziaria a una delegazione dei politici e avvocati, che questa mattina ha fatto visita al carcere. Erano presenti Filippo Blengino e Bianca Piscolla dei Radicali Italiani, l’avvocato Enrico Collidà e Flavio Martino di +Europa. “Rispetto alle visite fatte negli ultimi anni, la situazione è migliorata e la struttura ci è sembrata un po’ più umana - dice Blengino fuori dai cancelli della Casa circondariale -. Gli stessi agenti di polizia ci hanno raccontato che le tensioni sono diminuite. Il dato più allarmante è che il carcere è sovraffollato, per effetto dell’esplosione degli istituti di Torino e Genova, che inviano i detenuti in eccesso qui”. Il sovraffollamento non è casuale, ma il risultato di due dinamiche. Da una parte lo smantellamento della sezione cuneese del “41-bis”, cioè il regime detentivo riservato a persone affiliate alla criminalità organizzata. A fine giugno i 45 detenuti presenti sono stati portati prima a Vigevano e poi ad Alessandria, dove sorge il nuovo polo piemontese del “carcere duro”. Questo ha comportato, per ora, un minor numero di posti totali. Dall’altra, come spiegato da Filippo Blengino, i già sovraffollati istituti “Lorusso e Cutugno” di Torino e “Marassi” di Genova hanno dirottato alcuni dei loro detenuti proprio verso Cuneo, aumentando il numero di presenti in cella. Secondo molte associazioni, la situazione potrebbe peggiorare quando la sezione cuneese del “41-bis” verrà rimessa a disposizione, perché comporterà più ingressi rispetto ai posti ricavati. Cuneo esce così dalla lista delle 22 carceri non sovraffollate d’Italia. In Piemonte il sovraffollamento è già una realtà: su 13 istituti, la capienza sarebbe di 3.978 posti, mentre i detenuti sono 4.365 (109,7% di esubero). A livello nazionale l’eccesso di presenze è la norma da anni: il tasso reale di sovraffollamento ha raggiunto il 139%. Perugia. Il Garante Pensi: “Struttura inadeguata, agenti a rischio e detenuti senza cure” perugiatoday.it, 21 agosto 2026 Il Garante denuncia un sistema che fa ammalare i detenuti e mette a rischio gli agenti. Richieste al consiglio regionale: più sicurezza, personale formato e ripristino dei servizi sanitari. Visita ufficiale del Garante regionale dell’Umbria per le persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, l’avvocato Andrea Pensi, presso la Casa circondariale di Perugia - Capanne. L’incontro, richiesto a seguito dell’aggressione ai danni di un agente di Polizia penitenziaria avvenuta lo scorso 18 agosto, ha messo in luce le numerose criticità che affliggono l’istituto penitenziario perugino, con particolare attenzione alla sicurezza del personale e alla gestione dei detenuti con disturbi psichiatrici. Il Garante è stato accolto dalla vice direttrice Eva Mariucci, con la quale ha avuto un confronto approfondito sulle dinamiche dell’aggressione e sulle condizioni generali del carcere. Nel corso del colloquio, è emersa con forza la questione dell’alta percentuale di detenuti affetti da patologie psichiatriche, una realtà che espone quotidianamente gli agenti a situazioni di forte tensione e richiede interventi mirati. “Quello di Capanne è un contesto particolarmente delicato - ha dichiarato l’avvocato Pensi - in cui la presenza significativa di detenuti con problematiche psichiatriche rappresenta una delle principali sfide. A questo si aggiunge l’urgenza di garantire una formazione adeguata ai nuovi agenti, che spesso si trovano ad operare in un ambiente complesso e potenzialmente esplosivo senza gli strumenti necessari”. Il Garante ha sottolineato come l’episodio del 18 agosto, seppur non il più grave tra quelli verificatisi, debba rappresentare un campanello d’allarme per le istituzioni. “La sicurezza degli agenti, dei detenuti e di tutto il personale deve essere una priorità assoluta” ha ribadito, annunciando che riferirà al consiglio regionale le criticità riscontrate, chiedendo interventi tempestivi per potenziare le misure di sicurezza e avviare percorsi formativi strutturali. Nel corso della visita, il Garante ha incontrato anche il direttore sanitario del distretto carcerario, dottor Alessandro Lucarini, e il personale medico. Al centro del confronto, le problematiche legate all’assistenza sanitaria, in particolare la carenza di percorsi dedicati al trattamento dei disturbi psichiatrici e la necessità di potenziare gli strumenti di presa in carico congiunta, fondamentali per accompagnare i detenuti nel passaggio dalla detenzione alla libertà. In occasione dell’incontro, l’avvocato Pensi ha denunciato con forza l’inadeguatezza strutturale del sistema carcerario, definendolo “un luogo in cui, inevitabilmente, le persone entrano sane e si ammalano, mentre chi entra malato ne esce peggiorato”. Sul piano operativo, il Garante si è fatto portavoce dell’urgenza di ripristinare il servizio oculistico all’interno del presidio, interrotto da mesi, sottolineando come la continuità delle prestazioni specialistiche sia essenziale per evitare trasferimenti esterni che aggravano i compiti della Polizia penitenziaria e aumentano i rischi per la sicurezza. “Non possiamo attendere che episodi di aggressione diventino la normalità - ha concluso Pensi - È necessario intervenire subito per rafforzare la sicurezza, sostenere il personale e affrontare in modo strutturale la gestione dei detenuti con disagio psichiatrico”. La visita si è conclusa con l’impegno del Garante a sollecitare la Regione e le autorità competenti affinché vengano adottate misure concrete per migliorare le condizioni all’interno della Casa circondariale di Perugia. “Ave Maria piena di rabbia. Mi son pentita, aprite ‘sta gabbia” quotidiano.net, 21 agosto 2026 La poesia della detenuta che ha vinto il Premio Afrodite. Nardò (Lecce), la Garante dei Diritti delle persone private della libertà: “Anche in carcere possono nascere parole capaci di interrogare la coscienza collettiva e di parlare a tutti”. Ave Maria, piena di rabbia. Quanto dolore, rimpianto, rancore. Sentimenti impastati a pentimento e redenzione, bisogno di riscatto e desiderio di luce. Voglia di vita. E in fondo, solo amore. La poesia composta da una detenuta della Casa Circondariale di Lecce si è aggiudicata il Premio Afrodite giunto alla sua quinta edizione. I versi dal titolo “Ave Maria piena di rabbia” hanno conquistato la giuria e il pubblico di Santa Caterina di Nardò (Lecce). Un riconoscimento che va ben oltre il valore letterario dell’opera e che assume un profondo significato umano e sociale: la poesia si conferma capace di attraversare ogni confine, abbattere ogni muro e restituire dignità, ascolto e speranza. A ritirare il premio a nome della detenuta è stata la Garante dei Diritti delle persone private di libertà personale per la città di Lecce, Maria Mancarella, assieme a Eleonora Rosato, coordinatrice del progetto “Libere di leggere” del carcere di Borgo San Nicola. “Ave Maria piena di rabbia scritta da A.P., detenuta nella sezione femminile di media sicurezza, dimostra come, anche nei luoghi della privazione della libertà, possano nascere parole capaci di interrogare la coscienza collettiva e di parlare a tutti, al di là delle condizioni personali di chi le ha scritte - ha detto Mancarella -. Ringrazio le volontarie che ogni giorno testimoniano come la cultura possa essere uno strumento concreto di inclusione e speranza. La scrittura, la lettura e l’arte sono strumenti fondamentali nei percorsi riabilitativi in un carcere che sfiora i 1500 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 780 posti”. Ecco i versi della poesia Ave Maria piena di rabbia / il sole sorge / mi sveglio all’alba sezione femminile / rimpianti senza fine la vita mia / in mano alla follia reiterazione / la tua prigione rabbia e rancore / nostra alimentazione Ave Maria / piena di rabbia la notte è lunga / in questa gabbia il silenzio è un’utopia / chiudi il blindo amica mia la notte è lunga per chi ha l’insonnia c’è chi prende le gocce e non si vergogna sezione psichiatria / mai pensato in vita mia. Ave Maria / piena di rabbia mi son pentita / aprite sta gabbia. A consegnare il premio è stata l’assessora all’Ambiente e all’Istruzione della città di Nardò, Mariacristina Libetta: “Con questa scelta, la giuria ha premiato non solo la qualità poetica del testo ma il percorso di riscatto umano compiuto. La poesia non conosce confini, né pregiudizi: parla all’uomo e alla donna nella loro essenza più profonda”. Il secondo premio è stato conferito a Pina Petracca, di Surano, per la poesia “Dio aveva i piedi di mio padre”, mentre il terzo premio è stato assegnato a Francesco Ricco, di Lecce, autore di “Nel silenzio fragile”. Le poesie vincitrici sono incise su ceramica e verranno installate sul lungomare di Santa Caterina di Nardò. La cerimonia di premiazione, svoltasi nell’area Darsena di Santa Caterina, è stata arricchita da un percorso artistico che ha saputo intrecciare parola e musica, rendendo ancora più coinvolgente il dialogo con le letture interpretate dall’attore Dario Marangio e gli interventi musicali del violinista Domenico Zezza. La storia di Gian Luca: una carriera, poi la cella e la gioia delle piccole cose di Raffaella Tallarico gnewsonline.it, 21 agosto 2026 Gian Luca Rossignolo era un imprenditore, come il padre prima di lui. Poi la sua vita cambia: arrivano una condanna per bancarotta e la reclusione. La sentenza lo raggiunge in Montenegro; rientrato in Italia, passa per il carcere di Civitavecchia, finché non viene trasferito a Monza. Ed è proprio da Sanquirico che racconta la sua storia, nella seconda puntata del podcast “Un universo oltre i Confini”, realizzato dalla cooperativa sociale Universo e dall’associazione Zero Confini onlus. “Il periodo più buio e difficile non è stato il giorno in cui sono stato messo in carcere - racconta Rossignolo ai microfoni di Elena Tinelli - ma i 12 anni precedenti di processo, in cui trascorrevo le notti a immaginarmi che cosa mi potesse succedere”. L’ex imprenditore parla di alcuni momenti che hanno segnato la sua reclusione. Quando riceve dalla moglie “Real happiness”, un libro sulla meditazione della scrittrice americana Sharon Salzberg. Dentro, una dedica speciale: un cuore con scritto Ti amo. “È stato il momento in cui ho capito che anziché farsi prendere dallo sconforto bisognava aggrapparsi alla vita. Mi sono detto ‘devo uscire da qui migliore di come sono entrato’“, dice Rossignolo nel podcast. A Monza, Gian Luca si iscrive all’università ed entra nella redazione della testata Oltre i confini - Beyond Borders. Suo è l’articolo dell’ultimo numero del periodico, dal titolo “Le sofferenze passano con un budino al cioccolato”, una riflessione sul potere benefico delle piccole cose. La frase è presa in prestito dal compositore Giovanni Allevi, che la usa in un’intervista sul Corriere della Sera. Il senso della condanna è il comune denominatore di una diagnosi infausta - quella toccata al noto pianista - e della reclusione. “Il senso di smarrimento e impotenza - dice Rossignolo - lo vivi sia quando hai un brutto male, sia nel momento in cui ti trovi a vivere privato della libertà e dei tuoi affetti”. Gian Luca Rossignolo ha anche 3 figli e quando si è in carcere, dice, “è il rapporto più doloroso da gestire”. La detenzione rende consapevoli di quanto il tempo possa essere prezioso: “Mi sono reso conto - racconta - che non sono stato abbastanza papà quando potevo esserlo di più”. Sul futuro Gian Luca, che oggi lavora ed è detenuto in articolo 21, ha pochi altri punti fermi. “Vorrei andare sulla tomba di mio papà perché da recluso non ho potuto partecipare ai funerali. Poi vorrei stare con mia moglie e i miei figli. E respirare”. Il nuovo patto di Bruxelles sui migranti non funziona di Francesca Paci La Stampa, 21 agosto 2026 Ci troviamo con un’Europa spaccata in modo trasversale. La buona notizia per il governo Meloni è l’interruzione della sequenza di paesi che da giorni, a cadenza quotidiana, annunciano di prepararsi a rispedire i cosiddetti “dublinanti” in Italia. Quella se non cattiva quantomeno problematica è che a dire no siano Madrid e Parigi, le due capitali cioè con più ragioni politiche per prendersi una rivincita su Roma. Nel momento del redde rationem di quel patto Ue sulle migrazioni e l’asilo che Palazzo Chigi ha venduto come un successo e che mostra invece adesso tutte le sue insidie proprio per le frontiere di primo approdo come la nostra, la solidarietà arriva dunque, inattesa, nonostante la sospensione di Schengen contrapposta alla crisi di Ceuta e nonostante la tensione ricorrente con l’Eliseo. Tanto la Spagna quanto la Francia hanno, al pari della Germania del Cancelliere Friedrich Merz, un’estrema destra rampante che punta a espugnare le elezioni nazionali cavalcando la paura dell’immigrazione di massa, lo spettro che si aggira per l’Europa e che produce alleanze ogm come quella tra Giorgia Meloni e la premier socialista danese Mette Frederiksen. Tanto la Spagna quanto la Francia si sono opposte agli hub nei Paesi terzi proposti dall’Italia attraverso il modello albanese, ritenendo quelle carceri esternalizzate inutili e costose. Eppure stavolta, con un approccio più razionale - le cui ragioni apparenti sono nel caso di Madrid la condivisione della medesima sorte di sponda nord del Mediterraneo e nel caso di Parigi l’aver utilizzato a più riprese la sospensione di Schengen contro il terrorismo - mettono nero su bianco quanto necessario sia affrontare i problemi che comuni sono in modo comune. Il patto Ue sulle migrazioni e l’asilo non funziona nella forma e neppure nella sostanza. Il governo di Roma ha sbandierato a lungo l’aver imposto il tema a Bruxelles e l’aver incassato oltre all’ammissione di una paura condivisa a destra come a sinistra la fantomatica redistribuzione di chi, affamato di futuro, bussa in primis ai confini più esterni. Il braccio di ferro, durato anni, è parso infine premiare il governo Meloni. Gli ultimi giorni suggeriscono che non è così. Tanto per cominciare il limbo che precede la redistribuzione durava un anno prima e dura venti mesi adesso. E poi ci sono i “dublinanti”, quelli che i Paesi del nord, frugali o più lontani dagli sbarchi che dir si voglia, quegli stessi Paesi che avevano sottoscritto l’alert di Meloni per l’esodo di Ceuta (si chiamarono fuori solo Francia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Lussemburgo), si sono affrettati a censire per rispedirli alla casella del via, l’Italia di Meloni come la Spagna di Sanchez, rivali sul piano ideologico ma alleati loro malgrado su quello geografico. La buona notizia per l’Italia e la cattiva o quantomeno problematica fotografano un’Europa spaccata in modo trasversale e un patto sulle migrazioni nato morto perché - e lo stiamo vedendo in queste ore - si affida alla discrezionalità dei singoli governi. La pressione migratoria, che i mutamenti climatici renderanno sempre più importante, impone di pensare l’Unione europea come fosse un Paese solo che ha bisogno di rinvigorire una popolazione sempre più vecchia gestendone le paure e che per farlo deve uscire dalla logica nazionale, sia essa italiana, francese, spagnola o finlandese. Sarebbe come se la Lombardia rimandasse in Sicilia chi su quelle coste è sbarcato e ha poi attraversato lo stivale in cerca di futuro. La sfida riguarda l’Europa, tutta. Migranti. “Quello che accade nei Cpr in Albania resta segreto, violato il diritto d’asilo” Il Manifesto, 21 agosto 2026 Tra aprile e maggio 2025 registrati 42 eventi critici. Sono sbarcate ieri a Bari, dopo tre giorni di navigazione, le 48 persone portate in salvo lunedì scorso nelle acque internazionali della zona Sar libica dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency. Due, in condizioni critiche, erano già stati trasferiti in ospedale. Su terra ferma sono stati portati anche sette corpi senza vita: erano nella stiva del barchino di legno, a ucciderli probabilmente le esalazioni. I naufraghi sono originarie della Somalia e dell’Egitto, 5 sono donne, 31 i minori non accompagnati. I dati del Missing migrants project dell’Oim indicano in 1.699 le vittime nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno, 900 solo sulla rotta centrale. Un ragazzo 17enne ha raccontato: “Ho deciso di lasciare il mio Paese per la mancanza di sicurezza. Ma anche perché lì non c’era un lavoro che mi permettesse di aiutare la mia famiglia. Ho quattro fratelli e quattro sorelle, mio padre è morto in un attacco di Al-Shabaab. Sono partito senza dire niente a mia madre. Prima di imbarcarmi a Zwara ho affrontato un lungo viaggio: ci ho messo un anno per attraversare Etiopia, Sud Sudan, Sudan e arrivare infine in Libia, dove gli immigrati subsahariani sono spesso imprigionati e picchiati. La traversata in mare è stata forse la parte peggiore: ero sottocoperta, avevo due amici, uno l’hanno portato in ospedale, l’altro purtroppo è morto lì. Ora spero di trovare sicurezza, una delle mie zie è in Germania”. Superare le Alpi lo renderebbe però un dublinante proprio quando il nuovo Patto Ue immigrazione e asilo, nonché l’avanzata delle destre, sta irrigidendo i confini. Amnesty International ha diffuso ieri un report sugli effetti dell’accordo Italia-Albania, che secondo la premier Meloni ha fornito uno dei modelli per sviluppare i futuri return hub in Africa. La ricerca (“Italia: la detenzione extraterritoriale delle persone migranti e gli obblighi in materia di diritti umani”) esamina l’accordo del 2023 che ha istituito i due centri di Shengjin e Gjader con il trasferimento forzato e il trattenimento di centinaia di persone, l’accesso fortemente limitato all’assistenza legale. Le condizioni detentive e il grave costo umano delle politiche di esternalizzazione dell’Italia potrebbero aver contribuito a indurre alcune persone detenute a compiere atti di autolesionismo o a tentare il suicidio. “Il fine ultimo della detenzione extraterritoriale è cercare di aggirare ed evadere la responsabilità di rispondere alle necessità di chi migra e l’obbligo di dare asilo a chi ne necessita” spiega Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee. Tra ottobre 2024 e gennaio 2025, sulla base dell’accordo, l’Italia ha svolto tre operazioni in mare e trasferito 74 persone direttamente dalle acque internazionali in Albania. Dopo numerose sentenze di tribunali italiani che non avevano convalidato il trattenimento, l’Italia ha cessato i trasferimenti. Nel marzo 2025 il governo ha modificato l’accordo per consentire la detenzione in Albania di persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia: “Negli ultimi 15 mesi oltre 500 uomini, prevalentemente razzializzati, sono stati forzatamente trasferiti nel centro di detenzione di Gjadër. Nel Cpr, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, sono stati registrati 42 eventi critici, tra cui due tentate impiccagioni, una protesta in cui tre persone hanno riportato ferite da schegge di vetro e vari casi di autolesionismo”. E ancora: “Il governo italiano ha ostacolato il monitoraggio indipendente dell’attuazione dell’accordo, anche attraverso restrizioni ai controlli parlamentari e aggirando le normali procedure legislative. Limitando l’accesso e la supervisione di osservatori indipendenti sui diritti umani, cosa accada nei centri di detenzione in Albania rimane largamente segreto. Benché le persone detenute in Albania ricadano sotto la giurisdizione italiana, la loro distanza fisica dall’Italia e il limitato accesso ad avvocati, a giudici e ad altre misure di garanzia compromettono significativamente l’efficacia del diritto d’asilo e l’accesso alla giustizia”. Un avvocato intervistato da Amnesty ha affermato di non essere stato in grado di conferire col suo cliente prima di un’udienza d’asilo e di non aver avuto sufficiente tempo per preparare la difesa. A suo parere, il fatto che sui verbali delle udienze d’asilo siano riportate risposte a monosillabi è segno che le persone si sentissero intimidite. Geddie: “Il modello Italia-Albania è impossibile da attuare nel rispetto degli obblighi sui diritti umani”. I migranti nella trappola del Patto Ue: un hub come laboratorio d’oppressione di Mattia Fonzi Il Domani, 21 agosto 2026 Da quando le nuove regole europee sono diventate effettive, un centro bulgaro ha assunto un ruolo chiave. Dovrebbe essere luogo “di transito” ma diventa nei fatti una prigione. Le proteste vengono represse brutalmente. Scioperi della fame e una rivolta repressa con violenza. Sono i primissimi effetti del nuovo Patto europeo migrazione e asilo. Accade a Pastrogor, in Bulgaria, a pochi km dal confine con la Turchia, dove un “centro di transito” per migranti, costruito nel 2012 come struttura di accoglienza, è diventato oggi una prigione, passando in appena due mesi da 5 a circa 250 persone detenute. Il Patto, entrato nella sua fase operativa lo scorso 12 giugno, introduce le nuove procedure d’asilo alla frontiera (asylum border procedure). Queste prevedono la possibilità di trattenere i richiedenti asilo nei cosiddetti “centri di transito” presso i confini dell’Ue fino a tre mesi, in particolare per chi proviene da Paesi considerati “sicuri” o con un tasso medio di accoglimento delle domande inferiore al 20 per cento. È uno degli aspetti più controversi delle nuove norme, perché prevedono di fatto una detenzione arbitraria per migliaia di persone che in questo modo vedono negati libertà di movimento e diritto all’asilo. Inoltre, nonostante si trovino in Bulgaria, in base al principio di “fiction of non-entry” (“finzione giuridica di non ingresso”, un artificio normativo stabilito nel Patto) i migranti non vengono considerati neanche formalmente come persone dentro il territorio Ue. L’avvio operativo del nuovo accordo è stato rapido. Un’accelerazione sorprendente, considerando che tra il 2024 e il 2025 i tentativi di ingresso registrati sono crollati del 72 per cento, passando da 55mila a 15mila. Come in tutta Europa, insomma, la nuova strategia sembra essere centrata sulla detenzione. A ognuno i propri dublinanti: Meloni paga il “suo” Patto Ue Il centro chiave In questo scenario il centro di Pastrogor, che fino a metà giugno ospitava solo cinque persone, ha assunto un ruolo chiave. Così nelle ultime settimane i detenuti hanno iniziato a mobilitarsi. Disorientati da norme che ancora non conoscono, molti non comprendono le ragioni dell’incarcerazione, essendo di fatto tra i primi a subire le conseguenze del Patto. Inoltre, molte testimonianze riferiscono infatti di cibo scadente, infestazioni di parassiti e caldo estremo. A fine luglio la tensione è aumentata, quando nella struttura è stata organizzata una protesta pacifica, durante la quale è stata richiesta a gran voce l’apertura del centro, mentre al di là dei muri recintati il Collettivo Rotte Balcaniche, un gruppo di attiviste e attivisti attivo da anni sul confine bulgaro-turco, portava un saluto solidale. A protesta ormai conclusa, la polizia è intervenuta con forza all’interno del centro, motivando la dura reazione con un tentativo di evasione. Le testimonianze hanno riferito di violenze da parte delle forze dell’ordine, che dopo aver spento le telecamere di sorveglianza e aver coperto i volti da passamontagna, avrebbero picchiato e torturato ripetutamente i prigionieri. Migranti, i corpi delle vittime restano in mare: “I loro diritti negati anche nella morte” “Vendetta brutale” “La vendetta è stata brutale”, ha denunciato il Collettivo Rotte Balcaniche dopo aver visionato foto dell’accaduto. “Alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture a mani e gambe. Altre sono state viste ricoperte di sangue, almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella”. Inoltre la polizia avrebbe distrutto molti telefoni, mentre alcuni migranti sarebbero stati costretti a firmare dichiarazioni con le quali si impegnavano a non prendere più parte ad altre proteste. “Ho viaggiato a lungo per entrare in Europa, perché voglio vivere in Spagna”, ha dichiarato a Domani Mohamed, cittadino marocchino oggi trattenuto a Pastrogor. “Vivo sentimenti indescrivibili, perché ho vent’anni, ho fatto debiti per arrivare in Europa e se torno in Marocco avrò problemi”. Vite in trappola La situazione di Mohamed è simile a quella di centinaia di persone rinchiuse nel centro. All’interno della struttura le persone trattenute hanno ormai compreso che la detenzione si protrarrà per l’intera durata dell’esame della loro domanda d’asilo. Una consapevolezza maturata a dispetto della scarsa trasparenza delle autorità, che spesso non forniscono né il servizio di interpretariato adeguato, né comunicano i termini per l’eventuale ricorso che con la nuova normativa sono stati ridotti ad appena 7 giorni dalla data del primo diniego. C’è poi il tema della detenzione delle persone a cui viene rifiutato anche il ricorso in appello, una circostanza che ormai supera l’80 per cento dei casi. Dopo il periodo a Pastrogor, infatti, i migranti vengono trasferiti nelle strutture per la “detenzione amministrativa” nella vicina Ljubimets o a Busmantsi, nella periferia di Sofia. È qui che possono rimanere anche fino a 18 mesi. “Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Ue e dai suoi Stati membri alle persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali”, evidenzia il Collettivo Rotte Balcaniche. Un destino a cui, tuttavia, non si arrendono migliaia di persone in cerca di una vita migliore in Europa, supportate da organizzazioni solidali che lottano ogni giorno per la libertà di movimento. Migranti. Nell’inferno delle carceri libiche, dove si paga il prezzo della politica dei respingimenti di Paolo Lambruschi Avvenire, 21 agosto 2026 Mentre l’Europa guarda a Ceuta, in Cirenaica migliaia di profughi, soprattutto dal Corno d’Africa, sono trattenuti in centri di detenzione o penitenziari. Il loro racconto: “Siamo trattati come animali”. Filmon veniva dall’Eritrea e aveva solo 18 anni. Sognava di trovare un posto sicuro dove costruirsi un futuro e vivere libero, invece è morto di tubercolosi come una bestia in una galera sovraffollata della Libia orientale. Non lo ha curato nessuno, nemmeno quando agonizzava tossendo senza fermarsi e sputando sangue nel centro di detenzione ufficiale di Ganfuda, nella area metropolitana di Bengasi, dove era rinchiuso da mesi. I carcerieri libici non hanno avuto pietà di lui nemmeno da morto. Il suo corpo è rimasto 48 ore in cella prima di essere portato via. “Cella sovraffollata” in Libia - anche nei lager meno conosciuti finora della Cirenaica governata dal clan del generale Khalifa Haftar - significa che per un posto per dormire a terra ci si da il cambio: metà dei prigionieri resta in piedi e lascia il posto all’altra metà che si sdraia in locali dove sono rinchiusi minori e persino bambini sotto i cinque anni, in spregio alle più elementari norme umanitarie. Mentre l’Europa guarda preoccupata a Ceuta, in un altro angolo del Nordafrica si consuma l’ennesimo dramma di migranti sacrificati sull’altare della realpolitik di Bruxelles con la Libia in mano alle milizie e divisa in due. La storia di Filmon è quella di migliaia di migranti detenuti in Cirenaica, prigionieri di milizie in centri clandestini o in penitenziari della polizia. Da una cella di Ganfuda la storia breve di Filmon, prima che cada nell’oblio, ci viene raccontata con immagini e messaggi dai suoi compagni di un viaggio della speranza finito nell’orrore di una galera. È il prezzo da pagare insieme all’aumento dei morti nel Mediterraneo per il calo verticale degli arrivi via mare in Italia (-54% rispetto al 2025, più che dimezzati) e in Grecia (dove il calo è stato di un terzo), le due rotte dei natanti in partenza dalla Libia orientale che è diventato il principale punto di partenza nel Mediterraneo. Calo finanziato con fondi Ue e italiani che hanno integrato e ampliato il business criminale del clan Haftar, dominus dei traffici del Fezzan e della Cirenaica, e che significa aumento delle carcerazioni di profughi, richiedenti asilo e rifugiati. Tanto che per venire incontro alle pressanti richieste europee di blocco delle partenze, il governo di Bengasi ha emanato a fine giugno un decreto che vieta l’ingresso in tutto il territorio ai cittadini di Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia, quattro Paesi africani a cui nella Ue nessuno può negare asilo. E gli eritrei erano la seconda etnia sbarcata in Italia nel 2025, i somali li hanno sostituiti nel 2026 e con nessuno dei quattro Paesi esistono accordi di rimpatrio. Il lavoro sporco compiuto dal clan che governa Bengasi comprende retate di massa di migranti nei centri abitati - con tanto di assalto agli uffici dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati - in cambio del mantenimento dei flussi di denaro da Roma e Bruxelles. Chi finisce in cella finisce all’inferno. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a inizio 2026 denunciava le torture sistematiche e le violenze sessuali inflitte ai migranti detenuti nella Libia orientale sia all’interno dei centri ufficiali controllati dal direttorato per il contrasto all’immigrazione irregolare (Dcim), sia nei siti clandestini in mano alle milizie. L’Onu ha denunciato anche il ritrovamento di fosse comuni nel deserto e nelle aree perimetrali delle zone di transito scavate per le esecuzioni di massa di migranti intercettati sul confine sud. Gojtom, nome di fantasia, parla al telefono da Ganfuda. “Filmon è morto in una cella vicina. Hanno lasciato il cadavere due giorni a terra, nessun medico lo ha mai visitato. Non c’è nulla per noi qui, nulla”. Racconta la sua storia e le sue speranze. “Come me e tanti altri detenuti qui era fuggito a 14 anni dall’Eritrea per evitare la coscrizione a vita in Sudan e, dopo lo scoppio della guerra nel 2023, si è rifugiato in Egitto, al Cairo. Ma il governo alla fine del 2024 ha cambiato la legge sull’asilo imponendo una stretta e iniziando retate di massa”. Circostanza che abbiamo denunciato a marzo. La Libia di Haftar, che confina con l’Egitto, è diventata quindi meta obbligata per molti. “Mangiamo sempre lo stesso cibo scarso una volta al giorno - prosegue Gojtom confermando le denunce del report Onu -, e l’acqua è razionata. Ci danno sei litri ogni otto persone. Se ci lamentiamo veniamo picchiati dalle guardie, gli abusi sono all’ordine del giorno”. A Ganfuda, dice come per giustificarsi, il sovraffollamento è insopportabile: “Siamo 800 detenuti, tutti del Corno d’Africa. In una stanza ci sono 113 persone, non abbiamo spazio, quando la metà di noi dorme, l’altra sta in piedi. Siamo rinchiusi come animali. Sono qui da tre mesi e non sono mai uscito nemmeno per prendere aria. Le condizioni igieniche sono pessime, il caldo insopportabile ed è impossibile lavarsi. In queste condizioni se uno si ammala rischiamo di contagiare tutti. Sognavamo solo una vita migliore”. Le retate non hanno risparmiato neppure donne e bambini. “In questa stanza ci sono diversi minori e circa dieci bambini di 5 anni, le donne sono in un’altra cella. Le guardie le violentano ogni sera”. A parte l’Etiopia, non ci sono prospettive di ritorno, men che mai in Sudan e in Eritrea. Oltre alle pressioni europee, nelle due parti in cui è divisa ormai da tre lustri la Libia è iniziato il conto alla rovescia verso le elezioni politiche che, come stabilito lo scorso giugno, si dovrebbero tenere il prossimo febbraio per arrivare all’unificazione non solo del governo, ma soprattutto della governance della Banca centrale. E i migranti come Filmon sono anche su questa sponda un capro espiatorio perfetto. La Corte penale internazionale era nata contro i vinti. Ha osato andare oltre e ora resta isolata di Shlomo Ben-Ami* Il Domani, 21 agosto 2026 Il mandato di arresto contro Netanyahu ha messo in evidenza l’impotenza della Cpi ma non l’ha creata: nata nell’euforia della vittoria occidentale nella Guerra Fredda, la Cpi ha sempre rappresentato la giustizia dei vincitori e non è mai stata attrezzata per operare in un mondo plasmato dalla Machtpolitik, la politica dettata dalla forza. Un tempo i tribunali penali internazionali si concentravano sull’assicurare alla giustizia leader sconfitti, come il serbo Miloševi? o il liberiano Taylor. La Corte penale internazionale (Cpi) si è spinta oltre, emettendo mandati di arresto nei confronti di leader ancora in carica - in particolare, il presidente russo Putin e il primo ministro israeliano Netanyahu. Vi è una certa audacia in tali azioni, che però non tengono conto della realtà politica: di fatto, la nuova posizione più decisa della Cpi potrebbe benissimo averne provocato la caduta. I governi occidentali si sono uniti nell’applaudire il mandato di arresto emesso dalla Corte nel 2023 nei confronti di Putin, ma rimangono profondamente divisi riguardo a quello del 2024 nei confronti di Netanyahu. Negli Stati Uniti, quasi la metà della popolazione ritiene che Netanyahu debba essere arrestato se entra nel Paese, in conformità con il mandato della Cpi. Ma l’amministrazione Trump considera le azioni della Cpi parte di un nuovo e inaccettabile fronte nella “guerra” che, secondo il segretario di Stato Marco Rubio, l’istituzione sta conducendo contro gli Usa e i loro alleati. Rubio ha promesso di smantellare la Corte penale internazionale “mattone dopo mattone”, anche attraverso il congelamento dei beni, il divieto di visto per i giudici della Corte e pressioni sugli Stati membri, come il Venezuela - alleato Usa - affinché si ritirino dalla Corte. Anche Burkina Faso, Mali e Niger hanno avviato il processo di ritiro, denunciando la Cpi come “strumento di repressione neocoloniale”. Trump sanziona la Corte dell’Aia: Bruxelles protesta, Meloni tace Non si tratta solo di Netanyahu: sebbene gli Stati Uniti abbiano sostenuto l’operato della Cpi quando era in linea coi propri interessi, l’amministrazione Trump insiste - proprio nel momento in cui sta conducendo operazioni militari che violano il diritto internazionale- sul fatto che la Corte non debba avere giurisdizione sugli americani. Ma il caso di Netanyahu è diventato una prova esistenziale per la Cpi, una prova che l’istituzione quasi certamente non supererà: un tribunale le cui incriminazioni non portano ad arresti manca di legittimità. E la possibilità che Netanyahu - o Putin, se è per questo - venga posto in stato di fermo è vicina allo zero. “Non credo che esista un solo Paese europeo disposto ad arrestare Netanyahu”, ha affermato il premier belga Bart De Wever, sottolineando che nel “quadro della realpolitik, le considerazioni pratiche prevalgono su quelle etiche”. Dopo gli avvertimenti di Usa e Israele, il pilatismo: Karim Khan rimosso dalla Cpi La sfida non è senza precedenti: la Cpi ha incriminato per la prima volta l’allora presidente del Sudan, Omar al-Bashir, per crimini di guerra nel 2009 e ha emesso un secondo mandato di arresto nel 2010 per il suo ruolo nel genocidio del Darfur. Eppure Bashir è rimasto al potere fino al colpo di Stato del 2019. Quando Bashir si recò in Turchia nel 2017, il presidente Erdo?an affermò di poter “solo ridere” della richiesta di arresto avanzata dalla Cpi. La Turchia non è membro della Corte, per non parlare di Cina, India, Russia e Stati Uniti. I Paesi europei lo sono - e anche loro si sono rifiutati di collaborare all’esecuzione dei mandati di arresto. Nel gennaio 2025, Osama Elmasry Njeem è stato arrestato a Torino in base a un mandato della Cpi ma l’Italia l’ha poi rilasciato e lo ha rimandato in Libia, senza nemmeno avvisare la Corte - una violazione degli obblighi previsti dallo Statuto. Il mandato di arresto contro Netanyahu ha messo in evidenza l’impotenza della Cpi ma non l’ha creata: nata nell’euforia della vittoria occidentale nella Guerra Fredda, la Cpi ha sempre rappresentato la giustizia dei vincitori e non è mai stata attrezzata per operare in un mondo plasmato dalla Machtpolitik, la politica dettata dalla forza. *Ex ministro degli Esteri israeliano Tunisia. In carcere da mesi il leader della Global Sumud Flotilla di Giuseppe Acconcia Nigrizia, 21 agosto 2026 Detenuto dall’inizio di marzo, Wael Naouar ha iniziato uno sciopero della fame. Chiede la liberazione sua e di altri tre attivisti pro-Pal. Non solo dissidenti, avvocati, giornalisti e oppositori. Anche il movimento per la Palestina paga il conto della repressione in corso nel paese nordafricano. Non si ferma la repressione dei movimenti in Tunisia. E a farne le spese è anche la grande mobilitazione internazionale per la Palestina. L’ultimo a pagare è l’attivista tunisino Wael Naouar del Comitato direttivo della Global Sumud Flotilla che ha l’obiettivo di denunciare il genodicio a Gaza e di rompere l’assedio della Striscia con la consegna di aiuti umanitari. Wael ha iniziato lo sciopero della fame in carcere lo scorso 16 agosto a Mornaguia, nella periferia di Tunisi, dove è detenuto, per chiedere di essere liberato insieme agli altri militanti della Flotilla ancora in custodia cautelare. La reazione degli attivisti - “La decisione di Naouar di mettere a rischio la propria vita esprime la continuità di una vita dedicata alla giustizia”, si legge in un comunicato della Flotilla che chiede il rilascio anche di altri tre organizzatori detenuti: Ghassen Henchiri, Ghassen Boughdiri e Nabil Channoufi. Wael Naouar ha una lunga storia di partecipazione nei movimenti tunisini, ha guidato il movimento studentesco tunisino e ha fatto politica all’interno del partito dei Lavoratori. L’attivista aveva denunciato di aver subìto minacce dirette di funzionari israeliani già prima della partenza della prima Flotilla per consegnare aiuti umanitari a Gaza, lo scorso anno. Da sei mesi in prigione - Naouar è in carcere dall’inizio di marzo nell’ambito di un’inchiesta del Polo giudiziario economico e finanziario di Tunisi sui finanziamenti raccolti dal comitato tunisino della Flotilla. A partire dal 6 marzo la Procura aveva disposto l’apertura di un’indagine su presunti “flussi finanziari sospetti”, ricevuti dal comitato di gestione dell’iniziativa. Il 16 marzo il giudice istruttore aveva poi emesso sette mandati di arresto nei confronti di altrettanti componenti del comitato, inclusa la moglie di Naouar, nell’ambito di indagini per accuse di falsificazione, truffa e riciclaggio di denaro. Accuse “inventate” - Secondo gli attivisti tunisini della Flotilla, l’arresto di Naouar è avvenuto in concomitanza con la decisione delle autorità locali di bloccare la prevista partenza della Flotilla dal porto di Sidi Bou Said. Si tratterebbe quindi di accuse “inventate e politicamente motivate, nel tentativo di criminalizzare l’azione umanitaria e la solidarietà organizzata con la Palestina in Tunisia”, sostengono gli attivisti della Flotilla. Non solo. Dopo il rilascio di altri tre organizzatori, chi resta in carcere vive in condizioni “restrittive, di sovraffollamento e degrado, con ritardi nell’accesso alle cure mediche essenziali”, prosegue il comunicato. I ritardi del caso Naouar - “Qualsiasi normalizzazione è un tradimento. Non possiamo accettare che gli attivisti della Flotilla siano in prigione e soggetti ad abusi”, ha denunciato Rachid Othmani del comitato di coordinamento della Flotilla in una conferenza stampa al Sindacato dei giornalisti a Tunisi. “Non ci aspettavamo che la campagna di molestie e detenzione andasse avanti così a lungo”, ha ammesso Othmani. Sono almeno 15 giorni che Naouar attende invano di essere ascoltato dai giudici con l’auspicio che venga presa una decisione sulla detenzione preventiva dell’attivista che potrebbe essere estesa oppure portata a termine con un rilascio. Gli ultimi episodi di repressione della Flotilla - Non è la prima volta che gli attivisti della Flotilla subiscono repressione e lunghe detenzioni. Oltre agli arresti e alle vessazioni subìte dagli attivisti deportati in Israele, come nei casi di Saif Abu Keshek e Thiago Avila, non è da meno la repressione che i sostenitori dell’iniziativa hanno dovuto fronteggiare in Nordafrica. In Egitto, centinaia di attivisti internazionali del movimento per la Palestina sono stati fermati, arrestati e deportati dopo aver partecipato alla marcia verso Gaza nel 2025. Lo scorso giugno, dieci attivisti sono rimasti in carcere per un mese in Cirenaica, in Libia, dopo aver partecipato alle mobilitazioni della Flotilla, inclusi gli italiani, Domenico Centrone e Dina Alberizia. Nonostante ciò la Flotilla ha annunciato la partenza di una nuova missione per il 20 agosto verso l’isola di Sazan, in Albania, a sostegno della cosiddetta Flamingo Revolution e contro “l’espansione neocoloniale” prodotta dagli investimenti del genero di Trump, Jared Kushner. L’ondata di arresti in Tunisia - Lo scorso 25 luglio, migliaia di tunisini si sono mobilitati a Tunisi, ma anche a Monastir, Sousse e altre città contro i continui black-out e le riforme energetiche approvate nel paese e gli alti tassi di disoccupazione giovanile. Gli oppositori, a cinque anni dalla svolta autoritaria voluta da Kaes Saied e a un anno dalle mobilitazioni contro l’inquinamento a Gabès, hanno chiesto le dimissioni del presidente e il rilascio dei detenuti politici. Restano in carcere in Tunisia il leader del movimento islamista Ennahda, Rachid Gannouchi, e i principali avvocati e attivisti di opposizione, come Ahmed Nejib Chebbi, Ahmed Souab. Sotto processo in cinque casi per le sue dichiarazioni pubbliche l’avvocata e giornalista sessantenne Sonia Dahmani, a maggio condannata a 2 anni di detenzione. Mentre l’attivista per i diritti umani Sihem Bensedrine, 75 anni, è stata condannata a 25 anni. Anche il movimento per la Palestina paga il conto della repressione in corso in Tunisia, come dimostra la prolungata detenzione dell’attivista della Flotilla, Wael Naouar, da sei mesi in carcere con accuse vaghe e ora in sciopero della fame. Eppure è l’intera società civile tunisina a pagare il prezzo della repressione politica voluta da Saied e che non accenna a fermarsi, mentre i principali difensori dei diritti umani e oppositori politici continuano detenzioni illegali che mettono a rischio la loro incolumità. In questo contesto crescono le proteste antigovernative e il malcontento giovanile per le promesse di democrazia mai realizzate dopo le proteste del 2010 e 2011 che in Tunisia sembravano inizialmente aver aperto una fase di transizione, bruscamente interrotta dal presidente tunisino, con il disco verde europeo con il solo obiettivo, poco lungimirante, di fermare i flussi migratori sostenendo autocrati in Nordafrica.